Autore: Athena Villaverde Titolo italiano: – Genere: Fantasy / Fairytale Fantasy / Bizarro Fiction Tipo: Raccolta di tre novellas
Anno: 2011 Nazione: USA Lingua: Inglese Pagine: 143
Difficoltà in inglese: **
Cat è una ragazza bruco. Un giorno diventerà una bellissima farfalla, ma nel frattempo conduce una vita da emarginata nel suo liceo, derisa dalle tiratissime ragazze-coccinella e segretamente innamorata di Lilith, stupenda ragazza-ragno che chiunque vorrebbe nel proprio letto. Finché, un bel giorno, Lilith sembra accorgersi di lei. Peccato che le ragazze-ragno abbiano questa sgradevole tendenza a uccidere e mangiare i loro amanti nel bel mezzo del rapporto.
Pichi invece è una ragazza a molla: hanno preso il cervello di una bambina sfortunata e l’hanno messo in un corpo meccanico. I genitori di Marisol gliel’hanno regalata per Natale, perché imparasse a prendersi delle responsabilità; ogni giorno, infatti, Pichi dev’essere ricaricata, altrimenti i suoi ingranaggi smettono di girare e muore. Per ora, Pichi e Marisol sono grandi amiche e si vogliono bene. Ma cosa succederà se la padroncina dovesse stufarsi di lei?
Maya, infine, è una ragazza alveare. E’ la più bella e la più brava ballerina di tango di Buenos Aires, e danzare con lei è il più grande dei privilegi. Ma anche la più pericolosa delle prove: basta il più piccolo errore, e le api che vivono tra i capelli e nei pori della pelle di Maya cominciano a innervosirsi – e una corsa all’ospedale potrebbe non essere il destino peggiore per il malcapitato.
“Caterpillar Girl”, “Clockwork Girl” e “Beehive Girl” sono i tre racconti lunghi che compongono questa raccolta di Bizarro al femminile. Tre storie che uniscono un’ambientazione abbastanza normale e realistica a una vena fantastica, immerse in un’atmosfera e in un timbro fiabesco. Tre storie d’amore, anche se un po’ insolite (e un filino morbose, come piacciono a me).
Mi vengono in mente un sacco di ragioni per leggere Clockword Girl. Perché la Villaverde è una ragazza carina che scrive Bizarro. Perché è raccomandato da Mellick, suo mentore e content editor. Perché è pieno di lesbicate. Perché Gamberetta ha parlato in modo (abbastanza) positivo del suo romanzo d’esordio. Perché la Villaverde scrive bene, e i tre racconti volano in una giornata. Se queste ottime (?) argomentazioni non vi hanno ancora persuaso, entriamo nel dettaglio.
Awwww! Ma non è carina?
Uno sguardo approfondito
L’influenza di Mellick nello stile della Villaverde si riconosce subito: dalla costruzione dei capitoli, che sono tanti e molto brevi (da una a sei pagine), al timbro narrativo leggero e scanzonato, sia che si parli di cose quotidiane, sia che si parli di gente ammazzata o stupri e via dicendo, al gusto per il sesso strano. Entrambi condividono anche l’approccio ‘libero’ allo “Show, don’t Tell”: a scene descritte in modo concreto e preciso si alternano molti passaggi raccontati, in cui la Villaverde spiega la vita quotidiana delle sue protagoniste e il loro mondo. L’uso della terza persona invece che della prima in due dei tre racconti (contrariamente a quel che fa di solito Mellick) rende questi infodump un po’ meno eleganti, e talvolta il ritmo ne risente; ma devo ammettere che il raccontato non stona troppo con l’approccio fiabesco della raccolta. Quanto alla gestione del pov, a parte qualche sporadico passaggio confuso la Villaverde lo tiene sempre ancorato alla sua protagonista.
Fatto questo preambolo, diamo un’occhiata più da vicino ai tre racconti.
“Caterpillar Girl” è sicuramente il più debole della raccolta, nonché il meno bizzarro. Stringi stringi, è una storia romantica-scolastica adolescenziale, di quelle che rievocano nella nostra mente decine e decine di teen movie o telefilm americani. Il gioco di reimmaginare i ragazzi della scuola come insetti antropomorfi e di associare a ogni tipo di insetto un gruppo sociale è carino – e alcuni sono bellissimi: le mantidi religiose, per esempio, sono il gruppo cristiano militante – ma si tratta solo di fronzoli, perché il canovaccio è quello classico e il 90% della storia avrebbe funzionato identica anche con personaggi completamente umani. Non aiutano nell’immersione i continui riferimenti a marchi e mode del nostro mondo, dalle carte Magic ai gruppi goth-punk, passando per le citazioni “colte” tipo quelle dei libri di Anais Nin (di cui a quanto pare Cat e Lilith sono avide lettrici).
In tutto questo, l’unico elemento davvero alieno è l’istinto assassino di Lilith: una ragazza normale non potrebbe mai estroflettere un arto dall’addome per trafiggere il petto dell’amante e succhiargli via la vita. Le scene di sesso sono anche quelle meglio riuscite – materiche, appiccicose, con la giusta miscela di eccitazione e orrore – e in particolare quella finale vale da sola la lettura del racconto, benché un po’ melodrammatica. In generale, purtroppo, “Caterpillar Girl” mi è parso un racconto adolescenziale, non solo nell’ambientazione ma anche nella sostanza.
Un giorno diventerà una bellissima farfalla.
La qualità della raccolta si impenna però col secondo racconto, il “Clockwork Girl” che dà il nome al libro. E’ il più lungo – 55 pagine – e anche quello più bello. Il racconto gioca tutto sul contrasto tra il mondo di fiaba della ragazza a molla e la dura realtà: da una parte Pichi, il cui amore assoluto per la padroncina Marisol e la volontà di essere come lei ricorda l’imprinting delle papere di Lorenz, “programmata” per voler sempre giocare e divertirsi e non crescere mai, e dall’altra la triste verità che nessun giocattolo dura per sempre.
Ho molto apprezzato che Marisol venisse presentata come una brava bambina – sinceramente indignata dallo scoprire che trasformino le ragazzine in giocattoli e che i suoi genitori le abbiano appioppato una tale responsabilità senza interpellarla – invece che come il solito cliché della ragazzina viziata. Se fossimo in un racconto di Gamberetta, forse il loro rapporto avrebbe subito preso una piega sadica e grottesca. Invece, seppure meno violento, è molto più triste vedere come si sfaldi il rapporto, cominciato nel migliore dei modi, tra giocattolo e padroncina.
Smettere di leggere questo racconto è praticamente impossibile, dato il continuo crescendo di tensione e di pericolo per la protagonista. Peccato che le ultime dieci-quindici pagine siano invece sottotono, e del tutto anticlimatiche.
Il finale vero e proprio, in particolare, stona col resto del racconto e sa un po’ di fregatura: se tutta la storia verteva sulla progressiva presa di coscienza che la realtà non è come le fiabe, allora la conclusione puzza un po’ troppo di bella fiaba.
“Beehive Girl”, l’ultimo racconto, è di sicuro quello scritto meglio, benché l’abbia trovato meno affascinante di “Clockwork Girl”. La storia è raccontata in prima persona da un ballerino di tango senza nome, e tutta l’azione della novella si svolge nel breve spazio di una serata al club di tango. Gli infodump ci sono ancora, ma sono filtrati dalla voce narrante del protagonista, e sono ben inframezzati con le scene d’azione nel presente. La tensione interiore del protagonista è palpabile: da una parte il desiderio di chiedere a Maya di ballare, di dimostrare di essere un bravo tanguero e di far colpo su di lei prima che qualcuno gliela soffi; dall’altro, il terrore di commettere un errore nella danza, di essere sfigurato dalle api e perdere per sempre il rispetto di Maya.
La sfida di tango (se così possiamo chiamarla) è scritta molto bene: le figure sono semplici da seguire anche per chi, come me, non le conosce; ogni momento la tensione sale; e la Villaverde riesce a trasmetterci alla perfezione l’odio feroce che il protagonista prova per Rachel. Pensate che a me del tango non me n’è mai fregato di meno – ciononostante, “Beehive Girl” è riuscito ad appassionarmi!
Unica nota dubbia: il finale. Non posso dire che sia brutto, però diciamo che è un po’ sfasato rispetto al resto del racconto; sembra che la Villaverde non sapesse come concludere.
In conclusione, Clockwork Girl è una bella raccolta di Bizarro soft, benché afflitta da una certa ingenuità e da una certa indulgenza verso i sogni adolescenziali. Lo stile non è perfetto, ma per essere una quasi-esordiente si tratta di un ottimo risultato; soprattutto se lo paragoniamo agli esordienti nostrani. In ogni caso, funziona nei punti importanti: ci si immerge subito nella vicenda e ci si fa trascinare dagli eventi. C’è sempre qualcosa a impegnare la mente del lettore, e difficilmente viene voglia di chiudere il libro. Le tre storie della Villaverde emozionano e qualche volta eccitano. Non so se me le ricorderò ancora tra cinque anni, ma penso di sì.
Sono anche facili da leggere: l’inglese è abbastanza semplice (forse un attimo più complesso dello Young Adult medio), l’ambientazione è più realistica che fantastica, e attinge molto al quotidiano, perciò chiunque dovrebbe immedesimarsi e orientarsi con facilità. Di certo io continuerò a tenere d’occhio la Villaverde, di cui la Eraserhead dovrebbe pubblicare presto un nuovo romanzo.
Dove si trova?
Ahimé, bisogna penare per leggere Clockwork Girl: non solo non si trova sui circuiti pirata, ma la Eraserhead non ha neppure pensato di rilasciarne una versione digitale. Tocca comprare quella di carta – che se, per essere cartacea, costa pure poco (solo 8,40 Euro), è comunque una bella spesa per chi come me si è ormai abituato ai prezzi bassi dell-ebook.
Quelli della Eraserhead dovrebbero seriamente rivedere le loro strategie di vendita.
Chi devo ringraziare?
Ho scoperto dell’esistenza della Villaverde leggendo l’articolo di Gamberetta dedicato al Bizarro, in cui recensisce il suo romanzo d’esordio Starfish Girl – sì, questo articolo devo averlo linkato fino alla nausea, ma mettete caso che uno si “colleghi” solo adesso…
Continuo a rimanere scettico su Starfish Girl e non l’ho ancora letto, ma potrei farlo in futuro. Magari dipenderà da come troverò il prossimo romanzo della Villaverde.
Non va mai a finire bene.
Qualche estratto
Con il primo estratto, preso da “Caterpillar Girl”, ho cercato di ingraziarmi il pubblico: una bella scena di sesso morbosa + voyeurismo bonus! Il secondo estratto, tratto da “Clockwork Girl”, mostra lo stile fiabesco, volutamente infantile del secondo racconto (d’altronde il punto di vista è di una bambina-giocattolo…).
1. Lilith wrapped her hands around his shoulders and jumped up onto him, her strong thighs gripping his torso. He stumbled back a little, before regaining his balance as Lilith crushed her berry-colored lips against his black lipstick mouth.
She thrust her hips against his while he gripped her ass. Then she forced him down to thew ground, his blue wings spreading wide beneath them like a blanket.
She fumbled with the zipper to his jeans before yanking his pants down around his ankles.
Lifting her skirt, her legs intertwined with his as she straddled him. Her long black hair veiled his face like a spider web. She gripped the back of his throat and tugged on the clasp of the dog collar, tightening it.
His indigo eyelids fluttered, his long eyelashes tickling her cheek. She kissed him on his lipstick-smeared mouth and he let out a deep moan and slid his hands up her firm belly to stroke her breasts underneath her shirt.
Cat had never seen two people have sex before. It made her feel weird, but while watching the two of them she found herself wondering what it would feel like to kiss Lilith.
She inhaled smoke slowly from her cigarette and let it roll around on her tongue imagining it a kiss.
The boy closed his eyes. Lilith pushed hwer stomach harder against him and extended a long pointed appendage from her abdomen. Without the boy being aware, she gently pierced him in the chest. A thick red liquid pumped through the sharp tip and under the boy’s skin.
Cat stood there motionless. The ash on the end of her cigarette grew longer and then dropped off and landed on the top of her boot. She couldn’t tear her eyes away from Lilith. It was the most intimate thing she’d ever witnessed. She wasn’t grossed out or afraid, even though Lilith’s body was covered in blood. Lilith wore a smile unlike any Cat had ever seen her make before. There was an ecstatic look in her eyes, her skin glistened.
The blue boy’s chest heaved as he struggled to breathe. His chest pulsed from navel to neck. His massive wings withered.
His body started to shrivel, drying up as all of the liquids were sucked out of him. His life drained away, into Lilith’s abdomen. His eyes bulged out of his head. A thin line of dust outlined where his wings had been, a small husk like an empty chrysalis where his body was, his clothes in a heap.
2. “Keep your eyes closed,” Marisol said. The clockwork girl sat still while Marisol wound her up. “I’m almost done.” Pichi could feel the springs inside herself tightening like a corset as Marisol turned her key. The turning slowed and the clockwork girl felt Marisol brace her feet against something on the floor in order to gain the leverage necessary to complete the final few turns. This was the game that they played each morning. Marisol would come to the toy room after breakfast to wind Pichi up. She had to keep her eyes closed until she felt the final click of her key. Then Marisol would spin her around and scramble out through the labyrinth of the play rooms, playing hide and seek. Pichi was always fastest when first wound up so it was fun for Marisol to see if she could outrun her and hide before she got caught. Pichi sped through the rooms, on little wheels that she could pop out of the bottom of her feet like roller skates. It was easy for Marisol to tell where Pichi was because of the whirring of her skates and the clatter of things she carelessly knocked over in her wake. Marisol held back her giggles and crept on tip toes through the rooms managing to avoid Pichi at every turn. Sometimes when they played this game, Marisol would climb to the glass level and watch Pichi spin through the labyrinth for a long time, unable to find her. Pichi never liked it when Marisol played that way.
Tabella riassuntiva
Tre storie d’amore in equilibrio tra normale e bizzarro.
C’è una certa ingenuità adolescenziale di fondo.
Stile scorrevole, accattivante, immersivo.
Tanti piccoli infodump che interrompono la narrazione.
Autore: Lawrence Sutin Titolo italiano: Divine invasioni – La vita di Philip K. Dick Genere: Biografia
Anno: 1989 Nazione: USA Lingua: Inglese Pagine: 380 ca.
–
Difficoltà in inglese: *
Non si può dire che le biografie siano il mio genere preferito. Non ho il minimo interesse per i personaggi famosi o per “quelli che ce l’hanno fatta”. Quanto ai grandi personaggi storici, so che molto di rado i grandi avvenimenti della storia sono conseguenza delle azioni di singoli uomini, perciò preferisco studiare un’epoca, o una società, o una situazione, piuttosto che la vita privata del Napoleone di turno. Soprattutto, è difficile che mi metta a leggere la biografia di uno scrittore: queste persone conducono in genere una vita noiosa, scandita da scadenze e presentazioni dei propri libri.
