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I Consigli del Lunedì #31: Farewell Horizontal

Farewell HorizontalAutore: K. W. Jeter
Titolo italiano: L’addio orizzontale
Genere: Science Fiction / Social SF / Distopia / Cyberpunk
Tipo: Romanzo

Anno: 1989
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 260 ca.

Difficoltà in inglese: ***

In un remoto futuro che ha perso il ricordo del proprio passato, l’intera umanità vive chiusa nel Cilindro, una gigantesca torre cilindrica le cui fondamenta si perdono sotto le nuvole. Ny Axxter è un artista freelance che per non perdere la propria libertà si è trasferito sulla superficie esterna del grattacielo. La società del Cilindro, infatti, è dominata dalle supercorporazioni della tecnologia e delle comunicazioni; essere assunti da una di esse significa firmare un contratto a vita che trasforma in poco più che schiavi, con orari di lavoro estremi e libertà di movimento quasi inesistente. Coloro che non accettano questo compromesso hanno una sola possibilità: abbandonare l’orizzontale e andarsene a vivere sulla verticale.
Ma quella del freelance è una lotta contro la fame. Axxter si guadagna da vivere creando simboli e animazioni di guerra per le tribù della verticale – clan guerreschi che competono per la vita e la posizione sociale e vengono quotati nella Borsa delle corporation. Ma il suo agente è un incapace (nonché un truffatore che gli frega una percentuale più alta di quella dovuta), e tutte le tribù con cui gli stila dei contratti si rivelano dei fallimenti. Finché ad Axxter capita l’occasione di una vita; l’opportunità di legarsi a uno dei più forti clan della verticale e assicurarsi un futuro di prosperità, proprio mentre nel Cilindro si prepara una grandiosa rivoluzione…

Nella narrativa di genere, Jeter è sempre stato un autore di secondo piano; di lui si è detto spesso che è il successore di Dick, ma viene letto poco. Non ha mai vinto grandi premi, e la maggior parte dei suoi libri sono andati fuori stampa. Si è guadagnato un piccolo posto nella storia della fantascienza come l’inventore del termine ‘steampunk’, e grazie alla recente rinascita del movimento è stato riscoperto come pioniere del genere (e di questo dobbiamo anche ringraziare la Angry Robot, che ha ripubblicato nel 2011 l’orrido Morlock Night e il divertente Infernal Devices).
Ma Jeter è prima di tutto uno scrittore di cupa Science Fiction, e di un tipo molto particolare di cyberpunk. Farewell Horizontal – che ritengo, e non sono il solo, il miglior libro di Jeter – ne è un esempio calzante: una storia di sopravvivenza e cinismo in un mondo alieno, sul confine tra romanzo d’azione, slice of life cyberpunk e metafisica. La domanda è: sarà riuscito a tenere tutto insieme?

Parkour

Qualcosa del genere.

Uno sguardo approfondito
Il romanzo è scritto in terza persona, ma il pov è fissato per tutto il romanzo sul protagonista – tutto è filtrato attraverso la sua cinica voce narrante. Ny Axxter è il tipico protagonista delle storie non-steampunk di Jeter: un tipo che dalla vita ne ha prese tante, e quindi è diventato disilluso e scazzato; un egocentrico e ipocrita, che a parole fa la vittima ma poi non esiterebbe a pugnalare i suoi colleghi per salire qualche gradino della scala sociale; un tipo con una certa vena autodistruttiva e la tendenza a fare la cosa sbagliata al momento sbagliato, in un modo che ricorda i protagonisti dickiani. Insomma – un vero antieroe, che però è talmente perseguitato dalle sfighe che non può non suscitare empatia e una certa immedesimazione. E in questo aiuta una certa dose di ironia, un tono leggero e sarcastico nel raccontare il susseguirsi di disavventure che toglie pesantezza al cinismo della storia.
A livello di prosa, Jeter si piazza nella fascia alta degli scrittori di genere – un gradino sotto virtuosi come Mellick o VanderMeer, ma sopra Finney, Asimov e la maggior parte degli altri. Anche Jeter gioca a volte a fare l’intellettualoide dalle frasi ricercate, come tutti o quasi gli scrittori New Wave, ma molto meno di uno snob come Gibson, e in questo romanzo meno che negli altri. Soprattutto, è un buon mostratore. Il mondo di Farewell Horizontal è stranissimo, pieno di idee bizzarre e difficile da visualizzare; ma Jeter riesce a illustrarlo mantenendo gli infodump al minimo. Ogni nuovo gadget o caratteristica del Cilindro è descritta in azione, accompagnato (e non sempre) da poche righe di spiegazione nel timbro naturale del protagonista.

Soprattutto, la prosa di Jeter è in grado di trasmettere la sensazione, l’ebbrezza di vivere su una superficie verticale. Per gran parte del romanzo, Axxter si muove lungo la superficie esterna del Cilindro, assistito dagli snakes, cavi metallici con ganci intelligenti che gli partono da piedi, gambe e cintura e, conficcandosi e sconficcandosi nel muro, gli permettono di spostarsi. Ma i cavi fanno molto di più; per esempio, si trasformano in una sorta di culla-branda agganciata al muro per permettergli di dormire. Jeter deve descrivere al lettore tutta una serie di movimenti e gesti molto complicati e innaturali, oltre che tenere costantemente conto degli effetti della forza di gravità, dell’afflusso sanguigno, eccetera.
Una cosa del genere, nelle mani di uno scrittore non all’altezza, poteva trasformarsi in un guazzabuglio visivamente incomprensibile oppure spegnersi in un romanzo trascurato, dove solo ogni tanto l’autore si ricorda di essere in verticale anziché in orizzontale. Invece, in Farewell Horizontal, anche nei momenti più concitati – e ci sono un paio di scene d’azione piuttosto complesse – si capisce cosa sta succedendo, si riesce a visualizzare la scena. E Jeter è molto preciso nella descrizione dei movimenti, al punto da mostrare come Ny redistribuisca il peso quando passa dalla posizione “culla” alla posizione in piedi.
Certo, neanche Jeter si risparmia alcuni errori da principiante. In un paio di occasioni, durante scene d’azione, apre delle parentesi di spiegazione che, benché brevi e filtrate dall’io narrante, arrivano al lettore come un pugno in un occhio. Più spesso, Axxter si mette a riflettere e a sviscerare ciò che gli sta accadendo, e diventa logorroico: tripudio di domande retoriche (ma allora stava succedendo così e così? O volevano fargli questo e quell’altro? Davvero lui aveva pensato di poter…? Come aveva potuto essere così sciocco?), dubbi, avvenimenti rianalizzati a poche pagine di distanza alla luce di un solo nuovo elemento. Forse Jeter voleva semplicemente caratterizzare meglio il suo antieroe, mostrandoci le sue ansie e la sua umanità – o, pensiero peggiore, è un’operazione scemo-friendly per ricapitolare e far capire anche ai lettori inetti cosa esattamente stia succedendo – ma facendo così diventa pesante e ridondante.

Il cavallo che non volle piegarsi al sistema.

Come ritmo e gestione della trama, il romanzo ha luci e ombre. La storia parte molto in sordina; i primi capitoli introducono l’ambientazione e i problemi finanziari (ed esistenziali) del protagonista, ma non è chiaro dove l’autore voglia andare a parare. Solo le continue trovate e la ricchezza del mondo di Farewell Horizontal fanno superare al lettore l’inerzia di questa cinquantina abbondante di pagine. Dopo i primi quattro capitoli la storia finalmente decolla – la direzione del romanzo diventa più chiara, il ritmo si fa serrato; salvo poi rallentare nell’ultima parte del romanzo e finire in maniera del tutto anticlimatica.
Il problema sta forse nel fatto che Jeter cerca di conciliare in questo romanzo tre anime diverse, senza riuscirci davvero. C’è il romanzo d’azione: inseguimenti rocamboleschi, pestaggi, esplosioni, Axxter che deve di volta in volta trovare l’escamotage per non rimetterci il collo. Poi c’è il romanzo esistenziale: il dramma dell’outcast, dell’artista di strada alla ricerca della felicità in un mondo cinico che non lo ama, e che probabilmente è un’allegoria di quella che a Jeter pareva essere la propria vita. E il romanzo metafisico, che punta al sense of wonder attraverso la stranezza dell’ambientazione, l’enorme Cilindro semi-disabitato di cui non si sa chi l’abbia costruito, quanto sia lungo, chi ne abiti le profondità. Queste anime si giustappongono l’una all’altra per tutto il romanzo, ma non si amalgamano mai molto tra di loro; e nessuna di queste raggiunge un epilogo davvero soddisfacente.

Prendiamo l’ambientazione. Le idee fighe abbondano, a partire dalla vita quotidiana di chi vive sulla verticale. Moto truccate munite di serpenti alle ruote, per viaggiare velocissimi seguendo i cavi-guida posti negli snodi più importanti del Cilindro dall’amministrazione centrale; prese nei muri che permettono agli outcast di collegarsi alla rete per scaricare le notizie del giorno e mappe GPS che danno la posizione delle bande guerriere lungo la verticale. La rete di Farewell Horizontal è qualcosa di molto più rudimentale del nostro Internet; assomiglia alla rete telefonica degli anni ’50, con un centralino che filtra tutte le richieste, e i servizi che sono tutti a pagamento. Ma attraverso la rete si può anche proiettare la propria coscienza in ologrammi in qualsiasi punto del Cilindro. E ci sono pure gli hacker, maghi della rete capaci di impossessarsi dei corpi della gente loggata e controllarli come marionette; ma la concezione di Jeter degli hacker e della loro genialità è un po’ diversa (e più cinica) rispetto a quella di un Gibson o di uno Sterling.
Poi ci sono gli angeli, creature umanoidi, eteree e dall’intelligenza rudimentale, che si tengono lontane dagli uomini ma che talvolta possono essere viste volteggiare attorno al Cilindro, mentre scopano a mezz’aria con i loro simili. O i Dead Centers, creature luciferine che nessuno ha mai visto in faccia, di cui si dice che vivano murati al centro del Cilindro e che attraverso le pareti tentino gli esseri umani ad aprirgli con le loro lusinghe; e che talvolta si manifestano con enormi esplosioni che cancellano interi settori e aprono ferite fumanti sulla verticale. O l’altro lato del Cilindro, quello dove il sole tramonta, e che nessuno ha mai mappato perché nessuno ne è mai tornato. E una marea di altre trovate, calate in un mondo dove tutti ti vogliono fregare e i primi a pugnalarti alle spalle sono i tuoi collaboratori più stretti.

Questa è più o meno la stima che Jeter ha degli hacker.

Eppure… eppure si arriva alla fine del libro con l’amaro in bocca. Troppe le domande lasciate senza risposta, troppe le idee interessanti abbandonate a sé stesse subito dopo essere state introdotte, troppe le false piste che si aprono nel corso della storia e finiscono nel niente. Anche in Rendezvous with Rama si scopre ben poco sulla navicella aliena che ha invaso il Sistema Solare; ma nel romanzo di Clarke, il senso di irrisolto fa parte di quel che l’autore voleva dire, ha un senso nell’economia della storia – insomma, va bene così. In Farewell Horizontal, l’impressione è invece quella di incompiuto, di lasciato a metà, come se semplicemente Jeter non avesse più nulla da dire, non sapesse più che farsene del suo Cilindro.
E come la componente metafisica lascia insoddisfatti, così anche le altre. Nonostante il continuo crescendo di azione e di tensione tra i vari personaggi del romanzo, non si arriva mai a un epico scontro finale. Né, alla fine, l’eroe trova delle risposte alla sua ricerca interiore di felicità – anche se forse la componente “esistenziale” del romanzo trova un epilogo un po’ più degno delle altre. Forse.

Insomma, come accade quasi sempre in Jeter, il romanzo parte pieno di ambizioni per poi afflosciarsi, come direbbe il Duca, come il pisello di un vecchio. E’ una di quelle storie che piace di più a metà o a tre quarti, che quando si arriva all’ultima riga. Col che non voglio dire che sia un brutto romanzo; solo, che poteva essere un capolavoro e invece si limita ad essere sopra la media.
Di sicuro è un romanzo originale. Implementa molto del cyberpunk, ma lo fa in modo tutto suo, calandolo in un’ambientazione atipica e con toni molto meno “libertari” di quelli tipici del genere. E’ anche un romanzo che, per tono, concentrato di idee, protagonista e comprimari, ricorda da vicino la Bizarro Fiction, pur restando sempre troppo controllato per diventare Bizarro. Potrebbe essere il cugino più soft e più intellettuale di Warrior Wolf Women of the Wasteland di Mellick (al quale lo preferisco!). Agli amanti della Bizarro meno pop e del New Weird dovrebbe piacere a prima vista.
Ed è uno di quei libri che non si può dimenticare di aver letto. Anche a distanza di anni, continuerà a evocare immagini nella mia testa, ne sono sicuro – l’immagine di artisti sfigati che camminano sulla superficie verticale di un cilindro infinito, sullo sfondo delle nuvole gialle della luce dell’alba, con serpenti metallici che gli escono dalle scarpe, alla ricerca di una presa internet in cui pluggarsi, inseguiti da orde di omaccioni borchiati e tatuati in motocicletta. Come dice un recensore su Amazon: se volete leggere un romanzo di K.W. Jeter, leggete questo.

Star Wars - The Mandalorian Armor

Nella sua vita, Jeter ha dovuto ingoiare molti bocconi amari.

Dove si trova?
Purtroppo Farewell Horizontal in lingua originale non si trova piratato, ma può essere acquistato in formato kindle su Amazon, nell’edizione Herodiade, alla dignitosissima cifra di 3,62 Euro. Se riuscite a guardare la copertina senza che vi esplodano gli occhi, ovvio.
In compenso, su Emule ho trovato diversi file dell’edizione italiana (“L’addio orizzontale”), nei formati ePub, mobi, pdf, doc, rtf.

Su Jeter
Anche se ci sono scrittori migliori di lui sulla piazza, Jeter meriterebbe più notorietà di quella che ha, e soprattutto ci vorrebbero più sue opere digitalizzate. Tra i libri suoi che ho letto ci sono luci e ombre, ma più le prime che le seconde. Eccoli:
Dr. AdderDr. Adder è il primo romanzo scritto da Jeter, benché non sia il primo pubblicato. Realizzato nel 1972 (dodici anni prima della pubblicazione di Neuromante), fu definito da Dick il primo vero Cyberpunk, ma gli editori l’avrebbero respinto per anni perché eccessivamente scabroso. In un prossimo futuro, il disilluso Allen Limmit si reca in una Los Angeles anarchica alla ricerca del famoso Dr. Adder, chirurgo estetico che altera in modi assurdi i corpi delle prostitute per soddisfare le perversioni dei loro cliente. Limmit vuole concludere un affare con Adder, ma i due si troveranno invischiati in una rivoluzione tra gli anarchici dell’Interfaccia e l’esercito perbenista del predicatore televisivo Mox. Il romanzo ha molte idee suggestive, e Adder è un personaggio affascinante; ma la storia è troppo frammentata, un sacco di sub-plot non vanno da nessuna parte e l’ossessione di Jeter per lo scabroso a tutti i costi stanca. Così così.
Morlock Night Morlock Night (La notte dei Morlock) è un seguito horror-fantasy di The Time Machine di Wells. I Morlock si sono impossessati della macchina del tempo, e dal futuro sono tornati nella Londra vittoriana per portare rovina e pasteggiare a base di gentiluomini britannici. L’idea è interessante e il romanzo parte bene, ma prende una bruttissima piega quando si intromettono Re Artù, la lotta del Bene contro il Male e la ricerca di tutti i pezzi della spada Excalibur per ridonare le forze al campione della luce. Una cagata pazzesca, sconsigliata a tutti tranne che agli amanti del trash estremo o a chi nutra una curiosità storica verso le origini dello steampunk.
Infernal Devices Infernal Devices (Le macchine infernali) è una tragicommedia in salsa vittoriana. George Dower, gentiluomo londinese senz’arte né parte, gestisce un negozio di diavolerie meccaniche lasciategli in eredità dal padre geniale. La sua vita tranquilla viene sconvolta dall’arrivo di un cliente negro con una richiesta particolare. Da allora, Dower precipita in una serie di intrighi sgangherati, tra uomini pesce che hanno colonizzato un quartiere di Londra, ordigni capaci di far esplodere il mondo, automi pensanti caricati a molla dalla notevole potenza sessuale, viaggiatori del tempo e logge massoniche. Stile e ritmo sono altalenanti e la storia è troppo esageratamente grottesca per essere davvero immersiva, ma si legge che è un piacere. Questa è l’opera steampunk di Jeter che merita di essere ricordata, e forse ci scriverò un post in futuro. Jesus H. Christ!
Noir Noir è un cyberpunk amarissimo, in un mondo collassato e in preda all’anarchia, dove i corporativi fanno il bello e il cattivo tempo in mezzo a giovani che si prostituiscono e barboni non-morti tenuti in vita finché non avranno pagato tutto il debito che hanno con le banche. McNihil, investigatore privato che si è fatto impiantare negli occhi un filtro in bianco e nero che gli fa vedere il mondo come se fosse un film noir, è arruolato da una supercorporation per indagare su un omicidio che lo metterà sulle tracce di perversi pirati del copyright che minacciano il mondo intero. Noir è immersivo e pieno di trovate affascinanti; ma l’insistenza feticistica di Jeter verso tutto ciò che è disgustoso, crudele, umiliante, sgradevole, la prosa lenta e intellettualoide, e il suo rant destrorso contro i violatori del copyright e i pirati del digitale (alla gogna!), fanno girare i coglioni. Da leggersi solo quando si è di ottimo umore.
Mi piacerebbe leggere qualche altro suo romanzo, come il decantato The Glass Hammer, ma allo stato attuale esistono solo cartacei fuori commercio. Auspicando una futura digitalizzazione dell’autore, per il momento mi limiterò ad aspettare.

