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L’arte dell’eleganza, ovverosia: Potato Science!

PotatOS“So, how are you holding up? Because I’M A POTATO.”

Nelle ultime due-tre settimane, tra le altre cose, mi sono drogato di Portal 2. All’inizio ero un po’ scettico: come non amo le saghe in letteratura e i serial televisivi, allo stesso modo diffido dei seguiti dei videogiochi. E l’esperienza mi ha spesso dato ragione. Ma mi sono dovuto ricredere: Portal 2 è fikissimo.

E’ piaciuto un sacco anche a Siobhàn; tanto, che per la prossima fiera di Lucca ha deciso di fare il cosplay di Chell, la protagonista. E, navigando alla ricerca dei componenti del suddetto cosplay, la piccola Shò ha scoperto questo:

Portal 2 PotatOS Science Kit

Sono queste le cose che mi fanno sperare che il genere umano abbia uno Scopo nell’Universo!
Ecco una dimostrazione del Science Kit in azione:

Cosa c’entra tutto questo con un blog sulla narrativa?
Be’, intanto ero felice e volevo farvelo sapere. Ma se proprio avete bisogno di una motivazione meno egocentrica, be’, Portal 2 è un gioco che può insegnare molte cose a un aspirante narratore (e uso la formula “narratore” per prescindere dal tipo di medium utilizzato – scrittura, cinema, videogioco, eccetera).
Se non avete mai giocato a Portal – e qui ci scapperebbe un: vergogna – ecco un riassunto della trama. Un bel giorno, Chell (una donna di cui non sappiamo niente) si risveglia in una stanza bianca, con indosso soltanto una tutina dell’Aperture Science. Per ragioni sconosciute, si trova all’interno di un gigantesco laboratorio sotterraneo. Una voce sintetica, rispondente al nome di GLaDOS, la informa che potrà rivedere la luce del sole (e, incidentalmente, gustarsi una bella torta) se riuscirà a superare tutti i test proposti dal laboratorio. Con l’aiuto di una pistola che spara portali, Chell dovrà farsi largo attraverso tutte le stanze del laboratorio, sperando che davvero l’aspetti la libertà alla fine dell’ultima prova…
Il seguito del gioco originale ci vede ancora intrappolati nel complesso. E nel nostro secondo tentativo di fuga, scopriremo incidentalmente la storia dell’Aperture Science e dell’IA GLaDOS.

Portal è uno di quei giochi che, mentre ci giochi, ti fa venire voglia di non smettere più. Ma è anche uno di quei giochi che ti entra in testa, e a cui ti capita di ripensare anche mesi dopo averli finiti. Questo è in parte dovuto, di sicuro, al gameplay: la voglia di risolvere il puzzle e di scoprire come sarà il puzzle successivo; e magari, a gioco finito, il divertimento di costruirsi nella testa nuovi puzzle. E’ lo stesso tipo di piacere che porta altri a risolvere (e a inventare) cruciverba o rebus. Ma in parte è dovuto di sicuro all’intelaiatura narrativa dei due giochi.
Sceneggiare un videogioco è molto diverso da scrivere un romanzo, ovviamente. In un romanzo, la storia è tutto, mentre in un videogioco è solo uno degli elementi dell’opera. Nel gioco, la storia dev’essere al servizio del gioco, deve sostenerlo ma mai invaderlo – altrimenti si fa la fine di Metal Gear Solid 4, meglio noto come “il film con un po’ di videogioco intorno”. Viceversa, a scrivere un libro come se fosse una partita di gioco di ruolo si finisce a sommergere di aborti illeggibili la casella postale del povero Zwei.
La sceneggiatura di un videogioco può insegnare ben poco anche sul piano del puro stile, data la diversità del mezzo. Ma può insegnare molto sulla struttura, ossia su come vada pensata e orchestrata una storia. Ora, perché Portal è così appassionante? Perché è così bello entrare nel suo mondo, e così un peccato quando il gioco finisce? La chiave sta nella parola “eleganza”.

Chell

Ecco come vedremo Siobhàn questo autunno. Senza i lineamenti scimmieschi, per fortuna.

