I Consigli del Lunedì #28: The Windup Girl

The Windup GirlAutore: Paolo Bacigalupi
Titolo italiano: –
Genere: Science Fiction / Social SF / Distopia / Politico / Biopunk
Tipo: Romanzo

Anno: 2009
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 361

Difficoltà in inglese: ***

In un XXIII secolo povero e decadente, vittima di una serie di virus artificiali andati fuori controllo, che hanno decimato il genere umano e spazzato via la gran parte della flora, il Regno di Thai lotta per la sopravvivenza. L’innalzamento delle acque ha spazzato via molte delle antiche megalopoli, e Bangkok, capitale del regno, è sopravvissuta solo grazie ad un miracolo ingegneristico: una barriera circolare alta duecento piedi che impedisce all’acqua di entrare. Assediata dall’oceano e dalle calorie companies, multinazionali della bioingegneria che ricreano organismi del passato per poi brevettarli e rivenderli, Bangkok deve la sua sopravvivenza alla custodia segreta di una ricca banca di sementi – su cui ora gli stranieri vogliono mettere le mani.
Ma ora la ripresa economica rischia di travolgere l’isolazionismo thailandese. In una Bangkok dagli equilibri politici sempre più fragili, si muovono quattro personaggi: Anderson Lake, calorie man in missione segreta per trovare la banca dei semi e far penetrare la sua compagnia nel paese; Hock Seng, profugo cinese che ha perso tutto e con la determinazione di tornare in alto; Jaidee, capitano del potente Ministero dell’Ambiente, ex campione di muay thai e flagello dei contrabbandieri; ed Emiko, la ragazza caricata a molla, abbandonata dal suo padrone giapponese e costretta a servire in uno strip club e a sopportare ogni sevizia. Chi resterà in piedi attraverso gli sconvolgimenti che stanno per abbattersi sulla città?

La prima volta che sentii parlare di The Windup Girl, e del fatto che aveva vinto il Premio Hugo nel 2009, mi dissi: “No! Non è possibile! Un italiano?”. E infatti non era possibile: Bacigalupi è un americano dalla testa ai piedi, nato e cresciuto nell’insulso stato del Colorado. Non sono il primo blogger italiano a recensire il romanzo di Baciglupi – per esempio, Mr. Giobblin ne ha parlato quasi un anno fa. Ma quando un romanzo è veramente bello (e poco conosciuto qui da noi), è giusto pubblicizzarlo; e poi, spero di dire qualcosa in più oltre a quanto è già stato detto.
The Windup Girl è un raro esempio del sottogenere Biopunk, un cugino più giovane del Cyberpunk in cui il fulcro dell’innovazione tecnologica non è più il cyberspazio né la robotica, ma l’ingegneria genetica. Si sintetizzano nuove piante e animali in laboratorio, e si modifica il genoma umano per creare delle nostre varianti – i windup. The Windup Girl è anche un romanzo corale, in cui si alternano le avventure (e i pov) di quattro (…cinque?) personaggi diversi. E’ un’opera prima molto ambiziosa. Ce l’avrà fatta?

Bob-omb

La nuova razza che soppianterà la specie umana?

Uno sguardo approfondito
The Windup Girl mette a nudo sia i pregi che i difetti del romanzo corale. La scelta di alternare i punti di vista di quattro personaggi diversi può essere inizialmente spaesante e anti-immersivo, e in effetti nelle prime 50-60 pagine il ritmo del romanzo è piuttosto blando. Man mano che si procede nella lettura, però, le vite dei quattro personaggi cominciano a intrecciarsi – il lettore comincia a parteggiare per l’uno o per l’altro, a chiedersi chi la spunterà e chi farà una brutta fine, e insomma, mettere giù il libro diventa sempre più difficile. Superato il primo quarto, il romanzo decolla.
Molti premi attendono lo scrittore che sappia sfruttare il potenziale del romanzo corale. I livelli di conflitto si moltiplicano: si prova empatia per personaggi che hanno interessi e obiettivi diversi, e che spesso tenteranno di farsi la pelle a vicenda.
Prendiamo Anderson, il protagonista: è il primo pov del romanzo, il personaggio attraverso cui esploriamo per la prima volta Bangkok. Difficile non identificarsi in lui e appassionarci alla sua missione, provare dolore e sconforto ogni volta che un nuovo ostacolo si frappone tra lui e il segreto della banca dati, e una punta di entusiasmo per ogni piccolo successo; ma al contempo, la parte più critica di noi ci ricorda che Anderson è uno stronzo, interessato solo a far penetrare la sua compagnia nell’economia thailandese e disposto a fare terra bruciata di qualsiasi ostacolo. E per la cronaca, le calorie companies sono veramente delle merde: una volta sintetizzate o acquisite nuove piante, le brevettano per vietare la libera distribuzione, dopodiché vendono ai governi sementi a tempo che diventano sterili dopo X raccolti e devono essere comprate di nuovo (delle specie di sementi con DRM!). I nostri giudizi morali sono ulteriormente complicati dal fatto che un altro dei personaggi-pov, il capitano Jaidee, è il più agguerrito avversario delle calorie company e di Anderson – e nel corso del romanzo farà di tutto per mettergli i bastoni tra le ruote.

Attraverso gli occhi dei quattro personaggi-pov, possiamo vedere sfaccettature diverse della città, ed esplorare gli stessi macroconflitti da punti di vista diversi. Attraverso Anderson vediamo le fabbriche di molle a torsione, la difficile accoglienza che i farang stranieri hanno nel regno, il quartiere dei calorie men dove si passa il tempo a bere e a maledire gli apatici thai. Col punto di vista di Hock Seng viviamo la miseria dei profughi, i più fortunati dei quali – come lui – vivono in cubicoli di lamiera, mentre le masse di immigrati malesi stanno rinchiuse nei piani alti dei grattacieli abbandonati e senza energia elettrica. Attraverso Jaidee e il tenente Kayla entriamo nelle vastità labirintiche, ma sulla via del degrado, del Ministero dell’Ambiente, mentre con Emiko visitiamo il mondo notturno dei night club, dove gli uomini più irreprensibili, che in pubblico condannano le ragazze a molla come un’aberrazione contronatura, si abbandonano a nuove perversioni. E il mondo di Bangkok appare incredibilmente vivo e tridimensionale.

Semi

Semi: godeteveli prima che diventino sterili. E ovviamente non potete prestarli in giro: sarebbe la morte della bioingegneria creativa.

In The Windup Girl si respira la stessa atmosfera dei romanzi coloniali di Conrad, Kipling, Orwell, condita da un tocco fantascientifico. I mercati rionali all’ombra dei grattacieli abbandonati, che da un giorno all’altro possono essere invasi da nuovi frutti di cui nessuno ha mai sentito parlare; i megadonti, enormi elefanti che trasportano merci per le strade della città e fanno girare perni giganteschi nelle fabbriche di molle supertorcenti; l’ostilità passiva dei nativi verso gli stranieri, che si manifesta nell’apatia, nell’inefficienza, in mille piccoli sabotaggi, e nello strapotere dei sindacati coordinati dal Signore dello Sterco; la venerazione dei thai per la gerarchia e i loro complicati rituali di sottomissione e di umiliazione.
Ora, io non so niente della cultura thai, e non so quanto questo ritratto di una Thailandia del XXIII sia verosimile. Ciononostante, l’affresco di Bacigalupi è incredibilmente convincente; si ha l’impressione di una civiltà simile e al tempo stesso aliena a quella occidentale, intrisa di quel confucianesimo che fa tanto Estremo Oriente. Questo tra l’altro dovrebbe infilare una patata in bocca a quei geni che portano alle estreme conseguenze la massima “scrivi di ciò che sai” e affermano che si possa parlare solo della propria terra e della propria cultura 1.
Certo, Bacigalupi a volte esagera. Per esempio nell’abuso di termini stranieri. Anche questo è un tratto preso dai maestri del romanzo coloniale – molti romanzi di Conrad sono punteggiati di termini come farang o rajah – ed è utile a dare un tocco esotico all’ambientazione. Ma poi Bacigalupi se ne esce con periodi come questi:

All around her, clotheslines draped with rustling pha sin and trousers rustle in the sea breeze. The sun is sinking, glistening from the tip of wats and chedi. The water of the khlongs and the Chao Praya glistens.

OMG! Datti una calmata!
Ma per fortuna questi eccessi sono rari.

Se la Bangkok di Bacigalupi è così immersiva, comunque, il merito sta anche in un’ottima gestione del mostrato. Tutto è sempre filtrato attraverso il personaggio-pov del momento, il narratore onnisciente non si inserisce mai; e ogni capitolo ha un unico pov, così da evitare confusione. Gli infodump, che pure non mancano, sono resi più digeribili perché introdotti come pensieri o flashback dei personaggi. Questo non impedisce che, soprattutto all’inizio, ci si senta un po’ spaesati e soffocati dalla mole di informazioni, e che a volte gli infodump appaiano innaturali; ma il risultato finale rimane più che buono. Soprattutto si evita di cadere nell’eccesso opposto, quello del primo Swanwick: un lettore completamente spaesato perché continuamente privato di informazioni.

Thaitanic

The Windup Girl presenta anche uno degli intrighi politici più realistici e intelligenti che abbia mai letto. La storia è sempre la stessa, e sembra echeggiare le simpatiche avventure coloniali di Gran Bretagna e Stati Uniti nella Cina dell’Ottocento: da una parte, le calorie companies del Midwest Compact vogliono imporre al Regno di Thai una piena libertà di commercio; dall’altra, il governo thailandese sa di essere scampato alla rovina che ha travolto l’Asia proprio grazie alla loro politica isolazionista. Ma le cose sono più complicate di così: un governo non è mai compatto, e ciascuna corrente tenta di fare i propri interessi e imporsi sull’altra…
Lo scenario politico è quantomai complicato, e nel primo quarto del libro seguire il filo dei complotti è piuttosto faticoso. Bacigalupi cade nel solito, facile errore di introdurre le fazioni politiche prima come nomi volanti e solo successivamente come volti ben riconoscibili. Ma a differenza di quanto accadeva in The Difference Engine, queste fazioni a un certo punto prendono corpo, e di lì in poi le cose si fanno veramente appassionanti. Le forze economiche di scala globale, i complotti politici locali, la forza di singoli uomini forti capitati nel posto giusto al momento giusto: Bacigalupi tiene conto di tutto, e il risultato è spettacolare. C’è anche spazio per qualche plot twist, e qualche azione straordinaria che difficilmente potrebbe accadere nel nostro mondo prosaico; ma il tutto inserito in una cornice di estrema credibilità.

E il sense of wonder fantascientifico? C’è anche quello, benché in misura ridotta. Nei romanzi di Bacigalupi gli elementi fantastici sono tenuti al minimo e subordinati a un’ambientazione che pare quasi mainstream, il che è un’ottima scelta, considerata la sua attenzione al realismo e quanta carne al fuoco ci sia. In ogni caso, la ragazza a molla del titolo regala diverse piccole sorprese nel corso del romanzo – alcune più telefonate, altre meno. Nonché diversi spunti affascinanti sulla selezione darwiniana e sul futuro evolutivo della nostra specie.
La tecnologia della Bangkok del XXIII secolo, però, mi suscita qualche perplessità. E dato che non sono il solo, preferisco far parlare il blogger Vanamonde, che ha studiato ingegneria e sicuramente ci capisce più di me. Cito dalla sua recensione:

La principale critica che muovo a The Windup Girl è di natura tecnologica. Per quanto il mondo evocato dal romanzo sia coerente e affascinante, l’ingegnere che è in me ha diverse obiezioni. Per cominciare, in caso di esaurimento del petrolio mi aspetterei un fortissimo incremento nell’utilizzo di fonti rinnovabili di energia. In particolare, un Paese costiero e tropicale come la Thailandia potrebbe sfruttare con grande efficienza il solare, l’eolico, le maree o il gradiente di salinità. Nulla di tutto ciò avviene nel romanzo, dove si utilizzano centrali termoelettriche a carbone dove indispensabile, e per il resto ci si arrangia con energia di origine umana o animale. Si gira una manovella persino per far funzionare una radiolina portatile, roba che anche oggigiorno potrebbe funzionare a energia solare. Una simile assenza di energie alternative è inspiegabile, tanto più che il livello tecnologico è rimasto elevato, e si vedono numerosi esempi di nuovi materiali.
Anche l’utilizzo di energia animale all’interno della produzione industriale (in particolare con l’uso di elefanti geneticamente modificati, detti megodonti) fa molto colore, ma sfugge alle regole della logica. Un elefante “funziona” a biomassa. Per quanto possa essere efficiente, la stessa biomassa che gli si dà come foraggio potrebbe essere trasformata in alcool e usata per far funzionare un motore, che occupa meno spazio di un elefante, non deve riposare, non sporca, non si ammala, richiede meno supervisione umana, e probabilmente ha anche un rendimento migliore in termini di sfruttamento delle calorie.
Del tutto assurdo poi è il fatto che l’energia venga immagazzinata sotto forma meccanica, torcendo molle ad altissima resistenza: chi ha disinventato dinamo, alternatore, accumulatore, batteria e motore elettrico?
Insomma, l’impressione è che Bacigalupi nel creare il suo mondo si sia fatto guidare più dal potenziale simbolico delle situazioni (ogni cosa appare “caricata a molla”, inclusa la ragazza artificiale che è il fulcro della vicenda) che non da un’analisi scientificamente ed economicamente solida. Il che, per un romanzo che tratta un tema così attuale come la scarsità di energia, a me pare un difetto non da poco.

Auto a molla

Ehm, NO.

Detto questo, The Windup Girl rimane a mio avviso un capolavoro. Per ritmo, per complessità dei personaggi, per la ricchezza dell’ambientazione, per il realismo della storia, per ambiguità morale. Bangkok è una città sporca, carica di ingiustizia, di doppiezza e di opportunismo; e nessun personaggio, neanche i più teoricamente “puri”, ne uscirà pulito. E il finale è uno spettacolo.
Ci sarebbero così tante altre cose da dire – ma mi fermo qui, che sennò Dunseny dice che spoilero tutto. Non so se The Windup Girl diventerà un classico della fantascienza, ma dovrebbe diventarlo. Se lo merita. In ogni caso, è diventato uno dei miei romanzi preferiti, schizzando dritto alla tredicesima posizione!

