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Bonus Track: Broken Piano for President

Broken Piano for PresidentAutore: Patrick Wensink
Titolo italiano: –
Genere: Commedia nera / Bizarro Fiction
Tipo: Romanzo

Anno: 2012
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 372

Difficoltà in inglese: **

Hi, welcome to Broken Piano for President. Turn down the lights and fix yourself a stiff drink. Better yet, pour a couple cocktails and fix yourself a hangover.

Quando Deshler Dean beve, va sempre a finire male. Deshler si definisce un cliff drinker: finita la seconda bottiglia, il suo cervello va in blackout completo e diventa un’altra persona, un genio estroverso capace di fare le cose più incredibili. Almeno a detta dei suoi amici, perché di quello che fa da sbronzo Deshler non ricorda mai nulla – salvo svegliarsi la mattina nei posti più impensati. E se una volta la storia del cliff drinker era figa, Deshler comincia a chiedersi se non sia il caso di smettere: l’ultima volta che si è svegliato, era al volante di un auto costosa e non sua, con in tasca un cacciavite raggrumato di sangue e di fianco una donna (viva) con un cazzo di buco sanguinolento sulla testa.
Del resto, a cos’altro aggrapparsi? La sua vita fa schifo. Di giorno fa il portiere, in compagnia di un nano, in un albergo di lusso che organizza conferenze aziendali; di notte canta in una band underground-avanguardista odiata da tutti, i Lothario Speedwagon, nei pochi locali della città che non li hanno ancora banditi per sempre, vomitando e gettando sacche di urina sul pubblico. Ma la sua vita potrebbe stare per cambiare. La città in cui vive – Burger’s Town – è da decenni l’epicentro di una guerra senza esclusioni di colpi, quella tra le prime due catene di fast food d’America, la Winters’ Olde-Tyme Hamburgers e la Bust-A-Gut; e i top manager di entrambe le aziende sembrano conoscere Deshler, gli lanciano cenni e occhiate quando passano per la porta dell’albergo, come se si aspettassero qualcosa da lui. E non è l’unica cosa strana che è cominciata ad accadere attorno a lui… Nella sua testa, una sola domanda: che diavolo ha combinato mentre era sbronzo?

La storia di come Broken Piano for President, pubblicato solo un anno e mezzo fa, è diventato famoso, la dice lunga sulle dinamiche del mercato editoriale – compreso quello digitale. La copertina, potete vederlo, imita l’etichetta storica delle bottiglie di Jack Daniel’s. L’azienda se ne accorge e manda a Wensink una lettera di diffida; dalla controversia che nasce, il libro riceve talmente tanta pubblicità che – wham! – schizza alla posizione n.6 dei libri più venduti su Amazon.com. Una cosa mai successa per un libro pubblicato sotto la bandiera della Bizarro Fiction; mi immagino le facce di Rose O’Keefe (direttrice di Eraserhead Press) e di Cameron Pierce (direttore di Lazy Fascist Press, la casa editrice che l’ha pubblicato). Tutto questo, ovviamente, prescindendo dalla qualità reale del libro o anche dal suo argomento. Io stesso mi sono imbattuto nel libro in questo modo, e francamente non sapevo cosa aspettarmi quando l’ho comprato.
Broken Piano for President è una strana commedia sulle conseguenze del vivere una vita da debosciati, sulle dinamiche dei mercati del largo consumo e sulla paranoia aziendale, sull’arte e sugli artisti (o sedicenti tali), sul bisogno di ciascuno di noi di essere riconosciuti e amati e alle cose folli e demenziali che questo bisogno ci porta a fare. E si gioca tutto su una domanda centrale: se la nostra vita fosse un pozzo senza fondo, e se improvvisamente ci venisse tesa una mano e data una nuova sfavillante possibilità, saremmo disposti a coglierla? Qualunque sia il prezzo da pagare? La risposta è in queste pagine. Forse.

Jack Daniel's lettera di diffida

La lettera di diffida della Jack Daniel’s (clicca per ingrandire). Che carino il legale!

Uno sguardo approfondito
Se dovessimo giudicarlo dallo stile, Broken Piano sarebbe un romanzo comico. Non solo viola le regole tradizionali dell’immersività – le ribalta e ci caga sopra. Il piccolo brano proposto in testa all’articolo – con l’autore che parla in prima persona al lettore, e lo introduce con voce da cantante confidenziale nel mondo del romanzo – non solo è l’incipit del romanzo; è l’intero primo capitolo. La prosa di Wensink ha molto dello stile estroso alla Vonnegut, e chi ha letto romanzi come The Sirens of Titan (recensito qui, agli albori del blog!) o Cat’s Cradle sa di cosa sto parlando: un narratore onnisciente invadente, che commenta le vicende senza farsi problemi e chiacchiera col lettore; digressioni che spezzano l’azione in un momento di cesura o, viceversa, interrompono la narrazione nel momento di massima tensione con brevi interventi più o meno comici.
Qualche esempio. Siamo all’inizio del romanzo, Deshler si è svegliato nella macchina non sua e ha cominciato a registrare i dettagli assurdi e inquietanti del suo risveglio. Comincia a chiedersi se questo meriterà di entrare nella Hall of Hame dei suoi risvegli più assurdi. Poi vede la tipa sanguinante. Ansia. Tenta di svegliarla; non reagisce. E’ morta? Forse dopotutto questa mattinata non merita di entrare nella Hall of Fame… E bam: digressione di una paginetta sui migliori risvegli della Hall of Fame (dirò solo che uno è intitolato mid-fellatio).

Secondo esempio. Più avanti nel romanzo, in un momento di pausa tra scene importanti, l’autore coglie l’occasione per parlarci della storia delle due catene di fast-food che reggono il destino dei nostri eroi, e della loro eterna guerra. Insomma, un infodump bello e buono. Ma spiattellato in una maniera talmente onesta e diretta che fa sorridere:

So right now, you’re probably saying something to the effect of: “Jeez, there is a lot of burger talk flying around. This book is one coldcut away from being a butcher shop menu.”
This is the point I’d say: “Yeah, maybe you’re right. Is this a little overkill?” You’d shrug and I’d feel kind of guilty.
So maybe it’s time you were brought up to speed about the Burger Wars, the Beef Club, the Winters Family, Globo-Goodness Inc. and Burger Town, USA.
Let’s start at the top…

E così via per alcune pagine. Ma il tono è così affabile, la cesura così manifesta, e il ritmo si mantiene talmente rapido anche nelle pagine infodumpose, che si legge con piacere anche questo. Siamo nel regno dell’umorismo, dove non importa la sensazione di essere dentro la storia, ma la battuta fulminea, l’atmosfera ridanciana, e il ritmo. E Wensink tiene tutti questi elementi alla perfezione.
Ultimo esempio. Siamo nella seconda metà del libro, in pieno build-up del momento clou della storia, e stanno succedendo tutte insieme un sacco di cose che coinvolgono l’intero, vasto cast del romanzo. Come gestire tutti questi fili in un modo non noioso, né da leggere né da scrivere? Be’, Wensink la risolve mettendosi a commentare la sua stessa prosa, e dichiarando come ha intenzione di costruire i prossimi capitoli:

Okay, so everyone’s got problems.
This story is getting crowded with them. But hey, you and I are busy, too. So here’s a public service. Instead of rattling on for pages and pages of plot and feelings and blah blah, we’ll chop out the gristle and bone until all we have left is a meaty fillet. You guessed it: time for a montage.

Seguono (giuro) montaggi accelerati di scene su tutti i personaggi del romanzo, con tanto di colonna sonora di sottofondo. Genio!

McDonald's

La guerra è crudele.

C’è, in realtà, una marcata differenza tra i due tipi di digressione – quelle nel mezzo dell’azione e quelle nei momenti di stanca – a dimostrare che sì, dopotutto Wensink sa cosa sta facendo. Le prime sono sempre brevi e fulminee, e ricordano quelle scene de I Griffin in cui Peter o un altro personaggio dice: “Ah, questo mi ricorda quella volta che…” e segue sketch autoconclusivo di dieci secondi. In breve:
a) Rimangono sempre sull’argomento della scena principale;
b) Essendo compresse e impostate in modo vivace, mantengono il ritmo;
Il risultato è che il lettore, invece che distrarsi o rallentare la lettura, al contrario rimane ancorato in fibrillazione alla pagina e, alla fine della digressione, ritorna alla trama principale nello stesso stato d’animo in cui l’aveva lasciata. Le seconde, invece, hanno un andamento più lento, cambiano argomento, e funzionano da calma transizione tra due scene spazialmente e temporaneamente lontane (e che magari coinvolgono personaggi diversi).

Ma Broken Piano non è soltanto un libro comico. E’ agrodolce. Wensink somiglia a Vonnegut anche in questo, nella sua capacità di allontanare e avvicinare la telecamera ai suoi personaggi a seconda del momento; e quando la ripresa è vicina, è davvero in grado di farci sentire vicino ai suoi eroi. Non si raggiungono le vette di drammaticità dei romanzi di Vonnegut, ma in diversi momenti Broken Piano diventa dannatamente serio. E ci sentiamo empatici con Deshler, sentiamo sulla nostra pelle i suoi stessi dubbi e il suo stesso dolore. Del resto, come dicono gli ammerigani, Deshler Dean è someone you can relate to: chi di noi non si è mai sentito un fallito, o quantomeno non si è sentito infelice di sé e delle proprie scelte?
Soprattutto, il romanzo di Wensink trabocca ambiguità morale. Dean Deshler è un infelice, ma è uno che si è scavato la fossa con le proprie mani, perché per tutta la vita ha compiuto scelte autodistruttive. La sua ‘arte’ non piace a nessuno, ma è davvero arte o solo growl e spruzzi di vomito?, e non è che semplicemente gli piace fare l’hipster, non vuole essere capito e quindi fa apposta musica incomprensibile? Gli altri membri della band vorrebbero fare musica più orecchiabile ed essere amati dal pubblico, ma lui fa loro pressione e cerca di farli sentire in colpa per volerlo ‘tradire’. Gli altri lo prenderanno a calci, ma quando può lo fa anche lui – come con Napoleon, il nano che lavora con lui come portiere, e che lui continua a sfruttare quando gli fa comodo e a ignorare nel momento del bisogno. E poi c’è l’altro Deshler, il Deshler ubriaco e geniale: non lo vediamo in azione, ma da quel che gli altri personaggi raccontano di lui sembra proprio un gran figlio di puttana.

Hipster

E anche se Deshler è l’indiscusso protagonista, Broken Piano è un romanzo corale: spesso e volentieri il narratore lo abbandona e discende su un altro personaggio. Per esempio Hamler, il batterista della band, un uomo insoddisfatto che in fondo cerca solo l’approvazione degli altri, e che forse ha raggiunto lo scopo della sua vita diventando (di nascosto dai suoi amici) un assassino prezzolato per conto delle multinazionali degli hamburger. O Juan Pandemic, lo scheletrico bassista nonché tossico, che vive chiuso in uno stanzino buio che puzza di crystal meth, ricoperto di croste, ma poi bazzica su un computer da millemila euro e sembra avere uno strano rapporto col padre.
O Thurman Lepsic, spietato vice-presidente della Bust-A-Gut, che apparentemente vive per la sua azienda e per la curva dei profitti, ma al tempo stesso è vegetariano, odia l’odore della carne, e sogna di diventare un buon leader/padre per i suoi dipendenti. O Malinta, la conturbante carrierista dallo sguardo di ghiaccio e la parlata di un carrettiere, che vorrebbe smetterla di dire parolacce e diventare una buona madre (WTF!?). I personaggi di Wensink, come le persone reali, sono tutte fatte di luci ed ombre, a volte li troviamo degli insopportabili pezzi di merda e a volte li guardiamo e pensiamo: “awwwww”.

