I Consigli del Lunedì #31: Farewell Horizontal

Farewell HorizontalAutore: K. W. Jeter
Titolo italiano: L’addio orizzontale
Genere: Science Fiction / Social SF / Distopia / Cyberpunk
Tipo: Romanzo

Anno: 1989
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 260 ca.

Difficoltà in inglese: ***

In un remoto futuro che ha perso il ricordo del proprio passato, l’intera umanità vive chiusa nel Cilindro, una gigantesca torre cilindrica le cui fondamenta si perdono sotto le nuvole. Ny Axxter è un artista freelance che per non perdere la propria libertà si è trasferito sulla superficie esterna del grattacielo. La società del Cilindro, infatti, è dominata dalle supercorporazioni della tecnologia e delle comunicazioni; essere assunti da una di esse significa firmare un contratto a vita che trasforma in poco più che schiavi, con orari di lavoro estremi e libertà di movimento quasi inesistente. Coloro che non accettano questo compromesso hanno una sola possibilità: abbandonare l’orizzontale e andarsene a vivere sulla verticale.
Ma quella del freelance è una lotta contro la fame. Axxter si guadagna da vivere creando simboli e animazioni di guerra per le tribù della verticale – clan guerreschi che competono per la vita e la posizione sociale e vengono quotati nella Borsa delle corporation. Ma il suo agente è un incapace (nonché un truffatore che gli frega una percentuale più alta di quella dovuta), e tutte le tribù con cui gli stila dei contratti si rivelano dei fallimenti. Finché ad Axxter capita l’occasione di una vita; l’opportunità di legarsi a uno dei più forti clan della verticale e assicurarsi un futuro di prosperità, proprio mentre nel Cilindro si prepara una grandiosa rivoluzione…

Nella narrativa di genere, Jeter è sempre stato un autore di secondo piano; di lui si è detto spesso che è il successore di Dick, ma viene letto poco. Non ha mai vinto grandi premi, e la maggior parte dei suoi libri sono andati fuori stampa. Si è guadagnato un piccolo posto nella storia della fantascienza come l’inventore del termine ‘steampunk’, e grazie alla recente rinascita del movimento è stato riscoperto come pioniere del genere (e di questo dobbiamo anche ringraziare la Angry Robot, che ha ripubblicato nel 2011 l’orrido Morlock Night e il divertente Infernal Devices).
Ma Jeter è prima di tutto uno scrittore di cupa Science Fiction, e di un tipo molto particolare di cyberpunk. Farewell Horizontal – che ritengo, e non sono il solo, il miglior libro di Jeter – ne è un esempio calzante: una storia di sopravvivenza e cinismo in un mondo alieno, sul confine tra romanzo d’azione, slice of life cyberpunk e metafisica. La domanda è: sarà riuscito a tenere tutto insieme?

Parkour

Qualcosa del genere.

Uno sguardo approfondito
Il romanzo è scritto in terza persona, ma il pov è fissato per tutto il romanzo sul protagonista – tutto è filtrato attraverso la sua cinica voce narrante. Ny Axxter è il tipico protagonista delle storie non-steampunk di Jeter: un tipo che dalla vita ne ha prese tante, e quindi è diventato disilluso e scazzato; un egocentrico e ipocrita, che a parole fa la vittima ma poi non esiterebbe a pugnalare i suoi colleghi per salire qualche gradino della scala sociale; un tipo con una certa vena autodistruttiva e la tendenza a fare la cosa sbagliata al momento sbagliato, in un modo che ricorda i protagonisti dickiani. Insomma – un vero antieroe, che però è talmente perseguitato dalle sfighe che non può non suscitare empatia e una certa immedesimazione. E in questo aiuta una certa dose di ironia, un tono leggero e sarcastico nel raccontare il susseguirsi di disavventure che toglie pesantezza al cinismo della storia.
A livello di prosa, Jeter si piazza nella fascia alta degli scrittori di genere – un gradino sotto virtuosi come Mellick o VanderMeer, ma sopra Finney, Asimov e la maggior parte degli altri. Anche Jeter gioca a volte a fare l’intellettualoide dalle frasi ricercate, come tutti o quasi gli scrittori New Wave, ma molto meno di uno snob come Gibson, e in questo romanzo meno che negli altri. Soprattutto, è un buon mostratore. Il mondo di Farewell Horizontal è stranissimo, pieno di idee bizzarre e difficile da visualizzare; ma Jeter riesce a illustrarlo mantenendo gli infodump al minimo. Ogni nuovo gadget o caratteristica del Cilindro è descritta in azione, accompagnato (e non sempre) da poche righe di spiegazione nel timbro naturale del protagonista.

Soprattutto, la prosa di Jeter è in grado di trasmettere la sensazione, l’ebbrezza di vivere su una superficie verticale. Per gran parte del romanzo, Axxter si muove lungo la superficie esterna del Cilindro, assistito dagli snakes, cavi metallici con ganci intelligenti che gli partono da piedi, gambe e cintura e, conficcandosi e sconficcandosi nel muro, gli permettono di spostarsi. Ma i cavi fanno molto di più; per esempio, si trasformano in una sorta di culla-branda agganciata al muro per permettergli di dormire. Jeter deve descrivere al lettore tutta una serie di movimenti e gesti molto complicati e innaturali, oltre che tenere costantemente conto degli effetti della forza di gravità, dell’afflusso sanguigno, eccetera.
Una cosa del genere, nelle mani di uno scrittore non all’altezza, poteva trasformarsi in un guazzabuglio visivamente incomprensibile oppure spegnersi in un romanzo trascurato, dove solo ogni tanto l’autore si ricorda di essere in verticale anziché in orizzontale. Invece, in Farewell Horizontal, anche nei momenti più concitati – e ci sono un paio di scene d’azione piuttosto complesse – si capisce cosa sta succedendo, si riesce a visualizzare la scena. E Jeter è molto preciso nella descrizione dei movimenti, al punto da mostrare come Ny redistribuisca il peso quando passa dalla posizione “culla” alla posizione in piedi.
Certo, neanche Jeter si risparmia alcuni errori da principiante. In un paio di occasioni, durante scene d’azione, apre delle parentesi di spiegazione che, benché brevi e filtrate dall’io narrante, arrivano al lettore come un pugno in un occhio. Più spesso, Axxter si mette a riflettere e a sviscerare ciò che gli sta accadendo, e diventa logorroico: tripudio di domande retoriche (ma allora stava succedendo così e così? O volevano fargli questo e quell’altro? Davvero lui aveva pensato di poter…? Come aveva potuto essere così sciocco?), dubbi, avvenimenti rianalizzati a poche pagine di distanza alla luce di un solo nuovo elemento. Forse Jeter voleva semplicemente caratterizzare meglio il suo antieroe, mostrandoci le sue ansie e la sua umanità – o, pensiero peggiore, è un’operazione scemo-friendly per ricapitolare e far capire anche ai lettori inetti cosa esattamente stia succedendo – ma facendo così diventa pesante e ridondante.

Il cavallo che non volle piegarsi al sistema.

Come ritmo e gestione della trama, il romanzo ha luci e ombre. La storia parte molto in sordina; i primi capitoli introducono l’ambientazione e i problemi finanziari (ed esistenziali) del protagonista, ma non è chiaro dove l’autore voglia andare a parare. Solo le continue trovate e la ricchezza del mondo di Farewell Horizontal fanno superare al lettore l’inerzia di questa cinquantina abbondante di pagine. Dopo i primi quattro capitoli la storia finalmente decolla – la direzione del romanzo diventa più chiara, il ritmo si fa serrato; salvo poi rallentare nell’ultima parte del romanzo e finire in maniera del tutto anticlimatica.
Il problema sta forse nel fatto che Jeter cerca di conciliare in questo romanzo tre anime diverse, senza riuscirci davvero. C’è il romanzo d’azione: inseguimenti rocamboleschi, pestaggi, esplosioni, Axxter che deve di volta in volta trovare l’escamotage per non rimetterci il collo. Poi c’è il romanzo esistenziale: il dramma dell’outcast, dell’artista di strada alla ricerca della felicità in un mondo cinico che non lo ama, e che probabilmente è un’allegoria di quella che a Jeter pareva essere la propria vita. E il romanzo metafisico, che punta al sense of wonder attraverso la stranezza dell’ambientazione, l’enorme Cilindro semi-disabitato di cui non si sa chi l’abbia costruito, quanto sia lungo, chi ne abiti le profondità. Queste anime si giustappongono l’una all’altra per tutto il romanzo, ma non si amalgamano mai molto tra di loro; e nessuna di queste raggiunge un epilogo davvero soddisfacente.

Prendiamo l’ambientazione. Le idee fighe abbondano, a partire dalla vita quotidiana di chi vive sulla verticale. Moto truccate munite di serpenti alle ruote, per viaggiare velocissimi seguendo i cavi-guida posti negli snodi più importanti del Cilindro dall’amministrazione centrale; prese nei muri che permettono agli outcast di collegarsi alla rete per scaricare le notizie del giorno e mappe GPS che danno la posizione delle bande guerriere lungo la verticale. La rete di Farewell Horizontal è qualcosa di molto più rudimentale del nostro Internet; assomiglia alla rete telefonica degli anni ’50, con un centralino che filtra tutte le richieste, e i servizi che sono tutti a pagamento. Ma attraverso la rete si può anche proiettare la propria coscienza in ologrammi in qualsiasi punto del Cilindro. E ci sono pure gli hacker, maghi della rete capaci di impossessarsi dei corpi della gente loggata e controllarli come marionette; ma la concezione di Jeter degli hacker e della loro genialità è un po’ diversa (e più cinica) rispetto a quella di un Gibson o di uno Sterling.
Poi ci sono gli angeli, creature umanoidi, eteree e dall’intelligenza rudimentale, che si tengono lontane dagli uomini ma che talvolta possono essere viste volteggiare attorno al Cilindro, mentre scopano a mezz’aria con i loro simili. O i Dead Centers, creature luciferine che nessuno ha mai visto in faccia, di cui si dice che vivano murati al centro del Cilindro e che attraverso le pareti tentino gli esseri umani ad aprirgli con le loro lusinghe; e che talvolta si manifestano con enormi esplosioni che cancellano interi settori e aprono ferite fumanti sulla verticale. O l’altro lato del Cilindro, quello dove il sole tramonta, e che nessuno ha mai mappato perché nessuno ne è mai tornato. E una marea di altre trovate, calate in un mondo dove tutti ti vogliono fregare e i primi a pugnalarti alle spalle sono i tuoi collaboratori più stretti.

Questa è più o meno la stima che Jeter ha degli hacker.

Eppure… eppure si arriva alla fine del libro con l’amaro in bocca. Troppe le domande lasciate senza risposta, troppe le idee interessanti abbandonate a sé stesse subito dopo essere state introdotte, troppe le false piste che si aprono nel corso della storia e finiscono nel niente. Anche in Rendezvous with Rama si scopre ben poco sulla navicella aliena che ha invaso il Sistema Solare; ma nel romanzo di Clarke, il senso di irrisolto fa parte di quel che l’autore voleva dire, ha un senso nell’economia della storia – insomma, va bene così. In Farewell Horizontal, l’impressione è invece quella di incompiuto, di lasciato a metà, come se semplicemente Jeter non avesse più nulla da dire, non sapesse più che farsene del suo Cilindro.
E come la componente metafisica lascia insoddisfatti, così anche le altre. Nonostante il continuo crescendo di azione e di tensione tra i vari personaggi del romanzo, non si arriva mai a un epico scontro finale. Né, alla fine, l’eroe trova delle risposte alla sua ricerca interiore di felicità – anche se forse la componente “esistenziale” del romanzo trova un epilogo un po’ più degno delle altre. Forse.

Insomma, come accade quasi sempre in Jeter, il romanzo parte pieno di ambizioni per poi afflosciarsi, come direbbe il Duca, come il pisello di un vecchio. E’ una di quelle storie che piace di più a metà o a tre quarti, che quando si arriva all’ultima riga. Col che non voglio dire che sia un brutto romanzo; solo, che poteva essere un capolavoro e invece si limita ad essere sopra la media.
Di sicuro è un romanzo originale. Implementa molto del cyberpunk, ma lo fa in modo tutto suo, calandolo in un’ambientazione atipica e con toni molto meno “libertari” di quelli tipici del genere. E’ anche un romanzo che, per tono, concentrato di idee, protagonista e comprimari, ricorda da vicino la Bizarro Fiction, pur restando sempre troppo controllato per diventare Bizarro. Potrebbe essere il cugino più soft e più intellettuale di Warrior Wolf Women of the Wasteland di Mellick (al quale lo preferisco!). Agli amanti della Bizarro meno pop e del New Weird dovrebbe piacere a prima vista.
Ed è uno di quei libri che non si può dimenticare di aver letto. Anche a distanza di anni, continuerà a evocare immagini nella mia testa, ne sono sicuro – l’immagine di artisti sfigati che camminano sulla superficie verticale di un cilindro infinito, sullo sfondo delle nuvole gialle della luce dell’alba, con serpenti metallici che gli escono dalle scarpe, alla ricerca di una presa internet in cui pluggarsi, inseguiti da orde di omaccioni borchiati e tatuati in motocicletta. Come dice un recensore su Amazon: se volete leggere un romanzo di K.W. Jeter, leggete questo.

Star Wars - The Mandalorian Armor

Nella sua vita, Jeter ha dovuto ingoiare molti bocconi amari.

Dove si trova?
Purtroppo Farewell Horizontal in lingua originale non si trova piratato, ma può essere acquistato in formato kindle su Amazon, nell’edizione Herodiade, alla dignitosissima cifra di 3,62 Euro. Se riuscite a guardare la copertina senza che vi esplodano gli occhi, ovvio.
In compenso, su Emule ho trovato diversi file dell’edizione italiana (“L’addio orizzontale”), nei formati ePub, mobi, pdf, doc, rtf.