Philip K. Dick è un’eccezione. Non tanto perché è il mio scrittore preferito, quanto perché la sua vita sembra un romanzo. E Dick stesso potrebbe essere un protagonista dei suoi stessi libri. Ai fan dello scrittore, a quelli che l’hanno avvicinato da poco ma si chiedono come possa aver partorito le sue idee folli, e a quelli che sono rimasti incuriositi dagli aneddoti che lanciavo qua e là sulla sua vita, è dedicato questo articolo.
La biografia di Lawrence Sutin ripercorre metodicamente, e con piglio ironico, tutta l’esistenza dello scrittore, dalla prima infanzia alla morte. La gemella morta poco dopo il parto, la cui esistenza avrebbe angosciato Dick per tutta la vita; le sue crisi asmatiche e con il cibo quando era piccolo, unita alla sua tendenza agli esaurimenti nervosi; la sua serie di matrimoni impulsivi e di breve durata (si è sposato cinque volte e ha divorziato tutte e cinque); gli anni di povertà in cui lui e la moglie mangiavano cibo per cani perché racconti e romanzi pagavano poco; il tentativo di far internare in manicomio la sua terza moglie (ma poi Dick si è sentito molto in colpa); la sua abitudine di razziare gli armadietti dei medicinali dei suoi genitori per poi impasticcarsi di tutto e di più (lato positivo: i suoi romanzi mostrano una notevole preparazione in farmacologia e terapia delle malattie mentali); l’orrore provato a leggere documenti sul nazismo in preparazione a The Man in the High Castle; la sua abitudine di andare la mattina presto in una rimessa in mezzo alla campagna, per poi mettersi a scrivere per dieci ore filate sotto effetto di anfetamine (per tenere il ritmo) e produrre così quattro-cinque libri all’anno; l’allucinazione, durata settimane, della faccia di Palmer Eldritch in cielo; le conversazioni allucinate su teologia e gnoseologia con il reverendo Pike; gli anni in cui casa sua si trasformò in una comune di tossici e fece le sue prime sperimentazioni con l’LSD, per poi diventare preda di attacchi paranoidi e buttare tutti fuori di casa (convinto che qualcuno lo stesse tradendo e volesse farlo finire dentro); il terrore che i federali volessero incastrarlo come comunista per il suo passato sinistroide a Berkeley; i suoi commenti avvelenati e nevrotici rivolti a Ursula K. LeGuin (seguiti da sentite scuse); il suo tentativo di suicidio in Canada; fino alle famose allucinazioni cosmologiche (come quella del raggio rosa che l’avrebbe sollevato dal letto nel cuore della notte) che l’avrebbero convinto che noi in realtà ci troviamo nel 70 d.C., intrappolati in un’allucinazione collettiva ordita dall’Imperatore Romano (la cui ‘incarnazione’ dell’epoca sarebbe stata Richard Nixon) per rendere eterno l’Impero, e che Satana (a volte identificato con questo stesso Imperatore romano) avrebbe imprigionato la Terra in una gabbia che lo esclude dalle onde di trasmissione di un’intelligenza diffusa e divina – VALIS – sparsa ovunque nell’universo, energia che sarebbe riuscita a fare breccia nella gabbia e a comunicare con alcune persone (come Dick) che ora sarebbero dei prescelti di VALIS incaricati di mostrare la verità al genere umano e liberare il mondo dagli artigli del male e della psicosi – teoria alla luce della quale Dick avrebbe compilato negli ultimi anni di vita un’Esegesi di oltre un migliaio di pagine, ad uso personale…
Per non parlare della marea di romanzi incompiuti, abbozzati, perduti di quel grafomane che era Dick, dal progettato seguito de La svastica sul sole al famigerato capitolo conclusivo mai scritto della Trilogia di VALIS, passando per i continui insuccessi nel campo del mainstream.
“Your ass is mine, Dick.”
Divine Invasions, che riprende il titolo di uno degli ultimi – e meno comprensibili – romanzi dickiani, è una lettura piacevolissima che mischia informazioni biografiche, testimonianze di parenti e amici sopravvissuti, brani scritti da Dick in cui parla delle sue convinzioni e dei suoi interessi, e anche, talvolta, del suo modo di scrivere. Si sente l’amore di Sutin per lo scrittore e il suo desiderio di fare un lavoro il più completo e attendibile possibile.
In coda al libro, Sutin ha anche compilato un elenco – in ordine di stesura, e non di pubblicazione – di tutti i romanzi e le raccolte di racconti prodotti da Dick, con tanto di breve riassunto, giudizio sintetico e voto finale. Solo a volte concordo con le sue valutazioni, ma in ogni caso si tratta di una guida assai utile alla bibliografia dickiana e me ne sono servito spesso in quei sette-otto mesi che ho trascorso a leggere tre quarti della sua produzione.
Insomma, se gli aneddoti che ho gettato qua e là, tra articoli e commenti, su questo psicopatico di uno scrittore vi hanno incuriosito, vi consiglio di andare direttamente alla fonte.
Una panoramica del “metodo Dick”
Invece che approfondire il contenuto del libro o produrre qualche estratto a caso, questa volta mi sembra più interessante fare una cosa diversa. Alle Pag.187-189 dell’edizione italiana, Sutin riporta e commenta alcune parole scritte da Dick a proposito del modo in cui costruisce i suoi romanzi. Ed è sempre interessante leggere come operano i grandi scrittori, giusto?
Quindi, eccovele di seguito:
Un altro scrittore di fantascienza con cui Phil fu in contatto fu Ron Goulart. E a lui, nell’estate del 1964, inviò una lunga lettera che si avvicinava allo schema per la costruzione di un romanzo più di ogni altra cosa che Phil abbia mai scritto. Il che non vuol dire che uno qualunque dei suoi romanzi si adatti alla perfezione allo schema proposto in tale lettera – Phil sapeva deviare da qualsiasi piano, nel corso dei suoi periodi di scrittura al calor bianco. Ma la lettera è rivelatrice delle strategie che confluivano nella creazione dei mondi dickiani con punti di vista multipli. E’ anche una lettera assai singolare, per essere stata scritta nel corso di un blocco dello scrittore – forse aiutò Phil a rassicurarsi che poteva farcela ancora.
Nei primi tre capitoli, dice Phil, devi introdurre tre personaggi chiave. Nel primo capitolo:
Il primo personaggio, non il protagonista, ma un essere “subumano”, vale a dire una specie di uomo qualunque che esiste per tutto il corso del libro ma è, insomma, passivo; veniamo a conoscenza di quell’intero mondo, del suo background, da come esso agisce su di lui; è il “tizio che deve pagare il conto”, il “signor Contribuente”, eccetera. Okay. Dal punto di vista drammatico sapremo poco di lui ma, cosa più importante, vediamo il mondo che dovremo abitare, e qui sta la differenza tra romanzo e racconto breve; non è una progressione drammatica che culmina in una Scena Finale o in una Crisi, ma, come dico io, un mondo intero “con tutti i buchi collegati”, come dice José Ortega y Gasset.
Nel secondo capitolo arriva il “protag”, che ha un nome a più sillabe, come “Tom Stonecypher”, in contrapposizione al monosillabico “Al Glunch” del “sotto-uomo” del capitolo uno. Il “protag”:
lavora per – ed ecco che arriva l’Istituzione o l’organizzazione o l’attività lavorativa – be’, va bene ogni cosa, purché ci dia queste informazioni: ci dica cosa fa Mister S. [Stonecypher, ossia il “protag”], e cos’è questa cosa, la sua funzione. Veniamo anche a conoscenza di questo: la vita personale (o privata, o domestica) di Mister S. I suoi problemi coniugali o sessuali, o qualunque cosa sia la cosa che preoccupa solo lui, e non la grossa corporazione per la quale lavora… per cui non abbiamo più sfondo, massa, astrazioni, qui; abbiamo l’immediato, l’ora, questo e non quello; il problema è urgente e coinvolge qualcun altro, tipo una moglie, un fratello, eccetera. Capito?
Nel terzo capitolo compare una figura che svetta oltre le prime due, per statura, trasformando così la portata del romanzo:
Cambiamo percorso, e qui incominciamo a sviluppare il romanzo in un modo negato al racconto breve. Continuiamo sia con Mister S. che col “subumano” Mister Glunch… in un certo senso. Ma in un altro, anche se tecnicamente andiamo avanti con Mister S., ci troviamo in un’altra dimensione, quella del super-umano. E’ l’enorme problema di Loro, per esempio un’invasione della Terra, un’altra razza senziente, eccetera, e, tramite occhi e orecchie di Mister S., diamo per la prima volta un’occhiata a questa realtà super-umana – e all’essere umano (che chiameremo Ubermensch?) che la abita (…) Come Mister G. è il contribuente medio e Mister S. è “Io”, la persona normale, Mister U. è Mister Dio, Mister Big (…). Lui è Atlante, che porta il peso del mondo, per così dire, che sia malvagio – e potrebbe esserlo molto – o buono; in ogni caso, il potere gli ha conferito delle responsabilità, e ciò lo ferisce; pesa su di lui, lo fa invecchiare… ma lui è abbastanza grande da svolgere quest’altro compito; può sopportarlo, è autosufficiente.
Phil pone l’accento sul fatto che “l’intero versante drammatico del libro poggia sull’impatto tra Mister U. e Mister S.”. Un primo sguardo a tale impatto viene dato nel terzo capitolo. “A questo punto siamo nel bel mezzo di un libro, non solo di un racconto”, a causa dell’interazione fra i tre personaggi. E’ il destino di Mister S. “Si evolve drammaticamente lungo un percorso che lo porta al confronto diretto con Mister U., da cui nasce la scelta per decidere in che modo le Cose – cioè Mister U. – finiranno in definitiva, nella sezione della crisi, e ricadranno su Mister. S.”. E ora arriva la grande fusione di mondi, verso la quale si è finora indirizzata la narrazione:
Mister S., nel secondo capitolo, pensava di avere dei problemi (ne aveva: di tipo personale). Ma ora guardalo nel quarto capitolo. Ha un po’ del peso di Atlante su di sé: proprio un bel salto di problemi. E poi: il problema originario, quello personale, non è sparito; in realtà è peggiorato. Per cui abbiamo un vero e proprio contrappunto, due problemi, il primo personale, accanto al secondo, a carattere mondiale. E ognuno di essi inguaia, complica e aumenta l’altro.
E, alla fine, il grande momento drammatico giunge quando Mister U., ora profondamente legato a Mister S., entra nell’area dei problemi personali prima relegata a Mister S. Per cui in un certo senso nell’ultima parte del libro i due mondi o i due problemi o i due versanti drammatici si fondono.
L’azione drammatica è intensificata da un groviglio totale:
Per cui si viene a rivelare il meccanismo strutturale di base: I PROBLEMI PERSONALI DI MISTER S. RAPPRESENTANO LA SOLUZIONE DI QUELLI MONDIALI DI MISTER U. E ciò può capitare sia nel caso che Mister S. stia con Mister U., o che sia contro di lui; vedi quali estreme varietà già si presentino, a livello strutturale? (Per esempio, se Mister S., dopo aver lavorato per un certo periodo per Mister U., se ne fosse andato in maniera traumatica – gli si fosse rivoltato contro, per unirsi di nuovo alla PPI [Phenotype Products Inc., o qualunque altra ditta “dai valori morali assai dubbi” sia stata inventata], nella sua lotta per la sopravvivenza – e tornasse di nuovo dal suo vecchio capo?
Phil suggeriva un possibile “sviluppo drammatico della conclusione” sotto forma di uno scontro di qualche tipo tra Mister S. e Mister U., con l’ultimo che ha la peggio, nonostante il suo enorme potere. Ma “Mister S. sopravvive, e tutto torna a posto, tranne che per qualche nessuno finale deliberatamente lasciato in sospeso; Mister S. forse ha risolto i suoi problemi personali o quelli del mondo – ma qualunque di questi abbia risolto, nel libro, ora l’altro è peggiorato, ironicamente… e ci dobbiamo rassegnare”. La Terra è stata salvata dai “Giganteschi Piselli Demolitori provenienti da Betelgeuse IV, in fondo, per cui ci si può rilassare, fare i saggi, e prenderci un po’ di tempo per sentire cosa prova Mister S.”. La “coda” è un’occhiata conclusiva a Mister G. – “che ne è di lui (…), lui, che è stato quasi dimenticato, in tutto questo scompiglio?”. Più o meno come prima, anche se magari potrebbe avere un lavoro leggermente migliore.
Comunque, mio adorato, ecco come PKD mette insieme 55.000 parole (chilometraggio giusto) dalla sua macchina da scrivere: avendo tre persone, tre livelli, due temi (uno esterno, a dimensioni mondiali, l’altro interno, a dimensioni individuali), con una fusione del tutto e, alla fine, una nota più umana. Questa è, per così dire, la mia struttura. Ho detto abbastanza.
Okay, diciamoci la verità – QUESTO è il vero metodo Dick.
Due parole sul pezzo precedente.
L’ho chiamato per semplicità “metodo Dick”, ma in realtà lo schema è di massima; lui stesso non l’ha mai seguito con grande rigore. Nel corso della sua carriera, Dick ha utilizzato una gran varietà di strutture diverse, e quella di cui parla in quella lettera si riferisce più che altro alla composizione dei romanzi del periodo ‘centrale’ (quelli che vanno da The Man in the High Castle a Do Androids Dream of Electric Sheep?); A Scanner Darkly, per esempio, utilizza una più normale struttura con unico protagonista-pov (Bob Arctor) più alcuni capitoli particolari in cui l’autore con una telecamera onnisciente va a vedere le vite di personaggi minori. Inoltre, anche nei romanzi più aderenti a tale struttura, Dick si è sempre preso una certa libertà1.
Non direi mai a un aspirante scrittore che questa struttura sia una “formula del successo” o che andrebbe seguita a prescindere dal materiale del romanzo. Non lo penso. Tuttavia, credo che le parole di Dick possano insegnare un paio di cose interessanti:
1. Utilità del personaggio sfondo. Uno dei problemi tipici della narrativa di genere (specialmente se ambientata in un “mondo secondario” o nel futuro) è: come si fa a spiegare l’ambientazione, se bisogna utilizzare personaggi già abituati a viverci e contemporaneamente si sta svolgendo una crisi che cambia gli equilibri iniziali? Da un lato, l’infodump puzza, e dedicare i primi capitoli a dettagliare l’ambientazione per poi inserire l’elemento di crisi ammazza la tensione e il ritmo. Viceversa, iniziare col botto, e cioè con la crisi, impedisce al lettore di apprezzarne l’importanza, o nei casi peggiori, di seguire il filo degli avvenimenti: non ha ancora dimestichezza con l’ambientazione. Questo è uno dei punti più controversi anche nei manuali di scrittura, con alcuni che privilegiano un inizio morbido per non mandare in crisi il lettore, e altri che preferiscono l’inizio in medias res (con eventuale flashback per spiegare il ‘prima’, ma anche no).