Sullo sfondo, il cinico mondo delle aziende e del marketing. In genere, quando uno scrittore affronta il mondo aziendale, o lo fa con piglio moralistico (personaggi bidimensionali e condanna morale dell’autore che grava come una cappa sul romanzo) o trasforma tutto in una macchietta divertente, sì, ma senza relazione con la realtà. Anche in Wensink c’è esagerazione grottesca (con multinazionali che pagano sicari per far fuori figure chiave dell’azienda rivale, o campagne pubblicitarie che violano i più basilari diritti umanitari), ma la mentalità aziendale, regolata dai bilanci trimestrali, dallo stress dei dati di vendita, dalla fedeltà eterna di facciata, dal rapporto ambiguo che si crea tra un manager e i prodotti della sua azienda, dalla paranoia e dall’ansia da prestazione continua nascosta dietro un muso duro, è ritratta con insolito realismo. C’è qualcosa di vero, e onesto, nel modo in cui Wensink parla della gente di marketing.
E poi c’è il weird. Un solo esempio: all’inizio del romanzo, la Winters’ Olde Tyme Hamburgers lancia sul mercato lo Space Burger. Ma come pubblicizzarlo? Ecco cosa organizza. Un gruppo di astronauti russi sottopagati viene mandato in orbita con un carico di Space Burger. Gli hamburger vengono infilati in una tuta vuota con legato un jetpack e lanciati nello spazio. Gli astronauti non hanno altro cibo con sé. Ogni incarto di Space Burger distribuito sul mercato ha un codice a barre; di tutto quelli distribuiti, 450mila codici danno al consumatore la possibilità di accedere ai controlli del jetpack e riportare la tuta carica di Space Burger agli astronauti, in modo tale che non muoiano di fame. Ma se un nuovo consumatore riscatta un altro codice valido, il controllo è immediatamente sottratto. Una troupe televisiva riprende il tutto in stile reality. E tu, non ti sei ancora affrettato a comprare il tuo Space Burger? O sei un orribile essere umano che preferisce vedere quei poveri astronauti morire di fame piuttosto che spendere qualche dollaro per provare a salvarli? …sì, è assolutamente fuori di testa come sembra.

Cosmonauti nello spazio

Non c’è niente di soprannaturale, di davvero impossibile in Broken Piano. E’ solo molto, molto sul filo dell’improbabile e dell’esagerato. Ci sono i terroristi russi che seminano il panico tra la folla. C’è la misteriosa azienda di prodotti ipocalorici che trama nell’ombra. C’è la coppia di produttori discografici giapponesi dai gusti folli. C’è la storia d’amore ghei. C’è l’hamburger a base di crystal meth. C’è la Papamobile. C’è pure una pistola di Cechov, sotto forma di video amatoriale girato da un nano che potrebbe contenere tutte le risposte. E ci sono esplosioni!
Wensink se la gioca tutta sul filo tra la plausibilità e l’implausibilità. E su questo filo, trova il modo di gettare sulla strada dei suoi personaggi dilemmi fin troppo seri e realistici: è meglio una vita vissuta rimanendo fedeli a sé stessi e seguendo le proprie passioni, o un lavoro vero, che non ci soddisfa ma che ci rende rispettabili agli occhi degli altri e di noi stessi? Cos’è l’arte, e come facciamo a sapere se stiamo facendo qualcosa di buono se non piace a nessuno? Cosa rende la vita degna di essere vissuta? Perché ci facciamo del male da soli e sembriamo ripetere sempre gli stessi errori? Ma questo non è un romanzo di Fabio Volo e non c’è una risposta; ci sono solo i destini diversi dei vari personaggi a seconda delle loro scelte. Il finale è strano, ti coglie di sorpresa, e non ho ancora deciso se mi piace. Ma se non altro non è quell’happy ending consolatorio da commedia di Owen Wilson e Vince Vaughn, che non suona mai credibile. Se siete artisti frustrati in attesa di riscatto, non cercate consolazione in Broken Piano for President.

Su tutto, prevale un ritmo forsennato, fatto da capitoli spesso brevi e a volte brevissimi e una sequela di avvenimenti che si accumulano con effetto valanga, lasciando al lettore poco tempo per respirare. C’è a mio avviso qualche errore nella gestione delle fasi della trama e della progressione verso il climax finale, ma son cose che si perdonano facilmente. Posso dire con certezza che era da qualche anno che non leggevo un libro così rapito, senza mai provare stanchezza o voglia di metterlo giù.
Dopo la mezza delusione di A Parliament of Crows e la delusione totale di Night of the Assholes, ho cominciato Broken Piano for President con una punta di scetticismo. Invece, mi sono trovato tra le mani quello che mi sembra essere il più bel libro mai uscito con l’etichetta di Bizarro Fiction – almeno tra quelli che ho letto. Spero che leggendo questa recensione così entusiastica non comincerete a pensare che abbia perso la mia lucidità – è solo un libro che mi ha colpito molto, che mi ha divertito, e che mi ha messo ansia nei punti giusti. Non è perfetto ma è un piacere da leggere – datemi retta! La mia unica, vera lamentela? Il titolo del romanzo è poco attinente col suo contenuto. “Broken Piano for President” è il titolo dell’unico, inascoltabile LP dei Lothario Speedwagon; ma a parte quello, non c’entra niente! Peccato.

E permettetemi di concludere con una domanda: If your life were a tasty Winters Burger, would you be the bun or the beef? Meditate, gente. Meditate.

Owen Wilson e Vince Vaughn

Owen Wilson e Vince Vaughn. I loro film sai come vanno a finire prima ancora di andare a vederli.

Ma insomma: è Bizarro Fiction?
Se eravate dei frequentatori di Gamberi Fantasy, ricorderete lo stralcio di intervista a Rose O’Keefe pubblicato in questo articolo. Alla domanda su cosa caratterizzasse una storia di Bizarro Fiction rispetto ad altri sottogeneri del fantastico, la O’Keefe aveva così risposto:

Many people say that science-fiction is weird fiction. But the thing is, most science-fiction has only a single weird element to the story. With bizarro, there are three or more. So to make a science-fiction story bizarro, two or more weird elements should be added.

Si potrebbe provare ad applicare quest’aritmetica a Broken Piano, controllare se nella storia vengano combinati almeno tre elementi catalogabili come “weird”. Ho provato a fare quest’esercizio (affamare astronauti come strategia di marketing? La guerra degli hamburger? Le performance disgustose di Deshler? E l’idea del cliff drinker, è di suo un elemento “weird”?); ma alla fine mi sono semplicemente sentito stupido.
Una soluzione ci viene invece guardando alla storia editoriale – o forse dovrei dire odissea – di Broken Piano; ce la racconta lo stesso Wensink in questo bell’articolo intitolato Getting Published After Six Years of Failures. Comincia con “I’ve been a failure at every job I’ve ever held”, quindi è un articolo divertente: leggetelo. In sintesi, Broken Piano è nato e cresciuto indipendentemente dal movimento Bizarro. Non solo è probabile che Wensink non conoscesse Eraserhead Press e le altre al momento della stesura, ma ha anche aspettato anni prima di rivolgersi ad esse; pensava che le destinatarie ideali del suo manoscritto fossero ben altre case editrici. Quindi possiamo dire che no, Broken Piano non era un romanzo pensato per essere Bizarro, e che lo è diventato solo per una serie di circostanze.

E’ anche vero, però, che le case editrici “serie” avevano sistematicamente respinto il romanzo, che Cameron Pierce ha invece visto il potenziale di Broken Piano e ha capito che poteva interessare l’audience della Bizarro Fiction, che Wensink e i ragazzi della Bizarro si sono trovati bene insieme. Un’etichetta di sottogenere è utile finché serve a far capire a chi può interessare, e anch’io penso che possa piacere agli amanti della Bizarro soft, non spiccatamente weird.
I suoi cugini più prossimi, è vero, non sono le altre opere di Bizarro; sono i romanzi sarcastici alla The Sirens of Titan di Vonnegut, i fantasy comici alla Christopher Moore e le commedie nere epico-urbane tipo Una banda di idioti di John Kennedy Toole. Decidete voi se è il tipo di storia che vi aggrada.

Jack Daniel's Logo

Trova le differenze.

Dove si trova?
Purtroppo, non ho trovato Broken Piano sui canali pirata. Wensink comunque è un bravo autore all’inizio della sua carriera, e se gli estratti che qui trovate vi sono piaciuti è anche giusto comprarlo; stranamente, su Amazon l’edizione kindle costa molto di più del paperback! Considerate le spese di spedizione, a noi italioti conviene comunque l’edizione digitale.

Qualche estratto
Ci sono così tanti brani del romanzo che meriterebbero di essere postati, anche solo per il fatto di essere pieno di capitoli brevi e sketch gustabili per sé stessi. Ho scelto una manciata di pezzi eterogenei, giusto per dare l’idea: un dialogo tra i membri dei Lothario Speedwagon sulla campagna di marketing dei poveri cosmonauti senza cibo; un capitolo interamente costituito da un esempio di conversazione tra Deshler e un amico che incidentalmente ci dice molto sul nostro protagonista; e infine una raccolta di recensioni dell’LP dei Lothario Speedwagon. Enjoy!

1.
The band works up a thin layer of sweat and finishes more bottles. In the middle of a collective noise-demolition, Pandemic holds a metal sheet over his scuffed head, yelling: “Stop, stop, wait, hold on.” The band spins out of control with feedback and drunk muttering through the PA until the insect buzz of thousands of Christmas lights fills the room. “What time is it?”
Henry looks at his phone. “Only ten forty five, why?”
“Oh, man,” Pandemic pouts like a child with melted ice cream. “Why didn’t any of you tell me?”
They look confused.
“We’re done. Now I’m missing the webcast.”
“Webcast of what?” Deshler asks, again questioning everyone’s commitment. He slumps against a wall, his loose skull bobbing side-to-side.
“Jesus, dude. Come on. The Space Burger webcast.” Pandemic fetches a laptop and starts typing.
[…] “Hey, we’re practicing,” Dean’s voice is like a nasty shove. “Don’t you guys care about this?”
“Man, we can listen to my fine-ass drumming later. This shit’s important.” Juan looks down at his screen, face glowing blue.
Through a haze of turpentine wine, Deshler thinks it is kind of odd that Pandemic has a laptop and even more unthinkable that this dump has Wi-Fi. “What are you guys so worried about?” Deshler says, annoyed.
“I swear, man, you are totally out of it. Do you know what year it is, who the president is?” Pandemic says.
“Cute,” Dean says.
“What did they teach you in orphan school?”
“I went to regular school,” Dean gets red. “Quit being a dick and tell me what’s up.”
“Okay, Oliver Twist. There is a spacesuit floating around in orbit. If you have the right burger wrapper number sequence, you can control the jetpack from Earth.”
“Why would you want to do that?”
“Duh, so you can feed the starving cosmonauts with all the hamburgers in the suit and become famous,” Pandemic says.
“And win four hundred and sixty thousand dollars,” Henry adds.
Pandemic says, “Yeah, I forgot.” He tugs hamburger wrappers from deep inside his sweatpants and smoothes them out. Each has a sticker with a different bar code. “It’s a real life video game. This is pretty much the most important thing in the world. Don’t blow it for me.”
“The further the suit floats away from the space station, the harder it gets to guide it back, obviously,” Hamler says.
“Big deal. What if nobody does?”
“That’s totally unlikely,” Pandemic says. “There are four hundred and sixty thousand winning numbers. You can enter your number at any time to control the suit, but anyone else with numbers can override you and steal the controls. The last person in command when the suit floats home is the winner. The whole country is a team. Get some patriotism, asshole.”
“Isn’t that kind of like Cannonball Run?” Deshler says.
“No,” Pandemic sounds blunt and mean. “Plus, the cosmonauts don’t have any other food. Not even freeze dried ice cream. Their lives are in our hands. So, stop being a total douche, and give a shit about all this.”
“So…what? Practice is over because of a hamburger?”
“Sorry, man. I guess I’ll have to save somebody’s life instead. I feel real bad about it.”

Bear Grylls a McDonald's

Never gets old.

2.
*Excerpt from an eye-rolling conversation between Deshler and a friend.
DEAN: The longest I ever waited? I once had to wait three months for a video to arrive.
FRIEND: That’s ridiculous. Was it something kinky from Thailand? Ping-pong balls or orangutans and stuff?
DEAN: No, better than that. It was this rare Butthole Surfers tape.
FRIEND: Oh, dude, don’t start…
DEAN: Gibby was wild as shit at this concert, Milwaukee or something. There was smoke, a small pile of burning trash on the stage, an old medical school film of a penile transplant playing behind the drummers—
FRIEND: Drummers? As in plural?
DEAN: Yes, they had two. I’ve told you this. Anyway, he was singing real nasty. Gibby just ripped apart this mannequin and there were chunky plastic limbs everywhere. He took out this wiffleball bat…
FRIEND: Dude, come on, this was only interesting the first hundred times you told me.
DEAN: Gibby’d pissed in the bat’s tiny opening earlier, and was swinging it around. Called it his Piss Wand. It splattered the audience. He was singing “The Shah Sleeps in Lee Harvey’s Grave.”
FRIEND: And this guy’s your hero? That’s kind of messed up.
DEAN: No, not at all. Look, I needed that. When I bought that video my brother and I were staying at, at, at this relative’s place. My folks were…you know.
FRIEND: Gone?
DEAN: In several senses. Anyhow, Gibby burned into my skin like a fog lamp. He was up there doing it, bringing people to their knees like a puke-stained preacher.
FRIEND: You’re sick. I need to go home. Can you grab my coat? You should really try watching some of that Thai porno. Sounds like you need a little culture.
DEAN: Gibby broke the rules. He did everything, so now anything is possible. His art was so over the top that he clear-cut a forest for the rest of us to march through. I can do anything I want. My art is free, thanks to him.
FRIEND: I’ll be sure to send him a card.

