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I Consigli del Lunedì #28: The Windup Girl

The Windup GirlAutore: Paolo Bacigalupi
Titolo italiano: –
Genere: Science Fiction / Social SF / Distopia / Politico / Biopunk
Tipo: Romanzo

Anno: 2009
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 361

Difficoltà in inglese: ***

In un XXIII secolo povero e decadente, vittima di una serie di virus artificiali andati fuori controllo, che hanno decimato il genere umano e spazzato via la gran parte della flora, il Regno di Thai lotta per la sopravvivenza. L’innalzamento delle acque ha spazzato via molte delle antiche megalopoli, e Bangkok, capitale del regno, è sopravvissuta solo grazie ad un miracolo ingegneristico: una barriera circolare alta duecento piedi che impedisce all’acqua di entrare. Assediata dall’oceano e dalle calorie companies, multinazionali della bioingegneria che ricreano organismi del passato per poi brevettarli e rivenderli, Bangkok deve la sua sopravvivenza alla custodia segreta di una ricca banca di sementi – su cui ora gli stranieri vogliono mettere le mani.
Ma ora la ripresa economica rischia di travolgere l’isolazionismo thailandese. In una Bangkok dagli equilibri politici sempre più fragili, si muovono quattro personaggi: Anderson Lake, calorie man in missione segreta per trovare la banca dei semi e far penetrare la sua compagnia nel paese; Hock Seng, profugo cinese che ha perso tutto e con la determinazione di tornare in alto; Jaidee, capitano del potente Ministero dell’Ambiente, ex campione di muay thai e flagello dei contrabbandieri; ed Emiko, la ragazza caricata a molla, abbandonata dal suo padrone giapponese e costretta a servire in uno strip club e a sopportare ogni sevizia. Chi resterà in piedi attraverso gli sconvolgimenti che stanno per abbattersi sulla città?

La prima volta che sentii parlare di The Windup Girl, e del fatto che aveva vinto il Premio Hugo nel 2009, mi dissi: “No! Non è possibile! Un italiano?”. E infatti non era possibile: Bacigalupi è un americano dalla testa ai piedi, nato e cresciuto nell’insulso stato del Colorado. Non sono il primo blogger italiano a recensire il romanzo di Baciglupi – per esempio, Mr. Giobblin ne ha parlato quasi un anno fa. Ma quando un romanzo è veramente bello (e poco conosciuto qui da noi), è giusto pubblicizzarlo; e poi, spero di dire qualcosa in più oltre a quanto è già stato detto.
The Windup Girl è un raro esempio del sottogenere Biopunk, un cugino più giovane del Cyberpunk in cui il fulcro dell’innovazione tecnologica non è più il cyberspazio né la robotica, ma l’ingegneria genetica. Si sintetizzano nuove piante e animali in laboratorio, e si modifica il genoma umano per creare delle nostre varianti – i windup. The Windup Girl è anche un romanzo corale, in cui si alternano le avventure (e i pov) di quattro (…cinque?) personaggi diversi. E’ un’opera prima molto ambiziosa. Ce l’avrà fatta?

Bob-omb

La nuova razza che soppianterà la specie umana?

Uno sguardo approfondito
The Windup Girl mette a nudo sia i pregi che i difetti del romanzo corale. La scelta di alternare i punti di vista di quattro personaggi diversi può essere inizialmente spaesante e anti-immersivo, e in effetti nelle prime 50-60 pagine il ritmo del romanzo è piuttosto blando. Man mano che si procede nella lettura, però, le vite dei quattro personaggi cominciano a intrecciarsi – il lettore comincia a parteggiare per l’uno o per l’altro, a chiedersi chi la spunterà e chi farà una brutta fine, e insomma, mettere giù il libro diventa sempre più difficile. Superato il primo quarto, il romanzo decolla.
Molti premi attendono lo scrittore che sappia sfruttare il potenziale del romanzo corale. I livelli di conflitto si moltiplicano: si prova empatia per personaggi che hanno interessi e obiettivi diversi, e che spesso tenteranno di farsi la pelle a vicenda.
Prendiamo Anderson, il protagonista: è il primo pov del romanzo, il personaggio attraverso cui esploriamo per la prima volta Bangkok. Difficile non identificarsi in lui e appassionarci alla sua missione, provare dolore e sconforto ogni volta che un nuovo ostacolo si frappone tra lui e il segreto della banca dati, e una punta di entusiasmo per ogni piccolo successo; ma al contempo, la parte più critica di noi ci ricorda che Anderson è uno stronzo, interessato solo a far penetrare la sua compagnia nell’economia thailandese e disposto a fare terra bruciata di qualsiasi ostacolo. E per la cronaca, le calorie companies sono veramente delle merde: una volta sintetizzate o acquisite nuove piante, le brevettano per vietare la libera distribuzione, dopodiché vendono ai governi sementi a tempo che diventano sterili dopo X raccolti e devono essere comprate di nuovo (delle specie di sementi con DRM!). I nostri giudizi morali sono ulteriormente complicati dal fatto che un altro dei personaggi-pov, il capitano Jaidee, è il più agguerrito avversario delle calorie company e di Anderson – e nel corso del romanzo farà di tutto per mettergli i bastoni tra le ruote.

Attraverso gli occhi dei quattro personaggi-pov, possiamo vedere sfaccettature diverse della città, ed esplorare gli stessi macroconflitti da punti di vista diversi. Attraverso Anderson vediamo le fabbriche di molle a torsione, la difficile accoglienza che i farang stranieri hanno nel regno, il quartiere dei calorie men dove si passa il tempo a bere e a maledire gli apatici thai. Col punto di vista di Hock Seng viviamo la miseria dei profughi, i più fortunati dei quali – come lui – vivono in cubicoli di lamiera, mentre le masse di immigrati malesi stanno rinchiuse nei piani alti dei grattacieli abbandonati e senza energia elettrica. Attraverso Jaidee e il tenente Kayla entriamo nelle vastità labirintiche, ma sulla via del degrado, del Ministero dell’Ambiente, mentre con Emiko visitiamo il mondo notturno dei night club, dove gli uomini più irreprensibili, che in pubblico condannano le ragazze a molla come un’aberrazione contronatura, si abbandonano a nuove perversioni. E il mondo di Bangkok appare incredibilmente vivo e tridimensionale.

Semi

Semi: godeteveli prima che diventino sterili. E ovviamente non potete prestarli in giro: sarebbe la morte della bioingegneria creativa.

In The Windup Girl si respira la stessa atmosfera dei romanzi coloniali di Conrad, Kipling, Orwell, condita da un tocco fantascientifico. I mercati rionali all’ombra dei grattacieli abbandonati, che da un giorno all’altro possono essere invasi da nuovi frutti di cui nessuno ha mai sentito parlare; i megadonti, enormi elefanti che trasportano merci per le strade della città e fanno girare perni giganteschi nelle fabbriche di molle supertorcenti; l’ostilità passiva dei nativi verso gli stranieri, che si manifesta nell’apatia, nell’inefficienza, in mille piccoli sabotaggi, e nello strapotere dei sindacati coordinati dal Signore dello Sterco; la venerazione dei thai per la gerarchia e i loro complicati rituali di sottomissione e di umiliazione.
Ora, io non so niente della cultura thai, e non so quanto questo ritratto di una Thailandia del XXIII sia verosimile. Ciononostante, l’affresco di Bacigalupi è incredibilmente convincente; si ha l’impressione di una civiltà simile e al tempo stesso aliena a quella occidentale, intrisa di quel confucianesimo che fa tanto Estremo Oriente. Questo tra l’altro dovrebbe infilare una patata in bocca a quei geni che portano alle estreme conseguenze la massima “scrivi di ciò che sai” e affermano che si possa parlare solo della propria terra e della propria cultura 1.
Certo, Bacigalupi a volte esagera. Per esempio nell’abuso di termini stranieri. Anche questo è un tratto preso dai maestri del romanzo coloniale – molti romanzi di Conrad sono punteggiati di termini come farang o rajah – ed è utile a dare un tocco esotico all’ambientazione. Ma poi Bacigalupi se ne esce con periodi come questi:

All around her, clotheslines draped with rustling pha sin and trousers rustle in the sea breeze. The sun is sinking, glistening from the tip of wats and chedi. The water of the khlongs and the Chao Praya glistens.

OMG! Datti una calmata!
Ma per fortuna questi eccessi sono rari.

Se la Bangkok di Bacigalupi è così immersiva, comunque, il merito sta anche in un’ottima gestione del mostrato. Tutto è sempre filtrato attraverso il personaggio-pov del momento, il narratore onnisciente non si inserisce mai; e ogni capitolo ha un unico pov, così da evitare confusione. Gli infodump, che pure non mancano, sono resi più digeribili perché introdotti come pensieri o flashback dei personaggi. Questo non impedisce che, soprattutto all’inizio, ci si senta un po’ spaesati e soffocati dalla mole di informazioni, e che a volte gli infodump appaiano innaturali; ma il risultato finale rimane più che buono. Soprattutto si evita di cadere nell’eccesso opposto, quello del primo Swanwick: un lettore completamente spaesato perché continuamente privato di informazioni.

Thaitanic

The Windup Girl presenta anche uno degli intrighi politici più realistici e intelligenti che abbia mai letto. La storia è sempre la stessa, e sembra echeggiare le simpatiche avventure coloniali di Gran Bretagna e Stati Uniti nella Cina dell’Ottocento: da una parte, le calorie companies del Midwest Compact vogliono imporre al Regno di Thai una piena libertà di commercio; dall’altra, il governo thailandese sa di essere scampato alla rovina che ha travolto l’Asia proprio grazie alla loro politica isolazionista. Ma le cose sono più complicate di così: un governo non è mai compatto, e ciascuna corrente tenta di fare i propri interessi e imporsi sull’altra…
Lo scenario politico è quantomai complicato, e nel primo quarto del libro seguire il filo dei complotti è piuttosto faticoso. Bacigalupi cade nel solito, facile errore di introdurre le fazioni politiche prima come nomi volanti e solo successivamente come volti ben riconoscibili. Ma a differenza di quanto accadeva in The Difference Engine, queste fazioni a un certo punto prendono corpo, e di lì in poi le cose si fanno veramente appassionanti. Le forze economiche di scala globale, i complotti politici locali, la forza di singoli uomini forti capitati nel posto giusto al momento giusto: Bacigalupi tiene conto di tutto, e il risultato è spettacolare. C’è anche spazio per qualche plot twist, e qualche azione straordinaria che difficilmente potrebbe accadere nel nostro mondo prosaico; ma il tutto inserito in una cornice di estrema credibilità.

E il sense of wonder fantascientifico? C’è anche quello, benché in misura ridotta. Nei romanzi di Bacigalupi gli elementi fantastici sono tenuti al minimo e subordinati a un’ambientazione che pare quasi mainstream, il che è un’ottima scelta, considerata la sua attenzione al realismo e quanta carne al fuoco ci sia. In ogni caso, la ragazza a molla del titolo regala diverse piccole sorprese nel corso del romanzo – alcune più telefonate, altre meno. Nonché diversi spunti affascinanti sulla selezione darwiniana e sul futuro evolutivo della nostra specie.
La tecnologia della Bangkok del XXIII secolo, però, mi suscita qualche perplessità. E dato che non sono il solo, preferisco far parlare il blogger Vanamonde, che ha studiato ingegneria e sicuramente ci capisce più di me. Cito dalla sua recensione:

La principale critica che muovo a The Windup Girl è di natura tecnologica. Per quanto il mondo evocato dal romanzo sia coerente e affascinante, l’ingegnere che è in me ha diverse obiezioni. Per cominciare, in caso di esaurimento del petrolio mi aspetterei un fortissimo incremento nell’utilizzo di fonti rinnovabili di energia. In particolare, un Paese costiero e tropicale come la Thailandia potrebbe sfruttare con grande efficienza il solare, l’eolico, le maree o il gradiente di salinità. Nulla di tutto ciò avviene nel romanzo, dove si utilizzano centrali termoelettriche a carbone dove indispensabile, e per il resto ci si arrangia con energia di origine umana o animale. Si gira una manovella persino per far funzionare una radiolina portatile, roba che anche oggigiorno potrebbe funzionare a energia solare. Una simile assenza di energie alternative è inspiegabile, tanto più che il livello tecnologico è rimasto elevato, e si vedono numerosi esempi di nuovi materiali.
Anche l’utilizzo di energia animale all’interno della produzione industriale (in particolare con l’uso di elefanti geneticamente modificati, detti megodonti) fa molto colore, ma sfugge alle regole della logica. Un elefante “funziona” a biomassa. Per quanto possa essere efficiente, la stessa biomassa che gli si dà come foraggio potrebbe essere trasformata in alcool e usata per far funzionare un motore, che occupa meno spazio di un elefante, non deve riposare, non sporca, non si ammala, richiede meno supervisione umana, e probabilmente ha anche un rendimento migliore in termini di sfruttamento delle calorie.
Del tutto assurdo poi è il fatto che l’energia venga immagazzinata sotto forma meccanica, torcendo molle ad altissima resistenza: chi ha disinventato dinamo, alternatore, accumulatore, batteria e motore elettrico?
Insomma, l’impressione è che Bacigalupi nel creare il suo mondo si sia fatto guidare più dal potenziale simbolico delle situazioni (ogni cosa appare “caricata a molla”, inclusa la ragazza artificiale che è il fulcro della vicenda) che non da un’analisi scientificamente ed economicamente solida. Il che, per un romanzo che tratta un tema così attuale come la scarsità di energia, a me pare un difetto non da poco.

Auto a molla

Ehm, NO.

Detto questo, The Windup Girl rimane a mio avviso un capolavoro. Per ritmo, per complessità dei personaggi, per la ricchezza dell’ambientazione, per il realismo della storia, per ambiguità morale. Bangkok è una città sporca, carica di ingiustizia, di doppiezza e di opportunismo; e nessun personaggio, neanche i più teoricamente “puri”, ne uscirà pulito. E il finale è uno spettacolo.
Ci sarebbero così tante altre cose da dire – ma mi fermo qui, che sennò Dunseny dice che spoilero tutto. Non so se The Windup Girl diventerà un classico della fantascienza, ma dovrebbe diventarlo. Se lo merita. In ogni caso, è diventato uno dei miei romanzi preferiti, schizzando dritto alla tredicesima posizione!

Su Bacigalupi
Paolo Bacigalupi è entrato molto di recente nel panorama fantascientifico americano – ad eccezione dei suoi racconti, che vanno indietro fino al 1999, il suo primo romanzo è del 2009 – ma da allora sta sfornando un libro all’anno. Oltre a The Windup Girl, ne ho letti altri due:
Ship Breaker Ship Breaker, ambientato sulle coste di una Louisiana devastata e impoverita, racconta la storia delle ciurme di braccianti che si guadagnano da vivere smontando i pezzi delle petroliere arenate sulla spiaggia. I protagonisti sono un gruppo di ragazzini che penetrano nei piccoli pertugi delle navi per saccheggiare filo di rame e per conto dei grandi; ma la loro vita d’inferno cambierà quando, in seguito a una tempesta, si imbatteranno nel relitto di un ricco clipper. Il libro è targato come Young Adult, ma di sicuro è uno degli YA più crudi, cinici e onesti in cui mi sia mai imbattuto. Anche qui, l’elemento fantascientifico è molto contenuto.
The Alchemist The Alchemist è una novella fantasy ambientata in un mondo in cui, ogni volta che si casta una magia, da qualche parte nascono rovi indistruttibili. Gran parte del mondo conosciuto è stato inghiottito dai rovi, e ora la magia è bandita; ma gli incantesimi sono troppo utili per la gente, che continua a usarli di nascosto, e i rovi continuano a moltiplicarsi. E quando un alchimista trova un metodo per distruggerli, i signori della città decideranno di piegare la sua scoperta ai loro fini… Il mondo di The Alchemist avrebbe un ottimo potenziale, ma Bacigalupi ci scrive sopra una novella un po’ insipida, scritta così così e coi ritmi sbagliati. Puzza di commercialata, dato che è uscito in coppia con un’altra novellaThe Executioness di Tobias Buckell – con la stessa ambientazione e la stessa premessa di base.
In futuro leggerò sicuramente altro di Bacigalupi – a partire da Pump Six and Other Stories, antologia che raccoglie tutti i racconti da lui scritti fino al 2008. Un po’ mi stuzzica anche Drowned Cities, il suo ultimo romanzo; è un altro Young Adult, ma visto il buon lavoro fatto con Ship Breaker

Dove si trovano?
Su Bookfinder si trovano, in epub e pdf, tutti i libri di Bacigalupi, con l’eccezione di The Alchemist e del recente Drowned Cities; su Library Genesis si trova anche The Alchemist. Ad oggi non mi risulta che alcuno dei suoi libri sia mai stato tradotto in italiano, quindi a chi non sa l’inglese ciccia.

Chi devo ringraziare?
Le prime curiosità verso The Windup Girl mi sono venute grazie alla lettura incrociata della recensione di Mr. Giobblin e di quella di Vanamonde. Ma questi articoli, da soli, non sarebbero bastati a fugare tutti i miei dubbi. Il merito principale va invece a Siobhàn, che ha letto il libro prima di me e mi ha assicurato che mi sarebbe piaciuto un botto. Be’, aveva ragione! ^-^

Bangkok

Qualche estratto
Per il primo estratto, non potevo esimermi dallo scegliere la presentazione della città di Bangkok attraverso gli occhi gelidi di Anderson Lake. Il secondo estratto è preso dalla prima apparizione di Emiko, ed è una breve panoramica del personaggio e delle sue quotidiane esibizioni al night club di Raleigh. Per sapere come vanno a finire le sue sexy disavventure, pigliatevi il libro!

1.
The cigarette’s burning tip reaches Anderson’s fingers. He lets it fall into traffic. Rubs his singed thumb and index finger as Lao Gu pedals on through the clogged streets. Bangkok, City of Divine Beings, slides past.
Saffron-robed monks stroll along the sidewalks under the shade of black umbrellas. Children run in clusters, shoving and swarming, laughing and calling out to one another on their way to monastery schools. Street vendors extend arms draped with garlands of marigolds for temple offerings and hold up glinting amulets of revered monks to protect against everything from infertility to scabis mold. Food carts smoke and hiss with the scents of frying oil and fermented fish while around the ankles of their customers, the flicker-shimmer shapes of cheshires twine, yowling and hoping for scraps.
Overhead, the towers of Bangkok’s old Expansion loom, robed in vines and mold, windows long ago blown out, great bones picked clean. Without air conditioning or elevators to make them habitable, they stand and blister in the sun. The black smoke of illegal dung fires wafts from their pores, marking where Malayan refugees hurriedly scald chapatis and boil kopi before the white shirts can storm the sweltering heights and beat them for their infringements.
In the center of the traffic lanes, northern refugees from the coal war prostrate themselves with hands upstretched, exquisitely polite in postures of need. Cycles and rickshaws and megodont wagons flow past them, parting like a river around boulders. The cauliflower growths of fa’ gan fringe scar the beggars’ noses and mouths. Betel nut stains blacken their teeth. Anderson reaches into his pocket and tosses cash at their feet, nodding slightly at their wais of thanks as he glides past.
A short while later, the whitewashed walls and alleys of the farang manufacturing district come into view. Warehouses and factories all packed together along with the scent of salt and rotting fish. Vendors scab along the alley lengths with bits of tarping and blankets spread above to protect them from the hammer blast of the sun. Just beyond, the dike and lock system of King Rama XII’s seawall looms, holding back the weight of the blue ocean.
It’s difficult not to always be aware of those high walls and the pressure of the water beyond. Difficult to think of the City of Divine Beings as anything other than a disaster waiting to happen. But the Thais are stubborn and have fought to keep their revered city of Krung Thep from drowning. With coal-burning pumps and leveed labor and a deep faith in the visionary leadership of their Chakri Dynasty, they have so far kept at bay that thing which has swallowed New York and Rangoon, Mumbai and New Orleans.

2.
Emiko traces her fingers through the wetness of bar rings. Warm beers sit and sweat wet slick rings, as slick as girls and men, as slick as her skin when she oils it to shine, to be soft like butter when a man touches her. As soft as skin can be, and perhaps more so, because even if her physical movements are all stutter-stop flash-bulb strange, her skin is more than perfect. Even with her augmented vision she barely spies the pores of her flesh. So small. So delicate. So optimal. But made for Nippon and a rich man’s climate control, not for here. Here, she is too hot and sweats too little.
[…] Kannika grabs her by the hair.
Emiko gasps at the sudden attack. She searches for help but none of the other patrons are interested in her. They are watching the girls on stage. Emiko’s peers are servicing the guests, plying them with Khmer whiskey and pressing their bottoms to their laps and running their hands over the men’s chests. And anyway, they have no love for her. Even the good-hearted ones—the ones with jaidee, who somehow manage to care for a windup like herself—will not step in.
Raleigh is talking with another gaijin, smiling and laughing with the man, but his ancient eyes are on Emiko, watching for what she will do.
Kannika yanks her hair again. “Bai!”
Emiko obeys, climbing down from her bar stool and tottering in her windup way toward the circle stage. The men all laugh and point at the Japanese windup and her broken unnatural steps. A freak of nature transplanted from her native habitat, trained from birth to duck her head and bow.
Emiko tries to distance herself from what is about to happen. She is trained to be clinical about such things. The crèche in which she was created and trained had no illusions about the many uses a New Person might be put to, even a refined one. New People serve and do not question. She moves toward the stage with the careful steps of a fine courtesan, stylized and deliberate movements, refined over decades to accommodate her genetic heritage, to emphasize her beauty and her difference. But it is wasted on the crowd. All they see are stutter-stop motions. A joke. An alien toy. A windup.
They have her strip off her clothes.
Kannika flicks water onto her oiled skin. Emiko glistens with water jewels. Her nipples harden. The glow worms twist and writhe overhead, sending out phosphorescent mating light. The men laugh at her. Kannika slaps her hip and makes her bow. Slaps her ass hard enough to burn, tells her to bow lower, to make obeisance to these small men who imagine themselves to be the vanguard of some new Expansion.
The men laugh and wave and point and order more whiskey. Raleigh grins from his place in the corner, the fond elder uncle, happy to teach these newcomers—these small corporate men and women high on fantasies of multinational profiteering—the ways of the old world. Kannika motions that Emiko should kneel.
A black-bearded gaijin with the deep tan of a clipper ship sailor watches from inches away. Emiko meets the man’s eyes. He stares intently, as if he is examining an insect under a magnifying class: fascinated, and yet also repulsed. She has the urge to snap at him, to try to force him to look at her, to see her instead of simply evaluating her as a piece of genetic trash. But instead she bows and knocks her head against the teak stage in subservience while Kannika speaks in Thai and tells them Emiko’s life story. That she was once a rich Japanese plaything. That she is theirs now: a toy for them to play with, to break even.
And then she grabs Emiko’s hair and yanks her up. Emiko gasps as her body arches. She catches a glimpse of the bearded man staring in surprise at the sudden violent gesture, at her abasement. A flash of the crowd. The ceiling with its glow worm cages. Kannika drags her further back, bending her like willow, forcing her to thrust her breasts out to the crowd, to arch further still, to spread her thighs as she struggles not to topple sideways. Her head touches the teak of the stage. Her body forms a perfect arc. Kannika says something and the crowd laughs. The pain in Emiko’s back and neck is extreme. She can feel the crowd’s eyes on her, a physical thing, molesting her. She is utterly exposed.
Liquid gushes over her.
She tries to rise, but Kannika presses her down and dumps more beer in her face. Emiko gags and splutters, drowning. Finally Kannika releases her and Emiko jerks upright, coughing. Liquid foams down her chin, spills down her neck and breasts, trickles to her crotch.
Everyone is laughing.