Eleganza
Con “eleganza” si intende: ottenere il massimo risultato con utilizzando un numero minimo di elementi. Un’equazione o una stringa formale che occupano poco spazio e utilizzano un numero limitato di simboli sono più eleganti di formule che per esprimere lo stesso concetto riempiono pagine e pagine; The Death of Grass di John Cristopher è più elegante di The Stand di King, perché per creare personaggi di pari complessità ed evoluzione psicologica impiega 200 pagine invece che un migliaio, e un cast molto più ridotto.
Il piacere dell’eleganza non è qualcosa di puramente intellettuale, anche se di certo stimola l’intelletto (che si chiede come sia stato possibile raggiungere un così buon risultato con una tale penuria di mezzi). E’ un piacere che arriva prima di tutto ai sensi, anche se non sempre ce ne si rende conto, e che si potrebbe chiamare piacere della semplicità. Il lettore (o lo spettatore, o il giocatore) si emoziona senza essere costretto a tenere a mente un sacco di personaggi o avvenimenti o background o sottotrame – sofferenza ben nota a tutti coloro che si imbarcano in epopee infinite come La ruota del tempo, Le cronache del ghiaccio e del fuoco o qualsiasi manga che superi la ventina di volumi (ma se è per questo, anche classici “insospettabili” come I demoni di Dostoevskij). Anche a leggersi la serie intera tutta di fila, è molto improbabile riuscire a tenere insieme tutti i fili della storia senza prendere appunti.

E’ stata una precisa scelta degli sceneggiatori di Portal 2 introdurre il minor numero di personaggi possibili e mantenere la stessa semplicità di trama che aveva fatto la fortuna del primo Portal. In tutto il gioco abbiamo solo quattro personaggi – la protagonista, che peraltro è muta, GLaDOS, Wheatley e Cave Johnson, che peraltro non compare mai di persona. Il primo Portal addirittura aveva solo due personaggi, ma è anche vero che in quel caso si poteva a malapena parlare di “trama”, dato che il tutto si riduceva alla formula ‘Protagonista vuole scappare / Antagonista che vuole tenerla dentro’ con un buffet di (squisite) battute in mezzo.
Portal 2 invece ha una trama vera e propria. E con poche battute (come la voce registrata di Cave Johnson, o gli scambi tra GlADOS e Wheatley) veniamo a sapere un sacco di cose, come la storia dell’Aperture Science, l’origine di GlADOS o perché le IA del complesso provino il desiderio compulsivo a fare test. Non c’è bisogno di ricreare l’intero background dell’America dagli anni ’40 in poi per mostrarci la storia dell’Aperture Science – basta una scelta mirata delle texture delle stanze e di poche battute preregistrate. Alcuni elementi non vengono mai nemmeno spiegati, ma semplicemente suggeriti al giocatore attraverso alcune immagini, come il perché i piani superiori del complesso all’inizio di Portal 2 siano infestati di piante.

Potato science

Let’s do some science!

La stessa eleganza si rispecchia nell’ambientazione. I laboratori dell’Aperture sono una scatola chiusa, non solo perché non si può uscire, ma anche perché tutto ciò che non riguarda ciò che accade all’interno del complesso è eliminato dalla storia. Qual’è la situazione politica del mondo fuori dal laboratorio? Il governo è al corrente di ciò che succede all’Aperture? In che anno siamo? La sceneggiatura non spende una parola su questi punti, perché esulano dall’ambientazione. Tagliare! Risparmiare! Economia di elementi! Chell è davvero stata adottata? Ma chissenefrega! L’unica domanda importante è: riusciremo a uscire dal laboratorio?
Questa economia di background non solamente permette al giocatore di concentrarsi sui pochi elementi importanti e goderseli come Dio comanda, ma trasmette quel tanto di claustrofobia e ansia che tanto ci piace. Laboratorio sigillato a n metri di profondità in mano a un’IA capricciosa = pericolo; è davvero così semplice!
I tizi di Valve hanno poi arricchito il tutto inserendo un elemento di contrasto: l’umorismo. Che siano i mezzucci improbabili con cui GLaDOS tenta di rassicurarci della propria onestà e della sua attitudine scientifica, o i suoi scambi con quel ritardato di Wheatley, o i messaggi deliranti di Cave Johnson, i dialoghi di Portal cercano sempre di essere ironici e vivaci. Umorismo nero: prendi una situazione di per sé drammatica e vedine il lato divertente.