3.
In addition to selling their tape online and at gigs, Lothario Speedwagon mailed out free copies of Broken Piano for President to magazines and websites they thought would review it. Though, the band is still not sure how Japanese reporters got a hold of the cassette. Here’s what the press has to say:

“There’s a guy yelling about pianos…maybe…it’s hard to tell because it sounds like he’s underwater. And I think there are a couple other guys destroying a Chevy with hammers. My speakers are bleeding.” –Le Bombsquad.org

“Thirteen minutes of uncomfortable hell.”
–Standard Times Review

“The deepest voice this side of the Grinch.”
–Tucson Weekly

(Translated from Japanese) “Lothario bad bad bad noise feels good good good to young ears!!!!”
–Nagano Weekly Gazette

“Who wasted money on this thing getting printed?”
–Squeege Blog.com

“I don’t get it.” –Broken Mirror

“A tape? Seriously? Who makes tapes anymore? I had to go to my grandma’s house just to listen to this stupid thing.”
–Imperfect Scrawl

“In a world where so many bands try very hard to seem insane, you get the vibe Lothario Speedwagon just rolled out of bed that way.” –Clap Amp Quarterly

“My first thought was, ‘Eewww, are these fingernails and band aids?’” –Static Magic Monthly

“I didn’t hear a guitarist in the mix. However, that doesn’t mean Lothario Speedwagon isn’t torturing one in a dark shed somewhere.” –Weekly Observer

“Until now, no band has properly captured the sound of tossing bags of urine at you. Enter Lothario Speedwagon.”
–Impact Weekly

“I want to think these guys are just that cool for making a tape, but my best guess is that they’re just that dumb.”
–[YELLOW] Journalism

(Translated from Japanese) “Ear holes make yummy buzz, melt bubble gum to trashcans. Babies dance! Babies dance!” –Tokyo City Blues.com

(Translated from Japanese) “Burn Lothario like nuclear missile of love. Hail, hail, hail, The Anti-Beatles.”
–Osaka Daily News

Tabella riassuntiva

Un romanzo assurdo sulla vita, l’arte, la carriera, il marketing. Prosa troppo eclettica per alcuni palati.
Personaggi ambigui e tridimensionali. Forse troppo poco Bizarro per essere Bizarro Fiction.
Ottima alternanza di digressioni divertentissime e momenti drammatici.  
Ritmo incalzante per tutto il romanzo.  
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I Consigli del Lunedì #34: The Egg Man

The Egg ManAutore: Carlton Mellick III
Titolo italiano: –
Genere: Horror / Bizarro Fiction / Distopia
Tipo: Novella

Anno: 2008
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 150 ca.

Difficoltà in inglese: **

Her vagina opened wide and released the babies. Hundreds, maybe thousands, of tiny fetus flies fluttered out of her.

Lincoln è uno Smell (Olfatto); significa che l’olfatto è il suo senso dominante, e può sentire odori che gli altri non sentono. Come tutti i bambini allevati dalla Georges Organization, deve diventare un artista, e ha deciso che diventerà un pittore. Ora che ha finito il periodo di apprendistato, l’organizzazione gli ha assegnato una stanza in un palazzo fatiscente dove dovrà mettere a frutto ciò che ha imparato. Ha quattro anni di tempo per dimostrare il suo talento e la sua unicità, o la GO lo disenfranchiserà e lo butterà in mezzo a una strada. A quel punto sarà una persona senza diritti e senza un soldo.
In un mondo in cui tutti gli esseri umani nascono come mosche-feto indifese; in cui quelle che sopravvivono all’infanzia e acquistano un aspetto umano, vengono spartite tra le compagnie e allevate nelle loro scuole, dove vengono indottrinati con i valori dell’azienda; dove gli unici diritti che possiedi sono quelli dati dalla compagnia a cui appartieni; dove la povertà e la miseria sono ovunque; in un mondo simile, la vita è dura per tutti. Ma è particolarmente dura per uno Smell che vuole fare il pittore ed è circondato da gente ostile. E ora c’è una donna disgustosa e incinta, Luci, una Sight (Vista), che lo perseguita; e il suo ragazzo, che crede che Lincoln se la voglia portare a letto e ha giurato che lo ammazzerà; e una faida che si sta preparando nel suo palazzo tra gli uomini della OSM e quelli della MSM; e il puzzo disgustoso di fico e carne di hamburger macinata che filtra dalla stanza accanto a quella di Lincoln, e che si dice appartenga al misterioso uomo-uovo. E Lincoln sente di essere spacciato: non ha un briciolo di talento.

Si può far puzzare un libro? Scrivere con una prosa talmente vivida da evocare odori, profumi, puzze così come si evocano immagini o suoni? E’ quello che ha provato a fare Mellick in questa novella di poco più che un centinaio di pagine, scegliendo come protagonista un uomo che vive di odori, che filtra la realtà prima di tutto attraverso il suo naso.
E’ quasi un anno che questo blog non ospitava una recensione sul più bravo autore di Bizarro Fiction, per cui mi sembra opportuno rimediare. The Egg Man è una delle sue opere meno conosciute, ma anche una delle più particolari. Se infatti la Bizarro Fiction, e Mellick in particolare, con la sua prosa quasi infantile, ci ha abituato ad atmosfere leggere, e più grottesche che drammatiche, questa novella – che prende a prestito diversi elementi del cyberpunk distopico tradizionale per farne qualcosa di nuovo – è di una cupezza e di un cinismo disperanti. E’ anche una storia particolarmente autobiografica (per stessa ammissione di Mellick), in quanto parla del processo creativo e di come un artista possa smettere di fare schifezze e produrre qualcosa di buono.
Mellick ha dichiarato sul suo blog di trovare The Egg Man una delle cose migliori che abbia mai scritto. Io ho scritto nella mia classifica che a mio avviso è proprio il miglior libro di Mellick. Ora proverò a spiegarvi perché.

Fico e carne di hamburger

E questo accostamento è ancora nulla.

Uno sguardo approfondito
Cosa rende la prosa di Mellick così piacevole da leggere? Tre cose: l’uso del mostrato, la semplicità nella costruzione delle frasi e il timbro caldo della voce narrante. Come molti suoi libri, la storia è raccontata in prima persona. Questo permette all’autore di commentare le cose che accadono e inserire piccoli brani di informazione in modo naturale, senza mai dare l’impressione di fare infodump. Il timbro lineare, molto matter-of-fact di Lincoln, rende per contro le cose che vede e le persone che incontra ancora più inquietanti; e al contempo, il suo tono lamentoso e rassegnato ci dice molto su di lui. E dato che un esempio vale più di mille parole: “The inside of the building smelled like vinegar-ham and a nutty variety of pipe tobacco smoke. It could have been worse. Some of these buildings smell like urine and dead rats. I couldn’t handle a place that smelled like urine or dead rats.”
Ed è molto anche importante l’ordine in cui si inseriscono le scene. Per esempio, l’incipit del romanzo fa così: “The fetus fly wasn’t yet dead when my steel-toed boot squished into it. The thing was lying there, half dead. It was trying to cry but its vocal cords were dried out.” Un’immagine che già di per sé è abbastanza disgustosa. Ma poi, nel capitolo successivo: “I wondered what it was like when I was just a fetus fly. I wondered why I was the one to survive out of all of those that I was born with.” BAM! Salta fuori solo adesso che il protagonista ha spiaccicato un proprio simile. Peggio: un neonato.

Ma questi concetti li abbiamo già detti e stradetti. Ciò che ci interessa adesso è: è riuscito Mellick a dare corpo al mondo di odori del suo protagonista? La risposta: in parte. La soluzione di Mellick è quella degli elenchi – la stanza dell’Henry Building dove vive sa di vaniglia artificiale mescolata a lucido per legno e pelo di cane bagnato; Luci puzza di chiodi di garofano.
Detto così può suonare un po’ asettico, ma inserito nel flusso della storia funziona abbastanza bene e presto mi sono trovato avviluppato nelle variegate puzze del mondo di The Egg Man. Alla definizione degli odori in sé e per sé si sommano le reazioni (più o meno disgustate) di Lincoln e i dati mandati dagli altri sensi (gli aloni di sudore sotto le ascelle di Luci, la nuvola di fumo della sigaretta ai chiodi di garofano che fuma, i piedi lerci…). E se alcuni accostamenti sembrano messi lì a caso, i primi che gli venivano in mente, altri suonano azzeccati. Il risultato è soddisfacente, e del resto non saprei come esprimere gli odori in un modo migliore.

Mosca morta

Un caso di omicidio?

Ma non pensate che scrivere in questo modo sia semplice o banale. Anzi: proprio la sinteticità delle descrizioni richiede una certa abilità nel sapere cosa e quanto tagliare. Del resto è impressionante pensare a quante cose, quante trovate e dettagli del suo mondo Mellick abbia potuto condensare in una novella che si leggere in un pomeriggio. E come cazzo gli sono venute in mente?
Dal fatto che tutti gli esseri umani nascano nella forma di mosche, che poi si ingrossano giorno dopo giorno, sempre più indifese e disgustose, finché perdono le ali e acquistano sembianze umanoidi; all’immagine di corporativi che vanno in giro per le strade armati di retino per acchiappare le mosche-bambino e portarle dietro i recinti degli asili nido della loro compagnia; all’idea che tutti gli esseri umani siano divisi in cinque tipologie, ciascuna con un senso dominante (i Sight, i Sound, i Taste, i Feel e naturalmente gli Smell); a piccoli dettagli come il fatto che ogni azienda abbia proprio la lingua, e che ad esempio agli uomini della Toyota sia insegnato solo il Toyotese e non la lingua comune perché siano leali alla casa madre e non fraternizzino con le altre; al modo in cui Lincoln mescoli pittura e odori per creare le sue tele. E così via, e così via.

Molti lettori, probabilmente la maggior parte, troveranno quest’atmosfera di crudeltà e cose schifose asfissiante e illeggibile. Per quanto mi riguarda, lo trovo affascinante proprio per la capacità di Mellick di rendere onnipresente questa sensazione di sporco. Sporco fisico come sporco morale. Tutti i personaggi di The Egg Man sono figure ambigue, di cui non ci si può fidare fino in fondo neanche quando sono amichevoli (le rare volte in cui questo accade); ma di cui del resto non si può neanche dire che siano cattivi perché sì. Luci è una sanguisuga, una donna che si approfitta degli ingenui per campare sulle loro spalle, ma è anche l’unica a dare del calore e una direzione alla vita di Lincoln – e allora chi sta usando chi? E del resto, Lincoln è buono, o è semplicemente un vigliacco, un debole, che si comporta in modo educato solo per aumentare le proprie possibilità di sopravvivenza? E come si comporterà se dovesse trovarsi con il coltello dalla parte del manico?
Soprattutto, The Egg Man racconta una storia. Va in una direzione. Tutti quegli elementi strani non sono messi lì a caso, ma sviluppano il dramma personale di Lincoln e i suoi tentativi di affermarsi come artista, per salvarsi dal finire in mezzo a una strada con un coltello piantato nella schiena e dare un senso alla propria vita. Il ritmo è rapido, e diventa sempre più rapido mano a mano che si va avanti e gli eventi si accavallano gli uni agli altri. E tra gli esami settimanali di fronte alla severa commissione artistica della GO, il rapporto di attrazione e diffidenza con Luci, gli sprazzi di violenza che si moltiplicano nel palazzo, la follia artistica che cova dentro Lincoln, e l’uomo-uovo, c’è sempre qualcosa a tenere impegnata la curiosità del lettore. E con personaggi così ambigui, davvero non si sa mai dove la storia andrà a finire e cosa ne sarà dei nostri “eroi”. Gli ultimi capitoli sono spiazzanti – o almeno, lo sono stati per me – e il finale è un vero pugno nello stomaco.