Tabella riassuntiva

Serratissima trama politica vista da quattro diversi punti di vista. All’inizio è un po’ spaesante.
Bangkok è una città viva e pulsante, che odora di confucianesimo! La tecnologia a molla è poco credibile.
Cinismo e ambiguità morale a go-go.
Emiko è tanto carina!

(1) Ancora poco tempo fa, certuni di questi geni affermavano che gli scrittori italiani dovrebbero scrivere di più dell’Italia e del folklore italiano, e/o ispirarsi ai generi italiani di maggior successo come il poliziesco; allora sì che gli italiani avrebbero finalmente successo! Ah, dannati esterofili!Torna su

I Consigli del Lunedì #27: The Blue World

The Blue WorldAutore: Jack Vance
Titolo italiano: Pianeta d’acqua
Genere: Science-Fantasy / Avventura
Tipo: Romanzo

Anno: 1966
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 190 ca.

Difficoltà in inglese: **

Sono passate dodici generazioni da quando una nave spaziale terrestre è precipitata sul pianeta. Un pianeta povero di metalli e privo di terraferma, le cui infinite distese d’acqua sono spezzate solamente da piccoli arcipelaghi di giunchi, ninfee ed altre piante. I terrestri hanno dovuto adattarsi al nuovo ambiente, costruendo case e villaggi sulle ninfee, e creando barriere e reti sottomarine con i giunchi per intrappolare le spugne commestibili. Ma la loro non è un’esistenza libera. Le acque del pianeta sono infestate dai kragen1, violente creature simili a calamari ma con un’intelligenza quasi umana. Per avere protezione dai kragen, si sono sottomessi a uno di loro, fornendogli quote sempre maggiori di cibo – ma a furia di essere viziato King Kragen è diventato gigantesco, sempre più vorace e più aggressivo.
Sklar Hast non ci sta. Sklar è stato addestrato come assistente Hoodwink del suo villaggio, ossia come manovratore delle complicate torri di comunicazione che permettono di inviare messaggi a lunga distanza e comunicare con gli altri villaggi. Grazie alla sua abilità, Sklar poteva aspirare a sostituire presto il vecchio maestro di gilda, ma ora ha gettato il suo futuro alle ortiche mettendosi contro King Kragen. Perché andare contro il kragen significa andare contro la tradizione; contro il sindaco e contro la gilda dei sacerdoti, l’unico canale comunicativo tra gli esseri umani e le bestie marine. E significa mettere in gioco non solo la propria vita, ma anche quella dei propri cari, perché King Kragen è vendicativo, e la sua ira si abbatterà su coloro che osano sfidarlo. Chi pagherà per le scelte di Sklar? E chi vincerà nella lotta tra uomo e bestia?

Non c’è dubbio che Jack Vance sia un autore di seconda fascia. Oltre ad avere una prosa di qualità che nella migliore delle ipotesi possiamo dire mediocre, raramente le sue idee e i temi centrali delle sue storie hanno quella genialità o fascino che le rendono memorabili. Ciononostante, Vance è un’autore generalmente facile e leggero da leggere, senza essere stupido, e quando sono scazzato non mi dispiace prendere in mano una delle sue novellas o dei suoi romanzi brevi. Tra quelli che ho letto, The Blue World è sicuramente il migliore.
The Blue World è infatti un affascinante what if ambientale: come farebbero degli esseri umani, completamente tagliati fuori dal resto della loro specie, a sopravvivere in un pianeta quasi completamente ricoperto d’acqua? E che assetto prenderebbe la loro società? Visto che si sta avvicinando la scadenza del concorso Hydropunk di Giobblin, mi piace l’idea di dedicare un ultimo articolo all’argomento “mondi sommersi”. Chissà che qualche ritardatario non trovi proprio qui le suggestioni che stava cercando, o qualche piccola idea per dare il tocco finale al suo racconto.

Liberate il kraken!

Uno sguardo approfondito
Basta leggere poche righe per farsi un’idea dell’incompetenza tecnica di Vance. Il quadro dell’anti-immersività è completo: tanto per cominciare il narratore onnisciente, che alla maniera di un prosatore dell’Ottocento parte da una panoramica generale del mondo d’acqua per poi andare progressivamente a stringere, prima sul villaggio dei personaggi principali, Tranque Float, quindi sulla gilda degli Hoodwink e infine sul protagonista. E a braccetto con l’onnisciente, come in genere accade, troviamo l’abuso di infodump e raccontato.
Vance infatti non si fa problemi a spendere pagine e pagine per raccontarci in modo statico e astratto come funziona la vita sulle ninfee del pianeta d’acqua. E se un romanzo ben scritto dovrebbe essere una successione di scene mostrate, collegate al limite da brevi intermezzi raccontati, qui le proporzioni sono invertite: solo nei momenti climatici (e nemmeno sempre!) Vance si degna di abbassare la telecamera a livello dei suoi personaggi e mostrare la scena, mentre il grosso del romanzo è costituito da grossi riassuntoni raccontati.
Il raccontato naturalmente investe anche la caratterizzazione dei personaggi, appiattendola. Ogni nuovo personaggio è introdotto con la spiegazione di chi sia e cosa faccia, e in genere è accompagnato da una serie di aggettivi che lo descrivono. Ecco per esempio com’è presentato il protagonista:

A relatively young man, Sklar Hast had achieved his status by the simplest and most uncomplicated policy imaginable: With great tenacity he strove for excellence and sought to instill the same standards into the apprentices. He was a positive and direct man, without any great affability, knowing nothing of malice or guile and little of tact or patience. The apprentices resented his brusqueness but respected him; Zander Rohan considered him overpragmatic and deficient in reverence for his betters — which was to say, himself. Sklar Hast cared nothing one way or the other.

Altra conseguenza inevitabile di questo stile è che ci viene detto cosa pensare di ognuno dei personaggi; il lettore non può farsi un’idea propria, perché tutto è filtrato dal punto di vista assoluto dell’Autore. Il che è un peccato, dato che alcuni dei comprimari avevano caratteristiche che potevano renderli personaggi molto interessanti: il maestro Hoodwink Zander Rohan, che pur essendo una brava persona teme per la propria età e non riesce ad accettare di essere sostituito nella guida della gilda; sua figlia Meril, che fa da contraltare al pragmatismo del protagonista con il suo desiderio di riscoprire le radici del loro popolo e combatte una lotta solitaria per la conoscenza; il sacerdote Semm Voiderveg, garante della tradizione e del mantenimento di buoni rapporti con King Kragen.

Seline, sempre allegra e curiosa; Naomi, vivace ma equilibrata; e Sklar Hast, diretto e concreto, era considerato troppo pragmatico e irrispettoso.

Il raccontato diminuisce di molto anche il potenziale di conflitto della storia. E dire che The Blue World si presterebbe ad essere un romanzo denso di ambiguità morale e domande spinose. Sklar Hast, come molti protagonisti vanciani, non è un paladino della giustizia; è una persona pragmatica e razionale, i cui obiettivi personali possono collateralmente essere di beneficio per l’intera comunità. Forse: perché nel tentativo di liberare la sua gente dal kragen, Sklar li sta di fatto mettendo in pericolo. La posizione dei tradizionalisti, o almeno, di alcune sue frange – meglio continuare a pagare l’obolo e guadagnare un po’ meno piuttosto che rischiare tutto e perdere tutto – non è così insensata. Spesso la liceità delle azioni di Sklar e del suo programma rivoluzionario appare ambiguo.
Se la storia fosse “mostrata”, ogni lettore potrebbe farsi la propria idea e prendere posizione: hanno ragione i rivoluzionari o i tradizionalisti? O c’è una terza via? Invece Vance ci dice, di fatto, cosa pensare. Quando Sklar pensa male di qualcuno, potete star certi che ha ragione e che quel qualcuno è un cattivo. L’intera struttura del romanzo sembra tesa a dividere in modo manicheo i “buoni” dai “cattivi”: da una parte i pragmatici e i coraggiosi, dall’altra i pavidi, gli illusi, e i farabutti. Assenti anche conflitti interiori: Sklar avrà occasionalmente qualche dubbio o esitazione (molto di rado), ma in generale i personaggi viaggiano come treni, monolitici nelle proprie idee.

La prima cosa che riscatta The Blue World è il fascino dell’ambientazione. Vance si è seriamente chiesto come potrebbe sopravvivere una civiltà terrestre in un mondo così povero di risorse. Sul pianeta d’acqua, tutto può diventare una risorsa. Quando qualcuno muore, il suo scheletro viene pulito e le sue ossa utilizzate per i fini più diversi: per foggiare coltelli, lance e frecce, o strumenti più innocui come pettini. I giunchi più resistenti vengono utilizzati per edificare le torri di comunicazione, un’invenzione particolarmente affascinante.
In cima a pilastri alti dai venti ai trenta metri, una cupola ospita il maestro hoodwink e i suoi assistenti, che manovrano attraverso lunghi bastoni fissati alla torre due pannelli divisi in nove quadrati più piccoli. I pannelli sono dotati di lampade, e attraverso delle corde gli hoodwink possono alzare o abbassare scuri che aprono e chiudono i nove riquadri: in questo modo a ogni istante i due pannelli, come semafori di segnalazione, possono lanciare tutta una serie di messaggi a seconda di quali scuri sono aperti e quali chiusi. L’apprendista hoodwink impiega anni a imparare e approfondire il linguaggio dei pannelli.
Nonostante la tecnologia primitiva, i villaggi del pianeta d’acqua possono così comunicare tra loro a grande distanza.
E questo non è che l’inizio. Per combattere il kragen, i rivoluzionari avranno bisogno di nuovi strumenti e nuova tecnologia, ma come ricavare, per esempio, grosse quantità di ferro, in un mondo d’acqua e giunchi? Be’, a sentire Vance una soluzione c’è – ed è assurda e geniale al tempo stesso. Non voglio rovinarvi il divertimento: andatevele a leggere.

Linguaggio semaforico

La magia del linguaggio semaforico.

Carina anche la società disegnata da Vance. Oltre a una serie di casate principali, la gente del pianeta d’acqua è divisa in caste a seconda del mestiere d’appartenenza. Queste gilde sono organizzate in un modo che ricorda le corporazioni medievali: ogni villaggio ha un capogilda nella figura del maestro, l’anziano nonché il più esperto praticante del proprio mestiere; ogni maestro si sceglie una serie di apprendisti e assistenti, uno dei quali lo sostituirà quando sarà diventato troppo anziano per continuare. La mobilità è ridotta: generalmente, il figlio di un mercante o di un hoodwink farà lo stesso mestiere del padre.
Divertenti i nomi che Vance ha scelto per la maggior parte delle caste: la gilda dei Truffatori ha il monopolio della pesca, mentre i tintori appartengono spesso alla casta dei Peculatori; le Canaglie sovrintendono la costruzione delle barriere per catturare le spugne, mentre i Ladri costruiscono le torri degli Hoodwink. La cosa ha anche un senso e, benché molte ‘rivelazioni’ siano abbastanza telefonate, è bello seguire la graduale scoperta, da parte dei protagonisti, dell’origine delle colonie del pianeta d’acqua.

Inoltre bisogna ammettere che, pur con tutti i suoi difetti, la scrittura di Vance ha un pregio: il ritmo. The Blue World non si perde in pretese di letterarietà, come il suo collega della settimana scorsa; la trama è lineare e diretta, e non c’è posto per alcunché che non muova la storia o le relazioni tra i personaggi. I dialoghi, benché privi dell’istrionismo comico di altre opere di Vance – mancanza dovuta in parte alla serietà del protagonista e del tema centrale del romanzo – sono vivaci. Gli avvenimenti si succedono a ritmo rapido, e l’intero romanzo si può tranquillamente leggere in due-tre giorni. Gli scontri tra i piccoli abitanti del pianeta d’acqua e l’apparentemente invincibile King Kragen sono sinceramente affascinanti, e pieni di tensione; le ‘soluzioni’ trovate dai rivoluzionari per combattere la bestia sono sempre sensate, e il lettore non si sente mai tradito. Tutto questo – fatti salvi i difetti sopra elencati – rende The Blue World un buon romanzo d’avventura.
Insomma, siamo lontani dal capolavoro, ma il romanzo di Vance resta una lettura piacevole e intelligente. Lo penalizzano una scrittura anti-immersiva, la mancanza di ambiguità morale, le occasioni di conflitto sprecate e l’eccessiva linearità della trama; ma i contenuti sono interessanti. In particolare, Jack Vance ha un vantaggio su una scrittrice assai blasonata da noi, Ursula K. LeGuin: pur giocando sullo stesso terreno – lo science-fantasy dal taglio etnografico – Vance è più vivace e più fantasioso della LeGuin, ed è privo del fastidioso afflato didattico di quest’ultima. Gli amanti della LeGuin potrebbero sentirsi a casa con un romanzo di Vance, e in particolare con questo The Blue World.
La lettura è consigliata in particolare a chi partecipi o voglia partecipare al concorso Hydropunk.

Vance VS LeGuin

“A noi due, Ursula.”

Dove si trova?
Purtroppo, The Blue World non si trova né su Bookfinder né su Library Genesis; Dago mi conferma però che si può recuperare sul canale #books di irchighway, tramite mIRC. In alternativa, si può comprare su Amazon: ci sono due edizioni kindle differenti, quella della Gollancz a 6,49 Euro e quella di una certa Spatterlight Press a 4,78 Euro. Non so dire se quella che costa di meno sia formattata altrettanto bene.
Quanto a un’edizione italiana: esistere esiste, ma sul Mulo non l’ho trovata.

Su Jack Vance
Oltre alle Tales of the Dying Earth, la gargantuesca raccolta di romanzi e racconti sulla Terra morente di cui ho parlato lo scorso Marzo nel Consiglio #15, nel corso di quest’anno ho letto tutta una serie di romanzi science-fantasy autoconclusivi di Vance. Il giudizio globale non è molto positivo, e va dal “bleah” al “meh” con qualche occasionale punta di “carino”.
I libri di Vance sono il solito compendio di incompetenza tecnica, dalle paginate di riassuntoni raccontati alle valanghe di infodump (a volte messi in nota!), dal narratore onnisciente ai personaggi di cartone. E dire che potenzialmente molte delle sue storie avrebbero anche le premesse per essere fighe (e qualche volta queste potenzialità sono ciò che li salvano). Ma vediamoli più nel dettaglio:
The Languages of Pao The Languages of Pao (I linguaggi di Pao) è un romanzo d’avventura e intrighi politici. L’idea centrale del libro, ispirata alla teoria antropologica di Sapir-Whorf, sarebbe che il linguaggio di un popolo influenza pesantemente il modo in cui questo vede la realtà, e che attraverso la modificazione di questo linguaggio, anche i suoi rapporti con essa cambieranno. Per spodestare dal trono di Pao l’usurpatore Bustamonte, Lord Palafox tenterà di addestrare i remissivi abitanti del pianeta alla rivolta, insegnando a gruppi di essi diversi tipi di linguaggi specializzati in varie direzioni (il linguaggio dei guerrieri, quello dei tecnici, quello degli strateghi). L’idea sarebbe anche interessante, ma lo stile è talmente raccontato e osceno da non convincere. I continui colpi di scena, i personaggi inconsistenti e l’incapacità di gestire le scene della storia fanno completamente deragliare il romanzo.
The Dragon Masters The Dragon Masters è una breve novella ambientata su un pianeta arretrato, roccioso e povero di risorse. La società è divisa in un manipolo di clan che si combattono con l’ausilio di “draghi”, creature bioingegnerizzate in vari modi e semi-intelligenti. Ciclicamente, il pianeta viene attaccato da invasori stellari che è sempre più difficile respingere, e il capoclan Joan Banbeck teme che il ciclo sia lì lì per ricominciare… Una storia con poche pretese e raccontata male, ma alcune rivelazioni sulla natura dei draghi e dell’esercito degli alieni invasori sono interessanti. Mediocre.
The Last Castle The Last Castle è una novella tragicomica su una Terra spopolata del remoto futuro. I pochi terrestri rimasti si sono arroccati in castelli e conducono una vita da aristocratici decadenti, serviti dagli ottusi Meks. Ma quando i Meks si ribelleranno senza apparente motivo e cominceranno ad abbattere uno ad uno i castelli, i gentiluomini non sapranno più cosa fare e precipiteranno nel panico e nell’autonegazione. La storia sarebbe anche divertente, se non fosse scritta così male (sembra quasi il riassunto di un romanzo, invece che un romanzo!), e alcuni scambi sono molto divertenti, ma si tratta di un’altra novella con poche pretese.
Emphyrio Emphyrio è un bildungsroman d’avventura, in cui un giovane figlio di artigiano del pianeta Halma – Ghyl Tarvoke – si imbarcherà in un viaggio per conoscere l’universo, vivere una vita piena e, an passant, sventare un complotto distopico. Halma è infatti un pianeta di eguali, in cui vige una sorta di capitalismo di stato: la maggior parte della popolazione è costituita da piccoli artigiani autonomi, il cui unico datore di lavoro sono le corporazioni governative e che ricevono lo stipendio in base alla qualità dei loro prodotti. Un grande inganno viene perpetrato alle spalle di questi artigiani, ma loro non lo sanno, perché attraverso un’ideologia di modestia e umiltà il governo limita i loro movimenti e li forza a non lasciare il pianeta. L’ambientazione sarebbe anche interessante, ma lo stile clueless e la piattezza di molti personaggi ne fanno un romanzo mediocre.
Nota curiosa: benché questi romanzi non facciano parte di un ciclo, teoricamente potrebbero anche appartenere tutti (compreso The Blue World) a un universo condiviso! Infatti nessuno dei romanzi sembra contraddire gli altri, e ognuno è ambientato su un pianeta diverso.

Qualche estratto
Il primo estratto è preso dalle prime pagine del romanzo, ed è un lungo infodump sul funzionamento delle torri di comunicazione e sulla casta degli Hoodwink che le fa funzionare; incidentalmente, mostra anche lo stile onnisciente e statico di Vance, e come dal campo lungo della storia della gilda il narratore vada a stringere sul protagonista. Il secondo invece mostra una scena d’azione, ossia il primo scontro aperto tra Sklar e King Kragen.

1.
Another caste, the Larceners, constructed the towers, which customarily stood sixty to ninety feet high at the center of the float, directly above the primary stalk of the sea-plant. There were usually four legs of woven or laminated withe, which passed through holes in the pad to join a stout stalk twenty or thirty feet below the surface. At the top of the tower was a cupola, with walls of split withe, a roof of varnished and laminated pad-skin. Yardarms extending to either side supported lattices, each carrying nine lamps arranged in a square, together with the hoods and trip-mechanisms. Within the cupola, windows afforded a view across the water to the neighboring floats — a distance as much as the two miles between Green Lamp and Adelvine, or as little as the quarter-mile between Leumar and Populous Equity.
The Master Hoodwink sat at a panel. At his left hand were nine tap-rods, cross-coupled to lamp-hoods on the lattice to his right. Similarly the tap-rods at his right hand controlled the hoods to his left. By this means the configurations he formed and those he received, from his point of view, were of identical aspect and caused him no confusion. During the daytime the lamps were not lit and white targets served the same function. The hoodwink set his configuration with quick strokes of right and left hands, kicked the release, which there-upon flicked the hoods, or shutters, at the respective lamps or targets. Each configuration signified a word; the mastery of a lexicon and a sometimes remarkable dexterity were the Master Hoodwink’s stock in trade. All could send at speeds almost that of speech; all knew at least five thousand, and some six, seven, eight, or even nine thousand configurations. The folk of the floats could in varying degrees read the configurations, which were also employed in the keeping of the archives (against the vehement protests of the Scriveners), and in various other communications, public announcements, and messages.
On Tranque Float, at the extreme east of the group, the Master Hoodwink was one Zander Rohan, a rigorous and exacting old man with a mastery of over seven thousand configurations. His first assistant, Sklar Hast, had well over five thousand configurations at his disposal; precisely how many more he had never publicized.

Chi ha liberato il kraken?