Su Bacigalupi
Paolo Bacigalupi è entrato molto di recente nel panorama fantascientifico americano – ad eccezione dei suoi racconti, che vanno indietro fino al 1999, il suo primo romanzo è del 2009 – ma da allora sta sfornando un libro all’anno. Oltre a The Windup Girl, ne ho letti altri due:
Ship Breaker Ship Breaker, ambientato sulle coste di una Louisiana devastata e impoverita, racconta la storia delle ciurme di braccianti che si guadagnano da vivere smontando i pezzi delle petroliere arenate sulla spiaggia. I protagonisti sono un gruppo di ragazzini che penetrano nei piccoli pertugi delle navi per saccheggiare filo di rame e per conto dei grandi; ma la loro vita d’inferno cambierà quando, in seguito a una tempesta, si imbatteranno nel relitto di un ricco clipper. Il libro è targato come Young Adult, ma di sicuro è uno degli YA più crudi, cinici e onesti in cui mi sia mai imbattuto. Anche qui, l’elemento fantascientifico è molto contenuto.
The Alchemist The Alchemist è una novella fantasy ambientata in un mondo in cui, ogni volta che si casta una magia, da qualche parte nascono rovi indistruttibili. Gran parte del mondo conosciuto è stato inghiottito dai rovi, e ora la magia è bandita; ma gli incantesimi sono troppo utili per la gente, che continua a usarli di nascosto, e i rovi continuano a moltiplicarsi. E quando un alchimista trova un metodo per distruggerli, i signori della città decideranno di piegare la sua scoperta ai loro fini… Il mondo di The Alchemist avrebbe un ottimo potenziale, ma Bacigalupi ci scrive sopra una novella un po’ insipida, scritta così così e coi ritmi sbagliati. Puzza di commercialata, dato che è uscito in coppia con un’altra novellaThe Executioness di Tobias Buckell – con la stessa ambientazione e la stessa premessa di base.
In futuro leggerò sicuramente altro di Bacigalupi – a partire da Pump Six and Other Stories, antologia che raccoglie tutti i racconti da lui scritti fino al 2008. Un po’ mi stuzzica anche Drowned Cities, il suo ultimo romanzo; è un altro Young Adult, ma visto il buon lavoro fatto con Ship Breaker

Dove si trovano?
Su Bookfinder si trovano, in epub e pdf, tutti i libri di Bacigalupi, con l’eccezione di The Alchemist e del recente Drowned Cities; su Library Genesis si trova anche The Alchemist. Ad oggi non mi risulta che alcuno dei suoi libri sia mai stato tradotto in italiano, quindi a chi non sa l’inglese ciccia.

Chi devo ringraziare?
Le prime curiosità verso The Windup Girl mi sono venute grazie alla lettura incrociata della recensione di Mr. Giobblin e di quella di Vanamonde. Ma questi articoli, da soli, non sarebbero bastati a fugare tutti i miei dubbi. Il merito principale va invece a Siobhàn, che ha letto il libro prima di me e mi ha assicurato che mi sarebbe piaciuto un botto. Be’, aveva ragione! ^-^

Bangkok

Qualche estratto
Per il primo estratto, non potevo esimermi dallo scegliere la presentazione della città di Bangkok attraverso gli occhi gelidi di Anderson Lake. Il secondo estratto è preso dalla prima apparizione di Emiko, ed è una breve panoramica del personaggio e delle sue quotidiane esibizioni al night club di Raleigh. Per sapere come vanno a finire le sue sexy disavventure, pigliatevi il libro!

1.
The cigarette’s burning tip reaches Anderson’s fingers. He lets it fall into traffic. Rubs his singed thumb and index finger as Lao Gu pedals on through the clogged streets. Bangkok, City of Divine Beings, slides past.
Saffron-robed monks stroll along the sidewalks under the shade of black umbrellas. Children run in clusters, shoving and swarming, laughing and calling out to one another on their way to monastery schools. Street vendors extend arms draped with garlands of marigolds for temple offerings and hold up glinting amulets of revered monks to protect against everything from infertility to scabis mold. Food carts smoke and hiss with the scents of frying oil and fermented fish while around the ankles of their customers, the flicker-shimmer shapes of cheshires twine, yowling and hoping for scraps.
Overhead, the towers of Bangkok’s old Expansion loom, robed in vines and mold, windows long ago blown out, great bones picked clean. Without air conditioning or elevators to make them habitable, they stand and blister in the sun. The black smoke of illegal dung fires wafts from their pores, marking where Malayan refugees hurriedly scald chapatis and boil kopi before the white shirts can storm the sweltering heights and beat them for their infringements.
In the center of the traffic lanes, northern refugees from the coal war prostrate themselves with hands upstretched, exquisitely polite in postures of need. Cycles and rickshaws and megodont wagons flow past them, parting like a river around boulders. The cauliflower growths of fa’ gan fringe scar the beggars’ noses and mouths. Betel nut stains blacken their teeth. Anderson reaches into his pocket and tosses cash at their feet, nodding slightly at their wais of thanks as he glides past.
A short while later, the whitewashed walls and alleys of the farang manufacturing district come into view. Warehouses and factories all packed together along with the scent of salt and rotting fish. Vendors scab along the alley lengths with bits of tarping and blankets spread above to protect them from the hammer blast of the sun. Just beyond, the dike and lock system of King Rama XII’s seawall looms, holding back the weight of the blue ocean.
It’s difficult not to always be aware of those high walls and the pressure of the water beyond. Difficult to think of the City of Divine Beings as anything other than a disaster waiting to happen. But the Thais are stubborn and have fought to keep their revered city of Krung Thep from drowning. With coal-burning pumps and leveed labor and a deep faith in the visionary leadership of their Chakri Dynasty, they have so far kept at bay that thing which has swallowed New York and Rangoon, Mumbai and New Orleans.

2.
Emiko traces her fingers through the wetness of bar rings. Warm beers sit and sweat wet slick rings, as slick as girls and men, as slick as her skin when she oils it to shine, to be soft like butter when a man touches her. As soft as skin can be, and perhaps more so, because even if her physical movements are all stutter-stop flash-bulb strange, her skin is more than perfect. Even with her augmented vision she barely spies the pores of her flesh. So small. So delicate. So optimal. But made for Nippon and a rich man’s climate control, not for here. Here, she is too hot and sweats too little.
[…] Kannika grabs her by the hair.
Emiko gasps at the sudden attack. She searches for help but none of the other patrons are interested in her. They are watching the girls on stage. Emiko’s peers are servicing the guests, plying them with Khmer whiskey and pressing their bottoms to their laps and running their hands over the men’s chests. And anyway, they have no love for her. Even the good-hearted ones—the ones with jaidee, who somehow manage to care for a windup like herself—will not step in.
Raleigh is talking with another gaijin, smiling and laughing with the man, but his ancient eyes are on Emiko, watching for what she will do.
Kannika yanks her hair again. “Bai!”
Emiko obeys, climbing down from her bar stool and tottering in her windup way toward the circle stage. The men all laugh and point at the Japanese windup and her broken unnatural steps. A freak of nature transplanted from her native habitat, trained from birth to duck her head and bow.
Emiko tries to distance herself from what is about to happen. She is trained to be clinical about such things. The crèche in which she was created and trained had no illusions about the many uses a New Person might be put to, even a refined one. New People serve and do not question. She moves toward the stage with the careful steps of a fine courtesan, stylized and deliberate movements, refined over decades to accommodate her genetic heritage, to emphasize her beauty and her difference. But it is wasted on the crowd. All they see are stutter-stop motions. A joke. An alien toy. A windup.
They have her strip off her clothes.
Kannika flicks water onto her oiled skin. Emiko glistens with water jewels. Her nipples harden. The glow worms twist and writhe overhead, sending out phosphorescent mating light. The men laugh at her. Kannika slaps her hip and makes her bow. Slaps her ass hard enough to burn, tells her to bow lower, to make obeisance to these small men who imagine themselves to be the vanguard of some new Expansion.
The men laugh and wave and point and order more whiskey. Raleigh grins from his place in the corner, the fond elder uncle, happy to teach these newcomers—these small corporate men and women high on fantasies of multinational profiteering—the ways of the old world. Kannika motions that Emiko should kneel.
A black-bearded gaijin with the deep tan of a clipper ship sailor watches from inches away. Emiko meets the man’s eyes. He stares intently, as if he is examining an insect under a magnifying class: fascinated, and yet also repulsed. She has the urge to snap at him, to try to force him to look at her, to see her instead of simply evaluating her as a piece of genetic trash. But instead she bows and knocks her head against the teak stage in subservience while Kannika speaks in Thai and tells them Emiko’s life story. That she was once a rich Japanese plaything. That she is theirs now: a toy for them to play with, to break even.
And then she grabs Emiko’s hair and yanks her up. Emiko gasps as her body arches. She catches a glimpse of the bearded man staring in surprise at the sudden violent gesture, at her abasement. A flash of the crowd. The ceiling with its glow worm cages. Kannika drags her further back, bending her like willow, forcing her to thrust her breasts out to the crowd, to arch further still, to spread her thighs as she struggles not to topple sideways. Her head touches the teak of the stage. Her body forms a perfect arc. Kannika says something and the crowd laughs. The pain in Emiko’s back and neck is extreme. She can feel the crowd’s eyes on her, a physical thing, molesting her. She is utterly exposed.
Liquid gushes over her.
She tries to rise, but Kannika presses her down and dumps more beer in her face. Emiko gags and splutters, drowning. Finally Kannika releases her and Emiko jerks upright, coughing. Liquid foams down her chin, spills down her neck and breasts, trickles to her crotch.
Everyone is laughing.

Tabella riassuntiva

Serratissima trama politica vista da quattro diversi punti di vista. All’inizio è un po’ spaesante.
Bangkok è una città viva e pulsante, che odora di confucianesimo! La tecnologia a molla è poco credibile.
Cinismo e ambiguità morale a go-go.
Emiko è tanto carina!

(1) Ancora poco tempo fa, certuni di questi geni affermavano che gli scrittori italiani dovrebbero scrivere di più dell’Italia e del folklore italiano, e/o ispirarsi ai generi italiani di maggior successo come il poliziesco; allora sì che gli italiani avrebbero finalmente successo! Ah, dannati esterofili!Torna su

I Consigli del Lunedì #27: The Blue World

The Blue WorldAutore: Jack Vance
Titolo italiano: Pianeta d’acqua
Genere: Science-Fantasy / Avventura
Tipo: Romanzo

Anno: 1966
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 190 ca.

Difficoltà in inglese: **

Sono passate dodici generazioni da quando una nave spaziale terrestre è precipitata sul pianeta. Un pianeta povero di metalli e privo di terraferma, le cui infinite distese d’acqua sono spezzate solamente da piccoli arcipelaghi di giunchi, ninfee ed altre piante. I terrestri hanno dovuto adattarsi al nuovo ambiente, costruendo case e villaggi sulle ninfee, e creando barriere e reti sottomarine con i giunchi per intrappolare le spugne commestibili. Ma la loro non è un’esistenza libera. Le acque del pianeta sono infestate dai kragen1, violente creature simili a calamari ma con un’intelligenza quasi umana. Per avere protezione dai kragen, si sono sottomessi a uno di loro, fornendogli quote sempre maggiori di cibo – ma a furia di essere viziato King Kragen è diventato gigantesco, sempre più vorace e più aggressivo.
Sklar Hast non ci sta. Sklar è stato addestrato come assistente Hoodwink del suo villaggio, ossia come manovratore delle complicate torri di comunicazione che permettono di inviare messaggi a lunga distanza e comunicare con gli altri villaggi. Grazie alla sua abilità, Sklar poteva aspirare a sostituire presto il vecchio maestro di gilda, ma ora ha gettato il suo futuro alle ortiche mettendosi contro King Kragen. Perché andare contro il kragen significa andare contro la tradizione; contro il sindaco e contro la gilda dei sacerdoti, l’unico canale comunicativo tra gli esseri umani e le bestie marine. E significa mettere in gioco non solo la propria vita, ma anche quella dei propri cari, perché King Kragen è vendicativo, e la sua ira si abbatterà su coloro che osano sfidarlo. Chi pagherà per le scelte di Sklar? E chi vincerà nella lotta tra uomo e bestia?

Non c’è dubbio che Jack Vance sia un autore di seconda fascia. Oltre ad avere una prosa di qualità che nella migliore delle ipotesi possiamo dire mediocre, raramente le sue idee e i temi centrali delle sue storie hanno quella genialità o fascino che le rendono memorabili. Ciononostante, Vance è un’autore generalmente facile e leggero da leggere, senza essere stupido, e quando sono scazzato non mi dispiace prendere in mano una delle sue novellas o dei suoi romanzi brevi. Tra quelli che ho letto, The Blue World è sicuramente il migliore.
The Blue World è infatti un affascinante what if ambientale: come farebbero degli esseri umani, completamente tagliati fuori dal resto della loro specie, a sopravvivere in un pianeta quasi completamente ricoperto d’acqua? E che assetto prenderebbe la loro società? Visto che si sta avvicinando la scadenza del concorso Hydropunk di Giobblin, mi piace l’idea di dedicare un ultimo articolo all’argomento “mondi sommersi”. Chissà che qualche ritardatario non trovi proprio qui le suggestioni che stava cercando, o qualche piccola idea per dare il tocco finale al suo racconto.

Liberate il kraken!

Uno sguardo approfondito
Basta leggere poche righe per farsi un’idea dell’incompetenza tecnica di Vance. Il quadro dell’anti-immersività è completo: tanto per cominciare il narratore onnisciente, che alla maniera di un prosatore dell’Ottocento parte da una panoramica generale del mondo d’acqua per poi andare progressivamente a stringere, prima sul villaggio dei personaggi principali, Tranque Float, quindi sulla gilda degli Hoodwink e infine sul protagonista. E a braccetto con l’onnisciente, come in genere accade, troviamo l’abuso di infodump e raccontato.
Vance infatti non si fa problemi a spendere pagine e pagine per raccontarci in modo statico e astratto come funziona la vita sulle ninfee del pianeta d’acqua. E se un romanzo ben scritto dovrebbe essere una successione di scene mostrate, collegate al limite da brevi intermezzi raccontati, qui le proporzioni sono invertite: solo nei momenti climatici (e nemmeno sempre!) Vance si degna di abbassare la telecamera a livello dei suoi personaggi e mostrare la scena, mentre il grosso del romanzo è costituito da grossi riassuntoni raccontati.
Il raccontato naturalmente investe anche la caratterizzazione dei personaggi, appiattendola. Ogni nuovo personaggio è introdotto con la spiegazione di chi sia e cosa faccia, e in genere è accompagnato da una serie di aggettivi che lo descrivono. Ecco per esempio com’è presentato il protagonista:

A relatively young man, Sklar Hast had achieved his status by the simplest and most uncomplicated policy imaginable: With great tenacity he strove for excellence and sought to instill the same standards into the apprentices. He was a positive and direct man, without any great affability, knowing nothing of malice or guile and little of tact or patience. The apprentices resented his brusqueness but respected him; Zander Rohan considered him overpragmatic and deficient in reverence for his betters — which was to say, himself. Sklar Hast cared nothing one way or the other.