Su Jeter
Anche se ci sono scrittori migliori di lui sulla piazza, Jeter meriterebbe più notorietà di quella che ha, e soprattutto ci vorrebbero più sue opere digitalizzate. Tra i libri suoi che ho letto ci sono luci e ombre, ma più le prime che le seconde. Eccoli:
Dr. AdderDr. Adder è il primo romanzo scritto da Jeter, benché non sia il primo pubblicato. Realizzato nel 1972 (dodici anni prima della pubblicazione di Neuromante), fu definito da Dick il primo vero Cyberpunk, ma gli editori l’avrebbero respinto per anni perché eccessivamente scabroso. In un prossimo futuro, il disilluso Allen Limmit si reca in una Los Angeles anarchica alla ricerca del famoso Dr. Adder, chirurgo estetico che altera in modi assurdi i corpi delle prostitute per soddisfare le perversioni dei loro cliente. Limmit vuole concludere un affare con Adder, ma i due si troveranno invischiati in una rivoluzione tra gli anarchici dell’Interfaccia e l’esercito perbenista del predicatore televisivo Mox. Il romanzo ha molte idee suggestive, e Adder è un personaggio affascinante; ma la storia è troppo frammentata, un sacco di sub-plot non vanno da nessuna parte e l’ossessione di Jeter per lo scabroso a tutti i costi stanca. Così così.
Morlock Night Morlock Night (La notte dei Morlock) è un seguito horror-fantasy di The Time Machine di Wells. I Morlock si sono impossessati della macchina del tempo, e dal futuro sono tornati nella Londra vittoriana per portare rovina e pasteggiare a base di gentiluomini britannici. L’idea è interessante e il romanzo parte bene, ma prende una bruttissima piega quando si intromettono Re Artù, la lotta del Bene contro il Male e la ricerca di tutti i pezzi della spada Excalibur per ridonare le forze al campione della luce. Una cagata pazzesca, sconsigliata a tutti tranne che agli amanti del trash estremo o a chi nutra una curiosità storica verso le origini dello steampunk.
Infernal Devices Infernal Devices (Le macchine infernali) è una tragicommedia in salsa vittoriana. George Dower, gentiluomo londinese senz’arte né parte, gestisce un negozio di diavolerie meccaniche lasciategli in eredità dal padre geniale. La sua vita tranquilla viene sconvolta dall’arrivo di un cliente negro con una richiesta particolare. Da allora, Dower precipita in una serie di intrighi sgangherati, tra uomini pesce che hanno colonizzato un quartiere di Londra, ordigni capaci di far esplodere il mondo, automi pensanti caricati a molla dalla notevole potenza sessuale, viaggiatori del tempo e logge massoniche. Stile e ritmo sono altalenanti e la storia è troppo esageratamente grottesca per essere davvero immersiva, ma si legge che è un piacere. Questa è l’opera steampunk di Jeter che merita di essere ricordata, e forse ci scriverò un post in futuro. Jesus H. Christ!
Noir Noir è un cyberpunk amarissimo, in un mondo collassato e in preda all’anarchia, dove i corporativi fanno il bello e il cattivo tempo in mezzo a giovani che si prostituiscono e barboni non-morti tenuti in vita finché non avranno pagato tutto il debito che hanno con le banche. McNihil, investigatore privato che si è fatto impiantare negli occhi un filtro in bianco e nero che gli fa vedere il mondo come se fosse un film noir, è arruolato da una supercorporation per indagare su un omicidio che lo metterà sulle tracce di perversi pirati del copyright che minacciano il mondo intero. Noir è immersivo e pieno di trovate affascinanti; ma l’insistenza feticistica di Jeter verso tutto ciò che è disgustoso, crudele, umiliante, sgradevole, la prosa lenta e intellettualoide, e il suo rant destrorso contro i violatori del copyright e i pirati del digitale (alla gogna!), fanno girare i coglioni. Da leggersi solo quando si è di ottimo umore.
Mi piacerebbe leggere qualche altro suo romanzo, come il decantato The Glass Hammer, ma allo stato attuale esistono solo cartacei fuori commercio. Auspicando una futura digitalizzazione dell’autore, per il momento mi limiterò ad aspettare.

Chi devo ringraziare?
Se sono arrivato a leggere Farewell Horizontal, una volta tanto non devo ringraziare persone che conosco personalmente ma due scrittori. In primo luogo Philip Dick, che in vita parlò sempre bene del suo pupillo e spinse molto Dr. Adder. Insomma: se il mio idolo letterario ne parla bene, deve pur valere qualcosa! In secondo luogo Jeff VanderMeer, che nella postfazione a Infernal Devices (nell’edizione della Angry Robot) ricorda ai lettori che Jeter non è solo proto-steampunk; anzi, che alcuni dei suoi risultati migliori li ha avuti nell’horror e nel cyberpunk (e questo è uno dei romanzi citati). Insomma: se lo dice il decano del New Weird, sarà vero…!
Poi, ovviamente, avrei da ringraziare in misura diversa anche il Duca – che nel suo parlare di steampunk mi ha scolpito nella testa il nome di Jeter – e Mr. Giobblin – che mi ha segnalato la ripubblicazione dei romanzi steampunk di Jeter da parte di Angry Robot. E magari la stessa Angry Robot. Insomma, devo ringraziare un macello di gente.

Blade Runner 2 - The Edge of Human

molti bocconi amari…

Qualche estratto
Per questo Consiglio ho scelto due brani che, mentre davano un’idea generale del protagonista e del “tono” della narrazione, si focalizzassero su due degli elementi più interessanti dell’ambientazione: la connessione alla rete e il movimento sulla verticale. Nel primo Axxter, subito dopo aver avuto la fortuna di immortalare due angeli che facevano sesso, vuole loggarsi per contattare il suo agente e verificare quanti soldi può farci. Il secondo è una scena di vita quotidiana: Axxter che smonta il campo alle prime luci dell’alba e chiama la sua motocicletta.

1.
For most of this excursion he’d been traveling off-line, the Small Moon being over-curve, all signal to or from it being blocked by the building itself. And in this scurfy territory, the building’s exterior desolate and abandoned in every direction, Ask & Receive hadn’t been able to sell him a map of plug-in jacks. So finding this one had been a break, as well. Maybe that’s when my luck started. Axxter rattled his fingertip inside the rust-specked socket; a spark jumped from the tiny patch of metal to the ancient wire running inside the building. Last night, when I found this; maybe it’s all going to just roll on from here. At last.
YES? The single word floated up in the center of his eye, bright against the deadfilm’s black drain of ambient light. More followed. GOOD MORNING. “THE GLORIES OF OUR BLOOD AND STATE/ARE SHADOWS, NOT SUBSTANTIAL THINGS/THERE IS NO ARMOR –”
“Jee-zuss.” Axxter’s gaze flicked to CANCEL at the corner of his eye. The trouble with buying secondhand; his low-budget freelancer’s outfit had all sorts of funky cuteness left on it from its previous owner; he had never been able to edit it out.
VERY WELL. Sniffy, feelings wounded. REQUEST?
He hesitated. For a moment he considered not calling anyone up; just not saying anything about the angels at all. His little secret, a private treasure. That would be something. Something nobody had except me. He nodded, playing back the tape inside his head corresponding to the one inside the camera. So pretty; both of them, but especially the female angel. Slender as a wire. A soft wire. And smiling as she’d drifted away. That smile was locked away, coded into the molecules inside the camera. And in my brain – burned right into the neural fibers. As if soft, dreaming smiles could burn.
[…] Angel stuff being rare also made it valuable, however. Beyond the mere smile. That decided the issue. “Get me Registry.”
After he’d zipped the footage from his archive to Reg and got a File Check, Clear & Confirmed Ownership – thank God that much service came free – he asked if anything else had come in lately under the heading Angels, Gas, Coitus (Real Time). For all he knew, whole orgies had been taking place in the skies around the building’s morningside.
Two cents pinged off the meter panel in the corner of his sight, Registry’s charge for the inquiry. The sight/sound made him wince.
NOTHING, JACK. TOTAL NADA. The Registry interface had a flip personality. YOU MIGHT TRY UNDER HISTORICAL AND/OR POETRY. “I WANDERED LONELY AS A –”
Another eyeflick, to DISCONNECT. He didn’t want to get tagged for another charge. Not for ancient nonsense, some pre-War file dredged out of Registry’s deep vaults. “Screw that.”
PARDON?
“Get me, um . . . get me Lenny Red.” By contract, Axxter should have called his agent Brevis. But Brevis took a ten-percenter bite; and any idiot working out of a top-level office could peddle hot angel love stuff. I could do it, from here – Axxter knew Ask & Receive had a call out, all angel footage bought top-price. But Ask & Receive also listed their stringers in a public file; if Brevis found out – and he would – he’d take the whole wad paid, not just ten percent. Contractual penalty. So Lenny’s usual five made him a bargain.
SHIELD LINE?
“Naw, don’t bother.” No sense in paying the extra – he had his Reg confirm. “Just call him straight in.”
YOU’RE THE BOSS.
The cranky wire quavered Lenny’s face. “Howdy, Ny.”
He squinted at the image overlaid in his sight. Lenny’s forehead smeared to the left; his mouth was a rippling loop. This far downwall, you took what you could get. “Got something for you.”
“Oh?” Oh? – the line echoed as well. “Like what?” Kwut?
“Angels.”
A distorted eyebrow lifted like an insect leg at the edge of the film “Really.” Lee-ee.
“Catch this.” Axxter engineered a smug smile into his own face. “Angels having sex.”

2.
Methodically, with elaborate care, Axxter broke down his small camp. Taking more pains than necessary; I know, he told himself once more, as he watched his hands going through routine. Mind working on two levels about the subject. On top, right up against curve of skull, the old subvocal litany: Careful; have to be careful; weren’t born out here like some of them; until you get your wall-legs, better, smarter to be careful still. But underneath, not even words: fear, not caution, slowed his movements. As narrow and cramped as the confines of the bivouac sling were, it was at least something underneath him, a bowed floor of reinforced canvas and plastic beneath his knees as he knelt, or shoulder and hip when he slept, and the empty air beneath. That was as safe, he knew, as you got on the vertical. He could have stayed in the sling forever, hanging on the wall. Money, the lack of it, compelled otherwise.
Eventually everything – not much – was packed into two panniers and a larger amorphous bundle. He closed his eyes for a moment, gathering strength, then stood up, the sling’s fabric stretching beneath his feet. He whistled for his motorcycle.
For close to a minute, as he leaned against the building’s wall, holding onto a transit cable for balance, he heard nothing, no answering roar of the engine as the motorcycle came wheeling back to his summons. Thin green on this sector of the wall; something to do with Cylinder’s weather pattern, Axxter figured. The motorcycle would have to have grazed for some distance to have filled its tank. Just as he was about to whistle again, he heard the rasp of its motor, growing louder as it approached.
Over the building’s vertical curve, due rightaround from where he stood in the bivouac sling, the headlight and handlebars of a Norton Interstate 850 first appeared, then the spoked front wheel and the rest of the machine behind. Bolted to the motorcycle’s left side – the uppermost side now, as the machine moved perpendicular to the metal wall – the classic blunt-nosed shape of a Watsonian Monza sidecar came with the motorcycle, its wheel the parallel third of the whole assemblage. A typical freelancer’s rolling stock; he had eyeballed it for so long back on the horizontal, when he’d been saving up his grubstake, that he’d memorized every bolt before he’d ever actually wrapped his fist around the black throttle grip. Even now, after this long out on the vertical, the sight of the riderless motorcycle heading toward him – accelerating as if impelled by love, though he knew it had only taken a visual lock on his position – affected him, rolled on a sympathetic throttle inside his chest. A notion of freedom, as much so as angels, living or dead.

Tabella riassuntiva

Un cyberpunk atipico dove la gente cammina sui muri! Troppe domande senza risposta e un senso di incompiutezza.
Protagonista sfigato e autoironico in cui è facile immedesimarsi. Brutta tendenza alla logorrea scemo-friendly.
Jeter riesce a mostrare come si vive in verticale. Inizio lento e finale anticlimatico.
Ritmo crescente e buon mix di azione.

Il dilemma di Benedetto XVI

Habemus Papam

— La Gerarchia Ecclesiastica Vaticana e Sua Santità desiderano che vi tratteniate, dottor Steinmann, per tutto il tempo che sarà necessario per stabilire quali sono attualmente le condizioni psicologiche di Sua Santità.
[… ] — Il cardinale Orsini è forse più diplomatico del necessario. Mi hanno detto che un esame psichiatrico esige un’assoluta franchezza. — Il sorriso svanì, e il Papa fissò Steinmann diritto negli occhi. — In questo caso la franchezza esige che vi chiediamo di decidere, nel più breve tempo possibile, se io sono matto.

Benedetto XVI ha delle visioni. Gli impongono di muovere guerra ad uno stato canaglia che minaccia di gettare la nostra civiltà nel baratro. Ma – e se non fosse un segno di Dio? Se fosse solo pazzo? Come potrebbe continuare ad esercitare il suo magistero?
Non stiamo parlando di papa Ratzinger; nel 1978, quando fu pubblicato in Italia il racconto di Herbie Brennan Il dilemma di Benedetto XVI, sul soglio pontificio sedeva ancora Paolo VI. Nel futuro immaginato da Brenner, il Vaticano è molto cambiato. Per esempio non si trova più a Roma, ma si affaccia sul lago di Ginevra. E poi ha un esercito privato. E il papa ha bisogno della visita di uno psichiatra – di uno psichiatra ebreo.

