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I Consigli del Lunedì #03: Ringworld

RingworldAutore: Larry Niven
Titolo italiano: I burattinai
Genere: Science Fiction / Hard SF / Space Opera / Big Dumb Object
Tipo: Romanzo

Anno: 1970
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 290 ca.

Difficoltà in inglese: ***

Giunto al suo duecentesimo compleanno, Louis Wu, che ne dimostra ancora venti, è annoiato dalla vita: ne ha viste troppe, niente sulla Terra sembra più in grado di regalargli un’emozione, e sta meditando di prendersi un nuovo anno sabbatico in giro per lo spazio. Perciò è davvero una fortuna per lui imbattersi in Nessus, un Burattinaio di Pierson che sta reclutando una ciurma per una missione segreta di esplorazione nello spazio. L’unica informazione che il Burattinaio è disposto a fornire sullo scopo della missione, è una fotografia che mostra una stella attorno a cui ruota una specie di enorme anello circonfuso di azzurro…
Assieme a Nessus, al violento micione Speaker-to-Animals e a Teela Brown, la ragazza con una predisposizione genetica alla fortuna, Louis Wu si imbarcherà alla volta del Ringworld, un artefatto di tale complessità da intimidire persino le più avanzate tra le civiltà aliene dello Spazio Conosciuto. Ma chi sono i costruttori di Ringworld, e che fine hanno fatto?

Ero un po’ in imbarazzo quando ho dovuto decidere se catalogare quest’opera come Hard SF. La fantascienza hard pretende il massimo possibile di verosimiglianza scientifica; la speculazione sulle future tecnologie deve essere il più possibile ancorata alle nostre conoscenze attuali, e pertanto il setting di questo tipo di fiction non è quasi mai troppo spostato nel futuro.
Ringworld invece è ambientato a quasi un millennio di distanza da noi, e contempla: astronavi in grado di superare la velocità della luce; campi di stasi che bloccano il tempo in una regione dello spazio; una profusione di bizzarre civiltà aliene, una delle quali talmente evoluta da poter spostare artificialmente interi sistemi planetari; e così via. Ciononostante, Niven cerca di dare plausibilità scientifica ad ogni sua invenzione, e dedica molto spazio alla fisica del suo mondo1 – insomma, siamo lontani dal menefreghismo scientifico della Soft SF.
Diciamo allora che Ringworld è un’opera di confine tra la fantascienza hard e la minchiata divertente. Ha quindi le potenzialità per piacere a entrambi i tipi di pubblico – o a nessuno.

Ringworld

Come ogni BDO che si rispetti, la superficie dell’anello esterno potrebbe comodamente contenere milioni di pianeti Terra.

Uno sguardo approfondito
La prima cosa che salta all’occhio, in Ringworld, è la ricchezza dell’ambientazione. Non mi sto riferendo soltanto al mondo-anello, ma a tutto l’universo che lo circonda: la specie dei Burattinai, erbivori da gregge superevoluti con tre zampe, due teste, una codardia congenita che sfiora la paranoia e la mania del controllo; gli Outsiders, mercanti di tecnologie e informazioni che vengono non si sa da dove e viaggiano nello spazio seguendo la scia dei “semi stellari”; le esplosioni a catena di supernove nel cuore della Galassia, e le sue conseguenze per le specie senzienti; i tasp, aggeggi in grado di stimolare i centri cerebrali del piacere, e la dipendenza che possono creare;  girasoli che catturano l’energia solare per poi spararla in tutte le direzioni e annichilire ogni altra forma di vita; le guerre tra l’Uomo e gli Kzinti; la Lotteria della Fertilità; e così via.
Le idee e le piccole trovate che attraversano il romanzo sono talmente tante, e alcune talmente bizzarre, che mi verrebbe da accostare Ringworld al New Weird. L’effetto complessivo è simile a quello che mi provocò anni fa l’universo della Fondazione di Asimov: quello di un mondo che si dilata oltre la pagina scritta, di un universo molto più vasto di quello che rimane catturato nel romanzo. Un mondo vivo, sul quale si potrebbero raccontare decine di altre storie.

Niven ottiene quest’effetto in due modi.
Innanzitutto, con le digressioni, che sono frequentissime. I primi incontri tra Louis Wu e lo kzin Speaker-to-Animals diventano uno spunto per parlare delle passate guerre tra Uomini e Kzinti; una breve tappa nel mondo dei Burattinai un’occasione per mostrarci qualcosa della loro tecnologia e della loro società. A volte queste parentesi nascono dal dialogo tra i personaggi; altre volte sono riflessioni private di Louis; altre, dei brutali e sgradevoli infodump. Inoltre, questi spunti non vengono quasi mai esauriti, in modo da lasciare nel lettore un fondo di curiosità.
In secondo luogo, con un uso smodato di termini e concetti esotici – come le ramships, i motori hyperdrive, il boosterspice, il Punto Cieco – che non vengono affatto spiegati ma solo “lasciati intuire”. Questo, da un lato, ha senso: i personaggi conoscono già il loro mondo, non hanno bisogno di spiegarselo, e almeno Niven ci risparmia gli As you know, Bob che infestano la fantascienza. Dall’altro, però, mi sono spesso trovato spaesato a non capire cosa facesse una cosa e cosa fosse un’altra.
Niven però fa un abuso di queste tecniche. Soprattutto nel primo terzo del libro, quando non si è ancora arrivati su Ringworld e quindi non c’è ancora la sua esplorazione a fare da catalizzatore della trama, l’autore continua a passare con nonchalance da un argomento all’altro, aprendo finestre su finestre su storia, società, tecnologia, fisica del suo mondo. Niven sembra avere il difetto di chi è troppo innamorato della sua ambientazione. In un paio di occasioni è capace di aprire delle digressioni nel bel mezzo di una scena d’azione!
Viene solo in parte scusato per la mole di buone idee e per il senso di vastità che riesce a generare. Inoltre molte di queste finestre muovono davvero la trama (alcune solo in un secondo tempo); sono poche le trovate davvero gratuite.

Too many windows

Aprire troppe finestre può creare problemi.

Le stesse croci e delizie riguardano i personaggi principali. La “ciurma” di Louis Wu è una collezione di weirdos: Nessus, con i suoi cicli alterni di euforia e di depressione, combattuto tra l’esigenza di fare il capo e la tendenza naturale della sua specie di rintanarsi in un angolo e far fare tutti agli altri; Speaker-to-Animals, enorme micio inquietante con un esagerato senso dell’onore, costretto a collaborare con altre specie nonostante il motto della sua razza sia qualcosa del tipo: “schiavizza e/o divora tutti coloro che non sono tuoi simili”; Teela Brown, sexy e svampita ventenne che non riesce a capire cosa sia questa cosa chiamata “dolore”. Non voglio dire di più su Teela: non voglio rovinarvi la sorpresa. ^-^
I personaggi di Niven, quindi, sono lontani mille miglia dai manichini funzionali e insulsi tipici dell’Hard SF. E tuttavia, anche loro dimostrano molto di rado una vera profondità psicologica. Niven riesce a farli agire bene nell’emergenza del momento, e anche nell’interazione (spesso ruvida) tra loro; ma mancano di motivazioni profonde. La loro scarsa complessità psicologica è mascherata dando a ciascuno di loro uno o due tratti forti, che funzionano per la maggior parte del tempo, ma che quando vengono meno, ti lasciano con l’amaro in bocca.
Un esempio lampante è il modo in cui nel primo capitolo vengono reclutati Louis e Speaker. In sintesi: “Ehi, sto organizzando una missione fikissima e potenzialmente mortale. Vuoi venire? Sarai ben ricompensato”. “Mmmh, ‘kay”. Questi passaggi sono del tutto privi di credibilità, fanno sembrare la storia una farsa; come se Niven ci stesse dicendo: “Okay, diciamoci la verità, non mi frega un cazzo del plot; voglio solo prendere della gente strana e scaraventarla in un mondo strano”.
Anzi: a volte Ringworld mi è sembrato la cronaca di una campagna di un gioco di ruolo. Intendiamoci: il Master è bravissimo e i personaggi sono di quindicesimo livello; però è pur sempre una sessione di gioco di ruolo. Un giocattolone colorato. Difficilmente ci si sente davvero in ansia per i personaggi: si capisce che in qualche modo se la caveranno sempre.

RPG Ringworld

Da sinistra a destra: il DM, Louis Wu, Teela Brown e Speaker-to-Animals. Nessus è andato in bagno.

Dai personaggi passiamo alla gestione del punto di vista. La cosa più esatta che si può dire sul pov di Ringworld, è che sta “nei pressi di Louis”. Il più delle volte la telecamera è dentro la sua testa, la descrizione di quello che vede si confonde coi suoi pensieri e i suoi giudizi (ma è mantenuta la terza persona). Altre volte, retrocede verso il narratore onnisciente; alcuni degli infodump più sgradevoli non si possono attribuire ad altri che al narratore.
Non ci sarebbe stato bisogno di questi scivolamenti: con un po’ d’attenzione, tutta la storia poteva essere raccontata stando ben ancorati alla spalla di Louis. Il tono della narrazione, disincantato e un po’ ironico, funziona bene col personaggio di Louis e con l’andamento un po’ buffonesco di tutto il romanzo.
Ma a Niven piace creare della suspence inutile, anche a costo di far venire la nausea al lettore o di fargli perdere il filo del discorso. Esempio: il narratore ci avverte che Louis ha notato qualcosa di strano, poi lo vediamo andare a chiamare un altro membro dell’equipaggio; i due tornano sul luogo della scoperta, vediamo loro che guardano la cosa misteriosa, poi cominciano a commentarla e a quel punto capiamo di che si tratta. Niven lo fa di continuo. E’ un modo stupido per creare suspence, non solo perché ci sbalza di pov, ma anche perché in una scena concitata il lettore rischia di non capire se la cosa è stata detta e lui se l’è persa o se non è ancora stata detta, torna alla pagina prima, scorre la pagina in cerca delle informazioni mancanti, non le trova, torna a dov’era rimasto, si confonde di nuovo, e insomma, cazzo – non si fa così!

