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I Consigli del Lunedì #18: A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court

Un americano alla corte di Re ArtùAutore: Mark Twain
Titolo italiano: Un americano alla corte di Re Artù
Genere: Fantasy / Gonzo-Historical / Commedia / Picaresque
Tipo: Romanzo

Anno: 1889
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 350 ca.
Difficoltà in inglese: ***

So the world thought there was a vast matter at stake here, and the world was right, but it was not the one they had in their minds. No, a far vaster one was upon the cast of this die: the life of knight-errantry. I was a champion, it was true, but not the champion of the frivolous black arts, I was the champion of hard unsentimental common-sense and reason. I was entering the lists to either destroy knight-errantry or be its victim.

Un bel giorno Hank Morgan, giovane ingegnere del Connecticut, in seguito a una botta in testa crolla svenuto e si risveglia nell’Inghilterra del VI secolo d.C. Un cavaliere lo cattura e lo porta al castello del suo signore: il castello di Camelot, dove re Artù, il mago Merlino e i cavalieri della Tavola Rotonda gozzovigliano in allegria.
Inizialmente incredulo e convinto di trovarsi in un manicomio, a poco a poco Hank realizzerà non solo di aver davvero viaggiato indietro nel tempo, ma di poterne trarre vantaggio. Forte della sua scienza superiore, della sua capacità di costruire di tutto – pistole, cannoni, motori, eccetera – e del suo spirito pratico da yankee del Connecticut, Hank si farà largo in questo secolo barbaro, acquistando prestigio e fama di grande mago. Il suo scopo ultimo? Distruggere la cavalleria, la monarchia, la Chiesa, e portare in questi secoli bui la luce della civiltà e il bon ton del diciannovesimo secolo.

A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court è una divertente commedia giocata sul contrasto tra la razionalità pratica di uno yankee di fine Ottocento e la sognante stupidità del Medioevo feudale. Più che il Medioevo reale, a dire il vero, la satira di Twain colpisce la letteratura cavalleresca del Medioevo. La Camelot visitata da Hank non è un vero spaccato dell’Inghilterra del VI secolo, ma piuttosto il modo in cui le corti feudali del Due-Trecento – gente priva di prospettiva storica – si immaginavano quell’epoca: troviamo infatti cotte di piastre, tornei, il vassallaggio già istituito, e una Chiesa cattolica diffusa e ben organizzata.
Il romanzo ha un andamento picaresco: nel corso dei suoi viaggi attraverso quest’immaginaria Inghilterra medievale, lo yankee incontrerà una serie di personaggi e vivrà una serie di avventure. C’è una trama generale che si muove man mano che il protagonista procede nelle sue peregrinazioni, ma la maggior parte degli episodi è autoconclusiva. Ma, rispetto alla tradizione dei romanzi “di viaggio” sette-ottocenteschi, il personaggio di Hank non sarà solo uno spettatore passivo del mondo del romanzo o una vittima degli eventi, bensì diventerà il motore di un portentoso cambiamento…

Medieval Pedobear

Lo yankee si mimetizza nella folla.

Uno sguardo approfondito
Nello stile di Twain troviamo una giustapposizione di una prosa già moderna a residui di vekkiume.
Per esempio, anche in A Connecticut Yankee, nella tipica tradizione ottocentesca – dal Frankenstein di Mary Shelley al Lord Jim di Conrad – la narrazione principale è inserita in una cornice. In quest’ultima, l’Autore in persona conosce il protagonista della storia. Qualche bicchierino, e l’uomo si lascia andare a qualche confessione sulle sue prodigiose avventure, dopodiché lascia all’autore un diario contenente le sue memorie; e quando Twain comincia a leggere, allora inizia il romanzo vero e proprio. La cornice è poi recuperata in chiusura di romanzo, quando noi, e Twain con noi, finiamo di leggere le memorie e scopriamo cosa ne è stato del protagonista.
Oggi, per come siamo abituati, una cornice come questa sarebbe perfettamente inutile e anche controproducente, ma all’epoca era un’espediente quasi immancabile nella narrativa fantastica. I lettori, evidentemente meno abituati al fantastico, avevano bisogno di essere introdotti per gradi al sense of wonder, e attraverso una serie di filtri distanzianti (non è mai l’Autore a vivere in prima persona o a immaginare gli eventi della storia, ma li trae dalle parole di un’altra persona, o di un libro, e così via), perché potesse scattare la sospensione dell’incredulità. Oggi, gli svantaggi della cornice sono evidenti: sappiamo già dall’inizio che Hank non solo se la caverà, ma riuscirà anche a tornare al tempo presente per poter incontrare l’Autore. La suspence è ammazzata.

E veniamo, infatti, a un altro residuo di vekkiume che si incontra nel romanzo. Il corpo del romanzo è narrato in prima persona dallo yankee, e Twain dà alla sua voce narrante una coloratura pacata, lievemente divertita, da gentleman; una voce che ricorda romanzi come Tre uomini in barca di Jerome. Troviamo anche la tendenza, tipica dei romanzi pre-novecenteschi, di mescolare narrazione, aneddotica e pamphlettistica: in una pausa tra una situazione e l’altra, o in risposta a qualcosa che l’ha colpito, Hank non si fa problemi a lanciarsi in digressioni su questa o quell’istituzione o costume dell’Inghilterra medievale, o a fare paragoni tra il VI e il XIX secolo, o a disquisire di questioni teoriche come il giusto rapporto fra Stato e Chiesa o vantaggi e svantaggi della monarchia assoluta. Ciò che oggi chiamiamo infodump.
Una simile voce narrante, benché si sposi con i toni da commedia leggera del romanzo, distruggono la tensione e provocano nel lettore un distanziamento emotivo. Anche se, bisogna riconoscerglielo, in alcuni episodi “più sentiti” Twain riesce ad adottare toni più ravvicinati e drammatici: come il capitolo sulla casa colpita dalla peste, o quello in cui il protagonista rischia il patibolo, o i capitoli finali sulla grande guerra.

Mucca cavalleresca

D’altro canto, Twain è un bravo mostratore, molto più di parecchi scrittori contemporanei. Nel descrivere un luogo, o una situazione o uno stato d’animo, impiega sempre dettagli concreti. Le sue descrizioni in genere sono ridotte all’osso, ma precise; Twain inserisce solo i dettagli che servono per poter seguire la storia. Per mostrare il modo in cui Hank, giorno dopo giorno, si rende conto dell’abisso apertosi tra la sua vecchia vita nel Connecticut e quella presente nel VI secolo, descrive la spartana dimora che gli è stata assegnata nel castello di Camelot e la mette a confronto, mobile dopo mobile, comodità dopo comodità, con una qualsiasi casa dei tempi moderni.
O ancora, vediamo come viene mostrato il personaggio di Sandy, damigella che segue lo yankee in alcune delle sue avventure e ha la brutta abitudine di non chiudere mai la bocca (e naturalmente, come tutte le donne, di dire solo frivolezze). Per comodità inserirò la citazione solo in italiano:

Era una creatura docilissima e di buon cuore, ma quel suo incessante macinar parole come un mulino, faceva venire il mal di testa, come il rumore di carri in città. Se avesse avuto un tappo, sarebbe stato un sollievo.

E Twain porta avanti la similitudine per diverse e righe (e pagine), infatti poco dopo:

Il suo cianciare andava avanti tutto il giorno e veniva fatto di pensare che, a un certo punto, sarebbe sicuramente accaduto qualcosa agli ingranaggi. Macché, non si guastavano mai, e non era mai costretta a rallentare per mancanza di parole. Era capace di macinare, pompare, frullare e ronzare per settimane, senza mai fermarsi per mettere un po’ d’olio o aprire lo sfiatatoio. Non avevo badato al suo mulino durante la mattinata perché mi trovavo in un vespaio di altri guai; ma in quel pomeriggio dovetti dirle più di una volta: – Riposati, bambina, se vai avanti così a consumare tutta l’aria del paese, il regno sarà costretto a importarne dell’altra per domani, e le finanze dello Stato sono già abbastanza povere senza questa spesa.

Medieval Bel Air

Una delle storie di Sandy?