Infine, anche i personaggi sono costruiti secondo i dettami dell’eleganza. Ciascuno di essi poggia su un ridotto numero di conflitti interni, in sé molto semplici, e che diventano complessi solo nell’interazione tra loro.
Prendiamo GLaDOS, il personaggio più riuscito. Qual’è il suo segreto? A un primo livello, troviamo il contrasto tra la sua voce innocua e impostata – che sembra uscita direttamente da un navigatore satellitare – e il potere di vita e di morte che si trova a esercitare su di noi. Sempre su questo livello sono costruiti i nomi degli articoli dell’Aperture Science; nomi contorti e rassicuranti che insultano l’intelligenza del giocatore, nascondendo palesi trappole mortali (bellissima presa in giro, tra l’altro, dell’ipocrisia aziendale). A un secondo livello, c’è la contraddizione tra la presunta super-intelligenza dell’IA e l’ingenuità dei suoi trucchetti, che peraltro ci propina con convinzione. A un terzo e più profondo livello, il conflitto tra il disprezzo di GLaDOS per gli umani e il bisogno che ha di loro per dare un senso alla propria vita. Il risultato è la versione un po’ autistica (e più simpatica) di HAL9000.
Lo stesso giochetto può essere fatto anche con gli altri personaggi.

Space Core Portal 2

Portal è anche una fabbrica di meme.

Andrei avanti per ore a parlare di Portal e delle ragioni per cui è tanto divertente, ma mi fermerò qui. Ma il succo della storia è: scrittori di fantastico, ambite all’eleganza! E cercate l’ispirazione anche nei videoGIUOCHI! E comprate anche voi un kit Potato Science!
Fatelo, se non altro, nell’interesse della scienza. Se non siete ancora convinti, vi lascio alle parole ispiratrici di Cave Johnson:

Correre ignudi con la fiammea quadriga

Thomas Mann“Giorno dopo giorno, ormai, il dio dalle guance infuocate correva ignudo con la fiammea quadriga attraverso gli spazi celesti e la sua chioma d’oro fluttuava al vento di levante mutandosi in placida brezza. Un lucido biancore di seta posava sulle pigre ondeggianti distese del ponto; la sabbia ardeva, l’etere azzurro sfavillava d’argento. Dinanzi ai capanni della spiaggia erano tese tende color ruggine: alla loro ombra che si proiettava netta, si trascorrevano le ore pomeridiane. Ma deliziosa era pure la sera, quando le piante del parco esalavano effluvi balsamici e si compiva nel cielo la danza delle stelle, quando il murmure delle acque avvolte nell’oscurità si levava sommesso a parlare all’anima. Ognuna di quelle sere portava con sé la gioiosa certezza di una nuova giornata di sole sotto il segno di un facile ozio, ornata di innumerevoli, ininterrotte probabilità di cari incontri.”

Chi è l’autore di siffatto capolavoro? Forse l’immortale Sergio Rocca?
No, ma ci siete andati vicini: è Thomas Mann, e questo è l’incipit del quarto capitolo di La morte a Venezia.
L’errore è comprensibile; Sergio Rocca potrebbe benissimo essere stato suo discepolo. Solo che, a differenza del leggendario esperto di civiltà orientale, Thomas Mann è stimato e riverito come uno dei maggiori scrittori del Novecento, se non come uno dei più grandi della letteratura occidentale tout-court.
E quando è Thomas Mann in persona a darti il permesso di scrivere di fiammee quadrighe al posto di un prosaico “sole”, e di Ponto al posto di un triviale “mare”, si capisce che è piuttosto difficile convincere quattro generazioni di intellettuali da salotto e scrittori wanna-be ad adottare una scrittura trasparente – sia che vogliano scrivere “di genere”, sia che vogliano scrivere mainstream. Come glielo spieghi che quell’incipit di quarto capitolo sembra tratto fresco fresco da uno di quei manuali di scrittura americani, come esempio di prosa di un diciassettenne clueless alla sua prima lezione di corso?
Ma capisco che qualcuno potrebbe accusarmi di essere capzioso: non mi prendo nemmeno la briga di lavorare con l’originale tedesco! Magari tutte quelle brutture sono frutto di una traduzione criminale! Be’, potrebbe darsi. Ahimé, non conosco bene il tedesco (ma so dire tutti i numeri fino a dodici!), ma ecco l’idea: proviamo a confrontare la prima traduzione – quella Mondadori – con altre tre prese a caso. Non potranno essere tutti quanti dei mistificatori e/o degli incapaci, giusto?