Il ‘personaggio sfondo’ usato da Dick è molto comodo. Il suo ruolo è di far riflettere su di sé le caratteristiche della società in cui vive, ed essendo passivo, il lettore può concentrare la sua attenzione sul mondo circostante e sugli effetti che questo ha sul personaggio. Problema: cominciare col personaggio sfondo non è un inizio troppo lento, e non ritarda troppo l’hook e l’innesco vero e proprio della trama? Sì: questo è indubbio. Un’altra soluzione potrebbe essere questa: un primo capitolo col protagonista attivo, e l’evento della storia che innesca il cambiamento (di cui ancora non realizziamo la portata, ma intuiamo che è notevole). Secondo capitolo: personaggio sfondo. Il ritmo a questo punto può rallentare (la storia è partita, l’attenzione del lettore catturata) e ora ci si può prendere il tempo per delineare l’ambientazione – mostrandola attraverso il personaggio passivo – e dare al lettore i punti di riferimento che gli servono. Quando nel terzo capitolo si torna al protagonista e alle sue magagne, il lettore avrà tutte le informazioni per capire meglio azioni e pensieri del personaggio e per apprezzare il cambiamento che sta intervenendo.
Nulla impedisce comunque altre varianti, come far coincidere protagonista attivo e personaggio sfondo (inizialmente passivo e quindi ‘sfondo’, in seguito a un evento X il personaggio si ribella e diventa attivo: un classico, specialmente nelle distopie). Ma soprattutto nei romanzi corali, l’idea di assegnare i due ruoli a personaggi diversi (e quindi, seguendo le loro evoluzioni, vedere due lati diversi della società e del cambiamento in atto, due lati che altrimenti non si incontrerebbero mai) andrebbe presa in considerazione. Insomma: sperimentate.
2. Importanza della vita privata. Ci sono tanti sistemi per dare tridimensionalità e credibilità a un personaggio. Dargli una parlata e una gestualità particolare, degli obiettivi specifici, o farli evolvere nel corso della storia sono tutti ottimi sistemi. Ma uno dei metodi principi, è dare loro una vita privata. Un hobby, un problema familiare, una vita e interessi secondari dietro il loro lavoro o la loro quest. Una delle ragioni per cui gli scienziati e gli ingegneri di Clarke sono ridicoli, è che esistono per la loro funzione, ma sembrano non avere nient’altro nella loro vita.
Creare attrito tra la vita privata del personaggio e l’intreccio principale, inoltre, moltiplica i livelli di conflitto. Quindi alimenta la tensione. Uno dei motivi di fascino dei personaggi dickiani è proprio l’intergioco, e il conflitto, tra i loro problemi privati, la pressione sociale cui sono soggetti e la crisi centrale del romanzo.
Certo: non sempre c’è lo spazio o un modo elegante per mostrare la vita privata dei propri personaggi, specialmente se in corso c’è una crisi globale o qualcosa del genere. In un romanzo non incentrato sui personaggi, ma per esempio su un evento o su un’idea – per utilizzare la distinzione tra “tipi di trame” di Orson Scott Card – troppa attenzione alla vita privata dei protagonisti potrebbe anzi essere una distrazione. Ma anche qualche piccolo suggerimento, qualche oggetto lasciato sulla scrivania, qualche parola detta per caso, possono arricchire notevolmente. Come dicevo a Gamberetta commentando il suo Assault Fairies, anche gli sceneggiatori dei serial americani hanno capito l’importanza di suggerire stralci della vita privata dei loro protagonisti, da CSI al Dottor House. Il fatto che la psicologia dei personaggi abbia un’importanza marginale non significa che – con poche frasi e/o elementi messi al posto giusto – non si possa tridimensionalizzarli, pur dedicando loro il minimo di spazio.
Insomma: in fase di preparazione del romanzo, fate un pensierino sulla possibilità di inserire nel romanzo questo lato della vita dei protagonisti.
Ci sarebbero altre considerazioni da fare, sulla struttura del romanzo corale e del contrappunto tra i personaggi, ma andrei decisamente fuori strada: ci tornerò in un articolo futuro.
In conclusione, leggete Divine Invasions e meditate. Siamo tutti intrappolati in una gabbia di Faraday metafisica e forse solo il profeta Elia potrà salvarci, armato di un ciondolo con un pesce e con i Rotoli del Mar Morto sotto l’ascella. O forse no.
Un’invenzione del demonio.
(1) Il caso di maggiore aderenza è forse The Three Stigmata of Palmer Eldritch, a cui ho dedicato un Consiglio un paio di mesi fa. Qui abbiamo i tre livelli (sub-umano, umano e super-umano), ma quattro personaggi-pov, e la loro collocazione, di conseguenza, è un po’ sfalsata rispetto ai tre livelli:
– Richard Hnatt e gli abitanti di Chicken Pox Prospect costituiscono il livello sub-umano. Sempre passivi, non hanno alcun ruolo nella trama se non quello di carta tornasole dell’ambientazione.
– Barney Mayerson, il protagonista, si trova a un livello intermedio tra sub-umano e umano. E’ una persona attiva e con un certo potere, ma il suo ruolo nella risoluzione dell’intreccio è marginale. E’ il personaggio che evolve di più e il focus del romanzo, ma rimane una figura più passiva che attiva, più concentrata sui suoi problemi privati che nella risoluzione della crisi globale.
– Leo Bulero è il vero personaggio attivo. Della sua vita privata sappiamo pochissimo, e questa influisce poco sulla storia. Lui affronta la crisi, lui elabora piani, lui si scontra con l’entità-Palmer Eldritch. Essendo un essere umano dalla vitalità, dalla ricchezza e dal potere straordinari, lo collocherei a metà tra l’umano e il super-umano.
– Volendo aggiungere un quinto livello, troviamo il vero super-umano nel personaggio di Palmer Eldritch, che però non ha un proprio pov.
Inoltre i rapporti tra Mayerson, Bulero ed Eltrich sono piuttosto complessi – non sono proprio amichevoli, ma neanche completamente antagonistici. Eldritch invade gli spazi privati di entrambi; ciò che distingue Mayerson e Bulero sono le differenti reazioni.
Altri romanzi che seguono abbastanza fedelmente la struttura solo The Man in the High Castle – ma con ancora più pov e una struttura ancora più sfumata – o The Penultimate Truth – che però è mediocre – o Do Androids Dream of Electric Sheep? – dove il super-umano è però depotenziato, e si riferisce agli androidi che invadono la casa di Jack Isidore.Torna su
Autore: William Golding Titolo italiano: Uomini nudi Genere: Prehistorical Fiction / Horror Tipo: Romanzo
Anno: 1955 Nazione: UK Lingua: Inglese Pagine: 230 ca.
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Difficolta in inglese: ***
Lok, Fa, la piccola Liku, il vecchio Mal e i loro compagni stanno migrando dal mare verso le montagne per la primavera. Devono raggiungere la sporgenza rocciosa in cima alla cascata prima di notte, e rendere omaggio alla signora dei ghiacci che dimora tra le colline. Ma il posto non è più come lo ricordavano, e Mal è ormai troppo vecchio per arrampicarsi tra le rocce.
E c’è dell’altro. Non sono più soli ai piedi della cascata. C’è della gente nuova che si aggira nel bosco e tra le rocce ai lati della cascata. Hanno preso possesso dell’isola al centro del fiume, che le gente credeva irraggiungibile, e ora minacciano la vita del gruppo. E quando i loro compagni cominceranno a sparire misteriosamente, Lok e Fa capiranno che bisogna fare qualcosa – perché in gioco c’è la sopravvivenza della loro stessa specie.
Con oggi chiudo la serie dei consigli “preistorici” dedicati ai partecipanti all’antologia Deinos, recensita su questo blog ormai tre settimane fa.
William Golding è famoso soprattutto per Il signore delle mosche, ma in realtà lo scrittore britannico è autore di una valanga di altri romanzi. The Inheritors, la sua seconda fatica, nonché la sua opera preferita, è un breve romanzo che racconta il destino degli ultimi uomini di Neanderthal d’Inghilterra il giorno che sulle loro coste approdano i primi esemplari di Homo Sapiens. Appartiene quindi al genere poco esplorato delle storie ad ambientazione preistorica, con in più quella sfumatura horror che ci piace tanto.
Se la trama del romanzo è estremamente semplice e lineare, i suoi obiettivi sono piuttosto ambiziosi: cercare di farci entrare nella testa di un uomo di Neanderthal e capire come pensa; speculare su come potrebbero essersi svolti i primi rapporti tra due specie umane imparentate ma differenti; mostrarci perché i Sapiens sono sopravvissuti e si sono moltiplicati, mentre i Neandhertal si sono estinti. Soprattutto, mostrarci i nostri antenati dal punto di vista di un’altra specie. Sembra che Golding sia stato appassionato di paleontologia e del rapporto tra Sapiens e Neanderthal fin da piccolo; sarà riuscito a coniugare pazienza, serietà scientifica e abilità narrativa?
Lo stato della ricerca scientifica sull’uomo di Neanderthal ai tempi di Golding.
Uno sguardo approfondito The Inheritors mi sembra la dimostrazione perfetta di come anche la migliore delle idee possa essere rovinata almeno in parte da una prosa inadeguata.
Dato che il punto di maggior interesse del romanzo è la possibilità di immedesimarsi nel punto di vista di un uomo di Neanderthal, uno si aspetterebbe un romanzo raccontato in prima o terza persona appiccicata. Invece no. Come gia’ in Lord of the Flies, Golding si affida a un narratore onnisciente posto “nei pressi” di Lok, uno dei Neanderthal, e che si avvicina o si allontana dalla sua testa a seconda del momento. E se col progredire del romanzo la connessione col pov di Lok diventa (fortunatamente) sempre piu’ solida, nei primissimi capitoli, quando ancora il gruppo è molto compatto, la telecamera pare schizzare ora verso uno, ora verso l’altro dei Neanderthal.
Questo crea fin dall’inizio due grossi problemi.
Primo: dato che non si capisce mai esattamenta che angolazione si sta guardando la scena, mappare l’esatta disposizione degli elementi dello scenario è oltremodo difficile. Piu’ volte mi sono trovato a dover rivedere la mia immagine mentale degli ambienti del libro, o a non capire piu’ in quali posizione reciproca palude, boschi, fiume, cascata, colline, terrazza e montagne fossero; il che è sempre grave, ma lo è ancora di piu’ in una storia – come questa – in cui la topografia è così importante.
Secondo: poiché il filtro dell’autore ci distanzia dai protagonisti della storia, ci sentiamo meno coinvolti. Espressioni come questa: “Then, as so often happened with the people, there were feelings between them”, ci ricorda che noi lettori non siamo membri della ‘gente’, non siamo nella testa dei Neanderthal, ma ci troviamo nella testa dell’autore che via via ci racconta le vicende dei suoi poveri personaggi. Non solo si perde l’occasione di vivere l’esperienza straniante di vivere ‘dentro la testa’ di un Neanderthal, ma difficilmente proveremo brividi di ansia e paura quando i primi membri del gruppo cominceranno a sparire senza lasciare traccia.
La lotta per la sopravvivenza tra Neanderthal e Sapiens. Sentite il brividino d’ansia corrervi su per la schiena?
Di conseguenza, più spesso che no si spande sulle pagine di The Inheritors quella sostanza grigia e appiccicosa che è la noia. Da una parte, le lunghe descrizioni della boscaglia, del fiume, del rombo della cascata, degli scherzi che la luce del sole fa sulla vallata in differenti momenti della giornata; dall’altra, il ritmo lentissimo con cui gli episodi chiave del libro si succedono, intervallati da pagine e pagine di attività triviali e/o inconcludenti. All’inizio è interessante vedere i Neanderthal alle prese con occupazione quotidiana, vedere come risolvono i problemi più semplici legati alla sopravvivenza, vedere quante difficoltà incontrino in attività che per noi Sapiens sarebbero (o dovrebbero essere?) di una banalità estrema. Ma dopo un po’ il lettore capisce come funziona, e comincia a spazientirsi all’idea di doversi sorbire altre decine di pagine che ribadiscono il concetto, aspettando che accada qualcosa.
Nella ‘lotta’ tra Neanderthal e Sapiens, assistiamo a molte sortite inconcludente, a molti giri a vuoto, a piani che vengono tentati e rielaborati più e più e più volte. In parte questo riflette il carattere dei Neanderthal di Golding – l’incapacità a rimanere focalizzati per troppo tempo sulla stessa cosa, la tendenza a lasciarsi distrarre dalla prima minchiata, la volubilità emotiva, l’estrema difficoltà a sviluppare pensiero astratto. In questo senso, il comportamento irrazionale e ripetitivo dei protagonisti del romanzo è corretto. Tuttavia questa ripetitività diventa alla lunga indigeribile per il lettore medio (e so per esperienza che io ho più pazienza del lettore medio).
Se Golding non poteva certo far comportare i suoi Neanderthal diversamente da come si comportano, pena la perdita di credibilità/coerenza, dall’altra nulla gli impediva di ricorrere a un legittimo espediente: cioè di accelerare e vivacizzare la storia ad opera di qualcosa di esterno, come i Sapiens, gli animali, o qualche calamità naturale, eccetera. O ancora, si sarebbero potute fare delle cesure temporali, tagliando tutto ciò che sta in mezzo tra due momenti importanti della trama (o almeno, i meno significativi di questi episodi, che sono la maggior parte). Il fatto che i Neanderthal vivano la vita a un ritmo placido non significa che anche il mondo attorno a loro (o soprattutto, il mondo della storia) debba fare altrettanto.
Sono ragionevolmente sicuro che si sarebbe potuto scrivere The Inheritors con la metà delle pagine (o anche meno) senza perdere nulla dal punto di vista del contenuto. Probabilmente, data la ‘semplicità’ e linearità dell’argomento del libro, il formato della novella avrebbe funzionato alla perfezione.
Cranio di un uomo di Neandertha. Trasuda intelligenza da tutti i pori.
Tutto questo è un peccato, perché di per sé i Neanderthal di Golding sarebbero anche interessanti.