Bear Grylls e la piscia

La fuori è una giungla.

Quasi tutti i libri di Mellick che ho letto rientrano in una di due categorie. Ci sono – soprattutto nel Mellick del primo periodo – i tour-de-force di Bizarro, storie con una ricchezza immaginativa e trovate che non avrei avuto nemmeno nei miei incubi migliori, mostrate con un pov saldissimo; e che però mancano di una trama vera e propria, sembrano andare un po’ a casaccio e finiscono spesso senza un finale. E ci sono – soprattutto nel Mellick degli ultimi anni – storie costruite più attorno alla trama, all’interplay tra i personaggi, più coerenti; che tuttavia rinunciano a un po’ di bizzarria per seguire canovacci più tradizionali, e spesso hanno una gestione del pov più approssimativa. Per rimanere su libri di cui ho già parlato sul blog, un esempio del primo tipo è il racconto lungo The Baby Jesus Butt Plug, mentre un esempio del secondo tipo è il romanzo Warrior Wolf Women of the Wasteland (1).
The Egg Man prende il meglio dell’uno e dell’altro tipo, e ci dà una storia breve che è al contempo immaginazione selvaggia, prosa materica, una storia consistente e personaggi interessanti. Il Bizarro non ostacola lo sviluppo della trama, ma anzi la rinforza. L’unico difetto (molto soggettivo) è che The Egg Man è disgustoso, cinico e deprimente quant’altri mai. Ma se vi piace il Bizarro, l’odore di piedi e pus non vi spaventa e magari volete farvi un po’ del male, be’, dovete leggerlo.

Dove si trova?
Purtroppo, a differenza di molti altri libri di Mellick, The Egg Man non è mai stato piratato – o quantomeno, non sono mai riuscito a trovarlo in nessuno dei canali di mia conoscenza – e forse è per questo che è poco noto anche tra molti suoi fan. Comunque, è disponibile su Amazon un’edizione kindle a 5,99 Euro. Trattandosi di una novella il prezzo è un po’ alto, ma io non me ne sono pentito.

Su Mellick, di nuovo
Sul mio Anobii puntualmente non aggiornato, Mellick figura come l’autore di cui ho letto più libri dopo Dick. Non è strano, considerando quanto scriva e quanto ci si mette in media a leggerne uno. Ecco quindi una seconda cernita di suoi libri che mi hanno in qualche modo colpito (anche se soltanto l’ultimo dei tre merita davvero di essere letto). Se ve lo state chiedendo, i primi due appartengono ai libri mellickiani del ‘primo tipo’, il terzo a quelli del secondo.
Adolf in Wonderland (new cover) Adolf in Wonderland è una novella ambientata in un mondo in cui l’utopia nazista ha conquistato il mondo. Un giovane ufficiale ariano delle SS è mandato in missione in una terra sperduta, a trovare ed eliminare l’ultimo essere imperfetto sulla Terra; ma il mondo nel quale sta entrando è ben lontano dalla perfezione, e lo precipiterà da un’assurdità all’altra. Malgrado il plot promettente e un protagonista interessante, il libro si perde in una successione di avvenimenti abbastanza sconnessi tra loro e non va a parare da nessuna parte; l’argomento della “perfezione” è un po’ il pretesto della storia ma non viene davvero approfondito. Occasione sprecata. Ah, quella è la nuova copertina!
Ugly HeavenUgly Heaven è un’altra novella di esplorazione di un mondo assurdo. Due uomini si risvegliano, dopo la morte, in Paradiso; ma l’aldilà è ormai diventato un luogo spaventoso, colmo di sofferenza e pericoli, e Dio sembra scomparso o morto. Tree e Salmon andranno alla ricerca di un senso e di un luogo che possano chiamare casa. Il Paradiso di Mellick è pieno di idee interessanti – soprattutto quelli inerenti alla trasformazione dei corpi umani e dei nuovi sensi – ma anche questo libro non risponde ai suoi perché e non conclude niente; si vede che la storia manca di un finale. Migliore di Adolf in Wonderland, ma con gli stessi difetti (2).
Zombies and Shit Zombies and Shit è un romanzo lungo che mischia insieme Battle Royale e un post-apocalittico zombesco. I ricchi annoiati organizzano un programma televisivo in cui una serie di vittime vengono rapite dai quartieri poveri e gettati in mezzo agli zombie. L’unica via di salvezza: un elicottero posto all’altro capo del percorso, che può ospitare una sola persona. Chi riuscirà a salvarsi e a tornare alla propria vita, in questo tutti contro tutti letale? Il miglior romanzo lungo di Mellick: personaggi divertenti, un sacco di storyline che si intrecciano, adrenalina e cose schifose. Persino gli zombie sono interessanti (e schifosissimi)!

Qualche estratto
Il primo estratto dovrebbe dare un’idea chiara di come gli odori impregnino ogni scena o quasi di questa novella, e della fantasia di Mellick nell’utilizzarli e descriverli. Il secondo mostra in un colpo solo i personaggi principali della storia (Lincoln e Luci), come sono scritti i dialoghi in The Egg Man e il modo naturale e non-fastidioso in cui l’autore ci dà frammenti del background del suo mondo.

1.
In the dark, I smelled the air and tried to identify my surroundings by their scent. It’s kind of a weird thing to do, but all Smells do it. We can’t help ourselves. I wish I would have been a Sight or maybe a Sound, but my dominant sense had to be Smell.
I sniffed about 17 different scents in the air. The dominant scent was the cigarette smoke that was issuing into my room from under the door. The second most dominant smell was the sink. There were actually four different scents coming from the sink. One was the rust of the faucet metal, one was the light sewage flavor coming out of the drain, one was a rotten odor coming from the scum that lined the drain, and the last was an odd black pepper smell that seemed to come from the water.
I continued smelling the room. There were four varieties of dust aroma. There was a maple syrup odor coming from the closet. There was a greasy smell hidden behind the toilet. There were a few smells coming in from the outside; two forms of pollution from the nearby factories and a burnt spaghetti sauce from the window of an above neighbor’s kitchen. After a couple hours, I had figured out the origins of 16 of the 17 smells. But there was one that I couldn’t figure out. It smelled like fig and raw hamburger meat. It issued from the west wall of my apartment.
After smelling the wall for several minutes, I had to turn on the light to see if there was a stain there. It could have been a strange cocktail that was thrown at the wall, or maybe the grease of a sweet and spicy Asian meal was wiped along the bricks. But, after close examination, I couldn’t find anything unusual about the wall. There wasn’t a sticky film anywhere.
The smell didn’t seem to come from the wall itself, but from something on the other side of the wall. It must have been something extremely pungent for me to be able to smell it through brick. I wondered what the heck that smell could be, racked my brain trying to figure it out, but it remained a mystery.
I fell asleep close to dawn with the room’s smells attacking my nostrils.

Weird smells everywhere

2.
On the way home, I ran into the pregnant woman again. She was sitting on the sidewalk without any pants on. She was crying and breathing hard. Her eyes were covered by a pair of ashy smog goggles and her sweaty white tank top was being held up by her chin.
As I passed her I said are you okay?
No she said.
I said what’s wrong?
She said what the fuck do you think?
I then realized what was happening. She was about to give birth.
I said is there anything I can do?
She said I’ve done this dozens of times before.
I said I’ve never seen a birth before and want to help anyway.
She asked if I had anything to put under her ass.
She said my ass is killing me.
I said I have a package of paper towels.
She said give it a try.
Then she lifted her bare butt off of the pavement and waved me over.
I slid the 4-pack of paper towels under her and she sat down on it.
Not much better she said.
Sorry I said.
I watched her huffing and puffing for a while.
She said are you just going to stand there?
I shrugged at her.
I knelt down and held one of her hands. I didn’t know what else to do.
She gave me an annoyed look, but she didn’t refuse my hand. Her palm was gritty and cold. When her breathing got heavy, she squeezed my hand as tight as she could.
Once it happened, she leaned back into my arm and the sweat from her hip got onto my wrist.
She said here it comes.
Her vagina opened wide and released the babies. Hundreds, maybe thousands, of tiny fetus flies fluttered out of her. They swarmed into the air and created a small cloud. I’d never seen so many fetus flies before. I’d never seen them so tiny. They were only the size of small moths. I watched as the swarm of tiny babies spread apart and went their separate ways. Half of them wouldn’t survive the night. Those that made it would double in size every day. Only a few of them, if any, would live long enough to see adulthood.
After they were all gone, the woman said leave me alone.
I left her alone.
She looked exhausted. Her head slumped to her knees. She pushed the package of paper towels out from under her. They were covered in a black goop. I thought she better keep them. I didn’t want to know what that black afterbirth smelled like.
Upon entering the Henry Building, I looked back at the fetus flies dissipating in the distance. I wondered what it was like when I was just a fetus fly. I wondered why I was the one to survive out of all of those that I was born with. Luck, most likely. Luck had a lot to do with it. Too many fetus flies were unlucky. They died from the cold, they got zapped by bug lights, they got trapped in spider webs, they got eaten by birds, they got splattered across car windshields. And once they grew larger they were hunted by alley cats and shot with pellet guns by the neighborhood children. They got caught in the machines on the industrial side of town and they got poisoned from drinking the water in the river.
You had to be really lucky to survive infancy.

Tabella riassuntiva

Una distopia che trasuda sporcizia e crudeltà da ogni poro! Troppa insistenza sullo schifoso e il deprimente per il lettore medio.
Ottima prosa mostrata, dominata da puzze e profumi. La descrizione degli odori non è sempre convincente al massimo.
La quest artistica del protagonista è affascinante.
Ambiguità morale che rende la storia imprevedibile.

(1) Restando in argomento, The Haunted Vagina è forse l’unico altro romanzo di Mellick che trovi una buona sintesi tra i due tipi di storia. Gli altri due libri mellickiani che adoro, Zombies and Shit e Apeshit, sono entrambi del secondo tipo: alla fine continuo a preferire i libri con una storia.
(2) Scrive Mellick nell’introduzione alla novella che non gli dispiacerebbe tornare nell’ambientazione di Ugly Heaven con alcuni seguiti, in cui spiegherebbe finalmente perché il Paradiso è diventato quel che è diventato e che ne è stato di Dio. Ma per farlo, vuole aspettare che dei lettori gli chiedano attivamente di farlo (per esempio, sul suo blog), mostrando interesse. Io credo che lo farò, perché bene o male sono curioso, e deluso dal finale tronco di Ugly Heaven.

Le contraddizioni di un piccolo editore

EraserheadIl nome è quello del primo, allucinato lungometraggio di David Lynch (quando ancora faceva bei film). Il protagonista, un tipo qualunque con la sfortuna di avere per figlio un piccolo alieno deforme e una cantante piena di cancri in faccia che vive nel suo calorifero, ad un certo punto ha una visione: la sua testa si stacca dal corpo e precipita dal cielo. Un bambino la raccoglie e la porta in una fabbrica, dove viene trasformata in una gomma per matite: Eraserhead.
Eraserhead Press è, al momento, uno dei miei editori preferiti. Se siete frequentatori di vecchia data di questo blog, sapete già di cosa sto parlando: è la casa editrice che ha ‘inventato’ la Bizarro Fiction, nonché quella che ne pubblica la maggior parte. E’ quella che ha lanciato la carriera di Carlton Mellick III. E’ il porto degli amanti del grottesco.

Sembra incredibile che un editore così piccolo sia riuscito a realizzare tanto – a creare un nuovo sottogenere letterario, a radunare attorno a sé una comunità piuttosto unita di scrittori, aspiranti tali e lettori, e a lanciare decine di titoli all’anno. In realtà, ciò che gliel’ha permesso sono state proprio le sue piccole dimensioni. Il Duca ha più e più volte comparato le grosse case editrici a dei dinosauri: goffi, lenti a reagire, iper-burocratizzati. Difficile aspettarsi da uno di questi bestioni che prendano iniziative fuori dagli schemi; loro devono fare i numeri grossi per poter pagare tutto quel personale, e le sedi e i magazzini, e quindi devono inseguire il mercato di chi legge uno-due libri l’anno, e poi magari pubblicare questo romanzo dell’amico del giornalista che in cambio gli fa una recensione sull’inserto del Corriere e quell’altro libro della sorella dell’amica del cugino della figlia dell’amministratore delegato di Boh.
Una piccola casa editrice non ha tutto questo vekkiume ad appesantirla; può prendere decisioni rapide e radicali. Avrebbe, quindi, una chance in più di offrire qualcosa di bello. Questo, però, di solito non accade. La galassia dei piccoli editori sembra perlopiù una versione peggiorativa di quanto di peggio hanno le grosse case: meno soldi e quindi meno editing (che quasi sempre significa scarso o nessun content editing, ma a volte nemmeno line editing!), meno promozione, meno tutto.

