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I Consigli del Lunedì #19: The Three Stigmata of Palmer Eldritch

Le tre stimmate di Palmer EldritchAutore: Philip K. Dick
Titolo italiano: Le tre stimmate di Palmer Eldritch
Genere: Science Fiction / Social SF / Psicologico
Tipo: Romanzo

Anno: 1965
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 280 ca.
Difficoltà in inglese: **

“You were wrong,” Eldritch said. “I did not find God in the Prox system. But I found something better.” […] “God,” Eldritch said, “promises eternal life. I can do better; I can deliver it.”

Nel XXI secolo, la Terra è diventata un inferno: le temperature sono talmente alte che di giorno è impossibile uscire all’aria aperta senza un’apposita tuta, e la maggior parte della popolazione vive in appartamenti sotterranei. Per sfuggire al suo destino il genere umano ha colonizzato diversi pianeti e satelliti del Sistema Solare, ma sono mondi inospitali. Per popolarli, le Nazioni Unite hanno istituito una leva obbligatoria: gli sfortunati che vengono scelti, sono condannati a passare il resto della loro vita in piccoli bunker isolati su Marte, o Venere, o Ganimede, a zappare la terra. La vita nelle colonie è talmente dura e priva di prospettive, che per evadere i coloni giocano alle bambole; ogni coppia ha infatti in dotazione un piccolo plastico della bambola Perky Pat che replica fedelmente una città della Terra nei suoi giorni migliori. Attraverso l’assunzione della droga illegale Can-D, i coloni possono vivere un’allucinazione collettiva che li porta all’interno del plastico, facendo incarnare le donne nella bambola Perky Pat, e gli uomini nel suo fidanzato Walt – e dimenticarsi così, per una buona mezz’ora, della loro vuota esistenza.
Barney Mayerson è un precognitivo che lavora per la P.P. Layouts, la multinazionale che detiene il monopolio dei plastici di Perky Pat e della Can-D; il suo lavoro è quello di anticipare quali prodotti saranno di moda nel futuro per farli produrre in esclusiva dalla sua azienda. Mayerson ha sacrificato tutto alla carriera, compresa la sua ex-moglie Emily, l’unico vero amore della sua vita, ma è infelice. E per di più, ha un sacco di problemi: la sua nuova assistente, Roni Fugate (che tra l’altro si porta a letto), minaccia di soffiargli il posto e lasciarlo a spasso; e le Nazioni Unite gli hanno mandato una notifica di arruolamento forzato nelle colonie, che lui vuole sfuggire a tutti i costi.
E anche Leo Bulero, ricchissimo e smaliziato proprietario della P.P. Layouts, ha i suoi problemi. Ha appena ricevuto la notizia del ritorno del magnate Palmer Eldritch, dopo dieci anni di assenza, dal sistema di Proxima Centauri. La sua nave si è schiantata su Plutone, e a bordo sono state trovate tracce di un lichene allucinogeno simile al Can-D. Che cos’ha rinvenuto Eldritch su Proxima? E quali sono i suoi piani? Eldritch è una minaccia solo per il suo business, o per l’intero Sistema Solare?

Dick si è già meritato un Consiglio su Tapirullanza, con la commedia un po’ minchiona The Zap Gun. Con Palmer Eldritch, uno dei suoi libri più interessanti, entriamo invece in una storia cupa e piena di amarezza.
L’intricata trama del romanzo si snoda in quattro storyline parallele: quella di Mayerson, determinato a sfuggire la leva provocandosi disturbi mentali, a consolidare la sua posizione all’interno dell’azienda e a dare un senso alla sua vita; quella di Bulero, impegnato a destreggiarsi tra le trappole delle Nazioni Unite e l’oscura minaccia di Palmer Eldritch; quella di Richard Hnatt, il nuovo marito di Emily con il sogno di farsi espandere il cervello com’è di moda tra i ricchi; e quella della piccola colonia marziana di Chicken Pox Prospects, dove tre coppie passano le loro giornate a drogarsi di Can-D e a fare sperimentazioni sessuali nel mondo di Perky Pat, sognando una vita migliore.
E le cose si complicano ulteriormente quando il romanzo comincia a esplorare il rapporto tra realtà e illusione, o tra differenti livelli di realtà… e protagonisti e lettori entrano in un’angosciante spirale di realtà dentro realtà dentro realtà.
Riuscirà il nostro scrittore preferito a far quadrare i conti?

Barbie Perky Pat

L’ispiratrice di Perky Pat.

Uno sguardo approfondito
Come avrete intuito dall’elefantiaca presentazione, Palmer Eldritch è un romanzo farcito di idee, avvenimenti e sub-plot. Dal dottor Sorriso, uno psicanalista portatile col compito di procurare nevrosi invece che guarirle, a Winnie-the-Pooh Acres, il satellite artificiale privato dei divertimenti di Leo Bulero, ai coyote telepatici marziani, ai disc-jockey che orbitano attorno a Marte e consegnano illegalmente la droga, Dick introduce con perfetta nonchalance una bizzarria ogni poche pagine.
Questa mole di idee, da un lato rende il mondo del romanzo più vivido, dall’altro mantiene sempre alto il ritmo: l’attenzione del lettore è tirata ora in una direzione, ora nell’altra, ed è molto difficile che ci si annoi. Il che vale anche per le conversazioni tra i personaggi – Dick ha la capacità di passare con naturalezza da un argomento all’altro, cosicché un dialogo può cominciare come un patema esistenziale, continuare con una disquisizione filosofica sul significato dell’Eucarestia e terminare nella pianificazione di una strategia per far fuori Palmer Eldritch. Per farla breve: m’è capitato di leggere anche 50 pagine di questo romanzo in full immersion, cosa che non mi capita spesso.
I concetti chiave, poi, sono rappresentati visivamente attraverso correlativi oggettivi. La trasformazione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo, diventano una rappresentazione della confusione tra fisico e metafisico, tra umano e divino che avviene nel romanzo; le tre stimmate – i denti d’acciaio, la mano artificiale, gli occhi Jensen di Eldritch – oltre a essere un’immagine affascinante, simboleggiano la lenta e strana invasione di Eldritch nel Sistema Solare. E il lettore comincia a tremare ogni volta che le stimmate appaiono…

Naturalmente, niente di tutto questo ha una base scientifica. I fan dell’Hard SF rimarrebbero probabilmente delusi nello scoprire che, per esempio, Dick non si cura minimamente di giustificare il folle riscaldamento globale della Terra dei suoi anni. Le cose stanno così: punto.
Né la colonizzazione dei pianeti del Sistema Solare è presentata con un minimo di rigore. Marte sembra soltanto la versione più dura e remota di quello che poteva essere il Far West nell’Ottocento – terra arida difficile (ma non impossibile) da coltivare, con una flora e una fauna nativa (i coyote, per esempio), e temperature fredde ma non insopportabili.

Palmer Eldritch

Una possibile rappresentazione di Palmer Eldritch. Non fate caso alle ali demoniache.

Fatto più grave, Dick apre troppe parentesi e non sempre è in grado di svilupparle bene.
Prendiamo Perky Pat. Chi ha avuto la fortuna di leggere il racconto originale in cui compariva questo alienante plastico ispirato alla Barbie, si accorgerà subito che nel romanzo è presentato un po’ di fretta, e rimane molto sottosfruttato. Il potere ipnotico di Perky Pat è presentato molto di fretta, quasi più come infodump tra i discorsi dei dipendenti della P.P. Layout o tra i coloni marziani, mentre di “mostrato” c’è più che altro la delusione e il declino del successo del plastico.
Mi lascia perplessa anche il Chew-Z, la nuova droga nonché device centrale del romanzo. Quali siano i suoi effetti e i suoi limiti non è mai chiarissimo, ma, quel che è peggio, sembra che non sia chiarissimo nemmeno a Dick: la portata del Chew-Z sembra infatti cambiare a seconda del momento. Crea solo illusioni o reali continuum alternativi? Le tracce “fantasmatiche” sono solo immagini, o reali cloni, o estensioni di un unico sé stesso? Si viaggia contemporaneamente nel passato e nel futuro, o in solo una direzione? E la direzione è determinata da Eldritch (e: sempre, o solo a volte?), o se no, da chi? La risposta sembra cambiare a seconda della pagina. E leggendo le lunghe discussioni dei personaggi su questi argomenti, a volte sembra che Dick le abbia scritte più per chiarire le idee a sé stesso mentre sviluppava la trama, che per esigenze di trama.
Altre idee che sembravano promettere bene, vengono semplicemente abbandonate. Come le operazioni per espandere il cervello nella clinica del dottor Denkmal, di cui Leo Bulero è cliente fisso e che Richard Hnatt sogna da sempre. Elemento di una certa importanza nelle prime 70 pagine del libro – tanto che gli è dedicato quasi un intero capitolo – viene poi completamente abbandonato in seguito a un plot twist. Lo stesso accade alla storyline di Hnatt, che dopo la prima metà del libro letteralmente sparisce dalla storia (anche se verremo a conoscenza del destino del personaggio durante le storyline degli altri personaggi-pov)!

Questo, del resto, non è che il segno più vistoso di una certa confusione di Dick riguardo alla trama del suo stesso romanzo. Quello che parte come un romanzo corale con una moltitudine di pov, da metà romanzo in poi si semplifica a un’unica storyline principale, con le altre che fanno da supporto; Mayerson diventa protagonista unico, e gli altri co-protagonisti passano a essere personaggi secondari. Un simile cambio di registro è un po’ spaesante.
D’altronde, se dovessi pensare a come migliorare il romanzo, sarei in difficoltà. Mi si presentano infatti due alternative antitetiche. Da una parte, si potrebbe raccontare il romanzo dal solo punto di vista di Mayerson: in questo modo, sarebbe più immersivo, più intimo, più coinvolgente da un punto di vista emotivo. La seconda parte del romanzo è migliore della prima, proprio perché viviamo più da vicino l’angoscia, l’asfissia, il dramma privato del protagonista.
D’altro canto, però, io amo i romanzi corali, e mi dispiacerebbe dover rinunciare all’istrionico Bulero come co-protagonista; e del resto, molti passaggi chiave del romanzo sarebbero difficili da presentare limitandosi al pov di Mayerson. Nel caso mantenessi la struttura multi-pov, comunque, eliminerei la storyline di Hnatt (le poche scene con il suo pov che siano di interesse per la trama generale, infatti, possono essere mostrate attraverso il pov di Mayerson o di Bulero), in modo da semplificare la trama; inoltre, darei più spazio al pov dei coloni marziani nella prima parte. La vita nelle colonie su Marte, infatti, è uno dei temi centrali del romanzo (nonché una delle parti più interessanti), ma nella prima parte del libro ci si riferisce molto ad essa – nei dialoghi, nei pensieri – ma la si vede poco. Più capitoli dedicati ai coloni, inoltre, permetterebbero di approfondire argomenti interessanti come Perky Pat, il traffico e l’assunzione di Can-D, i metodi per colonizzare il pianeta; e renderebbero meno traumatica la transizione alla seconda parte del libro 1.

Chew-Z

Circa.

Questi difetti di struttura non minano, comunque, quello che è l’altro grande pregio del romanzo – ossia i personaggi e la loro psicologia. Questa è probabilmente la ragione per cui ancora oggi Dick rimane il mio scrittore preferito: i suoi personaggi – emotivi, indecisi, complicati, complessati – sono tra i migliori che si possano trovare nella narrativa di genere. All’estremo opposto dei burattini senz’anima di Clarke o di molti romanzi della LeGuin, sono loro a pilotare la trama, facendole a volte prendere direzioni inaspettate, ma sempre in accordo con la loro psicologia. E sono anche personaggi che evolvono: Mayerson soprattutto, ma in misura minore anche gli altri, alla fine del romanzo saranno diversi da quelli che erano all’inizio.
E bisogna fare i complimenti a Dick, per essere riuscito a farci simpatizzare con individui tanto sgradevoli. In Palmer Eldritch, infatti, nessuno ci fa bella figura. Da una parte, i personaggi newyorkesi – Mayerson, Bulero, Roni Fugate, Hnatt – sono degli arrivisti, egocentrici e meschini, che si lasciano spesso e volentieri andare a bassezze e temono di continuo (non a torto) di essere pugnalati alle spalle da colleghi e “amici”. Dall’altra, i personaggi marziani sono gente piegata, depressa, il cui quesito principale è di che droga drogarsi e come far passare il tempo. In mezzo, Palmer Eldritch, personaggio titanico e affascinante; nominato fin dalle prime pagine, la sua apparizione è continuamente ritardata, ma quando finalmente compare, be’, ci fa la sua porca figura!

La capacità di provare empatia verso i personaggi di un libro viene in gran parte dalla gestione del pov, e Dick ne fa un uso quasi perfetto: tutto è sempre filtrato dal personaggio punto di vista, dai suoi occhi e dai suoi pensieri. E la voce di Mayerson, cinica, amara e piuttosto passiva, è molto diversa da quella del baldanzoso Bulero – che grazie al suo cervello potenziato schizza continuamente da una catena di pensieri all’altra, elaborando piani e agendo, agendo, agendo. E quando nel romanzo distinguere realtà e illusione comincia a diventare complicato, il lettore si trova a provare la stessa confusione dei suoi personaggi, la stessa angoscia…
Dico “quasi” perfetto, comunque, perché a dire il vero uno scivolone lo fa. Mi riferisco al pov delle scene di Chicken Pox Prospects: invece di essere focalizzato su uno solo dei sei membri della colonia, il pov schizza da uno all’altro, come se costituissero una sorta di coscienza collettiva. Imputo questa gestione del pov a una distrazione di Dick, perché non dà nessun vantaggio, mentre al contrario crea una certa confusione; si fa sempre fatica a capire chi sta parlando e a distinguere un personaggio dall’altro. Aldilà dei salti di pov, poi, i sei coloni sono troppo poco differenziati – rimangono dei nomi volanti.

Philosoraptor si interroga sulla droga

Il philosoraptor si interroga sulle implicazioni sociali di questo romanzo.

The Three Stigmata of Palmer Eldritch è un romanzo estremamente suggestivo, e si legge che è un piacere. Un romanzo che mette insieme capitalismo selvaggio, alienazione, droghe, invasioni mentali, pazzia, religione, drammi esistenziali e speculazioni filosofiche.
Poteva essere meglio? Sì, se solo Dick si fosse preso uno o due anni per scriverlo, anziché qualche mese. Se avesse potuto organizzare meglio la trama e riflettere meglio sull’esatta portata di device chiave come il Chew-Z; se avesse potuto lavorare più a lungo sullo stile, per esempio sfoltendo il libro da tutti quegli avverbi. Pazienza.
E’ figo lo stesso.

