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I Consigli del Lunedì #20: City of Saints and Madmen

City of Saints and MadmenAutore: Jeff VanderMeer
Titolo italiano: –
Genere: Fantasy / Horror / New Weird / Urban Fantasy / Pseudo-trattato / Literary Fiction
Tipo: Raccolta di racconti, novellas e pseudo-saggi intrecciati

Anno: 2001 / 2004
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 400 ca.
Difficoltà in inglese: ***

Ambergris è una città strana e violenta. Una città priva di governo, in condizione di anarchia controllata, ma segretamente amministrata da una potente casata mercantile. Una città i cui abitanti sono capaci di ammazzarsi nel nome di un compositore operistico appena morto. Una città che una notte all’anno, durante il Festival of the Freshwater Squid, si abbandona a un’orgia di torture e omicidi. E poi ci sono i grey caps, orribili uomini fungo che vivono nei cunicoli sotto la città ed escono solo di notte, per ripulire le strade di Ambergris da qualsiasi cosa trovino; creature più antiche della città, che non comunicano con gli esseri umani, ma di cui gli abitanti sembrano terrorizzati. E che dire dei funghi dalle forme più diverse che infestano gli anfratti delle case e i vicoli più appartati, e che ritornano e ritornano nonostante ogni tentativo di estirparli?
Per le strade di questa metropoli si muovono i protagonisti di City of Saints and Madmen. Un prete missionario e squattrinato che perde la testa per una donna irraggiungibile; un artista senza talento a cui viene offerto l’invito a partecipare a una decapitazione; uno scrittore pazzo convinto di aver creato Ambergris; un antiquario desideroso di scoprire la verità sugli uomini fungo e su ciò che hanno fatto ai suoi antenati; un calamarologo intenzionato a ridare dignità alla professione dei calamarologi. E molti altri.

City of Saints and Madmen è uno scatolone pieno di giocattoli. Più o meno belli, di forma e dimensione sempre diversa.
La prima metà del volume contiene quattro novellasDradin In Love, The Hoegbottom’s Guide to the Early History of Ambergris, The Trasformation of Martin Lake e The Strange Case of X – tutte scritte in stili diversi. Mentre la prima edizione del libro si ferma qui, l’edizione del 2003 vi aggiunge una corposa Appendice (ulteriormente ampliata nella terza e ultima edizione del 2004) densa di racconti, novellas, pseudo-trattati, esperimenti e giochi letterari. Tutti insieme, questi pezzi costituiscono nelle intenzioni dell’autore un grande romanzo sulla città di Ambergris.
Jeff VanderMeer è il campione del genere del New Weird, e in effetti le sue storie sono piene di stramberie, di creature e di trovate bizzarre. Ma se dovessi definire le storie di City of Saints and Madmen, direi che si trovano all’incrocio tra l’urban fantasy, l’horror alla Lovecraft e una certa vena mainstream. Le storie della raccolta, infatti, pur svolgendosi su uno sfondo di stranezza, sono perlopiù storie di uomini ‘normali’, e le loro esperienze corrono sul confine tra naturale e sovrannaturale senza mai sconfinare decisamente in una direzione. Per certi versi, queste storie mi hanno ricordato più i romanzi e i racconti di certi autori dell’Ottocento (Balzac e la sua sporca Parigi, Gogol’ e la sua labirintica Pietroburgo) che non il fantasy degli ultimi cinquant’anni. Anche perché l’atmosfera di Ambergris pare oscillare tra la belle epoque – con i primi veicoli a benzina, ma anche le carrozze tirate da cavalli – e una puzzolente Parigi di metà Ottocento.

Ma questo scatolone che è City of Saints and Madmen, come dicevo, è estremamente eterogeneo, quindi è il caso di dare un’occhiata ai giocattoli uno per uno.

Scatola di giocattoli

Secondo me il racconto più bello è la gallina.

Uno sguardo approfondito
Dradin, In Love, la novella che apre la raccolta, è anche quella scritta nel modo meno ornato e più straightforward. Nella vigilia del Festival of the Freshwater Squid, il missionario Dradin torna ad Ambergris dopo anni sprecati nella giungla nel tentativo (fallimentare) di convertire gli indigeni, e dopo aver patito ogni sorta di sofferenza. Alzando per sbaglio lo sguardo su una finestra della ditta Hoegbotton & Sons, si innamora perdutamente del volto di una fanciulla. Ma il desiderio di farla sua lo porterà ad affidarsi ad un nano dall’aspetto infido e ad esporsi alla follia omicida della notte del Festival. Il racconto è carino, ed è un’ottimo esempio dello stile mostrato e immersivo di VanderMeer, coi suoi pregi e i suoi difetti (su cui mi dilungherò in chiusura del Consiglio); Dradin è un buon personaggio e la sua semi-consapevole discesa nella miseria e nella follia piuttosto credibile. Lunghe e inutili le digressioni intimiste sulla sua infanzia.
The Hoegbottom’s Guide to the Early History of Ambergris, il secondo pezzo della raccolta, è anche uno dei migliori. Scritto nella forma di un’opuscolo per turisti ad opera di uno scrittore arrogante e istrionico, racconta la storia della fondazione di Ambergris da parte di un pirata barbaro e lievemente psicotico, lo sterminio e la scomparsa dei suoi abitanti originari (gli uomini-fungo) e quel che ne seguì. In pratica è un’unico infodumpone sull’ambientazione del libro, ma è talmente divertente che lo si legge con piacere anche maggiore dei racconti. Duncan Shriek, lo storico autore dell’opuscolo, ha uno stile divertente e scorrevole, e il testo è corredato di note e note di note che non di rado insultano il lettore. Inoltre la storia dei grey caps è affascinante. Dimostrazione che un infodump è tollerabile se e solo se: a. è divertente (e possibilmente autoironico, come in questo caso); b. è interessante (cioè il lettore è così preso che si dimentica di star leggendo un infodump) 1.

The Trasformation of Martin Lake racconta la vicenda di un pittore senza talento che, dopo aver vissuto una terribile esperienza che gli farà scoprire il lato oscuro di Ambergris, diventa il più grande artista della sua epoca. La storia è inframezzata dai brani di un saggio immaginario di critica d’arte scritto da Janice Shriek (gallerista di mediocre talento e sorella di Duncan), che si interroga sulle ragioni della trasformazione di Martin Lake e descrive alcuni dei suoi quadri più celebri. Il racconto gioca molto sul contrappunto tra le esperienze tragiche vissute da Lake e il babbling intellettualoide di Janice, e su un piano teorico apprezzo l’idea; ma all’atto pratico, gli intermezzi saggistici rallentano di molto il ritmo della trama principale e ostacolano l’immersione. Come nel caso di Vonnegut, non saprei dire se VanderMeer avrebbe dovuto semplicemente lavorare meglio alla parte saggistica (piuttosto noiosa) o toglierla direttamente e scrivere un normale racconto ‘immersivo’; lascio a voi giudicare. Nonostante questo, e il fatto che la risoluzione del racconto mi sia parsa un po’ sottotono 2, Martin Lake rimane uno dei racconti che preferisco; forse anche perché, con il suo protagonista, mi ha ricordato più di ogni altro i racconti sugli artisti maledetti di Balzac e Gogol’.
The Strange Case of X, la novella che chiude la prima parte del libro, è ambientata in un fatiscente ospedale psichiatrico di Chicago. Un uomo (presumibilmente un medico) visita e interroga uno dei pazienti, uno scrittore che sta perdendo i contatti con la realtà e non sa più se Ambergris sia reale o soltanto un parto della sua immaginazione. Il racconto è scritto bene, prevalentemente nella forma di un botta e risposta tra interrogatore e interrogato; ma la storia non è particolarmente originale o brillante, fa un uso eccessivo di citazioni interne e rimandi ad altri racconti di City, il protagonista è troppo un alter-ego di VanderMeer, e ho previsto il colpo di scena finale diverse pagine prima di arrivarci. Insomma, niente di che.

Fungo

Sono tra noi.

L’Appendice è costituita dalla raccolta di testi e frammenti trovati dal Dottor V nella stanza di X, e la cornice (molto divertente) riprende la trama di The Strange Case of X. La qualità dei pezzi è molto altalenante, e va da ottima a illeggibile.
Alcuni brani non possono nemmeno essere chiamate ‘storie’, essendo più che altro raccolte di immagini o ‘pezzi di bravura’ dal sapore molto literary. Le X’s Notes, che aprono la serie, sono frammenti di immagini e riflessioni piuttosto insulsi e noiosi; altrettanto inutile è The Release of Belacqua, che parte come un racconto ma si arena nell’allegoria e nella riflessione metanarrativa. Menzione di disonore anche per In the Hours After Death, racconto breve sulle esperienze allucinatorie di un trombettista morto; l’idea sarebbe anche carina, ma il pezzo si riduce a un collage di immagini suggestive senza una vera storia o una logica.
Tra i pezzi migliori, invece, troviamo lo squisito pseudo-saggio King Squid. L’autore, il sottovalutato calamarologo (squidologist) Frederick Madnok si lancia in una dissertazione folle sul Re Calamaro e le sue proprietà, gettando merda su quasi tutti i suoi colleghi e celebrando la sua professione in modi che richiamano alla mente Roberto Giacobbo. Il saggio poi si chiude con una lunga ma spassosa bibliografia sulla calamarologia (e non solo).

L’Appendice contiene anche il pezzo che preferisco di tutto il libro, ossia la novella The Cage. Ambientata un secolo dopo il Silenzio, in un’epoca in cui gli Hoegbotton non contavano nulla, narra la storia di Robert Hoegbotton, antiquario-rigattiere, e della sua ossessione per i grey caps e per gli oggetti appartenuti alle famiglie che sono state uccise e/o infettate dagli uomini fungo. La sua vita cambierà per sempre quando metterà le mani su una gabbia appartenuta a una di queste famiglie ‘maledette’. Il finale del racconto è un po’ sottotono e lascia troppi nodi insoluti, ma la storia è suggestiva, piena di fantasia e di immagini acchiappanti, con un protagonista interessante e con una nota horror molto più efficace rispetto agli altri racconti.
The Cage è purtroppo preceduta da un pezzo piuttosto imbarazzante chiamato The Hoegbotton Family History, una cronaca familiare sulle origini della famiglia e su come questa si insediò in Ambergris. Il brano fornisce alcune informazioni di background (comunque piuttosto inutili), ma lo fa con uno stile cronachistico, riassunto, raccontato, piatto – in una parola: noiosissimo – che ti fanno chiedere perché mai VanderMeer l’abbia incluso nel libro. Sembra appartenere a quel libro di appunti, utili allo scrittore che vuole farsi un’idea precisa della propria ambientazione, che non dovrebbero mai essere pubblicati ma restare nel cassetto assieme a bozze e mappe.
Carino invece The Exchange, un breve pezzo nonsense su una coppia di anziani che si scambiano regali ‘vivi’ e sullo psicopatico che li osserva, corredato di illustrazioni, di inserti pubblicitari della Hoegbotton & Sons e dei commenti di X. Infine, nell’Appendice si trovano altri piccoli giochi e chicche, come il racconto criptato The Man Who Had no Eyes e un glossario semiserio sulla città di Ambergris. Il tutto corredato da una serie di rimandi e citazioni, di personaggi che ritornano (il calamarologo Madnok, lo scrittore Sporlender, eccetera) e che danno l’impressione che quella di Ambergris sia una comunità reale, di gente che si conosce.

Calamaro

Un’onorevole disciplina accademica.

Questo, del resto, è uno dei pregi maggiori del libro. Grazie ai continui rimandi, ai personaggi che ritornano, agli eventi – storici o recenti – che vengono visti prima con gli occhi di uno e poi di un altro personaggio, Ambergris sembra una città viva, con una storia vera. Martin Lake dà l’idea di essere diventato veramente un artista famoso, visto quanti personaggi dei racconti successivi sembrano conoscerlo; gli uomini fungo ed eventi come il Silenzio ci diventano familiari, visto quante volte ritornano (l’espediente, del resto, è noto fin dai tempi di Balzac e della sua Commedia umana, in cui il protagonista di un romanzo ritornava come personaggio secondario di un altro romanzo).
Ma se Ambergris sembra reale, il merito è soprattutto della prosa di City. VanderMeer è senza dubbio uno degli scrittori più bravi che abbia mai letto in campo fantastico. Sia che debba descrivere ambienti fisici, sia che debba mostrare situazioni o stati psicologici dei suoi protagonisti, VanderMeer riesce a scegliere immagini concrete, che richiamano tutti i sensi e rimangono impresse. Ecco come viene descritto l’apparire dei funghi negli anfratti e tra le crepe della città: “Certainly the jungle had never concealed such a cornucopia of assorted fungi, for between patches of stone burned black Dradin now espied rich clusters of mushrooms in as many colors as there were beggars on Albumuth Boulevard: emerald, magenta, ruby, sapphire, plain brown, royal purple, corpse white. They ranged in size from a thimble to an obese eunuch’s belly”. Oppure, ecco un tramonto ad Ambergris: “The dusk had a mingled blood-and-orange peel scent”. Il lettore può quasi sentire la puzza di muffa e umidità dei vicoli della città, l’odore del sangue nella notte del Festival, l’angoscia provata da Robert Hoegbotton nell’immobilità della stanza del suo antenato invasa dai funghi infetti.

Quando VanderMeer riesce a mettere la sua bravura con le immagini al servizio della storia, l’immersione è completa e ci si diverte. Purtroppo, però, l’autore sembra non poter fare a meno di autocompiacersi del suo talento, sicché spesso e volentieri si lascia andare ad eccessi stucchevoli. Un buon mostrato, per esempio, richiede non solo che io scelga un’immagine vivida e concreta, ma anche che ne scelga una, e che sia appropriata; invece, VanderMeer non di rado affastella immagini, una dopo l’altra, soprattutto se deve convincerti di quanto la sua città sia sporca e crudele. In Dradin, durante la notte del Festival, la cosa si fa particolarmente ridicola quando VanderMeer, dopo averci già mostrato i falò, le montagne di corpi, i cadaveri impiccati o crocifissi, eccetera, insiste a dire che la città è brutale, sanguinosa, folle (blasfema?), come se non ci fossimo già arrivati da soli. E si lancia in espressioni ridicole come: “Oh, that he could rip his own eyes from his sockets!”, o in passaggi inutili e retorici come: “He looked toward the door. It was a perilous door, a deceitful door, for the world lay beyond it in all its brutality“. Ma và? Non si era capito!
Tra metafore incomprensibili, esclamazioni leziose e interi paragrafi che accumulano immagini sempre più mirabolanti ed eccessive, a volte VanderMeer sembra più un bambino scemo che gioca con le parole che uno scrittore serio. Il risultato è che siamo buttati fuori dalla storia, e invece che vedere Ambergris vediamo lo scrittore che ci punzecchia col gomito e ci fa: “Visto come sono bravo?”. Alcuni pezzi dell’Appendice sono più vicini alla Literary Fiction becera che non alla narrativa fantastica. E non venitemi a dirti che si tratta di una scelta stilistica pienamente cosciente; ho ritrovato questa stessa tendenza ai barocchismi in altre sue opere (Veniss Underground e Shriek: An Afterword; solo in Finch ho notato un sensibile miglioramento).

Calamaro porno

Uno dei vantaggi della professione di squidologist.

Comunque, nonostante gli eccessi, VanderMeer rimane uno scrittore in gamba. Ambergris è un bel posto dove trascorrere quindici-venti ore della vostra vita, e data la varietà dei racconti (sia come genere che come atmosfera) è facile che troviate qualcosa di vostro gusto. Nel complesso, City of Saints and Madmen è un libro che piacerà più agli amanti del surreale e dello slipstream che non ai lettori di fantasy tradizionale, ma credo che anche gli appassionati di Martin e Abercrombie dovrebbero dargli una chance.

Su VanderMeer
Oltre a City of Saints and Madmen, VanderMeer ha scritto tre romanzi veri e propri. Di questi, il primo in ordine cronologico è un romanzo autonomo, mentre gli altri due riprendono e sviluppano l’ambientazione di Ambergris (tanto che VanderMeer li ha complessivamente chiamati, assieme a City of Saints and Madmen, ‘Ambergris Cycle’).
Veniss UndergroundVeniss Underground è un cupo romanzo sci-fi ambientato nella futuristica città di Veniss. In un mondo sull’orlo dell’anarchia, seguiremo le storie di tre personaggi – un artista fallito, la sua gemella programmatrice e Shadrach, misterioso individuo pronto a scendere negli infernali livelli sotterranei della città per salvare la sua amata. Nonostante alcune idee affascinanti – come il genetista Quin e i suoi suricati bioingegnerizzati – l’inizio lento, e lo stile pomposo e iperbolico, rendono la lettura un po’ fastidiosa. L’opera minore di VanderMeer. In coda al romanzo seguono quattro racconti con la stessa ambientazione; curiosamente, sono migliori del romanzo.
Shriek: An AfterwordShriek: An Afterword riprende le storie dello storico Duncan Shriek (autore della Guide to the Early History of Ambergris) e di sua sorella Janice. Scritto da Janice nella forma di una biografia sul fratello scomparso (e punteggiato dai commenti tra parentesi del redivivo Duncan), il romanzo ripercorre, con un’andatura da mainstream-fantastico, tutta la vita dei due fratelli fino al loro tragico epilogo. La scrittura contorta, le digressioni inutili, i continui flashback e flashforward rovinano in parte una storia carina ed emotivamente coinvolgente, anche se non proprio eccezionale. Leggetelo solo se dopo City of Saints and Madmen avete deciso che i due fratelli Shriek vi piacciono e volete sapere di più della loro vita.
Finch Finch, episodio conclusivo del ciclo di Ambergris, parte come un noir e finisce come un fantasy epico. Dopo un secolo di guerra civile, gli uomini fungo sono usciti in superficie e hanno conquistato la città. Finch è stato costretto a diventare un detective e a lavorare al loro servizio; ma sogna di andare coi ribelli e restituire Ambergris agli esseri umani. Chiamato a investigare sul doppio omicidio di un uomo e di un grey cap, Finch scoprirà che è in ballo il destino della città. Il romanzo parte bene e l’ambientazione è figa, ma la trama procede in modo un po’ troppo convenzionale per i miei gusti e il finale non è niente di che. VanderMeer adotta una telecamera molto ravvicinata e una prosa dai periodi brevi e spezzati che, pur non essendo sempre scorrevole, è un netto miglioramento rispetto ai libri precedenti.
Gamberetta ha recensito Finch qui, e sono d’accordo con quasi tutto ciò che ha detto.
Ciò detto, penso che leggerò ancora VanderMeer in futuro. In particolare la raccolta di racconti The Third Bear, che tra gli altri contiene la novella The Situation (recensita qui da Gamberetta, assieme a un paio di schifezze ormai dimenticate); se non l’ho ancora presa è perché non sono riuscito a trovarne una versione digitale. Un altro libro suo che potrebbe incuriosirvi è il saggio Booklife (recensito qui da, indovinate?, Gamberetta), sulle sue strategie per sopravvivere facendo lo scrittore. Navigando su Amazon mi sono imbattuto anche in questa variante di Booklife, che non ho capito se sia un libro diverso o solo un’espansione che tenga conto della diffusione in digitale. La mia impressione è che VanderMeer stia semplicemente cercando di fare soldi con ogni mezzo possibile (il che la dice lunga sulle sue ‘strategie di sopravvivenza’, uhm).