Tra le loro caratteristiche principe, il fatto che pensino (perlopiù) tramite immagini statiche invece che mediante parole o astrazioni; il loro modo di ricordare un evento passato, o di fare un piano per il futuro, o di spiegarsi un fenomeno, è creando un’immagine mentale (make a picture nel testo). Alcune volte ho avuto l’impressione che Golding approfittasse un po’ di questa locuzione, mascherando quelli che di fatto erano dei pensieri identici a quelli di noi umani Sapiens; ma il più delle volte si nota in effetti una certa differenza, una certa lentezza nello sviluppare un pensiero o l’incapacità di spiegare le tappe di un processo, avendo a disposizione solo la situazione iniziale e l’immagine del risultato finale.
Quando all’inizio del libro i Neanderthal vanno in crisi perché non c’è più il tronco che collegava le due sponde di un rigagnolo, continuano a prodursi nella testa immagini del tronco, e immagini di altri possibili tronchi da metterci, e ci mettono parecchio tempo (e parecchio brainstorming) prima di capire come fare a far sì che lì ci sia un altro tronco.
Non essendo né un paleontologo né un antropologo forense, non sono in grado di dirvi quanto il suo ritratto sia scientificamente attendibile. I suoi Neanderthal non sono in grado di costruire manufatti, né di decorarsi, mentre Piperita Patty mi ha raccontato che ci sono casi documentati di uomini di Neanderthal con perline tra i capelli – ma bisogna tenere conto che The Inheritors è stato scritto negli anni ’50, quando si sapevano meno cose sull’argomento. Interessante, piuttosto, che Golding abbia anticipato la possibilità di interbreeding tra Sapiens e Neanderthal (oggi si stima che noi Sapiens dell’Eurasia portiamo nel nostro codice genetico dall’1 al 4% di DNA Neanderthal; qui un brevissimo articolo sull’argomento e qui il paper di Science a cui si riferisce il primo articolo)1.
Golding fa invece appello alla licenza poetica quando i suoi Neanderthal di una debole forma di telepatia di gruppo. I Neanderthal comunicano di rado a voce tra di loro, perché il più delle volte possono comunicarsi a vicenda immagini (share a picture). Personalmente ho apprezzato questa caratteristica, e contribuisce a differenziare il comportamento dei Neanderthal da quello dei Sapiens nel romanzo. Mi ha lasciato molti dubbi, invece, la decisione di attribuire loro una specie di culto della non-violenza, per cui non mangiano altri animali a meno che non li abbiano trovati già morti.
Ho apprezzato anche l’idea di scegliere come protagonista Lok, il più stupido della ‘gente’, nonché quello che ha più difficoltà a produrre immagini e a condividerle col resto del gruppo. Di default, in questo tipo di storie l’autore sceglie come protagonista il personaggio più sveglio, più indipendente, l’outsider; Lok invece è il più “irrimediabilmente Neanderthal”, il meno evoluto della sua specie, quello che fa più fatica a capire quello che sta succedendo. Nonostante la presenza costante del filtro dell’autore, il pov di Lok amplifica l’effetto straniante di stare nella testa di una specie più stupida e più lenta. Questo fa sì che spesso gli eventi vengano descritti in modo semplice e scabro, come una sequenza di azioni che dev’essere il lettore a interpretare, perché Lok non ne è in grado. Questa variazione sul tema dell’unreliable narrator è interessante, anche se a volte ho avuto serie difficoltà a capire cosa stesse succedendo – ma potrebbe essere colpa del mio inglese non sufficientemente allenato, e non del libro.
Ha! Niente genoma Neanderthal per voi, negri!
Insomma, c’erano tutti gli elementi perché venisse fuori un bel romanzo. Se questo non succede, le ragioni stanno in una gestione barbina del pov – che vanificano in parte il buon tentativo di farci vedere il mondo attraverso gli occhi e gli atti di una specie più ‘stupida’ – e nell’organizzazione sbagliata dei tempi narrativi. Io stesso ho fatto parecchia fatica a portare a termine la lettura, nonostante la curiosità di sapere come Golding l’avrebbe fatto finire 2. Di conseguenza, sarei molto cauto nel consigliare The Inheritors, anche agli appassionati di preistoria. Quello che posso dirvi è: soppesate bene i pro e i contro che vi ho presentati prima di imbarcarvi nell’acquisto, anche considerato che è molto difficile trovare delle copie piratate del romanzo.
Oh! Ora che me ne accorgo, questa Bonus Track mi è venuta persino più lunga dell’ultimo Consiglio. E dire che avevo promesso che le Bonus Track sarebbero state brevi e sintetiche. Ah! Ah! Ah! Che deficiente.
Dove si trova?
Purtroppo, come dicevo poc’anzi, The Inheritors è uno di quei pochi romanzi di Golding che è molto difficile trovare piratato. Una versione kindle è comunque disponibile su Amazon a un prezzo tollerabile (6,24 Euro al momento in cui scrivo). Una traduzione italiana è storicamente esistita, ma è molto vecchia, e dubito che riuscirete a procurarvene un esemplare.
Chi devo ringraziare?
Come tutti, conoscevo Golding per Il signore delle mosche; ma se ho deciso di leggere questo The Inheritors lo devo soprattutto a Piperita Patty / Conigliettoassassino (saltuaria commentatrice di questo blog), che dopo lunga frequentazione è riuscita a trasmettermi un po’ di curiosità per il mondo preistorico e per i nostri antenati biologici. Ora sta cercando disperatamente di convincermi a leggere i libri della Auel – si vedrà.
Primo libro della saga degli Earth’s Children di Jean Auel. Non l’ho letto.
Qualche estratto
Il primo estratto viene dal secondo capitolo, quando la ‘gente’ si riunisce per discutere e dà una dimostrazione del suo modo di pensare mediante parole e condivisione di immagini. Dà anche un’idea della posizione del protagonista Lok all’interno del gruppo. Il secondo estratto, più avanti nel libro, mostra invece i Sapiens attraverso lo sguardo di uno stupito Lok.
1. Then Fa came and leaned her body against Mal so that three of them shut him in against the fire. He spoke to them between coughs.
“I have a picture of what is to be done.”
He bowed his head and looked into the ashes. The people waited. They could see how his life had stripped him. The long hairs on the brow were scanty and the curls that should have swept down over the slope of his skull had receded till there was a finger”s-breadth of naked and wrinkled skin above his brows. Under them the great eye-hollows were deep and dark and the eyes in them dull and full of pain. Now he held up a hand and inspected the fingers closely.
“People must find food. People must find wood.”
He held his left fingers with the other hand; he gripped them tightly as though the pressure would keep the ideas inside and under control.
“A finger for wood. A finger for food.”
He jerked his head and started again.
“A finger for Ha. For Fa. For Nil. For Liku—–”
He came to the end of his fingers and looked at the other hand, coughing softly. Ha stirred where he sat but said nothing. Then Mal relaxed his brow and gave up. He bowed down his head and clasped his hands in the grey hair at the back of his neck. They heard in his voice how tired he was.
“Ha shall get wood from the forest. Nil will go with him, and the new one.” Ha stirred again and Fa moved her arm from the old man”s shoulders, but Mal went on speaking.
“Lok will get food with Fa and Liku.”
Ha spoke:
“Liku is too little to go on the mountain and out on the plain!”
Liku cried out:
“I will go with Lok!”
Mal muttered under his knees:
“I have spoken.”
Now the thing was settled the people became restless. They knew in their bodies that something was wrong, yet the word had been said. When the word had been said it was as though the action was already alive in performance and they worried. Ha clicked a stone aimlessly against the rock of the overhang and Nil was moaning softly again. Only Lok, who had fewest pictures, remembered the blinding pictures of Oa and her bounty that had set him dancing on the terrace. He jumped up and faced the people and the night air shook his curls.
“I shall bring back food in my arms”–he gestured hugely–“so much food that I stagger—–so!”
Fa grinned at him.
“There is not as much food as that in the world.”
He squatted.
“Now I have a picture in my head. Lok is coming back to the fall. He runs along the side of the mountain. He carries a deer. A cat has killed the deer and sucked its blood, so there is no blame. So. Under this left arm. And under this right one—-he held it out—-the quarters of a cow.”
He staggered up and down in front of the overhang under the load of meat. The people laughed with him, then at him. Only Ha sat silent, smiling a little until the people noticed him and looked from him to Lok.
Lok blustered:
“That is a true picture!”
Ha said nothing with his mouth but continued to smile. Then as they watched him, he moved both ears round, slowly and solemnly aiming them at Lok so that they said as clearly as if he had spoken: I hear you! Lok opened his mouth and his hair rose. He began to gibber wordlessly at the cynical ears and the half-smile.
Fa interrupted them.
“Let be. Ha has many pictures and few words. Lok has a mouthful of words and no pictures.”
2. At last they saw the new people face to face and in sunlight. They were incomprehensibly strange. Their hair was black and grew in the most unexpected ways. The bone-face in the front of the log had a pine-tree of hair that stood straight up so that his head, already too long, was drawn out as though something were pulling it upward without mercy. The other bone-face had hair in a huge bush that stood out on all sides like the ivy on the dead tree.
There was hair growing thickly over their bodies about the waist, the belly and the upper part of the leg so that this part of them was thicker than the rest. Yet Lok did not look immediately at their bodies; he was far too absorbed in the stuff round their eyes. A piece of white bone was placed under them, fitting close, and where the broad nostrils should have shown were narrow slits and between them the bone was drawn out to a point. Under that was another slit over the mouth, and their voices came fluttering through it. There was a little dark hair jutting out under the slit.
The eyes of the face that peered through all this bone were dark and busy. There were eyebrows above them, thinner than the mouth or the nostrils, black, curving out and up so that the men looked menacing and wasp-like. Lines of teeth and seashells hung round their necks, over grey, furry skin. Over the eyebrows the bone bulged up and swept back to be hidden under the hair. As the log came closer, Lok could see that the colour was not really bone white and shining but duller. It was more the colour of the big fungi, the ears that the people ate, and something like them in texture. Their legs and arms were stick-thin so that the joints were like the nodes in a twig.
Tabella riassuntiva
La lotta per la sopravvivenza tra Neanderthal e Sapiens!
Gestione barbina del punto di vista che rovina le buone intenzioni.
Una speculazione su come pensavano e si comportavano i Neanderthal.
Spesso è difficile farsi una mappa mentale dell’ambientazione.
Ritmo inesistente e noia a palate.
(1) Ecco un interessante estratto dall’articolo di Science a proposito dell’espansione dei primi Sapiens dall’Africa in Eurasia e dell’incontro (fisico e genetico) con i Neanderthal:
Implications for modern human origins. One model for modern human origins suggests that all present-day humans trace all their ancestry back to a small African population that expanded and replaced archaic forms of humans without admixture. Our analysis of the Neandertal genome may not be compatible with this view because Neandertals are on average closer to individuals in Eurasia than to individuals in Africa. Furthermore, individuals in Eurasia today carry regions in their genome that are closely related to those in Neandertals and distant from other present-day humans. The data suggest that between 1 and 4% of the genomes of people in Eurasia are derived from Neandertals. Thus, while the Neandertal genome presents a challenge to the simplest version of an “out-of-Africa” model for modern human origins, it continues to support the view that the vast majority of genetic variants that exist at appreciable frequencies outside Africa came from Africa with the spread of anatomically modern humans.
A striking observation is that Neandertals are as closely related to a Chinese and Papuan individual as to a French individual, even though morphologically recognizable Neandertals exist only in the fossil record of Europe and western Asia. Thus, the gene flow between Neandertals and modern humans that we detect most likely occurred before the divergence of Europeans, East Asians, and Papuans. This may be explained by mixing of early modern humans ancestral to present-day non-Africans with Neandertals in the Middle East before their expansion into Eurasia. Such a scenario is compatible with the archaeological record, which shows that modern humans appeared in the Middle East before 100,000 years ago whereas the Neandertals existed in the same region after this time, probably until 50,000 years ago.
(2) Da questo punto di vista mi ritengo soddisfatto. Il finale di The Inheritors è costruito in modo intelligente e mi è piaciuto – consolandomi della noia dei capitoli precedenti.Torna su
Autore: Keith Roberts Titolo italiano: – Genere: Ucronia / Slipstream / Mainstream Tipo: Raccolta di racconti intrecciati
Anno: 1968 Nazione: UK Lingua: Inglese Pagine: 290 ca.
Difficoltà in inglese: ***
On a warm July evening of the year 1588, in the royal palace of Greenwich, London, a woman lay dying, an assassin’s bullets lodged in abdomen and chest. Her face was lined, her teeth blackened, and death lent her no dignity: but her last breath started echoes that ran out to shake a hemisphere. For the Faery Queen, Elizabeth the First, paramount ruler of England, was no more…
In un momento cruciale della storia d’Europa, la regina Elisabetta I viene assassinata. In preda alla guerra civile, l’Inghilterra viene conquistata dall’Invincibile Armada di Filippo II di Spagna; in Francia, le guerre di religione terminano con il trionfo della Lega Cristiana e l’ascesa al trono del Casato dei Guisa; in Germania, la rinnovata forza del Papato e dei suoi alleati spezza le ossa delle città-stato tedesche e pone fine al Protestantesimo. Alla fine del secolo, il Cattolicesimo è tornata ad essere l’unica religione d’Europa, e il braccio di ferro del Papato si estende su tutto il mondo occidentale.
Sotto l’occhio severo della Chiesa, il progresso tecnico-scientifico stenta ad affermarsi. Siamo nel 1968, ma l’Inghilterra è ancora un paese rurale punteggiato di castelli e signorotti feudali; ogni nuova tecnologia viene limitata o bollata come eretica dai veti papali. In un Wessex in cui convivono feudalesimo e timide apparizioni di modernità, si intrecciano sei storie: quella di un piccolo macchinista-imprenditore e della sua locomotiva a vapore; quella di un giovane che vuole entrare nella potente Corporazione dei Segnalatori; quella di un prete-stampatore che impazzisce dopo aver assistito alle pratiche dell’Inquisizione; quella di una donna del popolo con l’opportunità di sposarsi col potente signore di Corfe; quella di una ragazzina e dei suoi rapporti con una nave venuta dall’altra parte della Manica; e quella della strenua resistenza di una nobildonna all’autorità del Papa. Intanto, sullo sfondo di queste storie, si muove il popolo degli Antichi, esseri a metà tra mito e realtà che venerano i dimenticati dèi pagani e sembrano dotati di poteri sovrannaturali.
Assieme a The Man in the High Castle di Philip K. Dick, e a Bring the Jubilee di Ward Moore, Pavane è considerato uno dei classici della prima generazione del sottogenere ucronico. La premessa è semplice: cosa sarebbe successo se il Protestantesimo fosse stato soffocato sul nascere e il Papato avesse mantenuto sull’Europa la stessa autorità che aveva nel Basso Medioevo?
