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I Consigli del Lunedì #22: Flowers for Algernon

Fiori per AlgernonAutore: Daniel Keyes
Titolo italiano: Fiori per Algernon
Genere: Slipstream / Science Fiction / Social SF / Slice of Life
Tipo: Romanzo

Anno: 1966
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 280 ca.

Difficoltà in inglese: **

Charlie Gordon ha trent’anni ed è ritardato. Ma Charlie ha una caratteristica che lo distingue dagli altri ritardati: il desiderio di imparare e diventare intelligente, così da guadagnarsi il rispetto e l’amicizia degli altri. Per questo si è iscritto al Centro per Adulti Ritardati del Beekman College e ha imparato a leggere e a scrivere.
Ora la vita di Charlie potrebbe cambiare per sempre, perché i ricercatori dell’università stanno mettendo a punto un’operazione chirurgica capace di potenziare l’attività del cervello, e adesso vorrebbero testarla su di lui. L’esperimento è già stato condotto con successo su Algernon, un topolino bianco, e ora Algernon è diventato un genio tra i topi ed è in grado di risolvere rapidamente labirinti di qualsiasi difficoltà. Charlie non sta più nella pelle. Ma se l’esperimento fallisse e il suo cervello si deteriorasse ulteriormente invece di migliorare? E la sua vita migliorerà davvero, quando sarà diventato intelligente e nessuno potrà più prendersi gioco di lui?
L’unica cosa certa è che le vite di Charlie e di Algernon sono legate a doppio filo.

Stanchi delle trame complicate e dell’ambientazione uberfantastica degli ultimi tre Consigli? Bene, perché quello di cui parliamo oggi è un romanzo più vicino al mainstream e al romanzo psicologico tradizionale che non alla narrativa di genere1. L’intreccio alla base di Flowers for Algernon è di una semplicità disarmante: cosa succederebbe se un ritardato diventasse gradualmente un genio? Come reagirebbe la gente attorno a lui? E quelli che lo conoscevano prima? E riuscirebbe l’ex-ritardato ad essere felice, o rimpiangerebbe la condizione precedente?
Flowers for Algernon è uno di quei pochi ‘classici’ della fantascienza con una certa popolarità anche in Italia, quindi immagino che diversi di voi l’abbiano già letto e che la maggior parte ne abbia almeno sentito parlare. A questi ultimi e a coloro che non sapessero proprio di cosa sto parlando è dedicato il Consiglio di questa settimana.

Retarded or noob

Uno sguardo approfondito
Il libro è scritto in prima persona dal protagonista, ed è strutturato come una serie di rapporti (ogni ‘Progress Report’ rappresenta un capitolo) che Charlie scrive su richiesta dei ricercatori per monitorare le sue condizioni mentali e i suoi progressi. L’evoluzione di Charlie è quindi rispecchiata nello stile del libro: i primi capitoli sono scritti in un inglese sgrammaticato e infantile, mentre mano a mano che gli effetti dell’operazione si fanno sentire la prosa diventa corretta e adulta.
All’inizio Charlie si limita a raccontare una dietro l’altra tutte le cose che gli succedono, senza virgole, senza virgolette per introdurre il discorso diretto, la mente intrappolata in un eterno presente. Quando si imbatte in un concetto nuovo è facile che non lo capisca o lo fraintenda. Quando un ricercatore prova a fargli risolvere un labirinto (“maze” in inglese), lui, che non ne ha mai sentito parlare, fraintende: “He tolld me that game was amazed”. Quando gli sottopongono un test in cui deve inventare una storia basata su delle immagini, si rifiuta di farlo perché non conosce quelle persone disegnate e gli hanno insegnato che non si dicono le bugie. Il principio è quello dell’unreliable narrator: il lettore si rende conto di cosa significhi pensare come un ritardato perché Keyes permette al lettore di capire cose che lo stesso Charlie – personaggio pov – non capisce.
Col procedere del libro, invece, Charlie diventa capace di ragionamenti complessi e astratti; la storia si punteggia di flashback mano a mano che il protagonista ricorda la sua infanzia; ci sono descrizioni di sogni e tentativi di interpretarli secondo il metodo psicanalitico. I Progress Report diventano una sorta di diario intimo.

Daniel Keyes dà l’impressione di essersi documentato sul ritardo mentale, e il suo protagonista è decisamente credible. In una delle prime scene, Charlie vine sottoposto al test delle macchie di Rorschach. Quando gli vine chiesto cosa vede nelle macchie, Charlie risponde che vede solo delle macchie d’inchiostro; per quanto si sforzi, il suo cervello non è in grado di elaborare quelle immagini attingendo all’inconscio. Le spiegazioni che prova a darsi sono idee che una persona con intelligenza normale non avrebbe mai: “I tryed hard but I still coudnt find the picturs I only saw the ink. I tolld Burt mabey I need new glassis”. E anche quando gli viene spiegato lo scopo dell’esercizio: “He just kept saying think imagen theres something on the card. I tolld him I imaggen a inkblot. He shaked his head so that wasnt rite eather. He said what does it remind you of pretend its something. I closd my eyes for a long time to pretend and then I said I pretend a bottel of ink spilld all over a wite card”.
Episodi della sue vita che Charlie ricorda con piacere infantile – come il modo in cui i ragazzi della panetteria dove lavora scherzano con lui – acquistano un significato inquietante quando l’operazione gli fa aprire gli occhi.

Labirinto 3d

I labirinti non fottono il cervello solo ai ritardati…

Altrettanto credibile è il mondo accademico in cui Charlie si trova immerso – le piccole rivalità tra scienziati, l’arroganza ansiosa di chi ha conquistato un po’ di fama e teme di vedersela portare via, il balletto tra il bisogno di pubblicare una scoperta rivoluzionaria e il terrore di fare una figuraccia che ti rovina la carriera, le banalità scambiate tra studenti universitari che si credono geni.
Anche se il riflettore della storia è sempre puntato su Charlie, tutti i comprimari – il Dr. Strauss, il Prof. Nemur, l’assistente Burt, Alice Kinnian, i suoi genitori – sono sviluppati con cura, personaggi a tutto tondo fatti di luci e ombre come le persone reali. Certo, queste persone vogliono davvero aiutare Charlie, e certo, sarebbero tutti felici se grazie ai loro sforzi si potesse curare il ritardo mentale, ma cio’ che li spinge è davvero l’altruismo? Persino il rapporto con la svampita artista newyorkese Fey Lillman, che dovrebbe essere la più spontanea, onesta, positiva relazione del libro, mostra sul lungo periodo dei lati bui.
Una certa atmosfera di cinismo, di ambiguità morale pervade tutto il romanzo. Elemento estremamente positivo, dato che la questione morale è il fulcro tematico di Flowers for Algernon. E questo cinismo di fondo, unito al filtro totale della personalità di Charlie (e quindi: identificazione completa del lettore nel protagonista), fa sì che alcuni momenti della storia siano davvero davvero tristi. Flowers for Algernon in un paio di punti mi ha fatto venire i lacrimoni, e questo non mi succede spesso.

Uno dei maggiori punti di forza del romanzo di Keyes è di non divagare. Tutti gli episodi del libro servono a sviluppare il conflitto centrale tra il protagonista e la società. Anche i flashback sull’infanzia di Charlie, che alle prime apparizioni mi erano apparsi superflui, in realtà contribuiscono al quadro, e alla fine Keyes riannoda i fili alla trama principale. L’autore è stato anche in grado di dare al tema del libro un forte correlativo oggettivo – il topo Algernon e i suoi labirinti. Il destino di Algernon rispecchia quello di Charlie; e poi, è così simpatico!
L’unica trovata che mi ha lasciato perplesso è l’idea che il trattamento debba rendere Charlie non semplicemente una persona intelligente, ma un genio. In questo modo è troppo facile rendere il proprio protagonista un emarginato; e non si è veramente dimostrato il punto, ossia la possibilità di un ritardato di reintegrarsi nella società una volta superato il proprio ritardo. Peraltro, Algernon diventa l’Einstein dei topi dopo l’operazione, ma prima non era un topo ritardato, era un topo normale – non si capisce quindi perché su Charlie debba avere un effetto così esagerato.

Topolino bianco

L’Einstein dei topi.

Questo comunque non cambia il giudizio finale.In conclusione, Flowers for Algernon è un piccolo capolavoro a metà tra il mainstream psicologico e la fantascienza sociale. Per quanto mi riguarda, la dimostrazione della sua bellezza sta nel fatto che mi ha coinvolto tantissimo nonostante non sia mai stato granché interessato al problema del ritardo mentale. Avevo deciso di provare a leggerlo più per la sua fama che per altro – ed è riuscito a colpirmi lo stesso.

Su Daniel Keyes
Keyes è famoso fondamentalmente per questo solo romanzo, ed è anche l’unico suo che abbia mai letto. In realtà ce n’è un altro che mi interessa molto e che probabilmente leggerò in futuro, ossia la biografia-reportage The Minds of Billy Milligan (in italiano Una stanza piena di gente). Il libro racconta la storia vera di Billy Milligan, un tizio affetto da disturbo di personalità multipla (ben 24!) finito in carcere e quindi in clinica dopo svariati crimini. Aldilà del caso umano, cio che mi interessa è che il libro dovrebbe mostrare il meccanismo di funzionamento delle differenti personalita e il modo in cui si davano il cambio. Sarà stato qualcosa del genere a suggerire a Swanwick il personaggio di Wyeth in Vacuum Flowers?

Dove si trova?
Procurarsi Flowers for Algernon è molto facile. Per il testo in lingua originale potete frugare su Bookfinder, Library Genesis o sul canale #ebooks di IRChighway; per quello in italiano guardate sul Mulo, o magari, se siete fortunati, lo potete ancora trovare in libreria in una recente edizione della Nord. Ho dato un’occhiata alla traduzione italiana e mi sembra accettabile, nonostante questo sia un romanzo che si appoggi molto al gioco linguistico. Certo, alcune finezze si perdono (come il labirinto “amazed” di cui ho parlato sopra), ma non è la fine del mondo.

Qualche estratto
I due estratti di oggi sono speculari. Li ho scelti con l’intenzione di mostrare il progresso mentale di Charlie nel corso del libro, e la corrispondente trasformazione nello stile del libro. Entrambi mostrano il rapporto tra il protagonista e il topo Algernon, così intelligente da risolvere i labirinti più velocemente di Charlie; nel primo caso, però, Charlie non si è ancora sottoposto al trattamento, mentre nel secondo i primi effetti di quest’ultimo cominciano a farsi sentire, almeno sul piano emotivo:

1.
We went up to the 5 th floor to another room with lots of cages and animils they had monkys and some mouses. It had a funny smel like old garbidge. And there was other pepul in wite coats playing with the animils so I thot it was like a pet store but their wasnt no customers. Burt took a wite mouse out of the cage and showd him to me. Burt said thats Algernon and he can do this amazed very good. I tolld him you show me how he does that.
Well do you know he put Algernon in a box like a big tabel with alot of twists and terns like all kinds of walls and a START and a FINISH like the paper had. Only their was a skreen over the big tabel. And Burt took out his clock and lifted up a slidding door and said lets go Algernon and the mouse sniffd 2 or 3 times and startid to run. First he ran down one long row and then when he saw he coudnt go no more he came back where he startid from and he just stood there a minit wiggeling his wiskers. Then he went off in the other derection and startid to run again.
It was just like he was doing the same thing Burt wanted me to do with the lines on the paper. I was laffing because I thot it was going to be a hard thing for a mouse to do. But then Algernon kept going all the way threw that thing all the rite ways till he came out where it said FINISH and he made a squeek. Burt says that means he was happy because he did the thing rite.
Boy I said thats a smart mouse. Burt said woud you like to race against Algernon. I said sure and he said he had a differnt kind of amaze made of wood with rows skratched in it and an electrik stick like a pencil. And he coud fix up Algernons amaze to be the same like that one so we could both be doing the same kind.
He moved all the bords around on Algernons tabel because they come apart and he could put them together in differnt ways. And then he put the skreen back on top so Algernon woudnt jump over any rows to get to the finish. Then he gave me the electrik stick and showd me how to put it in between the rows and Im not suppose to lift it off the bord just follow the little skratches until the pencil cant move any more or I get a little shock.
He took out his clock and he was trying to hide it. So I tryed not to look at him and that made me very nervus.
When he said go I tryed to go but I dint know where to go. I didnt know the way to take. Then I herd Algernon squeeking from the box on the tabel and his feet skratching like he was runing alredy. I startid to go but I went in the rong way and got stuck and a littel shock in my fingers so I went back to the START but evertime I went a differnt way I got stuck and a shock. It didnt hert or anything just made me jump a littel and Burt said it was to show me I did the wrong thing. I was haffway on the bord when I herd Algernon squeek like he was happy again and that means he won the race.
And the other ten times we did it over Algernon won evry time because I coudnt find the right rows to get to where it says FINISH. I dint feel bad because I watched Algernon and I lernd how to finish the amaze even if it takes me along time.
I dint know mice were so smart.

Abbiamo salito al 5° piano in nunaltra stanza con un mukio di gabie e annimali cerano scimie e alquni topi. Si sentiva nodore strano come di mmondizzia. E cerano altri indi vidui con il cammicie bianco che gioccavano congli annimali per cui sono pensato che fose un negozzio dannimali ma cueli non erano clienti. Burt ha tolto un toppolino bianko da na gabia e me la mostrato. Ha detto che si kiama Algernon e sa fare cuesto lab irinto benisimo. Ci o detto di farmi veddere come facieva.
Bene, sapete, a meso Algernon in una skatola grande come un tavolo con un mukio di serpentine e di svolte de limmitate da muretti e un INIZIO e una FINE come sul follio. Sol tanto cera una rete sopra la grosa scatola. E Burt sè tolto dal taskino lorologgio e a solevate una porticcina scorevole e il toppolino a fiuttato uno due volte e se messo a corere. Prima a corso lungo un reti lineo e poi cuando sè acorto che non poteva più andare avanti a tornato dietro dove aveva cominciato e a rimasto lì un minuto con i baffi vibbranti. Poi è partito ne laltra direzzione e a ri cominciato a corere.
Sembrava propprio che facieva la stesa cosa che Burt aveva voluto farmi fare con le righe su la carta. Ridevo perché pensavo che avrebe stata na cosa dificile da fare per un toppolino. Ma poi Algernon a continnuato in filando sempre la strada giusta fin che ussito dove ce skritto FINE e ha scuitito. Cuesto sinnifica a detto Burt chera contento perche aveva fatto la cosa giusta.
Per dinci sono detto cuesto sì che un topo inteligente. Burt ha dommandato: ti piacerebe garegiare con Algernon? Certo sono risposto e lui ha detto che aveva un tipo di lab irinto diffrente fatto di lennio con solki scavati drento e un bastoncino e letrico come una mattita. E poteva moddificare ne lo stesso modo il lab irinto di Algernon così saremmo fati tute due la stessa cosa.
A tolto tutte le sponde intorno a la skatola di Algernon perché si posono smontare e lha di sposte in modo diverso. E poi ci ha rimeso sopra la rete per impe dire a Algernon di scavvalcare le file e a rivare al FINE. Poi ma dato il bastoncino e letrico e ma mostrato come meterlo tra le file e non dovevo so levarlo ma soltanto segguire i picoli solki fin che non poteva più muoversi o sentivo na picola scossa.
A ripreso lorologgio e ciercava di nasconderlo. Così sono ciercato di non guardarlo e cuesto ma reso nervosisssimo.
Cuando a detto via sono ciercato di partire ma non sappevo dovandare. Non sapevo cuale strada prendere. Poi o uddito Algernon scuitire ne la skatola e le sue zampette raskiare come se stava già corendo. Sono partito ma o andato nel senso sballiato e o rimasto blokato e o sentito una picola skossa ne le dita. Non ma fato male né gnente soltanto su sultare un poko e Burt a detto chera per mostrarmi che avevo sballiato. Ero rivato a metà cuando o sentito Algernon scuitire come se era dinuovo contento e cuesto sinnifica che a vinto la corsa.
E le altre dieci volte che siamo ripetuti la gara Algernon a vinto tutte le
volte perché io non riussivo a trovare il solko giusto per rivare dove ce scrito FINE. Non ma dispiacciuto perché guardavo Algernon e sono imparato come finire il lab irinto anche se ma voluto tempo.
Non sapevo che i toppolini erano così inteligienti.