Dove si trova?
City of Saints and Madmen non è facilissimo da rintracciare in rete; probabilmente perché, essendo un’opera piena di illustrazioni, ghirigori nei posti più impensati e un’impaginazione tutta sua, non è semplice da piratare.
L’unica copia piratata decente che sono riuscito a trovare è un .lit che si può scaricare da Library Genesis. E’ fatta bene quasi quanto l’originale. Comunque, se vedete che l’opera vi piace, vi consiglio di fare un salto su Amazon e acquistarla. Il prezzo è altino per un e-book – 8,99 Euro, senza contare il DRM da levare – ma considerate le dimensioni del volume e l’attenzione messa da VanderMeer nel curarlo, non mi sono sentito truffato. E poi, a sentire quel che dice in Booklife, sembra che di questi soldi abbia un bisogno disperato! Aiutatelo!

Chi devo ringraziare?
Non avevo mai sentito parlare di VanderMeer prima di capitare su Gamberi Fantasy; e, a dire il vero, al di fuori di Gamberetta non è che ci sia molta gente in Italia che ne parli.
Ad ogni modo, Gamberi Fantasy è zeppo di articoli o riferimenti a VanderMeer, quindi se vi interessa l’autore vi consiglio di farci un salto. Oltre agli articoli che ho già linkato, aggiungo una segnalazione su City of Saints and Madmen.

Qualche estratto
Eccezionalmente, per questo Consiglio ho deciso di proporre ben quattro estratti. La raccolta, come ho detto, è molto variegata, e volevo dare un assaggio un po’ di tutto.
In particolare, il primo e il terzo estratto vengono da due racconti veri e propri – rispettivamente, da Dradin, In Love e da The Transformation of Martin Lake – e vogliono essere una dimostrazione dell’abilità di VanderMeer nel mostrato. Il primo brano mostra il primo incontro tra Dradin e i famigerati “gray caps”; il terzo, un sogno particolarmente vivido che prelude alla ‘trasformazione’ dell’artista Martin Lake.
Il secondo e il quarto estratto vengono invece dai due pseudo-saggi della raccolta: The Hoegbotton’s Guied to the Early History of the City of Ambergris e King Squid. Del primo ho scelto l’incipit (che dà una chiara idea della voce narrante di Duncan Shriek e dell’uso demente delle note), del secondo la simpatica voce ‘Squidanthropy’. Have fun.

1.
Much as the sight intrigued him, the alley between the columbary and columbarium fascinated Dradin more, for the mushrooms that had crowded the crevices of the street and dotted the walls like the pox now proliferated beyond all imagining, the cobblestones thick with them in a hundred shades and hues. Down the right-hand side of the alley, ten alcoves had been carved, complete with iron gates, a hundred hardened cherubim and devils alike caught in the metalwork. The gate of the nearest alcove stood open and from within spilled lichen, creepers, and mushroom dwellers, their red flags droopy. Surrounded by the vines, the mushroom dwellers resembled human headstones or dreamy, drowning swimmers in a green sea.
Beside Dradin — and he jumped back as he realized his mistake — lay a mushroom dweller that he had thought was a mushroom the size of a small child. It mewled and writhed in half-awakened slumber as Dradin looked at it with a mixture of fascination and distaste. Stranger to Ambergris that he was, still Dradin knew of the mushroom dwellers, for, as Cadimon Signal had taught him in Morrow, “they form the most outlandish of all known cults,” although little else had been forthcoming from Cadimon’s dried and withered lips.
Mushroom dwellers smelled of old, rotted barns and spoiled milk and vegetables mixed with the moistness of dark crevices and the dryness of day-dead dung beetles. […] Mushroom dwellers slept on the streets by day, but came out at night to harvest the fungus that had grown in the cracks and shadows of graveyards during sunlit hours. Wherever they slept, they planted the red flags of warning, and woe to the man who, as Dradin had, disturbed their wet and lugubrious slumber. Sailors on the docks had told Dradin that the mushroom dwellers were known to rob graves for compost, or even murder tourists and use the flesh for their midnight crop. If no one questioned or policed them, it was because during the night they tended to the garbage and carcasses that littered Ambergris. By dawn the streets had been picked clean and lay shining and innocent under the sun.

2.
THE HISTORY OF AMBERGRIS, FOR OUR purposes, begins with the legendary exploits of the whaler-cum-pirate Cappan John Manzikert,123 who, in the Year of Fire—so called for the catastrophic volcanic activity in the Southern Hemisphere that season—led his fleet of 30 whaling ships up the Moth River Delta into the River Moth proper. Although not the first foot-reported incursion of Aan whaling clans into the region, it is the first incursion of any importance.

1 . By Manzikert’s time, the rough southern accent of his people had permanently changed the designation “Captain” to “Cappan.” “Captain” referred not only to Manzikert’s command of a fleet of ships, but also to the old Imperial titles given by the Saphants to the commander of a see of islands; thus, the title had both religious and military connotations. Its use, this late in history, reflects how pervasive the Saphant Empire’s influence was: 200 years after its fall, its titles were still being used by clans that had only known of the Empire secondhand.
2 . A footnote on the purpose of these footnotes: This text is rich with footnotes to avoid inflicting upon you, the idle tourist, so much knowledge that, bloated with it, you can no longer proceed to the delights of the city with your customary mindless abandon. In order to hamstring your predictable attempts—once having discovered a topic of interest in this narrative—to skip ahead, I have weeded out all of those cross references to other Hoegbotton publications that litter the rest of this pamphlet series like a plague of fungi.
3 . I should add to footnote 2 that the most interesting information will be included only in footnote form, and I will endeavor to include as many footnotes as possible. Indeed, information alluded to in footnote form will later be expanded upon in the main text, thus confusing any of you who have decided not to read the footnotes. This is the price to be paid by those who would rouse an elderly historian from his slumber behind a desk in order to coerce him to write for a common travel guide series.

Cappello grigio

Un grey cap.

3.
The man held Lake’s left hand, palm up.
The knife sliced into the middle of Lake’s palm. He felt the knife tear through the skin, and into the palmar fascia muscle, and beneath that, into the tendons, vessels, and nerves. The skin peeled back until his entire hand was flayed and open. He saw the knife sever the muscle from the lower margin of the annular ligament, then felt, almost heard, the lesser muscles snap back from the bones as they were cut—six for the middle finger, three for the ring finger—the knife now grinding up against the os magnum as the man guided it into the area near Lake’s wrist—slicing through extensor tendons, through the nerves, through the farthest outposts of the radial and ulnar arteries. He could see it all—the yellow of the thin fat layer, the white of bone obscured by the dull red of muscle, the gray of tendons, as surely as if his hand had been labeled and diagrammed for his own benefit. The blood came thick and heavy, draining from all of his extremities until he only had feeling in his chest. The pain was infinite, so infinite that he did not try to escape it, but tried only to escape the red gaze of the man who was butchering him while he just stood there and let him do it. The thought went through his head like a dirge, like an epitaph,
I will never paint again.

4.
SQUIDANTHROPY
Squidanthropy is not, as some have misidentified it, the domain of squid philanthropists but, rather, a form of supposed insanity in which a man imagines himself to be a squid. This may result in the subject taking to the waters in an attempt to rejoin his squidkin, with often fatal consequences if one wants to be honest about it, or simply a confused physiology: the subject may believe he or she is drowning while on dry land or feel the absence of gills or a mantle, or lose the ability to walk and find oneself swimming around in public fountains.
The most committed of amateur squidologists will always empathize with the underlying urge toward squidanthropy. It is no empty promise, no empty threat of a cure. It is simply one way in which to fulfill the dream known since childhood: to understand the squid in all of its manifestations. What squidologist has not thought of what it would be like to have a mantle? What squidologist, while spraying water on his boyhood friends, many or few, has not thought how much more fun to have a funnel? It is inevitable that in the quest to get under the King Squid’s skin, the squidologist learns to think like the squid. Like the detective who, in investigating a murder, loses himself in the identity of the murderer, the squidologist may, at times, lose himself in the identity of the squid (which, admittedly, has committed no crime). That some few do not come back out the other side to “sanity” is to be expected—and, perhaps, applauded. Those who follow a singular obsession their entire lives should not be castigated for achieving the object of that obsession. Would we punish an artist for, through one last burst of genius flecked with insanity, creating the masterwork for which the world had been waiting since the beginning of the artist’s career? For make no mistake—in squidanthropy, the amateur squidologist longs to make the final, synergistic leap that separates observer from observed, patient from doctor. The doctor studies the thing the patient has become, whereas the patient longs to study and understand himself. The correlation and the corollary are clear…

Tabella riassuntiva

Ambergris è una città sporca, maledetta e affascinante. Alcuni racconti sono proprio brutti.
Lo stile di VanderMeer è vivido e immersivo. Troppo autocompiacimento letteriario.
Dagli uomini fungo ai calamari, un sacco di weirdness
Grande varietà di generi e atmosfere.

(1) Questo pezzo è particolarmente interessante, poi, perché fornisce tutta una serie di informazioni di background sulla storia della città che saranno riutilizzate non solo negli altri racconti di City of Saints and Madmen, ma anche in tutti i successivi romanzi ambientati ad Ambergris. Duncan Shriek, in particolare, torna come co-protagonista in Shriek: An Afterword e come personaggio chiave in Finch. Discorso simile per il Cappan Manzikert I, il monaco Samuel Tonsure e alcuni eventi della storia della città, come il Silenzio.Torna su
(2) Attenzione: seguiranno spoiler (in bianco) sul finale del racconto.
Fino al momento in cui Martin Lake non ha aperto la bara contenente Voss Bender, avevo pensato che il racconto avrebbe avuto un’altra risoluzione, che secondo me è molto più fiQa. Ossia: pensavo che nella bara ci fosse il cadavere di Voss Bender (o, al limite, Voss Bender in coma), e che i padroni di casa volessero trasferire il talento artistico del primo in Martin Lake. O lo spirito artistico di Voss Bender si sarebbe incarnato in Martin Lake, o lo stesso Voss Bender non era che un veicolo di una sorta di ‘artista eterno’ che di epoca in epoca si incarnava in individui differenti, diventando ogni volta il più grande artista della sua generazione. In ogni caso, Martin Lake sarebbe stato solamente un veicolo di un talento che non era il suo; sarebbe rimasto, di suo, un artista fallito e senza talento; e questo a mio avviso avrebbe accentuato di molto il conflitto interiore e l’elemento drammatico del racconto.Torna su

Bonus Track: Pavane, o Come non scrivere un’ucronia

PavaneAutore: Keith Roberts
Titolo italiano: –
Genere: Ucronia / Slipstream / Mainstream
Tipo: Raccolta di racconti intrecciati

Anno: 1968
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 290 ca.

Difficoltà in inglese: ***

On a warm July evening of the year 1588, in the royal palace of Greenwich, London, a woman lay dying, an assassin’s bullets lodged in abdomen and chest. Her face was lined, her teeth blackened, and death lent her no dignity: but her last breath started echoes that ran out to shake a hemisphere. For the Faery Queen, Elizabeth the First, paramount ruler of England, was no more…

In un momento cruciale della storia d’Europa, la regina Elisabetta I viene assassinata. In preda alla guerra civile, l’Inghilterra viene conquistata dall’Invincibile Armada di Filippo II di Spagna; in Francia, le guerre di religione terminano con il trionfo della Lega Cristiana e l’ascesa al trono del Casato dei Guisa; in Germania, la rinnovata forza del Papato e dei suoi alleati spezza le ossa delle città-stato tedesche e pone fine al Protestantesimo. Alla fine del secolo, il Cattolicesimo è tornata ad essere l’unica religione d’Europa, e il braccio di ferro del Papato si estende su tutto il mondo occidentale.
Sotto l’occhio severo della Chiesa, il progresso tecnico-scientifico stenta ad affermarsi. Siamo nel 1968, ma l’Inghilterra è ancora un paese rurale punteggiato di castelli e signorotti feudali; ogni nuova tecnologia viene limitata o bollata come eretica dai veti papali. In un Wessex in cui convivono feudalesimo e timide apparizioni di modernità, si intrecciano sei storie: quella di un piccolo macchinista-imprenditore e della sua locomotiva a vapore; quella di un giovane che vuole entrare nella potente Corporazione dei Segnalatori; quella di un prete-stampatore che impazzisce dopo aver assistito alle pratiche dell’Inquisizione; quella di una donna del popolo con l’opportunità di sposarsi col potente signore di Corfe; quella di una ragazzina e dei suoi rapporti con una nave venuta dall’altra parte della Manica; e quella della strenua resistenza di una nobildonna all’autorità del Papa. Intanto, sullo sfondo di queste storie, si muove il popolo degli Antichi, esseri a metà tra mito e realtà che venerano i dimenticati dèi pagani e sembrano dotati di poteri sovrannaturali.

Assieme a The Man in the High Castle di Philip K. Dick, e a Bring the Jubilee di Ward Moore, Pavane è considerato uno dei classici della prima generazione del sottogenere ucronico. La premessa è semplice: cosa sarebbe successo se il Protestantesimo fosse stato soffocato sul nascere e il Papato avesse mantenuto sull’Europa la stessa autorità che aveva nel Basso Medioevo?
E così come nel romanzo di Dick, Roberts decide di mostrare questa divergenza storica attraverso spaccati di vita di gente comune. Dopo la breve premessa a volo d’uccello, Pavane si snoda in sei racconti intrecciati. I racconti sono autoconclusivi, ma alcuni personaggi – come la famiglia di macchinisti-mercanti Strange – e tratti dell’ambientazione riappaiono da una storia all’altra, sicché esse vanno a comporre un unico grande arazzo sulla condizione dell’Inghilterra in questo Novecento alternativo e retrogrado.

Ma come avrete notato, l’articolo di oggi non è un Consiglio. Ci ho pensato per qualche tempo; ho deciso in questo modo perché Pavane – nonostante sia spesso elogiato come “one of the finest alternative histories ever written” – non raggiunge gli standard di qualità minimi per diventare Consigli del Lunedì. Ciononostante, si tratta di un romanzo curioso; e le discussioni avute con Dago e altri utenti sulle ucronie mi hanno convinto che valeva la pena spenderci qualche riga. Soprattutto, vorrei sottolineare dove e perché Pavane ha sbagliato e ha fallito come ucronia.
In coda allo “Sguardo approfondito”, infatti, seguirà una breve riflessione sull’argomento ispiratami dalla discussione con Dago.


Pavana in fa diesis, Op.50, di Gabriel Fauré (1887). Ascoltatela in sottofondo mentre leggete la recensione!

Uno sguardo approfondito
Ciò che mi lascia perplesso di Pavane, tanto per cominciare, è la capacità stilistica dell’autore.
Quando vuole, Roberts è in grado di mostrare una scena in modo efficace. The Signaller, il secondo racconto (nonché il migliore della raccolta), si apre su un ragazzo sdraiato nella neve, immerso in una pozza di sangue. Il ragazzo si riprende, tenta di rimettersi in piedi, di trovare un riparo prima di finire congelato; la telecamera, molto vicina, ci fa percepire il dolore di ogni movimento, la fatica e la difficoltà di sollevarsi, fermare la fuoriuscita del sangue, eccetera.
La capacità di Roberts di mostrare dà il meglio di sé nelle descrizioni delle macchine. Così, nel primo racconto, viene descritto con dettaglio il modo in cui il macchinista Jesse Strange tira fuori la sua locomotiva Lady Margaret dal deposito per l’ultimo viaggio, ci attacca gli altri vagoni, la mette in moto, la guida per la campagna. E del resto, le macchine di Pavane – strano miscuglio di antico e moderno – sono il motivo di maggior fascino del libro, dalle locomotive che viaggiano senza binari ai torni per la stampa gelosamente custoditi nelle abbazie. Su tutte le invenzioni di Roberts trionfano i “semafori”, enormi pali da cui si distaccano due braccia che, mossi all’interno da degli addetti, possono comunicare un’infinità varietà di segnali ad altri semafori collocati a miglia di distanza (un esempio di semaforo lo vedete nella copertina). In un mondo in cui persino il telegrafo è in odore di eresia, i semafori sono il principale mezzo di comunicazione a distanza, e la Corporazione dei Segnalatori – che si tramandano di generazione in generazione il codice dei semafori – è potente e rispettata.

Ma i pregi si fermano qui, perché per la maggior parte del tempo Roberts preferisce (per ragioni incomprensibili) abbandonarsi a un insipido raccontato. La maggior parte dei dialoghi tra i personaggi sono riportati in discorso indiretto, come se l’autore non li ritenesse abbastanza interessanti da riportarli. Molte parti del racconto, anziché essere mostrate attraverso una serie di scene, sono riassunte succintamente.
Decisioni che appaiono particolarmente incoerenti, visto che Roberts non manca quando gli gira di dedicare anche due o tre pagine consecutive alla descrizione della campagna del Wessex.

Telegrafo

Uno strumento chiaramente eretico.

