Un fine psicologo

CervelloMolti ingredienti contribuiscono a quell’alchimia che chiamiamo “immersione nella storia” e che ci fa godere un romanzo come se si trattasse della vita vera. Ma tra questi, uno dei più importanti è la capacità di creare personaggi vivi; personaggi in cui possiamo immergerci come se fossimo noi stessi (nel caso dei personaggi-pov) o che, pur tenendoci a distanza, ci appaiono così interessanti che vorremmo quasi conoscerli davvero.
Nella narrativa fantastica però, e in particolare della fantascienza, è spesso passata la lezione che i personaggi non sono necessariamente importanti; possono anche essere delle marionette senz’anima, se il focus del romanzo è su altro. In How to Write Science Fiction and Fantasy, Orson Scott Card (quello di Ender) quadripartisce la narrativa fantastica in quattro tipologie, a seconda di quale sia il centro d’interesse della storia: idea, contesto (milieu), evento, o personaggi. Mentre lo sviluppo dei personaggi è essenziale in quest’ultimo tipo di storia, la sua importanza andrebbe digradando negli altri:

It is a common misconception that all good stories must have full characterization. This is not quite true. All good Character Stories must have full characterization, because that’s what they’re about; and other kinds of stories can have full characterization, as long as the reader is not misled into expecting a Character Story when that is not what is going to be delivered. On the other hand, many excellent Milieu, Idea, and Event Stories spend very little effort on characterization beyond what is necessary to keep the story moving. The Indiana Jones stories don’t require us to get more of Jones than his charm and his courage. In short, he is what he does in the story, and while it’s delightful to meet his father and learn something of his background in Indiana Jones and the Last Crusade, the first two movies certainly did not leave us wishing for more characterization. That’s not what they were about.

In fondo leggiamo The Fountains of Paradise di Clarke perché ci affascina l’idea di leggere come si potrebbe costruire un gigantesco ascensore orbitale con la base sulla Terra e la cima in orbita geostazionaria?
Beh, .

Indiana Jones confessa

“Vi ho mai parlato della mia fissazione alla fase anale?”

E’ molto diverso leggere la storia della costruzione di un ascensore orbitale con il pov di uno spaventapasseri, o attraverso i sensi di un ingegnere angosciato dal rischio di fallire e di distruggere la propria carriera, solo (o quasi) contro un mondo che si fa beffe di un progetto impossibile; o magari attraverso i punti di vista alternati dell’ingegnere ambizioso e del monaco che ha passato tutta la sua vita nella semplicità e nella contemplazione del divino, e improvvisamente scopre che deve sgomberare per fare il posto a una diavoleria del progresso1. O anche, in modo meno intrusivo, un protagonista che ci faccia vivere il suo sogno di realizzare l’ascensore attraverso i suoi gesti, i suoi tic, le sue passeggiate notturne, il modo di comportarsi coi suoi finanziatori; un libro che metta sì al centro l’ascensore e soltanto l’ascensore, con le sue specifiche tecniche, i suoi problemi e le possibili soluzioni, in puro stile Hard SF – ma attraverso gli occhi di qualcuno in cui riusciamo a immergerci e identificarci.
Chi sostiene che la psicologia dei personaggi non sia importante nella speculative fiction spesso giustifica la sua tesi dicendo che sviluppare i personaggi porterebbe via spazio alla trama principale, o aprirebbe delle parentesi, o comunque distrarrebbe il lettore, eccetera. Ma lo studio delle tecniche della narrativa insegna che in realtà basta pochissimo spazio per dare tridimensionalità a un personaggio (anche secondario), a renderlo interessante. Non sono necessari flashback sull’infanzia, o digressioni sui loro traumi adolescienziali, o lunghi dialoghi melodrammatici, né qualunque altro allontanamento dall’oggetto centrale della storia. Basta un gesto, un certo modo di costruire una frase, un’abitudine insolita, una reticenza inspiegabile, uno scatto d’ira, a dirci qualcosa di quella persona. Piccole attenzioni che non rubano pagine né distolgono l’attenzione del lettore, anzi, possono aiutarlo nel processo di catarsi e dare tridimensionalità al mondo della storia.

Lo stesso Scott Card, peraltro, precisa subito dopo che:

Having said that, I must also point out that to be taken seriously as a writer, and not just a writer of speculative fiction, you must be able to draw interesting and believable characters; and most stories are improved when the author is skillful at characterization.

Io sarei un po’ più radicale: tutte le storie migliorano quando l’autore è bravo nella caratterizzazione. Non riesco a pensare a un tipo di storia che non possa trarne beneficio. Un romanzo d’azione sarà più coinvolgente, più tensivo con una buona caratterizzazione, perché ci immedesimeremmo di più nei personaggi che rischiano il collo e sentiremo le pallottole fischiare sopra la nostra stessa testa; molte storie piene di combattimenti e ammazzamenti, viceversa, ci suonano noiose e ripetitive proprio perché ci immedesimiamo poco. Un romanzo di ‘scoperta’ tipo 2001: Odissea nello spazio sarà più interessante se riusciamo a immergerci nel protagonista che fa la scoperta; un romanzo di Hard SF sulla preparazione del primo viaggio umano su Marte, pure, assomiglierebbe meno a un manuale di ingegneria o fisica e più a una storia se visto attraverso gli occhi di un protagonista ‘vivo’. E così via.
Gamberetta dice che una storia può essere bella nonostante il pessimo stile, e mai ‘grazie a’. Allo stesso modo ritengo che una storia può essere bella nonostante una cattiva caratterizzazione, e mai ‘grazie a’.

Steven Seagal

Un’altra sparatoria con Steven Seagal! Cheppalle!

Una volta Philip Roth definì Kundera “fine psicologo”, per la sua capacità di cogliere (e mettere in scena) significati, nei gesti quotidiani delle persone, che gli altri non notavano. Non è un caso se Kundera, nonostante il suo approccio decisamente literary alla narrativa, il suo snobismo, e la sua dichiarata intenzione di fare Alta Letteratura, è uno dei miei autori preferiti. Dick, Kundera, Koestler, Miller, Kafka: in cima alla mia lista stanno tutti scrittori con un insight dell’animo umano superiore alla media. E’ incredibile la cura che mettono nei loro personaggi, anche quando le loro storie non sono ‘storie di personaggi’, per restare nella terminologia di Scott Card, ma mettono al centro qualcos’altro. In Buio a Mezzogiorno il comunista Rubasciov serve a Koestler per parlare del regime comunista sovietico e di quella generazione di uomini del Partito ‘che ci credevano’ e che furono traditi dallo stalinismo; ma Rubasciov è un protagonista spettacolare, nel quale riusciamo a calarci nonostante sia un uomo contraddittorio e dalle scelte morali discutibili.
Per la stessa ragione sono sempre stato attratto dalle discipline che indagano l’uomo e la società, benché siano scienze molto meno solide di quelle naturali. Il primo saggio che abbia mai letto per intero, a quindici o sedici anni, è stato L’interpretazione dei sogni di Freud, e da allora non ho più smesso di leggere libri di psicologia, sociologia, antropologia, storia sociale. E mi sono accorto di una cosa: che questo tipo di saggistica può essere di aiuto per l’aspirante scrittore che vuole tratteggiare personaggi vividi e realistici.

Non voglio prendere per il culo nessuno: non si può certo imparare a costruire i propri personaggi sulla saggistica delle scienze sociali. Discipline, peraltro, che sono ancora a uno stadio piuttosto giovane della loro vita e ancora malsicure. Una buona caratterizzazione è al 90% buona capacità di osservazione delle persone che ci stanno intorno; si appoggia ancora al caro vecchio metodo empirico.
Il consiglio principe dei manuali in materia è ancora il più valido: uscite fuori, guardatevi intorno, prendete appunti sulle persone che incontrate (almeno mentali!), studiate degli estranei che vi sembrano interessanti e immaginatevi quale potrebbe essere la loro vita, provate a mettervi nei panni degli altri e a osservare il mondo dal loro punto di vista. Lovecraft, per quanti meriti possa avere, è famoso per i suoi dialoghi improbabili e per la stereotipicità delle interazioni tra i suoi personaggi; Lovecraft al suo meglio è sempre un unico personaggio di fronte all’ignoto, non è mai l’interplay. Ma Lovecraft viveva come un recluso.

Milan Kundera

“Io sono un fine psicologo. E TU?”

Ma se è vero che per creare persone immaginarie bisogna studiare le persone vere, è anche vero che un po’ di teoria può servire a dare struttura alle nostre osservazioni e intuizioni. Soprattutto se vogliamo scrivere una storia di narrativa fantastica! Per produrre un mainstream, uno slice-of-life, può essere sufficiente prendere di peso persone dalla vita vera, o magari combinare gli attributi di tanti individui diversi che ci circondano. Ma se voglio ambientare la mia storia in un’altra epoca storica, o nel futuro, o in un altro mondo che segue regole diverse, devo fare uno sforzo di astrazione aggiuntiva; chiedermi quali comportamenti, quali emozioni potrebbero avere gli abitanti di quel luogo. Che bisogni potrebbero avere, quali aspirazioni, che tipo di ragionamenti sarebbero in grado di fare.
Per averne un’idea, bisogna innanzitutto sapere quali tratti dell’essere umano sono dettati dal contesto (storico, economico, sociale, eccetera) in cui vive, e quali invece siano dettati dalla sua biologia, e quindi siano invariati in un cacciatore-raccoglitore dell’Italia pre-romana, un signorotto feudale della Linguadoca medievale e un operaio di Detroit all’inizio del nostro secolo. Occorre, in altre parole, integrare le nostre intuizioni empiriche sull’essere umano con una conoscenza più teorica dell’argomento.