L’idea di un papa con dei dubbi, di un papa che chiede aiuto personale ai laici possiede un fascino tutto particolare. Un individuo titanico, quasi superumano che un papa dovrebbe essere, di colpo diventa così umano. Per questo è così affascinante un film come Habemus Papam di Moretti, dove un papa neoeletto si rivolge ad uno psicanalista per ritrovare la fede e la forza per sobbarcarsi il peso della cristianità. Per questo è così affascinante l’abdicazione del Benedetto “reale” e la sua decisione di ritirarsi in un umile e ritirato convento carmelitano. Sembra di tornare al medioevo.
Erano quasi seicento anni che un Papa non si dimetteva dalla carica. Seicento, non ottocento come rimbalzano i giornalisti – Celestino V, il papa che nel 1294 fece per viltade il gran rifiuto, non fu l’ultimo. L’ultimo fu Gregorio XII, che del resto fu eletto un po’ a muzzo nel 1406, in pieno Scisma d’Occidente, da un conclave ridotto a quindici cardinali, mentre ad Avignone imperversavano gli Antipapi. Ma seicento anni sono comunque tantissimi.

Resign from the papacy

Il racconto di Herbie Brenner, a onor del vero, non ha molte somiglianze con la vicenda di Ratzinger, e i due Benedetto vivono dubbi molto diversi. Ma ho comunque provato un piacere speciale nel leggere il racconto ieri sera, proprio mentre i talk-show in prima serata si mettevano a esplorare pure le mutande sporche del papa alla ricerca di segni che ‘preannunciassero’ la sua decisione di mollare. Non avevo mai sentito parlare del racconto, né dell’autore; devo tutto al kompagno Gimmelli, che mi ha passato questo articolo su Facebook.
Il racconto non è neanche nulla di trascendentale, aldilà del fascino che per me e molti altri hanno tutti i racconti di fantascienza che parlano di Chiesa cattolica, Papato, preti e cardinali. La scrittura di Brenner è goffa, diversi dialoghi sono irreali, ci sono piogge di aggettivi inutili e frasi ridondanti. Gli elementi tecnologici sono messi lì un po’ a cazzo, come il Rhamboid, strumento che permette di connettere la mente del paziente con quella dello psicanalista, ma che non si capisce mai come funziona. E la traduzione italiana non fa che peggiorare la situazione1.
Ma è un racconto che ti incolla. Comincia in medias res, mette fin dai primi capoversi la pulce nell’orecchio al lettore – uno psichiatra convocato in segreto in Vaticano! – e non si allontana mai dal tema iniziale. L’atmosfera che si respira nella corte ginevrina, attraverso gli occhi dello scettico psichiatra ebreo, è suggestiva. Il finale, a modo suo, è carino. E leggerlo in questi giorni fa tutto un’altro effetto.

Ecco perché l’ho integralmente postato in questo articolo. Quale modo migliore per godersi questo passaggio di testimone? Buon divertimento.

Il dilemma di Benedetto XVI

Urania - Il dilemma di Benedetto XVIAutore: Herbie Brennan
Titolo originale: The Armageddon Decision
Genere: Science Fiction
Tipo: Racconto

Anno: 1978
Edizione: Urania n.735
Pagine: 10 ca.

Entrando nel museo, Steinmann si sentiva ancora turbato dal suo sogno di Sarai. L’edificio era quasi deserto, poiché, ovviamente, nelle belle giornate attirava pochi visitatori. Steinmann indugiò ad ammirare le ricostruzioni in miniatura di tombe etrusche finché l’orologio non gli disse che mancavano tre minuti alle undici. Allora si avviò senza fretta lungo la Galleria Egizia. Dopo un poco trovò la stele di Rosetta vicino al sarcofago di una mummia del Medio Impero. Secondo le istruzioni ricevute, aspettò fingendo di leggere il cartiglio su cui era tradotta l’iscrizione. Continuava a pensare a Sarai, cercando di mettere in rapporto quel rigurgito emotivo con la situazione o l’ambiente, quando una mano gli sfiorò il braccio: — Dottor Steinmann?
Steinmann si voltò, annuendo. — Sì. — L’uomo era certamente un italiano, molto bruno e molto snello, sui cinquantacinque.
— Orsini — si presentò, porgendo la mano. — Giovanni Orsini. Benvenuto a Ginevra, dottore. Mi spiace aver dovuto organizzare quest’incontro da cospiratori. Avremmo di molto preferito darvi il benvenuto davanti a tutti, all’aeroporto, ma sono certo che vi rendete conto delle difficoltà.
La stretta di mano era ferma e asciutta. — Non del tutto — disse Steinmann. Dall’esame del comportamento del suo interlocutore, dedusse che Orsini non era tanto nervoso quanto preoccupato e in imbarazzo. Questa scoperta gli procurò un vero senso di sollievo. Forse, dopo tutto, era stata quell’insolita esperienza di dover seguire istruzioni segrete che aveva evocato Sarai dalla tomba nel suo subconscio.
— Se è così — dichiarò serio Orsini — devo ringraziarvi per la vostra pazienza. — Si guardò intorno, quasi per assicurarsi che la galleria fosse deserta. Non c’era anima viva, infatti.
Steinmann passò a osservare l’impeccabile abito da passeggio e poi il portamento di Orsini, che originò una nuova associazione di idee e lo portò a dire a bruciapelo: — Immagino siate un sacerdote.
L’altro sbatté le palpebre: — È così evidente?
— No, se uno non ha una certa esperienza. — Lanciò un’ultima occhiata alla stele e aggiunse: — E ora, cosa facciamo?
Orsini era palesemente a disagio. Dalla tasca interna prese un sottile portafogli e glielo porse con gesto affrettato. — Per favore, prendetelo! È un anticipo sul vostro onorario. C’è anche un biglietto per un giro turistico della città in pullman, che parte alle tre del pomeriggio di oggi. Il pullman parte dal monumento a Guglielmo Tell, a due passi dal vostro albergo. Vi chiediamo il favore di partecipare al giro. — Scrutò attentamente Steinmann. — Se non sbaglio, la vostra specializzazione richiede un particolare addestramento della memoria visiva, non è vero?
Steinmann annuì.
— Allora, per favore, guardatemi bene. Così sarete sicuro di potermi riconoscere.
Orsini irrigidì involontariamente i muscoli, come se si aspettasse un esame manuale.
Steinmann sorrise. — Sì… senz’altro.
— È importante, dottore — incalzò serio Orsini. — Dovrete riconoscermi di primo acchito, anche se sarò vestito in modo totalmente diverso e ci troveremo in un altro ambiente.
— Sì, sì. State sicuro che vi riconoscerò — disse Steinmann in tono rassicurante e, automaticamente, collegò i tratti più caratteristici della fisionomia al nome e al portamento, per noi immagazzinare il tutto nel subconscio. Orsini era adesso per sempre incasellato nella sua memoria.
— Bene. — Il ritmo del respiro rivelò che Orsini aveva tirato dentro di sé un sospiro di sollievo, come se la cosa fosse stata di vitale importanza. Poi continuò: — Avremmo piacere che vi comportaste come un qualunque turista, fino al momento in cui il pullman entrerà nella piazza e i passeggeri scenderanno. Scendete con loro, mettendovi però in fondo al gruppo, in modo da potervi allontanare inosservato.
— Capisco.
— La guida vi condurrà lungo un colonnato. A un certo punto del percorso vi verrò incontro, provenendo dalla direzione opposta. Mi scuserete, se farò finta di non conoscervi.
Steinmann capì che l’imbarazzo dell’altro era sincero. — Non preoccupatevi — disse.
— Poco dopo esserci incrociati, arriverete a una porta sulla vostra destra. Sarà aperta e non sorvegliata. Vi sarò grato se vi entrerete, badando che nessuno se ne accorga. Chiudete la porta a chiave. La serratura è una semplice placca a pressione all’altezza della spalla. Poi, non avrete che da aspettare. Io vi raggiungerò seguendo un’altra strada.
Per allentare un po’ la tensione, Steinmann osservò, con una certa leggerezza: — Mi sembra una cosa molto eccitante.
— È invece una cosa puerile, dottore — disse Orsini, con un sorriso forzato — e voi ve ne rendete conto benissimo. Ma è necessaria. Nessuno deve sapere della vostra visita in Vaticano.

Ginevra. Nota in tutto il mondo per il suo lago, per il CERN, e per il Vaticano.

Un’americana chiacchierona per poco non privò Steinmann della sua prima vista panoramica della Città del Vaticano. Lei stava sproloquiando su Hoosiers – qualunque cosa fosse questo Hoosiers – quando il pullman, superata una svolta, permise un’ampia visuale, sulla destra, del lago di Ginevra. Steinmann escluse la voce della donna dalla sua mente. Al di là dello specchio d’acqua, si vedevano le scintillanti mura e le guglie che s’innalzavano sulla riva opposta. La lettura dell’opuscolo illustrativo non l’aveva preparato del tutto alla magnifica visione. Era più piccolo del Vaticano originale, ma la profusione dei marmi usati nel costruirlo non mancava di fare colpo.
— Ecco, adesso potete vedere da voi — stava dicendo l’americana con aria di enorme soddisfazione.
Steinmann, che vedeva solo la città e il lago, annuì con un sorriso di voluta condiscendenza. Per meglio aderire alla parte del turista, indossava un abito bianco e una sgargiante camicia di seta. Una borsa da aereo, posata di fianco al sedile, conteneva indumenti più sobri.
In meno di un quarto d’ora, il pullman arrivò ai cancelli della città. Osservandola da vicino, Steinmann fu colpito dalla strana combinazione di rutilante cattivo gusto e di splendore medievale. Le pareti di marmo, così imponenti da lontano, sembravano di viscida plastica per via del trattamento protettivo al silicone. Al di sopra dei cancelli, un grande crocefisso dorato mandò un tenue bagliore quando il pullman attivò la fotocellula d’apertura. Ma i cancelli erano delle genuine reliquie di una fortezza medicea.
Steinmann sfogliò l’opuscolo mentre il pullman entrava nella piazza. Non avevano tentato di fare una copia esatta, sia pure in miniatura, del vero Vaticano, ma ne avevano conservato talune caratteristiche. Esisteva ancora una Biblioteca Vaticana, esistevano ancora gli Archivi Segreti, ambedue, purtroppo, molto ridotti. Esisteva anche una Basilica di San Pietro e una Cappella Sistina, in parte costruita con le pietre originali portate di contrabbando dall’Italia, ma sfortunatamente mancavano i gloriosi capolavori di Michelangelo. C’era ancora un Palazzo Vaticano e, sebbene per motivi di sicurezza vi fossero ammessi pochissimi visitatori, correva voce che i sontuosi arredi risalissero come minimo a tre secoli prima.
— Adesso sì, che è davvero una cosa magnifica! — disse ad alta voce l’americana, mentre il pullman si fermava con uno stridio. La donna si guardò intorno con palese ammirazione. — Adesso sì! Non trovate?
— È vero! — rispose con sincerità Steinmann. Anche lui aveva fatto caso che erano più interessanti le differenze che non le somiglianze con il Vaticano originale.
Al posto della Radio Vaticana c’era adesso la Televisione Vaticana, con proiezioni interamente olografiche. La sottile antenna emittente fendeva il cielo, dominando persino la facciata del palazzo. E le Guardie Svizzere, con i loro secoli di tradizione, erano state sostituite, con inconsapevole ironia, da Legionari Romani. Secondo l’opuscolo illustrativo, le armature erano di leggera plastica che imitava l’acciaio, ma l’insieme sarebbe stato accettato anche da Cesare.
— Sono convinta che tutti dovrebbero vederlo — continuava imperterrita l’americana — anche i non cattolici. — Lo guardò con aria bellicosa: —Voi siete cattolico?
— Ebreo — rispose Steinmann, con un cenno di diniego. Per qualche suo motivo personale, la donna sembrò compiaciuta. — Ah, israeliano?
Steinmann tornò a scuotere la testa. Poi, dato che voleva troncare la conversazione, aggiunse: — Sono nato ad Anderstraad.
L’espressione della donna si raggelò per l’imbarazzo.
Via via che il pullman si vuotava, Steinmann fece in modo da restare per ultimo e si accodò al gruppo che s’incamminava verso il colonnato. Ma anche quando erano già entrati nell’ombra fresca, non vide traccia di Orsini, sebbene un dignitario vaticano venisse verso di loro avvolto nella pompa cardinalizia. L’avevano già quasi oltrepassato quando Steinmann lo riconobbe.
Rallentò il passo e, trovata la porta, varcò la soglia senza essere visto. Premette la placca con il pollice, sentì lo scatto della serratura che si chiudeva, poi aspettò. Si trovava sul limitare di un altro cortile su cui torreggiava la mole del Palazzo di Papa Benedetto.
Steinmann era un po’ seccato, perché la sua lunga esperienza fisiognomica non lo aveva aiutato ad individuare le caratteristiche fisiche dell’altro. E poiché era seccato, disse: — Dunque, siete un cardinale. Avrei dovuto trattarvi con maggior rispetto.
— Al contrario — ribatté Orsini — se qualcuno deve fare delle scuse, questo sono io. Sia a titolo personale sia a quello della gerarchia ecclesiastica. Il modo con cui ci siamo messi in contatto con voi, il modo con cui siete stato costretto a venir qui… tutto questo è davvero imperdonabile, ma forse ne comprenderete presto la necessità.
Incuriosito, Steinmann chiese: — Dove stiamo andando, di preciso?
— Sopra la cappella c’è una piccola biblioteca — rispose Orsini. — Sua Santità ha la compiacenza di servirsene come studio. So che vi aspetta là.
Si fermarono davanti ad una porta scorrevole ed entrarono in un cubicolo che, come improvvisamente Steinmann si accorse, era un ascensore. Si guardò intorno deliziato, mentre la porta tornava a chiudersi. — Non vi servite di seggi elevatori? — chiese.
Orsini rabbrividì. — Qui preferiamo andare all’antica, dottore. È una questione di dignità.
Steinmann si ritrovò a pensare a Sarai intanto che l’ascensore li faceva dignitosamente salire al piano sopra la cappella.
Sua Santità Papa Benedetto XVI era più piccolo di quanto Steinmann avesse immaginato, magro come Orsini, ma più vecchio ed incartapecorito. Correva voce che facesse cure per ringiovanire, a dispetto della politica ufficiale della Chiesa, ma se le voci rispondevano al vero, le cure non erano efficaci. Con sorpresa di Steinmann, il Papa indossava il saio marrone dei frati francescani.
Papa Benedetto andò loro incontro porgendo la mano senza formalità. — Mio caro dottor Steinmann, come siete stato gentile a venire! Il cardinale Orsini vi avrà già detto quanto ne siamo felici. — Il suo inglese era privo di accento, ma molto meticoloso, segno che solitamente parlava un’altra lingua. — Non volete sedervi? — Indicò una poltrona con una mano venata d’azzurro. — È molto comoda. Volete del tè? Del caffè? Un goccio di vino… abbiamo vini di ottima annata.
— Magari un caffè — disse Steinmann, che stava studiando il portamento e il tono muscolare del Pontefice. C’era appena un lieve accenno di tremito alle estremità, che senz’altro era dovuto più agli anni che ad un determinato stato psicologico.
Orsini fece scorrere un pannello a muro e compose un numero sul luccicante auto-cuoco. Il caffè si materializzò in tazzine di porcellana.
— È abominevole — osservò Papa Benedetto indicando la macchina — ma i miei cardinali più giovani persistono a dichiarare che dobbiamo essere sempre all’altezza dei tempi. Io mi oppongo finché posso, ma — sorrise — bisogna accettare il fatto che il Pontefice non è più infallibile.
Steinmann ricambiò il sorriso con un sincero sentimento di calorosa comprensione. Prese il caffè e lo trovò molto migliore della solita brodaglia ammannita delle macchine automatiche.
— Vorrei che il cardinale Orsini restasse, se non avete niente in contrario — disse Benedetto XVI.
— No, no di certo — si affrettò a dire Steinmann. Le parti andavano delineandosi. Il Papa era diventato un penitente, sottomesso al parere di Steinmann.
— Vedete, dottore — s’interpose Orsini, con voce pacata — vi abbiamo chiamato qui in veste professionale.
Steinmann spostò lo sguardo dall’uno all’altro. Si era quasi aspettato una cosa del genere, perché solo così si spiegava quella segretezza patologica.
— Prima di continuare — disse il Papa — vi dobbiamo chiedere se siete preparato ad agire in veste professionale. — Ebbe un attimo d’esitazione. — A qualunque onorario vogliate fissare, naturalmente!
— L’onorario non è una questione di principio — dichiarò Steinmann, accigliandosi.
— No davvero. Per una persona della vostra capacità, è soltanto quello che gli spetta. Tuttavia debbo ripetere la domanda. È importante che i nostri rapporti siano chiari sotto tutti gli aspetti.
Steinmann tirò un profondo respiro, ma, ovviamente, aveva già deciso: — Sarei veramente onorato di rendermi utile a voi o alla vostra Chiesa, secondo le mie possibilità. — Gli venne in mente un pensiero un po’ irriverente, e aggiunse: — In fin dei conti è stata fondata da uno del mio popolo.
La faccia del Papa si raggrinzì tutta per un altro sorriso. — È un sollievo costatare che possedete il senso dell’umorismo, dottore. Sono anche certo che vi rendete conto che tutto quello che verrete a sapere qui è da considerarsi strettamente confidenziale.
— Ciò fa parte dell’etica professionale — disse Steinmann, senza offendersi.
— Certo, certo!
Orsini fece per dire qualcosa, ma Steinmann lo prevenne.
— Prima di andare avanti, posso fare una domanda?
— Dite.
— Perché non avete scelto uno psichiatra cattolico? Ce ne sono di ottimi.
— Lo capirete fra poco — disse il Papa, facendo un cenno a Orsini.
— Sua Santità… — cominciò il cardinale, evitando di guardare in faccia Steinmann. Poi, cambiando apparentemente idea, proseguì: — La Gerarchia Ecclesiastica Vaticana e Sua Santità desiderano che vi tratteniate, dottor Steinmann, per tutto il tempo che sarà necessario per stabilire quali sono attualmente le condizioni psicologiche di Sua Santità.
Steinmann guardò prima l’uno poi l’altro, e, soppesando con cura le parole, disse: — Cosa volete dire esattamente con l’espressione “condizioni psicologiche”, in questo contesto?
Papa Benedetto sorrise ancora, con sincero buon umore.
— Il cardinale Orsini è forse più diplomatico del necessario. Mi hanno detto che un esame psichiatrico esige un’assoluta franchezza. — Il sorriso svanì, e il Papa fissò
Steinmann diritto negli occhi. — In questo caso la franchezza esige che vi chiediamo di decidere, nel più breve tempo possibile, se io sono matto.