Del resto, l’indifferenza di Roberts ad alternare mostrato e raccontato è una diretta conseguenza della sua disgraziata gestione del pov. Pavane infatti utilizza un bel narratore onnisciente che si avvicina e allontana a suo piacimento dai protagonisti delle storie. Generalmente la telecamera si tiene ancorata al protagonista del racconto, ma il narratore si riserva sempre la possibilità di saltare su un altro personaggio pov o persino di sollevarsi a un’impersonale visuale a volo d’uccello.
Nei racconti più concitati – come Brother John o Corfe Gate – il narratore è anche capace di saltare di pov in pov ogni poche pagine, e nelle scene di massa ricorre spesso alla letale combo narratore onnisciente + riassunto raccontato. Di conseguenza, anche scene teoricamente coinvolgenti come l’assedio di un castello – episodio chiave di uno dei racconti – si trasformano in una monotona esposizione di avvenimenti di cui non ce ne potrebbe fregare di meno.
E le cose non vanno molto meglio nei racconti con pochi personaggi. Nel primo racconto, il pov rimane ancorato tutto il tempo sul protagonista, Jesse Strange; finché, proprio nella scena culminante della storia, il narratore salta per un paio di capoversi su un altro personaggio! E senza neanche dichiararlo in modo evidente: il soggetto rimane “he”, solo che dopo un po’ il lettore capisce che non è lo stesso “he” del capoverso precedente! Mi sono dovuto rileggere il passaggio due o tre volte per capire cosa stesse succedendo. Risultato: ritmo spezzato proprio nel momento più importante, distacco dal racconto, frustrazione. Bella mossa Roberts.

In ogni caso, anche quando la telecamera è vicina, il narratore mantiene sempre una distanza minima rispetto al suo personaggio-pov. E’ impossibile immedesimarsi davvero nei protagonisti di Pavane, perché ogni loro azione ci arriva filtrata dal punto di vista del narratore. Non sentiamo cosa provano i personaggi; invece, vediamo i personaggi muoversi mentre l’autore ci spiega cosa provano. Poiché inoltre i protagonisti cambiano da un racconto all’altro, l’empatia non scatta nemmeno per abitudine. E in un libro il cui argomento è gli effetti che il mondo alternativo provoca sulle persone, impedire l’immedesimazione nei personaggi è un EPIC FAIL.
Il risultato, neanche a dirlo, è che Pavane ha un ritmo lento, a volte lentissimo. Una distesa di noia punteggiata da pochi momenti concitati. La scusa ufficiale è che l’autore voleva replicare, nell’andamento dei suoi racconti, la struttura della pavana – una danza rinascimentale dal ritmo lento e rigido, e dalla melodia malinconica. Allo stesso modo, i sei racconti del libro – che infatti sono chiamati Measures, “misura” o “movimento” – vorrebbero essere i sei movimenti di una composizione lenta, carica di malinconia e struggimento.
Be’, che scusa del cazzo. Un consiglio: qualunque sia lo scopo che vogliate raggiungere, cercate di non annoiare il lettore. Se il lettore proverà noia e indifferenza, difficilmente gli rimarrà spazio nell’anima per malinconia e struggimento. E per essere malinconici, dobbiamo prima di tutto essere emotivamente coinvolti dalla storia!

Pavana

Guardate attentamente questi ballerini di pavana. Non vi sentite già più malinconici?

E come se tutto questo non bastasse, Roberts si lascia pure andare ad eccessi di retorica e di mistica metafisica per gonzi. La Chiesa Cattolica, ovviamente, fa la parte del supercattivo – conservatrice, nemica del progresso, pronta a soffocare nel sangue ogni ribellione e ogni uomo in odore di eresia. Se nei capitoli che tengono la Chiesa ai margini (come i primi due) l’autore riesce a controllarsi, nel terzo capitolo compare nientemeno che l’Inquisizione (oh noes!), e via a pagine e pagine sulle torture, i roghi, l’efferatezza, il popolo che ha ormai in odio il tallone vaticano 1. Nei racconti Brother John e Corfe Gate troviamo pagine e pagine di prevedibile eroismo di impavidi uomini d’Inghilterra che combattono l’odiata Santa Romana Chiesa. Quel che è peggio, le cattiverie della Chiesa sono spesso raccontate e raramente mostrate, cosa che amplifica ulteriormente l’effetto retorico della critica sociale.
Contraltare del cattolicesimo cattivo, affiora nei racconti di Pavane la saggezza superiore, i poteri sovrannaturali e la bontà d’animo degli antichi spiriti pagani (chiamati alternativamente Fairies o Old Ones). Inizialmente gli Old Ones sono solo un elemento di disturbo che appare ai margini dello schermo; se il nodo del libro è l’ucronia, che diamine c’entrano i folletti pagani? Ma, mano a mano che si va avanti in Pavane, queste creature assumono una posizione di sempre maggior rilievo, fino a diventare una sorta di antitesi “buona” (nonché magica) del clero cattolico. Sicché le premesse di un’onesta e realistica ucronia vengono tradite. Inoltre è difficile visualizzare in modo chiaro questi spiriti, dato che le pagine che li coinvolgono sono sempre avvolte in una patina eterea/metaforica/allegorica che ti fa continuamente chiedere, “questa cosa che ha scritto l’autore la devo prendere alla lettera o in modo simbolico”? Addirittura un racconto, The White Boat, acquisterebbe un senso solo se letto in chiave allegorica (e infatti fa schifo)!

Il sospetto, è che Roberts debba fare ricorso a questa patina di retorica (raccontata) e di oscuro misticismo (qualcuno direbbe: poesia) per nascondere le pecche di un’ambientazione incongruente. I dubbi non mancano. Se è divertente vedere fianco a fianco locomotive e Corporazioni dei Mestieri, monaci stampatori di brochure pubblicitarie e piccoli eserciti feudali armati di moschetto, viene anche da chiedersi se tutto questo abbia un senso. Com’è possibile che dei veti papali possano tenere in scacco lo sviluppo tecnico di un intero continente per quattrocento anni? Considerati i vantaggi economici dati dall’impiego di certe tecnologie come l’elettricità o la combustione del petrolio – tecnologie che, ci viene detto nei racconti, sono sotterraneamente conosciute – non abbiano permesso a qualche sovrano o consorteria di ribellarsi all’autorità vaticana e avviare una rivoluzione industriale?
I semafori, per quanto affascinanti, non hanno l’aria di essere strumenti di comunicazione molto efficienti; al contrario, costruirli dev’essere costato una valanga di denaro, date le dimensioni, e per cosa – per dare a una Corporazione privata (quella dei Segnalatori) un potere talmente elevato da poter tener testa al Papa in persona? In cosa consisterebbe il vantaggio di far sviluppare i semafori al posto di più economici (e meno monopolizzabili) telegrafi?

Papa Ratzinger

Papi. Supercattivi dal 1098.

Stiamo arrivando alla radice del problema, ossia l’inconsistenza dell’ucronia di Pavane. L’inconsistenza, d’altronde, sta prima di tutto nella premessa: non ha alcun senso che la morte di una sola persona, fosse anche la regina Elisabetta nel cruciale anno 1588, possa aver provocato la distruzione del Protestantesimo e l’ascesa di un organismo internazionalmente già moribondo come il Papato 2. Delle tre, una: o Roberts, nonostante le sue velleità, è un’ignorante della storia della Riforma e della storia della tecnologia; o si trattava solo di un’esperimento mentale, senza alcuna pretesa di credibilità storica (gonzo-historical fiction); o tutto il libro va interpretato come una qualche allegoria filosoficamente impegnata (il che non mi stupirebbe, se ho ben inquadrato la personalità dell’autore). Delle tre, l’unica tollerabile sarebbe la seconda; senonché un libro gonzo-historical dovrebbe almeno essere divertente o curioso, e non quel concentrato di serio struggimento che Pavane tenta di essere.
Forse anche Roberts aveva intuito l’inconsistenza del suo mondo alternativo, perché ai sei racconti aggiunse una Coda, a mo’ di epilogo. Senonché la Coda – una brutta scimmiottatura di Leibowitz, uscito una decina di anni prima – crea ulteriori problemi di congruenza col resto del libro, rivelandosi al tempo stesso inutile per il lettore e dannosa per l’ambientazione. Non sprecherò altre parole su di essa: cercando nell’Internet, troverete decine di lettori pronte a scagliare maledizioni contro quell’orrendo epilogo (e anche tra i più entusiasti fan di Pavane, la maggior parte vi dirà di fare finta che la Coda nemmeno esista per conservare la coerenza del libro!).

Riassumendo, Pavane fallisce su due fronti:
1. Come ucronia, perché si fonda su premesse inconsistenti e sviluppa un’ambientazione non credibile;
2. Come romanzo di genere, perché incapace di coinvolgere il lettore.
Rimane qualche motivo per leggerlo? Forse. Innanzitutto come curiosità storica, se siete appassionati di storie alternative o di letteratura fantastica; nonostante la sua bruttezza Pavane rimane un classico del suo genere. In secondo luogo, come spunto creativo: alcune invenzioni sono carine, e la giustapposizione di medievale e moderno, anche se spesso illogica, ha un suo fascino. Magari potrete riutilizzare alcune delle intuizioni di Roberts in un’ambientazione e un romanzo migliore. Io, per strano che possa sembrare, sono contento di averlo letto.
Anche a questi coraggiosi (o masochisti), comunque, consiglio di saltare i racconti più brutti – l’illeggibile The White Boat e il retorico Brother John.

Corfe Castle

Le rovine di Corfe Castle, uno dei luoghi chiave del libro. Voglio andarci.

Sull’ucronia
In chiusura alla recensione, voglio proporre una discussione sulle ucronie e sul funzionamento delle divergenze storiche. La discussione è ispirata allo scambio che ho avuto con Dago nei commenti all’articolo sul saggio Storia economica dell’Europa pre-industriale. Le prime tre battute sono quasi identiche, con diversi tagli e modifiche minori. Lo scambio sull’ucronia invece l’ho inventato di sana pianta, e si ricollega alla recensione di Pavane. E’ che mi piacciono le ringkomposition.

Io: Se non si conoscono i meccanismi della storia e dell’evoluzione delle società, cadere nella trappola della premessa inconsistente diventa molto facile. E’ l’errore tipico, per esempio, di chi crede che cambiando un singolo episodio (es. assassinare Hitler prima che salga al potere) l’intera storia futura possa cambiare profondamente.

B: E’ un tema molto dibattuto e complesso, quello del determinismo storico. Ci hanno sbattuto la capa storici, politologi e prima ancora filosofi e pensatori. Io stesso non ho una posizione precisa.
Sicuramente concordo sull’esempio di cui sopra: Hitler era solo la valvola di sfogo del revanchismo tedesco degli anni 30. Morto lui, qualcun altro avrebbe fatto da valvola. Magari Himmler, magari Goebbels, magari un tizio tal dei tali che nel nostro continuum è finito a fare l’impiegato dell’ufficio catasto.
D’altra parte però mi chiedo: sicuri che con un tizio più sveglio al comando, la Germania avrebbe sempre e comunque perso la guerra, dato il suo accerchiamento geografico/politico e il suo ritardo economico/industriale sugli altri Paesi? E più in generale, sicuri che la storia abbia sempre e solo una via maestra, in cui le persone non contano niente e tutto viene deciso da rapporti di forza economica?
Ad esempio, restando in tema nazi, pensa all’Incidente di Mechelen. Ti sfido a dimostrarmi che se quel minchione non fosse andato in giro con documenti top secret in saccoccia, la storia non sarebbe cambiata.

Io: L’idea è un po’ diversa. La storia è determinata dai rapporti di forza economica e dalle leggi di movimento base degli esseri umani; ma, all’interno di questi limiti, rimane comunque un certo spazio di manovra per individui e gruppi. E, a seconda della posizione e del ruolo che riescono a raggiungere, alcuni di questi (es. i re e i condottieri di epoca pre-industriale) hanno il potere di operare cambiamenti sensibili nella Storia.
Un cambiamento locale non può modificare la Storia, ma un singolo cambiamento catastrofico (es. la peste nera che stermina il 99% della popolazione europea invece che il 30%, come in The Years of Rice and Salt) o una serie di cambiamenti simultanei o successivi sì.
Un uomo solo, in una posizione di potere non avrà la forza di cambiare il corso della Storia a suo piacere; ma potrà magari sfruttare i processi macroscopici in atto (su cui può intervenire limitatamente) e incanalarli in una direzione piuttosto che in un’altra. Inoltre, un uomo solo difficilmente avrà il potere di operare, da solo e consapevolmente, un cambiamento di rotta nella storia – soprattutto con il livello di interconnessione tra Paesi e uomini di oggi. Ciò che conta quindi non è l’azione di un singolo uomo speciale, ma l’interazione tra più uomini e organismi in posizioni di potere.
Riassumendo: ogni situazione (dalla Crisi di Cuba al rapporto USA-Europa-Cina attuale) ha più soluzioni possibili, con differenti gradi di probabilità. Quali soluzioni siano possibili, e con quale grado di probabilità, è determinato dalle “macro-forze” (e in primis i rapporti economici). Gli uomini al comando mantengono una limitata possibilità di spingere in una o in un’altra direzione; posto che la responsabilità di quello che sarà il futuro non poggia sulle spalle di uno solo, ma su tutto l’inter-gioco tra questi individui.

Incidente di Mechelen

La coppia di deficienti protagonista dell’incidente di Mechelen. Nessuno ha mai pensato di girare una commedia nera su di loro?

B: Sì, ma se io volessi scrivere un’ucronia, chessò, sul Protestantesimo sconfitto e i Papi che dominano in Europa per i successivi 400 anni, devo arrendermi al fatto che è impossibile e lasciar perdere o posso provarci comunque?

Io: Innanzitutto, bisogna documentarsi – studiare sia il periodo storico in cui vogliamo inserire il punto di divergenza, che le conseguenze storiche di quel periodo, così che potremmo immaginare quali differenze potrebbero esserci state con la divergenza storica. D’altronde, se voglio scrivere un’ucronia su un certo periodo storico, si presume che quel periodo mi interessi, no? Quindi non sarà un peso studiarmelo.
A questo punto, per come la vedo io si presentano due strade.
Una è quella dell’ucronia dura e pura, quella che nasce per rispondere alla domanda: what if? Insomma, pura speculazione storica. Il che significa che devo attenermi strettamente al buon senso, e ogni divergenza impossibile o anche solo molto improbabile andrebbe scartata. Il piacere del libro, infatti, qui nasce dalla verosimiglianza della speculazione – il brividino dato dal pensiero “pensa se invece che così fosse andata in quell’altro modo…”. Se quindi tu parti dall’idea di voler creare un Super-Papato che domina col dogma religioso l’Europa del Novecento, ma durante i tuoi studi scopri che è un’eventualità pressoché impossibile, devi rinunciare e non scrivere l’ucronia.
L’altra strada è quella che negli States viene talvolta chiamata gonzo-historical fiction. Ossia: prendiamo un’ipotesi divertente/accattivante e immaginiamo cosa potrebbe succedere se fosse andata così. Dall’Impero Austro-Ungarico che combatte la WWI con un esercito di zombie fino all’ucronia steampunk. In questo tipo di storia, ciò che conta è intrattenere il lettore con un’ipotesi bizzarra, uno scenario alternativo, quindi non importa che sia storicamente credibile. Quindi in questo caso sì, potresti scrivere un romanzo gonzo-historical basato sulle premesse di Pavane. Agli esseri umani piace leggere di scenari improbabili e assurdi. Flatland è uno dei romanzi fantastici migliori di tutti i tempi, eppure si basa su premesse del tutto illogiche (esseri bidimensionali che vivono e pensano come noi); andranno bene anche nazisti che creano legioni di robot.
L’importante è che sia chiaro che si tratta di un’ucronia gonza e non seria (se non è autoevidente dall’incipit e dalla copertina, si può sempre mettere un disclaimer), in modo da non ingannare coloro che cercano una speculazione seria; inoltre, per essere gradevole, un’ucronia gonza dovrebbe essere divertente, brillante, molto immedesimativa. Altrimenti che senso ha leggerla?

B: Quindi se Pavane avesse avuto in prima pagina l’etichetta “gonzo-historical”, ti sarebbe piaciuto?

Io: No. E’ comunque scritto male. E di regola, un’ucronia gonza dovrebbe essere scritta meglio di un’ucronia seria. Dato che non è interessante sotto il profilo speculativo, quantomeno dev’essere piacevole da leggere!

B: Mi hai convinto. Sei troppo figo.

Io: Grazie.

Leone su cavallo

Un’ucronia che mi piacerebbe leggere.

Qualche estratto
Nonostante tutte le cattiverie che ho detto su Pavane, ho cercato di scegliere degli estratti carini. Il primo è una descrizione di un semaforo dal punto di vista del giovane protagonista del racconto The Signaller (che come dicevo, è il migliore dei sei); il secondo, è un brano di un dialogo tra la castellana Lady Eleanor e il suo consigliere, dal racconto Corfe Gate, che in un certo senso esprime e riassume la filosofia di tutto il libro (nel bene e nel male).

1.
The child lay couched in long grass, feeling the heat of the sun strike through his jerkin to burn his shoulders. In front of him, at the conical crest of the hill, the magic thing flapped slowly, its wings proud and lazy as those of a bird. Very high it was, on its pole on top of its hill; the faint wooden clattering it made fell remote from the blueness of the summer sky. The movements of the arms had half hypnotised him; he lay nodding and blinking, chin propped on his hands, absorbed in his watching. Up and down, up and down, clap… then down again and round, up and back, pausing, gesticulating, never staying wholly still. The semaphore seemed alive, an animate thing perched there talking strange words nobody could understand. Yet words they were, replete with meanings and mysteries like the words in his Modern English Primer. The child’s brain spun.
Words made stories; what stories was the tower telling, all alone there on its hill? Tales of kings and shipwrecks, fights and pursuits, Fairies, buried gold… It was talking, he knew that without a doubt; whispering and clacking, giving messages and. taking them from the others in the lines, the great lines that stretched across England everywhere you could think, every direction you could see.
He watched the control rods sliding like bright muscles in their oiled guides. From Avebury. where he lived, many other towers were visible; they marched southwards across the Great Plain, climbed the westward heights of the Marlborough Downs. Though those were bigger, huge things staffed by teams of men whose signals might be visible on a clear day for ten miles or more. When they moved it was majestically and slowly, with a thundering from their jointed arms; these others, the little local towers, were friendlier somehow, chatting and pecking away from dawn to sunset.