Slowpoke

Anche i Pokemon hanno i loro problemi.

2.
March 15 — Im out of the hospitil but not back at werk yet. Nothing is happining. I had lots of tests and differint kinds of races with Algernon. I hate that mouse. He always beets me. Prof Nemur says I got to play those games and I got to take those tests over and over agen.
Those amazes are stoopid. And those picturs are stoopid to. I like to drawer the picturs of a man and woman but I wont make up lies about pepul.
And I cant do the puzzels good.
I get headakes from trying to think and remembir so much. Dr Strauss promised he was going to help me but he dont. He dont tell me what to think or when Ill get smart. He just makes me lay down on a couch and talk.
Miss Kinnian comes to see me at the collidge too. I tolld her nothing was happining. When am I going to get smart. She said you got to be pashent Charlie these things take time. It will happin so slowley you wont know its happening. She said Burt tolld her I was comming along fine.
I still think those races and those tests are stoopid and I think riting these progress reports are stoopid to.

15 marzo – Sono fuori de lospedale ma non ancora al lavoro. Non sta suciedendo gnente. O fato molti test e divversi tipi di corse con Algernon. Lodio cuel topo. Mi vincie sempre. Il porfesor Nemur dicie che devo fare cuei gioki e rippetere cuei test tante tante volte.
Cuei lab irinti sono stuppidi. E anke cuei di segni sono stuppidi. Mi piace disenniare un uomo e una dona ma non vollio inventare buggie su la gente.
E non sono bravo a fare i puzzel.
Mi viene il mal ditesta a furria di sfforzzarmi di pensare e riccordare tanto. Il dotor Strauss avveva promeso daiutarmi ma non maiuta. Non mi dicie che cosa devo pensare o cuando divventerò inteligiente. Mi fa sol tanto stendere sun divano e parlare.
Miss Kinnian viene a trovarmi anche alla niversità. Ci o detto che non stava sucedendo gnente. Cuandè che divventerò inteligiente? Devi esere pazziente Charlie a risposto per cueste cose occore tempo. Acadrà così addagio che non te nacorgerai. Ma detto daver saputo da Burt che vado bene.
Continnuo a pensare che cuele corse e cuei test sono stuppidi. E 2° me sono stuppidi anche cuesti rapporti sui progressi.

Tabella riassuntiva

Un moral play sul destino di un ritardato nella società. Forse va fuori tema facendo diventare Charlie un genio.
Ci si identifica in Charlie – ci si entusiasma e si soffre con lui.
I capitoli sgrammaticati sono deliziosi!

(1) Lo definirei ‘slipstream’, perché anche se è un device fantascientifico a mettere in moto la vicenda, il focus del libro non è sugli elementi fantastici ma sul rapporto tra il protagonista e il mondo. E quel mondo è tale e quale al nostro.Torna su

I Consigli del Lunedì #21: Vacuum Flowers

Vacuum FlowersAutore: Michael Swanwick
Titolo italiano: L’intrigo Wetware
Genere: Science Fiction / Hard SF / Space Opera / Cyberpunk
Tipo: Romanzo

Anno: 1987
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 260 ca.

Difficoltà in inglese: ****

Rebel Elizabeth Mudlark si risveglia in una clinica nell’Eros Kluster – un grappolo di colonie spaziali costruite nella Fascia di Asteroidi – nelle mani di un chirurgo inquietante, solo per scoprire di aver perso la memoria. In fuga dalla clinica, i ricordi si affacciano gradualmente alla sua memoria. Rebel è la registrazione digitale di una pilota di comete-albero, morta in un incidente mentre viaggiava dalle remote colonie della nube di Oort verso il centro del Sistema Solare. Ma il corpo non è il suo: la sua personalità è stata impiantata in Eucrasia Welsh, un genio della riprogrammazione neurale che per mestiere si fa inserire altre personalità nella testa per ‘testarle’ e correggere prima che vengano lanciate sul mercato, e che in un attacco di follia ha distrutto tutte le altre copie di Rebel. Ora però la personalità di Rebel è diventata proprietà della supercorporation Deutsche-Nakasone, che rivuole indietro il suo prodotto.
In fuga dalla corporation e alla ricerca di un posto nel mondo, Rebel si troverà a viaggiare per il Sistema Solare colonizzato. Nel suo viaggio, incontrerà una serie di personaggi che non è chiaro se siano amici o nemici: il rivoluzionario Wyeth, dalla mente partita in quattro diverse personalità; Snow, una Net-runner bioingegnerizzata al punto da sembrare a malapena un essere umano; Bors, un mercante appassionato di libri antichi, alla ricerca delle tragedie perdute di Shakespeare; e soprattutto la Comprise, una coscienza collettiva che ha assorbito la Terra e tutti i suoi abitanti e ha bandito l’essere umano aldilà dell’orbita lunare. Ma la battaglia più dura, Rebel dovrà combatterla nella sua testa: perché Eucrasia è ancora lì, ed è intenzionata a riprendersi il suo corpo e a cancellare la sua seconda personalità per sempre.

Vacuum Flowers è un’opera che parte da premesse canoniche – la protagonista senza memoria, ribelle, in fuga da una corporazione kattiva – ma prende gradualmente direzioni inaspettate. Pur appartenendo alla prima generazione del cyberpunk (è uscito tre anni dopo Neuromante, e dopo che Swanwick e Gibson avevano collaborato all’antologia Burning Chrome), Vacuum Flowers lascia i temi dell’ingegneria genetica, delle supercorporazioni e soprattutto della Rete un po’ in secondo piano rispetto ai viaggi spaziali, alle colonie artificiali, e a tutto il bagaglio della space opera.
Rimane nodo centrale del romanzo, invece, il tema tipicamente cyberpunk della riprogrammazione neurale. Wetware: il concetto per cui, se consideriamo le connessioni neuronali come i circuiti di un computer, e la psiche umana come un software che gira sulla macchina del cervello, allora la mente umana è riprogrammabile come Windows. Fiko!

Oh, BTW. Visto che non trovavo abbastanza immagini soddisfacenti per questo articolo e sono un simpaticone, vi beccherete invece degli assaggi della perfetta colonna sonora cyberpunk: brani a caso dei Venetian Snares1! So cool! ^.^


Hospitality, dall’omonimo album del 2006 ^_^

Uno sguardo approfondito
Un primo vantaggio di Vacuum Flowers, rispetto alla maggior parte dei successivi romanzi di Swanwick, sta nella gestione del pov. Invece che vagare tra un mucchio di comprimari, la telecamera sta sempre sulle spalle della protagonista, e questo ha due effetti: 1. Gradualmente ci immedesimiamo in Rebel, fino a condividerne gioie e dolori; 2. Non sappiamo cosa succede aldilà della percezione di Rebel, il che amplifica il senso di diffidenza e spaesamento provato dalla protagonista.
Entrambi i risultati sono positivi, data l’atmosfera -punk del romanzo. Swanwick infatti ci precipita in un Sistema Solare sporco, brutale, cinico; dagli slum pieni di piccola criminalità e cellule terroristiche, alle lobby asettiche e gelide delle corporation, ci viene martellato il concetto che non possiamo fidarci di nessuno, che è pieno di gente che vuole farci la pelle. Vacuum Flowers è un romanzo cupo, che mette ansia, e dove succedono molte cose brutte. Rebel si metterà più di una volta a piangere; ma mentre a leggere del pianto di Nihal nelle Cronache troisiane ci veniva da pensare “ma quanto frigna!”, qui ci si stupisce che Rebel pianga così poco.

Il mondo di Vacuum Flowers non è crudele e spietato perché sì perché è fantasy, ma perché è realistico. E’ un mondo dominato dalle leggi di mercato, e dai rapporti economici e politici tra le colonie spaziali, ambienti ostili e tendenzialmente inadatti alla vita umana; un mondo che deve fare a meno della Terra, resa irraggiungibile dalla coscienza collettiva che l’ha posseduta, la Comprise, e che “assorbe” in sé chiunque vi entri in contatto (benché ci si possa ancora fare affari!). Swanwick ha infatti posto molta attenzione nel creare una galassia di sistemi politici diversificati e credibili, dal capitalismo anarchico che regna nelle colonie della Fascia degli Asteroidi al Popolo di Marte, un sistema totalitario che ricorda l’Unione Sovietica, devota al lavoro e al sacrificio di sé per il bene collettivo.
Impegnati nel difficile compito di terraformare Marte e renderlo abitabile nel giro di due secoli, i burocrati del Popolo non esitano a riprogrammare la psiche dei suoi cittadini per sopprimere gli istinti individualistici che rallenterebbero il lavoro e la dedizione alla causa: certo, è una vita orribile, e tuttavia bisogna ammettere che il Popolo sta riuscendo a terraformare Marte e ad assicurare un futuro luminoso per i suoi discendenti! Chi ha torto, chi ha ragione? Ambiguità morale: questa è l’aria che si respira in tutto il romanzo, e che rende quello di Vacuum Flowers un mondo complesso e realistico.
Così come complessi, realistici e moralmente ambigui sono i personaggi della storia. E’ difficile distinguere buoni e cattivi; alcuni, retti e onesti in linea di principio, potrebbero essere indotti a compiere azioni immorali per necessità (di soldi, di prospettive…); altri, dalla volontà debole, perché persuasi; altri perché genuinamente convinti di stare facendo la cosa giusta, e così via. Poiché tutti o quasi i comprimari del romanzo si muovono in un’atmosfera di incertezza, è difficile immaginare come si comporteranno – e questo da un lato li rende più realistici e interessanti, dall’altro alimenta il senso di insicurezza di Rebel e di noi lettori.

Crash di Windows

Non sarebbe bellissimo se succedesse anche alle persone?

L’altra faccia di Vacuum Flowers, la faccia più luminosa/giocosa, è quella delle idee. Già si capisce che Swanwick sarebbe finito a fare new weird: ogni poche pagine si trova una trovata bizzarra o un marchingegno geniale! Dato che la maggior parte del romanzo si svolge su colonie spaziali di varie fogge e funzioni, l’autore deve immaginare da zero il funzionamento di molte attività quotidiane, come ad esempio il sistema di corde e pulegge utilizzato dagli spiantati abitanti degli slum dell’Eros Kluster per spostarsi in ambienti a bassissima gravità (nell’Eros Kluster, infatti, l’attrazione gravitazionale cambia a seconda della distanza dal nucleo).
O ancora, i composti macchina-albero che hanno dato vita ad intere società che vivono su alberi bioingegnerizzati (i treeworlders della Nube di Oort), o i transit rings, o il sistema metodico della Comprise di smantellare le proprie apparecchiature spaziali dopo averle utilizzate per impedire ai popoli dello spazio di ricostruirle o anche solo comprenderne il meccanismo. E la stessa Comprise, che forse è una degradazione dell’essere umano, ma forse è il suo prossimo step evolutivo…

Ma l’invenzione più affascinante e pervasiva del romanzo è proprio quella di wetware. Un wetprogrammer lavora attaccando il cervello del paziente a una macchina che disegna la mappa delle sue connessioni neurali (wetwafers) per poi modificarla tramite un computer.
Una personalità può essere alterata leggermente (quel tanto che serve a dargli quell’equilibrio mentale che gli mancava, per esempio) o completamente; il co-protagonista Wyeth è stato modificato in modo da ospitare al suo interno quattro differenti personalità che operano in sinergia come un team, nei ruoli di Leader, Guerriero, Sciamano e Giullare, e ciascuna di esse ha le sue espressioni facciali e il suo tono di voce. E quando la polizia vuole fare una retata, non ha bisogno di portare molti agenti: pochi tocchi, e qualsiasi passante intercettato si trasformerà per qualche ore in un agente a sua volta, votato all’unico, violento impulso di arrestare i colpevoli.


Cleaning Each Other, dall’album Songs About My Cats (2001). Non perdetevi la parte che comincia a 2:25!

Insomma, Vacuum Flowers è una fiera di trovate weird e speculazioni geniali; ce ne sarebbe abbastanza per scrivere una decina di romanzi, probabilmente! Ma questo, forse, è anche l’errore di Swanwick. Gestire così tante idee in meno di 300 pagine non è compito facile, e certo l’autore non si sforza per mettere a suo agio il lettore. Tra neologismi, riferimenti criptici, allusioni a cose che i personaggi già sanno, e mezze spiegazioni, è facile sentirsi spaesati e non capire di che diavolo stanno parlando o cosa stia succedendo. Il fatto che Rebel cominci il suo “viaggio” con un’amnesia quasi completa permette a Swanwick di spiegarle (e quindi spiegarci) alcune delle caratteristiche del suo mondo, ma altre sono date per scontate e molto è lasciato all’intuizione del lettore. Ora, io apprezzo quando uno scrittore non tratta il suo pubblico come un branco di decerebrati e non spiega tutto per filo e per segno, ma spesso la sensazione è che ci siano troppi pochi indizi per avere il controllo della situazione, e che la fatica sia troppa commisurata al guadagno (ma potrebbe anche essere colpa del mio inglese non eccellente).
Diverse volte, inoltre, Vacuum Flowers sembra perdersi in subplot o digressioni che non sembrano collegati con la quest di Rebel, e inevitabilmente uno arriva a chiedersi, “perché Swanwick mi sta complicando inutilmente la vita?”. Poi spesso si scopre che l’elemento introdotto in sordina ha importanza per l’evoluzione della trama (su tutti, la shyapple, device importantissimo inserito come se niente fosse a metà di un capitolo qualsiasi, e poi dimenticato per svariati altri capitoli!) – ma allora perché non utilizzare un pretesto meno “accidentale” per introdurlo?

Oltretutto, già in questo romanzo troviamo la tendenza spiacevole di Swanwick a fare dei salti temporali tra un capitolo e l’altro, lasciando che il lettore capisca da sé (sempre raccogliendo indizi) cosa sia successo nel frattempo. E ancora, a volte si ha l’impressione che Rebel, benché personaggio-pov, capisca, scopra e sappia più di noi, che pure dovremmo vedere attraverso il suo sguardo e sentire attraverso i suoi pensieri.
Non mi è ben chiaro perché Swanwick si comporti così; forse per alimentare la suspence (oh no! Cos’avrà scoperto Rebel? Oh no! Perché si comportano così all’inizio del capitolo, cos’è successo prima?), forse per fare di ogni capitolo un “quadro”, una scena in sé conclusa. In ogni caso, sono trovate artificiose che, oltre a rendere più faticosa la lettura, allentano il meccanismo immedesimativo con la protagonista. Perché, a meno che abbiate dei disturbi, dubito che durante la vostra giornata vi capitino dei vuoti di memoria che poi dovete ricostruire basandovi su indizi che voi stessi lasciate nei gesti o nelle discussioni con altre persone.

Technobabble

Qualcosa del genere.