Habemus Papam

L’alloggio di Steinmann era lussuoso anche per una persona abituata al lusso. C’era perfino un Canaletto autentico, un piccolo preziosissimo quadro, appeso a una parete. Il dottore si sedette dubbioso sull’enorme letto, ma lo trovò sorprendentemente comodo e morbido. Si alzò e andò ad esaminare lo scrittoio, sicuro di scoprire che era un’imitazione. Invece era davvero di legno, e i segni d’invecchiamento potevano benissimo essere stati causati dal tempo, e non fatti apposta da un esperto artigiano. La finestra dava su un cortile interno, su cui, in quel momento, sfilava una processione salmodiante. Un lieve aroma d’incenso impregnava i pannelli di legno.
Steinmann trovò l’autocuoco e, dopo due tentativi, riuscì a ordinarsi la cena. Il brodo di pollo era anemico, ma l’agnello era vicino alla perfezione. Compose a caso un numero per il vino, e gli fu servita una mezza bottiglia di Chianti Classico. Era un po’ troppo secco per il suo palato, ma andava giù liscio che era un piacere.
Se ne versò un bicchiere e andò a sedersi su un seggiolone veneziano a riflettere.
Lo sguardo gli cadde sul terminale di un proiettore olografico abilmente dissimulato tra i fregi che ornavano le pareti e, seguendone il cavo, trovò i comandi inseriti nel muro a fianco della testiera del letto. Si protese, col bicchiere in mano, e premette un pulsante. Un cubo di un metro e ottanta di lato si materializzò al centro della stanza con un ticchettio. Per un istante rimase di un biancore lattiginoso, poi fu bruscamente sostituito da due preti infervorati in un’accalorata discussione. Steinmann non riuscì a capire l’argomento, perché parlavano in latino. Cercò allora il pulsante per cambiare canale, ma non lo trovò. Perciò rimase a guardare per un poco i due preti, e finì con l’assopirsi. Fu strappato bruscamente al sonno da un rumore che gli sembrò un colpo d’arma da fuoco. La trasmissione era cambiata, e per fortuna il commento era in inglese.
Si trattava ancora di Anderstraad, naturalmente, e dei tirapiedi di Ling che, con grande efficienza, mettevano a morte un oppositore politico. L’incidente gli diceva poco in sé, ma gli riportò il bruciante ricordo di Sarai. Come per sottolineare i suoi sentimenti, la scena cambiò, passando a una seduta del Consiglio dell’Unione Parlamentare. Riconobbe Martin Allegro, che con la faccia tesa pronunciava un appassionato discorso anti-Anderstraad. Poi il notiziario continuò con un assassinio nello Zambia, e l’interesse di Steinmann svanì. Spense l’apparecchio, si alzò stiracchiandosi e andò a letto. Ma nonostante il suo addestramento, non riuscì a non sognare gli inevitabili sogni.

La vita era piena di sorprese. Nel corso della notte avevano istallato nella biblioteca un apparato Rhamboid ultimo modello. Aspettando il Papa, Steinmann elaborò un programma-tipo di test psicologici e vi apportò le necessarie correzioni. I comandi rispondevano alla perfezione al tocco delle sue dita.
— Vi sembra che vada bene, dottor Steinmann?
Il dottore alzò gli occhi dal quadro dei comandi: — È una bellissima macchina, Santità.
Benedetto XVI annuì: — Di fabbricazione tedesca. So che sono molto bravi nel costruire macchine psichiatriche. — Poi il Papa andò a sedersi sulla poltroncina destinata all’esaminando e incrociò le mani in grembo. — Cominciamo?
— Se siete pronto.
— Sono pronto — disse il Papa.
Steinmann andò a sistemare il casco sulla testa tonsurata. I contatti scivolarono così perfettamente al loro posto che gli venne il sospetto che la macchina fosse stata costruita su misura per quel paziente. Poi tornò ai comandi, infilò il proprio casco e premette un pulsante. Il pannello si accese.
— Non sento niente, dottore — disse calmo il Papa.
— Non potete sentire niente, ancora — disse Steinmann. — Occorre lasciar passare un certo periodo, mentre ci sintonizziamo. — Controllò i quadranti. Nonostante la calma apparente, gli indici della respirazione, del battito cardiaco, della pressione sanguigna e della traspirazione di Papa Benedetto erano molto superiori al normale.
— Possiamo parlare? — chiese il Papa.
— Sì. Non altera i risultati e, caso mai, può essere di qualche utilità. — Regolò ancora qualche comando, esitando. — Anzi, tanto per rompere il ghiaccio, avrei bisogno di farvi qualche domanda.
L’altro ebbe un lieve sorriso. — Vorreste, per esempio, sapere quali sono i miei sintomi?
Steinmann lo fissò. — Sì. Immagino che abbiate mostrato alcuni sintomi, altrimenti non mi avreste chiamato.
— La vostra supposizione è esatta, dottore — disse il Papa. — Ho avuto quelle che si potrebbero definire esperienze allucinatorie.
— Allucinazioni? — precisò Steinmann.
— La Chiesa ha sempre sostenuto che esistono due diversi tipi di visioni o allucinazioni — disse, con pacatezza, Benedetto XVI. — Una visione può essere un messaggio di Dio, un’altra l’indizio di uno squilibrio psichico. Noi speriamo che voi ci possiate aiutare a determinare a quale dei due tipi appartengono le mie.
Date le circostanze, c’era quasi da aspettarselo. Soppesando con cura le parole, Steinmann rispose: — Temo che la mia filosofia non comprenda messaggi dall’Onnipotente. Il meglio che vi posso offrire è un’indicazione sulle condizioni della vostra mente. Se è sana, deciderete voi stesso la natura delle visioni.
— Non chiediamo di più — concluse Benedetto XVI.
Un lieve ronzio gli faceva vibrare i timpani, segno che il collegamento si stava instaurando. Steinmann chiese: — Le visioni hanno un senso, una forma?
La faccia rugosa rimase inespressiva. Solo gli strumenti rivelavano la tensione interna.
— Si riferiscono all’Apocalisse. Conoscete la dottrina cattolica su questo argomento?
— Solo un’infarinatura da profano — rispose Steinmann. — Non è la battaglia di Armageddon?
— Il regno del male, dottore. E la lotta contro di esso culminante nel Secondo Av-vento. Non credo che vi siate mai interessato molto al problema.
Steinmann spostò una manopola di un quarto di giro in senso antiorario. — Confesso che la cosa non mi ha mai appassionato.
— Invece, per me, è diventata un’ossessione da quando Victor Ling è salito al potere ad Anderstraad — disse il Papa, con voce atona.
Steinmann rimase così sorpreso che per poco il collegamento non si spezzò. Costrinse i muscoli a rilassarsi e passò automaticamente alla respirazione controllata di tipo yoga, necessaria per ritrovare l’equilibrio psichico. Un attimo dopo, disse con voce del tutto priva di emozione: — Temo di non vedere il rapporto tra le due cose.
Papa Benedetto sospirò. — Come sapete — disse — Apocalisse significa “rivelazione”, e la Rivelazione di San Giovanni Evangelista ha dato luogo ad una rozza mitologia e ad aspettative fantastiche: grandi bestie, draghi scarlatti, segni nel cielo… — Sospirò di nuovo. — Ma i dottori della Chiesa hanno suggerito un’interpretazione molto più razionale.
La mente di Steinmann si oscurò un attimo, per tornare a schiarirsi subito dopo. L’esperienza gli suggeriva che il collegamento totale si sarebbe stabilito entro dieci minuti. — Posso chiedere qual è questa interpretazione?
— Due sono i punti fondamentali che chiariscono il significato del libro — rispose Benedetto XVI. — Il primo è il diciottesimo versetto del tredicesimo capitolo. Nell’identificare la realtà dietro l’immagine simbolica della Grande Bestia, Giovanni scrisse: «Chi ha intendimento conti il numero della bestia: perché quel numero è di un uomo: e il suo numero è seicentosessantasei».
— E questo significa qualcosa, per voi? — chiese Steinmann, l’attenzione divisa fra le parole del Papa e i quadranti dell’apparecchio.
— Come studioso, sì. San Giovanni venne educato secondo un mistico sistema ebraico chiamato Cabala. Parte di questo sistema comprende l’identificazione di cose reali attraverso numeri associati a nomi. Essendo ebreo, voi saprete bene che le lettere ebraiche servono anche a rappresentare i numeri. Per questo, nella Cabala, è possibile dare un valore numerico a una parola addizionandone le lettere.
— E voi credete che questa addizione abbia un significato… importante?
Il vecchio Papa scosse la testa, non senza impaccio a causa del casco. — No di certo, dottore — disse sorridendo. — Io non sono un cabalista. La mia personale opinione è che questo sistema ha più a che fare con la superstizione che con la realtà religiosa. Ma ciò non ha alcuna importanza. Quello che è veramente importante è che San Giovanni seguiva il metodo cabalistico. Se noi sappiamo come lui contava le lettere del nome, possiamo ricavare a che cosa si riferivano i numeri.
— E voi sapete come contava il nome?
— Sì — rispose Benedetto XVI, con voce pacata. — È un metodo noto da secoli. Il numero seicentosessantasei si riferisce a colui che, ai tempi di Giovanni, era forse il più grande nemico della Chiesa Cristiana: il “Nero Caesar” di Roma. Traducendo il nome latino in ebraico e sommando le lettere secondo il sistema cabalistico il risultato è seicentosessantasei.
Sorpreso, Steinmann disse:
— Allora Giovanni non stava facendo una profezia? Stava soltanto indicando sotto forma occulta l’Imperatore di Roma?
— Pare proprio di sì, ma prima di parlare di elementi profetici, dobbiamo scoprire il significato del secondo punto fondamentale. Gli storici della Chiesa, come forse sapete, accettano la dottrina dei corsi e ricorsi storici.
Il ronzio cambiò tonalità, indicando che mancavano meno di cinque minuti al collegamento. — A quanto ne so, gli storici della Chiesa non sono i soli — disse Steinmann.
— Infatti. È una dottrina rispettata, in genere, anche dagli accademici. — Il Papa tornò a sorridere. — Interessa persino la vostra specializzazione. L’inconscio collettivo della nostra specie elabora schemi tra loro simili, ad intervalli prevedibili. Tali schemi possono diventare relativamente chiari, offrendo così una prospettiva storica abbastanza ampia. Ma non addentriamoci negli aspetti tecnici, dottore. Basterà dire che lo schema che produsse Nerone si ripeté nella Germania del 1930 quando sorse il movimento nazista. Noi sospettiamo anche che possa ripetersi oggi, che stia ripetendosi… — esitò un attimo, poi aggiunse, sottovoce: — Ad Anderstraad.
Steinmann provò una stretta allo stomaco. — State dicendo che lo schema che originò l’Anticristo Nerone e l’Anticristo Hitler ha oggi suscitato un altro Anticristo in Victor Ling?
— Non affermo niente del genere. Ma, come Papa, devo tenere conto di ogni possibilità. Anche se non professate la nostra fede, potete ugualmente capire quale importanza noi daremmo ad una tale eventualità. Se Ling è realmente il punto focale delle stesse forze inconsce che produssero Nerone, allora Ling non è soltanto un politicante turbolento, ma la manifestazione del grande nemico della Chiesa. E, come tale, la Chiesa deve prendere posizione contro di lui.
— Una posizione militare? — chiese Steinmann, sempre in preda a forte tensione.
— Adesso ne abbiamo la forza.
Era una constatazione di fatto. Sebbene i suoi interventi fossero rari, la Chiesa Militante restava uno dei fattori più importanti nella moderna politica internazionale. Mentre questi pensieri turbinavano nella mente di Steinmann, intrecciandosi al ricordo di Sarai, lui premette il pulsante che attivava il Rhamboid. Il ronzio diventò più acuto. — E le vostre visioni, come entrano nel quadro?
— Confermano i sospetti dei nostri storici — disse il Papa, a bruciapelo. — Suggeriscono che la Chiesa Militante attacchi direttamente Anderstraad. Adesso capite perché sia tanto importante determinare il grado della mia sanità mentale?
— Sì mormorò Steinmann. Il procedimento Rhamboid immobilizzò il suo corpo, poi scagliò la sua mente nel vortice per collegarla con la psiche del Papa.