2.
‘You know,’ she said, ‘it’s strange, Sir John; but it seemed this morning when I fired the gun I was standing outside myself, just watching what my body did. As if I, and you too, all of us, were just tiny puppets on the grass. Or on a stage. Little mechanical things playing out parts we didn’t understand.’ She stared into her wineglass, swilling it in her hands to see flame light and lamplight dance from the goldenness inside; then she looked up frowning, eyes opaque and dark. ‘Do you know what I mean?’
He nodded, gravely. ‘Yes, my Lady…’
‘Yes,’ she said. ‘It’s like a… dance somehow, a minuet or a pavane. Something stately and pointless, with all its steps set out. With a beginning, and an end… ‘ She tucked her legs under her, as she sat beside the fire. ‘Sir John,’ she said, ‘sometimes I think life’s all a mass of significance, all sorts of strands and threads woven like a tapestry or a brocade. So if you pulled one out or broke it the pattern would alter right back through the cloth. Then I think… it’s all totally pointless, it would make just as much sense backwards as forwards, effects leading to causes and those to more effects… maybe that’s what will happen, when we get to the end of Time. The whole world will shoot undone like a spring, and wind itself back to the start…’ She rubbed her forehead tiredly. ‘I’m not making sense, am I? It’s getting too late for me…’

Tabella riassuntiva

Un Novecento in cui convivono Medioevo e rivoluzione industriale. Premesse ucroniche fallaci e mondo poco credibile.
Alcune idee e marchingegni carini. Narratore onnisciente e abuso di raccontato rendono difficile appassionarsi.
Ritmo inesistente.
Cadute di retorica e di mistica per gonzi.

(1) Non sono un esperto di Inquisizione, quindi se volete approfondire l’argomento vi consiglio di chiedere a Zwei, che ha pure dedicato un articolo alle origini dell’istituzione.
Di sicuro, gli strumenti di tortura descritti da Roberts esistevano e furono impiegati dalla Chiesa almeno fino alla fine del Settecento; così come è vero che in alcuni periodi storici e luoghi l’Inquisizione ebbe grande potere e si attirò un certo odio.
Ma il punto è un altro: dir male dell’Inquisizione è un po’ come sparare sulla croce rossa. Non è più intelligente né più interessante dello scrivere un libro sul nazismo in cui si dice quant’era brutto il nazismo, quant’era cattivo Hitler. Srsly, un altro libro sull’Inquisizione cattiva? Ne abbiamo davvero bisogno?Torna su

(2) Per gli interessati, qui discuterò più approfonditamente l’assurdità delle premesse ucroniche del libro.
In primo luogo, la debolezza del Papato. La Riforma non segna affatto l’inizio del tramonto del potere di Roma, come molti pensano; al contrario, non è che il segno tangibile di una decadenza cominciata almeno un paio di secoli prima. Già nel corso del Duecento il Papato comincia a perdere un po’ del suo mordente sull’Europa; ma penso che il punto di non ritorno sia l’episodio dello schiaffo di Anagni. Il significato è semplice: un sovrano forte non ha bisogno del Papa per comandare nei suoi territori. Il Papato è stato forte finché le monarchie europee erano troppo deboli (e frammentate) per autogovernarsi, e avevano bisogno sia dell’assistenza dell’efficiente e ramificata organizzazione clericale, sia del riconoscimento simbolico del loro potere da parte dell’ideologia cattolica. Quando al contrario (a partire dal Trecento) le monarchie europee cominciano a diventare organismi centralizzati e funzionanti, il Papa diventa più un peso (per le sue ambizioni di controllo) che un alleato; a poco a poco, chi può prende le distanze. La Riforma cinquecentesca non è che l’ennesimo tentativo di scissione – con la differenza che riesce ad avere successo, facendo leva sulle ambizioni di autonomia dall’ingerenza papista e imperiale di molti principi e città-stato tedesche.
Il Papato non avrebbe mai più potuto acquistare supremazia politica sull’Europa, a meno di diventare anch’essa una potenza militare e/o economica come stava accadendo in quel periodo all’Inghilterra, all’Olanda e alla Francia. Anche se il Protestantesimo fosse stato soffocato, un altro movimento scissionista sarebbe nato venti o cinquanta o cento anni dopo, finché finalmente uno di essi avesse avuto successo. Anche se in Francia avesse vinto Enrico di Guisa, campione dei cattolici, nel giro di qualche generazione i sovrani di Francia avrebbero riaffermato la loro piena autonomia (facendo guerra al Papato o riaffermandosi protestanti, se necessario), dato che la linea guida della politica francese degli ultimi due secoli era stata quella della sovranità piena e autonoma sul proprio territorio.
Oltretutto, anche le nazioni più legate alla Chiesa Romana – come la Spagna – mai e poi mai furono schiave politiche del Papa. I re di Spagna avevano molto di più da temere dai banchieri genovesi – che li tenevano per i cordoni della borsa – che non dall’Inquisizione, che invece faceva un ragguardevole lavoro di pulizia generale.

L'assassinio di Enrico I, Duca di Guisa

“Hmm, signor Duca, non la trovo bene. Mi sa che a ‘sto giro il Papa perde, eh?”

Insomma, cosa sarebbe realisticamente successo se Elisabetta I fosse morta?
Be’, a mio parere non molto. Forse l’Inghilterra avrebbe perso il suo vantaggio strategico, ma sul medio periodo avrebbe comunque fatto ingoiare la merda alla Spagna: lo svantaggio economico spagnolo era strutturale, non contingente, per cui il fallimento della Spagna si sarebbe verificato comunque (per correggerlo, bisognerebbe tornare indietro nel tempo ben prima del 1588, e intronare re più avveduti). E l’esercito del Papa e dei suoi alleati era semplicemente troppo lontano per esercitare il pugno di ferro sull’Inghilterra. Del resto, l’economia vaticana era arretrata, e con la perdita di importanza del Mediterraneo è difficile immaginarsi un destino diverso, per il Papato, che non la decadenza e il ripiegarsi sulle faccende italiane (processo, del resto, già avviato nel Quattrocento).
Quindi, in sostanza, non penso che sarebbe cambiato molto. Ma accetto altre versioni.

Soprattutto, la cosa più inverosimile di Pavane è che per quattrocento anni non si verifichino altri moti ereticali e scissionisti dopo l’aborto del Protestantesimo. Anche nei periodi di massimo splendore del Papato (XII e XIII secolo) i movimenti ereticali erano all’ordine del giorno; non dovrebbero essercene a maggior ragione in un mondo in cui staccarsi dalla Chiesa Romana significherebbe avere libero accesso a tecnologie di livello post-rivoluzione industriale? Il vantaggio economico e politico di chi si staccasse dal cattolicesimo sarebbe talmente enorme che dovrebbe esserci un fuggi fuggi generale!Torna su

I Consigli del Lunedì #19: The Three Stigmata of Palmer Eldritch

Le tre stimmate di Palmer EldritchAutore: Philip K. Dick
Titolo italiano: Le tre stimmate di Palmer Eldritch
Genere: Science Fiction / Social SF / Psicologico
Tipo: Romanzo

Anno: 1965
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 280 ca.
Difficoltà in inglese: **

“You were wrong,” Eldritch said. “I did not find God in the Prox system. But I found something better.” […] “God,” Eldritch said, “promises eternal life. I can do better; I can deliver it.”

Nel XXI secolo, la Terra è diventata un inferno: le temperature sono talmente alte che di giorno è impossibile uscire all’aria aperta senza un’apposita tuta, e la maggior parte della popolazione vive in appartamenti sotterranei. Per sfuggire al suo destino il genere umano ha colonizzato diversi pianeti e satelliti del Sistema Solare, ma sono mondi inospitali. Per popolarli, le Nazioni Unite hanno istituito una leva obbligatoria: gli sfortunati che vengono scelti, sono condannati a passare il resto della loro vita in piccoli bunker isolati su Marte, o Venere, o Ganimede, a zappare la terra. La vita nelle colonie è talmente dura e priva di prospettive, che per evadere i coloni giocano alle bambole; ogni coppia ha infatti in dotazione un piccolo plastico della bambola Perky Pat che replica fedelmente una città della Terra nei suoi giorni migliori. Attraverso l’assunzione della droga illegale Can-D, i coloni possono vivere un’allucinazione collettiva che li porta all’interno del plastico, facendo incarnare le donne nella bambola Perky Pat, e gli uomini nel suo fidanzato Walt – e dimenticarsi così, per una buona mezz’ora, della loro vuota esistenza.
Barney Mayerson è un precognitivo che lavora per la P.P. Layouts, la multinazionale che detiene il monopolio dei plastici di Perky Pat e della Can-D; il suo lavoro è quello di anticipare quali prodotti saranno di moda nel futuro per farli produrre in esclusiva dalla sua azienda. Mayerson ha sacrificato tutto alla carriera, compresa la sua ex-moglie Emily, l’unico vero amore della sua vita, ma è infelice. E per di più, ha un sacco di problemi: la sua nuova assistente, Roni Fugate (che tra l’altro si porta a letto), minaccia di soffiargli il posto e lasciarlo a spasso; e le Nazioni Unite gli hanno mandato una notifica di arruolamento forzato nelle colonie, che lui vuole sfuggire a tutti i costi.
E anche Leo Bulero, ricchissimo e smaliziato proprietario della P.P. Layouts, ha i suoi problemi. Ha appena ricevuto la notizia del ritorno del magnate Palmer Eldritch, dopo dieci anni di assenza, dal sistema di Proxima Centauri. La sua nave si è schiantata su Plutone, e a bordo sono state trovate tracce di un lichene allucinogeno simile al Can-D. Che cos’ha rinvenuto Eldritch su Proxima? E quali sono i suoi piani? Eldritch è una minaccia solo per il suo business, o per l’intero Sistema Solare?

Dick si è già meritato un Consiglio su Tapirullanza, con la commedia un po’ minchiona The Zap Gun. Con Palmer Eldritch, uno dei suoi libri più interessanti, entriamo invece in una storia cupa e piena di amarezza.
L’intricata trama del romanzo si snoda in quattro storyline parallele: quella di Mayerson, determinato a sfuggire la leva provocandosi disturbi mentali, a consolidare la sua posizione all’interno dell’azienda e a dare un senso alla sua vita; quella di Bulero, impegnato a destreggiarsi tra le trappole delle Nazioni Unite e l’oscura minaccia di Palmer Eldritch; quella di Richard Hnatt, il nuovo marito di Emily con il sogno di farsi espandere il cervello com’è di moda tra i ricchi; e quella della piccola colonia marziana di Chicken Pox Prospects, dove tre coppie passano le loro giornate a drogarsi di Can-D e a fare sperimentazioni sessuali nel mondo di Perky Pat, sognando una vita migliore.
E le cose si complicano ulteriormente quando il romanzo comincia a esplorare il rapporto tra realtà e illusione, o tra differenti livelli di realtà… e protagonisti e lettori entrano in un’angosciante spirale di realtà dentro realtà dentro realtà.
Riuscirà il nostro scrittore preferito a far quadrare i conti?

Barbie Perky Pat

L’ispiratrice di Perky Pat.

Uno sguardo approfondito
Come avrete intuito dall’elefantiaca presentazione, Palmer Eldritch è un romanzo farcito di idee, avvenimenti e sub-plot. Dal dottor Sorriso, uno psicanalista portatile col compito di procurare nevrosi invece che guarirle, a Winnie-the-Pooh Acres, il satellite artificiale privato dei divertimenti di Leo Bulero, ai coyote telepatici marziani, ai disc-jockey che orbitano attorno a Marte e consegnano illegalmente la droga, Dick introduce con perfetta nonchalance una bizzarria ogni poche pagine.
Questa mole di idee, da un lato rende il mondo del romanzo più vivido, dall’altro mantiene sempre alto il ritmo: l’attenzione del lettore è tirata ora in una direzione, ora nell’altra, ed è molto difficile che ci si annoi. Il che vale anche per le conversazioni tra i personaggi – Dick ha la capacità di passare con naturalezza da un argomento all’altro, cosicché un dialogo può cominciare come un patema esistenziale, continuare con una disquisizione filosofica sul significato dell’Eucarestia e terminare nella pianificazione di una strategia per far fuori Palmer Eldritch. Per farla breve: m’è capitato di leggere anche 50 pagine di questo romanzo in full immersion, cosa che non mi capita spesso.
I concetti chiave, poi, sono rappresentati visivamente attraverso correlativi oggettivi. La trasformazione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo, diventano una rappresentazione della confusione tra fisico e metafisico, tra umano e divino che avviene nel romanzo; le tre stimmate – i denti d’acciaio, la mano artificiale, gli occhi Jensen di Eldritch – oltre a essere un’immagine affascinante, simboleggiano la lenta e strana invasione di Eldritch nel Sistema Solare. E il lettore comincia a tremare ogni volta che le stimmate appaiono…

Naturalmente, niente di tutto questo ha una base scientifica. I fan dell’Hard SF rimarrebbero probabilmente delusi nello scoprire che, per esempio, Dick non si cura minimamente di giustificare il folle riscaldamento globale della Terra dei suoi anni. Le cose stanno così: punto.
Né la colonizzazione dei pianeti del Sistema Solare è presentata con un minimo di rigore. Marte sembra soltanto la versione più dura e remota di quello che poteva essere il Far West nell’Ottocento – terra arida difficile (ma non impossibile) da coltivare, con una flora e una fauna nativa (i coyote, per esempio), e temperature fredde ma non insopportabili.

Palmer Eldritch

Una possibile rappresentazione di Palmer Eldritch. Non fate caso alle ali demoniache.

Fatto più grave, Dick apre troppe parentesi e non sempre è in grado di svilupparle bene.
Prendiamo Perky Pat. Chi ha avuto la fortuna di leggere il racconto originale in cui compariva questo alienante plastico ispirato alla Barbie, si accorgerà subito che nel romanzo è presentato un po’ di fretta, e rimane molto sottosfruttato. Il potere ipnotico di Perky Pat è presentato molto di fretta, quasi più come infodump tra i discorsi dei dipendenti della P.P. Layout o tra i coloni marziani, mentre di “mostrato” c’è più che altro la delusione e il declino del successo del plastico.
Mi lascia perplessa anche il Chew-Z, la nuova droga nonché device centrale del romanzo. Quali siano i suoi effetti e i suoi limiti non è mai chiarissimo, ma, quel che è peggio, sembra che non sia chiarissimo nemmeno a Dick: la portata del Chew-Z sembra infatti cambiare a seconda del momento. Crea solo illusioni o reali continuum alternativi? Le tracce “fantasmatiche” sono solo immagini, o reali cloni, o estensioni di un unico sé stesso? Si viaggia contemporaneamente nel passato e nel futuro, o in solo una direzione? E la direzione è determinata da Eldritch (e: sempre, o solo a volte?), o se no, da chi? La risposta sembra cambiare a seconda della pagina. E leggendo le lunghe discussioni dei personaggi su questi argomenti, a volte sembra che Dick le abbia scritte più per chiarire le idee a sé stesso mentre sviluppava la trama, che per esigenze di trama.
Altre idee che sembravano promettere bene, vengono semplicemente abbandonate. Come le operazioni per espandere il cervello nella clinica del dottor Denkmal, di cui Leo Bulero è cliente fisso e che Richard Hnatt sogna da sempre. Elemento di una certa importanza nelle prime 70 pagine del libro – tanto che gli è dedicato quasi un intero capitolo – viene poi completamente abbandonato in seguito a un plot twist. Lo stesso accade alla storyline di Hnatt, che dopo la prima metà del libro letteralmente sparisce dalla storia (anche se verremo a conoscenza del destino del personaggio durante le storyline degli altri personaggi-pov)!

Questo, del resto, non è che il segno più vistoso di una certa confusione di Dick riguardo alla trama del suo stesso romanzo. Quello che parte come un romanzo corale con una moltitudine di pov, da metà romanzo in poi si semplifica a un’unica storyline principale, con le altre che fanno da supporto; Mayerson diventa protagonista unico, e gli altri co-protagonisti passano a essere personaggi secondari. Un simile cambio di registro è un po’ spaesante.
D’altronde, se dovessi pensare a come migliorare il romanzo, sarei in difficoltà. Mi si presentano infatti due alternative antitetiche. Da una parte, si potrebbe raccontare il romanzo dal solo punto di vista di Mayerson: in questo modo, sarebbe più immersivo, più intimo, più coinvolgente da un punto di vista emotivo. La seconda parte del romanzo è migliore della prima, proprio perché viviamo più da vicino l’angoscia, l’asfissia, il dramma privato del protagonista.
D’altro canto, però, io amo i romanzi corali, e mi dispiacerebbe dover rinunciare all’istrionico Bulero come co-protagonista; e del resto, molti passaggi chiave del romanzo sarebbero difficili da presentare limitandosi al pov di Mayerson. Nel caso mantenessi la struttura multi-pov, comunque, eliminerei la storyline di Hnatt (le poche scene con il suo pov che siano di interesse per la trama generale, infatti, possono essere mostrate attraverso il pov di Mayerson o di Bulero), in modo da semplificare la trama; inoltre, darei più spazio al pov dei coloni marziani nella prima parte. La vita nelle colonie su Marte, infatti, è uno dei temi centrali del romanzo (nonché una delle parti più interessanti), ma nella prima parte del libro ci si riferisce molto ad essa – nei dialoghi, nei pensieri – ma la si vede poco. Più capitoli dedicati ai coloni, inoltre, permetterebbero di approfondire argomenti interessanti come Perky Pat, il traffico e l’assunzione di Can-D, i metodi per colonizzare il pianeta; e renderebbero meno traumatica la transizione alla seconda parte del libro 1.

Chew-Z

Circa.