Dove si trova?
Come ho già detto parlando di The Zap Gun, Philip K. Dick è in assoluto uno degli scrittori di genere più facili da trovare. In lingua originale, potete trovarlo su BookFinder, Library Genesis e sul canale #ebooks di IrcHighway. In italiano, potete affidarvi a Emule oppure comprare l’edizione Fanucci in libreria – Palmer Eldritch lo trovate di sicuro, continuano a ristamparlo.

Chi devo ringraziare?
Probabilmente l’elenco sarebbe lungo e complicato, ma chi mi ha convinto più di tutti credo sia stato Lawrence Sutin, autore di una curiosa (e ricca) biografia su Dick, Divine Invasions.
Sutin è pure fin troppo entusiasta di Palmer Eldritch, e gli dà la bellezza di 10/102. Esagera, ma posso capirlo.

Divine invasioni di Lawrence Sutin

Diffido dei blurb, ma in questo caso devo ammettere che ha ragione. Inquietante.

Qualche estratto
Per i due estratti di oggi, ho scelto la prima scena in cui i coloni di Marte entrano nel plastico di Perky Pat, e la prima, inquietante apparizione (piuttosto tardi nel romanzo) di Palmer Eldritch.

1.
He shut the door of the compartment, then swiftly got out his own Perky Pat layout, spread it on the floor, and put each object in place, working at eager speed. […] for him life on Mars had few blessings.
“I think,” Fran said, “you’re tempting me to do wrong.” As she seated herself she looked sad; her eyes, large and dark, fixed futilely on a spot at the center of the layout, near Perky Pat’s enormous wardrobe. Absently, Fran began to fool with a min sable coat, not speaking.
He handed her half of a strip of Can-D, then popped his own portion into his mouth and chewed greedily.
Still looking mournful, Fran also chewed.
He was Walt. He owned a Jaguar XXB sports ship with a fiatout velocity of fifteen thousand miles an hour. His shirts came from Italy and his shoes were made in England.
As he opened his eyes he looked for the little G.E. clock TV set by his bed; it would be on automatically, tuned to the morning show of the great newsclown Jim Briskin. In his flaming red wig Briskin was already forming on the screen. Walt sat up, touched a button which swung his bed, altered to support him in a sitting position, and lay back to watch for a moment the program in progress.
“I’m standing here at the corner of Van Ness and Market in downtown San Francisco,” Briskin said pleasantly, “and we’re just about to view the opening of the exciting new subsurface conapt building Sir Francis Drake, the first to be
entirely underground. With us, to dedicate the building, standing right by me is that enchanting female of ballad and–”
Walt shut off the TV, rose, and walked barefoot to the window; he drew the shades, saw out then onto the warm, sparkling early-morning San Francisco street, the hills and white houses. This was Saturday morning and he did not have to go to his job down in Palo Alto at Ampex Corporation; instead–and this rang nicely in his mind–he had a date with his girl, Pat Christensen, who had a modern little apt over on Potrero Hill.
It was always Saturday.
In the bathroom he splashed his face with water, then squirted on shave cream, and began to shave. And, while he shaved, staring into the mirror at his familiar features, he saw a note tacked up, in his own hand.

THIS IS AN ILLUSION. YOU ARE SAM REGAN, A COLONIST ON MARS. MAKE USE OF YOUR TIME OF TRANSLATION, BUDDY BOY. CALL UP PAT PRONTO!

And the note was signed Sam Regan.

Chiuse la porta dello scompartimento; quindi, tirò rapidamente fuori il suo progetto di Perky Pat, lo distese sul pavimento e mise ogni oggetto al suo posto, lavorando con impaziente rapidità. […] per lui la vita su Marte presentava pochi aspetti positivi.
— Penso che tu stia cercando di indurmi in tentazione — disse Fran. Si mise a sedere e sembrava triste; i suoi occhi, grandi e scuri, fissavano, senza guardare, un punto al centro del progetto, vicino all’enorme guardaroba di Perky Pat. Con fare assente, Fran iniziò a giocherellare con un cappotto nero miniaturizzato, senza parlare.
Le passò una mezza stecca di Can-D, poi si sparò in bocca la propria parte e masticò avidamente.
Conservando la sua aria luttuosa, anche Fran masticò.
Lui era Walt. Possedeva una navicella Jaguar XXB Sport, capace di una velocità massima di quindicimila miglia all’ora. Le sue camicie provenivano dall’Italia e le scarpe erano made in England. Aprì gli occhi e il piccolo televisore-orologio General Electric posto vicino al suo letto; si accese automaticamente, sintonizzato sullo show del mattino del grande infoclown Jim Briskin. Con la sua parrucca rosso fiammante Briskin stava già prendendo forma sullo schermo. Walt si mise a sedere, toccò un bottone che fece rialzare metà del suo letto, in modo da sostenergli la schiena, e si abbandonò all’indietro, guardando per un attimo il programma in onda.
— Sono qui all’angolo tra la Van Ness Avenue e Market Street, nel centro di San Francisco — disse Briskin, amabilmente — e stiamo per assistere all’apertura del nuovo sensazionale condominio subsuperficiale Sir Francis Drake, il primo costruito interamente sottoterra. Con noi, per inaugurare l’edificio, proprio qui al mio fianco, abbiamo un’incantevole artista e…
Walt spense la tv, si alzò e si diresse scalzo alla finestra; tirò le tende e restò a guardare le tiepide e scintillanti strade di San Francisco, di prima mattina, le colline e le case bianche. Era sabato e non doveva recarsi al lavoro, fino a Palo Alto, alla Ampex Corporation.
Invece — e ciò suonava meravigliosamente alle sue orecchie — aveva un appuntamento con la sua ragazza, Pat Christensen, che possedeva un piccolo appartamento moderno su a Potrero Hill.
Era sempre sabato.
In bagno, si gettò dell’acqua in faccia, premette sul tubetto di crema da barba e iniziò a radersi. E mentre si radeva, fissando nello specchio le proprie familiari fattezze, vide appiccicato un appunto di proprio pugno.

QUESTA È UN’ILLUSIONE. TU SEI SAM REGAN, COLONO SU MARTE. SFRUTTA A DOVERE IL TUO TEMPO DI TRASLAZIONE, AMICO. CHIAMA PAT IMMEDIATAMENTE!

E l’appunto era firmato Sam Regan.

Barbie vecchia

La verità che hanno sempre nascosto ai coloni marziani…

2.
From the ship stepped Palmer Eldritch.
No one could fail to identify him; since his crash on Pluto the homeopapes had printed one pic after another. Of course the pics were ten years out of date, but this was still the man. Gray and bony, well over six feet tall, with swinging arms and a peculiarly rapid gait. And his face. It had a ravaged quality, eaten away; as if, Barney conjectured, the fat-layer had been consumed, as if Elditch at some time or other had fed off himself, devoured perhaps with gusto the superfluous portions of his own body. He had enormous steel teeth, these having been installed prior to his trip to Prox by Czech dental surgeons; they were welded to his jaws, were permanent: he would die with them. And–his right arm was artificial. Twenty years ago in a hunting accident on Callisto he had lost the original; this one of course was superior in that it provided a specialized variety of interchangeable hands. At the moment Eldritch made use of the five-finger humanoid manual extremity; except for its metallic shine it might have been organic.
And he was blind. At least from the standpoint of the natural-born body. But replacements had been made– at the prices which Eldritch could and would pay; that had been done just prior to his Prox voyage by Brazilian oculists. They had done a superb job. The replacements, fitted into the bone sockets, had no pupils, nor did any ball move by muscular action. Instead a panoramic vision was supplied by a wide-angle lens, a permanent horizontal slot running from edge to edge. The accident to his original eyes had been no accident; it had occurred in Chicago, a deliberate acid-throwing attack by persons unknown, for equally unknown reasons . . . at least as far as the public was concerned. Eldritch probably knew. He had, however, said nothing, filed no complaint; instead he had gone straight to his team of Brazilian oculists. His horizontally slotted artificial eyes seemed to please him; almost at once he had appeared at the dedication ceremonies of the new St. George opera house in Utah, and had mixed with his near-peers without embarrassment. Even now, a decade later, the operation was rare and it was the first time Barney had ever seen the Jensen wide-angle, luxvid eyes; this, and the artificial arm with its enormously variable manual repertory, impressed him more than he would have expected . . . or was there something else about Eldritch?
“Mr. Mayerson,” Palmer Eldritch said, and smiled; the steel teeth glinted in the weak, cold Martian sunlight. He extended his hand and automatically Barney did the same.

Dall’astronave uscì Palmer Eldritch.
Era lui, non ci si poteva sbagliare: da quando era precipitato su Plutone, gli omeogiornali avevano pubblicato un gran numero di foto. Ovviamente, le foto erano vecchie di dieci anni, ma il tipo era rimasto lo stesso. Grigio e ossuto, ben oltre il metro e ottanta di altezza, con braccia ciondolanti e un’andatura particolarmente rapida. E la sua faccia aveva un che di devastato, di smangiato, come se, ipotizzò Barney, lo strato di grasso si fosse completamente consumato, come se Eldritch, a un certo punto, si fosse cibato di se stesso, divorando magari di gusto le parti superflue del suo stesso corpo. Aveva enormi denti d’acciaio, che gli erano stati installati prima della partenza per Proxima da un dentista chirurgo ceco: erano saldati alla mandibola, fissi. Gli sarebbero durati tutta la vita. E poi… il suo braccio destro era artificiale. Aveva perso quello vero vent’anni prima, in un incidente di caccia su Callisto; quello nuovo, ovviamente, era migliore, nel senso che era dotato di una sofisticata serie di mani intercambiabili. In quel momento, Eldritch stava utilizzando l’estremità manuale simil-umana a cinque dita; a parte il luccichio metallico, avrebbe potuto anche essere organica.
Inoltre, era cieco. Almeno dal punto di vista degli organismi naturali. Ma aveva fatto dei trapianti, al prezzo che poté e volle pagare: era stato operato da oculisti brasiliani, appena prima di partire per Proxima. Avevano fatto uno splendido lavoro. I ricambi, collocati all’interno delle cavità oculari, erano privi di pupille, e i due bulbi non erano mossi da alcun muscolo. Erano dotati, invece, di visione panoramica, prodotta da lenti grandangolari che, come immobili fessure orizzontali, li bisecavano. L’incidente agli occhi non era stato un incidente: era successo a Chicago, un deliberato assalto al vetriolo compiuto da ignoti, per ragioni altrettanto ignote… almeno all’opinione pubblica. Eldritch, probabilmente, lo sapeva. Però, non aveva detto nulla, non aveva sporto denuncia, ed era andato subito dal suo team di oculisti brasiliani. I suoi occhi artificiali a fessura orizzontale parvero piacergli: quasi subito si era presentato alla cerimonia di inaugurazione del Teatro dell’Opera di St. George, Utah, e si era mescolato ai suoi quasi-pari senza alcun imbarazzo. Persino ora, dopo dieci anni, quell’operazione veniva tentata raramente, e Barney vedeva per la prima volta gli occhi luxvid grandangolari Jensen.
Questi e il braccio artificiale, con il suo vasto repertorio di opzioni manuali, lo impressionarono più di quanto si aspettasse… o, forse, c’era qualcos’altro in Eldritch?
— Signor Mayerson — disse Palmer Eldritch, e sorrise; i denti d’acciaio scintillarono nella debole e fredda luce di Marte. Tese la mano e Barney, meccanicamente, fece lo stesso.

Tabella riassuntiva

Un viaggio allucinante tra realtà e finzione, tra reale e mentale, tra umano e divino. Idee un po’ confuse sui device principali del romanzo.
Ritmo serrato e un’idea dopo l’altra. Troppe storyline e sub-plot che si perdono per strada.
Atmosfera cupa, personaggi cinici e complessi. Cattiva gestione del pov a Chicken Pox Prospects.
Palmer Eldritch è un gran fiQo.

(1) Inoltre, come incipit del romanzo sceglierei l’ambientazione marziana (che invece appare solo nel terzo capitolo), così da “acchiappare” subito il lettore. L’incipit attuale – Mayerson a New York, che ha appena finito di farsi la sua assistente – non è un granché.Torna su
(2) Ecco un estratto dal libro di Sutin:

Ma se volete leggere un libro mozzafiato, che si divora in un lampo, e parla di una Terra segretamente invasa da forze aliene che vanno ben al di là della nostra comprensione, mentre Barney Mayerson passa attraverso innumerevoli realtà alternative cercando, in una di queste, solo in una, di riconquistare sua moglie, e i disperati coloni di Marte bramano lo splendido e luccicante mondo di Perky Pat, e Leo Bulero si rivolge al Dottor Sorriso, che desta non poca diffidenza, per aiutarlo a sfuggire al topo gigantesco, e Palmer Eldritch si rivela essere tutti, almeno per un o’, e riuscite a far quadrare l’insieme – con un po’ più di attenzione – in una commovente parabola sulla natura della realtà e sulla lotta per le nostre anime eterne, allora dovreste leggere Palmer Eldritch.

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I Consigli del Lunedì #15: Tales of the Dying Earth

Tales of the Dying EarthAutore: Jack Vance
Titolo italiano: Il crepuscolo della Terra / Le avventure di Cugel l’Astuto / La saga di Cugel / Rhialto il meraviglioso
Genere: Fantasy / Sword & Sorcery / Dying Earth / Picaresque
Tipo: Tetralogia di racconti e romanzi
Anno: 1950 / 1966 / 1983 / 1984 / 1997
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 741
Difficoltà in inglese: ***

These are tales of the 21st Aeon, when Earth is old and the sun is about to go out.
[…] By day the sun cast a wan maroon gloom across the land; by night all was dark and still, with only a few pale stars to post the old constellations. Time went at a languid pace, without purpose or urgency, and folk made few long-range plans.