Dove voglio arrivare con questo pippone? Voglio dire che mi piacerebbe aprire uno spazio stabile, sul blog, da dedicare alla saggistica sull’essere umano – saggi di psicologia, sociologia, antropologia, ma anche scienze più ‘solide’ come la biologia – e scambiare così opinioni sull’argomento. Ho già cominciato a farlo quest’inverno con l’articolo dedicato al bel Quando la profezia non si avvera, che illustrava il concetto della dissonanza cognitiva attraverso il caso di un culto millenaristico del Midwest americano. Ma vorrei trasformarlo in un appuntamento un po’ più regolare. Potrei produrne uno ogni due mesi, magari interpolandolo con i soliti articoli di saggistica storica che vorrei continuare a scrivere.
Naturalmente anche in questo caso, come per quanto riguarda la storia, preciso che non sono un esperto dell’argomento, ma solo un amatore. Non produrrò mai articoli specialistici come quelli di Zwei sull’oplologia, non ne sarei in grado. Vorrei soltanto condividere alcuni libri che mi hanno colpito, che reputo intelligenti, interessanti, utili; e rimango sempre aperto alle correzioni e ai cazziatoni di chi ci capisce di più.

Aspirante scrittore

Di norma non mi piace scrivere articoli solo per promettere altri articoli, aldilà delle poche righe sceme che scrivo in occasioni speciali come il Primo Maggio o la pausa estiva. Ma non volevo impestare un post dedicato a un libro con tutto questo fiume di parole.
Il primo articolo di questo filone – ma sarebbe meglio dire il secondo, se consideriamo che il libro di Festinger fosse il primo – uscirà, se tutto va bene, lunedì o martedì prossimo. Nel frattempo non mi spiacerebbe raccogliere qualche opinione in merito all’interesse o utilità di questi articoli ^-^

Bonus: How to Write Science Fiction and Fantasy
How to Write Science Fiction & FantasyQuesto manuale di Orson Scott Card è meno famoso dell’altro, Characters and Viewpoint, e anche meno specialistico. Di certo è meno utile rispetto a tanti altri manuali che ci sono là fuori – oltre all’altro di Scott Card, How to Write a Damn Good Novel di Frey, Plot di Ansen Dibell, Word Painting della McClanahan. Rispetto alla maggior parte di questi, però, ha il pregio di guardare il processo di scrittura a livello più macroscopico, concentrandosi di più sulla struttura generale del libro, sulle macroscene, sul tema centrale, piuttosto che sulle tecniche di costruzione della scena. Quindi può essere una buona aggiunta agli altri.
Le parti più interessanti a mio avviso sono quella sui quattro ‘tipi’ di storia (il MICE Quotient, come lo chiama lui), la spiegazione di come lui sviluppi le intuizioni necessarie che lo portano alla costruzione della trama, e i problemi e le soluzioni principali di alcuni temi topici della narrativa fantastica (il viaggio nel tempo, il viaggio intergalattico, le regole della magia, eccetera). In generale, Scott Card pone molta enfasi sull’importanza capitale della coerenza interna in un romanzo di narrativa fantastica, perché la sospensione dell’incredibilità deriva in buona parte anche da quello.
Il manuale si trova sia su Library Genesis che su Bookfinder in formato pdf.

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(1) In effetti, in The Fountains of Paradise Clarke tenta in parte di fare tutte queste cose, ma senza costanza, senza un piano. Alcuni passaggi del libro si concentrano sull’attrito tra i piani dell’ingegnere e la cultura tradizionale del luogo; altri sulle preoccupazioni e i rischi di fallimento del protagonista; altri, sulle specifiche tecniche dell’ascensore orbitale. Clarke salta per tutto il libro da un argomento all’altro, da un “tipo” di storia – per usare la definizione di Scott Card – all’altro, sicché alla fine non soddisfa fino in fondo nessun tipo di lettore.
Ciononostante, The Fountains of Paradise rimane un romanzo assai interessante e di cui consiglio la lettura.Torna su

I Consigli del Lunedì #33: The Years of Rice and Salt

The Years of Rice and SaltAutore: Kim Stanley Robinson
Titolo italiano: Gli anni del riso e del sale
Genere: Ucronia / Fantasy / Literary Fiction
Tipo: Romanzo

Anno: 2002
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 660 ca.

Difficoltà in inglese: **

A brave life, fought against the odds? Go back as a dog! A dogged life, persisting despite all? Go back as a mule, go back as a worm! That’s the way things work.

Tamerlano è vecchio e malato, ma ha posato i suoi occhi a ovest, verso l’Europa. Accampato a nord del Mar Nero, ha mandato in avanscoperta i suoi luogotenenti Bold e Psin con alcuni uomini, con l’ordine di non tornare prima di una settimana. Ma quando varcano i Carpazi, i due si trovano davanti uno spettacolo spaventoso: l’Europa è morta. Città deserte, scheletri nelle strade e nelle cattedrali, un silenzio assoluto; la peste si è portata via tutti i Cristiani. E adesso anche loro sono contagiati. E quanto Tamerlano dà l’ordine di ucciderli e bruciare tutte le loro cose, Bold è costretto a fuggire nell’unico luogo dove non sarà inseguito – in quel che rimane dell’Europa.
Ma gli altri continenti sono stati risparmiati dalla Peste Nera; e ora che gli europei non esistono più, il destino del mondo è nelle loro mani. Intrappolato nell’infinito ciclo delle reincarnazioni, alla disperata ricerca degli altri membri del suo jati e di un senso nell’esistenza, Bold assisterà vita dopo vita al futuro di questo mondo – all’espansione oceanica dell’Impero Cinese, al ripopolamento del Mediterraneo da parte degli stati musulmani del Nordafrica, alla nascita della scienza moderna, alle conquiste e alle guerre del futuro. Ma ogni volta, al termine della sua vita, Bold è ricondotto nel bardo, l’aldilà buddista, dove gli dèi giudicano la condotta di ogni uomo prima di indirizzarlo verso la sua nuova incarnazione. E il giudizio è sempre negativo…

The Years of Rice and Salt è un’opera mastodontica e descriverla non è facile. Si potrebbe dire innanzitutto che è un’ucronia, che parte da questa domanda: come sarebbe cambiata la Storia, se la grande peste del 1348 avesse spazzato via il 99% della popolazione europea e non solo un terzo? Partendo dal 1405, l’anno della morte di Tamerlano, il romanzo ci racconta attraverso dieci epoche successive  questa storia alternativa in cui gli Europei spariscono dal grande gioco della conquista del mondo. Ciascuna ha i propri personaggi ed è ambientata in un luogo e in una civiltà differente tra quelle rimaste a spartirsi il globo: l’Impero Cinese, l’India, i khanati dell’Asia centrale, i principati islamici dell’Ovest, il Nuovo Mondo.
Il filo conduttore delle varie storie è rappresentato da un manipolo di personaggi, identificati dalle stesse iniziali, che ad ogni epoca si reincarnano e tornano nel mondo. Appartengono alla stessa famiglia karmica – lo jati – e le loro vite sono destinate a intrecciarsi in ogni incarnazione. Ma chi approcciasse il libro di Robinson aspettandosi semplicemente un’ucronia potrebbe rimanere deluso, perché The Years of Rice and Salt è anche filosofia romanzata con un pesante tocco literary. Qual’è il senso della storia, come si può portare la giustizia nel mondo, si può creare un mondo migliore, come si può essere felici? Queste domande sono il nucleo del romanzo; domande a cui i membri dello jati tenteranno di rispondere, vita dopo vita, nella speranza che migliorando il mondo miglioreranno anche il loro karma.

Black Plague

Ehm…

Uno sguardo approfondito
Lo svantaggio proprio di romanzi con un arco narrativo di secoli è quello che, cambiando di continuo personaggi, setting e sottotrame, è più difficile affezionarsi ai protagonisti, e ad ogni nuovo episodio bisogna ricominciare da capo il processo di immersione. Robinson trova una soluzione efficace con l’idea delle reincarnazioni: l’eterno ritorno degli stessi personaggi, con le stesse iniziali e gli stessi tratti caratteriali di base, danno al lettore un elemento di immediata familiarità al lettore, qualcosa a cui aggrapparsi fin dalle prime righe di ogni nuova “epoca” del romanzo.
I personaggi identificati dalla B sono sempre dei sognatori, dal carattere mite e in armonia con il mondo; quelli identificati dalla K sono aggressivi, anarchici, dei leader nati; quelli identificati dalla I sono delle menti geniali, scienziati, medici, teologi; quelli identificati dalla S degli individui capricciosi e maligni; e così via. Diventa anche un gioco: scoprire ad ogni nuova fase narrativa chi sono B e K (uomo o donna? Ricchi o poveri? Cinesi, indiani o musulmani, o cosa? Eccetera), come faranno a incontrarsi, che tipo di rapporto costruiranno, se riusciranno a migliorare finalmente il loro destino.

Peccato che poi Robinson rovini tutto con la sua prosa raccontata e distante. Descrivere lo stile del romanzo non è facile, perché non rimane sempre uguale ma cambia a seconda dell’epoca in cui è ambientato. Ad esempio, la voce narrante della prima parte è un generico “noi”, e tutti i capitoli finiscono con frasi tipo questa: “We do not know which way Psin went, or what happened to him; but as for Bold, you can find out in the next chapter”, oppure: “We are as shocked as you are by this development, and don’t know what happened next, but no doubt the next chapter will tell us.” Alcune parti, come la prima o la sesta, frammischiano alla narrazione brani di poesia che fanno da commento all’azione. Una delle ultime parti del romanzo presenta periodi lunghi e spesso contorti, e una buona dose di surrealismo, nello stile di una certa tradizione modernista del primo Novecento.
In generale, si può dire che lo stile diventi più immersivo e mostrato mano a mano che dalle epoche passate ci si avvicina a quella contemporanea. O almeno, questo forse nelle intenzioni teoriche dell’autore – perché in realtà, aldilà di tutte queste variazioni, c’è una tendenza costante nella prosa di tutto il romanzo: l’abuso allucinante di raccontato. Il narratore di Robinson è un onnisciente che vede tutto da grande distanza; all’occorrenza si avvicina ai suoi personaggi e ci mostra delle scene che li coinvolgono, ma è anche in grado di andare avanti per cinque o dieci o più pagine consecutive a raccontare mesi o anni di storia di una persona o di un intero popolo. Interi capitoli possono essere anche dei puri raccontati con la telecamera molto distaccata dall’azione e dai protagonisti, magari nella forma di rapidi (e anestetici) riassunti di anni e anni di vita.

Firanja

WHAT THE FUCK?