2.
Sklar Hast pointed. “The vile beast of the sea plunders us. I say we should kill it, and all other kragen who seek to devour our sponges!”
Semm Voiderveg emitted a high-pitched croak. “Are you insane? Someone, pour water on this maniac hoodwink, who has too long focused his eyes on flashing lights!”
In the lagoon the kragen tore voraciously at the choicest Belrod sponges, and the Belrods emitted a series of anguished hoots.
“I say, kill the beast!” cried Sklar Hast. “The king despoils us; must we likewise feed all the kragen of the ocean?”
“Kill the beast!” echoed the younger Belrods.
Semm Voiderveg gesticulated in vast excitement, but Poe Belrod shoved him roughly aside. “Quiet, let us listen to the hoodwink. How could we the kragen? Is it possible?”
“No!” cried Semm Voiderveg. “Of course it is not possible! Nor is it wise or proper! What of our covenant with King Kragen?”
“King Kragen be damned!” cried Poe Belrod roughly. “Let us hear the hoodwink. Come then: do you have any method in mind by which the kragen can be destroyed?”
Sklar Hast looked dubiously through the dark toward the great black hulk. “I think yes. A method that requires the strength of many men.”
Poe Belrod waved his hand toward those who had come to watch the kragen. “Here they stand.”
“Come,” said Sklar Hast. He […] led the way to a pile of poles stacked for the construction of a new storehouse. Each pole, fabricated from withes laid lengthwise and bound in glue, was twenty feet long by eight inches in diameter and combined great strength with lightness. Sklar Hast selected a pole even flicker — the ridge beam. “Pull this pole forth, lay it on trestle!”
While this was being accomplished, he looked about and signaled Rudolf Snyder, a Ninth, though a man no older than himself of the long-lived Incendiary Caste, which now monopolized the preparation of fiber, the laying of rope and plaits. “I need two hundred feet of hawser, stout enough to lift the kragen. If there is none of this, then we must double or redouble smaller rope to the same effect.”
Rudolf Snyder took four men to help him and brought rope from the warehouse.
Sklar Hast worked with great energy, rigging the pole in accordance with his plans. “Now lift! Carry all to the edge of the pad!”
Excited by his urgency, the men shouldered the pole, carried it close to the lagoon, and at Sklar Hast’s direction set it down with one end resting on the hard fiber of a rib. The other end, to which two lengths of hawser were tied, rested on a trestle and almost overhung the water. “Now,” said Sklar Hast, “now we kill the kragen.” He made a noose at the end of a hawser, advanced toward the kragen, which watched him through the rear-pointing eyes of its turret. Sklar Hast moved slowly, so as not to alarm the creature, which continued to pluck sponges with a contemptuous disregard.
Sklar Hast approached the edge of the pad. “Come, beast!” he called. “Ocean brute! Come closer. Come.” He bent, splashed water at the kragen. Provoked, it surged toward him. Sklar Hast waited, and just before it swung its vane, he tossed the noose over its turret. He signaled his men. “Now!” They heaved on the line, dragged the thrashing kragen through the water. Sklar Hast guided the line to the end of the pole. The kragen surged suddenly forward; in the confusion and the dark the men heaving on the rope fell backward. Sklar Hast seized the slack and, dodging a murderous slash of the kragen’s fore-vane, flung a hitch around the end of the pole, he danced back. “Now!” he called. “Pull, pull! Both lines! The beast is as good as dead!”

Tabella riassuntiva

Una colonia terrestre che deve reinventarsi in un pianeta d’acqua. Narratore onnisciente e prosa anti-immersiva.
Ritmo vivace e plot-oriented, senza deragliamenti. Personaggi di cartone.
Tante piccole trovate geniali. Morale prescritta dall’alto e occasioni di conflitto mancate.

(1) Così nel testo. Non so se si tratti di una variante attestata del più noto “kraken”, o se si tratti di un’invenzione di Jack Vance; fatto sta che i mostri marini di The Blue World si chiamano “kragen” e non “kraken”.Torna su

I Consigli del Lunedì #26: The Difference Engine

La fine dell'eternitàAutore: William Gibson & Bruce Sterling
Titolo italiano: La macchina della realtà
Genere: Ucronia / Science Fiction / Thriller / Politico / Steampunk
Tipo: Romanzo

Anno: 1990
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 380 ca.

Difficoltà in inglese: ***

Siamo nel 1855, e l’Inghilterra è la più grande potenza mondiale. Grazie alle prodigiose macchine di Charles Babbage e all’ondata di entusiasmo tecnico che hanno generato, il mondo è molto diverso da come lo conosciamo. Sotto la guida del primo ministro Lord Byron, i Rads (radicals, cioè i progressisti) governano ininterrottamente da trent’anni, la vecchia nobiltà è stata smantellata e il titolo di lord è concesso per merito alle più grandi menti scientifiche. Con le sue carrozze a vapore, la metropolitana, e il sistema di schedatura dei cittadini attraverso schede perforate, la Gran Bretagna è diventata il modello da imitare. Ma Londra è anche una fucina di contraddizioni, di operai sfruttati nelle fabbriche e prostitute macchiate d’infamia per l’eternità – e i fuochi della ribellione covano sotto la superficie smaltata della città.
Per le strade di Londra si muovono tre personaggi: Sybil Gerard, la figlia del grande luddista ridotta a lavorare come prostituta, la cui vita cambierà quando si metterà al servizio del rivoluzionario Mick Radley, il braccio destro del generale texano Sam Houston; Edward “Leviathan” Mallory, paleontologo in ascesa, che si troverà invischiato in un gioco più grande di lui il giorno che salverà un’esanime Ada Byron dalle grinfie di due manigoldi; e Laurence Oliphant, diplomatico benestante con agganci segreti con la Corona e il governo. Al centro delle loro vite, una scatola di legno lavorato contenente un set di schede perforate – schede potentissime, si dice, capaci di distruggere irreversibilmente i delicati meccanismi delle macchine che governano Londra e Parigi…

The Difference Engine è il romanzo che più di ogni altro ha influenzato il modo di intendere la narrativa steampunk, ossia: come sarebbe stato il futuro, se fosse arrivato prima? I romanzi steampunk della “prima generazione” – ossia i lavori di Jeter, Powers e Blaylock – non erano ucronie, ma storie più o meno minchione ambientate nella vera Londra vittoriana. Gli elementi anacronistici e science-fantasy si muovevano all’ombra della storia ufficiale, in una sorta di Londra sotterranea; e il “-punk” di “steampunk” non era altro che un gioco di parole sul cyberpunk, e stava a indicare un’indole poco seria.
Al contrario il romanzo di Gibson & Sterling, come dice il Duca, sembra un cyberpunk anticipato al Lungo Secolo XIX: ci sono gli hacker delle schede perforate – i clackers – c’è la lotta di classe, c’è il germe di un governo cupo e distopico. Il pretesto è che Babbage, dopo aver completato in pochi anni la macchina differenziale, si è messo al lavoro e ha realizzato il suo progetto più ambizioso, la macchina analitica1. La rivoluzione digitale scatenata dalla macchina di Babbage si trascina a sua volta una rivoluzione economica, politica ed ideologica che stimola il progresso accelerato di tutte le discipline tecniche. Come sarebbe un mondo del genere?, è la domanda a cui The Difference Engine cerca di rispondere.
Il romanzo si articola in sei parti – cinque più una “appendice”, costituita da una serie di testi eterogenei, che in realtà continuano e concludono la storia. Sybil Gerard è la protagonista della prima parte; Edward Mallory occupa la sezione centrale del romanzo, dalla seconda alla quarta parte; Oliphant, introdotto attraverso il pov di Mallory nella terza parte, diventa protagonista dell’ultima. Curiosa la mancanza di una divisione in capitoli.

Macchina differenziale

Un prototipo della macchina differenziale.

Uno sguardo approfondito
L’incipit di The Difference Engine è famoso per essere ai limiti dell’illeggibilità. Un narratore onnisciente (non proprio, come si scopre alla fine) ci mostra con visuale dall’alto una serie di frammenti di scene apparentemente incomprensibili, per poi finalmente ‘fissarsi’ sul 1855, e sul personaggio di Sybil Gerard nella casa d’appuntamenti della Signora Whitemore. E’ talmente anti-immersivo che devo farvelo vedere (e vi risparmio l’originale inglese):

Immagine composita, codificata otticamente dall’apparecchio di scorta della nave aerea trans-Canale Lord Brunel: veduta aerea dei sobborghi di Cherbourg, 14 ottobre 1905.
Una villa, un giardino, un terrazzo.
Cancellate le curve in ferro battuto del terrazzo, scoprendo una poltrona a rotelle e la sua occupante. La luce del sole al tramonto si riflette sui raggi nichelati delle ruote.
L’occupante, proprietaria della villa, appoggia le mani artritiche sulla stoffa, lavorata da un telaio Jacquard.
Queste mani consistono di tendini, tessuti, ossa. Attraverso un silenzioso processo di tempo e di informazioni, i fili all’interno delle cellule umane si sono intessuti in una donna.
Il suo nome è Sybil Gerard.

Come dicono nei romanzi di Mellick e di Jeter, What the fuck is this shit?2
Dopo due o tre pagine di nausea, comunque, la storia finalmente comincia. Cambia anche lo stile, che diventa una normale terza persona ancorata al personaggio-pov; quest’ultimo rimane sempre lo stesso per tutta la parte ad esso dedicata (cioè Sybil, poi Mallory, poi Oliphant). Il punto di vista è gestito bene, e non ci si sente mai spaesati; gli autori mantengono però un certo distacco dai propri personaggi, e di conseguenza non ci si sente molto coinvolti dalle loro tribolazioni e dalle loro emozioni.
In chiusura e in apertura di ogni parte, poi, capita spesso che la telecamera sfumi di nuovo verso il campo lungo del narratore onnisciente. In realtà questo effetto cornice, che ricorda quello di A Canticle for Leibowitz, una volta capito come funziona non è particolarmente sgradevole; anzi, personalmente non mi dispiace, e inoltre non intacca l’immersione nella storia principale, dato che si trova sempre alla fine o all’inizio di un arco narrativo.

Schede perforate

Sappiamo chi sei, dove vivi e in che scuola vanno i tuoi figli.

In realtà l’incipit, nel suo puzzare di literary lontano un miglio, ha questo di buono: che fa subito capire al lettore che tipo di libro si sta mettendo a leggere. The Difference Engine è un romanzo estremamente pretenzioso; il che si traduce in una trama talmente esile che quasi non si vede. Ognuno dei tre protagonisti ha i suoi problemi personali, e ogni arco narrativo costituisce un episodio autoconclusivo e debolmente legato agli altri (con la parziale eccezione della terza e quarta parte). Di conseguenza, il lettore dopo un po’ comincia a chiedersi dove vogliano andare a parare i due autori, cosa c’entri Mallory con Sybil, quale sia il senso di ciò che sta leggendo.
Una trama generale, che riunisce i destini dei tre personaggi, a volerla cercare c’è; ma si ha sempre l’impressione che la narrazione stia sempre ai margini di questa storia, la sfiori senza mai entrarci, e perda invece pagine su pagine su episodi secondari. Vogliamo sapere cosa si cela in quella scatola di schede perforate per la quale la gente si ammazza, vogliamo sapere cosa sia l’invenzione di Lady Ada, vogliamo sapere cosa nasconde il governo e cosa si cela tra i circuiti delle Macchine che amministrano la città di Londra, non come faranno i Mallory a vendicare l’onore della sorella infamata da una lettera anonima! Beffa finale: la trama è conclusa e veramente spiegata non nel romanzo principale, ma tra i frammenti dell’Appendice!

A ciò si aggiunge il carattere passivo dei protagonisti (in particolare, di Sybil e Mallory). Per la maggior parte del tempo, i personaggi si limitano a reagire ai vari avvenimenti e minacce – spesso slegati tra loro – che gli capitano, senza quasi mai cercare di prendere le redini della situazione. Per carità, è realistico: anch’io mi curerei più di consolidare la mia carriera e la mia fortuna invece di continuare a scervellarmi sugli assalitori di Lady Ada. Né sono un fautore del protagonista attivo a tutti i costi; riconosco il vantaggio, a volte, di un personaggio passivo e più normale (come il Glogauer di Behold the Man). Ma in The Difference Engine questa passività, unita al carattere episodico della narrazione, al ritmo lento e all’assenza di una trama solida a fare da sostegno, rinforza quell’impressione di pesantezza e d’inconcludenza che dicevo prima.
Insomma, sembra quasi che storia e personaggi esistano al solo scopo di mettere in scena un’ambientazione.

Morire di noia

La lettura di The Difference Engine può avere questo effetto.

Ed è nell’ambientazione che The Difference Engine brilla davvero. Un’Inghilterra dominata dal merito scientifico e dalla tecnica, dove Darwin e Thomas Huxley diventano lord, Lord Byron, Lady Ada e Babbage una sorta di trinità laica; dove le strade sono attraversate da carrozze a vapore, e nella campagna si organizzano derby automobilistici tra carrozze che ricordano le gare della belle epoque, e che possono fare la fortuna di un’ingegnere; dove a Londra c’è già la metropolitana e la moda del momento è la kinotropia, una curiosa arte visiva a metà strada tra il cinema e la grafica digitale; dove prosperano le pseudo-scienze del tardo Ottocento e del primo Novecento, dall’antropometria criminale cara a Lombroso alla frenologia; dove la vita di tutti è schedata, e non si può fare un passo o comprare qualcosa senza che il tutto venga registrato sulla propria scheda perforata identificativa, e i dati inviati ai “server” centrali del Dipartimento di Statistica Centrale – un palazzo gigantesco, a forma di piramide egizia, solido e cupo come un sarcofago, che deve essere mantenuto pulitissimo e a temperatura costante perché la polvere o il calore non inceppino i delicati ingranaggi delle enormi Macchine sotterranee. Una bella doccia fredda per chi ancora è convinto che “steampunk” sia sinonimo a tutti i costi di dirigibili, occhialoni e vapore infilato ovunque (se mai ce ne fosse ancora bisogno).
Al contempo è bello vedere, come sotto la patina di progresso accelerato, dal punto di vista sociale sia ancora l’Inghilterra vittoriana che conosciamo – quella dei gentiluomini dalle maniere compassate e dal ferreo senso dell’onore, e delle dame che si comportano come puri angeli del focolare domestico, rispettose dello Stato e di Dio. Le donne continuano a non avere alcun potere nella sfera pubblica, e anzi, ogni deviazione dalla morale prescritta può significare una macchia d’infamia eterna, perché registrata nella propria scheda governativa. Interessante inoltre che a un progresso tecnico non sia seguita un’uguale accelerazione nelle scienze naturali. La medicina, per esempio, non ha ancora scoperto l’esistenza dei microrganismi; e quando Mallory nota un microscopio nella vetrina di un negozio di articoli scientifici per ragazzi, pensa con un sorriso sarcastico quanto sia una perdita di tempo l’osservazione di quei buffi animalculi nelle pozzanghere e negli stagni, ma che forse un ragazzino, partendo da quei giochi infantili, possa crescendo rivolgersi a discipline più serie…

Carini anche i cameo di personaggi famosi. Invece di darsi alla poesia, John Keats si è dato alla kinotropia, diventando uno dei migliori sulla piazza; Benjamin Disraeli invece di buttarsi nella politica è rimasto un pubblicista, e scrive di morbose liaisons tra paleontologi e belle indiane per giornaletti scandalistici; Engels è rimasto un ricco magnate dei tessuti, benché con qualche simpatia sotterranea per il marxismo, e Sam Houston, l’eroe della liberazione del Texas dal Messico, invece che diventare governatore del Texas è un esiliato a Londra che guarda con amarezza alla sua patria, e prepara uomini e alleanze per tornare a prendersi ciò che è suo. E oltre alla voglia di giocare con le vite di personaggi illustri, i due autori danno anche l’idea di essersi ben documentati: Lady Ada Byron (che qui è rimasta “Byron” perché non si è mai sposata) appare non solo come un genio matematico, ma come una donna dalla condotta licenziosa e una giocatrice d’azzardo incallita. E la puzza rancida che si leva dal Tamigi nel corso del romanzo e paralizza la città, eco della Grande Puzza realmente avvenuta nel 1858, può diventare l’occasione per una rivolta proletaria e mettere in forse il destino della città.
Lo scenario politico di The Difference Engine, oltre ad avere un certo fascino, è uno dei più realistici che abbia mai visto in un’ucronia, accanto alla Seconda Guerra Mondiale alternativa di The Man in the High Castle. Lo strapotere della Gran Bretagna ha gettato il Nordamerica in ginocchio: la Guerra di Secessione si è conclusa con una divisione permanente tra Nord e Sud, il Texas è rimasto una nazione indipendente, così come la California, e l’Alaska è rimasta ai russi. Marx ha avuto fortuna non a Londra ma negli Stati Uniti proletari e piegati dal declino economico, fondando la Comune di Manhattan. Il Giappone guarda alla Gran Bretagna come modello da seguire, e l’unica nazione a tenerle testa è la Francia imperiale di Napoleone III, con la conquista del Messico e la costruzione di una Macchina analitica ancora più grossa e potente di quelle custodite nel sottosuolo di Londra.

Marx su tua madre

Marx spakka in qualsiasi scenario ucronico.

Ho molto apprezzato anche il clima di ambiguità politica e morale che si respira nel romanzo. E’ difficile provare una simpatia ideologica per chiunque: da un lato i proletari più sfortunati e i rivoluzionari, che pur dovendo teoricamente aver ragione si riducono a una manica di disperati e di banditi, che scimmiottano a vanvera la filosofia marxista; dall’altro i gentiluomini entusiasti, pronti a lanciarsi in dichiarazioni da operetta in difesa della Corona e del buon nome dell’Inghilterra, a morire per il buon nome della patria e del tutto incapaci di comprendere posizioni diverse dalla propria. E nel mentre l’informatizzato governo britannico, benché abbia portato una prosperità mai vista prima – in Irlanda non c’è mai stata la grande carestia di metà Ottocento – spande le sue spie e i suoi agenti in tutto il mondo, e sogna di estendere i suoi tentacoli in ogni interstizio della vita dei suoi cittadini.
Ma se dal punto di vista della macropolitica Gibson e Sterling fanno un buon lavoro, non si può dire lo stesso per la rete di intrighi che circonda la trama principale e i suoi personaggi. Come ho già detto in altre recensioni, se si vuole scrivere un romanzo politico bisogna prima mostrare le varie fazioni, in modo tale che il lettore le identifichi e ci associ delle emozioni; solo dopo si può entrare nel merito (raccontato) degli intrighi. Al contrario in The Difference Engine, come accade spesso, i giochi politici si riducono a una massa di nomi volanti che si intrecciano in vari modi, etichette che non dicono granché e sono difficili da ricordare. Charles Egremont, uno dei “cattivi” del romanzo nonché colui che motiva le azioni di molti dei personaggi della storia, compare soltanto alla fine del romanzo e nello spazio di una paginetta! Come ci si fa ad appassionare, o anche solo a non perdere il filo di cosa sta succedendo?
Buona invece l’idea di non far mai comparire Byron, Babbage e gli altri “grandi” della politica londinese. Nominati continuamente ma mai fisicamente presenti, sembrano quasi degli déi, che dirigono dall’alto le vicende dei comuni mortali; questa scelta, inoltre, dà una prospettiva più umana e più realistica dei protagonisti, che se non sono gli “ultimi” rimangono comunque persone normali.

In conclusione, The Difference Engine è un romanzo riuscito solo a metà. Aveva il potenziale per essere un capolavoro assoluto, ma lo azzoppano le sue ambizioni da literary fiction pomposa, la trama quasi inesistente, gli intrighi raccontati e il ritmo pesante. Il risultato è un libro difficile da leggere, che io stesso ho interrotto un paio di volte e che complessivamente ho impiegato quasi un mese a finire. Nei suoi momenti migliori è una lettura affascinante, piena di sense of wonder ucronico e distopico, che fa venire voglia di approfondire l’età vittoriana e i progetti matematici di Babbage; in quelli peggiori, si precipita nella noia e nella confusione.
Non è un romanzo che consiglierei a tutti, ma solo a chi fosse seriamente interessato all’argomento dopo aver preso nota dei numerosi difetti. Per chiunque voglia cimentarsi nella narrativa steampunk, però, The Difference Engine dovrebbe essere una lettura obbligata. Non solo per l’importanza che l’opera ha nel genere, ma anche perché è un compendio di idee straordinarie, dal riciclo di personaggi storici allo scenario politico alla tecnologia alternativa. E a distanza di qualche mese da quando l’ho letto, rimane comunque il romanzo steampunk che più resta impresso nella mia immaginazione.

Lincoln Steampunk

Se anche tu la pensi così, ti serve un’iniezione di The Difference Engine.

Dove si trova?
In lingua originale, The Difference Engine si può scaricare sia da Bookfinder che da Library Genesis, in pdf, mobi e epub. Su Emule si trovano traduzioni in italiano sia in pdf che in epub.

Su William Gibson
Di Gibson, in questi mesi, oltre a The Difference Engine ho letto tutti i lavori cyberpunk – ossia tutto ciò che ha scritto fino alla fine degli anni ’80. Di Neuromancer ho già parlato più volte nel corso del blog e immagino che lo conoscerete; se volete sapere cosa ne penso, controllate La Mia Classifica. Quanto agli altri:
La notte che bruciammo Chrome Burning Chrome (La notte che bruciammo Chrome) è un’antologia che raccoglie tutti i racconti di Gibson precedenti alla pubblicazione di Neuromante, una buona metà dei quali appartiene allo stesso universo cyberpunk della Trilogia dello Sprawl. La qualità della raccolta è altalenante: “Johnny Mnemonic”, “The Gernsback Continuum” e “Burning Chrome” sono molto belli; “The Belonging Kind”, “Red Star, Winter Orbit”, “New Rose Hotel” e “Winter Market” sono carini; gli altri sono dimenticabili, anche per via di uno stile spesso pomposo e non lineare, con continui salti avanti e indietro nella timeline, e tutte quelle arie da ‘mamma, mamma, non sto scrivendo narrativa di genere, guarda come sono literary!’. I racconti cyberpunk rimangono un’ottima introduzione allo stile e ai temi della Trilogia dello Sprawl per il lettore che si avvicini a Gibson per la prima volta3.
Count Zero Count Zero (Giù nel Cyberspazio), secondo capitolo della Trilogia dello Sprawl, è ambientato una decina di anni dopo gli avvenimenti di Neuromante. Mentre la megacorporation Maas Biolabs si prepara a rivoluzionare il mercato dell’elettronica con la distribuzione dei primi chip biologici, il cyberspazio è stato invaso da strane entità che sembrano vivere solo nella matrice, e prendono le sembianze di divinità voodoo. Il romanzo segue le vicende di tre personaggi diversi il cui pov si alterna di capitolo in capitolo. Il lato positivo del romanzo è che esplora aspetti del mondo di Gibson lasciati in ombra in Neuromante, come la guerra tra le corporation e il trattamento riservato ai dipendenti di punta; apprezzo anche che uno dei protagonisti – Bobby Newmark – sia un hacker niubbo, che deve imparare, e non il superdio che era Case. Ma l’alternarsi continuo di tre storie diverse rende la trama sfilacciata e allenta la tensione, mentre il mondo disegnato in Count Zero è molto meno affascinante di quello di Neuromante.
Mona Lisa Overdrive Mona Lisa Overdrive (Mona Lisa Cyberpunk) chiude la trilogia riprendendo dove era finito Count Zero. Angela Mitchell, la nuova star del simstim figlia dell’inventore dei chip biologici, ha appena ricevuto una missione dalle IA con cui è in contatto mentale; ma degli uomini tramano nell’ombra per farla sparire e sostituirla con una prostituta quasi identica a lei. Questo romanzo continua la tendenza inaugurata con Count Zero, moltiplicando trame e pov (questa volta sono addirittura quattro!) e diminuendo il numero di elementi weird e fantascientifici in favore di una trama più mainstream e ambienti più quotidiani. Scene carine e personaggi affascinanti non mancano, ma nel complesso c’è molta poca creatività, e la conclusione è deludente. Paradossalmente, la prosa è molto migliorata e più semplice da seguire.
In conclusione, passare da Burning Chrome e Neuromancer a Mona Lisa Overdrive significa guardare la lenta caduta di Gibson dalla fantascienza a un mainstream tendente allo slice of life. Più la sua prosa diventa scorrevole e meno barocca, più il suo serbatoio di idee si prosciuga. La mia impressione è che Count Zero e Mona Lisa non aggiungano granché al mondo dello Sprawl, e che anche un appassionato di cyberpunk dovrebbe limitarsi a leggere Burning Chrome e Neuromante. Quanto a me, mi fermo qui: non credo che proverei piacere a leggere le successive trilogie di Gibson – sempre più mainstream, sempre più ‘grande romanzo americano’, sempre più noioso.
Sto leggiucchiando anche qualcosa di Sterling, ma di lui parlerò in un articolo futuro.