Altra conseguenza inevitabile di questo stile è che ci viene detto cosa pensare di ognuno dei personaggi; il lettore non può farsi un’idea propria, perché tutto è filtrato dal punto di vista assoluto dell’Autore. Il che è un peccato, dato che alcuni dei comprimari avevano caratteristiche che potevano renderli personaggi molto interessanti: il maestro Hoodwink Zander Rohan, che pur essendo una brava persona teme per la propria età e non riesce ad accettare di essere sostituito nella guida della gilda; sua figlia Meril, che fa da contraltare al pragmatismo del protagonista con il suo desiderio di riscoprire le radici del loro popolo e combatte una lotta solitaria per la conoscenza; il sacerdote Semm Voiderveg, garante della tradizione e del mantenimento di buoni rapporti con King Kragen.

Seline, sempre allegra e curiosa; Naomi, vivace ma equilibrata; e Sklar Hast, diretto e concreto, era considerato troppo pragmatico e irrispettoso.

Il raccontato diminuisce di molto anche il potenziale di conflitto della storia. E dire che The Blue World si presterebbe ad essere un romanzo denso di ambiguità morale e domande spinose. Sklar Hast, come molti protagonisti vanciani, non è un paladino della giustizia; è una persona pragmatica e razionale, i cui obiettivi personali possono collateralmente essere di beneficio per l’intera comunità. Forse: perché nel tentativo di liberare la sua gente dal kragen, Sklar li sta di fatto mettendo in pericolo. La posizione dei tradizionalisti, o almeno, di alcune sue frange – meglio continuare a pagare l’obolo e guadagnare un po’ meno piuttosto che rischiare tutto e perdere tutto – non è così insensata. Spesso la liceità delle azioni di Sklar e del suo programma rivoluzionario appare ambiguo.
Se la storia fosse “mostrata”, ogni lettore potrebbe farsi la propria idea e prendere posizione: hanno ragione i rivoluzionari o i tradizionalisti? O c’è una terza via? Invece Vance ci dice, di fatto, cosa pensare. Quando Sklar pensa male di qualcuno, potete star certi che ha ragione e che quel qualcuno è un cattivo. L’intera struttura del romanzo sembra tesa a dividere in modo manicheo i “buoni” dai “cattivi”: da una parte i pragmatici e i coraggiosi, dall’altra i pavidi, gli illusi, e i farabutti. Assenti anche conflitti interiori: Sklar avrà occasionalmente qualche dubbio o esitazione (molto di rado), ma in generale i personaggi viaggiano come treni, monolitici nelle proprie idee.

La prima cosa che riscatta The Blue World è il fascino dell’ambientazione. Vance si è seriamente chiesto come potrebbe sopravvivere una civiltà terrestre in un mondo così povero di risorse. Sul pianeta d’acqua, tutto può diventare una risorsa. Quando qualcuno muore, il suo scheletro viene pulito e le sue ossa utilizzate per i fini più diversi: per foggiare coltelli, lance e frecce, o strumenti più innocui come pettini. I giunchi più resistenti vengono utilizzati per edificare le torri di comunicazione, un’invenzione particolarmente affascinante.
In cima a pilastri alti dai venti ai trenta metri, una cupola ospita il maestro hoodwink e i suoi assistenti, che manovrano attraverso lunghi bastoni fissati alla torre due pannelli divisi in nove quadrati più piccoli. I pannelli sono dotati di lampade, e attraverso delle corde gli hoodwink possono alzare o abbassare scuri che aprono e chiudono i nove riquadri: in questo modo a ogni istante i due pannelli, come semafori di segnalazione, possono lanciare tutta una serie di messaggi a seconda di quali scuri sono aperti e quali chiusi. L’apprendista hoodwink impiega anni a imparare e approfondire il linguaggio dei pannelli.
Nonostante la tecnologia primitiva, i villaggi del pianeta d’acqua possono così comunicare tra loro a grande distanza.
E questo non è che l’inizio. Per combattere il kragen, i rivoluzionari avranno bisogno di nuovi strumenti e nuova tecnologia, ma come ricavare, per esempio, grosse quantità di ferro, in un mondo d’acqua e giunchi? Be’, a sentire Vance una soluzione c’è – ed è assurda e geniale al tempo stesso. Non voglio rovinarvi il divertimento: andatevele a leggere.

Linguaggio semaforico

La magia del linguaggio semaforico.

Carina anche la società disegnata da Vance. Oltre a una serie di casate principali, la gente del pianeta d’acqua è divisa in caste a seconda del mestiere d’appartenenza. Queste gilde sono organizzate in un modo che ricorda le corporazioni medievali: ogni villaggio ha un capogilda nella figura del maestro, l’anziano nonché il più esperto praticante del proprio mestiere; ogni maestro si sceglie una serie di apprendisti e assistenti, uno dei quali lo sostituirà quando sarà diventato troppo anziano per continuare. La mobilità è ridotta: generalmente, il figlio di un mercante o di un hoodwink farà lo stesso mestiere del padre.
Divertenti i nomi che Vance ha scelto per la maggior parte delle caste: la gilda dei Truffatori ha il monopolio della pesca, mentre i tintori appartengono spesso alla casta dei Peculatori; le Canaglie sovrintendono la costruzione delle barriere per catturare le spugne, mentre i Ladri costruiscono le torri degli Hoodwink. La cosa ha anche un senso e, benché molte ‘rivelazioni’ siano abbastanza telefonate, è bello seguire la graduale scoperta, da parte dei protagonisti, dell’origine delle colonie del pianeta d’acqua.

Inoltre bisogna ammettere che, pur con tutti i suoi difetti, la scrittura di Vance ha un pregio: il ritmo. The Blue World non si perde in pretese di letterarietà, come il suo collega della settimana scorsa; la trama è lineare e diretta, e non c’è posto per alcunché che non muova la storia o le relazioni tra i personaggi. I dialoghi, benché privi dell’istrionismo comico di altre opere di Vance – mancanza dovuta in parte alla serietà del protagonista e del tema centrale del romanzo – sono vivaci. Gli avvenimenti si succedono a ritmo rapido, e l’intero romanzo si può tranquillamente leggere in due-tre giorni. Gli scontri tra i piccoli abitanti del pianeta d’acqua e l’apparentemente invincibile King Kragen sono sinceramente affascinanti, e pieni di tensione; le ‘soluzioni’ trovate dai rivoluzionari per combattere la bestia sono sempre sensate, e il lettore non si sente mai tradito. Tutto questo – fatti salvi i difetti sopra elencati – rende The Blue World un buon romanzo d’avventura.
Insomma, siamo lontani dal capolavoro, ma il romanzo di Vance resta una lettura piacevole e intelligente. Lo penalizzano una scrittura anti-immersiva, la mancanza di ambiguità morale, le occasioni di conflitto sprecate e l’eccessiva linearità della trama; ma i contenuti sono interessanti. In particolare, Jack Vance ha un vantaggio su una scrittrice assai blasonata da noi, Ursula K. LeGuin: pur giocando sullo stesso terreno – lo science-fantasy dal taglio etnografico – Vance è più vivace e più fantasioso della LeGuin, ed è privo del fastidioso afflato didattico di quest’ultima. Gli amanti della LeGuin potrebbero sentirsi a casa con un romanzo di Vance, e in particolare con questo The Blue World.
La lettura è consigliata in particolare a chi partecipi o voglia partecipare al concorso Hydropunk.

Vance VS LeGuin

“A noi due, Ursula.”

Dove si trova?
Purtroppo, The Blue World non si trova né su Bookfinder né su Library Genesis; Dago mi conferma però che si può recuperare sul canale #books di irchighway, tramite mIRC. In alternativa, si può comprare su Amazon: ci sono due edizioni kindle differenti, quella della Gollancz a 6,49 Euro e quella di una certa Spatterlight Press a 4,78 Euro. Non so dire se quella che costa di meno sia formattata altrettanto bene.
Quanto a un’edizione italiana: esistere esiste, ma sul Mulo non l’ho trovata.

Su Jack Vance
Oltre alle Tales of the Dying Earth, la gargantuesca raccolta di romanzi e racconti sulla Terra morente di cui ho parlato lo scorso Marzo nel Consiglio #15, nel corso di quest’anno ho letto tutta una serie di romanzi science-fantasy autoconclusivi di Vance. Il giudizio globale non è molto positivo, e va dal “bleah” al “meh” con qualche occasionale punta di “carino”.
I libri di Vance sono il solito compendio di incompetenza tecnica, dalle paginate di riassuntoni raccontati alle valanghe di infodump (a volte messi in nota!), dal narratore onnisciente ai personaggi di cartone. E dire che potenzialmente molte delle sue storie avrebbero anche le premesse per essere fighe (e qualche volta queste potenzialità sono ciò che li salvano). Ma vediamoli più nel dettaglio:
The Languages of Pao The Languages of Pao (I linguaggi di Pao) è un romanzo d’avventura e intrighi politici. L’idea centrale del libro, ispirata alla teoria antropologica di Sapir-Whorf, sarebbe che il linguaggio di un popolo influenza pesantemente il modo in cui questo vede la realtà, e che attraverso la modificazione di questo linguaggio, anche i suoi rapporti con essa cambieranno. Per spodestare dal trono di Pao l’usurpatore Bustamonte, Lord Palafox tenterà di addestrare i remissivi abitanti del pianeta alla rivolta, insegnando a gruppi di essi diversi tipi di linguaggi specializzati in varie direzioni (il linguaggio dei guerrieri, quello dei tecnici, quello degli strateghi). L’idea sarebbe anche interessante, ma lo stile è talmente raccontato e osceno da non convincere. I continui colpi di scena, i personaggi inconsistenti e l’incapacità di gestire le scene della storia fanno completamente deragliare il romanzo.
The Dragon Masters The Dragon Masters è una breve novella ambientata su un pianeta arretrato, roccioso e povero di risorse. La società è divisa in un manipolo di clan che si combattono con l’ausilio di “draghi”, creature bioingegnerizzate in vari modi e semi-intelligenti. Ciclicamente, il pianeta viene attaccato da invasori stellari che è sempre più difficile respingere, e il capoclan Joan Banbeck teme che il ciclo sia lì lì per ricominciare… Una storia con poche pretese e raccontata male, ma alcune rivelazioni sulla natura dei draghi e dell’esercito degli alieni invasori sono interessanti. Mediocre.
The Last Castle The Last Castle è una novella tragicomica su una Terra spopolata del remoto futuro. I pochi terrestri rimasti si sono arroccati in castelli e conducono una vita da aristocratici decadenti, serviti dagli ottusi Meks. Ma quando i Meks si ribelleranno senza apparente motivo e cominceranno ad abbattere uno ad uno i castelli, i gentiluomini non sapranno più cosa fare e precipiteranno nel panico e nell’autonegazione. La storia sarebbe anche divertente, se non fosse scritta così male (sembra quasi il riassunto di un romanzo, invece che un romanzo!), e alcuni scambi sono molto divertenti, ma si tratta di un’altra novella con poche pretese.
Emphyrio Emphyrio è un bildungsroman d’avventura, in cui un giovane figlio di artigiano del pianeta Halma – Ghyl Tarvoke – si imbarcherà in un viaggio per conoscere l’universo, vivere una vita piena e, an passant, sventare un complotto distopico. Halma è infatti un pianeta di eguali, in cui vige una sorta di capitalismo di stato: la maggior parte della popolazione è costituita da piccoli artigiani autonomi, il cui unico datore di lavoro sono le corporazioni governative e che ricevono lo stipendio in base alla qualità dei loro prodotti. Un grande inganno viene perpetrato alle spalle di questi artigiani, ma loro non lo sanno, perché attraverso un’ideologia di modestia e umiltà il governo limita i loro movimenti e li forza a non lasciare il pianeta. L’ambientazione sarebbe anche interessante, ma lo stile clueless e la piattezza di molti personaggi ne fanno un romanzo mediocre.
Nota curiosa: benché questi romanzi non facciano parte di un ciclo, teoricamente potrebbero anche appartenere tutti (compreso The Blue World) a un universo condiviso! Infatti nessuno dei romanzi sembra contraddire gli altri, e ognuno è ambientato su un pianeta diverso.

Qualche estratto
Il primo estratto è preso dalle prime pagine del romanzo, ed è un lungo infodump sul funzionamento delle torri di comunicazione e sulla casta degli Hoodwink che le fa funzionare; incidentalmente, mostra anche lo stile onnisciente e statico di Vance, e come dal campo lungo della storia della gilda il narratore vada a stringere sul protagonista. Il secondo invece mostra una scena d’azione, ossia il primo scontro aperto tra Sklar e King Kragen.

1.
Another caste, the Larceners, constructed the towers, which customarily stood sixty to ninety feet high at the center of the float, directly above the primary stalk of the sea-plant. There were usually four legs of woven or laminated withe, which passed through holes in the pad to join a stout stalk twenty or thirty feet below the surface. At the top of the tower was a cupola, with walls of split withe, a roof of varnished and laminated pad-skin. Yardarms extending to either side supported lattices, each carrying nine lamps arranged in a square, together with the hoods and trip-mechanisms. Within the cupola, windows afforded a view across the water to the neighboring floats — a distance as much as the two miles between Green Lamp and Adelvine, or as little as the quarter-mile between Leumar and Populous Equity.
The Master Hoodwink sat at a panel. At his left hand were nine tap-rods, cross-coupled to lamp-hoods on the lattice to his right. Similarly the tap-rods at his right hand controlled the hoods to his left. By this means the configurations he formed and those he received, from his point of view, were of identical aspect and caused him no confusion. During the daytime the lamps were not lit and white targets served the same function. The hoodwink set his configuration with quick strokes of right and left hands, kicked the release, which there-upon flicked the hoods, or shutters, at the respective lamps or targets. Each configuration signified a word; the mastery of a lexicon and a sometimes remarkable dexterity were the Master Hoodwink’s stock in trade. All could send at speeds almost that of speech; all knew at least five thousand, and some six, seven, eight, or even nine thousand configurations. The folk of the floats could in varying degrees read the configurations, which were also employed in the keeping of the archives (against the vehement protests of the Scriveners), and in various other communications, public announcements, and messages.
On Tranque Float, at the extreme east of the group, the Master Hoodwink was one Zander Rohan, a rigorous and exacting old man with a mastery of over seven thousand configurations. His first assistant, Sklar Hast, had well over five thousand configurations at his disposal; precisely how many more he had never publicized.