Un sacco di queste pagine sono puramente dedicate al worldbuilding. Avete presente quegli scrittori di fantasy che si perdono, innamorati della loro ambientazione, a descriverci le catene montuose che torreggiano a nord e la ragnatela di fiumi che si allarga a est, nonché le complicate trame politiche che si intessono a ovest? Robinson ha il vantaggio di parlarci del mondo reale e di mostrarci un’evoluzione plausibile della Storia, ma in più occasioni la noia regna sovrana e viene da chiedersi quanto più bello sarebbe stato se tutto questo background ci fosse stato presentato attraverso i pov dei suoi abitanti. Alla fin fine interessa poco cosa abbiamo fatto le tribù afghane in un momento cruciale, o come un piccolo stato del sud dell’India possa riuscire ad acquisire l’egemonia sul subcontinente, se non abbiamo delle storie umane individuali su cui catalizzare la nostra attenzione le nostre emozioni. Alcune parti sembrano scritte di fretta, altre completamente inutili; in particolare i primi capitoli della seconda parte, The Haj in the Heart, potevano essere tranquillamente eliminati (o almeno, riscritti completamente), e metteranno a dura prova più di un lettore.
C’è anche una certa incongruenza nella gestione del punto di vista. Se da un lato troviamo una distinzione netta tra narratore e protagonisti di ogni arco narrativo, dall’altro la percezione di quello che accade è fortemente filtrata dalla loro cultura. Il mondo di Bold il mongolo è un universo che brulica di spiriti e di divinità; in più occasioni gli sembra di vedere gli asura, o dragoni che nuotano nell’acqua, e quando osserva qualcuno morire, vede lo spirito abbandonare il suo corpo. Tempeste e cataclismi sono il chiaro segnale di intervento divino. Sezioni successive del romanzo, invece, mostrano un approccio progressivamente più razionalista, e anche il bardo cambia aspetto e senso a seconda dell’epoca. Il che è molto carino; ma allora non si capisce perché Robinson non abbia utilizzato una narrazione più ancorata ai personaggi-pov.

La qualità dei personaggi è variabile. Alcune parti dedicano molto spazio ai rispettivi protagonisti: nella prima, il rapporto misto di fiducia e incomprensione tra il fuggiasco e pacato Bold e lo spietato negretto Kyu, che dopo essere stato evirato su ordine del grand’ammiraglio Zheng He per farne un eunuco giura eterna vendetta contro l’Impero Cinese; nella quarta, l’empatia tra l’alchimista Khalid e l’ottico Iwang, tra le fucine di Samarcanda, nella comune ricerca della verità che li porterà a scoprire le leggi della caduta dei gravi e molto altro ancora; nella nona, il desiderio di emancipazione della giovane Budur, che fugge dall’harem familiare per studiare in una grande città universitaria ed entra nell’orbita della fervente femminista Kirana. Altre parti pongono invece i personaggi in secondo piano, e li usano chiaramente come scusa per mostrare l’ambientazione. Le prime sono sicuramente le sezioni del libro più riuscite e piacevoli da leggere; ma anche in queste non ci si deve aspettare una grande evoluzione dei personaggi o una vera tridimensionalità. Anzi, il fatto che i tratti psicologici essenziali dei protagonisti rimangano immutati attraverso le epoche è una delle pietre angolari del romanzo – ciò che muta ed evolve è la Storia attorno a loro.
Insomma, è molto chiaro che questo libro è orientato a un certo tipo di lettori, quelli che amano la storia e vedere come e perché le civiltà umane si trasformino nel corso dei secoli. In questo senso The Years of Rice and Salt regala veri orgasmi concettuali, mostrando un interplay tra le potenze mondiali completamente diverso da quello che c’è stato nella nostra realtà ma che appare comunque credibile. Questa grande varietà di archi narrativi permette inoltre a Robinson di scrivere tante storie diverse: c’è la storia d’avventura esotica, con il valoroso capitano che scopre il Nuovo Mondo ma deve tornare per raccontarlo; la storia di ricerca spirituale, con protagonista un sufi che viaggia per il mondo alla ricerca del suo posto ideale; e poi la storia della nascita del metodo scientifico, dominata da invenzioni e intuizioni geniali, e il romanzo di guerra in trincea, pervaso di pessimismo e rassegnazione, e il romanzo di formazione studentesco, e così via.

Allah-u-snackbar

E se il mondo fosse dominato da loro?

Si vede che Robinson ha studiato per anni le cose di cui parla; ed è davvero impressionante vedere la mole di roba su cui si è documentato, dato che nel corso del romanzo si passa con nonchalance dalle scuole buddiste tibetane alla storia dinastica cinese, dal sufismo sotto l’Impero Mogol alle scoperte seicentesce sull’ottica e la meccanica, dal Corano e gli hadit al linguaggio di alcune tribù dei laghi dei nativi americani.
Forse troppo – in effetti, Robinson tanto sembra preparato sulla storia e sulle culture del passato, quanto impreparato sui principi dell’economia e della politica moderna. Mi sembra che emerga, soprattutto nelle ultime parti del romanzo, una certa ingenuità, una certa visione idealistica della Storia, come se i rapporti tra le nazioni e le forme di governo dipendessero dagli ideali, dalla cultura, dalle passioni (di espansione e dominio, piuttosto che di solidarietà, o di sete di conoscenza). La storia di Robinson è largamente fatta da politici, diplomatici, filosofi e scienziati; mentre vengono lasciate parecchio in ombra (se non per occasionali riferimenti raccontati) le industrie, le banche, le multinazionali, insomma tutte quelle forze che muovono i soldi nella società moderna.
Sicché non ho potuto fare a meno di leggere le ultime parti del libro con sopracciglia progressivamente inarcate. Robinson non commette veri e propri errori di buonismo, e in effetti il mondo che si presenta alla fine del romanzo ha una sua plausibilità e si sarebbe davvero potuto realizzare – ma sembra che l’autore adduca tutte le ragioni sbagliate.

A questo errore nella visione della Storia, che è oggettivo (anche se se ne potrebbe discutere), si aggiunge un piccolo fastidio personale. In The Years of Rice and Salt c’è una forte tensione morale; il filo conduttore dell’opera è il tentativo dei membri dello jati protagonista di migliorare il mondo in cui vivono, per poter in questo modo migliorare la loro stessa esistenza e il loro karma. Dalla prima all’ultima epoca, la loro è una lotta costante (e più o meno consapevole, a seconda dei momenti) per diventare padroni delle loro vite e non schiavi, per smettere di soffrire vita dopo vita portare finalmente un po’ di giustizia in un mondo che sembra non averne.
In teoria questa sarebbe una figata di filo conduttore, ma in realtà riduce di molto la varietà delle situazioni del romanzo: si tratta quasi sempre di persone che vogliono fare del bene, che ricercano la strada giusta, l’illuminazione, eccetera. Il contesto cambia, ma il nocciolo della faccenda è spesso lo stesso. E le possibilità di conflitto e di ambiguità morale sono ridotte drasticamente. L’ultima parte del romanzo, in particolare, nel suo tentativo di tirare le somme è banale, noiosotta e priva di tensione o anche solo azione. Peccato – perché altre sezioni del romanzo sono davvero spettacolari.

Buddha cat

L’aspirazione finale dei protagonisti del romanzo.

Mi viene naturale confrontare questo romanzo con gli altri due romanzi sulla Storia e l’evoluzione della società di cui ho parlato nel blog, Last and First Men di Stapledon e A Canticle for Leibowitz di Miller. Tutti e tre sono romanzi che parlano dell’umanità, e tutti e tre sono romanzi con una forte carica morale. The Years of Rice and Salt è sicuramente meglio del primo: benché meno ambizioso nelle premesse (un migliaio d’anni di storia alternativa invece che due miliardi di anni di storia futura), è più creativo e vario nelle situazioni, e appassiona di più, perché filtra almeno in parte la sua ‘grande storia’ attraverso scene, personaggi e vicende individuali. A mio avviso rimane però nettamente inferiore al secondo: è scritto peggio – soprattutto per la mole estrema di raccontato – i suoi personaggi sono meno ambigui e meno vividi rispetto a quelli di Miller.
The Years of Rice and Salt è un romanzo grandioso, fitto di sense of wonder ucronico e unico nel suo genere. Non ho mai letto un’alternative history così vasta, sia spazialmente che temporalmente. Dico solo che avrebbe potuto essere strutturata e scritta molto meglio, e allora sarebbe forse diventato il mio libro preferito in assoluto. Rimane una lettura che ricorderò per sempre, e che è degna di entrare a giusto titolo nella mia Top 20. Gli appassionati di Storia gli diano almeno una chance.

Dove si trova?
The Years of Rice and Salt si trova in lingua originale sia su BookFinder che su Library Genesis (ma in questo caso bisogna digitare “Years of Rice and Salt”, senza l’articolo). In italiano non mi risulta sia mai stato tradotto.

Chi devo ringraziare?
Ho sentito parlare per la prima volta di Stanley Robinson da Giovanni, assiduo commentatore del blog, che diversi anni fa mi piantò davanti agli occhi Red Mars (il primo capitolo della famosa Mars Trilogy, che non ho ancora letto). All’epoca non degnai il libro di più di uno sguardo, ma quando da qualche parte su questo stesso blog si è citato di nuovo Robinson la scena mi si è riaffacciata alla memoria. Da lì mi sono informato sull’autore e mi sono imbattuto in The Years of Rice and Salt: è stato amore a prima vista.
E naturalmente devo ringraziare la dolce Siò, che ancora una volta mi ha fatto da beta-tester leggendo il libro prima di me…

Bardo

No, non quel bardo. L’altro.