Miliardi di anni nel futuro, il pianeta Terra è ormai giunto alla fine della sua vita. Il Sole è ridotto a una pallida sfera rossastra, che irradia il globo di una luce spettrale e potrebbe spegnersi da un giorno all’altro; la Luna è andata distrutta, e il firmamento è ridotto a poche stelle anziane. Il grosso della popolazione terrestre ha abbandonato il pianeta da moltissimo tempo, lasciando dietro di sé una civiltà decadente e priva di ambizioni. Regrediti a una civiltà preindustriale, gli esseri umani rimasti vivono in piccoli agglomerati isolati – villaggi, città-stato, regni di dimensioni irrisori; poche carovane di mercanti, pellegrini, o avventurieri coraggiosi osano varcarne i confini, per attraversare terre selvagge abitate da creature ostili e disseminate di rovine dell’antica civiltà. Quello che rimane dell’antica scienza, è condensato in complicate formule magiche che pochi maghi riescono a imparare dopo anni e anni di studio e disciplina.
E’ su questa Terra morente che si muovono stregoni come Turjan di Miir, desideroso di creare artificialmente una compagna, o Iucounu, collezionista di artefatti magici dotato di un ambiguo senso dell’umorismo, o Rhialto il Meraviglioso, altezzoso membro di un’associazione che raccoglie i maghi più potenti della sua era; ma anche avventurieri come Guyal di Sfere, che vorrebbe conoscere la risposta ad ogni domanda, o Cugel l’Astuto (Cugel the Clever), mascalzone professionista i cui unici interessi sono le belle donne e la buona tavola. Ciascuno di essi cerca di trarre il meglio dalla propria vita e godere ogni giorno come se fosse l’ultimo – perché nessuno sa quando morirà il Sole, ponendo termine alla vita sulla Terra.

A partire dal 1999, e fino all’ultima edizione nei Fantasy Masterworks della Gollancz, i quattro libri di Jack Vance ambientati nella Terra morente sono stati raccolti in un unico ponderoso volume – le Tales of the Dying Earth. Non si può parlare di saga, quanto di un’ambientazione condivisa: con l’eccezione del secondo e terzo libro, tutte le storie della Dying Earth sono scollegate e autonome.
A variare molto sono anche stile e contenuti – visto e considerato che i quattro libri sono stati scritti da Vance nell’arco di trentacinque anni. Le Tales of the Dying Earth sono insomma un contenitore molto eterogeneo; pertanto, nell’approfondimento, parlerò prima separatamente di ciascuno dei quattro libri, per poi tirare le somme del volume nel suo complesso. Il risultato, è un articolo di dimensioni ahimé gargantuesche – leggetevelo pure con calma, a puntate.

Nana bruna

Il Sole della Dying Earth?

Uno sguardo approfondito

The Dying Earth
Il primo libro del ciclo non è un romanzo ma una raccolta di sei racconti, vagamente interconnessi ma indipendenti, ambientati nella regione di Ascolais.  In “Turjan of Miir”, il mago Turjan si mette in cerca del mago Pandelume – che vive in una dimensione alternativa ad uso personale – perché gli insegni a creare artificialmente un altro essere umano. Il racconto non ha un vero e proprio finale, ma i suoi personaggi sono ripresi in “Mazirian the Magician”: l’avido Mazirian ha intrappolato Turjan in una scatola magica in compagnia di un drago affamato, per ricattarlo, ma è sua volta ossessionato da una bellissima fanciulla che ogni sera appare sul limitare dei suoi giardini. In “Liane the Wayfarer”, l’amorale bandito Liane entra in possesso di un anello magico, che può essere espanso in modo da avvolgere completamente il corpo del possessore e trasportarlo nella dimensione delle ombre; in “Guyal of Sfere”, un giovane ossessionato dal bisogno di conoscere ogni cosa si mette alla ricerca del Custode del Museo dell’Uomo, dove si dice che sia raccolta tutta la sapienza del genere umano.
La qualità dei racconti è molto altalenante. Alcuni, come “Mazirian the Magician” e “Ulan Dhor”, hanno una coerenza di fondo e sono carini; altri, come “T’sais”, saltano di palo in frasca e sono piuttosto insulsi; altri sono delle occasioni sprecate: le premesse di “Guyal of Sfere” sono interessanti, ma dopo le prime pagine il racconto va a remengo. Il protagonista, che inizialmente ti incuriosisce per il suo bisogno patologico di fare sempre domande, diventa rapidamente un avventuriero anonimo, che deve superare un ostacolo dopo l’altro per raggiungere la leggendaria biblioteca; e anche quando la raggiunge, il fulcro della storia non è più la ricerca della conoscenza, ma come eliminare un demone minore che si è infiltrato nel museo (WTF?).

Nei racconti si respira un’atmosfera rarefatta, onirica, quasi da fiaba. Questo in parte è dovuto alla stranezza dell’ambientazione – in cui capita che un mago, passeggiando per la foresta, incontri un twk-man (piccoli omini blu che viaggiano a cavallo di libellule che scambiano informazioni in cambio di granelli di sale), o una strega o un demone – e in parte al canovaccio stesso dei racconti (spesso, delle quest all’inizio delle quali il protagonista prepara o riceve un set di incantesimi o artefatti magici che gli serviranno per superare gli ostacoli lungo il cammino). Ma in parte è dovuto anche all’incapacità stilistica di Vance, che descrive sommariamente gli ambienti in cui si muovono i personaggi (e spesso raccontando, con piogge di aggettivi, invece che mostrando) e quindi rende difficile una visualizzazione nitida della storia. Gli stessi personaggi mancano in genere di profondità, e sono più simili a degli archetipi: i loro motivi sono semplici, i loro gesti convenzionali, e Vance ce li mostra sempre dall’esterno.
Volendo fare un bilancio complessivo, i racconti di The Dying Earth sono quasi tutti deboli e scritti in modo approssimativo. Ci sono un mucchio di buone idee e un’ambientazione molto suggestiva, ma tutto questo potenziale è in larga parte sprecato.

Bondage Fairies - Fairie Fetish

Uno spaccato della fauna di Ascolais.

The Eyes of the Overworld & Cugel’s Saga
Le cose migliorano con il secondo e terzo libro del ciclo. Protagonista dei due romanzi è Cugel, un farabutto straccione della terra di Almery, dal corpo macilento e la faccia da faina, che vive di truffe e piccoli espedienti all’ombra del palazzo di vetro di Iucounu, “the Laughing Magician”. Un bel giorno, quel fetente del mercante Fianosther convince Cugel a infiltrarsi nel palazzo sguarnito di Iucounu per derubarlo dei suoi artefatti magici. Ma Cugel viene beccato, e lo stregone lo mette di fronte a due alternative: una morte orribile, oppure che si metta al suo servizio. La missione? Recuperare un prisma incantato ubicato dall’altra parte del globo, da aggiungere alla sua “collezione”. Dopo che gli è stato infilato in pancia un parassita uncinato di nome Firx, incaricato di farlo rigare dritto, Cugel è pronto per partire; e non soltanto dovrà impossessarsi dell’Occhio dell’Oltremondo, ma tornare ad Almery vivo e vegeto.
I due romanzi – uno seguito diretto dell’altro – raccontano il viaggio di Cugel e le innumerevoli peripezie che incontrerà lungo il cammino. Pur essendo delle opere unitarie, The Eyes of the Overworld e Cugel’s Saga mantengono la struttura episodica del primo libro: ogni capitolo rappresenta una tappa del viaggio, una “storia nella storia” in sé autoconclusiva. Anche la loro qualità è molto variabile: alcuni episodi, come quello sulla conquista dell’Occhio dell’Oltremondo, sono divertenti e ben costruiti, mentre altri sono scritti un po’ a tirar via. Il capitolo conclusivo di The Eyes of the Overworld, poi, è spassosissimo – mentre quello che chiude Cugel’s Saga e tutta la dualogia è più modesto.

Cugel l'Astuto

Un’immagine un po’ romanticizzata di Cugel.

Una differenza gradita rispetto a The Dying Earth, è che perde terreno l’atmosfera onirico-decadente in luogo di un clima più scanzonato e autoironico. Cugel non è un guerriero né un mago; per farsi strada nella vita, deve ricorrere alla retorica, all’inganno, ai mezzucci. Le sue avventure generalmente si imperniano su questo: tentativi di turlupinare il prossimo (gli abitanti di un villaggio, stregoni, pellegrini, mercanti) con ogni mezzo possibile. L’elemento comico è accentuato dal fatto che tutti – nobiluomini, poveri villici, maggiordomi, vagabondi, creature magiche – adottano un parlare forbito e ampolloso. E le battaglie dialettiche che imperversano nei due romanzi attingono a tutto il repertorio del genere: doppi sensi, cavilli burocratici, allusioni, omissioni, insulti velati.
Anche Cugel rimane una macchietta più che un personaggio a tutto tondo. Ciarlatano più per abitudine che per calcolo, mente e inganna sulle cose più stupide, spesso prima ancora di capire se può trarne un vantaggio; ha un’opinione di sé completamente scollegata dalla realtà; del tutto amorale, non esita a liberarsi di compagni di viaggio scomodi e a raggirare innocenti, e dà l’impressione che potrebbe anche vendere sua madre per una buona cena. Ma non si può fare a meno di sviluppare della simpatia nei suoi confronti: la gente con cui si trova ad avere a che fare non è certo migliore di lui, da fanciulle che mettono in dubbio la sua potenza sessuale, a datori di lavoro che cercano di spremerlo il più possibile, a maghi capricciosi che fanno di lui quello che vogliono, a gente che se la prende con lui anche quando non ha fatto niente.

Se si vuole muovere una critica ai due romanzi di Cugel, è che nella maggior parte degli episodi il magico e il fantastico vengono messi in secondo piano, rimangono sullo sfondo. Certo, nel corso dei viaggi del suo anti-eroe Vance ci mostra una pletora di popoli diversi dalle usanze più o meno bizzarre, ma raramente si varca il confine del sovrannaturale. Con pochi rimaneggiamenti, molte delle avventure di Cugel potrebbero essere anche ambientati nel nostro mondo (magari in un’epoca cinque-seicentesca). Questo è particolarmente vero per Cugel’s Saga, che ci mostra un pianeta molto più civilizzato e trafficato che non The Dying Earth e The Eyes of the Overworld.
Non è l’unica differenza tra le due parti del ciclo di Cugel. Tra l’uno e l’altro romanzo passano quasi vent’anni, e in Cugel’s Saga lo stile di Vance migliora: i singoli episodi sono costruiti con più cura, sparisce quel modo di scrivere un po’ sbrigativo, tipico di molta Sword&Sorcery dagli anni ’50 ai ’70. In Cugel’s Saga, Vance si preoccupa di descrivere meglio gli ambienti visitati dal suo protagonista, le sue riflessioni, i rapporti tra i personaggi. E in generale, dei quattro libri delle Tales delle Dying Earth è quello scritto meglio.

Dialettica

Dialettica.

Rhialto the Marvellous
L’ultimo libro del ciclo è una raccolta di tre novellas imperniata su una società di maghi di Almery e Ascolais, e in particolare su uno di loro, il fascinoso quanto arrogante quanto puntiglioso quanto insopportabile Rhialto il Meraviglioso. Diversamente dai maghi della Dying Earth, quelli di Rhialto sono semidei con migliaia di anni di vita sulle spalle e poteri quasi illimitati, che vivono in regge e passano le giornate in placida contemplazione o nello studio e nella sperimentazione delle arti magiche. Stando così le cose, l’unica vera minaccia per questi maghi è il pericolo che rappresentano gli uni per gli altri! Vincolati alle leggi dei Blue Principles, un codice inciso su una lastra indistruttibile protetta da un demone immortale, e supervisionati da un segretario, l’anziano e svampito mago Ildefonse, questi stregoni sono riuniti in società non tanto per tutelare i comuni interessi, quanto per non farsi le scarpe a vicenda ogni cinque minuti.
La prima novella, The Murthe, è in realtà breve come un racconto, ed è anche il più brutto, nonostante le premesse bizzarre: la potente strega Llorio è tornata, e pianifica di asservire a sé tutti i maghi della Terra dopo averli trasformati in donnette vanitose! E’ un racconto scritto male, pieno di infodump, riassunti, discorsi indiretti, e quella generale sciatteria che lo rende più simile ai peggiori racconti degli anni ’50 che al resto della raccolta. Migliori Fader’s Waft – in cui i maghi della società, capitanati dall’infido Hache-Moncour, decidono di far pagare a Rhialto il prezzo della sua arroganza derubandolo di tutti i suoi oggetti magici e appigliandosi a deboli cavilli legali – e Morreion – in cui i maghi si imbarcano sul palazzo galleggiante di Vermulion the Dream-Walker per volare nello spazio e fino ai confini dell’Universo, alla ricerca del leggendario eroe Morreion. Ma anche qui troviamo tutte le pecche tradizionali del ciclo: personaggi bidimensionali, pov onnisciente che salta da un personaggio all’altro, descrizioni un po’ frettolose e mai molto mostrate.
Precede i tre racconti una piccola introduzione in cui l’autore dà qualche informazione sui maghi e sul sistema magico della 21esima era.

Anche se Rhialto the Marvellous recupera l’atmosfera magica lasciata un po’ più ai margini nel ciclo di Cugel, di quel ciclo riprende l’impostazione da commedia. I maghi della società sono gente meschina, avida, capricciosa e arrogante; la disciplina e lo studio non li hanno resi più saggi, ma solo più pericolosi. Buona parte del divertimento di queste storie (o, almeno, delle ultime due) sta proprio nelle battaglie dialettiche tra questi maghi infantili, piene di cavilli, minacce velate e doppiogiochismo.
Vance non se la cava altrettanto bene nella descrizione delle quest. Se la prima parte di Fader’s Waft – in cui Rhialto cerca di riaffermare i propri diritti di fronte all’assemblea di maghi capitanata dal viscido Hache-Moncour – è divertente, la seconda, in cui Rhialto cerca di recuperare il codex originale dei Blue Principles misteriosamente scomparso viaggiando nello spazio e nel tempo, è ripetitiva e non molto ispirata. In generale, Rhialto the Marvellous è divertente, ma non privo di difetti, e sicuramente lontano dal miglior Cugel.

I'm not a wizard

Un’immagine un po’ romanticizzata di Rhialto. Circa.