E così come nel romanzo di Dick, Roberts decide di mostrare questa divergenza storica attraverso spaccati di vita di gente comune. Dopo la breve premessa a volo d’uccello, Pavane si snoda in sei racconti intrecciati. I racconti sono autoconclusivi, ma alcuni personaggi – come la famiglia di macchinisti-mercanti Strange – e tratti dell’ambientazione riappaiono da una storia all’altra, sicché esse vanno a comporre un unico grande arazzo sulla condizione dell’Inghilterra in questo Novecento alternativo e retrogrado.
Ma come avrete notato, l’articolo di oggi non è un Consiglio. Ci ho pensato per qualche tempo; ho deciso in questo modo perché Pavane – nonostante sia spesso elogiato come “one of the finest alternative histories ever written” – non raggiunge gli standard di qualità minimi per diventare Consigli del Lunedì. Ciononostante, si tratta di un romanzo curioso; e le discussioni avute con Dago e altri utenti sulle ucronie mi hanno convinto che valeva la pena spenderci qualche riga. Soprattutto, vorrei sottolineare dove e perché Pavane ha sbagliato e ha fallito come ucronia.
In coda allo “Sguardo approfondito”, infatti, seguirà una breve riflessione sull’argomento ispiratami dalla discussione con Dago.
Pavana in fa diesis, Op.50, di Gabriel Fauré (1887). Ascoltatela in sottofondo mentre leggete la recensione!
Uno sguardo approfondito
Ciò che mi lascia perplesso di Pavane, tanto per cominciare, è la capacità stilistica dell’autore.
Quando vuole, Roberts è in grado di mostrare una scena in modo efficace. The Signaller, il secondo racconto (nonché il migliore della raccolta), si apre su un ragazzo sdraiato nella neve, immerso in una pozza di sangue. Il ragazzo si riprende, tenta di rimettersi in piedi, di trovare un riparo prima di finire congelato; la telecamera, molto vicina, ci fa percepire il dolore di ogni movimento, la fatica e la difficoltà di sollevarsi, fermare la fuoriuscita del sangue, eccetera.
La capacità di Roberts di mostrare dà il meglio di sé nelle descrizioni delle macchine. Così, nel primo racconto, viene descritto con dettaglio il modo in cui il macchinista Jesse Strange tira fuori la sua locomotiva Lady Margaret dal deposito per l’ultimo viaggio, ci attacca gli altri vagoni, la mette in moto, la guida per la campagna. E del resto, le macchine di Pavane – strano miscuglio di antico e moderno – sono il motivo di maggior fascino del libro, dalle locomotive che viaggiano senza binari ai torni per la stampa gelosamente custoditi nelle abbazie. Su tutte le invenzioni di Roberts trionfano i “semafori”, enormi pali da cui si distaccano due braccia che, mossi all’interno da degli addetti, possono comunicare un’infinità varietà di segnali ad altri semafori collocati a miglia di distanza (un esempio di semaforo lo vedete nella copertina). In un mondo in cui persino il telegrafo è in odore di eresia, i semafori sono il principale mezzo di comunicazione a distanza, e la Corporazione dei Segnalatori – che si tramandano di generazione in generazione il codice dei semafori – è potente e rispettata.
Ma i pregi si fermano qui, perché per la maggior parte del tempo Roberts preferisce (per ragioni incomprensibili) abbandonarsi a un insipido raccontato. La maggior parte dei dialoghi tra i personaggi sono riportati in discorso indiretto, come se l’autore non li ritenesse abbastanza interessanti da riportarli. Molte parti del racconto, anziché essere mostrate attraverso una serie di scene, sono riassunte succintamente.
Decisioni che appaiono particolarmente incoerenti, visto che Roberts non manca quando gli gira di dedicare anche due o tre pagine consecutive alla descrizione della campagna del Wessex.
Uno strumento chiaramente eretico.
Del resto, l’indifferenza di Roberts ad alternare mostrato e raccontato è una diretta conseguenza della sua disgraziata gestione del pov. Pavane infatti utilizza un bel narratore onnisciente che si avvicina e allontana a suo piacimento dai protagonisti delle storie. Generalmente la telecamera si tiene ancorata al protagonista del racconto, ma il narratore si riserva sempre la possibilità di saltare su un altro personaggio pov o persino di sollevarsi a un’impersonale visuale a volo d’uccello.
Nei racconti più concitati – come Brother John o Corfe Gate – il narratore è anche capace di saltare di pov in pov ogni poche pagine, e nelle scene di massa ricorre spesso alla letale combo narratore onnisciente + riassunto raccontato. Di conseguenza, anche scene teoricamente coinvolgenti come l’assedio di un castello – episodio chiave di uno dei racconti – si trasformano in una monotona esposizione di avvenimenti di cui non ce ne potrebbe fregare di meno.
E le cose non vanno molto meglio nei racconti con pochi personaggi. Nel primo racconto, il pov rimane ancorato tutto il tempo sul protagonista, Jesse Strange; finché, proprio nella scena culminante della storia, il narratore salta per un paio di capoversi su un altro personaggio! E senza neanche dichiararlo in modo evidente: il soggetto rimane “he”, solo che dopo un po’ il lettore capisce che non è lo stesso “he” del capoverso precedente! Mi sono dovuto rileggere il passaggio due o tre volte per capire cosa stesse succedendo. Risultato: ritmo spezzato proprio nel momento più importante, distacco dal racconto, frustrazione. Bella mossa Roberts.
In ogni caso, anche quando la telecamera è vicina, il narratore mantiene sempre una distanza minima rispetto al suo personaggio-pov. E’ impossibile immedesimarsi davvero nei protagonisti di Pavane, perché ogni loro azione ci arriva filtrata dal punto di vista del narratore. Non sentiamo cosa provano i personaggi; invece, vediamo i personaggi muoversi mentre l’autore ci spiega cosa provano. Poiché inoltre i protagonisti cambiano da un racconto all’altro, l’empatia non scatta nemmeno per abitudine. E in un libro il cui argomento è gli effetti che il mondo alternativo provoca sulle persone, impedire l’immedesimazione nei personaggi è un EPIC FAIL.
Il risultato, neanche a dirlo, è che Pavane ha un ritmo lento, a volte lentissimo. Una distesa di noia punteggiata da pochi momenti concitati. La scusa ufficiale è che l’autore voleva replicare, nell’andamento dei suoi racconti, la struttura della pavana – una danza rinascimentale dal ritmo lento e rigido, e dalla melodia malinconica. Allo stesso modo, i sei racconti del libro – che infatti sono chiamati Measures, “misura” o “movimento” – vorrebbero essere i sei movimenti di una composizione lenta, carica di malinconia e struggimento.
Be’, che scusa del cazzo. Un consiglio: qualunque sia lo scopo che vogliate raggiungere, cercate di non annoiare il lettore. Se il lettore proverà noia e indifferenza, difficilmente gli rimarrà spazio nell’anima per malinconia e struggimento. E per essere malinconici, dobbiamo prima di tutto essere emotivamente coinvolti dalla storia!
Guardate attentamente questi ballerini di pavana. Non vi sentite già più malinconici?
E come se tutto questo non bastasse, Roberts si lascia pure andare ad eccessi di retorica e di mistica metafisica per gonzi. La Chiesa Cattolica, ovviamente, fa la parte del supercattivo – conservatrice, nemica del progresso, pronta a soffocare nel sangue ogni ribellione e ogni uomo in odore di eresia. Se nei capitoli che tengono la Chiesa ai margini (come i primi due) l’autore riesce a controllarsi, nel terzo capitolo compare nientemeno che l’Inquisizione (oh noes!), e via a pagine e pagine sulle torture, i roghi, l’efferatezza, il popolo che ha ormai in odio il tallone vaticano 1. Nei racconti Brother John e Corfe Gate troviamo pagine e pagine di prevedibile eroismo di impavidi uomini d’Inghilterra che combattono l’odiata Santa Romana Chiesa. Quel che è peggio, le cattiverie della Chiesa sono spesso raccontate e raramente mostrate, cosa che amplifica ulteriormente l’effetto retorico della critica sociale.
Contraltare del cattolicesimo cattivo, affiora nei racconti di Pavane la saggezza superiore, i poteri sovrannaturali e la bontà d’animo degli antichi spiriti pagani (chiamati alternativamente Fairies o Old Ones). Inizialmente gli Old Ones sono solo un elemento di disturbo che appare ai margini dello schermo; se il nodo del libro è l’ucronia, che diamine c’entrano i folletti pagani? Ma, mano a mano che si va avanti in Pavane, queste creature assumono una posizione di sempre maggior rilievo, fino a diventare una sorta di antitesi “buona” (nonché magica) del clero cattolico. Sicché le premesse di un’onesta e realistica ucronia vengono tradite. Inoltre è difficile visualizzare in modo chiaro questi spiriti, dato che le pagine che li coinvolgono sono sempre avvolte in una patina eterea/metaforica/allegorica che ti fa continuamente chiedere, “questa cosa che ha scritto l’autore la devo prendere alla lettera o in modo simbolico”? Addirittura un racconto, The White Boat, acquisterebbe un senso solo se letto in chiave allegorica (e infatti fa schifo)!
Il sospetto, è che Roberts debba fare ricorso a questa patina di retorica (raccontata) e di oscuro misticismo (qualcuno direbbe: poesia) per nascondere le pecche di un’ambientazione incongruente. I dubbi non mancano. Se è divertente vedere fianco a fianco locomotive e Corporazioni dei Mestieri, monaci stampatori di brochure pubblicitarie e piccoli eserciti feudali armati di moschetto, viene anche da chiedersi se tutto questo abbia un senso. Com’è possibile che dei veti papali possano tenere in scacco lo sviluppo tecnico di un intero continente per quattrocento anni? Considerati i vantaggi economici dati dall’impiego di certe tecnologie come l’elettricità o la combustione del petrolio – tecnologie che, ci viene detto nei racconti, sono sotterraneamente conosciute – non abbiano permesso a qualche sovrano o consorteria di ribellarsi all’autorità vaticana e avviare una rivoluzione industriale?
I semafori, per quanto affascinanti, non hanno l’aria di essere strumenti di comunicazione molto efficienti; al contrario, costruirli dev’essere costato una valanga di denaro, date le dimensioni, e per cosa – per dare a una Corporazione privata (quella dei Segnalatori) un potere talmente elevato da poter tener testa al Papa in persona? In cosa consisterebbe il vantaggio di far sviluppare i semafori al posto di più economici (e meno monopolizzabili) telegrafi?
Papi. Supercattivi dal 1098.
Stiamo arrivando alla radice del problema, ossia l’inconsistenza dell’ucronia di Pavane. L’inconsistenza, d’altronde, sta prima di tutto nella premessa: non ha alcun senso che la morte di una sola persona, fosse anche la regina Elisabetta nel cruciale anno 1588, possa aver provocato la distruzione del Protestantesimo e l’ascesa di un organismo internazionalmente già moribondo come il Papato 2. Delle tre, una: o Roberts, nonostante le sue velleità, è un’ignorante della storia della Riforma e della storia della tecnologia; o si trattava solo di un’esperimento mentale, senza alcuna pretesa di credibilità storica (gonzo-historical fiction); o tutto il libro va interpretato come una qualche allegoria filosoficamente impegnata (il che non mi stupirebbe, se ho ben inquadrato la personalità dell’autore). Delle tre, l’unica tollerabile sarebbe la seconda; senonché un libro gonzo-historical dovrebbe almeno essere divertente o curioso, e non quel concentrato di serio struggimento che Pavane tenta di essere.
Forse anche Roberts aveva intuito l’inconsistenza del suo mondo alternativo, perché ai sei racconti aggiunse una Coda, a mo’ di epilogo. Senonché la Coda – una brutta scimmiottatura di Leibowitz, uscito una decina di anni prima – crea ulteriori problemi di congruenza col resto del libro, rivelandosi al tempo stesso inutile per il lettore e dannosa per l’ambientazione. Non sprecherò altre parole su di essa: cercando nell’Internet, troverete decine di lettori pronte a scagliare maledizioni contro quell’orrendo epilogo (e anche tra i più entusiasti fan di Pavane, la maggior parte vi dirà di fare finta che la Coda nemmeno esista per conservare la coerenza del libro!).
Riassumendo, Pavane fallisce su due fronti:
1. Come ucronia, perché si fonda su premesse inconsistenti e sviluppa un’ambientazione non credibile;
2. Come romanzo di genere, perché incapace di coinvolgere il lettore.
Rimane qualche motivo per leggerlo? Forse. Innanzitutto come curiosità storica, se siete appassionati di storie alternative o di letteratura fantastica; nonostante la sua bruttezza Pavane rimane un classico del suo genere. In secondo luogo, come spunto creativo: alcune invenzioni sono carine, e la giustapposizione di medievale e moderno, anche se spesso illogica, ha un suo fascino. Magari potrete riutilizzare alcune delle intuizioni di Roberts in un’ambientazione e un romanzo migliore. Io, per strano che possa sembrare, sono contento di averlo letto.
Anche a questi coraggiosi (o masochisti), comunque, consiglio di saltare i racconti più brutti – l’illeggibile The White Boat e il retorico Brother John.
Le rovine di Corfe Castle, uno dei luoghi chiave del libro. Voglio andarci.
Sull’ucronia
In chiusura alla recensione, voglio proporre una discussione sulle ucronie e sul funzionamento delle divergenze storiche. La discussione è ispirata allo scambio che ho avuto con Dago nei commenti all’articolo sul saggio Storia economica dell’Europa pre-industriale. Le prime tre battute sono quasi identiche, con diversi tagli e modifiche minori. Lo scambio sull’ucronia invece l’ho inventato di sana pianta, e si ricollega alla recensione di Pavane. E’ che mi piacciono le ringkomposition.
Io: Se non si conoscono i meccanismi della storia e dell’evoluzione delle società, cadere nella trappola della premessa inconsistente diventa molto facile. E’ l’errore tipico, per esempio, di chi crede che cambiando un singolo episodio (es. assassinare Hitler prima che salga al potere) l’intera storia futura possa cambiare profondamente.
B: E’ un tema molto dibattuto e complesso, quello del determinismo storico. Ci hanno sbattuto la capa storici, politologi e prima ancora filosofi e pensatori. Io stesso non ho una posizione precisa.
Sicuramente concordo sull’esempio di cui sopra: Hitler era solo la valvola di sfogo del revanchismo tedesco degli anni 30. Morto lui, qualcun altro avrebbe fatto da valvola. Magari Himmler, magari Goebbels, magari un tizio tal dei tali che nel nostro continuum è finito a fare l’impiegato dell’ufficio catasto.