Qualche estratto
Considerata la mole e l’estrema varietà di situazioni di questo romanzo, ho scelto – non odiatemi – la bellezza di quattro estratti (d’altronde mica siete costretti a leggerli). Non sono inseriti in ordine cronologico ma piuttosto “tematico”.
I primi due sono esempi del mostrato di Stanley Robinson e di pov abbastanza vicino al protagonista della scena: il primo estratto viene da una delle scene iniziali del libro e mostra l’avanguardia timuride che penetra nell’Europa desertificata dalla peste; il secondo, molto più avanti, mostra i tentativi dell’alchimista-scienziato kazako Khalid mentre tenta di compiacere il Khan suo signore con le più recenti scoperte belliche. La differenza stilistica dei due brani dà anche un’idea del graduale cambiamento che c’è nella prosa di Robinson man mano che si avanza di epoca.
Il terzo estratto, ancora più avanti nella storia, è un tipico esempio di pessimo raccontato di Robinson, con un secolo circa di storia politica del subcontinente indiano riassunto in pochi paragrafi e messo in bocca al Kerala di Travancore. L’ultimo estratto, infine, mostra l’anima più fantasy e literary dell’opera: è una delle scene di “chiusura sezione” ambientate nel mondo dell’aldilà, il bardo.

1.
They came to an empty bridge and crossed it, hooves thwocking the planks. Now they came upon some wooden buildings with thatched roofs. But no fires, no lantern light. They moved on. More buildings appeared through the trees, but still no people. The dark land was empty.
Psin urged them on, and more buildings stood on each side of the widening road. They followed a turn out of the hills onto a plain, and before them lay a black silent city. No lights, no voices; only the wind, rubbing branches together over sheeting surfaces of the big black flowing river. The city was empty.
Of course we are reborn many times. We fill our bodies like air in bubbles, and when the bubbles pop we puff away into the bardo, wandering until we are blown into some new life, somewhere back in the world. This knowledge had often been a comfort to Bold as he stumbled exhausted over battlefields in the aftermath, the ground littered with broken bodies like empty coats.
But it was different to come on a town where there had been no battle, and find everyone there already dead. Long dead; bodies dried; in the dusk and moonlight they could see the gleam of exposed bones, scattered by wolves and crows. Bold repeated the Heart Sutra to himself. “Form is emptiness, emptiness form. Gone, gone, gone beyond, gone altogether beyond. O, what an Awakening! All hail!”
[…]
They came into a paved central square near the river, and stopped before the great stone building. It was huge. Many of the local people had come to it to die. Their lamasery, no doubt, but roofless, open to the sky—unfinished business. As if these people had only come to religion in their last days; but too late; the place was a boneyard. Gone, gone, gone beyond, gone altogether beyond. Nothing moved, and it occurred to Bold that the pass in the mountains they had ridden through had perhaps been the wrong one, the one to that other west which is the land of the dead. For an instant he remembered something, a brief glimpse of another life—a town much smaller than this one, a village wiped out by some great rush over their heads, sending them all to the bardo together. Hours in a room, waiting for death; this was why he so often felt he recognized the people he met. Their existences were a shared fate.
“Plague,” Psin said. “Let’s get out of here.”
His eyes glinted as he looked at Bold, his face was hard; he looked like one of the stone officers in the imperial tombs.
Bold shuddered. “I wonder why they didn’t leave,” he said.
“Maybe there was nowhere to go.”

2.
“Now see, we have determined that at the distances a gun can cast a ball, it cannot shoot straight. The balls are tumbling through the air, and they can spin off in any direction, and they do.”
“Surely air cannot offer any significant resistance to iron,” Nadir said, sweeping a hand in illustration.
“Only a little resistance, it is true, but consider that the ball passes through more than two li of air. Think of air as a kind of thinned water. It certainly has an effect. We can see this better with light wooden balls of the same size, thrown by hand so you can still see their movement. We will throw into the wind, and you can see how the balls dart this way and that.”
Bahram and Paxtakor palmed the light wooden balls off, and they veered into the wind like bats.
“But this is absurd!” the Khan said. “Cannonballs are much heavier, they cut through the wind like knives through butter!”
Khalid nodded. “Very true, great Khan. We only use these wooden balls to exaggerate an effect that must act on any object, be it heavy as lead.”
“Or gold,” Sayyed Abdul Aziz joked.
“Or gold. In that case the cannonballs veer only slightly, but over the great distances they are cast, it becomes significant. And so one can never say exactly what the balls will hit.”
“This must ever be true,” Nadir said.
Khalid waved his stump, oblivious for the moment of how it looked. “We can reduce the effect quite a great deal. See how the wooden balls fly if they are cast with a spin to them.”
Bahram and Paxtakor threw the balsam balls with a final pull of the fingertips to impart a spin to them. Though some of these balls curved in flight, they went farther and faster than the palmed balls had. Bahram hit an archery target with five throws in a row, which pleased him greatly.
“The spin stabilizes their flight through the wind,” Khalid explained. “They are still pushed by the wind, of course. That cannot be avoided. But they no longer dart unexpectedly when they are caught on the face by a wind. It is the same effect you get by fletching arrows to spin.”
“So you propose to fletch cannonballs?” the Khan inquired with a guffaw.
“Not exactly, your Highness, but yes, in effect. To try to get the same kind of spin. We have tried two different methods to achieve this. One is to cut grooves into the balls. But this means the balls fly much less far. Another is to cut the grooves into the inside of the gun barrel, making a long spiral down the barrel, only a turn or a bit less down the whole barrel’s length. This makes the balls leave the gun with a spin.”
Khalid had his men drag out a smaller cannon. A ball was fired from it, and the ball tracked down by the helpers standing by, then marked with a red flag. It was farther away than the bigger gun’s ball, though not by much.
” It is not distance so much as accuracy that would be improved,” Khalid explained. “The balls would always fly straight. We are working up tables that would enable one to choose the gunpowder by type and weight, and weigh the balls, and thus, with the same cannons, of course, always send the balls precisely where one wanted to.”
“Interesting,” Nadir said.
Sayyed Abdul Aziz Khan called Nadir to his side. “We’re going back to the palace,” said, and led his retinue to the horses.
“But not that interesting,” Nadir said to Khalid. “Try again.”

The Scientific Method

La scoperta del metodo scientifico.

3.
Later, over tea scented with delicate perfumes, the Kerala sat in repose and spoke with Ismail. He heard all Ismail could tell him of Sultan Selim the Third, and then he told Ismail the history of Travancore, his eyes never leaving Ismail’s face.
“Our struggle to throw off the yoke of the Mughals began long ago with Shivaji, who called himself Lord of the Universe, and invented modern warfare. Shivaji used every method possible to free India. Once he called the aid of a giant Deccan lizard to help him climb the cliffs guarding the Fortress of the Lion. Another time he was surrounded by the Bijapuri army, commanded by the great Mughal general Afzal Khan, and after a siege Shivaji offered to surrender to Afzal Khan in person, and appeared before that man clad only in a cloth shirt, that nevertheless concealed a scorpion tail dagger; and the fingers of his hidden left hand were sheathed in razor-edged tiger claws. When he embraced Afzal Khan he slashed him to death before all, and on that signal his army set on the Mughals and defeated them.
“After that Alamgir attacked in earnest, and spent the last quarter century of his life reconquering the Deccan, at a cost of a hundred thousand lives per year. By the time he subdued the Deccan his empire was hollowed. Meanwhile there were other revolts against the Mughals to the northwest, among Sikhs, Afghans and the Safavid empire’s eastern subjects, as well as Rajputs, Bengalis, Tamils and so forth, all over India. They all had some success, and the Mughals, who had overtaxed for years, suffered a revolt of their own zamindars, and a general breakdown of their finances. Once Marathas and Rajputs and Sikhs were successfully established, they all instituted tax systems of their own, you see, and the Mughals got no more money from them, even if they still swore allegiance to Delhi.
“So things went poorly for the Mughals, especially here in the south. But even though the Marathas and Rajputs were both Hindu, they spoke different languages, and hardly knew each other, so they developed as rivals, and this lengthened the Mughals’ hold on mother India. In these end days the Nazim became premier to a khan completely lost to his harem and hookah, and this Nazim went south to form the principality that inspired our development of Travancore on a similar system.
“Then Nadir Shah crossed the Indus at the same ford used by Alexander the Great, and sacked Delhi, slaughtering thirty thousand and taking home a billion rupees of gold and jewels, and the Peacock Throne. With that the Mughals were finished.
“Marathas have been expanding their territory ever since, all the way into Bengal. But the Afghans freed themselves from the Safavids, and surged east all the way to Delhi, which they sacked also. When they withdrew the Sikhs were given control of the Punjab, for a tax of one-fifth of the harvests. After that the Pathans sacked Delhi yet once more, rampaging for an entire month in a city become nightmare. The last emperor with a Mughal title was blinded by a minor Afghan chieftain.
“After that a Marathan cavalry of thirty thousand marched on Delhi, picking up two hundred thousand Rajput volunteers as they moved north, and on the fateful field of Panipat, where India’s fate has so often been decided, they met an army of Afghan and ex-Mughal troops, in full jihad against the Hindus. The Muslims had the support of the local populace, and the great general Shah Abdali at their head, and in the battle a hundred thousand Marathas died, and thirty thousand were captured for ransom. But afterwards the Afghan soldiers tired of Delhi, and forced their khan to return to Kabul.
“The Marathas, however, were likewise broken. The Nazim’s successors secured the south, and the Sikhs took the Punjab, and the Bengalese Bengal and Assam. Down here we found the Sikhs to be our best allies. Their final guru declared their sacred writings to be the embodiment of the guru from that point on, and after that they prospered greatly, creating in effect a mighty wall between us and Islam. And the Sikhs taught us as well. They are a kind of mix of Hindu and Muslim, unusual in Indian history, and instructive. So they prospered, and learning from them, coordinating our efforts with them, we have prospered too.
“Then in my grandfather’s time a number of refugees from the Chinese conquest of Japan arrived in this region, Buddhists drawn to Lanka, the heart of Buddhism. Samurai, monks and sailors, very good sailors—they had sailed the great eastern ocean that they call the Dahai, in fact they sailed to us both by heading cast and by heading west.”
“Around the world?”
“Around. And they taught our shipbuilders much, and the Buddhist monasteries here were already centres of metalworking and mechanics, and ceramics. The local mathematicians brought calculation to full flower for use in navigation, gunnery and mechanics. All came together here in the great shipyards, and in our merchant and naval fleets were soon greater even than China’s. Which is a good thing, as the Chinese empire subdues more and more of the world—Korea, Japan, Mongolia, Turkestan, Annam and Siam, the islands in the Malay chain—the region we used to called Greater India, in fact. So we need our ships to protect us from that power. By sea we are safe, and down here, below the gnarled wildlands of the Deccan, we are not easily conquered by land. And Islam seems to have had its day in India, if not the whole of the west.”