Chi devo ringraziare?
Se ho cominciato a leggere Gibson lo devo alle pressioni di mezzo blog, ma a spingermi a leggere The Difference Engine è stato il blog del Duca, che l’ha citato spesso e volentieri come uno dei libri di riferimento per imparare a fare steampunk (per esempio nel suo articolone “Breve introduzione allo Steampunk“. Di lui, il Duca dice che è noioso e scritto piuttosto male (e come avete visto non si può dargli tutti i torti…), ma riconosce l’importanza delle sue trovate e del suo immaginario per il genere.
Devo dire che, ad oggi, nonostante tutto, rimane il miglior romanzo steampunk che abbia mai letto; d’altronde, il Duca l’ha pur detto che lo steampunk non ha dato il suo meglio in letteratura…

Dr. Kellogg

Comportati bene: il Dr. Kellogg ti osserva. Sempre.

Qualche estratto
Questa volta ho deciso di mettere davvero alla prova la pazienza dei miei lettori, proponendo la bellezza di tre estratti, di cui il primo di dimensioni gargantuesche. D’altronde, mi son detto, se uno non c’ha voglia di leggerli può sempre saltarli!
Il primo mostra, attraverso un dialogo tra Sybil e Mick, alcuni aspetti sociali dell’Inghilterra alternativa e della lotta di classe che vi si combatte; il secondo si apre su uno dei momenti più suggestivi del romanzo, la visita alle Macchine analitiche del Dipartimento di Statistica; infine l’ultimo breve estratto, tratto dall’appendice, è un brano dell’autobiografia del Babbage ucronico in persona.

1.
She let her gaze follow steam-pipes and taut wires to the gleam of the Babbage Engine, a small one, a kinotrope model, no taller than Sybil herself. Unlike everything else in the Garrick, the Engine looked in very good repair, mounted on four mahogany blocks. The floor and ceiling above and beneath it had been carefully scoured and whitewashed. Steam-calculators were delicate things, temperamental, so she’d heard; better not to own one than not cherish it. In the stray glare from Mick’s limelight, dozens of knobbed brass columns gleamed, set top and bottom into solid sockets bored through polished plates, with shining levers, ratchets, a thousand steel gears cut bright and fine. It smelled of linseed oil.
Looking at it, this close, this long, made Sybil feel quite odd. Hungry almost, or greedy in a queer way, the way she might feel about… a fine lovely horse, say. She wanted — not to own it exactly, but possess it somehow…
Mick took her elbow suddenly, from behind. She started. “Lovely thing, isn’t it?”
“Yes, it’s . . . lovely.”
Mick still held her arm. Slowly, he put his other gloved hand against her cheek, inside her bonnet. Then he lifted her chin with his thumb, staring into her face. “It makes you feel something, doesn’t it?”
His rapt voice frightened her, his eyes underlit with glare. “Yes, Mick,” she said obediently, quickly. “I do feel it . . . something.”
He tugged her bonnet loose, to hang at her neck. “You’re not frightened of it, Sybil, are you? Not with Dandy Mick here, holding you. You feel a little special frisson. You’ll learn to like that feeling. We’ll make a clacker of you.”
“Can I do that, truly? Can a girl do that?”
Mick laughed. “Have you never heard of Lady Ada Byron, then? The Prime Minister’s daughter, and the very Queen of Engines!” He let her go, and swung both his arms wide, coat swinging open, a showman’s gesture. “Ada Byron, true friend and disciple of Babbage himself! Lord Charles Babbage, father of the Difference Engine and the Newton of our modern age!”
She gaped at him. “But Ada Byron is a ladyship!”
“You’d be surprised who our Lady Ada knows,” Mick declared, plucking a block of cards from his pocket and peeling off its paper jacket. “Oh, not to drink tea with, among the diamond squad at her garden-parties, but Ada’s what you’d call fast, in her own mathematical way… ” He paused.
“That’s not to say that Ada is the best, you know. I know clacking coves in the Steam Intellect Society that make even Lady Ada look a bit tardy. But Ada possesses genius. D’ye know what that means, Sybil? To possess genius?”
“What?” Sybil said, hating the giddy surety in his voice.
“D’ye know how analytical geometry was born? Fellow named Descartes, watching a fly on the ceiling. A million fellows before him had watched flies on the ceiling, but it took Ren6 Descartes to make a science of it. Now engineers use what he discovered every day, but if it weren’t for him we’d still be blind to it.”
“What do flies matter to anyone?” Sybil demanded.
“Ada had an insight once that ranked with Descartes’ discovery. No one has found a use for it as yet. It’s what they call pure mathematics.” Mick laughed. ” ‘Pure.’ You know what that means, Sybil? It means they can’t get it to run.” He rubbed his hands together, grinning. “No one can get it to run.”
Mick’s glee was wearing at her nerves. “I thought you hated lordships!”
“I do hate lordly privilege, what’s not earned fair and square and level,” he said. “But Lady Ada lives and swears by the power of gray matter, and not her blue blood.” He slotted the cards into a silvered tray by the side of the machine, then spun and caught her wrist. “Your father’s dead, girl! ‘Tis not that I mean to hurt you, saying it, but the Luddites are dead as cold ashes. Oh, we marched and ranted, for the rights of labor and such — fine talk, girl! But Lord Charles Babbage made blueprints while we made pamphlets. And his blueprints built this world.”
Mick shook his head. “The Byron men, the Babbage men, the Industrial Radicals, they own Great Britain! They own us, girl — the very globe is at their feet, Europe, America, everywhere. The House of Lords is packed top to bottom with Rads. Queen Victoria won’t stir a finger without a nod from the savants and capitalists.” He pointed at her. “And it’s no use fighting that anymore, and you know why? ‘Cause the Rads do play fair, or fair enough to manage — and you can become one of ‘em, if you’re clever! You can’t get clever men to fight such a system, as it makes too much sense to ‘em.”
Mick thumbed his chest. “But that don’t mean that you and I are out in the cold and lonely. It only means we have to think faster, with our eyes peeled and our ears open…”

Seguì con gli occhi i tubi del vapore e i fili tesi, fino alla luccicante Macchina di Babbage, piuttosto piccola, un modello per chinotropio, non più alta di Sybil stessa. A differenza di tutto il resto nel Garrick, la Macchina sembrava in ottime condizioni, montata su quattro blocchi di mogano. Il pavimento e il soffitto sotto e sopra erano stati accuratamente lavati e imbiancati. I calcolatori a vapore erano oggetti delicati, temperamentali, così aveva sentito dire; meglio non possederne uno, che non trattarlo bene.
Nel riflesso del riflettore di Mick, scintillavano dozzine di colonnine di ottone fornite di sporgenze, inserite in alto e in basso in sedi praticate all’interno di piastre lucide, con leve scintillanti, denti di arresto, e mille ingranaggi di acciaio splendente. Odorava di olio di lino. uardandola, così da vicino e così a lungo, Sybil provò una strana sensazione. Quasi come se la desiderasse ardentemente, come se fosse… Un bel cavallo, per esempio. Desiderava… non semplicemente averlo, ma possederlo… Mick le prese il gomito, da dietro. Lei ebbe un sobbalzo… — È bello, vero?
— Sì, è… bello.
Mick le teneva ancora il braccio. Lentamente, le appoggiò l’altra mano guantata sulla guancia, sotto la cuffia. Poi le sollevò il mento con il pollice, fissandola in viso. — Ti fa sentire qualcosa, vero?
La sua voce intensa la spaventò, gli occhi illuminati dal basso. — Sì, Mick — rispose ubbidiente, in fretta. — Sento… qualcosa.
Le slacciò la cuffia, lasciandola penzolare dal collo. — Non ne hai paura, vero Sybil? Non con Dandy Mick che ti stringe. Senti uno speciale frisson. Imparerai ad amare questa sensazione. Faremo un computatore di te.
— Posso farlo, veramente? Può farlo una ragazza?
Mick rise. — Non hai mai sentito parlare di Lady Ada Byron? La figlia del Primo Ministro, la Regina delle Macchine! — La lasciò andare e spalancò entrambe le braccia, la giacca che si allargava, con un gesto da uomo di teatro. — Ada Byron, vera amica e discepola di Babbage in persona! Lord Charles Babbage, padre della Macchina Differenziale, il Newton dell’era moderna!
Lei lo guardò a bocca spalancata. — Ma Lady Byron è una nobildonna!
— Non ti immagini neanche che ambienti frequenti la nostra Lady Ada — dichiarò Mick, estraendo un blocco di cartellini dalla tasca e togliendo l’involucro di carta. — Oh, non parlo della gente ingioiellata con cui beve il tè, nei suoi party in giardino; ma la nostra Ada è una che tu definiresti svelta, nel suo modo matematico… — Fece una pausa. — Questo non vuol dire che Ada sia la migliore. Conosco dei computatori nella Società Intellettuale del Vapore che farebbero sembrare anche Lady Ada un po’ lenta. Ma Ada possiede del genio. Lo sai cosa vuol dire, Sybil, possedere del genio?
— Cosa? — disse Sybil, odiando la vorticosa sicurezza della sua voce.
— Lo sai com’è nata la geometria analitica? Un tipo di nome Descartes vide una mosca sul soffitto. Un milione di persone prima di lui avevano guardato mosche sul soffitto, ma c’è voluto René Descartes per farne una scienza. Adesso gli ingegneri usano ogni giorno quello che lui ha scoperto, ma se non fosse stato per lui, saremmo ancora nel buio.
— A chi interessano le mosche? — chiese Sybil.
— Una volta Ada ha avuto un’intuizione pari alla scoperta di Descartes. Nessuno ha ancora scoperto come usarla. È quella che chiamano matematica pura. — Mick rise. — “Pura.” Lo sai cosa vuol dire, Sybil? Vuol dire che non riescono a farla funzionare su una Macchina. — Si fregò le mani, sogghignando. — Nessuno riesce a farla funzionare.
L’allegria di Mick cominciava a darle sui nervi. — Credevo che odiassi i Lord!
— Odio i privilegi dei Lord, quello che non si guadagnano onestamente — disse. — Ma Lady Ada campa con la forza della sua materia grigia, non per il sangue blu. — Sistemò le carte in un vassoio argentato a fianco della Macchina. Poi si girò di scatto e le prese il polso. — Tuo padre è morto, ragazza! Non lo dico per farti del male, ma i luddisti sono morti come cenere fredda. Oh, abbiamo marciato e abbiamo sbraitato per i diritti dei lavoratori, eccetera… bei discorsi, ragazza. Ma Lord Charles Babbage faceva disegni, mentre noi stampavamo pamphlets. E i suoi disegni hanno costruito il mondo.
Mick scosse la testa. — Gli uomini di Byron, gli uomini di Babbage, gli Industriali Radicali, loro possiedono la Gran Bretagna! Possiedono noi, ragazza… Il mondo stesso è ai loro piedi, l’Europa, l’America, tutto quanto. La Camera dei Lord è piena da cima a fondo di Rad. La Regina Vittoria non muoverebbe un dito senza un cenno dei sapienti e dei capitalisti. — Le puntò contro un dito. — E non serve a niente lottare, e sai perché? Perché i Rad giocano onestamente, o abbastanza onestamente da farsi accettare… e tu puoi diventare una di loro, se sei intelligente! Non puoi indurre la gente intelligente a combattere contro questo sistema, perché è troppo logico per loro.
Mick si batté sul petto. — Ma questo non vuoi dire che tu ed io siamo in mezzo a una strada. Vuol dire solo che dobbiamo pensare più in fretta, con gli occhi e le orecchie aperti… —

Luddismo

Il luddismo è facile e divertente!

2.
Behind the glass loomed a vast hall of towering Engines—so many that at first Mallory thought the walls must surely be lined with mirrors, like a fancy ballroom. It was like some carnival deception, meant to trick the eye—the giant identical Engines, clock-like constructions of intricately interlocking brass, big as rail-cars set on end, each on its foot-thick padded blocks. The white-washed ceiling, thirty feet overhead, was alive with spinning pulley-belts, the lesser gears drawing power from tremendous spoked flywheels on socketed iron columns. White-coated clackers, dwarfed by their machines, paced the spotless aisles. Their hair was swaddled in wrinkled white berets, their mouths and noses hidden behind squares of white gauze.
Tobias glanced at these majestic racks of gearage with absolute indifference. “All day starin’ at little holes. No mistakes, either! Hit a key-punch wrong and it’s all the difference between a clergyman and an arsonist. Many’s the poor innocent bastard ruined like that.…”
The tick and sizzle of the monster clockwork muffled his words.
Two men, well-dressed and quiet, were engrossed in their work in the library. They bent together over a large square album of color-plates. “Pray have a seat,” Tobias said.
Mallory seated himself at a library table, in a maple swivel-chair mounted on rubber wheels, while Tobias selected a card-file. He sat opposite Mallory and leafed through the cards, pausing to dab a gloved finger in a small container of beeswax. He retrieved a pair of cards. “Were these your requests, sir?”
“I filled out paper questionnaires. But you’ve put all that in Engine-form, eh?”
“Well, QC took the requests,” Tobias said, squinting. “But we had to route it to Criminal Anthropometry. This card’s seen use—they’ve done a deal of the sorting-work already.” He rose suddenly and fetched a loose-leaf notebook—a clacker’s guide. He compared one of Mallory’s cards to some ideal within the book, with a look of distracted disdain. “Did you fill the forms out completely, sir?”
“I think so,” Mallory hedged.
“Height of suspect,” the boy mumbled, “reach.… Length and width of left ear, left foot, left forearm, left forefinger.”
“I supplied my best estimates,” Mallory said. “Why just the left side, if I may ask?”
“Less affected by physical work,” Tobias said absently. “Age, coloration of skin, hair, eyes. Scars, birthmarks … ah, now then. Deformities.”
“The man had a bump on the side of his forehead,” Mallory said.
“Frontal plagiocephaly,” the boy said, checking his book. “Rare, and that’s why it struck me. But that should be useful. They’re spoony on skulls, in Criminal Anthropometry.” Tobias plucked up the cards, dropped them through a slot, and pulled a bell-rope. There was a sharp clanging. In a moment a clacker arrived for the cards.
“Now what?” Mallory said.
“We wait for it to spin through,” the boy said.
“How long?”
“It always takes twice as long as you think,” the boy said, settling back in his chair. “Even if you double your estimate. Something of a natural law.”

Dietro il vetro si stendeva una grande sala di gigantesche Macchine… tante che sul momento Mallory pensò che le pareti fossero ricoperte di specchi, come una sala da ballo. Era come un trucco da fiera, fatto per ingannare l’occhio: le Macchine enormi e identiche, costruzioni simili a orologi dai complessi ingranaggi di ottone, grosse come carrozze ferroviarie messe in piedi, ciascuna appoggiata su blocchi imbottiti spessi un piede; il soffitto dipinto di bianco, alto trenta piedi, era pieno di pulegge ruotanti, gli ingranaggi più piccoli che venivano messi in movimento da immensi volani a raggi, ruotanti su colonne di ferro. Computatori in camice bianco, resi nani dalle loro Macchine, si muovevano nei passaggi immacolati. Avevano i capelli avvolti in bianchi berretti pieghettati, il naso e la bocca nascosti dietro quadrati di garza bianca.
Tobias guardò quei maestosi complessi di ingranaggi con assoluta indifferenza. — Tutto il giorno a fissare piccoli buchi. E guai a commettere er-ori! Sbagli un tasto, e uno da sacerdote diventa incendiario. Molti poveri bastardi innocenti sono stati rovinati in questa maniera…
Il ticchettio e lo sfrigolio del mostruoso orologio attutirono le sue parole. Due uomini, ben vestiti e silenziosi, erano assorti nel loro lavoro nella biblioteca. Erano chini insieme su un grande album quadrato di tavole colorate. — Prego, sieda — disse Tobias.
Mallory si sedette a un tavolo della biblioteca, su una sedia girevole di acero, montata su ruote di gomma, mentre Tobias sceglieva uno schedario. Si sedette di fronte a Mallory e sfogliò le schede, fermandosi per umettare un dito guantato in un piccolo vasetto di cera d’api. Prese un paio di schede. — Erano queste le sue richieste, signore?
— Ho riempito dei questionari. Ma avete trasferito il tutto in linguaggio macchina, eh?
— Be’, CQ ha ricevuto le richieste — disse Tobias, stringendo gli occhi. — Ma abbiamo dovuto trasmetterle alla sezione di Antropometria Criminale. Questa scheda mostra segni di essere stata usata. .. Hanno fatto un bel po’ di cernita. — Si alzò d’improvviso e prese un libretto a fogli mobili… una guida per computatore. Paragonò una delle schede di Mallory con un modello ideale del libro, con espressione di distratto fastidio. — Avete
riempito i moduli completamente, signore?
— Credo di sì — disse Mallory con qualche esitazione.
— Altezza del sospettato — mormorò il ragazzo — lunghezza delle braccia… lunghezza e larghezza dell’orecchio sinistro, piede sinistro, avambraccio sinistro, indice sinistro.
— Ho dato le mie stime migliori — disse Mallory. — Perché solo il fianco sinistro, se posso chiedere?
— Meno influenzato dal lavoro fisico — disse Tobias con aria assente.
— Età, colore della pelle, capelli, occhi. Cicatrici, segni particolari… ah, eccoci. Deformità.
— L’uomo aveva una protuberanza sulla fronte, da un lato — disse Mallory.
— Plagiocefalia frontale — disse il ragazzo, controllando sul suo libro. — Rara, per questo mi ha colpito. Potrebbe essere utile. Vanno matti per i crani all’Antropologia Criminale. — Tobias prese le schede e le lasciò cadere in una fessura, poi tirò la corda di un campanello. Ci fu uno squillo secco. Dopo un momento un computatore arrivò per prendere le schede.
— E adesso? — chiese Mallory.
— Aspettiamo che vengano fatte girare — disse il ragazzo. Quanto tempo?
— Ci vuole sempre il doppio di quello che uno pensa — disse il ragazzo, sistemandosi comodamente sulla sedia. — Anche se si raddoppia la stima. È una specie di legge di Natura.

3.
THE CIRCULAR ARRANGEMENT of the axes of the Difference Engine ‘round large central wheels led to the most extended prospects. The whole of arithmetic now appeared within the grasp of mechanism. A vague glimpse even of an Analytical Engine opened out, and I pursued with enthusiasm the shadowy vision.
The drawings and the experiments were of the most costly kind. Draftsmen of the highest order were engaged, to economize the labor of my own head; whilst skilled workmen executed the experimental machinery.
In order to carry out my pursuits successfully, I had purchased a house with about a quarter of an acre of ground, in a very quiet locality in London. My coach-house was converted into a forge and foundry, whilst my stables were transformed into a workshop. I built other extensive workshops myself, and had a fire-proof building for my drawings and draftsmen.
The complicated relations amongst the various parts of the machinery would have baffled the most tenacious memory. I overcame that difficulty by improving and extending a language of signs, the Mechanical Notation, which in 1826 I had explained in a paper printed in the Philosophic Transactions of the Royal Society. By such means I succeeded in mastering a train of investigation so vast in extent that no length of years could otherwise have enabled me to control it. By the aid of the language of signs, the Engine became a reality.

—LORD CHARLES BABBAGE,
Passages in the Life of a Philosopher, 1864.

La disposizione circolare degli assi della Macchina Differenziale, attorno a grandi ruote centrali, apriva le più ampie prospettive. L’intera aritmetica diventava ora circoscrivibile entro i limiti della meccanica.
Mi appariva perfino la possibilità di una Macchina Analitica, ed io mi lanciai con entusiasmo alla caccia di questa visione.
I disegni e gli esperimenti erano fra i più costosi. Ingaggiai disegnatori di prim’ordine, per economizzare il lavoro della mia testa, mentre abili artigiani costruivano i meccanismi sperimentali.
Al fine di coronare con il successo i miei sforzi, avevo acquistato una casa con un quarto di acro circa di terreno, in una località molto tranquilla di Londra. La rimessa per le carrozze fu trasformata in una fucina e fonderia, le stalle in laboratorio. Feci costruire io stesso altri laboratori, e un edificio a prova di fuoco per i disegni e i disegnatori.
Le complicate relazioni fra le varie parti della Macchina avrebbero sfidato la più tenace delle memorie. Superai la difficoltà sviluppando e migliorando un linguaggio di segni, la Notazione Meccanica, che nel 1826 avevo spiegato in un articolo apparso sui Philosophical Transactions of the Royal Society. Con questi mezzi riuscii a padroneggiare una serie di indagini di così vasta portata che nessuna quantità di anni mi avrebbe altrimenti permesso di controllare. Con l’aiuto del linguaggio dei segni, la Macchina divenne una realtà.

LORD CHARLES BABBAGE,
Momenti nella vita di un filosofo, 1864

Tabella riassuntiva

Una delle ucronie più affascinanti e realistiche che abbia mai letto! Trama esile ed episodi molto scollegati l’uno dall’altro.
Una valanga di idee tecnologiche geniali. Stile pesante e literary, ritmo lento.
Buona gestione dei pov. Intrighi politici “raccontati” e difficili da seguire.