Come da tradizione per questo genere di romanzi, il protagonista ha una psicologia semplice e ridotta all’osso. Poche le linee guida che lo muovono, e che rimangono coerenti per tutto il romanzo: pratico, moderatamente puritano, amante dell’uguaglianza, con una visione del mondo estremamente razionale, imprenditore nato – insomma, lo yankee ottocentesco per antonomasia! In realtà, nel corso del romanzo, avviene in lui una certa evoluzione psicologica; ma si tratta di cambiamenti marginali, che vengono sottolineati solo in alcuni episodi circoscritti, e che non intaccano le linee guida della sua personalità né l’andamento generale della trama.
La cosa bella, è che Twain non ha fatto dei Hank il veicolo delle proprie opinioni, né un muro bianco su cui proiettare le stramberie dell’Inghilterra feudale; no, lo stesso yankee, e il mondo che rappresenta, diventano un oggetto comico. Hank prende in giro l’ingenuità dell’uomo medievale, ma poi spera di poter migliorare i costumi del VI secolo mandando alla ventura cavalieri con indosso réclame di saponi o dentifrici da lui stesso inventati, da diffondere nelle corti e da far indossare a tutti gli altri cavalieri che dovessero “catturare”! Ed è sempre lui a sognare di fare di ogni cavaliere un lavoratore modello di una delle sue nascenti aziende, e a far svalutare le monete che una volta all’anno il re elargisce ai sudditi per raggirare i postulanti e far risparmiare soldi alle casse dello Stato.
Proprio per questo, è un peccato quando Twain fa lanciare il suo personaggio in invettive morali sulla bruttura dello schiavismo e dell’aristocrazia, sulla necessità dell’uguaglianza e del suffragio universale. Essendo un uomo che viene dal New England della fine dell’Ottocento, non è difficile che possa avere delle idee del genere; ma è il modo didattico e grave in cui le enuncia a dare fastidio, un po’ perché sono cose che abbiamo letto e sentito chissà quante volte, un po’ perché sembrano fuori tema rispetto al carattere alla buona del personaggio. Non so; non conosco abbastanza né Mark Twain né la mentalità degli intellettuali dell’epoca per sapere se in quei passaggi effettivamente Hank diventi il veicolo delle idee dell’autore, o piuttosto non sia un ulteriore effetto comico (lo yankee fa tante concione morali, ma poi quando si tratta di soldi e di affari che lo riguardano direttamente, è peggio di un brianzolo!).

Il succo del romanzo, però, è naturalmente il ritratto della cavalleria. Che è divertentissimo. I Cavalieri della Tavola Rotonda sono come degli eterni bambini; si sfidano a duello, fanno a chi ha ucciso più giganti con un pugno solo, poi quando gli gira partono “alla Ricerca del Graal” e vagano più o meno a caso per anni e anni, vivendo avventure, e puntualmente bisogna mandare delle spedizioni di altri cavalieri a recuperarli. Gli uomini della corte di Camelot, e Artù stesso, sembrano in uno stato di allucinazione perenne – vedono avventure in ogni dove, trasformano un porcile in un castello incantato, i suini in principesse rapite, e i fattori in perversi orchi da sventrare.
Allo stesso modo Twain prende in giro la noiosissima letteratura cavalleresca, e le sue infinite ripetizioni di duelli in cui puntualmente le lance si rompono contro gli scudi, e i cavalieri vengono gettati giù da cavallo e il cavallo gli cade sopra, e i prodi più valorosi sbaragliano anche venti avversari uno dopo l’altro. I dialoghi tra lo yankee e la trasognata Sandy sono spassosissimi, e ho dovuto resistere alla tentazione di spammarne pagine e pagine nella sezione degli estratti – ma avrei finito con lo scrivere un immane articolo da 10000 parole e non mi sembrava il caso.
Certo, il Medioevo descritto da Twain è esagerato e grottesco, e chiunque abbia studiato un minimo di storia medievale si rende conto che bisogna prendere con le pinze ogni parola di questo romanzo. Gli uomini dell’epoca non erano un branco di ritardati (benché con ogni probabilità avessero un QI medio più basso), ma gente che sapeva come vivere e cavarsela nelle condizioni di quel periodo. Tuttavia, si tratta di un ritratto molto più fedele alla realtà di quello che potrete mai trovare nel “medieval fantasy” medio (o negli Elder Scrolls, se è per questo).

Skyrim Boromir

Uno non si imbatte semplicemente in fantasy medievali decenti.

E poi, naturalmente, c’è l’incontro tra l’antico e il moderno! Oltre ai cavalieri che vanno in giro coi cartelloni pubblicitari appesi al collo, abbiamo cavi del telegrafo che corrono tra capanne di fango, un cavaliere fatto esplodere con la dinamite, un giornale sportivo che descrive i duelli come fossero partite di baseball, e una giostra che finisce a revolverate.
Certo, l’idea del progresso tecnologico accelerato non è realizzata in modo troppo credibile, soprattutto se la raffrontiamo a un romanzo “serio” come Jack Faust di Swanwick (Consiglio #10). Anche tenuto conto della posizione raggiunta da Hank in seno alla corte di re Artù, è tutto troppo facile; in troppi pochi anni riesce a creare stabilimenti, un esercito di impiegati e una meraviglia tecnologia dopo l’altra. Molto giuste e interessanti, però, le osservazioni di Twain sull’importanza dell’educazione nel formare la visione del mondo degli individui, e la necessità di plasmare le menti delle nuove generazioni fin da giovanissime.

A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court è un romanzo delizioso, oltre che un pezzo importante della narrativa fantastica. Nonostante abbia più di un secolo, è invecchiato benissimo; molto meglio di tanta fantascienza degli anni ’40, ’50 e ’60 che mi sono trovato a leggere in questi anni.
Lo consiglio a tutti, e in particolare agli amanti del Fantasy medievale e agli aspiranti scrittori dello stesso genere. Perché? Be’, perché è una bella medicina alle indigestioni di Troisi, Paolini, Brooks e compagnia cantante. Potrebbe essere un primo passo per ridimensionare la vostra visione del Medioevo, e poi magari potrete passare alla saggistica.

Bear a Mordor

Un altro esempio di pragmatismo.

Dove si trova?
Grazie a Dio i libri di Twain non sono più coperti dal copyright, perciò si trovano un po’ ovunque. Su Feedbooks si può trovare un epub gratuito formattato benissimo, come già era stato il caso di Last and First Men (ci sono anche il pdf e il kindle, ma non li ho scaricati e quindi non so se nono fiQi).
Spulciando su Amazon, ho visto che è disponibile un’edizione Kindle a 3 Euro. Considerando che si tratta della versione digitale di un’opera disponibile gratuitamente, mi auguro che sia formattata da Dio e sia corredata da un apparato critico scritto dalle più grandi menti della critica internazionale.

Chi devo ringraziare?
Ancora una volta mi tocca ringraziare Gamberetta, che l’ha giustamente inserito tra i suoi libri preferiti, accanto al discutibile Cuore d’acciaio di Swanwick e Le porte di Anubis di Tim Powers, che non ho ancora letto. Spero sia l’ultima volta, mi trovo a ringraziarla ogni tre-quattro post… u.u’

Qualche estratto
Avrei voluto pubblicare i soliti due estratti, ma per motivi di spazio mi sono limitato a uno solo. La comicità di Twain è data più dal quadro d’insieme che dai singoli sketch, perciò brani brevi non gli avrebbero reso giustizia. L’estratto che presento viene dal Capitolo 11, quando su ordine di re Artù il nostro yankee si prepara a partire all’avventura e a coprirsi d’onore. E chi meglio di una damigella in pericolo con qualche problema mentale potrebbe fornire il giusto pretesto per la prima avventura di Hank?