4.
He blinked, or slept, and then he was in a vast court of judgment. The dais of the judge was on a broad deck, a plateau in a sea of clouds. The judge was a huge black-faced deity, sitting potbellied on the dais. Its hair was fire, burning wildly on its head. Behind it a black man held a pagoda roof that might have come straight out of the palace in Beijing. Above the roof floated a little seated Buddha, radiating calm. To his left and right were peaceful deities, standing with gifts in their arms; but these were all a great distance away, and not for him. The righteous dead were climbing long flying roads up to these gods. On the deck surrounding the dais, less fortunate dead were being hacked to pieces by demons, demons as black as the Lord of Death, but smaller and more agile. Below the deck more demons were torturing yet more souls. It was a busy scene and Kyu was annoyed. This is my judgment, and it’s like a morning abattoir! How am I supposed to concentrate?
A creature like a monkey approached him and raised a hand: “Judgment,” it said in a deep voice.
Bold’s prayer sounded in his mind, and Kyu realized that Bold and this monkey were related somehow. “Remember, whatever you suffer now is the result of your own karma,” Bold was saying. “It’s yours and no one else’s. Pray for mercy. A little white god and a little black demon will appear, and count out the white and black pebbles of your good and evil deeds.”
Indeed it was so. The white imp was pale as an egg, the black imp like onyx; and they were hoeing great piles of white and black stones into heaps, which to Kyu’s surprise appeared about equal in size. He could not remember doing any good deeds.
“You will be frightened, awed, terrified.”
I will not! These prayers were for a different kind of dead, for people like Bold.
“You will attempt to tell lies, saying I have not committed any evil deed.”
I will not say any such ridiculous thing.
Then the Lord of Death, up on its throne, suddenly took notice of Kyu, and despite himself Kyu flinched.
“Bring the mirror of karma,” the god said, grinning horribly. Its eyes were burning coals.
“Don’t be frightened,” Bold’s voice said inside him. “Don’t tell any lies, don’t be terrified, don’t fear the Lord of Death. The body you’re in now is only a mental body. You can’t die in the bardo, even if they hack you to pieces.”
Thanks, Kyu thought uneasily. That is such a comfort.
“Now comes the moment of judgment. Hold fast, think good thoughts; remember, all these events are your own hallucinations, and what life comes next depends on your thoughts now. In a single moment of time a great difference is created. Don’t be distracted when the six lights appear. Regard them all with compassion. Face the Lord of Death without fear.”
The black god held a mirror up with such practised accuracy that Kyu saw in the glass his own face, dark as the god’s. He saw that the face is the naked soul itself, always, and that his was as dark and dire as the Lord of Death’s. This was the moment of truth! And he had to concentrate on it, as Bold kept reminding him. And yet all the while the whole antic festival shouted and shrieked and clanged around him, every possible punishment or reward given out at once, and he couldn’t help it, he was annoyed.
[…] The white Arab face in the black forehead laughed and squeaked, “Condemned!” and the huge black face of the Lord of Death roared, “Condemned to hell!” It threw a rope around Kyu’s neck and dragged him off the dais. It cut off Kyu’s head, tore out his heart, pulled out his entrails, drank his blood, gnawed his bones; yet Kyu did not die. Body hacked to pieces, yet it revived. And it all began again. Intense pain throughout. Tortured by reality. Life is a thing of extreme reality; death also.
Ideas are planted in the mind of the child like seeds, and may grow to dominate the life completely.
The plea: I have done no evil.

Tabella riassuntiva

Mille anni di storia alternativa! Narratore onnisciente e “raccontato” a chili.
Grandissima varietà di storie, ambientazioni, culture. Ritmo altalenante e alcune parti inutili.
Un unico filo conduttore lungo tutti gli archi narrativi. Visione della Storia idealista e un po’ ingenua.
Alcuni personaggi sono molto affascinanti.

Arranging the Blocks

Blocco di TetrisIn questi giorni avrei dovuto pubblicare più di un articolo, e naturalmente non ce l’ho fatta. Che dire? La vita, si sa, è come il Tetris, e quando la musichetta accelera non c’è altro da fare che muoversi più in fretta per far incastrare tutti i blocchi. E diciamo che in certi giorni il blog è ingombrante da gestire come i quadratoni 2×2.
I russi, del resto, a sistemare i blocchi ormai sono abituati:


Ringrazio il buon Gimmelli per questa roba strana.

Ma che importa? Anche quest’anno è giunto il Primo Maggio! Puntuale come – uhm, come il mese di Maggio.
E mentre vado a sventolare come un mongolo bandiere scritte in una lingua che non capisco, vi lascio con qualche importante promessa per l’avvenire. Ecco gli articoli a cui sto lavorando in parallelo e che usciranno a partire dalla prossima settimana (avrebbero già dovuto cominciare durante questa, ma tant’è):

– Tre Consigli del Lunedì; nella fattispecie un’ucronia filosofica dalle tinte fantasy, un cyberpunk insolito e un horror puzzolente di cui già da tempo avevo promesso di parlare.
– Un articolo di Saggistica psicologica stramegablliximo con cui mi piacerebbe aprire un nuovo filone nel blog.
– Una Bonus Track diaristico-settecentesca, e forse una seconda Bonus Track di ambientazione ottocentesca (ma scritto ai giorni nostri). E no, non è una roba steampunk.

Più a lungo termine, invece, un articolo sull’ingegneria spaziale e un altro di argomento crociato. E forse uno su Marinetti (sì, quello lì). In più, visto che alcune persone me lo chiedono, potrei scrivere qualche intervento dedicato appositamente alla Literary Fiction, e a libri Literary che mi sono piaciuti nonostante la loro anti-immersività (ne avrei in mente due o tre…). E c’è sempre quel sondaggio sul romanzo di Dick, dall’esito un po’ incerto.
Ma di queste cose avremo modo di parlare ancora; era solo per farvi venire un po’ di curiosità. Buon Primo Maggio! ^-^

Communism it's a party

Il Cyberpunk era ieri

Google GlassQualche giorno fa, Google ha annunciato le specifiche tecniche del suo nuovo gioiellino, Google Glass.
Se qualcuno di voi non sapesse di cosa sto parlando, visualizzate questa immagine: uno smartphone che si indossa come un paio di occhiali. Definizione approssimata e un po’ imprecisa, ma rende l’idea. Google Glass funziona a comando vocale – attraverso istruzioni introdotte dalla frase “ok, glass”, come: “ok, glass, take a photo” – e permette di scattare foto o registrare video e condividerli immediatamente con i propri contatti, ma anche essere informati istantaneamente sul meteo o sugli orari degli aerei, o può fungere da GPS, e così via. Il tutto, concentrato in un dispositivo posto sopra e a lato dell’occhio.
Il Google Glass non è certo il primo tentativo di “computer oculare”; uno dei suoi illustri predecessori, l’EyeTap, risale nella sua prima versione addirittura ai primi anni ’80. Ma c’è una differenza. Il Google Glass non è solo roba sperimentale, per addetti ai lavori; è un prodotto per il mass market. L’uscita per il grande pubblico è prevista per la fine del 2013 o l’inizio del 2014, ma un numero limitato di Google Glass sarà consegnato a una cerchia selezionata di early adopters già in questi mesi. Molti di questi fortunati sono essi stessi sviluppatori, appositamente invitati da Google a provare il prodotto per poi pensare e realizzare delle app dedicate.

Insomma, di qui a poco il Google Glass dovrebbe entrare nelle nostre vite, che lo vogliamo o no. C’è già chi comincia a preoccuparsi dei pericoli per la privacy, come questo locale di Seattle; altri pensano che, nonostante le prime rassicurazioni di Google a riguardo, un giorno non lontano ci troveremo tempestati di banner pubblicitari agli angoli del campo visivo. Quanto a me, la prima e unica cosa che ho pensato la prima volta che ho sentito parlare, è stato: “Siamo nel cyberpunk!”. Conseguente scarica di adrenalina.


Un video vale più di mille parole.
Notare le furbizie da markettari, che mostrano per pochi secondi l’utilità del Glass in situazioni cruciali: il ciclista che dribbla il traffico, i ragazzi che stanno per perdere l’aereo, il padre con la figlia distante e le mani occupate dalla torta…

Pensiero ingenuo, certo. Me ne sono accorto poco dopo.
Perché se è vero che l’idea di un computer che interagisce con l’occhio è particolarmente iconica e ‘trasuda cyberpunk’ da ogni poro, è anche vero che è parecchio, ormai, che viviamo nel cyberpunk. Non saprei dire quando è cominciato. A istinto, direi che abbiamo iniziato a entrarci alla fine degli anni ’90, quando Internet e il 56k entravano nelle nostre case. Guardiamo Neuromante. Per quanto il romanzo sia molto bello, per quanto le sue atmosfere noir siano coinvolgenti, e molti dei concetti coinvolti fighi, quando si viene alla descrizione di Gibson della Rete, del cyberpsazio, viene da ridere. Quell’ambiente virtuale fatto di cubi, piramidi e filamenti di luce, in cui i navigatori si muovono con una sorta di corpo, oggi suona datato, ingenuo e improbabile. Internet è stato, credo, il primo ‘concetto’ in cui la realtà ha superato il cyberpunk.
E cos’è oggi un qualsiasi fighetto con lo smartphone e l’abbonamento Internet a 10 Euro al mese, se non un net-runner? Sempre connesso, capace di accedere all’istante a quasi qualsiasi informazione abbia bisogno. Anche il clima economico e sociale, dal 2008 in poi, sembra diventare sempre di più quello cinico e senza speranza, dominato da banche e supercorporation, del primo cyberpunk. Non siamo ancora arrivati a intonare inni aziendali o a chiudere i nostri dipendenti migliori in dei bunker, ma la dedizione e lo spirito di sacrificio richiesti agli aziendalisti verso la corporation ormai quasi ovunque ci si avvicinano molto.