Habemus Papam

— È stata un’esperienza interessante — disse Benedetto XVI, dopo che gli fu tolto il casco. — Devo confessare che la reazione predominante in me è un senso d’imbarazzo.
— È comprensibile — disse Steinmann. — Questo esame è l’equivalente psicologico del mostrarsi nudo in pubblico.
I vecchi occhi castani si fissarono in quelli dello psichiatra. — E il risultato, dottor Steinmann? Potete dirmi il risultato?
Steinmann si strinse nelle spalle. — Non posso dire quale sia l’origine delle vostre visioni, ma la mia opinione è che siete sano.
Papa Benedetto si raddrizzò, come se gli avessero tolto un peso dalle spalle. —Grazie, dottore — disse con voce pacata. — Questo faciliterà le nostre decisioni.

Orsini gli mise in mano un pacchetto. — Il vostro onorario, dottore. Anche se non avete fissato alcuna cifra, credo che lo troverete adeguato.
Steinmann intascò il pacchetto. — Grazie.
Percorsero i corridoi del Vaticano, un po’ impacciati, fino a una porta massiccia.
— Devo lasciarvi — disse Orsini. — Un sacerdote vi accompagnerà ai cancelli. Troverete un aereo privato ad aspettarvi.
— Sorrise. — Per fortuna non c’è più bisogno di segretezza, sebbene sappia che possiamo senz’altro contare sulla vostra discrezione.
— Non dubitate — disse Steinmann. Poi, esitando: — Cardinale Orsini…
— Sì, dottor Steinmann?
— Sua Santità era già stato sottoposto ad un esame Rhamboid, non è vero?
Orsini lo fissò per un momento, poi annuì. — Come avete fatto a scoprirlo?
— È una prova molto impegnativa, e io non l’ho preparato con la cura dovuta… stavo pensando… ad altro. — Il ricordo di Sarai l’aiutò a dominarsi, e continuò: — Le reazioni, a fine esame, non sono state quelle di chi, per la prima volta, si sia sottoposto a un Rhamboid. Era troppo calmo.
— Vedo — disse Orsini.
Con la mano sulla serratura a pressione della porta, Steinmann disse ancora: — Posso sapere chi l’ha sottoposto al primo esame?
— Io — rispose Orsini. — Ho avuto un certo addestramento di psichiatria.
Steinmann gli puntò gli occhi addosso: — E le vostre conclusioni?
Sul viso di Orsini non apparve il minimo cambiamento d’espressione. — Identiche alle vostre, dottor Steinmann. Ho trovato Sua Santità sano di mente.
— E allora, perché chiamare me?
— La Gerarchia Ecclesiastica ha insistito. Secondo loro, come cattolico e come cardinale, avrei potuto inconsciamente essere parziale nel mio giudizio. Volevano perciò una conferma da parte di uno psichiatra di un’altra fede e, di conseguenza, più obiettivo. Voi, dottor Steinmann. E, per fortuna — Orsini sorrise — il vostro parere concorda con il mio.
Steinmann abbassò la voce a un soffio: — Il Papa è matto, cardinale Orsini.
L’altro annuì gravemente:
— Lo so, dottore.
— Le sue allucinazioni sono il diretto risultato di una schizofrenia monodirezionale.
— Esatto — convenne Orsini.
— L’esame Rhamboid non dà adito a dubbi.
— No, è vero — convenne ancora Orsini.
— Perché allora avete dichiarato sano di mente Papa Benedetto? — chiese Steinmann. Non riusciva più a capire il suo interlocutore.
— Perché voglio che la Chiesa attacchi Anderstraad — rispose il cardinale. — Sono convinto che Victor Ling è un uomo malvagio, sia o non sia l’Anticristo. — Sorrise ancora con un’ombra di tristezza. — Vi prego di ricordare che avete confermato le mie conclusioni.
Steinmann sospirò. — Avevo una figlia, Sarai, che aderì con altri ragazzi a un movimento di protesta. Aveva diciassette anni quando Ling l’ha fatta impiccare.
— Lo so — disse Orsini. — Per questo, ho scelto voi per il secondo esame.
Steinmann uscì nel cortile. Alle sue spalle, la porta si richiuse con uno scatto.

Dove si trova?
Il numero di Urania che raccoglie, assieme a molti altri, questo racconti, si trova facilmente su Emule nei formati pdf, epub, mobi e rar. Basta cercare “Il dilemma di Benedetto XVI”, dato che il racconto dà il titolo alla raccolta. Il racconto in lingua originale non l’ho trovato, ma bisogna dire che l’ho cercato poco.

Conclusione
Sono in fibrillazione; per qualche giorno sarò nell’umore di leggere narrativa sul cattolicesimo. E darei molte cose per essere, in queste ore, nel cervello di Raztinger – sarebbe ottimo materiale per un romanzo, o almeno per un racconto.
Molto meno mi interessa il toto-papa in cui già si stanno lanciando i giornalisti. In fin dei conti, che importa? Non ha forse ragione Padre Pizarro? Vi lascio alle sue sagge parole, con la promessa che a breve pubblicherò articoli un po’ meno mongoli.


E allora, thank you for the music.

Aspetta – non è che siamo appena entrati nella terza stagione?

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(1) Pur non avendo letto l’originale, ho già trovato due errori.
Il primo è l’Hoosiers di cui parla la turista americana. Non esiste nessun signor “Hoosiers”; hoosiers è l’epiteto con cui si chiamano tra di loro gli abitanti dello stato dell’Indiana. Sembra che questa strana nomenclatura abbia generato uno strano senso di fratellanza tra gli hoosiers; la turista dell’Indiana che parla dei propri compatrioti con tutti coloro che le capitano a tiro è ormai diventato una specie di stereotipo americano.
L’altro, ben più grave, è l’immancabile “I see” tradotto con “Vedo” invece che con “Capisco”. E’ una di quelle cose che mi fanno pensare sul serio che i traduttori di narrativa fantastica siano gente presa dalla strada tre mesi prima e schiaffata davanti a un computer.Torna su

Le contraddizioni di un piccolo editore

EraserheadIl nome è quello del primo, allucinato lungometraggio di David Lynch (quando ancora faceva bei film). Il protagonista, un tipo qualunque con la sfortuna di avere per figlio un piccolo alieno deforme e una cantante piena di cancri in faccia che vive nel suo calorifero, ad un certo punto ha una visione: la sua testa si stacca dal corpo e precipita dal cielo. Un bambino la raccoglie e la porta in una fabbrica, dove viene trasformata in una gomma per matite: Eraserhead.
Eraserhead Press è, al momento, uno dei miei editori preferiti. Se siete frequentatori di vecchia data di questo blog, sapete già di cosa sto parlando: è la casa editrice che ha ‘inventato’ la Bizarro Fiction, nonché quella che ne pubblica la maggior parte. E’ quella che ha lanciato la carriera di Carlton Mellick III. E’ il porto degli amanti del grottesco.

Sembra incredibile che un editore così piccolo sia riuscito a realizzare tanto – a creare un nuovo sottogenere letterario, a radunare attorno a sé una comunità piuttosto unita di scrittori, aspiranti tali e lettori, e a lanciare decine di titoli all’anno. In realtà, ciò che gliel’ha permesso sono state proprio le sue piccole dimensioni. Il Duca ha più e più volte comparato le grosse case editrici a dei dinosauri: goffi, lenti a reagire, iper-burocratizzati. Difficile aspettarsi da uno di questi bestioni che prendano iniziative fuori dagli schemi; loro devono fare i numeri grossi per poter pagare tutto quel personale, e le sedi e i magazzini, e quindi devono inseguire il mercato di chi legge uno-due libri l’anno, e poi magari pubblicare questo romanzo dell’amico del giornalista che in cambio gli fa una recensione sull’inserto del Corriere e quell’altro libro della sorella dell’amica del cugino della figlia dell’amministratore delegato di Boh.
Una piccola casa editrice non ha tutto questo vekkiume ad appesantirla; può prendere decisioni rapide e radicali. Avrebbe, quindi, una chance in più di offrire qualcosa di bello. Questo, però, di solito non accade. La galassia dei piccoli editori sembra perlopiù una versione peggiorativa di quanto di peggio hanno le grosse case: meno soldi e quindi meno editing (che quasi sempre significa scarso o nessun content editing, ma a volte nemmeno line editing!), meno promozione, meno tutto.

Bizarro Convention

I tizi della Bizarro Fiction in un’imitazione della grande editoria italiana.

Il ‘segreto’ della Eraserhead è una banalità. “C’è una nicchia che l’attuale mercato della narrativa non copre; infiliamoci! C’è una categoria di lettori amanti del weird, dei film trashoni di serie b, del grottesco, insoddisfatti dell’attuale offerta del mercato della narrativa fantastica, e alla ricerca di qualcosa di nuovo; accontentiamoli! E dato che anche a noi piacciono un sacco queste cose, siamo le persone più adatte per soddisfarli”.
Scegliersi una nicchia e restare fedeli alla nicchia. Non una generica casa editrice di ‘narrativa fantastica’, o nemmeno di ‘fantasy’ o di ‘sci-fi’. L’offerta della Eraserhead è sempre stata abbastanza chiara: storie fantastiche imperniate sull’assurdo, sullo schifoso, sul disturbante; di piccole dimensioni (mediamente di 100-200 pagine, a cavallo tra novellas e romanzi brevi); ironiche e immaginose, ma senza pretese letterarie; spesso ispirati all’immaginario dei filmacci di genere (da Romero a Troma). Attorno al concetto di ‘Bizarro’, poi, hanno saputo costruire la propria immagine, un’immagine che non si può confondere con quella di nessun’altra casa editrice. E’ stato così che hanno focalizzato attorno a sé i primi lettori.

Il Duca ha già spiegato più e più volte (quando ancora aveva interessi diversi dal Franciacorta) che per sopravvivere alla rivoluzione digitale gli editori non potranno più limitarsi a fare i gatekeeper, ma dovranno diventare aggregatori di servizi. Editing, impaginazione e grafica, pubblicazione sulle piattaforme online, pubblicizzazione, gestione dei rapporti con i lettori, eventuali traduzioni, eccetera. Lo credo anch’io. Liberare l’autore di questi compiti ‘gestionali’ e di marketing sono l’unica ragione per cui un autore dotato di cervello potrebbe preferire affidare il proprio manoscritto a un editore invece di autopubblicarsi. E gli editori dovranno impegnarsi, per convincerci che possono ancora essere buoni a qualcosa.
Ma a questa realtà voglio aggiungere un altro elemento. Una piccola casa editrice, se vorrà essere riconosciuta, se vorrà diventare un punto di riferimento per i lettori, e se vorrà sopravvivere alla competizione a suon di Euro dei Grossi, dovrà individuare la propria nicchia – una nicchia ancora non, o non adeguatamente, coperta – e costruirci sopra la propria immagine. Babbage Editori: la prima casa editrice italiana dedicata allo Steampunk di Qualità! Non si può sperare di entrare sul mercato offrendo ‘di tutto’, perché del ‘di tutto’ non frega niente a nessuno. E poi, se siete piccoli e avete solo uno o due editor, ciascuno specializzato nei propri generi, come sperate di essere credibili se questi devono mettersi a editare qualsiasi tipo di libri, dal romanzo rosa al noir al fantasy tolkeniano? E’ la via più sicura per produrre lavori di scarsa qualità, perdere la faccia e finire nella melma delle centinaia di micro-editori tutti uguali.