Questi difetti di struttura non minano, comunque, quello che è l’altro grande pregio del romanzo – ossia i personaggi e la loro psicologia. Questa è probabilmente la ragione per cui ancora oggi Dick rimane il mio scrittore preferito: i suoi personaggi – emotivi, indecisi, complicati, complessati – sono tra i migliori che si possano trovare nella narrativa di genere. All’estremo opposto dei burattini senz’anima di Clarke o di molti romanzi della LeGuin, sono loro a pilotare la trama, facendole a volte prendere direzioni inaspettate, ma sempre in accordo con la loro psicologia. E sono anche personaggi che evolvono: Mayerson soprattutto, ma in misura minore anche gli altri, alla fine del romanzo saranno diversi da quelli che erano all’inizio.
E bisogna fare i complimenti a Dick, per essere riuscito a farci simpatizzare con individui tanto sgradevoli. In Palmer Eldritch, infatti, nessuno ci fa bella figura. Da una parte, i personaggi newyorkesi – Mayerson, Bulero, Roni Fugate, Hnatt – sono degli arrivisti, egocentrici e meschini, che si lasciano spesso e volentieri andare a bassezze e temono di continuo (non a torto) di essere pugnalati alle spalle da colleghi e “amici”. Dall’altra, i personaggi marziani sono gente piegata, depressa, il cui quesito principale è di che droga drogarsi e come far passare il tempo. In mezzo, Palmer Eldritch, personaggio titanico e affascinante; nominato fin dalle prime pagine, la sua apparizione è continuamente ritardata, ma quando finalmente compare, be’, ci fa la sua porca figura!

La capacità di provare empatia verso i personaggi di un libro viene in gran parte dalla gestione del pov, e Dick ne fa un uso quasi perfetto: tutto è sempre filtrato dal personaggio punto di vista, dai suoi occhi e dai suoi pensieri. E la voce di Mayerson, cinica, amara e piuttosto passiva, è molto diversa da quella del baldanzoso Bulero – che grazie al suo cervello potenziato schizza continuamente da una catena di pensieri all’altra, elaborando piani e agendo, agendo, agendo. E quando nel romanzo distinguere realtà e illusione comincia a diventare complicato, il lettore si trova a provare la stessa confusione dei suoi personaggi, la stessa angoscia…
Dico “quasi” perfetto, comunque, perché a dire il vero uno scivolone lo fa. Mi riferisco al pov delle scene di Chicken Pox Prospects: invece di essere focalizzato su uno solo dei sei membri della colonia, il pov schizza da uno all’altro, come se costituissero una sorta di coscienza collettiva. Imputo questa gestione del pov a una distrazione di Dick, perché non dà nessun vantaggio, mentre al contrario crea una certa confusione; si fa sempre fatica a capire chi sta parlando e a distinguere un personaggio dall’altro. Aldilà dei salti di pov, poi, i sei coloni sono troppo poco differenziati – rimangono dei nomi volanti.

Philosoraptor si interroga sulla droga

Il philosoraptor si interroga sulle implicazioni sociali di questo romanzo.

The Three Stigmata of Palmer Eldritch è un romanzo estremamente suggestivo, e si legge che è un piacere. Un romanzo che mette insieme capitalismo selvaggio, alienazione, droghe, invasioni mentali, pazzia, religione, drammi esistenziali e speculazioni filosofiche.
Poteva essere meglio? Sì, se solo Dick si fosse preso uno o due anni per scriverlo, anziché qualche mese. Se avesse potuto organizzare meglio la trama e riflettere meglio sull’esatta portata di device chiave come il Chew-Z; se avesse potuto lavorare più a lungo sullo stile, per esempio sfoltendo il libro da tutti quegli avverbi. Pazienza.
E’ figo lo stesso.

Dove si trova?
Come ho già detto parlando di The Zap Gun, Philip K. Dick è in assoluto uno degli scrittori di genere più facili da trovare. In lingua originale, potete trovarlo su BookFinder, Library Genesis e sul canale #ebooks di IrcHighway. In italiano, potete affidarvi a Emule oppure comprare l’edizione Fanucci in libreria – Palmer Eldritch lo trovate di sicuro, continuano a ristamparlo.

Chi devo ringraziare?
Probabilmente l’elenco sarebbe lungo e complicato, ma chi mi ha convinto più di tutti credo sia stato Lawrence Sutin, autore di una curiosa (e ricca) biografia su Dick, Divine Invasions.
Sutin è pure fin troppo entusiasta di Palmer Eldritch, e gli dà la bellezza di 10/102. Esagera, ma posso capirlo.

Divine invasioni di Lawrence Sutin

Diffido dei blurb, ma in questo caso devo ammettere che ha ragione. Inquietante.

Qualche estratto
Per i due estratti di oggi, ho scelto la prima scena in cui i coloni di Marte entrano nel plastico di Perky Pat, e la prima, inquietante apparizione (piuttosto tardi nel romanzo) di Palmer Eldritch.

1.
He shut the door of the compartment, then swiftly got out his own Perky Pat layout, spread it on the floor, and put each object in place, working at eager speed. […] for him life on Mars had few blessings.
“I think,” Fran said, “you’re tempting me to do wrong.” As she seated herself she looked sad; her eyes, large and dark, fixed futilely on a spot at the center of the layout, near Perky Pat’s enormous wardrobe. Absently, Fran began to fool with a min sable coat, not speaking.
He handed her half of a strip of Can-D, then popped his own portion into his mouth and chewed greedily.
Still looking mournful, Fran also chewed.
He was Walt. He owned a Jaguar XXB sports ship with a fiatout velocity of fifteen thousand miles an hour. His shirts came from Italy and his shoes were made in England.
As he opened his eyes he looked for the little G.E. clock TV set by his bed; it would be on automatically, tuned to the morning show of the great newsclown Jim Briskin. In his flaming red wig Briskin was already forming on the screen. Walt sat up, touched a button which swung his bed, altered to support him in a sitting position, and lay back to watch for a moment the program in progress.
“I’m standing here at the corner of Van Ness and Market in downtown San Francisco,” Briskin said pleasantly, “and we’re just about to view the opening of the exciting new subsurface conapt building Sir Francis Drake, the first to be
entirely underground. With us, to dedicate the building, standing right by me is that enchanting female of ballad and–”
Walt shut off the TV, rose, and walked barefoot to the window; he drew the shades, saw out then onto the warm, sparkling early-morning San Francisco street, the hills and white houses. This was Saturday morning and he did not have to go to his job down in Palo Alto at Ampex Corporation; instead–and this rang nicely in his mind–he had a date with his girl, Pat Christensen, who had a modern little apt over on Potrero Hill.
It was always Saturday.
In the bathroom he splashed his face with water, then squirted on shave cream, and began to shave. And, while he shaved, staring into the mirror at his familiar features, he saw a note tacked up, in his own hand.

THIS IS AN ILLUSION. YOU ARE SAM REGAN, A COLONIST ON MARS. MAKE USE OF YOUR TIME OF TRANSLATION, BUDDY BOY. CALL UP PAT PRONTO!

And the note was signed Sam Regan.

Chiuse la porta dello scompartimento; quindi, tirò rapidamente fuori il suo progetto di Perky Pat, lo distese sul pavimento e mise ogni oggetto al suo posto, lavorando con impaziente rapidità. […] per lui la vita su Marte presentava pochi aspetti positivi.
— Penso che tu stia cercando di indurmi in tentazione — disse Fran. Si mise a sedere e sembrava triste; i suoi occhi, grandi e scuri, fissavano, senza guardare, un punto al centro del progetto, vicino all’enorme guardaroba di Perky Pat. Con fare assente, Fran iniziò a giocherellare con un cappotto nero miniaturizzato, senza parlare.
Le passò una mezza stecca di Can-D, poi si sparò in bocca la propria parte e masticò avidamente.
Conservando la sua aria luttuosa, anche Fran masticò.
Lui era Walt. Possedeva una navicella Jaguar XXB Sport, capace di una velocità massima di quindicimila miglia all’ora. Le sue camicie provenivano dall’Italia e le scarpe erano made in England. Aprì gli occhi e il piccolo televisore-orologio General Electric posto vicino al suo letto; si accese automaticamente, sintonizzato sullo show del mattino del grande infoclown Jim Briskin. Con la sua parrucca rosso fiammante Briskin stava già prendendo forma sullo schermo. Walt si mise a sedere, toccò un bottone che fece rialzare metà del suo letto, in modo da sostenergli la schiena, e si abbandonò all’indietro, guardando per un attimo il programma in onda.
— Sono qui all’angolo tra la Van Ness Avenue e Market Street, nel centro di San Francisco — disse Briskin, amabilmente — e stiamo per assistere all’apertura del nuovo sensazionale condominio subsuperficiale Sir Francis Drake, il primo costruito interamente sottoterra. Con noi, per inaugurare l’edificio, proprio qui al mio fianco, abbiamo un’incantevole artista e…
Walt spense la tv, si alzò e si diresse scalzo alla finestra; tirò le tende e restò a guardare le tiepide e scintillanti strade di San Francisco, di prima mattina, le colline e le case bianche. Era sabato e non doveva recarsi al lavoro, fino a Palo Alto, alla Ampex Corporation.
Invece — e ciò suonava meravigliosamente alle sue orecchie — aveva un appuntamento con la sua ragazza, Pat Christensen, che possedeva un piccolo appartamento moderno su a Potrero Hill.
Era sempre sabato.
In bagno, si gettò dell’acqua in faccia, premette sul tubetto di crema da barba e iniziò a radersi. E mentre si radeva, fissando nello specchio le proprie familiari fattezze, vide appiccicato un appunto di proprio pugno.

QUESTA È UN’ILLUSIONE. TU SEI SAM REGAN, COLONO SU MARTE. SFRUTTA A DOVERE IL TUO TEMPO DI TRASLAZIONE, AMICO. CHIAMA PAT IMMEDIATAMENTE!

E l’appunto era firmato Sam Regan.

Barbie vecchia

La verità che hanno sempre nascosto ai coloni marziani…

2.
From the ship stepped Palmer Eldritch.
No one could fail to identify him; since his crash on Pluto the homeopapes had printed one pic after another. Of course the pics were ten years out of date, but this was still the man. Gray and bony, well over six feet tall, with swinging arms and a peculiarly rapid gait. And his face. It had a ravaged quality, eaten away; as if, Barney conjectured, the fat-layer had been consumed, as if Elditch at some time or other had fed off himself, devoured perhaps with gusto the superfluous portions of his own body. He had enormous steel teeth, these having been installed prior to his trip to Prox by Czech dental surgeons; they were welded to his jaws, were permanent: he would die with them. And–his right arm was artificial. Twenty years ago in a hunting accident on Callisto he had lost the original; this one of course was superior in that it provided a specialized variety of interchangeable hands. At the moment Eldritch made use of the five-finger humanoid manual extremity; except for its metallic shine it might have been organic.
And he was blind. At least from the standpoint of the natural-born body. But replacements had been made– at the prices which Eldritch could and would pay; that had been done just prior to his Prox voyage by Brazilian oculists. They had done a superb job. The replacements, fitted into the bone sockets, had no pupils, nor did any ball move by muscular action. Instead a panoramic vision was supplied by a wide-angle lens, a permanent horizontal slot running from edge to edge. The accident to his original eyes had been no accident; it had occurred in Chicago, a deliberate acid-throwing attack by persons unknown, for equally unknown reasons . . . at least as far as the public was concerned. Eldritch probably knew. He had, however, said nothing, filed no complaint; instead he had gone straight to his team of Brazilian oculists. His horizontally slotted artificial eyes seemed to please him; almost at once he had appeared at the dedication ceremonies of the new St. George opera house in Utah, and had mixed with his near-peers without embarrassment. Even now, a decade later, the operation was rare and it was the first time Barney had ever seen the Jensen wide-angle, luxvid eyes; this, and the artificial arm with its enormously variable manual repertory, impressed him more than he would have expected . . . or was there something else about Eldritch?
“Mr. Mayerson,” Palmer Eldritch said, and smiled; the steel teeth glinted in the weak, cold Martian sunlight. He extended his hand and automatically Barney did the same.

Dall’astronave uscì Palmer Eldritch.
Era lui, non ci si poteva sbagliare: da quando era precipitato su Plutone, gli omeogiornali avevano pubblicato un gran numero di foto. Ovviamente, le foto erano vecchie di dieci anni, ma il tipo era rimasto lo stesso. Grigio e ossuto, ben oltre il metro e ottanta di altezza, con braccia ciondolanti e un’andatura particolarmente rapida. E la sua faccia aveva un che di devastato, di smangiato, come se, ipotizzò Barney, lo strato di grasso si fosse completamente consumato, come se Eldritch, a un certo punto, si fosse cibato di se stesso, divorando magari di gusto le parti superflue del suo stesso corpo. Aveva enormi denti d’acciaio, che gli erano stati installati prima della partenza per Proxima da un dentista chirurgo ceco: erano saldati alla mandibola, fissi. Gli sarebbero durati tutta la vita. E poi… il suo braccio destro era artificiale. Aveva perso quello vero vent’anni prima, in un incidente di caccia su Callisto; quello nuovo, ovviamente, era migliore, nel senso che era dotato di una sofisticata serie di mani intercambiabili. In quel momento, Eldritch stava utilizzando l’estremità manuale simil-umana a cinque dita; a parte il luccichio metallico, avrebbe potuto anche essere organica.
Inoltre, era cieco. Almeno dal punto di vista degli organismi naturali. Ma aveva fatto dei trapianti, al prezzo che poté e volle pagare: era stato operato da oculisti brasiliani, appena prima di partire per Proxima. Avevano fatto uno splendido lavoro. I ricambi, collocati all’interno delle cavità oculari, erano privi di pupille, e i due bulbi non erano mossi da alcun muscolo. Erano dotati, invece, di visione panoramica, prodotta da lenti grandangolari che, come immobili fessure orizzontali, li bisecavano. L’incidente agli occhi non era stato un incidente: era successo a Chicago, un deliberato assalto al vetriolo compiuto da ignoti, per ragioni altrettanto ignote… almeno all’opinione pubblica. Eldritch, probabilmente, lo sapeva. Però, non aveva detto nulla, non aveva sporto denuncia, ed era andato subito dal suo team di oculisti brasiliani. I suoi occhi artificiali a fessura orizzontale parvero piacergli: quasi subito si era presentato alla cerimonia di inaugurazione del Teatro dell’Opera di St. George, Utah, e si era mescolato ai suoi quasi-pari senza alcun imbarazzo. Persino ora, dopo dieci anni, quell’operazione veniva tentata raramente, e Barney vedeva per la prima volta gli occhi luxvid grandangolari Jensen.
Questi e il braccio artificiale, con il suo vasto repertorio di opzioni manuali, lo impressionarono più di quanto si aspettasse… o, forse, c’era qualcos’altro in Eldritch?
— Signor Mayerson — disse Palmer Eldritch, e sorrise; i denti d’acciaio scintillarono nella debole e fredda luce di Marte. Tese la mano e Barney, meccanicamente, fece lo stesso.

Tabella riassuntiva

Un viaggio allucinante tra realtà e finzione, tra reale e mentale, tra umano e divino. Idee un po’ confuse sui device principali del romanzo.
Ritmo serrato e un’idea dopo l’altra. Troppe storyline e sub-plot che si perdono per strada.
Atmosfera cupa, personaggi cinici e complessi. Cattiva gestione del pov a Chicken Pox Prospects.
Palmer Eldritch è un gran fiQo.

(1) Inoltre, come incipit del romanzo sceglierei l’ambientazione marziana (che invece appare solo nel terzo capitolo), così da “acchiappare” subito il lettore. L’incipit attuale – Mayerson a New York, che ha appena finito di farsi la sua assistente – non è un granché.Torna su
(2) Ecco un estratto dal libro di Sutin:

Ma se volete leggere un libro mozzafiato, che si divora in un lampo, e parla di una Terra segretamente invasa da forze aliene che vanno ben al di là della nostra comprensione, mentre Barney Mayerson passa attraverso innumerevoli realtà alternative cercando, in una di queste, solo in una, di riconquistare sua moglie, e i disperati coloni di Marte bramano lo splendido e luccicante mondo di Perky Pat, e Leo Bulero si rivolge al Dottor Sorriso, che desta non poca diffidenza, per aiutarlo a sfuggire al topo gigantesco, e Palmer Eldritch si rivela essere tutti, almeno per un o’, e riuscite a far quadrare l’insieme – con un po’ più di attenzione – in una commovente parabola sulla natura della realtà e sulla lotta per le nostre anime eterne, allora dovreste leggere Palmer Eldritch.

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I Consigli del Lunedì #18: A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court

Un americano alla corte di Re ArtùAutore: Mark Twain
Titolo italiano: Un americano alla corte di Re Artù
Genere: Fantasy / Gonzo-Historical / Commedia / Picaresque
Tipo: Romanzo

Anno: 1889
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 350 ca.
Difficoltà in inglese: ***

So the world thought there was a vast matter at stake here, and the world was right, but it was not the one they had in their minds. No, a far vaster one was upon the cast of this die: the life of knight-errantry. I was a champion, it was true, but not the champion of the frivolous black arts, I was the champion of hard unsentimental common-sense and reason. I was entering the lists to either destroy knight-errantry or be its victim.

Un bel giorno Hank Morgan, giovane ingegnere del Connecticut, in seguito a una botta in testa crolla svenuto e si risveglia nell’Inghilterra del VI secolo d.C. Un cavaliere lo cattura e lo porta al castello del suo signore: il castello di Camelot, dove re Artù, il mago Merlino e i cavalieri della Tavola Rotonda gozzovigliano in allegria.
Inizialmente incredulo e convinto di trovarsi in un manicomio, a poco a poco Hank realizzerà non solo di aver davvero viaggiato indietro nel tempo, ma di poterne trarre vantaggio. Forte della sua scienza superiore, della sua capacità di costruire di tutto – pistole, cannoni, motori, eccetera – e del suo spirito pratico da yankee del Connecticut, Hank si farà largo in questo secolo barbaro, acquistando prestigio e fama di grande mago. Il suo scopo ultimo? Distruggere la cavalleria, la monarchia, la Chiesa, e portare in questi secoli bui la luce della civiltà e il bon ton del diciannovesimo secolo.