Chi devo ringraziare?
Se sono arrivato a leggere Farewell Horizontal, una volta tanto non devo ringraziare persone che conosco personalmente ma due scrittori. In primo luogo Philip Dick, che in vita parlò sempre bene del suo pupillo e spinse molto Dr. Adder. Insomma: se il mio idolo letterario ne parla bene, deve pur valere qualcosa! In secondo luogo Jeff VanderMeer, che nella postfazione a Infernal Devices (nell’edizione della Angry Robot) ricorda ai lettori che Jeter non è solo proto-steampunk; anzi, che alcuni dei suoi risultati migliori li ha avuti nell’horror e nel cyberpunk (e questo è uno dei romanzi citati). Insomma: se lo dice il decano del New Weird, sarà vero…!
Poi, ovviamente, avrei da ringraziare in misura diversa anche il Duca – che nel suo parlare di steampunk mi ha scolpito nella testa il nome di Jeter – e Mr. Giobblin – che mi ha segnalato la ripubblicazione dei romanzi steampunk di Jeter da parte di Angry Robot. E magari la stessa Angry Robot. Insomma, devo ringraziare un macello di gente.

Blade Runner 2 - The Edge of Human

molti bocconi amari…

Qualche estratto
Per questo Consiglio ho scelto due brani che, mentre davano un’idea generale del protagonista e del “tono” della narrazione, si focalizzassero su due degli elementi più interessanti dell’ambientazione: la connessione alla rete e il movimento sulla verticale. Nel primo Axxter, subito dopo aver avuto la fortuna di immortalare due angeli che facevano sesso, vuole loggarsi per contattare il suo agente e verificare quanti soldi può farci. Il secondo è una scena di vita quotidiana: Axxter che smonta il campo alle prime luci dell’alba e chiama la sua motocicletta.

1.
For most of this excursion he’d been traveling off-line, the Small Moon being over-curve, all signal to or from it being blocked by the building itself. And in this scurfy territory, the building’s exterior desolate and abandoned in every direction, Ask & Receive hadn’t been able to sell him a map of plug-in jacks. So finding this one had been a break, as well. Maybe that’s when my luck started. Axxter rattled his fingertip inside the rust-specked socket; a spark jumped from the tiny patch of metal to the ancient wire running inside the building. Last night, when I found this; maybe it’s all going to just roll on from here. At last.
YES? The single word floated up in the center of his eye, bright against the deadfilm’s black drain of ambient light. More followed. GOOD MORNING. “THE GLORIES OF OUR BLOOD AND STATE/ARE SHADOWS, NOT SUBSTANTIAL THINGS/THERE IS NO ARMOR –”
“Jee-zuss.” Axxter’s gaze flicked to CANCEL at the corner of his eye. The trouble with buying secondhand; his low-budget freelancer’s outfit had all sorts of funky cuteness left on it from its previous owner; he had never been able to edit it out.
VERY WELL. Sniffy, feelings wounded. REQUEST?
He hesitated. For a moment he considered not calling anyone up; just not saying anything about the angels at all. His little secret, a private treasure. That would be something. Something nobody had except me. He nodded, playing back the tape inside his head corresponding to the one inside the camera. So pretty; both of them, but especially the female angel. Slender as a wire. A soft wire. And smiling as she’d drifted away. That smile was locked away, coded into the molecules inside the camera. And in my brain – burned right into the neural fibers. As if soft, dreaming smiles could burn.
[…] Angel stuff being rare also made it valuable, however. Beyond the mere smile. That decided the issue. “Get me Registry.”
After he’d zipped the footage from his archive to Reg and got a File Check, Clear & Confirmed Ownership – thank God that much service came free – he asked if anything else had come in lately under the heading Angels, Gas, Coitus (Real Time). For all he knew, whole orgies had been taking place in the skies around the building’s morningside.
Two cents pinged off the meter panel in the corner of his sight, Registry’s charge for the inquiry. The sight/sound made him wince.
NOTHING, JACK. TOTAL NADA. The Registry interface had a flip personality. YOU MIGHT TRY UNDER HISTORICAL AND/OR POETRY. “I WANDERED LONELY AS A –”
Another eyeflick, to DISCONNECT. He didn’t want to get tagged for another charge. Not for ancient nonsense, some pre-War file dredged out of Registry’s deep vaults. “Screw that.”
PARDON?
“Get me, um . . . get me Lenny Red.” By contract, Axxter should have called his agent Brevis. But Brevis took a ten-percenter bite; and any idiot working out of a top-level office could peddle hot angel love stuff. I could do it, from here – Axxter knew Ask & Receive had a call out, all angel footage bought top-price. But Ask & Receive also listed their stringers in a public file; if Brevis found out – and he would – he’d take the whole wad paid, not just ten percent. Contractual penalty. So Lenny’s usual five made him a bargain.
SHIELD LINE?
“Naw, don’t bother.” No sense in paying the extra – he had his Reg confirm. “Just call him straight in.”
YOU’RE THE BOSS.
The cranky wire quavered Lenny’s face. “Howdy, Ny.”
He squinted at the image overlaid in his sight. Lenny’s forehead smeared to the left; his mouth was a rippling loop. This far downwall, you took what you could get. “Got something for you.”
“Oh?” Oh? – the line echoed as well. “Like what?” Kwut?
“Angels.”
A distorted eyebrow lifted like an insect leg at the edge of the film “Really.” Lee-ee.
“Catch this.” Axxter engineered a smug smile into his own face. “Angels having sex.”

2.
Methodically, with elaborate care, Axxter broke down his small camp. Taking more pains than necessary; I know, he told himself once more, as he watched his hands going through routine. Mind working on two levels about the subject. On top, right up against curve of skull, the old subvocal litany: Careful; have to be careful; weren’t born out here like some of them; until you get your wall-legs, better, smarter to be careful still. But underneath, not even words: fear, not caution, slowed his movements. As narrow and cramped as the confines of the bivouac sling were, it was at least something underneath him, a bowed floor of reinforced canvas and plastic beneath his knees as he knelt, or shoulder and hip when he slept, and the empty air beneath. That was as safe, he knew, as you got on the vertical. He could have stayed in the sling forever, hanging on the wall. Money, the lack of it, compelled otherwise.
Eventually everything – not much – was packed into two panniers and a larger amorphous bundle. He closed his eyes for a moment, gathering strength, then stood up, the sling’s fabric stretching beneath his feet. He whistled for his motorcycle.
For close to a minute, as he leaned against the building’s wall, holding onto a transit cable for balance, he heard nothing, no answering roar of the engine as the motorcycle came wheeling back to his summons. Thin green on this sector of the wall; something to do with Cylinder’s weather pattern, Axxter figured. The motorcycle would have to have grazed for some distance to have filled its tank. Just as he was about to whistle again, he heard the rasp of its motor, growing louder as it approached.
Over the building’s vertical curve, due rightaround from where he stood in the bivouac sling, the headlight and handlebars of a Norton Interstate 850 first appeared, then the spoked front wheel and the rest of the machine behind. Bolted to the motorcycle’s left side – the uppermost side now, as the machine moved perpendicular to the metal wall – the classic blunt-nosed shape of a Watsonian Monza sidecar came with the motorcycle, its wheel the parallel third of the whole assemblage. A typical freelancer’s rolling stock; he had eyeballed it for so long back on the horizontal, when he’d been saving up his grubstake, that he’d memorized every bolt before he’d ever actually wrapped his fist around the black throttle grip. Even now, after this long out on the vertical, the sight of the riderless motorcycle heading toward him – accelerating as if impelled by love, though he knew it had only taken a visual lock on his position – affected him, rolled on a sympathetic throttle inside his chest. A notion of freedom, as much so as angels, living or dead.

Tabella riassuntiva

Un cyberpunk atipico dove la gente cammina sui muri! Troppe domande senza risposta e un senso di incompiutezza.
Protagonista sfigato e autoironico in cui è facile immedesimarsi. Brutta tendenza alla logorrea scemo-friendly.
Jeter riesce a mostrare come si vive in verticale. Inizio lento e finale anticlimatico.
Ritmo crescente e buon mix di azione.

Il dilemma di Benedetto XVI

Habemus Papam

— La Gerarchia Ecclesiastica Vaticana e Sua Santità desiderano che vi tratteniate, dottor Steinmann, per tutto il tempo che sarà necessario per stabilire quali sono attualmente le condizioni psicologiche di Sua Santità.
[… ] — Il cardinale Orsini è forse più diplomatico del necessario. Mi hanno detto che un esame psichiatrico esige un’assoluta franchezza. — Il sorriso svanì, e il Papa fissò Steinmann diritto negli occhi. — In questo caso la franchezza esige che vi chiediamo di decidere, nel più breve tempo possibile, se io sono matto.

Benedetto XVI ha delle visioni. Gli impongono di muovere guerra ad uno stato canaglia che minaccia di gettare la nostra civiltà nel baratro. Ma – e se non fosse un segno di Dio? Se fosse solo pazzo? Come potrebbe continuare ad esercitare il suo magistero?
Non stiamo parlando di papa Ratzinger; nel 1978, quando fu pubblicato in Italia il racconto di Herbie Brennan Il dilemma di Benedetto XVI, sul soglio pontificio sedeva ancora Paolo VI. Nel futuro immaginato da Brenner, il Vaticano è molto cambiato. Per esempio non si trova più a Roma, ma si affaccia sul lago di Ginevra. E poi ha un esercito privato. E il papa ha bisogno della visita di uno psichiatra – di uno psichiatra ebreo.

L’idea di un papa con dei dubbi, di un papa che chiede aiuto personale ai laici possiede un fascino tutto particolare. Un individuo titanico, quasi superumano che un papa dovrebbe essere, di colpo diventa così umano. Per questo è così affascinante un film come Habemus Papam di Moretti, dove un papa neoeletto si rivolge ad uno psicanalista per ritrovare la fede e la forza per sobbarcarsi il peso della cristianità. Per questo è così affascinante l’abdicazione del Benedetto “reale” e la sua decisione di ritirarsi in un umile e ritirato convento carmelitano. Sembra di tornare al medioevo.
Erano quasi seicento anni che un Papa non si dimetteva dalla carica. Seicento, non ottocento come rimbalzano i giornalisti – Celestino V, il papa che nel 1294 fece per viltade il gran rifiuto, non fu l’ultimo. L’ultimo fu Gregorio XII, che del resto fu eletto un po’ a muzzo nel 1406, in pieno Scisma d’Occidente, da un conclave ridotto a quindici cardinali, mentre ad Avignone imperversavano gli Antipapi. Ma seicento anni sono comunque tantissimi.

Resign from the papacy

Il racconto di Herbie Brenner, a onor del vero, non ha molte somiglianze con la vicenda di Ratzinger, e i due Benedetto vivono dubbi molto diversi. Ma ho comunque provato un piacere speciale nel leggere il racconto ieri sera, proprio mentre i talk-show in prima serata si mettevano a esplorare pure le mutande sporche del papa alla ricerca di segni che ‘preannunciassero’ la sua decisione di mollare. Non avevo mai sentito parlare del racconto, né dell’autore; devo tutto al kompagno Gimmelli, che mi ha passato questo articolo su Facebook.
Il racconto non è neanche nulla di trascendentale, aldilà del fascino che per me e molti altri hanno tutti i racconti di fantascienza che parlano di Chiesa cattolica, Papato, preti e cardinali. La scrittura di Brenner è goffa, diversi dialoghi sono irreali, ci sono piogge di aggettivi inutili e frasi ridondanti. Gli elementi tecnologici sono messi lì un po’ a cazzo, come il Rhamboid, strumento che permette di connettere la mente del paziente con quella dello psicanalista, ma che non si capisce mai come funziona. E la traduzione italiana non fa che peggiorare la situazione1.
Ma è un racconto che ti incolla. Comincia in medias res, mette fin dai primi capoversi la pulce nell’orecchio al lettore – uno psichiatra convocato in segreto in Vaticano! – e non si allontana mai dal tema iniziale. L’atmosfera che si respira nella corte ginevrina, attraverso gli occhi dello scettico psichiatra ebreo, è suggestiva. Il finale, a modo suo, è carino. E leggerlo in questi giorni fa tutto un’altro effetto.

Ecco perché l’ho integralmente postato in questo articolo. Quale modo migliore per godersi questo passaggio di testimone? Buon divertimento.

Il dilemma di Benedetto XVI

Urania - Il dilemma di Benedetto XVIAutore: Herbie Brennan
Titolo originale: The Armageddon Decision
Genere: Science Fiction
Tipo: Racconto

Anno: 1978
Edizione: Urania n.735
Pagine: 10 ca.

Entrando nel museo, Steinmann si sentiva ancora turbato dal suo sogno di Sarai. L’edificio era quasi deserto, poiché, ovviamente, nelle belle giornate attirava pochi visitatori. Steinmann indugiò ad ammirare le ricostruzioni in miniatura di tombe etrusche finché l’orologio non gli disse che mancavano tre minuti alle undici. Allora si avviò senza fretta lungo la Galleria Egizia. Dopo un poco trovò la stele di Rosetta vicino al sarcofago di una mummia del Medio Impero. Secondo le istruzioni ricevute, aspettò fingendo di leggere il cartiglio su cui era tradotta l’iscrizione. Continuava a pensare a Sarai, cercando di mettere in rapporto quel rigurgito emotivo con la situazione o l’ambiente, quando una mano gli sfiorò il braccio: — Dottor Steinmann?
Steinmann si voltò, annuendo. — Sì. — L’uomo era certamente un italiano, molto bruno e molto snello, sui cinquantacinque.
— Orsini — si presentò, porgendo la mano. — Giovanni Orsini. Benvenuto a Ginevra, dottore. Mi spiace aver dovuto organizzare quest’incontro da cospiratori. Avremmo di molto preferito darvi il benvenuto davanti a tutti, all’aeroporto, ma sono certo che vi rendete conto delle difficoltà.
La stretta di mano era ferma e asciutta. — Non del tutto — disse Steinmann. Dall’esame del comportamento del suo interlocutore, dedusse che Orsini non era tanto nervoso quanto preoccupato e in imbarazzo. Questa scoperta gli procurò un vero senso di sollievo. Forse, dopo tutto, era stata quell’insolita esperienza di dover seguire istruzioni segrete che aveva evocato Sarai dalla tomba nel suo subconscio.
— Se è così — dichiarò serio Orsini — devo ringraziarvi per la vostra pazienza. — Si guardò intorno, quasi per assicurarsi che la galleria fosse deserta. Non c’era anima viva, infatti.
Steinmann passò a osservare l’impeccabile abito da passeggio e poi il portamento di Orsini, che originò una nuova associazione di idee e lo portò a dire a bruciapelo: — Immagino siate un sacerdote.
L’altro sbatté le palpebre: — È così evidente?
— No, se uno non ha una certa esperienza. — Lanciò un’ultima occhiata alla stele e aggiunse: — E ora, cosa facciamo?
Orsini era palesemente a disagio. Dalla tasca interna prese un sottile portafogli e glielo porse con gesto affrettato. — Per favore, prendetelo! È un anticipo sul vostro onorario. C’è anche un biglietto per un giro turistico della città in pullman, che parte alle tre del pomeriggio di oggi. Il pullman parte dal monumento a Guglielmo Tell, a due passi dal vostro albergo. Vi chiediamo il favore di partecipare al giro. — Scrutò attentamente Steinmann. — Se non sbaglio, la vostra specializzazione richiede un particolare addestramento della memoria visiva, non è vero?
Steinmann annuì.
— Allora, per favore, guardatemi bene. Così sarete sicuro di potermi riconoscere.
Orsini irrigidì involontariamente i muscoli, come se si aspettasse un esame manuale.
Steinmann sorrise. — Sì… senz’altro.
— È importante, dottore — incalzò serio Orsini. — Dovrete riconoscermi di primo acchito, anche se sarò vestito in modo totalmente diverso e ci troveremo in un altro ambiente.
— Sì, sì. State sicuro che vi riconoscerò — disse Steinmann in tono rassicurante e, automaticamente, collegò i tratti più caratteristici della fisionomia al nome e al portamento, per noi immagazzinare il tutto nel subconscio. Orsini era adesso per sempre incasellato nella sua memoria.
— Bene. — Il ritmo del respiro rivelò che Orsini aveva tirato dentro di sé un sospiro di sollievo, come se la cosa fosse stata di vitale importanza. Poi continuò: — Avremmo piacere che vi comportaste come un qualunque turista, fino al momento in cui il pullman entrerà nella piazza e i passeggeri scenderanno. Scendete con loro, mettendovi però in fondo al gruppo, in modo da potervi allontanare inosservato.
— Capisco.
— La guida vi condurrà lungo un colonnato. A un certo punto del percorso vi verrò incontro, provenendo dalla direzione opposta. Mi scuserete, se farò finta di non conoscervi.
Steinmann capì che l’imbarazzo dell’altro era sincero. — Non preoccupatevi — disse.
— Poco dopo esserci incrociati, arriverete a una porta sulla vostra destra. Sarà aperta e non sorvegliata. Vi sarò grato se vi entrerete, badando che nessuno se ne accorga. Chiudete la porta a chiave. La serratura è una semplice placca a pressione all’altezza della spalla. Poi, non avrete che da aspettare. Io vi raggiungerò seguendo un’altra strada.
Per allentare un po’ la tensione, Steinmann osservò, con una certa leggerezza: — Mi sembra una cosa molto eccitante.
— È invece una cosa puerile, dottore — disse Orsini, con un sorriso forzato — e voi ve ne rendete conto benissimo. Ma è necessaria. Nessuno deve sapere della vostra visita in Vaticano.