Ciò detto, Ringworld è assolutamente all’altezza di romanzi BDO come 2001: Odissea nello Spazio o Incontro con Rama di Clarke, e pure meglio di un romanzo come Orbitsville di Bob Shaw 2. La dose di meraviglia è paragonabile, lo stile è migliore, e i personaggi pure; l’unica cosa che viene meno, è il senso di piccolezza e impotenza umana che pervade la Hard SF più seria.
Altro vantaggio non trascurabile, a lettura conclusa la soddisfazione è maggiore rispetto a quella che lasciano i romanzi di Clarke; si ha l’impressione che a tutte le domande principali si sia data una risposta o almeno un’ipotesi di risposta.
Ma rimane anche la giusta dose di mistero.

Ringworld

Un’immagine credibile del Ringworld visto dal suolo. In realtà, data la distanza e la densità dell’aria, non sono sicuro che di giorno l’arco si veda così bene.

Dove si trova?
Se volete leggere Ringworld, dovrete affidarvi a Internet. L’ultima edizione in italiano (col titolo I burattinai) è della Nord (collana Cosmo Oro, N.94) e risale a più di venti anni fa. Sul Mulo si trova senza problemi.
La traduzione italiana che ho trovato su Internet però non mi esalta; solo leggendo un paio di brani per prendere gli estratti, ho notato tagli e riscritture di frasi. E poi si è perso il tanj ç_ç Ma niente paura: il pdf in lingua originale si trova tranquillamente su library.nu.

Su Larry Niven
Proprio come Odissea nello Spazio (3 seguiti), Incontro con Rama (3 seguiti, fondamentalmente scritti da un altro), e pure Orbitsville (2 seguiti), anche Ringworld ha sfornato uno dopo l’altro altri tre libri che continuano la storia del mondo-anello, e poi altri quattro libri che fanno da prequel (anche questi scritti in sostanza da un altro). Ora, nutro una certa antipatia verso questi libri scritti perlopiù su commissione per sfruttare un’ambientazione cara ai fan, per cui non penso li leggerò mai. Potrei fare un eccezione per The Ringworld Engineers, ma si tratta comunque di un’evenienza remota.

Ringworld fans

Fans di Ringworld.

Niven ha ambientato altri romanzi nel suo universo del Known Space, ma non li ho ancora letti. Mi ispira Protector, ma non so quando proverò a leggerlo.

Chi devo ringraziare?
Il fatto che esistesse un romanzo di sf ambientato su un mondo a forma di anello fluttuava sulla soglia della mia coscienza chissà da quanto; ma il primo riferimento preciso a Ringworld, se non ricordo male, lo trovai in un articolo di Dr.Jack sul bolognium3.
Man mano che approfondivo la mia conoscenza della fantascienza, comunque, i riferimenti a Ringworld (specialmente come pietra di paragone di altre space operas o di altre storie BDO) si moltiplicavano, finché alla fine mi son deciso e l’ho letto.

Qualche estratto
Come estratti, ho scelto un pezzo che desse risalto ai personaggi e alla voce narrante – l’incontro iniziale tra Louis Wu e Nessus (un po’ tagliato) – e uno più fantascientifico – l’avvicinamento della navicella Lying Bastard a Ringworld. Noterete che la traduzione italiana si prende qualche libertà, inoltre per qualche motivo le ultime due frasi di Louis alla fine del secondo brano sono del tutto assenti.

1.
He emerged in a sunlit room.
“What the tanj?” he wondered, blinking. The transfer booth must have blown its zap. In Sevilla there should have been no sunlight. Louis Wu turned to dial again, then turned back and stared.
[…] Facing him from the middle of the room was something neither human nor humanoid. It stood on three legs, and it regarded Louis Wu from two directions, from two flat heads mounted on flexible, slender necks. Over most of its startling frame, the skin was white and glovesoft; but a thick, coarse brown mane ran from between the beasts necks, back along its spine, to cover the complex-looking hip joint of the hind leg. The two forelegs were set wide apart, so that the beast’s small, clawed hooves formed almost an equilateral triangle.
Louis guessed that the thing was an alien animal. In those flat heads there would be no room for brains. But he noticed the hump that rose between the bases of the necks, where the mane became a thick protective mop… and a memory floated up from eighteen decades behind him.
This was a puppeteer, a Pierson’s puppeteer.
[…] Louis said, “Can I help you?”
“You can,” said the alien…
… in a voice to spark adolescent dreams. Had Louis visualized a woman to go with that voice, she would have been Cleopatra, Helen of Troy, Marilyn Monroe, and Lorelei Huntz, rolled into one.
“Tanj!” The curse seemed more than usually appropriate. There Ain’t No Justice! That such a voice should belong to a two-headed alien of indeterminate sex!

 — Che diavolo? — si chiese sbattendo le palpebre. La cabina trasfert doveva avere sballato. Non avrebbe dovuto esserci il sole a Teheran. Louis Wu si girò per ricomporre il numero, e rimase allibito.
[…] Di fronte a lui, al centro della stanza, c’era qualcosa che non aveva nulla di umano né di umanoide. La cosa stava ritta su tre gambe e osservava Louis Wu da due direzioni, per mezzo di due teste piatte poste su colli esili e flessibili. Quasi tutta la pelle che ricopriva il suo incredibile corpo era chiara e morbida come quella di un guanto; ma dai due colli una scura criniera, folta e ruvida, scendeva lungo la spina dorsale fino a coprire la complessa attaccatura dell’anca con la gamba posteriore. Le due gambe anteriori, molto divaricate, formavano quasi un triangolo equilatero con i minuscoli zoccoli artigliati.
Louis immaginò trattarsi di un animale alieno. Non poteva esserci posto per un cervello, in quelle teste piatte. Tuttavia notò la gibbosità che spun-tava tra la base dei colli, dove la criniera diventava una specie di folta zazzera protettiva… e un ricordo vecchio di centottant’anni gli fluttuò nella memoria.
Quella creatura era un burattinaio. Un burattinaio di Pierson.
[…] — Posso aiutarti? — disse Louis.
— Sì! — rispose l’alieno…
… con una voce che suscitava i sogni dell’adolescenza. Se avesse immaginato una donna con una voce simile sarebbe stata la somma di Cleopatra, Elena di Troia, Marilyn Monroe e Lorelei Huntz.
— Maledizione! — L’imprecazione era quanto mai appropriata. Non c’è giustizia! Una simile voce appartenere a un alieno con due teste e di sesso indefinito!

2.
 That evening, in the space of half an hour, the ringed star came out from behind the sternward block of living-sleeping cabins. The star was small and white, a shade less intense than Sol, and it nestled in a shallow pencil-line of arc blue.
They stood looking over Speaker’s shoulder as Speaker activated the scope screen.
He found the arc-blue line of the Ringworld’s inner surface, touched the expansion button. One question answered itself amost immediately.
“Something at the edge,” said Louis.
“Keep the scope centered on the rim,” Nessus ordered.
The rim of the ring expanded in their view. It was a wall, rising inward toward the star. They could see its black, space-exposed outer side silhouetted against the sunlit blue landscape. A low rim wall, but low only in comparison to the ring itself.
“If the ring is a million miles across,” Louis estimated, “The rim wall must be at least a thousand miles high. Well, now we know. That’s what holds the air in.”
“Would it work?”
“It should. The ring’s spinning for about a gravity. A little air might leak over the edges over the thousands of years, but they could replace it. To build the ring at all, they must have had cheap transmutation–a few tenth-stars per kiloton–not to mention a dozen other impossibilities.”

 Quella sera, la stella con l’Anello sbucò fuori al di là della poppa, dove si trovavano le cabine e la stanza di soggiorno. L’astro era luminoso quasi quanto il Sole. Si annidava dentro un alone azzurro, sottile come un segno di matita.
Speaker accese lo schermoscopio. Si avvicinarono tutti alle sue spalle per osservare insieme a lui. Lo kzin centrò la linea azzurra della superficie interna dell’Anello e girò la manopola dell’ingrandimento…
Uno dei tanti interrogativi si risolse da sé quasi immediatamente.
— C’è qualcosa sul bordo — disse Louis.
— Centra il telescopio — ordinò Nessus.
L’orlo dell’Anello s’ingrandì. Una parete dell’Anello era rivolta verso l’astro. Quella esterna, che guardava verso lo spazio, risaltava nera in confronto all’azzurro del cielo, illuminato dai raggi della stella. La superficie del bordo era bassa, ma solo in paragone alla grandezza dell’Anello.
— Se l’Anello è largo un milione di miglia — calcolò Louis, — il bordo deve essere alto perlomeno un migliaio. Ora lo sappiamo. È quello che trattiene l’aria all’interno.
— E funziona?
— Credo di sì. L’Anello ruota a gravità. Ci deve essere una leggera dispersione ogni mille anni, ma può essere sostituita.