Bizarro Convention

I tizi della Bizarro Fiction in un’imitazione della grande editoria italiana.

Il ‘segreto’ della Eraserhead è una banalità. “C’è una nicchia che l’attuale mercato della narrativa non copre; infiliamoci! C’è una categoria di lettori amanti del weird, dei film trashoni di serie b, del grottesco, insoddisfatti dell’attuale offerta del mercato della narrativa fantastica, e alla ricerca di qualcosa di nuovo; accontentiamoli! E dato che anche a noi piacciono un sacco queste cose, siamo le persone più adatte per soddisfarli”.
Scegliersi una nicchia e restare fedeli alla nicchia. Non una generica casa editrice di ‘narrativa fantastica’, o nemmeno di ‘fantasy’ o di ‘sci-fi’. L’offerta della Eraserhead è sempre stata abbastanza chiara: storie fantastiche imperniate sull’assurdo, sullo schifoso, sul disturbante; di piccole dimensioni (mediamente di 100-200 pagine, a cavallo tra novellas e romanzi brevi); ironiche e immaginose, ma senza pretese letterarie; spesso ispirati all’immaginario dei filmacci di genere (da Romero a Troma). Attorno al concetto di ‘Bizarro’, poi, hanno saputo costruire la propria immagine, un’immagine che non si può confondere con quella di nessun’altra casa editrice. E’ stato così che hanno focalizzato attorno a sé i primi lettori.

Il Duca ha già spiegato più e più volte (quando ancora aveva interessi diversi dal Franciacorta) che per sopravvivere alla rivoluzione digitale gli editori non potranno più limitarsi a fare i gatekeeper, ma dovranno diventare aggregatori di servizi. Editing, impaginazione e grafica, pubblicazione sulle piattaforme online, pubblicizzazione, gestione dei rapporti con i lettori, eventuali traduzioni, eccetera. Lo credo anch’io. Liberare l’autore di questi compiti ‘gestionali’ e di marketing sono l’unica ragione per cui un autore dotato di cervello potrebbe preferire affidare il proprio manoscritto a un editore invece di autopubblicarsi. E gli editori dovranno impegnarsi, per convincerci che possono ancora essere buoni a qualcosa.
Ma a questa realtà voglio aggiungere un altro elemento. Una piccola casa editrice, se vorrà essere riconosciuta, se vorrà diventare un punto di riferimento per i lettori, e se vorrà sopravvivere alla competizione a suon di Euro dei Grossi, dovrà individuare la propria nicchia – una nicchia ancora non, o non adeguatamente, coperta – e costruirci sopra la propria immagine. Babbage Editori: la prima casa editrice italiana dedicata allo Steampunk di Qualità! Non si può sperare di entrare sul mercato offrendo ‘di tutto’, perché del ‘di tutto’ non frega niente a nessuno. E poi, se siete piccoli e avete solo uno o due editor, ciascuno specializzato nei propri generi, come sperate di essere credibili se questi devono mettersi a editare qualsiasi tipo di libri, dal romanzo rosa al noir al fantasy tolkeniano? E’ la via più sicura per produrre lavori di scarsa qualità, perdere la faccia e finire nella melma delle centinaia di micro-editori tutti uguali.

Bizarro Convention

Una sintesi dei valori della Bizarro Fiction.

Il passaggio dai libri di carta agli ebook è la più ghiotta occasione per questo tipo di casa editrice ‘specializzata’: si abbattono i costi di produzione e distribuzione, e diventa più facile raggiungere la propria nicchia di lettori (attraverso un uso intelligente dei tag). Nel mercato anglosassone si possono raggiungere numeri allucinanti di lettori, ma anche nel piccolo della nostra Italia semianalfabeta, se si lavora bene, qualche soldo lo si può fare.
Trovo quindi paradossale lo scarso impegno della Eraserhead Press in questo senso. Quando si tratta di libri digitali, la madre della Bizarro Fiction, che si fregia di essere tanto avanguardista, sfrontata, coraggiosa, innovativa, di colpo diventa più conservatrice dei dinosauri italiani. Molti libri di Mellick, l’autore di punta della Bizarro, in formato digitale semplicemente non esistono – per leggere Adolf in Wonderland ho dovuto importare la versione cartacea dagli Stati Uniti. Prezzo maggiorato, una settimana e mezza perché arrivi, e c’è pure il rischio che si sia rovinato nel trasporto.
Le ultime opere di Mellick digitalizzate (The Morbidly Obese Ninja, Crab Town, Fantastic Orgy) risalgono all’inizio del 2012; da un anno a questa parte, non ne fanno più. Altri autori di prima linea, come Kevin Donihe, non sono mai stati pubblicati in ebook, e così decine di scrittori minori di Bizarro che avrei letto volentieri. In altri casi, l’ebook c’è ma viene gestito nel modo sbagliato: come HELP! A Bear Is Eating Me di Mykle Hansen (ne parlai bene agli albori del blog), agile libretto che si legge in un pomeriggio ma che hanno il coraggio di metterti a 6,99 Euro.

Che ci sia dietro una qualche ragione strategica? No. Queste le uniche parole di Mellick in merito, scritte sulla sua message board nel forum della Deadite Press a Marzo 2012:

There won’t be any new kindle editions for at least a couple months. The guy who designs the eraserhead/deadite kindles just left for a long vacation.

Da allora, più nulla. WTF? Il tizio che fa gli ebook se n’è andato e si blocca tutto? Non stiamo parlando di un ingegnere nucleare: è un lavoro che anche una persona digiuna di HTML può imparare a fare in una settimana! E’ chiaro che c’è qualcos’altro sotto, ossia l’incapacità dei tizi di Eraserhead di capire come si stia muovendo il mercato. Forse credono di stare rinunciando a un vezzo, a qualche numero in più che si può sempre recuperare dopo; non si rendono conto che stanno perdendo vagonate di lettori e di passaparola.

Eraserhead Press

Le belle facce di Eraserhead Press.

E intanto, sul sito di Bizarro Central, sul blog di Mellick, e anche su molti dei libri di Bizarro che ho comprato, si trova l’invito a diffondere la fama del genere in questo modo: cercarlo nelle proprie librerie e biblioteche di fiducia e, se non lo si trova, richiederlo.
Sì. Dico sul serio. C’è scritto.
Non so esattamente cosa sperino di ottenere in questo modo. Forse sperano che prima o poi questa crociata per l’inserimento della Bizarro nei canali normali scateni lo sdegno di qualche pia WASP e che si scateni un putiferio mediatico che porti qualche pubblicità al movimento. O forse ci credono veramente. Ma è assurdo. Un genere di nicchia come la Bizarro, scritto in una lingua che è parlata in tutto il mondo, sembra nato apposta per essere diffuso in digitale: istantaneamente, senza barriere geografiche, scavalcando a pié pari la diffidenza dei distributori tradizionali. Non mi sarei mai avvicinato alla Bizarro se non avessi avuto la possibilità di scaricarmi un paio di libri di Mellick e verificare che roba fosse. E ora smetterò di comprare suoi libri, perché non è che tutto quel che scrive valga la carta su cui è stampato, e ho preso più di una sòla dalla Eraserhead, e non ho più voglia di spendere soldi in un editore così poco sveglio.

Il che ci porta al secondo problema della Eraserhead, la qualità. Una qualità che è altalenante, molto altalenante; chi ha letto il mio articolo Un tour-de-force di Bizarro Fiction se ne sarà già accorto. Prendiamo il caso di Donihe. Questo tizio è illuminato da idee assolutamente geniali; ma scrive così male che le rovina. In House of Houses, la trovata folle di un mondo in cui le case prendevano vita diventava una menata semi-incomprensibile sullo stile ‘lager nazista’. Night of the Assholes invece nasce come reinterpretazione della Notte dei morti viventi di Romero, in cui però invece degli zombie ci sono gli ‘stronzi’ (assholes), gente sgradevole che diffonde l’epidemia insultando gli altri: un’altra idea fantastica, ma lo sviluppo del plot e i personaggi sono così piatti che già dopo 40-50 pagine del fascino iniziale non rimane nulla. Libri che sulla quarta di copertina funzionano benissimo, ma che poi non mantengono la promessa. A Donihe non serve un po’ di editing: serve un’assistente sociale.
Ma alla Eraserhead non sembrano pensare che quest’uomo abbia bisogno di aiuto. Un sacco di complimenti, la pubblicazione, ed ecco un altro autore che probabilmente non crescerà più (non dal punto di vista tecnico, almeno), privando il mondo del suo potenziale. Mi sembra un film già visto più e più volte qui da noi, anche se c’è da dire che almeno Donihe il talento immaginativo ce l’aveva. Ma che figata di romanzi avrebbe realizzato, se la casa editrice lo avesse costretto a un editing più ferreo, a pensare meglio la costruzione della trama e dei conflitti – se, in una parola, avesse offerto all’autore un servizio migliore? E quanto, invece, libri malriusciti o riusciti a metà come questi danneggiano il concetto di ‘Bizarro Fiction’, facendolo apparire come una cagata quando invece ha un potenziale enorme? Quanto i libri mediocri generano (giustamente) un word-of-mouth negativo per il movimento?

Kevin L. Donihe

Kevin L. Donihe is not ashamed.

Ecco perché non voglio più comprare cartacei dalla Eraserhead. Se almeno ogni loro libro fosse un centro, forse, e dico forse, potrei pensare di scucire 9 Euro più spese di spedizione a ogni quarta di copertina stuzzicante – e già stiamo parlando di prezzi improponibili. Ma non così. E dire che ci sono molti nuovi libri di Mellick che vorrei leggere: Armadillo Fists, The Handsome Squirm, Tumor Fruit, Cuddle Holocaust; e poi le ripubblicazioni di sue vecchie glorie, tra cui i suggestivi The Steel Breakfast Era e Ugly Heaven; e ancora Pippi of the Apocalypse, seguito di Warrior Wolf Women of the Wasteland e di Barbarian Beast Bitches of the Badlands la cui uscita è prevista entro la fine del 2013. Per non parlare di tutti quei libri di autori minori che hanno stuzzicato la mia curiosità.
Ma c’è una nota positiva in tutto questo. Se, nonostante tutte queste magagne, la Eraserhead Press ce l’ha fatta, e ha raggiunto la notorietà che ha oggi, questo lascia capire quanto potere possa avere una buona costruzione di ‘immagine’ e l’occupazione di una nicchia scoperta. Ovviamente non si può creare una buona immagine di sé se poi l’offerta fa cagare, quindi questa non dev’essere letta come una scusa per trascurare la qualità; ma il rapporto è dialettico, e una cosa aiuta l’altra.

Qualche settimana fa, parlando del romanzo di Valentina Coscia, ho tirato in ballo l’editore WePub. Rientra nella definizione: piccola casa editrice che pubblica solo in digitale. Ho avuto una breve discussione con un signore di WePub circa il ruolo dell’editore nella pubblicazione del libro della Coscia. Di sicuro un editore che faccia il suo lavoro – valutazione, editing, promozione, etc. – e lo faccia bene, offre un servizio all’autore.
Ma se vuole che questo servizio sia percepito anche dal lettore, l’editore deve rendersi riconoscibile. Se WePub vuole che il lettore associ il romanzo che stia leggendo a WePub, così come io associo i romanzi di Mellick e Donihe e la Villaverde e Burke a Eraserhead Press, deve fare un lavoro aggiuntivo. Ossia focalizzarsi su un genere circoscritto, specializzarsi; lavorare per diventare il punto di riferimento di *quel* genere, e di *quei* lettori. Farsi riconoscere come gli Esperti, i Professionisti di quel segmento della narrativa. Che significa anche farsi un mazzo così per documentarsi su quel genere, e diventare davvero esperti – come ha fatto il Duca con lo Steampunk. D’altronde, se uno è appassionato di narrativa, e del genere di cui si occupa, documentarsi non dovrebbe essere un peso, no?
I piccoli non possono permettersi il lusso di essere generalisti.