Ginevra. Nota in tutto il mondo per il suo lago, per il CERN, e per il Vaticano.

Un’americana chiacchierona per poco non privò Steinmann della sua prima vista panoramica della Città del Vaticano. Lei stava sproloquiando su Hoosiers – qualunque cosa fosse questo Hoosiers – quando il pullman, superata una svolta, permise un’ampia visuale, sulla destra, del lago di Ginevra. Steinmann escluse la voce della donna dalla sua mente. Al di là dello specchio d’acqua, si vedevano le scintillanti mura e le guglie che s’innalzavano sulla riva opposta. La lettura dell’opuscolo illustrativo non l’aveva preparato del tutto alla magnifica visione. Era più piccolo del Vaticano originale, ma la profusione dei marmi usati nel costruirlo non mancava di fare colpo.
— Ecco, adesso potete vedere da voi — stava dicendo l’americana con aria di enorme soddisfazione.
Steinmann, che vedeva solo la città e il lago, annuì con un sorriso di voluta condiscendenza. Per meglio aderire alla parte del turista, indossava un abito bianco e una sgargiante camicia di seta. Una borsa da aereo, posata di fianco al sedile, conteneva indumenti più sobri.
In meno di un quarto d’ora, il pullman arrivò ai cancelli della città. Osservandola da vicino, Steinmann fu colpito dalla strana combinazione di rutilante cattivo gusto e di splendore medievale. Le pareti di marmo, così imponenti da lontano, sembravano di viscida plastica per via del trattamento protettivo al silicone. Al di sopra dei cancelli, un grande crocefisso dorato mandò un tenue bagliore quando il pullman attivò la fotocellula d’apertura. Ma i cancelli erano delle genuine reliquie di una fortezza medicea.
Steinmann sfogliò l’opuscolo mentre il pullman entrava nella piazza. Non avevano tentato di fare una copia esatta, sia pure in miniatura, del vero Vaticano, ma ne avevano conservato talune caratteristiche. Esisteva ancora una Biblioteca Vaticana, esistevano ancora gli Archivi Segreti, ambedue, purtroppo, molto ridotti. Esisteva anche una Basilica di San Pietro e una Cappella Sistina, in parte costruita con le pietre originali portate di contrabbando dall’Italia, ma sfortunatamente mancavano i gloriosi capolavori di Michelangelo. C’era ancora un Palazzo Vaticano e, sebbene per motivi di sicurezza vi fossero ammessi pochissimi visitatori, correva voce che i sontuosi arredi risalissero come minimo a tre secoli prima.
— Adesso sì, che è davvero una cosa magnifica! — disse ad alta voce l’americana, mentre il pullman si fermava con uno stridio. La donna si guardò intorno con palese ammirazione. — Adesso sì! Non trovate?
— È vero! — rispose con sincerità Steinmann. Anche lui aveva fatto caso che erano più interessanti le differenze che non le somiglianze con il Vaticano originale.
Al posto della Radio Vaticana c’era adesso la Televisione Vaticana, con proiezioni interamente olografiche. La sottile antenna emittente fendeva il cielo, dominando persino la facciata del palazzo. E le Guardie Svizzere, con i loro secoli di tradizione, erano state sostituite, con inconsapevole ironia, da Legionari Romani. Secondo l’opuscolo illustrativo, le armature erano di leggera plastica che imitava l’acciaio, ma l’insieme sarebbe stato accettato anche da Cesare.
— Sono convinta che tutti dovrebbero vederlo — continuava imperterrita l’americana — anche i non cattolici. — Lo guardò con aria bellicosa: —Voi siete cattolico?
— Ebreo — rispose Steinmann, con un cenno di diniego. Per qualche suo motivo personale, la donna sembrò compiaciuta. — Ah, israeliano?
Steinmann tornò a scuotere la testa. Poi, dato che voleva troncare la conversazione, aggiunse: — Sono nato ad Anderstraad.
L’espressione della donna si raggelò per l’imbarazzo.
Via via che il pullman si vuotava, Steinmann fece in modo da restare per ultimo e si accodò al gruppo che s’incamminava verso il colonnato. Ma anche quando erano già entrati nell’ombra fresca, non vide traccia di Orsini, sebbene un dignitario vaticano venisse verso di loro avvolto nella pompa cardinalizia. L’avevano già quasi oltrepassato quando Steinmann lo riconobbe.
Rallentò il passo e, trovata la porta, varcò la soglia senza essere visto. Premette la placca con il pollice, sentì lo scatto della serratura che si chiudeva, poi aspettò. Si trovava sul limitare di un altro cortile su cui torreggiava la mole del Palazzo di Papa Benedetto.
Steinmann era un po’ seccato, perché la sua lunga esperienza fisiognomica non lo aveva aiutato ad individuare le caratteristiche fisiche dell’altro. E poiché era seccato, disse: — Dunque, siete un cardinale. Avrei dovuto trattarvi con maggior rispetto.
— Al contrario — ribatté Orsini — se qualcuno deve fare delle scuse, questo sono io. Sia a titolo personale sia a quello della gerarchia ecclesiastica. Il modo con cui ci siamo messi in contatto con voi, il modo con cui siete stato costretto a venir qui… tutto questo è davvero imperdonabile, ma forse ne comprenderete presto la necessità.
Incuriosito, Steinmann chiese: — Dove stiamo andando, di preciso?
— Sopra la cappella c’è una piccola biblioteca — rispose Orsini. — Sua Santità ha la compiacenza di servirsene come studio. So che vi aspetta là.
Si fermarono davanti ad una porta scorrevole ed entrarono in un cubicolo che, come improvvisamente Steinmann si accorse, era un ascensore. Si guardò intorno deliziato, mentre la porta tornava a chiudersi. — Non vi servite di seggi elevatori? — chiese.
Orsini rabbrividì. — Qui preferiamo andare all’antica, dottore. È una questione di dignità.
Steinmann si ritrovò a pensare a Sarai intanto che l’ascensore li faceva dignitosamente salire al piano sopra la cappella.
Sua Santità Papa Benedetto XVI era più piccolo di quanto Steinmann avesse immaginato, magro come Orsini, ma più vecchio ed incartapecorito. Correva voce che facesse cure per ringiovanire, a dispetto della politica ufficiale della Chiesa, ma se le voci rispondevano al vero, le cure non erano efficaci. Con sorpresa di Steinmann, il Papa indossava il saio marrone dei frati francescani.
Papa Benedetto andò loro incontro porgendo la mano senza formalità. — Mio caro dottor Steinmann, come siete stato gentile a venire! Il cardinale Orsini vi avrà già detto quanto ne siamo felici. — Il suo inglese era privo di accento, ma molto meticoloso, segno che solitamente parlava un’altra lingua. — Non volete sedervi? — Indicò una poltrona con una mano venata d’azzurro. — È molto comoda. Volete del tè? Del caffè? Un goccio di vino… abbiamo vini di ottima annata.
— Magari un caffè — disse Steinmann, che stava studiando il portamento e il tono muscolare del Pontefice. C’era appena un lieve accenno di tremito alle estremità, che senz’altro era dovuto più agli anni che ad un determinato stato psicologico.
Orsini fece scorrere un pannello a muro e compose un numero sul luccicante auto-cuoco. Il caffè si materializzò in tazzine di porcellana.
— È abominevole — osservò Papa Benedetto indicando la macchina — ma i miei cardinali più giovani persistono a dichiarare che dobbiamo essere sempre all’altezza dei tempi. Io mi oppongo finché posso, ma — sorrise — bisogna accettare il fatto che il Pontefice non è più infallibile.
Steinmann ricambiò il sorriso con un sincero sentimento di calorosa comprensione. Prese il caffè e lo trovò molto migliore della solita brodaglia ammannita delle macchine automatiche.
— Vorrei che il cardinale Orsini restasse, se non avete niente in contrario — disse Benedetto XVI.
— No, no di certo — si affrettò a dire Steinmann. Le parti andavano delineandosi. Il Papa era diventato un penitente, sottomesso al parere di Steinmann.
— Vedete, dottore — s’interpose Orsini, con voce pacata — vi abbiamo chiamato qui in veste professionale.
Steinmann spostò lo sguardo dall’uno all’altro. Si era quasi aspettato una cosa del genere, perché solo così si spiegava quella segretezza patologica.
— Prima di continuare — disse il Papa — vi dobbiamo chiedere se siete preparato ad agire in veste professionale. — Ebbe un attimo d’esitazione. — A qualunque onorario vogliate fissare, naturalmente!
— L’onorario non è una questione di principio — dichiarò Steinmann, accigliandosi.
— No davvero. Per una persona della vostra capacità, è soltanto quello che gli spetta. Tuttavia debbo ripetere la domanda. È importante che i nostri rapporti siano chiari sotto tutti gli aspetti.
Steinmann tirò un profondo respiro, ma, ovviamente, aveva già deciso: — Sarei veramente onorato di rendermi utile a voi o alla vostra Chiesa, secondo le mie possibilità. — Gli venne in mente un pensiero un po’ irriverente, e aggiunse: — In fin dei conti è stata fondata da uno del mio popolo.
La faccia del Papa si raggrinzì tutta per un altro sorriso. — È un sollievo costatare che possedete il senso dell’umorismo, dottore. Sono anche certo che vi rendete conto che tutto quello che verrete a sapere qui è da considerarsi strettamente confidenziale.
— Ciò fa parte dell’etica professionale — disse Steinmann, senza offendersi.
— Certo, certo!
Orsini fece per dire qualcosa, ma Steinmann lo prevenne.
— Prima di andare avanti, posso fare una domanda?
— Dite.
— Perché non avete scelto uno psichiatra cattolico? Ce ne sono di ottimi.
— Lo capirete fra poco — disse il Papa, facendo un cenno a Orsini.
— Sua Santità… — cominciò il cardinale, evitando di guardare in faccia Steinmann. Poi, cambiando apparentemente idea, proseguì: — La Gerarchia Ecclesiastica Vaticana e Sua Santità desiderano che vi tratteniate, dottor Steinmann, per tutto il tempo che sarà necessario per stabilire quali sono attualmente le condizioni psicologiche di Sua Santità.
Steinmann guardò prima l’uno poi l’altro, e, soppesando con cura le parole, disse: — Cosa volete dire esattamente con l’espressione “condizioni psicologiche”, in questo contesto?
Papa Benedetto sorrise ancora, con sincero buon umore.
— Il cardinale Orsini è forse più diplomatico del necessario. Mi hanno detto che un esame psichiatrico esige un’assoluta franchezza. — Il sorriso svanì, e il Papa fissò
Steinmann diritto negli occhi. — In questo caso la franchezza esige che vi chiediamo di decidere, nel più breve tempo possibile, se io sono matto.

Habemus Papam

L’alloggio di Steinmann era lussuoso anche per una persona abituata al lusso. C’era perfino un Canaletto autentico, un piccolo preziosissimo quadro, appeso a una parete. Il dottore si sedette dubbioso sull’enorme letto, ma lo trovò sorprendentemente comodo e morbido. Si alzò e andò ad esaminare lo scrittoio, sicuro di scoprire che era un’imitazione. Invece era davvero di legno, e i segni d’invecchiamento potevano benissimo essere stati causati dal tempo, e non fatti apposta da un esperto artigiano. La finestra dava su un cortile interno, su cui, in quel momento, sfilava una processione salmodiante. Un lieve aroma d’incenso impregnava i pannelli di legno.
Steinmann trovò l’autocuoco e, dopo due tentativi, riuscì a ordinarsi la cena. Il brodo di pollo era anemico, ma l’agnello era vicino alla perfezione. Compose a caso un numero per il vino, e gli fu servita una mezza bottiglia di Chianti Classico. Era un po’ troppo secco per il suo palato, ma andava giù liscio che era un piacere.
Se ne versò un bicchiere e andò a sedersi su un seggiolone veneziano a riflettere.
Lo sguardo gli cadde sul terminale di un proiettore olografico abilmente dissimulato tra i fregi che ornavano le pareti e, seguendone il cavo, trovò i comandi inseriti nel muro a fianco della testiera del letto. Si protese, col bicchiere in mano, e premette un pulsante. Un cubo di un metro e ottanta di lato si materializzò al centro della stanza con un ticchettio. Per un istante rimase di un biancore lattiginoso, poi fu bruscamente sostituito da due preti infervorati in un’accalorata discussione. Steinmann non riuscì a capire l’argomento, perché parlavano in latino. Cercò allora il pulsante per cambiare canale, ma non lo trovò. Perciò rimase a guardare per un poco i due preti, e finì con l’assopirsi. Fu strappato bruscamente al sonno da un rumore che gli sembrò un colpo d’arma da fuoco. La trasmissione era cambiata, e per fortuna il commento era in inglese.
Si trattava ancora di Anderstraad, naturalmente, e dei tirapiedi di Ling che, con grande efficienza, mettevano a morte un oppositore politico. L’incidente gli diceva poco in sé, ma gli riportò il bruciante ricordo di Sarai. Come per sottolineare i suoi sentimenti, la scena cambiò, passando a una seduta del Consiglio dell’Unione Parlamentare. Riconobbe Martin Allegro, che con la faccia tesa pronunciava un appassionato discorso anti-Anderstraad. Poi il notiziario continuò con un assassinio nello Zambia, e l’interesse di Steinmann svanì. Spense l’apparecchio, si alzò stiracchiandosi e andò a letto. Ma nonostante il suo addestramento, non riuscì a non sognare gli inevitabili sogni.