There never was such a country for wandering liars; and they were of both sexes. Hardly a month went by without one of these tramps arriving; and generally loaded with a tale about some princess or other wanting help to get her out of some far-away castle where she was held in captivity by a lawless scoundrel, usually a giant. Now you would think that the first thing the king would do after listening to such a novelette from an entire stranger, would be to ask for credentials— yes, and a pointer or two as to locality of castle, best route to it, and so on. But nobody ever thought of so simple and common-sense a thing at that. No, everybody swallowed these people’s lies whole, and never asked a question of any sort or about anything. Well, one day when I was not around, one of these people came along— it was a she one, this time— and told a tale of the usual pattern. Her mistress was a captive in a vast and gloomy castle, along with forty-four other young and beautiful girls, pretty much all of them princesses; they had been languishing in that cruel captivity for twenty-six years; the masters of the castle were three stupendous brothers, each with four arms and one eye— the eye in the center of the forehead, and as big as a fruit. Sort of fruit not mentioned; their usual slovenliness in statistics.
Would you believe it? The king and the whole Round Table were in raptures over this preposterous opportunity for adventure. Every knight of the Table jumped for the chance, and begged for it; but to their vexation and chagrin the king conferred it upon me, who had not asked for it at all.
By an effort, I contained my joy when Clarence brought me the news. But he— he could not contain his. His mouth gushed delight and gratitude in a steady discharge— delight in my good fortune, gratitude to the king for this splendid mark of his favor for me. He could keep neither his legs nor his body still, but pirouetted about the place in an airy ecstasy of happiness.
On my side, I could have cursed the kindness that conferred upon me this benefaction, but I kept my vexation under the surface for policy’s sake, and did what I could to let on to be glad. Indeed, I said I was glad. And in a way it was true; I was as glad as a person is when he is scalped.
Well, one must make the best of things, and not waste time with useless fretting, but get down to business and see what can be done. In all lies there is wheat among the chaff; I must get at the wheat in this case: so I sent for the girl and she came. […]
“Your name, please?”
“I hight the Demoiselle Alisande la Carteloise, an it please you.”
“Do you know anybody here who can identify you?”
“That were not likely, fair lord, I being come hither now for the first time.”
“Have you brought any letters— any documents— any proofs that you are trustworthy and truthful?”
“Of a surety, no; and wherefore should I? Have I not a tongue, and cannot I say all that myself?”
“But your saying it, you know, and somebody else’s saying it, is different.”
“Different? How might that be? I fear me I do not understand.”
“Don’t understand? Land of— why, you see— you see— why, great Scott, can’t you understand a little thing like that? Can’t you understand the difference between your— why do you look so innocent and idiotic!”
“I? In truth I know not, but an it were the will of God.”
“Yes, yes, I reckon that’s about the size of it. Don’t mind my seeming excited; I’m not. Let us change the subject. Now as to this castle, with forty-five princesses in it, and three ogres at the head of it, tell me— where is this harem?”
“Harem?”
“The castle, you understand; where is the castle?”
“Oh, as to that, it is great, and strong, and well beseen, and lieth in a far country. Yes, it is many leagues.”
How many?”
“Ah, fair sir, it were woundily hard to tell, they are so many, and do so lap the one upon the other, and being made all in the same image and tincted with the same color, one may not know the one league from its fellow, nor how to count them except they be taken apart, and ye wit well it were God’s work to do that, being not within man’s capacity; for ye will note— ”
“Hold on, hold on, never mind about the distance; whereabouts does the castle lie? What’s the direction from here?”
“Ah, please you sir, it hath no direction from here; by reason that the road lieth not straight, but turneth evermore; wherefore the direction of its place abideth not, but is some time under the one sky and anon under another, whereso if ye be minded that it is in the east, and wend thitherward, ye shall observe that the way of the road doth yet again turn upon itself by the space of half a circle, and this marvel happing again and yet again and still again, it will grieve you that you had thought by vanities of the mind to thwart and bring to naught the will of Him that giveth not a castle a direction from a place except it pleaseth Him, and if it please Him not, will the rather that even all castles and all directions thereunto vanish out of the earth, leaving the places wherein they tarried desolate and vacant, so warning His creatures that where He will He will, and where He will not He— ”
“Oh, that’s all right, that’s all right, give us a rest; never mind about the direction, hang the direction— I beg pardon, I beg a thousand pardons, I am not well to-day; pay no attention when I soliloquize, it is an old habit, an old, bad habit, and hard to get rid of when one’s digestion is all disordered with eating food that was raised forever and ever before he was born; good land! a man can’t keep his functions regular on spring chickens thirteen hundred years old. But come— never mind about that; let’s— have you got such a thing as a map of that region about you? Now a good map— ”
“Is it peradventure that manner of thing which of late the unbelievers have brought from over the great seas, which, being boiled in oil, and an onion and salt added thereto, doth— ”
“What, a map? What are you talking about? Don’t you know what a map is? There, there, never mind, don’t explain, I hate explanations; they fog a thing up so that you can’t tell anything about it. Run along, dear; good-day; show her the way, Clarence.”
Oh, well, it was reasonably plain, now, why these donkeys didn’t prospect these liars for details. It may be that this girl had a fact in her somewhere, but I don’t believe you could have sluiced it out with a hydraulic; nor got it with the earlier forms of blasting, even; it was a case for dynamite.

Medieval Pokémon

Non è mai esistito un paese simile per i bugiardi erranti. E ce n’erano di ambo i sessi. Non passava mese senza che uno di questi vagabondi non arrivasse generalmente carico di racconti circa questa o quella principessa che, rinchiusa in un lontano castello, chiedeva aiuto per essere liberata dalla prigionia in cui la teneva un ribaldo fuorilegge, quasi sempre un gigante.
Ora, si potrebbe pensare che il re, sentita una simile favola da un perfetto sconosciuto, chiedesse per prima cosa le credenziali e magari un paio di indicazioni sulla località del castello, la strada migliore per arrivarci e così via. Ma nessuno pensava mai a una cosa tanto semplice e sensata. Macché, tutti bevevano le frottole di quella gente e non facevano mai domande di nessun genere, non s’informavano di niente. Ebbene, un giorno in cui io non c’ero, arrivò uno di quei tipi, era una donna questa volta, e raccontò una storiella del solito genere. La sua padrona era prigioniera in un immenso e tetro castello, insieme con altre quarantaquattro giovani e belle fanciulle, tutte più o meno principesse. Esse stavano languendo in quella crudele prigionia da ventisei anni. I padroni del castello erano tre stupefacenti fratelli, ognuno con quattro braccia e un solo occhio in mezzo alla fronte, grosso come un frutto. Genere del frutto: non specificato. La solita negligenza dei rendiconti.
Lo credereste? Il re e l’intera Tavola Rotonda andarono in visibilio davanti a questa assurda occasione di
avventure. Ogni cavaliere della Tavola Rotonda si fece prontamente avanti e implorò affinché gli venisse
concessa questa opportunità, ma con loro rabbia e dolore il re accordò l’onore a me che non l’avevo chiesto affatto.
Con uno sforzo contenni la mia “gioia” quando Clarence mi portò la notizia. Ma egli non riuscì a contenere la sua. Dalla sua bocca sgorgavano a fiotti gioia e gratitudine: gioia per la mia buona fortuna, gratitudine verso il re per questa splendida prova del suo favore per me.
Da parte mia avrei voluto maledire il favore che conferiva a me questa buona azione, ma, per ragioni di
diplomazia, tenni ben nascosta la mia contrarietà e feci del mio meglio per apparire contento. Be’, bisogna cavarsela alla meno peggio e non sprecare tempo in vane recriminazioni, ma mettersi al lavoro e
vedere cosa si può fare. Mandai a chiamare la ragazza, e lei venne. […]
– Il tuo nome, per favore?
– Mi chiamo damigella Alisanda la Carteloise, se non vi dispiace.
– Conosci qualcuno qui che ti possa identificare?
– Questo non è probabile, mio signore, essendo venuta qui ora per la prima volta.
– Hai portato delle lettere, dei documenti, delle prove, a dimostrare che sei persona degna di fiducia?
– Certamente no. Per quale ragione avrei dovuto? Non ho io una lingua e non posso dire tutto ciò io stessa?
– Ma vedi, che sia tu a dirlo e che lo dica un altro, è diverso.
– Diverso? Come può essere? Temo di non capire.
– Non capisci? Per la terra di… Ma vedi, vedi. Oh, perbacco, come fai a non capire una cosina tanto semplice? Non capisci la differenza fra la tua… Ma perché mi guardi con quell’aria innocente e idiota?
– Io? In verità non lo so, ma forse questo è il volere di Dio.
– Sì, sì, suppongo che sia più o meno così. Non farci caso se sembro un po’ agitato. Non lo sono. Ma cambiamo argomento. Ora parliamo di questo castello con quarantacinque principesse prigioniere dentro e tre orchi che comandano il tutto. Dimmi, dov’è questo harem?
– Harem?
– Il castello, hai capito. Dov’è il castello?
– Oh, in quanto a quello, è enorme, forte e ben difeso ed è situato in un lontano paese. Sì, a molte leghe da qui.
Quante?
– Ah, messere, sarebbe estremamente complicato stabilirlo. Sono tante e si sovrappongono una all’altra ed essendo tutte uguali e dello stesso colore non si può distinguere una lega da quella accanto, né si sa come contarle…
– Basta, basta, lasciamo andare la distanza. Dove si trova il castello? In quale direzione da qui?
– Oh, non vi dispiaccia, messere, non c’è direzione da qui, perché la strada non va dritta, ma gira sempre. Quindi la direzione del luogo non è sempre la stessa, ma ora è posta sotto un cielo e poco dopo sotto un altro.
– Oh, va bene, va bene, lascia perdere. Non importa la direzione, al diavolo la direzione. Chiedo scusa, chiedo mille scuse, non mi sento bene oggi. Non far caso ai miei brontolii: è una vecchia abitudine, una vecchia e cattiva abitudine, difficile da vincere quando la digestione è sottosopra per aver mangiato roba coltivata secoli e secoli prima che venissi al mondo. Diamine! Un uomo non può avere funzioni regolari se mangia pollastrelli vecchi di milletrecento anni. Ma, suvvia, lasciamo perdere questo. Andiamo avanti. Hai con te una mappa di quella regione? Intendo una buona mappa…
– E’ per caso quella specie di cosa che ultimamente gli infedeli hanno portato dai grandi mari e che, bollita nell’olio e con l’aggiunta di una cipolla e di sale fa…
– Che? Una mappa? Che stai dicendo? Non sai che cosa è una mappa? Via, via, non importa, non spiegare nulla, detesto le spiegazioni: confondono le cose in modo tale che poi non si capisce più niente. Va’, va’, mia cara. Buongiorno. Clarence, accompagna madamigella Alisanda alla porta.
Ora, era abbastanza chiaro perché quei somari non tentassero neppure di interrogare quei bugiardi per conoscere i particolari. Poteva darsi che questa ragazza fosse a conoscenza di qualche fatto, ma non credo che si sarebbe riusciti a cavarglielo fuori con una pompa idraulica e nemmeno con i primi rudimentali metodi esplosivi; quello era un caso da dinamite.