Sole sul mare

Notate lo scherzare della chioma del Febo sul Ponto.

Edizione Feltrinelli (traduzione di Enrico Filippini):
“Ormai, giorno per giorno, il dio dalle guance ardenti conduceva nudo la quadriga di fuoco attraverso gli spazi del cielo, e la sua chioma d’oro ondeggiava al vento dell’est che presto si placava. Una serica bianchezza posava sulle distese del Ponto torpido e ondulato. La sabbia era rovente. Sotto l’etere azzurro dai riverberi d’argento, davanti alle cabine, erano tese tende di tralicci ruggine, e sulla netta macchia d’ombra che essere proiettavano passavano le ore del pomeriggio. Ma altrettanto deliziosa era la sera, quando gli alberi del parco emanavano effluvi balsamici, le stelle eseguivano la loro danza, e il mormorio del mare notturno saliva dolcemente e parlava all’anima. Quelle sere portavano in seno facilmente la lieta promessa di una nuova giornata di sole, di ordinati piaceri, di infinite possibilità di cose gradevoli.”

Edizione Garzanti (traduzione di Tito Villari):
“Ora il dio dalle guance ardenti guidava nudo, giorno per giorno, il suo tiro a quattro, sprigionante fuoco, per gli spazi del cielo, e i riccioli gialli gli ondeggiavano al levante che in pari tempo turbinava. Serico splendore biancastro languiva sulle distese del ponto dalle onde lente. Sotto l’azzurro scintillante argentato dell’etere, davanti alle cabine, c’erano stesi dei teli color ruggine, e sulle macchie d’ombra dai contorni netti da essi offerti, si passavano le ore della mattina. Ma anche la sera era deliziosa, quando le piante del parco esalavano il loro profumo balsamico, le stelle lassù ballavano la loro ridda, e il mormorio del mare abbuiato, insinuandosi lieve, parlava al cuore. Tali sere portavano con sé un’altra bella giornata di sole, di ozio dall’ordine frivolo, e ornata da innumerevoli e frequenti possibilità di casi graziosi.”

Edizione Marsilio (traduzione di Elisabeth Galvan):
“Ora di giorno in giorno il dio dalle guance ardenti guidava ignudo la quadriga di fuoco attraverso gli spazi del cielo, e la sua chioma d’oro volava nel vento che, insieme, dall’est si levava. Un bianco splendore di seta giaceva sulle distese del Ponto lento e fluttuante. La sabbia bruciava. Sotto l’argenteo azzurro scintillante dell’etere, davanti alle cabine della spiaggia, stavano stesi teli color ruggine, e si passavano le mattinate entro la macchia d’ombra nettamente delimitata che essi offrivano. Ma deliziosa era anche la sera, quando le piante del parco emanavano effluvi balsamici, quando gli astri danzando compivano il loro giro, il mormorio del mare notturno saliva lieve e parlava all’anima. Quelle sere portavano in sé la lieta promessa di un nuovo giorno di sole, all’insegna di un ozio leggero, ornato di innumerevoli dense occasioni di casi graditi.”

OMG.
Non saprei neanche da che parte cominciare: c’è l’utilizzo di termini arcaici o classicheggianti o desueti al posto di quelli ordinari per dare una patina di “poeticità” a immagini banalissime; c’è la valanga di aggettivi (“serico splendore biancastro”, “argenteo azzurro scintillante”, “infinite possibilità di cose gradevoli”, srsly?); c’è l’insulso tentativo di dare un andamento musicale alle parole; c’è l’assoluta piattezza di tutta la scena, perché, se leviamo gli infiorettamenti, ecco cosa rimane: che ogni giorno sorge il sole e percorre il cielo, e di primo pomeriggio fa molto caldo e la sabbia scotta, e ci si rilassa in spiaggia, dopodiché arriva la sera, che è piacevole, e la mattina dopo comincia una nuova giornata.
Sorprendente, vero? Signor Mann, ma come le è venuta quest’idea?