Chi ha liberato il kraken?

2.
Sklar Hast pointed. “The vile beast of the sea plunders us. I say we should kill it, and all other kragen who seek to devour our sponges!”
Semm Voiderveg emitted a high-pitched croak. “Are you insane? Someone, pour water on this maniac hoodwink, who has too long focused his eyes on flashing lights!”
In the lagoon the kragen tore voraciously at the choicest Belrod sponges, and the Belrods emitted a series of anguished hoots.
“I say, kill the beast!” cried Sklar Hast. “The king despoils us; must we likewise feed all the kragen of the ocean?”
“Kill the beast!” echoed the younger Belrods.
Semm Voiderveg gesticulated in vast excitement, but Poe Belrod shoved him roughly aside. “Quiet, let us listen to the hoodwink. How could we the kragen? Is it possible?”
“No!” cried Semm Voiderveg. “Of course it is not possible! Nor is it wise or proper! What of our covenant with King Kragen?”
“King Kragen be damned!” cried Poe Belrod roughly. “Let us hear the hoodwink. Come then: do you have any method in mind by which the kragen can be destroyed?”
Sklar Hast looked dubiously through the dark toward the great black hulk. “I think yes. A method that requires the strength of many men.”
Poe Belrod waved his hand toward those who had come to watch the kragen. “Here they stand.”
“Come,” said Sklar Hast. He […] led the way to a pile of poles stacked for the construction of a new storehouse. Each pole, fabricated from withes laid lengthwise and bound in glue, was twenty feet long by eight inches in diameter and combined great strength with lightness. Sklar Hast selected a pole even flicker — the ridge beam. “Pull this pole forth, lay it on trestle!”
While this was being accomplished, he looked about and signaled Rudolf Snyder, a Ninth, though a man no older than himself of the long-lived Incendiary Caste, which now monopolized the preparation of fiber, the laying of rope and plaits. “I need two hundred feet of hawser, stout enough to lift the kragen. If there is none of this, then we must double or redouble smaller rope to the same effect.”
Rudolf Snyder took four men to help him and brought rope from the warehouse.
Sklar Hast worked with great energy, rigging the pole in accordance with his plans. “Now lift! Carry all to the edge of the pad!”
Excited by his urgency, the men shouldered the pole, carried it close to the lagoon, and at Sklar Hast’s direction set it down with one end resting on the hard fiber of a rib. The other end, to which two lengths of hawser were tied, rested on a trestle and almost overhung the water. “Now,” said Sklar Hast, “now we kill the kragen.” He made a noose at the end of a hawser, advanced toward the kragen, which watched him through the rear-pointing eyes of its turret. Sklar Hast moved slowly, so as not to alarm the creature, which continued to pluck sponges with a contemptuous disregard.
Sklar Hast approached the edge of the pad. “Come, beast!” he called. “Ocean brute! Come closer. Come.” He bent, splashed water at the kragen. Provoked, it surged toward him. Sklar Hast waited, and just before it swung its vane, he tossed the noose over its turret. He signaled his men. “Now!” They heaved on the line, dragged the thrashing kragen through the water. Sklar Hast guided the line to the end of the pole. The kragen surged suddenly forward; in the confusion and the dark the men heaving on the rope fell backward. Sklar Hast seized the slack and, dodging a murderous slash of the kragen’s fore-vane, flung a hitch around the end of the pole, he danced back. “Now!” he called. “Pull, pull! Both lines! The beast is as good as dead!”

Tabella riassuntiva

Una colonia terrestre che deve reinventarsi in un pianeta d’acqua. Narratore onnisciente e prosa anti-immersiva.
Ritmo vivace e plot-oriented, senza deragliamenti. Personaggi di cartone.
Tante piccole trovate geniali. Morale prescritta dall’alto e occasioni di conflitto mancate.

(1) Così nel testo. Non so se si tratti di una variante attestata del più noto “kraken”, o se si tratti di un’invenzione di Jack Vance; fatto sta che i mostri marini di The Blue World si chiamano “kragen” e non “kraken”.Torna su

Bonus Track: Clockwork Girl

Clockwork GirlAutore: Athena Villaverde
Titolo italiano: –
Genere: Fantasy / Fairytale Fantasy / Bizarro Fiction
Tipo: Raccolta di tre novellas

Anno: 2011
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 143

Difficoltà in inglese: **

Cat è una ragazza bruco. Un giorno diventerà una bellissima farfalla, ma nel frattempo conduce una vita da emarginata nel suo liceo, derisa dalle tiratissime ragazze-coccinella e segretamente innamorata di Lilith, stupenda ragazza-ragno che chiunque vorrebbe nel proprio letto. Finché, un bel giorno, Lilith sembra accorgersi di lei. Peccato che le ragazze-ragno abbiano questa sgradevole tendenza a uccidere e mangiare i loro amanti nel bel mezzo del rapporto.
Pichi invece è una ragazza a molla: hanno preso il cervello di una bambina sfortunata e l’hanno messo in un corpo meccanico. I genitori di Marisol gliel’hanno regalata per Natale, perché imparasse a prendersi delle responsabilità; ogni giorno, infatti, Pichi dev’essere ricaricata, altrimenti i suoi ingranaggi smettono di girare e muore. Per ora, Pichi e Marisol sono grandi amiche e si vogliono bene. Ma cosa succederà se la padroncina dovesse stufarsi di lei?
Maya, infine, è una ragazza alveare. E’ la più bella e la più brava ballerina di tango di Buenos Aires, e danzare con lei è il più grande dei privilegi. Ma anche la più pericolosa delle prove: basta il più piccolo errore, e le api che vivono tra i capelli e nei pori della pelle di Maya cominciano a innervosirsi – e una corsa all’ospedale potrebbe non essere il destino peggiore per il malcapitato.

“Caterpillar Girl”, “Clockwork Girl” e “Beehive Girl” sono i tre racconti lunghi che compongono questa raccolta di Bizarro al femminile. Tre storie che uniscono un’ambientazione abbastanza normale e realistica a una vena fantastica, immerse in un’atmosfera e in un timbro fiabesco. Tre storie d’amore, anche se un po’ insolite (e un filino morbose, come piacciono a me).
Mi vengono in mente un sacco di ragioni per leggere Clockword Girl. Perché la Villaverde è una ragazza carina che scrive Bizarro. Perché è raccomandato da Mellick, suo mentore e content editor. Perché è pieno di lesbicate. Perché Gamberetta ha parlato in modo (abbastanza) positivo del suo romanzo d’esordio. Perché la Villaverde scrive bene, e i tre racconti volano in una giornata. Se queste ottime (?) argomentazioni non vi hanno ancora persuaso, entriamo nel dettaglio.

Athena Villaverde

Awwww! Ma non è carina?

Uno sguardo approfondito
L’influenza di Mellick nello stile della Villaverde si riconosce subito: dalla costruzione dei capitoli, che sono tanti e molto brevi (da una a sei pagine), al timbro narrativo leggero e scanzonato, sia che si parli di cose quotidiane, sia che si parli di gente ammazzata o stupri e via dicendo, al gusto per il sesso strano. Entrambi condividono anche l’approccio ‘libero’ allo “Show, don’t Tell”: a scene descritte in modo concreto e preciso si alternano molti passaggi raccontati, in cui la Villaverde spiega la vita quotidiana delle sue protagoniste e il loro mondo. L’uso della terza persona invece che della prima in due dei tre racconti (contrariamente a quel che fa di solito Mellick) rende questi infodump un po’ meno eleganti, e talvolta il ritmo ne risente; ma devo ammettere che il raccontato non stona troppo con l’approccio fiabesco della raccolta. Quanto alla gestione del pov, a parte qualche sporadico passaggio confuso la Villaverde lo tiene sempre ancorato alla sua protagonista.
Fatto questo preambolo, diamo un’occhiata più da vicino ai tre racconti.

“Caterpillar Girl” è sicuramente il più debole della raccolta, nonché il meno bizzarro. Stringi stringi, è una storia romantica-scolastica adolescenziale, di quelle che rievocano nella nostra mente decine e decine di teen movie o telefilm americani. Il gioco di reimmaginare i ragazzi della scuola come insetti antropomorfi e di associare a ogni tipo di insetto un gruppo sociale è carino – e alcuni sono bellissimi: le mantidi religiose, per esempio, sono il gruppo cristiano militante – ma si tratta solo di fronzoli, perché il canovaccio è quello classico e il 90% della storia avrebbe funzionato identica anche con personaggi completamente umani. Non aiutano nell’immersione i continui riferimenti a marchi e mode del nostro mondo, dalle carte Magic ai gruppi goth-punk, passando per le citazioni “colte” tipo quelle dei libri di Anais Nin (di cui a quanto pare Cat e Lilith sono avide lettrici).
In tutto questo, l’unico elemento davvero alieno è l’istinto assassino di Lilith: una ragazza normale non potrebbe mai estroflettere un arto dall’addome per trafiggere il petto dell’amante e succhiargli via la vita. Le scene di sesso sono anche quelle meglio riuscite – materiche, appiccicose, con la giusta miscela di eccitazione e orrore – e in particolare quella finale vale da sola la lettura del racconto, benché un po’ melodrammatica. In generale, purtroppo, “Caterpillar Girl” mi è parso un racconto adolescenziale, non solo nell’ambientazione ma anche nella sostanza.

Caterpillar

Un giorno diventerà una bellissima farfalla.

La qualità della raccolta si impenna però col secondo racconto, il “Clockwork Girl” che dà il nome al libro. E’ il più lungo – 55 pagine – e anche quello più bello. Il racconto gioca tutto sul contrasto tra il mondo di fiaba della ragazza a molla e la dura realtà: da una parte Pichi, il cui amore assoluto per la padroncina Marisol e la volontà di essere come lei ricorda l’imprinting delle papere di Lorenz, “programmata” per voler sempre giocare e divertirsi e non crescere mai, e dall’altra la triste verità che nessun giocattolo dura per sempre.
Ho molto apprezzato che Marisol venisse presentata come una brava bambina – sinceramente indignata dallo scoprire che trasformino le ragazzine in giocattoli e che i suoi genitori le abbiano appioppato una tale responsabilità senza interpellarla – invece che come il solito cliché della ragazzina viziata. Se fossimo in un racconto di Gamberetta, forse il loro rapporto avrebbe subito preso una piega sadica e grottesca. Invece, seppure meno violento, è molto più triste vedere come si sfaldi il rapporto, cominciato nel migliore dei modi, tra giocattolo e padroncina.
Smettere di leggere questo racconto è praticamente impossibile, dato il continuo crescendo di tensione e di pericolo per la protagonista. Peccato che le ultime dieci-quindici pagine siano invece sottotono, e del tutto anticlimatiche.
Il finale vero e proprio, in particolare, stona col resto del racconto e sa un po’ di fregatura: se tutta la storia verteva sulla progressiva presa di coscienza che la realtà non è come le fiabe, allora la conclusione puzza un po’ troppo di bella fiaba.

“Beehive Girl”, l’ultimo racconto, è di sicuro quello scritto meglio, benché l’abbia trovato meno affascinante di “Clockwork Girl”. La storia è raccontata in prima persona da un ballerino di tango senza nome, e tutta l’azione della novella si svolge nel breve spazio di una serata al club di tango. Gli infodump ci sono ancora, ma sono filtrati dalla voce narrante del protagonista, e sono ben inframezzati con le scene d’azione nel presente. La tensione interiore del protagonista è palpabile: da una parte il desiderio di chiedere a Maya di ballare, di dimostrare di essere un bravo tanguero e di far colpo su di lei prima che qualcuno gliela soffi; dall’altro, il terrore di commettere un errore nella danza, di essere sfigurato dalle api e perdere per sempre il rispetto di Maya.
La sfida di tango (se così possiamo chiamarla) è scritta molto bene: le figure sono semplici da seguire anche per chi, come me, non le conosce; ogni momento la tensione sale; e la Villaverde riesce a trasmetterci alla perfezione l’odio feroce che il protagonista prova per Rachel. Pensate che a me del tango non me n’è mai fregato di meno – ciononostante, “Beehive Girl” è riuscito ad appassionarmi!
Unica nota dubbia: il finale. Non posso dire che sia brutto, però diciamo che è un po’ sfasato rispetto al resto del racconto; sembra che la Villaverde non sapesse come concludere.

Tango

In conclusione, Clockwork Girl è una bella raccolta di Bizarro soft, benché afflitta da una certa ingenuità e da una certa indulgenza verso i sogni adolescenziali. Lo stile non è perfetto, ma per essere una quasi-esordiente si tratta di un ottimo risultato; soprattutto se lo paragoniamo agli esordienti nostrani. In ogni caso, funziona nei punti importanti: ci si immerge subito nella vicenda e ci si fa trascinare dagli eventi. C’è sempre qualcosa a impegnare la mente del lettore, e difficilmente viene voglia di chiudere il libro. Le tre storie della Villaverde emozionano e qualche volta eccitano. Non so se me le ricorderò ancora tra cinque anni, ma penso di sì.
Sono anche facili da leggere: l’inglese è abbastanza semplice (forse un attimo più complesso dello Young Adult medio), l’ambientazione è più realistica che fantastica, e attinge molto al quotidiano, perciò chiunque dovrebbe immedesimarsi e orientarsi con facilità. Di certo io continuerò a tenere d’occhio la Villaverde, di cui la Eraserhead dovrebbe pubblicare presto un nuovo romanzo.

Dove si trova?
Ahimé, bisogna penare per leggere Clockwork Girl: non solo non si trova sui circuiti pirata, ma la Eraserhead non ha neppure pensato di rilasciarne una versione digitale. Tocca comprare quella di carta – che se, per essere cartacea, costa pure poco (solo 8,40 Euro), è comunque una bella spesa per chi come me si è ormai abituato ai prezzi bassi dell-ebook.
Quelli della Eraserhead dovrebbero seriamente rivedere le loro strategie di vendita.

Chi devo ringraziare?
Ho scoperto dell’esistenza della Villaverde leggendo l’articolo di Gamberetta dedicato al Bizarro, in cui recensisce il suo romanzo d’esordio Starfish Girl – sì, questo articolo devo averlo linkato fino alla nausea, ma mettete caso che uno si “colleghi” solo adesso…
Continuo a rimanere scettico su Starfish Girl e non l’ho ancora letto, ma potrei farlo in futuro. Magari dipenderà da come troverò il prossimo romanzo della Villaverde.