Tabella riassuntiva

Il Medioevo come se fosse uscito dalle pagine di un romanzo cavalleresco. Cornice evitabile e vekkiume qua e là.
Il contrasto tra la pragmaticità dello yankee e la frivolezza della corte arturiana è esilarante! Le invettive moralistiche stonano col personaggio.
Anche lo yankee è un personaggio comico.
Stile pulito e ben mostrato.

Bonus Track: Di aborti e remake

FanfictionLa maggior parte di voi, per un periodo della propria vita, avrà avuto il suo momento fanfiction. Un momento in cui, dopo la fine della vostra serie / videogioco / saga preferita, ne volevate ancora e, disperati, vi siete rivolti alle comunità dei fan. Per chi non lo sapesse: una fanfiction è per l’appunto l’opera di un appassionato che riprende setting e personaggi di un’altra storia (generalmente di una certa fama).
Anch’io ho avuto il mio momento fanfiction, ai bei tempi del ginnasio. Principalmente di Evangelion o Final Fantasy VII. E ho notato una cosa. Esistono fanfiction di tutti i tipi: seguiti della storia principale, spin-off su personaggi o situazioni secondarie, racconti che espandono momenti della storia principale appena accennati dall’opera originale, parodie, AU (storie che riprendono i personaggi dell’opera ma li calano in un contesto diverso), crossover tra serie diverse. Soprattutto – e con mio sommo sdegno – valanghe di racconti in cui tutti o quasi i personaggi maschili dell’opera originale si scoprono improvvisamente ghei e si danno alle ammucchiate selvagge. Un solo tipo di fanfiction si vede molto di rado: la riscrittura alternativa dell’opera originale.
Mi vengono in mente diversi motivi.
Innanzitutto, perché (in un ambito dove non girano soldi) la volontà di fare un remake parte dal presupposto che non si sia rimasti del tutto soddisfatti della storia originale, che si voglia migliorarla; mentre in genere i fan scrivono le fanfiction proprio perché amano alla follia l’opera originale. Al massimo sono disposti a modificare gli orientamenti sessuali dei personaggi così da fargli fare tutte le cosacce che gli vengono in mente.
Un altro motivo, è che un remake è un progetto lungo e ambizioso, difficile da portare a termine e che ti fa chiedere se ne valga davvero la pena; mentre un raccontino in cui Cloud e Sephiroth scoprono le ragioni profonde della loro fascinazione per gli spadoni si può buttare giù in due orette (considerando poi la cura stilistica che tradizionalmente viene messa in una fanfiction…).

Ciccione con spadone

Da Cloud a Gatsu a Zwei ai ciccioni, lo spadone piace proprio a tutti.

Neanch’io mi sono mai cimentato nell’impresa del remake, ma la tentazione è stata molto forte. Soprattutto se parliamo di narrativa. Come forse avrete notato leggendo i miei Consigli – se non ve ne siete accorti in prima persona – il mondo della narrativa fantastica è un mare di libri riusciti a metà, capolavori mancati e occasioni sprecate.
Prendiamo 2001: Odissea nello spazio – il libro. La penultima parte: David Bowman, disattivato il perverso HAL9000, è rimasto solo sull’astronave Discovery, e il viaggio verso Giapeto e il monolite è ancora lungo. Sa che quelli del controllo missione l’hanno ingannato circa lo scopo della Discovery, e sa di essere condannato a morte, perché non c’è una riserva d’aria sufficiente nella navicella per tornare indietro o aspettare i soccorsi. Bowman passa un brutto periodo. Uno scrittore come Dick da una situazione simile avrebbe saputo tirar fuori qualcosa di grandioso; magari un Bowman paranoico e allucinato, che perde progressivamente contatto con la realtà mano a mano che la distanza dalla Terra aumenta. Con una buona costruzione degli ultimi capitoli, si potrebbe insinuare una certa ambiguità nell’incontro col monolite e la visione finale: è avvenuto realmente? E’ un’allucinazione di Bowman? La missione è fallita? E questa è solo una delle molte possibilità.
Ma Clarke, si sa, ha la delicatezza di un Gundam. Le tribolazioni di Bowman, e il modo in cui supera i suoi problemi ascoltando la musica classica immagazzinata nella memoria dei computer di bordo, sono raccontati in modo sbrigativo, riassunto, con pov onnisciente molto distante. Più piatto di così non si poteva fare. A Clarke gliene frega ben poco dello stato psicologico di Bowman; vuole farlo riprendere velocemente (e allora perché ti sei preso la briga di farlo star male?), così poi si può tornare a parlare di monoliti e alieni. Occasione sprecata.
E inevitabilmente, il pensiero: “Cazzo, questo libro sarebbe potuto essere così più bello…”

Ora: Odissea nello spazio resta comunque un bel libro – coerente, con una buona costruzione. Ma cosa succede quando un libro parte con ottime premesse, ti monta un casino di entusiasmo, e poi, per incapacità o pigrizia o malattia mentale dello scrittore, “si ammoscia a metà come il pisello di un vecchio” (cit. Duca)? Succede che ti viene voglia di mettere il libro (o il reader) nel microonde e girare la manopola tutta a destra. Succede che pensi “porcozzio, se avessi avuto io del materiale di partenza simile…!”, o “io saprei come riscriverlo!”. Questi sono i libri che chiamo aborti – potenziali capolavori che falliscono miseramente e ti fanno mangiare le dita dallo sconforto.
Queste storie meriterebbero una seconda chance. Un remake, che partendo dalle stesse premesse donino a questi aborti uno sviluppo e una conclusione degni. Gli scrittori veri, purtroppo, queste cose non le fanno di rado – un po’ per tabù culturale (l’unicità dell’opera, il rispetto dell’artista e bla bla bla), un po’ perché forse dovrebbero appiccicarci sopra il bollino “fanfiction” e non potrebbero guadagnarci un soldo. Abbondano le riscritture di dell’Alice di Carroll, o del Frankenstein di Mary Shelley, o della Macchina del Tempo di Wells, ma non accade praticamente mai con i romanzi degli ultimi 80 anni 1. Un peccato.

E' un Gundam

Un esempio di delicatezza.

Un peccato perché il remake insegna una cosa interessante. Ossia che nessun’opera è sacra e inviolabile; che un autore può migliorare qualcosa di scritto da un altro; e che in genere questi miglioramenti si possono ottenere seguendo una serie di regole, che sono sempre quelle.
Facciamo un esercizio.