Insomma, Vacuum Flowers è un romanzo a tratti faticoso da seguire – sia perché complicato (e a volte, inutilmente complicato), sia perché colpisce a livello emotivo. Ciononostante, è anche un romanzo capace di regalare molto. Personalmente, lo trovo uno dei romanzi più intelligenti e “illuminanti” (dal punto di vista creativo) che abbia mai letto; e benché sia generalmente considerato un’opera ‘minore’ dell’autore, è quello di Swanwick che preferisco. Un’opera che, per quanto ne sappia, non ha eguali nel suo modo di mescolare in modo intelligente Space Opera, Cyberpunk e pure quel lieve tocco Fantasy che non guasta.
Se vi sentite sicuri del vostro inglese, provatelo. O forse, riuscirete a trovarlo in italiano…

Vacuum Flowers e Neuromancer
NeuromanteSe faccio un paragone tra il romanzo di Swanwick e quello di Gibson, è perché hanno molte cose in comune. Uscito tre anni dopo Neuromante, Vacuum Flowers ne condivide molti elementi, dallo strapotere delle multinazionali alla modificazione artificiale del corpo (anche se qui con un accento sulla psiche piuttosto che sui potenziamenti muscolari), dall’atmosfera sporca e cupa all’attenzione al mondo della piccola e grande criminalità. Hanno molto in comune anche dal punto di vista della prosa: entrambi sono molto curati, entrambi mostrano tutto dal punto di vista di un unico protagonista, entrambi cercano di far intuire le caratteristiche del loro mondo al lettore invece di abbandonarsi a spiegoni infodumposi che piovono dall’alto. Gli amanti di Neuromante, quindi, potrebbero amare anche Vacuum Flowers, posto che gli piaccia la Space Opera e un certo sapore fantastico nella speculazione.
Personalmente, ritengo Vacuum Flowers migliore di Neuromante. Tanto per cominciare, il wetprogramming è molto più figo del cyberspazio di Gibson – che non solo è invecchiato maluccio, ma anche visto con gli occhi degli anni ’80, non è che abbia troppo senso (perché ho bisogno di rappresentarmi banche dati e server come cubi e torri-parallelepipedo? La “battaglia finale” tra Case e Neuromante combattuta nel cyberspazio, infatti, è insulsa). Ancora, in Gibson c’è una certa tendenza ad abbandonarsi a periodi convoluti e intellettualoidi che in Swanwick è appena accennata (ma c’è anche in Swanwick ‘>.>). E infine, most importantly, il Sistema Solare di Swanwick suscita più sense of wonder dello Sprawl e della Terra cyberpunk di Gibson.
Non fraintendetemi: Neuromante è un ottimo romanzo, e si è solidamente piazzato tra i miei 20-30 preferiti; ma Vacuum Flowers è meglio ^.^

Dove si trova?
Vacuum Flowers si trova in formato epub sia su Bookfinder, sia su Library Genesis. Esiste anche una vecchia edizione italiana (dal blasfemo titolo L’intrigo Wetware), ma purtroppo non sono riuscito a rintracciarla né sul Mulo né su Amazon.


Szerencsétlen, dall’album Rossz Czillag Alatt Szuletett del 2005 ^-^

Qualche estratto
I due estratti che ho scelto sono un po’ lunghi, ma ne vale la pena. Il primo è un resoconto di Snow sulla personalità di Rebel e il suo rapporto con la wetprogrammer Eucrasia Welsh, e sintetizza gli eventi che mettono in moto la trama principale; il secondo mostra la Comprise, e una discussione su di essa tra il freddo Wyeth e la biologa Constance.

1.
They sat, and there was an odd glint in Snow’s eyes as they faced her again. Was it amusement, Rebel wondered? If so, it was buried deep. Heisen cleared his throat and said, “This is Rebel Elizabeth Mudlark. Two days ago she was a persona bum, name of Eucrasia Walsh. Eucrasia was doing prelim on a string of optioned wetsets when she burned on the Mudlark wafer and popped her base. Wound up in Our Lady of Roses, and—”
“Hold it right there, chucko!” Rebel said angrily. “Reel it back and give it to me without the gobbledegook.”
Heisen glanced at Snow and she nodded slightly. He began again, this time directing his speech at Rebel. “Deutsche Nakasone reviews a lot of wetware every day. Most of it is never used, but it all has to be evaluated. They hire persona bums to do the first screening. Not much to it. They wire you up, suppress your base personality—that’s Eucrasia—program in a new persona, test it, deprogram it, then program you back to your base self. And start all over again. Sound familiar?”
“I… think I remember now,” Rebel said. Then, urgently, “But it doesn’t feel like anything I’ve done. It’s like it all happened to somebody else.”
“I’m coming to that,” Heisen said. “The thing is that persona bums are all notoriously unstable. They’re all suicidally unhappy types—that’s how they end up with that kind of job, you see? They’re looking to be Mister Right. But the joke is that they have such miserable experience structures they’re never happy as anyone. Experience always dominates, as we say.” He paused a beat and looked triumphantly at Snow. “Only this time it didn’t.”
Snow said nothing. After an uncomfortable pause, Heisen said, “Yeah. We’ve got the exception that disproves the rule. Our Eucrasia powered on, tried the persona—and she liked it. She liked it so much that she poured a glass of water into the programmer and shorted it out. Thus destroying not only the safe-copy of her own persona, but also the only copy in existence of the Mudlark program.”
Again, that small lizard-movement. “Then…” Snow said. “Yes. Yes I see. Interesting.” With the small, electric thrill of remembering something she couldn’t possibly know, Rebel realized that Snow was accessing her system, that a tightly-aimed sonic mike or subcortical implant was feeding her data.

2.
On the graphics window, a glittery wedding band of machinery was afloat in the vacuum. Hundreds of the Comprise crawled about its surface, anchoring and adjusting small compressed gas jets. Painstakingly they guided the ring with a thousand tiny puffs of gas, until the geodesic hung motionless at its precise center. Only now did Rebel get any feel for the ring’s size—miles across, so large that the most distant parts seemed to dwindle to nothing.
[…] Red warning lights blinked on across the length of the transit ring. As one, the Comprise kicked free of the machinery, leaping inward in acrobatic unison, like a swirl of orange flower blossoms seen through a kaleidoscope. By tens and scores they linked hands and were snagged by swooping jitneys. Wandering up out of nowhere, hands deep in pockets, Constance said, “That’s really quite lovely. It’s like a dance.”
Wyeth didn’t look up. “Not quite so lovely when you consider why they’re so perfectly coordinated.”
She blinked. “Oh, quite the contrary. When you think of the complex shapes their thoughts take, the mental structures too wide and large to be held by any one mind… Well, that’s cause for humility, isn’t it?” Then, when Wyeth said nothing, “The Comprise is a full evolutionary step up on us, biologically speaking. It’s like… a hive organism, you see? Like the Portuguese man-of-war, where hundreds of minute organisms go into making up one large creature several orders of magnitude more highly structured than any of its components.”
“I’d say they were an evolutionary step down. Where human thought creates at least one personality per body, the Comprise has subsumed all its personalities into one self. On Earth, some four billion individuals have been sacrificed to make way for one large, nebulous mind. That’s not enrichment, it’s impoverishment. It’s the single greatest act of destruction in human history.”
“But can’t you see the beauty of that mind? Gigantic, immensely complex, almost godlike?”
“I see the entire population of mankind’s home planet reduced to the status of a swarm of bees. A very large swarm of bees, I’ll grant you, but insects nevertheless.”
“I don’t agree.”
“So I see,” Wyeth said coldly. “I will keep that in mind, madam.” The running lights on the transit ring were blinking in rapid unison. To Rebel he said, “See that? They’ve armed their explosives.”
Constance looked confused. “What’s that? Explosives? What in life for?”
The jitneys slowly converged on the geodesic. Ahead of them a gang of spacejacks was fitting an airlock. They welded it through the metal skin, yanking open the exterior iris just as the first transport drifted up. Then they popped the jitney’s drive and replaced it with a compressed air jet system. “They’re about to enter the geodesic, sir,” a samurai said.
“God help you if a single one of the Comprise isn’t accounted for when they reach the sheraton,” Wyeth said darkly. Then, to Constance, “The Comprise doesn’t want us snooping through their technology, Ms. Moorfields. So of course they’ll have programmed the ring to self-destruct if we try anything. And since they have, and since the helium in the ring is only rented, we won’t.”
The jitney eased into the interior atmosphere. It was crammed full and covered over with orange-suited Comprise; they clung three deep to its outside. The pilot hit the jets and it moved toward the sheraton.
“I don’t understand this mutual suspicion,” Constance said. “So mankind has split into two species. Give us time and there’ll be a dozen, a hundred, a thousand! Space is big enough for everyone, I should think, Mr. Wyeth.”
“Is it?”

Tabella riassuntiva

Programmatori cerebrali a spasso per il Sistema Solare! Troppe subplot e troppi passaggi difficili da seguire.
Ci si sente soli e indifesi in un mondo spietato. Sgradevoli “vuoti” tra un capitolo e l’altro.
Rebel è una cara ragazza e un ottimo protagonista. A volte sembra che Rebel ne sappia più di noi.
Una valanga di idee geniali e speculazioni affascinanti.
Mi sono innamorato della Comprise.

(1) Lo so, tecnicamente il tizio è uno solo. Ma dire “il” Venezian Snares è cacofonico, e del resto gli snares sono chiaramente plurali. Soprattutto, se immaginiamo lui come il venetian che produce gli snares, e la sua musica come gli snares da lui prodotti, allora possiamo dire “i Venetian Snares” senza sentirci in errore!
Che interessante digressione.Torna su

Gli Autopubblicati #05: Deinos

DeinosAutore: AA.VV. (a cura di Mr. Giobblin)
Genere: Horror / Science Fiction / Apocalyptic SF
Tipo: Raccolta di racconti

Anno: 2012
Pagine: 100 ca.

Sono tre mesi che non dedico un articolo al panorama degli autopubblicati italiani; l’ultimo era stato il deludente La nave dei folli di Alessandro Girola. I motivi sono, credo, gli stessi per cui Gamberetta ha deciso di non occuparsi più di fantasy italiano. Gli autopubblicati, purtroppo, hanno dimostrato di non essere mediamente migliori degli scribacchini dell’editoria tradizionale. E di rendermi antipatico con altre recensioni negative di opere misconosciute non mi andava.
Non credo di essere il solo a pensarlo. Zweilawyer non aggiorna più da un anno la sua Z-List (probabilmente è troppo impegnato a prendere a capocciate il muro e a chiedersi “Signore, perché ci hai abbandonato?”), Bakakura di Neyven ha inaugurato il suo progetto Valinor solo per scoprire che tutta la roba che gli mandano fa troppo schifo per essere portata avanti.
Comunque, ho continuato a seguire iniziative e progetti che mi davano (e mi danno) la speranza di produrre risultati superiori alla media. Deinos era uno di questi.

Su Giobblin e sul suo Minuetto Express ho opinioni ambivalenti. E’ un tipo strano, perché consiglia con lo stesso entusiasmo titoli molto buoni (Ender’s Game, The Windup Girl, Hugo Cabret), vere e propri gioiellini (The Wonderful Future That Never Was), roba insulsa (Robopocalypse) e schifezze orrende (Pirati dei Carabi 4 “discreto”, John Carter “sottovalutato” – srsly u guy?). Soprattutto, mi dà l’impressione di essere troppo indulgente; e l’indulgenza è una delle cose che più fregano i nostri aspiranti scrittori, dato che rallenta o blocca il loro percorso di studio. Ma se non altro parla di zombie, dinosauri e ucronie invece che del fantastico come specchio deformante o dell’importanza di una lettura neoliberista dell’opera di Tolkien.
Deinos nasce sulle pagine del blog di Giobblin come concorso letterario di racconti. Il tema: i dinosauri appaiono dal nulla nella nostra epoca, e cominciano a portare distruzione. Perché sono apparsi? Come si comporteranno? Come sarà la vita dell’uomo della strada dopo la dino-apocalisse? Di qui in poi i concorrenti possono sbizzarrirsi – dal racconto di invasione sull’arrivo dei dinosauri, al survival horror urbano, dal tentativo hard sf di trovare una spiegazione scientifica dell’apparizione dei lucertoloni a roba più strana.
Okay, il tema non è né interessante né ampio come quello di Ucronie Impure di Girola (recensito qui), ma ci può stare.

Like a boss

Traccia per un racconto con dinosauri. Io la butto lì eh…

Gli otto racconti migliori, dopo una passata di editing, sono entrati a far parte dell’antologia Deinos che potete scaricare qui nei formati epub e mobipocket. I racconti sono stati ordinati in ordine decrescente di bellezza secondo il giudizio di Giobblin e Girola, i due giurati del concorso. I racconti sono preceduti da una breve introduzione dello stesso Girola, e sono seguiti da due “fuori concorso”: il racconto di Giobblin La vendetta di Geraldo, già apparso a puntate sulle pagine del blog, e un breve pezzo scritto da Claudio Vergnani, un tizio che non conosco ma che ha scritto una trilogia sui vampiri (qui la pagina di IBS coi tre libri).
Presenterò i due gruppi di racconti in due sezioni separate, dopodiché tirerò le fila del discorso con una valutazione complessiva dell’antologia.

Gli otto racconti in gara

DeinonicusEffetto Lazzaro
Il primo racconto ci catapulta nella Squadra Anti Dino, corpi speciali con il compito di ripulire le città dai sauri immondi che le hanno invase, quartiere dopo quartiere. Ma la vita nelle Squadre Anti Dino è una vita dura, e solitamente breve: parola di geologa. Il racconto è strutturato come un unico monologo di un veterano delle Squadre a un novellino poco prima dell’inizio della missione. Gli interventi e le risposte del novellino non appaiono, ma sono deducibili dal discorso.
Effetto Lazzaro è bello. La voce della protagonista ha un tono incalzante e aggressivo, che unito alle informazioni di contesto – sono gli ultimi minuti prima dell’inizio di una missione letale! – mantengono il ritmo serrato e ti impediscono di staccare gli occhi dalla pagina. Fatto ancora più piacevole, la protagonista non si limita a raccontare situazioni di vita militare o come sia cominciata l’invasione preistorica, ma evoca episodi mediante immagini. Per esempio, uno dei primi avvistamenti:

Poi, è arrivata Nessie.
A Loch Ness ci hanno campato cent’anni con ‘sta storia del mostro: testimonianze, foto sfocate… e non uno straccio di prova certa.
Una mattina bello presto, un tizio porta il cane a pisciare sul lungo lago, alza gli occhi per concedere a Fido un momento di privacy ed eccotela là, Nessie.
Questo è scappato a telefonare ai giornali, con il cane a rimorchio, e c’ha avuto del gran culo, detto fra noi.

Altro lato piacevole, in Effetto Lazzaro sia i dinosauri, sia gli umani chiamati a combatterli, si comportano in modo razionale. I dinosauri non attaccano i blindati perché è troppo faticoso: aspettano che i militari escano. Le squadre militari vengono fatte scendere a gruppetti divisi per quartieri; le sortite, brevi e ben organizzate, mi hanno ricordato vagamente i piani d’attacco di Starship Troopers. E se un bestione ti carica, l’unico modo di sopravvivere è sparargli alle articolazioni.
Nonostante alcune cadute di stile (la parte sui film americani mi sembra un po’ inutile), il racconto funziona, e ti senti immerso in un mondo in cui potrebbero sbranarti tra cinque minuti. Di sicuro, il miglior racconto dell’antologia – bel modo di cominciare.

In conclusione: PROMOSSO Si

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ProfumiDinosauro piumato
Il secondo racconto dell’antologia è un survival horror con protagonisti due ragazzini – Filippo e Leonardo – in fuga da una Udine invasa dai lucertoloni.
L’inizio parte in medias res, con Filippo in un supermercato devastato che si versa addosso litri di alcol. Non solo l’inizio mostrato veicola in poche immagini tutte le informazioni di background necessarie (il supermercato è vuoto e distrutto: segno che l’invasione è già cominciata e la città si sta già spopolando), ma infila subito un hook nel lettore, che si chiede: perché diavolo si sta versando dell’alcol addosso? E la risposta costituisce il fulcro di tutto il racconto.
Se la struttura della storia è quasi impeccabile, la prosa di Serafini avrebbe bisogno di una bella revisione. Spesso si esprime in modo goffo e con più parole del necessario; la cosa si nota fin dall’incipit:

Uno scaffale si è staccato dal muro e una parte dei liquori ha ubriacato il parquet, dietro il lungo bancone del Bar Collo. Gli altri invece sono intatti, davanti al sollievo di Filippo.