D’altra parte però mi chiedo: sicuri che con un tizio più sveglio al comando, la Germania avrebbe sempre e comunque perso la guerra, dato il suo accerchiamento geografico/politico e il suo ritardo economico/industriale sugli altri Paesi? E più in generale, sicuri che la storia abbia sempre e solo una via maestra, in cui le persone non contano niente e tutto viene deciso da rapporti di forza economica?
Ad esempio, restando in tema nazi, pensa all’Incidente di Mechelen. Ti sfido a dimostrarmi che se quel minchione non fosse andato in giro con documenti top secret in saccoccia, la storia non sarebbe cambiata.
Io: L’idea è un po’ diversa. La storia è determinata dai rapporti di forza economica e dalle leggi di movimento base degli esseri umani; ma, all’interno di questi limiti, rimane comunque un certo spazio di manovra per individui e gruppi. E, a seconda della posizione e del ruolo che riescono a raggiungere, alcuni di questi (es. i re e i condottieri di epoca pre-industriale) hanno il potere di operare cambiamenti sensibili nella Storia.
Un cambiamento locale non può modificare la Storia, ma un singolo cambiamento catastrofico (es. la peste nera che stermina il 99% della popolazione europea invece che il 30%, come in The Years of Rice and Salt) o una serie di cambiamenti simultanei o successivi sì.
Un uomo solo, in una posizione di potere non avrà la forza di cambiare il corso della Storia a suo piacere; ma potrà magari sfruttare i processi macroscopici in atto (su cui può intervenire limitatamente) e incanalarli in una direzione piuttosto che in un’altra. Inoltre, un uomo solo difficilmente avrà il potere di operare, da solo e consapevolmente, un cambiamento di rotta nella storia – soprattutto con il livello di interconnessione tra Paesi e uomini di oggi. Ciò che conta quindi non è l’azione di un singolo uomo speciale, ma l’interazione tra più uomini e organismi in posizioni di potere.
Riassumendo: ogni situazione (dalla Crisi di Cuba al rapporto USA-Europa-Cina attuale) ha più soluzioni possibili, con differenti gradi di probabilità. Quali soluzioni siano possibili, e con quale grado di probabilità, è determinato dalle “macro-forze” (e in primis i rapporti economici). Gli uomini al comando mantengono una limitata possibilità di spingere in una o in un’altra direzione; posto che la responsabilità di quello che sarà il futuro non poggia sulle spalle di uno solo, ma su tutto l’inter-gioco tra questi individui.
La coppia di deficienti protagonista dell’incidente di Mechelen. Nessuno ha mai pensato di girare una commedia nera su di loro?
B: Sì, ma se io volessi scrivere un’ucronia, chessò, sul Protestantesimo sconfitto e i Papi che dominano in Europa per i successivi 400 anni, devo arrendermi al fatto che è impossibile e lasciar perdere o posso provarci comunque?
Io: Innanzitutto, bisogna documentarsi – studiare sia il periodo storico in cui vogliamo inserire il punto di divergenza, che le conseguenze storiche di quel periodo, così che potremmo immaginare quali differenze potrebbero esserci state con la divergenza storica. D’altronde, se voglio scrivere un’ucronia su un certo periodo storico, si presume che quel periodo mi interessi, no? Quindi non sarà un peso studiarmelo.
A questo punto, per come la vedo io si presentano due strade.
Una è quella dell’ucronia dura e pura, quella che nasce per rispondere alla domanda: what if? Insomma, pura speculazione storica. Il che significa che devo attenermi strettamente al buon senso, e ogni divergenza impossibile o anche solo molto improbabile andrebbe scartata. Il piacere del libro, infatti, qui nasce dalla verosimiglianza della speculazione – il brividino dato dal pensiero “pensa se invece che così fosse andata in quell’altro modo…”. Se quindi tu parti dall’idea di voler creare un Super-Papato che domina col dogma religioso l’Europa del Novecento, ma durante i tuoi studi scopri che è un’eventualità pressoché impossibile, devi rinunciare e non scrivere l’ucronia.
L’altra strada è quella che negli States viene talvolta chiamata gonzo-historical fiction. Ossia: prendiamo un’ipotesi divertente/accattivante e immaginiamo cosa potrebbe succedere se fosse andata così. Dall’Impero Austro-Ungarico che combatte la WWI con un esercito di zombie fino all’ucronia steampunk. In questo tipo di storia, ciò che conta è intrattenere il lettore con un’ipotesi bizzarra, uno scenario alternativo, quindi non importa che sia storicamente credibile. Quindi in questo caso sì, potresti scrivere un romanzo gonzo-historical basato sulle premesse di Pavane. Agli esseri umani piace leggere di scenari improbabili e assurdi. Flatland è uno dei romanzi fantastici migliori di tutti i tempi, eppure si basa su premesse del tutto illogiche (esseri bidimensionali che vivono e pensano come noi); andranno bene anche nazisti che creano legioni di robot.
L’importante è che sia chiaro che si tratta di un’ucronia gonza e non seria (se non è autoevidente dall’incipit e dalla copertina, si può sempre mettere un disclaimer), in modo da non ingannare coloro che cercano una speculazione seria; inoltre, per essere gradevole, un’ucronia gonza dovrebbe essere divertente, brillante, molto immedesimativa. Altrimenti che senso ha leggerla?
B: Quindi se Pavane avesse avuto in prima pagina l’etichetta “gonzo-historical”, ti sarebbe piaciuto?
Io: No. E’ comunque scritto male. E di regola, un’ucronia gonza dovrebbe essere scritta meglio di un’ucronia seria. Dato che non è interessante sotto il profilo speculativo, quantomeno dev’essere piacevole da leggere!
B: Mi hai convinto. Sei troppo figo.
Io: Grazie.
Un’ucronia che mi piacerebbe leggere.
Qualche estratto
Nonostante tutte le cattiverie che ho detto su Pavane, ho cercato di scegliere degli estratti carini. Il primo è una descrizione di un semaforo dal punto di vista del giovane protagonista del racconto The Signaller (che come dicevo, è il migliore dei sei); il secondo, è un brano di un dialogo tra la castellana Lady Eleanor e il suo consigliere, dal racconto Corfe Gate, che in un certo senso esprime e riassume la filosofia di tutto il libro (nel bene e nel male).
1. The child lay couched in long grass, feeling the heat of the sun strike through his jerkin to burn his shoulders. In front of him, at the conical crest of the hill, the magic thing flapped slowly, its wings proud and lazy as those of a bird. Very high it was, on its pole on top of its hill; the faint wooden clattering it made fell remote from the blueness of the summer sky. The movements of the arms had half hypnotised him; he lay nodding and blinking, chin propped on his hands, absorbed in his watching. Up and down, up and down, clap… then down again and round, up and back, pausing, gesticulating, never staying wholly still. The semaphore seemed alive, an animate thing perched there talking strange words nobody could understand. Yet words they were, replete with meanings and mysteries like the words in his Modern English Primer. The child’s brain spun.
Words made stories; what stories was the tower telling, all alone there on its hill? Tales of kings and shipwrecks, fights and pursuits, Fairies, buried gold… It was talking, he knew that without a doubt; whispering and clacking, giving messages and. taking them from the others in the lines, the great lines that stretched across England everywhere you could think, every direction you could see.
He watched the control rods sliding like bright muscles in their oiled guides. From Avebury. where he lived, many other towers were visible; they marched southwards across the Great Plain, climbed the westward heights of the Marlborough Downs. Though those were bigger, huge things staffed by teams of men whose signals might be visible on a clear day for ten miles or more. When they moved it was majestically and slowly, with a thundering from their jointed arms; these others, the little local towers, were friendlier somehow, chatting and pecking away from dawn to sunset.
2. ‘You know,’ she said, ‘it’s strange, Sir John; but it seemed this morning when I fired the gun I was standing outside myself, just watching what my body did. As if I, and you too, all of us, were just tiny puppets on the grass. Or on a stage. Little mechanical things playing out parts we didn’t understand.’ She stared into her wineglass, swilling it in her hands to see flame light and lamplight dance from the goldenness inside; then she looked up frowning, eyes opaque and dark. ‘Do you know what I mean?’
He nodded, gravely. ‘Yes, my Lady…’
‘Yes,’ she said. ‘It’s like a… dance somehow, a minuet or a pavane. Something stately and pointless, with all its steps set out. With a beginning, and an end… ‘ She tucked her legs under her, as she sat beside the fire. ‘Sir John,’ she said, ‘sometimes I think life’s all a mass of significance, all sorts of strands and threads woven like a tapestry or a brocade. So if you pulled one out or broke it the pattern would alter right back through the cloth. Then I think… it’s all totally pointless, it would make just as much sense backwards as forwards, effects leading to causes and those to more effects… maybe that’s what will happen, when we get to the end of Time. The whole world will shoot undone like a spring, and wind itself back to the start…’ She rubbed her forehead tiredly. ‘I’m not making sense, am I? It’s getting too late for me…’
Tabella riassuntiva
Un Novecento in cui convivono Medioevo e rivoluzione industriale.
Premesse ucroniche fallaci e mondo poco credibile.
Alcune idee e marchingegni carini.
Narratore onnisciente e abuso di raccontato rendono difficile appassionarsi.
Ritmo inesistente.
Cadute di retorica e di mistica per gonzi.
(1) Non sono un esperto di Inquisizione, quindi se volete approfondire l’argomento vi consiglio di chiedere a Zwei, che ha pure dedicato un articolo alle origini dell’istituzione.
Di sicuro, gli strumenti di tortura descritti da Roberts esistevano e furono impiegati dalla Chiesa almeno fino alla fine del Settecento; così come è vero che in alcuni periodi storici e luoghi l’Inquisizione ebbe grande potere e si attirò un certo odio.
Ma il punto è un altro: dir male dell’Inquisizione è un po’ come sparare sulla croce rossa. Non è più intelligente né più interessante dello scrivere un libro sul nazismo in cui si dice quant’era brutto il nazismo, quant’era cattivo Hitler. Srsly, un altro libro sull’Inquisizione cattiva? Ne abbiamo davvero bisogno?Torna su
(2) Per gli interessati, qui discuterò più approfonditamente l’assurdità delle premesse ucroniche del libro.
In primo luogo, la debolezza del Papato. La Riforma non segna affatto l’inizio del tramonto del potere di Roma, come molti pensano; al contrario, non è che il segno tangibile di una decadenza cominciata almeno un paio di secoli prima. Già nel corso del Duecento il Papato comincia a perdere un po’ del suo mordente sull’Europa; ma penso che il punto di non ritorno sia l’episodio dello schiaffo di Anagni. Il significato è semplice: un sovrano forte non ha bisogno del Papa per comandare nei suoi territori. Il Papato è stato forte finché le monarchie europee erano troppo deboli (e frammentate) per autogovernarsi, e avevano bisogno sia dell’assistenza dell’efficiente e ramificata organizzazione clericale, sia del riconoscimento simbolico del loro potere da parte dell’ideologia cattolica. Quando al contrario (a partire dal Trecento) le monarchie europee cominciano a diventare organismi centralizzati e funzionanti, il Papa diventa più un peso (per le sue ambizioni di controllo) che un alleato; a poco a poco, chi può prende le distanze. La Riforma cinquecentesca non è che l’ennesimo tentativo di scissione – con la differenza che riesce ad avere successo, facendo leva sulle ambizioni di autonomia dall’ingerenza papista e imperiale di molti principi e città-stato tedesche.
Il Papato non avrebbe mai più potuto acquistare supremazia politica sull’Europa, a meno di diventare anch’essa una potenza militare e/o economica come stava accadendo in quel periodo all’Inghilterra, all’Olanda e alla Francia. Anche se il Protestantesimo fosse stato soffocato, un altro movimento scissionista sarebbe nato venti o cinquanta o cento anni dopo, finché finalmente uno di essi avesse avuto successo. Anche se in Francia avesse vinto Enrico di Guisa, campione dei cattolici, nel giro di qualche generazione i sovrani di Francia avrebbero riaffermato la loro piena autonomia (facendo guerra al Papato o riaffermandosi protestanti, se necessario), dato che la linea guida della politica francese degli ultimi due secoli era stata quella della sovranità piena e autonoma sul proprio territorio.
Oltretutto, anche le nazioni più legate alla Chiesa Romana – come la Spagna – mai e poi mai furono schiave politiche del Papa. I re di Spagna avevano molto di più da temere dai banchieri genovesi – che li tenevano per i cordoni della borsa – che non dall’Inquisizione, che invece faceva un ragguardevole lavoro di pulizia generale.
“Hmm, signor Duca, non la trovo bene. Mi sa che a ‘sto giro il Papa perde, eh?”
Insomma, cosa sarebbe realisticamente successo se Elisabetta I fosse morta?
Be’, a mio parere non molto. Forse l’Inghilterra avrebbe perso il suo vantaggio strategico, ma sul medio periodo avrebbe comunque fatto ingoiare la merda alla Spagna: lo svantaggio economico spagnolo era strutturale, non contingente, per cui il fallimento della Spagna si sarebbe verificato comunque (per correggerlo, bisognerebbe tornare indietro nel tempo ben prima del 1588, e intronare re più avveduti). E l’esercito del Papa e dei suoi alleati era semplicemente troppo lontano per esercitare il pugno di ferro sull’Inghilterra. Del resto, l’economia vaticana era arretrata, e con la perdita di importanza del Mediterraneo è difficile immaginarsi un destino diverso, per il Papato, che non la decadenza e il ripiegarsi sulle faccende italiane (processo, del resto, già avviato nel Quattrocento).
Quindi, in sostanza, non penso che sarebbe cambiato molto. Ma accetto altre versioni.
Soprattutto, la cosa più inverosimile di Pavane è che per quattrocento anni non si verifichino altri moti ereticali e scissionisti dopo l’aborto del Protestantesimo. Anche nei periodi di massimo splendore del Papato (XII e XIII secolo) i movimenti ereticali erano all’ordine del giorno; non dovrebbero essercene a maggior ragione in un mondo in cui staccarsi dalla Chiesa Romana significherebbe avere libero accesso a tecnologie di livello post-rivoluzione industriale? Il vantaggio economico e politico di chi si staccasse dal cattolicesimo sarebbe talmente enorme che dovrebbe esserci un fuggi fuggi generale!Torna su
La maggior parte di voi, per un periodo della propria vita, avrà avuto il suo momento fanfiction. Un momento in cui, dopo la fine della vostra serie / videogioco / saga preferita, ne volevate ancora e, disperati, vi siete rivolti alle comunità dei fan. Per chi non lo sapesse: una fanfiction è per l’appunto l’opera di un appassionato che riprende setting e personaggi di un’altra storia (generalmente di una certa fama).