Imprinting

Non va mai a finire bene.

Qualche estratto
Con il primo estratto, preso da “Caterpillar Girl”, ho cercato di ingraziarmi il pubblico: una bella scena di sesso morbosa + voyeurismo bonus! Il secondo estratto, tratto da “Clockwork Girl”, mostra lo stile fiabesco, volutamente infantile del secondo racconto (d’altronde il punto di vista è di una bambina-giocattolo…).

1.
Lilith wrapped her hands around his shoulders and jumped up onto him, her strong thighs gripping his torso. He stumbled back a little, before regaining his balance as Lilith crushed her berry-colored lips against his black lipstick mouth.
She thrust her hips against his while he gripped her ass. Then she forced him down to thew ground, his blue wings spreading wide beneath them like a blanket.
She fumbled with the zipper to his jeans before yanking his pants down around his ankles.
Lifting her skirt, her legs intertwined with his as she straddled him. Her long black hair veiled his face like a spider web. She gripped the back of his throat and tugged on the clasp of the dog collar, tightening it.
His indigo eyelids fluttered, his long eyelashes tickling her cheek. She kissed him on his lipstick-smeared mouth and he let out a deep moan and slid his hands up her firm belly to stroke her breasts underneath her shirt.
Cat had never seen two people have sex before. It made her feel weird, but while watching the two of them she found herself wondering what it would feel like to kiss Lilith.
She inhaled smoke slowly from her cigarette and let it roll around on her tongue imagining it a kiss.
The boy closed his eyes. Lilith pushed hwer stomach harder against him and extended a long pointed appendage from her abdomen. Without the boy being aware, she gently pierced him in the chest. A thick red liquid pumped through the sharp tip and under the boy’s skin.
Cat stood there motionless. The ash on the end of her cigarette grew longer and then dropped off and landed on the top of her boot. She couldn’t tear her eyes away from Lilith. It was the most intimate thing she’d ever witnessed. She wasn’t grossed out or afraid, even though Lilith’s body was covered in blood. Lilith wore a smile unlike any Cat had ever seen her make before. There was an ecstatic look in her eyes, her skin glistened.
The blue boy’s chest heaved as he struggled to breathe. His chest pulsed from navel to neck. His massive wings withered.
His body started to shrivel, drying up as all of the liquids were sucked out of him. His life drained away, into Lilith’s abdomen. His eyes bulged out of his head. A thin line of dust outlined where his wings had been, a small husk like an empty chrysalis where his body was, his clothes in a heap.

2.
“Keep your eyes closed,” Marisol said. The clockwork girl sat still while Marisol wound her up. “I’m almost done.”
Pichi could feel the springs inside herself tightening like a corset as Marisol turned her key. The turning slowed and the clockwork girl felt Marisol brace her feet against something on the floor in order to gain the leverage necessary to complete the final few turns.
This was the game that they played each morning. Marisol would come to the toy room after breakfast to wind Pichi up. She had to keep her eyes closed until she felt the final click of her key. Then Marisol would spin her around and scramble out through the labyrinth of the play rooms, playing hide and seek. Pichi was always fastest when first wound up so it was fun for Marisol to see if she could outrun her and hide before she got caught.
Pichi sped through the rooms, on little wheels that she could pop out of the bottom of her feet like roller skates. It was easy for Marisol to tell where Pichi was because of the whirring of her skates and the clatter of things she carelessly knocked over in her wake. Marisol held back her giggles and crept on tip toes through the rooms managing to avoid Pichi at every turn. Sometimes when they played this game, Marisol would climb to the glass level and watch Pichi spin through the labyrinth for a long time, unable to find her. Pichi never liked it when Marisol played that way.

Tabella riassuntiva

Tre storie d’amore in equilibrio tra normale e bizzarro. C’è una certa ingenuità adolescenziale di fondo.
Stile scorrevole, accattivante, immersivo. Tanti piccoli infodump che interrompono la narrazione.
Ci sono le lesbicate! La prima storia è un po’ troppo cliché.

I Consigli del Lunedì #26: The Difference Engine

La fine dell'eternitàAutore: William Gibson & Bruce Sterling
Titolo italiano: La macchina della realtà
Genere: Ucronia / Science Fiction / Thriller / Politico / Steampunk
Tipo: Romanzo

Anno: 1990
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 380 ca.

Difficoltà in inglese: ***

Siamo nel 1855, e l’Inghilterra è la più grande potenza mondiale. Grazie alle prodigiose macchine di Charles Babbage e all’ondata di entusiasmo tecnico che hanno generato, il mondo è molto diverso da come lo conosciamo. Sotto la guida del primo ministro Lord Byron, i Rads (radicals, cioè i progressisti) governano ininterrottamente da trent’anni, la vecchia nobiltà è stata smantellata e il titolo di lord è concesso per merito alle più grandi menti scientifiche. Con le sue carrozze a vapore, la metropolitana, e il sistema di schedatura dei cittadini attraverso schede perforate, la Gran Bretagna è diventata il modello da imitare. Ma Londra è anche una fucina di contraddizioni, di operai sfruttati nelle fabbriche e prostitute macchiate d’infamia per l’eternità – e i fuochi della ribellione covano sotto la superficie smaltata della città.
Per le strade di Londra si muovono tre personaggi: Sybil Gerard, la figlia del grande luddista ridotta a lavorare come prostituta, la cui vita cambierà quando si metterà al servizio del rivoluzionario Mick Radley, il braccio destro del generale texano Sam Houston; Edward “Leviathan” Mallory, paleontologo in ascesa, che si troverà invischiato in un gioco più grande di lui il giorno che salverà un’esanime Ada Byron dalle grinfie di due manigoldi; e Laurence Oliphant, diplomatico benestante con agganci segreti con la Corona e il governo. Al centro delle loro vite, una scatola di legno lavorato contenente un set di schede perforate – schede potentissime, si dice, capaci di distruggere irreversibilmente i delicati meccanismi delle macchine che governano Londra e Parigi…

The Difference Engine è il romanzo che più di ogni altro ha influenzato il modo di intendere la narrativa steampunk, ossia: come sarebbe stato il futuro, se fosse arrivato prima? I romanzi steampunk della “prima generazione” – ossia i lavori di Jeter, Powers e Blaylock – non erano ucronie, ma storie più o meno minchione ambientate nella vera Londra vittoriana. Gli elementi anacronistici e science-fantasy si muovevano all’ombra della storia ufficiale, in una sorta di Londra sotterranea; e il “-punk” di “steampunk” non era altro che un gioco di parole sul cyberpunk, e stava a indicare un’indole poco seria.
Al contrario il romanzo di Gibson & Sterling, come dice il Duca, sembra un cyberpunk anticipato al Lungo Secolo XIX: ci sono gli hacker delle schede perforate – i clackers – c’è la lotta di classe, c’è il germe di un governo cupo e distopico. Il pretesto è che Babbage, dopo aver completato in pochi anni la macchina differenziale, si è messo al lavoro e ha realizzato il suo progetto più ambizioso, la macchina analitica1. La rivoluzione digitale scatenata dalla macchina di Babbage si trascina a sua volta una rivoluzione economica, politica ed ideologica che stimola il progresso accelerato di tutte le discipline tecniche. Come sarebbe un mondo del genere?, è la domanda a cui The Difference Engine cerca di rispondere.
Il romanzo si articola in sei parti – cinque più una “appendice”, costituita da una serie di testi eterogenei, che in realtà continuano e concludono la storia. Sybil Gerard è la protagonista della prima parte; Edward Mallory occupa la sezione centrale del romanzo, dalla seconda alla quarta parte; Oliphant, introdotto attraverso il pov di Mallory nella terza parte, diventa protagonista dell’ultima. Curiosa la mancanza di una divisione in capitoli.

Macchina differenziale

Un prototipo della macchina differenziale.

Uno sguardo approfondito
L’incipit di The Difference Engine è famoso per essere ai limiti dell’illeggibilità. Un narratore onnisciente (non proprio, come si scopre alla fine) ci mostra con visuale dall’alto una serie di frammenti di scene apparentemente incomprensibili, per poi finalmente ‘fissarsi’ sul 1855, e sul personaggio di Sybil Gerard nella casa d’appuntamenti della Signora Whitemore. E’ talmente anti-immersivo che devo farvelo vedere (e vi risparmio l’originale inglese):

Immagine composita, codificata otticamente dall’apparecchio di scorta della nave aerea trans-Canale Lord Brunel: veduta aerea dei sobborghi di Cherbourg, 14 ottobre 1905.
Una villa, un giardino, un terrazzo.
Cancellate le curve in ferro battuto del terrazzo, scoprendo una poltrona a rotelle e la sua occupante. La luce del sole al tramonto si riflette sui raggi nichelati delle ruote.
L’occupante, proprietaria della villa, appoggia le mani artritiche sulla stoffa, lavorata da un telaio Jacquard.
Queste mani consistono di tendini, tessuti, ossa. Attraverso un silenzioso processo di tempo e di informazioni, i fili all’interno delle cellule umane si sono intessuti in una donna.
Il suo nome è Sybil Gerard.

Come dicono nei romanzi di Mellick e di Jeter, What the fuck is this shit?2
Dopo due o tre pagine di nausea, comunque, la storia finalmente comincia. Cambia anche lo stile, che diventa una normale terza persona ancorata al personaggio-pov; quest’ultimo rimane sempre lo stesso per tutta la parte ad esso dedicata (cioè Sybil, poi Mallory, poi Oliphant). Il punto di vista è gestito bene, e non ci si sente mai spaesati; gli autori mantengono però un certo distacco dai propri personaggi, e di conseguenza non ci si sente molto coinvolti dalle loro tribolazioni e dalle loro emozioni.
In chiusura e in apertura di ogni parte, poi, capita spesso che la telecamera sfumi di nuovo verso il campo lungo del narratore onnisciente. In realtà questo effetto cornice, che ricorda quello di A Canticle for Leibowitz, una volta capito come funziona non è particolarmente sgradevole; anzi, personalmente non mi dispiace, e inoltre non intacca l’immersione nella storia principale, dato che si trova sempre alla fine o all’inizio di un arco narrativo.

Schede perforate

Sappiamo chi sei, dove vivi e in che scuola vanno i tuoi figli.

In realtà l’incipit, nel suo puzzare di literary lontano un miglio, ha questo di buono: che fa subito capire al lettore che tipo di libro si sta mettendo a leggere. The Difference Engine è un romanzo estremamente pretenzioso; il che si traduce in una trama talmente esile che quasi non si vede. Ognuno dei tre protagonisti ha i suoi problemi personali, e ogni arco narrativo costituisce un episodio autoconclusivo e debolmente legato agli altri (con la parziale eccezione della terza e quarta parte). Di conseguenza, il lettore dopo un po’ comincia a chiedersi dove vogliano andare a parare i due autori, cosa c’entri Mallory con Sybil, quale sia il senso di ciò che sta leggendo.
Una trama generale, che riunisce i destini dei tre personaggi, a volerla cercare c’è; ma si ha sempre l’impressione che la narrazione stia sempre ai margini di questa storia, la sfiori senza mai entrarci, e perda invece pagine su pagine su episodi secondari. Vogliamo sapere cosa si cela in quella scatola di schede perforate per la quale la gente si ammazza, vogliamo sapere cosa sia l’invenzione di Lady Ada, vogliamo sapere cosa nasconde il governo e cosa si cela tra i circuiti delle Macchine che amministrano la città di Londra, non come faranno i Mallory a vendicare l’onore della sorella infamata da una lettera anonima! Beffa finale: la trama è conclusa e veramente spiegata non nel romanzo principale, ma tra i frammenti dell’Appendice!

A ciò si aggiunge il carattere passivo dei protagonisti (in particolare, di Sybil e Mallory). Per la maggior parte del tempo, i personaggi si limitano a reagire ai vari avvenimenti e minacce – spesso slegati tra loro – che gli capitano, senza quasi mai cercare di prendere le redini della situazione. Per carità, è realistico: anch’io mi curerei più di consolidare la mia carriera e la mia fortuna invece di continuare a scervellarmi sugli assalitori di Lady Ada. Né sono un fautore del protagonista attivo a tutti i costi; riconosco il vantaggio, a volte, di un personaggio passivo e più normale (come il Glogauer di Behold the Man). Ma in The Difference Engine questa passività, unita al carattere episodico della narrazione, al ritmo lento e all’assenza di una trama solida a fare da sostegno, rinforza quell’impressione di pesantezza e d’inconcludenza che dicevo prima.
Insomma, sembra quasi che storia e personaggi esistano al solo scopo di mettere in scena un’ambientazione.

Morire di noia

La lettura di The Difference Engine può avere questo effetto.