La vita era piena di sorprese. Nel corso della notte avevano istallato nella biblioteca un apparato Rhamboid ultimo modello. Aspettando il Papa, Steinmann elaborò un programma-tipo di test psicologici e vi apportò le necessarie correzioni. I comandi rispondevano alla perfezione al tocco delle sue dita.
— Vi sembra che vada bene, dottor Steinmann?
Il dottore alzò gli occhi dal quadro dei comandi: — È una bellissima macchina, Santità.
Benedetto XVI annuì: — Di fabbricazione tedesca. So che sono molto bravi nel costruire macchine psichiatriche. — Poi il Papa andò a sedersi sulla poltroncina destinata all’esaminando e incrociò le mani in grembo. — Cominciamo?
— Se siete pronto.
— Sono pronto — disse il Papa.
Steinmann andò a sistemare il casco sulla testa tonsurata. I contatti scivolarono così perfettamente al loro posto che gli venne il sospetto che la macchina fosse stata costruita su misura per quel paziente. Poi tornò ai comandi, infilò il proprio casco e premette un pulsante. Il pannello si accese.
— Non sento niente, dottore — disse calmo il Papa.
— Non potete sentire niente, ancora — disse Steinmann. — Occorre lasciar passare un certo periodo, mentre ci sintonizziamo. — Controllò i quadranti. Nonostante la calma apparente, gli indici della respirazione, del battito cardiaco, della pressione sanguigna e della traspirazione di Papa Benedetto erano molto superiori al normale.
— Possiamo parlare? — chiese il Papa.
— Sì. Non altera i risultati e, caso mai, può essere di qualche utilità. — Regolò ancora qualche comando, esitando. — Anzi, tanto per rompere il ghiaccio, avrei bisogno di farvi qualche domanda.
L’altro ebbe un lieve sorriso. — Vorreste, per esempio, sapere quali sono i miei sintomi?
Steinmann lo fissò. — Sì. Immagino che abbiate mostrato alcuni sintomi, altrimenti non mi avreste chiamato.
— La vostra supposizione è esatta, dottore — disse il Papa. — Ho avuto quelle che si potrebbero definire esperienze allucinatorie.
— Allucinazioni? — precisò Steinmann.
— La Chiesa ha sempre sostenuto che esistono due diversi tipi di visioni o allucinazioni — disse, con pacatezza, Benedetto XVI. — Una visione può essere un messaggio di Dio, un’altra l’indizio di uno squilibrio psichico. Noi speriamo che voi ci possiate aiutare a determinare a quale dei due tipi appartengono le mie.
Date le circostanze, c’era quasi da aspettarselo. Soppesando con cura le parole, Steinmann rispose: — Temo che la mia filosofia non comprenda messaggi dall’Onnipotente. Il meglio che vi posso offrire è un’indicazione sulle condizioni della vostra mente. Se è sana, deciderete voi stesso la natura delle visioni.
— Non chiediamo di più — concluse Benedetto XVI.
Un lieve ronzio gli faceva vibrare i timpani, segno che il collegamento si stava instaurando. Steinmann chiese: — Le visioni hanno un senso, una forma?
La faccia rugosa rimase inespressiva. Solo gli strumenti rivelavano la tensione interna.
— Si riferiscono all’Apocalisse. Conoscete la dottrina cattolica su questo argomento?
— Solo un’infarinatura da profano — rispose Steinmann. — Non è la battaglia di Armageddon?
— Il regno del male, dottore. E la lotta contro di esso culminante nel Secondo Av-vento. Non credo che vi siate mai interessato molto al problema.
Steinmann spostò una manopola di un quarto di giro in senso antiorario. — Confesso che la cosa non mi ha mai appassionato.
— Invece, per me, è diventata un’ossessione da quando Victor Ling è salito al potere ad Anderstraad — disse il Papa, con voce atona.
Steinmann rimase così sorpreso che per poco il collegamento non si spezzò. Costrinse i muscoli a rilassarsi e passò automaticamente alla respirazione controllata di tipo yoga, necessaria per ritrovare l’equilibrio psichico. Un attimo dopo, disse con voce del tutto priva di emozione: — Temo di non vedere il rapporto tra le due cose.
Papa Benedetto sospirò. — Come sapete — disse — Apocalisse significa “rivelazione”, e la Rivelazione di San Giovanni Evangelista ha dato luogo ad una rozza mitologia e ad aspettative fantastiche: grandi bestie, draghi scarlatti, segni nel cielo… — Sospirò di nuovo. — Ma i dottori della Chiesa hanno suggerito un’interpretazione molto più razionale.
La mente di Steinmann si oscurò un attimo, per tornare a schiarirsi subito dopo. L’esperienza gli suggeriva che il collegamento totale si sarebbe stabilito entro dieci minuti. — Posso chiedere qual è questa interpretazione?
— Due sono i punti fondamentali che chiariscono il significato del libro — rispose Benedetto XVI. — Il primo è il diciottesimo versetto del tredicesimo capitolo. Nell’identificare la realtà dietro l’immagine simbolica della Grande Bestia, Giovanni scrisse: «Chi ha intendimento conti il numero della bestia: perché quel numero è di un uomo: e il suo numero è seicentosessantasei».
— E questo significa qualcosa, per voi? — chiese Steinmann, l’attenzione divisa fra le parole del Papa e i quadranti dell’apparecchio.
— Come studioso, sì. San Giovanni venne educato secondo un mistico sistema ebraico chiamato Cabala. Parte di questo sistema comprende l’identificazione di cose reali attraverso numeri associati a nomi. Essendo ebreo, voi saprete bene che le lettere ebraiche servono anche a rappresentare i numeri. Per questo, nella Cabala, è possibile dare un valore numerico a una parola addizionandone le lettere.
— E voi credete che questa addizione abbia un significato… importante?
Il vecchio Papa scosse la testa, non senza impaccio a causa del casco. — No di certo, dottore — disse sorridendo. — Io non sono un cabalista. La mia personale opinione è che questo sistema ha più a che fare con la superstizione che con la realtà religiosa. Ma ciò non ha alcuna importanza. Quello che è veramente importante è che San Giovanni seguiva il metodo cabalistico. Se noi sappiamo come lui contava le lettere del nome, possiamo ricavare a che cosa si riferivano i numeri.
— E voi sapete come contava il nome?
— Sì — rispose Benedetto XVI, con voce pacata. — È un metodo noto da secoli. Il numero seicentosessantasei si riferisce a colui che, ai tempi di Giovanni, era forse il più grande nemico della Chiesa Cristiana: il “Nero Caesar” di Roma. Traducendo il nome latino in ebraico e sommando le lettere secondo il sistema cabalistico il risultato è seicentosessantasei.
Sorpreso, Steinmann disse:
— Allora Giovanni non stava facendo una profezia? Stava soltanto indicando sotto forma occulta l’Imperatore di Roma?
— Pare proprio di sì, ma prima di parlare di elementi profetici, dobbiamo scoprire il significato del secondo punto fondamentale. Gli storici della Chiesa, come forse sapete, accettano la dottrina dei corsi e ricorsi storici.
Il ronzio cambiò tonalità, indicando che mancavano meno di cinque minuti al collegamento. — A quanto ne so, gli storici della Chiesa non sono i soli — disse Steinmann.
— Infatti. È una dottrina rispettata, in genere, anche dagli accademici. — Il Papa tornò a sorridere. — Interessa persino la vostra specializzazione. L’inconscio collettivo della nostra specie elabora schemi tra loro simili, ad intervalli prevedibili. Tali schemi possono diventare relativamente chiari, offrendo così una prospettiva storica abbastanza ampia. Ma non addentriamoci negli aspetti tecnici, dottore. Basterà dire che lo schema che produsse Nerone si ripeté nella Germania del 1930 quando sorse il movimento nazista. Noi sospettiamo anche che possa ripetersi oggi, che stia ripetendosi… — esitò un attimo, poi aggiunse, sottovoce: — Ad Anderstraad.
Steinmann provò una stretta allo stomaco. — State dicendo che lo schema che originò l’Anticristo Nerone e l’Anticristo Hitler ha oggi suscitato un altro Anticristo in Victor Ling?
— Non affermo niente del genere. Ma, come Papa, devo tenere conto di ogni possibilità. Anche se non professate la nostra fede, potete ugualmente capire quale importanza noi daremmo ad una tale eventualità. Se Ling è realmente il punto focale delle stesse forze inconsce che produssero Nerone, allora Ling non è soltanto un politicante turbolento, ma la manifestazione del grande nemico della Chiesa. E, come tale, la Chiesa deve prendere posizione contro di lui.
— Una posizione militare? — chiese Steinmann, sempre in preda a forte tensione.
— Adesso ne abbiamo la forza.
Era una constatazione di fatto. Sebbene i suoi interventi fossero rari, la Chiesa Militante restava uno dei fattori più importanti nella moderna politica internazionale. Mentre questi pensieri turbinavano nella mente di Steinmann, intrecciandosi al ricordo di Sarai, lui premette il pulsante che attivava il Rhamboid. Il ronzio diventò più acuto. — E le vostre visioni, come entrano nel quadro?
— Confermano i sospetti dei nostri storici — disse il Papa, a bruciapelo. — Suggeriscono che la Chiesa Militante attacchi direttamente Anderstraad. Adesso capite perché sia tanto importante determinare il grado della mia sanità mentale?
— Sì mormorò Steinmann. Il procedimento Rhamboid immobilizzò il suo corpo, poi scagliò la sua mente nel vortice per collegarla con la psiche del Papa.

Habemus Papam

— È stata un’esperienza interessante — disse Benedetto XVI, dopo che gli fu tolto il casco. — Devo confessare che la reazione predominante in me è un senso d’imbarazzo.
— È comprensibile — disse Steinmann. — Questo esame è l’equivalente psicologico del mostrarsi nudo in pubblico.
I vecchi occhi castani si fissarono in quelli dello psichiatra. — E il risultato, dottor Steinmann? Potete dirmi il risultato?
Steinmann si strinse nelle spalle. — Non posso dire quale sia l’origine delle vostre visioni, ma la mia opinione è che siete sano.
Papa Benedetto si raddrizzò, come se gli avessero tolto un peso dalle spalle. —Grazie, dottore — disse con voce pacata. — Questo faciliterà le nostre decisioni.

Orsini gli mise in mano un pacchetto. — Il vostro onorario, dottore. Anche se non avete fissato alcuna cifra, credo che lo troverete adeguato.
Steinmann intascò il pacchetto. — Grazie.
Percorsero i corridoi del Vaticano, un po’ impacciati, fino a una porta massiccia.
— Devo lasciarvi — disse Orsini. — Un sacerdote vi accompagnerà ai cancelli. Troverete un aereo privato ad aspettarvi.
— Sorrise. — Per fortuna non c’è più bisogno di segretezza, sebbene sappia che possiamo senz’altro contare sulla vostra discrezione.
— Non dubitate — disse Steinmann. Poi, esitando: — Cardinale Orsini…
— Sì, dottor Steinmann?
— Sua Santità era già stato sottoposto ad un esame Rhamboid, non è vero?
Orsini lo fissò per un momento, poi annuì. — Come avete fatto a scoprirlo?
— È una prova molto impegnativa, e io non l’ho preparato con la cura dovuta… stavo pensando… ad altro. — Il ricordo di Sarai l’aiutò a dominarsi, e continuò: — Le reazioni, a fine esame, non sono state quelle di chi, per la prima volta, si sia sottoposto a un Rhamboid. Era troppo calmo.
— Vedo — disse Orsini.
Con la mano sulla serratura a pressione della porta, Steinmann disse ancora: — Posso sapere chi l’ha sottoposto al primo esame?
— Io — rispose Orsini. — Ho avuto un certo addestramento di psichiatria.
Steinmann gli puntò gli occhi addosso: — E le vostre conclusioni?
Sul viso di Orsini non apparve il minimo cambiamento d’espressione. — Identiche alle vostre, dottor Steinmann. Ho trovato Sua Santità sano di mente.
— E allora, perché chiamare me?
— La Gerarchia Ecclesiastica ha insistito. Secondo loro, come cattolico e come cardinale, avrei potuto inconsciamente essere parziale nel mio giudizio. Volevano perciò una conferma da parte di uno psichiatra di un’altra fede e, di conseguenza, più obiettivo. Voi, dottor Steinmann. E, per fortuna — Orsini sorrise — il vostro parere concorda con il mio.
Steinmann abbassò la voce a un soffio: — Il Papa è matto, cardinale Orsini.
L’altro annuì gravemente:
— Lo so, dottore.
— Le sue allucinazioni sono il diretto risultato di una schizofrenia monodirezionale.
— Esatto — convenne Orsini.
— L’esame Rhamboid non dà adito a dubbi.
— No, è vero — convenne ancora Orsini.
— Perché allora avete dichiarato sano di mente Papa Benedetto? — chiese Steinmann. Non riusciva più a capire il suo interlocutore.
— Perché voglio che la Chiesa attacchi Anderstraad — rispose il cardinale. — Sono convinto che Victor Ling è un uomo malvagio, sia o non sia l’Anticristo. — Sorrise ancora con un’ombra di tristezza. — Vi prego di ricordare che avete confermato le mie conclusioni.
Steinmann sospirò. — Avevo una figlia, Sarai, che aderì con altri ragazzi a un movimento di protesta. Aveva diciassette anni quando Ling l’ha fatta impiccare.
— Lo so — disse Orsini. — Per questo, ho scelto voi per il secondo esame.
Steinmann uscì nel cortile. Alle sue spalle, la porta si richiuse con uno scatto.

Dove si trova?
Il numero di Urania che raccoglie, assieme a molti altri, questo racconti, si trova facilmente su Emule nei formati pdf, epub, mobi e rar. Basta cercare “Il dilemma di Benedetto XVI”, dato che il racconto dà il titolo alla raccolta. Il racconto in lingua originale non l’ho trovato, ma bisogna dire che l’ho cercato poco.

Conclusione
Sono in fibrillazione; per qualche giorno sarò nell’umore di leggere narrativa sul cattolicesimo. E darei molte cose per essere, in queste ore, nel cervello di Raztinger – sarebbe ottimo materiale per un romanzo, o almeno per un racconto.
Molto meno mi interessa il toto-papa in cui già si stanno lanciando i giornalisti. In fin dei conti, che importa? Non ha forse ragione Padre Pizarro? Vi lascio alle sue sagge parole, con la promessa che a breve pubblicherò articoli un po’ meno mongoli.


E allora, thank you for the music.

Aspetta – non è che siamo appena entrati nella terza stagione?

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(1) Pur non avendo letto l’originale, ho già trovato due errori.
Il primo è l’Hoosiers di cui parla la turista americana. Non esiste nessun signor “Hoosiers”; hoosiers è l’epiteto con cui si chiamano tra di loro gli abitanti dello stato dell’Indiana. Sembra che questa strana nomenclatura abbia generato uno strano senso di fratellanza tra gli hoosiers; la turista dell’Indiana che parla dei propri compatrioti con tutti coloro che le capitano a tiro è ormai diventato una specie di stereotipo americano.
L’altro, ben più grave, è l’immancabile “I see” tradotto con “Vedo” invece che con “Capisco”. E’ una di quelle cose che mi fanno pensare sul serio che i traduttori di narrativa fantastica siano gente presa dalla strada tre mesi prima e schiaffata davanti a un computer.Torna su

Gli Autopubblicati #06: Ultimo Orizzonte

Ultimo OrizzonteAutore: Valentina Coscia
Genere: Fantasy / Post-Apocalyptic SF
Tipo: Romanzo

Anno: 2012
Pagine: 177
Editore: WePub

Spéza è una città condannata. Un tempo nota come La Spezia, fiorente porto industriale della Liguria a un tiro di schioppo dalle Cinque Terre e da Portovenere, l’innalzamento del livello del mare l’ha trasformata in una palude mefitica. Per contrastare l’avanzata delle acque, gli abitanti hanno eretto la muagia, un muro di rottami e detriti che circonda Spéza da un capo all’altro della costa. Manovrate dalla casta dei massacàn, i “muratori”, le quindici Pompe della muagia lavorano incessantemente per cacciare fuori l’acqua che continua ad infiltrarsi nell’Entromuro.
Artibano er semo è l’ultimo dei massacàn, un lavoro che nessuno vuole più fare. Passa le sue giornate nella solitudine della muagia, osservando le pompe che una dopo l’altra si guastano e smettono di funzionare. Per salvare Spéza, bisognerebbe recuperare dei pezzi di ricambio dall’unico luogo in cui ancora sopravvive l’antica tecnologia – le rovine sommerse della città vecchia – ma tra quei relitti dormono divinità maligne che sarebbe meglio non disturbare. E quando il Vicario della Gese – la Chiesa che comanda col pugno di ferro sulla città – farà convocare Artibano sulla terraferma per trovare una soluzione, la tragedia si metterà in moto.

Valentina Coscia è l’autrice del racconto che ha vinto il concorso Deinos indetto ormai un anno fa da Mr. Giobblin. Lessi e recensii l’antologia nata da quel concorso lo scorso Maggio; e pur bocciandola in gran parte, rimasi colpito positivamente dal racconto della Coscia. Sicché ho continuato a tenerla d’occhio, e non mi sono perso l’annuncio fatto da Giobblin della pubblicazione del suo romanzo post-apocalittico con un piccolo editore indipendente che vende solo e-book (tale WePub).
A rigore, essendo stato pubblicato da un’editore che non coincide con l’autore, Ultimo Orizzonte non potrebbe essere definito un “autopubblicato”. Ma all’atto pratico, per il lettore, non fa molta differenza: si tratta di un romanzo digitale poco pubblicizzato di un autore abbastanza sconosciuto, che si può comprare ad un prezzo irrisorio (2,99 Euro). Vediamo ora se valga la pena sborsare 3 Euro per un post-apocalittico di ambientazione ligure.

Corniglia

E un seguito ambientato a Corniglia no? ❤

Uno sguardo approfondito
La gestione del pov in Ultimo Orizzonte è piuttosto bizzarra. La voce narrante principale è quella del protagonista, ed è in prima persona; tuttavia, un buon numero di capitoli è filtrato attraverso i pov di personaggi secondari, in terza persona. Questo mix di persone, oltre a non avere molta senso, crea anche una certa confusione. La prima volta che succede (nel quarto capitolo), il lettore si aspetta che ciò che sta leggendo sia ancora filtrato dagli occhi di Artibano (anche perché il capitolo si apre con un giudizio di valore: “Giobatta non è mai stato bravo con le parole, ma non glien’è mai fregato niente”), e ci mette un po’ a capire che l’autrice è passata alla terza persona e che il pov è di un altro personaggio (il sopracitato Giobatta). All’inizio di ogni nuovo capitolo, il lettore si trova a domandarsi se si è tornati alla prima persona o c’è ancora una terza – e mi è capitato un paio di volte di sbagliarmi per alcune righe (scambiando un pov in terza per quello in prima o viceversa) e dover poi ricominciare dall’inizio col filtro mentale corretto.
Ora, posso anche immaginare che esistano storie in cui alternare prima e terza persona possa avere un senso. Ma non è questo il caso: qui crea confusione e basta, oltre a spezzare l’immedesimazione a causa del continuo cambio di “timbro” della narrazione. La prima persona si utilizza quando si vuole immergere il lettore in un unico personaggio, al punto da farlo identificare nella voce narrante; non si può fare dentro e fuori. Se si vuole raccontare una storia corale, invece, se si vogliono mostrare anche dettagli di storia che il personaggio principale non potrebbe vedere, allora si scrive tutto in terza persona, compreso il pov del protagonista – del resto, questo Ultimo Orizzonte funzionerebbe benissimo anche se Artibano fosse un normalissimo pov in terza!
La Coscia, invece, sembra oscillare indecisa tra le due formule di romanzo. Se i capitoli con pov in prima di Artibano sono nettamente preponderanti, capita che ci siano anche due capitoli di fila con pov in terza di personaggi molto secondari, come quello di Catò, la moglie di Giobatta (e, in alcuni casi, pov quasi usa-e-getta). Se non altro la regola “un capitolo – un pov” è netta e non ci sono mai salti di punto di vista all’interno di un capitolo.

La voce narrante di Artibano è piacevole. L’ultimo dei massacàn è il classico ‘eroe scazzato’ alla Waterworld: un tipo stanco, cinico, pratico, che non si fida della vita, che vorrebbe essere lasciato in pace e che invece, causa mix di personaggi molesti e sensi di colpa, finisce per farsi coinvolgere. Gli avvenimenti di cui è testimone si mischiano ai suoi giudizi e commenti salaci, e in generale i suoi sono i capitoli che si leggono con maggior piacere. Insomma: non è un personaggio nuovo, ma fa il suo lavoro.
Di contro, gli altri personaggi del romanzo sono piuttosto pallidi. Ognuno ha un suo ruolo all’interno del plot e assolve alla sua funzione, ma di loro non rimane granché a lettura finita. Unica eccezione positiva è a mio avviso quella di Catò: un personaggio che di suo aggiunge poco alla trama principale, chiusa in casa com’è a badare al figlio in attesa del rientro a casa del marito; ma che trasmette in modo convincente sia l’atmosfera rurale-impoverita in cui vivono le famiglie di Spéza, sia il suo dramma privato, di moglie che si ritrova per marito una “cosa” fredda e irriconoscibile. Altre piccole note di merito sono la storia del vecchio Vicario cieco, condannato a comandare su una città che non può più vedere, e il rapporto tra Rafé e Richeto.

Kevin Kostner Waterworld

“Fottetevi tutti, me ne torno a casa.” “Non così in fretta…”

Il problema principale nella gestione dei personaggi è la loro tendenza all’isteria. Spesso e volentieri, in Ultimo Orizzonte, quando all’interno di un dialogo due personaggi si trovano ad esprimere posizioni contrastanti, oppure uno dei due commette un errore che nuoce all’altro, i due suddetti degenerano in una raffica di insulti che può durare anche parecchie righe. Questo anche durante scene d’azione! Immaginate che il cattivo si sia messo in moto, stia per attivare il suo terribile piano, e insomma non c’è tempo da perdere, la tensione è alle stelle, e questi due aprono e chiudono ogni poche pagine i loro siparietti da bambini di cinque anni. Due personaggi che degenerano in modo ricorrente sono Artibano e Rafé:

«Cosa succede?»
«Cazzo ne so, io?»