A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court è una divertente commedia giocata sul contrasto tra la razionalità pratica di uno yankee di fine Ottocento e la sognante stupidità del Medioevo feudale. Più che il Medioevo reale, a dire il vero, la satira di Twain colpisce la letteratura cavalleresca del Medioevo. La Camelot visitata da Hank non è un vero spaccato dell’Inghilterra del VI secolo, ma piuttosto il modo in cui le corti feudali del Due-Trecento – gente priva di prospettiva storica – si immaginavano quell’epoca: troviamo infatti cotte di piastre, tornei, il vassallaggio già istituito, e una Chiesa cattolica diffusa e ben organizzata.
Il romanzo ha un andamento picaresco: nel corso dei suoi viaggi attraverso quest’immaginaria Inghilterra medievale, lo yankee incontrerà una serie di personaggi e vivrà una serie di avventure. C’è una trama generale che si muove man mano che il protagonista procede nelle sue peregrinazioni, ma la maggior parte degli episodi è autoconclusiva. Ma, rispetto alla tradizione dei romanzi “di viaggio” sette-ottocenteschi, il personaggio di Hank non sarà solo uno spettatore passivo del mondo del romanzo o una vittima degli eventi, bensì diventerà il motore di un portentoso cambiamento…

Medieval Pedobear

Lo yankee si mimetizza nella folla.

Uno sguardo approfondito
Nello stile di Twain troviamo una giustapposizione di una prosa già moderna a residui di vekkiume.
Per esempio, anche in A Connecticut Yankee, nella tipica tradizione ottocentesca – dal Frankenstein di Mary Shelley al Lord Jim di Conrad – la narrazione principale è inserita in una cornice. In quest’ultima, l’Autore in persona conosce il protagonista della storia. Qualche bicchierino, e l’uomo si lascia andare a qualche confessione sulle sue prodigiose avventure, dopodiché lascia all’autore un diario contenente le sue memorie; e quando Twain comincia a leggere, allora inizia il romanzo vero e proprio. La cornice è poi recuperata in chiusura di romanzo, quando noi, e Twain con noi, finiamo di leggere le memorie e scopriamo cosa ne è stato del protagonista.
Oggi, per come siamo abituati, una cornice come questa sarebbe perfettamente inutile e anche controproducente, ma all’epoca era un’espediente quasi immancabile nella narrativa fantastica. I lettori, evidentemente meno abituati al fantastico, avevano bisogno di essere introdotti per gradi al sense of wonder, e attraverso una serie di filtri distanzianti (non è mai l’Autore a vivere in prima persona o a immaginare gli eventi della storia, ma li trae dalle parole di un’altra persona, o di un libro, e così via), perché potesse scattare la sospensione dell’incredulità. Oggi, gli svantaggi della cornice sono evidenti: sappiamo già dall’inizio che Hank non solo se la caverà, ma riuscirà anche a tornare al tempo presente per poter incontrare l’Autore. La suspence è ammazzata.

E veniamo, infatti, a un altro residuo di vekkiume che si incontra nel romanzo. Il corpo del romanzo è narrato in prima persona dallo yankee, e Twain dà alla sua voce narrante una coloratura pacata, lievemente divertita, da gentleman; una voce che ricorda romanzi come Tre uomini in barca di Jerome. Troviamo anche la tendenza, tipica dei romanzi pre-novecenteschi, di mescolare narrazione, aneddotica e pamphlettistica: in una pausa tra una situazione e l’altra, o in risposta a qualcosa che l’ha colpito, Hank non si fa problemi a lanciarsi in digressioni su questa o quell’istituzione o costume dell’Inghilterra medievale, o a fare paragoni tra il VI e il XIX secolo, o a disquisire di questioni teoriche come il giusto rapporto fra Stato e Chiesa o vantaggi e svantaggi della monarchia assoluta. Ciò che oggi chiamiamo infodump.
Una simile voce narrante, benché si sposi con i toni da commedia leggera del romanzo, distruggono la tensione e provocano nel lettore un distanziamento emotivo. Anche se, bisogna riconoscerglielo, in alcuni episodi “più sentiti” Twain riesce ad adottare toni più ravvicinati e drammatici: come il capitolo sulla casa colpita dalla peste, o quello in cui il protagonista rischia il patibolo, o i capitoli finali sulla grande guerra.

Mucca cavalleresca

D’altro canto, Twain è un bravo mostratore, molto più di parecchi scrittori contemporanei. Nel descrivere un luogo, o una situazione o uno stato d’animo, impiega sempre dettagli concreti. Le sue descrizioni in genere sono ridotte all’osso, ma precise; Twain inserisce solo i dettagli che servono per poter seguire la storia. Per mostrare il modo in cui Hank, giorno dopo giorno, si rende conto dell’abisso apertosi tra la sua vecchia vita nel Connecticut e quella presente nel VI secolo, descrive la spartana dimora che gli è stata assegnata nel castello di Camelot e la mette a confronto, mobile dopo mobile, comodità dopo comodità, con una qualsiasi casa dei tempi moderni.
O ancora, vediamo come viene mostrato il personaggio di Sandy, damigella che segue lo yankee in alcune delle sue avventure e ha la brutta abitudine di non chiudere mai la bocca (e naturalmente, come tutte le donne, di dire solo frivolezze). Per comodità inserirò la citazione solo in italiano:

Era una creatura docilissima e di buon cuore, ma quel suo incessante macinar parole come un mulino, faceva venire il mal di testa, come il rumore di carri in città. Se avesse avuto un tappo, sarebbe stato un sollievo.

E Twain porta avanti la similitudine per diverse e righe (e pagine), infatti poco dopo:

Il suo cianciare andava avanti tutto il giorno e veniva fatto di pensare che, a un certo punto, sarebbe sicuramente accaduto qualcosa agli ingranaggi. Macché, non si guastavano mai, e non era mai costretta a rallentare per mancanza di parole. Era capace di macinare, pompare, frullare e ronzare per settimane, senza mai fermarsi per mettere un po’ d’olio o aprire lo sfiatatoio. Non avevo badato al suo mulino durante la mattinata perché mi trovavo in un vespaio di altri guai; ma in quel pomeriggio dovetti dirle più di una volta: – Riposati, bambina, se vai avanti così a consumare tutta l’aria del paese, il regno sarà costretto a importarne dell’altra per domani, e le finanze dello Stato sono già abbastanza povere senza questa spesa.

Medieval Bel Air

Una delle storie di Sandy?

Come da tradizione per questo genere di romanzi, il protagonista ha una psicologia semplice e ridotta all’osso. Poche le linee guida che lo muovono, e che rimangono coerenti per tutto il romanzo: pratico, moderatamente puritano, amante dell’uguaglianza, con una visione del mondo estremamente razionale, imprenditore nato – insomma, lo yankee ottocentesco per antonomasia! In realtà, nel corso del romanzo, avviene in lui una certa evoluzione psicologica; ma si tratta di cambiamenti marginali, che vengono sottolineati solo in alcuni episodi circoscritti, e che non intaccano le linee guida della sua personalità né l’andamento generale della trama.
La cosa bella, è che Twain non ha fatto dei Hank il veicolo delle proprie opinioni, né un muro bianco su cui proiettare le stramberie dell’Inghilterra feudale; no, lo stesso yankee, e il mondo che rappresenta, diventano un oggetto comico. Hank prende in giro l’ingenuità dell’uomo medievale, ma poi spera di poter migliorare i costumi del VI secolo mandando alla ventura cavalieri con indosso réclame di saponi o dentifrici da lui stesso inventati, da diffondere nelle corti e da far indossare a tutti gli altri cavalieri che dovessero “catturare”! Ed è sempre lui a sognare di fare di ogni cavaliere un lavoratore modello di una delle sue nascenti aziende, e a far svalutare le monete che una volta all’anno il re elargisce ai sudditi per raggirare i postulanti e far risparmiare soldi alle casse dello Stato.
Proprio per questo, è un peccato quando Twain fa lanciare il suo personaggio in invettive morali sulla bruttura dello schiavismo e dell’aristocrazia, sulla necessità dell’uguaglianza e del suffragio universale. Essendo un uomo che viene dal New England della fine dell’Ottocento, non è difficile che possa avere delle idee del genere; ma è il modo didattico e grave in cui le enuncia a dare fastidio, un po’ perché sono cose che abbiamo letto e sentito chissà quante volte, un po’ perché sembrano fuori tema rispetto al carattere alla buona del personaggio. Non so; non conosco abbastanza né Mark Twain né la mentalità degli intellettuali dell’epoca per sapere se in quei passaggi effettivamente Hank diventi il veicolo delle idee dell’autore, o piuttosto non sia un ulteriore effetto comico (lo yankee fa tante concione morali, ma poi quando si tratta di soldi e di affari che lo riguardano direttamente, è peggio di un brianzolo!).

Il succo del romanzo, però, è naturalmente il ritratto della cavalleria. Che è divertentissimo. I Cavalieri della Tavola Rotonda sono come degli eterni bambini; si sfidano a duello, fanno a chi ha ucciso più giganti con un pugno solo, poi quando gli gira partono “alla Ricerca del Graal” e vagano più o meno a caso per anni e anni, vivendo avventure, e puntualmente bisogna mandare delle spedizioni di altri cavalieri a recuperarli. Gli uomini della corte di Camelot, e Artù stesso, sembrano in uno stato di allucinazione perenne – vedono avventure in ogni dove, trasformano un porcile in un castello incantato, i suini in principesse rapite, e i fattori in perversi orchi da sventrare.
Allo stesso modo Twain prende in giro la noiosissima letteratura cavalleresca, e le sue infinite ripetizioni di duelli in cui puntualmente le lance si rompono contro gli scudi, e i cavalieri vengono gettati giù da cavallo e il cavallo gli cade sopra, e i prodi più valorosi sbaragliano anche venti avversari uno dopo l’altro. I dialoghi tra lo yankee e la trasognata Sandy sono spassosissimi, e ho dovuto resistere alla tentazione di spammarne pagine e pagine nella sezione degli estratti – ma avrei finito con lo scrivere un immane articolo da 10000 parole e non mi sembrava il caso.
Certo, il Medioevo descritto da Twain è esagerato e grottesco, e chiunque abbia studiato un minimo di storia medievale si rende conto che bisogna prendere con le pinze ogni parola di questo romanzo. Gli uomini dell’epoca non erano un branco di ritardati (benché con ogni probabilità avessero un QI medio più basso), ma gente che sapeva come vivere e cavarsela nelle condizioni di quel periodo. Tuttavia, si tratta di un ritratto molto più fedele alla realtà di quello che potrete mai trovare nel “medieval fantasy” medio (o negli Elder Scrolls, se è per questo).

Skyrim Boromir

Uno non si imbatte semplicemente in fantasy medievali decenti.

E poi, naturalmente, c’è l’incontro tra l’antico e il moderno! Oltre ai cavalieri che vanno in giro coi cartelloni pubblicitari appesi al collo, abbiamo cavi del telegrafo che corrono tra capanne di fango, un cavaliere fatto esplodere con la dinamite, un giornale sportivo che descrive i duelli come fossero partite di baseball, e una giostra che finisce a revolverate.
Certo, l’idea del progresso tecnologico accelerato non è realizzata in modo troppo credibile, soprattutto se la raffrontiamo a un romanzo “serio” come Jack Faust di Swanwick (Consiglio #10). Anche tenuto conto della posizione raggiunta da Hank in seno alla corte di re Artù, è tutto troppo facile; in troppi pochi anni riesce a creare stabilimenti, un esercito di impiegati e una meraviglia tecnologia dopo l’altra. Molto giuste e interessanti, però, le osservazioni di Twain sull’importanza dell’educazione nel formare la visione del mondo degli individui, e la necessità di plasmare le menti delle nuove generazioni fin da giovanissime.

A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court è un romanzo delizioso, oltre che un pezzo importante della narrativa fantastica. Nonostante abbia più di un secolo, è invecchiato benissimo; molto meglio di tanta fantascienza degli anni ’40, ’50 e ’60 che mi sono trovato a leggere in questi anni.
Lo consiglio a tutti, e in particolare agli amanti del Fantasy medievale e agli aspiranti scrittori dello stesso genere. Perché? Be’, perché è una bella medicina alle indigestioni di Troisi, Paolini, Brooks e compagnia cantante. Potrebbe essere un primo passo per ridimensionare la vostra visione del Medioevo, e poi magari potrete passare alla saggistica.

Bear a Mordor

Un altro esempio di pragmatismo.

Dove si trova?
Grazie a Dio i libri di Twain non sono più coperti dal copyright, perciò si trovano un po’ ovunque. Su Feedbooks si può trovare un epub gratuito formattato benissimo, come già era stato il caso di Last and First Men (ci sono anche il pdf e il kindle, ma non li ho scaricati e quindi non so se nono fiQi).
Spulciando su Amazon, ho visto che è disponibile un’edizione Kindle a 3 Euro. Considerando che si tratta della versione digitale di un’opera disponibile gratuitamente, mi auguro che sia formattata da Dio e sia corredata da un apparato critico scritto dalle più grandi menti della critica internazionale.

Chi devo ringraziare?
Ancora una volta mi tocca ringraziare Gamberetta, che l’ha giustamente inserito tra i suoi libri preferiti, accanto al discutibile Cuore d’acciaio di Swanwick e Le porte di Anubis di Tim Powers, che non ho ancora letto. Spero sia l’ultima volta, mi trovo a ringraziarla ogni tre-quattro post… u.u’

Qualche estratto
Avrei voluto pubblicare i soliti due estratti, ma per motivi di spazio mi sono limitato a uno solo. La comicità di Twain è data più dal quadro d’insieme che dai singoli sketch, perciò brani brevi non gli avrebbero reso giustizia. L’estratto che presento viene dal Capitolo 11, quando su ordine di re Artù il nostro yankee si prepara a partire all’avventura e a coprirsi d’onore. E chi meglio di una damigella in pericolo con qualche problema mentale potrebbe fornire il giusto pretesto per la prima avventura di Hank?

There never was such a country for wandering liars; and they were of both sexes. Hardly a month went by without one of these tramps arriving; and generally loaded with a tale about some princess or other wanting help to get her out of some far-away castle where she was held in captivity by a lawless scoundrel, usually a giant. Now you would think that the first thing the king would do after listening to such a novelette from an entire stranger, would be to ask for credentials— yes, and a pointer or two as to locality of castle, best route to it, and so on. But nobody ever thought of so simple and common-sense a thing at that. No, everybody swallowed these people’s lies whole, and never asked a question of any sort or about anything. Well, one day when I was not around, one of these people came along— it was a she one, this time— and told a tale of the usual pattern. Her mistress was a captive in a vast and gloomy castle, along with forty-four other young and beautiful girls, pretty much all of them princesses; they had been languishing in that cruel captivity for twenty-six years; the masters of the castle were three stupendous brothers, each with four arms and one eye— the eye in the center of the forehead, and as big as a fruit. Sort of fruit not mentioned; their usual slovenliness in statistics.
Would you believe it? The king and the whole Round Table were in raptures over this preposterous opportunity for adventure. Every knight of the Table jumped for the chance, and begged for it; but to their vexation and chagrin the king conferred it upon me, who had not asked for it at all.
By an effort, I contained my joy when Clarence brought me the news. But he— he could not contain his. His mouth gushed delight and gratitude in a steady discharge— delight in my good fortune, gratitude to the king for this splendid mark of his favor for me. He could keep neither his legs nor his body still, but pirouetted about the place in an airy ecstasy of happiness.
On my side, I could have cursed the kindness that conferred upon me this benefaction, but I kept my vexation under the surface for policy’s sake, and did what I could to let on to be glad. Indeed, I said I was glad. And in a way it was true; I was as glad as a person is when he is scalped.
Well, one must make the best of things, and not waste time with useless fretting, but get down to business and see what can be done. In all lies there is wheat among the chaff; I must get at the wheat in this case: so I sent for the girl and she came. […]
“Your name, please?”
“I hight the Demoiselle Alisande la Carteloise, an it please you.”
“Do you know anybody here who can identify you?”
“That were not likely, fair lord, I being come hither now for the first time.”
“Have you brought any letters— any documents— any proofs that you are trustworthy and truthful?”
“Of a surety, no; and wherefore should I? Have I not a tongue, and cannot I say all that myself?”
“But your saying it, you know, and somebody else’s saying it, is different.”
“Different? How might that be? I fear me I do not understand.”
“Don’t understand? Land of— why, you see— you see— why, great Scott, can’t you understand a little thing like that? Can’t you understand the difference between your— why do you look so innocent and idiotic!”
“I? In truth I know not, but an it were the will of God.”
“Yes, yes, I reckon that’s about the size of it. Don’t mind my seeming excited; I’m not. Let us change the subject. Now as to this castle, with forty-five princesses in it, and three ogres at the head of it, tell me— where is this harem?”
“Harem?”
“The castle, you understand; where is the castle?”
“Oh, as to that, it is great, and strong, and well beseen, and lieth in a far country. Yes, it is many leagues.”
How many?”
“Ah, fair sir, it were woundily hard to tell, they are so many, and do so lap the one upon the other, and being made all in the same image and tincted with the same color, one may not know the one league from its fellow, nor how to count them except they be taken apart, and ye wit well it were God’s work to do that, being not within man’s capacity; for ye will note— ”
“Hold on, hold on, never mind about the distance; whereabouts does the castle lie? What’s the direction from here?”
“Ah, please you sir, it hath no direction from here; by reason that the road lieth not straight, but turneth evermore; wherefore the direction of its place abideth not, but is some time under the one sky and anon under another, whereso if ye be minded that it is in the east, and wend thitherward, ye shall observe that the way of the road doth yet again turn upon itself by the space of half a circle, and this marvel happing again and yet again and still again, it will grieve you that you had thought by vanities of the mind to thwart and bring to naught the will of Him that giveth not a castle a direction from a place except it pleaseth Him, and if it please Him not, will the rather that even all castles and all directions thereunto vanish out of the earth, leaving the places wherein they tarried desolate and vacant, so warning His creatures that where He will He will, and where He will not He— ”
“Oh, that’s all right, that’s all right, give us a rest; never mind about the direction, hang the direction— I beg pardon, I beg a thousand pardons, I am not well to-day; pay no attention when I soliloquize, it is an old habit, an old, bad habit, and hard to get rid of when one’s digestion is all disordered with eating food that was raised forever and ever before he was born; good land! a man can’t keep his functions regular on spring chickens thirteen hundred years old. But come— never mind about that; let’s— have you got such a thing as a map of that region about you? Now a good map— ”
“Is it peradventure that manner of thing which of late the unbelievers have brought from over the great seas, which, being boiled in oil, and an onion and salt added thereto, doth— ”
“What, a map? What are you talking about? Don’t you know what a map is? There, there, never mind, don’t explain, I hate explanations; they fog a thing up so that you can’t tell anything about it. Run along, dear; good-day; show her the way, Clarence.”
Oh, well, it was reasonably plain, now, why these donkeys didn’t prospect these liars for details. It may be that this girl had a fact in her somewhere, but I don’t believe you could have sluiced it out with a hydraulic; nor got it with the earlier forms of blasting, even; it was a case for dynamite.