Certo, non abbiamo ancora la modificazione biomeccanica di massa, né le cose più esotiche (lame che escono dalle braccia? Un mitragliatore al posto della mano?), ma la sensazione è che potremmo, se solo fosse legale e se ci fosse un mercato – guardate le protesi che siamo in grado di fare oggi. In generale, la tecnologia è stata meno invasiva e concettualmente ‘ambigua’ di come era stata dipinta dalla fantascienza – niente chip innestati nel cervello, ‘solo’ una stanghetta con le lenti finte che si appoggia sul naso – ma a livello di funzioni ci siamo arrivati. E dove non siamo arrivati, ci stiamo arrivando.
Senza dubbio il cyberpunk ha perso, almeno in parte, la sua magia; la magia di farti assaggiare cose che sono molto di là da venire. Quelle cose oggi non sono più il futuro, sono il presente, e in qualche caso – come l’Internet di Gibson – il passato.  E’ una cosa che abbiamo già visto accadere a larga parte dell’Hard SF della Golden Age – quella che ti racconta come l’umanità abbia fondato colonie pure sulle lune di Giove, ma poi interagisca con computer grandi come un hangar attraverso schede perforate. Oggi, con l’eccezione di pochi titoli selezionatissimi, ormai quella vecchia fantascienza non si legge più. Non c’è più motivo per leggerla.

Google Glass

Scopri nuovi modi di perseguitare i tuoi amici: con Google Glass.

Prendiamo Prelude to Space, del 1947. L’autore non è esattamente l’ultimo dei mongoloidi: è Arthur C. Clarke, uno dei Big Three della Golden Age, e in generale un genio visionario che ha popolato sia la narrativa fantastica che l’ingegneria spaziale e aeronautica di idee brillanti. Prelude to Space racconta, con un approccio quasi documentaristico e un po’ lirico, della preparazione del lancio del primo razzo che dovrà andare sulla Luna. Clarke racconta nel dettaglio come sia fatto questo razzo, come funzionino i suoi motori, come è stato pianificato il viaggio; le speranze di scienziati e ingegneri che lavorano al progetto, gli ostacoli sul loro cammino, fino al decollo della navicella.
Alla fine degli anni ’40, il progetto Apollo non esisteva nemmeno, e una cospicua parte della comunità scientifica era scettica circa la possibilità di andare sulla Luna. In quegli anni, un romanzo come Prelude to Space doveva essere qualcosa che faceva brillare gli occhi. Il libro riscosse anche grande successo di critica (la critica del settore, ovviamente). Ma oggi – oggi chi se lo incula più? Childhood’s End, Rendezvous with Rama, 2001: A Space Odyssey, questi sono i romanzi di Clarke che leggiamo ancora, e curiosamente sono quelli meno Hard e più fantasy. The Fountains of Paradise, anche, perché un ascensore orbitale ancora non ce l’abbiamo e forse non ce l’avremo mai. Che interesse può avere invece – se non un interesse storico, o da collezionista di Clarke – una storia tutta incentrata su come si fa a portare un razzo sulla Luna, se noi quel razzo ce l’abbiamo già portato?

Costruire un romanzo su nient’altro che un concetto o, ancora peggio, un’invenzione, è una delle strade più sicure per mettergli sopra una data di scadenza. Il che può anche andare bene, se uno sa cosa sta facendo, e soprattutto se non ha la fissa di vivere in eterno tipica dell’artista. Prendiamo Charles Stross e il suo Accelerando, un fix-up di racconti che immagina la storia futura dell’umanità a partire dal verificarsi (nella nostra epoca) di una singolarità tecnologica. L’argomento è affascinante e l’oggetto del libro di là da venire, eppure lo stile di Stross è un pout-pourri di slang contemporaneo e neologismi modellati su quest’ultimo:

Manfred holds out a hand, and they shake. His PDA discreetly swaps digital fingerprints, confirming that the hand belongs to Bob Franklin, a Research Triangle startup monkey with a VC track record, lately moving into micromachining and space technology. Franklin made his first million two decades ago, and now he’s a specialist in extropian investment fields.
Operating exclusively overseas these past five years, ever since the IRS got medieval about trying to suture the sucking chest wound of the federal budget deficit.

PDA, VC, blog, per non parlare di altri termini che alludono ai sistemi cloud, e via dicendo. Stross non parla semplicemente di queste cose, usa proprio i loro nomi. Ma se le cose restano, i nomi cambiano; e tra dieci anni chissà se sapremo ancora cos’è un PDA, o se FedEx ci sarà ancora, o se diremo ancora la parola “blog”. E la faccenda si fa particolarmente divertente se consideriamo la parola PDA, che indicava i vecchi “palmari” e che già oggi è considerata piuttosto obsoleta, sorpassata dalle ultime generazioni di smartphone. Un romanzo che parla di futuro e di singolarità, che utilizza terminologie che già oggi sono vecchie: fa ridere.
Eppure Stross lo sapeva. Secondo Stross, una storia di fantascienza (o almeno, le sue storie) dev’essere scritta per l’oggi, deve essere goduta negli anni in cui è stata pubblicata, e avrà necessariamente una life-span breve, diciamo di una decina d’anni. Non è pensata per durare di più, men che meno in eterno. Dal 2005 ad oggi ne sono passati otto, e infatti Accelerando è già visibilmente invecchiato.

Singolarità tecnologica

Se ci pensate, la singolarità tecnologica è l’unica cosa che potrebbe sconfiggere il komunismo. Riflettiamo.

I casi di Prelude to Space e Accelerando ci dicono però qualcosa. Il fatto che il romanzo di Clarke parli di qualcosa di sorpassato è solo una faccia della medaglia. L’altra è che Clarke – l’ho detto più e più volte – scrive da cani. La debolezza del suo stile, dei suoi personaggi, del ritmo delle sue storie, sono fatti su cui critici e appassionati sono d’accordo in modo abbastanza unanime. I romanzi di Clarke si reggono unicamente sull’idea, sull’elemento speculativo, e sul sense of wonder che questo genera; il che significa che una volta che l’idea non ha più appeal, una volta che sulla Luna ci siamo andati davvero, la sua storia non ha più valore.
Allo stesso modo, Accelerando prende idee ancora oggi pregne di sense of wonder ma le affoga in un gergo che è prepotentemente ancorato a un’epoca, un’epoca che se ne sta andando. E questo stridore ci butta fuori dalla storia, e renderà Accelerando, forse, del tutto illeggibile tra cinque o dieci anni (già adesso è un bel pugno in faccia, e non solo per il gergo).

Una dimostrazione? Prendiamo un terzo romanzo – Make Room! Make Room! di Harry Harrison1. L’ho scelto proprio per l’assurdità, oggi manifesta, della sua premessa. Harrison, che scrive nel 1966, parte da questa considerazione: se il genere umano continuasse a moltiplicarsi al ritmo della sua epoca, come sarebbe il mondo al volgere del terzo millennio? Il romanzo è ambientato nella New York del 1999 – una città di quindici milioni di abitanti, immersa nella miseria e nella sporcizia, dove le auto non vanno più, non c’è più cibo, né acqua corrente nelle case, non c’è lavoro, la gente si ammazza per una crosta di pane e si vive accalcati sui marciapiedi, nei tunnel della metropolitana, sotto i cavalcavia, ovunque.
Visto con gli occhi di oggi, Make Room! Make Room! è ingenuo da impazzire. Non solo perché non si è nemmeno lontanamente avverato, ma perché le premesse sono doppiamente sbagliate: non si tiene conto del fatto che nel nostro sistema economico-produttivo, fino al completo esaurimento delle risorse non rinnovabili, la crescita della capacità produttiva globale è più rapida della crescita della popolazione; né si considera che fattori come l’innalzamento del livello culturale, la diffusione di contraccettivi a basso costo e la cultura individualistica orientata alla carriera sono tutte barriere che scoraggiano naturalmente la tendenza ad avere figli. Eppure è un romanzo che, letto ancora oggi, coinvolge. Commuove, fa disperare, ti innalza e ti abbassa con l’umore dei protagonisti. Ci interessa il destino di Andy, poliziotto malpagato e costretto a fare turni doppi per la carenza di personale, e che aggirandosi per le strade della sua New York cerca un senso alla propria vita.

Prelude to Space - Accelerando - Make Room! Make Room!

I tre romanzi incriminati.

La differenza, tanto per cambiare, la fa lo stile. La prosa di Harrison è ben lontana dalla perfezione e ha tante ingenuità (dal POV ballerino a stralci di raccontato), ma riesce ad avvicinarti ai suoi personaggi, a immergerti nel suo mondo sporco e deprimente, nonostante sia un 1999 che palesemente non è accaduto e non poteva accadere. Prelude to Space, invece, ha solo il concetto, e quindi non è più interessante.
Io, del resto, uso un trucco mentale un po’ da borderline: ogni volta che leggo della vecchia fantascienza, faccio finta che sia un’ucronia. Uno strano mondo in cui la tecnologia si è evoluta in modo differente, e quindi un tipo può andare a trovare sua figlia su Marte con un viaggio di tre ore, ma poi quando fa una chiamata interurbana deve chiamare il centralino. Se la storia è appassionante, se è scritta bene, se segue i principi della narrativa, è godibile anche se è invecchiata male. Questa, purtroppo, è una cosa che molti grandi della fantascienza degli anni ’30-’60 non hanno mai capito, e che alcuni continuano a non capire.

Lo stesso ragionamento vale per il Cyberpunk. Neuromante lo leggiamo ancora oggi, e ci piace ancora oggi – io l’ho letto solo l’anno scorso! – per lo stesso motivo. Per la sporcizia delle strade in cui si aggira Case, per il suo cinismo, per il ricatto con cui Armitage e l’IA Wintermute lo costringono a lavorare per loro in una missione assurda, per le cose che Sally ha dovuto fare per potersi permettere tutti i suoi innesti da ninja urbano, per la morsa delle supercorporation, per il senso di libertà e di rivalsa degli hacker – e magari a qualcuno piaceranno anche quei cubotti di luce virtuale che fanno molto Tron e quindi sono vintage. Il buon cyberpunk – quelli che sono anche bei romanzi e non solo bella speculative fiction – sopravviverà perché è affascinante a prescindere dal realizzarsi o meno del mondo che immagina2. Perché un libro immersivo ti fa dimenticare per qualche ora qual’è il mondo vero, e puoi davvero vivere come se Google non stesse per lanciare Google Glass e i motori di ricerca fossero piramidi filamentose immerse nel cyberspazio. Mi sento ottimista sul futuro del genere, o almeno su quelle poche opere (non solo libri) che gli danno dignità.
Ciò detto, Google Glass è figo. Per carità, farà diventare i mongoloidi ancora più mongoloidi, e sarà invaso di social network da ogni lato. Ma in teoria è figo. Datemi pure dell’hipster ma è così.