Thomas Mann

"Be', ma perché sono un genio, no?"

Qualche osservazione sparsa.
1. Non è che Thomas Mann non sappia scrivere. I Buddenbrook, il suo primo romanzo, è un bel libro scritto con onestà. C’è anche il sincero tentativo di mostrare invece che raccontare; le descrizioni fisiche dei personaggi tendono ad essere un po’ statiche, ma Mann cerca addirittura, quando li fa parlare, di riprodurre inflessioni diverse a seconda della regione di provenienza o di idiosincrasie personali! Abbiamo quello che arrota le erre, quello che strascica le parole, quello che parla come se avesse delle patate in bocca…
Questo, se possibile, rende le cose ancora peggiori – perché significa che Mann ha deciso apposta di cominciare a scrivere così, mano a mano che diventava più famoso. C’è evidentemente la convinzione che questo modo di scrivere così stucchevole sia migliore della scrittura trasparente e mostrata degli esordi.
2. La cultura classica e/o mitologica nobilita tutto. Dì che il mare era illuminato dalla luce del sole, e avrai una banalità; dì che il dio greco del sole illumina il Ponto, e avrai un capolavoro! Concetto che potrebbe anche essere così riformulato: per quanto banale sia la tua storia, infiorettala di riferimenti agli studi classici che hai fatto da adolescente, e sarai stimato come grande erudito che parla all’anima della gente. Malattia che infesta anche molti scrittori di fantasy, che credono basti infilarci un po’ di mitologia qua e un po’ di archetipi là per fare il buon libro.
Ma tutti quei fronzoli e tutta quella pesantezza hanno in realtà un solo scopo: nascondere la reale pochezza dell’intero passaggio. Così come l’uso di complicate mitologie thailandesi o l’idea che ciò che è rappresentato nel libro sia in realtà allegoria di qualcosa di più Alto, sono solo espedienti per distogliere l’attenzione del lettore dal fatto che sta leggendo il solito banalissimo fantasy. Se mentre scriviamo cominciamo a ricorrere a questi espedienti, vuol dire che forse, dopotutto, non siamo molto convinti che ciò che stiamo scrivendo sia di per sé interessante.

Febo Apollo

Il Febo Apollo si posa sulla serica bianchezza delle pigre, ondulate labbra del Ponto. O qualcosa del genere.

Ora, un lettore dotato anche di un minimo di cultura libraria e senso critico, trovandosi di fronte a quell’incipit potrebbe anche pensare: “Sticazzi, chemmerda!”. Ma poi si trova di fronte il nome dell’autore, il nome dell’opera – nomi pesanti. Comincia a sudare. Forse il suo giudizio è stato troppo affrettato, dopotutto? O forse, forse – forse la colpa è sua, che non è abbastanza colto, non è abbastanza preparato per un modo di scrivere tanto raffinato… Mh, dev’essere così che molte persone abbandonano la lettura.
No: sviluppare il senso critico, significa usare lo stesso metro di giudizio per valutare Thomas Mann e Licia Troisi. E io ho l’impressione che nemmeno la nostra Licia avrebbe mai potuto scrivere una schifezza come quella.

Case di case, o: quello che gli italiani non scrivono

House of HousesQualche giorno fa, mi è arrivato a casa un paperback che avevo preso su Amazon, House of Houses. E’ un breve romanzo di Bizarro Fiction scritto da Kevin L. Donihe, e che non si trovava su library.nu.
E’ la prima volta che spendo 8 Euro per il cartaceo di un autore sconosciuto a scatola chiusa. Cosa mi ha spinto a farlo?