E qualche riga dopo:

«Ma cosa vuoi che vedo, in queste condizioni?»
«E allora stappati le orecchie e ascolta! Non voglio ritrovarmi quel maledetto elicottero attaccato al culo. Renditi utile, per una volta, massacàn».
«Vaffanculo, margon di merda».
«Quando scendiamo ti spacco la faccia».

Queste scene sono un continuo. Ora, qualcuno potrebbe anche spacciarmele come “reazioni alla tensione di essere di fronte al pericolo”. Ma non è così. Questi non sono ragazzini abituati a una vita di comfort e che sclerano come in un horror americano alla prima cosa che non quadra; questi dovrebbero essere uomini vissuti, abituati alla fatica, agli incidenti, alle disavventure, alla crudeltà della vita. Mi aspetto gente con le palle e l’aplomb dei Malavoglia di Verga. Insulti a freddo o smargiassate machiste ogni tanto ci stanno, fanno parte del contesto; ma questi accessi di aggressività infantile e controproducente (perché li bloccano, li distolgono da quello che stanno facendo, li rendono meno efficienti) non fanno che sospendere l’incredulità del lettore, e ricordargli che quelli non sono uomini veri ma personaggi sfuggiti al controllo dell’autrice.
Per il resto, la prosa della Coscia fa il suo dovere. A volte indulge nell’aggettivo inutile (la “puzza tremenda”, il “massiccio portone”), ma in generale scrive in modo molto asciutto e concreto. La sua Spéza si può toccare, i suoi personaggi si sa esattamente cosa pensano e cosa provano. Riesce a descrivere in modo chiaro azioni non scontate, come le manovre di immersione subacquea dell’equipaggio del Moscone (di cui ho dato un saggio nel secondo estratto, in fondo all’articolo). Il ritmo è sempre molto rapido, molto plot-driven, le descrizioni sintetiche e precise – a volte sono pure troppo brevi! Mi sarebbe piaciuto visualizzare Spéza un po’ meglio – e, quel che è meglio, a differenza della maggior parte degli autori italiani la Coscia non si sbrodola in fiumi di domande retoriche.

I Malavoglia

Gli abitanti di Spéza dovrebbero assomigliare un po’ di più a questi qua.

Ma il limite principale del romanzo a mio avviso non sta nella prosa, bensì nella trama. Premetto subito che qui si entra in un territorio meno oggettivo e più aperto alla discussione. Nei primi capitoli, Ultimo Orizzonte ricorda da vicino i mondi post-apocalittici e invasi dall’acqua di Bacigalupi, e in particolare Ship Breaker (ma anche un pizzico di The Blue World di Vance): fantascienza soft, un po’ slice of life, che mostra come gli abitanti di questi mondi degradati tentino di sopravvivere e di migliorare la propria condizione sociale. Con una diga sul punto di cedere, una cultura tecnica in rapido declino e un vecchio che amministra una città ripiombata nel Medioevo col pugno di ferro, c’era un sacco di materiale per un plot originale e mai visto in Italia.
E invece. Invece anche Ultimo Orizzonte si butta nel mare dei cliché dell’urban fantasy: una scia di delitti paranormali, una creatura malvagia risvegliata da un sonno secolare, divinità del folklore locale e un Prescelto chiamato dai suddetti déi a fermare la minaccia. L’interessante mondo in declino di Spéza diventa il palcoscenico della più classica delle storie d’azione fantasy, perdipiù condita di plot-holes1. Inoltre, non si può dire che la parte sovrannaturale sia curata come quella post-apocalittica “realistica”. Una breve parte del romanzo è ambientata a Portovenere (sfruttando il concetto di luogo di culto dedicato a Venere), ma quel che ci è mostrato del luogo è piuttosto anonimo; la Coscia ci appiccica sopra il nome “Portovenere”, ma poteva anche essere un altro posto e non si sarebbe sentita la differenza.
Nonostante il sentore di “già visto millemila volte” che attraversa quasi tutto il romanzo, comunque, la trama è disseminata di qualche piccola perla che vale la pena di leggere. Su tutte, uno scontro sott’acqua tra due personaggi in tuta da palombaro: una roba fighissima che non ho mai letto da nessun’altra parte!

La Spéza della Coscia, insomma, è un’ambientazione molto sottosfruttata. Ed è un peccato, perché di suo è davvero figa. Le case di legno affastellate le une contro le altre, il legno marcio e la puzza del quartiere povero di Fossamastra; la Gese (Chiesa) dove vive il Vicario, dominata dal profilo arrugginito dello scheletro di un elicottero caduto; l’antica città ormai ricoperta da metri d’acqua, dove si immergono i margòn (palombari) a ritrovare tesori e vecchie attrezzature. L’idea di una città che, anche amministrativamente parlando, sembra tornata al Medioevo, divisa com’è in quartieri semi-autonomi, ciascuno dei quali nomina un rappresentante che partecipa alle assemblee e va a parlare al Vicario.
E poi c’è la muagia con le sue pompe, ciascuna col suo numero che è anche il suo nome. Lo stato di abbandono, la sporcizia, la solitudine di Artibano nella sua cella, il camminamento sopra la diga da cui si può vedere la città da una parte, e il mare aperto dall’altro, rendono la muagia molto affascinante.; peccato non aver dedicato più pagine alla semplice descrizione della vita quotidiana dell’ultimo dei massacàn al suo interno. E peccato anche anche la Coscia non sia ingegnere o non abbia un amico ingegnere che l’aiutasse, perché se c’è un punto debole in questa ambientazione, è che si vive poco il lato ‘tecnico’ della muagia, la fisica delle Pompe e la loro gestione. Molto suggestivo invece l’alone di mistero sovrannaturale attorno alla diga, e ai disgraziati incidenti che hanno spazzato via, uno dopo l’altro, tutti gli altri massacàn.

Muratore

Esempio di Prescelto.

Il tocco finale all’ambientazione lo dà però il dialetto ligure. Come ormai mi capita sempre più spesso di trovare nella narrativa di genere (ma in realtà lo faceva già Conrad nei suoi romanzi malesi di fine Ottocento), la Coscia sparpaglia dentro e fuori dai dialoghi termini ed espressioni del dialetto ligure. E il ligure è bellissimo! Certe espressioni, soprattutto se messe in bocca a personaggi anziani, sembrano proprio tratte di peso dalla vita vera e sono alcuni dei momenti che suonano più ‘autentici’ in tutto il romanzo. Per esempio in questo passaggio (l’espressione dialettale è alla fine):

Sua nonna gliela cantava sempre, quella canzonetta scema. È la storia di un tizio del Mondo di Prima che aveva creduto di vedere una bestia misteriosa su al Casteo. L’aveva detto a tutti, spaventatissimo, facendosi ridere dietro dalla città intera.
«Però» aveva obiettato lei un giorno, «magari quella bestia c’era davvero, no?»
La faccia rugosa della nonna si era contratta in una smorfia. «Caterina» le aveva risposto secca. «Le bestie, chi, de gambe ghe n’han doi».

Unico appunto a questo proposito, l’abuso di note. Solo nella prima pagina, la Coscia ne concentra sei: inutile dire che spezzano la lettura. E in realtà non c’è veramente bisogno della maggior parte di quelle note. Cosa vogliono dire belin, figio de bagassa o Ai cuiosi se ghe strina ‘r cüo lo sa o ci arriva chiunque; e se non ci arriva, be’, fa colore lo stesso. In una eventuale versione 2.0 del romanzo, ridurrei le note di due terzi e lascerei solamente quelle indispensabili, cioè quelle che spiegano espressioni realmente criptiche o termini importanti ai fini del romanzo (margòn, massacàn, Gèse, braga).

Devo essere onesto – se questo fosse stato un romanzo straniero, come quelli che presento nei Consigli, non ne avrei parlato. Non perché sia brutto, non lo è; ma perché non spicca abbastanza.
Il discorso cambia se lo collochiamo nel ristagnante panorama italiano. Innanzitutto, Ultimo Orizzonte è sicuramente più bello, più originale e meglio scritto della grande maggioranza dei romanzi fantastici regolarmente pubblicati dalle grandi case editrici della carta. Lo collocherei sotto Pan di Dimitri2, ma molto sopra Alice nel paese della Vaporità. Tra gli Autopubblicati presentati sul blog, è inferiore al solo Marstenheim di Angra, e sicuramente superiore a La nave dei folli di Girola. Soprattutto, l’autrice mi conferma nell’idea che mi sono fatto di lei – ossia che, pur non sapendo sempre quello che fa sul piano tecnico, ha il potenziale per diventare una scrittrice molto interessante.
Ultimo orizzonte, in conclusione, è un romanzo piacevole e peculiare all’interno del panorama italiano. La storia corre via veloce, leggera, e l’ultimo terzo del romanzo, in particolare, si legge tutto d’un fiato. Quindi buttateci un occhio. Ne vale la pena.

Francesco Dimitri

“La smettiamo di tirarmi in mezzo?”

Dove si trova?
Come ho scritto in apertura di articolo, Ultimo Orizzonte si può comprare sul sito dell’editore, WePub, all’onesto prezzo di 2,99 Euro, nei formati .epub e .mobi. Il che mi fa veramente piacere, perché è questo il giusto prezzo per un libro in formato digitale. Inoltre, cosa più importante, non c’è DRM.
Di recente al (magro) catalogo di WePub si è aggiunto un racconto della Coscia ambientato a Speza di una trentina di pagine, La sentinella del Golfo. Interessante metodo di promozione: per comprarlo non bisogna sganciare soldi, ma collegarsi a Twitter attraverso il sito di WePub e scrivere un tweet sul libro. Io non uso Twitter, quindi non ho scaricato né tantomeno letto il racconto, ma magari è bello; e potreste avere un saggio aggratis dell’ambientazione di Speza prima di sganciare soldi per il romanzo.

Chi devo ringraziare?
In primo luogo Mr. Giobblin, che per primo (tra i pochi blogger che sporadicamente seguo) ha segnalato l’esistenza del romanzo. Ma non so se e quando l’avrei letto se non fosse stato per la mia collaudata beta-reader, Siobhàn, che se l’è scaricato appena saputa la bella notizia, mi ha detto che era carino e me l’ha raccomandato. Per poi rimproverarmi perché mi ero dimenticato di scrivere questa sezione!

Qualche estratto
Il primo estratto viene dal primo capitolo e presenta in breve tutti o quasi gli elementi centrali dell’ambientazione, ossia le rovine di Spéza, la muagia, i margòn e il loro lavoro, filtrati attraverso il pov in prima persona di Artibano. Il secondo estratto è preso invece dal quarto capitolo, il primo in terza persona, e mostra un elemento di trama che a me piace molto: le tecniche di immersione dei margòn.

1.
Lento, il sole cala dietro le colline color cenere: le ombre si allungano, il miserabile sipario di calore puzzolente si schiude ed eccola là.
Gli edifici divelti che sorgono dall’acqua, il profilo tondo della Gese, con il vecchio elicottero contorto e la croce monca a dominare la distesa immobile dell’Entromuro.
Il cadavere spiaggiato di una città.
Spéza.
Giobatta mi osserva con la coda dell’occhio e l’aria schifata di uno che sente una puzza tremenda.
Di me può pensare quello che gli pare, ma la verità è che lui e i suoi margon ieri non sono riusciti a combinare un belin: tanto casino per tirare su la carcassa marcia di un’automobile. Un mucchio di roba inutile: lamiere arrugginite, bighi di mare, ingranaggi inservibili.
Glie l’ho già detto, dove devono cercare, ma questo figio de bagassa ha ghignato con quei quattro denti che si ritrova e poi ha sputato: «Ai cuiosi se ghe strina ‘r cüo».
E, mentre i suoi compari si davano di gomito, si è fatto sotto, una montagna di muscoli frementi. Sono andato via strisciando, inseguito dalle risate.
Sempre la stessa vecchia canzone: brutte voci, brutte ombre, brutte cose nelle acque profonde.
Ma la muagia non resisterà ancora a lungo: denti de can e altre bestie la rodono, il metallo arrugginisce, l’acqua si infiltra sotto le fondamenta. Una dopo l’altra, le pompe che impediscono al mare di inghiottire la città si guastano: la Cinque si è fermata, la Tredici tribola a tenere il passo con la Dodici e la Quattordici, la Dieci va a regime ridotto per una perdita nel condotto del vapore. Ora anche la Sette ha deciso di tirare il ganbin. Loro mollano, il livello dell’Entromuro si alza e io sono solo.
L’ultimo massacàn rimasto.

2.
Il Cimitero delle Navi. A sentirlo nominare, i vecchi fanno scongiuri, sputano e non dicono mezza parola. Maledetto semo, lui, suo nonno e le sue cazzate.
Mentre Bacicia lega il Moscone alla bitta, Angiolo salta sul pontone e, nell’avvicinarsi alla ruota di legno della pompa dell’aria, si stira le braccia e la schiena. Felicìn va prendere la cima zavorrata e getta la pietra che fa da ancora. Lui osserva la corda divincolarsi e venire inghiottita dall’acqua e non riesce a trattenere un brivido al pensiero che, fra poco, seguirà la stessa strada.
Fianco a fianco come sempre, Rafé e Richeto si guardano. La seconda pompa attende il suo addetto. «Rafé alla pompa, Richeto con me».
Il primo abbassa la testa, l’altro apre con più forza del necessario il baule dell’attrezzatura e tira fuori le scarpe piombate, l’elmo e la tuta impermeabile.

Lascia andare l’ultimo piolo e la zavorra lo trascina giù.
La luce avvizzisce, il freddo inizia a mordere. Meglio non pensarci e badare solo ai gesti che lo riportano a casa tutti i giorni che il Santo manda in terra.
Controllare lo scarico dell’aria.
Eseguire le manovre di compensazione.
Regolare l’afflusso allo scafandro.
Gonfiarlo per controbilanciare l’aumento di pressione.
Rallenta, planando lungo la cima.
Quando il nodo che segnala gli ultimi due metri gli passa sotto le dita, piega le ginocchia per assecondare l’impatto con il fondo e una nuvola di sedimento lo avvolge.
Ora c’è solo da aspettare che tutta questa porcheria torni a posarsi. Non c’è bisogno di guardare per sapere che Richeto, lì accanto, fa la stessa cosa.
Il cordino di comunicazione si tende e il campanello dentro l’elmo squilla, facendolo sussultare. Da su vogliono sapere se è tutto a posto. Lui controlla che il coltello sia nel fodero e accende la torcia.
Automobili schiantate e arrugginite, le gambe di una statua troncate al ginocchio, il moncone di un albero spaccato a metà. Gli edifici sono ombre in agguato nell’acqua torbida. Si gira verso Richeto, che tocca la braga come se sgranasse la collana di Rafé.
Tira il cordino in risposta. Ma non c’è un belin, qui sotto, che sia a posto.

Tabella riassuntiva

Un post-apocalittico ambientato nelle rovine di La Spezia! Trama cliché su un prescelto che deve fermare un dio cattivo.
Gradevole voce narrante del cinico protagonista. Infelice scelta di alternare prima e terza persona.
Buon mostrato e ritmo rapido, plot-driven. Personaggi con tendenza all’insulto isterico.
In conclusione: MIGLIORABILE, MA PROMOSSO

————-

(1) Ne cito giusto un paio.
Primo, le meduse acide. Sono un elemento cruciale della trama, perché rendono impossibile muoversi nell’acqua dell’Entromuro con qualsiasi imbarcazione che non sia la Barca Vicaria. Senonché, alla fine del libro, i nostri eroi navigano fino alla muagia su una barca diversa da quella Vicaria. In teoria dovrebbe essere del tutto impossibile – ma le meduse? Pof. Sparite.
Altro elemento che non torna. Teoricamente, la divinità è stata risvegliata proprio da Artibano; ossia, dalla sua richiesta di andare a cercare pezzi di ricambio nella città vecchia. Se non fosse stato per lui, la divinità sarebbe rimasta là sotto. Ora, da un punto di vista accademico è vero che prima o poi il problema andava affrontato, e quei pezzi di ricambio recuperati; ma possibile che Artibano non senta un fortissimo senso di colpa per aver liberato l’entità? Dovrebbe essere questo l’elemento preponderante per convincersi che la faccenda lo riguarda di persona e che non può lavarsene le mani, questo l’elemento su cui il Santo dovrebbe fare pressione per persuaderlo. Ma l’elemento passa subito in secondo piano.Torna su

(2) Non è che Pan mi sia piaciuto particolarmente, ma riconosco che è il migliore tra i fantasy contemporanei italiani da me letti, ed è ormai usato in tutti gli ambienti che frequento come la pietra di paragone per ogni nuovo romanzo fantastico italiano.
In realtà questo primato potrebbe essere stato scalzato da tempo da romanzi che non ho ancora letto. Per esempio, nutro molte aspettative per i libri di Francesco Barbi, L’acchiapparatti e Il burattinaio. Il primo l’ho anche comprato, quindi presto o tardi lo leggerò e vi farò sapere.Torna su

I Consigli del Lunedì #30: Time and Again

Time and AgainAutore: Jack Finney
Titolo italiano: Indietro nel tempo
Genere: Slipstream / Fantasy / Slice of Life
Tipo: Romanzo

Anno: 1970
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 400 ca.