Eraserhead Alien

Nuovi piccoli editori nascono…

Bonus Track: Clockwork Girl

Clockwork GirlAutore: Athena Villaverde
Titolo italiano: –
Genere: Fantasy / Fairytale Fantasy / Bizarro Fiction
Tipo: Raccolta di tre novellas

Anno: 2011
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 143

Difficoltà in inglese: **

Cat è una ragazza bruco. Un giorno diventerà una bellissima farfalla, ma nel frattempo conduce una vita da emarginata nel suo liceo, derisa dalle tiratissime ragazze-coccinella e segretamente innamorata di Lilith, stupenda ragazza-ragno che chiunque vorrebbe nel proprio letto. Finché, un bel giorno, Lilith sembra accorgersi di lei. Peccato che le ragazze-ragno abbiano questa sgradevole tendenza a uccidere e mangiare i loro amanti nel bel mezzo del rapporto.
Pichi invece è una ragazza a molla: hanno preso il cervello di una bambina sfortunata e l’hanno messo in un corpo meccanico. I genitori di Marisol gliel’hanno regalata per Natale, perché imparasse a prendersi delle responsabilità; ogni giorno, infatti, Pichi dev’essere ricaricata, altrimenti i suoi ingranaggi smettono di girare e muore. Per ora, Pichi e Marisol sono grandi amiche e si vogliono bene. Ma cosa succederà se la padroncina dovesse stufarsi di lei?
Maya, infine, è una ragazza alveare. E’ la più bella e la più brava ballerina di tango di Buenos Aires, e danzare con lei è il più grande dei privilegi. Ma anche la più pericolosa delle prove: basta il più piccolo errore, e le api che vivono tra i capelli e nei pori della pelle di Maya cominciano a innervosirsi – e una corsa all’ospedale potrebbe non essere il destino peggiore per il malcapitato.

“Caterpillar Girl”, “Clockwork Girl” e “Beehive Girl” sono i tre racconti lunghi che compongono questa raccolta di Bizarro al femminile. Tre storie che uniscono un’ambientazione abbastanza normale e realistica a una vena fantastica, immerse in un’atmosfera e in un timbro fiabesco. Tre storie d’amore, anche se un po’ insolite (e un filino morbose, come piacciono a me).
Mi vengono in mente un sacco di ragioni per leggere Clockword Girl. Perché la Villaverde è una ragazza carina che scrive Bizarro. Perché è raccomandato da Mellick, suo mentore e content editor. Perché è pieno di lesbicate. Perché Gamberetta ha parlato in modo (abbastanza) positivo del suo romanzo d’esordio. Perché la Villaverde scrive bene, e i tre racconti volano in una giornata. Se queste ottime (?) argomentazioni non vi hanno ancora persuaso, entriamo nel dettaglio.

Athena Villaverde

Awwww! Ma non è carina?

Uno sguardo approfondito
L’influenza di Mellick nello stile della Villaverde si riconosce subito: dalla costruzione dei capitoli, che sono tanti e molto brevi (da una a sei pagine), al timbro narrativo leggero e scanzonato, sia che si parli di cose quotidiane, sia che si parli di gente ammazzata o stupri e via dicendo, al gusto per il sesso strano. Entrambi condividono anche l’approccio ‘libero’ allo “Show, don’t Tell”: a scene descritte in modo concreto e preciso si alternano molti passaggi raccontati, in cui la Villaverde spiega la vita quotidiana delle sue protagoniste e il loro mondo. L’uso della terza persona invece che della prima in due dei tre racconti (contrariamente a quel che fa di solito Mellick) rende questi infodump un po’ meno eleganti, e talvolta il ritmo ne risente; ma devo ammettere che il raccontato non stona troppo con l’approccio fiabesco della raccolta. Quanto alla gestione del pov, a parte qualche sporadico passaggio confuso la Villaverde lo tiene sempre ancorato alla sua protagonista.
Fatto questo preambolo, diamo un’occhiata più da vicino ai tre racconti.

“Caterpillar Girl” è sicuramente il più debole della raccolta, nonché il meno bizzarro. Stringi stringi, è una storia romantica-scolastica adolescenziale, di quelle che rievocano nella nostra mente decine e decine di teen movie o telefilm americani. Il gioco di reimmaginare i ragazzi della scuola come insetti antropomorfi e di associare a ogni tipo di insetto un gruppo sociale è carino – e alcuni sono bellissimi: le mantidi religiose, per esempio, sono il gruppo cristiano militante – ma si tratta solo di fronzoli, perché il canovaccio è quello classico e il 90% della storia avrebbe funzionato identica anche con personaggi completamente umani. Non aiutano nell’immersione i continui riferimenti a marchi e mode del nostro mondo, dalle carte Magic ai gruppi goth-punk, passando per le citazioni “colte” tipo quelle dei libri di Anais Nin (di cui a quanto pare Cat e Lilith sono avide lettrici).
In tutto questo, l’unico elemento davvero alieno è l’istinto assassino di Lilith: una ragazza normale non potrebbe mai estroflettere un arto dall’addome per trafiggere il petto dell’amante e succhiargli via la vita. Le scene di sesso sono anche quelle meglio riuscite – materiche, appiccicose, con la giusta miscela di eccitazione e orrore – e in particolare quella finale vale da sola la lettura del racconto, benché un po’ melodrammatica. In generale, purtroppo, “Caterpillar Girl” mi è parso un racconto adolescenziale, non solo nell’ambientazione ma anche nella sostanza.

Caterpillar

Un giorno diventerà una bellissima farfalla.

La qualità della raccolta si impenna però col secondo racconto, il “Clockwork Girl” che dà il nome al libro. E’ il più lungo – 55 pagine – e anche quello più bello. Il racconto gioca tutto sul contrasto tra il mondo di fiaba della ragazza a molla e la dura realtà: da una parte Pichi, il cui amore assoluto per la padroncina Marisol e la volontà di essere come lei ricorda l’imprinting delle papere di Lorenz, “programmata” per voler sempre giocare e divertirsi e non crescere mai, e dall’altra la triste verità che nessun giocattolo dura per sempre.
Ho molto apprezzato che Marisol venisse presentata come una brava bambina – sinceramente indignata dallo scoprire che trasformino le ragazzine in giocattoli e che i suoi genitori le abbiano appioppato una tale responsabilità senza interpellarla – invece che come il solito cliché della ragazzina viziata. Se fossimo in un racconto di Gamberetta, forse il loro rapporto avrebbe subito preso una piega sadica e grottesca. Invece, seppure meno violento, è molto più triste vedere come si sfaldi il rapporto, cominciato nel migliore dei modi, tra giocattolo e padroncina.
Smettere di leggere questo racconto è praticamente impossibile, dato il continuo crescendo di tensione e di pericolo per la protagonista. Peccato che le ultime dieci-quindici pagine siano invece sottotono, e del tutto anticlimatiche.
Il finale vero e proprio, in particolare, stona col resto del racconto e sa un po’ di fregatura: se tutta la storia verteva sulla progressiva presa di coscienza che la realtà non è come le fiabe, allora la conclusione puzza un po’ troppo di bella fiaba.

“Beehive Girl”, l’ultimo racconto, è di sicuro quello scritto meglio, benché l’abbia trovato meno affascinante di “Clockwork Girl”. La storia è raccontata in prima persona da un ballerino di tango senza nome, e tutta l’azione della novella si svolge nel breve spazio di una serata al club di tango. Gli infodump ci sono ancora, ma sono filtrati dalla voce narrante del protagonista, e sono ben inframezzati con le scene d’azione nel presente. La tensione interiore del protagonista è palpabile: da una parte il desiderio di chiedere a Maya di ballare, di dimostrare di essere un bravo tanguero e di far colpo su di lei prima che qualcuno gliela soffi; dall’altro, il terrore di commettere un errore nella danza, di essere sfigurato dalle api e perdere per sempre il rispetto di Maya.
La sfida di tango (se così possiamo chiamarla) è scritta molto bene: le figure sono semplici da seguire anche per chi, come me, non le conosce; ogni momento la tensione sale; e la Villaverde riesce a trasmetterci alla perfezione l’odio feroce che il protagonista prova per Rachel. Pensate che a me del tango non me n’è mai fregato di meno – ciononostante, “Beehive Girl” è riuscito ad appassionarmi!
Unica nota dubbia: il finale. Non posso dire che sia brutto, però diciamo che è un po’ sfasato rispetto al resto del racconto; sembra che la Villaverde non sapesse come concludere.

Tango

In conclusione, Clockwork Girl è una bella raccolta di Bizarro soft, benché afflitta da una certa ingenuità e da una certa indulgenza verso i sogni adolescenziali. Lo stile non è perfetto, ma per essere una quasi-esordiente si tratta di un ottimo risultato; soprattutto se lo paragoniamo agli esordienti nostrani. In ogni caso, funziona nei punti importanti: ci si immerge subito nella vicenda e ci si fa trascinare dagli eventi. C’è sempre qualcosa a impegnare la mente del lettore, e difficilmente viene voglia di chiudere il libro. Le tre storie della Villaverde emozionano e qualche volta eccitano. Non so se me le ricorderò ancora tra cinque anni, ma penso di sì.
Sono anche facili da leggere: l’inglese è abbastanza semplice (forse un attimo più complesso dello Young Adult medio), l’ambientazione è più realistica che fantastica, e attinge molto al quotidiano, perciò chiunque dovrebbe immedesimarsi e orientarsi con facilità. Di certo io continuerò a tenere d’occhio la Villaverde, di cui la Eraserhead dovrebbe pubblicare presto un nuovo romanzo.

Dove si trova?
Ahimé, bisogna penare per leggere Clockwork Girl: non solo non si trova sui circuiti pirata, ma la Eraserhead non ha neppure pensato di rilasciarne una versione digitale. Tocca comprare quella di carta – che se, per essere cartacea, costa pure poco (solo 8,40 Euro), è comunque una bella spesa per chi come me si è ormai abituato ai prezzi bassi dell-ebook.
Quelli della Eraserhead dovrebbero seriamente rivedere le loro strategie di vendita.

Chi devo ringraziare?
Ho scoperto dell’esistenza della Villaverde leggendo l’articolo di Gamberetta dedicato al Bizarro, in cui recensisce il suo romanzo d’esordio Starfish Girl – sì, questo articolo devo averlo linkato fino alla nausea, ma mettete caso che uno si “colleghi” solo adesso…
Continuo a rimanere scettico su Starfish Girl e non l’ho ancora letto, ma potrei farlo in futuro. Magari dipenderà da come troverò il prossimo romanzo della Villaverde.

Imprinting

Non va mai a finire bene.

Qualche estratto
Con il primo estratto, preso da “Caterpillar Girl”, ho cercato di ingraziarmi il pubblico: una bella scena di sesso morbosa + voyeurismo bonus! Il secondo estratto, tratto da “Clockwork Girl”, mostra lo stile fiabesco, volutamente infantile del secondo racconto (d’altronde il punto di vista è di una bambina-giocattolo…).

1.
Lilith wrapped her hands around his shoulders and jumped up onto him, her strong thighs gripping his torso. He stumbled back a little, before regaining his balance as Lilith crushed her berry-colored lips against his black lipstick mouth.
She thrust her hips against his while he gripped her ass. Then she forced him down to thew ground, his blue wings spreading wide beneath them like a blanket.
She fumbled with the zipper to his jeans before yanking his pants down around his ankles.
Lifting her skirt, her legs intertwined with his as she straddled him. Her long black hair veiled his face like a spider web. She gripped the back of his throat and tugged on the clasp of the dog collar, tightening it.
His indigo eyelids fluttered, his long eyelashes tickling her cheek. She kissed him on his lipstick-smeared mouth and he let out a deep moan and slid his hands up her firm belly to stroke her breasts underneath her shirt.
Cat had never seen two people have sex before. It made her feel weird, but while watching the two of them she found herself wondering what it would feel like to kiss Lilith.
She inhaled smoke slowly from her cigarette and let it roll around on her tongue imagining it a kiss.
The boy closed his eyes. Lilith pushed hwer stomach harder against him and extended a long pointed appendage from her abdomen. Without the boy being aware, she gently pierced him in the chest. A thick red liquid pumped through the sharp tip and under the boy’s skin.
Cat stood there motionless. The ash on the end of her cigarette grew longer and then dropped off and landed on the top of her boot. She couldn’t tear her eyes away from Lilith. It was the most intimate thing she’d ever witnessed. She wasn’t grossed out or afraid, even though Lilith’s body was covered in blood. Lilith wore a smile unlike any Cat had ever seen her make before. There was an ecstatic look in her eyes, her skin glistened.
The blue boy’s chest heaved as he struggled to breathe. His chest pulsed from navel to neck. His massive wings withered.
His body started to shrivel, drying up as all of the liquids were sucked out of him. His life drained away, into Lilith’s abdomen. His eyes bulged out of his head. A thin line of dust outlined where his wings had been, a small husk like an empty chrysalis where his body was, his clothes in a heap.