Medieval Pokémon

Non è mai esistito un paese simile per i bugiardi erranti. E ce n’erano di ambo i sessi. Non passava mese senza che uno di questi vagabondi non arrivasse generalmente carico di racconti circa questa o quella principessa che, rinchiusa in un lontano castello, chiedeva aiuto per essere liberata dalla prigionia in cui la teneva un ribaldo fuorilegge, quasi sempre un gigante.
Ora, si potrebbe pensare che il re, sentita una simile favola da un perfetto sconosciuto, chiedesse per prima cosa le credenziali e magari un paio di indicazioni sulla località del castello, la strada migliore per arrivarci e così via. Ma nessuno pensava mai a una cosa tanto semplice e sensata. Macché, tutti bevevano le frottole di quella gente e non facevano mai domande di nessun genere, non s’informavano di niente. Ebbene, un giorno in cui io non c’ero, arrivò uno di quei tipi, era una donna questa volta, e raccontò una storiella del solito genere. La sua padrona era prigioniera in un immenso e tetro castello, insieme con altre quarantaquattro giovani e belle fanciulle, tutte più o meno principesse. Esse stavano languendo in quella crudele prigionia da ventisei anni. I padroni del castello erano tre stupefacenti fratelli, ognuno con quattro braccia e un solo occhio in mezzo alla fronte, grosso come un frutto. Genere del frutto: non specificato. La solita negligenza dei rendiconti.
Lo credereste? Il re e l’intera Tavola Rotonda andarono in visibilio davanti a questa assurda occasione di
avventure. Ogni cavaliere della Tavola Rotonda si fece prontamente avanti e implorò affinché gli venisse
concessa questa opportunità, ma con loro rabbia e dolore il re accordò l’onore a me che non l’avevo chiesto affatto.
Con uno sforzo contenni la mia “gioia” quando Clarence mi portò la notizia. Ma egli non riuscì a contenere la sua. Dalla sua bocca sgorgavano a fiotti gioia e gratitudine: gioia per la mia buona fortuna, gratitudine verso il re per questa splendida prova del suo favore per me.
Da parte mia avrei voluto maledire il favore che conferiva a me questa buona azione, ma, per ragioni di
diplomazia, tenni ben nascosta la mia contrarietà e feci del mio meglio per apparire contento. Be’, bisogna cavarsela alla meno peggio e non sprecare tempo in vane recriminazioni, ma mettersi al lavoro e
vedere cosa si può fare. Mandai a chiamare la ragazza, e lei venne. […]
– Il tuo nome, per favore?
– Mi chiamo damigella Alisanda la Carteloise, se non vi dispiace.
– Conosci qualcuno qui che ti possa identificare?
– Questo non è probabile, mio signore, essendo venuta qui ora per la prima volta.
– Hai portato delle lettere, dei documenti, delle prove, a dimostrare che sei persona degna di fiducia?
– Certamente no. Per quale ragione avrei dovuto? Non ho io una lingua e non posso dire tutto ciò io stessa?
– Ma vedi, che sia tu a dirlo e che lo dica un altro, è diverso.
– Diverso? Come può essere? Temo di non capire.
– Non capisci? Per la terra di… Ma vedi, vedi. Oh, perbacco, come fai a non capire una cosina tanto semplice? Non capisci la differenza fra la tua… Ma perché mi guardi con quell’aria innocente e idiota?
– Io? In verità non lo so, ma forse questo è il volere di Dio.
– Sì, sì, suppongo che sia più o meno così. Non farci caso se sembro un po’ agitato. Non lo sono. Ma cambiamo argomento. Ora parliamo di questo castello con quarantacinque principesse prigioniere dentro e tre orchi che comandano il tutto. Dimmi, dov’è questo harem?
– Harem?
– Il castello, hai capito. Dov’è il castello?
– Oh, in quanto a quello, è enorme, forte e ben difeso ed è situato in un lontano paese. Sì, a molte leghe da qui.
Quante?
– Ah, messere, sarebbe estremamente complicato stabilirlo. Sono tante e si sovrappongono una all’altra ed essendo tutte uguali e dello stesso colore non si può distinguere una lega da quella accanto, né si sa come contarle…
– Basta, basta, lasciamo andare la distanza. Dove si trova il castello? In quale direzione da qui?
– Oh, non vi dispiaccia, messere, non c’è direzione da qui, perché la strada non va dritta, ma gira sempre. Quindi la direzione del luogo non è sempre la stessa, ma ora è posta sotto un cielo e poco dopo sotto un altro.
– Oh, va bene, va bene, lascia perdere. Non importa la direzione, al diavolo la direzione. Chiedo scusa, chiedo mille scuse, non mi sento bene oggi. Non far caso ai miei brontolii: è una vecchia abitudine, una vecchia e cattiva abitudine, difficile da vincere quando la digestione è sottosopra per aver mangiato roba coltivata secoli e secoli prima che venissi al mondo. Diamine! Un uomo non può avere funzioni regolari se mangia pollastrelli vecchi di milletrecento anni. Ma, suvvia, lasciamo perdere questo. Andiamo avanti. Hai con te una mappa di quella regione? Intendo una buona mappa…
– E’ per caso quella specie di cosa che ultimamente gli infedeli hanno portato dai grandi mari e che, bollita nell’olio e con l’aggiunta di una cipolla e di sale fa…
– Che? Una mappa? Che stai dicendo? Non sai che cosa è una mappa? Via, via, non importa, non spiegare nulla, detesto le spiegazioni: confondono le cose in modo tale che poi non si capisce più niente. Va’, va’, mia cara. Buongiorno. Clarence, accompagna madamigella Alisanda alla porta.
Ora, era abbastanza chiaro perché quei somari non tentassero neppure di interrogare quei bugiardi per conoscere i particolari. Poteva darsi che questa ragazza fosse a conoscenza di qualche fatto, ma non credo che si sarebbe riusciti a cavarglielo fuori con una pompa idraulica e nemmeno con i primi rudimentali metodi esplosivi; quello era un caso da dinamite.

Tabella riassuntiva

Il Medioevo come se fosse uscito dalle pagine di un romanzo cavalleresco. Cornice evitabile e vekkiume qua e là.
Il contrasto tra la pragmaticità dello yankee e la frivolezza della corte arturiana è esilarante! Le invettive moralistiche stonano col personaggio.
Anche lo yankee è un personaggio comico.
Stile pulito e ben mostrato.

Bonus Track: Di aborti e remake

FanfictionLa maggior parte di voi, per un periodo della propria vita, avrà avuto il suo momento fanfiction. Un momento in cui, dopo la fine della vostra serie / videogioco / saga preferita, ne volevate ancora e, disperati, vi siete rivolti alle comunità dei fan. Per chi non lo sapesse: una fanfiction è per l’appunto l’opera di un appassionato che riprende setting e personaggi di un’altra storia (generalmente di una certa fama).
Anch’io ho avuto il mio momento fanfiction, ai bei tempi del ginnasio. Principalmente di Evangelion o Final Fantasy VII. E ho notato una cosa. Esistono fanfiction di tutti i tipi: seguiti della storia principale, spin-off su personaggi o situazioni secondarie, racconti che espandono momenti della storia principale appena accennati dall’opera originale, parodie, AU (storie che riprendono i personaggi dell’opera ma li calano in un contesto diverso), crossover tra serie diverse. Soprattutto – e con mio sommo sdegno – valanghe di racconti in cui tutti o quasi i personaggi maschili dell’opera originale si scoprono improvvisamente ghei e si danno alle ammucchiate selvagge. Un solo tipo di fanfiction si vede molto di rado: la riscrittura alternativa dell’opera originale.
Mi vengono in mente diversi motivi.
Innanzitutto, perché (in un ambito dove non girano soldi) la volontà di fare un remake parte dal presupposto che non si sia rimasti del tutto soddisfatti della storia originale, che si voglia migliorarla; mentre in genere i fan scrivono le fanfiction proprio perché amano alla follia l’opera originale. Al massimo sono disposti a modificare gli orientamenti sessuali dei personaggi così da fargli fare tutte le cosacce che gli vengono in mente.
Un altro motivo, è che un remake è un progetto lungo e ambizioso, difficile da portare a termine e che ti fa chiedere se ne valga davvero la pena; mentre un raccontino in cui Cloud e Sephiroth scoprono le ragioni profonde della loro fascinazione per gli spadoni si può buttare giù in due orette (considerando poi la cura stilistica che tradizionalmente viene messa in una fanfiction…).

Ciccione con spadone

Da Cloud a Gatsu a Zwei ai ciccioni, lo spadone piace proprio a tutti.

Neanch’io mi sono mai cimentato nell’impresa del remake, ma la tentazione è stata molto forte. Soprattutto se parliamo di narrativa. Come forse avrete notato leggendo i miei Consigli – se non ve ne siete accorti in prima persona – il mondo della narrativa fantastica è un mare di libri riusciti a metà, capolavori mancati e occasioni sprecate.
Prendiamo 2001: Odissea nello spazio – il libro. La penultima parte: David Bowman, disattivato il perverso HAL9000, è rimasto solo sull’astronave Discovery, e il viaggio verso Giapeto e il monolite è ancora lungo. Sa che quelli del controllo missione l’hanno ingannato circa lo scopo della Discovery, e sa di essere condannato a morte, perché non c’è una riserva d’aria sufficiente nella navicella per tornare indietro o aspettare i soccorsi. Bowman passa un brutto periodo. Uno scrittore come Dick da una situazione simile avrebbe saputo tirar fuori qualcosa di grandioso; magari un Bowman paranoico e allucinato, che perde progressivamente contatto con la realtà mano a mano che la distanza dalla Terra aumenta. Con una buona costruzione degli ultimi capitoli, si potrebbe insinuare una certa ambiguità nell’incontro col monolite e la visione finale: è avvenuto realmente? E’ un’allucinazione di Bowman? La missione è fallita? E questa è solo una delle molte possibilità.
Ma Clarke, si sa, ha la delicatezza di un Gundam. Le tribolazioni di Bowman, e il modo in cui supera i suoi problemi ascoltando la musica classica immagazzinata nella memoria dei computer di bordo, sono raccontati in modo sbrigativo, riassunto, con pov onnisciente molto distante. Più piatto di così non si poteva fare. A Clarke gliene frega ben poco dello stato psicologico di Bowman; vuole farlo riprendere velocemente (e allora perché ti sei preso la briga di farlo star male?), così poi si può tornare a parlare di monoliti e alieni. Occasione sprecata.
E inevitabilmente, il pensiero: “Cazzo, questo libro sarebbe potuto essere così più bello…”

Ora: Odissea nello spazio resta comunque un bel libro – coerente, con una buona costruzione. Ma cosa succede quando un libro parte con ottime premesse, ti monta un casino di entusiasmo, e poi, per incapacità o pigrizia o malattia mentale dello scrittore, “si ammoscia a metà come il pisello di un vecchio” (cit. Duca)? Succede che ti viene voglia di mettere il libro (o il reader) nel microonde e girare la manopola tutta a destra. Succede che pensi “porcozzio, se avessi avuto io del materiale di partenza simile…!”, o “io saprei come riscriverlo!”. Questi sono i libri che chiamo aborti – potenziali capolavori che falliscono miseramente e ti fanno mangiare le dita dallo sconforto.
Queste storie meriterebbero una seconda chance. Un remake, che partendo dalle stesse premesse donino a questi aborti uno sviluppo e una conclusione degni. Gli scrittori veri, purtroppo, queste cose non le fanno di rado – un po’ per tabù culturale (l’unicità dell’opera, il rispetto dell’artista e bla bla bla), un po’ perché forse dovrebbero appiccicarci sopra il bollino “fanfiction” e non potrebbero guadagnarci un soldo. Abbondano le riscritture di dell’Alice di Carroll, o del Frankenstein di Mary Shelley, o della Macchina del Tempo di Wells, ma non accade praticamente mai con i romanzi degli ultimi 80 anni 1. Un peccato.

E' un Gundam

Un esempio di delicatezza.

Un peccato perché il remake insegna una cosa interessante. Ossia che nessun’opera è sacra e inviolabile; che un autore può migliorare qualcosa di scritto da un altro; e che in genere questi miglioramenti si possono ottenere seguendo una serie di regole, che sono sempre quelle.
Facciamo un esercizio.

Tre aborti
Nell’articolo di oggi vi presenterò tre aborti, libri che mi hanno provocato gran digrignar di denti e copiosa mole di bestemmie al cielo. Tre romanzi che sarebbero potuti ascendere all’Olimpo della Narrativa Fantastica e invece sono condannati a passare l’eternità nell’anticamera, a eterno monito per le giovani generazioni di scrittori. Sono anche tre romanzi molto diversi tra loro, per forma e contenuto; li ho scelti apposta sperando che ciascuno di voi sia incuriosito da almeno uno di essi.
A parte la solita introduzione, ognuno dei tre pezzi sarà articolato in tre parti: “Perché poteva essere una figata”, “Perché invece è un FAIL”, e “Io avrei fatto così!”. Credo che i titoli parlino da soli. Nell’immaginare possibili migliorie al romanzo originale, mi sono concentrato più sulla macrostruttura che sullo stile (per quello c’è sempre Gamberi Fantasy).
Attenzione: potrebbero esserci spoiler, soprattutto nelle ultime due sezioni.

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The City and the Stars

La città e le stelleAutore: Arthur C. Clarke
Titolo italiano: La città e le stelle
Genere: Science-Fantasy / Dying Earth
Tipo: Romanzo

Anno: 1956
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 250 ca.

Diaspar è l’ultima città al mondo, in una Terra anziana e ridotta a un immenso deserto. E’ una città sigillata dal mondo esterno, e amministrata dalla IA del Computer Centrale. I suoi abitanti sono immortali: quando si avvicinano alla vecchiaia, il computer immagazzina le loro menti e dopo un lasso di tempo di migliaia di anni li rigenera in un corpo nuovo creato per l’occasione. Non solo: all’interno di Diaspar, i suoi abitanti hanno il potere di creare oggetti a piacere o di modificare le dimensioni dei propri appartamenti. E’ una vita serena, senza preoccupazioni, eternamente uguale.
Ma Alvin è diverso. A differenza degli altri abitanti, che alla sola idea di uscire sono terrorizzati, Alvin prova l’impulso irrefrenabile di conoscere il mondo esterno. La leggenda vuole che gli esseri umani si siano sigillati dentro Diaspar sotto la minaccia di invasori stellari, che avrebbero promesso di distruggerli se avessero riprovato ad avventurarsi fuori dal pianeta Terra – ma sarà davvero così? Aiutato dal giullare Khedron e ostacolato dal Computer Centrale, Alvin tenterà di fuggire da Diaspar e scoprire la verità.

Perché poteva essere una figata
Il romanzo di Clarke mette insieme un’ambientazione alla Matrix – in cui realtà materiale e realtà virtuale si confondono, e gli uomini hanno delegato l’autorità alle macchine – con il fascino della Terra morente. La città di Diaspar, città in cui gli esseri umani si reincarnano all’infinito, e vivono tra agi infiniti e strani divieti, è uno dei setting più affascinanti della narrativa fantastica. Il tema del ragazzo ribelle che vuole infrangere la proibizione e varcare i confini del mondo conosciuto è forse un po’ trito, ma funziona sempre, e mantiene accesa l’attenzione del lettore. Da una parte, si vuole esplorare Diaspar e scoprire il funzionamento di una civiltà tanto strana; dall’altra, si vuole scoprire cosa c’è oltre la città – e così, si continua a leggere.

Diaspar Lego

Un'approssimazione della città di Diaspar. Ehm.

Perché invece è un FAIL
I problemi cominciano quando finalmente Alvin riesce ad evadere dalla città – e di lì in poi è un continuo di docce fredde. Lys, l’utopia bucolica condita di poteri psi, è quanto di più improbabile la penna di Clarke potesse inventare. Ma soprattutto, le rivelazioni sulla storia di Diaspar e del destino dell’umanità si accumulano in un infodump raccontato dopo l’altro, tanto da far sembrare Mark Menozzi (quello del Re Negro) uno che si contiene. Noiosissime nella forma – ti viene da pensare, “sto leggendo un romanzo o il canovaccio di un romanzo”? – sono pure raccapriccianti nel contenuto: tra Menti Pazze, creature malvage sigillate nello spazio e in attesa di risvegliarsi, e migrazioni di interi popoli imbarcati in una Grande Missione, sembra di essere precipitati nella mente di un dodicenne drogato di Zelda. Mancano solo le pietre del potere (rigorosamente quattro: una per ogni elemento!) e siamo apposto! E per un romanzo tutto costruito sulla suspence e sulla rivelazione, il peggio che possa capitare è che la rivelazione faccia schifo al cazzo.
A questo bisogna aggiungere la tradizionale bruttezza della prosa di Clarke, e il generale piattume dei personaggi, che non risparmia neppure il protagonista (più una marionetta del suo codice genetico che un individuo pensante). E poi il tema del “prescelto”, benché gestito meglio della media degli YA, è sempre irritante 2.