Un’interpretazione un po’ più libera di come potrebbe essere la vita con Google Glass. C’è pure qualcosina di inquietante.

(1) Make Room! Make Room! è candidato a diventare uno dei prossimi Consigli; ma se la gioca, tra gli altri, anche con un altro romanzo dello stesso Harrison, quindi non ho ancora deciso cosa farò.Torna su

(2) Un esempio di cyberpunk che a mio avviso continuerà ad essere interessante anche tra dieci, venti e trent’anni è un romanzo di Sterling su cui sto preparando un articolo… Aspettate e vedrete!Torna su

Gli Autopubblicati #07: Soldati a Vapore

Soldati a vaporeAutore: Diego Ferrara
Genere: Guerra / Science Fiction / Steampunk
Tipo: Novella

Anno: 2013
Pagine: 105
Editore: Narcissus

Siamo nel 1848, e il Regno d’Italia, guidato da casa Savoia, è in guerra contro l’Austria. Il fronte corre lungo il corso del fiume Mincio, da dove i crauti pianificano la conquista di Milano.
Il soldato semplice Basile serve da un anno nella Squadra Sei delle meccanizzate, e si è già fatto un nome come inetto e lavativo. Sotto lo sguardo sprezzante del tenente Bregoli, Basile trascorre i suoi giorni tra pattugliamenti, assalti notturni e lunghe attese.
Ma come tutti i suoi compagni di reggimento, ha un privilegio: è un pilota di mec. Quando c’è un’operazione importante, può salire a bordo del suo Manzetti, un esoscheletro di tre metri capace, con le sue braccia meccaniche, di sollevare una camionetta e scaraventarla a metri di dstanza. Ma anche i crauti hanno i loro mec – i Krebs, esoscheletri muniti di due lunghi tentacoli che terminano in pinze capaci di aprirti in due come una lattina. E stanno preparando qualcosa di ancora più grosso, aldilà del fiume, qualcosa che richiederà lo spiegamento di tutta la squadra e non solo…

Soldati a Vapore era una delle opere steampunk presentate allo SteamCamp, ed è stato nel programma dell’evento che ne ho sentito parlare per la prima volta. Ma allo SteamCamp sono arrivato preparato: ispirato da questa microrecensione di Taotor, che aveva fatto da betareader, l’ho letto circa una settimana prima dell’evento. E’ un libro che si legge in una giornata. La storia è semplice, e segue alcune settimane della vita della recluta Basile tra i Pulcini della meccanizzata, culminando in un all-out attack contro le linee nemiche.
La storia editoriale di questo libro è interessante. L’editing è stato seguito dall’Agenzia Duca, quella del buon Duchino (ma l’ho scoperto solo alla fine, leggendo i “titoli di coda”), e poi l’autore si è autopubblicato sulla piattaforma Narcissus. Ho poi incontrato Ferrara allo SteamCamp, come ho raccontato nell’ultimo post. Qui ho scoperto che lui è l’uomo dietro ben due dei racconti dell’antologia steampunk organizzata dal Duca (ma mai pubblicata nella versione definitiva): Il Lunasil e Piloti e Nobiltà. Quest’ultimo, in particolare, era a mio avviso il più bello nella rosa dei candidati per il primo posto nel concorso – anche se poi non ha vinto.
Tutto questo per dire che Ferrara è uno che bazzica lo steampunk da qualche anno. Sarà riuscito a produrre una stand-alone di qualità?

Savoia

Loro ci guideranno verso un radioso avvenire. Avanti Savoia!

Uno sguardo approfondito
Primo elemento positivo: Ferrara è bravo a mostrare. E’ attraverso gli occhi e la voce del protagonista, che narra in prima persona, che assistiamo a tutte le vicende della squadra sei. Il mesetto circa in cui si svolge la vicenda è quindi scandito da una serie di scene vivide – il pattugliamento lungo il corso del Mincio, in cerca di crauti, oppure la sortita notturna aldilà delle basse acque del fiume per sorprendere un convoglio di camion che trasportano vettovaglie.
Questo approccio permette a Ferrara di aggirare il problema dell’infodump, che poteva essere spinoso in un’ucronia. Gli elementi peculiari dell’ambientazione – come i Manzetti, i Wanderer, le corazzate Savoia – sono quasi sempre mostrati in azione piuttosto che spiegati a tavolino, e conditi dai commenti della voce narrante; e anche in quelle poche digressioni che in teoria sarebbero ascrivibili all’infodump (come l’incipit sulla zuppa di cervelli), il tono del protagonista gli dà un tono naturale. In ogni caso, Ferrara ci risparmia lezioncine e spiegoni: la situazione politica non ci è mai spiegata, né si scopre come e perché sia avvenuta la divergenza tecnologica rispetto al nostro mondo. La situazione globale, semplicemente, non è importante – importa solo la storia tragicomica della squadra sei.

Basile è un protagonista simpatico; è il classico soldataccio pigro, che vorrebbe solo andarsene in licenza e invece finisce sempre in punizione – forse l’unico tratto poco credibile è che parla in modo troppo “pulito” (non dice parolacce, non fa granché il villano neanche con i suoi parigrado). Non è un pilota di mec eccezionale, e non lo vedremo mai compiere gesta eroiche – e già questo lo distingue dalla massa di protagonisti amorfi di tanta narrativa di genere. Nelle scene di combattimento svolge soprattutto un ruolo di spettatore, il che permette a Ferrara di farcele vedere in modo vivido senza alterare il punto di vista.
Le scene d’azione – che occupano una buona metà del libro – sono riuscite a metà. Da una parte, Ferrara riesce a mantenere l’interesse del lettore inserendo una grande varietà di situazioni diverse, dall’agguato nel buio al combattimento sul fiume, dalla fuga rocambolesca tra i boschi al rissone – non troviamo quelle serie infinite e tediose di scazzottate tutte uguali alla Marstenheim o Barbarian Beast Bitches of the Badlands. Inoltre il pov molto focalizzato fa sì che il lettore si senta più coinvolto. Dall’altro lato, l’anonimato tanto dei nemici – soldataglia o piloti di Krebs tutti uguali – quanto degli alleati, unito al fatto di sapere che il protagonista non morirà, sortiscono l’effetto opposto. Il bilancio finale mi sembra positivo, ma assai migliorabile.

Guerra in trincea

Mi hanno preso molto di più le altre scene, quella di vita quotidiana. C’è una naturalezza, una spontaneità, nei discorsi tra soldati, negli atteggiamenti, che suona sincera, e che mi ha ricordato storie di guerra tragicomiche come Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu o La grande guerra di Monicelli (senza arrivare alla bellezza di nessuno dei due, s’intende, ma l’atmosfera è un po’ quella). Dirò di più: Soldati a vapore ha poco dello steampunk tradizionale – sia quello gonzo-historical alla Infernal Devices, sia quello serio e politico alla The Difference Engine – e assomiglia di più alle “storie del fronte” della Prima Guerra Mondiale. Ci sono mitragliatrici, camionette, c’è la guerra di posizione; gli italiani hanno il solito esercito un po’ straccione, regolarmente a corto di mezzi, e la tronfia retorica militarista; e i soldati sono gente cinica che sa di essere trattata come carne da macello, e che prega la sua buona stella di tornare tutto intero dal prossimo assalto.
Certo, anche su questo fronte si poteva fare di più, molto di più. Alcuni scambi di battute tra soldati suonano goffi, deboli; il loro linguaggio mi sembra troppo poco crudo, troppo da brava gente di città, e anche se fanno battutacce spesso mi sembravano smorzate, poco incisive. Alcune espressioni sono carine ma sembrano fuori posto nel 1848; ad esempio la battuta di un soldato che difende la sua bella: «Giovanna ha smesso con quel lavoro… e comunque lo faceva solo per dare una mano in famiglia. A tempo determinato, chiaro?». I comprimari sono tutti uguali o quasi. Cordino, Ballarin, Lorenzoni – i loro nomi tendono a confondersi, nessuno ha un tratto particolare che li renda memorabili. E dire che sarebbe bastato poco sforzo e poco spazio per renderli più vividi; e quindi, eventualmente, di coinvolgere di più il lettore in caso uno di loro dovesse morire sul fronte. L’unica nota di merito va al tenente Bregoli che, benché sia in fondo il solito stereotipo dell’ufficiale virile e cazzuto, dell’Uomo-Che-Non-Deve-Chiedere-Mai, è incisivo, dice battute stupende e rimarrà vivido nella mia memoria a distanza di mesi e forse anni1.

Pur con questi limiti, Soldati a vapore è una storia carina che si legge con piacere. La prosa è sempre sul pezzo e il ritmo è rapido, non ci sono parole di troppo. Forse si potrebbe rimproverare a Ferrara la mancanza di ambizione: Soldati a vapore è esattamente quello che vi aspettate che sia, una storia di soldataglia e mech, di battaglie e ritirate. Non ci sono colpi di scena o cambi di registro o altro d’inaspettato – what you see is what you get. Che può anche essere un bene; dipende dal gusto del lettore.
In conclusione, la novella di Ferrara è un’opera divertente, che per approccio e argomenti piacerà forse più agli appassionati di racconti di guerra che non ai fan dello steampunk, e che per ambientazione mi ha ricordato più la Prima Guerra Mondiale che non i classici dello steampunk. Il che va benissimo: la varietà è un bene in un genere ancora così giovane e inesplorato (considerato il numero esiguo di opere meritevoli che ha prodotto). Vale sicuramente la pena provarlo, anche considerato il basso prezzo a cui è venduto. E se non siete convinti, provate prima a dare un’occhiata ai due racconti steampunk di Ferrara, andandovi a recuperare la prima (e attualmente unica) versione, non editata, dell’Antologia steampunk del Duca2.