Tabella riassuntiva

L’ambientazione, dal Ringworld allo Spazio Conosciuto, è fikissima. Niven indulge troppo negli infodump e nelle divagazioni.
 I personaggi principali sono brillanti e fantasiosi. A volte sembra più una sessione di gdr che una storia vera.
Unisce la speculazione scientifica dell’hard sf con una fantasia scatenata. Forse si prende troppe libertà per i puristi dell’hard sf.
Tanj!, What the tanj, You’re tanj right, Sure as tanj: non mi stancherei mai di dirlo!

(1) Addirittura, stando a Niven, una delle ragioni principali per cui dieci anni dopo avrebbe scritto un segito, The Ringworld Engineers, sarebbe quella di risolvere alcuni problemi tecnici del Ringworld che gli erano stati fatti notare.
Cito dalla voce di Wikipedia:

“A major problem being that the Ringworld, being a rigid structure, was not actually in orbit around the star it encircled and would eventually drift, resulting in the entire structure colliding with its sun and disintegrating. In the novel’s introduction, Niven says that MIT students attending the 1971 World Science Fiction Convention chanted, “The Ringworld is unstable! The Ringworld is unstable!” Niven says that one reason he wrote The Ringworld Engineers was to address these engineering problems”.Torna su

(2) Come in Ringworld, anche al centro di Orbitsville c’è l’esplorazione di una sfera di Dyson. Invece di un anello, in questo caso si tratta di una sfera cava di dimensioni analoghe all’orbita terrestre, che racchiude il suo sole, è riempita di aria respirabile e attraverso speciali campi gravitazionali permette di camminare lungo la superficie interna.
Inizialmente avevo intenzione di recensire questo romanzo invece di Ringworld, dato che è meno conosciuto; ma rendendomi conto che Ringworld lo batte praticamente sotto ogni aspetto, ho lasciato perdere. Forse potrei dedicargli un Consiglio in futuro. Non saprei. Che ne dite?Torna su

Sfera di Dyson

Le sfere di Dyson sono utili e divertenti!

(3) Non sono sicuro che la definizione di bolognium utilizzata da Dr.Jack sia appropriata per il Ringworld. Il fatto che per costruirlo ci voglia un livello tecnologico e risorse del tutto fuori dalla nostra portata non implica che sia un oggetto “impossibile” (come lo sarebbe un oggetto che viola apertamente le leggi della fisica). Niven cerca infatti di dare la maggiore plausibilità fisica possibile al Ringworld; il fatto che abbia scritto un seguito apposta per risolvere i buchi tecnici che gli erano sfuggiti nel primo libro la dice lunga sulle sue intenzioni.Torna su

Gli Autopubblicati #01: Ucronie Impure

Ucronie ImpureAutore: AA.VV. (a cura di Alessandro Girola, aka Mcnab75)
Genere: Ucronia / Science Fiction / Fantasy
Tipo: Raccolta di racconti

Anno: 2011
Pagine: 155

Da amante delle ucronie quale io sono, nutrivo molte aspettative nei confronti di Ucronie Impure, antologia che – per coloro che non lo sapessero – raccoglie i 10 racconti finalisti dell’omonimo concorso, indetto un anno fa da Alessandro “Mcnab75” Girola. Sollecitato in parte anche da Siobhàn, che l’aveva già letta, avevo attaccato i primi racconti quando è uscita la recensione di Zwei.
L’antologia è disponibile per il download sul blog di Mcnab75 in formato ePub, ed è completamente gratuita.

Disclaimer per i diversamente abili
Dirò subito che sono stato kattivo e komunista, bocciando una metà dei racconti e facendo parecchi appunti agli altri; il flammone partito da Zwei dopo la sua recensione a Ucronie Impure mi obbliga quindi a fare una precisazione.
Alcuni dei partecipanti all’antologia si sono sentiti offesi dalle critiche di Zwei. Riporto un paio di affermazioni in merito, non per il gusto di alimentare ulteriori flammoni, ma perché inquadrano alla perfezione una certa mentalità dannosa per la scena italiana:

Sarebbe pur lecito dire “il racconto XY” non mi è piaciuto, talvolta questa frenesia nel voler squartare il racconto e calcare la mano su giudizi quantomeno opinabili, si sa, mi irrita un po’… Con tutto che secondo me a Zwei l’antologia è piaciuta, ma dirlo e basta lo renderebbe, appunto, un po’ meno fiko agli occhi degli altri pirati…

Boh, a me dare contro alle persone dà sempre fastidio; il sarcasmo non è certo una cosa reperibile e gradita a tutti. Sembra che ormai la vera trasgressione sia pubblicare una recensione positiva, senza dover per forza aggiungere postille e sbeffeggi. Prima o poi tornerò sulla cosa, anche se ovviamente in molti concluderanno soltanto che “allora non vuoi essere criticato!”.

Spacchettiamo queste affermazioni in punti concettuali:
1. Di un racconto non si può dire che è brutto, ma al massimo che “non è piaciuto”.
2. Si fanno troppe recensioni negative, bisognerebbe invece farle positive.
3. Chi critica un’opera lo fa non nell’interesse dell’opera o dei lettori, ma per essere più fiko.

Disabilities are fun

Queste convinzioni di Girola sono quanto di più dannoso possa immaginare per l’autopubblicazione italiana; trasmettono infatti la falsa idea che l’autopubblicazione, il cosiddetto “mettersi in gioco”, siano una cosa buona di per sé e che vada premiata a prescindere.
Niente di più falso. Un’opera è buona nella misura della qualità, non in base a come è diffusa. L’autopubblicazione sarà una strada virtuosa solo quando saprà proporre opere di qualità superiore a quelle pessime proposte dall’editoria tradizionale.
Cito a proposito una cosa detta da Okamis sul suo blog:

Ne approfitto anche per condividere una breve riflessione fatta sempre quest’oggi con il buon Duca via Messenger. Mi auguro che la presenza in Italia di una sempre più vasta comunità di autori indipendenti porti alla volontà di recensire questi lavori in maniera spietata, soprattutto da chi in questi anni si è battuto contro l’editoria tradizionale, senza scusanti del tipo “in fondo è l’opera di un amateur”. È vero: il 90% del panorama indie (ma facciamo anche il 99,99%) è pura spazzatura, come c’insegna Sturgeon. Ma è altrettanto vero che se non si comincia sin da ora a giudicare con occhio critico questo settore, non ci si potrà mai scrollare l’etichetta da prodotto di serie B (se non C o D). Non ci si può, insomma, lamentare del giro di “amiketti” che purtroppo ammorba l’editoria italiana e poi procedere in punta di piedi quando si tratta di parlare di “uno di noi”. Insomma, è tempo di cominciare a rivolgere il bazooka anche verso altre direzioni e dimostrare che un’altra editoria è possibile.

La stroncatura di un’opera autopubblicata non è un favore che il critico fa a sé stesso, e non lo si fa nell’interesse di diventare più fiki – al contrario, posso assicurare che scrivere una critica sia faticoso e time consuming; infatti ci ho impiegato oltre una settimana a scrivere questo post. E’ un favore che il critico fa all’autore, dicendogli: guarda, qui hai sbagliato; guarda, qui puoi migliorare così e così; guarda, il tuo racconto sarebbe più fiko se provassi a fare così e così.
Non vi dico, ovviamente, di prendere le mie critiche come Verbo, come non dovete prendere come Verbo quelle di Zwei. Sarebbe un atteggiamento sbagliato come quello di rifiutarle a prescindere. Dico di prendere ogni critica e vagliarla: è sensata? Non lo è? Seguire il suo consiglio può davvero migliorare il mio racconto? Eccetera 1.
Alcuni racconti di Ucronie Impure avrebbero a mio avviso solo bisogno di una buona dose di editing per diventare dei bei racconti. E’ solo questione di studio e di allenamento. E di ambizione: un’antologia come questa dovrebbe ambire a competere contro raccolte come i Bizarro Starter Kit, o le antologie sul New Weird di Vandermeer, o i racconti di un altro autore affermato. Pensateci: se posso procurarmi piratata e quindi aggratis una qualsiasi di queste opere (o, in un futuro roseo, se potrò comprare a 2, 3 o anche 4 Euro una di queste opere in formato ePub senza DRM), perché dovrei scegliere di spendere il pomeriggio su Ucronie Impure piuttosto che su un autore affermato?
Bisogna cercare di essere meglio degli autori affermati, perdio! Bisogna aspirare a sentirsi dire: “Fanculo! Non c’ho voglia di leggere l’ultimo di Mieville, preferisco leggere quelli di Ucronie Impure 2.0 che sono più fiki e secondo me gli tira anche di più il cazzo!”.

Mieville

Mieville…? Fanculo!

Metro di valutazione
Ogni racconto sarà trattato separatamente, nell’ordine in cui sono stati messi nell’antologia. Di ogni racconto, sottolineerò innanzitutto l’idea ucronica – che è poi il succo della raccolta – quindi parlerò di come l’idea sia stata realizzata. Infine assegnerò una sorta di “voto”:

 PROMOSSO. Un racconto che sembra un “vero racconto”; bisogno di editing minore o nullo.
Meh MEH. Un racconto zoppicante, che così com’è non va bene, ma potrebbe andare se opportunamente aggiustato.
No BOCCIATO. Un racconto che va ripensato da zero perché non va bene per niente.