Non solo la frase in grassetto è orrenda, ma si potrebbe eliminare del tutto e tanto di guadagnato!
La scena d’azione verso la fine del racconto è confusa, e i movimenti reciproci di ragazzini e predatori difficili da visualizzare. Ancora, i dialoghi soffrono del problema delle “teste parlanti” (paginate intere di scambi senza alcuna descrizione contestuale), e spesso si sbrodolano su dettagli triviali che potrebbero essere eliminati. In compenso, i due personaggi sono simpatici e parlando in modo credibile.
Insomma, perché sembri un racconto “vero” bisognerebbe risistemare e riscrivere alcune parti, ma la storia c’è e funziona. Bravo.

In conclusione: PROMOSSO Si

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TriceratopoDeinosrestaurant
Il Deinosrestaurant è un agriturismo romagnolo di successo in cui si macellano triceratopi per i palati fini dei clienti. Antonella, la proprietaria, non si fermerebbe davanti a nulla per aumentare la popolarità del locale, soprattutto con la prospettiva della visita di un importante critico culinario. Ma i dinosauri stanno sviluppando un’immunità agli anestetici e non sono disposti a subire in eterno…
Forlani è uno scrittore che quando vuole è bravo; io e Zwei ci eravamo trovati d’accordo nel definire il suo Tlaloc Verrà il miglior racconto di Ucronie Impure. Per di più, le premesse del racconto parevano un’oasi di originalità nel clima horror-apocalittico-di-invasione del resto dell’antologia.
Purtroppo invece Deinosrestaurant è una boiata scritta da schifo. Il pov sta normalmente “nei pressi” della protagonista, ma quando gli gira salta dove capita (sui ragazzini in bici, sulle cameriere, sugli inservienti, su Philippe Daverio, insomma su chiunque); il tempo verbale continua ad alternare passato remoto e un orribile imperfetto, senza alcun motivo; la prosa è piena di passaggi raccontati (“gli adulti fumavano, scambiavano ovvietà di moda circa le specie, le abitudini, le ricette di dinosauro”), anche durante le scene chiave (“[i dinosauri] fracassarono le finestre e devastarono l’interno” – davvero molto preciso); Forlani abusa di termini desueti e fuori luogo:

«Li svegliamo di notte», incupì l’ucraino, «sentono l’odore dell’esplosivo e la droga.»
«È come per los cerdos», abbuiò l’argentino, «lo sanno che li ammazziamo.» [dovrei ridere?]

E come se non bastasse, la storia si arena sui luoghi comuni e sulla bassa retorica del tipo “l’essere umano è più bestia delle bestie!” o “con la Natura non si scherza!”. Almeno l’autore ci fa il piacere di ‘mostrare’ la sua retorica invece di esporla. Ma rimane un racconto bruttino e inutile, scritto tanto per scrivere.
Ogni tanto ci scappa qualche scena carina, come la padrona che stacca il cartello di divieto quando Daverio si mette a fumare.

In conclusione: BOCCIATONo

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La razziatrice Velociraptor
 Già l’incipit promette male:

L’apocalisse, dopotutto, non è rimasta solo una parola in bocca agli appassionati di narrativa e ai predicatori in cerca di soldi facili. La fine del mondo è arrivata, cinque giorni prima del Santo Natale. […] Non poteva esserci giorno migliore per la fine del mondo. Quasi tutta la gente era fuori casa, servita come su un piatto d’argento per il loro arrivo. […] Il panico in luogo della frenesia, il terrore al posto dell’odio, la morte sostituitasi al consumismo.

La razziatrice è una storia di sopravvivenza, che invece di mostrare come e perché sono arrivati i dinosauri si concentra sulla vita di tutti i giorni ad apocalisse già avvenuta. Nella fattispecie seguiamo la vita di Laura, cinica ex-segretaria riciclatasi come razziatrice di palazzi abbandonati.
La traccia sarebbe anche buona, senonché l’autore sembra più interessato a comporre un panegirico sulla cattiveria delle persone piuttosto che a raccontare una storia. Il racconto non è altro che una successione di episodi costruiti al solo scopo di mostrare la crudeltà e l’egoismo della protagonista – il tutto condito da profonde riflessioni filosofiche sul fatto che l’uomo è stronzo ed egoista e il consumismo è brutto e i capitalisti sono grassi maiali e la gente era opportunista anche prima dei dinosauri e non c’è più religione. Insomma, Laura sembra solo il veicolo di uno scrittore arrabbiato che vuole fare sapere a tutti cosa pensa del mondo. Ma queste cose è capace di dirle anche mia nonna, solo che mia nonna non si definisce “scrittrice”.
Perdipiù, l’unica scena d’azione del racconto è fallata. Del velociraptor che sta per attaccarla, Laura pensa che: “Un paio di falcate e potrebbe azzannarla”; solo che fa in tempo a sparargli col fucile e a vuotargli addosso il caricatore della pistola prima di essere raggiunta. E intanto il velociraptor “sembra accusare le ferite, ma continua ad avanzare”, si muove di qua e di là, schiva proiettili, continua ad avvicinarsi… ma non erano un paio di falcate? E’ diventato mezzo chilometro? FAIL.
Insomma, La razziatrice è un concentrato di 100% populismo italiano da intellettualoide con una parvenza (brutta) di storia intorno.

In conclusione: OMG, BOCCIATO!No

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SpinosauroHic sunt dracones
Dado, il suo fratellone autistico nonché amante dei dinosauri Angelo, e il suo coinquilino nerd ciccione ed erotomane B-52, stanno tornando a casa nel cuore della notte a bordo della loro Panda. Tutto va bene finché vedono una prostituta sbranata da un’enorme creatura. Ce lo dobbiamo essere sognati, giusto? Ma la mattina dopo si svegliano in un modo invaso da quelle bestiacce – e dovranno trovare un modo per sopravvivere.
Questo racconto mi piace, perché è deliziosamente retard. Basta dare un’occhiata a queste battute, un esempio fra i tanti che disseminano Hic Sunt Dracones:

“Mi sono spaventato, e poi era da mezz’ora che me la tenevo.”
“M’hai pisciato sul sedile?”
“OMG! Non menarla.”
Frenai nuovamente.
“Che fai?” domandò B-52.
“Scendi.”
“Dai, non fare così.” frignò.
“Scendi, ciccione, siamo arrivati.”

La forza di questo racconto sta nel fatto che non si prende sul serio. La storia procede senza cali di ritmo tra OMG, IMHO, dinosauri fracassati con mazze da baseball e altri affettati con motosega e tosaerba. Srsly. L’atmosfera è quella di Planet Terror di Rodriguez, e detto da me è un complimento. I personaggi sono ben congegnati, con pochi tratti essenziali ma che rimangono impressi (l’autismo di Angelo, la nerdaggine di B-52), e sono mostrati nei dialoghi e nei gesti più che raccontati. Il contrasto tra il fratello autistico, che capisce tutto subito ma non riesce a esprimersi, e il protagonista, scettico fino all’ultimo, funziona bene.
Altro fattore positivo, la storia non si perde via in lunghe descrizioni o elucubrazioni del protagonista, ma procede rapidamente di situazione in situazione. Purtroppo le scene d’azione sono spesso mal congegnate o poco mostrate. Prendiamo la scena della puttana. La scena è troppo lunga, non combacia col fatto che loro stanno viaggiando su una Panda, e che per di più la situazione è illuminata dai fari di una macchina che viaggia in senso opposto. Una situazione del genere dovrebbe durare pochi secondi, invece succedono un sacco di cose e i protagonisti fanno pure in tempo a commentarle. Ancora: l’idea di smembrare velociraptor a suon di motosega è pulp, ma un po’ troppo improbabile. L’autore avrebbe dovuto convincerci con un buon mostrato che la cosa fosse fattibile, invece (forse perché anche lui sente che la cosa non ha senso) opta per una dissolvenza. Troppo comodo: le scene chiave si mostrano, diamine!
Il racconto rimane uno dei più godibili e onesti della raccolta. Con un restyling stilistico – soprattutto nelle scene più importanti – verrebbe una cosa carina, benché niente di trascendentale.

In conclusione: MEH, TENDENTE ALLA PROMOZIONE Meh

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Gorgonops – L’invasione degli esseri impossibiliGorgonops
Per la prima volta nella storia dell’umanità, la cometa Apophis passa accanto al nostro pianeta, e il suo passaggio è visibile da terra. La giornalista Lorella e il cameraman Davide stanno facendo un servizio sulla cometa, quando accade l’impossibile: mentre alcune persone crollano in preda alle convulsioni, piccoli dinosauri sbucano dal nulla e cominciano a fare mattanza. Davide e Lorella dovranno trovare il modo di mettersi in salvo e capire cos’è successo.
Questo racconto, associato alla parola “dinosauri”, suona come una presa in giro. Sembra che l’autore abbia scritto un racconto sugli zombie, o sui lupi mannari, e poi abbia sostituito ogni occorrenza della parola “zombie” o “licantropo” con “dinosauro”. Niente distingue infatti questi dinosauri dal Mostro Carnivoro Infetto Standard. Del resto, quando prova a descriverne uno la cosa si fa ancora più imbarazzante: il primo che scorgono ha i denti a sciabola e assomiglia a una pantera, solo che è verde. OMG.
Fastidiosa poi la mania di utilizzare i corsivi per sottolineare i dettagli scabrosi: “Davide fece in tempo a notare quanto fosse magro e come avesse la pelle lurida e cadente, prima di focalizzare la propria attenzione sulle sue enormi zanne a sciabola grondanti sangue“; più avanti: “La carne dell’ormeggiatore si sciolse, spargendosi sul molo come siero. Le sue ossa si allungarono. La sua faccia incominciò a crescere.” E tu non sai scrivere.
Tra le varie trovate retard, l’idea che gli animali vengano al mondo con su l’etichetta col nome:

“Aspetta, c’è un notiziario straordinario in televisione. […] Allora, qui dice di nuovo che sono dinosauri, con un nome tipo Gorgoni… Gorgonoidi…”

Insomma, il classico racconto d’inizio invasione con i dinosauri appiccicati, lungo e ripieno di noia.

EDIT: L’autore mi ha fatto presente che i Gorgonopsi non se li è inventati lui ma sono realmente esistiti. Fonte Wikipedia: Gorgonops.
Quindi il fatto che i media si riferiscano a loro col nome di “gorgonopsi” non è un errore. Dimostrazione che io stesso non mi ero documentato a sufficienza prima di scrivere questo pezzo!
Mi scuso con l’autore e lo ringrazio della correzione^^

In conclusione: BOCCIATO No

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T-rexSolo fame

«Il mio nome è Jones, Robert Jones.»

Già da questa riga si intuisce che qualcosa che non va. Ma procediamo con ordine.
Nei recessi della Domus Aurea neroniana, gli archeologi rinvengono i resti di una sala da pranzo. All’inaugurazione della nuova scoperta partecipano le più alte cariche dello Stato. Purtroppo, per qualche motivo che è meglio non indagare, la sala da pranzo romana è in realtà un portale dimensionale collegato con il Cretaceo. Legioni di dinosauri escono e cominciano a seminare l’apocalisse. Il protagonista, l’archeologo americano Robert Jones (Dio santo), dovrà riuscire a scappare dal centro di Roma prima che i militari gasino la zona.
Questo racconto è un concentrato di retard talmente denso da essere esilarante. Sembrerebbe quasi un racconto comico-demenziale, se non fosse che l’autore si prende sul serio. La storia in pratica procede in modo lineare, dall’incidente al raggiungimento della safehouse, senza stare a farsi troppe domande.
I dinosauri, peraltro, compaiono pochissimo, perché l’autore sembra troppo impegnato a fare la solita sbrodolata retorica sul governo inetto e sui militari kattivi. La loro comparsa dal portale, ottima occasione per fare del “mostrato”, si riduce a una sfilata di nomi:

Comparirono nuovamente sulla Terra tarbosauri, carnotauri, velociraptor (e i più temibili Deinonychus), ma anche triceratopi, oviraptor, spinosauri e anchilosauri.

Accipicchia.
Il pov è generalmente fissato sulla spalla del protagonista, ma all’occorrenza non manca di saltare di qua e di là; durante una scena d’azione, per esempio, passa per poche righe su un triceratopo. Gegnale!
Insomma, il racconto è tremendo, ma è così ingenuo da essere divertente; vale la pena di leggerlo anche solo per non perdersi alcune chicche, come il protagonista che sputa contro lo schermo di un televisore appeso al soffitto o il Presidente del Consiglio sbranato da un t-rex.

In conclusione: BOCCIATO No

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DinosauriaPlesiosauro
Breve racconto strutturato come una mail che tale Luke manda al suo amico Cris. I dinosauri hanno invaso il mondo, e Luke appartiene a un corpo militare specializzato nell’abbattimento di bestie marine in giro per il Mediterraneo.
Il racconto non è altro che un monotono elenco di situazioni della vita del protagonista, da quanto sono temibili i pliosauri sottomarini a come si ammazzano i plesiosauri che infestano i porti. Luke se la spassa, nonostante l’invasione di rettili sembra che la vita nel Mediterraneo sia una figata.
Non c’è tensione, non c’è conflitto, non c’è niente di niente, a parte la noia. E c’è questa tendenza fastidiosa a occultare i nomi delle località con degli asterischi, neanche fossimo in un romanzo dell’Ottocento. Quantomeno, l’autore ci concede un minimo di descrizione dei dinosauri marini e dei sistemi per ammazzarli.
Ma questo non è un racconto – al massimo, sono i primi appunti su cui sviluppare un racconto. L’unico pregio? Finisce in fretta.

In conclusione: BOCCIATO No

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I fuori concorso

AnchilosauroLa vendetta di Geraldo
Geraldo è un vecchio pensionato scorbutico la cui massima aspirazione nella vita è di essere lasciato in pace a guardarsi in culo di Belen su Studio Aperto. Ma la sua tranquillità sarà sconvolta prima dall’odiato vicino ricchione, che lo costringerà a prendersi in casa per un paio d’ore la sua cagnetta col maglioncino, e poi da un’invasione di dinosauri. Nel parapiglia generale, coglierà l’opportunità di vendicarsi di un vecchio torto.
La blog novelette di Giobblin si muove nel campo dell’umoristico senza mai scendere nel comico vero e proprio. Geraldo è un personaggio simpatico, e l’idea di raccontare una storia di invasione scegliendo un pensionato acido come protagonista è quantomeno originale. Purtroppo, Giobblin non riesce sempre a gestire bene il suo linguaggio: se a volte ci regala perle deliziose come “Meglio salvare la ghirba”, spesso si esprime in modo convenzionale, da anonimo “vecchio scorbutico”, e a volte non sembra nemmeno che a parlare sia un vecchio di paese. In un racconto così filtrato dal punto di vista del protagonista, e in cui peraltro il modo (umoristico) in cui è raccontata la storia è più importante del cosa (solita invasione di dinosauri), una maggiore attenzione al linguaggio avrebbe molto giovato.
Ci sono poi alcuni problemi di struttura. L’inizio è lento, troppo lento; e se la cosa è ancora tollerabile in un romanzo, certo non lo è per un racconto. Giobblin dedica le prime pagine a delineare il protagonista e il suo rapporto con gli altri, ma nel farlo (data la carenza di azione) si abbandona spesso agli infodump. Meglio sarebbe stato partire in medias res, con Geraldo che mostra il proprio carattere e la considerazione che prova per gli altri. Peraltro, all’inizio del racconto ci sono pure delle false piste. La scomparsa dei compari Giorgio e Michele all’inizio del racconto (unita alle notizie del tg), lasciano presagire che gli sia successo qualcosa, magari legato ai dinosauri; invece il giorno dopo sono lì in piazzetta come se nulla fosse. La storia di Minerva, e del fatto che la moglie gli abbia tenuto nascosto chi l’ha ammazzata, avrebbe dovuto essere anticipata all’inizio del racconto (per la solita regola del fucile sul caminetto); così com’è, sembra quasi un deus ex machina.
Mi è dispiaciuto inoltre che Giobblin abbia lasciato cadere lo spunto della cagnetta in fuga nella notte. Poteva venirne fuori un racconto più divertente e insolito: un’invasione di dinosauretti piccoli e agili (ma “affrontabili”) nel cuore della notte, invece della solita apocalisse con tirannosauri in pieno giorno. Il vecchio pensionato alla ricerca della cagnetta per le strade invase di deinonicus o compsognatus o altri animaletti carini. E magari il racconto avrebbe potuto giocare sul comico-grottesco, con un Geraldo che non capisce o (per testardaggine) si rifiuta di capire che c’è un’invasione di dinosauri e si comporta di conseguenza, ignorando i dinosauretti o trattandoli come cagnacci o altro… Insomma, un tipo di storia che avrebbe fatto più risaltare il carattere di “vecchio cocciuto” del protagonista.
Così com’è, il racconto è senza infamia e senza lode. Però la menzione di Giacobbo mi è piaciuta.