Giudizio complessivo
Probabilmente il pregio maggiore di Jack Vance sta nell’aver creato un’ambientazione vasta e suggestiva, in cui all’atmosfera fatata e sovrannaturale si mescolano indizi sull’antica civiltà e l’antica scienza. Per esempio in “Ulan Dhor”, il miglior racconto di The Dying Earth, il nipote del principe di Kaiin è mandato in missione nella remota e vecchissima città di Ampridatvir per recuperare delle antiche reliquie. Ma, benché in rovina e abitata da gente instupidita e superstiziosa, la città ospita ancora meraviglie ancora funzionanti – come macchine volanti e ascensori anti-gravitazionali. Così come le rovine di marmo del Museo dell’Uomo di “Guyal of Sfere” possono custodire al loro interno giganteschi computer e server.
Anche il sistema magico è permeato di questa commistione: vari indizi lasciati nel corso dei libri ci fanno capire che le formule magiche così faticosamente memorizzate dagli stregoni, altro non sono che complicate serie di equazioni matematiche. E’ impossibile tenere a mente molte di queste formule contemporaneamente; per questo è necessario che il mago si “prepari” un set di incantesimi prima di lasciare il suo eremo, selezionandoli tra quelli scritti nel suo grimorio 1.

Certo, complici i trentacinque anni che separano i primi racconti dagli ultimi, il mondo di Vance non è sempre coerente. Il sistema magico degli stregoni di Rhialto the Marvellous è completamente diverso, basandosi non più sulla memorizzazione di formule ma sulla convocazione di demoni magici legati a sé da regolare contratto scritto. Altra cosa che non quadra: se in The Dying Earth non è insolito trovare resti di civiltà avanzate come la nostra o anche più, queste tracce progressivamente spariscono nei libri successivi, e i maghi di Rhialto, nonostante il loro vasto potere e la possibilità di viaggiare nello spazio e nel tempo, non sembrano conoscere la tecnologia post-industriale 2! E ancora: se il mondo di The Eyes of the Overworld sembra un mondo spopolato, dove la gente non si muove o si muove poco e non sa niente di cosa ci sia cinquanta chilometri più in là, in Cugel’s Saga quello stesso mondo pullula di città fiorenti, battelli commerciali che solcano il mare, grossi circuiti carovanieri e via dicendo.
D’altronde, il mondo di Vance non è molto credibile in generale. Il fatto che la Terra stia morendo non sembra una giustificazione sufficiente a motivare il lassismo della popolazione mondiale – come nella città dorata di Kaiin, dove la gente passa il tempo a festeggiare e ad ubriacarsi in mezzo alle rovine di palazzi che da secoli nessuno pensa più a ristrutturare – e il regresso a una tecnologia pre-industriale. E non è pensabile un mondo in cui anche l’ultimo degli operai parla in modo raffinato e allusivo, ed è in grado di disquisire di metafisica e dei massimi sistemi.
Gli stessi incantesimi sono progettati più per essere divertenti che per dare l’impressione di un corpus coerente: abbiamo per esempio lo Spell of Forlorn Encystment, che imprigiona la vittima in una capsula posta a novanta chilometri sotto la superficie terrestre, ma che, se pronunciato scorrettamente, causa l’effetto opposto di rivomitare sopra la testa del mago i corpi di tutti coloro che hanno subito l’incantesimo dall’inizio dei tempi; il Lugwiler’s Dismal Itch, che causa nella vittima un prurito continuo peggiore di una tortura, o il Khulip’s Nasal Enhancement, che non ha nemmeno bisogno di spiegazioni, o il Green and Purple Postponement of Joy; o ancora il Tube of Blue Concentrate, a tutti gli effetti nient’altro che un tubo che spara innocuo concentrato blu con la strana caratteristica di terrorizzare sempre tutti.

Concentrato blu

Tubetti di concentrato blu. Spaventosi, vero?

Vance quindi sacrifica il realismo per quel tocco di suggestività decadente, e per amplificare l’elemento comico. Il suo mondo è palesemente una finzione, un gioco – impressione acuita dallo stesso stile trascurato di Vance, e dal suo uso del narratore onnisciente che crea una grande distanza tra il lettore e i personaggi. Le storie delle Dying Earth hanno la forma di una farsa piacevole e divertente, qualcosa di leggero da non prendere troppo sul serio.
Paradossalmente, però, è anche un mondo infinitamente più credibile di tutta quella pletora di High Fantasy tolkeniani che invadono le librerie, pieni di buonismi e deus-ex-machina. Gli abitanti della Terra morente sono avidi, truffaldini, dalla doppia morale, pigri, spesso stupidi, presuntuosi, infantili, egoisti – come nella vita vera. Nella Terra morente, chi fa un passo falso ci rimette la vita; per mano di un leprecauno delle foreste, o di un tagliagole appostato nel vicolo, o di un mago che per catturare un demonietto mette distrattamente a ferro e fuoco un intero acro di terra. E’ un mondo ingiusto, in cui sopravvivono solo quelli che imparano come muoversi.

La migliore intuizione di Vance nel corso del ciclo, è stata comunque il progressivo abbandono dell’atmosfera onirico-decadente dei primi racconti in luogo di quella più divertente e minchiona dei successivi. Vance dà il meglio di sé nei dialoghi tra i personaggi, nelle discussioni ampollose, nelle dissertazioni filosofiche da ritardati, nelle recriminazioni, nelle fini tenzoni dialettiche. Il suo stile è invece inadeguato alle parti più descrittive, avventurose, le parti dove le azioni contano più delle parole, che sono sempre le più noiose da leggere.
I libri più piacevoli da leggere sono, quindi, in primo luogo i due romanzi su Cugel, e in seconda battuta la seconda e terza novella di Rhialto the Marvellous. Ma anche racconti come “Turjan of Miir”, “Mazirian the Magician” e “Ulan Dhor” meritano una chance.

Songs of the Dying Earth

Le “Songs of the Dying Earth”: un’antologia commemorativa di Vance pubblicata nel 2009. Sto pensando di comprarla.

Dove si trova
In lingua originale, le Tales of the Dying Earth si trovano su Bookfinder e Library Genesis, sia tutti insieme, sia sfusi. Su mIRC li ho trovati solo sfusi. Non che cambi qualcosa.
Su Emule si trovano senza problemi tutti e quattro i titoli in italiano. Tuttavia, Vance è un autore che sconsiglio di leggere nella nostra lingua: non perché sia intraducibile, come Bug Jack Barron, ma semplicemente perché tutte le traduzioni che ho potuto vedere – fatte abbastanza coi piedi, come da tradizione Urania/Nord/Fanucci – non hanno saputo riprodurre quel tono forbito e quella musicalità che da soli fanno 3/4 del divertimento di leggere le Tales.

Qualche estratto
Ho deciso di proporre un estratto per ciascuno dei tre ‘cicli’. Il primo viene dal racconto “Mazirian the Magician”, della raccolta The Dying Earth; il secondo, dal primo capitolo di The Eyes of the Overworld, in cui Cugel viene ‘beccato’ dal mago Iucounu mentre gli sta svaligiando la casa e tenta di giustificarsi; il terzo, dalla novella Fader’s Waft di Rhialto the Marvellous, in cui uno scandalizzato Rhialto protesta con Ildefonse di essere stato ingiustamente derubato dagli altri maghi.

1.
Within the box — actually a squared passageway, a run with four right angles — moved two small creatures, one seeking, the other evading. The predator was a small dragon with furious red eyes and a monstrous fanged mouth. It waddled along the passage on six splayed legs, twitching its tail as it went. The other stood only half the size of the dragon — a strong-featured man, stark naked, with a copper fillet binding his long black hair. He moved slightly faster than his pursuer, which still kept relentless chase, using a measure of craft, speeding, doubling back, lurking at the angle in case the man should unwarily step around. By holding himself continually alert, the man was able to stay beyond the reach of the fangs. The man was Turjan, whom Mazirian by trickery had captured several weeks before, reduced in size and thus imprisoned.
Mazirian watched with pleasure as the reptile sprang upon the momentarily relaxing man, who jerked himself clear by the thickness of his skin. It was time, Mazirian thought, to give both rest and nourishment. He dropped panels across the passage, separating it into halves, isolating man from beast. To both he gave meat and pannikins of water.
Turjan slumped in the passage.
“Ah,” said Mazirian, “you are fatigued. You desire rest?”
Turjan remained silent, his eyes closed. Time and the world had lost meaning for him. The only realities were the gray passage and the interminable flight. At unknown intervals came food and a few hours rest.
“Think of the blue sky,” said Mazirian, “the white stars, your castle Miir by the river Derna; think of wandering free in the meadows.”
The muscles at Turjan’s mouth twitched.
“Consider, you might crush the little dragon under your heel.”
Turjan looked up. “I would prefer to crush your neck, Mazirian.”
Mazirian was unperturbed. “Tell me, how do you invest your vat creatures with intelligence? Speak, and you go free.”
Turjan laughed, and there was madness in his laughter.
“Tell you? And then? You would kill me with hot oil in a moment.”
Mazirian’s thin mouth drooped petulantly.
[…] “Tonight,” said Mazirian with studied malevolence, “I add an angle and change your run to a pentagon.”
Turjan paused and looked up through the glass cover at his enemy.
Then he slowly sipped his water. With five angles there would be less time to evade the charge of the monster, less of the hall in view from one angle.
“Tomorrow,” said Mazirian, “you will need all your agility.”

2.
Cugel was still seeking egress when in due course Iucounu returned to his manse.
Pausing by the alcove, Iucounu gave Cugel a stare of humorous astonishment. “What have we here? A visitor? And I have been so remiss as to keep you waiting! Still, I see you have amused yourself, and I need feel no mortification.” Iucounu permitted a chuckle to escape his lips. He then pretended to notice Cugel’s bag. “What is this? You have brought objects for my examination? Excellent! I am always anxious to enhance my collection, in order to keep pace with the attrition of the years. You would be astounded to learn of the rogues who seek to despoil me! That merchant of claptrap in his tawdry little booth, for instance — you could not conceive his frantic efforts in this regard! I tolerate him because to date he has not been bold enough to venture himself into my manse. But come, step out here into the hall, and we will examine the contents of your bag.”
Cugel bowed graciously. “Gladly. As you assume, I have indeed been waiting for your return.”
[…]
“If you will step this way I will be glad to examine your merchandise.”
Cugel glanced reflectively along the corridor toward the front entrance. “It would be a presumption upon your patience. My little knick-knacks are below notice. With your permission I will take my leave.”
“By no means!” declared Iucounu heartily. “I have a few visitors, most of whom are rogues and thieves. I handle them severely, I assure you! I insist that you at least take some refreshment. Place your bag on the floor.”
Cugel carefully set down the bag. “Recently I was instructed in a small competence by a sea-hag of White Alster. I believe you will be interested, I require several ells of stout cord.”
“You excite my curiosity!”. Iucounu extended his arm; a panel in the wainscoting slid back; a coil of rope was tossed to his hand. Rubbing his face as if to conceal a smile, Lucounu handed the rope to Cugel, who shook it out with great care.
“I will ask your cooperation,” said Cugel. “A small matter of extending one arm and one leg.”
“Yes, of course.” Iucounu held out his hand, pointed a finger. The rope coiled around Cugel’s arms and legs, pinning him so that he was unable to move. Iucounu’s grin nearly split his great soft head. “This is a surprising development! By error I called forth Thief-taker! For your own comfort, do not strain, as Thief-taker is woven of wasp-legs. Now then, I will examine the contents of your bag.” He peered into Cugal’s sack and emitted a soft cry of dismay. “You have rifled my collection! I note certain of my most treasured valuables!”
Cugel grimaced. “Naturally! But I am no thief; Fianosther sent me here to collect certain objects, and therefore—”
Iucounu held up his hand. “The offense is far too serious for flippant disclaimers. I have stated my abhorrence for plunderers and thieves, and now I must visit upon you justice in its most unmitigated rigor — unless, of course, you can suggest an adequate requital.”

3.
“Explain why you robbed me of my goods. My man Frole tells me that you marched in the forefront of the thieves.”
Ildefonse pounded the table with his fist. “Specious and egregious! Frole has misrepresented the facts!”
“How do you explain these remarkable events, which of course I intend to place before the Adjudicator?”
Ildefonse blinked and blew out his cheeks. “That of course is at your option. Still, you should be aware that legality was observed in every bound and degree. You were charged with certain offenses, the evidence was closely examined and your guilt was ascertained only after diligent deliberation. Through the efforts of myself and Hache-Moncour, the penalty became a small and largely symbolic levy upon your goods.”
” ‘Symbolic’?” cried Rhialto. “You picked me clean!”
Ildefonse pursed his lips. “I concede that at times I noticed a certain lack of restraint, at which I personally protested.”
Rhialto, leaning back in his chair, drew a deep sigh of dumbfounded wonder. He considered Ildefonse down the length of his aristocratic nose. In a gentle voice he asked: “The charges were brought by whom?”
[…]
“The complaints are too numerous to mention. Almost everyone— save myself and the loyal Hache-Moncour—preferred charges. Then, the conclave of your peers with near-unanimity adjudged you guilty on all counts.”
“And who robbed me of my IOUN stones?”
“As a matter of fact, I myself took them into protective custody.”
“This trial was conducted by exact legal process?”
Ildefonse took occasion to drink down a goblet of the wine which Pryffwyd had served. “Ah yes, your question! It pertained, I believe, to legality. In response, I will say that the trial, while somewhat informal, was conducted by appropriate and practical means.”
“In full accordance with the terms of the Monstrament?”
“Yes, of course. Is that not the proper way? Now then—”
“Why was I not notified and allowed an opportunity for rebuttal?”
“I believe that the subject might well have been discussed,” said Ildefonse. “As I recall, no one wished to disturb you on your holiday, especially since your guilt was generally conceded.”
Rhialto rose to his feet. “Shall we now visit Fader’s Waft?”
Ildefonse raised his hand in a bluff gesture. “Seat yourself, Rhialto! Here comes Pryffwyd with further refreshment; let us drink wine and consider this matter dispassionately; is not that the better way, after all?”
“When I have been vilified, slandered and robbed, by those who had previously shone upon me the sweetest rays of their undying friendship? I had never—”
Ildefonse broke into the flow of Rhialto’s remarks. “Yes, yes; perhaps there were procedural errors…”

Tabella riassuntiva

Ambientazione suggestiva agli ultimi giorni di vita della Terra! Qualità della raccolta molto altalenante.
Avventure scanzonate con protagonisti amorali. Pov onnisciente, poco show, scene scritte di fretta.
Vance è un maestro dei dialoghi! Ambientazione farsesca e storie poco “serie”.