Dopo questa presentazione separata farò un brevissimo bilancio dell’antologia nel suo complesso e scriverò la mia classifica personale, completa della posizione che avrebbe meritato imho il “Vendetta” di Zwei^^

I dieci racconti

RasputinAlla corte del monaco nero
L’idea ucronica: Alla morte di Nicola II, ultimo zar di Russia, è asceso al trono nientemeno che Rasputin, il monaco pazzo. Lo aiutano le potenze demoniache, che egli è in grado di controllare. Il racconto inizia con Marlene Dietrich che, una valigetta ammanettata al polso, scende alla stazione di San Pietroburgo…
Realizzazione: Il racconto ha quelle idee sanguigne e un po’ trashone che potevano farne una bella storia: il duello-ninja tra la Dietrich ed Eva Braun, per esempio, o il rituale col feto, e per citare Zwei: “Hitler che le sborra su una coscia è priceless”. Ciò che mina il racconto è lo stile: aggettivazione pesante, molto raccontato e poco mostrato, infodump a manetta, narrazione goffa, abuso di parole vuote (“Ora capiva. Capiva ogni cosa. Avvertiva il potere. Il disegno salvifico nascosto dietro agli eventi che l’avevano condotta fin lì”).
Una scena, come lo scontro con la Braun, che poteva avere quel sapore pulp-retard alla Rodriguez o alla Miike, scivola spesso nel ridicolo puro e semplice. Rasputin diventa un cattivo da operetta, tutto sguardi maniacali e grandeur da Signore del Male. E non c’è niente di così sorprendente, di così “wow!”, nel racconto, da far dimenticare il cattivo stile. Il racconto non è da buttare, ma andrebbe riscritto in modo dignitoso.

In conclusione: MEHMeh

AriaMaschera antigas
L’idea ucronica: Per combattere la crisi del ’29, che oltre a gettare sul lastrico milioni di americani lo ha reso estremamente impopolare, il presidente Hoover si mette nelle mani di avidi capitalisti e approva il progetto “Aria”. Di cosa si tratta? Di privatizzare l’aria: ogni cittadino potrà respirare solo l’aria fornita dalle bombole d’ossigeno del monopolio Aria, attraverso opportune maschere; chiunque sarà sorpreso a respirare l’aria pubblica, sarà messo a morte.
Realizzazione: L’idea in sé è affascinante, ma molto improbabile; perché, per fare un esempio, non c’è un esodo di massa di americani poveri verso il Canada, il Messico o l’Europa? Questo è il tipico esempio di ucronia che richiede una certa abilità di storyteller per essere convincente e non far pensare il lettore: “see, vabbé va…”. Abilità che a Mattia Tasso manca.
L’incipit è un capolavoro dell’As you know, Bob (“Sei stato il mio consulente per anni Jeremy. Ho affidato a te i miei risparmi…”); Hoover e lo squalo capitalista che gli sottopone il progetto parlano come due mongoloidi, non come uomini di potere; e il racconto è tropo frammentato (tutta la parte su Roosevelt andrebbe tolta, dato che fa deragliare il racconto dal punto principale, mentre in compenso non aggiunge granché verosimiglianza alla storia). Infine, l’ultima parte è un lungo, didascalico rant su oh, quanto sono kattivi i kattivi del racconto: una sbrodolata moralista che non commuove ma irrita, dato che racconta e non mostra.
Qua e là c’è qualche immagine vivida che mi è piaciuta – la manifestazione silenziosa; le mamme che richiamano i bambini perché non consumino troppo ossigeno – ma nel complesso il racconto, pur partendo da un’idea interessante, è completamente fallato. Carina la ringkomposition col figlio che segue un destino speculare a quello del padre.

In conclusione: BOCCIATONo

Il millenario regno d’ItaliaMausoleo di Teodorico
L’idea ucronica: Il regno dei Goti, che con Teodorico si insediarono nella nostra penisola dopo la caduta dell’Impero, non è mai caduto. Per mille anni l’Italia è rimasta unita sotto il giogo di Ravenna, gli italiani sono ricordati come i più valorosi guerrieri della cristianità. Ma tutto ha un prezzo: siamo nel 1500, e l’Italia non ha poeti, non ha pittori, non ha arte.
Realizzazione: Uno dei racconti che ho preferito; ha quella scintilla di sense of wonder che in un racconto ucronico non dovrebbe mai mancare. Il problema grosso, tanto per cambiare, è stilistico. La storia sembra scritta come un racconto ottocentesco, con tutti i suoi problemi: l’abuso di raccontato (“La storia che raccontò era interessante, ma risultava ancora più piacevole poiché il narratore non era mai noioso”), i tempi morti, le divagazioni (“Stavolta era in piena salute, e voleva vedere Roma nel miglior modo possibile”, a cui seguono diverse righe sulle cose che il protagonista vede a Roma), gli infodump inutili (che ci frega delle lotte papali tra Medici e Della Rovere?), le sottolineature dell’ovvio (“Evidentemente quel Jasper Vercruyssen, una volta privato delle idee e del talento di Michele Angelo Buonarroti, non aveva saputo inventare niente di originale”). Inoltre avrei evitato tutto quel ricorrere di nomi noti: per alcuni personaggi (come Buonarroti) va bene, è utile alla storia e affascinante; ma che nonostante i 1000 anni di deviazione storica ci siano le stesse grandi famiglie, gli stessinomi di Papi, eccetera, è abbastanza improbabile.
Il finale con la lettura della poesia è ottimo; per una maggiore efficacia del racconto, avrei chiuso con la poesia tralasciando le righe successive (o, al massimo, avrei lasciato solo la frase che comincia con: “Gli venne spontaneo pensare…”, che lascia quel retrogusto amaro che ci piace tanto). Con un adeguato editing, potrebbe diventare un ottimo racconto; allo stato attuale, è troppo grezzone. Non è da buttare, ma andrebbe riscritto in modo dignitoso.

In conclusione: MEHMeh

Kalokagathia Iliade
L’idea ucronica: Gli Achei non han voluto dar retta a Odisseo quando ha proposto di proseguire il cavallo, e stanchi di guerra se ne sono tornati a casina. Ma Paride ha adunato un esercito di proporzioni bibliche e si prepara a invadere la Grecia per fargliela pagare. L’unico modo per fermare il nemico è bloccarli nello stretto corridoio delle Termopili…
Realizzazione: Noia, noia, noia! Leggere questo racconto è stato piacevole come andare dal dentista. I combattimenti sono perlopiù masse anonime di uomini visti dall’alto del narratore onnisciente; avvertire un qualsiasi sentimento per loro è impossibile. Il raccontato abbonda: le armature sono splendenti, gli impatti devastanti, gli uomini coraggiosi, e così via. L’unico scontro “mostrato” e con un pov vicino è il duello tra Enea e Diomede; ma il finale del combattimento non è chiaro (perché Diomede “gli si butta addosso”? Non basterebbe avvicinarsi e infilzarlo?).
Ho l’impressione che l’autore volesse riprodurre, in piccolo, l’atmosfera epica dell’Iliade. Ma non si può fare dell’epos omerico nel XXI secolo, in prosa perdipiù; se non ci credete, provate a scrivere nel vostro romanzo una minuziosa descrizione delle immagini sullo scudo del vostro eroe, e poi ditemi se non vi viene voglia di spararvi nei coglioni.
La pochezza dello stile non è peraltro compensata dalla brillantezza delle idee. Dove sarebbe infatti l’ucronia? Di fatto viene ri-raccontato l’episodio delle Termopili con nomi e numeri cambiati. E il finale è inconsistente (evidenzia per leggerlo): ho apprezzato l’idea che la plebaglia achea sputtanasse i suoi comandanti imbecilli, ma che senso ha, se poi questi ultimi si rialleano coi primi e continuano i combattimenti? Che fine fa il senso dell’onore, che obbliga al rispetto della parola data? In sostanza: non il racconto più brutto, come dice Zwei, ma sicuramente uno dei più brutti.

In conclusione: BOCCIATONo

Little Big HornLa fine della diaspora
L’idea ucronica: Gli indiani hanno perso la battaglia di Little Big Horn e sono stati sterminati. Il generale Custer è diventato dittatore di tutto il Nord America, e i pochi pellerossa sopravvissuti sono dovuti sfuggire in Europa. Ora Custer sta per arrivare in Francia, e l’esule Bill Orso Feroce prepara la sua vendetta.
Realizzazione: Questo racconto mi lascia perplesso. Invece che concentrarsi sulla parte importante della storia (l’assassinio di Custer), ci fa un racconto – anche piuttosto infodumposo – sulla preparazione dell’attentato. In realtà anche al piano è dedicato poco spazio; perdipiù si tratta di reminescenze di Bill, qualche informazione sulla situazione storica, e una buona dose di As you know, Bob. Il racconto ‘vero’ non arriva mai.
Il contesto stesso, è anonimo quant’altri mai. Con poche modifiche periferiche, invece di indiani in esilio che vogliono ammazzare Custer potrebbe trattarsi di ebrei in esilio che vogliono ammazzare Hitler o di cinesi esuli che vogliono ammazzare i Giapponesi invasori, e non si noterebbe la differenza.
Inconsistente.