In conclusione: MEH Meh

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DinosauriBeppe Grillo
Riassunto del racconto: l’alter-ego dell’autore, intrappolato in un palazzo braccato da un tirannosauro, in attesa di crepare, passa cinque pagine a vomitare bile e a fare l’intellettualoide saccente. En passant, non manca di tirare frecciatine ai Grillini, a Fabio Fazio, a Spielberg e agli urbanisti che progettano le rotonde.
Questa sproloquio di banalità – che candidano Vergnani, assieme a quello de La razziatrice, a migliore amico di mia nonna – non è in nessun modo definibile “racconto”. Lo definirei piuttosto ‘robetta scritta in un’ora tanto per fare contento un tizio molesto che mi chiedeva un contributo alla sua antologia’. Perché mi rifiuto di credere che ‘sta roba gli abbia portato via più di un’ora del suo tempo. Spero tanto per lui che i suoi romanzi siano meglio.
Ah; a onor di cronaca, ogni tanto gli riesce per sbaglio una battuta carina: “l’idiota [il tirannosauro] sta riprendendo con le sue capocciate (è comprensibilmente molto indietro nella scala evolutiva) e io devo reggermi all’antenna.”

In conclusione: MIO DIO COS’E’ ST’ORRENDA MERDA? No

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Bilancio finale
Volendo fare un paragone con Ucronie Impure, salta subito all’occhio una cosa: anche i racconti più brutti di Deinos sono meno brutti dei più brutti della raccolta di Girola (“Reliquie” mi fa venire ancora oggi gli incubi), e i racconti migliori sono scritti meglio dei migliori di Ucronie.  E tuttavia, Ucronie Impure aveva qualcosa che qui latita molto: fantasia.
Si potrebbe dire che la colpa è in parte delle stesse premesse del concorso, molto più limitanti rispetto a quelle di Ucronie. E tuttavia i racconti sono deludenti anche secondo gli stessi parametri del concorso. Ad eccezione di Deinosrestaurant (che però è brutto per altri motivi), e in parte Effetto Lazzaro, non c’è nulla di tipicamente “dinosauresco” in questi racconti, qualcosa che avrebbero potuto fare solo i dinosauri e non altre creature. Sembra di leggere racconti di invasione di Mostri Kattivi Random con appiccicati sopra l’etichetta “dinosauro”. Ma se ci fossero stati zombie o lupi mannari o shoggoth sarebbe stato uguale. E sarebbe proprio da ridere se dalla prossima antologia di Girola (tema: apocalisse zombie) uscissero racconti identici a questi, ma con gli zombie al posto dei dinosauri…

Quanto ai racconti migliori, brillano per immersività (Effetto Lazzaro), buone trovate (Profumi), demenzialità (Hic Sunt Dracones) – ma non certo per sense of wonder. Dal punto di vista delle idee, Deinos non avrebbe potuto essere più banale.
Poi, per carità, Girola nell’introduzione dice che i racconti della raccolta sono pieni di meraviglia. D’altronde, cosa possiamo aspettarci dalla mente che ha inventato il cialve capace di scrivere una frase del genere: “Spero che suscitino in ciascuno di voi quel senso di meraviglia proprio dei ragazzini che rimangono ammirati nello scoprire per la prima volta l’esistenza degli ammirevoli bestioni che in un remotissimo passato hanno camminato sul nostro pianeta”. In questa frase c’è più sense of wonder che in tutta l’antologia.

T-rex frustrato

I dinosauri come metafora sociale del peccato di Onan.

Da molti di questi racconti, soprattutto, trasuda pigrizia. Non ci ho visto ricerca, la volontà di documentarsi sui dinosauri per partorire un racconto che li distinguesse dalla massa dei mostri. Forse c’era solo la voglia di partecipare a più concorsi possibili, buttando giù la prima idea che veniva in mente.
Il risultato? Non solo Deinos è un’antologia bruttina (vale la pena di leggere solo i primi tre-quattro racconti), ma con ogni probabilità non piacerà neanche alla “nicchia” di lettori per cui era stata pensata, ossia gli amanti dei dinosauri (Piperita, lo so che sei in ascolto^^). E in un futuro in cui – come spiegava il Duca – il successo di un’opera letteraria sarà legato alla possibilità di soddisfare i gusti/bisogni della sua nicchia specifica, questo è un EPIC FAIL.
Deinos ha più opportunità di piacere all’altra nicchia coinvolta, quella degli “amanti dell’horror di invasione mostruosa”. Ma anche lì, ho i miei dubbi. E’ una nicchia affollata, piena di titoli validi e in tutte le sfumature, mentre Deinos nel suo complesso non si distingue particolarmente né per originalità né per qualità della scrittura.
Il rischio è che quest’antologia circoli solamente tra i partecipanti al concorso e gli amici dei partecipanti, oggetto di tante pacche sulle spalle e occhi luccicanti: “mi hanno pubblicato in un’antologia!”. A chi altri potrebbe interessare?

Comunque, anche se ho cazziato l’antologia, devo fare i complimenti ad alcuni dei partecipanti: Valentina Coscia promette bene, e anche Serafini e Filighera. Deinos è gratis, quindi potreste scaricarla quantomeno per leggere i loro racconti.
Chiudo con una nota per gli appassionati. Se vi interessa la paleontologia, forse vorrete dare un’occhiata a questo blog in cui mi sono imbattuto durante le mie peregrinazioni:

The Palaeobabbler

Il proprietario è uno studente britannico di paleontologia. I post variano da immagini sceme con velociraptor in monociclo a commenti agli articoli del periodico Palaeontology, dalle scoperte di nuovi fossili a dissertazioni sugli pterodattili, da considerazioni sulla falsificabilità dell’evoluzionismo e il rapporto tra evoluzionismo e credo cristiano alla geologia.
Divertitevi.

Velociraptor

La mia classifica

1. Effetto Lazzaro 
2. Profumi
3. Hic Sunt Dracones Meh
4. [Bonus] La vendetta di GeraldoMeh
5. Deinosrestaurant No
6. Solo fameNo
7. Gorgonops – L’invasione degli esseri impossibiliNoNo
8. La razziatriceNoNo
9. DinosauriaNoNo
10. [Bonus] DinosauriNoNoNo

I Consigli del Lunedì #19: The Three Stigmata of Palmer Eldritch

Le tre stimmate di Palmer EldritchAutore: Philip K. Dick
Titolo italiano: Le tre stimmate di Palmer Eldritch
Genere: Science Fiction / Social SF / Psicologico
Tipo: Romanzo

Anno: 1965
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 280 ca.
Difficoltà in inglese: **

“You were wrong,” Eldritch said. “I did not find God in the Prox system. But I found something better.” […] “God,” Eldritch said, “promises eternal life. I can do better; I can deliver it.”

Nel XXI secolo, la Terra è diventata un inferno: le temperature sono talmente alte che di giorno è impossibile uscire all’aria aperta senza un’apposita tuta, e la maggior parte della popolazione vive in appartamenti sotterranei. Per sfuggire al suo destino il genere umano ha colonizzato diversi pianeti e satelliti del Sistema Solare, ma sono mondi inospitali. Per popolarli, le Nazioni Unite hanno istituito una leva obbligatoria: gli sfortunati che vengono scelti, sono condannati a passare il resto della loro vita in piccoli bunker isolati su Marte, o Venere, o Ganimede, a zappare la terra. La vita nelle colonie è talmente dura e priva di prospettive, che per evadere i coloni giocano alle bambole; ogni coppia ha infatti in dotazione un piccolo plastico della bambola Perky Pat che replica fedelmente una città della Terra nei suoi giorni migliori. Attraverso l’assunzione della droga illegale Can-D, i coloni possono vivere un’allucinazione collettiva che li porta all’interno del plastico, facendo incarnare le donne nella bambola Perky Pat, e gli uomini nel suo fidanzato Walt – e dimenticarsi così, per una buona mezz’ora, della loro vuota esistenza.
Barney Mayerson è un precognitivo che lavora per la P.P. Layouts, la multinazionale che detiene il monopolio dei plastici di Perky Pat e della Can-D; il suo lavoro è quello di anticipare quali prodotti saranno di moda nel futuro per farli produrre in esclusiva dalla sua azienda. Mayerson ha sacrificato tutto alla carriera, compresa la sua ex-moglie Emily, l’unico vero amore della sua vita, ma è infelice. E per di più, ha un sacco di problemi: la sua nuova assistente, Roni Fugate (che tra l’altro si porta a letto), minaccia di soffiargli il posto e lasciarlo a spasso; e le Nazioni Unite gli hanno mandato una notifica di arruolamento forzato nelle colonie, che lui vuole sfuggire a tutti i costi.
E anche Leo Bulero, ricchissimo e smaliziato proprietario della P.P. Layouts, ha i suoi problemi. Ha appena ricevuto la notizia del ritorno del magnate Palmer Eldritch, dopo dieci anni di assenza, dal sistema di Proxima Centauri. La sua nave si è schiantata su Plutone, e a bordo sono state trovate tracce di un lichene allucinogeno simile al Can-D. Che cos’ha rinvenuto Eldritch su Proxima? E quali sono i suoi piani? Eldritch è una minaccia solo per il suo business, o per l’intero Sistema Solare?

Dick si è già meritato un Consiglio su Tapirullanza, con la commedia un po’ minchiona The Zap Gun. Con Palmer Eldritch, uno dei suoi libri più interessanti, entriamo invece in una storia cupa e piena di amarezza.
L’intricata trama del romanzo si snoda in quattro storyline parallele: quella di Mayerson, determinato a sfuggire la leva provocandosi disturbi mentali, a consolidare la sua posizione all’interno dell’azienda e a dare un senso alla sua vita; quella di Bulero, impegnato a destreggiarsi tra le trappole delle Nazioni Unite e l’oscura minaccia di Palmer Eldritch; quella di Richard Hnatt, il nuovo marito di Emily con il sogno di farsi espandere il cervello com’è di moda tra i ricchi; e quella della piccola colonia marziana di Chicken Pox Prospects, dove tre coppie passano le loro giornate a drogarsi di Can-D e a fare sperimentazioni sessuali nel mondo di Perky Pat, sognando una vita migliore.
E le cose si complicano ulteriormente quando il romanzo comincia a esplorare il rapporto tra realtà e illusione, o tra differenti livelli di realtà… e protagonisti e lettori entrano in un’angosciante spirale di realtà dentro realtà dentro realtà.
Riuscirà il nostro scrittore preferito a far quadrare i conti?

Barbie Perky Pat

L’ispiratrice di Perky Pat.

Uno sguardo approfondito
Come avrete intuito dall’elefantiaca presentazione, Palmer Eldritch è un romanzo farcito di idee, avvenimenti e sub-plot. Dal dottor Sorriso, uno psicanalista portatile col compito di procurare nevrosi invece che guarirle, a Winnie-the-Pooh Acres, il satellite artificiale privato dei divertimenti di Leo Bulero, ai coyote telepatici marziani, ai disc-jockey che orbitano attorno a Marte e consegnano illegalmente la droga, Dick introduce con perfetta nonchalance una bizzarria ogni poche pagine.
Questa mole di idee, da un lato rende il mondo del romanzo più vivido, dall’altro mantiene sempre alto il ritmo: l’attenzione del lettore è tirata ora in una direzione, ora nell’altra, ed è molto difficile che ci si annoi. Il che vale anche per le conversazioni tra i personaggi – Dick ha la capacità di passare con naturalezza da un argomento all’altro, cosicché un dialogo può cominciare come un patema esistenziale, continuare con una disquisizione filosofica sul significato dell’Eucarestia e terminare nella pianificazione di una strategia per far fuori Palmer Eldritch. Per farla breve: m’è capitato di leggere anche 50 pagine di questo romanzo in full immersion, cosa che non mi capita spesso.
I concetti chiave, poi, sono rappresentati visivamente attraverso correlativi oggettivi. La trasformazione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo, diventano una rappresentazione della confusione tra fisico e metafisico, tra umano e divino che avviene nel romanzo; le tre stimmate – i denti d’acciaio, la mano artificiale, gli occhi Jensen di Eldritch – oltre a essere un’immagine affascinante, simboleggiano la lenta e strana invasione di Eldritch nel Sistema Solare. E il lettore comincia a tremare ogni volta che le stimmate appaiono…

Naturalmente, niente di tutto questo ha una base scientifica. I fan dell’Hard SF rimarrebbero probabilmente delusi nello scoprire che, per esempio, Dick non si cura minimamente di giustificare il folle riscaldamento globale della Terra dei suoi anni. Le cose stanno così: punto.
Né la colonizzazione dei pianeti del Sistema Solare è presentata con un minimo di rigore. Marte sembra soltanto la versione più dura e remota di quello che poteva essere il Far West nell’Ottocento – terra arida difficile (ma non impossibile) da coltivare, con una flora e una fauna nativa (i coyote, per esempio), e temperature fredde ma non insopportabili.

Palmer Eldritch

Una possibile rappresentazione di Palmer Eldritch. Non fate caso alle ali demoniache.

Fatto più grave, Dick apre troppe parentesi e non sempre è in grado di svilupparle bene.
Prendiamo Perky Pat. Chi ha avuto la fortuna di leggere il racconto originale in cui compariva questo alienante plastico ispirato alla Barbie, si accorgerà subito che nel romanzo è presentato un po’ di fretta, e rimane molto sottosfruttato. Il potere ipnotico di Perky Pat è presentato molto di fretta, quasi più come infodump tra i discorsi dei dipendenti della P.P. Layout o tra i coloni marziani, mentre di “mostrato” c’è più che altro la delusione e il declino del successo del plastico.
Mi lascia perplessa anche il Chew-Z, la nuova droga nonché device centrale del romanzo. Quali siano i suoi effetti e i suoi limiti non è mai chiarissimo, ma, quel che è peggio, sembra che non sia chiarissimo nemmeno a Dick: la portata del Chew-Z sembra infatti cambiare a seconda del momento. Crea solo illusioni o reali continuum alternativi? Le tracce “fantasmatiche” sono solo immagini, o reali cloni, o estensioni di un unico sé stesso? Si viaggia contemporaneamente nel passato e nel futuro, o in solo una direzione? E la direzione è determinata da Eldritch (e: sempre, o solo a volte?), o se no, da chi? La risposta sembra cambiare a seconda della pagina. E leggendo le lunghe discussioni dei personaggi su questi argomenti, a volte sembra che Dick le abbia scritte più per chiarire le idee a sé stesso mentre sviluppava la trama, che per esigenze di trama.
Altre idee che sembravano promettere bene, vengono semplicemente abbandonate. Come le operazioni per espandere il cervello nella clinica del dottor Denkmal, di cui Leo Bulero è cliente fisso e che Richard Hnatt sogna da sempre. Elemento di una certa importanza nelle prime 70 pagine del libro – tanto che gli è dedicato quasi un intero capitolo – viene poi completamente abbandonato in seguito a un plot twist. Lo stesso accade alla storyline di Hnatt, che dopo la prima metà del libro letteralmente sparisce dalla storia (anche se verremo a conoscenza del destino del personaggio durante le storyline degli altri personaggi-pov)!