Difficoltà in inglese: ***

Da grande Si Morley voleva fare l’artista. Invece è finito a lavorare come grafico pubblicitario e a trascinarsi giorno dopo giorno in una vita che non lo soddisfa. La New York degli anni ’60 lo deprime, e ogni volta che può evade nel passato, guardando vecchie foto color seppia o perdendosi nei cimeli dell’America dell’Ottocento. E’ così che ha conosciuto la sua attuale ragazza, Kate, proprietaria di un negozio di antiquariato. Così, quando un bel giorno Rube Prien, maggiore dell’esercito, compare alla porta del suo ufficio offrendogli di abbandonare la sua vecchia vita per partecipare a un progetto governativo supersegreto, Si non riesce a dire di no.
Il Dr. Danziger e il suo staff hanno scoperto un modo per viaggiare nel tempo. Non sono necessari complicati macchinari o l’energia di una stella. Ogni momento storico passato e futuro è simultaneamente presente attorno a noi, solo che non lo vediamo, ancorati come siamo al presente da tutti gli oggetti e le sensazioni che ci circondano; ma se si potesse convincere intimamente qualcuno di essere in un dato momento del passato, egli andrebbe davvero nel passato. Poche persone al mondo hanno capacità creative e di autosuggestione tali da poter compiere questo viaggio – e Si è una di loro. La sua destinazione? La New York del 1882.
Riuscirà Si Morley a viaggiare nel passato e a svelare il mistero che aleggia attorno agli antenati di Kate, o si tratta solo di un’illusione indotta dall’ipnosi? E cosa sceglierà, quando si troverà a dover decidere tra il presente e il passato?

Dopo un mese dall’ultimo post e ben due dall’ultimo Consiglio, torniamo con un nuovo romanzo sui viaggi nel tempo. Time and Again è un romanzo molto diverso da The End of Eternity, e non solo per l’impostazione Fantasy piuttosto che fantascientifica; mentre l’interesse di Asimov è quello di esplorare la logica del viaggio nel tempo, quello di Finney è la ricostruzione storica. Com’era la New York della fine dell’Ottocento, quando l’edificio più alto di Manhattan era ancora la cattedrale di St. Patrick, il Ponte di Brooklyn non era ancora stato completato e a nord di Central Park cominciavano le casette coloniali e i campi coltivati? Com’era la vita quotidiana in una New York in cui ci si spostava in carrozza, le donne perbene arrivavano illibate al matrimonio e il telefono era un lusso per i più ricchi? E come dev’essere, per un newyorkese moderno, ritrovarsi in quegli anni, per certi versi simili e per altri così diversi?
La passione di Finney per la ricostruzione è tale che spesso questo Time and Again sembra una commistione tra un romanzo e un documentario. Il libro è corredato di foto d’epoca, illustrazioni e ritagli di giornale, che fanno da contrappunto al testo scritto nel tentativo di immergere il lettore in quel periodo lontano – ne mostro qualcuna nel corso dell’articolo. Combinazione estremamente curiosa, che fa di Time and Again il candidato eccellente per il ritorno dei Consigli del Lunedì!

New York nel 1882

Uno sguardo approfondito
Per spiegare meglio cosa intendo quando parlo di “romanzo d’atmosfera”, voglio soffermarmi prima di tutto su come funziona il viaggio nel tempo in Time and Again. Il viaggio nel tempo è uno stato psicologico: si è così intimamente convinti di essere in un’altra epoca che ci si va davvero. Ma perché questo accada, l’ipnosi da sola non basta. E’ necessario liberarsi di qualsiasi oggetto, pensiero, sensazione che ci ancori al presente. I sotterranei della sede del progetto sono divisi in set che ricostruiscono fin nei minimi dettagli momenti del passato: uno scorcio di Denver agli inizi del Novecento, un campo di battaglia della Prima Guerra Mondiale in Francia, la piazza di fronte a Notre Dame nella Parigi del ‘400, e così via.
Per viaggiare nell’Ottocento, Si Morley dovrà andare a vivere in un palazzo newyorkese d’epoca, il Dakota, lasciato nelle condizioni in cui era allora. Non solo: dovrà vestirsi come si usava nel 1880, lasciarsi crescere baffi e barba, mangiare quel che si mangiava all’epoca, leggere fedeli riproduzioni dei giornali d’epoca, eccetera. Viaggiare nel tempo significa scivolare giorno dopo giorno sempre più “nella parte”, eliminando dalla coscienza ogni elemento di disturbo – il clacson di un’automobile in strada, i motori di un aereo che ti passa sopra – e sentendosi sempre di più parte del passato. Il lettore viaggia a ritroso come il protagonista.

Il romanzo è scritto in prima persona col pov di Si. Tra tutti gli scrittori che mi sia mai capitato di leggere, Finney è uno di quelli che – a mio avviso – meglio realizzano ciò che Gamberetta chiamava “stile trasparente”, ossia uno stile che ti fa dimenticare che stai leggendo una stupida storia. Autori come Swanwick e Vandermeer sicuramente hanno un senso migliore della “scena” e sono più immaginifici, tuttavia il loro modo pomposo di scrivere ci ricorda costantemente che ci troviamo davanti a una pagina scritta. Mellick è più bravo di Finney, ma le sue voci narranti sopra le righe e l’atmosfera grottesca delle sue storie rende molto difficile una vera sospensione dell’incredulità. Leggendo Time and Again, invece, ho provato il raro piacere di immergermi completamente nell’atmosfera della storia, dimenticando per un po’ che fosse una finzione.
Il protagonista sembra fatto apposta per permettere a chiunque di identificarcisi, telecamera in prima persona dietro cui possiamo mettere noi stessi. Si Morley è una persona qualunque, l’archetipo del lettore occidentale di media cultura: ragionevole, riflessivo, insoddisfatto della propria vita, alla ricerca dell’amore. Il suo tratto distintivo, la nostalgia per un’epoca che non ha mai vissuto, a volte sfiora l’ossessione – chi sarebbe disposto a chiudersi per settimane in una casa autoconvincendosi di essere un gentiluomo dell’Ottocento? A parte il Duca, intendo – ma il tono della voce narrante suona sempre pieno di buonsenso. Un altro scrittore, per esempio un Dick, avrebbe forse sottolineato gli aspetti borderline di Morley e fatto di Time and Again un romanzo sull’alienazione; Finney invece fa di Morley un veicolo per il lettore, qualcosa di molto simile ai protagonisti muti di alcuni gdr giapponesi.

“Ehi, Protagonista, sei pronto a spaccare un po’ di culi demoniaci?” “…” “Mi piace il tuo stile!”

Intendiamoci, lo stile di Finney è lontano dalla perfezione. Molto spesso, quando ritiene una scena poco interessante, si abbandona al raccontato e ai riassuntoni sbrigativi invece che trovare una soluzione più elegante. Passaggi lunghi anche alcune pagine sono scritte più o meno così: “Parlammo di questo e quello, e poi andai da quell’altro e dicemmo queste altre cose, quindi tornai a casa e feci questo e quello e quell’altro. Per alcuni giorni feci così e così, poi una mattina feci cosà”. Proprio verso la fine del romanzo, alcune scene chiave sono raccontate in questo modo, il che mi ha parecchio irritato.
In compenso, quando vuole mostrare fa un gran lavoro. Ciò è vero soprattutto per le scene ambientate nella New York ottocentesca: Finney spende pagine e pagine a descrivere il baccano delle carrozze sul selciato delle strade, le case coloniali della periferia e le palazzine ingombre di insegne di legno del centro, le differenze tra la Quinta Avenue del 1882 e quella del 1970. Le uniche volte in cui le descrizioni sono parche, è quando l’autore piazza una foto o un’illustrazione – che nella finzione narrativa sono opera del protagonista. La gente è descritta in ogni dettaglio, dall’acconciatura alla forma e al materiale dei bottoni sul soprabito; ogni capo d’abbigliamento è chiamato col suo nome1. Il mostrato sfuma nel raccontato quando si tratta di descrivere gesti e atteggiamenti dei personaggi, ma nelle scene importanti – e in particolar modo in quelle d’azione – ogni movimento è descritto con precisione e vividezza.

Soprattutto, dalla prosa di Finney traspare l’amore per la materia trattata. L’autore si è documentato per anni sulla New York degli anni ’80 dell’Ottocento, e questo traspare nella precisione con cui racconta usi e costumi dell’epoca – dall’abitudine dei newyorkesi di andare a mezzogiorno di fronte alla torre della Western Union Telegraph Company per sincronizzare i loro orologi da taschino, ai giochi di società con cui si intrattengono alla sera i pensionanti della locanda di Gramercy Park. In molti momenti del romanzo, Si diventa spettatore passivo della quotidianità della New York ottocentesca, e il libro diventa un vero e proprio slice of life – quasi un documentario. La maniacalità di Finney è arrivata al punto da cercare di sincronizzare le situazioni del romanzo con eventi realmente avvenuti – e documentati nei giornali – tra il Gennaio e il Febbraio del 1882. Lascio a storici esperti dell’epoca l’ultima parola sull’attendibilità della ricostruzione; da lettore abbastanza ignorante del periodo storico, posso solo dire che non mi sono sentito preso in giro.
Discorso diverso per quello che chiamo “effetto nostalgia”, ossia la tendenza (giustamente presa in giro da Woody Allen in Midnight in Paris) a immaginare che le epoche passate fossero più felici della nostra. Su questo terreno Finney si muove in modo ambiguo. Da una parte, il suo protagonista deve ammettere che le condizioni sociali e mediche dell’epoca erano molto peggiori delle nostre; che la polizia agiva in modo molto più arbitrario, e la corruzione era più capillare e più difficile da stanare; che la New York moderna tratta male i suoi vagabondi e i suoi poveri, ma quella dell’Ottocento li trattava anche peggio. Morley si rende conto che ingentiliamo il passato nella nostra immaginazione solo perché non l’abbiamo vissuto, e perché tendiamo volutamente a ignorarne i lati peggiori. Ma dall’altro lato, traspare l’idea che gli uomini del 1880 stessero meglio, se non fisicamente, almeno spiritualmente. Un leitmotiv del romanzo è proprio la convinzione che nei visi dei newyorkesi dell’82 ci sia una vitalità, una gioia di vivere assenti nelle ‘spente’ facce del 1970. A qualcuno questa patina di idealismo farà piacere – io l’ho trovata solo irritante e autoindulgente.

Il Dakota, il palazzo usato da Morley per il viaggio nel tempo, sullo sfondo di Central Park nel gennaio 1882.

I problemi più grossi del romanzo, però, riguardano il ritmo. Time and Again è un romanzo lento, tranquillo, in cui le cose succedono poco alla volta. Questo in parte è dovuto all’approccio del libro – abbiamo detto che è un “romanzo d’atmosfera”, in cui le descrizioni e le sensazioni del protagonista hanno più importanza della trama. L’intreccio c’è, non viene mai dimenticato, ha dei momenti brillanti (anche dal punto di vista speculativo), qualche trovata geniale (il braccio della Statua della Libertà!) e raggiunge una conclusione dignitosa; ma possono anche passare 50 pagine prima che ci sia uno sviluppo nella trama, 50 pagine piene di scorci di Manhattan, conversazioni coi locali, sottotrame amorose. Nell’ultimo quarto del libro ci sono diverse scene d’azione e il ritmo si fa più serrato, ma ormai quel tipo di lettore si è già addormentato. Pure a me qualche volta è calata la palpebra.
E se a volte questa lentezza appare giustificata dal tipo di esperienza che questo libro vuole offrire, altre volte Finney sfocia nella pura e semplice logorrea alla King – intere pagine di dettagli e conversazioni inutili. Questo dilungarsi è particolarmente incomprensibile quando riguarda le parti ambientate nel presente, dove non c’è neanche la scusa dell’affresco storico. A che pro descrivere per pagine e pagine la via e la facciata esterna della sede del progetto governativo, o le allegre scampagnate di Si e Kate? Soltanto intorno a pagina 50 viene spiegato il meccanismo dei viaggi nel tempo e quale sia il ruolo di Si in tutto ciò; solo intorno a pagina 90 cominciano i primi esperimenti di viaggio nel passato. Time and Again è un romanzo così lento che il preambolo dura 50 pagine! Non siamo dalle parti del Silenzio di Lenth ma quasi. Persino scene movimentate come quella dell’incendio finiscono con l’essere troppo lunghe e ripetitive – alla quarta o quinta persona salvata dall’edificio in fiamme anche il lettore più fedele comincia ad averne abbastanza…

Time and Again è un romanzo molto particolare – forse la parola giusta è delicato – e sicuramente non è un romanzo per tutti. Forse potrà piacere più a color che vengono dal mainstream e dallo slice of life che non ai veterani del romanzo di genere, dato il ritmo morbido e la carenza di azione, a patto che riescano ad accettare la premessa fantastica del viaggio nel tempo.
Soprattutto, credo che questo sia il tipo di romanzo che risente tantissimo delle condizioni e dell’umore in cui lo si legge. Letto nei ritagli di tempo, nella pausa pranzo, nel trasbordo da un vagone della metro alla carrozza del tram, può (giustamente) far pensare: “Ma di che parla? Ma cos’è che è successo prima? Ma perché cazzo sto leggendo una roba simile? Che menata di libro”. Letto nella tranquillità di casa propria, magari durante un weekend lungo, senza distrazioni, può farci vivere la stessa magia che prova Si, chiusi anche noi nel nostro Dakota, che lentamente scivoliamo assieme a lui in un’altra epoca.
Nonostante qualche momento di stanca, a me è piaciuto molto, e sono felice di consigliarlo dopo un mese di silenzio. Un libro così insolito non lo dimenticherò facilmente.

Barbe di fine Ottocento

Una cosa della fine dell’Ottocento non dimenticheremo mai: le BARBE.

Su Finney
Jack Finney è considerato in genere un autore di secondo piano, probabilmente non a torto. A parte Time and Again, il suo nome è legato a un solo altro romanzo, famoso per avere ispirato il film L’invasione degli Ultracorpi (The Invasion of the Body Snatchers, 1956):
The Body SnatchersThe Body Snatchers (L’invasione degli Ultracorpi) è un classico romanzo di invasione silenziosa. Baccelli alieni capaci di replicare e sostituirsi a qualsiasi essere vivente atterrano in una piccola cittadina della campagna californiana, con l’intenzione di colonizzare tutta la Terra; toccherà al medico Miles Bennett e ai suoi amici tentare di fermarli. Il romanzo è carino ma non molto originale (neanche per l’epoca), e come sottolineato da Knight spesso i protagonisti si comportano in modo illogicamente stupido e ingenuo. Avrà anche un valore storico, ma si può tranquillamente fare a meno di leggerlo.

Dove si trova
Su Library Genesis, Time and Again si trova in due versioni differenti, pdf ed ePub – quest’ultima è anche completa di tutte le immagini originali. Tuttavia, anche se sono ottimizzate per la lettura su reader, forse un libro così è più comodo e preferireste leggerlo su carta; in questo caso, su Amazon potete trovare a circa 8.50 Euro la bella edizione dei Fantasy Masterworks.
Su Emule si trovano anche diverse traduzioni in italiano, e quanto ai formati c’è solo l’imbarazzo della scelta: ePub, pdf, doc, lit e rar.

Qualche estratto
Innanzitutto mi scuso, perché gli estratti che ho scelto sono molto lunghi; ma come ho già accennato, Finney è tutto meno che sintetico. Tagliare i brani più di quanto abbia già fatto rischiava di rovinarne il godimento – perciò portate pazienza.
Il primo estratto descrive il primo set per viaggi nel tempo che viene mostrato a Si, quando ancora non è stato messo a parte nei dettagli della teoria sul viaggio temporale; oltre a vedere un esempio del metodo autosuggestivo per viaggiare a ritroso, dà un’idea del buon mostrato di Finney. Il secondo estratto, molto più avanti nella storia (sigh), mostra uno dei primi tentativi di Si di viaggiare nel passato mediante ipnosi – è un pezzo molto delicato, ma spero che riesca a trasmettervi un po’ della magia che ha trasmesso a me.