In conclusione: BOCCIATONo

Elisabetta ILa regina dei pirati di Atlantide
L’idea ucronica: In un ‘500 che non ha mai visto il ritorno di Colombo dalla sua spedizione e non sa, quindi, dell’esistenza dell’America, Filippo II di Spagna riesce con l’appoggio papale a conquistare l’Inghilterra. La regina Elisabetta e i fedelissimi della sua corte riescono ad allestire una flotta e a darsela a gambe; rotta: il misterioso Atlantico.
Realizzazione: L’autore mette in campo un sacco di idee per questo racconto; troppe per la sua abilità, dato che non riesce a gestirle. Il difetto principe dei Pirati di Atlantide, infatti, è che sembra il canovaccio di un intero romanzo condensato nello spazio di un racconto; peggio, un racconto abortito. Il racconto infatti prende tante direzioni contemporaneamente – la minaccia degli Spagnoli, che potrebbero stare inseguendo la flotta regale; l’esplorazione della terra misteriosa; i microconflitti dell’ambiente di corte – ma non riesce a seguirne fino in fondo nessuna, abbandonandole di punto in bianco una dopo l’altra fino all’insulso finale.
Altra conseguenza negativa di trasformare un romanzo in un racconto, è che abbiamo un profluvio di personaggi – oltre una decina quelli “importanti” – ma dato che non c’è spazio per presentarli, rimangono un affollamento confusionario di nomi. Non che l’autore aiuti: i personaggi non vengono quasi mai descritti, sono dei nomi volanti; alcuni si distinguono per qualche tratto marcato (Marlowe, per esempio, è quello che fa le battutacce), ma più che personaggi sembrano delle macchiette. Quanto alla regina Elisabetta, dovrebbe essere la donna gelida per eccellenza, ma in poche pagine di narrazione si lancia in isterismi ben poco regali.
La gestione del pov è un ulteriore punto a sfavore. In teoria la storia sarebbe raccontata in prima persona da un giovane John Donne; in realtà, Donne è un personaggio talmente passivo e “invisibile” che spesso ci si dimentica della sua esistenza e si crede che la storia sia scritta con narratore onnisciente. Quando all’improvviso riappare un verbo in prima singolare, il lettore trasecola: “Ma che cazz… ah sì, è vero, c’era coso, quello là, Donne…”. Insomma: va bene il narratore ‘subordinato’ alla Watson o alla Adso da Melk, ma una voce narrante così inconsistente non ha senso. Tanto valeva usare una terza ancorata a uno dei personaggi importanti, come Marlowe o Dee o Raleigh.
Pirati di Atlantideè comunque più mostrato della maggior parte dei racconti dell’antologia, ma è una ben magra soddisfazione considerando quanto questo racconto sia fallato.

In conclusione: BOCCIATONo

ReliquieReliquie
L’idea ucronica: A partire dalla battaglia di Hattin del XII secolo, alcune reliquie cristane acquisiscono il potere di sparare raggi della morte e/o esplodere, insomma di “nuclearizzare la zona” e polverizzare i nemici. Perché sì, perché è fantasy. In epoca moderna, il Papato regna incontrastato in Europa, e si trova impegnato su più fronti per il controllo del globo.
Realizzazione: Questo è uno dei racconti più brutti che abbia mai letto in vita mia. Non riesco a credere che sia entrato nell’antologia, mi sembra solo un brutto sogno.
Il contesto è alquanto retard. Il Papato si trova impegnato in una guerra mondiale contro praticamente tutti gli altri popoli del globo contemporaneamente. Ci sono un sacco di massacri incomprensibili, dato che il Papato, poi, di fatto vince lanciando missili atomici a spron battuto e facendo esplodere reliquie. Del resto né il Papa né i suoi mostrano un QI troppo alto, come mostra questo affascinante e preciso scambio di battute:

«Eminenza, i nostri Servizi indicano un aumento delle forze lungo tutto il confine orientale.»
Il Papa ci mise un po’ a digerire la notizia. «Non è possibile, gli scontri con le truppe mongole non sono mai stati un problema!»
«Santità, crediamo che durante questi anni si siano rinforzati, attendendo il momento più opportuno per colpire il Vaticano. Questo giustificherebbe le piccole battaglie combattute a est.» Era giunta l’ora di far aprire gli occhi all’erede di Pietro.

Per il resto, la solita storia: quasi tutto raccontato; non ci sono personaggi ma perlopiù solo masse di uomini anonimi che combattono altre masse anonime (ad eccezione dello scontro con lo Zero, che almeno è uno *Zero*, chiaro, riconoscibile); la noia e il nonsense si trascinano fino ad un finale altrettanto noioso e nonsense.

In conclusione: BOCCIATO DI BRUTTONo

RintocchiCampana nazista
L’idea ucronica: Riprendendo uno dei miti delle stilosissime superarmi naziste, l’autore ci porta in un segretissimo laboratorio dove menti brillanti hanno assemblato Die Glocke – un aggeggio a forma di campana in grado di fare brevi viaggi nel tempo e sparare fasci di radiazioni che distruggono ogni forma di vita. Ma l’esperimento avrà risultati imprevisti.
Realizzazione: Contrariamente alla maggior parte dei racconti, in questo i problemi sono più che altro di trama. Ad esempio: anche accettando l’idea di un aggeggio che contemporaneamente è una macchina del tempo e una bomba a radiazioni, com’è possibile che menti brillanti come gli scienziati del racconto la sparino indietro nel tempo più o meno a caso, senza preoccuparsi delle conseguenze? Eppure lo sanno che di fatto è una bomba, che stanno mandando indietro nel tempo! C’è anche una certa ingenuità di fondo sulle dinamiche storiche – per esempio pensare che far vincere ai francesi la battaglia di Waterloo possa cambiare, per oltre un secolo, gli equilibri tra le potenze europee – ma gliela si perdona per il bene del sense of wonder.
Questo racconto infatti, come a Zwei, “mi ha acceso sulla punta del pene una scintilla di autentico Sense of Wonder”. I brevi intermezzi tra un viaggio della campana e l’altro sono gestiti bene, con particolari minimi, senza sbrodolamenti infodumposi. Il racconto si legge con estremo piacere perché è sintetico, va dritto al punto, non si parla addosso come molti altri. La principale pecca stilistica è che gli scienziati parlano in modo molto poco scientifico e non suonano convincenti.
Consiglierei all’autore di lavorare di più sulla coerenza della trama, perché ne verrebbe fuori un pezzo molto carino.

In conclusione: PROMOSSO CON RISERVA

GundamSquali contro alieni
L’idea ucronica: L’Ideon è un enorme robot alieno. O qualcosa del genere. Fatto sta che comincia ad apparire sulla Terra nel 1951. I giapponesi se ne impossessano e lo usano per cancellare gli USA dalla faccia della Terra. E mentre il ricchissimo Conte Felix Charzez du Pontiac, che si è comprato l’Europa e l’ha unificata in un enorme superstato, scompare lasciando vaghe promesse sulla cattura di un secondo Ideon, gli europei sopravvissuti alla Granata Bianca che ha ghiacciato la fascia temperata costruiscono un secondo robottone, il terribile Squalo. Legioni di sfortunati tecnici e ingegneri vivono nelle giunture dello Squalo, e i protagonisti della vicenda, chiusi in una cabina nel ginocchio della bestia, attendono con terrore di arrivare al cospetto dell’Ideon… Ma WTF?
Realizzazione: Questo racconto è una delle cose più deliziosamente retard che abbia mai letto; Excel Saga potrebbe essere un suo lontano cugino. E non soltanto per la premessa nonsense. Tutta la storia è infatti filtrata dalla voce di un protagonista querulo e perennemente sopra le righe: la sua narrazione è tutto un fioccare di commenti acidi (“so bene che mi odiano ma non mi interessa ottenere un diverso riconoscimento da parte loro, il disprezzo è più che sufficiente e bene alimenta la mia voglia, un giorno, di spaccare quelle teste di cazzo”), metafore senza senso (“solo adesso ce ne accorgiamo tutti, come ci fossimo persi a disegnare capezzoli e vagine sui banchi di scuola durante la spiegazione, e l’insegnante si mettesse a scagliare domande a bruciapelo che poco hanno a che fare con l’anatomia femminile”), digressioni cretine. Gli infodump abbondano, ma sono giustificati dall’uso della prima persona; la demenzialità degli antefatti e le infiorettature del protagonista però li rendono sufficientemente interessanti da non farli pesare.
A volte il tono del protagonista diventa troppo ingombrante. Spesso si capisce più cosa passa per la sua testa di cosa succede attorno a lui; diversi passaggi della storia sono confusi e non si capisce bene cosa succeda; a volte gli ambienti sono talmente poco abbozzati da ridursi a degli spazi bianchi nella mente del lettore. Fossi nell’autore, dedicherei più spazio ad una descrizione chiara degli ambienti e delle azioni, limitando un attimo l’istrionismo della voce narrante ma senza soffocarlo.
Altro difetto, i dialoghi non sono sempre ben riusciti. Alcuni scambi di battute più che retard in modo calcato sembrano semplicemente stupidi e poco curati; gli insulti razzisti dei fratelli Kotipelto nei confronti degli africani sono insulsamente politically correct (es. tutte le battute sulle banane, abbastanza grigie). Io ci andrei più pesante – per maggiori informazioni, consiglio all’autore di farsi un giro sul blog di Zwei, in particolare dove si parla di masai e degli altri illuminati popoli d’Africa.
Con la dovuta pulizia, questo racconto decollerebbe.