Bizarro Convention

Una sintesi dei valori della Bizarro Fiction.

Il passaggio dai libri di carta agli ebook è la più ghiotta occasione per questo tipo di casa editrice ‘specializzata’: si abbattono i costi di produzione e distribuzione, e diventa più facile raggiungere la propria nicchia di lettori (attraverso un uso intelligente dei tag). Nel mercato anglosassone si possono raggiungere numeri allucinanti di lettori, ma anche nel piccolo della nostra Italia semianalfabeta, se si lavora bene, qualche soldo lo si può fare.
Trovo quindi paradossale lo scarso impegno della Eraserhead Press in questo senso. Quando si tratta di libri digitali, la madre della Bizarro Fiction, che si fregia di essere tanto avanguardista, sfrontata, coraggiosa, innovativa, di colpo diventa più conservatrice dei dinosauri italiani. Molti libri di Mellick, l’autore di punta della Bizarro, in formato digitale semplicemente non esistono – per leggere Adolf in Wonderland ho dovuto importare la versione cartacea dagli Stati Uniti. Prezzo maggiorato, una settimana e mezza perché arrivi, e c’è pure il rischio che si sia rovinato nel trasporto.
Le ultime opere di Mellick digitalizzate (The Morbidly Obese Ninja, Crab Town, Fantastic Orgy) risalgono all’inizio del 2012; da un anno a questa parte, non ne fanno più. Altri autori di prima linea, come Kevin Donihe, non sono mai stati pubblicati in ebook, e così decine di scrittori minori di Bizarro che avrei letto volentieri. In altri casi, l’ebook c’è ma viene gestito nel modo sbagliato: come HELP! A Bear Is Eating Me di Mykle Hansen (ne parlai bene agli albori del blog), agile libretto che si legge in un pomeriggio ma che hanno il coraggio di metterti a 6,99 Euro.

Che ci sia dietro una qualche ragione strategica? No. Queste le uniche parole di Mellick in merito, scritte sulla sua message board nel forum della Deadite Press a Marzo 2012:

There won’t be any new kindle editions for at least a couple months. The guy who designs the eraserhead/deadite kindles just left for a long vacation.

Da allora, più nulla. WTF? Il tizio che fa gli ebook se n’è andato e si blocca tutto? Non stiamo parlando di un ingegnere nucleare: è un lavoro che anche una persona digiuna di HTML può imparare a fare in una settimana! E’ chiaro che c’è qualcos’altro sotto, ossia l’incapacità dei tizi di Eraserhead di capire come si stia muovendo il mercato. Forse credono di stare rinunciando a un vezzo, a qualche numero in più che si può sempre recuperare dopo; non si rendono conto che stanno perdendo vagonate di lettori e di passaparola.

Eraserhead Press

Le belle facce di Eraserhead Press.

E intanto, sul sito di Bizarro Central, sul blog di Mellick, e anche su molti dei libri di Bizarro che ho comprato, si trova l’invito a diffondere la fama del genere in questo modo: cercarlo nelle proprie librerie e biblioteche di fiducia e, se non lo si trova, richiederlo.
Sì. Dico sul serio. C’è scritto.
Non so esattamente cosa sperino di ottenere in questo modo. Forse sperano che prima o poi questa crociata per l’inserimento della Bizarro nei canali normali scateni lo sdegno di qualche pia WASP e che si scateni un putiferio mediatico che porti qualche pubblicità al movimento. O forse ci credono veramente. Ma è assurdo. Un genere di nicchia come la Bizarro, scritto in una lingua che è parlata in tutto il mondo, sembra nato apposta per essere diffuso in digitale: istantaneamente, senza barriere geografiche, scavalcando a pié pari la diffidenza dei distributori tradizionali. Non mi sarei mai avvicinato alla Bizarro se non avessi avuto la possibilità di scaricarmi un paio di libri di Mellick e verificare che roba fosse. E ora smetterò di comprare suoi libri, perché non è che tutto quel che scrive valga la carta su cui è stampato, e ho preso più di una sòla dalla Eraserhead, e non ho più voglia di spendere soldi in un editore così poco sveglio.

Il che ci porta al secondo problema della Eraserhead, la qualità. Una qualità che è altalenante, molto altalenante; chi ha letto il mio articolo Un tour-de-force di Bizarro Fiction se ne sarà già accorto. Prendiamo il caso di Donihe. Questo tizio è illuminato da idee assolutamente geniali; ma scrive così male che le rovina. In House of Houses, la trovata folle di un mondo in cui le case prendevano vita diventava una menata semi-incomprensibile sullo stile ‘lager nazista’. Night of the Assholes invece nasce come reinterpretazione della Notte dei morti viventi di Romero, in cui però invece degli zombie ci sono gli ‘stronzi’ (assholes), gente sgradevole che diffonde l’epidemia insultando gli altri: un’altra idea fantastica, ma lo sviluppo del plot e i personaggi sono così piatti che già dopo 40-50 pagine del fascino iniziale non rimane nulla. Libri che sulla quarta di copertina funzionano benissimo, ma che poi non mantengono la promessa. A Donihe non serve un po’ di editing: serve un’assistente sociale.
Ma alla Eraserhead non sembrano pensare che quest’uomo abbia bisogno di aiuto. Un sacco di complimenti, la pubblicazione, ed ecco un altro autore che probabilmente non crescerà più (non dal punto di vista tecnico, almeno), privando il mondo del suo potenziale. Mi sembra un film già visto più e più volte qui da noi, anche se c’è da dire che almeno Donihe il talento immaginativo ce l’aveva. Ma che figata di romanzi avrebbe realizzato, se la casa editrice lo avesse costretto a un editing più ferreo, a pensare meglio la costruzione della trama e dei conflitti – se, in una parola, avesse offerto all’autore un servizio migliore? E quanto, invece, libri malriusciti o riusciti a metà come questi danneggiano il concetto di ‘Bizarro Fiction’, facendolo apparire come una cagata quando invece ha un potenziale enorme? Quanto i libri mediocri generano (giustamente) un word-of-mouth negativo per il movimento?

Kevin L. Donihe

Kevin L. Donihe is not ashamed.

Ecco perché non voglio più comprare cartacei dalla Eraserhead. Se almeno ogni loro libro fosse un centro, forse, e dico forse, potrei pensare di scucire 9 Euro più spese di spedizione a ogni quarta di copertina stuzzicante – e già stiamo parlando di prezzi improponibili. Ma non così. E dire che ci sono molti nuovi libri di Mellick che vorrei leggere: Armadillo Fists, The Handsome Squirm, Tumor Fruit, Cuddle Holocaust; e poi le ripubblicazioni di sue vecchie glorie, tra cui i suggestivi The Steel Breakfast Era e Ugly Heaven; e ancora Pippi of the Apocalypse, seguito di Warrior Wolf Women of the Wasteland e di Barbarian Beast Bitches of the Badlands la cui uscita è prevista entro la fine del 2013. Per non parlare di tutti quei libri di autori minori che hanno stuzzicato la mia curiosità.
Ma c’è una nota positiva in tutto questo. Se, nonostante tutte queste magagne, la Eraserhead Press ce l’ha fatta, e ha raggiunto la notorietà che ha oggi, questo lascia capire quanto potere possa avere una buona costruzione di ‘immagine’ e l’occupazione di una nicchia scoperta. Ovviamente non si può creare una buona immagine di sé se poi l’offerta fa cagare, quindi questa non dev’essere letta come una scusa per trascurare la qualità; ma il rapporto è dialettico, e una cosa aiuta l’altra.

Qualche settimana fa, parlando del romanzo di Valentina Coscia, ho tirato in ballo l’editore WePub. Rientra nella definizione: piccola casa editrice che pubblica solo in digitale. Ho avuto una breve discussione con un signore di WePub circa il ruolo dell’editore nella pubblicazione del libro della Coscia. Di sicuro un editore che faccia il suo lavoro – valutazione, editing, promozione, etc. – e lo faccia bene, offre un servizio all’autore.
Ma se vuole che questo servizio sia percepito anche dal lettore, l’editore deve rendersi riconoscibile. Se WePub vuole che il lettore associ il romanzo che stia leggendo a WePub, così come io associo i romanzi di Mellick e Donihe e la Villaverde e Burke a Eraserhead Press, deve fare un lavoro aggiuntivo. Ossia focalizzarsi su un genere circoscritto, specializzarsi; lavorare per diventare il punto di riferimento di *quel* genere, e di *quei* lettori. Farsi riconoscere come gli Esperti, i Professionisti di quel segmento della narrativa. Che significa anche farsi un mazzo così per documentarsi su quel genere, e diventare davvero esperti – come ha fatto il Duca con lo Steampunk. D’altronde, se uno è appassionato di narrativa, e del genere di cui si occupa, documentarsi non dovrebbe essere un peso, no?
I piccoli non possono permettersi il lusso di essere generalisti.

Eraserhead Alien

Nuovi piccoli editori nascono…

Breve storia di una centrale elettrica a carbone

Pink Floyd PigPrendiamo due cose che apparentemente non c’entrano niente. La prima è High Rise, il romanzo di J. G. Ballard del 1975 che secondo me è il suo più bello; la seconda è Animals, uno dei migliori album dei Pink Floyd.

Di High Rise ho già parlato in uno dei miei Consigli oltre un anno fa. Il grattacielo del titolo è un nuovissimo supercondominio – parte di un nuovissimo supercomplesso di condomini fatti in serie – messo in piedi alla periferia di Londra. Completamente autosufficiente, ospita al suo interno supermercati, parrucchieri, scuole per i bambini, una piscina, un solarium; si affaccia su un bellissimo giardino e sui parcheggi per i residenti. Il condominio di Ballard è un luogo chiuso, che non ha bisogno del mondo esterno, e infatti i suoi abitanti cominceranno progressivamente a chiudersi in sé stessi e a fare del palazzo multiaccessoriato il baricentro della loro esistenza.
Gusto per l’enfasi grottesca a parte, Ballard queste cose non se l’è inventate di sana pianta. Con una popolazione che ha continuato a crescere per gran parte del Novecento – di recente ha superato gli otto milioni, e questo senza contare l’area metropolitana al di fuori della città vera e propria – Londra negli ultimi quarant’anni ha intrapreso tutta una serie di progetti di rivalutazione della periferia e delle zone degradate della città. Molti, ahimè, rimasti sulla carta; e la crisi non aiuta a trovare investitori.

La copertina di Animals ritrae una fabbrica gigantesca, che erutta spirali di fumo dalle quattro ciminiere bianche; tra le ciminiere si libra il famoso porco con le ali. La fabbrica suddetta è la Battersea Power Station, una centrale elettrica a carbone situata poco fuori dal centro di Londra, sul lungo Tamigi; da Westminster, attraversato il ponte, sarà una mezz’ora a piedi in direzione sud-ovest.


Pigs (Three Different Ones), dall’album Animals

L’album dei Pink Floyd non è stata la prima né l’ultima volta che la Battersea ha fatto capolino nella cultura pop – pare che sia apparsa anche in qualche episodio delle vecchie serie del Doctor Who – ma di certo è quella che ha reso la centrale famosa nel mondo. Quanto ai londinesi, sembra che abbiano sviluppato un vero fetish per la centrale, tanto da farci pure dei magnetini per frigoriferi.
Guardando la copertina di Animals, o pure una foto recente (magari un po’ contrastata con Photoshop), si capisce subito perché: la Battersea è figa. Distillato purissimo di Art Deco anni ’30, con queste torri che ricordano la facciata di una cattedrale gotica, la mole titanica in mezzo ai bassi edifici circostanti, l’aggressività degli angoli squadrati. Dà l’idea, ancora oggi, di un edificio futuristico, come doveva immaginarsi l’architettura futuristica la gente a cavallo tra le due guerre mondiali, prima della rivoluzione del vetro e dei grattacieli agilissimi di duemila piani. Guardando le linee della centrale di Battersea, mi sembra di rivedere le illustrazioni degli anni ’20 della rivista Popular Mechanics ripubblicate nel bellissimo libro-nostalgia consigliato da Giobblin, The Wonderful Future That Never Was. La trovo ipnotica.

Pur riconosciuta come simbolo culturale della città, la centrale è in decadenza, e lo è da molti decenni. La Stazione A fu chiusa nel 1975, lo stesso anno della pubblicazione di High Rise; la Stazione B resisté altri otto anni. Molti progetti furono avviati per recuperare la centrale e rivalutare l’area – il mio preferito era quello di trasformarlo in un parco a tema con museo – e la proprietà del sito della Battersea è passata di mano molte volte. Ma ogni tentativo si è arenato di fronte alla mancanza di soldi e alla prospettiva di un ritorno economico insufficiente. E intanto la Battersea diventava ogni giorno più rovinata. Un peccato, no?
Finché – finché un bel giorno, lo scorso luglio, non se la comprano i malesi. Per la precisione la Sime Darby, colosso multinazionale nazionalizzato della Malesia i cui affari spaziano dall’industria energetica al mercato immobiliare, dalle piantagioni agli ospedali passando per gli impianti petroliferi. Il progetto della Sime Darby è il seguente: trasformare la Battersea Power Station e il terreno circostante in un nuovo quartiere di super-lusso che comprenderà condomini per ricchi, uffici, negozi, alberghi e aree verdi. La stessa centrale elettrica sarà ristrutturata e rimessa in funzione – n modo non inquinante, presumo, dato che le emissioni della vecchia centrale erano veleno puro per il Tamigi – e per il 2018 è pure prevista l’inaugurazione di un’estensione della metropolitana di Londra che la raggiunga. Cominciate a capire dove voglio arrivare, no?