(1) Il sistema vi è familiare? Beh, sappiate che i creatori di D&D si sono ispirati proprio alle Tales of the Dying Earth per creare il loro sistema magico, e in particolare la classe del Mago!Torna su

Scarlet Mage

Un mago di D&D oggi. Il gioco di ruolo si è un po’ intruzzito dai tempi della Scatola Rossa, mh?

(2) Ma non sembrano nemmeno ignorarla del tutto: a un certo punto, in Fader’s Waft, Rhialto somministra a una donna una pillola analgesica.Torna su

I Consigli del Lunedì #14: Bug Jack Barron

Jack Barron e l'eternitàAutore: Norman Spinrad
Titolo italiano: Jack Barron e l’eternità
Genere: Slipstream / Thriller politico / Literary Fiction
Tipo: Romanzo

Anno: 1969
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 370 ca.

Difficoltà in inglese: ***

Off-camera gruff barroom voice over shouts: ‘Bugged?’ And an answering sound-collage as camera holds on the title: students heckling People’s America agitator, amens to hardrock Baptist preacher, mothers crying soldiers griping sour losers outside the two-dollar window.
Barroom voice in cynically hopeful tone: ‘Then go bug Jack Barron!’

Scocciate Jack Barron è uno dei programmi più seguiti d’America. Per un’ora, ogni mercoledì sera in prima serata, il frizzante Jack Barron prende telefonate dal pubblico e ascolta le lamentele della gente, per poi andarle a cantare in diretta ai potenti d’America. E’ potente, Jack Barron: il pubblico la ama, perché sta dalla loro parte; politici e industriali lo temono, perché nel giro di una puntata è in grado di rovinare la loro reputazione e compromettere la loro carriera. Quello che non sanno, è che Barron è un venduto, un corrotto, che contratta con i pezzi grossi per non sputtanarli, o per danneggiare degli avversari – insomma, il programma è truccato.
Ma la vita di Jack Barron è destinata a cambiare, il giorno in cui si mette sulla strada di Benedict Howards – uno degli uomini più potenti d’America, proprietario di una compagnia di criogenizzazione che studia un sistema per donare agli uomini la vita eterna. Ora Howards vuole far passare al Congresso una legge che gli dia il monopolio sulla criogenia, ma ha parecchi scheletri nell’armadio, e non ha nessuna intenzione di permettere che Barron gli rovini la festa. E Barron sarà costretto a decidere, se dannare definitivamente la sua anima accettando le folli proposte di Howards, o ritrovare l’onore perduto…

Alla sua uscita alla fine degli anni Sessanta, Bug Jack Barron fu etichettato come esempio rappresentativo della fantascienza New Wave. In realtà, gli elementi fantascientifici del romanzo – la criogenizzazione e il trattamento per l’immortalità – sono soltanto un pretesto per mettere in piedi un romanzo che parla d’altro: di politica, di corruzione, del potere della televisione, di intrighi. Un romanzo sociale con quella spruzzata punk da “anni della contestazione”.
Spinrad è già stato ospite di questo blog, quando ho parlato di quel libro singolare che è The Iron Dream – un romanzo interessante, benché pieno di difetti. Come vedremo, questo è anche il caso di Bug Jack Barron.

Putin's kiss

La politica è una cosa sporca.

Uno sguardo approfondito
Per capire il modo in cui è scritto Bug Jack Barron, immaginiamo un triangolo.  A uno dei vertici abbiamo lo stile trasparente; al secondo vertice, uno stream of consciousness logorroico in stile James-Joyce-dei-poveri-ma-quanto-sono-literary; al terzo vertice, una parlata slang che mi ha fatto pensare a GTA. Ecco: per tutto il romanzo, la prosa di Spinrad oscilla ora verso l’uno, ora verso l’altro di questi vertici, secondo l’estro del momento.
Se l’elemento slang è carino e non inappropriato, le derive literary sono semplicemente atroci. Quando un personaggio comincia a monologare, a riflettere su sé stesso e sulla sua vita, potete star certi che Spinrad ci infilerà pagine e pagine di nauseante e spocchioso flusso di coscienza 1. Flussi non soltanto difficili da seguire – perché hanno una punteggiatura e una sintassi ridotta al minimo – ma che dicono poco, perché si riducono a ripetere fino alla nausea (magari con costruzione differente) sempre gli stessi pochi concetti, le stesse poche immagini; come Howard, che è ossessionato dal cerchio della morte che si stringe attorno a lui, e continua a ripetere questa immagine ogni volta che entriamo in uno dei suoi monologhi. E non si può dire nemmeno che questi flussi caratterizzino meglio i personaggi, dato che spesso vediamo espressioni idiomatiche o immagini che credevamo tipiche di un personaggio passare nel monologo di un altro. Con poche differenze, quindi (per esempio, quelli di Howard sono più sconnessi e ossessivi di quelli degli altri), questi monologhi sono pure tutti uguali!

La regola aurea della narrativa di genere è: tutto ciò che non porta avanti la trama è inutile; elimina i dettagli inutili, evita i punti morti, perché altrimenti perderai l’attenzione del lettore. I monologhi di Bug Jack Barron commettono proprio questo errore, perché allungano il brodo, affaticando e annoiando a morte il lettore, senza aggiungere informazioni rilevanti.
Le cose peggiorano ulteriormente quando questa logorrea di Spinrad filtra nelle scene d’azione. A un certo punto della storia, muore un personaggio importante. La cosa, di per sé, colpirebbe il lettore. Senonché, Spinrad dilata la scena a dismisura, concentrandosi su ogni minima variazione nei pensieri del personaggio. Il risultato è che il lettore intuisce che il personaggio morirà pagine e pagine prima che ciò avvenga realmente, sicché alla sorpresa subentra la prevedibilità e quindi la noia (“Sì, ma quand’è che muore?”). La stessa morte del personaggio in questione, praticamente è girata al ralenti2. Risultato? Scena potenzialmente ottima, carica di pathos ed emozioni, completamente annacquata e resa insulsa da una scrittura clueless.

Triangolo stilistico

Ciao, sono lo stile di Spinrad!

Molto meglio le parti in slang, che a volte filtrano nei pensieri dei personaggi ma caratterizzano soprattutto i dialoghi del libro e le parti più concitate. Troviamo parole tagliate o storpiate (“nig” o “nigga” al posto di “nigger”), lingue mescolate (“get him on the line muy pronto“), turpiloquio (da “I don’t give a shit of you” in poi), verbi piegati a nuovi utilizzi (“I can always kamikaze you”), neologismi (“cats” inteso per “pezzi grossi” o “persone dell’ambiente”) e via dicendo. Questo stile non solo dà molto carattere ai dialoghi, ma soprattutto dà ritmo; le battute suonano più veloci, più vivaci, più piacevoli da leggere.
Questa parlata è una delle ragioni per cui vale la pena leggere il romanzo, ed è per questo che sconsiglio di leggere Bug Jack Barron in traduzione. Quella Urania che ho potuto vedere se la cava eliminando una buona metà delle espressioni slang e cercando di riprodurre in italiano (annacquandola) l’altra metà. I risultati sono piuttosto insulsi, ma la colpa non è soltanto dei sottopagati traduttori dell’Urania. L’italiano non ha il ritmo né la struttura compositiva dell’inglese, e non riesco a immaginare una traduzione capace di restituire la stessa “freschezza” dei dialoghi originali.

In realtà, neanche la componente slang è immune dal difetto di pigro appiattimento che abbiamo visto per lo stream of consciousness. In teoria, le parlate slang dovrebbero servire a differenziare una voce dall’altra, a dare un timbro particolare ad ogni personaggio. E fino a un certo punto ci riesce: i negri campagnoli che si collegano telefonicamente alla trasmissione di Barron parlano in modo diverso dal modo in cui parla il protagonista; i primi hanno un modo di parlare semplicemente rozzo, il secondo ha una lingua tagliente, inventa giochi di parole e neologismi. Ma spesso vediamo espressioni e costrutti che passano con nonchalance da un personaggio all’altro.
Un esempio: ad un certo punto, Howard definisce Barron un “baby-bolscevico”. La parola trasmette un’immagine denigratoria di Barron, colpevole non soltanto di essere uno sporco komunista, ma peggio, di essere un bambino, un bambino che gioca a fare il komunista. Fin qui, tutto okay: l’espressione in bocca a Howard ci sta molto bene. Ma poi vediamo che anche Barron pensa a sé stesso come un “baby-bolshevik”; e più avanti persino Sara, la donna che lo ama, userà questa espressione! Ecco quindi che il termine, invece che dare un timbro particolare ad uno dei personaggi, si spalma uniformemente su tutti, diventando inutile.

Obama nigga

Come ci insegna GTA, tutti i neri parlano così.

Nonostante questo, i personaggi principali riescono a ritagliarsi una loro individualità. Abbiamo il protagonista, uno stronzetto arrogante che sa fare il suo lavoro, ha una parolina cinica per tutti ed è disposto ad ammettere a sé stesso quanto ami essere pieno di soldi e donne che gliela danno; e che però, al contempo, è roso dal rimorso per essersi venduto e aver rinunciato agli ardori rivoluzionari giovanili. Benedict Howards è un vecchio cinico e aggressivo oltre ogni immaginazione, efficacemente paragonato a una lucertola, dalla faccia di pietra, gli occhi da matto e un’aura gelida che lo circonda, ossessionato dal desiderio di vivere per sempre; Sara Westerfeld, l’ex fiamma di Barron, che l’ha mollato dopo aver scoperto che si era venduto ma ancora segretamente innamorata di lui, gioca a fare l’attivista ma è una donna debole e un po’ nevrotica, bisognosa di un uomo forte e virilissimo che la protegga dal mondo; Lukas Greene, amico di Barron ai tempi del college, è un negro che vuole farsi largo nel mondo della politica nonostante il suo handicap razziale, ed è arrivato alla poltrona di Governatore ricorrendo ad ogni mezzo più o meno lecito.
Questi sono i quattro personaggi che si spartiscono il pov nel corso del romanzo. Le transizioni dall’uno all’altro non sono mai confusionarie, ma sono sempre segnate da un cambio di capitolo o di paragrafo. E il pov non regredisce mai a un narratore onnisciente, ma sta sempre ancorato ai pensieri del personaggio-pov del momento; di qui la plausibilità delle contaminazioni slang e stream of consciousness. Almeno da questo punto di vista, Spinrad ha fatto un buon lavoro.

Le scene ambientate durante la trasmissione sono le migliori. In video, Barron utilizza una parlantina sciolta che è quasi ipnotica. Fa filtrare le chiamate del pubblico dal suo assistente Vince Gelardi, e accetta solo quelle che gli sembrano particolarmente drammatiche o che sono in linea con il bersaglio che ha deciso di colpire quella sera. E sa gestire i tempi televisivi in modo impeccabile: calcola quanto manca al prossimo spot pubblicitario per assicurarsi di dire la battuta più ad effetto, il momento topico del discorso, subito prima del break; riesce a calcolare in tempo reale la scaletta del programma in modo da non lasciare punti morti nella serata; sa come pilotare un’intervista e come far dire ai politici in collegamento telefonico quello che vuole che loro dicano; e lanciando segnali a Gelardi, è in grado di accentuare l’effetto retorico delle sue parole con alcuni trucchetti di regia.
Barron dà effettivamente l’idea di essere bravo e di conoscere molto bene il mezzo televisivo, non rinunciando a neanche uno dei suoi trucchi. E bisogna plaudere a Spinrad per aver capito nella pratica come funziona una trasmissione televisiva di questo genere, e quale potere può dare al conduttore. Di conseguenza, queste scene sono appassionanti, spesso delle vere battaglie verbali che non hanno nulla da invidiare, per strategia e foga, a battaglie corpo a corpo. La puntata di Bug Jack Barron che chiude il libro (ottenendo così una chiusura ad anello molto elegante, dato che il romanzo comincia con una puntata) è estremamente avvincente; per contro, il finale vero e proprio è scialbo e poco in linea con il cinismo generale del libro.

Harry Potter battaglia rap

Anche le battaglie rap possono essere molto avvincenti.

Gli scontri verbali, le battaglie diplomatiche, la gara a chi fotte prima l’avversario, sono la vera anima del romanzo; i momenti più piacevoli da leggere, e quelli che danno un senso all’intera lettura. E sono gestiti con molta intelligenza – anche se talvolta ho avuto l’impressione che alcuni confronti girassero un po’ a vuoto.
Per contro, come già accennavo in apertura d’articolo, la trovata fantascientifica è puerile. Il segreto dietro il trattamento per l’immortalità, che costituisce una delle chiavi di volta della trama, è privo di qualsiasi base scientifica, e sembra architettato apposta per suscitare sdegno morale e conflitto nel lettore (e nel protagonista). Insomma, è una trovata pretestuosa e un po’ retorica; e del resto, è palese che a Spinrad della scientificità non fotte una sega.
Di conseguenza, chi cerchi un buon libro di fantascienza dovrebbe tenersi alla larga da questo romanzo. Bug Jack Barron è un thriller sulla politica e sui media, che fa un buon lavoro finché rimane in questo campo e diventa più improbabile mano a mano che se ne allontana. Nonostante le diverse falle, dovute in gran parte alla scarsa cura per lo stile tipica di Spinrad, Bug Jack Barron rimane un libro dalla forte personalità, un romanzo che non assomiglia a nessun altro nel panorama della narrativa di genere. Se l’argomento vi stuzzica, vale la pena di leggerlo.

The Barry Williams Show
Lo show di Jack Barron mi ha fatto venire in mente un altro show, quello di una canzone di Peter Gabriel. Dovevo avere 12 o 13 anni quando hanno dato la canzone su MTV (che allora guardavo), e ricordo che a quell’epoca il video mi aveva molto impressionato.

Lo show di Barry Williams è diverso da quello di Jack Barron; non è una trasmissione giustizialista, ma attinge al genere della tv del dolore. Questi due tipi di spettacolo hanno però una cosa in comune: fungere da valvola di sfogo per lo spettatore medio-basso. In un caso scaricano le tensioni della giornata guardando un potente che viene preso a calci in faccia e umiliato, nell’altro freaks e casi umani che si accapigliano o sciorinano un melodramma, ma lo scopo finale è lo stesso. Barry Williams e Jack Barron potrebbero anche essere la stessa persona.