Anch’io ho avuto il mio momento fanfiction, ai bei tempi del ginnasio. Principalmente di Evangelion o Final Fantasy VII. E ho notato una cosa. Esistono fanfiction di tutti i tipi: seguiti della storia principale, spin-off su personaggi o situazioni secondarie, racconti che espandono momenti della storia principale appena accennati dall’opera originale, parodie, AU (storie che riprendono i personaggi dell’opera ma li calano in un contesto diverso), crossover tra serie diverse. Soprattutto – e con mio sommo sdegno – valanghe di racconti in cui tutti o quasi i personaggi maschili dell’opera originale si scoprono improvvisamente ghei e si danno alle ammucchiate selvagge. Un solo tipo di fanfiction si vede molto di rado: la riscrittura alternativa dell’opera originale.
Mi vengono in mente diversi motivi.
Innanzitutto, perché (in un ambito dove non girano soldi) la volontà di fare un remake parte dal presupposto che non si sia rimasti del tutto soddisfatti della storia originale, che si voglia migliorarla; mentre in genere i fan scrivono le fanfiction proprio perché amano alla follia l’opera originale. Al massimo sono disposti a modificare gli orientamenti sessuali dei personaggi così da fargli fare tutte le cosacce che gli vengono in mente.
Un altro motivo, è che un remake è un progetto lungo e ambizioso, difficile da portare a termine e che ti fa chiedere se ne valga davvero la pena; mentre un raccontino in cui Cloud e Sephiroth scoprono le ragioni profonde della loro fascinazione per gli spadoni si può buttare giù in due orette (considerando poi la cura stilistica che tradizionalmente viene messa in una fanfiction…).
Da Cloud a Gatsu a Zwei ai ciccioni, lo spadone piace proprio a tutti.
Neanch’io mi sono mai cimentato nell’impresa del remake, ma la tentazione è stata molto forte. Soprattutto se parliamo di narrativa. Come forse avrete notato leggendo i miei Consigli – se non ve ne siete accorti in prima persona – il mondo della narrativa fantastica è un mare di libri riusciti a metà, capolavori mancati e occasioni sprecate.
Prendiamo 2001: Odissea nello spazio – il libro. La penultima parte: David Bowman, disattivato il perverso HAL9000, è rimasto solo sull’astronave Discovery, e il viaggio verso Giapeto e il monolite è ancora lungo. Sa che quelli del controllo missione l’hanno ingannato circa lo scopo della Discovery, e sa di essere condannato a morte, perché non c’è una riserva d’aria sufficiente nella navicella per tornare indietro o aspettare i soccorsi. Bowman passa un brutto periodo. Uno scrittore come Dick da una situazione simile avrebbe saputo tirar fuori qualcosa di grandioso; magari un Bowman paranoico e allucinato, che perde progressivamente contatto con la realtà mano a mano che la distanza dalla Terra aumenta. Con una buona costruzione degli ultimi capitoli, si potrebbe insinuare una certa ambiguità nell’incontro col monolite e la visione finale: è avvenuto realmente? E’ un’allucinazione di Bowman? La missione è fallita? E questa è solo una delle molte possibilità.
Ma Clarke, si sa, ha la delicatezza di un Gundam. Le tribolazioni di Bowman, e il modo in cui supera i suoi problemi ascoltando la musica classica immagazzinata nella memoria dei computer di bordo, sono raccontati in modo sbrigativo, riassunto, con pov onnisciente molto distante. Più piatto di così non si poteva fare. A Clarke gliene frega ben poco dello stato psicologico di Bowman; vuole farlo riprendere velocemente (e allora perché ti sei preso la briga di farlo star male?), così poi si può tornare a parlare di monoliti e alieni. Occasione sprecata.
E inevitabilmente, il pensiero: “Cazzo, questo libro sarebbe potuto essere così più bello…”
Ora: Odissea nello spazio resta comunque un bel libro – coerente, con una buona costruzione. Ma cosa succede quando un libro parte con ottime premesse, ti monta un casino di entusiasmo, e poi, per incapacità o pigrizia o malattia mentale dello scrittore, “si ammoscia a metà come il pisello di un vecchio” (cit. Duca)? Succede che ti viene voglia di mettere il libro (o il reader) nel microonde e girare la manopola tutta a destra. Succede che pensi “porcozzio, se avessi avuto io del materiale di partenza simile…!”, o “io saprei come riscriverlo!”. Questi sono i libri che chiamo aborti – potenziali capolavori che falliscono miseramente e ti fanno mangiare le dita dallo sconforto.
Queste storie meriterebbero una seconda chance. Un remake, che partendo dalle stesse premesse donino a questi aborti uno sviluppo e una conclusione degni. Gli scrittori veri, purtroppo, queste cose non le fanno di rado – un po’ per tabù culturale (l’unicità dell’opera, il rispetto dell’artista e bla bla bla), un po’ perché forse dovrebbero appiccicarci sopra il bollino “fanfiction” e non potrebbero guadagnarci un soldo. Abbondano le riscritture di dell’Alice di Carroll, o del Frankenstein di Mary Shelley, o della Macchina del Tempo di Wells, ma non accade praticamente mai con i romanzi degli ultimi 80 anni 1. Un peccato.
Un esempio di delicatezza.
Un peccato perché il remake insegna una cosa interessante. Ossia che nessun’opera è sacra e inviolabile; che un autore può migliorare qualcosa di scritto da un altro; e che in genere questi miglioramenti si possono ottenere seguendo una serie di regole, che sono sempre quelle.
Facciamo un esercizio.
Tre aborti
Nell’articolo di oggi vi presenterò tre aborti, libri che mi hanno provocato gran digrignar di denti e copiosa mole di bestemmie al cielo. Tre romanzi che sarebbero potuti ascendere all’Olimpo della Narrativa Fantastica e invece sono condannati a passare l’eternità nell’anticamera, a eterno monito per le giovani generazioni di scrittori. Sono anche tre romanzi molto diversi tra loro, per forma e contenuto; li ho scelti apposta sperando che ciascuno di voi sia incuriosito da almeno uno di essi.
A parte la solita introduzione, ognuno dei tre pezzi sarà articolato in tre parti: “Perché poteva essere una figata”, “Perché invece è un FAIL”, e “Io avrei fatto così!”. Credo che i titoli parlino da soli. Nell’immaginare possibili migliorie al romanzo originale, mi sono concentrato più sulla macrostruttura che sullo stile (per quello c’è sempre Gamberi Fantasy).
Attenzione: potrebbero esserci spoiler, soprattutto nelle ultime due sezioni.
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The City and the Stars
Autore: Arthur C. Clarke Titolo italiano: La città e le stelle Genere: Science-Fantasy / Dying Earth Tipo: Romanzo
Anno: 1956 Nazione: UK Lingua: Inglese Pagine: 250 ca.
Diaspar è l’ultima città al mondo, in una Terra anziana e ridotta a un immenso deserto. E’ una città sigillata dal mondo esterno, e amministrata dalla IA del Computer Centrale. I suoi abitanti sono immortali: quando si avvicinano alla vecchiaia, il computer immagazzina le loro menti e dopo un lasso di tempo di migliaia di anni li rigenera in un corpo nuovo creato per l’occasione. Non solo: all’interno di Diaspar, i suoi abitanti hanno il potere di creare oggetti a piacere o di modificare le dimensioni dei propri appartamenti. E’ una vita serena, senza preoccupazioni, eternamente uguale.
Ma Alvin è diverso. A differenza degli altri abitanti, che alla sola idea di uscire sono terrorizzati, Alvin prova l’impulso irrefrenabile di conoscere il mondo esterno. La leggenda vuole che gli esseri umani si siano sigillati dentro Diaspar sotto la minaccia di invasori stellari, che avrebbero promesso di distruggerli se avessero riprovato ad avventurarsi fuori dal pianeta Terra – ma sarà davvero così? Aiutato dal giullare Khedron e ostacolato dal Computer Centrale, Alvin tenterà di fuggire da Diaspar e scoprire la verità.
Perché poteva essere una figata
Il romanzo di Clarke mette insieme un’ambientazione alla Matrix – in cui realtà materiale e realtà virtuale si confondono, e gli uomini hanno delegato l’autorità alle macchine – con il fascino della Terra morente. La città di Diaspar, città in cui gli esseri umani si reincarnano all’infinito, e vivono tra agi infiniti e strani divieti, è uno dei setting più affascinanti della narrativa fantastica. Il tema del ragazzo ribelle che vuole infrangere la proibizione e varcare i confini del mondo conosciuto è forse un po’ trito, ma funziona sempre, e mantiene accesa l’attenzione del lettore. Da una parte, si vuole esplorare Diaspar e scoprire il funzionamento di una civiltà tanto strana; dall’altra, si vuole scoprire cosa c’è oltre la città – e così, si continua a leggere.
Un'approssimazione della città di Diaspar. Ehm.
Perché invece è un FAIL
I problemi cominciano quando finalmente Alvin riesce ad evadere dalla città – e di lì in poi è un continuo di docce fredde. Lys, l’utopia bucolica condita di poteri psi, è quanto di più improbabile la penna di Clarke potesse inventare. Ma soprattutto, le rivelazioni sulla storia di Diaspar e del destino dell’umanità si accumulano in un infodump raccontato dopo l’altro, tanto da far sembrare Mark Menozzi (quello del Re Negro) uno che si contiene. Noiosissime nella forma – ti viene da pensare, “sto leggendo un romanzo o il canovaccio di un romanzo”? – sono pure raccapriccianti nel contenuto: tra Menti Pazze, creature malvage sigillate nello spazio e in attesa di risvegliarsi, e migrazioni di interi popoli imbarcati in una Grande Missione, sembra di essere precipitati nella mente di un dodicenne drogato di Zelda. Mancano solo le pietre del potere (rigorosamente quattro: una per ogni elemento!) e siamo apposto! E per un romanzo tutto costruito sulla suspence e sulla rivelazione, il peggio che possa capitare è che la rivelazione faccia schifo al cazzo. A questo bisogna aggiungere la tradizionale bruttezza della prosa di Clarke, e il generale piattume dei personaggi, che non risparmia neppure il protagonista (più una marionetta del suo codice genetico che un individuo pensante). E poi il tema del “prescelto”, benché gestito meglio della media degli YA, è sempre irritante 2.
Io avrei fatto così!
Se la parte ambientata a Diaspar nelle sue linee guida è buona, il resto va completamente cambiato. Due sono le domande essenziali che dobbiamo porci: cosa c’è fuori da Diaspar, e perché è stato imposto il divieto di uscire? Le possibilità sono infinite. Per esempio, il deserto potrebbe essere una finzione, e magari non siamo un miliardo di anni nel futuro ma tipo nel 2100 d.C., e gli abitanti della città sono solo i soggetti di un esperimento modello Truman Show. Troppo scontato? Oppure: Alvin esce da Diaspar per scoprire che non è l’unica città, ma che ci sono altre centinaia o migliaia di città identiche e isolate, tutte convinte di essere l’ultima. Il deserto sarebbe reale, e l’umanità si sarebbe costruita le città e l’illusione di essere l’ultima per evadere dalla realtà. O ancora: Diaspar è davvero l’ultima città, e Alvin fuori dalle mura trova solamente i resti dell’antica umanità. Ma decide che la terra può essere resa di nuovo fertile e che i cittadini di Diaspar devono uscire dal grembo materno e ripopolare la Terra.
Ora, non è tanto importante quale soluzione narrativa venga adottata. Ciò che conta, è che non si riduca all’esposizione di una storia remota che non ha il minimo impatto sull’attimo presente del romanzo (come avviene nel libro di Clarke), ma al contrario getti una nuova luce tra Diaspar e il mondo esterno e porti a delle conseguenze immediate. Esempio: Alvin decide che la Terra è pronta a riaccogliere l’umanità. Problema: gli abitanti di Diaspar non vogliono uscire. Come li si convince? O li si costringe? Ci sarà una divisione in due fazioni agguerrite? O saranno tutti schierati contro Alvin, che dovrà scegliere tra l’esilio e la resa, e magari la riprogrammazione della propria mente? E così via.
A proposito. Il romanzo filerebbe senza problemi con il solo pov di Alvin. Ma se provassimo invece a giustapporre il suo pov con quello di un altro personaggio? Il giullare Khedron, per esempio: in teoria un individuo che porta disordine e scompiglio tra gli abitanti di Diaspar, Khedron è però un prodotto del Computer Centrale e in ultima analisi condivide la politica isolazionista. Khedron quindi è in contraddizione con sé stesso e con Alvin – potrebbe aiutarlo a scappare, ma anche metterglisi contro se osasse provare a cambiare lo stile di vita dei diaspariani. Mostrare la vicenda alternando i due punti di vista moltiplicherebbe esponenzialmente i livelli di conflitto del romanzo.
A questa rivisitazione massiccia, poi, andrebbe aggiunto un intervento più di cesello. Per esempio, invece che raccontare che Alvin è speciale, e non è come tutti gli altri, come fa Clarke, mostrarlo attraverso piccoli gesti, fraintendimenti, discrepanze tra il suo modo di comportarsi e quello di tutti gli altri. In questo modo il lettore sarebbe il primo a capire che in Alvin c’è qualcosa di diverso.
A Case of Conscience
Autore: James Blish Titolo italiano: Guerra al grande nulla Genere: Science Fiction / Hard SF Tipo: Romanzo
Anno: 1958 Nazione: USA Lingua: Inglese Pagine: 200 ca.
Agli occhi dei terrestri, il pianeta Lithia sembra il Paradiso terrestre. E’ graziato da una vegetazione rigogliosa e da un clima mite, da un ecosistema in cui ogni specie vivente ha la sua nicchia ecologica e vive in armonia con tutte le altre, e da una civiltà di lucertoloidi antropomorfi che sembra godere di una moralità naturale e non conosce conflitti. L’esatto contrario della Terra, in cui l’umanità, nel terrore di un’apocalisse nucleare, si è rifugiata sottoterra, in enormi città-rifugio sotterranea, e ogni giorno diventa più nevrotica.
Una commissione di quattro scienziati è inviata su Lithia per decidere se aprire liberi contatti con la Terra: il fisico Cleaver, il geologo Agronski, il chimico Michelis e il biologo Ramon Ruiz-Sanchez. Ma Padre Ramon Ruiz non è solo un biologo; è anche un gesuita, e un dottore di teologia morale. E’ l’anno del Giubileo, e la Chiesa l’ha mandato su Lithia affinché risolva un caso di coscienza: se i lithiani abbiano un’anima, cioè se siano veri homines, accomunati ad Adamo nella caduta nel peccato, e quindi evangelizzabili. Ma in Ramon Ruiz si fa strada un terribile sospetto. Che dietro l’apparente perfezione di Lithia si nasconda il pericolo più grande che la Cristianità, e l’umanità tutta, abbiano mai affrontato.