1.
Five stories below and on the far side of the area over which we were standing, I saw a small frame house. From this angle I could see onto the roofed front porch. A man in shirt-sleeves sat on the edge of the porch, his feet on the steps. He was smoking a pipe, staring absently out at the brick-paved street before the house.
On each side of this house stood portions of two other houses. The side walls facing the middle house were complete, including curtains and window shades. So were half of each gable roof and the entire front walls, including porches with worn stair treads. A wicker baby-carriage stood on the porch of one of them. But except for the complete house in the middle these others were only the two walls and part of a roof; from here I could see the pine scaffolding that supported them from behind. In front of all three structures were lawns and shade trees. Beyond these were a brick sidewalk and a brick street, iron hitching posts at the curbs. Across the street stood the fronts of half a dozen more houses. On the porch of one lay a battered bicycle. A fringed hammock hung on the porch of another. But these apparent houses were only false fronts no more than a foot thick; they were built along the area wall behind them, concealing the wall.
Leaning on the rail beside me, Rube said, “From where the man on the porch is sitting and from any window of his house or any place on his lawn, he seems to be in a complete street of small houses. You can’t see it from here, but at the end of the short stretch of actual brick street he is facing now, there is painted and modeled on the area wall, in meticulous dioramic perspective, more of the same street and neighborhood far into the distance.”
While he was talking a boy on a bike appeared on the street below us; I didn’t see where he’d come from. He wore a white sailor cap, its turned-up brim nearly covered with what looked like colored advertising-and campaign-buttons; short brown pants that buckled just below the knees; long black stockings; and dirty canvas shoes that came up over the ankles. Hanging from his shoulder by a wide strap was a torn canvas sack filled with folded newspapers. The boy pedaled from one side of the street to the other, steering with one hand, expertly throwing a folded paper up onto each porch. As he approached the complete house, the man on the porch stood up, the boy tossed the paper, the man caught it, and sat down again, unfolding it. The boy threw a paper onto the porch of the false two-walled house next door, which stood on a corner. Then he pedaled around the corner, and — out of sight of the man on the porch now — got off his bike and walked it to a door in the area wall against which the little cross street abruptly ended. He opened the door and wheeled his bike on through it.
[…] I turned to look at Rube’s face, but he was watching the scene below, forearms on the guardrail, his hands clasped loosely together. I said, “I don’t see a camera but I assume you’re either making or rehearsing some kind of movie down there.” I couldn’t help sounding a little bit irritated.
“No,” said Rube. “The man on the porch is actually living in that house. It’s complete inside, and a middle-aged woman comes in to cook and clean for him. Groceries are delivered every day in a light horse-drawn wagon labeled HENRY DORTMUND, FANCY GROCERIES. Twice a day a mailman in a gray uniform delivers mail, mostly ads. The man is waiting to hear whether he’s been hired for any of several jobs he’s applied for in the town. Presently he’ll hear that he’s been accepted for one of these jobs. At that point his habits will change. He’ll begin going out into the town, to work.” Rube glanced at me, then resumed his contemplation of the scene below. “Meanwhile he putters around the house. Waters his lawn. Reads. Passes the time of day with neighbors. Smokes Lucky Strike cigarettes. From green packages. Sometimes he listens to the radio, although in this weather there’s lots of static. Friends visit him occasionally. Right now he’s reading a freshly printed copy, done an hour ago, of the town newspaper for September 3, 1926. He’s tired; it’s been over a hundred down there in the afternoons for the last three days, and in the high eighties even at night. A real Indian-summer heat wave with no air conditioning. And if he looked up here right now all he’d see is a hot blue sky.”
Keeping my voice patient, I said, “You mean they’re following some sort of script.”
“No, there’s no script. He does as he pleases, and the people he sees act and speak according to the circumstances.”
“Are you telling me that he actually believes he’s in a town in —”
“No, no; not that either. He knows where he is, all right. He knows he’s in a New York storage warehouse, in a kind of stage setting. He’s been careful never to walk around the corner and look, but he knows that the street ends there, out of his sight. He knows that the long stretch of street he sees at the other end is actually a painted perspective. And while no one has told him so, I’m sure he understands that the houses across the street are probably only false fronts.” Rube stood upright, turning from the railing to face me. “Si, all I can tell you right now is that he’s doing his damnedest to feel that he’s really and truly sitting there on the porch on a late-summer afternoon reading what Calvin Coolidge had to say this morning, if anything.”
“Is there actually a town and a street like this?”
“Oh, yes; a street with houses, trees, and lawns precisely like that, right down to the last blade of grass and the wicker baby-carriage on the porch. You’ve seen an aerial shot of it; it’s called Winfield, Vermont.” Rube grinned at me. “Don’t get mad,” he said gently. “You have to see it before you can understand it.”

Cinque piani più in basso, in un angolo remoto rispetto al punto in cui eravamo vidi una casetta di legno. Da quell’angolazione potevo vedere sotto la veranda frontale. Un uomo in maniche corte era seduto sui gradini. Stava fumando una pipa e guardava con aria assente la strada di mattoni che passava proprio davanti alla casa.
La casa era circondata da porzioni di altre case. I muri visibili da quella centrale erano completi in ogni particolare, con tanto di tendine alle finestre. Anche metà dei tetti era a posto, assieme alle facciate e alle verande con i loro scalini di legno. Su una veranda c’era una carrozzina di vimini. Ma solo la casa centrale era completa; le altre due erano composte da due soli muri e una parte di tetto; dal mio punto di vista potevo vedere le intelaiature di legno che sorreggevano i muri. Davanti alle case vi erano aiole e alberi. Più in là un marciapiede e una strada di mattoni, con paletti di ferro per attaccare i cavalli lungo i bordi del marciapiede. Dalla parte opposta vi erano le facciate di un’altra mezza dozzina di case. Sulla veranda di una di queste era appoggiata una bicicletta scassata. Su un’altra avevano sospe- so un’amaca. Ma si trattava solo di facciate, non più spesse di trenta centimetri, costruite sulla parete divisoria in modo da ricoprirla completamente.
Rube si appoggiò alla ringhiera al mio fianco. «Dal punto in cui è seduto quell’uomo» disse «o da qualsiasi finestra della sua casa o da qualsiasi punto del suo giardino, gli sembra di essere in una via piena di piccole casette. Da qui non puoi vederlo, ma in fondo a quel breve tratto di strada è stato dipinto e modellato con prospettiva meticolosa il proseguimento della strada e del quartiere, che si perde in lontananza».
Mentre parlava, sulla strada sotto di noi apparve un bambino in biciclet- ta; non capii da dove era sbucato. Aveva un cappellino da marinaio bianco, coperto di spille che sembravano pubblicitarie o di propaganda elettorale, e indossava pantaloni alla zuava abbottonati sotto il ginocchio e lunghe calze nere. Ai piedi aveva un paio di scarpe di tela consumate che arrivavano sopra la caviglia. Portava con sé una borsa di tela strappata con dentro un mucchio di giornali piegati in due. Il ragazzo pedalava da una parte all’altra della strada, guidando con una mano e lanciando, con l’altra, i giornali su ogni veranda. Quando si avvicinò all’unica casa intera, l’uomo si alzò in piedi, prese il giornale al volo, e si sedette di nuovo a leggerlo. Il ragazzo gettò un altro giornale sotto la veranda della casa accanto, quella con due sole pareti, e svoltò l’angolo, scomparendo alla vista dell’uomo seduto sugli scalini. Quindi scese dalla bici e aprì una porta nel muro dove finiva di colpo la strada. Accompagnò la bici attraverso la porta, e la chiuse alle sue spalle.
[…] Mi voltai per guardare Rube in faccia, ma il suo sguardo era rivolto in basso, e teneva gli avambracci appoggiati alla ringhiera e le mani unite. «Non vedo cineprese, ma immagino che stiate riprendendo o facendo le prove per qualche film, laggiù» dissi. Non potei fare a meno di assumere un tono leggermente irritato.
«No» rispose Rube. «Quell’uomo sta effettivamente vivendo in quella casa. Dentro è completa, e c’è una donna di mezza età che viene a cucinare per lui e a fare le pulizie. I generi alimentari gli vengono consegnati giornalmente da un carretto trainato da cavalli con la scritta HENRY DORTMUND, ALIMENTARI DI QUALITÀ. E due volte al giorno un postino in uniforme grigia gli porta la posta; soprattutto pubblicità. Quell’uomo sta aspettando una risposta a una delle richieste di lavoro che ha inoltrato in città. Fra poco apprenderà che è stato assunto, e la sua vita cambierà. Andrà in città tutti i giorni, a lavorare». Rube mi lanciò un’occhiata, poi tornò a contemplare la scena sottostante. «Nel frattempo non fa altro che bighellonare per casa. Innaffiare il giardino. Leggere. Passare le giornate con i vicini. Fumare Lucky Strike. Col pacchetto verde. A volte ascolta anche la radio, anche se con questo caldo la ricezione è un po’ difettosa. Ogni tanto riceve la visita di qualche amico. In questo momento sta leggendo una copia fresca di stampa, uscita meno di un’ora fa, del giornale locale del 3 settembre 1926. È molto stanco; la temperatura negli ultimi tre giorni ha superato i trentacinque gradi tutti i pomeriggi, e non scende sotto i venticinque neanche la sera. Una calura tremenda da sopportare senza condizionatori. E se ora alzasse lo sguardo, non vedrebbe altro che un caldo cielo azzurro».
Mantenendo un tono paziente, dissi: «Vuoi dire che si attengono a una sceneggiatura?»
«No, non c’è nessuna sceneggiatura. Lui fa ciò che gli pare, e la gente che incontra parla e si comporta in maniera diversa a seconda delle circostanze».
«Non dirmi che lui crede effettivamente di vivere in un paese nel…»
«No, no, non è nemmeno così. Lui sa bene dove si trova. Sa bene di es- sere in un magazzino a New York, in una specie di scenario cinematografico. Si trattiene dal girare l’angolo per guardare ma sa bene che la strada finisce lì. E sa anche che la via che vede perdersi in lontananza non è altro che una prospettiva dipinta. E anche se non gliel’ha detto nessuno, sono certo che si rende conto che le case dall’altra parte della strada non sono altro che facciate dipinte». Rube lasciò la ringhiera, e mi guardò. «Simon, tutto quello che ti posso dire per il momento è che quell’uomo sta facendo del suo meglio per credere di trovarsi veramente sotto quella veranda in un pomeriggio di tarda estate a leggere quello che ha da dire oggi Calvin Coolidge».
«Ed esiste un paese con una strada come questa?»
«Oh si; una strada con case, alberi e aiole esattamente come questa, u- guale in ogni minimo particolare; dal modo in cui è tagliata l’erba alla carrozzina sotto la veranda. È quella della foto aerea che hai visto; Winfield, nel Vermont». Rube mi sorrise. «Non ti arrabbiare» disse con tono cortese. «Devi vedere prima di capire».

Newspaper boy

Ah! Ridatemi gli anni ’20 e i ragazzini che consegnavano i giornali casa per casa!

2.
“But you know what the world is like; you know that very well. You know all about it. Why shouldn’t you know what the world is like tonight, January 21, 1882? Because that is the date; that is the time we’re in, of course. That’s why I’m dressed as I am, and you as you are. That’s why this room is as it is. Don’t sleep quite yet, Si. Hold your eyes open just a bit. For just a few seconds longer.
“Now, hear what I say. I am going to give you a final, irrevocable instruction; you will hear it, you will obey it. You will sleep for twenty minutes. You will awake rested. You will go out for a walk. Just a little walk, a breath of air before you go to bed. You will be as careful as you possibly can be… that no one sees you. You will be absolutely certain to speak to no one. You will allow no act of yours, however small, to influence anyone in any way, however trivial.
“Then you will come back here, go to bed, and sleep all night. You will awaken in the morning as usual, free of all hypnotic suggestion. So that as you open your eyes, all your knowledge of the twentieth century will light up in your mind again. But you will remember your walk. You will remember your walk. You will remember your walk. Now… let go. And sleep.”
[…] I felt rested now; alive and energetic, a little too restless to feel like going to bed, and I decided to take a walk. It was still snowing, but big soft flakes. There was no wind, I’d been indoors too long, and I wanted to get out, into that snow, breathing chill fresh air; and I walked to the closet and put on my overcoat, chest protector, boots, and my round fur cap of black lamb’s wool.
I walked down the building stairs, somehow glad to encounter no one; I didn’t feel like chatting, and if I’d heard someone on the stairs I think I’d have stood waiting till he’d gone. Downstairs I walked out of the building, glancing quickly around, but saw not a soul — tonight I didn’t want to see anyone — and I turned toward Central Park just across the street ahead. It was a fine night, a wonderful night. The air was sharp in my lungs, and snowflakes occasionally caught in my lashes, momentarily blurring the streetlamps just ahead, already misty in the swirls of snow around them.
Just ahead the street was almost level with the curbs, unmarked by steps or tracks of any kind. I crossed it and walked into the park. […] I plodded on just a little way more, feet lifting high, boots clogged with damp snow, enjoying the exercise of it, exhilarated by the feel of this snowy luminous night, and my aloneness in it. Behind me and to the north I heard a distant rhythmical jingle, perceptibly louder each time it sounded, and I turned to look back toward the street once again. For a moment or two I stood listening to the jink-jink-jingle sound, and then just beyond the silhouetted branches, down the center of the lighted street, there it came, the only kind of vehicle that could move on a night like this: a light, airy, one-seated sleigh drawn by a single slim horse trotting easily and silently through the snow. The sleigh had no top; they sat out in the falling snow, bundled snugly together under a robe, a man and a woman passing jink-jink-jingle through the snow-swirled cones of light under each lamp. They wore fur caps like mine, and the man held a whip and the reins in one hand. The woman was smiling, her face tilted to receive the snow, and the only sounds were the bells, the muffled hoof-clops, and the hiss of the sleigh runners. Then their backs were to me, the sleigh drawing away, diminishing, the steady rhythm of the sleigh bells receding.
They were nearly gone when I heard the woman laugh momentarily, her voice muffled by the falling snow, the sound distant and happy.

«Eppure sai com’è fatto il mondo; lo sai molto bene. Sai tutto del mon-do. Perché mai non dovresti sapere come è fatto il mondo in questa notte del 21 gennaio 1882? Perché questa è la data, naturalmente; questo è il giorno che stiamo vivendo. È per questo che io sono vestito a questo modo, e anche tu. Ed è per questo che questa stanza è così com’è. Non addormentarti ancora, Simon. Tieni gli occhi aperti ancora per un istante. Solo qualche secondo ancora.
«Ora, ascolta ciò che ti dico. Ti darò delle istruzioni finali e irrevocabili; tu le ascolterai, e ubbidirai. Dormirai per venti minuti, e ti sveglierai riposato. Quindi uscirai a fare una passeggiata. Giusto quattro passi per prendere un po’ d’aria prima di andare a dormire. Starai attentissimo… a non farti vedere da nessuno. Farai in modo di non parlare con nessuno, assolutamente. E non permetterai a nessun tuo gesto, per quanto piccolo, di in- fluenzare nessuno in nessun modo, nemmeno il più insignificante.
«Quindi tornerai in questo appartamento, te ne andrai a letto, e dormirai per tutta la notte. Ti risveglierai domani mattina come al solito, libero da qualsiasi genere di suggestione ipnotica. Quando aprirai gli occhi, tutto ciò che sai del Ventesimo secolo sarà di nuovo disponibile nella tua memoria. Ma ricorderai la tua passeggiata. Ricorderai la tua passeggiata. Ricorde- rai la tua passeggiata. E ora, lasciati pure andare… e dormi».
[…] Ora mi sentivo riposatissimo; pieno di vitalità ed energia, tanto che non me la sentivo di andare subito a letto, e decisi di fare una passeggiata. Nevicava ancora, ma i fiocchi erano grossi e morbidi. Non c’era un alito di vento, ero stato in casa fin troppo tempo, e avevo voglia di uscire, in mezzo alla neve, a respirare quell’aria fresca. Mi avvicinai all’armadio, dove presi il soprabito, gli stivali e il mio cappello di astrakan.
Discesi le scale dell’edificio, stranamente contento di non incrociare altri inquilini; non me la sentivo di chiacchierare, e credo che se avessi sentito qualche rumore sulle scale mi sarei fermato ad aspettare che la via fosse libera. Una volta fuori mi guardai attorno rapidamente, ma non vidi anima viva. Stasera non volevo proprio incontrare nessuno. Mi diressi verso Central Park, dalla parte opposta della strada. Era una bella serata; una serata meravigliosa. L’aria era fredda nei miei polmoni, e ogni tanto un fiocco di neve mi si fermava sulle ciglia, annebbiando momentaneamente i lampioni, già offuscati dai vortici di nevischio che li avvolgevano.
La strada era alla stessa altezza del marciapiede, ed era completamente intatta da orme o tracce di qualsiasi genere. La attraversai ed entrai nel parco. […] Procedetti ancora per un poco, sollevando i piedi a fatica a ogni passo, con gli stivali coperti di neve umida, godendomi l’esercizio, esaltato dalla sensazione di quella notte luminosa e innevata nella quale mi trovavo in solitudine. A un certo punto udii alle mie spalle un tintinnare ritmico e distante, che diventava sempre più vicino. Mi voltai nuovamente verso la strada. Rimasi per un attimo ad ascoltare il tintinnio, poi, da dietro i rami degli alberi, in mezzo alla strada illuminata, la vidi; l’unico veicolo che po- teva aggirarsi in una notte come questa: una slitta aperta, leggera, trainata da un solo cavallo, piuttosto magro, che trottava tranquillo e silenzioso sulla neve. Un uomo e una donna sedevano sulla slitta, sotto la neve, avvolti in una coperta di lana. Attraversarono tintinnando i coni di luce innevati di ogni lampione. Avevano entrambi cappelli di pelliccia come il mio, e l’uomo teneva le redini e la frusta in una mano. La donna sorrideva, il viso inclinato all’indietro, godendosi la neve, e si udivano solo i campanelli, i passi soffocati del cavallo, e il leggero sibilo della slitta sulla neve. Mi passarono davanti, e li seguii con lo sguardo finché non scomparvero nel nevischio, il tintinnio sempre più distante.
Poco prima che scomparissero del tutto, sentii la donna che rideva; una risata distante e felice, attutita dalla neve.

Tabella riassuntiva

Un modo incredibilmente suggestivo di viaggiare nel passato! Trama minimale, subordinata alla ricostruzione storica.
Affascinante e precisa ricostruzione della New York del 1882. Ritmo lento che mette alla prova e tendenza alla logorrea.
Quando vuole, Finney è molto bravo a mostrare. Tendenza sentimentalista a idealizzare il passato.

(1) La precisione è pure troppa! Come quando Finney descrive l’abbigliamento ottocentesco: usa una valanga di termini che non solo io non avevo mai sentito nominare, ma che non conosce neppure il dizionario del mio reader! Dannazione.Torna su

Bonus Track: Lest Darkness Fall

Lest Darkness FallAutore: L. Sprague DeCamp
Titolo italiano: L’abisso del passato
Genere: Ucronia / Fantasy / Storico
Tipo: Romanzo

Anno: 1941
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 250 ca.

Difficoltà in inglese: **

He was in the twilight of western classical civilization. The Age of Faith, better known as the Dark Ages, was closing down. Europe would be in darkness for nearly a thousand year. […] Could one man change the course of history to the extent of preventing this interregnum? Maybe.