Dove si trova?
In lingua originale, Bug Jack Barron si può trovare di sicuro su Bookfinder (solo txt), Library Genesis (txt, pdf, epub) e su mIRC. Fatto curioso, su Internet è quasi più facile trovare il libro in francese che non in inglese (ma si sa: questi francesi ci vanno a nozze con la denunzia sociale!).
Su Emule si può trovare senza problemi l’edizione italiana Urania, anche se, come ho già detto, leggere questo romanzo in traduzione toglie la metà del gusto…

Chi devo ringraziare?
Devo aver letto da qualche parte che Bug Jack Barron è uno dei libri preferiti di Francesco Dimitri (sì, quello del buon Pan e dell’orrido Alice nel paese della fuffosità). Forse l’ho letto proprio sul suo blog, ma non sono riuscito a ritrovare il post o il commento dove l’ha detto, quindi il mistero permane.

Qualche estratto
Per correttezza, ho deciso di inserire un estratto bello e un estratto brutto. Il primo è tratto dalla trasmissione di Jack Barron; il secondo, è il primo degli interminabili, osceni e probabilmente blasfemi monologhi di Howards (dove tra l’altro si esprime come un supercattivo dei cartoni animati):

1.
“Okay, Mr Johnson (you silly fucker you),” Jack Barron said. “We’re back on the air. You’re plugged into me, plugged into the whole United States and all hundred million of us, plugged right into a direct vidphone line to the headquarters of the Foundation for Human Immortality, the Rocky Mountain Freezer Complex outside Boulder, Colorado. We’re gonna find out whether the Foundation’s pushing postmortem segregation, right here right now no time-delay live from the man himself, the President and Chairman of the Board of the Foundation for Human Immortality, the Barnum of the Bodysnatchers, your friend and mine, Mr Benedict Howards.”
Barron made the connection on his number two vidphone, saw the hard-looking (like to get into that) secretary chick’s image appear under him (ideal position) in lower right on the monitor, gave her a dangerous pussycat (claws behind velvet) smile and said, “This is Jack Barron calling Mr Benedict Howards. A hundred million Americans are digging that gorgeous face of yours right now, baby, but what they really want to see is Bennie Howards. So let’s have the bossman.” Barron shrugged, grinned.
“Sorry about that. But don’t worry, baby, you can leave your very own private phone number with my boy Vince Gelardi.” (Who knows?)
The secretary stared through the smile like a lemur, her telephone-operator voice said, “Mr Howards is in his private plane flying to Canada for a hunting and fishing vacation and cannot be reached. May I connect you with our Financial Director, Mr De Silva. Or our — ”
“This is Jack Barron calling Benedict Howards,” Barron interrupted (what goes here?). “Of Bug Jack Barron. You do own a television set, don’t you? I have on the line a Mr Rufus W. Johnson who’s mighty bugged at the Foundation, and I’m bugged, and so are a hundred million Americans, and we all want to talk to Bennie Howards, not some flunky. So I suggest you move that pretty thing of yours and get him on the line muy pronto, or I’ll just have to bat the breeze about Mr Johnson’s public charge that the Foundation refuses to freeze Negroes with some cats who see things a little differently from the way the Foundation sees ‘em, dig?”

«Bene, signor Johnson (pezzo di imbecille)», disse Jack Barron. «Siamo di nuovo in onda. Lei è collegato con me, collegato con tutti gli Stati Uniti e siamo in cento milioni, collegati in linea diretta con il vidifono del quartier generale della Fondazione per l’Immortalità Umana, il Complesso delle Montagne Rocciose alla periferia di Boulder, Colorado. Adesso scopriremo perché la Fondazione spinge la segregazione razziale anche dopo la morte, proprio adesso, in diretta e senza indugio, e lo sapremo personalmente dal Presidente del Consiglio di Amministrazione della Fondazione per l’Immortalità Umana, il Grande Barnum degli Ibernatori, il suo e mio amico Benedict Howards».
Barron stabili il contatto sul suo vidifono numero due, vide la segretaria dall’aspetto duro (mi piacerebbe controllare personalmente se poi lo è dovvero) nell’angolo inferiore destro del monitor, le rivolse un pericoloso sorriso felino (con-gli-artigli-nella-zampa-di-velluto) e disse: «Qui è Jack Barron che chiama il signor Benedict Howards. Cento milioni di americani stanno vedendo in questo momento il suo bel faccino, ragazza mia, ma in verità ci tengono di più a vedere Bennie Howards. Perciò ci passi il grande capo». Barron alzò le spalle e sogghignò. «Mi dispiace moltissimo. Ma non si preoccupi, bella pupa, può lasciare il suo numero personale di telefono al mio scagnozzo, Vince Gelardi» (Non si sa mai).
La segretaria guardò il suo sorriso come uno spettro, e la sua voce da centralinista telefonica disse: «Il signor Howards è a bordo del suo aereo privato ed è diretto in Canada per andare a caccia ed è impossibile mettersi in contatto con lui. Posso farla parlare con il nostro Direttore Finanziario, il signor De Silva. Oppure con il nostro…».
«Qui è Jack Barron che chiama Benedict Howards,» interruppe Barron (che cosa succede?) «Di Scocciate Jack Barron. Lei avrà pure un televisore, no? Ho in linea un certo signor Rufus W. Johnson, che è scocciato parecchio con la Fondazione, e sono scocciato anch’io e sono scocciati cento milioni di americani, e tatti quanti vogliamo parlare con Bennie Howards, non con un uomo di paglia. Perciò le consiglio di sbrigarsi e di passarmelo su questa linea muy pronto, o dovrò proprio credere che l’accusa del signor Johnson, secondo la quale la Fondazione si rifiuta di ibernare i negri è fondata, chiaro?».

2.
Forever? Howards thought. Really, this time I could smell it on the doctors’ sweat, see it in their fat little bonus smiles. The bastards think they’ve done it this time. Though they’d done it before. But this time I can taste it, I can feel it; I hurt in the right places.
Forever… Push it back forever, Howards thought. Fading black circle of light, big-eyed night nurses, daytime bitch with her plastic professional cheeriness back in the other sheets in the other hospital in the other year tube, wormlike, up his nose down his throat, in his guts, membranes clinging and sticking to polyethylene like a slug on a rock, with each shallow breath an effort not to choke, not to reach up with whatever left rip-gagging tube from nose-throat rip blood-drip needle from left arm, glucose solution from right; die clean like a man, clean like boyhood Panhandle plains, clear-cut knife-edge between life and death, not this pissing away of life juices in plastic, in glass, in tubes and retches enemas catheters needles nurses faded faggot vases of flowers…
But the circle of black light contracting, son of a bitch, no fading black circle of light snuffs out Benedict Howards! Buy the bastard, bluff him, con him, kill him! No dumb-ass wheel flipping to goddam Limey limousine gives lip to Benedict Howards. Hate the bastard, fight him, burn him out, buy him, bluff him, con him, kill him, open up the circle of black light… wider, wider. Hate tubes hate nurses hate needles sheets flowers. Show ‘em! Show ‘em all they don’t kill Benedict Howards.
“No one kills Benedict Howards!” Howards found himself mouthing the words, the breeze now cold, warm weakness now gone, fight reflexes pounding his arteries, light cold sweat on his cheeks.

Per sempre? pensò Howards. Veramente, questa volta lo posso fiutare nel sudore dei medici, lo posso vedere nei loro sorrisi soddisfatti. Quei bastardi sono convinti di avercela fatta, questa volta. Anche prima credevano di avercela fatta. Ma questa volta posso sentirne il sapore, posso provarne la sensazione fisica: fa male nei punti giusti.
Per sempre… L’hai ricacciato indietro per sempre, pensò Howards. Cerchio di luce nera che sbiadisce, infermierine dai grandi occhi del turno di notte, infermiere del turno di giorno, quelle puttane, con quella fasulla gaiezza professionale, altre lenzuola nell’altro ospedale l’altro anno, e un tubo come un verme su dentro al suo naso giù per la sua gola, dentro alle sue viscere, membrane appiccicose attaccate al polietilene come una lumaca su di un sasso, ed ogni respiro poco profondo uno sforzo per non soffocare, per non muovere quello che è rimasto e strappare via quel tubo soffocante da naso e gola, strappare l’ago della trasfusione di sangue dal braccio sinistro, l’ago della fleboclisi al glucosio dal braccio destro; morire in modo pulito, come un uomo, pulito come nell’infanzia, con un confine netto come un taglio di coltello fra la vita e la morte, non questo pisciar via dei fluidi vitali nella plastica nel vetro nei tubi e vomiti enemi cateteri aghi infermiere maledetti vasi di fiori…
Ma il cerchio della luce nera si contrae, figlio di puttana, nessun cerchio di luce nera spegne Benedict Howards! Compra quel bastardo, imbroglialo, truffalo, distruggilo! Nessun cretino fottuto sceso da una maledetta berlina di gran lusso può dare ordini a Benedict Howards! Odia quel bastardo, combattilo, brucialo, compralo, imbroglialo, truffalo, distruggilo, spezza il cerchio della luce nera… più ampio, più ampio. Odia i tubi odia le infermiere odia gli aghi le lenzuola i fiori. Fallo vedere a tutti! Fallo vedere a tutti quanti che non possono uccidere Benedict Howards.
« Nessuno può uccidere Benedict Howards! » Howards si rese conto che stava aprendo la bocca per foggiare quelle parole, e la brezza adesso era fredda, la tiepida debolezza era scomparsa, i riflessi da combattente battevano nelle sue arterie e sulle sue guance c’era un leggero sudore gelido.

Tabella riassuntiva

Una storia piena di intrighi e battaglie dialettiche. Monologhi da brutta literary fiction.
La trasmissione di Jack Barron è una figata! Gli elementi fantascientifici sono pretestuosi.
Lo slang è divertente e dà carattere alla storia. I personaggi tendono a parlare tutti nello stesso modo.

(1) Peraltro, io sono contrario in generale all’uso dei flussi di coscienza. Per due motivi:
a. Il presupposto dello stream of consciousness è l’idea di riprodurre il flusso disordinato dei pensieri umani, che procede per associazione di idee piuttosto che secondo logica. Ma questo è impossibile. Il pensiero umano si muove su più piani contemporaneamente, percorrendo più di una linea di ragionamento alla volta, e mischiando tra loro parole, immagini, suoni, odori, scene. Uno stream of consciousness non potrà mai riprodurre in modo fedele il modo in cui pensiamo, è solo un altro artificio; allora, artificio per artificio, è molto più gradevole e onesto inserire i pensieri nella forma del normalissimo discorso diretto.
b. I nostri pensieri sono, per la maggior parte del tempo, triviali e insulsi. Frugare nella nostra testa con uno stream of consciousness non è molto diverso dallo scrivere una scena in cui il personaggio si sveglia, va in bagno, si lava, si fa la barba, torna in camera, apre l’armadio, sceglie i vestiti, si veste, va in cucina, prende il latte dal frigo e se lo versa in una tazza… Cioè, chissenefrega, no?
La sola eccezione che ammetto è quando il personaggio è allucinato/folle/in preda al panico, e si vuole trasmettere al lettore quel medesimo senso di smarrimento e di pensieri sconnessi. In questo caso, un uso moderato del flusso di coscienza può avere senso.Torna su

(2) Questo mi ha ricordato una scena dell’atroce jrpg Eternal Sonata. Credo che questa scena sia il capolavoro mondiale del ridicolo involontario: godetevela.

Ecco; Spinrad non raggiunge questi eccessi, ma l’impressione sgradevole rimane.Torna su

I Consigli del Lunedì #13: The Death of Grass

Morte dell'erbaAutore: John Cristopher (pseudonimo di Samuel Youd)
Titolo italiano: Morte dell’erba
Genere: Science Fiction / Apocalyptic SF / Social SF / Horror
Tipo: Romanzo

Anno: 1959
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 230 ca.
Difficoltà in inglese: **

La Cina è in pericolo. In tutto il subcontinente si sta diffondendo un virus, ribattezzato Chung Li, che infetta e distrugge le piantagioni di riso, lasciando al loro posto la nuda terra. La gente comincia a morire di fame, rivolte scoppiano in tutta la nazione, la Cina sembra condannata a precipitare nella barbarie. Il vecchio Occidente guarda con compassione il tracollo dell’Estremo Oriente, ma anche con una certa tranquillità: da loro, una cosa del genere non potrebbe mai accadere. Ma che succede, quando una mutazione dello stesso virus, capace di distruggere l’erba in ogni sua forma – il mais, l’orzo, la segale, il miglio, il sorgo, il grano – comincia a diffondersi in tutto il mondo?
E’ con questa situazione che si trovano a dover fare i conti i due fratelli Custance: John, colto e brillante ingegnere londinese, e David, che ha ereditato dal nonno la fattoria nella remota vallata di Blind Gill e si è convertito alla vita di campagna. E quando le cose precipitano anche nella civile Inghilterra, quando diventa chiaro che non ci si può più fidare del governo e delle notizie che danno alla radio, ma solo delle proprie risorse, John capisce che l’unica speranza di salvezza sta nel raggiungere il più presto possibile la valle del fratello. Ad accompagnarlo, la sofisticata ma fragile moglie Ann, i due figli, il cinico amico di famiglia Roger (con moglie al seguito) e il gelido cecchino Pirrie. Ma il viaggio attraverso l’Inghilterra apocalittica è destinato a cambiare per sempre lui e tutti quelli che li accompagnano…

Oggi propongo ai miei lettori un romanzo diverso dai soliti che passano su Tapirullanza. Invece dei lampi di creatività delle ultime settimane, il libro di oggi è crudo, conciso, funzionale.
The Death of Grass è speculative fiction nella sua accezione più “pura”: un what if in cui il mondo è esattamente il nostro (o meglio, com’era ai tempi in cui è stato scritto il romanzo, gli anni ’50), ma con una variabile cambiata. Che succederebbe se nascesse un virus che distrugge ogni tipo di erba e si diffonde rapidamente? Come reagirebbero i governi e l’opinione pubblica? Con che tempistica e con quali contromisure? Quali trasformazioni sulla società? Chi si salverebbe, e chi sarebbe lasciato indietro?

Dr. House vairus

Lui l’aveva capito subito.