Questo, del resto, non è che il segno più vistoso di una certa confusione di Dick riguardo alla trama del suo stesso romanzo. Quello che parte come un romanzo corale con una moltitudine di pov, da metà romanzo in poi si semplifica a un’unica storyline principale, con le altre che fanno da supporto; Mayerson diventa protagonista unico, e gli altri co-protagonisti passano a essere personaggi secondari. Un simile cambio di registro è un po’ spaesante.
D’altronde, se dovessi pensare a come migliorare il romanzo, sarei in difficoltà. Mi si presentano infatti due alternative antitetiche. Da una parte, si potrebbe raccontare il romanzo dal solo punto di vista di Mayerson: in questo modo, sarebbe più immersivo, più intimo, più coinvolgente da un punto di vista emotivo. La seconda parte del romanzo è migliore della prima, proprio perché viviamo più da vicino l’angoscia, l’asfissia, il dramma privato del protagonista.
D’altro canto, però, io amo i romanzi corali, e mi dispiacerebbe dover rinunciare all’istrionico Bulero come co-protagonista; e del resto, molti passaggi chiave del romanzo sarebbero difficili da presentare limitandosi al pov di Mayerson. Nel caso mantenessi la struttura multi-pov, comunque, eliminerei la storyline di Hnatt (le poche scene con il suo pov che siano di interesse per la trama generale, infatti, possono essere mostrate attraverso il pov di Mayerson o di Bulero), in modo da semplificare la trama; inoltre, darei più spazio al pov dei coloni marziani nella prima parte. La vita nelle colonie su Marte, infatti, è uno dei temi centrali del romanzo (nonché una delle parti più interessanti), ma nella prima parte del libro ci si riferisce molto ad essa – nei dialoghi, nei pensieri – ma la si vede poco. Più capitoli dedicati ai coloni, inoltre, permetterebbero di approfondire argomenti interessanti come Perky Pat, il traffico e l’assunzione di Can-D, i metodi per colonizzare il pianeta; e renderebbero meno traumatica la transizione alla seconda parte del libro 1.

Chew-Z

Circa.

Questi difetti di struttura non minano, comunque, quello che è l’altro grande pregio del romanzo – ossia i personaggi e la loro psicologia. Questa è probabilmente la ragione per cui ancora oggi Dick rimane il mio scrittore preferito: i suoi personaggi – emotivi, indecisi, complicati, complessati – sono tra i migliori che si possano trovare nella narrativa di genere. All’estremo opposto dei burattini senz’anima di Clarke o di molti romanzi della LeGuin, sono loro a pilotare la trama, facendole a volte prendere direzioni inaspettate, ma sempre in accordo con la loro psicologia. E sono anche personaggi che evolvono: Mayerson soprattutto, ma in misura minore anche gli altri, alla fine del romanzo saranno diversi da quelli che erano all’inizio.
E bisogna fare i complimenti a Dick, per essere riuscito a farci simpatizzare con individui tanto sgradevoli. In Palmer Eldritch, infatti, nessuno ci fa bella figura. Da una parte, i personaggi newyorkesi – Mayerson, Bulero, Roni Fugate, Hnatt – sono degli arrivisti, egocentrici e meschini, che si lasciano spesso e volentieri andare a bassezze e temono di continuo (non a torto) di essere pugnalati alle spalle da colleghi e “amici”. Dall’altra, i personaggi marziani sono gente piegata, depressa, il cui quesito principale è di che droga drogarsi e come far passare il tempo. In mezzo, Palmer Eldritch, personaggio titanico e affascinante; nominato fin dalle prime pagine, la sua apparizione è continuamente ritardata, ma quando finalmente compare, be’, ci fa la sua porca figura!

La capacità di provare empatia verso i personaggi di un libro viene in gran parte dalla gestione del pov, e Dick ne fa un uso quasi perfetto: tutto è sempre filtrato dal personaggio punto di vista, dai suoi occhi e dai suoi pensieri. E la voce di Mayerson, cinica, amara e piuttosto passiva, è molto diversa da quella del baldanzoso Bulero – che grazie al suo cervello potenziato schizza continuamente da una catena di pensieri all’altra, elaborando piani e agendo, agendo, agendo. E quando nel romanzo distinguere realtà e illusione comincia a diventare complicato, il lettore si trova a provare la stessa confusione dei suoi personaggi, la stessa angoscia…
Dico “quasi” perfetto, comunque, perché a dire il vero uno scivolone lo fa. Mi riferisco al pov delle scene di Chicken Pox Prospects: invece di essere focalizzato su uno solo dei sei membri della colonia, il pov schizza da uno all’altro, come se costituissero una sorta di coscienza collettiva. Imputo questa gestione del pov a una distrazione di Dick, perché non dà nessun vantaggio, mentre al contrario crea una certa confusione; si fa sempre fatica a capire chi sta parlando e a distinguere un personaggio dall’altro. Aldilà dei salti di pov, poi, i sei coloni sono troppo poco differenziati – rimangono dei nomi volanti.

Philosoraptor si interroga sulla droga

Il philosoraptor si interroga sulle implicazioni sociali di questo romanzo.

The Three Stigmata of Palmer Eldritch è un romanzo estremamente suggestivo, e si legge che è un piacere. Un romanzo che mette insieme capitalismo selvaggio, alienazione, droghe, invasioni mentali, pazzia, religione, drammi esistenziali e speculazioni filosofiche.
Poteva essere meglio? Sì, se solo Dick si fosse preso uno o due anni per scriverlo, anziché qualche mese. Se avesse potuto organizzare meglio la trama e riflettere meglio sull’esatta portata di device chiave come il Chew-Z; se avesse potuto lavorare più a lungo sullo stile, per esempio sfoltendo il libro da tutti quegli avverbi. Pazienza.
E’ figo lo stesso.

Dove si trova?
Come ho già detto parlando di The Zap Gun, Philip K. Dick è in assoluto uno degli scrittori di genere più facili da trovare. In lingua originale, potete trovarlo su BookFinder, Library Genesis e sul canale #ebooks di IrcHighway. In italiano, potete affidarvi a Emule oppure comprare l’edizione Fanucci in libreria – Palmer Eldritch lo trovate di sicuro, continuano a ristamparlo.

Chi devo ringraziare?
Probabilmente l’elenco sarebbe lungo e complicato, ma chi mi ha convinto più di tutti credo sia stato Lawrence Sutin, autore di una curiosa (e ricca) biografia su Dick, Divine Invasions.
Sutin è pure fin troppo entusiasta di Palmer Eldritch, e gli dà la bellezza di 10/102. Esagera, ma posso capirlo.

Divine invasioni di Lawrence Sutin

Diffido dei blurb, ma in questo caso devo ammettere che ha ragione. Inquietante.

Qualche estratto
Per i due estratti di oggi, ho scelto la prima scena in cui i coloni di Marte entrano nel plastico di Perky Pat, e la prima, inquietante apparizione (piuttosto tardi nel romanzo) di Palmer Eldritch.

1.
He shut the door of the compartment, then swiftly got out his own Perky Pat layout, spread it on the floor, and put each object in place, working at eager speed. […] for him life on Mars had few blessings.
“I think,” Fran said, “you’re tempting me to do wrong.” As she seated herself she looked sad; her eyes, large and dark, fixed futilely on a spot at the center of the layout, near Perky Pat’s enormous wardrobe. Absently, Fran began to fool with a min sable coat, not speaking.
He handed her half of a strip of Can-D, then popped his own portion into his mouth and chewed greedily.
Still looking mournful, Fran also chewed.
He was Walt. He owned a Jaguar XXB sports ship with a fiatout velocity of fifteen thousand miles an hour. His shirts came from Italy and his shoes were made in England.
As he opened his eyes he looked for the little G.E. clock TV set by his bed; it would be on automatically, tuned to the morning show of the great newsclown Jim Briskin. In his flaming red wig Briskin was already forming on the screen. Walt sat up, touched a button which swung his bed, altered to support him in a sitting position, and lay back to watch for a moment the program in progress.
“I’m standing here at the corner of Van Ness and Market in downtown San Francisco,” Briskin said pleasantly, “and we’re just about to view the opening of the exciting new subsurface conapt building Sir Francis Drake, the first to be
entirely underground. With us, to dedicate the building, standing right by me is that enchanting female of ballad and–”
Walt shut off the TV, rose, and walked barefoot to the window; he drew the shades, saw out then onto the warm, sparkling early-morning San Francisco street, the hills and white houses. This was Saturday morning and he did not have to go to his job down in Palo Alto at Ampex Corporation; instead–and this rang nicely in his mind–he had a date with his girl, Pat Christensen, who had a modern little apt over on Potrero Hill.
It was always Saturday.
In the bathroom he splashed his face with water, then squirted on shave cream, and began to shave. And, while he shaved, staring into the mirror at his familiar features, he saw a note tacked up, in his own hand.

THIS IS AN ILLUSION. YOU ARE SAM REGAN, A COLONIST ON MARS. MAKE USE OF YOUR TIME OF TRANSLATION, BUDDY BOY. CALL UP PAT PRONTO!

And the note was signed Sam Regan.

Chiuse la porta dello scompartimento; quindi, tirò rapidamente fuori il suo progetto di Perky Pat, lo distese sul pavimento e mise ogni oggetto al suo posto, lavorando con impaziente rapidità. […] per lui la vita su Marte presentava pochi aspetti positivi.
— Penso che tu stia cercando di indurmi in tentazione — disse Fran. Si mise a sedere e sembrava triste; i suoi occhi, grandi e scuri, fissavano, senza guardare, un punto al centro del progetto, vicino all’enorme guardaroba di Perky Pat. Con fare assente, Fran iniziò a giocherellare con un cappotto nero miniaturizzato, senza parlare.
Le passò una mezza stecca di Can-D, poi si sparò in bocca la propria parte e masticò avidamente.
Conservando la sua aria luttuosa, anche Fran masticò.
Lui era Walt. Possedeva una navicella Jaguar XXB Sport, capace di una velocità massima di quindicimila miglia all’ora. Le sue camicie provenivano dall’Italia e le scarpe erano made in England. Aprì gli occhi e il piccolo televisore-orologio General Electric posto vicino al suo letto; si accese automaticamente, sintonizzato sullo show del mattino del grande infoclown Jim Briskin. Con la sua parrucca rosso fiammante Briskin stava già prendendo forma sullo schermo. Walt si mise a sedere, toccò un bottone che fece rialzare metà del suo letto, in modo da sostenergli la schiena, e si abbandonò all’indietro, guardando per un attimo il programma in onda.
— Sono qui all’angolo tra la Van Ness Avenue e Market Street, nel centro di San Francisco — disse Briskin, amabilmente — e stiamo per assistere all’apertura del nuovo sensazionale condominio subsuperficiale Sir Francis Drake, il primo costruito interamente sottoterra. Con noi, per inaugurare l’edificio, proprio qui al mio fianco, abbiamo un’incantevole artista e…
Walt spense la tv, si alzò e si diresse scalzo alla finestra; tirò le tende e restò a guardare le tiepide e scintillanti strade di San Francisco, di prima mattina, le colline e le case bianche. Era sabato e non doveva recarsi al lavoro, fino a Palo Alto, alla Ampex Corporation.
Invece — e ciò suonava meravigliosamente alle sue orecchie — aveva un appuntamento con la sua ragazza, Pat Christensen, che possedeva un piccolo appartamento moderno su a Potrero Hill.
Era sempre sabato.
In bagno, si gettò dell’acqua in faccia, premette sul tubetto di crema da barba e iniziò a radersi. E mentre si radeva, fissando nello specchio le proprie familiari fattezze, vide appiccicato un appunto di proprio pugno.

QUESTA È UN’ILLUSIONE. TU SEI SAM REGAN, COLONO SU MARTE. SFRUTTA A DOVERE IL TUO TEMPO DI TRASLAZIONE, AMICO. CHIAMA PAT IMMEDIATAMENTE!

E l’appunto era firmato Sam Regan.

Barbie vecchia

La verità che hanno sempre nascosto ai coloni marziani…

2.
From the ship stepped Palmer Eldritch.
No one could fail to identify him; since his crash on Pluto the homeopapes had printed one pic after another. Of course the pics were ten years out of date, but this was still the man. Gray and bony, well over six feet tall, with swinging arms and a peculiarly rapid gait. And his face. It had a ravaged quality, eaten away; as if, Barney conjectured, the fat-layer had been consumed, as if Elditch at some time or other had fed off himself, devoured perhaps with gusto the superfluous portions of his own body. He had enormous steel teeth, these having been installed prior to his trip to Prox by Czech dental surgeons; they were welded to his jaws, were permanent: he would die with them. And–his right arm was artificial. Twenty years ago in a hunting accident on Callisto he had lost the original; this one of course was superior in that it provided a specialized variety of interchangeable hands. At the moment Eldritch made use of the five-finger humanoid manual extremity; except for its metallic shine it might have been organic.
And he was blind. At least from the standpoint of the natural-born body. But replacements had been made– at the prices which Eldritch could and would pay; that had been done just prior to his Prox voyage by Brazilian oculists. They had done a superb job. The replacements, fitted into the bone sockets, had no pupils, nor did any ball move by muscular action. Instead a panoramic vision was supplied by a wide-angle lens, a permanent horizontal slot running from edge to edge. The accident to his original eyes had been no accident; it had occurred in Chicago, a deliberate acid-throwing attack by persons unknown, for equally unknown reasons . . . at least as far as the public was concerned. Eldritch probably knew. He had, however, said nothing, filed no complaint; instead he had gone straight to his team of Brazilian oculists. His horizontally slotted artificial eyes seemed to please him; almost at once he had appeared at the dedication ceremonies of the new St. George opera house in Utah, and had mixed with his near-peers without embarrassment. Even now, a decade later, the operation was rare and it was the first time Barney had ever seen the Jensen wide-angle, luxvid eyes; this, and the artificial arm with its enormously variable manual repertory, impressed him more than he would have expected . . . or was there something else about Eldritch?
“Mr. Mayerson,” Palmer Eldritch said, and smiled; the steel teeth glinted in the weak, cold Martian sunlight. He extended his hand and automatically Barney did the same.

Dall’astronave uscì Palmer Eldritch.
Era lui, non ci si poteva sbagliare: da quando era precipitato su Plutone, gli omeogiornali avevano pubblicato un gran numero di foto. Ovviamente, le foto erano vecchie di dieci anni, ma il tipo era rimasto lo stesso. Grigio e ossuto, ben oltre il metro e ottanta di altezza, con braccia ciondolanti e un’andatura particolarmente rapida. E la sua faccia aveva un che di devastato, di smangiato, come se, ipotizzò Barney, lo strato di grasso si fosse completamente consumato, come se Eldritch, a un certo punto, si fosse cibato di se stesso, divorando magari di gusto le parti superflue del suo stesso corpo. Aveva enormi denti d’acciaio, che gli erano stati installati prima della partenza per Proxima da un dentista chirurgo ceco: erano saldati alla mandibola, fissi. Gli sarebbero durati tutta la vita. E poi… il suo braccio destro era artificiale. Aveva perso quello vero vent’anni prima, in un incidente di caccia su Callisto; quello nuovo, ovviamente, era migliore, nel senso che era dotato di una sofisticata serie di mani intercambiabili. In quel momento, Eldritch stava utilizzando l’estremità manuale simil-umana a cinque dita; a parte il luccichio metallico, avrebbe potuto anche essere organica.
Inoltre, era cieco. Almeno dal punto di vista degli organismi naturali. Ma aveva fatto dei trapianti, al prezzo che poté e volle pagare: era stato operato da oculisti brasiliani, appena prima di partire per Proxima. Avevano fatto uno splendido lavoro. I ricambi, collocati all’interno delle cavità oculari, erano privi di pupille, e i due bulbi non erano mossi da alcun muscolo. Erano dotati, invece, di visione panoramica, prodotta da lenti grandangolari che, come immobili fessure orizzontali, li bisecavano. L’incidente agli occhi non era stato un incidente: era successo a Chicago, un deliberato assalto al vetriolo compiuto da ignoti, per ragioni altrettanto ignote… almeno all’opinione pubblica. Eldritch, probabilmente, lo sapeva. Però, non aveva detto nulla, non aveva sporto denuncia, ed era andato subito dal suo team di oculisti brasiliani. I suoi occhi artificiali a fessura orizzontale parvero piacergli: quasi subito si era presentato alla cerimonia di inaugurazione del Teatro dell’Opera di St. George, Utah, e si era mescolato ai suoi quasi-pari senza alcun imbarazzo. Persino ora, dopo dieci anni, quell’operazione veniva tentata raramente, e Barney vedeva per la prima volta gli occhi luxvid grandangolari Jensen.
Questi e il braccio artificiale, con il suo vasto repertorio di opzioni manuali, lo impressionarono più di quanto si aspettasse… o, forse, c’era qualcos’altro in Eldritch?
— Signor Mayerson — disse Palmer Eldritch, e sorrise; i denti d’acciaio scintillarono nella debole e fredda luce di Marte. Tese la mano e Barney, meccanicamente, fece lo stesso.