Tre aborti
Nell’articolo di oggi vi presenterò tre aborti, libri che mi hanno provocato gran digrignar di denti e copiosa mole di bestemmie al cielo. Tre romanzi che sarebbero potuti ascendere all’Olimpo della Narrativa Fantastica e invece sono condannati a passare l’eternità nell’anticamera, a eterno monito per le giovani generazioni di scrittori. Sono anche tre romanzi molto diversi tra loro, per forma e contenuto; li ho scelti apposta sperando che ciascuno di voi sia incuriosito da almeno uno di essi.
A parte la solita introduzione, ognuno dei tre pezzi sarà articolato in tre parti: “Perché poteva essere una figata”, “Perché invece è un FAIL”, e “Io avrei fatto così!”. Credo che i titoli parlino da soli. Nell’immaginare possibili migliorie al romanzo originale, mi sono concentrato più sulla macrostruttura che sullo stile (per quello c’è sempre Gamberi Fantasy).
Attenzione: potrebbero esserci spoiler, soprattutto nelle ultime due sezioni.

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The City and the Stars

La città e le stelleAutore: Arthur C. Clarke
Titolo italiano: La città e le stelle
Genere: Science-Fantasy / Dying Earth
Tipo: Romanzo

Anno: 1956
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 250 ca.

Diaspar è l’ultima città al mondo, in una Terra anziana e ridotta a un immenso deserto. E’ una città sigillata dal mondo esterno, e amministrata dalla IA del Computer Centrale. I suoi abitanti sono immortali: quando si avvicinano alla vecchiaia, il computer immagazzina le loro menti e dopo un lasso di tempo di migliaia di anni li rigenera in un corpo nuovo creato per l’occasione. Non solo: all’interno di Diaspar, i suoi abitanti hanno il potere di creare oggetti a piacere o di modificare le dimensioni dei propri appartamenti. E’ una vita serena, senza preoccupazioni, eternamente uguale.
Ma Alvin è diverso. A differenza degli altri abitanti, che alla sola idea di uscire sono terrorizzati, Alvin prova l’impulso irrefrenabile di conoscere il mondo esterno. La leggenda vuole che gli esseri umani si siano sigillati dentro Diaspar sotto la minaccia di invasori stellari, che avrebbero promesso di distruggerli se avessero riprovato ad avventurarsi fuori dal pianeta Terra – ma sarà davvero così? Aiutato dal giullare Khedron e ostacolato dal Computer Centrale, Alvin tenterà di fuggire da Diaspar e scoprire la verità.

Perché poteva essere una figata
Il romanzo di Clarke mette insieme un’ambientazione alla Matrix – in cui realtà materiale e realtà virtuale si confondono, e gli uomini hanno delegato l’autorità alle macchine – con il fascino della Terra morente. La città di Diaspar, città in cui gli esseri umani si reincarnano all’infinito, e vivono tra agi infiniti e strani divieti, è uno dei setting più affascinanti della narrativa fantastica. Il tema del ragazzo ribelle che vuole infrangere la proibizione e varcare i confini del mondo conosciuto è forse un po’ trito, ma funziona sempre, e mantiene accesa l’attenzione del lettore. Da una parte, si vuole esplorare Diaspar e scoprire il funzionamento di una civiltà tanto strana; dall’altra, si vuole scoprire cosa c’è oltre la città – e così, si continua a leggere.

Diaspar Lego

Un'approssimazione della città di Diaspar. Ehm.

Perché invece è un FAIL
I problemi cominciano quando finalmente Alvin riesce ad evadere dalla città – e di lì in poi è un continuo di docce fredde. Lys, l’utopia bucolica condita di poteri psi, è quanto di più improbabile la penna di Clarke potesse inventare. Ma soprattutto, le rivelazioni sulla storia di Diaspar e del destino dell’umanità si accumulano in un infodump raccontato dopo l’altro, tanto da far sembrare Mark Menozzi (quello del Re Negro) uno che si contiene. Noiosissime nella forma – ti viene da pensare, “sto leggendo un romanzo o il canovaccio di un romanzo”? – sono pure raccapriccianti nel contenuto: tra Menti Pazze, creature malvage sigillate nello spazio e in attesa di risvegliarsi, e migrazioni di interi popoli imbarcati in una Grande Missione, sembra di essere precipitati nella mente di un dodicenne drogato di Zelda. Mancano solo le pietre del potere (rigorosamente quattro: una per ogni elemento!) e siamo apposto! E per un romanzo tutto costruito sulla suspence e sulla rivelazione, il peggio che possa capitare è che la rivelazione faccia schifo al cazzo.
A questo bisogna aggiungere la tradizionale bruttezza della prosa di Clarke, e il generale piattume dei personaggi, che non risparmia neppure il protagonista (più una marionetta del suo codice genetico che un individuo pensante). E poi il tema del “prescelto”, benché gestito meglio della media degli YA, è sempre irritante 2.

Io avrei fatto così!
Se la parte ambientata a Diaspar nelle sue linee guida è buona, il resto va completamente cambiato. Due sono le domande essenziali che dobbiamo porci: cosa c’è fuori da Diaspar, e perché è stato imposto il divieto di uscire? Le possibilità sono infinite. Per esempio, il deserto potrebbe essere una finzione, e magari non siamo un miliardo di anni nel futuro ma tipo nel 2100 d.C., e gli abitanti della città sono solo i soggetti di un esperimento modello Truman Show. Troppo scontato? Oppure: Alvin esce da Diaspar per scoprire che non è l’unica città, ma che ci sono altre centinaia o migliaia di città identiche e isolate, tutte convinte di essere l’ultima. Il deserto sarebbe reale, e  l’umanità si sarebbe costruita le città e l’illusione di essere l’ultima per evadere dalla realtà. O ancora: Diaspar è davvero l’ultima città, e Alvin fuori dalle mura trova solamente i resti dell’antica umanità. Ma decide che la terra può essere resa di nuovo fertile e che i cittadini di Diaspar devono uscire dal grembo materno e ripopolare la Terra.
Ora, non è tanto importante quale soluzione narrativa venga adottata. Ciò che conta, è che non si riduca all’esposizione di una storia remota che non ha il minimo impatto sull’attimo presente del romanzo (come avviene nel libro di Clarke), ma al contrario getti una nuova luce tra Diaspar e il mondo esterno e porti a delle conseguenze immediate. Esempio: Alvin decide che la Terra è pronta a riaccogliere l’umanità. Problema: gli abitanti di Diaspar non vogliono uscire. Come li si convince? O li si costringe? Ci sarà una divisione in due fazioni agguerrite? O saranno tutti schierati contro Alvin, che dovrà scegliere tra l’esilio e la resa, e magari la riprogrammazione della propria mente? E così via.

A proposito. Il romanzo filerebbe senza problemi con il solo pov di Alvin. Ma se provassimo invece a giustapporre il suo pov con quello di un altro personaggio? Il giullare Khedron, per esempio: in teoria un individuo che porta disordine e scompiglio tra gli abitanti di Diaspar, Khedron è però un prodotto del Computer Centrale e in ultima analisi condivide la politica isolazionista. Khedron quindi è in contraddizione con sé stesso e con Alvin – potrebbe aiutarlo a scappare, ma anche metterglisi contro se osasse provare a cambiare lo stile di vita dei diaspariani. Mostrare la vicenda alternando i due punti di vista moltiplicherebbe esponenzialmente i livelli di conflitto del romanzo.
A questa rivisitazione massiccia, poi, andrebbe aggiunto un intervento più di cesello. Per esempio, invece che raccontare che Alvin è speciale, e non è come tutti gli altri, come fa Clarke, mostrarlo attraverso piccoli gesti, fraintendimenti, discrepanze tra il suo modo di comportarsi e quello di tutti gli altri. In questo modo il lettore sarebbe il primo a capire che in Alvin c’è qualcosa di diverso.

A Case of Conscience

Autore: James BlishA Case of Conscience
Titolo italiano: Guerra al grande nulla
Genere: Science Fiction / Hard SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1958
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 200 ca.