Uno sguardo approfondito
Il libro non parte nel migliore dei modi, con un prologo che definire orrendo sarebbe un complimento. Ambientato molti anni prima l’inizio della vicenda vera e propria, ci mostra John e David bambini durante una visita a Blind Gill assieme alla madre. C’è di tutto: infodump a manetta, peraltro in gran parte su elementi di nessuna importanza per la trama (la storia del ramo materno della famiglia Custance), pov balengo (con un onnisciente che a seconda del momento si avvicina a uno dei personaggi per poi riallontanarsi), totale mancanza di hook per il lettore (che non soltanto si annoia, ma non capisce quale sia il punto del libro). Nella vicenda principale – ossia il virus Chung Li e le sue conseguenze – verremo introdotti solo a partire dal capitolo uno, e in modo molto graduale.
Ora, posso capire che il prologo inserisca elementi molto importanti nell’economia della trama, ossia Blind Gill, i due protagonisti e il loro rapporto con la summenzionata valle. Ma c’erano un’infinità di modi più eleganti, meno noiosi e meno clueless di farlo, come partire con il primo capitolo (peraltro ancora ambientato a Blind Gill, ma coi protagonisti adulti), e far loro rievocare quel momento della loro infanzia intanto che viene introdotto nella storia l’argomento “Chung Li”.

Andando avanti, il libro migliora e la storia si fa più interessante, ma ho voluto da subito chiarire un punto: Cristopher non è un virtuoso della penna, anzi. Lo stile è quello grezzo e funzionale, molto raccontato, di molta fantascienza priva di pretese stilistiche degli anni ’40-’50. Con l’eccezione di Blind Gill, il cui carattere di conca chiusa su tre lati da montagne e dal fiume le dà un certo fascino da fortezza inespugnabile, gli ambienti in cui i personaggi si muovono sono scialbi e anonimi.
Anche la descrizione dei personaggi è minimale e statica. Molti di essi risultano per il lettore dei nomi volanti o poco più; solo a poco a poco (e solo per alcuni di loro), gli eventi della storia ne mettono a nudo caratteristiche che li rendono riconoscibili. L’effetto a volte è straniante. Prendiamo Millicent, la giovane mogliettina di Pirrie: quando ci viene presentata, è una tizia del tutto anonima. Per diversi capitoli, il suo ruolo è di fare tappezzeria. All’improvviso, scopriamo che Millicent è una sexy seduttrice con un brutto rapporto col marito; e il lettore deve completamente ridisegnare l’immagine mentale che si era fatto del personaggio. E’ come se solo in questo momento, l’autore l’abbia messa a fuoco – come se fino ad adesso si fosse dimenticata di lei. Spesso Christopher dà l’impressione che, pur avendo un’idea chiara del canovaccio e degli avvenimenti principali della storia, improvvisi molte situazioni minori; e che quindi, per esempio, Millicent non sia sempre stata una gatta morta professionista, ma si “trasformi” in essa secondo l’estro del momento dell’autore. Anche altre scene, molto importanti per l’evoluzione dei personaggi – come il rapimento di Ann e dei figli – sembrano improvvisate, rabberciate. Un bravo scrittore, invece, prepara in anticipo tutti i successivi sviluppi di trama, in modo che anche i colpi di scena, visti col senno di poi, vengano percepiti dal lettore come naturali.

Marijuana addio

Dimenticatevi anche questa.

Non che la scrittura di John Cristopher sia del tutto priva di pregi. A parte il prologo e occasionali sbandamenti, il pov è sempre mantenuto nelle vicinanze di John. Questa scelta, soprattutto nei capitoli post-apocalittici del romanzo, dà alla storia una bella sfumatura da survival horror, perché assistiamo allo sfacelo della civiltà attorno al protagonista ma non sappiamo cosa stia esattamente succedendo aldilà di ciò di cui fa esperienza diretta.
Ancora: mentre il background londinese di John e della sua cerchia di intimi ci è fornita con infodump del narratore abbastanza indigesti, il progresso del virus Chung Li è spesso descritto attraverso i dialoghi dei personaggi. In questo modo le informazioni risultano meno astratte, e colorite del timbro e delle preoccupazioni dei protagonisti. Inoltre Christopher riesce ad aggirare la trappola dell’As you know, Bob, inserendo sempre, in questi dialoghi, almeno un personaggio all’oscuro della vicenda e che verosimilmente ne viene informato.
Alcuni personaggi, poi, sono riusciti ottimamente e rimangono memorabili, come Pirrie 1.

Aldilà dei limiti e delle brutture tecniche, la cosa che salta all’occhio della prosa di The Death of Grass è la sua estrema funzionalità. Prologo svagato a parte, Cristopher rinuncia a tutti i fronzoli e a tutte le divagazioni. Ogni avvenimento muove la trama, ogni dettaglio è utile – non c’è nulla di superfluo, anzi al contrario, talvolta sembra che lo scrittore vada anche troppo di fretta. The Death of Grass è strutturato come un romanzo a tesi; ossia, un romanzo che vuole dimostrare qualcosa, in cui la conclusione rappresenta la tesi dimostrata, e lo svolgimento i passaggi intermedi dell’argomentazione. Tutto ciò che esula da questo “procedimento dimostrativo”, è tagliato fuori dalla storia.
E’ poi curioso notare come questa stessa prosa scialba, che sembra semplicemente trascurata nella prima parte della storia, sia in grado di dare al romanzo un taglio crudo e cinico quanto più si va avanti. Cristopher racconta nello stesso modo di John che va al lavoro, e di John che pochi giorni dopo ammazza degli innocenti per rubargli il cibo, ed è questo ad inquietare il lettore. Alcune scene – come il finale – con la loro secchezza e rapidità, sono indimenticabili.

Terra brulla

Un prato all’inglese dopo il passaggio di Chung Li.

Soprattutto, Cristopher dà prova di grande lucidità e intelligenza nell’affrontare l’argomento del suo libro, ossia fin dove può spingersi – e quanto rapidamente – un uomo precipitato in condizioni di estrema necessità. Si tratta di un argomento che molto facilmente poteva sfociare in retorica moralista, ma Cristopher riesce a mantenere un taglio freddo e distaccato, quasi scientifico. Con grande intelligenza sono trattati anche tutte le questioni correlate, come la lentezza dei governi nel prendere misure impopolari; che tipo di organizzazioni umane possono nascere dalle ceneri di uno Stato moderno, e secondo che criteri si organizzeranno; su quali alimenti potrà fare affidamento l’uomo in mancanza delle graminacee; che rapporto ci sia tra i valori di un gruppo umano e le condizioni ambientali in cui si trova a vivere.
La trasformazione psicologica ed etica dei personaggi nel corso della storia è meno spettacolare ed esagerata rispetto a quanto accade, per esempio, in High Rise di Ballard; le loro azioni sono meno eclatanti e rimangono più razionali, anche nella loro crudezza. Tuttavia, proprio per questo motivo, sono anche più credibili. Ti viene da pensare che davvero, in una situazione del genere, anche tu potresti diventare come uno di loro. E questo, senza il bisogno degli infiniti e ripetitivi pipponi psicologici alla King 2.
Certo: anche in The Death of Grass, non tutti gli sviluppi psicologici sono del tutto convincenti, e alcuni passaggi sono decisamente troppo bruschi, come la trasformazione di John da normale padre di famiglia a “capoclan”. Ma prevale la sensazione di trovarsi in uno scenario verosimile, che non sta a più di un passo di distanza dal mondo reale. Anche nelle premesse apocalittiche: non si tratta di un’apocalisse zombie, né di un olocausto nucleare (anche se le atomiche avranno un ruolo nella storia), né di un cataclisma alla Emmerich, o altre amenità fantascientifiche. La premessa è la “banale” scomparsa di uno degli elementi fondamentali della nostra alimentazione e del nostro sistema produttivo. In The Death of Grass c’è così poco “fantastico”, che sembra quasi un Mainstream.

In conclusione: John Cristopher controbilancia uno stile grezzo e spesso insipido con una storia veloce, raccontata con onestà e che va dritta al punto, e soprattutto, con una capacità di penetrazione della psicologia umana e della società moderna che non si vede tutti i giorni.
The Death of Grass è un romanzo che vale la pena leggere, che piaccia o meno la fantascienza. E poi, è piaciuto pure a quell’incolto di Dago!

Bear Grylls

Lui saprebbe cosa fare.

Dove si trova?
Fino a una settimana fa avrei detto che il romanzo in lingua originale si poteva scaricare da library.nu. Ora posso comunque dire che il libro si trova su Bookfinder, su Library Genesis (torrent) e su mIRC; non c’è, invece, su FreeBookSpot.
Su Emule si trovano versioni italiane in pdf, rtf, doc e epub.

Chi devo ringraziare?
Ho scoperto l’esistenza di John Cristopher e del suo romanzo grazie al Duca, che l’ha nominato accanto a Leibowitz nei commenti a questo post come esempio di “romanzi di idee che sono anche scritti bene” (commento #23). Al #27 fa anche un paragone con Leibowitz, mentre al #26 parla di un altro romanzo di Cristopher, Una ruga sulla terra. Quest’ultimo mi sembra inferiore sotto ogni punto di vista a Morte dell’erba e quindi dubito che lo leggerò.

Qualche estratto
Il primo estratto è preso dal primo capitolo, ed è un brano della conversazione tra John, Ann e David a proposito della crisi in Cina e della natura del virus Chung Li – non solo fornisce molte informazioni importanti in modo piacevole e colorato, ma al contempo ci dà un’istantanea del tono compassionevole ma distaccato del benestante beneducato quando parla delle disgrazie altrui. E’ un po’ lungo, ma vale la pena di leggerlo.
Il secondo estratto, più avanti nel libro, mostra invece la pianificazione dell’uccisione di guardie che bloccano la strada; e si capisce che le cose sono già cambiate…

1.
‘This peaceful land,’ Ann said. ‘You are lucky, David. […] There’s such a richness everywhere. Look at all this, and then think of the poor wretched Chinese.’
‘What’s the latest? Did you hear the news before you came out?’
‘The Americans are sending more grain ships.’
‘Anything from Peking?’
‘Nothing official. It’s supposed to be in flames. And at Hong Kong they’ve had to repel attacks across the frontier.’
‘A genteel way of putting it,’ John said grimly. ‘Did you ever see those old pictures of the rabbit plagues in Australia? Wire-netting fences ten feet high, and rabbits — hundreds, thousands of rabbits — piled up against them, leap-frogging over each other until in the end either they scaled the fences or the fences went down under their weight. That’s Hong Kong right now, except that it’s not rabbits piled against the fence but human beings.’
‘Do you think it’s as bad as that?’ David asked.
‘Worse, if anything. The rabbits only advanced under the blind instinct of hunger. Men are intelligent, and because they’re intelligent you have to take sterner measures to stop them. I suppose they’ve got plenty of ammunition for their guns, but it’s certain they won’t have enough.’
‘You think Hong Kong will fall?’
‘I’m sure it will. The pressure will build up until it has to. They may machine-gun them from the air first, and dive-bomb them and drop napalm on them, but for every one they kill there will be a hundred trekking in from the interior to replace him.’
‘Napalm!’ Ann said. ‘Oh, no.’
‘What else? It’s that or evacuate, and there aren’t the ships to evacuate the whole of Hong Kong in time.’ David said: ‘But if they took Hong Kong — there can’t be enough food there to give them three square meals, and then they’re back where they started.’
‘Three square meals? Not even one, I shouldn’t think. But what difference does that make? Those people are starving. When you’re in that condition, it’s the next mouthful that you’re willing to commit murder for.’
‘And India?’ David asked. ‘And Burma, and all the rest of Asia?’
‘God knows. At least, they’ve got some warning. It was the Chinese government’s unwillingness to admit they were faced with a problem they couldn’t master that’s got them in the worst of this mess.’
Ann said: ‘How did they possibly imagine they could keep it a secret?’
John shrugged. ‘They had abolished famine by statute — remember? And then, things looked easy at the beginning. They isolated the virus within a month of it hitting the rice-fields. They had it neatly labelled — the Chung-Li virus. All they had to do was to find a way of killing it which didn’t kill the plant. Alternatively, they could breed a virus-resistant strain. And finally, they had no reason to expect the virus would spread so fast.’
‘But when the crop had failed so badly?’
‘They’d built up stocks against famine — give them credit for that. They thought they could last out until the spring crops were cut. And they couldn’t believe they wouldn’t have beaten the virus by then.’
‘The American’s think they’ve got an angle on it.’
‘They may save the rest of the Far East. They’re too late to save China — and that means Hong Kong.’ Ann’s eyes were on the hillside, and the two figures clambering up to the summit.
‘Little children starving,’ she said.
‘Surely there’s something we can do about it?’
‘What?’ John asked. ‘We’re sending food, but it’s a drop in the ocean.’
‘And we can talk and laugh and joke,’ she said, ‘in a land as peaceful and rich as this, while that goes on.’
David said: ‘Not much else we can do, is there, my dear? There were enough people dying in agony every minute before; all this does is multiply it. Death’s the same, whether it’s happening to one or a hundred thousand.’
She said: ‘I suppose it is.’