Battersea Power Station

Bellezza! Il tuo nome è ciminiere!

Detto così, il progetto sembra essere una di quelle robe che sulla carta funzionano sempre benissimo, ma poi ne viene completata una su cinquanta. Be’, proprio la settimana scorsa sono stati messi in vendita i primi 800 appartamenti (ancora da costruire, naturalmente), e sapete cosa?, in tre giorni ne avevano già venduti 650. Il progetto prevede il completamento della vendita del pacchetto di 800 unità per il prossimo Aprile, dopodiché si comincerà a costruire. Date un’occhiata a questo articolo.
Insomma, sembra che si farà. Si sta già facendo. Ballard immaginava una periferia londinese che si tappezzava di isole condominiali autosufficienti; quello che sta accadendo a sola mezz’ora a piedi da Westminster è un’opera ancora più enorme delle sue fantasie. E un po’ meno inquietante, dato che dovrebbe diventare un magnete per turisti. Peccato che Ballard sia morto, solo tre anni fa – mi sarebbe piaciuto sapere cosa gliene paresse.

Fa ancora un po’ strano pensare a questi piccoli paesi orientali che si prendono, qua e là, lotti della Vecchia Europa. Gli imprenditori cinesi si stanno comprando pezzo a pezzo i pregiati vigneti del Bordeaux e della Borgogna, e ora facoltosi malesiani di Kuala Lumpur si comprano a scatola chiusa appartamenti affacciati a nord sul Tamigi e a est sul gioiello dell’Art Deco. Non solo la Cina, ma anche i paesi dell’ASEAN – più in piccolo – stanno crescendo a ritmo accelerato; e ormai ho il sospetto che si affaccino più grattacieli sulla sponda asiatica del Pacifico che su quella occidentale.
E’ una mia fissa da anni, ma ne sono sempre più convinto: l’ASEAN sarà la next big thing dopo i BRICS1. Quando Cina e India saranno mercati ormai maturi da cui non aspettarsi più grosse sorprese, allora verrà il turno dell’Indonesia, e più in piccolo di Malesia, Vietnam, Thailandia, e sì, forse anche Filippine. Ci aveva visto giusto Dick, ancora negli anni ’50, quando nel suo Solar Lottery collocò la capitale mondiale del XXII secolo a Batavia (la moderna Jakarta). Se io decidessi mai di scrivere un romanzo ambientato nel futuro – cosa che non succederà – farei di sicuro la stessa scelta (e sì, Giovanni, ci sarebbero i treni a levitazione che vanno sul mare! ^-^).

Battersea Power Station Renewing Project

Ecco come potrebbe diventare il sito della centrale tra pochi anni! Tramonto romantico incluso. Grazie Malesia!

Purtroppo non potremo mai vedere quel giorno lontano con i nostri occhi; il giorno in cui Makassar sarà il centro finanziario e commerciale del globo, e al largo dell’isola di Celebes si innalzerà l’ascensore orbitale che permetterà di fare viaggi Terra-Luna in due ore scarse! Mi accontenterò, nel 2018 e giù di lì, quando sarà pronta, di fare un salto a Londra a guardare il fumo sollevarsi dalle quattro ciminiere della centrale di Battersea.

…and now, something completely different!


Summer ’68, da Atom Heart Mother ❤

(1) Acronimo per Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa: i cinque paesi emergenti più importanti degli ultimi anni.Torna su

Gli Autopubblicati #06: Ultimo Orizzonte

Ultimo OrizzonteAutore: Valentina Coscia
Genere: Fantasy / Post-Apocalyptic SF
Tipo: Romanzo

Anno: 2012
Pagine: 177
Editore: WePub

Spéza è una città condannata. Un tempo nota come La Spezia, fiorente porto industriale della Liguria a un tiro di schioppo dalle Cinque Terre e da Portovenere, l’innalzamento del livello del mare l’ha trasformata in una palude mefitica. Per contrastare l’avanzata delle acque, gli abitanti hanno eretto la muagia, un muro di rottami e detriti che circonda Spéza da un capo all’altro della costa. Manovrate dalla casta dei massacàn, i “muratori”, le quindici Pompe della muagia lavorano incessantemente per cacciare fuori l’acqua che continua ad infiltrarsi nell’Entromuro.
Artibano er semo è l’ultimo dei massacàn, un lavoro che nessuno vuole più fare. Passa le sue giornate nella solitudine della muagia, osservando le pompe che una dopo l’altra si guastano e smettono di funzionare. Per salvare Spéza, bisognerebbe recuperare dei pezzi di ricambio dall’unico luogo in cui ancora sopravvive l’antica tecnologia – le rovine sommerse della città vecchia – ma tra quei relitti dormono divinità maligne che sarebbe meglio non disturbare. E quando il Vicario della Gese – la Chiesa che comanda col pugno di ferro sulla città – farà convocare Artibano sulla terraferma per trovare una soluzione, la tragedia si metterà in moto.

Valentina Coscia è l’autrice del racconto che ha vinto il concorso Deinos indetto ormai un anno fa da Mr. Giobblin. Lessi e recensii l’antologia nata da quel concorso lo scorso Maggio; e pur bocciandola in gran parte, rimasi colpito positivamente dal racconto della Coscia. Sicché ho continuato a tenerla d’occhio, e non mi sono perso l’annuncio fatto da Giobblin della pubblicazione del suo romanzo post-apocalittico con un piccolo editore indipendente che vende solo e-book (tale WePub).
A rigore, essendo stato pubblicato da un’editore che non coincide con l’autore, Ultimo Orizzonte non potrebbe essere definito un “autopubblicato”. Ma all’atto pratico, per il lettore, non fa molta differenza: si tratta di un romanzo digitale poco pubblicizzato di un autore abbastanza sconosciuto, che si può comprare ad un prezzo irrisorio (2,99 Euro). Vediamo ora se valga la pena sborsare 3 Euro per un post-apocalittico di ambientazione ligure.

Corniglia

E un seguito ambientato a Corniglia no? ❤

Uno sguardo approfondito
La gestione del pov in Ultimo Orizzonte è piuttosto bizzarra. La voce narrante principale è quella del protagonista, ed è in prima persona; tuttavia, un buon numero di capitoli è filtrato attraverso i pov di personaggi secondari, in terza persona. Questo mix di persone, oltre a non avere molta senso, crea anche una certa confusione. La prima volta che succede (nel quarto capitolo), il lettore si aspetta che ciò che sta leggendo sia ancora filtrato dagli occhi di Artibano (anche perché il capitolo si apre con un giudizio di valore: “Giobatta non è mai stato bravo con le parole, ma non glien’è mai fregato niente”), e ci mette un po’ a capire che l’autrice è passata alla terza persona e che il pov è di un altro personaggio (il sopracitato Giobatta). All’inizio di ogni nuovo capitolo, il lettore si trova a domandarsi se si è tornati alla prima persona o c’è ancora una terza – e mi è capitato un paio di volte di sbagliarmi per alcune righe (scambiando un pov in terza per quello in prima o viceversa) e dover poi ricominciare dall’inizio col filtro mentale corretto.
Ora, posso anche immaginare che esistano storie in cui alternare prima e terza persona possa avere un senso. Ma non è questo il caso: qui crea confusione e basta, oltre a spezzare l’immedesimazione a causa del continuo cambio di “timbro” della narrazione. La prima persona si utilizza quando si vuole immergere il lettore in un unico personaggio, al punto da farlo identificare nella voce narrante; non si può fare dentro e fuori. Se si vuole raccontare una storia corale, invece, se si vogliono mostrare anche dettagli di storia che il personaggio principale non potrebbe vedere, allora si scrive tutto in terza persona, compreso il pov del protagonista – del resto, questo Ultimo Orizzonte funzionerebbe benissimo anche se Artibano fosse un normalissimo pov in terza!
La Coscia, invece, sembra oscillare indecisa tra le due formule di romanzo. Se i capitoli con pov in prima di Artibano sono nettamente preponderanti, capita che ci siano anche due capitoli di fila con pov in terza di personaggi molto secondari, come quello di Catò, la moglie di Giobatta (e, in alcuni casi, pov quasi usa-e-getta). Se non altro la regola “un capitolo – un pov” è netta e non ci sono mai salti di punto di vista all’interno di un capitolo.

La voce narrante di Artibano è piacevole. L’ultimo dei massacàn è il classico ‘eroe scazzato’ alla Waterworld: un tipo stanco, cinico, pratico, che non si fida della vita, che vorrebbe essere lasciato in pace e che invece, causa mix di personaggi molesti e sensi di colpa, finisce per farsi coinvolgere. Gli avvenimenti di cui è testimone si mischiano ai suoi giudizi e commenti salaci, e in generale i suoi sono i capitoli che si leggono con maggior piacere. Insomma: non è un personaggio nuovo, ma fa il suo lavoro.
Di contro, gli altri personaggi del romanzo sono piuttosto pallidi. Ognuno ha un suo ruolo all’interno del plot e assolve alla sua funzione, ma di loro non rimane granché a lettura finita. Unica eccezione positiva è a mio avviso quella di Catò: un personaggio che di suo aggiunge poco alla trama principale, chiusa in casa com’è a badare al figlio in attesa del rientro a casa del marito; ma che trasmette in modo convincente sia l’atmosfera rurale-impoverita in cui vivono le famiglie di Spéza, sia il suo dramma privato, di moglie che si ritrova per marito una “cosa” fredda e irriconoscibile. Altre piccole note di merito sono la storia del vecchio Vicario cieco, condannato a comandare su una città che non può più vedere, e il rapporto tra Rafé e Richeto.

Kevin Kostner Waterworld

“Fottetevi tutti, me ne torno a casa.” “Non così in fretta…”

Il problema principale nella gestione dei personaggi è la loro tendenza all’isteria. Spesso e volentieri, in Ultimo Orizzonte, quando all’interno di un dialogo due personaggi si trovano ad esprimere posizioni contrastanti, oppure uno dei due commette un errore che nuoce all’altro, i due suddetti degenerano in una raffica di insulti che può durare anche parecchie righe. Questo anche durante scene d’azione! Immaginate che il cattivo si sia messo in moto, stia per attivare il suo terribile piano, e insomma non c’è tempo da perdere, la tensione è alle stelle, e questi due aprono e chiudono ogni poche pagine i loro siparietti da bambini di cinque anni. Due personaggi che degenerano in modo ricorrente sono Artibano e Rafé:

«Cosa succede?»
«Cazzo ne so, io?»

E qualche riga dopo:

«Ma cosa vuoi che vedo, in queste condizioni?»
«E allora stappati le orecchie e ascolta! Non voglio ritrovarmi quel maledetto elicottero attaccato al culo. Renditi utile, per una volta, massacàn».
«Vaffanculo, margon di merda».
«Quando scendiamo ti spacco la faccia».

Queste scene sono un continuo. Ora, qualcuno potrebbe anche spacciarmele come “reazioni alla tensione di essere di fronte al pericolo”. Ma non è così. Questi non sono ragazzini abituati a una vita di comfort e che sclerano come in un horror americano alla prima cosa che non quadra; questi dovrebbero essere uomini vissuti, abituati alla fatica, agli incidenti, alle disavventure, alla crudeltà della vita. Mi aspetto gente con le palle e l’aplomb dei Malavoglia di Verga. Insulti a freddo o smargiassate machiste ogni tanto ci stanno, fanno parte del contesto; ma questi accessi di aggressività infantile e controproducente (perché li bloccano, li distolgono da quello che stanno facendo, li rendono meno efficienti) non fanno che sospendere l’incredulità del lettore, e ricordargli che quelli non sono uomini veri ma personaggi sfuggiti al controllo dell’autrice.
Per il resto, la prosa della Coscia fa il suo dovere. A volte indulge nell’aggettivo inutile (la “puzza tremenda”, il “massiccio portone”), ma in generale scrive in modo molto asciutto e concreto. La sua Spéza si può toccare, i suoi personaggi si sa esattamente cosa pensano e cosa provano. Riesce a descrivere in modo chiaro azioni non scontate, come le manovre di immersione subacquea dell’equipaggio del Moscone (di cui ho dato un saggio nel secondo estratto, in fondo all’articolo). Il ritmo è sempre molto rapido, molto plot-driven, le descrizioni sintetiche e precise – a volte sono pure troppo brevi! Mi sarebbe piaciuto visualizzare Spéza un po’ meglio – e, quel che è meglio, a differenza della maggior parte degli autori italiani la Coscia non si sbrodola in fiumi di domande retoriche.

I Malavoglia

Gli abitanti di Spéza dovrebbero assomigliare un po’ di più a questi qua.

Ma il limite principale del romanzo a mio avviso non sta nella prosa, bensì nella trama. Premetto subito che qui si entra in un territorio meno oggettivo e più aperto alla discussione. Nei primi capitoli, Ultimo Orizzonte ricorda da vicino i mondi post-apocalittici e invasi dall’acqua di Bacigalupi, e in particolare Ship Breaker (ma anche un pizzico di The Blue World di Vance): fantascienza soft, un po’ slice of life, che mostra come gli abitanti di questi mondi degradati tentino di sopravvivere e di migliorare la propria condizione sociale. Con una diga sul punto di cedere, una cultura tecnica in rapido declino e un vecchio che amministra una città ripiombata nel Medioevo col pugno di ferro, c’era un sacco di materiale per un plot originale e mai visto in Italia.
E invece. Invece anche Ultimo Orizzonte si butta nel mare dei cliché dell’urban fantasy: una scia di delitti paranormali, una creatura malvagia risvegliata da un sonno secolare, divinità del folklore locale e un Prescelto chiamato dai suddetti déi a fermare la minaccia. L’interessante mondo in declino di Spéza diventa il palcoscenico della più classica delle storie d’azione fantasy, perdipiù condita di plot-holes1. Inoltre, non si può dire che la parte sovrannaturale sia curata come quella post-apocalittica “realistica”. Una breve parte del romanzo è ambientata a Portovenere (sfruttando il concetto di luogo di culto dedicato a Venere), ma quel che ci è mostrato del luogo è piuttosto anonimo; la Coscia ci appiccica sopra il nome “Portovenere”, ma poteva anche essere un altro posto e non si sarebbe sentita la differenza.
Nonostante il sentore di “già visto millemila volte” che attraversa quasi tutto il romanzo, comunque, la trama è disseminata di qualche piccola perla che vale la pena di leggere. Su tutte, uno scontro sott’acqua tra due personaggi in tuta da palombaro: una roba fighissima che non ho mai letto da nessun’altra parte!