Agli occhi dei terrestri, il pianeta Lithia sembra il Paradiso terrestre. E’ graziato da una vegetazione rigogliosa e da un clima mite, da un ecosistema in cui ogni specie vivente ha la sua nicchia ecologica e vive in armonia con tutte le altre, e da una civiltà di lucertoloidi antropomorfi che sembra godere di una moralità naturale e non conosce conflitti. L’esatto contrario della Terra, in cui l’umanità, nel terrore di un’apocalisse nucleare, si è rifugiata sottoterra, in enormi città-rifugio sotterranea, e ogni giorno diventa più nevrotica.
Una commissione di quattro scienziati è inviata su Lithia per decidere se aprire liberi contatti con la Terra: il fisico Cleaver, il geologo Agronski, il chimico Michelis e il biologo Ramon Ruiz-Sanchez. Ma Padre Ramon Ruiz non è solo un biologo; è anche un gesuita, e un dottore di teologia morale. E’ l’anno del Giubileo, e la Chiesa l’ha mandato su Lithia affinché risolva un caso di coscienza: se i lithiani abbiano un’anima, cioè se siano veri homines, accomunati ad Adamo nella caduta nel peccato, e quindi evangelizzabili. Ma in Ramon Ruiz si fa strada un terribile sospetto. Che dietro l’apparente perfezione di Lithia si nasconda il pericolo più grande che la Cristianità, e l’umanità tutta, abbiano mai affrontato.

Perché poteva essere una figata
Per lo stesso motivo per cui A Canticle for Leibowitz è una figata: il conflitto tra le ragioni della scienza e le ragioni della teologia, tra ragione e fede. Questo conflitto è realizzato alla perfezione nella figura del protagonista, Padre Ruiz-Sanchez, che riesce contemporaneamente ad essere un ottimo biologo (e a pensare da biologo) e un fervente cattolico. Ramon è un personaggio complesso, pieno di timori e contraddizioni, il che non è la norma nella fantascienza degli anni ’50.
C’è poi il mistero dell’apparente perfezione di Lithia, che tiene il lettore col fiato sospeso, e il fascino dell’ambientazione (per esempio, giganteschi alberi utilizzati come torri di trasmissione delle onde radio). E ancora, il raro connubio della tematica etico-religiosa, cuore del romanzo, e l’Hard SF. Blish infatti affronta nel libro tutta una serie di argomenti scientifici, come il modo in cui un pianeta con risorse naturali molto diverse da quelle della Terra abbia prodotto una civiltà diversa dalla nostra. In appendice al romanzo, troviamo pure un rapporto che fa una panoramica completa di Lithia, dalla distanza dal suo sole all’inclinazione dell’asse, dal movimento tettonico alla composizione del suolo, alle varie fasi della diffusione della vita sulla superficie del pianeta. Blish è uno che ne sa, e le discussioni tra gli scienziati suonano sempre competenti.

Gesuiti

Gesuiti: pronti a diffondere la buona novella in tutta la Galassia.

Perché invece è un FAIL
Due sono i problemi gravi del libro.
Primo, la quasi totale mancanza di azione. Blish è un professionista dell’infodump, nel senso che è capace di inanellarne anche tre o quattro uno dietro l’altro e che da soli probabilmente superano il 50% del testo dell’intero romanzo. Per il resto, i personaggi parlano, parlano, parlano, o riflettono, ma fanno poco. Azione nel romanzo ce ne sarebbe: ma per qualche strano motivo, Blish tende a tagliare queste parti, per poi farle riassumere nel capitolo successivo, con un dialogo, un pensiero del personaggio-pov o magari un bell’infodump. Una reticenza quasi da tragedia greca.
L’altro problema, è che A Case of Conscience tradisce fin troppo la sua natura di fix-up. Il romanzo infatti è l’espansione di una novella, che costituisce la prima metà del libro. La prima parte, interamente ambientata su Lithia e centrata sulla decisione che devono prendere i quattro scienziati, è anche la più interessante. La seconda invece – prevalentemente ambientata sulla Terra – è un disastro: il tema principale della storia viene sommerso da una marea di sottotrame, divagazioni, episodi isolati. A ciò si aggiunge una moltiplicazione dei pov (alcuni dei quali usa-e-getta), sviluppi banali, e la generale impressione che l’autore stesso non sappia più che pesci pigliare. La conclusione, che in sé sarebbe anche carina e si riallaccia finalmente alla trama principale, dopo quelle cento pagine di noia e schifo suona improvvisata, artificiosa e maldestra.
Tra le altre cose irritanti, i romani che dicono “che be’o” (sì, c’è una parte ambientata a Roma) e la tipa giapponese che si chiama ‘Liu Meid’. Inoltre il romanzo è invecchiato piuttosto male dal punto di vista della tecnologia futuristica – ma questo è un problema che affligge quasi tutta la Hard SF.

Io avrei fatto così!
Innanzitutto da aristotelico quale sono – cioè da amante dell’unità di tempo e di luogo – avrei svolto tutta la storia su Lithia. E’ l’ecosistema di Lithia il cuore della storia, nonché il centro dell’interesse del lettore. Eliminerei quindi tranquillamente tutta la seconda parte  ambientata sulla Terra (e quindi anche il banale personaggio di Egvertchi); l’unica eccezione potrebbe essere la convocazione di Ramon Ruiz a San Pietro, che è una bella scena. In quel caso, Ramon Ruiz potrebbe volare a Roma e poi tornare su Lithia.
Oltre a questo, più azione. Il che non significa sparatorie e inseguimenti, ma semplicemente mostrare il team di scienziati che esplora il pianeta e studia i lithiani, invece di farli stare chiusi in una stanza a discutere. Qualcosa di simile a Stations of the Tide di Swanwick, strutturato come una graduale esplorazione di Miranda da parte del protagonista che, episodio dopo episodio, penetra sempre più a fondo nella natura del pianeta. Si potrebbe quindi anticipare l’inizio del romanzo di qualche settimana (A Case of Conscience inizia durante il penultimo giorno di permanenza del team di scienziati).

Rettiliano

Lithiani e rettiliani: una somiglianza sospetta.

Quanto alla scelta dei pov, si potrebbe raccontare tutto dal punto di vista di Ramon Ruiz, oppure alternarlo con l’altro personaggio interessante del gruppo, l’agnostico Michelis. I vantaggi sarebbero due: poiché gli scienziati sono divisi in due squadre, ciascuno potrebbe fare le proprie esplorazioni e noi le vedremmo entrambe; inoltre vivremmo meglio il conflitto tra il punto di vista religioso e quello agnostico; e ancora, potremmo avere un pov che rimane sul pianeta anche quando Ramon Ruiz vola a Roma. Sull’altro lato, i vantaggi di usare un unico pov sono i soliti: maggiore facilità di immedesimazione e la possibilità di usare un timbro più forte (quello del personaggio-pov) come voce narrante. Quello della trasferta a Roma sarebbe poi un falso problema: Ramon Ruiz potrebbe tenersi aggiornato con Michelis via radio o via messaggi, oppure si potrebbe proprio puntare sulla suspence di non sapere cosa sta succedendo su Lithia in quelle ore cruciali.
Terrei fermi due momenti del romanzo originale: la fine della prima parte – con la discussione dei quattro scienziati circa il destino di Lithia – e il finale. Quanto al finale (e qui seguirà uno spoiler in bianco, che consiglio di leggere solo a chi abbia già letto il romanzo o abbia deciso che non lo leggerà mai), due sarebbero i modi sensati di raggiungerlo: dopo il colloquio col Papa, Ramon Ruiz potrebbe decidere che la cosa migliore per “purificare” Lithia sarebbe appunto di lasciare che quel pazzo di Cleaver la faccia esplodere con tutto l’impianto, e magari potrebbe persino attivarsi per far sì che Cleaver vinca la partita; oppure potrebbe rimanere contrario, ma la sua assenza da Lithia potrebbe far precipitare gli eventi e far vincere il partito di Cleaver. Il risultato sarebbe identico, cioè una versione rivista e migliorata del finale originale.

Now Wait for Last Year

Autore: Philip K. Dick
Titolo italiano: Illusioni di potere
Genere: Science Fiction / Social SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1966
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 220 ca.