– Quanta pace, qui – disse Ann. – Sei proprio fortunato, David. […] Qui c’è abbondanza in ogni angolo. Guardati attorno, e pensa ai poveri sventurati cinesi.
– Quali sono le ultime notizie? Hai sentito la radio prima di uscire?
– Gli americani hanno mandato altre navi di grano.
– E da Pechino?
– Nessuna notizia ufficiale. Si crede che sia in fiamme. A Hong Kong hanno dovuto respingere gli attacchi lungo la frontiera.
– Un modo delicato di metterla – disse John cupo. – Avete mai visto quelle vecchie fotografie sulla calamità dei conigli in Australia? C’erano reticolati alti tre metri, e i conigli… centinaia, migliaia di conigli… ammassati contro la rete, che si arrampicano uno sull’altro a salti, finché non riescono a superare la barriera, o la barriera non cede sotto il loro peso. Questa è la situazione di Hong Kong di oggi, tranne per il fatto che non sono i conigli a premere contro la barriera, ma gli esseri umani.
– Pensi che sia veramente una situazione tanto terribile? – domandò David.
– Forse ancora peggiore. I conigli avanzano spinti dal cieco istinto della fame. Gli uomini sono intelligenti, e proprio perché sono intelligenti è necessario prendere misure drastiche per fermarli. Suppongo che abbiano moltissime munizioni per le loro armi, ma sono certo che non basteranno.
– Pensi che Hong Kong cederà?
– Ne sono certo. La pressione aumenterà fino a farla capitolare. Potranno mitragliare i cinesi dall’alto, bombardarli, colpirli con il napalm, ma per ogni cinese caduto, dall’interno ne verranno altri cento a rimpiazzarlo.
– Il napalm! – disse Ann. – No!
– E cos’altro, allora? O questo, o evacuare la città. E non dispongono di navi sufficienti per evacuare tutta Hong Kong.
– Ma anche se prendono Hong Kong – disse David – non troveranno certamente cibo per fare più di tre pasti. E si ritroverebbero al punto di partenza.
– Tre pasti? Forse neanche uno. Ma che importanza ha per gente affamata? In quelle condizioni si è pronti a uccidere anche per un solo boccone.
– E l’India? – domandò David. – E la Birmania? E tutto il resto dell’Asia?
– Dio solo lo sa. Se non altro, sono a conoscenza di cosa sta per succedere. È stata la riluttanza del governo cinese ad ammettere la sua incapacità a gestire la situazione, a cacciarli in quest’incubo senza uscita.
– Come potevano immaginare di mantenere il segreto? – domandò Ann.
John si strinse nelle spalle. – Avevano abolito le carestie per legge, ricordi? Inoltre, all’inizio le cose sembravano mettersi per il meglio. Erano riusciti a isolare il virus dopo meno di un mese dal giorno in cui aveva colpito le risaie. Lo avevano elegantemente etichettato come “virus di Chung-Li”. Si trattava soltanto di trovare il modo di uccidere il virus senza danneggiare le piante. In alternativa, potevano produrre un tipo di riso più resistente. Non potevano prevedere che il virus si sarebbe diffuso con tanta rapidità.
– Però il raccolto era stato scarso.
– Avevano dei depositi per fronteggiare la carestia, questo non bisogna dimenticarlo, e poi pensavano di poter resistere fino alla primavera e al nuovo raccolto. Non immaginavano di non poter debellare il virus entro quel periodo.
– Gli americani pensano di aver trovato il rimedio coi loro aiuti.
– Possono salvare il resto dell’Estremo Oriente. Ma è troppo tardi per salvare la Cina… e Hong Kong.
Ann fissò la collina e le due piccole figure che si arrampicavano verso la cima.
– Ci sono dei bambini affamati laggiù – disse. – Possibile che non si possa fare niente?
– E cosa? – domandò John. – Mandiamo dei viveri, ma sono una goccia nell’oceano.
– Noi – disse la donna – mentre succede tutto questo, ce ne stiamo ancora a parlare, a ridere e divertirci in questa valle incantevole.
– Cos’altro dovremmo fare? – domandò David. – Gente che muore in modo tragico ce n’è sempre stata. Questa è solo una questione di proporzioni. Ma la morte è sempre la stessa, che tocchi una sola persona o centomila.
– Immagino che sia così – disse lei.

Insurrezione

Quando la gente ha fame comincia a comportarsi in modo strano.

2.
Roger had explained his plan to John, and he had approved it. By eleven o’clock the road they were in was deserted; London’s outer suburbs were at rest. But they did not move until midnight. It was a
moonless night, but there was light from the widely spaced lamp standards. The children slept in the rear seats of the cars. Ann sat beside John in the front.
She shivered. ‘Surely there’s another way of getting out?’
He stared ahead into the dim shadowy road. ‘I can’t think of one.’
She looked at him. ‘You aren’t the same person, are you? The idea of quite calmly planning murder… it’s more grotesque than horrible.’
‘Ann,’ he said. ‘Davey is thirty miles away, but he might as well be thirty million if we let ourselves be persuaded into remaining in this trap.’ He nodded his head towards the rear seat, where Mary lay
bundled up. ‘And it isn’t only ourselves.’
‘But the odds are so terribly against you.’
He laughed. ‘Does that affect the morality of it? As a matter of fact, without Pirrie the odds would have been steep. I think they’re quite reasonable now. A Bisley shot was just what we needed.’
‘Must you shoot to kill?’
He began to say: ‘It’s a matter of safety…’ He felt the car creak over; Roger had come up quietly and was leaning on the open window.
‘O.K.?’ Roger asked. ‘We’ve got Olivia and Steve in with Millicent.’
John got out of the car.

Roger aveva spiegato il suo piano a John, e lui l’aveva approvato. Alle undici, la strada dove si trovavano divenne deserta: l’estrema periferia di Londra si era messa a dormire. Rimasero comunque fermi fino a mezzanotte; non c’era luna, ma i lampioni della strada mandavano un discreto chiarore. I ragazzi si addormentarono sui sedili posteriori. Ann si mise a sedere accanto a John.
– Sei sicuro che non ci sia un altro sistema per uscire da Londra? – domandò, con un brivido.
John rimase con lo sguardo fisso davanti a sé.
– Non riesco a trovarne altri.
Ann si girò verso il marito.
– Non sei già più lo stesso, vero? L’idea di pianificare un omicidio con la massima calma… è più grottesca che orribile.
– Ann, Davey è a cinquanta chilometri da qui, ma è come se fosse a cinquanta milioni di chilometri, se ci convinciamo a dover restare in questa trappola. – Fece un cenno per indicare Mary addormentata. – E non si tratta soltanto di noi.
– Ma tutte le probabilità sono contro di noi.
John rise. – Forse che questo cambia la moralità di tutta la situazione? A proposito, senza Pirrie avremmo avuto molte meno probabilità. Adesso penso che la fuga sia possibile. Ci serviva un buon tiratore.
– Dovete sparare per uccidere?
– Si tratta della salvezza… – cominciò John. Ma s’interruppe. Aveva sentito uno scricchiolio. Roger si era avvicinato in silenzio e si era piegato verso il finestrino.
– Sei pronto, John? Ho fatto salire Olivia e Steve in macchina con Millicent.
John smontò.

Tabella riassuntiva

Premesse affascinanti e realistiche. Stile grezzo e funzionale.
Grande lucidità di analisi dell’uomo e della società. Ambienti e comprimari spesso anonimi.
Bella atmosfera da romanzo di sopravvivenza. Alcune trasformazioni psicologiche troppo sbrigative.
Evoluzione dei personaggi cinica e disincantata.

(1) Soprattutto, per quel che riguarda Pirrie, ancora più che come si comporta lui è interessante vedere come lo trattano gli altri (e soprattutto John), e il ruolo che viene a ricoprire nel gruppo. A dimostrazione che, in un mondo post-apocalittico, il metro di giudizio delle persone cambia.Torna su
(2) Tra l’altro Cristopher è anche più onesto. Con poche eccezioni, King crea dei protagonisti che, nonostante le avversità, le tentazioni e le brutture morali di cui sono circondati, mantengono una loro “purezza” e riescono a sopravvivere anche grazie ad essa. Scelta retorica: King non fa vincere questi personaggi perché il loro comportamento è il più adatto alla loro sopravvivenza, ma perché vuole che vincano i personaggi buoni. Cristopher invece fa “abbruttire” i suoi personaggi proprio perché questo diventa l’unico modo per sopravvivere. Personaggi più realistici, in un quarto delle pagine. Chi è più bravo dei due?Torna su

Alternative a library.nu

library.nuSe si prova a mandare una mail all’amministrazione di library.nu, ecco la risposta automatica che viene generata:

Hello (this is an automated courtesy reply)
You email to library.nu admin has been received

The website is shutting down due to legal bullshit 😦 , no further comments…

Regards
Smiley

Come ormai saprete, per la legal bullshit e conseguente chiusura dobbiamo ringraziare l’azione congiunta di case editrici da tutto il mondo. Ah, le case editrici! Divise dalla concorrenza, unite nella difesa dei loro comuni interessi. E con quella loro beata convinzione che ogni copia scaricata illegalmente le derubi di una vendita!
Per altri rant sull’argomento, rimando al post del Graziosissimo Duca; io qui citerò soltanto un episodio personale. Bizarro Fiction: parliamone un attimo. Ora, secondo voi, mi sarei mai messo ad acquistare alla cieca libri stramboidi di perfetti Signori Nessuno di Portland, nell’Oregon? Giammai: se non avessi potuto scaricarli, semplicemente avrei fatto a meno di leggere Bizarro Fiction. Fine della storia. Al contrario, dopo averli potuti provare attraverso library.nu, e dopo aver scoperto che mi piacevano, ho cominciato ad acquistare legalmente opere di Mellick, Mykle Hansen, Jeff Burk. Addirittura ho comprato sulla fiducia un libro di Donihe poi rivelatosi inferiore alle aspettative!
In questo caso, come in molti altri, la pirateria, lungi dall’essere la macchina per delinquere di cui parlano quei minchioni di editori, è stata il ponte per una serie di acquisti che altrimenti non sarebbero mai avvenuti.

Carlton Mellick III

"Mamma, mamma, chi è quel signore che ci guarda male e ci chiede dei soldi?" "E' solo un barbone, tesoro. Non lo guardare!".

Non so cosa ne sarà degli amministratori di library, se tenteranno di riaprire il sito sotto altre spoglie o se si daranno alla bella vita in qualche atollo del Pacifico. Ma non mi aspetto una riapertura a breve.
Nel frattempo, quindi, bisogna cercare delle alternative. Anche solo per fare una buona azione, e dissuadere le grandi menti dell’editoria dalla loro illusione: che, adesso che library.nu ha chiuso, vagonate di lettori pentiti si riverseranno nelle librerie traboccanti banconote e preghiere di perdono, pronti a una nuova vita di legalità e purezza.
Dopo “Tapirullanza”, “library.nu” è sempre stata la chiave di ricerca più ricorrente tra gli utenti accidentalmente inciampati nel mio blog. Ma da quando library ha chiuso i battenti, le visite ad essa attinenti sono più che triplicate. Mi si chiede: “sostituto di library.nu”, “library.nu similar”, “equivalente di library.nu”, “sito per sostituire library.nu”, “is there a replacemnt of library.nu”. Tra quelli che meglio esprimono come tutti noi ci sentiamo, il genio che ha scritto “library.nu noooooo” e l’autore di “library.nu (brutte merde di editori)“, a cui va tutta la mia simpatia.
Date tutte le richieste in merito, ho pensato: “qui c’è bisogno di me!”, ed ecco la decisione. Dedicherò questo piccolo post all’elencazione di sistemi alternativi a library per procurarsi i preziosi libbri (a parte i più ovvi, come il solito Emule). Le soluzioni non mancano; e se la chiusura di library può rappresentare un grosso problema per chi cerca testi molto specialistici, perlopiù è solo una seccatura se si parla di narrativa.  Ho anche una mezza idea di aggiornare l’articolo via via che dovessi scoprire – o utenti dovessero segnalarmi – nuove soluzioni.
Avrei voluto postare questo articolo un paio di giorni fa, ma vari impegni mi hanno impedito. Be’, meglio tardi che mai.

Altri siti come library
In primo luogo, ci sono molti siti simili a library.nu. Siti più piccoli – il che significa che le probabilità di trovare qualcosa sono minori, ma in compenso è meno probabile che vengano chiusi forzosamente dal lungo braccio del Legislatore. Ronny, per esempio, ha segnalato due siti di cui ho personalmente verificato l’affidabilità: Bookfinder e Library Genesis (che dev’essere un sito russo o limitrofo). Ci ho trovato non soltanto un botto di libri di narrativa di genere, ma anche saggistica come gli Osprey.
Un altro sito ricco di materiale sarebbe FreeBookSpot; peccato che, per il download dei libri, si appoggi a siti di hosting che de facto hanno chiuso. In particolare Filesonic e Fileserve, due dei più grossi, avrebbe optato per una chiusura preventiva dopo le brutte cose accadute agli amministratori di Megaupload, come spiega per esempio questo articolo di un mesetto fa. Questo significa, ovviamente, che tutti i libri caricati su questi siti sono ora irraggiungibili (anche se nominalmente ancora presenti).
Questo non significa che non valga neanche la pena di fare un giro di FreeBookSpot. Potete sempre provare; alcuni loro libri sono hostati su altri siti e quindi sono ancora accessibili.

Pirati contro il copyright

For great justice!

Il canale #ebooks su IRCHighway
Se la ricerca su questi siti dovesse fallire, rimane sempre una risorsa: mIRC e il canale #ebooks di IRCHighway. Se non avete mai usato mIRC, all’inizio potrebbe sembrarvi un po’ macchinoso, e potrebbe volerci qualche ora prima che impariate a usarlo; ma prendeteci la mano e avrete in pugno uno strumento comodissimo.
Prima di tutto, se non ce l’avete scaricatevi il programma, per esempio qui. Quando siete su mIRC, connettetevi al server IRCHighway dalla lista dei server e selezionate come canale #ebooks.
Una volta dentro, per poter ricevere un libro dovrete accedere ad una lista di libri. Non temete: basterà aspettare pochi momenti, e i bot del canale cominceranno a spammarvi nomi di liste, come Allbooks o Bookaloo. Per chiedere di scaricare una lista, dovrete inserire @ seguito dal nome della lista, per esempio @Allbooks o @Bookaloo. Tenete conto che le liste vengono periodicamente aggiornate, per cui dopo alcuni mesi la lista che usavate di solito potrebbe essere non più utilizzabile.
La lista è un file di testo apribile con il Blocco note. Aprite la lista e usate la normale funzione Trova del Blocco note per cercare il libro che vi interessa e vedere se c’è. Spesso ce n’è più di uno, e in più formati, quindi navigatevi un po’ la lista e trovate quello che preferito. A questo punto copiate il nome del file (ad esclusione del peso del file) e incollatelo su #books, quindi inviate la richiesta. La stringa dovrebbe essere qualcosa del tipo: !Bookaloo Ender’s Game Orson Scott Card.rar [html].
Se avete fatto tutto giusto, in poco tempo un altro bot dovrebbe inviarvi il file. Tenete conto che a volte, se c’è tanta gente nel canale e stanno tutti scaricando, ci vorranno diversi secondi prima che il bot possa evadere la vostra richiesta.
Una volta padroneggiato, mIRC è un ottimo strumento. Ci ho trovato persino libri mancanti su library.nu, come City of Illusions della LeGuin o Veniss Underground di VanderMeer!
Se avete problemi, potete consultare questa guida o questa FAQ.

Copyright nazista

E la morale della favola è: abbiamo ancora la libertà di leggere (quasi) tutto quello che ci pare senza dover chiedere il permesso all’AIE ^_^