La Spéza della Coscia, insomma, è un’ambientazione molto sottosfruttata. Ed è un peccato, perché di suo è davvero figa. Le case di legno affastellate le une contro le altre, il legno marcio e la puzza del quartiere povero di Fossamastra; la Gese (Chiesa) dove vive il Vicario, dominata dal profilo arrugginito dello scheletro di un elicottero caduto; l’antica città ormai ricoperta da metri d’acqua, dove si immergono i margòn (palombari) a ritrovare tesori e vecchie attrezzature. L’idea di una città che, anche amministrativamente parlando, sembra tornata al Medioevo, divisa com’è in quartieri semi-autonomi, ciascuno dei quali nomina un rappresentante che partecipa alle assemblee e va a parlare al Vicario.
E poi c’è la muagia con le sue pompe, ciascuna col suo numero che è anche il suo nome. Lo stato di abbandono, la sporcizia, la solitudine di Artibano nella sua cella, il camminamento sopra la diga da cui si può vedere la città da una parte, e il mare aperto dall’altro, rendono la muagia molto affascinante.; peccato non aver dedicato più pagine alla semplice descrizione della vita quotidiana dell’ultimo dei massacàn al suo interno. E peccato anche anche la Coscia non sia ingegnere o non abbia un amico ingegnere che l’aiutasse, perché se c’è un punto debole in questa ambientazione, è che si vive poco il lato ‘tecnico’ della muagia, la fisica delle Pompe e la loro gestione. Molto suggestivo invece l’alone di mistero sovrannaturale attorno alla diga, e ai disgraziati incidenti che hanno spazzato via, uno dopo l’altro, tutti gli altri massacàn.

Muratore

Esempio di Prescelto.

Il tocco finale all’ambientazione lo dà però il dialetto ligure. Come ormai mi capita sempre più spesso di trovare nella narrativa di genere (ma in realtà lo faceva già Conrad nei suoi romanzi malesi di fine Ottocento), la Coscia sparpaglia dentro e fuori dai dialoghi termini ed espressioni del dialetto ligure. E il ligure è bellissimo! Certe espressioni, soprattutto se messe in bocca a personaggi anziani, sembrano proprio tratte di peso dalla vita vera e sono alcuni dei momenti che suonano più ‘autentici’ in tutto il romanzo. Per esempio in questo passaggio (l’espressione dialettale è alla fine):

Sua nonna gliela cantava sempre, quella canzonetta scema. È la storia di un tizio del Mondo di Prima che aveva creduto di vedere una bestia misteriosa su al Casteo. L’aveva detto a tutti, spaventatissimo, facendosi ridere dietro dalla città intera.
«Però» aveva obiettato lei un giorno, «magari quella bestia c’era davvero, no?»
La faccia rugosa della nonna si era contratta in una smorfia. «Caterina» le aveva risposto secca. «Le bestie, chi, de gambe ghe n’han doi».

Unico appunto a questo proposito, l’abuso di note. Solo nella prima pagina, la Coscia ne concentra sei: inutile dire che spezzano la lettura. E in realtà non c’è veramente bisogno della maggior parte di quelle note. Cosa vogliono dire belin, figio de bagassa o Ai cuiosi se ghe strina ‘r cüo lo sa o ci arriva chiunque; e se non ci arriva, be’, fa colore lo stesso. In una eventuale versione 2.0 del romanzo, ridurrei le note di due terzi e lascerei solamente quelle indispensabili, cioè quelle che spiegano espressioni realmente criptiche o termini importanti ai fini del romanzo (margòn, massacàn, Gèse, braga).

Devo essere onesto – se questo fosse stato un romanzo straniero, come quelli che presento nei Consigli, non ne avrei parlato. Non perché sia brutto, non lo è; ma perché non spicca abbastanza.
Il discorso cambia se lo collochiamo nel ristagnante panorama italiano. Innanzitutto, Ultimo Orizzonte è sicuramente più bello, più originale e meglio scritto della grande maggioranza dei romanzi fantastici regolarmente pubblicati dalle grandi case editrici della carta. Lo collocherei sotto Pan di Dimitri2, ma molto sopra Alice nel paese della Vaporità. Tra gli Autopubblicati presentati sul blog, è inferiore al solo Marstenheim di Angra, e sicuramente superiore a La nave dei folli di Girola. Soprattutto, l’autrice mi conferma nell’idea che mi sono fatto di lei – ossia che, pur non sapendo sempre quello che fa sul piano tecnico, ha il potenziale per diventare una scrittrice molto interessante.
Ultimo orizzonte, in conclusione, è un romanzo piacevole e peculiare all’interno del panorama italiano. La storia corre via veloce, leggera, e l’ultimo terzo del romanzo, in particolare, si legge tutto d’un fiato. Quindi buttateci un occhio. Ne vale la pena.

Francesco Dimitri

“La smettiamo di tirarmi in mezzo?”

Dove si trova?
Come ho scritto in apertura di articolo, Ultimo Orizzonte si può comprare sul sito dell’editore, WePub, all’onesto prezzo di 2,99 Euro, nei formati .epub e .mobi. Il che mi fa veramente piacere, perché è questo il giusto prezzo per un libro in formato digitale. Inoltre, cosa più importante, non c’è DRM.
Di recente al (magro) catalogo di WePub si è aggiunto un racconto della Coscia ambientato a Speza di una trentina di pagine, La sentinella del Golfo. Interessante metodo di promozione: per comprarlo non bisogna sganciare soldi, ma collegarsi a Twitter attraverso il sito di WePub e scrivere un tweet sul libro. Io non uso Twitter, quindi non ho scaricato né tantomeno letto il racconto, ma magari è bello; e potreste avere un saggio aggratis dell’ambientazione di Speza prima di sganciare soldi per il romanzo.

Chi devo ringraziare?
In primo luogo Mr. Giobblin, che per primo (tra i pochi blogger che sporadicamente seguo) ha segnalato l’esistenza del romanzo. Ma non so se e quando l’avrei letto se non fosse stato per la mia collaudata beta-reader, Siobhàn, che se l’è scaricato appena saputa la bella notizia, mi ha detto che era carino e me l’ha raccomandato. Per poi rimproverarmi perché mi ero dimenticato di scrivere questa sezione!

Qualche estratto
Il primo estratto viene dal primo capitolo e presenta in breve tutti o quasi gli elementi centrali dell’ambientazione, ossia le rovine di Spéza, la muagia, i margòn e il loro lavoro, filtrati attraverso il pov in prima persona di Artibano. Il secondo estratto è preso invece dal quarto capitolo, il primo in terza persona, e mostra un elemento di trama che a me piace molto: le tecniche di immersione dei margòn.

1.
Lento, il sole cala dietro le colline color cenere: le ombre si allungano, il miserabile sipario di calore puzzolente si schiude ed eccola là.
Gli edifici divelti che sorgono dall’acqua, il profilo tondo della Gese, con il vecchio elicottero contorto e la croce monca a dominare la distesa immobile dell’Entromuro.
Il cadavere spiaggiato di una città.
Spéza.
Giobatta mi osserva con la coda dell’occhio e l’aria schifata di uno che sente una puzza tremenda.
Di me può pensare quello che gli pare, ma la verità è che lui e i suoi margon ieri non sono riusciti a combinare un belin: tanto casino per tirare su la carcassa marcia di un’automobile. Un mucchio di roba inutile: lamiere arrugginite, bighi di mare, ingranaggi inservibili.
Glie l’ho già detto, dove devono cercare, ma questo figio de bagassa ha ghignato con quei quattro denti che si ritrova e poi ha sputato: «Ai cuiosi se ghe strina ‘r cüo».
E, mentre i suoi compari si davano di gomito, si è fatto sotto, una montagna di muscoli frementi. Sono andato via strisciando, inseguito dalle risate.
Sempre la stessa vecchia canzone: brutte voci, brutte ombre, brutte cose nelle acque profonde.
Ma la muagia non resisterà ancora a lungo: denti de can e altre bestie la rodono, il metallo arrugginisce, l’acqua si infiltra sotto le fondamenta. Una dopo l’altra, le pompe che impediscono al mare di inghiottire la città si guastano: la Cinque si è fermata, la Tredici tribola a tenere il passo con la Dodici e la Quattordici, la Dieci va a regime ridotto per una perdita nel condotto del vapore. Ora anche la Sette ha deciso di tirare il ganbin. Loro mollano, il livello dell’Entromuro si alza e io sono solo.
L’ultimo massacàn rimasto.

2.
Il Cimitero delle Navi. A sentirlo nominare, i vecchi fanno scongiuri, sputano e non dicono mezza parola. Maledetto semo, lui, suo nonno e le sue cazzate.
Mentre Bacicia lega il Moscone alla bitta, Angiolo salta sul pontone e, nell’avvicinarsi alla ruota di legno della pompa dell’aria, si stira le braccia e la schiena. Felicìn va prendere la cima zavorrata e getta la pietra che fa da ancora. Lui osserva la corda divincolarsi e venire inghiottita dall’acqua e non riesce a trattenere un brivido al pensiero che, fra poco, seguirà la stessa strada.
Fianco a fianco come sempre, Rafé e Richeto si guardano. La seconda pompa attende il suo addetto. «Rafé alla pompa, Richeto con me».
Il primo abbassa la testa, l’altro apre con più forza del necessario il baule dell’attrezzatura e tira fuori le scarpe piombate, l’elmo e la tuta impermeabile.

Lascia andare l’ultimo piolo e la zavorra lo trascina giù.
La luce avvizzisce, il freddo inizia a mordere. Meglio non pensarci e badare solo ai gesti che lo riportano a casa tutti i giorni che il Santo manda in terra.
Controllare lo scarico dell’aria.
Eseguire le manovre di compensazione.
Regolare l’afflusso allo scafandro.
Gonfiarlo per controbilanciare l’aumento di pressione.
Rallenta, planando lungo la cima.
Quando il nodo che segnala gli ultimi due metri gli passa sotto le dita, piega le ginocchia per assecondare l’impatto con il fondo e una nuvola di sedimento lo avvolge.
Ora c’è solo da aspettare che tutta questa porcheria torni a posarsi. Non c’è bisogno di guardare per sapere che Richeto, lì accanto, fa la stessa cosa.
Il cordino di comunicazione si tende e il campanello dentro l’elmo squilla, facendolo sussultare. Da su vogliono sapere se è tutto a posto. Lui controlla che il coltello sia nel fodero e accende la torcia.
Automobili schiantate e arrugginite, le gambe di una statua troncate al ginocchio, il moncone di un albero spaccato a metà. Gli edifici sono ombre in agguato nell’acqua torbida. Si gira verso Richeto, che tocca la braga come se sgranasse la collana di Rafé.
Tira il cordino in risposta. Ma non c’è un belin, qui sotto, che sia a posto.

Tabella riassuntiva

Un post-apocalittico ambientato nelle rovine di La Spezia! Trama cliché su un prescelto che deve fermare un dio cattivo.
Gradevole voce narrante del cinico protagonista. Infelice scelta di alternare prima e terza persona.
Buon mostrato e ritmo rapido, plot-driven. Personaggi con tendenza all’insulto isterico.
In conclusione: MIGLIORABILE, MA PROMOSSO

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(1) Ne cito giusto un paio.
Primo, le meduse acide. Sono un elemento cruciale della trama, perché rendono impossibile muoversi nell’acqua dell’Entromuro con qualsiasi imbarcazione che non sia la Barca Vicaria. Senonché, alla fine del libro, i nostri eroi navigano fino alla muagia su una barca diversa da quella Vicaria. In teoria dovrebbe essere del tutto impossibile – ma le meduse? Pof. Sparite.
Altro elemento che non torna. Teoricamente, la divinità è stata risvegliata proprio da Artibano; ossia, dalla sua richiesta di andare a cercare pezzi di ricambio nella città vecchia. Se non fosse stato per lui, la divinità sarebbe rimasta là sotto. Ora, da un punto di vista accademico è vero che prima o poi il problema andava affrontato, e quei pezzi di ricambio recuperati; ma possibile che Artibano non senta un fortissimo senso di colpa per aver liberato l’entità? Dovrebbe essere questo l’elemento preponderante per convincersi che la faccenda lo riguarda di persona e che non può lavarsene le mani, questo l’elemento su cui il Santo dovrebbe fare pressione per persuaderlo. Ma l’elemento passa subito in secondo piano.Torna su

(2) Non è che Pan mi sia piaciuto particolarmente, ma riconosco che è il migliore tra i fantasy contemporanei italiani da me letti, ed è ormai usato in tutti gli ambienti che frequento come la pietra di paragone per ogni nuovo romanzo fantastico italiano.
In realtà questo primato potrebbe essere stato scalzato da tempo da romanzi che non ho ancora letto. Per esempio, nutro molte aspettative per i libri di Francesco Barbi, L’acchiapparatti e Il burattinaio. Il primo l’ho anche comprato, quindi presto o tardi lo leggerò e vi farò sapere.Torna su