Martin Padway, archeologo americano, sta tranquillamente passeggiando nel Pantheon di Roma e riflettendo sulla vita, quando un fulmine si abbatte sul tempio. Un momento dopo, non si trova più negli anni ’30 del Novecento, e uomini in toga che parlano una lingua arcaica lo circondano. Padway ha viaggiato nel tempo, e ora si trova nella Roma altomedievale, tra le rovine dell’Impero Romano d’Occidente. Per l’esattezza è il 535 d.C.; l’Italia è dominata dagli Ostrogoti; sul trono di Ravenna siede il debole Teodato, nipote di Teodorico il Grande; e a est, l’imperatore Giustiniano sta raccogliendo l’esercito con cui ha intenzione di invadere l’Italia per ricomporre l’Impero.
La guerra Greco-Gotica, quei vent’anni di devastazione che avrebbero dato il colpo di grazia alla penisola e aperto le porte ai Longobardi invasori, sta per cominciare. Con in tasca pochi spiccioli di nichel e argento e la sua conoscenza accademica del latino tardoantico, Padway dovrà trovare il suo posto al sole in una Roma in rovina prima che la situazione precipiti. Ma ha almeno un vantaggio dalla sua: la conoscenza del futuro, e delle meraviglie tecnologiche dell’età moderna. Padway sa di essere l’unico a poter fermare la guerra e impedire l’avvento del Medioevo – impedire che sui resti dell’Impero possano scendere le tenebre dei secoli barbari. Finisce la storia di Martin Padway, comincia quella di Martinus Paduei…

Uno dei periodi storici che mi mandano più in fissa in assoluto è il primissimo centennio dopo il crollo dell’Impero Romano. In quel periodo si è deciso (quasi) tutto: il destino dell’Italia, i confini dei Regni barbarici, la forma dell’Europa in cui oggi viviamo. Ricordo a questo proposito una discussione con Zwei – altro grande cultore di questa fase storica – in cui io sostenevo che non tanto i Longobardi né poi gli arabi, ma la guerra greco-gotica scatenata da Giustiniano avesse condannato l’Italia. Questi vent’anni di devastazione, infatti, non solo seminarono carestie, malattie, e decimarono una popolazione già in diminuzione; ma sostituirono un governo così così con un altro debole e odioso, e soprattutto tolsero ai superstiti la voglia e l’energia per resistere a ulteriori invasioni. Se i bizantini non si fossero intromessi nel giovane regno dei Goti, forse la nostra storia sarebbe stata diversa.
Con Lest Darkness Fall, L. Sprague DeCamp si pone la stessa domanda. Scrittore oggi ben avviato sul viale dell’oblio, soprattutto in Italia, DeCamp durante la Golden Age fu uno degli autori di fantascienza e alternative histories più influenti e ammirati. Lest Darkness Fall, la sua opera prima, si colloca sulla stessa scia di A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court di Twain – con la differenza che DeCamp non vuole fare della satira fiabesca, ma della sincera speculazione storica (con giusto un pizzico di fantasy nelle premesse iniziali). Può un uomo catapultato dal ventesimo secolo sopravvivere nell’alba dell’Alto Medioevo? E può, con le sue sole forze, cambiare il corso della storia?

Europa nel VI secolo

L’Europa pochi anni prima della guerra greco-gotica

Uno sguardo approfondito
Non sono la persona migliore per giudicare e sicuramente Zwei o uno storico, se leggessero il romanzo, potrebbe dare un parere più competente; ma l’impressione è che DeCamp di storia tardoantica ci capisca. Già solo il fatto di aver scelto come momento storico il regno del misconosciuto Teodato la dice lunga. La sua fonte principale sembra essere il De Bello Gothico di Procopio di Cesarea.
Per le strade mezze sterrate della Roma altomedievale, a Romani in toga e rigorosamente disarmati si mescolano Goti chiassosi e armati di tutto punto. Nelle tavernacce si possono incontrare vagabondi Vandali reduci delle campagne di riconquista bizantine in Africa; e se ti ammali, puoi star certo che alla tua porta si affolleranno stuoli di medici, maghi e preti, ognuno con un rimedio infallibile diverso dal precedente. E una volta tanto, il passato sembra essere realistico anche negli aspetti più sgradevoli (o almeno in alcuni di questi). Ad un certo punto, la serva siciliana di Padway si infilerà nel suo letto; ma invece che gratificarlo, come vorrebbe il canovaccio standard, si rivelerà un’esperienza disgustosa: la donna è sudicia, e ricoperta di zecche e pidocchi 1.
Non manca comunque qualche nota stonata. Su tutte, l’adagiarsi di DeCamp sul vecchio pregiudizio del Medioevo come millennio di barbarie, come età uniformemente buia e retrograda – un pregiudizio che già alla fine degli altri ’30 era datato, e letto oggi suona proprio male. Ma anche alcune scene tanto dense di retardness da parere uscite da un romanzo della Troisi; tipo il fatto – e succede più di una volta – che Padway, pur non avendo mai usato una spada in vita sua, sia in grado non solamente di difendersi in duello contro un veterano, ma anche di avere la meglio. E in modo del tutto accidentale! Srsly u guys?

Se nel complesso la Roma di Lest Darkness Fall pare credibile, bisogna anche ammettere che rimane piuttosto anonima. DeCamp non è un granché come scrittore: il suo stile è un uniforme raccontato con spiragli di mostrato quando c’è una scena importante. Tutta la storia è filtrata attraverso il pov del protagonista, ma la telecamera rimane sempre piuttosto distante da Padway, sicché non ci sentiamo molto partecipi delle sue avventure; anche i suoi pensieri e i suoi stati d’animo, le sue preoccupazioni, ci vengono piattamente raccontate. La cosa si fa particolarmente sentire nelle battaglie, che si riducono quasi sempre ad anonimi riassunti di manovre e azioni di masse d’uomini: il pathos è ai minimi termini, l’immersione non pervenuta.
Altre volte, spunti interessanti vengono ridotte a macchiette comiche. Prendiamo la questione dell’intolleranza religiosa: nella Roma del VI secolo coesistevano molte religioni, dalle varie correnti del cristianesimo (i Romani cattolici, i Goti ariani, i Siriani nestoriani, e così via) alle sopravvivenze pagane. Tutte queste religioni erano ammesse, ma la convivenza non era sempre facile. Be’, DeCamp mette in scena la questione con una rissa da fumetto in un’osteria, tra esponenti di credi diversi che si tirano cazzotti e boccali. Argomento chiuso.

Nestorianesimo

Eretici!

Stesso discorso si può fare per i comprimari. Thomasus, il banchiere siriano dal braccino corto, è un tipo simpatico: sempre pronto a lamentarsi, a contrattare sul nulla, a cercare di truffare l’interlocutore, a invocare Dio ogni volta che qualcosa non gli va a genio (“Do You hear that, God? He comes in here, a barbarian who hardly knows Latin, and admits that he has no security and no guarantors, and still he expects me to lend him money! Did You ever hear the like?”). E’ un personaggio che rimane impresso, e DeCamp riesce a costruire un sacco di dialoghi divertenti tra lui e Padway; ma Thomasus rimane sempre una macchietta, uno stereotipo, non sembrerà mai una persona vera. Stesso discorso per Fritharik, il nobile Vandalo decaduto che passa il tempo a lamentare le sue glorie passate e a fare la vittima, o Teodato, il re squilibrato e immerso in un mondo tutto suo, in cui lui è il più grande erudito che sia mai esistito. Tutti questi personaggi regalano dei momenti piacevoli, ma sempre a un livello da cabaret.
Le cose peggiorano ulteriormente se diamo un’occhiata al protagonista. Padway è un manichino senza personalità, un veicolo dell’esperimento ucronico dell’autore; non sembra avere delle vere motivazioni. La situazione in cui precipita sin dalle prime pagine è atroce: catapultato millecinquecento anni nel passato, in un mondo ostile, sporco, retrogrado, senza un amico né un parente, e con ben presto la certezza di non poter mai più tornare alla propria epoca. Ma Padway non si strappa i capelli, non nega la realtà, non tenta nemmeno di trovare una soluzione; la sua reazione emotiva è quasi inesistente. Superato lo spaesamento iniziale, Padway si darà da fare per raggranellare soldi e farsi una posizione. Il conflitto interiore è azzerato ancora prima di nascere.

Dove il romanzo dà il meglio di sé è nell’elemento ucronico. E’ interessante vedere come, gradualmente, l’Italia del VI secolo si trasformi, e prenda un corso diverso da quello da noi conosciuto, mano a mano che le innovazioni tecniche di Padway prendono piede. E’ un piacere assistere alla prematura nascita del brandy, piuttosto che della partita doppia. L’approccio di DeCamp, inoltre, è molto realistico: Padway potrà anche conoscere la moderna tecnologia e, in parte, come riprodurla, ma da qui a introdurla in pieno Alto Medioevo è tutto un altro paio di maniche! Bisogna “inventare” prima l’elettricità per poter usare il telegrafo; e già la polvere da sparo darà parecchi grattacapi al nostro protagonista.
All’ucronia tecnologica si combina quella politica, nel momento in cui Padway comincia a chiedersi quali eventi storici dovranno cambiare, e a chi dovrà andare il governo dell’Italia, per impedire il declino dell’Occidente. E non dico più niente perché se no Dunfrey mi cazzia – andate a leggervelo.

Goths

Goti. Invadiamo l’Italia dal 493.

Lest Darkness Fall è ben lontano dall’essere un capolavoro. E’ scritto male, i personaggi sono bidimensionali, la tensione rimane bassa, l’immersione scarsa; siamo a un livello molto più basso rispetto al capostipite di Mark Twain. Di certo non è all’altezza di diventare un Consiglio. Il romanzo di DeCamp è affascinante solo come speculazione fantastorica un po’ romanzata; lo consiglierei solamente agli amanti di quel periodo storico e dei what if.
E, perché no, a chi si voglia fare una cultura sui “classici” della narrativa fantastica. Molti racconti e novellas sono stati scritti su ispirazione di Lest Darkness Fall – alcuni recuperando solo l’idea del viaggio nel tempo che catapulta un uomo moderno in un mondo medievale e gli dà la possibilità di cambiare il corso della storia con l’ausilio della tecnica, altri espandendo proprio la storia di Martin Padway e del mondo che ha creato. E non è escluso che di questi racconti parli in futuro.

Dove si trova?
Non sono riuscito a trovare Lest Darkness Fall su Library Genesis né su Bookfinder, ma grazie agli avvisi di Dunseny e Wolframius sono riuscito a beccarlo sul Mulo. In lingua originale ho trovato tre referenze (rtf, pdf, lit); altre tre in italiano, cercando però “Abisso del passato” senza l’articolo.
Nel caso vogliate pagarlo, su Amazon si trovano due edizioni kindle: quella della collana Gateway della Gollancz, a 6,49 Euro, o l’edizione Phoenix, a 7,21 Euro. Quest’ultima oltre al romanzo di DeCamp contiene in appendice tre racconti ispirati a Lest Darkness Fall; ma tutti e tre i racconti sono rintracciabili aggratis online, quindi non c’è davvero bisogno di prendere questa edizione (di questa info ringrazio il buon Uriele).

Qualche estratto
Il primo estratto mostra i primi tentativi di Padway di razionalizzare ciò che gli sta accadendo dopo essere apparentemente precipitato nel VI secolo

1.
He couldn’t stand there indefinitely. He’d have to ask questions and get himself oriented. The idea gave him gooseflesh. He had a phobia about accosting strangers. Twice he opened his mouth, but his glottis closed up tight with stage fright.
Come on, Padway, get a grip on yourself. “I beg your pardon, but could you tell me the date?”
The man addressed, a mild-looking person with a loaf of bread under his arm, stopped and looked blank. “Qui e’? What is it?”
“I said, could you tell me the date?”
The man frowned. Was he going to be nasty? But all he said was, “Non compr’ endo.” Padway tried again, speaking very slowly. The man repeated that he did not understand.
Padway fumbled for his date-book and pencil. He wrote his request on a page of the date-book, and held the thing up.
The man peered at it, moving his lips. His face cleared. “Oh, you want to know the date?” said he.
Sic, the date.”
The man rattled a long sentence at him. It might as well have been in Trabresh. Padway waved his hands despairingly, crying, “Lento!”
The man backed up and started over. “I said I understood you, and I thought it was October 9th, but I wasn’t sure because I couldn’t remember whether my mother’s wedding anniversary came three days ago or four.”
“What year?”
“What
year?”
“Sic, what year?”
“Twelve eighty-eight
Anno Urbis Conditae”
It was Padway’s turn to be puzzled. “Please, what is that in the Christian era?”
“You mean, how many years since the birth of Christ?”
“Hoc ille-that’s right.”
“Well, now-I don’t know; five hundred and something. Better ask a priest, stranger.”
“I will,” said Padway. “Thank you.”
“It’s nothing,” said the man, and went about his business. Padway’s knees were weak, though the man hadn’t bitten him, and had answered his question in a civil enough manner. But it sounded as though Padway, who was a peaceable man, had not picked a very peaceable period.

Srsly

La reazione amorfa di Padway fa inarcare qualche sopracciglio.

2.
“Let’s drink to—” Thomasus started to say “success” for the thirtieth time, but changed his mind. “Say, Martinus, we’d better buy some of this lousy wine, or he’ll have us thrown out. How does this stuff mix with wine?” At Padway’s expression, he said: “Don’t worry, Martinus, old friend, this is on me. Haven’t made a night of it in years. You know, family man.” He winked and snapped his fingers for the waiter. When he had finally gotten through his little ceremony, he said: “Just a minute, Martinus, old friend, I see a man who owes me money. I’ll be right back.” He waddled unsteadily across the room.
“A man at the next table asked Padway suddenly: What’s that stuff you and old one-eye have been drinking, friend?”
“Oh, just a foreign drink called brandy,” said Padway uneasily.
“That’s right, you’re a foreigner, aren’t you? I can tell by your accent.” He screwed up his face, and then said: “I know; you’re a Persian. I know a Persian accent.”
“Not exactly,” said Padway. “Farther away than that.”
“That so? How do you like Rome?” The man had very large and very black eyebrows.
“Fine, so far,” said Padway.
“Well, you haven’t seen anything,” said the man. “It hasn’t been the same since the Goths came.” He lowered his voice conspiratorially: “Mark my words, it won’t be like this always, either!”
“You don’t like the Goths?”
“No! Not with the persecution we have to put up with!”
“Persecution?” Padway raised his eyebrows.
“Religious persecution. We won’t stand for it forever.”
“I thought the Goths let everybody worship as they pleased.”
“That’s just it! We Orthodox are forced to stand around and watch Arians and Monophysites and Nestorians and Jews going about their business unmolested, as if they owned the country. If that isn’t persecution, I’d like to know what is!”
“You mean that you’re persecuted because the heretics and such are not?”
“Certainly, isn’t that obvious? We won’t stand- What’s your religion, by the way?”
“Well,” said Padway, “I’m what in my country is called a Congregationalist. That’s the nearest thing to Orthodoxy that we have.”
“Hm-m-m. We’ll make a good Catholic out of you, perhaps. So long as you’re not one of these Maronites or Nestorians—”
“What’s that about Nestorians?” said Thomasus, who had returned unobserved. “We who have the only logical view of the nature of the Son-that He was a man in whom the Father indwelt—”
“Nonsense!” snapped Eyebrows. “That’s what you expect of half-baked amateur theologians. Our view- that of the dual nature of the Son-has been irrefutably shown—”
“Hear that, God? As if one person could have more than one nature—”
“You’re all crazy!” rumbled a tall, sad-looking man with thin yellow hair, watery blue eyes, and a heavy accent. “We Arians abhor theological controversy, being sensible men. But if you want a sensible view of the nature of the Son-” “You’re a Goth?” barked Eyebrows tensely.
“No, I’m a Vandal, exiled from Africa. But as I was saying” -he began counting on his fingers—“either the Son was a man, or He was a god, or He was something in between. Well, now, we admit He wasn’t a man. And there’s only one God, so He wasn’t a god. So He must have been—”
About that time things began to happen too fast for Padway to follow them all at once. Eyebrows jumped up and began yelling like one possessed. Padway couldn’t follow him, except to note that the term “infamous heretics” occurred about once per sentence. Yellow Hair roared back at him, and other men began shouting from various parts of the room: “Eat him up, barbarian!” “This is an Orthodox country, and those who don’t like it can go back where they—” “Damned nonsense about dual natures! We Monophysites-” “I’m a Jacobite, and I can lick any man in the place!” “Let’s throw all the heretics out!” “I’m a Eunomian, and I can lick any
two men in the place!”
Padway saw something coming and ducked, the mug missed his head by an inch and a half. When he looked up the room was a blur of action. Eyebrows was holding the self-styled Jacobite by the hair and punching his face; Yellow Hair was swinging four feet of bench around his head and howling a Vandal battle song. Padway hit one champion of Orthodoxy in the middle; his place was immediately taken by another who hit Padway in the middle. Then they were overborne by a rush of men.

Tabella riassuntiva

Un uomo moderno nella Roma altomedievale! Il protagonista è un manichino, gli altri personaggi sono macchiette.
Ricostruzione credibile di un periodo storico interessante e poco sfruttato. Descrizioni approssimative e scenario sottosfruttato.
Elementi ucronici introdotti in modo realistico. Stile raccontato e ritmo piatto che immergono poco.
Qualche scena di combattimento clueless.

(1) Soprattutto, mi è piaciuta la visione disillusa dell’amore tra un uomo moderno e una donna del mondo antico [seguono spoiler in bianco].
Nel corso del romanzo, Padway incontra più di una bella donna; ma non riuscirà a concludere con nessuna di loro. La regina Amalaswentha, che all’inizio aveva affascinato il protagonista, si rivelerà talmente sanguinaria e vendicativa da farlo scappare. Le cose sembrano andare meglio con la dolce Dorotea, figlia di un colto e posato senatore romano; ma non dureranno: quando le riforme promosse da Padway porteranno alla liberazione degli schiavi, la famiglia di Dorothea finirà sul lastrico e la ragazza non lo perdonerà mai più.Torna su