Perché poteva essere una figata
Per lo stesso motivo per cui A Canticle for Leibowitzè una figata: il conflitto tra le ragioni della scienza e le ragioni della teologia, tra ragione e fede. Questo conflitto è realizzato alla perfezione nella figura del protagonista, Padre Ruiz-Sanchez, che riesce contemporaneamente ad essere un ottimo biologo (e a pensare da biologo) e un fervente cattolico. Ramon è un personaggio complesso, pieno di timori e contraddizioni, il che non è la norma nella fantascienza degli anni ’50.
C’è poi il mistero dell’apparente perfezione di Lithia, che tiene il lettore col fiato sospeso, e il fascino dell’ambientazione (per esempio, giganteschi alberi utilizzati come torri di trasmissione delle onde radio). E ancora, il raro connubio della tematica etico-religiosa, cuore del romanzo, e l’Hard SF. Blish infatti affronta nel libro tutta una serie di argomenti scientifici, come il modo in cui un pianeta con risorse naturali molto diverse da quelle della Terra abbia prodotto una civiltà diversa dalla nostra. In appendice al romanzo, troviamo pure un rapporto che fa una panoramica completa di Lithia, dalla distanza dal suo sole all’inclinazione dell’asse, dal movimento tettonico alla composizione del suolo, alle varie fasi della diffusione della vita sulla superficie del pianeta. Blish è uno che ne sa, e le discussioni tra gli scienziati suonano sempre competenti.
Gesuiti: pronti a diffondere la buona novella in tutta la Galassia.
Perché invece è un FAIL
Due sono i problemi gravi del libro.
Primo, la quasi totale mancanza di azione. Blish è un professionista dell’infodump, nel senso che è capace di inanellarne anche tre o quattro uno dietro l’altro e che da soli probabilmente superano il 50% del testo dell’intero romanzo. Per il resto, i personaggi parlano, parlano, parlano, o riflettono, ma fanno poco. Azione nel romanzo ce ne sarebbe: ma per qualche strano motivo, Blish tende a tagliare queste parti, per poi farle riassumere nel capitolo successivo, con un dialogo, un pensiero del personaggio-pov o magari un bell’infodump. Una reticenza quasi da tragedia greca.
L’altro problema, è che A Case of Conscience tradisce fin troppo la sua natura di fix-up. Il romanzo infatti è l’espansione di una novella, che costituisce la prima metà del libro. La prima parte, interamente ambientata su Lithia e centrata sulla decisione che devono prendere i quattro scienziati, è anche la più interessante. La seconda invece – prevalentemente ambientata sulla Terra – è un disastro: il tema principale della storia viene sommerso da una marea di sottotrame, divagazioni, episodi isolati. A ciò si aggiunge una moltiplicazione dei pov (alcuni dei quali usa-e-getta), sviluppi banali, e la generale impressione che l’autore stesso non sappia più che pesci pigliare. La conclusione, che in sé sarebbe anche carina e si riallaccia finalmente alla trama principale, dopo quelle cento pagine di noia e schifo suona improvvisata, artificiosa e maldestra.
Tra le altre cose irritanti, i romani che dicono “che be’o” (sì, c’è una parte ambientata a Roma) e la tipa giapponese che si chiama ‘Liu Meid’. Inoltre il romanzo è invecchiato piuttosto male dal punto di vista della tecnologia futuristica – ma questo è un problema che affligge quasi tutta la Hard SF.
Io avrei fatto così!
Innanzitutto da aristotelico quale sono – cioè da amante dell’unità di tempo e di luogo – avrei svolto tutta la storia su Lithia. E’ l’ecosistema di Lithia il cuore della storia, nonché il centro dell’interesse del lettore. Eliminerei quindi tranquillamente tutta la seconda parte ambientata sulla Terra (e quindi anche il banale personaggio di Egvertchi); l’unica eccezione potrebbe essere la convocazione di Ramon Ruiz a San Pietro, che è una bella scena. In quel caso, Ramon Ruiz potrebbe volare a Roma e poi tornare su Lithia.
Oltre a questo, più azione. Il che non significa sparatorie e inseguimenti, ma semplicemente mostrare il team di scienziati che esplora il pianeta e studia i lithiani, invece di farli stare chiusi in una stanza a discutere. Qualcosa di simile a Stations of the Tide di Swanwick, strutturato come una graduale esplorazione di Miranda da parte del protagonista che, episodio dopo episodio, penetra sempre più a fondo nella natura del pianeta. Si potrebbe quindi anticipare l’inizio del romanzo di qualche settimana (A Case of Conscience inizia durante il penultimo giorno di permanenza del team di scienziati).
Lithiani e rettiliani: una somiglianza sospetta.
Quanto alla scelta dei pov, si potrebbe raccontare tutto dal punto di vista di Ramon Ruiz, oppure alternarlo con l’altro personaggio interessante del gruppo, l’agnostico Michelis. I vantaggi sarebbero due: poiché gli scienziati sono divisi in due squadre, ciascuno potrebbe fare le proprie esplorazioni e noi le vedremmo entrambe; inoltre vivremmo meglio il conflitto tra il punto di vista religioso e quello agnostico; e ancora, potremmo avere un pov che rimane sul pianeta anche quando Ramon Ruiz vola a Roma. Sull’altro lato, i vantaggi di usare un unico pov sono i soliti: maggiore facilità di immedesimazione e la possibilità di usare un timbro più forte (quello del personaggio-pov) come voce narrante. Quello della trasferta a Roma sarebbe poi un falso problema: Ramon Ruiz potrebbe tenersi aggiornato con Michelis via radio o via messaggi, oppure si potrebbe proprio puntare sulla suspence di non sapere cosa sta succedendo su Lithia in quelle ore cruciali.
Terrei fermi due momenti del romanzo originale: la fine della prima parte – con la discussione dei quattro scienziati circa il destino di Lithia – e il finale. Quanto al finale (e qui seguirà uno spoiler in bianco, che consiglio di leggere solo a chi abbia già letto il romanzo o abbia deciso che non lo leggerà mai), due sarebbero i modi sensati di raggiungerlo: dopo il colloquio col Papa, Ramon Ruiz potrebbe decidere che la cosa migliore per “purificare” Lithia sarebbe appunto di lasciare che quel pazzo di Cleaver la faccia esplodere con tutto l’impianto, e magari potrebbe persino attivarsi per far sì che Cleaver vinca la partita; oppure potrebbe rimanere contrario, ma la sua assenza da Lithia potrebbe far precipitare gli eventi e far vincere il partito di Cleaver. Il risultato sarebbe identico, cioè una versione rivista e migliorata del finale originale.
Now Wait for Last Year
Autore: Philip K. Dick Titolo italiano: Illusioni di potere Genere: Science Fiction / Social SF Tipo: Romanzo
Anno: 1966 Nazione: USA Lingua: Inglese Pagine: 220 ca.
Il piemontese Gino Molinari, detto ‘la Talpa’, è il dittatore assoluto della Terra. Un tempo uomo forte e pragmatico, capace di infiammare il popolo dall’alto del suo pulpito, dieci anni di governo l’hanno ridotto a un individuo fiacco e ipocondriaco. Gli Starmen, alieni umanoidi signori di un vasto Impero Galattico, l’hanno costretto a imbarcare la Terra in un’interminabile guerra interstellare con i Reeg, un popolo di insettoni. E ora tutti lo odiano, e il suo fisico ne risente.
Per questo ha fatto convocare a palazzo Eric Sweetscent, chirurgo specializzato nel trapianto di organi artificiali. Per Eric, questa è l’occasione adatta per liberarsi della moglie Kathy, una donna nevrotica e violenta che passa il tempo a farlo sentire una merda e a rovinargli la vita. Ma così facendo, Eric finirà coinvolto negli intrighi della guerra galattica e della corte di Molinari, e scoprirà il singolare potere del dittatore di viaggiare tra realtà parallele e di collezionare copie di sé stesso. E quando il mercato terrestre comincerà ad essere invaso da una droga letale che oltre a creare dipendenza fa viaggiare nel tempo, Eric diventerà l’asso nella manica di Molinari per vincere la guerra…
Perché poteva essere una figata
Perché Gino Molinari e la sua dittatura baraccona sono divertentissimi. In qualità di suo medico personale, Eric può assistere a tutti gli aspetti della sua vita: i parenti che continuano a chiedergli soldi, cariche e favori personali assortiti; la camera dove Molinari tiene il cadavere dell’altro sé stesso; le riunioni umilianti col gelido Frenesky, primo ministro degli Starmen, che pretende dalla Terra un maggiore impegno bellico; le sofferenze di Molinari, affetto da una malattia psicosomatica per cui assume sul proprio corpo tutti i malanni delle persone che lo circondano.
E’ molto affascinante anche il tema del traffico di organi artificiali. Il mondo di Now Wait for Last Year è una gerontocrazia; i vecchi ricconi che possono permettersi i continui interventi, non muoiono mai (o molto, molto tardi). Virgil Ackerman, il superiore di Eric prima che questi passi al servizio di Molinari, è un arzillo centotrentenne a capo di un’enorme multinazionale. Ha talmente tanti soldi che si è comprato un appezzamento su Marte e ci ha costruito Wash-35, una ricostruzione maniacale della Washington della sua infanzia (cioè degli anni ’30).
Se Dick fosse riuscito a tenere più stretti i fili della gerontocrazia, della guerra galattica, e della vita pubblica e privata di Molinari, ne sarebbe nato un romanzo coerente (anche nei temi) e molto piacevole.
L'ispiratore di Gino Molinari.
Perché invece è un FAIL
Ma Now Wait for Last Year soffre gli stessi problemi di molti romanzi di Dick: troppe idee in gioco, troppe sotto-trame, troppa carne al fuoco, e una storia che procede più o meno a caso. Viaggi nel tempo, infiltrazioni di spie, clonazioni, sedute diplomatiche, crisi da overdose, cambi di casacca, il tutto condensato in poco più di 200 pagine – tutto questo sarebbe ingestibile anche per un genio. Alcuni passaggi sono demenziali oltre ogni immaginazione; come quando, viaggiando nel futuro, Eric si imbatte in un protoplasma alieno superintelligente che gli somministra consigli sul suo matrimonio (WTF?).
Nel finale, poi, la trama principale viene completamente abbandonata, e Dick si butta, ancora una volta, sul rapporto tra il protagonista e la moglie psicopatica. EPIC FAIL.
Io avrei fatto così!
Tagliare, tagliare, tagliare. Abbiamo detto che il punto forte del romanzo è la dittatura baraccona di Molinari; allora, via innanziutto le cose che non c’entrano, come la moglie e i problemi coniugali. Non che Dick non sia bravo a riprodurre rapporti di coppia disfunzionali, ma ci sono già fin troppi romanzi al mondo su drammi familiari, mogli abusive e frustrazioni assortite. Eric allora potrebbe essere un semplice scapolone insoddisfatto della propria vita, o desideroso di fare un salto di qualità. Il romanzo potrebbe allora aprirsi su Wash-35, con la proposta di Molinari di andare a palazzo; in questo modo avremmo un’introduzione di uno o due capitoli sul protagonista, il mercato del trapianto d’organi artificiali e una prima panoramica del dittatore; per poi arrivare al cuore del romanzo con il trasferimento a palazzo Molinari.
Eliminerei (o ridimensionerei molto) anche la JJ-180: una droga che contemporaneamente crea dipendenza, ti distrugge il fegato e ti fa viaggiare nel tempo o tra le dimensioni è decisamente troppo (e poi, non è molto intelligente dare ai propri nemici il vantaggio del viaggio nel tempo). Molinari avrebbe bisogno di un’altra fonte dei suoi poteri, ma non è un problema – si potrebbe dargli un potere esp, o una macchina sperimentale o che so io.
In generale, centrerei il romanzo sulla “vita di corte” sotto la dittatura di Molinari. In qualità di suo medico personale, Eric (che lascerei come unico personaggio-pov del romanzo) assisterebbe a ogni momento della giornata e della vita del dittatore, dalle pretese dei suoi parenti alle angherie di Frenesky. Diventando il suo braccio destro, potrebbe aiutarlo a viaggiare tra le dimensioni a raccogliere gli altri sé stessi; potrebbe anche fare da ambasciatore segreto presso i Reeg, così da non lasciare la trama bellica troppo sullo sfondo. Now Wait for Last Year assumerebbe così i toni di una tragicommedia sulla vita sfigata del dittatore di un pianeta sfigato (nell’ottica della guerra tra gli imperi galattici dei Reeg e degli Starmen).
In conclusione
Vale la pena di leggere questi romanzi? Dipende.
Di regola no, soprattutto se avete poco tempo libero e vi interessa semplicemente leggere un buon libro. Hanno troppe falle.
Ma se ambite a scrivere anche voi narrativa fantastica, o se semplicemente vi interessa studiare la narrativa, allora dovreste provarne almeno uno. Dei tre, A Case of Conscience probabilmente è quello più coerente, e più interessante sul piano filosofico; Now Wait for Last Year quello più divertente da leggere; The City and the Stars, quello con l’ambientazione più suggestiva.
Verificate se ciò che ho detto è vero; se provate fastidio e delusione negli stessi punti in cui lo ho provato io; se vi sembra che effettivamente ci sia del potenziale sprecato; e se le mie correzioni li migliorerebbero, o se bisognerebbe riscriverli in un altro modo ancora. Un romanzo riuscito male può essere un caso di studio utile quanto un capolavoro.
E magari, chissà, qualcuno di voi proverà davvero a scrivere il remake uno di questi romanzi… No, non ci credo, questo non succederà mai ^-^ Ma almeno avrò gettato in voi il germe dell’ “io avrei fatto così!”.
E possa tassobarbasso rivoltarsi nella sua tomba.
(1) Un’eccezione che mi viene in mente è la novella Palimpsest di Charles Stross, del 2009; l’autore stesso ha detto che si tratta in buona sostanza di una riscrittura dell’ottimo The End of Eternity di Asimov. Non mi esprimo sulla novella perché non l’ho letta. Da non confondersi con il romanzo omonimo di Catherynne Valente.Torna su
(2) Aneddoto divertente: The City and the Stars è già la riscrittura di un romanzo – Against the Fall of Night, opera d’esordio di Clarke. L’avrebbe riscritto perché insoddisfatto della versione originale. A quanto pare è recidivo.Torna su
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Mi dicono che sia incredibile quando il famoso verme viola imbottito nello spazio della dentiera con il Diapason fa l'occhiolino a Hara-kiri Rock. Mi servono le forbici! 61!
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Tapiroulant, questo sconosciuto
Leggo narrativa fantastica di tutti i generi principali (fantascienza, fantasy, horror, slipstream), ma non disdegno il mainstream, un po’ di literary fiction (quella fatta bene) e classici del Sette-Ottocento.
Se volete contattarmi, questa è la mia mail: tapiroulant@hotmail.com