(1) Mentre la macchina differenziale era “soltanto” in grado di fare calcoli, la macchina analitica era progettata come un vero e proprio computer, capace di eseguire operazioni logiche (come condizioni if, cicli, subroutine) e dotato di memoria. Oltre non mi dilungo perché non sono un matematico; magari potete chiedere al Duca o a Gamberetta.
Quanto ai progetti sulle due macchine e all’effettiva realizzazione della macchina differenziale a metà Ottocento, con Babbage ancora vivo, cito la Wikipedia inglese:

In 1822, Charles Babbage proposed the use of such a machine in a paper to the Royal Astronomical Society on 14 June entitled “Note on the application of machinery to the computation of astronomical and mathematical tables”. This machine used the decimal number system and was powered by cranking a handle. The British government was interested, since producing tables was time consuming and expensive and they hoped the difference engine would make the task more economical.
In 1823, the British government gave Babbage ₤1700 to start work on the project. Although Babbage’s design was technically feasible, no one had built a mechanical device to such exacting standards before, so the engine proved to be much more expensive than anticipated. By the time the government killed the project in 1842, they had given Babbage over ₤17,000, more than double the cost of a warship, without receiving a working engine. What Babbage did not, or was unwilling to, recognize was that the government was interested in economically produced tables, not the engine itself. The other issue that undermined the government’s confidence in the difference engine was Babbage had moved on to an analytical engine. By developing something better, Babbage had rendered the difference engine useless in the eyes of the government.
Babbage went on to design his much more general analytical engine […]. Inspired by Babbage’s difference engine plans, Per Georg Scheutz built several difference engines from 1855 onwards, one of which was sold to the British government in 1859 [già nel 1843 Scheutz aveva portato a termine una macchina basata su quella di Babbage].

Perché Gibson e Sterling abbiano intitolato il romanzo “The Difference Engine” invece che, per esempio, “The Analytical Engine”, resta per me un mistero.Torna su

Charles Babbage

Charles Babbage: un gran bell’uomo.

(2) In realtà alla fine del romanzo – e con “alla fine” intendo proprio alla fine – si scopre che questa scelta stilistica avrebbe anche un senso nell’economia narrativa (segue SPOILER in bianco: il punto di vista è quello dell’Occhio, dell’IA autocosciente che appare alla fine del libro. Il concetto di fondo, che sarebbe anche affascinante, sembra essere che tutto il romanzo sia l’indagine che l’Occhio onnipotente conduce consultando le sue banche dati). Ciononostante, non si può giustificare nelle pagine finali la scelta di usare una brutta prosa nell’incipit, anche perché con una premessa simile il 90% dei lettori a quelle pagine finali non ci arriverà neanche.Torna su

(3) In particolare, leggere il racconto “Burning Chrome” prima di Neuromancer rende la vita molto più facile. Nel racconto, infatti, tutti i concetti legati al cyberspazio – la matrice, i cowboy, l’ice, gli icebreaker, eccetera – sono ampiamente infodumpati invece che allusi e mostrati a spizzichi e bocconi come avviene nel romanzo. Il risultato è meno elegante, ma più semplice da seguire.
Consiglio anche “Johnny Mnemonic”, in cui compare per la prima volta uno dei personaggi principali di Neuromancer.Torna su

I Consigli del Lunedì #25: Mission of Gravity

Mission of GravityAutore: Hal Clement
Titolo italiano: Stella doppia 61 Cygni
Genere: Science Fiction / Hard SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1953
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 220 ca.

Difficoltà in inglese: ***

In tutta la Via Lattea non c’è un pianeta come Mesklin. La violenza della sua accelerazione centrifuga gli ha dato una forma da pallone da rugby, schiacciato ai poli e stiracchiato all’equatore. Ha anche una massa immensa, e la sua attrazione di gravità varia dai 3G sull’Orlo (l’equatore) ai 700G ai poli. Ma nonostante le condizioni proibitive, Mesklin ospita vita intelligente: una razza di animaletti simili a millepiedi, robustissimi, che si muovono agganciandosi al terreno con le loro numerose zampe uncinate. E ora i terrestri hanno bisogno di loro.
Barlennan, capitano della nave mercantile Bree, è stato contattato dall’umano Charles Lackland per una missione della massima importanza. I terrestri hanno inviato un razzo al polo sud di Mesklin per compiere una serie di rilevazioni sulla gravità del pianeta; rilevazioni che potrebbero rivoluzionare le teorie fisiche sulla gravitazione dai tempi di Einstein. Ma proprio a causa dell’attrazione di Mesklin, il razzo non riesce più a lasciare la superficie. L’equipaggio di Barlennan dovrà raggiungere i poli – dove nessun umano potrà mai mettere piede – e recuperare le attrezzature per restituirle i terrestri; ma quale prezzo chiederanno i meskliniti per questa impresa? E cosa impareranno gli uni dagli altri le due specie?

Mission of Gravity è unanimemente riconosciuto come una delle massime vette raggiunte dall’Hard SF classica. Un romanzo che, come da tradizione del genere, parte da premesse incredibili – un pianeta schiacciato e dalla gravità altissima, e su cui c’è vita!? – e procede a illustrarle senza mai deviare dal rigore scientifico.  Che genere di vita potrebbe ospitare un pianeta dalle condizioni così estreme? E come queste condizioni modificherebbero la forma mentis dei suoi abitanti? Come sarebbe percepito da loro il cosmo? Quali cose si potrebbero fare, e quali no? E così via.
Ma il romanzo di Hal Clement non è saggistica immaginaria – è anche un romanzo d’avventura! La ciurma della nave Bree, guidata dall’impavido (e scaltro) capitano Barlennan, e con l’aiuto di Lackland e dei terrestri in orbita attorno al pianeta, dovrà affrontare tutta una serie di ostacoli e imprevisti per raggiungere il polo sud. Pericoli che daranno all’autore l’occasione per illustrare vari aspetti della vita su Mesklin.
L’ambizione è quella di coniugare speculazione scientifica e narrativa di buon livello. Ci sarà riuscito?

Forza di gravità

Il mantra di Clement.

Uno sguardo approfondito
Una delle cose più spiazzanti del romanzo – e che contribuiscono a distinguere Mission of Gravity dal resto della Hard SF – sta nel fatto che i protagonisti, nonché punto di vista privilegiato della storia, non sono gli esseri umani ma i meskliniti. Il libro comincia infatti con il pov del capitano Barlennan, e attraverso i suoi occhi osserviamo i venti letali dell’inverno equatoriale che minacciano di spazzare via la loro nave spiaggiata, o il suo secondo Dondragmer che si erge sulle sei zampe posteriori per ancorare la nave.
Il bel sogno purtroppo dura poco. Da quando, alla fine del secondo capitolo, entra in scena l’umano Lackland, il punto di vista del romanzo retrocede a quello del narratore onnisciente. Per il resto del romanzo, Clement fa viaggiare la telecamera un po’ come gli capita, posandola osa su Lackland, ora sui generici scienziati in orbita attorno a Mesklin, ora su Barlennan, ora sui membri dell’equipaggio ‘in generale’, ora a volo d’uccello (onniscienza vera e propria). La cosa più sgradevole, è che questi salti di pov avvengono nel bel mezzo di un paragrafo senza alcun preavviso. Nel migliore dei casi, questo significa semplicemente poca immersione e percezione da parte del lettore di una ‘regia occulta’ che lo sballotta di qua e di là; in alcune situazioni più concitate, significa dover rileggere un passaggio più volte perché non si capisce più bene cosa stia succedendo o da quale angolo visuale si stia guardando la scena.

E in realtà, bisogna ammettere che la presenza del narratore onnisciente è presente in tutto il romanzo, anche nelle scene mostrare attraverso gli occhi dei meskliniti. Le parti scritte col pov di Barlennan, infatti, danno più che altro l’impressione di un documentario naturalista: immagini di animaletti che si muovono nell’ambiente selvaggio, con voice over del narratore che ci spiega cosa pensano, cosa provano, cosa li preoccupa. Tra noi e il personaggio punto di vista percepiamo sempre il filtro dell’autore; di conseguenza non ci immedesimiamo mai nella specie aliena, li vediamo sempre dal di fuori anche quando sono loro a dominare la scena.
La presenza del narratore onnisciente rende anche più indigesti gli infodump. Quando va bene, gli elementi dell’ambientazione sono mostrati nelle conseguenze che hanno per i personaggi o, più spesso, discussi nei dialoghi tra Barlennan e Lackland. Questi dialoghi, specie quando entrano nel dettaglio tecnico, suonano un po’ artificiosi, ma rimangono comunque preferibili alla media degli espedienti da Hard SF (tipo l’As You Know, Bob). Quando va male, l’autore in persona interrompe la narrazione – o si inserisce in un punto morto della stessa – per spiegarci questa o quella caratteristica del pianeta.

Pallone da rugby

Un’approssimazione del pianeta Mesklin?

In Mission of Gravity troviamo anche un altro limite tipico dell’Hard SF: personaggi funzionali e bidimensionali come manichini. Ognuno dei personaggi segue fedelmente il suo ruolo istituzionale: Lackland è lo scienziato-antropologo che vuole stringere amicizia con i nativi; il Dottor Rosten è il capo della missione severo e pragmatico, ma, essendo anche un biologo, è pronto ad andare in sollucchero e a perdonare gli errori di Lackland in cambio della promessa di esemplari della vita di Mesklin da analizzare; Barlennan è il mercante-esploratore astuto, pronto a portare a termine una missione rischiosa in cambio di una contropartita; Dondragmer è il secondo diffidente ma fedele al suo leader. L’unica nota positiva nella caratterizzazione dei personaggi è l’esistenza di una certa evoluzione di Barlennan e Dondragmer nel corso della storia; tanto che nel finale entrambi regaleranno al lettore qualche piccola sorpresa.
Ma la nota più fastidiosa è la ragionevolezza, il buon senso che pervade sempre i personaggi e il rapporto tra le due specie, anche nei momenti di maggiori tensione. Lackland e Barlennan sono sempre in grado di discutere su come superare un determinato ostacolo con la massima naturalezza. Ora, penso che nemmeno degli etnologi di professione possano avere rapporti così idilliaci e razionali con i nativi della tribù africana o polinesiana che vanno a studiare, e stiamo pur sempre parlando di uomini della stessa razza e dello stesso pianeta! Possibile che i rapporti tra terrestri e millepiedi di un pianeta a 700G possa essere così idilliaco e così scevro di incomprensioni?

Il che ci porta al terzo, e più grave problema del romanzo: la brutta caratterizzazione della psicologia dei meskliniti.
Da un lato Clement fa un buon lavoro, quando si concentra sulla fisica del loro corpo o sulle conseguenze psichiche dell’ambiente in cui vivono. I meskliniti sono bassi e lunghi per meglio resistere alla pressione gravitazionale del pianeta, e hanno tante zampe (uncinate) per potersi sempre tenere ancorati al suolo e non rischiare di cadere. Da dove viene l’equipaggio della Bree infatti – ossia dalle fasce temperate di Mesklin – la gravità è così elevata che anche una caduta di pochi centimetri può significare la lacerazione di tutti gli organi interni e la morte. Di conseguenza, il suo popolo ha un terrore folle sia per le altezze, sia per avere qualcosa – di qualsiasi materiale – sopra la loro testa, e difatti le loro case non hanno un tetto. Quando ha portato la sua ciurma alle basse gravità dell’Equatore, Barlennan l’ha avvisata di non prendere l’abitudine di saltare o di sollevarsi troppo sulle zampe anteriori: se infatti per distrazione lo facessero anche una volta tornati nella loro patria, finirebbero quasi certamente per ammazzarsi.
Ma a parte questi tratti derivanti dalle condizioni particolari del pianeta, i meskliniti suonano terribilmente umani. Il loro modo di ragionare, di fare affari, di darsi una gerarchia, è identico al nostro. Anche quando l’equipaggio della Bree si imbatte in altre tribù e altri popoli della loro specie, queste creature non sono più strane o variegate dei selvaggi d’Africa di un racconto d’avventura dell’Ottocento, e spesso meno. Clement non si è chiesto che tipo di psiche potesse svilupparsi in una specie di millepiedi schiacciati al terreno, né si è premurato di inventarne una da capo a piedi. I meskliniti sembrano esseri umani in un un corpo di insetti.

Newton e la gravità

Dove Clement dà il meglio di sé è nel worldbuilding. La velocità di rotazione del pianeta è tale che un giorno dura meno di 20 minuti. Nelle prime pagine del romanzo è piuttosto straniante sentire i personaggi parlare con nonchalanche di aspettare cento, duecento o cinquecento giorni, ma poi si comincia a vedere il sole sorgere e tramontare con una frequenza allarmante. Sempre a causa di questa velocità di rotazione, in alcuni periodi dell’anno i venti spirano dai poli verso l’equatore, e la regione dell’Orlo è spazzato da correnti talmente forti che i meskliniti devono ancorare sé stessi e la loro imbarcazione al suolo per non volare via. Ancora, i mari di Mesklin sono fatti di metano e i venti di cristalli di ammoniaca.
Il popolo di Barlennan non possiede un termine per “lanciare” né il concetto, perché da dove vengono loro, con una gravità vicina ai 700G, appena un qualsiasi oggetto lascia la mano, istantaneamente arriva al suolo. L’accelerazione è tale che l’occhio non percepisce il movimento attraverso l’aria. Al polo sud, un sassolino lasciato cadere da oltre duecento metri di altezza scava un buco di alcuni metri e solleva un’onda di pulviscolo (che comunque scema rapidamente a terra). Di conseguenza, il suo popolo non possiede armi da lancio, ma solo armi bianche. E così via.

Insomma, Mission of Gravity è lontano dalla perfezione, ma certo si tratta di uno dei romanzi di Hard SF meglio scritti e anche più piacevoli da leggere che abbia mai incontrato. Intendiamoci: il gusto del libro è quello di un “rompicapo scientifico”, una lettura che colpisce più il cervello che i sensi. La gestione distanziante del pov e gli infodump rallentano in parte il ritmo della storia, mentre personaggi piatti e la psicologia poco aliena dei meskliniti riducono il fascino dell’esperienza, ma per gli amanti del genere l’epopea della Bree attraverso Mesklin sarà divertente e regalerà molti momenti di sense of wonder. E Mesklin è probabilmente uno dei pianeti più “alieni” e meglio pensati nella storia della fantascienza.
Al terzo posto dopo Rendezvous with Rama e Ringworld, lo ritengo uno dei punti di partenza ideali per chi voglia esplorare il sottogenere dell’Hard SF.

Science raptor

Let’s do some fucking science!

Dove si trova?
In lingua originale, Mission of Gravity si può trovare su Library Genesis. Ci sarebbe anche su Bookfinder, ma al momento dice che il download non è disponibile, quindi lasciate stare.
Come ha fatto notare Talesdreamer, l’edizione italiana si può scaricare via Mulo cercando l’orrido titolo “Stella Doppia 61 Cygni”, nei cinque gusti .doc, .rar, .pdf, .lit o epub.

Qualche estratto
Entrambi gli estratti che ho scelto vengono dal primo capitolo, che è uno dei più interessanti in quanto adotta il punto di vista del mesklinita Barlennan. Il primo estratto dà un assaggio dell’ambientazione, ma anche del taglio documentaristico e distaccato della voce narrante anche quando ancora la telecamera nella testa del personaggio. Il secondo viene dal primo dialogo tra Barlennan e Lackland; è particolarmente interessante perché mostra la visione che, in conseguenza del loro sistema di riferimento, hanno i meskliniti del loro mondo: una scodella!

1.
The wind came across the bay like something living. It tore the surface so thoroughly to shreds that it was hard to tell where liquid ended and atmosphere began; it tried to raise waves that would have swamped the Bree like a chip, and blew them into impalpable spray before they had risen a foot.
The spray alone reached Barlennan, crouched high on the Bree’s poop raft. His ship had long since been hauled safely ashore. That had been done the moment he had been sure that he would stay here for the winter; but he could not help feeling a little uneasy even so. Those waves were many times as high as any he had faced at sea, and somehow it was not completely reassuring to reflect that the lack of weight which permitted them to rise so high would also prevent their doing real damage if they did roll this far up the beach.
Barlennan was not particularly superstitious, but this close to the Rim of the World there was really no telling what could happen. Even his crew, an unimaginative lot by any reckoning, showed occasional signs of uneasiness. There was bad luck here, they muttered — whatever dwelt beyond the Rim and sent the fearful winter gales blasting thousands of miles into the world might resent being disturbed. At every accident the muttering broke out anew, and accidents were frequent. The fact that anyone is apt to make a misstep when he weighs about two and a quarter pounds instead of the five hundred and fifty or so to which he has been used all his life seemed obvious to the commander; but apparently an education, or at least the habit of logical thought, was needed to appreciate that.
[…] No witness could have told precisely where the shore line now lay. A blinding whirl of white spray and nearly white sand hid everything more than a hundred yards from the Bree in every direction; and now even the ship was growing difficult to see as hard-driven droplets of methane struck bulletlike and smeared themselves over his eye shells. At least the deck under his many feet was still rock-steady; light as it now was, the vessel did not seem prepared to blow away. It shouldn’t, the commander thought grimly, as he recalled the scores of cables now holding to deep-struck anchors and to the low trees that dotted the beach. It shouldn’t — but this would not be the first ship to disappear while venturing this near the Run. Maybe his crew’s suspicion of the Flyer had some justice. After all, that strange being had persuaded him to remain for the winter, and had somehow done it without promising any protection to ship or crew. Still, if the Flyer wanted to destroy them, he could certainly do so more easily and certainly than by arguing them into this trick. If that huge structure he rode should get above the Bree even here where weight meant so little, there would be no more to be said. Barlennan turned his mind to other matters; he had in full measure the normal Mesklinite horror of letting himself get even temporarily under anything really solid.

Il vento che arrivava dalla baia sembrava una cosa viva. Lacerava e sconvolgeva la distesa d’acqua in un pulviscolo di frammenti cosi minuti che era difficile stabilire dove finisse l’elemento liquido e dove cominciasse l’atmosfera. Il vento sembrava sempre sul punto di sollevare ondate capaci di spazzare via la “Bree” come un sughero, ma poi le disperdeva in miriadi di spruzzi impalpabili, prima che riuscissero ad alzarsi di mezzo metro.
Solamente gli spruzzi arrivavano fino a Barlennan, che se ne stava comodamente sdraiato, in alto, sul castello di poppa della “Bree”. Già da un pezzo aveva portato la nave al sicuro in secca sulla spiaggia, cioè da quando aveva capito di dover passare l’inverno lì. Tuttavia non poteva fare a meno di sentirsi un po’ a disagio anche dopo questa decisione. Quelle ondate erano le più alte che avesse mai visto in mare, e in un certo senso non trovava del tutto rassicurante nemmeno sapere che proprio la mancanza di peso, se da una parte permetteva alle onde di alzarsi tanto, dall’altra avrebbe anche impedito ai flutti di provocare veri e propri danni, se fossero riusciti a spingersi molto addentro sulla spiaggia.
Il Comandante Barlennan non era particolarmente superstizioso, ma trovandosi così vicino agli Orli del Mondo, non avrebbe davvero saputo dire cosa poteva succedere. Perfino l’equipaggio, che certo non era dotato di molta immaginazione, ogni tanto mostrava evidenti segni di malessere. Era la maledizione che regnava in quella regione, mormoravano… Qualunque mistero ci fosse al di là dell’Orlo, la cosa che mandava le terribili raffiche di vento invernale a spazzare per migliaia di chilometri quella parte del mondo poteva non gradire di essere disturbata dalla spedizione di Barlennan. Al minimo incidente l’equipaggio ricominciava a mormorare, e di incidenti, lievi o gravi che fossero, se ne verificavano spesso. Chiunque pesi poco più di un chilogrammo, invece dei duecentocinquanta a cui è stato abituato per tutta la vita, si trova nella condizione di commettere un sacco di errori. Era una costatazione ovvia per il Comandante, ma lui aveva una mentalità scientifica e l’abitudine a pensare in termini logici e razionali.
[…] Nessuno di loro, in quel momento, avrebbe potuto dire dove si trovava la linea costiera. Un vortice accecante di spruzzi e di sabbia bianca nascondeva ogni cosa che fosse a più di cento metri di distanza dalla “Bree”, in tutte le direzioni. Anche la nave cominciava a non essere quasi più visibile, mentre le goccioline di metano lanciate a tutta velocità dal vento colpivano come tante pallottole, spiaccicandosi sopra le conchiglie oculari. Per lo meno il ponte, sotto i suoi molteplici piedi, era ancora saldo come una roccia; e il battello, benché fosse alleggerito di molto, non sembrava disposto a farsi spazzare via dal vento. Cosa impossibile, ad ogni modo, si disse il Comandante, pensando alle decine di cavi che trattenevano la nave alle ancore profondamente sepolte nella sabbia e ai bassi alberi che punteggiava-no la spiaggia. Impossibile, certo, eppure la sua non sarebbe stata davvero la prima nave a scomparire durante una spedizione così pericolosamente vicina all’Orlo. Forse i sospetti dell’equipaggio nei confronti del Volatore non erano del tutto infondati. In fin dei conti, quella strana creatura lo aveva persuaso a fermarsi lì per tutto l’inverno e in un certo senso era riuscita a convincerlo senza garantire la minima protezione alla nave o all’equipaggio. D’altra parte, se il Volatore avesse voluto annientarli, avrebbe potuto farlo molto più facilmente e direttamente che non ingannandoli a parole. Se quell’immensa macchina su cui viaggiava avesse dovuto passare sulla “Bree” anche in questa parte del mondo, dove il peso aveva così poca importanza, sarebbe stata la fine. Barlennan si costrinse a pensare ad altro. Conosceva l’esatta misura del terrore congenito di tutti i meskliniti all’idea di stare, sia pure per breve tempo, sotto qualunque massa solida.

Michael Jackson sconfigge la gravità

Per recuperare il razzo dovevano chiamare lui.