Ed è nell’ambientazione che The Difference Engine brilla davvero. Un’Inghilterra dominata dal merito scientifico e dalla tecnica, dove Darwin e Thomas Huxley diventano lord, Lord Byron, Lady Ada e Babbage una sorta di trinità laica; dove le strade sono attraversate da carrozze a vapore, e nella campagna si organizzano derby automobilistici tra carrozze che ricordano le gare della belle epoque, e che possono fare la fortuna di un’ingegnere; dove a Londra c’è già la metropolitana e la moda del momento è la kinotropia, una curiosa arte visiva a metà strada tra il cinema e la grafica digitale; dove prosperano le pseudo-scienze del tardo Ottocento e del primo Novecento, dall’antropometria criminale cara a Lombroso alla frenologia; dove la vita di tutti è schedata, e non si può fare un passo o comprare qualcosa senza che il tutto venga registrato sulla propria scheda perforata identificativa, e i dati inviati ai “server” centrali del Dipartimento di Statistica Centrale – un palazzo gigantesco, a forma di piramide egizia, solido e cupo come un sarcofago, che deve essere mantenuto pulitissimo e a temperatura costante perché la polvere o il calore non inceppino i delicati ingranaggi delle enormi Macchine sotterranee. Una bella doccia fredda per chi ancora è convinto che “steampunk” sia sinonimo a tutti i costi di dirigibili, occhialoni e vapore infilato ovunque (se mai ce ne fosse ancora bisogno).
Al contempo è bello vedere, come sotto la patina di progresso accelerato, dal punto di vista sociale sia ancora l’Inghilterra vittoriana che conosciamo – quella dei gentiluomini dalle maniere compassate e dal ferreo senso dell’onore, e delle dame che si comportano come puri angeli del focolare domestico, rispettose dello Stato e di Dio. Le donne continuano a non avere alcun potere nella sfera pubblica, e anzi, ogni deviazione dalla morale prescritta può significare una macchia d’infamia eterna, perché registrata nella propria scheda governativa. Interessante inoltre che a un progresso tecnico non sia seguita un’uguale accelerazione nelle scienze naturali. La medicina, per esempio, non ha ancora scoperto l’esistenza dei microrganismi; e quando Mallory nota un microscopio nella vetrina di un negozio di articoli scientifici per ragazzi, pensa con un sorriso sarcastico quanto sia una perdita di tempo l’osservazione di quei buffi animalculi nelle pozzanghere e negli stagni, ma che forse un ragazzino, partendo da quei giochi infantili, possa crescendo rivolgersi a discipline più serie…

Carini anche i cameo di personaggi famosi. Invece di darsi alla poesia, John Keats si è dato alla kinotropia, diventando uno dei migliori sulla piazza; Benjamin Disraeli invece di buttarsi nella politica è rimasto un pubblicista, e scrive di morbose liaisons tra paleontologi e belle indiane per giornaletti scandalistici; Engels è rimasto un ricco magnate dei tessuti, benché con qualche simpatia sotterranea per il marxismo, e Sam Houston, l’eroe della liberazione del Texas dal Messico, invece che diventare governatore del Texas è un esiliato a Londra che guarda con amarezza alla sua patria, e prepara uomini e alleanze per tornare a prendersi ciò che è suo. E oltre alla voglia di giocare con le vite di personaggi illustri, i due autori danno anche l’idea di essersi ben documentati: Lady Ada Byron (che qui è rimasta “Byron” perché non si è mai sposata) appare non solo come un genio matematico, ma come una donna dalla condotta licenziosa e una giocatrice d’azzardo incallita. E la puzza rancida che si leva dal Tamigi nel corso del romanzo e paralizza la città, eco della Grande Puzza realmente avvenuta nel 1858, può diventare l’occasione per una rivolta proletaria e mettere in forse il destino della città.
Lo scenario politico di The Difference Engine, oltre ad avere un certo fascino, è uno dei più realistici che abbia mai visto in un’ucronia, accanto alla Seconda Guerra Mondiale alternativa di The Man in the High Castle. Lo strapotere della Gran Bretagna ha gettato il Nordamerica in ginocchio: la Guerra di Secessione si è conclusa con una divisione permanente tra Nord e Sud, il Texas è rimasto una nazione indipendente, così come la California, e l’Alaska è rimasta ai russi. Marx ha avuto fortuna non a Londra ma negli Stati Uniti proletari e piegati dal declino economico, fondando la Comune di Manhattan. Il Giappone guarda alla Gran Bretagna come modello da seguire, e l’unica nazione a tenerle testa è la Francia imperiale di Napoleone III, con la conquista del Messico e la costruzione di una Macchina analitica ancora più grossa e potente di quelle custodite nel sottosuolo di Londra.

Marx su tua madre

Marx spakka in qualsiasi scenario ucronico.

Ho molto apprezzato anche il clima di ambiguità politica e morale che si respira nel romanzo. E’ difficile provare una simpatia ideologica per chiunque: da un lato i proletari più sfortunati e i rivoluzionari, che pur dovendo teoricamente aver ragione si riducono a una manica di disperati e di banditi, che scimmiottano a vanvera la filosofia marxista; dall’altro i gentiluomini entusiasti, pronti a lanciarsi in dichiarazioni da operetta in difesa della Corona e del buon nome dell’Inghilterra, a morire per il buon nome della patria e del tutto incapaci di comprendere posizioni diverse dalla propria. E nel mentre l’informatizzato governo britannico, benché abbia portato una prosperità mai vista prima – in Irlanda non c’è mai stata la grande carestia di metà Ottocento – spande le sue spie e i suoi agenti in tutto il mondo, e sogna di estendere i suoi tentacoli in ogni interstizio della vita dei suoi cittadini.
Ma se dal punto di vista della macropolitica Gibson e Sterling fanno un buon lavoro, non si può dire lo stesso per la rete di intrighi che circonda la trama principale e i suoi personaggi. Come ho già detto in altre recensioni, se si vuole scrivere un romanzo politico bisogna prima mostrare le varie fazioni, in modo tale che il lettore le identifichi e ci associ delle emozioni; solo dopo si può entrare nel merito (raccontato) degli intrighi. Al contrario in The Difference Engine, come accade spesso, i giochi politici si riducono a una massa di nomi volanti che si intrecciano in vari modi, etichette che non dicono granché e sono difficili da ricordare. Charles Egremont, uno dei “cattivi” del romanzo nonché colui che motiva le azioni di molti dei personaggi della storia, compare soltanto alla fine del romanzo e nello spazio di una paginetta! Come ci si fa ad appassionare, o anche solo a non perdere il filo di cosa sta succedendo?
Buona invece l’idea di non far mai comparire Byron, Babbage e gli altri “grandi” della politica londinese. Nominati continuamente ma mai fisicamente presenti, sembrano quasi degli déi, che dirigono dall’alto le vicende dei comuni mortali; questa scelta, inoltre, dà una prospettiva più umana e più realistica dei protagonisti, che se non sono gli “ultimi” rimangono comunque persone normali.

In conclusione, The Difference Engine è un romanzo riuscito solo a metà. Aveva il potenziale per essere un capolavoro assoluto, ma lo azzoppano le sue ambizioni da literary fiction pomposa, la trama quasi inesistente, gli intrighi raccontati e il ritmo pesante. Il risultato è un libro difficile da leggere, che io stesso ho interrotto un paio di volte e che complessivamente ho impiegato quasi un mese a finire. Nei suoi momenti migliori è una lettura affascinante, piena di sense of wonder ucronico e distopico, che fa venire voglia di approfondire l’età vittoriana e i progetti matematici di Babbage; in quelli peggiori, si precipita nella noia e nella confusione.
Non è un romanzo che consiglierei a tutti, ma solo a chi fosse seriamente interessato all’argomento dopo aver preso nota dei numerosi difetti. Per chiunque voglia cimentarsi nella narrativa steampunk, però, The Difference Engine dovrebbe essere una lettura obbligata. Non solo per l’importanza che l’opera ha nel genere, ma anche perché è un compendio di idee straordinarie, dal riciclo di personaggi storici allo scenario politico alla tecnologia alternativa. E a distanza di qualche mese da quando l’ho letto, rimane comunque il romanzo steampunk che più resta impresso nella mia immaginazione.

Lincoln Steampunk

Se anche tu la pensi così, ti serve un’iniezione di The Difference Engine.

Dove si trova?
In lingua originale, The Difference Engine si può scaricare sia da Bookfinder che da Library Genesis, in pdf, mobi e epub. Su Emule si trovano traduzioni in italiano sia in pdf che in epub.

Su William Gibson
Di Gibson, in questi mesi, oltre a The Difference Engine ho letto tutti i lavori cyberpunk – ossia tutto ciò che ha scritto fino alla fine degli anni ’80. Di Neuromancer ho già parlato più volte nel corso del blog e immagino che lo conoscerete; se volete sapere cosa ne penso, controllate La Mia Classifica. Quanto agli altri:
La notte che bruciammo Chrome Burning Chrome (La notte che bruciammo Chrome) è un’antologia che raccoglie tutti i racconti di Gibson precedenti alla pubblicazione di Neuromante, una buona metà dei quali appartiene allo stesso universo cyberpunk della Trilogia dello Sprawl. La qualità della raccolta è altalenante: “Johnny Mnemonic”, “The Gernsback Continuum” e “Burning Chrome” sono molto belli; “The Belonging Kind”, “Red Star, Winter Orbit”, “New Rose Hotel” e “Winter Market” sono carini; gli altri sono dimenticabili, anche per via di uno stile spesso pomposo e non lineare, con continui salti avanti e indietro nella timeline, e tutte quelle arie da ‘mamma, mamma, non sto scrivendo narrativa di genere, guarda come sono literary!’. I racconti cyberpunk rimangono un’ottima introduzione allo stile e ai temi della Trilogia dello Sprawl per il lettore che si avvicini a Gibson per la prima volta3.
Count Zero Count Zero (Giù nel Cyberspazio), secondo capitolo della Trilogia dello Sprawl, è ambientato una decina di anni dopo gli avvenimenti di Neuromante. Mentre la megacorporation Maas Biolabs si prepara a rivoluzionare il mercato dell’elettronica con la distribuzione dei primi chip biologici, il cyberspazio è stato invaso da strane entità che sembrano vivere solo nella matrice, e prendono le sembianze di divinità voodoo. Il romanzo segue le vicende di tre personaggi diversi il cui pov si alterna di capitolo in capitolo. Il lato positivo del romanzo è che esplora aspetti del mondo di Gibson lasciati in ombra in Neuromante, come la guerra tra le corporation e il trattamento riservato ai dipendenti di punta; apprezzo anche che uno dei protagonisti – Bobby Newmark – sia un hacker niubbo, che deve imparare, e non il superdio che era Case. Ma l’alternarsi continuo di tre storie diverse rende la trama sfilacciata e allenta la tensione, mentre il mondo disegnato in Count Zero è molto meno affascinante di quello di Neuromante.
Mona Lisa Overdrive Mona Lisa Overdrive (Mona Lisa Cyberpunk) chiude la trilogia riprendendo dove era finito Count Zero. Angela Mitchell, la nuova star del simstim figlia dell’inventore dei chip biologici, ha appena ricevuto una missione dalle IA con cui è in contatto mentale; ma degli uomini tramano nell’ombra per farla sparire e sostituirla con una prostituta quasi identica a lei. Questo romanzo continua la tendenza inaugurata con Count Zero, moltiplicando trame e pov (questa volta sono addirittura quattro!) e diminuendo il numero di elementi weird e fantascientifici in favore di una trama più mainstream e ambienti più quotidiani. Scene carine e personaggi affascinanti non mancano, ma nel complesso c’è molta poca creatività, e la conclusione è deludente. Paradossalmente, la prosa è molto migliorata e più semplice da seguire.
In conclusione, passare da Burning Chrome e Neuromancer a Mona Lisa Overdrive significa guardare la lenta caduta di Gibson dalla fantascienza a un mainstream tendente allo slice of life. Più la sua prosa diventa scorrevole e meno barocca, più il suo serbatoio di idee si prosciuga. La mia impressione è che Count Zero e Mona Lisa non aggiungano granché al mondo dello Sprawl, e che anche un appassionato di cyberpunk dovrebbe limitarsi a leggere Burning Chrome e Neuromante. Quanto a me, mi fermo qui: non credo che proverei piacere a leggere le successive trilogie di Gibson – sempre più mainstream, sempre più ‘grande romanzo americano’, sempre più noioso.
Sto leggiucchiando anche qualcosa di Sterling, ma di lui parlerò in un articolo futuro.

Chi devo ringraziare?
Se ho cominciato a leggere Gibson lo devo alle pressioni di mezzo blog, ma a spingermi a leggere The Difference Engine è stato il blog del Duca, che l’ha citato spesso e volentieri come uno dei libri di riferimento per imparare a fare steampunk (per esempio nel suo articolone “Breve introduzione allo Steampunk“. Di lui, il Duca dice che è noioso e scritto piuttosto male (e come avete visto non si può dargli tutti i torti…), ma riconosce l’importanza delle sue trovate e del suo immaginario per il genere.
Devo dire che, ad oggi, nonostante tutto, rimane il miglior romanzo steampunk che abbia mai letto; d’altronde, il Duca l’ha pur detto che lo steampunk non ha dato il suo meglio in letteratura…

Dr. Kellogg

Comportati bene: il Dr. Kellogg ti osserva. Sempre.

Qualche estratto
Questa volta ho deciso di mettere davvero alla prova la pazienza dei miei lettori, proponendo la bellezza di tre estratti, di cui il primo di dimensioni gargantuesche. D’altronde, mi son detto, se uno non c’ha voglia di leggerli può sempre saltarli!
Il primo mostra, attraverso un dialogo tra Sybil e Mick, alcuni aspetti sociali dell’Inghilterra alternativa e della lotta di classe che vi si combatte; il secondo si apre su uno dei momenti più suggestivi del romanzo, la visita alle Macchine analitiche del Dipartimento di Statistica; infine l’ultimo breve estratto, tratto dall’appendice, è un brano dell’autobiografia del Babbage ucronico in persona.

1.
She let her gaze follow steam-pipes and taut wires to the gleam of the Babbage Engine, a small one, a kinotrope model, no taller than Sybil herself. Unlike everything else in the Garrick, the Engine looked in very good repair, mounted on four mahogany blocks. The floor and ceiling above and beneath it had been carefully scoured and whitewashed. Steam-calculators were delicate things, temperamental, so she’d heard; better not to own one than not cherish it. In the stray glare from Mick’s limelight, dozens of knobbed brass columns gleamed, set top and bottom into solid sockets bored through polished plates, with shining levers, ratchets, a thousand steel gears cut bright and fine. It smelled of linseed oil.
Looking at it, this close, this long, made Sybil feel quite odd. Hungry almost, or greedy in a queer way, the way she might feel about… a fine lovely horse, say. She wanted — not to own it exactly, but possess it somehow…
Mick took her elbow suddenly, from behind. She started. “Lovely thing, isn’t it?”
“Yes, it’s . . . lovely.”
Mick still held her arm. Slowly, he put his other gloved hand against her cheek, inside her bonnet. Then he lifted her chin with his thumb, staring into her face. “It makes you feel something, doesn’t it?”
His rapt voice frightened her, his eyes underlit with glare. “Yes, Mick,” she said obediently, quickly. “I do feel it . . . something.”
He tugged her bonnet loose, to hang at her neck. “You’re not frightened of it, Sybil, are you? Not with Dandy Mick here, holding you. You feel a little special frisson. You’ll learn to like that feeling. We’ll make a clacker of you.”
“Can I do that, truly? Can a girl do that?”
Mick laughed. “Have you never heard of Lady Ada Byron, then? The Prime Minister’s daughter, and the very Queen of Engines!” He let her go, and swung both his arms wide, coat swinging open, a showman’s gesture. “Ada Byron, true friend and disciple of Babbage himself! Lord Charles Babbage, father of the Difference Engine and the Newton of our modern age!”
She gaped at him. “But Ada Byron is a ladyship!”
“You’d be surprised who our Lady Ada knows,” Mick declared, plucking a block of cards from his pocket and peeling off its paper jacket. “Oh, not to drink tea with, among the diamond squad at her garden-parties, but Ada’s what you’d call fast, in her own mathematical way… ” He paused.
“That’s not to say that Ada is the best, you know. I know clacking coves in the Steam Intellect Society that make even Lady Ada look a bit tardy. But Ada possesses genius. D’ye know what that means, Sybil? To possess genius?”
“What?” Sybil said, hating the giddy surety in his voice.
“D’ye know how analytical geometry was born? Fellow named Descartes, watching a fly on the ceiling. A million fellows before him had watched flies on the ceiling, but it took Ren6 Descartes to make a science of it. Now engineers use what he discovered every day, but if it weren’t for him we’d still be blind to it.”
“What do flies matter to anyone?” Sybil demanded.
“Ada had an insight once that ranked with Descartes’ discovery. No one has found a use for it as yet. It’s what they call pure mathematics.” Mick laughed. ” ‘Pure.’ You know what that means, Sybil? It means they can’t get it to run.” He rubbed his hands together, grinning. “No one can get it to run.”
Mick’s glee was wearing at her nerves. “I thought you hated lordships!”
“I do hate lordly privilege, what’s not earned fair and square and level,” he said. “But Lady Ada lives and swears by the power of gray matter, and not her blue blood.” He slotted the cards into a silvered tray by the side of the machine, then spun and caught her wrist. “Your father’s dead, girl! ‘Tis not that I mean to hurt you, saying it, but the Luddites are dead as cold ashes. Oh, we marched and ranted, for the rights of labor and such — fine talk, girl! But Lord Charles Babbage made blueprints while we made pamphlets. And his blueprints built this world.”
Mick shook his head. “The Byron men, the Babbage men, the Industrial Radicals, they own Great Britain! They own us, girl — the very globe is at their feet, Europe, America, everywhere. The House of Lords is packed top to bottom with Rads. Queen Victoria won’t stir a finger without a nod from the savants and capitalists.” He pointed at her. “And it’s no use fighting that anymore, and you know why? ‘Cause the Rads do play fair, or fair enough to manage — and you can become one of ‘em, if you’re clever! You can’t get clever men to fight such a system, as it makes too much sense to ‘em.”
Mick thumbed his chest. “But that don’t mean that you and I are out in the cold and lonely. It only means we have to think faster, with our eyes peeled and our ears open…”