2.
“Keep your eyes closed,” Marisol said. The clockwork girl sat still while Marisol wound her up. “I’m almost done.”
Pichi could feel the springs inside herself tightening like a corset as Marisol turned her key. The turning slowed and the clockwork girl felt Marisol brace her feet against something on the floor in order to gain the leverage necessary to complete the final few turns.
This was the game that they played each morning. Marisol would come to the toy room after breakfast to wind Pichi up. She had to keep her eyes closed until she felt the final click of her key. Then Marisol would spin her around and scramble out through the labyrinth of the play rooms, playing hide and seek. Pichi was always fastest when first wound up so it was fun for Marisol to see if she could outrun her and hide before she got caught.
Pichi sped through the rooms, on little wheels that she could pop out of the bottom of her feet like roller skates. It was easy for Marisol to tell where Pichi was because of the whirring of her skates and the clatter of things she carelessly knocked over in her wake. Marisol held back her giggles and crept on tip toes through the rooms managing to avoid Pichi at every turn. Sometimes when they played this game, Marisol would climb to the glass level and watch Pichi spin through the labyrinth for a long time, unable to find her. Pichi never liked it when Marisol played that way.

Tabella riassuntiva

Tre storie d’amore in equilibrio tra normale e bizzarro. C’è una certa ingenuità adolescenziale di fondo.
Stile scorrevole, accattivante, immersivo. Tanti piccoli infodump che interrompono la narrazione.
Ci sono le lesbicate! La prima storia è un po’ troppo cliché.

I Consigli del Lunedì #23: Warrior Wolf Women of the Wasteland

Warrior Wolf Women of the WastelandAutore: Carlton Mellick III
Titolo italiano: –
Genere: Horror / Apocalyptic SF / Bizarro Fiction
Tipo: Romanzo

Anno: 2009
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 313

Difficoltà in inglese: *

McDonaldland è l’ultimo bastione della civiltà moderna, in un mondo devastato dall’olocausto nucleare. Sotto l’occhio benevolo della Benedetta Corporazione McDonald’s, gli abitanti lavorano sedici ore al giorno alla produzione di patatine fritte, pane per hamburger, carne di nu-mucca o nu-gallina, o altri cibi McDonald’s – gli unici legali a McDonaldland. A causa di questa dieta, gli abitanti sono quasi tutti grassi e sono incoraggiati a diventarlo ancor di più. Per chi si ribella alla volontà della corporazione, d’altronde, c’è un solo destino: essere esiliati da McDonaldland, aldilà del muro di trecento piedi che circonda la città, in una landa desolata infestata di famelici lupi mannari.
Un tempo anche i lupi mannari erano esseri umani – donne. In seguito alla guerra nucleare, un parassita si è insediato nei corpi di tutte le donne, infettandole con la sua maledizione. Da allora, ogni volta che una donna ha un orgasmo, perde un po’ della sua umanità e acquista tratti da lupo; il loro destino ultimo è di trasformarsi in bestioni di puro istinto grossi come autobus. Per questo, qualunque donna venga sorpresa a fare sesso o a masturbarsi senza aver ricevuto l’autorizzazione dal governo, viene immediatamente esiliata – condannata a trasformarsi in lupo mannaro o ad essere sbranata da uno di essi.
Daniel Togg conduce una vita infelice nella periferia di McDonaldland, producendo birra di nascosto con materiale di scarto e pensando a Nova, la sua fiamma del liceo, cacciata nelle terre selvagge dopo che un uomo l’aveva stuprata. Tra orari impossibili nella fabbrica di produzione di patatine e quel bullo di suo fratello, tenente di polizia di McDonaldland, la vita di Daniel non è mai stata facile – ma ora le cose stanno peggiorando. Devono aver messo qualcosa di sbagliato nel cibo, perché negli ultimi mesi a Daniel sono spuntate dal petto altre due braccia. Ora Daniel deve tenerle sempre nascoste sotto la maglietta, perché anche il destino dei mutanti, come quello dei lupi mannari, è di essere cacciati dalla città – e dati in pasto alle bestie là fuori.

Carlton Mellick III è un autore specializzato in novellas (racconti molto lunghi o romanzi brevi), ma con Warrior Wolf Women of the Wasteland torna al romanzo vero e proprio. Abbiamo già conosciuto questo campione della Bizarro Fiction con The Haunted Vagina e The Baby-Jesus Butt Plug prima, e con il modesto Sausagey Santa poi. In quel frangente, diversa gente aveva espresso sentimenti ambivalenti verso la Bizarro: uhm, sì, potrebbe essere interessante, però mi sembra un po’ troppo, e poi dai, gente che entra dentro la vagina di altra gente o il figlio di Dio infilato su per il culo, insomma, cioè! Bene – questo Consiglio è pensato proprio per voi!
Warrior Wolf Women of the Wasteland prende alcuni elementi tradizionali dell’horror pseudo-fantascientifico, come lupi mannari, mutazioni genetiche, e un mondo post-apocalittico, li inserisce in una struttura horror-action-splatter alla Grindhouse – Planet Terror e li shakera con un’ampia dose di Bizarro e di genialità.


Un importante precursore dell’opera di Mellick.

Uno sguardo approfondito
Una delle cose che mi ha sempre stupito di Mellick, è la sua capacità di mettere nello stesso romanzo un tale numero di idee che per un autore normale sarebbero bastate per tre o quattro libri diversi. Solo il primo capitolo introduce una tale quantità di trovate da abbagliare. Ma queste idee non sono un’accozzaglia di trovate messe insieme a caso, bensì discendono da un limitatissimo numero di premesse.
Premessa numero uno: una società governata dalla McDonald’s come se si trattasse di un’azienda, come funzionerebbe? Lo stile di vita dei suoi abitanti (obesi che muoiono prima dei cinquant’anni), la loro religione (una fusione di Cristianesimo e Islam con Ronald McDonald nel ruolo di Gesù), persino lo stile architettonico (rosso e giallo brillante nelle diverse sfumature, ovunque) discendono da quell’assunto.
Premessa numero due: come sarebbe organizzata una società in cui ogni esemplare femminile si trasforma progressivamente in un mostro orrendo ogni volta che ha un orgasmo? Mellick pensa a tutto: politica della castità totale, permessi rilasciati dal governo per avere figli, abbigliamento per donne che hanno avuto figli per nascondere le loro orribili fattezze, ma anche il disprezzo e la paura che gli uomini provano per le loro compagne e la trasformazione psichica a cui le donne vanno incontro mano a mano che si trasformano. E ancora, come potrebbero sopravvivere nelle lande selvagge le donne esiliate ma non ancora diventate pienamente lupo, come potrebbe organizzarsi una società di donne-mannare, che valori avrebbe, eccetera.
La premessa numero tre, ossia le strane mutazioni maschili che fanno spuntare braccia o gambe aggiuntive, all’inizio sembra quella più insulsa, poco più di un espediente per mettere il protagonista in una situazione di pericolo e innescare la vicenda. In realtà, andando avanti nella storia, Mellick riesce a innestare questa premessa in un insieme con le altre due che non solo è convincente, ma sembra anche l’unica spiegazione possibile per tutto quello che è successo. Mellick è stato spesso rimproverato di inserire elementi assurdi per il gusto di farlo; be’, in questo libro tutte le trovate scaturiscono da un background perfettamente coerente ed organico. Si capisce che ci ha lavorato molto, e i risultati si vedono 1.

I'm Vomiting It

Tutto questo è raccontato con il consueto stile di Mellick, ossia con la prima persona e tempo presente. Daniel Togg è il tipico protagonista mellickiano: sulla trentina, tranquillo, un po’ ribelle e anticonformista ma tendenzialmente passivo, razionale, dal timbro narrativo caldo e scorrevole. Ogni capitolo è costituito da tanti brevi paragrafi (ma nelle scene più concitate un paragrafo può essere lungo anche alcune pagine).
Quando deve introdurre informazioni di background, Daniel non ha problemi a interrompere la narrazione (magari con un nuovo paragrafo) e ad aprire una digressione come se si stesse rivolgendo direttamente al lettore ignaro. Se da un lato questo espediente è un po’ illogico e spezza il ritmo, dall’altro in genere gli infodump sono abbastanza divertenti e/o curiosi da non dare fastidio – tranne in alcune circostanze particolarmente demenziali, come quando durante un’adrenalinica fuga dai lupi mannari Daniel apre una digressione sulla trasformazione del gioco del football a McDonaldland (WTF?).
Bisogna anche riconoscere che questo modo di inserire infodump – brevi, bizzarri, riferiti con lo stesso timbro vivace della storia principale – rende la storia più scorrevole e più facile da seguire; il lettore non deve dedurre niente o quasi perché gli viene detto tutto. Come direbbe il Duca, la prosa di Mellick è molto scemo-friendly. Pure troppo: in diverse occasioni Daniel sottolinea l’ovvio o chiarisce punti che sarebbe stato meglio lasciare in una piacevole ambiguità. Lo stile ermetico di Swanwick mi irrita, ma non mi fa nemmeno piacere che l’autore mi tenga la manina come se fossi il fratello scemo di Charlie Gordon.

Ci sono anche dei passaggi in cui questa propensione di Mellick all’infodump appare del tutto incompensibile e fastidiosa. Ogni volta che un personaggio riferisce qualcosa di nuovo sull’ambientazione a Daniel, invece di un monologo o un dialogo adeguatamente mostrato, Mellick apre un nuovo paragrafo e riferisce al lettore tutte le informazioni in discorso indiretto. Ad esempio: “Guy tells us about the wolf women. They call themselves The Warriors of the Wild…”, e parte un paragrafo lungo una pagina; oppure: “Krall says there was a time when he never would have risked his own life to save another, especially not a woman. […] When he was young, Krall…” e via così per due o tre pagine.
Per quanto mi sforzi, non riesco a immaginare quale vantaggio possa esserci nel preferire paginate di discorso indiretto e informazione pura rispetto a un dialogo. Un dialogo non è neanche particolarmente faticoso da scrivere.

Ronald McDonald's si incazza

Non fare incazzare la Benedetta Corporazione McDonald’s.

Il che è un peccato, perché Mellick con i dialoghi, e con le interazioni tra personaggi in generale, ci sa fare. Protagonista a parte, tutti i comprimari sono ben fatti. Ciascuno ha dei tratti psicologici distintivi e ben motivati, ciascuno ha degli obiettivi e degli ostacoli privati da superare, non esistono solo in funzione della storia né di Daniel: Guy, il fratello del protagonista, tenente di polizia con un amore morboso per i propri baffi, un odio altrettanto morboso verso i licantropi e, curiosamente, una moglie giunta al terzo figlio e sulla buona strada della trasformazione completa; il freddo anatomo-patologo Robert Krall, e poi Nova, la licantropa sull’orlo della depressione, o la dura Slayer, quasi completamente trasformata benché tecnicamente sia ancora vergine. Menzione speciale per la psicopatica Pippi (che ha le treccine come la più famosa omonima!).
Per contro alcuni personaggi importanti per la trama, come il Maggiore McCheese o l’Hamburglar, sono introdotti troppo tardi nella storia, nonostante il protagonista sapesse della loro esistenza fin dall’inizio. Sembra quasi che Mellick abbia improvvisato la loro esistenza man mano che scriveva, forse perché non sapeva bene che direzione dare alla trama. Infatti, a differenza dell’ambientazione – che funziona alla perfezione e sembra organizzata a tavolino fin dall’inizio – la trama del romanzo sembra procedere un po’ come capita, senza alcuna direzione precisa. Se la prima metà (quando si tratta di inserire tutti i tasselli dell’ambientazione) funziona alla perfezione, la seconda sembra barcamenarsi nel tentativo di arrivare a un finale. L’ultima parte del romanzo si inserisce nei binari classici da film d’azione, con tanto di supercattivo chiaramente riconoscibile e megacombattimento finale, e sembra un po’ peccato che Mellick abbia imbastito un mondo e personaggi così interessanti per poi andare a finire in questo modo 2.