2.
“What I really wondered about, Charles, was how long this blow was going to last. I understand your people can see it from above, and should know how big it is.”
“Are you in trouble already? The winter’s just starting — you have thousands of days before you can get out of here.” “I realize that. We have plenty of food, as far as quantity goes. However, we’d like something fresh occasionally, and it would be nice to know in advance when we can send out a hunting party or two.”
“I see. I’m afraid it will take some rather careful timing. I was not here last winter, but I understand that during that season the storms in this area are practically continuous. Have you ever been actually to the equator before?” “To the what?”
“To the — I guess it’s what you mean when you talk of the Rim.”
“No, I have never been this close, and don’t see how anyone could get much closer. It seems to me that if we went much farther out to sea we’d lose every last bit of our weight and go flying off into nowhere.”
“If it’s any comfort to you, you are wrong. If you kept going, your weight would start up again. You are on the equator right now — the place where weight is least. That is why I am here. I begin to see why you don’t want to believe there is land very much farther north. I thought it might be language trouble when we talked of it before. Perhaps you have time enough to describe to me now your ideas concerning the nature of the world. Or perhaps you have maps?”
“We have a Bowl here on the poop raft, of course. I’m afraid you wouldn’t be able to see it now, since the sun has just set and Esstes doesn’t give light enough to help through these clouds. When the sun rises I’ll show it to you. My flat maps wouldn’t be much good, since none of them covers enough territory to give a really good picture.”
“Good enough. While we’re waiting for sunrise could you give me some sort of verbal idea, though?”
“I’m not sure I know your language well enough yet, but I’ll try.
“I was taught in school that Mesklin is a big, hollow bowl. The part where most people live is near the bottom, where there is decent weight. The philosophers have an idea that weight is caused by the pull of a big, flat plate that Mesklin is sitting on; the farther out we go toward the Rim, the less we weigh, since we’re farther from the plate. What the plate is sitting on no one knows; you hear a lot of queer beliefs on that subject from some of the less civilized races.”
“I should think if your philosophers were right you’d be climbing uphill whenever you traveled away from the center, and all the oceans would run to the lowest point,” interjected Lackland. “Have you ever asked one of your philosophers that?”
“When I was a youngster I saw a picture of the whole thing. The teacher’s diagram showed a lot of lines coming up from the plate and bending in to meet right over the middle of Mesklin. They came through the bowl straight rather than slantwise because of the curve; and the teacher said weight operated along the lines instead of straight down toward the plate,” returned the commander. “I didn’t understand it fully, but it seemed to work. They said the theory was proved because the surveyed distances on maps agreed with what they ought to be according to the theory. That I can understand, and it seems a good point. If the shape weren’t what they thought it was, the distances would certainly go haywire before you got very far from your standard point.”
“Quite right. I see your philosophers are quite well into geometry.”

— Quello che mi stavo domandando, Charles, è quanto durerà questa bufera. So che i tuoi uomini possono vederla dall’alto, e dovrebbero quindi essere in grado di valutarne l’entità.
— Ti trovi già in pericolo? L’inverno è appena cominciato… hai davanti migliaia di giorni prima di poter uscire da questa zona.
— Lo so. Le scorte di vettovaglie sono più che abbondanti, ma ogni tanto si sente la necessità di un po’ di cibo fresco, e sarebbe utile sapere in anticipo quando potremo mandare fuori una spedizione di caccia, o anche due.
— Capisco. Ma ho paura che dovranno calcolare i tempi con molta precisione. Non mi trovavo in questa zona l’inverno scorso, ma so che durante l’inverno le bufere si susseguono in modo pressoché ininterrotto. Ci sei stato veramente nella regione equatoriale, in passato?
— Dove?
— Nella… ah, credo che quando parlate dell’Orlo in realtà vi riferiate all’Equatore.
— No, non mi sono mai spinto tanto vicino all’Orlo, e non vedo come qualcuno possa avanzare oltre un certo limite. La mia impressione è che se ci spingessimo ancora di più verso l’alto mare finiremmo per perdere anche gli ultimi residui di peso e voleremmo via come pagliuzze.
— Se ti è di conforto, posso assicurarti che ti sbagli. Continuando ad andare verso l’alto mare, il vostro peso ricomincerebbe ad aumentare. In questo momento sei sulla linea dell’ Equatore, cioè proprio dove si pesa meno. E’ per questo che io mi trovo qui. Ora comincio a capire perché tu non vuoi credere che ci siano terre molto più a nord. All’inizio, quando abbiamo cominciato a parlare di queste cose, pensavo che dipendesse dalla nostra difficoltà di comunicare, ma adesso credo che tu abbia il tempo di spiegarmi le tue idee circa la natura di questo mondo. O forse possiedi delle carte geografiche, delle mappe…?
— Naturalmente, abbiamo una “coppa” qui, sul castello di poppa, ma temo che tu non possa vederla, adesso che il sole è appena tramontato ed Esstes non dà luce sufficiente con tutta questa nuvolaglia. Domani, quando sorgerà il sole, te la mostrerò. Le mie carte geografiche non ti sarebbero di molto aiuto, perché nessuna di esse riproduce territori abbastanza estesi da fornire un quadro sufficientemente chiaro della regione.
— Capito, Ma, in attesa dell’alba, non potresti descrivermele a voce?
— Non sono sicuro di essere padrone della tua lingua fino a questo punto. Comunque proverò. A scuola mi hanno insegnato che il nostro pianeta è come una grande coppa dalla cavità molto profonda. La zona in cui vive la maggior parte della popolazione è vicina al fondo della coppa, dove il peso è più forte. Secondo la teoria dei nostri saggi questo peso è causato da una specie d’immenso vassoio piatto su cui posa Mesklin. Più ci si allontana dal fondo verso l’Orlo, più il nostro peso diminuisce e, perché nello stesso tempo ci si allontana anche dal vassoio. Su cosa poi sia posato il vassoio, nessuno lo sa. Al riguardo si sentono raccontare una quantità di strane leggende, soprattutto da parte delle razze meno civilizzate.
— Mi sembra che i tuoi saggi avrebbero ragione, se uno si accorgesse di salire verso l’alto tutte le volte che si allontana dal fondo della coppa, cioè dal centro, e se tutti gli oceani tendessero a raccogliersi verso il punto più basso, vale a dire al centro della coppa — obiettò Lackland. — Non hai mai approfondito la questione con uno di loro?
— Da giovane ho visto un disegno che spiegava tutta la situazione. Il diagramma del mio maestro mostrava una grande quantità di linee che salivano dal vassoio e si piegavano per incontrarsi esattamente nel centro di Mesklin. Il loro tracciato lungo la coppa seguiva praticamente una linea retta, a causa della curvatura, e il maestro disse che il peso si scaricava lungo quelle linee invece di correre direttamente giù verso il vassoio. Non riuscii a capire bene, ma il ragionamento mi sembrò abbastanza logico. L’ipotesi, ho saputo poi, aveva la sua conferma nei fatti. Infatti le distanze rilevate sulle carte concordavano esattamente con quelle calcolate in base alla teoria. E questa è una cosa che posso capire facilmente, e mi sembra rappresenti un punto fermo. Se la forma non corrispondesse a quella indicata dai saggi, le distanze risulterebbero tutte sbagliate, appena si cominciasse ad allontanarsi dal nostro punto medio d’osservazione.
— Giustissimo. Vedo che i tuoi saggi sono molto istruiti in fatto di geometria.

Tabella riassuntiva

Ambientato su un pianeta dalla gravità che varia dai 3 ai 700G! Narratore onnisciente e pov che salta da un personaggio all’altro.
I protagonisti sono coriacei millepiedi con l’orrore delle altezze! Alieni dalla psicologia terribilmente umana.
Unisce speculazione scientifica e avventura. Personaggi bidimensionali e perfettamente razionali.

I preferiti del Tapiro

Top 50Tempo fa, un individuo molesto che risponde al nome di Giovanni mi aveva chiesto di stilare la Top 10 dei miei libri preferiti. Dato che adoro stendere elenchi e classifiche, ho deciso di accontentare lui e tutti (?) i miei fans. Ma visto che sono megalomane e mi lascio sempre prendere la mano, dopo averci lavorato per un mesetto invece che una Top 10 m’è uscita una Top 50.
Ma non temete! Ho cercato di essere breve, nulla di simile ai miei soliti commentarii. Ci sono riuscito quasi sempre. Per i libri già apparsi sulle pagine di questo blog, mi limiterò in genere a linkare l’articolo in cui ne ho parlato in maniera approfondita.
Il post, comunque, è il più lungo che abbia mai scritto. Ops.

I criteri
Nello stilare la classifica, ho seguito una serie di regole. In primo luogo, limiti di tempo: nessun libro pubblicato prima del 1884. Perché il 1884? Perché è la data in cui è stato pubblicato il più ‘vecchio’ libro di cui si è parlato su Tapirullanza – Flatland, Consiglio #01 – e volevo rispettare la “cornice temporale” del blog. Inoltre mi sentirei a disagio a mettere sullo stesso piano di paragone un libro di Hemingway e uno, per esempio, di Diderot, o anche solo di Stendhal. Infine, almeno in questo modo eviterò di spammare i soliti titoli ‘classici’ sui vari Dostoevskij, Flaubert, Balzac, and so on.
In secondo luogo, un limite di categoria: ammessi solo romanzi e novellas, esclusi i racconti. Certo, in questo modo ho dovuto escludere raccolte che adoro, come Finzioni di Borges, Amori ridicoli di Kundera, Cronache marziane di Bradbury o Casi di Daniil Charms, ma volevo mantenere una certa coerenza e confrontabilità tra le varie entrate.
In terzo luogo, ho deciso di limitare al minimo il numero di entrate per ogni autore. Con la sola eccezione di un autore, che appare ben tre volte nella classifica (e potete ben immaginare di chi si tratti), tutti gli altri appaiono con solo uno o al massimo due libri. Così c’è più varietà ed è più divertente.
Non mi sono dato limiti, invece, per quanto riguarda il genere. Così facendo ho voluto rispettare la volontà dell’individuo molesto di cui sopra; d’altronde, mi è stato chiesto altre volte quali fossero i miei gusti al di fuori della narrativa fantastica.

La nuova sezione
A parte il puro divertimento di redigere (e, spero, di leggere) una classifica, conoscere i miei gusti personali potrebbe aiutarvi a inquadrare meglio il lavoro che faccio di solito. In tutti i miei articoli cerco di essere oggettivo e di fornire al lettore gli strumenti tecnici per capire da sé se vale la pena che spenda il tempo su questo o quell’altro libro, ma di sicuro nella selezione dei libri di cui parlare sono influenzato dai miei gusti personali. Conoscendoli meglio, potrete decidere se sono la persona giusta da seguire in materia di narrativa.
E’ per questo che ho deciso, assieme alla pubblicazione di questo articolo, di creare una nuova pagina nel menu orizzontale – La Mia Classifica. Mentre non metterò più mano a questo post – che diventerà, potremmo dire, una “fotografia” dei miei gusti e della mia cultura letteraria in questo momento – sarà mia premura tenere aggiornata “La Mia Classifica”. La nuova pagina potrà essere utile soprattutto a chi arriva qui per la prima volta e vuole capire meglio di che tipo di libri ci si occupa su Tapirullanza.
E ora andiamo avanti.

La classifica

50. Sotto gli occhi dell’Occidente

Sotto gli occhi dell'OccidenteAutore: Joseph Conrad
Genere: Mainstream / Politico
Anno: 1911

Nonostante la prosa ubriaca, Conrad rimane uno dei miei scrittori preferiti. Questo è uno dei suoi romanzi più atipici, essendo ambientato non nelle baie del sud-est asiatico ma a cavallo tra la Russia zarista degli ultimi anni e Ginevra. Il romanzo parla di un gruppo di rivoluzionari russi di matrice anarchico-populista con base a Ginevra, e del progressivo (ma combattuto) avvicinamento dello studente Razumov alla causa della rivoluzione.
Se Razumov, con le sue nevrosi e la sua espressione gelida, è un personaggio affascinante (che riecheggia il Raskolnikov di Dostoevskij), invece ne esce male la co-protagonista Nathalie Haldin, ritratto della virtù e dell’abnegazione femminile terribilmente belle époque (e con la complessità psicologica di un’aspirapolvere). La prima parte, quella ambientata a San Pietroburgo, è la più bella; piena di conflitti esterni e interiori. Passando a Ginevra, il ritmo si ammoscia un po’, e infatti la parte centrale del romanzo è spesso noiosotta. Comunque ben fatta la galleria dei rivoluzionari idealisti in esilio. Un romanzo che mi sentirei di consigliare ai cultori di Dostoevskij (tra i quali mi annovero pure io)1.

49. City of Saints and Madmen

City of Saints and Madmen

Autore: Jeff VanderMeer
Genere: Fantasy / Horror / New Weird / Urban Fantasy / Pseudo-trattato / Literary Fiction
Anno: 2001 / 2004

Tecnicamente questo non è un romanzo ma una raccolta di novellas, raccontini e schizzi. Tuttavia concordo con VanderMeer quando dice che tutti questi pezzi, insieme, formano un unico grande romanzo della città di Ambergris. E fino a questo momento, rimane il miglior VanderMeer che abbia mai letto.
Ho già parlato di City of Saints and Madmen nel Consiglio del Lunedì #20.

48. Auto da fé

Auto da féAutore: Elias Canetti
Genere: Mainstream / Picaresque / Umoristico
Anno: 1935

Stimato sinologo e forse l’uomo più colto della sua epoca, Peter Kien è però anche un misantropo che vive segregato nella sua immensa biblioteca, incapace di affrontare i più basilari problemi della vita quotidiana. L’arrivo di una governante meschina e semi-ritardata segnerà l’inizio della sua rovina.
La bellezza di Auto da fé è quella di presentare situazioni e individui assurdi e paradossali, immersi in una deliziosa atmosfera tragicomica. I personaggi sono caratterizzati alla perfezione; in particolare, la stupidità e l’ignoranza da sub-normale della governante Therese sono mostrate benissimo: il suo vocabolario si comporrà forse di un centinaio di parole che continua a riciclare a sproposito, di modi di dire e frasi preconfezionate, e anche il suo comportamento è quello standardizzato di un animaletto. Nella seconda parte purtroppo Canetti si perde un po’ per strada, calando di ritmo e aprendo parentesi e digressioni a non finire su personaggi secondari (come il nano Fischerle, che sogna di diventare il più grande scacchista vivente).
Se Canetti vi piace e siete interessati al clima della Mitteleuropa (e in particolare, di Austria e Germania) negli anni Venti e Trenta, vi consiglio anche la sua trilogia autobiografica: La lingua salvata, Il frutto del fuoco e Il gioco degli occhi.

47. Il carteggio Aspern

Il carteggio Aspern

Autore: Henry James
Genere: Mainstream
Anno: 1888

Verso James ho sentimenti ambivalenti: nel corso della sua vita ha pubblicato con la stessa disinvoltura libri bellissimi, roba insulsa e schifezze indegne. Nel corso degli anni anche la sua scrittura è peggiorata notevolmente (si dice per colpa della dislessia), e alcuni dei suoi ultimi lavori sono talmente involuti da essere quasi illeggibili.
Il carteggio Aspern appartiene ai buoni. Breve novella a sfondo veneziano, racconta del tentativo di un compito critico americano di impossessarsi delle carte private del defunto poeta Jeffrey Aspern, verso il quale nutre una devozione infinita. Ma le carte sono in possesso della vecchia Juliana Bordereau, ex-amante del poeta, e della nipote Tina; le due vivono segregate in un palazzo veneziano, gelose della loro privacy. Il protagonista dovrà abbassarsi a ogni nefandezza per entrare in possesso del carteggio, fino a provare orrore di sé stesso e a distruggere l’esistenza alienata delle due donne.
E’ una novella davvero strana. I personaggi sono bizzarri ma ben tratteggiati, e rimangono impressi.

46. Ringworld

Ringworld

Autore: Larry Niven
Genere: Science Fiction / Hard SF / Space Opera / BDO
Anno: 1970

Il pianeta a forma di anello: una delle idee più fighe mai partorite da mente umana.
Ho già parlato di Ringworld nel Consiglio del Lunedì #03.

45. Ho sposato un comunista

Autore: Philip RothHo sposato un comunista
Genere: Mainstream / Storico
Anno:1998

Lo scrittore Zuckerman, alter-ego dell’autore, si fa raccontare da un suo vecchio mentore la storia di Ira Ringold, ex-operaio riciclatosi come attivista comunista e conduttore radiofonico di successo nell’America degli anni ’50. Il suo tentativo di conciliare un impegno proletario un po’ alla buona e il sogno di penetrare nei salotti buoni della società newyorkese lo farà precipitare dalle stelle all’abisso.
Il libro mi piace non soltanto perché racconta un periodo interessantissimo, ossia gli Stati Uniti nell’era del maccartismo – che contribuì alla completa distruzione del comunismo nel mondo politico americano – ma anche per la galleria dei personaggi (come la volubile moglie del titolo) e per l’umorismo amaro che attraversa la storia. A distanza di anni, mi è rimasto impresso nella memoria più di Pastorale americana, il più celebre romanzo di Roth – il che è tutto dire.

44. Starship Troopers

Fanteria dello spazioAutore: Robert A. Heinlein
Genere: Science Fiction / Militaristic SF / Utopia
Anno: 1958

Ad oggi, uno dei romanzi più convincenti che abbia mai letto nel descrivere la vita militare. Con tutto che non si tratta di un romanzo realista, né di fantascienza nuda e cruda, ma dell’illustrazione – quasi pamphlettistica – di come potrebbe funzionare un’utopia militarista.
Certi capitoli prendono proprio la forma di uno pseudo-saggio, una massa d’informazioni con il minimo sindacale di storia intorno – e onestamente sono quelli più brutti. E ovviamente, ho trovato particolarmente irritanti le due paroline sceme – che Heinlein mette in bocca al suo professore di filosofia morale – con cui pretende di dimostrare quant’è sbagliato il comunismo.
Devo comunque ammettere che quella di Heinlein è un’utopia che cerca di stare un minimo coi piedi per terra (benché la parte in cui spiega come l’utopia sia nata è quella più debole). E alcune scene sono magistrali, come la descrizione del raid nel primo capitolo.

43. I Buddenbrook

I BuddenbrookAutore: Thomas Mann
Genere:
Mainstream
Anno:
1901

La storia di una famiglia della media borghesia di Lubecca, nel corso del cinquantennio che vede l’annessione dei principati tedeschi alla Prussia e la nascita della Germania. La storia è vista principalmente attraverso i pov di Thomas e sua sorella Tony, da quando sono piccoli (e la ditta è di proprietà del nonno) fino a quando diventano i membri più anziani della famiglia.
Lo stile è quello piano e semplice del romanzone ottocentesco, con nessun’altra ambizione che quella di raccontare una bella storia: la storia della fine della borghesia ‘eroica’ dell’Ottocento. Quello de I Buddenbrook è il Mann che mi piace, il Mann che non ha bisogno di gridare ai quattro venti: “Sono un’artista, guardatemi, cito la cultura classica a caso!”. L’autore tenta di mostrare i suoi personaggi, al punto da replicare nelle loro parlate le differenti inflessioni regionali o altri tic. La parte più debole è l’ultima, in cui il punto di vista della storia si sposta su un nuovo personaggio (il piccolo Hanno).

42. Stations of the Tide 

Stations of the TideAutore: Michael Swanwick
Genere: Science-Fantasy
Anno:
1991

Miranda è un pianeta sottosviluppato posto sotto la benevola tutela della Terra. A cicli alterni, il pianeta viene sommerso dall’alta marea, trasformando le valli in gole sommerse e le montagne in isole, dove gli abitanti si ritirano in attesa del nuovo ciclo. Poche settimane prima della nuova Marea, un “burocrate” armato di valigetta viene mandato su Miranda perché catturi il misterioso stregone Gregorian, individuo geniale e pericoloso, colpevole di aver rubato qualcosa al Dipartimento della Tecnologia. Ma il suo viaggio nel pianeta cambierà il burocrate irreversibilmente.
Stations of the Tide è il più acclamato tra i romanzi di Swanwick, ed effettivamente è molto bello. A frenare il mio entusiasmo, il carattere troppo episodico di alcuni capitoli, il ritmo lento e la mania di Swanwick di fare l’intellettualoide. Questi sono difetti tipici dell’autore, ma in questo romanzo, ahimé, si fanno particolarmente sentire.

41. Rendezvous with Rama

Randezvous with RamaAutore: Arthur C. Clarke
Genere: Science Fiction / Hard SF / BDO
Anno: 1972

Una grossa navicella spaziale di origine aliena entra nel Sistema Solare senza dichiarare le sue intenzioni; una squadra di militari e scienziati viene inviata ad esplorarla. Ma la navicella, ribattezzata ‘Rama’, si rivelerà un ecosistema artificiale completamente autosufficiente… e pericoloso?
Un libro che non ha bisogno di presentazioni, e certamente il miglior romanzo del genere “Big Dumb Object” che abbia mai letto. Ottima la parte esplorativa, debole invece quella politica. Peccato inoltre per alcune buone idee lasciate sullo sfondo, come la Chiesa di Cristo Cosmonauta. Un piccolo capolavoro, un po’ azzoppato dal solito stile clueless di Clarke.

40. La città e i cani

La città e i caniAutore: Mario Vargas Llosa
Genere: Mainstream
Anno: 1963

Romanzo d’esordio di Vargas Llosa, mostra uno spaccato della vita di alcuni cadetti dell’ultimo anno dell’Accademia Militare Leoncio Prado di Lima – Alberto, lo Schiavo, il Giaguaro. Quando uno dei ragazzi finisce ammazzato durante un’esercitazione, il tenente Gamboa è chiamato a indagare su ciò che si nasconde nelle camerate dei cadetti. E per Alberto confessare ciò che sa diventa sempre più difficile.
Vargas Llosa ha frequentato per davvero una scuola militare quando era giovane, e si capisce che sa di cosa parla. L’interplay tra i personaggi è la cosa più interessante del romanzo, e prima che uno se ne accorga si è veramente appassionato alle vicende dei protagonisti. Gamboa, poi, è fikissimo – un personaggio che si ricorda a distanza di anni. Ma anche il Giaguaro.
Il difetto principale? Un eccesso di sperimentazione idiota, per cui vediamo nel corso dei capitoli succedersi tre o quattro stili diversi (il migliore, manco a dirlo, è quello più trasparente e meno raccontato). Il peggio del romanzo infatti sono le prime trenta-quaranta pagine. Un’altra cosa che non mi è andata troppo a genio è l’eccesso di flashback, soprattutto per quel che riguarda Alberto.