Seguì con gli occhi i tubi del vapore e i fili tesi, fino alla luccicante Macchina di Babbage, piuttosto piccola, un modello per chinotropio, non più alta di Sybil stessa. A differenza di tutto il resto nel Garrick, la Macchina sembrava in ottime condizioni, montata su quattro blocchi di mogano. Il pavimento e il soffitto sotto e sopra erano stati accuratamente lavati e imbiancati. I calcolatori a vapore erano oggetti delicati, temperamentali, così aveva sentito dire; meglio non possederne uno, che non trattarlo bene.
Nel riflesso del riflettore di Mick, scintillavano dozzine di colonnine di ottone fornite di sporgenze, inserite in alto e in basso in sedi praticate all’interno di piastre lucide, con leve scintillanti, denti di arresto, e mille ingranaggi di acciaio splendente. Odorava di olio di lino. uardandola, così da vicino e così a lungo, Sybil provò una strana sensazione. Quasi come se la desiderasse ardentemente, come se fosse… Un bel cavallo, per esempio. Desiderava… non semplicemente averlo, ma possederlo… Mick le prese il gomito, da dietro. Lei ebbe un sobbalzo… — È bello, vero?
— Sì, è… bello.
Mick le teneva ancora il braccio. Lentamente, le appoggiò l’altra mano guantata sulla guancia, sotto la cuffia. Poi le sollevò il mento con il pollice, fissandola in viso. — Ti fa sentire qualcosa, vero?
La sua voce intensa la spaventò, gli occhi illuminati dal basso. — Sì, Mick — rispose ubbidiente, in fretta. — Sento… qualcosa.
Le slacciò la cuffia, lasciandola penzolare dal collo. — Non ne hai paura, vero Sybil? Non con Dandy Mick che ti stringe. Senti uno speciale frisson. Imparerai ad amare questa sensazione. Faremo un computatore di te.
— Posso farlo, veramente? Può farlo una ragazza?
Mick rise. — Non hai mai sentito parlare di Lady Ada Byron? La figlia del Primo Ministro, la Regina delle Macchine! — La lasciò andare e spalancò entrambe le braccia, la giacca che si allargava, con un gesto da uomo di teatro. — Ada Byron, vera amica e discepola di Babbage in persona! Lord Charles Babbage, padre della Macchina Differenziale, il Newton dell’era moderna!
Lei lo guardò a bocca spalancata. — Ma Lady Byron è una nobildonna!
— Non ti immagini neanche che ambienti frequenti la nostra Lady Ada — dichiarò Mick, estraendo un blocco di cartellini dalla tasca e togliendo l’involucro di carta. — Oh, non parlo della gente ingioiellata con cui beve il tè, nei suoi party in giardino; ma la nostra Ada è una che tu definiresti svelta, nel suo modo matematico… — Fece una pausa. — Questo non vuol dire che Ada sia la migliore. Conosco dei computatori nella Società Intellettuale del Vapore che farebbero sembrare anche Lady Ada un po’ lenta. Ma Ada possiede del genio. Lo sai cosa vuol dire, Sybil, possedere del genio?
— Cosa? — disse Sybil, odiando la vorticosa sicurezza della sua voce.
— Lo sai com’è nata la geometria analitica? Un tipo di nome Descartes vide una mosca sul soffitto. Un milione di persone prima di lui avevano guardato mosche sul soffitto, ma c’è voluto René Descartes per farne una scienza. Adesso gli ingegneri usano ogni giorno quello che lui ha scoperto, ma se non fosse stato per lui, saremmo ancora nel buio.
— A chi interessano le mosche? — chiese Sybil.
— Una volta Ada ha avuto un’intuizione pari alla scoperta di Descartes. Nessuno ha ancora scoperto come usarla. È quella che chiamano matematica pura. — Mick rise. — “Pura.” Lo sai cosa vuol dire, Sybil? Vuol dire che non riescono a farla funzionare su una Macchina. — Si fregò le mani, sogghignando. — Nessuno riesce a farla funzionare.
L’allegria di Mick cominciava a darle sui nervi. — Credevo che odiassi i Lord!
— Odio i privilegi dei Lord, quello che non si guadagnano onestamente — disse. — Ma Lady Ada campa con la forza della sua materia grigia, non per il sangue blu. — Sistemò le carte in un vassoio argentato a fianco della Macchina. Poi si girò di scatto e le prese il polso. — Tuo padre è morto, ragazza! Non lo dico per farti del male, ma i luddisti sono morti come cenere fredda. Oh, abbiamo marciato e abbiamo sbraitato per i diritti dei lavoratori, eccetera… bei discorsi, ragazza. Ma Lord Charles Babbage faceva disegni, mentre noi stampavamo pamphlets. E i suoi disegni hanno costruito il mondo.
Mick scosse la testa. — Gli uomini di Byron, gli uomini di Babbage, gli Industriali Radicali, loro possiedono la Gran Bretagna! Possiedono noi, ragazza… Il mondo stesso è ai loro piedi, l’Europa, l’America, tutto quanto. La Camera dei Lord è piena da cima a fondo di Rad. La Regina Vittoria non muoverebbe un dito senza un cenno dei sapienti e dei capitalisti. — Le puntò contro un dito. — E non serve a niente lottare, e sai perché? Perché i Rad giocano onestamente, o abbastanza onestamente da farsi accettare… e tu puoi diventare una di loro, se sei intelligente! Non puoi indurre la gente intelligente a combattere contro questo sistema, perché è troppo logico per loro.
Mick si batté sul petto. — Ma questo non vuoi dire che tu ed io siamo in mezzo a una strada. Vuol dire solo che dobbiamo pensare più in fretta, con gli occhi e le orecchie aperti… —

Luddismo

Il luddismo è facile e divertente!

2.
Behind the glass loomed a vast hall of towering Engines—so many that at first Mallory thought the walls must surely be lined with mirrors, like a fancy ballroom. It was like some carnival deception, meant to trick the eye—the giant identical Engines, clock-like constructions of intricately interlocking brass, big as rail-cars set on end, each on its foot-thick padded blocks. The white-washed ceiling, thirty feet overhead, was alive with spinning pulley-belts, the lesser gears drawing power from tremendous spoked flywheels on socketed iron columns. White-coated clackers, dwarfed by their machines, paced the spotless aisles. Their hair was swaddled in wrinkled white berets, their mouths and noses hidden behind squares of white gauze.
Tobias glanced at these majestic racks of gearage with absolute indifference. “All day starin’ at little holes. No mistakes, either! Hit a key-punch wrong and it’s all the difference between a clergyman and an arsonist. Many’s the poor innocent bastard ruined like that.…”
The tick and sizzle of the monster clockwork muffled his words.
Two men, well-dressed and quiet, were engrossed in their work in the library. They bent together over a large square album of color-plates. “Pray have a seat,” Tobias said.
Mallory seated himself at a library table, in a maple swivel-chair mounted on rubber wheels, while Tobias selected a card-file. He sat opposite Mallory and leafed through the cards, pausing to dab a gloved finger in a small container of beeswax. He retrieved a pair of cards. “Were these your requests, sir?”
“I filled out paper questionnaires. But you’ve put all that in Engine-form, eh?”
“Well, QC took the requests,” Tobias said, squinting. “But we had to route it to Criminal Anthropometry. This card’s seen use—they’ve done a deal of the sorting-work already.” He rose suddenly and fetched a loose-leaf notebook—a clacker’s guide. He compared one of Mallory’s cards to some ideal within the book, with a look of distracted disdain. “Did you fill the forms out completely, sir?”
“I think so,” Mallory hedged.
“Height of suspect,” the boy mumbled, “reach.… Length and width of left ear, left foot, left forearm, left forefinger.”
“I supplied my best estimates,” Mallory said. “Why just the left side, if I may ask?”
“Less affected by physical work,” Tobias said absently. “Age, coloration of skin, hair, eyes. Scars, birthmarks … ah, now then. Deformities.”
“The man had a bump on the side of his forehead,” Mallory said.
“Frontal plagiocephaly,” the boy said, checking his book. “Rare, and that’s why it struck me. But that should be useful. They’re spoony on skulls, in Criminal Anthropometry.” Tobias plucked up the cards, dropped them through a slot, and pulled a bell-rope. There was a sharp clanging. In a moment a clacker arrived for the cards.
“Now what?” Mallory said.
“We wait for it to spin through,” the boy said.
“How long?”
“It always takes twice as long as you think,” the boy said, settling back in his chair. “Even if you double your estimate. Something of a natural law.”

Dietro il vetro si stendeva una grande sala di gigantesche Macchine… tante che sul momento Mallory pensò che le pareti fossero ricoperte di specchi, come una sala da ballo. Era come un trucco da fiera, fatto per ingannare l’occhio: le Macchine enormi e identiche, costruzioni simili a orologi dai complessi ingranaggi di ottone, grosse come carrozze ferroviarie messe in piedi, ciascuna appoggiata su blocchi imbottiti spessi un piede; il soffitto dipinto di bianco, alto trenta piedi, era pieno di pulegge ruotanti, gli ingranaggi più piccoli che venivano messi in movimento da immensi volani a raggi, ruotanti su colonne di ferro. Computatori in camice bianco, resi nani dalle loro Macchine, si muovevano nei passaggi immacolati. Avevano i capelli avvolti in bianchi berretti pieghettati, il naso e la bocca nascosti dietro quadrati di garza bianca.
Tobias guardò quei maestosi complessi di ingranaggi con assoluta indifferenza. — Tutto il giorno a fissare piccoli buchi. E guai a commettere er-ori! Sbagli un tasto, e uno da sacerdote diventa incendiario. Molti poveri bastardi innocenti sono stati rovinati in questa maniera…
Il ticchettio e lo sfrigolio del mostruoso orologio attutirono le sue parole. Due uomini, ben vestiti e silenziosi, erano assorti nel loro lavoro nella biblioteca. Erano chini insieme su un grande album quadrato di tavole colorate. — Prego, sieda — disse Tobias.
Mallory si sedette a un tavolo della biblioteca, su una sedia girevole di acero, montata su ruote di gomma, mentre Tobias sceglieva uno schedario. Si sedette di fronte a Mallory e sfogliò le schede, fermandosi per umettare un dito guantato in un piccolo vasetto di cera d’api. Prese un paio di schede. — Erano queste le sue richieste, signore?
— Ho riempito dei questionari. Ma avete trasferito il tutto in linguaggio macchina, eh?
— Be’, CQ ha ricevuto le richieste — disse Tobias, stringendo gli occhi. — Ma abbiamo dovuto trasmetterle alla sezione di Antropometria Criminale. Questa scheda mostra segni di essere stata usata. .. Hanno fatto un bel po’ di cernita. — Si alzò d’improvviso e prese un libretto a fogli mobili… una guida per computatore. Paragonò una delle schede di Mallory con un modello ideale del libro, con espressione di distratto fastidio. — Avete
riempito i moduli completamente, signore?
— Credo di sì — disse Mallory con qualche esitazione.
— Altezza del sospettato — mormorò il ragazzo — lunghezza delle braccia… lunghezza e larghezza dell’orecchio sinistro, piede sinistro, avambraccio sinistro, indice sinistro.
— Ho dato le mie stime migliori — disse Mallory. — Perché solo il fianco sinistro, se posso chiedere?
— Meno influenzato dal lavoro fisico — disse Tobias con aria assente.
— Età, colore della pelle, capelli, occhi. Cicatrici, segni particolari… ah, eccoci. Deformità.
— L’uomo aveva una protuberanza sulla fronte, da un lato — disse Mallory.
— Plagiocefalia frontale — disse il ragazzo, controllando sul suo libro. — Rara, per questo mi ha colpito. Potrebbe essere utile. Vanno matti per i crani all’Antropologia Criminale. — Tobias prese le schede e le lasciò cadere in una fessura, poi tirò la corda di un campanello. Ci fu uno squillo secco. Dopo un momento un computatore arrivò per prendere le schede.
— E adesso? — chiese Mallory.
— Aspettiamo che vengano fatte girare — disse il ragazzo. Quanto tempo?
— Ci vuole sempre il doppio di quello che uno pensa — disse il ragazzo, sistemandosi comodamente sulla sedia. — Anche se si raddoppia la stima. È una specie di legge di Natura.