Tabella riassuntiva

Un viaggio allucinante tra realtà e finzione, tra reale e mentale, tra umano e divino. Idee un po’ confuse sui device principali del romanzo.
Ritmo serrato e un’idea dopo l’altra. Troppe storyline e sub-plot che si perdono per strada.
Atmosfera cupa, personaggi cinici e complessi. Cattiva gestione del pov a Chicken Pox Prospects.
Palmer Eldritch è un gran fiQo.

(1) Inoltre, come incipit del romanzo sceglierei l’ambientazione marziana (che invece appare solo nel terzo capitolo), così da “acchiappare” subito il lettore. L’incipit attuale – Mayerson a New York, che ha appena finito di farsi la sua assistente – non è un granché.Torna su
(2) Ecco un estratto dal libro di Sutin:

Ma se volete leggere un libro mozzafiato, che si divora in un lampo, e parla di una Terra segretamente invasa da forze aliene che vanno ben al di là della nostra comprensione, mentre Barney Mayerson passa attraverso innumerevoli realtà alternative cercando, in una di queste, solo in una, di riconquistare sua moglie, e i disperati coloni di Marte bramano lo splendido e luccicante mondo di Perky Pat, e Leo Bulero si rivolge al Dottor Sorriso, che desta non poca diffidenza, per aiutarlo a sfuggire al topo gigantesco, e Palmer Eldritch si rivela essere tutti, almeno per un o’, e riuscite a far quadrare l’insieme – con un po’ più di attenzione – in una commovente parabola sulla natura della realtà e sulla lotta per le nostre anime eterne, allora dovreste leggere Palmer Eldritch.

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Bonus Track: Di aborti e remake

FanfictionLa maggior parte di voi, per un periodo della propria vita, avrà avuto il suo momento fanfiction. Un momento in cui, dopo la fine della vostra serie / videogioco / saga preferita, ne volevate ancora e, disperati, vi siete rivolti alle comunità dei fan. Per chi non lo sapesse: una fanfiction è per l’appunto l’opera di un appassionato che riprende setting e personaggi di un’altra storia (generalmente di una certa fama).
Anch’io ho avuto il mio momento fanfiction, ai bei tempi del ginnasio. Principalmente di Evangelion o Final Fantasy VII. E ho notato una cosa. Esistono fanfiction di tutti i tipi: seguiti della storia principale, spin-off su personaggi o situazioni secondarie, racconti che espandono momenti della storia principale appena accennati dall’opera originale, parodie, AU (storie che riprendono i personaggi dell’opera ma li calano in un contesto diverso), crossover tra serie diverse. Soprattutto – e con mio sommo sdegno – valanghe di racconti in cui tutti o quasi i personaggi maschili dell’opera originale si scoprono improvvisamente ghei e si danno alle ammucchiate selvagge. Un solo tipo di fanfiction si vede molto di rado: la riscrittura alternativa dell’opera originale.
Mi vengono in mente diversi motivi.
Innanzitutto, perché (in un ambito dove non girano soldi) la volontà di fare un remake parte dal presupposto che non si sia rimasti del tutto soddisfatti della storia originale, che si voglia migliorarla; mentre in genere i fan scrivono le fanfiction proprio perché amano alla follia l’opera originale. Al massimo sono disposti a modificare gli orientamenti sessuali dei personaggi così da fargli fare tutte le cosacce che gli vengono in mente.
Un altro motivo, è che un remake è un progetto lungo e ambizioso, difficile da portare a termine e che ti fa chiedere se ne valga davvero la pena; mentre un raccontino in cui Cloud e Sephiroth scoprono le ragioni profonde della loro fascinazione per gli spadoni si può buttare giù in due orette (considerando poi la cura stilistica che tradizionalmente viene messa in una fanfiction…).

Ciccione con spadone

Da Cloud a Gatsu a Zwei ai ciccioni, lo spadone piace proprio a tutti.

Neanch’io mi sono mai cimentato nell’impresa del remake, ma la tentazione è stata molto forte. Soprattutto se parliamo di narrativa. Come forse avrete notato leggendo i miei Consigli – se non ve ne siete accorti in prima persona – il mondo della narrativa fantastica è un mare di libri riusciti a metà, capolavori mancati e occasioni sprecate.
Prendiamo 2001: Odissea nello spazio – il libro. La penultima parte: David Bowman, disattivato il perverso HAL9000, è rimasto solo sull’astronave Discovery, e il viaggio verso Giapeto e il monolite è ancora lungo. Sa che quelli del controllo missione l’hanno ingannato circa lo scopo della Discovery, e sa di essere condannato a morte, perché non c’è una riserva d’aria sufficiente nella navicella per tornare indietro o aspettare i soccorsi. Bowman passa un brutto periodo. Uno scrittore come Dick da una situazione simile avrebbe saputo tirar fuori qualcosa di grandioso; magari un Bowman paranoico e allucinato, che perde progressivamente contatto con la realtà mano a mano che la distanza dalla Terra aumenta. Con una buona costruzione degli ultimi capitoli, si potrebbe insinuare una certa ambiguità nell’incontro col monolite e la visione finale: è avvenuto realmente? E’ un’allucinazione di Bowman? La missione è fallita? E questa è solo una delle molte possibilità.
Ma Clarke, si sa, ha la delicatezza di un Gundam. Le tribolazioni di Bowman, e il modo in cui supera i suoi problemi ascoltando la musica classica immagazzinata nella memoria dei computer di bordo, sono raccontati in modo sbrigativo, riassunto, con pov onnisciente molto distante. Più piatto di così non si poteva fare. A Clarke gliene frega ben poco dello stato psicologico di Bowman; vuole farlo riprendere velocemente (e allora perché ti sei preso la briga di farlo star male?), così poi si può tornare a parlare di monoliti e alieni. Occasione sprecata.
E inevitabilmente, il pensiero: “Cazzo, questo libro sarebbe potuto essere così più bello…”

Ora: Odissea nello spazio resta comunque un bel libro – coerente, con una buona costruzione. Ma cosa succede quando un libro parte con ottime premesse, ti monta un casino di entusiasmo, e poi, per incapacità o pigrizia o malattia mentale dello scrittore, “si ammoscia a metà come il pisello di un vecchio” (cit. Duca)? Succede che ti viene voglia di mettere il libro (o il reader) nel microonde e girare la manopola tutta a destra. Succede che pensi “porcozzio, se avessi avuto io del materiale di partenza simile…!”, o “io saprei come riscriverlo!”. Questi sono i libri che chiamo aborti – potenziali capolavori che falliscono miseramente e ti fanno mangiare le dita dallo sconforto.
Queste storie meriterebbero una seconda chance. Un remake, che partendo dalle stesse premesse donino a questi aborti uno sviluppo e una conclusione degni. Gli scrittori veri, purtroppo, queste cose non le fanno di rado – un po’ per tabù culturale (l’unicità dell’opera, il rispetto dell’artista e bla bla bla), un po’ perché forse dovrebbero appiccicarci sopra il bollino “fanfiction” e non potrebbero guadagnarci un soldo. Abbondano le riscritture di dell’Alice di Carroll, o del Frankenstein di Mary Shelley, o della Macchina del Tempo di Wells, ma non accade praticamente mai con i romanzi degli ultimi 80 anni 1. Un peccato.

E' un Gundam

Un esempio di delicatezza.

Un peccato perché il remake insegna una cosa interessante. Ossia che nessun’opera è sacra e inviolabile; che un autore può migliorare qualcosa di scritto da un altro; e che in genere questi miglioramenti si possono ottenere seguendo una serie di regole, che sono sempre quelle.
Facciamo un esercizio.

Tre aborti
Nell’articolo di oggi vi presenterò tre aborti, libri che mi hanno provocato gran digrignar di denti e copiosa mole di bestemmie al cielo. Tre romanzi che sarebbero potuti ascendere all’Olimpo della Narrativa Fantastica e invece sono condannati a passare l’eternità nell’anticamera, a eterno monito per le giovani generazioni di scrittori. Sono anche tre romanzi molto diversi tra loro, per forma e contenuto; li ho scelti apposta sperando che ciascuno di voi sia incuriosito da almeno uno di essi.
A parte la solita introduzione, ognuno dei tre pezzi sarà articolato in tre parti: “Perché poteva essere una figata”, “Perché invece è un FAIL”, e “Io avrei fatto così!”. Credo che i titoli parlino da soli. Nell’immaginare possibili migliorie al romanzo originale, mi sono concentrato più sulla macrostruttura che sullo stile (per quello c’è sempre Gamberi Fantasy).
Attenzione: potrebbero esserci spoiler, soprattutto nelle ultime due sezioni.

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The City and the Stars

La città e le stelleAutore: Arthur C. Clarke
Titolo italiano: La città e le stelle
Genere: Science-Fantasy / Dying Earth
Tipo: Romanzo

Anno: 1956
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 250 ca.

Diaspar è l’ultima città al mondo, in una Terra anziana e ridotta a un immenso deserto. E’ una città sigillata dal mondo esterno, e amministrata dalla IA del Computer Centrale. I suoi abitanti sono immortali: quando si avvicinano alla vecchiaia, il computer immagazzina le loro menti e dopo un lasso di tempo di migliaia di anni li rigenera in un corpo nuovo creato per l’occasione. Non solo: all’interno di Diaspar, i suoi abitanti hanno il potere di creare oggetti a piacere o di modificare le dimensioni dei propri appartamenti. E’ una vita serena, senza preoccupazioni, eternamente uguale.
Ma Alvin è diverso. A differenza degli altri abitanti, che alla sola idea di uscire sono terrorizzati, Alvin prova l’impulso irrefrenabile di conoscere il mondo esterno. La leggenda vuole che gli esseri umani si siano sigillati dentro Diaspar sotto la minaccia di invasori stellari, che avrebbero promesso di distruggerli se avessero riprovato ad avventurarsi fuori dal pianeta Terra – ma sarà davvero così? Aiutato dal giullare Khedron e ostacolato dal Computer Centrale, Alvin tenterà di fuggire da Diaspar e scoprire la verità.

Perché poteva essere una figata
Il romanzo di Clarke mette insieme un’ambientazione alla Matrix – in cui realtà materiale e realtà virtuale si confondono, e gli uomini hanno delegato l’autorità alle macchine – con il fascino della Terra morente. La città di Diaspar, città in cui gli esseri umani si reincarnano all’infinito, e vivono tra agi infiniti e strani divieti, è uno dei setting più affascinanti della narrativa fantastica. Il tema del ragazzo ribelle che vuole infrangere la proibizione e varcare i confini del mondo conosciuto è forse un po’ trito, ma funziona sempre, e mantiene accesa l’attenzione del lettore. Da una parte, si vuole esplorare Diaspar e scoprire il funzionamento di una civiltà tanto strana; dall’altra, si vuole scoprire cosa c’è oltre la città – e così, si continua a leggere.

Diaspar Lego

Un'approssimazione della città di Diaspar. Ehm.

Perché invece è un FAIL
I problemi cominciano quando finalmente Alvin riesce ad evadere dalla città – e di lì in poi è un continuo di docce fredde. Lys, l’utopia bucolica condita di poteri psi, è quanto di più improbabile la penna di Clarke potesse inventare. Ma soprattutto, le rivelazioni sulla storia di Diaspar e del destino dell’umanità si accumulano in un infodump raccontato dopo l’altro, tanto da far sembrare Mark Menozzi (quello del Re Negro) uno che si contiene. Noiosissime nella forma – ti viene da pensare, “sto leggendo un romanzo o il canovaccio di un romanzo”? – sono pure raccapriccianti nel contenuto: tra Menti Pazze, creature malvage sigillate nello spazio e in attesa di risvegliarsi, e migrazioni di interi popoli imbarcati in una Grande Missione, sembra di essere precipitati nella mente di un dodicenne drogato di Zelda. Mancano solo le pietre del potere (rigorosamente quattro: una per ogni elemento!) e siamo apposto! E per un romanzo tutto costruito sulla suspence e sulla rivelazione, il peggio che possa capitare è che la rivelazione faccia schifo al cazzo.
A questo bisogna aggiungere la tradizionale bruttezza della prosa di Clarke, e il generale piattume dei personaggi, che non risparmia neppure il protagonista (più una marionetta del suo codice genetico che un individuo pensante). E poi il tema del “prescelto”, benché gestito meglio della media degli YA, è sempre irritante 2.

Io avrei fatto così!
Se la parte ambientata a Diaspar nelle sue linee guida è buona, il resto va completamente cambiato. Due sono le domande essenziali che dobbiamo porci: cosa c’è fuori da Diaspar, e perché è stato imposto il divieto di uscire? Le possibilità sono infinite. Per esempio, il deserto potrebbe essere una finzione, e magari non siamo un miliardo di anni nel futuro ma tipo nel 2100 d.C., e gli abitanti della città sono solo i soggetti di un esperimento modello Truman Show. Troppo scontato? Oppure: Alvin esce da Diaspar per scoprire che non è l’unica città, ma che ci sono altre centinaia o migliaia di città identiche e isolate, tutte convinte di essere l’ultima. Il deserto sarebbe reale, e  l’umanità si sarebbe costruita le città e l’illusione di essere l’ultima per evadere dalla realtà. O ancora: Diaspar è davvero l’ultima città, e Alvin fuori dalle mura trova solamente i resti dell’antica umanità. Ma decide che la terra può essere resa di nuovo fertile e che i cittadini di Diaspar devono uscire dal grembo materno e ripopolare la Terra.
Ora, non è tanto importante quale soluzione narrativa venga adottata. Ciò che conta, è che non si riduca all’esposizione di una storia remota che non ha il minimo impatto sull’attimo presente del romanzo (come avviene nel libro di Clarke), ma al contrario getti una nuova luce tra Diaspar e il mondo esterno e porti a delle conseguenze immediate. Esempio: Alvin decide che la Terra è pronta a riaccogliere l’umanità. Problema: gli abitanti di Diaspar non vogliono uscire. Come li si convince? O li si costringe? Ci sarà una divisione in due fazioni agguerrite? O saranno tutti schierati contro Alvin, che dovrà scegliere tra l’esilio e la resa, e magari la riprogrammazione della propria mente? E così via.

A proposito. Il romanzo filerebbe senza problemi con il solo pov di Alvin. Ma se provassimo invece a giustapporre il suo pov con quello di un altro personaggio? Il giullare Khedron, per esempio: in teoria un individuo che porta disordine e scompiglio tra gli abitanti di Diaspar, Khedron è però un prodotto del Computer Centrale e in ultima analisi condivide la politica isolazionista. Khedron quindi è in contraddizione con sé stesso e con Alvin – potrebbe aiutarlo a scappare, ma anche metterglisi contro se osasse provare a cambiare lo stile di vita dei diaspariani. Mostrare la vicenda alternando i due punti di vista moltiplicherebbe esponenzialmente i livelli di conflitto del romanzo.
A questa rivisitazione massiccia, poi, andrebbe aggiunto un intervento più di cesello. Per esempio, invece che raccontare che Alvin è speciale, e non è come tutti gli altri, come fa Clarke, mostrarlo attraverso piccoli gesti, fraintendimenti, discrepanze tra il suo modo di comportarsi e quello di tutti gli altri. In questo modo il lettore sarebbe il primo a capire che in Alvin c’è qualcosa di diverso.