In conclusione: PROMOSSO CON RISERVA

Tlaloc verrà
L’idea ucronica: Dopo il fallimento dell’impresa dei Conquistadores, gli Aztechi, popolo notoriamente vendicativo, hanno messo in piedi una flotta, hanno attraversato l’Atlantico e conquistato il Portogallo. Lisbona è ormai una città ibrida, le vecchie mura e le chiese cristiane si mescolano con le piramidi a gradoni gonfie del sangue dei sacrifici. Rogério, vecchio conquistador, ubriacone e scalcinato, sogna di cacciare gli invasori e restituire il Portogallo ai civili Cristiani.
Realizzazione: Devo dare ragione a Zwei quando sottolinea la completa implausibilità della conquista del Portogallo da parte di una civiltà così avanzata da non conoscere la ruota. In compenso, è di sicuro la storia scritta meglio. Il conflitto centrale è mostrato sin dalle prime righe, dove assistiamo a una serie di sacrifici umani a Plaça do Comércio. Il racconto non divaga mai, tutto ciò che è scritto è funzionale allo sviluppo di quel conflitto. Rogério e Inés sono ben caratterizzati, le loro scelte ben motivate.
Ci sono delle sbavature tecniche, ma ci si fa caso appena. L’unica caduta di stile è nell’Epilogo: taglierei molto, riducendo al minimo la descrizione della giornata ed eliminando i pensieri di Rogério. Ciò che pensa traspare dal contesto e dalle sue azioni, e il “messaggio” finale arriva più chiaro e più forte, al lettore, se invece di raccontarlo attraverso i suoi pensieri lo si mostra attraverso la semplice descrizione di quel che succede. Per contro le ultimissime righe dedicate a Inés (proprio perché più sintetiche ed esclusivamente mostrate) sono perfette.

In conclusione: PROMOSSO

Bilancio finale
Il problema principale dell’antologia è la mancanza di un editing finale dei racconti vincitori; quello che, ad esempio, il Duca ha promesso e imposto ai finalisti del suo Concorso Steampunk. Una buona metà dei racconti infatti avrebbe tratto estremo giovamento da una revisione rigorosa, perché si tratta di racconti potenzialmente buoni o anche ottimi. E spesso – ma non sempre – si tratta di difetti di stile più che di contenuti. Altri andrebbero ripensati completamente (come Aria e i Pirati di Atlantide), altri andrebbero solo dimenticati (Reliquie).
Nel complesso, un’ottima occasione in parte sprecata; ma nulla vieta agli autori di rimettere mano alle loro opere e continuare a lavorarci.

La mia classifica

1. Tlaloc verrà 
2. Rintocchi
3. Squali contro alieni
4. Il millenario regno d’ItaliaMeh
+ VendettaMeh
5. Alla corte del monaco neroMeh
6. La regina dei pirati di AtlantideNo
7. AriaNo
8. KalokagathiaNo
9. La fine della diasporaNo
10. ReliquieNo

Ucronie

(1) Certo, bisogna partire dal presupposto che una critica oggettiva al testo sia possibile. Se si rifiuta anche questo e si crede che il “gusto personale” sia l’unico discrimine, la cura è Gamberi Fantasy; in particolar modo date un’occhiata a questo articolo sul Mostrare.Torna su

I Consigli del Lunedì #02: The Sirens of Titan

The Sirens of Titan / Le Sirene di TitanoAutore: Kurt Vonnegut
Titolo italiano: Le Sirene di Titano
Genere: Science Fiction / Literary Fiction / Social SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1959
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 320 ca.

Difficoltà in inglese: **

Winston Niles Rumfoord è un nobile d’antico stampo. Ed è anche piuttosto ricco, dato che si è costruito una navicella spaziale privata ed è partito per lo spazio con il suo cane Kazak. Ma qualcosa è andato storto: sulla rotta per Marte, la navicella si è infilata in un infundibolo cronosinclastico, quel luogo dove lo spazio e il tempo perdono di significato e tutte le verità possibili sono contemporaneamente vere.
Ora Rumfoord e il suo cane Kazak esistono contemporaneamente lungo tutta una spirale che va dal Sole a Betelgeuse, intrappolati in eterno. Poiché inoltre tutti i momenti della sua esistenza ora esistono contemporaneamente, Rumfoord ha acquisito la capacità di vedere il futuro. Due volte all’anno, quando la Terra entra nel raggio della spirale, Rumfoord e Kazak compaiono nella sontuosa villa di famiglia. La gente vorrebbe vederli, gli scienziati studiarli, i giornalisti intervistarli, ma Beatrice Rumfoord, la gelida e nevrotica moglie di Winston, non ammette mai nessuno. Per lei la situazione di suo marito è solo una vergogna che vorrebbe dimenticare.
Per un solo ospite si fa eccezione: Malachi Constant, giovane debosciato e arrogante, con l’insolita caratteristica di essere l’uomo più ricco del mondo. E di non aver mai fatto assolutamente nulla nella vita per diventarlo. Perché Rumfoord ha un piano per Malachi Constant. E ha un piano per Beatrice. A ben pensarci, ha un piano per l’intera umanità. E i poteri per realizzarlo…

Chi conosce già Vonnegut sa che solo con difficoltà lo si può catalogare come un autore di fantascienza. Diversi suoi romanzi sono in realtà mainstream con qualche elemento strano; e anche negli altri, l’elemento fantastico è sempre subordinato alla voglia di parlare (in modo più o meno dissacrante, e più o meno bizzarro) della realtà, della nostra società, della stupidità umana. Eh già, non siamo molto lontani dallo “specchio distorcente” che Gamberetta giustamente odia… Inoltre il suo modo di scrivere lo avvicina più alla literary fiction che alla narrativa di genere.
The Sirens of Titan è una parziale eccezione. Ed è sicuramente il più fantascientifico e il più bizzarro tra i romanzi di Vonnegut. “La sua destinazione è Titano” dice Rumfoord a Malachi Constant, “ma prima di arrivare là visiterà Marte, Mercurio e anche la Terra”. Assisteremo agli involontari viaggi di Constant attraverso lo spazio e ai suoi tentativi di sottrarsi a un futuro che sembra già scritto negli infundiboli cronosinclastici.

Titan, Titano

Titano, il più grande satellite di Saturno. Non proprio il luogo più adatto a una villeggiatura.

Uno sguardo approfondito
Lo stile di Vonnegut viola i più basilari principi della narrativa del genere; ma lo fa apposta.
La storia è vista dal punto di vista di un narratore onnisciente, che il più delle volte se ne sta appollaiato sulle spalle o nella testa di Malachi Constant, il protagonista, ma che non si fa problemi, durante una pausa nella narrazione, a lanciarsi in commenti, digressioni, a riportare stralci di giornali o libri inventati.
Qualche esempio. All’inizio del libro, Malachi Constant sta entrando nella villa Rumfoord. Gli viene da pensare a Rumfoord e al fatto che è entrato nell’infundibolo. Tac, digressione: Vonnegut interrompe la storia per riportarci la (spassosa) voce “infundibolo cronosinclastico” di un’Enciclopedia per Bambini. Più tardi, Constant incontra Rumfoord: tac, nuova digressione, in cui Vonnegut parla dell’ “autentica aristocrazia americana” e delle differenze di “stile” tra un Rumfoord e un Constant. Ancora dopo, un’altra digressione sul rapporto tra l’esplorazione spaziale e la Chiesa. Un paio di capitoli dopo, un’altra lunga digressione racconta di come il padre di Constant, umile commesso viaggiatore, riuscì a diventare l’uomo più ricco del mondo speculando in borsa col solo aiuto del libro della Genesi. E così via.
Le digressioni e i commenti del narratore si collocano tra umorismo e satira. Sarebbero insopportabili, se non fosse per il fatto che molte sono divertenti, e alcune (in particolare la prima e l’ultima che ho citato) semplicemente geniali. Inoltre diverse di queste digressioni, apparentemente gratuite e inutili, in realtà trovano modo di collegarsi ad altri elementi presentati successivamente nella storia, venendo così a formare un unico coerente arazzo. Alcune ahimé sono proprio inutili.

The Sirens of Titan è un banco di prova eccellente per mettere alla prova le teorie sulla catarsi. Quanto più la presenza del narratore si fa insistente, tanto meno ci sentiamo coinvolti in prima persona dalla narrazione. Il nostro sguardo si fa più critico, più freddo; perché un velo è stato calato tra noi e Constant.
Simili distacchi però sono traumatici. Allora, una digressione ci sarà gradita quanto più saprà sopperire al “trauma” solleticandoci, divertendoci con il tono, stupendoci con idee e accostamenti bizzarri (come il prete che nella digressione sulla Crociata dell’Amore dice: “Sapete qual’è l’elenco dei controlli sulla verde, rotonda astronave di Dio? Volete sentire il countdown di Dio?“). Se un intervento dell’autore fallisce in questo, ci risulterà invece tanto più odioso e gratuito (a Dimitri fischieranno le orecchie?). Alcuni momenti del romanzo di Vonnegut danno proprio questa impressione sgradevole.
Ma è importante ricordare una cosa: in ogni caso, ci siamo distanziati dalla storia, l’immedesimazione è rotta, sentiamo di avere in mano un libro e che stiamo leggendo finzione. Un lettore che non accetti questo in partenza dovrebbe tenersi alla larga da Vonnegut.