Il piemontese Gino Molinari, detto ‘la Talpa’, è il dittatore assoluto della Terra. Un tempo uomo forte e pragmatico, capace di infiammare il popolo dall’alto del suo pulpito, dieci anni di governo l’hanno ridotto a un individuo fiacco e ipocondriaco. Gli Starmen, alieni umanoidi signori di un vasto Impero Galattico, l’hanno costretto a imbarcare la Terra in un’interminabile guerra interstellare con i Reeg, un popolo di insettoni. E ora tutti lo odiano, e il suo fisico ne risente.
Per questo ha fatto convocare a palazzo Eric Sweetscent, chirurgo specializzato nel trapianto di organi artificiali. Per Eric, questa è l’occasione adatta per liberarsi della moglie Kathy, una donna nevrotica e violenta che passa il tempo a farlo sentire una merda e a rovinargli la vita. Ma così facendo, Eric finirà coinvolto negli intrighi della guerra galattica e della corte di Molinari, e scoprirà il singolare potere del dittatore di viaggiare tra realtà parallele e di collezionare copie di sé stesso. E quando il mercato terrestre comincerà ad essere invaso da una droga letale che oltre a creare dipendenza fa viaggiare nel tempo, Eric diventerà l’asso nella manica di Molinari per vincere la guerra…

Perché poteva essere una figata
Perché Gino Molinari e la sua dittatura baraccona sono divertentissimi. In qualità di suo medico personale, Eric può assistere a tutti gli aspetti della sua vita: i parenti che continuano a chiedergli soldi, cariche e favori personali assortiti; la camera dove Molinari tiene il cadavere dell’altro sé stesso; le riunioni umilianti col gelido Frenesky, primo ministro degli Starmen, che pretende dalla Terra un maggiore impegno bellico; le sofferenze di Molinari, affetto da una malattia psicosomatica per cui assume sul proprio corpo tutti i malanni delle persone che lo circondano.
E’ molto affascinante anche il tema del traffico di organi artificiali. Il mondo di Now Wait for Last Year è una gerontocrazia; i vecchi ricconi che possono permettersi i continui interventi, non muoiono mai (o molto, molto tardi). Virgil Ackerman, il superiore di Eric prima che questi passi al servizio di Molinari, è un arzillo centotrentenne a capo di un’enorme multinazionale. Ha talmente tanti soldi che si è comprato un appezzamento su Marte e ci ha costruito Wash-35, una ricostruzione maniacale della Washington della sua infanzia (cioè degli anni ’30).
Se Dick fosse riuscito a tenere più stretti i fili della gerontocrazia, della guerra galattica, e della vita pubblica e privata di Molinari, ne sarebbe nato un romanzo coerente (anche nei temi) e molto piacevole.

Mussolini

L'ispiratore di Gino Molinari.

Perché invece è un FAIL
Ma Now Wait for Last Year soffre gli stessi problemi di molti romanzi di Dick: troppe idee in gioco, troppe sotto-trame, troppa carne al fuoco, e una storia che procede più o meno a caso. Viaggi nel tempo, infiltrazioni di spie, clonazioni, sedute diplomatiche, crisi da overdose, cambi di casacca, il tutto condensato in poco più di 200 pagine – tutto questo sarebbe ingestibile anche per un genio. Alcuni passaggi sono demenziali oltre ogni immaginazione; come quando, viaggiando nel futuro, Eric si imbatte in un protoplasma alieno superintelligente che gli somministra consigli sul suo matrimonio (WTF?).
Nel finale, poi, la trama principale viene completamente abbandonata, e Dick si butta, ancora una volta, sul rapporto tra il protagonista e la moglie psicopatica. EPIC FAIL.

Io avrei fatto così!
Tagliare, tagliare, tagliare. Abbiamo detto che il punto forte del romanzo è la dittatura baraccona di Molinari; allora, via innanziutto le cose che non c’entrano, come la moglie e i problemi coniugali. Non che Dick non sia bravo a riprodurre rapporti di coppia disfunzionali, ma ci sono già fin troppi romanzi al mondo su drammi familiari, mogli abusive e frustrazioni assortite. Eric allora potrebbe essere un semplice scapolone insoddisfatto della propria vita, o desideroso di fare un salto di qualità. Il romanzo potrebbe allora aprirsi su Wash-35, con la proposta di Molinari di andare a palazzo; in questo modo avremmo un’introduzione di uno o due capitoli sul protagonista, il mercato del trapianto d’organi artificiali e una prima panoramica del dittatore; per poi arrivare al cuore del romanzo con il trasferimento a palazzo Molinari.
Eliminerei (o ridimensionerei molto) anche la JJ-180: una droga che contemporaneamente crea dipendenza, ti distrugge il fegato e ti fa viaggiare nel tempo o tra le dimensioni è decisamente troppo (e poi, non è molto intelligente dare ai propri nemici il vantaggio del viaggio nel tempo). Molinari avrebbe bisogno di un’altra fonte dei suoi poteri, ma non è un problema – si potrebbe dargli un potere esp, o una macchina sperimentale o che so io.

In generale, centrerei il romanzo sulla “vita di corte” sotto la dittatura di Molinari. In qualità di suo medico personale, Eric (che lascerei come unico personaggio-pov del romanzo) assisterebbe a ogni momento della giornata e della vita del dittatore, dalle pretese dei suoi parenti alle angherie di Frenesky. Diventando il suo braccio destro, potrebbe aiutarlo a viaggiare tra le dimensioni a raccogliere gli altri sé stessi; potrebbe anche fare da ambasciatore segreto presso i Reeg, così da non lasciare la trama bellica troppo sullo sfondo.
Now Wait for Last Year assumerebbe così i toni di una tragicommedia sulla vita sfigata del dittatore di un pianeta sfigato (nell’ottica della guerra tra gli imperi galattici dei Reeg e degli Starmen).

In conclusione
Vale la pena di leggere questi romanzi? Dipende.
Di regola no, soprattutto se avete poco tempo libero e vi interessa semplicemente leggere un buon libro. Hanno troppe falle.
Ma se ambite a scrivere anche voi narrativa fantastica, o se semplicemente vi interessa studiare la narrativa, allora dovreste provarne almeno uno. Dei tre, A Case of Conscience probabilmente è quello più coerente, e più interessante sul piano filosofico; Now Wait for Last Year quello più divertente da leggere; The City and the Stars, quello con l’ambientazione più suggestiva.
Verificate se ciò che ho detto è vero; se provate fastidio e delusione negli stessi punti in cui lo ho provato io; se vi sembra che effettivamente ci sia del potenziale sprecato; e se le mie correzioni li migliorerebbero, o se bisognerebbe riscriverli in un altro modo ancora. Un romanzo riuscito male può essere un caso di studio utile quanto un capolavoro.
E magari, chissà, qualcuno di voi proverà davvero a scrivere il remake uno di questi romanzi… No, non ci credo, questo non succederà mai ^-^ Ma almeno avrò gettato in voi il germe dell’ “io avrei fatto così!”.
E possa tassobarbasso rivoltarsi nella sua tomba.

Fanfiction yaoi

(1) Un’eccezione che mi viene in mente è la novella Palimpsest di Charles Stross, del 2009; l’autore stesso ha detto che si tratta in buona sostanza di una riscrittura dell’ottimo The End of Eternity di Asimov. Non mi esprimo sulla novella perché non l’ho letta. Da non confondersi con il romanzo omonimo di Catherynne Valente.Torna su

(2) Aneddoto divertente: The City and the Stars è già la riscrittura di un romanzo – Against the Fall of Night, opera d’esordio di Clarke. L’avrebbe riscritto perché insoddisfatto della versione originale. A quanto pare è recidivo.Torna su

Consigli del Lunedì #17: The Lathe of Heaven

La falce dei cieliAutore: Ursula K. LeGuin
Titolo italiano: La falce dei cieli
Genere: Science Fiction / Social SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1971
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 190 ca.

Difficoltà in inglese: **

To let understanding stop at what cannot be understood is a high attainment. Those who cannot do it will be destroyed on the lathe of heaven.
(Chuang Tzu — Book XXIII, paragraph 7) 1

In un mondo sovrappopolato, inquinato e sempre più povero di risorse, George Orr ha un dono unico al mondo. In condizioni particolari, quello che sogna diventa realtà. La realtà viene retroattivamente modificata secondo ciò che ha sognato, e nessuno a parte lui sembra ricordare il mondo precedente. Ma Orr è terrorizzato dal suo dono; non riesce a controllarlo, e non vuole cambiare la realtà. Per questo prende degli psicofarmaci per non dormire. Ma il governo lo becca a comprare più farmaci della quota consentita, e per “punizione” è costretto a sottoporsi a un Trattamento Terapeutico Volontario – vale a dire che deve farsi visitare da uno psichiatra.
E’ così che Orr incontra l’ambizioso dottor Haber. Haber, specialista di onirologia, ha inventato l’Augmentor, una macchina capace di ipnotizzare il paziente a un livello mai visto prima, registrando i suoi impulsi psichici e restituendoglieli. Attraverso l’uso della macchina, Haber si renderà conto, a poco a poco, dei poteri di Orr. Orr vorrebbe che lui lo guarisse e lo facesse diventare una persona normale. Ma con i suoi poteri, si potrebbe cambiare il mondo. Si potrebbe migliorarlo. Risolvere la sovrappopolazione, la povertà, le guerre… E Haber potrebbe essere il demiurgo del nuovo mondo.