39. La follia di Almayer / Un reietto delle isole

La follia di AlmayerAutore: Joseph Conrad
Genere: Mainstream
Anno: 1895 / 1896

Ultima entrata per Conrad. La follia di Almayer e Un reietto delle isole sono i primi due volumi della cosiddetta “trilogia malese” di Conrad, nonché i suoi due primi romanzi. Generalmente sono considerate opere minori, ma non sono d’accordo. Le presento insieme non soltanto perché fanno parte dello stesso universo narrativo (benché autonome), ma anche perché trattano gli stessi argomenti in modi simili: l’alienazione e il degrado di uomini europei costretti da esigenze commerciali a vivere nelle profondità della giungla malese.
Il primo romanzo racconta la storia dell’olandese Almayer, uomo abbruttito che aspetta il giorno in cui con una ciurma potrà risalire il fiume alla ricerca dell’oro, mentre sua figlia sogna di fuggire dalla giungla con un principe malese. Il secondo si focalizza invece su Willem, un truffatore che trova rifugio nella giungla ma che compie l’errore più grosso della sua vita – tradire sua moglie e la sua famiglia con una diabolica donna del posto. La qualità della prosa è così così, ma i protagonisti sono tratteggiati in maniera superba e i comportamenti nevrotici dei personaggi sono paragonabili solo a quelli di Dostoevskij.
Se vi piacciono temi e ambientazioni, controllate anche Giorni in Birmania di Orwell.

38. The End of Eternity

The End of EternityAutore: Isaac Asimov
Genere: Science Fiction / Thriller
Anno: 1955

L’Eternità è un’organizzazione che esiste al di fuori del tempo, il cui scopo è monitorare tutte le epoche della storia dell’umanità in modo da scongiurare catastrofi. Ogni volta che la linea temporale prende una brutta direzione, agenti dell’Eternità vengono mandati in varie epoche ad apportare tutta una serie di cambiamenti accuratamente studiati per modificare il corso della storia. Ma il comportamento dell’Eternità è legittimo? E quali effetti collaterali sta provocando?
The End of Eternity è un piccolo capolavoro concettuale, e ad oggi, credo, il migliore e più coerente romanzo sui viaggi nel tempo che abbia mai letto. Ci voleva uno scienziato per fare un lavoro decente sull’argomento! I punti deboli sono quelli tipici di gran parte della fantascienza anni ’40 e ’50: personaggi piatti e funzionali, infodump e scene raccontate come se piovesse. Ma setting e intreccio sono affascinanti, e Asimov riesce a tenere sempre alta la tensione e il ritmo.

37. Queste oscure materie

Queste oscure materieAutore: Philip Pullman
Genere: Fantasy / Science-Fantasy / Young Adult (forse)
Anno: 1995 – 2000

Lessi i libri di Pullman tra i 13 e i 15 anni, e mi piacquero talmente tanto che li definii la miglior trilogia fantasy che avessi mai letto. Quello lo penso ancora, anche perché tutte le trilogie che ho letto in seguito facevano cagare. Essendo forse il libro che ho letto da più tempo tra quelli in classifica, non so se avrei la stessa impressione positiva a rileggerlo oggi. Certo che, quando ci penso, mi tornano in mente un sacco di ricordi carichi di sense of wonder: i daimon che ti seguono ovunque e materializzano il tuo inconscio, la Polvere, gli orsi corazzati, l’aletiometro che data una serie di premesse determina scientificamente le conseguenze, il coltello che apre portali dimensionali, i mulefa (elefanti che si muovono su ruote), il mondo della morte, Dio nella bara di cristallo… E poi i personaggi: l’ambigua signora Coulter, il titanico e amorale Lord Asriel, l’orso Iorek Byrnison, gli angeli gay Balthamos e Baruch! La risoluzione dell’intreccio nell’ultimo libro della trilogia non mi fa impazzire, e il destino di alcuni personaggi m’è parso un po’ buttato via, ma altre scene – come quella del giardino dell’Eden – mi sono piaciute un sacco. Insomma, secondo me mi piacerebbe anche se lo rileggessi adesso.

36. Per chi suona la campana

Per chi suona la campanaAutore: Ernest Hemingway
Genere: Mainstream / Romanzo di Guerra
Anno: 1940

Guerra civile spagnola. Robert Jordan è andato in Spagna per combattere contro i franchisti.  L’esercito repubblicano l’ha mandato sulle montagne tra Madrid e Segovia, a mettersi in contatto con un gruppo di partigiani. In qualità di esperto dinamitardo, il suo compito è quello di far saltare un ponte di vitale importanza strategica quattro giorni dopo. Ma tra sospetti, diffidenza, tradimenti e contrattempi, portare a termine l’impresa non sarà facile e costerà molte vite umane.
Uno dei capolavori di Hemingway, anche se spesso non viene letto perché è un malloppazzo. Da buon aristotelico amo l’unità di tempo e luogo del romanzo (tutta la storia si svolge in cinque giorni); inoltre molti dei personaggi sono straordinari, dal vecchio Anselmo a Pablo, un tempo eroe dei ribelli ma ormai consumato e meschino, e soprattutto Agustin, donna di ferro e nerbo morale del gruppo partigiano. Menzione di disonore invece per Maria, solita femmina hemingwaiana buona solo a sospirare e a snocciolare romanticume.
L’intreccio funziona benissimo e c’è anche la sua bella dose di violenza.

35. Lord of the Flies

Il signore delle moscheAutore: William Golding
Genere: Horror / Mainstream
Anno: 1954

Questo è uno di quei romanzi che, credo, abbiamo letto tutti (non è così scontato: io per esempio l’ho letto solo quest’anno). Un pugno di ragazzini britannici finisce, in seguito a un non meglio precisato incidente aereo, spiaggiato su un’isola deserta. Guidati dal carismatico Ralph, i bambini cercano inizialmente di ristabilire l’ordine e organizzarsi per chiamare i soccorsi. Ma la situazione sfuggirà loro di mano, e mentre gli istinti primordiali si sostituiscono alla disciplina, il paradiso tropicale in cui sono precipitati si trasformerà in un inferno…
Nonostante una gestione ubriaca del pov e un simbolismo un po’ esagerato nell’associare certi personaggi a certi concetti, quello di Golding è un romanzo dal ritmo serrato e dalla tensione in crescendo. Fino ad arrivare a un finale geniale. Giustamente, è diventato un classico.
E a proposito di Golding, di recente ho parlato di un suo romanzo minore: The Inheritors.

34. Il nome della rosa

Il nome della rosaAutore: Umberto Eco
Genere: Storico / Thriller / Literary Fiction
Anno: 1983

Prima entrata per un italiano! Il nome della rosa è uno di quei romanzi che non hanno bisogno di presentazioni. L’impalcatura è quello di un giallo medievale ambientato nello spazio chiuso di un antica abbazia cluniacense, con Guglielmo da Baskerville nei panni di uno Sherlock Holmes con la tonaca da frate e il discepolo Adso nel ruolo di Watson. Ma Eco ne approfitta anche per mostrarci i conflitti dell’epoca, il modus operandi dell’Inquisizione trecentesca, il sentire religioso medievale, e anche alcuni misteri sui manoscritti conservati nelle biblioteche delle abbazie.
A prescindere dal fatto che adoro il Medioevo, questo libro poteva essere un capolavoro. Se non lo è, la colpa sta nel fatto che Eco, tra un saggio di semiotica e un altro di filosofia del linguaggio, non ha mai avuto il tempo per studiare le tecniche di scrittura. Descrizioni lunghissime e improponibili di frontoni di chiese, elenchi lunghi pagine e pagine che non hanno alcuna rilevanza per la trama, e altre amenità da intellettuale rovinano in parte il piacere della lettura. Comunque molto bello.

33. L’amore di uno sciocco

L'amore di uno scioccoAutore: Tanizaki Jun’ichirō
Genere: Mainstream
Anno: 1924

Lo schivo Joji voleva una moglie perfetta e con cui fosse in intimità. Per questo, quando si presenta l’occasione, si prende in casa Naomi, insulsa camerierina quindicenne di un quartiere povero. Joji vuole insegnarle tutto e farla diventare la compagna ideale. Ma l’idillio dura poco: Naomi vuole essere bella, divertirsi, attirare gli sguardi dei ragazzi nelle sale da ballo. E prima che Joji se ne accorga, Naomi è diventata una perfida succube, traditrice e opportunista. Lui vorrebbe fermarla, punirla, o nella peggiore delle ipotesi dimenticarla, eppure più lei peggiora e lo maltratta e più lui sente di starne diventando schiavo…
Questa è la prima e ultima entrata di un autore giapponese nella classifica. I temi – le follie a cui l’amore e l’eccitazione sessuale ci spingono – sono quelli tipici di Tanizaki, ma questo romanzo gli riesce particolarmente bene. Se l’autore vi ha acchiappato, altri romanzi carini sono Neve sottile, La chiave e Diario di un vecchio pazzo.

32. Se non ora, quando?

Se non ora, quando?Autore: Primo Levi
Genere: Romanzo di Guerra / Mainstream
Anno: 1982

Primo Levi è sempre associato ai campi di concentramento e al libro-reportage Se questo è un uomo. Questo è un po’ un peccato, perché non solo Levi era molto bravo come scrittore di fiction, ma probabilmente, di tutti gli scrittori italiani (o almeno, quelli che conosco), è stato quello che più si è avvicinato allo stile limpido, secco, trasparente della buona prosa americana. Un bel calcio in faccia a tutti quei geni che dicono che la lingua italiana è naturalmente portata al barocchismo e a vomitare parole su parole anche per esprimere i concetti più semplici.
Se non ora, quando? narra la storia di un pugno di ebrei polacchi e russi che, fuggiti dalle linee sovietiche nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, si fanno strada in una mitteleuropa contesa fra nazisti e sovietici. Nel mentre, incontrano un gruppo di partigiani e si votano alla missione di farla pagare ai nazi. Alla prosa limpida si unisce uno sguardo freddo e amaro sulle vicende della guerra e una galleria di personaggi affascinanti, tra cui una giovane ebrea sexy, brutale e cinica che sembra una precedente incarnazione della Tengi 2.

31. La promessa

La promessaAutore: Friedrich Durrenmatt
Genere: Poliziesco
Anno: 1958

Il giallo è uno dei generi letterari che apprezzo di meno. Forse è per questo che mi piace tanto La promessa, una novella lunga più che un romanzo, che parte come un comunissimo poliziesco ma scardina cammin facendo i pilastri del genere.
Un pedofilo è a piede libero in una cittadina svizzera, e una bambina è stata brutalmente uccisa. Il geniale commissario Matthai promette alla madre di catturare il colpevole, e mette tutta la sua anima nell’indagine. Matthai ha le intuizioni giuste, la pista è buona, sembra che la cattura del pedofilo sia inevitabile… ma un evento del tutto casuale farà crollare il castello di carte. La morale della favola? La logica ferrea del romanzo giallo è priva di senso in un mondo dominato dal caso.

30. High Rise

High RiseAutore: James G. Ballard
Genere: Horror / Slipstream
Anno: 1975

Questo libro è come Il signore delle mosche, solo che con uomini adulti, un grattacielo autosufficiente al posto di un’isola deserta, e la bizzarra caratteristica che i residenti potrebbero uscire e interrompere il “gioco”, ma non lo fanno. C’è anche molta più mattanza e più follia. Per tutti questi motivi, mi piace di più.
Ho già parlato di High Rise nel Consiglio del Lunedì #05.

29. The Egg Man

The Egg ManAutore: Carlton Mellick III
Genere: Horror / Urban Fantasy / Bizarro Fiction
Anno: 2008

In un futuro prossimo decadente e misero, le persone nascono come insettoni simili a mosche ed evolvono gradualmente in esseri umani. Tutti sono proprietà di una corporazione, e devono dimostrare di valere il tempo e i soldi spesi per dar loro vitto, alloggio e un’educazione. Lincoln, un Odore, si mantiene come pittore per la Georges Corporations, e deve dimostrare di essere in grado di produrre tele creative o verrà gettato in mezzo alla strada. Ma una serie di incontri disgustosi cambieranno la sua vita e lo faranno diventare una persona… diversa.
Il capolavoro di Mellick, benché per qualche motivo sia anche una delle sue novellas meno conosciute. Le bizzarrie ci sono tutte, ma il tono questa volta non è ironico – è cupo e triste. I protagonisti prendono direzioni veramente inaspettate, e per una volta Mellick non si attiene a un canovaccio classico – quel che succede è veramente imprevedibile. A ciò si aggiunge la genialità del potere di Lincoln: il suo senso principale è l’olfatto, perciò il romanzo è pieno di odori e immagini olfattive descritte benissimo. Una storia che ti fa veramente sentire la puzza delle cose. Stupendo! Mi piacerebbe dedicarci un Consiglio in futuro.

28. A ciascuno il suo

A ciascuno il suoAutore: Leonardo Sciascia
Genere: Poliziesco / Mainstream
Anno: 1966

Anche stavolta si tratta di un poliziesco atipico. Ambientato nella Sicilia dei mafiosi, degli inciuci politici e degli amici di amici, racconta di un doppio omicidio durante una battuta di caccia, e del modesto professor Laurana, che per divertimento decide di provare a risolvere il caso. Scoprirà che non si ficca il naso in faccende serie senza pagarne le conseguenze, e che del resto le sue intuizioni geniali e gli altarini svelati in realtà sono il segreto di Pulcinella.
Un’altra storia breve e amara, che come il libro di Durrenmatt scompagina la struttura classica del giallo, aggiungendoci però il sapore deliziosamente corrotto del meridione italiano. Mi piace perché è rapido, cinico, e senza una parola di troppo. Il miglior Sciascia , quando ancora scriveva storie oneste e non quella robaccia pseudo-intellettuale come Todo modo o Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia.

27. Childhood’s End

Childhood's EndAutore: Arthur C. Clarke
Genere: Science-Fantasy
Anno: 1953

Il miglior romanzo di invasione aliena che abbia mai letto, con degli invasori così smaccatamente superiori che l’umanità non ha una chance fin dall’inizio. E al contempo l’invasione suggerisce l’esistenza di cose e specie viventi ancora più grandiose e in alto nella scala evolutiva… Un libro genuinamente apocalittico!
Ho già parlato di Childhood’s End nel Consiglio del Lunedì #16.

26. Le dodici sedie

Autore: Il’ja Il’f & Evgenij Petrov
Genere: Commedia / Picaresque
Anno: 1927

A pochi anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, il nobile decaduto Ippolit Matveevic’ Vorobjaninov scopre che sua suocera, per evitare che i Bolscevichi si impossessassero delle ricchezze di famiglia, le nascose all’interno di una delle dodici sedie della sala da pranzo. Ma le sedie sono state espropriate dalla politica del Partito, e sparpagliate in tutta la grande Russia! Assieme a Ostap Bender, farabutto professionista specializzato nella nobile arte del raggiro, Ippolit si metterà sulle tracce delle dodici sedie, alla ricerca di quella che cela tutta la sua fortuna. Seguiranno disavventure tragicomiche di ogni sorta, e un finale crudo davvero geniale.
Le dodici sedie è un romanzo fresco e divertente, una delle ultime opere decenti che la Russia ha prodotto prima dell’inizio dell’allegro periodo delle grandi purghe staliniste. Si prende in giro di tutto, dalle politiche sovietiche e il nuovo gergo proletario, agli angoli più tradizionali di Russia e alla stupidità dei villici, passando per l’ossessione russa per gli scacchi. Ci sono alcuni momenti di stagnazione e il romanzo non è perfetto, però scorre piuttosto bene e fa divertire. E poi, Ippolit e Ostap sono una coppia stupenda.

25. Neuromancer

NeuromancerAutore: William Gibson
Genere: Science Fiction / Cyberpunk / Thriller
Anno: 1984

Case era un hacker professionista, ma quando ha tentato di fregare i suoi datori di lavoro, gli hanno inoculato una micotossina che gli impedisse di continuare a collegarsi al cyberspazio. Da allora, Case conduce una vita misera, contrabbandando tecnologia nel quartiere malfamato di Chiba City. Finché un tizio si presenta alla sua porta e gli offre la possibilità di liberarlo dalla micotossina, in cambio di un servizio molto speciale…
Di recente si è parlato spesso di Neuromancer sul blog; prima per paragonarlo a Vacuum Flowers di Swanwick (un po’ più in alto nella classifica), poi nel pronosticare la riuscita dell’adattamento cinematografico di Natali. Nonostante la tendenza di Gibson di fare l’autore literary, alcune scene davvero troppo confuse per essere comprensibili (come quella della cattura di Riviera), e l’estetica del cyberspazio, che è invecchiato male, rimane un gran bel libro. Nonché una pietra miliare della fantascienza.

24. The Sirens of Titan

The Sirens of TitanAutore: Kurt Vonnegut
Genere: Science Fiction / Social SF
Anno: 1958

Quando un aristocratico d’antico stampo si infila con la sua navicella privata in un infundibolo cronosinclastico, il destino dell’intera umanità è destinato a cambiare per sempre. A molti commentatori del blog questo romanzo non piace, ma io continuo a ritenerlo un mix geniale di sense of wonder e umorismo.
Ho già parlato di The Sirens of Titan nel Consiglio del Lunedì #02.

23. La marcia di Radetzky

La marcia di RadetzkyAutore: Joseph Roth
Genere: Storico / Mainstream
Anno: 1932

Da quando il tenente di fanteria Joseph Trotta ha salvato la vita a Francesco Giuseppe sul campo della battaglia di Solferino, le vite della famiglia Trotta sono legate a doppio filo a quella dell’imperatore. Come ricompensa per il nobile gesto il tenente viene innalzato al titolo di barone e i Trotta entrano nella nobiltà; ma questo titolo si rivelerà una maledizione piuttosto che un premio, nell’impero avviato alla fine dei suoi giorni. Il romanzo segue la vita del figlio e del nipote del tenente Trotta, e le loro alterne vicissitudini mentre si approssima lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Il Duca continua a menarla con la Germania Imperiale, ma quando volo nostalgicamente all’Europa degli ultimi decenni del Lungo XIX Secolo, è all’Austria-Ungheria di Francesco Giuseppe che penso. Il libro di Roth è un romanzone dal ritmo pacato, di impostazione ottocentesca, sulla fine dei sogni imperiali e della felix Austria. A chi ha la pazienza di leggerlo regala momenti di vero struggimento monarchico!

22. Il deserto dei Tartari

Il deserto dei tartariAutore: Dino Buzzati
Genere: Mainstream / Surreale
Anno: 1940

Nominato tenente, Giovanni Drogo viene assegnato alla Fortezza Bastiani. Il forte si trova sul confine della nazione, di fronte a una sconfinata pianura un tempo oggetto delle sortite degli invasori. E’ passato molto tempo dall’ultimo attacco, ma per gli uomini della fortezza ogni giorno potrebbero arrivare i nuovi attacchi del nemico. E Drogo si troverà intrappolato in questo clima di eterna attesa… ma arriveranno i Tartari?
Il deserto dei Tartari è senza dubbio il capolavoro di Buzzati, e un bellissimo esempio di surrealismo esistenziale. Lo scorrere del tempo, il senso di attesa, il terrore di una vita senza scopo e senza gloria che angoscia gli uomini della fortezza, colpiscono il lettore senza annoiarlo. E’ un altro dei libri che ho letto da più tempo ad essere entrati nella classifica, quindi non ricordo con precisione la qualità della scrittura.

21. Pantaleòn e le visitatrici

Pantaleon e le visitatriciAutore: Mario Vargas Llosa
Genere: Mainstream / Commedia
Anno: 1973

Nel cuore dell’Amazzonia, i soldati peruviani hanno la brutta abitudine di soddisfare i loro bisogni inappagati rapendo e stuprando donne indigene. Per porre fine a questa situazione indecorosa, l’alto comando incarica il capitano Pantaleòn Pantoja di studiare la situazione e istituire un servizio di “visitatrici” che si prendano cura dei bisogni dell’esercito ed evitino ulteriori danni d’immagine. Inizialmente inorridito dal compito, Pantaleòn è però anche un uomo dal rigido senso del dovere, e con la massima serietà si disporrà a eseguire gli ordini. Il servizio delle visitatrici si rivelerà non soltanto un toccasana per gli abitanti dell’Amazzonia, ma anche un compito complesso e appassionante che trasformerà Pantaleòn da così a così. Ma ci sono nemici pronti a screditare il suo operato e a gettare fango sull’esercito, e le cose potrebbero anche prendere una brutta piega…
Il romanzo più divertente di Vargas Llosa. Rispetto a quel pastrocchio di stili che è La città e i cani, qui siamo sulla buona strada, ma ancora sopravvive un certo barocchismo. L’autore utilizza una tecnica a incrocio per cui nello stesso paragrafo si intervallano battute dette nel presente e altre (richiamate nella conversazione nel presente) dette nel passato, per cui la storia continua a muoversi ogni poche righe tra due (e a volte più) periodi temporali differenti. Per certi versi l’idea è interessante e meriterebbe uno studio, ma così come la gestisce Vargas Llosa fa più che altro venire il vomito (oltre all’effetto “teste parlanti”). Altri capitoli sono costituiti da dispacci militari, lettere, questionari o script di trasmissioni radiofoniche.

20. A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court

Un americano alla corte di re artùAutore: Mark Twain
Genere: Fantasy / Gonzo-Historical / Commedia / Picaresque
Anno: 1889

Una bellissima satira del Medioevo e delle tinte nostalgiche e fiabesche in cui lo dipingevano i romantici ottocenteschi. E’ inoltre un ottimo antidoto per chi abbia fatto indigestione di cattivo fantasy.
Ho già parlato di A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court nel Consiglio del Lunedì #18.

19. Il valzer degli addii

Il valzer degli addiiAutore: Milan Kundera
Genere: Mainstream / Commedia
Anno: 1873

Una cittadina termale nella provincia di Praga diventa lo sfondo di un intreccio tragicomico in cinque giornate. Klima, trombettista nazionale belloccio, tradisce la gelosissima moglie Kamila con l’infermiera Ruzena. Scoperto che Ruzena è incinta, cerca di convincerla ad abortire e di interrompere la relazione, mentre viene inseguito da Frantisek, un pazzo in motocicletta convinto che Ruzena sia la sua ragazza. Intanto Jakub, ex-prigioniero politico a cui è stato accordato il permesso di lasciare la Cecoslovacchia, si trastulla con la pastiglia di veleno per commettere il suicidio datagli dal suo caro amico, Skreta, ginecologo della clinica che sogna di moltiplicarsi all’infinito versando di nascosto il proprio sperma nelle acque termali. E dall’America arriva il ricco magnate Bertlef, cristiano devoto nonché colmo dell’antico senso dell’onore. Il libro parte come una commedia rilassata ma finisce in modo serio – quasi metafisico – senza risparmiare un paio di pugni nello stomaco.
Kundera è un autore geniale, perché capace di passare insensibilmente, per gradi, dalla commedia alla tragedia; o di mostrare avvenimenti tragici col tono leggero della commedia. Il che per contrasto amplifica ancora di più gli avvenimenti tragici. Questo è il suo romanzo meno literary, meno intellettuale, e quindi anche uno dei più godibili. Potremmo definirlo: il vaudeville cecoslovacco con sorpresa. Oppure: Natale a Brno se fosse girato da un genio invece che dai Vanzina.