Prima di tutto, il blurb di Mellick, che vi vado subito a offrire 1:

“This is perhaps the weirdest book that anyone has ever written, or will ever write. Donihe is the grandmaster of the bizarro fiction genre” – Carlton Mellick III

“Questo è forse il libro più strano che sia mai stato scritto, o che sarà mai scritto. Donihe è il gran maestro del genere della Bizarro Fiction” – Carlton Mellick III

In genere non mi faccio incantare dai blurb, ma non capita spesso che Mellick commenti i lavori dei suoi colleghi; inoltre, se è Mellick in persona a dire che questo è il libro più strano che abbia mai letto, diciamo che mi fido.
In secondo luogo, e più importante, la sinossi:

There once was ad odd reclusive little man who was in love with his house. He loved this house not in the way that normal people love their homes. His was a more intimate love, like the love between two humans. He loved his house so much that he asked it to marry him, and he believed that his house happilty replied with a yes. Unfortunately, their love was to be torn apart the day before their wedding, on the day of the great house holocaust. On this day, every house in the world collapsed for no explainable reason. It was as if they killed themselves, and took many of their occupants with them. Distraught and despairing over the death of his fiancée, this man must go on a quest to find out what happened to his beloved home.
On his quest:
He will meet Tony, a self-declared superhero, who looks kind of like a black Man-At-Arms from the old He-Man cartoons and claims to protect the world from quasi-dimensional psychopomps with his powerful sexpounding abilities.
He will meet Manhaus, who semmes to be part man and part house.
And, finally, he will venture to House Heaven, a world where houses live inside of bigger houses made of people.

C’era una volta uno strano e schivo ometto, che era innamorato della sua casa. Amava la sua casa non nel modo in cui la gente normale ama la propria. Il suo era un amore più intimo, come l’amore tra due esseri umani. Amava la sua casa così tanto che le chiese di sposarlo, ed era convinto che la sua casa avrebbe felicemente risposto con un sì. Sfortunatamente, il loro amore doveva essere distrutto il giorno prima del loro matrimonio, nel giorno del grande olocausto delle case. In questo giorno, ogni casa del mondo collassò per nessun motivo apparente. Era come se le case si fossero suicidate, portando con sé molti dei loro abitanti. Sconvolto e disperato per la morte della sua fidanzata, quest’uomo deve imbarcarsi in un viaggio per scoprire cosa sia successo alla sua amata casa.
Nel suo viaggio:
Incontrerà Tony, un auto-dichiarato supereroe, che assomiglia a una versione nera di Man-At-Arms, dei vecchi cartoni di He-Man, e afferma di proteggere il mondo da psicopompi quasi-dimensionali con il potere della superchiavata.
Incontrerà Manhaus, che sembra essere parte uomo e parte casa.
E, infine, si avventurerà nel Paradiso delle Case, un mondo dove le case vivono dentro case più grandi fatte di persone.

Casa arrabbiata

Attenti a come trattate la vostra abitazione: potrebbe scegliere di rovinarvi in testa.

Ora, io non ho ancora letto il suddetto libro, anche se lo farò in questi giorni. Potrebbe anche fare schifo. Potrebbe essere scritto peggio di Unika, o potrebbe non mantenere le promesse iniziali, o potrebbe essere un ammasso di stramberie senza capo né coda. Potrebbe persino essere scritto da Sergio Rocca in incognito.
Ma la presentazione è riuscita a catturarmi. Il libro mi ha convinto a dargli una possibilità. Ora: magari la Bizarro Fiction vi ispira solo pensieri diarroici, e l’idea di un tizio che si mette in viaggio per scoprire perché tutte le case del mondo sono implose e finisce nel Paradiso delle Case vi toglie ogni poesia, però dovete ammettere che è una sinossi che non lascia indifferenti.
Dietro una storia del genere c’è una riserva di creatività incredibile. Non solo non avevo mai pensato si potesse scrivere una storia su una cosa chiamata grande olocausto delle case, ma non avevo mai pensato neanche che si potesse avere un’idea del genere!