Vonnegut comunque non è un incapace. Quando la storia raggiunge un momento cruciale, il narratore è in grado di farsi da parte e allora siamo proiettati vicinissimi al protagonista. Ai personaggi principali succederanno cose molto crudeli; e Vonnegut è in grado di farci sentire empatia per loro, di farci immedesimare in loro.
Da questo punto di vista, The Sirens of Titan è come una partita a ping-pong: un colpo, e la telecamera si allontana e siamo distanti e ci divertiamo o ci annoiamo di fronte all’estro di Vonnegut; un altro colpo, e la telecamera si avvicina e ci mordiamo le labbra e spalanchiamo gli occhi osservando quello che succede ai nostri eroi. Forse sta in questo il succo del “grottesco”, dell'”agrodolce”: di una stessa cosa, sentirne ora il lato comico, ora il lato tragico. Il romanzo di Vonnegut è estremamente agrodolce1.

Swwt and sour

Lo stile di Vonnegut.

Il che non significa nemmeno che Vonnegut sia un maestro della tecnica – anzi. Se alcune delle sue scelte sono volute, altre sono chiaramente degli errori che non attribuirei ad altro che a carenza di tecnica. Il pov è capace di saltare per alcune righe da un personaggio all’altro senza che ce ne sia bisogno; le frasi sono piene di aggettivi inutili, avverbi inutili, infodump inutili, e anche inutili sottolineature dell’ovvio. I suoi incipit sono celebri per stare tra il mediocre e lo schifo: ne ho letti cinque e ho dovuto riconfermare cinque volte l’impressione. Lo stile di Vonnegut è sovraccarico, e ricoperto da una patina di trascuratezza e di ignoranza stilistica.
Compensano l’estro creativo e la capacità di creare personaggi vivi e dalla psicologia affascinante. Il libro di Vonnegut è infatti completo di una vasta galleria di roba strana: uno scalcinato esercito marziano che progetta la conquista della Terra; creaturine ameboidi amanti della musica che vivono nel sottosuolo di Mercurio; una navicella venuta dal lontanissimo pianeta Tralfamadore con un guasto al motore; la Chiesa di Dio Assolutamente Indifferente; e via dicendo. Non siamo nel territorio delle bizzarrie estreme da Bizarro Fiction, ma comunque non c’è male.
Rumfoord è un personaggio titanico come il Lord Asriel di Pullman, il Palmer Eldritch di Dick, O’Brien di 1984. E tutto questo è trampolino di lancio per parlare della stupidità umana, della crudele indifferenza dell’universo, di religione, di predeterminazione. Risparmiandoci le solite banalità sull’argomento.

Bill O'Reilly

Se cercate opinioni sulla religione più elaborate di quella di Vonnegut, potete sempre chiedere a Bill O’Reilly.

Su Kurt Vonnegut
Di Vonnegut ho letto fino ad ora altri quattro romanzi, nessuno dei quali può essere considerata vera e propria sf.

Vonnegut Player Piano Player Piano (Piano meccanico) è il suo romanzo d’esordio ed è un libro mediocre, anche se alcune idee sono proprio carine. Parla di una società in cui le macchine sono diventate così brave a fare tutto, che gli uomini non servono più a nulla e ne sono frustrati.

Vonnegut Mother NightMother Night (Madre notte) non ha alcun elemento fantastico, ma è comunque una storia interessante. E’ la finta autobiografia di una ex-spia americana che ai tempi della WWII si finse nazista e divenne la voce radiofonica del Partito per trasmettere messaggi in codice agli Alleati.

Vonnegut Cat's Cradle Cat’s Cradle (Ghiaccio-nove) è uno strano esperimento. Racconta le storie intrecciate di uno scienziato che ha inventato un’arma ancora più terribile della bomba atomica, e dei suoi figli disfunzionali, che l’hanno ereditata; e la storia di un improbabile staterello indipendente e dittatoriale nei Caraibi diventata culla di una nuova, stranissima religione. Non è male, ma non sempre la storia scorre come dovrebbe.

Vonnegut Slaughterhouse-Five Slaughterhouse-Five (Mattatoio N.5) è piuttosto famoso e non ne parlerò qui. Il primo capitolo è terribile, ma per il resto è un titolo molto valido. Gli amanti della narrativa di genere potrebbero sentirsi a disagio. Vonnegut scrive cose a metà tra la satira e il romanzo filosofico, e quello gli interessa.

Dove si trova?
In Italia Vonnegut è edito da Feltrinelli. Alcuni suoi libri – Madre notte, Ghiaccio-nove, Mattatoio N.5 – si trovano in edizione economica, ma purtroppo Le Sirene di Titano non è tra questi. L’ultima volta che l’ho visto mi pare costasse 15 Euro. Comunque la stessa edizione si trova anche su Emule. Su library.nu si trova un e-pub in lingua originale che è fatto piuttosto bene.

Chi devo ringraziare?
Conoscevo Vonnegut di fama, ma se ho cominciato a leggerlo è per il merito di un mio compagno di università che ne andava pazzo. Tipo strano: adorava i libri sulle cospirazioni e sulle logge massoniche – specialmente se comprendevano i Templari -, leggeva con lo stesso gusto Dan Brown, i Wu Ming e Il pendolo di Foucault di Eco (probabilmente solleticato dall’idea che Shakespeare possa essere Bacone che è anche Cervantes che è anche il conte di Cagliostro che è anche Giacomo Casanova che è anche il conte di Saint-Germain che è anche Bismarck ed è ovviamente immortale. O qualcosa del genere). Aveva un debole per i carteggi segreti tra grandi personaggi della Seconda Guerra Mondiale e per l’operazione Gladio. I suoi film preferiti erano La classe operaia va in paradiso e un truzzissimo film di propaganda sovietica degli anni ’50 – La caduta di Berlino o qualcosa del genere – dove babbo Stalin premia il protagonista perché è stato il miglior lavoratore della sua fabbrica e già che c’era ha salvato l’URSS dai nazisti.
Sì, c’era un che di inquietante nei suoi gusti, ciononostante su Vonnegut mi ha convinto e aveva ragione. Chissà che non abbia ragione anche su qualcos’altro… <.<” ”>.>

La classe operaia va in paradiso

Neorealismo socialista. Vonnegut approverebbe.

Qualche estratto
Il primo estratto è la voce dell’Enciclopedia per Bambini di Meraviglie e Cose da Fare sull’infundibolo cronosinclastico, e dà un’idea delle strane digressioni un po’ literary di Vonnegut. Il secondo è più tradizionale, mostra l’incontro tra Malachi Constant e Rumfoord in un momento, uhm, delicato.

1.
CHRONO-SYNCLASTIC INFUNDIBULA — Just imagine that your Daddy is the smartest man who ever lived on Earth, and he knows everything there is to find out, and he is exactly right about everything, and he can prove he is right about everything.
Now imagine another little child on some nice world a million light years away, and that little child’s Daddy is the smartest man who ever lived on that nice world so far away. And he is just as smart and just as right as your Daddy is. Both Daddies are smart, and both Daddies are right. Only if they ever met each other they would get into a terrible argument, because they wouldn’t agree on anything. Now, you can say that your Daddy is right and the other little child’s Daddy is wrong, but the Universe is an awfully big place. There is room enough for an awful lot of people to be right about things and still not agree. The reason both Daddies can be right and still get into terrible fights is because there are so many different ways of being right.
There are places in the Universe, though, where each Daddy could finally catch on to what the other Daddy was talking about. These places are where all the different kinds of truths fit together as nicely as the parts in your Daddy’s solar watch. We call these places chrono-synclastic infundibula.
The Solar System seems to be full of chrono-synclastic infundibula. There is one great big one we are sure of that likes to stay between Earth and Mars. We know about that one because an Earth man and his Earth dog ran right into it. You might think it would be nice to go to a chrono-synclastic infundibulum and see all the different ways to be absolutely right, but it is a very dangerous thing to do. The poor man and his poor dog are scattered far and wide, not just through space, but through time, too.
Chrono (kroh-no) means time. Synclastic (sin-class-tick) means curved toward the same side in all directions, like the skin of an orange. Infundibulum (in-fun-dib-u-lum) is what the ancient Romans like Julius Caesar and Nero called a funnel. If you don’t know what a funnel is, get Mommy to show you one.