A Case of Conscience

Autore: James BlishA Case of Conscience
Titolo italiano: Guerra al grande nulla
Genere: Science Fiction / Hard SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1958
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 200 ca.

Agli occhi dei terrestri, il pianeta Lithia sembra il Paradiso terrestre. E’ graziato da una vegetazione rigogliosa e da un clima mite, da un ecosistema in cui ogni specie vivente ha la sua nicchia ecologica e vive in armonia con tutte le altre, e da una civiltà di lucertoloidi antropomorfi che sembra godere di una moralità naturale e non conosce conflitti. L’esatto contrario della Terra, in cui l’umanità, nel terrore di un’apocalisse nucleare, si è rifugiata sottoterra, in enormi città-rifugio sotterranea, e ogni giorno diventa più nevrotica.
Una commissione di quattro scienziati è inviata su Lithia per decidere se aprire liberi contatti con la Terra: il fisico Cleaver, il geologo Agronski, il chimico Michelis e il biologo Ramon Ruiz-Sanchez. Ma Padre Ramon Ruiz non è solo un biologo; è anche un gesuita, e un dottore di teologia morale. E’ l’anno del Giubileo, e la Chiesa l’ha mandato su Lithia affinché risolva un caso di coscienza: se i lithiani abbiano un’anima, cioè se siano veri homines, accomunati ad Adamo nella caduta nel peccato, e quindi evangelizzabili. Ma in Ramon Ruiz si fa strada un terribile sospetto. Che dietro l’apparente perfezione di Lithia si nasconda il pericolo più grande che la Cristianità, e l’umanità tutta, abbiano mai affrontato.

Perché poteva essere una figata
Per lo stesso motivo per cui A Canticle for Leibowitz è una figata: il conflitto tra le ragioni della scienza e le ragioni della teologia, tra ragione e fede. Questo conflitto è realizzato alla perfezione nella figura del protagonista, Padre Ruiz-Sanchez, che riesce contemporaneamente ad essere un ottimo biologo (e a pensare da biologo) e un fervente cattolico. Ramon è un personaggio complesso, pieno di timori e contraddizioni, il che non è la norma nella fantascienza degli anni ’50.
C’è poi il mistero dell’apparente perfezione di Lithia, che tiene il lettore col fiato sospeso, e il fascino dell’ambientazione (per esempio, giganteschi alberi utilizzati come torri di trasmissione delle onde radio). E ancora, il raro connubio della tematica etico-religiosa, cuore del romanzo, e l’Hard SF. Blish infatti affronta nel libro tutta una serie di argomenti scientifici, come il modo in cui un pianeta con risorse naturali molto diverse da quelle della Terra abbia prodotto una civiltà diversa dalla nostra. In appendice al romanzo, troviamo pure un rapporto che fa una panoramica completa di Lithia, dalla distanza dal suo sole all’inclinazione dell’asse, dal movimento tettonico alla composizione del suolo, alle varie fasi della diffusione della vita sulla superficie del pianeta. Blish è uno che ne sa, e le discussioni tra gli scienziati suonano sempre competenti.

Gesuiti

Gesuiti: pronti a diffondere la buona novella in tutta la Galassia.

Perché invece è un FAIL
Due sono i problemi gravi del libro.
Primo, la quasi totale mancanza di azione. Blish è un professionista dell’infodump, nel senso che è capace di inanellarne anche tre o quattro uno dietro l’altro e che da soli probabilmente superano il 50% del testo dell’intero romanzo. Per il resto, i personaggi parlano, parlano, parlano, o riflettono, ma fanno poco. Azione nel romanzo ce ne sarebbe: ma per qualche strano motivo, Blish tende a tagliare queste parti, per poi farle riassumere nel capitolo successivo, con un dialogo, un pensiero del personaggio-pov o magari un bell’infodump. Una reticenza quasi da tragedia greca.
L’altro problema, è che A Case of Conscience tradisce fin troppo la sua natura di fix-up. Il romanzo infatti è l’espansione di una novella, che costituisce la prima metà del libro. La prima parte, interamente ambientata su Lithia e centrata sulla decisione che devono prendere i quattro scienziati, è anche la più interessante. La seconda invece – prevalentemente ambientata sulla Terra – è un disastro: il tema principale della storia viene sommerso da una marea di sottotrame, divagazioni, episodi isolati. A ciò si aggiunge una moltiplicazione dei pov (alcuni dei quali usa-e-getta), sviluppi banali, e la generale impressione che l’autore stesso non sappia più che pesci pigliare. La conclusione, che in sé sarebbe anche carina e si riallaccia finalmente alla trama principale, dopo quelle cento pagine di noia e schifo suona improvvisata, artificiosa e maldestra.
Tra le altre cose irritanti, i romani che dicono “che be’o” (sì, c’è una parte ambientata a Roma) e la tipa giapponese che si chiama ‘Liu Meid’. Inoltre il romanzo è invecchiato piuttosto male dal punto di vista della tecnologia futuristica – ma questo è un problema che affligge quasi tutta la Hard SF.

Io avrei fatto così!
Innanzitutto da aristotelico quale sono – cioè da amante dell’unità di tempo e di luogo – avrei svolto tutta la storia su Lithia. E’ l’ecosistema di Lithia il cuore della storia, nonché il centro dell’interesse del lettore. Eliminerei quindi tranquillamente tutta la seconda parte  ambientata sulla Terra (e quindi anche il banale personaggio di Egvertchi); l’unica eccezione potrebbe essere la convocazione di Ramon Ruiz a San Pietro, che è una bella scena. In quel caso, Ramon Ruiz potrebbe volare a Roma e poi tornare su Lithia.
Oltre a questo, più azione. Il che non significa sparatorie e inseguimenti, ma semplicemente mostrare il team di scienziati che esplora il pianeta e studia i lithiani, invece di farli stare chiusi in una stanza a discutere. Qualcosa di simile a Stations of the Tide di Swanwick, strutturato come una graduale esplorazione di Miranda da parte del protagonista che, episodio dopo episodio, penetra sempre più a fondo nella natura del pianeta. Si potrebbe quindi anticipare l’inizio del romanzo di qualche settimana (A Case of Conscience inizia durante il penultimo giorno di permanenza del team di scienziati).

Rettiliano

Lithiani e rettiliani: una somiglianza sospetta.

Quanto alla scelta dei pov, si potrebbe raccontare tutto dal punto di vista di Ramon Ruiz, oppure alternarlo con l’altro personaggio interessante del gruppo, l’agnostico Michelis. I vantaggi sarebbero due: poiché gli scienziati sono divisi in due squadre, ciascuno potrebbe fare le proprie esplorazioni e noi le vedremmo entrambe; inoltre vivremmo meglio il conflitto tra il punto di vista religioso e quello agnostico; e ancora, potremmo avere un pov che rimane sul pianeta anche quando Ramon Ruiz vola a Roma. Sull’altro lato, i vantaggi di usare un unico pov sono i soliti: maggiore facilità di immedesimazione e la possibilità di usare un timbro più forte (quello del personaggio-pov) come voce narrante. Quello della trasferta a Roma sarebbe poi un falso problema: Ramon Ruiz potrebbe tenersi aggiornato con Michelis via radio o via messaggi, oppure si potrebbe proprio puntare sulla suspence di non sapere cosa sta succedendo su Lithia in quelle ore cruciali.
Terrei fermi due momenti del romanzo originale: la fine della prima parte – con la discussione dei quattro scienziati circa il destino di Lithia – e il finale. Quanto al finale (e qui seguirà uno spoiler in bianco, che consiglio di leggere solo a chi abbia già letto il romanzo o abbia deciso che non lo leggerà mai), due sarebbero i modi sensati di raggiungerlo: dopo il colloquio col Papa, Ramon Ruiz potrebbe decidere che la cosa migliore per “purificare” Lithia sarebbe appunto di lasciare che quel pazzo di Cleaver la faccia esplodere con tutto l’impianto, e magari potrebbe persino attivarsi per far sì che Cleaver vinca la partita; oppure potrebbe rimanere contrario, ma la sua assenza da Lithia potrebbe far precipitare gli eventi e far vincere il partito di Cleaver. Il risultato sarebbe identico, cioè una versione rivista e migliorata del finale originale.

Now Wait for Last Year

Autore: Philip K. Dick
Titolo italiano: Illusioni di potere
Genere: Science Fiction / Social SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1966
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 220 ca.

Il piemontese Gino Molinari, detto ‘la Talpa’, è il dittatore assoluto della Terra. Un tempo uomo forte e pragmatico, capace di infiammare il popolo dall’alto del suo pulpito, dieci anni di governo l’hanno ridotto a un individuo fiacco e ipocondriaco. Gli Starmen, alieni umanoidi signori di un vasto Impero Galattico, l’hanno costretto a imbarcare la Terra in un’interminabile guerra interstellare con i Reeg, un popolo di insettoni. E ora tutti lo odiano, e il suo fisico ne risente.
Per questo ha fatto convocare a palazzo Eric Sweetscent, chirurgo specializzato nel trapianto di organi artificiali. Per Eric, questa è l’occasione adatta per liberarsi della moglie Kathy, una donna nevrotica e violenta che passa il tempo a farlo sentire una merda e a rovinargli la vita. Ma così facendo, Eric finirà coinvolto negli intrighi della guerra galattica e della corte di Molinari, e scoprirà il singolare potere del dittatore di viaggiare tra realtà parallele e di collezionare copie di sé stesso. E quando il mercato terrestre comincerà ad essere invaso da una droga letale che oltre a creare dipendenza fa viaggiare nel tempo, Eric diventerà l’asso nella manica di Molinari per vincere la guerra…

Perché poteva essere una figata
Perché Gino Molinari e la sua dittatura baraccona sono divertentissimi. In qualità di suo medico personale, Eric può assistere a tutti gli aspetti della sua vita: i parenti che continuano a chiedergli soldi, cariche e favori personali assortiti; la camera dove Molinari tiene il cadavere dell’altro sé stesso; le riunioni umilianti col gelido Frenesky, primo ministro degli Starmen, che pretende dalla Terra un maggiore impegno bellico; le sofferenze di Molinari, affetto da una malattia psicosomatica per cui assume sul proprio corpo tutti i malanni delle persone che lo circondano.
E’ molto affascinante anche il tema del traffico di organi artificiali. Il mondo di Now Wait for Last Year è una gerontocrazia; i vecchi ricconi che possono permettersi i continui interventi, non muoiono mai (o molto, molto tardi). Virgil Ackerman, il superiore di Eric prima che questi passi al servizio di Molinari, è un arzillo centotrentenne a capo di un’enorme multinazionale. Ha talmente tanti soldi che si è comprato un appezzamento su Marte e ci ha costruito Wash-35, una ricostruzione maniacale della Washington della sua infanzia (cioè degli anni ’30).
Se Dick fosse riuscito a tenere più stretti i fili della gerontocrazia, della guerra galattica, e della vita pubblica e privata di Molinari, ne sarebbe nato un romanzo coerente (anche nei temi) e molto piacevole.

Mussolini

L'ispiratore di Gino Molinari.

Perché invece è un FAIL
Ma Now Wait for Last Year soffre gli stessi problemi di molti romanzi di Dick: troppe idee in gioco, troppe sotto-trame, troppa carne al fuoco, e una storia che procede più o meno a caso. Viaggi nel tempo, infiltrazioni di spie, clonazioni, sedute diplomatiche, crisi da overdose, cambi di casacca, il tutto condensato in poco più di 200 pagine – tutto questo sarebbe ingestibile anche per un genio. Alcuni passaggi sono demenziali oltre ogni immaginazione; come quando, viaggiando nel futuro, Eric si imbatte in un protoplasma alieno superintelligente che gli somministra consigli sul suo matrimonio (WTF?).
Nel finale, poi, la trama principale viene completamente abbandonata, e Dick si butta, ancora una volta, sul rapporto tra il protagonista e la moglie psicopatica. EPIC FAIL.

Io avrei fatto così!
Tagliare, tagliare, tagliare. Abbiamo detto che il punto forte del romanzo è la dittatura baraccona di Molinari; allora, via innanziutto le cose che non c’entrano, come la moglie e i problemi coniugali. Non che Dick non sia bravo a riprodurre rapporti di coppia disfunzionali, ma ci sono già fin troppi romanzi al mondo su drammi familiari, mogli abusive e frustrazioni assortite. Eric allora potrebbe essere un semplice scapolone insoddisfatto della propria vita, o desideroso di fare un salto di qualità. Il romanzo potrebbe allora aprirsi su Wash-35, con la proposta di Molinari di andare a palazzo; in questo modo avremmo un’introduzione di uno o due capitoli sul protagonista, il mercato del trapianto d’organi artificiali e una prima panoramica del dittatore; per poi arrivare al cuore del romanzo con il trasferimento a palazzo Molinari.
Eliminerei (o ridimensionerei molto) anche la JJ-180: una droga che contemporaneamente crea dipendenza, ti distrugge il fegato e ti fa viaggiare nel tempo o tra le dimensioni è decisamente troppo (e poi, non è molto intelligente dare ai propri nemici il vantaggio del viaggio nel tempo). Molinari avrebbe bisogno di un’altra fonte dei suoi poteri, ma non è un problema – si potrebbe dargli un potere esp, o una macchina sperimentale o che so io.

In generale, centrerei il romanzo sulla “vita di corte” sotto la dittatura di Molinari. In qualità di suo medico personale, Eric (che lascerei come unico personaggio-pov del romanzo) assisterebbe a ogni momento della giornata e della vita del dittatore, dalle pretese dei suoi parenti alle angherie di Frenesky. Diventando il suo braccio destro, potrebbe aiutarlo a viaggiare tra le dimensioni a raccogliere gli altri sé stessi; potrebbe anche fare da ambasciatore segreto presso i Reeg, così da non lasciare la trama bellica troppo sullo sfondo.
Now Wait for Last Year assumerebbe così i toni di una tragicommedia sulla vita sfigata del dittatore di un pianeta sfigato (nell’ottica della guerra tra gli imperi galattici dei Reeg e degli Starmen).

In conclusione
Vale la pena di leggere questi romanzi? Dipende.
Di regola no, soprattutto se avete poco tempo libero e vi interessa semplicemente leggere un buon libro. Hanno troppe falle.
Ma se ambite a scrivere anche voi narrativa fantastica, o se semplicemente vi interessa studiare la narrativa, allora dovreste provarne almeno uno. Dei tre, A Case of Conscience probabilmente è quello più coerente, e più interessante sul piano filosofico; Now Wait for Last Year quello più divertente da leggere; The City and the Stars, quello con l’ambientazione più suggestiva.
Verificate se ciò che ho detto è vero; se provate fastidio e delusione negli stessi punti in cui lo ho provato io; se vi sembra che effettivamente ci sia del potenziale sprecato; e se le mie correzioni li migliorerebbero, o se bisognerebbe riscriverli in un altro modo ancora. Un romanzo riuscito male può essere un caso di studio utile quanto un capolavoro.
E magari, chissà, qualcuno di voi proverà davvero a scrivere il remake uno di questi romanzi… No, non ci credo, questo non succederà mai ^-^ Ma almeno avrò gettato in voi il germe dell’ “io avrei fatto così!”.
E possa tassobarbasso rivoltarsi nella sua tomba.

Fanfiction yaoi

(1) Un’eccezione che mi viene in mente è la novella Palimpsest di Charles Stross, del 2009; l’autore stesso ha detto che si tratta in buona sostanza di una riscrittura dell’ottimo The End of Eternity di Asimov. Non mi esprimo sulla novella perché non l’ho letta. Da non confondersi con il romanzo omonimo di Catherynne Valente.Torna su

(2) Aneddoto divertente: The City and the Stars è già la riscrittura di un romanzo – Against the Fall of Night, opera d’esordio di Clarke. L’avrebbe riscritto perché insoddisfatto della versione originale. A quanto pare è recidivo.Torna su