Ma per i novizi della Bizarro Fiction e del weird, il fatto che la trama del romanzo segua un canovaccio familiare potrebbe anche essere un pregio. Già dovranno fare i conti con cose assurde tipo sesso interspecie, cannibalismo, enormi ammassi di carne senza testa che stuprano… vabbé, smetto.
Warrior Wolf Women of the Wasteland è un ottimo romanzo horror d’azione, che unisce un certo gusto splatter-pulp con una buona dose di intelligenza e una creatività spropositata. C’è anche spazio per temi drammatici, come la questione su come possano convivere un uomo e una donna che si amano in un mondo in cui l’intimità e i rapporti sessuali hanno come conseguenza a lungo termine la distruzione di quello stesso rapporto. Infine, si tratta di un’opera di Bizarro Fiction in cui la weirdness sta più negli elementi dell’ambientazione che non nella struttura del romanzo, quindi è particolarmente adatta a coloro che hanno letto poco e niente del genere.

L’Hamburglar, uno dei cattivi del romanzo. Sì, Mellick non è normale.

Ma se ho deciso di dedicare questo consiglio a Warrior Wolf Women non è solo perché il romanzo è obiettivamente bello. Trovo anche che insegni un paio di cosine interessanti.
Primo: si può quasi dire che questo romanzo sia stato scritto su commissione. Era stato chiesto a Mellick di scrivere una storia sui lupi mannari, benché lui non ne fosse mai stato appassionato. Dopo un’iniziale reticenza, come spiega lui stesso nella nota autoriale all’inizio del libro, avrebbe scritto la prima bozza di getto in meno di un mese. Insomma: investimento emotivo iniziale scarso, tempi di gestazioni breve. Per contro la novella Adolf in Wonderland, progetto molto caro a Mellick, che rimaneggiò per otto anni prima di pubblicarla, è molto più brutta. La lezione che se ne ricava? Che non c’è alcun rapporto necessario tra l’importanza che una storia ha per lo scrittore, il tempo passato a lavorarci su e coccolarsela, e la bellezza dell’opera compiuta. Uno può stare vent’anni su un romanzo di 100 pagine e produrre una merda, mentre un altro può realizzare un’ottimo libro in un paio di mesi. Gli aspiranti scrittori dovrebbero quindi piantarla con la scusa “ci ho lavorato tanto, dev’essere per forza bella”: semplicemente non funziona così.
Secondo: a Mellick non interessavano i lupi mannari e la faccenda della luna piena lo annoiava a morte. Perciò che ha fatto? Ha tenuto fermi un paio di punti fondamentali (la trasformazione in bestia, la perdita della razionalità) e ha cambiato tutto il resto – tanto da chiedersi, “ma che cazzo, ho scritto una storia di lupi mannari o di furries?”. Warrior Wolf Women mostra che giocare con le ‘razze’ consuete della narrativa fantastica è bello e salutare, e si può arrivare a produrre una variante migliore dell’originale (almeno, a me piace molto di più!). Alla luce di questo, sperò risulterà più comprensibile il mio disappunto nel leggere le banali e già viste storie di Deinos3. Prendete esempio!

Bonus: Barbarian Beast Bitches of the Badlands
Barbarian Beast Bitches of the Badlands
Autore: Carlton Mellick III
Titolo italiano: –
Genere: Horror / Apocalyptic SF / Bizarro Fiction
Tipo: Raccolta di tre novellas collegate

Anno: 2011
Pagine: 284

Avete finito Warrior Wolf Women of the Wasteland e ne volete ancora? Vi chiedete cosa ne sia stato delle Bitches sopravvissute alla guerra? Mellick ha pensato a voi, con questo libro raccoglie tre novellas che riprendono l’ambientazione del romanzo. Le tre storie sono ambientate rispettivamente prima dei fatti di WWWW, durante e dopo, e si focalizzano su tre personaggi secondari del romanzo: Apple, l’Hamburglar e Hyena. Le tre storie sono in realtà collegate da un’unica trama, per cui si può dire che Barbarian Beast Bitches è una side-novel di WWWW divisa in tre parti.
I racconti sono tutti in terza persona con un pov tecnicamente ancorato sul protagonista, ma che nella sostanza balla un po’ (specialmente nelle scene di massa). Ahimé, devo ammettere che la qualità della scrittura è inferiore a quella del romanzo, e certe parti sembrano buttate giù proprio di fretta. Ancora, ci sono troppi combattimenti – ma davvero troppi – contro legioni di nemici piuttosto anonimi, benché Mellick sia abbastanza in gamba da dare a ogni combattimento caratteristiche particolari. Per contro, ci sono anche delle belle trovate (come la relazione tra Apple e il suo ragazzo Sam, la diatriba tra Horatio e Tomahawk se siano meglio le armi a corto raggio o quelle da tiro, o l’infanzia dell’Hamburglar). Nell’ultima novella è anche introdotta una nuova razza, che poteva essere molto interessante se non fosse che viene presentata in modo un po’ insulso.
Insomma, il libro è carino benché un po’ trascurato e ripetitivo. Ovviamente non ha senso leggerlo se prima non si è letto Warrior Wolf Women of the Wasteland.

Dove si trovano?
Le uniche copie piratate che sono riuscito a trovare di entrambi i libri sono dei pdf su Library Genesis. L’unico problema con questi pdf è che i romanzi sono pieni di immagini e abbellimenti estetici; convertire i file in epub o in altri formati comodi senza perdere le immagini può essere lungo e faticoso. Considerate perciò la possibilità – specialmente se avete già letto Mellick e sapete che vi piace – di comprare direttamente le versioni kindle disponibili su Amazon (qui e qui). Il prezzo è di 5,99 Euro, quindi accettabile (soprattutto considerando che si tratta di libri di 300 pagine circa e non di novellas striminzite).

Qualche estratto
I due estratti di oggi sono centrati sulle squisitezze della licantropia femminile. Il primo, preso dal primo capitolo, riassume la condizione femminile a McDonaldland e mostra il modo piuttosto infodumposo ma comunque gradevole che Mellick usa sempre quando deve spiegare qualcosa; il secondo mostra invece i piaceri (?) del sesso tra un essere umano e un lupo grosso come un camion.

1.
Molly is turning into a wolf. This happens to all women, once they begin to have children. Some women become less wolf-like than others. I haven’t seen a woman as wolf-like as Molly since my mother was pregnant with her third kid a long time ago.
It is a disease that came about in the early days of McDonaldland. They call the disease lycanthropy, which was named after a fictional disease of the same name that turned people into werewolves. But there is a big difference between this version of lycanthropy and the fictional one. For starters, only women are affected by this disease. It doesn’t affect men. Secondly, the disease isn’t spread from a werewolf bite. All McDonaldlandian women are born with this disease. Thirdly, the changes are not caused by a full moon. The changes occur only during the act of having sex. Fourthly, once the transformation occurs, the women do not return to human form as werewolves would the next morning. The mutation is permanent. Fifthly, the transformation doesn’t happen all at once. The changes happen a little at a time, each time the female engages in sexual activity, including masturbation.
It is believed that these changes occur during sex because the mutation is a result of the virus reacting to endorphins released in the brain during sexual stimulation and especially orgasm. This is a shaky theory, however, because endorphins are released in the brain for more reasons than just sex.
Because sex is the cause of these lycanthropic changes, sex has become illegal in McDonaldland. You can only partake in sexual activity if you obtain a permit from the board of directors. And you can only get a permit if you are married and only have sex to procreate. The permit is good for only five days and you are only allowed to have sex once per day. It doesn’t matter if the pregnancy is a success or not after the five days are up. If the new wolf-like features are not too serious, then you can apply for another permit to have a second kid in the future. The upper class, of which Guy is a part, is usually allowed to get a third permit. This is why Molly is now almost more wolf than human. Most women are not allowed to mutate this much.
[…] Molly is ferocious when Guy gives her the burgers. She rips open the wrappers on three Double Cheeseburgers at once and tears into them with her slobbery black jaws. After the first bite, she realizes what she is doing and composes herself. She sits her two daughters at the table into their chairs and gives them their meals. Then she sits herself down and continues eating in a more civilized manner.
Women who are as wolf-like as Molly often have problems controlling their instinctual urges. They become more wild and unruly. Molly has probably transformed so much that Guy isn’t allowed to let her out of the house. That is the law with some women who have been granted three sex permits.
If she becomes any more beast-like, the Fry Guys will have to capture her and release her into the wasteland outside of the walls. The only reason she hasn’t been taken out of town already is probably because of Guy’s status.
Even if they are not yet unruly, any woman who has sex without a permit is sent into the wasteland. It is not just against the law, it is considered heresy. It is McDonaldland’s strictest law. There is no leniency toward any woman. Even the Chief of the Fry Guys had to send his own daughter into the wasteland, because she had sex a single time without a permit. I know that story all too well.

Philosoraptor licantropi

2.
We sneak through bushes toward the noise, keeping a safe distance. The snarling becomes louder the closer we get. I can see hair and movement through the leaves. We get so close that I can almost feel the body heat of the enormous beast.
The man in the white suit motions for us to get down once we are close enough to see. We lie on our bellies and peek out of the bushes at the creature in front of us. The beast is not just snarling, it also appears to be moaning and breathing heavily. We also hear a man’s muffled cries.
Lying in a meadow, we find the blonde wolf who had attacked us on the road. She is on the ground, on her side, with her paws in her crotch. She is wiggling and thrashing her hips. Then we see the man. The yellow Fry Guy who the blonde wolf had carried into the woods. We only see his yellow legs, but we can tell it is him.
The wolf is shoving the man into her furry crotch with the pads of her paws. Most of his upper body is inside of her, inside of the wolf’s vagina. The creature is fucking his entire body.
The man in the white suit speaks quietly over my shoulder, “The more they grow, the bigger their sex drive.”
The blonde wolf seems to orgasm with the man inside of her. As she orgasms, her body grows. There is a stretching and popping sound coming from her muscles as her flesh expands.
“And the more they have sex, the bigger they grow.”
The man shrieks inside of her, as if he can feel her growing bigger around him.
“With that kind of sex drive, she might continue raping him over and over, and she’ll just get bigger and bigger.”
Then the blonde wolf digs her muzzle into her crotch and sucks the yellow man out of her vagina. We listen to his muffled cries as she chews and swallows him.
“Or maybe she’s more hungry than horny,” adds the white suited man.

Tabella riassuntiva

Una fikissima reinterpretazione dei lupi mannari. Infodump e discorsi indiretti quando se ne poteva fare a meno.
Ambientazione curata e coerente. Canovaccio un po’ classico e conclusione prevedibile.
Personaggi interessanti e trovate weird a palate. A volte è davvero troppo scemo-friendly.
Stupri interspecie! Yay!

(1) Mellick tenta anche di dare una spiegazione scientifica coerente con l’ambientazione a tutti i fenomeni strani del libro, ma non si tratta di una cosa da prendere troppo sul serio. Parassiti che modificano il proprio ospite umano fino a trasformarlo in una bestia grossa come un capannone? Conservanti chimici che donano la vita eterna (assieme a un’elegante pelle plasticosa)? WTF? Le cause profonde delle stranezze del romanzo seguono una logica interna, anche affascinante, ma non c’è nulla di scientificamente plausibile. Se quindi mi va bene di definire il setting del romanzo “Post-Apocalyptic SF”, mi rifiuto categoricamente di definire questo romanzo “fantascienza”.Torna su
(2) Mi riferisco alla “parte finale” e non all’epilogo vero e proprio, perché al contrario quest’ultimo è piuttosto insolito e divertente.Torna su
(3) Ovviamente non sto dicendo che qualsiasi sperimentazione o variazione sul tema vada bene. I vampiri di Twilight fanno cagare. Ma fanno cagare perché sono una roba retard, poco ispirata dal punto di vista fantastico e che non sta in piedi dal punto di vista della logica interna; non perché “si distaccano dal concetto originale di vampiro”. Non c’è nulla di male nel distaccarsi dall’originale, se si è in grado di realizzare qualcosa di meglio, o quantomeno una variante interessante e consistente.
A questo proposito (e per restare in tema di parassiti e horror), potreste dare un’occhiata a Peeps di Scott Westerfeld (sì, quello di Leviathan).Torna su