INFUNDIBOLI CRONOSINCLASTICI — Immagina che il tuo Papà sia l’uomo piú in gamba mai vissuto sulla Terra e che sappia tutto quello che si può sapere e che abbia esattamente ragione in tutto, e possa dimostrare di avere ragione in tutto.
Adesso immagina un altro bambino su qualche simpatico mondo lontano un milione di anni-luce, e che il Papà di quel bambino sia l’uomo piú in gamba che sia mai vissuto su quel simpatico mondo così lontano. Ed è in gamba, ed ha ragione come il tuo Papà. Tutti e due i Papà sono in gamba, e tutti e due hanno ragione. Solo, se si incontrassero, comincerebbero una terribile discussione, perché non si troverebbero d’accordo su niente. Ora, tu puoi dire che il tuo Papà ha ragione e il Papà dell ‘altro bambino ha torto, ma l’Universo è un posto spaventosamente grande. C’è abbastanza posto perché tanta gente abbia ragione su certe cose eppure non si trovi d’accordo. La ragione per cui tutti e due i Papà possono avere ragione e nello stesso tempo possono avere una terribile discussione è che vi sono molti modi diversi di avere ragione.
Ma vi sono posti nell’Universo in cui tutti e due i Papà potrebbero finalmente capire di che cosa stava parlando l’altro Papà. Questi posti si trovano dove tutte le diverse specie di verità collimano perfettamente come i pezzi dell’orologio solare del tuo Papà. Noi chiamiamo questi posti infundiboli cronosinclastici. Sembra che il Sistema Solare sia pieno di infundiboli cronosinclastici. Ce n’è uno, di cui siamo certi, che sembra stia tra la Terra e Marte. Ne conosciamo l’esistenza perché un uomo terrestre e il suo cane terrestre vi sono finiti dentro.
Forse penserai che sarebbe bello andare in un infundibolo cronosinclastico e vedere tutti i modi diversi di avere assolutamente ragione, ma è una cosa molto pericolosa da farsi. Quel pover’uomo e il suo povero cane sono ora sparsi qua e là, non solo attraverso lo spazio ma anche attraverso il tempo.
Crono significa tempo. Sinclastico significa incurvato nello stesso modo verso tutte le direzioni, come la buccia di un’ arancia. Infundibolo (infundibulum) è il nome con cui gli antichi romani come Giulio Cesare e Nerone chiamavano un imbuto. Se non sai che cosa è un imbuto, di’ alla Mamma di mostrartene uno.

Infundibolo cronosinclastico

Un infundibolo cronosinclastico?

2.
“You — you really can see into the future?” said Constant. The skin of his face tightened, felt parched. His palms perspired.
“In a punctual way of speaking — yes,” said Rumfoord. “When I ran my space ship into the chrono-synclastic infundibulum, it came to me in a flash that everything that ever has been always will be, and everything that ever will be always has been.”
He chuckled again. “Knowing that rather takes the glamour out of fortunetelling — makes it the simplest, most obvious thing imaginable.”
“You told your wife everything that was going to happen to her?” said Constant. This was a glancing question. Constant had no interest in what was going to happen to Rumfoord’s wife. He was ravenous for news of himself. In asking about Rumfoord’s wife, he was being coy.
“Well — not everything,” said Rumfoord. “She wouldn’t let me tell her everything. What little I did tell her quite spoiled her appetite for more.”
“I — I see,” said Constant, not seeing at all.
“Yes,” said Rumfoord genially, “I told her that you and she were to be married on Mars.” He shrugged. “Not married exactly — ” he said, “but bred by the Martians — like farm animals”.

— Può… può veramente vedere nel futuro? — domandò Constant. Si sentì la pelle del viso tirarsi, incartapecorirsi. Le palme gli sudavano.
— In un modo puntuale di parlare… sì — rispose Rumfoord. — Quando lanciai la mia astronave nell’infundibolo cronosinclastico, seppi in un lampo che tutto ciò che è stato sarà sempre, e tutto ciò che sarà è sempre stato. — Ridacchiò di nuovo. — Sapere questo toglie fascino alla predizione… ne fa la cosa piú semplice e piú ovvia che si possa immaginare.
— Lei ha detto a sua moglie tutto ciò che stava per accaderle? — chiese ancora Constant. Era una domanda allusiva. A Constant non interessava ciò che sarebbe accaduto alla moglie di Rumfoord. Era affamato di notizie che riguardassero lui stesso. Si sentì intimidito, quando chiese della moglie di Rumfoord.
— Ecco… non tutto — rispose Rumfoord. — Mia moglie non mi ha lasciato finire. Quel po’ che le ho detto le ha fatto passare la voglia di sentire il resto.
— Ca… capisco — disse Constant, che non capiva affatto.
— Sì — disse Rumford allegramente. — Le ho detto che voi due vi sareste sposati, su Marte. — E scrollò le spalle. — Non proprio sposati… — continuò, — ma fatti accoppiare dai marziani… come animali in una fattoria.

Tabella riassuntiva

Idea fikissima  sviluppata benissimo. Stile da literary fiction che fa un po’ a pugni col concetto classico di ‘narrativa di genere’.
 Alcune digressioni sono divertenti e geniali. Alcune digressioni sono inutili e fastidiose.
Pieno di stranezze e sense of wonder, ma senza andare fuori controllo. Sul lato tecnico Vonnegut è piuttosto debole.
Rumfoord è delizioso e terribile.

(1) La questione dello stile di Vonnegut e delle contaminazioni stilistiche tra narrativa di genere e literary fiction è stata anche oggetto di una fikissima discussione tra me e il Duca, che potete leggere qui. I commenti utili vanno dal #16 al #23; anche quelli dopo sono interessanti, perché il Duca continua a dare consigli di bei romanzi.
Riprendere le fila di quella discussione è anche uno dei tanti motivi per cui ho deciso di dedicare uno dei primi Consigli a Le sirene di Titano.Torna su

Per cominciare

Con oggi inauguro il blog. Yeah.

Ho avuto quest’idea per la prima volta mentre leggevo sul mio e-reader Childhood’s End di Clarke. Pensavo: “Cavolo, vorrei che questo libro lo leggesse più gente” 1. Mi sono gingillato con quest’idea per un anno buono prima di decidere di occuparmene personalmente.

Mi è capitato spesso di trovare ottimi consigli letterari leggendo gli articoli e i commenti di questo o quel blog. Diversi dei libri di narrativa fantastica che ho letto negli ultimi due anni, li ho conosciuti grazie ai consigli di Gamberetta o di altri.
Ma i commenti sui blog hanno la tendenza a perdersi per strada, e lo stesso vale in parte anche per il titolo suggerito di passaggio in un articolo in cui si parla d’altro. Io invece volevo creare una vetrina – un luogo in cui dare visibilità a romanzi che mi sono sembrati belli o comunque degni di considerazione.

Se questa immagine fosse un romanzo, potrebbe finire su questo blog.

Proporrò una volta a settimana – ogni lunedì – un libro di genere fantastico, o limitrofo al fantastico. Con questo intendo principalmente la tripartizione classica – fantasy / science fiction / horror – ma anche opere che stanno sulla soglia tra mainstream e fantastico, o in generale tutti quei romanzi in cui il fantastico, il bizzarro, l’insolito siano un elemento importante.
Non parlerò di libri troppo famosi, perché tanto li conoscete già. Quindi: niente Fondazione di Asimov (anzi: magari niente Asimov), niente King, niente Pratchett, niente Cronache del ghiaccio e del fuoco; soprattutto niente Tolkien, qui Tolkien è vietato.
L’arco di tempo da cui pescherò i libri sono gli ultimi 150 anni, in particolare tra il 1950 e oggi. Questo non dipende da altro che dalle mie abitudini di lettura: tendo a leggere libri la cui fama si sia già un minimo sedimentata. Un paio di anni fa ho letto Pan e Esbat, ma solo perché Gamberetta li aveva raccomandati; stesso discorso per la Bizarro Fiction. Ci sono così tanti autori famosi e romanzi celebri che non ho mai letto, che non vedo perché dovrei fare il salto nel buio, magari spendendoci pure 20 Euro!
Naturalmente, se a un certo punto mi dovessi trovare senza più titoli decenti da consigliare, smetterò di postare. Non comincerò a consigliare merda solo per rispettare scadenze. Per me il divertente di tenere un blog di narrativa sta proprio nel continuare a cercare roba bella da proporre.

Insomma, è un circolo virtuoso!

Rainbow cat

Il micio spaziale arcobaleno, frequentatore abituale di Tapirullanza.

Prima di chiudere l’articolo, devo fare un paio di precisazioni.
Primo: non farò recensioni, ma presentazioni. Voglio dare ai miei visitatori tutte le informazioni necessarie per capire se il libro può essere di proprio gradimento, ma cercando di rimanere sintetico.
Parlerò brevemente della trama, di genere e sottogeneri di appartenenza, degli argomenti, dello stile, dei personaggi; schematizzerò pro e contro; farò confronti con opere simili o con altre opere dello stesso autore; dirò dove e come si può trovare l’opera; riporterò qualche brano. Ma non farò niente di simile a quanto fanno Gamberetta o Zwei.
Ogni Consiglio sarà diviso in sezioni, così un visitatore che non ha tempo o voglia di leggerselo tutto, va a vedere le parti che gli interessano. Altri dettagli su come saranno costruiti i Consigli li trovate nel menu di navigazione sopra il banner del blog (che è fikissimo, no? L’ha fatto Siobhàn).

Secondo: pur avendo letto la mia discreta dose di fantastico, non sono un’autorità in materia come Gamberetta o il Duca, se non altro perché loro ne hanno letti molti di più. Ma mi sto impegnando per mettermi in pari. Quello che voglio dire è che facilmente troverete molte lacune nella mia conoscenza del genere.
Un paio di esempi, così potete deridermi? Non ho mai letto Dune (ma ho intenzione di farlo). Non ho mai letto Gaiman (e non ho voglia di farlo, almeno per ora). Non sono qualificato per parlare come “esperto in materia”; perciò parlerò solamente come appassionato che vuole condividere informazioni.

Bene, questo è tutto.
Domani posterò il primo Consiglio.

For great justice.

(1) Tra l’altro, mi piacerebbe dedicare un post a questo romanzo, che è il migliore di Clarke ma viene letto poco. Forse lo farò. Accetto pareri.Torna su