18. Do Androids Dream of Electric Sheep?

Do Androids Dream of Electric Sheep?Autore: Philip K. Dick
Genere: Science Fiction / Social SF / Thriller
Anno: 1965

In un mondo decadente, punteggiato di metropoli spopolate, in cui le forme di vita animali e vegetali sono quasi scomparse, in cui gli uomini abili emigrano sulle colonie spaziali e i sopravvissuti indulgono in una strana religione che permette a tutte le coscienze di fondersi nell’anima di un vecchio che sale una montagna mentre gli tirano le pietre, Rick Deckart viaggia per San Francisco a caccia di sei androidi fuggiaschi. Gliene capiterà di ogni e imparerà qualcosa.
Prima entrata del mio scrittore preferito nella classifica, ma ho cercato di controllarmi. La maggior parte di voi lo conoscerà grazie al film di Ridley Scott, ma lasciatemelo dire: Blade Runner ha stuprato questo libro. C’è così tanto qui dentro, e così poco in quel film. L’interrogativo alla base del film è la solita, annacquata domanda moralista-esistenziale: “non vedete che gli androidi sono umani come noi?”. Mentre nel libro Dick precisa che gli androidi non sono come gli esseri umani, e la domanda diventa: qual’è la differenza? Cos’hanno gli esseri umani che gli androidi non potranno mai replicare? Il tutto intriso in suggestive discussioni su entropia, empatia e ricerca della felicità.
In mezzo, un sacco di trovate creative e geniali come il Mercerismo, le macchinette che rilasciano umori e il bellissimo test Voigt-Kampf per scoprire se il soggetto è un essere umano o un androide.

17. Vacuum Flowers

Vacuum FlowersAutore: Michael Swanwick
Genere: Science Fiction / Hard SF / Space Opera / Cyberpunk
Anno: 1987

Neuromante a spasso per il Sistema Solare! Con in più, riprogrammazione mentale, ibridi pianta-macchina, e la Terra trasformata in un’unica coscienza collettiva. E una protagonista molto più simpatica del Case di Gibson (e che fa un sacco di sesso – ma questo perché Swanwick è un vecchio porcone).
Ho già parlato di Vacuum Flowers nel Consiglio del Lunedì #21.

16. Troppo buoni con le donne

Troppo buoni con le donneAutore: Raymond Queneau
Genere: Mainstream / Commedia
Anno: 1947

Durante la storica Insurrezione di Pasqua a Dublino, un pugno di repubblicani irlandesi guidati da John McCormack occupa un ufficio postale. Ammazzato il direttore, barricati dentro l’edificio, sono preparati a resistere a oltranza e a manifestare il loro odio verso la Corona britannica. Ma non avevano calcolato un imprevisto: una giovane impiegata con un’arma molto particolare.
Con Queneau ho rapporti altalenanti. I suoi romanzi irlandesi sono spassosissimi (se questo vi piace, provate anche Il diario intimo di Sally Mara), ma molti altri sono rovinati dalle sue ambizioni literary (per esempio non mi piace granché il tanto celebrato I fiori blu). Troppo buoni con le donne è una storia breve, rapida, tutta sesso&pallottole, e con qualche scena al limite del surreale. La parlata dei ribelli è resa benissimo, con frasi dalla sintassi dubbia, piene di slang e battutacce. La morale? Si è sempre troppo buoni con le donne!

15. Il mondo nuovo

Il mondo nuovoAutore: Aldous Huxley
Genere: Science Fiction / Distopia
Anno: 1932

Un altro libro talmente famoso da non richiedere molte parole. Eugenetica, produzione industriale di neonati, manip0lazione mentale, soppressione della libertà, tutto in un pratico pacchetto distopico. Il bellicoso (ma facilmente comprabile) intellettuale Bernard Marx e l’infelice selvaggio John sono due ottimi protagonisti, pieni di luci ed ombre in una storia che poteva facilmente sfociare nella bassa retorica. E fa riflettere seriamente sulla domanda: meglio la libertà o la felicità?
Il mondo nuovo è una delle distopie più riuscite nella storia della letteratura. Per quanto sia meno drammatica, la trovo più realistica di quella di 1984. Ciò che la frega è una prosa poco curata, piena di aggettivi e avverbi, e una gestione disordinata del pov. Rimane un libro geniale.
L’edizione Oscar Mondadori accorpa al romanzo un breve saggio del ’58, in cui Huxley si interroga sulle caratteristiche della società de Il mondo nuovo e si chiede se si siano già realizzate o siano sulla via per realizzarsi nel mondo reale.

14. Il vecchio e il mare

Il vecchio e il mareAutore: Ernest Hemingway
Genere: Mainstream
Anno: 1952

Breve novella che racconta della sfida di un pescatore solitario e ormai giunto alla fine dei suoi giorni contro un pesce che non vuol lasciarsi prendere e le insidie del mare.
E’ un altro libro molto famoso, e forse parrà banale che anch’io lo metta così in alto nella mia classifica. Però, che volete? E’ una storia minimalista, ma ha tutto quello che le serve. Penso anch’io che ci sia una certa vena epica nella lotta di questo vecchio contro un degno avversario. E sono stato davvero triste quando sono arrivati gli squali a banchettare sulla carcassa.

13. Una banda di idioti

Una banda di idiotiAutore: John Kennedy Toole
Genere: Mainstream / Commedia / Picaresque
Anno: 1980

Ignatius J. Reilly è un uomo assurdo. Ciccione, intellettuale, irascibile, misantropo, amante della filosofia scolastica e di Boezio, profondo odiatore della cultura pop e della rivoluzione sessuale, e convinto di essere il più grande genio vivente. Ma ha un problema:  deve trovarsi un lavoro. E così, eccolo aggirarsi per le strade della sozza New Orleans, in mezzo a poliziotti incapaci, spogliarelliste, buttafuori negri, omosessuali e un vecchio ossessionato dai comunisti.
Una banda di idioti non ha una vera trama, aldilà del leit motiv del protagonista che deve trovarsi un lavoro ma è incapace di tenersene stretto uno. Le sue peregrinazioni servono a Toole per introdurre una galleria di personaggi bizzarri, per poi approfondire e intrecciare le loro storie fino a un finale climatico e molto divertente. E’ un romanzo corale, in cui interi capitoli sono dedicati a personaggi secondari. Ma va bene, perché il succo del romanzo è un’epica suburbana un po’ retard sul palcoscenico della New Orleans degli anni ’60. Squisito.

12. Trilogia della Fondazione

Trilogia della FondazioneAutore: Isaac Asimov
Genere: Science Fiction / Politico
Anno: 1951 – 1953

La Fondazione di Asimov mi ha formato così come altri sono stati formati dal Signore degli Anelli o da Il richiamo di Chtulhu. Certo sono dei libri lontani dalla perfezione: la prosa lascia a desiderare (soprattutto nelle prime parti), la maggior parte dei personaggi sono manichini funzionali alla trama, senza una grande personalità, e Asimov ha questa sgradevole tendenza a montare la tensione verso una grande battaglia o una resa dei conti – per poi saltare la descrizione vera e propria di questa situazione e passare a un momento successivo, in cui se ne discutono gli esiti (immagino perché non fosse ferrato in questioni militari e non volesse fare una brutta figura).
Ma il concetto di psicostoria, e l’idea di un organismo politico costruito a tavolino che cresce, secolo dopo secolo, attraversando una serie di eventi più o meno drammatici mentre è controllato dalle mani invisibili di un pugno di scienziati-psichici, sullo sfondo di un Impero Galattico in rovina, mi piace davvero troppo. Per me la Trilogia della Fondazione è un distillato purissimo di sense of wonder.

11. Il processo

Il processoAutore: Franz Kafka
Genere: Surreale
Anno: 1925

Una mattina, due uomini si presentano in casa di Josef K. per notificargli il suo stato di arresto e che si trova molto processo. A nulla varranno i tentativi di K. di discolparsi o anche solo di scoprire quali siano i capi d’imputazione: la macchina processuale si è messa in moto, e nessuno è in grado di fermarla. Quel che è peggio, anche Josef, pur sapendosi innocente, comincia a sentirsi colpevole e a comportarsi come tale…
Credo che Il processo sia uno dei capolavori della letteratura mondiale. Raramente ho provato una tale sensazione di ansia, l’idea di un male così diffuso, pervasivo e inevitabile; l’idea che anche se non hai fatto niente, se dicono che sei colpevole in modo abbastanza autorevole finirai per sentirti colpevole. La scrittura secca, gelida, mostrata di Kafka fa il resto. Peccato solo per la sua abitudine ai wall of text.

10. La vita, istruzioni per l’uso

La vita istruzioni per l'usoAutore: Jacques Perec
Genere: Literary Fiction / Mainstream
Anno: 1978

Questo romanzo di Perec riassume tutto ciò che mi piace della literary fiction ben fatta. Ossia, la costruzione di un elegante gioco intellettuale, che il lettore è invitato a districare. Perec ci mostra una palazzina residenziale e la disposizione di tutti gli appartamenti, dopodiché procede a descrivere, appartamento per appartamento, l’arredamento delle stanze e la vita dei loro inquilini. A poco a poco, come in un puzzle, vediamo le vite e gli oggetti del condominio incastrarsi gli uni negli altri, fino a formare una storia.
La finzione scenica è palese. Immersione e sospensione dell’incredulità non sono pervenute. Il ritmo è bassissimo. Ma l’autore chiarisce fin dall’inizio il suo scopo, ossia presentare un divertente rompicapo. Il piacere di leggerlo e di far combaciare i pezzi è lo stesso di giocare a un puzzle game senza tempo limite.

09. Flatland

FlatlandAutore: Edwin A. Abbott
Genere: Fantasy / Pseudo-trattato
Anno: 1884

La cronaca immaginaria di un abitante di un mondo bidimensionale, che prima ci racconta il suo mondo e poi dell’avvento di un profeta venuto dalla terza dimensione. Uno dei libri più immaginifici che abbia mai letto, ha acceso in me una scintilla quando ancora ero quattordicenne.
Ho già parlato di Flatland nel Consiglio del Lunedì #01, ai veri e propri albori del blog!

08. Il castello

Il castelloAutore: Franz Kafka
Genere: Surreale
Anno: 1926

In pieno inverno, l’agrimensore K. raggiunge un piccolo villaggio alle pendici di un antico castello. K. è stato assunto dal Conte per lavorare al paese, e aspetta di incontrarlo per discutere dei termini dell’incarico. Ma l’agrimensore sbatte contro un muro di gomma: al villaggio nessuno sa di lui e nessuno ha intenzione di metterlo in contatto col Conte. Il bisogno di valicare la rigida burocrazia del castello e di raggiungere il Conte, di costruirsi una rete di alleanze e ritagliarsi uno spazio nella vita del villaggio diventerà l’ossessione di K.
Se questo romanzo è meno famoso de Il processo, è solo perché Kafka l’ha lasciato incompiuto. Lo preferisco perché è ancora più perverso: se Josef K. vorrebbe evitare il processo e riavere la sua vita normale, il protagonista de Il castello se la va a cercare. Il suo bisogno di ottenere l’impossibile udienza col Conte ha qualcosa di inquietante. Inoltre c’è tutta una galleria di personaggi assurdi: la scostante cameriera Frieda, l’instabile messaggero Barnabas, i gemelli Arthur e Jeremiah, assegnati a K. come assistenti ma che si comportano come bambinetti ritardati, o l’irraggiungibile e contegnoso burocrate Klamm, teorico superiore di K.
A chi avesse amato Il processo, consiglio di provare anche questo. Ma tenete conto che non ha un finale.

07. 1984

1984Autore: George Orwell
Genere: Science Fiction / Distopia
Anno: 1948

Ed eccoci a un altro romanzo che è quasi scontato trovare così in alto nella classifica. Come dicevo parlando de Il mondo nuovo, questa distopia è meno credibile di quella di Huxley, ma è così grottesca, lugubre, ansiogena, da essere memorabile. E infatti, sebbene abbia letto questo romanzo a diciassett’anni, è come se l’avessi letto ieri da quanto bene mi ricordo tutto quel che succede!
Ci si identifica subito in Winston Smith, nelle sue disavventure, nelle sue speranze e nella sua disillusione finale. Geniali anche le intuizioni sul bipensiero, l’ambizioso progetto della Neolingua e la riscrittura sistematica del passato (tutte caratteristiche prese di peso dall’URSS stalinista, ma ulteriormente amplificate). Se Il mondo nuovo colpisce soprattutto la testa, 1984 colpisce alla pancia. E fa male!

06. Il pendolo di Foucault

Il pendolo di FoucaultAutore: Umberto Eco
Genere: Mainstream / Surreale
Anno: 1988

Un po’ per gioco, un po’ stimolati dagli alchimisti, gli occultisti e gli altri strani personaggi che gravitano attorno alla casa editrice in cui lavorano, Casaubon i suoi colleghi, Belbo e Diotallevi, cominciano a rivedere l’intera storia europea, dal Tardo Medioevo all’epoca contemporanea, alla luce di teorie cospirative che ruotano attorno ai dannati Templari. Nel corso di mesi e anni prende forma il Piano, una rete di collegamenti che comprende il Santo Graal, Raimondo Lullo, Francesco Bacone, l’Ordine dei Rosacroce, la massoneria, i Protocolli dei Savi di Sion, il nazismo. Quello che non sanno, è che il gioco sta diventando più serio di quel che credono, soprattutto quando Aglié, un nobiluomo convinto di essere la reincarnazione del Conte di Saint-Germain, decide di impossessarsi delle loro “scoperte”…
Se Il pendolo di Foucault è salito così in alto nella mia classifica, lo si deve probabilmente al mio amore per le ucronie, le storie segrete e soprattutto la giusta derisione di tutte le teorie del complotto (soprattutto se comprendenti i fottuti Templari ^-^). Oggettivamente non meriterebbe un posto così in alto: Eco è verboso, stila elenchi lunghissimi e insulsi, e probabilmente si potrebbero tagliare 200-300 pagine senza compromettere l’intelligibilità della trama. Ma il Piano steso dai protagonisti è così folle da essere geniale, e qui e là ci sono altre perle, come il funzionamento della casa editrice a pagamento del signor Garamond.
Questa è anche l’opera italiana arrivata più in alto nella mia classifica.

05. A Canticle for Leibowitz

A Canticle for LeibowitzAutore: Walter M. Miller
Genere: Science Fiction / Apocalyptic SF
Anno: 1959

Dopo l’olocausto nucleare, spetta ai monaci il compito di custodire il sapere antico e ricostruire la civiltà. Ma l’umanità saprà evitare di commettere di nuovo gli stessi errori…?
Ho già parlato di A Canticle for Leibowitz nel Consiglio del Lunedì #06. Per inciso, si tratta del Consiglio (e dell’opera di fantascienza vera e propria) arrivata più in alto nella classifica.

04. Flow My Tears, the Policeman Said

Flow My Tears, the Policeman SaidAutore: Philip K. Dick
Genere: Slipstream / Mainstream
Anno: 1974

In seguito a un incidente, la star televisiva Jason Taverner diventa una non-persona – e questo può avere brutte conseguenze, in un’America trasformata in uno stato di polizia, in cui i college sono sigillati come caserme. Nel tentativo di recuperare la sua identità,Taverner incontrerà una serie di donne (più o meno felici, più o meno sane di mente) e conoscerà molti tipi di amore. Ma il suo destino è nelle mani di Felix Buckman, cinico commissario di polizia, e di sua sorella Alys, psicopatica lesbica tossicomane. E Buckman farà la sua scelta.
Ho notato che questo romanzo spacca in due i lettori, anche tra gli amanti di Dick: chi lo ama e chi lo reputa una roba insulsa. Io appartengo alla prima categoria, ma sono il primo ad ammettere che si tratta di una storia strana. E’ un romanzo in cui si chiacchiera molto e si incontrano molti personaggi, ma succede poco. E’ un romanzo di atmosfera più che di trama, e gli elementi fantascientifici servono solo da innesco (e d’altronde a Buckman la spiegazione nemmeno interessa…).
Ci sono almeno due scene da antologia: quella della pedofilia consensuale (ma Dick avrebbe potuto collegarla meglio alla storia principale), e quella finale alla pompa di benzina (la stessa che anni dopo avrebbe ispirato a Dick allucinazioni cristologiche). Quest’ultima mi aveva fatto venire le lacrime agli occhi.

03. Buio a mezzogiorno

Buio a mezzogiornoAutore: Arthur Koestler
Genere: Politico / Mainstream
Anno: 1940

Nicola Rubasciov, esponente di primo piano del Partito, viene arrestato per crimini politici. Era l’ultimo sopravvissuto tra quelli della vecchia guardia, ma ormai è giunto anche il suo turno. Tra interrogatori, pressioni psicologiche, e le sue riflessioni sulla sua vita e sulla sua devozione alla causa del Partito, assistiamo alla prigionia di Rubasciov e ai suoi ultimi giorni.
Questo romanzo ha per me un’importanza particolare, dato che parla del comunismo da parte di uno che ci capiva (Koestler fu attivo nel Partito Comunista tedesco per quasi dieci anni). Rubasciov è un personaggio immaginario, ma è il simbolo di tutti quei dirigenti di Partito sommariamente processati da Stalin durante le purghe della fine degli anni Trenta. Il protagonista rivede la sua vita, si chiese se il Partito abbia tradito la causa o sia stato lui a sbagliare, ad allontanarsi dalla scienza marxista, e sia stato quindi giustamente punito. Koestler si lascia un po’ troppo andare alle riflessioni astratte – Rubasciov può anche passare pagine e pagine a pensare, senza compiere alcuna azione concreta – ma succedono anche un sacco di cose tra quelle quattro pareti: le discussioni fatte battendo un cucchiaio sul muro contro il suo vicino di cella, un’ex-ufficiale zarista dal ferreo senso dell’onore e sommo disprezzo per il comunismo; l’osservazione dalla finestra della cella al cortile della prigione, frequentato da un prigioniero che sembra conoscerlo; i flashback di quando era ancora agente attivo della Rivoluzione, e compiva azioni più o meno belle; gli estenuanti interrogatori. Fino all’amara conclusione.

02. La vita è altrove

La vita è altroveAutore: Milan Kundera
Genere: Literary Fiction / Mainstream / Commedia
Anno: 1973

Da quando la sua cara mamma e il suo maestro gli dicono che è dotato nel disegno, Jaromil decide che farà l’artista. Ma quando, crescendo, scopre che non ha nessun talento nella pittura, cambia idea e decide che sarà un grande poeta lirico. La sua vita prosegue all’insegna di questa decisione, tra capricci, entusiasmi infantili, un alter-ego immaginario, la salita al potere del Partito comunista in Cecoslovacchia, un amore e un brutto raffreddore.
La vita è altrove è scritto in uno stile marcatamente literary: fin dalle prime righe l’autore interviene, spiega di cosa parlerà, commenta, fa digressioni. Il narratore commenta, chiosa e spiega man mano che ci mostra la vita di Jaromil. Messa così, sembra una roba irritante e votata al fallimento, ma Kundera è acuto e spiritoso, e il libro si trasforma in una specie di lungo commentario umoristico sulla vita di questo giovane pieno di sé, sull’adolescenza e sulla poesia. Lo lessi in due giorni quasi in apnea.
Del resto, neanche a me è mai piaciuta la poesia lirica.

01. A Scanner Darkly

A Scanner DarklyAutore: Philip K. Dick
Genere: Slipstream / Mainstream
Anno: 1977

C’è una nuova droga in circolazione a Los Angeles, la pericolosa Sostanza M. Robert Arctor, agente della narcotici che odia la sua vita e la sua famiglia perfetta, decide di dedicare la sua vita all’indagine e all’estirpazione della droga; assume i panni di un tossico e va a vivere tra i drogati. Ma col passare del tempo, le droghe cominciano a consumarlo; le sue due personalità cominciano a dissociarsi, e gli sembra che qualcuno stia cercando di tradirlo… Cosa cazzo gli stia succedendo…? E c’è per lui qualche speranza di una vita felice?
A Scanner Darkly è il mio romanzo preferito. Ci sono idee geniali (la tuta spersonalizzante, che genera connotati fisici in modo randomico e continuo), ci sono personaggi stupendi (il genio paranoide James Barris, lo schizofrenico Charles Freck, la gelida eroinomane Donna Hawthorne), dialoghi surreali da fattoni (memorabile il brillante piano di Barris per sorprendere i ladri in casa), momenti di tensione quasi sovrannaturale. Soprattutto, c’è il senso desolante dell’impossibilità di costruire vere e durature amicizie in quel mondo, dove si conduce una vita ai limiti della sussistenza e devi sempre stare attento che il tuo compagnone non cerchi di fotterti i soldi (o la vita) per una dose.
Il romanzo più sentito di Dick – che fece quella vita per un certo tempo – e anche il suo più bello. E’ fantascienza solo per modo di dire; in realtà è un gran bel mainstream.

In chiusura
Questa era la classifica dei miei cinquanta romanzi preferiti. Piaciuta? Vi ha stupito, o era proprio quel che vi aspettavate? E un’altra domanda: vi piacerebbe che dedicassi un articolo più lungo a uno dei libri che qui ho presentato di sfuggita? E’ più che altro una curiosità – alcuni di questi li ho letti molti anni fa, e dovrei rileggerli per poterci scrivere sopra qualcosa.
Ma mi piacerebbe sentire i vostri pareri, in generale.

WOW, che articolo lungo. Quasi 9000 parole, manco fossi il Duca.
Vi conviene leggervelo a puntate.

Pazzia

Una sintesi dei miei gusti letterari, per i pigri.

(1) Prima che Dago me lo chieda: no, non simpatizzo con i populisti anarchici. Tra l’altro, Lenin ci scrisse sopra un libro per mettere in guardia i bolscevichi da quel branco di idealisti privi di scienza: Che cosa sono gli “Amici del Popolo”?.Torna su
(2) Per chi non la conoscesse, secsi utentessa che frequenta i blog di Zwei e del Duca (e, se non ricordo male, il forum di Massacri Fantasy). Ma sono certo che Dago fornirà informazioni supplementari a chiunque sia interessato.Torna su