Io avrei fatto così!
Se la parte ambientata a Diaspar nelle sue linee guida è buona, il resto va completamente cambiato. Due sono le domande essenziali che dobbiamo porci: cosa c’è fuori da Diaspar, e perché è stato imposto il divieto di uscire? Le possibilità sono infinite. Per esempio, il deserto potrebbe essere una finzione, e magari non siamo un miliardo di anni nel futuro ma tipo nel 2100 d.C., e gli abitanti della città sono solo i soggetti di un esperimento modello Truman Show. Troppo scontato? Oppure: Alvin esce da Diaspar per scoprire che non è l’unica città, ma che ci sono altre centinaia o migliaia di città identiche e isolate, tutte convinte di essere l’ultima. Il deserto sarebbe reale, e  l’umanità si sarebbe costruita le città e l’illusione di essere l’ultima per evadere dalla realtà. O ancora: Diaspar è davvero l’ultima città, e Alvin fuori dalle mura trova solamente i resti dell’antica umanità. Ma decide che la terra può essere resa di nuovo fertile e che i cittadini di Diaspar devono uscire dal grembo materno e ripopolare la Terra.
Ora, non è tanto importante quale soluzione narrativa venga adottata. Ciò che conta, è che non si riduca all’esposizione di una storia remota che non ha il minimo impatto sull’attimo presente del romanzo (come avviene nel libro di Clarke), ma al contrario getti una nuova luce tra Diaspar e il mondo esterno e porti a delle conseguenze immediate. Esempio: Alvin decide che la Terra è pronta a riaccogliere l’umanità. Problema: gli abitanti di Diaspar non vogliono uscire. Come li si convince? O li si costringe? Ci sarà una divisione in due fazioni agguerrite? O saranno tutti schierati contro Alvin, che dovrà scegliere tra l’esilio e la resa, e magari la riprogrammazione della propria mente? E così via.

A proposito. Il romanzo filerebbe senza problemi con il solo pov di Alvin. Ma se provassimo invece a giustapporre il suo pov con quello di un altro personaggio? Il giullare Khedron, per esempio: in teoria un individuo che porta disordine e scompiglio tra gli abitanti di Diaspar, Khedron è però un prodotto del Computer Centrale e in ultima analisi condivide la politica isolazionista. Khedron quindi è in contraddizione con sé stesso e con Alvin – potrebbe aiutarlo a scappare, ma anche metterglisi contro se osasse provare a cambiare lo stile di vita dei diaspariani. Mostrare la vicenda alternando i due punti di vista moltiplicherebbe esponenzialmente i livelli di conflitto del romanzo.
A questa rivisitazione massiccia, poi, andrebbe aggiunto un intervento più di cesello. Per esempio, invece che raccontare che Alvin è speciale, e non è come tutti gli altri, come fa Clarke, mostrarlo attraverso piccoli gesti, fraintendimenti, discrepanze tra il suo modo di comportarsi e quello di tutti gli altri. In questo modo il lettore sarebbe il primo a capire che in Alvin c’è qualcosa di diverso.

A Case of Conscience

Autore: James BlishA Case of Conscience
Titolo italiano: Guerra al grande nulla
Genere: Science Fiction / Hard SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1958
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 200 ca.

Agli occhi dei terrestri, il pianeta Lithia sembra il Paradiso terrestre. E’ graziato da una vegetazione rigogliosa e da un clima mite, da un ecosistema in cui ogni specie vivente ha la sua nicchia ecologica e vive in armonia con tutte le altre, e da una civiltà di lucertoloidi antropomorfi che sembra godere di una moralità naturale e non conosce conflitti. L’esatto contrario della Terra, in cui l’umanità, nel terrore di un’apocalisse nucleare, si è rifugiata sottoterra, in enormi città-rifugio sotterranea, e ogni giorno diventa più nevrotica.
Una commissione di quattro scienziati è inviata su Lithia per decidere se aprire liberi contatti con la Terra: il fisico Cleaver, il geologo Agronski, il chimico Michelis e il biologo Ramon Ruiz-Sanchez. Ma Padre Ramon Ruiz non è solo un biologo; è anche un gesuita, e un dottore di teologia morale. E’ l’anno del Giubileo, e la Chiesa l’ha mandato su Lithia affinché risolva un caso di coscienza: se i lithiani abbiano un’anima, cioè se siano veri homines, accomunati ad Adamo nella caduta nel peccato, e quindi evangelizzabili. Ma in Ramon Ruiz si fa strada un terribile sospetto. Che dietro l’apparente perfezione di Lithia si nasconda il pericolo più grande che la Cristianità, e l’umanità tutta, abbiano mai affrontato.

Perché poteva essere una figata
Per lo stesso motivo per cui A Canticle for Leibowitz è una figata: il conflitto tra le ragioni della scienza e le ragioni della teologia, tra ragione e fede. Questo conflitto è realizzato alla perfezione nella figura del protagonista, Padre Ruiz-Sanchez, che riesce contemporaneamente ad essere un ottimo biologo (e a pensare da biologo) e un fervente cattolico. Ramon è un personaggio complesso, pieno di timori e contraddizioni, il che non è la norma nella fantascienza degli anni ’50.
C’è poi il mistero dell’apparente perfezione di Lithia, che tiene il lettore col fiato sospeso, e il fascino dell’ambientazione (per esempio, giganteschi alberi utilizzati come torri di trasmissione delle onde radio). E ancora, il raro connubio della tematica etico-religiosa, cuore del romanzo, e l’Hard SF. Blish infatti affronta nel libro tutta una serie di argomenti scientifici, come il modo in cui un pianeta con risorse naturali molto diverse da quelle della Terra abbia prodotto una civiltà diversa dalla nostra. In appendice al romanzo, troviamo pure un rapporto che fa una panoramica completa di Lithia, dalla distanza dal suo sole all’inclinazione dell’asse, dal movimento tettonico alla composizione del suolo, alle varie fasi della diffusione della vita sulla superficie del pianeta. Blish è uno che ne sa, e le discussioni tra gli scienziati suonano sempre competenti.

Gesuiti

Gesuiti: pronti a diffondere la buona novella in tutta la Galassia.

Perché invece è un FAIL
Due sono i problemi gravi del libro.
Primo, la quasi totale mancanza di azione. Blish è un professionista dell’infodump, nel senso che è capace di inanellarne anche tre o quattro uno dietro l’altro e che da soli probabilmente superano il 50% del testo dell’intero romanzo. Per il resto, i personaggi parlano, parlano, parlano, o riflettono, ma fanno poco. Azione nel romanzo ce ne sarebbe: ma per qualche strano motivo, Blish tende a tagliare queste parti, per poi farle riassumere nel capitolo successivo, con un dialogo, un pensiero del personaggio-pov o magari un bell’infodump. Una reticenza quasi da tragedia greca.
L’altro problema, è che A Case of Conscience tradisce fin troppo la sua natura di fix-up. Il romanzo infatti è l’espansione di una novella, che costituisce la prima metà del libro. La prima parte, interamente ambientata su Lithia e centrata sulla decisione che devono prendere i quattro scienziati, è anche la più interessante. La seconda invece – prevalentemente ambientata sulla Terra – è un disastro: il tema principale della storia viene sommerso da una marea di sottotrame, divagazioni, episodi isolati. A ciò si aggiunge una moltiplicazione dei pov (alcuni dei quali usa-e-getta), sviluppi banali, e la generale impressione che l’autore stesso non sappia più che pesci pigliare. La conclusione, che in sé sarebbe anche carina e si riallaccia finalmente alla trama principale, dopo quelle cento pagine di noia e schifo suona improvvisata, artificiosa e maldestra.
Tra le altre cose irritanti, i romani che dicono “che be’o” (sì, c’è una parte ambientata a Roma) e la tipa giapponese che si chiama ‘Liu Meid’. Inoltre il romanzo è invecchiato piuttosto male dal punto di vista della tecnologia futuristica – ma questo è un problema che affligge quasi tutta la Hard SF.

Io avrei fatto così!
Innanzitutto da aristotelico quale sono – cioè da amante dell’unità di tempo e di luogo – avrei svolto tutta la storia su Lithia. E’ l’ecosistema di Lithia il cuore della storia, nonché il centro dell’interesse del lettore. Eliminerei quindi tranquillamente tutta la seconda parte  ambientata sulla Terra (e quindi anche il banale personaggio di Egvertchi); l’unica eccezione potrebbe essere la convocazione di Ramon Ruiz a San Pietro, che è una bella scena. In quel caso, Ramon Ruiz potrebbe volare a Roma e poi tornare su Lithia.
Oltre a questo, più azione. Il che non significa sparatorie e inseguimenti, ma semplicemente mostrare il team di scienziati che esplora il pianeta e studia i lithiani, invece di farli stare chiusi in una stanza a discutere. Qualcosa di simile a Stations of the Tide di Swanwick, strutturato come una graduale esplorazione di Miranda da parte del protagonista che, episodio dopo episodio, penetra sempre più a fondo nella natura del pianeta. Si potrebbe quindi anticipare l’inizio del romanzo di qualche settimana (A Case of Conscience inizia durante il penultimo giorno di permanenza del team di scienziati).

Rettiliano

Lithiani e rettiliani: una somiglianza sospetta.

Quanto alla scelta dei pov, si potrebbe raccontare tutto dal punto di vista di Ramon Ruiz, oppure alternarlo con l’altro personaggio interessante del gruppo, l’agnostico Michelis. I vantaggi sarebbero due: poiché gli scienziati sono divisi in due squadre, ciascuno potrebbe fare le proprie esplorazioni e noi le vedremmo entrambe; inoltre vivremmo meglio il conflitto tra il punto di vista religioso e quello agnostico; e ancora, potremmo avere un pov che rimane sul pianeta anche quando Ramon Ruiz vola a Roma. Sull’altro lato, i vantaggi di usare un unico pov sono i soliti: maggiore facilità di immedesimazione e la possibilità di usare un timbro più forte (quello del personaggio-pov) come voce narrante. Quello della trasferta a Roma sarebbe poi un falso problema: Ramon Ruiz potrebbe tenersi aggiornato con Michelis via radio o via messaggi, oppure si potrebbe proprio puntare sulla suspence di non sapere cosa sta succedendo su Lithia in quelle ore cruciali.
Terrei fermi due momenti del romanzo originale: la fine della prima parte – con la discussione dei quattro scienziati circa il destino di Lithia – e il finale. Quanto al finale (e qui seguirà uno spoiler in bianco, che consiglio di leggere solo a chi abbia già letto il romanzo o abbia deciso che non lo leggerà mai), due sarebbero i modi sensati di raggiungerlo: dopo il colloquio col Papa, Ramon Ruiz potrebbe decidere che la cosa migliore per “purificare” Lithia sarebbe appunto di lasciare che quel pazzo di Cleaver la faccia esplodere con tutto l’impianto, e magari potrebbe persino attivarsi per far sì che Cleaver vinca la partita; oppure potrebbe rimanere contrario, ma la sua assenza da Lithia potrebbe far precipitare gli eventi e far vincere il partito di Cleaver. Il risultato sarebbe identico, cioè una versione rivista e migliorata del finale originale.

Now Wait for Last Year

Autore: Philip K. Dick
Titolo italiano: Illusioni di potere
Genere: Science Fiction / Social SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1966
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 220 ca.

Il piemontese Gino Molinari, detto ‘la Talpa’, è il dittatore assoluto della Terra. Un tempo uomo forte e pragmatico, capace di infiammare il popolo dall’alto del suo pulpito, dieci anni di governo l’hanno ridotto a un individuo fiacco e ipocondriaco. Gli Starmen, alieni umanoidi signori di un vasto Impero Galattico, l’hanno costretto a imbarcare la Terra in un’interminabile guerra interstellare con i Reeg, un popolo di insettoni. E ora tutti lo odiano, e il suo fisico ne risente.
Per questo ha fatto convocare a palazzo Eric Sweetscent, chirurgo specializzato nel trapianto di organi artificiali. Per Eric, questa è l’occasione adatta per liberarsi della moglie Kathy, una donna nevrotica e violenta che passa il tempo a farlo sentire una merda e a rovinargli la vita. Ma così facendo, Eric finirà coinvolto negli intrighi della guerra galattica e della corte di Molinari, e scoprirà il singolare potere del dittatore di viaggiare tra realtà parallele e di collezionare copie di sé stesso. E quando il mercato terrestre comincerà ad essere invaso da una droga letale che oltre a creare dipendenza fa viaggiare nel tempo, Eric diventerà l’asso nella manica di Molinari per vincere la guerra…

Perché poteva essere una figata
Perché Gino Molinari e la sua dittatura baraccona sono divertentissimi. In qualità di suo medico personale, Eric può assistere a tutti gli aspetti della sua vita: i parenti che continuano a chiedergli soldi, cariche e favori personali assortiti; la camera dove Molinari tiene il cadavere dell’altro sé stesso; le riunioni umilianti col gelido Frenesky, primo ministro degli Starmen, che pretende dalla Terra un maggiore impegno bellico; le sofferenze di Molinari, affetto da una malattia psicosomatica per cui assume sul proprio corpo tutti i malanni delle persone che lo circondano.
E’ molto affascinante anche il tema del traffico di organi artificiali. Il mondo di Now Wait for Last Year è una gerontocrazia; i vecchi ricconi che possono permettersi i continui interventi, non muoiono mai (o molto, molto tardi). Virgil Ackerman, il superiore di Eric prima che questi passi al servizio di Molinari, è un arzillo centotrentenne a capo di un’enorme multinazionale. Ha talmente tanti soldi che si è comprato un appezzamento su Marte e ci ha costruito Wash-35, una ricostruzione maniacale della Washington della sua infanzia (cioè degli anni ’30).
Se Dick fosse riuscito a tenere più stretti i fili della gerontocrazia, della guerra galattica, e della vita pubblica e privata di Molinari, ne sarebbe nato un romanzo coerente (anche nei temi) e molto piacevole.

Mussolini

L'ispiratore di Gino Molinari.

Perché invece è un FAIL
Ma Now Wait for Last Year soffre gli stessi problemi di molti romanzi di Dick: troppe idee in gioco, troppe sotto-trame, troppa carne al fuoco, e una storia che procede più o meno a caso. Viaggi nel tempo, infiltrazioni di spie, clonazioni, sedute diplomatiche, crisi da overdose, cambi di casacca, il tutto condensato in poco più di 200 pagine – tutto questo sarebbe ingestibile anche per un genio. Alcuni passaggi sono demenziali oltre ogni immaginazione; come quando, viaggiando nel futuro, Eric si imbatte in un protoplasma alieno superintelligente che gli somministra consigli sul suo matrimonio (WTF?).
Nel finale, poi, la trama principale viene completamente abbandonata, e Dick si butta, ancora una volta, sul rapporto tra il protagonista e la moglie psicopatica. EPIC FAIL.

Io avrei fatto così!
Tagliare, tagliare, tagliare. Abbiamo detto che il punto forte del romanzo è la dittatura baraccona di Molinari; allora, via innanziutto le cose che non c’entrano, come la moglie e i problemi coniugali. Non che Dick non sia bravo a riprodurre rapporti di coppia disfunzionali, ma ci sono già fin troppi romanzi al mondo su drammi familiari, mogli abusive e frustrazioni assortite. Eric allora potrebbe essere un semplice scapolone insoddisfatto della propria vita, o desideroso di fare un salto di qualità. Il romanzo potrebbe allora aprirsi su Wash-35, con la proposta di Molinari di andare a palazzo; in questo modo avremmo un’introduzione di uno o due capitoli sul protagonista, il mercato del trapianto d’organi artificiali e una prima panoramica del dittatore; per poi arrivare al cuore del romanzo con il trasferimento a palazzo Molinari.
Eliminerei (o ridimensionerei molto) anche la JJ-180: una droga che contemporaneamente crea dipendenza, ti distrugge il fegato e ti fa viaggiare nel tempo o tra le dimensioni è decisamente troppo (e poi, non è molto intelligente dare ai propri nemici il vantaggio del viaggio nel tempo). Molinari avrebbe bisogno di un’altra fonte dei suoi poteri, ma non è un problema – si potrebbe dargli un potere esp, o una macchina sperimentale o che so io.

In generale, centrerei il romanzo sulla “vita di corte” sotto la dittatura di Molinari. In qualità di suo medico personale, Eric (che lascerei come unico personaggio-pov del romanzo) assisterebbe a ogni momento della giornata e della vita del dittatore, dalle pretese dei suoi parenti alle angherie di Frenesky. Diventando il suo braccio destro, potrebbe aiutarlo a viaggiare tra le dimensioni a raccogliere gli altri sé stessi; potrebbe anche fare da ambasciatore segreto presso i Reeg, così da non lasciare la trama bellica troppo sullo sfondo.
Now Wait for Last Year assumerebbe così i toni di una tragicommedia sulla vita sfigata del dittatore di un pianeta sfigato (nell’ottica della guerra tra gli imperi galattici dei Reeg e degli Starmen).

In conclusione
Vale la pena di leggere questi romanzi? Dipende.
Di regola no, soprattutto se avete poco tempo libero e vi interessa semplicemente leggere un buon libro. Hanno troppe falle.
Ma se ambite a scrivere anche voi narrativa fantastica, o se semplicemente vi interessa studiare la narrativa, allora dovreste provarne almeno uno. Dei tre, A Case of Conscience probabilmente è quello più coerente, e più interessante sul piano filosofico; Now Wait for Last Year quello più divertente da leggere; The City and the Stars, quello con l’ambientazione più suggestiva.
Verificate se ciò che ho detto è vero; se provate fastidio e delusione negli stessi punti in cui lo ho provato io; se vi sembra che effettivamente ci sia del potenziale sprecato; e se le mie correzioni li migliorerebbero, o se bisognerebbe riscriverli in un altro modo ancora. Un romanzo riuscito male può essere un caso di studio utile quanto un capolavoro.
E magari, chissà, qualcuno di voi proverà davvero a scrivere il remake uno di questi romanzi… No, non ci credo, questo non succederà mai ^-^ Ma almeno avrò gettato in voi il germe dell’ “io avrei fatto così!”.
E possa tassobarbasso rivoltarsi nella sua tomba.

Fanfiction yaoi

(1) Un’eccezione che mi viene in mente è la novella Palimpsest di Charles Stross, del 2009; l’autore stesso ha detto che si tratta in buona sostanza di una riscrittura dell’ottimo The End of Eternity di Asimov. Non mi esprimo sulla novella perché non l’ho letta. Da non confondersi con il romanzo omonimo di Catherynne Valente.Torna su

(2) Aneddoto divertente: The City and the Stars è già la riscrittura di un romanzo – Against the Fall of Night, opera d’esordio di Clarke. L’avrebbe riscritto perché insoddisfatto della versione originale. A quanto pare è recidivo.Torna su