Prima Guerra Mondiale

Le piccole gioie della vita al fronte

Ciò detto, due parole di merito su Ferrara. Avendolo incontrato, ho avuto l’impressione di una persona vogliosa di imparare e di migliorare, e che non si sente “arrivato” perché ha pubblicato qualcosa. Nutro quindi la speranza che possa diventare uno scrittore ancora migliore e produrre cose anche più belle, se ne troverà il tempo e la voglia. E spero di poter mettere le mani, prima o poi, su un romanzo vero e proprio scritto da lui.
Un ultimo “complimenti” a Okamis (Alessandro Canella), che ha realizzato a tempo record la copertina del libro. E’ un piccolo capolavoro, che rispecchia in pieno le sue convinzioni sul modo di fare le copertine più volte espresso sul suo blog.

Dove si trova?
Soldati a Vapore esiste solo in digitale. E’ distribuito su Ultima Books alla cifra irrisoria di 2,49 Euro – una cifra decisamente adeguata al formato novella, forse pure un pelo basso (si poteva fare 2,99 e lo si sarebbe comprato uguale).

Qualche estratto
Il primo estratto viene dall’introduzione, in cui la voce narrante del protagonista spiega all’ignaro lettore la preparazione di una delikatessen del reparto, il brodo di cervello di crauto; il brano è lo stesso proposto da Taotor, ma ho scelto delle parti diverse. Il secondo estratto viene dalla prima vera scena di combattimento del libro – così potete farvi un’idea di come l’autore gestisca le scene d’azione.

1.
La procedura è semplice: si prende un crauto – vivo è molto meglio, ma se proprio non si trova va bene anche morto – e mentre quello piange e strilla nein! Bitte nicht! gli appoggi il bordo di un bossolo da 120 sopra l’orecchio e cominci a menare forte con la mazza da cinque chili. C’è un punto preciso (Costa sa benissimo dov’è) che se lo prendi, con due o tre colpi ben piazzati la calotta cranica del crauto salta via come un tappo di prosecco. Il cervello, sotto, è grigio e bitorzoluto. Bisogna scalzarlo con un grosso cucchiaio e poi tagliare. A questo punto viene fuori parecchio sangue, ma tanto nessuno ci fa caso: stanno tutti lì incantati a vedere quella roba grigia nelle mani di Costa che con aria cerimoniosa la ficca nell’Elmo Potorio, a bagno nella mistura di grappa e olio lubrificante. Stando alle parole del tenente Bregoli, l’olio del Manzetti dovrebbe essere il fottuto sangue nero delle nostre vene. L’Elmo Potorio per noi ha lo stesso valore di un artefatto magico. È la nostra Cornucopia. È il primo pickelhaube catturato dai Pulcini da quando il battaglione è stato assegnato alla zona del Mincio, nel febbraio scorso. Ormai possiede la sua aura di leggenda. Quando non serve per bere il brodo, Costa lo tiene appeso al posto d’onore dietro il banco, insieme a un sacco di altra roba rastrellata sul campo di battaglia: croci di ferro, sciabole, stivali, il cranio di un colonnello crauto di cui non ricordo mai il nome (comunque il cranio è stato ribattezzato Joseph, in onore del sommo bastardo gran comandante di tutti i crauti). Sono cimeli che la compagnia conserva a memoria della sua gloria imperitura. C’è perfino un folgoratore da Wanderer intero, anche se un po’ carbonizzato, che punta il suo naso mortale verso il soffitto. Costa lo adopera come rastrelliera per i bicchieri.
Per finire il discorso, si lascia il cervello del crauto a macerare per mezz’ora, finché non ha preso quel gusto odioso di culo di cane. Un sorso a testa, dice a quel punto Costa (come se ci fosse qualcuno così coglione da scolarselo tutto!) e l’Elmo Potorio passa di mano in mano finché non è stato svuotato. Una volta finito, si butta via il cervello, poi l’Elmo viene sciacquato, asciugato con cura e torna al suo posto dietro il banco.
È così che si fa il brodo da noialtri delle meccanizzate.
Se lo racconti, la gente non ci crede.

Steampunk Tron

2.
Il rombo dei camion fa vibrare il terreno come un principio di terremoto. Compaiono due fari gemelli sormontati da una chioma di vapore ondeggiante. Dietro il primo, si sgrana la colonna dei camion. Procedono serrati nell’oscurità, il muso di uno incollato al cassone dell’altro.
L’inizio dell’attacco è annunciato da uno schianto nel bosco. Il Manzetti di Lorenzoni balza fuori dalla selva, manda zampe all’aria un Krebs e si lancia contro il primo camion centrandolo di spalla nel blocco motore. Il camion sbanda, rotola giù per il pendio e si va a schiantare tra gli alberi. Lorenzoni si ferma in mezzo alla strada, pianta un ginocchio a terra e offre la spalla massiccia del Manzetti al secondo camion. Quest’ultimo non può fare altro che centrarlo: si solleva e poi ricade in un enorme sussulto, uno dei due autisti sfonda il parabrezza e sorvola la testa di Lorenzoni. Gli altri camion si schiantano uno dentro l’altro a fisarmonica. Strilli di paura e dolore si levano nei cassoni.
Corrono fuori anche i Manzetti di Garoglia e De Gregorio, afferrano un camion ciascuno, lo alzano sopra la testa e lo scagliano oltre le fronde degli alberi. Prima di avere il tempo di ripetere l’operazione, tuttavia, i Krebs si gettano su di loro mulinando i tentacoli.
Autisti e passeggeri non hanno ancora avuto il tempo di capire cos’è successo quando apriamo il fuoco. Il sergente Paganin punta la mitragliera sul camion che ha di fronte e lascia partire una raffica. I proiettili si sgranano fluidi dai serbatoi dorsali del suo ESP e disegnano graffi scintillanti nel buio. Sul fianco del camion si apre una fila di fori, le grida si moltiplicano. Poi si mette a sparare anche il resto della squadra e in un baleno sembra arrivato il giorno dell’Apocalisse. Le mitragliere ad alta pressione vomitano una cascata di metallo che attraversa il telo sottile del camion e fa strage dei coscritti ammassati. Lorenzoni solleva il camion che gli si è schiantato contro e lo schiaccia sul camion successivo. Le lamiere si piegano e dai lati schizzano zampilli di sangue. La notte è piena di strilli e richiami. Metà della colonna nemica è già fuori combattimento. Un Krebs discende il pendio a lunghi balzi e si piazza davanti ai soldati in esoscheletro leggero. L’ESP, contro le pinze dei Krebs, offre la stessa protezione di una vestaglia di seta. I miei compagni gli sparano addosso, ma è come se tirassero con le cerbottane: i proiettili scivolano sulla corazza rinforzata senza produrre altro che un sonoro frastuono come di centinaia di martellate.
Il Krebs stacca la testa a uno dei nostri con una pinza, ne impala un secondo con una zampa, bucandogli il torace da parte a parte, lo solleva e lo lancia via nell’oscurità. Gli altri cercano rifugio tra i cespugli ma il Krebs li insegue continuando a uccidere. I coscritti sopravvissuti cominciano a sciamare giù dai camion e ci sono scambi di mitragliate. Una manciata di pallottole mi fischia vicino alla testa. Guardo verso il sergente in cerca d’indicazioni e non lo vedo più. Sparito nella bolgia. I due soldati alla mia destra sono inginocchiati e impegnati a sforacchiare i camion, come ci è stato ordinato. A venti metri, più in giù lungo la colonna, uno dei nostri Manzetti si sta difendendo dall’attacco di tre Krebs, in un groviglio di tentacoli. I rumori fanno sembrare i mec creature viventi. I getti di vapore degli sfiati somigliano a sibili e i cigolii dei perni metallici sono grida di rabbia. Lorenzoni risale la colonna schiantando i camion uno dopo l’altro, e spazzando con le braccia i coscritti, finché un Krebs non gli salta addosso.

Tabella riassuntiva

La vita di un soldato al fronte al tempo dei mech! Scene di combattimento sottosfruttate.
Voce narrante divertente e dal pov saldo. Comprimari tutti uguali e registro non sempre credibile.
Narrazione onesta e dritta al sodo. Plain and simple, pure troppo (forse)
In conclusione: PROMOSSO

(1) Uno dei pezzi più belli del libro sono le parole che Bregoli dice a Basile dopo un certo attacco. Poiché siamo in piena area spoiler le metto in bianco, ma non potevo tacere:

«Basile,» dice.
Non so cosa gli frulla in testa, ma un sorriso conciliatorio dovrebbe andar bene. «Signor tenente… ce l’ha fatta anche lei, eh?»
Un’impercettibile piega di disgusto gli arcua le labbra, sotto i baffi scuri. «Basile, tu sei così lavativo che se anche all’inferno fossero a corto di personale, non ti prenderebbero comunque. Non creperai mai, nemmanco se ti ci impegnassi, e dubito che tu e la parola impegno vi troverete mai sullo stesso continente insieme, fors’anche sullo stesso pianeta. Te ne arrivi di sera come se fossi di ritorno dal bar del paese. E conoscendoti potrebbe anche essere vero…» mi scorre con uno sguardo cinico e quando arriva in fondo gli angoli della sua bocca franano. «…con scarponi da fante ai piedi, perdio.»
«Anch’io sono contento di rivederla, tenente.»
Bregoli scuote la testa e punta lo sguardo oltre le tende. «Sei la vergogna della compagnia, Basile. Unisciti a questi altri disperati e, se riuscite, fate in modo di farvi notare il meno possibile. L’imbarazzo di sapervi miei soldati mi uccide.»
Gira sui tacchi e se ne va, lento come un bastimento.
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(2) Ovviamente questi racconti, non avendo ricevuto editing (se non in modo molto marginale), possono essere indicativi fino a un certo punto della qualità effettiva della prosa dell’autore. Comunque sono una buona approssimazione. E le idee ci sono tutte.Torna su