3.
THE CIRCULAR ARRANGEMENT of the axes of the Difference Engine ‘round large central wheels led to the most extended prospects. The whole of arithmetic now appeared within the grasp of mechanism. A vague glimpse even of an Analytical Engine opened out, and I pursued with enthusiasm the shadowy vision.
The drawings and the experiments were of the most costly kind. Draftsmen of the highest order were engaged, to economize the labor of my own head; whilst skilled workmen executed the experimental machinery.
In order to carry out my pursuits successfully, I had purchased a house with about a quarter of an acre of ground, in a very quiet locality in London. My coach-house was converted into a forge and foundry, whilst my stables were transformed into a workshop. I built other extensive workshops myself, and had a fire-proof building for my drawings and draftsmen.
The complicated relations amongst the various parts of the machinery would have baffled the most tenacious memory. I overcame that difficulty by improving and extending a language of signs, the Mechanical Notation, which in 1826 I had explained in a paper printed in the Philosophic Transactions of the Royal Society. By such means I succeeded in mastering a train of investigation so vast in extent that no length of years could otherwise have enabled me to control it. By the aid of the language of signs, the Engine became a reality.

—LORD CHARLES BABBAGE,
Passages in the Life of a Philosopher, 1864.

La disposizione circolare degli assi della Macchina Differenziale, attorno a grandi ruote centrali, apriva le più ampie prospettive. L’intera aritmetica diventava ora circoscrivibile entro i limiti della meccanica.
Mi appariva perfino la possibilità di una Macchina Analitica, ed io mi lanciai con entusiasmo alla caccia di questa visione.
I disegni e gli esperimenti erano fra i più costosi. Ingaggiai disegnatori di prim’ordine, per economizzare il lavoro della mia testa, mentre abili artigiani costruivano i meccanismi sperimentali.
Al fine di coronare con il successo i miei sforzi, avevo acquistato una casa con un quarto di acro circa di terreno, in una località molto tranquilla di Londra. La rimessa per le carrozze fu trasformata in una fucina e fonderia, le stalle in laboratorio. Feci costruire io stesso altri laboratori, e un edificio a prova di fuoco per i disegni e i disegnatori.
Le complicate relazioni fra le varie parti della Macchina avrebbero sfidato la più tenace delle memorie. Superai la difficoltà sviluppando e migliorando un linguaggio di segni, la Notazione Meccanica, che nel 1826 avevo spiegato in un articolo apparso sui Philosophical Transactions of the Royal Society. Con questi mezzi riuscii a padroneggiare una serie di indagini di così vasta portata che nessuna quantità di anni mi avrebbe altrimenti permesso di controllare. Con l’aiuto del linguaggio dei segni, la Macchina divenne una realtà.

LORD CHARLES BABBAGE,
Momenti nella vita di un filosofo, 1864

Tabella riassuntiva

Una delle ucronie più affascinanti e realistiche che abbia mai letto! Trama esile ed episodi molto scollegati l’uno dall’altro.
Una valanga di idee tecnologiche geniali. Stile pesante e literary, ritmo lento.
Buona gestione dei pov. Intrighi politici “raccontati” e difficili da seguire.

(1) Mentre la macchina differenziale era “soltanto” in grado di fare calcoli, la macchina analitica era progettata come un vero e proprio computer, capace di eseguire operazioni logiche (come condizioni if, cicli, subroutine) e dotato di memoria. Oltre non mi dilungo perché non sono un matematico; magari potete chiedere al Duca o a Gamberetta.
Quanto ai progetti sulle due macchine e all’effettiva realizzazione della macchina differenziale a metà Ottocento, con Babbage ancora vivo, cito la Wikipedia inglese:

In 1822, Charles Babbage proposed the use of such a machine in a paper to the Royal Astronomical Society on 14 June entitled “Note on the application of machinery to the computation of astronomical and mathematical tables”. This machine used the decimal number system and was powered by cranking a handle. The British government was interested, since producing tables was time consuming and expensive and they hoped the difference engine would make the task more economical.
In 1823, the British government gave Babbage ₤1700 to start work on the project. Although Babbage’s design was technically feasible, no one had built a mechanical device to such exacting standards before, so the engine proved to be much more expensive than anticipated. By the time the government killed the project in 1842, they had given Babbage over ₤17,000, more than double the cost of a warship, without receiving a working engine. What Babbage did not, or was unwilling to, recognize was that the government was interested in economically produced tables, not the engine itself. The other issue that undermined the government’s confidence in the difference engine was Babbage had moved on to an analytical engine. By developing something better, Babbage had rendered the difference engine useless in the eyes of the government.
Babbage went on to design his much more general analytical engine […]. Inspired by Babbage’s difference engine plans, Per Georg Scheutz built several difference engines from 1855 onwards, one of which was sold to the British government in 1859 [già nel 1843 Scheutz aveva portato a termine una macchina basata su quella di Babbage].

Perché Gibson e Sterling abbiano intitolato il romanzo “The Difference Engine” invece che, per esempio, “The Analytical Engine”, resta per me un mistero.Torna su

Charles Babbage

Charles Babbage: un gran bell’uomo.

(2) In realtà alla fine del romanzo – e con “alla fine” intendo proprio alla fine – si scopre che questa scelta stilistica avrebbe anche un senso nell’economia narrativa (segue SPOILER in bianco: il punto di vista è quello dell’Occhio, dell’IA autocosciente che appare alla fine del libro. Il concetto di fondo, che sarebbe anche affascinante, sembra essere che tutto il romanzo sia l’indagine che l’Occhio onnipotente conduce consultando le sue banche dati). Ciononostante, non si può giustificare nelle pagine finali la scelta di usare una brutta prosa nell’incipit, anche perché con una premessa simile il 90% dei lettori a quelle pagine finali non ci arriverà neanche.Torna su

(3) In particolare, leggere il racconto “Burning Chrome” prima di Neuromancer rende la vita molto più facile. Nel racconto, infatti, tutti i concetti legati al cyberspazio – la matrice, i cowboy, l’ice, gli icebreaker, eccetera – sono ampiamente infodumpati invece che allusi e mostrati a spizzichi e bocconi come avviene nel romanzo. Il risultato è meno elegante, ma più semplice da seguire.
Consiglio anche “Johnny Mnemonic”, in cui compare per la prima volta uno dei personaggi principali di Neuromancer.Torna su

Mondi alternativi cercasi

PianetaC’è il pianeta Mesklin di Mission of Gravity, schiacciato in una forma ovale dalla sua stessa accelerazione centrifuga, la cui attrazione di gravità varia dai 3G dell’equatore ai 700G dei due poli. C’è il pianeta Gethen di The Left Hand of Darkness, dove il gelo è eterno e la specie umanoide dominante è costituita da ermafroditi che assumono uno dei due sessi soltanto per il breve periodo dell’accoppiamento. C’è la stella di neutroni di Dragon’s Egg, che ha sviluppato una particolare forma di vita dal ciclo vitale e dall’evoluzione rapidissima, e c’è Rocheworld, un sistema di due pianeti talmente ravvicinati che condividono la stessa atmosfera e si deformano l’un l’altro in una forma ovoidale. C’è il pianeta Lagash di Nightfall, in cui il giorno è eterno perché il suo cielo è illuminato da sei soli, e che precipiterà nel terrore il giorno in cui un eclissi gli farà conoscere l’oscurità. C’è il mondo acquatico di The Blue World, dove l’assenza pressoché totale di metalli pesanti ha costretto i transfughi terrestri a reinventare la loro tecnologia (ve ne parlerò nelle prossime settimane), e ci sono le comete bioingegnerizzate di Vacuum Flowers, trasformate in case e città attraverso la coltivazione di alberi di Dyson 1. C’è la Terra di West of Eden, che è il nostro pianeta ma è praticamente irriconoscibile, dato che in questa storia alternativa i lucertoloidi e non gli esseri umani sono diventati la specie dominante. E ci sono i mondi completamente artificiali come il Ringworld di Larry Niven o la gigantesca Sfera di Dyson di Orbitsville.
Ho sempre adorato le storie ambientate su mondi alternativi, per un mucchio di ragioni. Perché sono esotiche per definizione. Perché invecchiano meglio di molta altra sci-fi, come quelle ambientate quaranta o cinquant’anni nel futuro (un futuro rigorosamente pieno di macchine volanti ma privo di cellulare e con i computer che continuano ad andare a schede perforate – sigh, a volte è davvero difficile immergersi nell’immaginario fantascientifico degli anni ’50 – ’60). Perché pongono dei what if fikissimi: come sarebbe sulla vita su un pianeta dalla composizione chimica diversa dalla nostra, o con massa maggiore o minore, o più lontano o più vicino alla sua stella, o in un sistema solare diverso dal nostro o in una porzione differente della galassia? Perché ci mostrano quanto l’individuo sia plasmato (fisicamente, mentalmente, culturalmente) dall’ambiente in cui vive e debba adattarsi alle condizioni del suo habitat. In breve, perché sono esperimenti concettuali e di immaginazione.

Da ultimo, credo che questo tipo di fiction sia una delle più utili per l’aspirante scrittore di narrativa fantastica – sia di Sci-fi che di Fantasy. L’originalità, la fantasia, la profondità concettuale, sono tutte cose che si alimentano bombardandosi di stimoli, i più vari possibili 2. E cosa è più stimolante che leggere di possibili vite su mondi diversi (e a volte, radicalmente diversi) dal nostro? Quanto potrà arricchirsi il Mondo Medieval-Fantasy #452 se il nostro scrittore wanna-be scoprirà cosa succede aumentando o riducendo l’attrazione di gravità del proprio pianeta, o sottoponendolo a stagioni più lunghe, o sincronizzando rotazione e rivoluzione in modo tale che rivolga al proprio sole sempre la stessa faccia (tidal lock)?
Esempio stupido: immaginiamo un mondo povero di metalli, soprattutto in superficie. Su un simile pianeta, la tecnologia rimarrebbe necessariamente molto rudimentale… Quindi potrebbe essere condannato a rimanere un pianeta sottosviluppato. Oppure – oppure questo limite potrebbe essere da stimolo allo sviluppo di altri tipi di tecnologia, come un qualche tipo di “magia”… Ma che tipo di magia sarebbe? E che tipo di società nascerebbe?
O immaginiamo un mondo artificiale abbandonato dagli esseri umani e in decadenza, che ruota attorno a un sole morto o che si sta spegnendo, i cui unici abitanti – e protagonisti della storia – sono ormai i robot e le IA gestionali delle città (gli unici che potrebbero sopravvivere in un ambiente così freddo e ostile)… O un mondo in cui la specie dominante sono piante senzienti, che vivono una vita immobile nel punto in cui hanno messo radici ma che possono espandersi e riprodursi estendendo i propri rami o spargendo semi in cui è contenuta un’estensione del proprio cervello e del proprio apparato percettivo…

Dyson Eufloria

L’ex “Dyson”, poi ribattezzato “Eufloria”: un gioco in cui bisogna espandersi nel cosmo piantando e diffondendo alberi di Dyson. Devo giocarci.

Veniamo al dunque.
Mi era stato chiesto per quanto tempo avrei mantenuto il sondaggio ‘Cosa leggerà il Tapiro?’. Beh, lo tolgo adesso, solo per sostituirlo con una nuova richiesta: consigliatemi storie su pianeti esotici! Ho stabilito criteri molto ampi:
1. Scienza sì o scienza no? Non deve trattarsi necessariamente di romanzi Hard SF, anzi, non è nemmeno necessario che sia fantascienza in senso stretto. Alcuni degli esempi che ho fatto in testa all’articolo, come The Left Hand of Darkness della LeGuin, sono in realtà più vicini al Fantasy che non alla Sci-Fi, e tradizionalmente sono stati messi nella prima categoria solo per una questione di colore (nel caso della LeGuin, le astronavi e l’Ecumene interplanetaria sullo sfondo) e di prestigio. L’importante è che l’ambientazione dei romanzi che mi consiglierete non siano una violazione palese delle leggi della fisica così come le conosciamo: quindi, no ai mondi completamente sconclusionati di certa Bizarro Fiction o a quelli permeati di una magia chiaramente anti-scientifica. In altre parole cerco mondi che, almeno teoricamente, potrebbero davvero esistere da qualche parte là fuori.
2. Il concetto di “mondo”. Ho parlato soprattutto di pianeti, ma, come si evince dagli esempi in testa all’articolo, mi va bene qualsiasi setting che sia un mondo visitabile – dalla stella di neutroni di Dragon’s Egg alle comete terraformate di Vacuum Flowers. Sì anche ai pianeti artificiali; preferirei tenere fuori artefatti più piccoli come le astronavi plurigenerazionali (tipo quella di Incontro con Rama), ma se avete tra le mani una storia – per esempio – su un’astronave megafika potete provare a passarmela lo stesso.
3. Il ruolo del setting. Le caratteristiche del mondo esotico non dovrebbero stare semplicemente sullo sfondo ma dovrebbero avere un qualche ruolo nella storia. L’ideale sarebbe che la particolarità del setting (e le sue conseguenze sui personaggi) fossero il fulcro della storia, il tema centrale attorno a cui ruota tutto il romanzo. Ma va bene anche un libro in cui l’ambientazione ha un ruolo subordinato, purché tangibile.
4. Più “alieno” è, meglio è. A patto di non violare la prima clausola di plausibilità. Adolf in Wonderland di sicuro è weirdissimo, ma al prezzo di non avere senso logico.

Tutti i titoli che mi incuriosiranno e quelli che avranno più successo tra i miei lettori (non dubito che tempo mezza giornata si leverà un coro di Dune! Dune!) finiranno nella mia coda di lettura. Potrebbero inserirsi anche molto in alto. Di quelli che mi piaceranno è probabile che riparlerò, e quando un titolo mi piace molto, be’, ho l’obbligo morale di farci un Consiglio!
Quindi spammate titoli, miei cari ^-^

Captain Planet

Tipo, lui non va bene.

 (1) Cos’è un albero di Dyson? Per farla breve, dal blog Strait of Magellan:

Basically you plant a giant, genetically engineered tree inside the void pockets of a comet.
The tree processes the water and carbon dioxide ice and creates oxygen, which fills the voids. Habitat is created in the voids of the comet and in hollows in the tree itself. Possibly the tree would grow out of the comet and create a stable biome under its intertwined canopy. Animals, including humans, live off of the tree, and produce soil to further nourish it, establishing a stable biome.

Albero di Dyson

Fiko, no?

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(2) Preciso: purché superino una soglia minima di intelligenza. Devono ancora convincermi che una persona cresciuta a sci-fi, horror psicologico e romanzi storici possa trarre un qualsiasi beneficio dal leggere Twilight, per esempio. Anche se sicuramente sarebbe qualcosa di “nuovo” per lui.Torna su