E’ per questo che mi viene sempre un po’ di tristezza quando dal panorama internazionale sposto gli occhi sull’Italia. E non sto parlando solo dei libri regolarmente pubblicati, ma anche degli autopubblicati, che in teoria non avrebbero tutte le limitazioni dei canali tradizionali – tipicamente il dover rientrare in una “linea editoriale” – ma che a quanto pare ne hanno un’altra: mancanza cronica di creatività.
Con poche eccezioni, i libri autopubblicati che mi sono capitati tra le mani sono, quando va bene, l’equivalente italiano di un episodio qualsiasi di Supernatural, o di un brutto film d’azione, o di una brutta partita di D&D. Magari condite con un po’ di “misteri italiani”, filone di lunghissima tradizione e oramai francamente un po’ esausto.
E mi domando: perché? Perché non possiamo avere anche noi delle storie di uomini che amano morbosamente le proprie case finché queste non gli crollano in testa, o storie di tizi i cui peni si trasformano in vermoni giganteschi e sanguinari, o storie di talebani che vogliono dirottare un aereo ma devono fare i conti con un lupo mannaro su una sedia a rotelle?
Forse perché leggono poco, o forse perché non spaziano abbastanza tra i generi. E di conseguenza, che si possano scrivere storie così neanche gli viene in mente. Che si possa uscire dal solito canovaccio, neanche gli viene in mente.

Lucarelli paura eh

Smettetela di vivere all'ombra di quest'uomo!

Ma voglio sottolineare una cosa.
Cari autopubblicati: sono questi i vostri avversari. Carlton Mellick, Mykle Hansen, Kevin Donihe, tutti signori nessuno che ce l’hanno fatta da soli, fondando delle case editrici, costruendosi un bel sito, studiandosi le regole della narrativa e scervellandosi per partorire idee nuove2.
Se volete essere competitivi, dovete cercare di scrivere roba almeno altrettanto buona. Altrettanto acchiappante. Roba da far impallidire le case di case! OK, la Bizarro non vi piace (e del resto ci sono anche brutti libri di Bizarro Fiction); ma non è una buona scusa per non spremervi le meningi e cercare di essere creativi, fantasiosi.
Se un’opera autopubblicata vende poco, o se è scaricata (gratis) poco, in parte dipenderà dal fatto che la ‘rivoluzione digitale’ in Italia è ancora agli inizi, in parte magari dipenderà da una visibilità insufficiente del sito e dell’autore, e/o da un cattivo marketing; ma non potrebbe anche darsi – forse, magari – che dipenda anche dal fatto che l’opera in questione non è poi ‘sto granché? Che non c’è, in fondo, tutta questa voglia matta di leggerla, e di farla leggere ai propri amici? Perché non si mette mai in discussione la qualità dell’opera, quando si parla della sua più o meno riuscita distribuzione?
E già che ci siamo, cari autopubblicati, leggetevi l’ultimo articolo del Duca, se non l’avete già fatto.

E quando sentite che state vacillando, che vi manca ogni certezza e ogni punto di riferimento, che siete – direbbe Dago – come un salame lanciato in un corridoio, ripetete tra voi queste parole:

un mondo dove le case vivono dentro case più grandi fatte di persone

Cioè, dai, cazzo!

Anticipazione finale
Già che siamo in argomento.
Da quasi due settimane sto preparando un grosso articolo sulla Bizarro Fiction, che raccoglierà tutte le impressioni che ho avuto modo di farmi sul genere negli ultimi tre-quattro mesi. Potrebbe già essere pronto per la settimana prossima, o per quella dopo al più tardi; in ogni caso, sostituirà, per una volta, il settimanale Consiglio del Lunedì.

Robottoni che fanno sesso

A proposito di allenare la creatività: questo potrebbe essere un inizio.

(1) Eccezionalmente, ho anche tradotto alla meglio la cosa in italiano. Mi sono preso qualche libertà nel tradurre “sexpounding abilities”; se avete suggerimenti migliori, sono pronto a correggere.Torna su

(2) Certo, avrebbero potuto fare di più – per esempio, puntando di più sul digitale. Nel momento in cui scrivo, sono ancora molti i loro libri che mancano completamente di un’edizione digitale; e quando ce l’hanno, è sempre e solo in formato kindle. Fino a poco tempo fa, il loro scopo principale era ancora quello di entrare nelle librerie.
Eppure un genere di nicchia come questo sembra fatto apposta per il digitale. I libri di Bizarro Fiction di solito sono brevi (100-200 pagine) e poco costosi, è stupido affogarli nelle spese di spedizione di un’edizione cartacea, che magari deve girare mezzo globo per arrivare al destinatario.Torna su