The Lathe of Heaven è un caso più unico che raro nella produzione della LeGuin. I suoi lavori in genere hanno più a che fare con il fantasy o con l’etnografia immaginaria, che non con la fantascienza propriamente detta. The Lathe of Heaven invece, con il suo parlare di sogni che modificano la realtà, di mondi che si sovrappongono, e di individui borderline vicini all’esaurimento nervoso e infelici della propria vita, sembra uscito dalla penna di un Philip K. Dick o di un Michael Swanwick.
Mi sono già occupato di un libro della LeGuin in questa presentazione della raccolta Changing Planes; questa è la prima volta che parlo di un suo romanzo.

Bin Laden has a dream

Un collega di George Orr?

Uno sguardo approfondito
The Lathe of Heaven si distacca molto dagli altri romanzi della LeGuin anche per il modo in cui è strutturato. In genere, le sue opere adottano o un pov in prima persona dallo stile diaristico/cronachistico, o un bel pov onnisciente che segue un piccolo gruppo di personaggi sempre mantenendo le distanza. Corollario di questa scelta, una prosa molto raccontata e dai ritmi geologici, e personaggi dalla complessità psicologica paragonabile a quella di criceti morti.
Al contrario, in The Lathe of Heaven la telecamera è sempre ben salda nella testa di uno dei personaggi pov. Il risultato è una prosa più coinvolgente sul piano emotivo – perché il lettore si sente più vicino al personaggio – e più mostrata. Il lettore può percepire con Orr il suo disagio psichico, la fatica di non dormire, il freddo delle superfici di metallo e la costrizione fisica dell’essere attaccati all’Augmentor. Inoltre, ogni capitolo ha il suo pov – non ci sono mai salti inconsulti. Certo, la LeGuin non padroneggia sempre benissimo il mezzo – e alcune scene, come l’incipit mezzo-onirico-e-mezzo-no, sono confuse e difficili da visualizzare. Ma il risultato finale è molto buono.

I due personaggi-pov principali sono Orr e il dottor Haber. Scelta molto felice, perché uno fa da contrappunto all’altro: da una parte il paziente, individuo fragile ma dal forte senso morale, che vorrebbe solo trovare qualcuno di cui fidarsi perché lo aiutasse a guarire dal suo “dono”; dall’altra il medico, un uomo cinico e autoritario, abituato a comandare gli altri, che vorrebbe cambiare il mondo ma manca della minima capacità empatica nei confronti dei suoi simili.
Alcune sedute sono raccontate dal punto di vista di Orr, altre dal punto di vista di Haber. Questa giustapposizione permette di vedere il rapporto medico-paziente sotto due luci diverse, e di apprezzare le diversità caratteriali dei due personaggi. Le parti col pov di Haber infatti sono scritte in modo diverso rispetto alle parti col pov di Orr. Inoltre, usando due pov la LeGuin può dirci cose su Haber che non avrebbe potuto fare limitandosi al pov del protagonista. Haber infatti è un uomo freddo e controllato, che combatte lunghe diatribe interiori ma non lascia trasparire nulla all’esterno: mostrarcelo dall’interno è l’unico modo per non ridurlo allo stereotipo dello scienziato spietato.

Freud

Il modello ispiratore del Dottor Haber.

Meno felice la scelta di introdurre un terzo pov, nella persona dell’avvocatessa Heather LeLache. Intendiamoci, Heather è un’ottimo personaggio, caratterizzato (e mostrato) benissimo: una nera brusca e aggressiva, la cui presenza è sempre preannunciata dal clangore della quantità di monili e accessori che si porta dietro. Anche lei, con la sua violenza esteriore, fa da ottimo contrappunto della personalità di Orr. Nel corso della storia assumerà un ruolo centrale, e anche la sua evoluzione (o dovrei dire le sue evoluzioni? ^-^) è ben resa.
Ciò che lamento è che le sia stato assegnato un terzo pov. Tutti i capitoli filtrati da lei (che comunque non sono molti) potevano essere ugualmente raccontati col pov di Orr; inoltre, a differenza di Haber, Heather è un tipo di personaggio che si può capire e apprezzare anche senza entrargli nella testa. E io sono dell’idea che quando si può risparmiare un pov, è meglio farlo. Oltretutto, nei primi capitoli il lettore si appassiona per gradi alle psicologie di Orr e Haber – dover entrare nella testa di un terzo personaggio, invece di limitarsi ai due protagonisti, è traumatico all’inizio, e fastidioso poi.

Inoltre, per quanto Heather possa essere un personaggio importante, il suo rimane un ruolo subordinato. I protagonisti sono solo loro due, il medico e il paziente; e l’intero romanzo può essere visto come una grande partita a scacchi tra l’uno e l’altro.
Da una parte Haber, che gioca contemporaneamente su due tavoli: convincere Orr che non ha nessun potere, che la sua è solo un’illusione paranoica e che solo la terapia potrà aiutarlo; e assicurargli che, anche se i suoi poteri fossero reali, sarebbe uno spreco non utilizzarli, e Haber potrebbe metterli a frutto per il bene dell’intera umanità. Dall’altra parte, Orr tenta di trovare le forze per dire “no” allo psichiatra, per controbattere alle sue argomentazioni e farlo cadere in contraddizione; mentre, al di fuori della terapia, cerca di trovare strumenti e alleati per combattere l’abuso di potere di Haber.

Matto di Legal

Orr non comincia molto bene.

The Lathe of Heaven è uno di quei romanzi che si fa fatica a mettere giù. Il ritmo, senza essere indiavolato, è molto rapido. Succedono molte cose, ma soprattutto al lettore sono sempre dati nuovi elementi, nuovi pezzetti di trama con cui gingillarsi. Le LeGuin riesce infatti ad inserire, mentre sviluppa la trama principale, una serie di piccole sotto-trame o di avvenimenti minori (come la preoccupazione per la guerra in Medio Oriente, il vulcano inattivo del Monte Hood, o la storia dei genitori di Heather) che apparentemente aggiungono solo “colore” all’ambientazione, ma andando avanti si rivelano decisivi per la storia principale. Una composizione a incastro davvero notevole per una che ha scritto aborti come Rocannon’s World o roba al limite del leggibile come The Left Hand of Darkness!
E poi, naturalmente, c’è l’amo dei “mondi alternativi”. Più di ogni altra cosa, a spingere il lettore a continuare a leggere, c’è la curiosità di scoprire come sarà la prossima sovrascrittura di realtà, come si realizzerà il prossimo sogno. Ogni trasformazione è su scala più ampia di quello precedente, in un’escalation sempre più esagerata. Non voglio svelare di più per non rovinarvi la sorpresa – dico solo che una delle trasformazioni coinvolgerà buffi alieni tartarugoidi. Inoltre queste trasformazioni vanno a stimolare una certa vena sadica che c’è in tutti noi; i sogni vividi di Orr sembrano infatti seguire il principio del “desiderio che si realizza, ma sempre nel modo più cinico e letterale possibile”.

Non che la storia sia priva di pecche. Anzi. The Lathe of Heaven soffre della sindrome “Non so dove andare a parare”, e infatti il finale è molto debole e rabberciato. Non c’è una vera risoluzione dialettica tra Orr e Haber, chi abbia ragione tra i due viene deciso in modo un po’ arbitrario.
Se questo impedisce al romanzo di diventare un vero capolavoro, non toglie che sia comunque un ottimo romanzo, piacevole e intelligente. Non mancano gli spunti di discussione: il problema della sovrappopolazione e di come risolverlo, la filosofia utilitarista di cui Haber si fa portavoce (“la maggior felicità possibile al maggior numero di persone possibile”), la legittimità di modificare a piacere la realtà per il bene degli altri senza prima aver interpellato “gli altri”, e così via 2.
Per farla breve, il miglior romanzo della LeGuin e un bel romanzo in generale – scritto bene oltre che bello nella sostanza. Probabilmente piacerà più ai fan di Dick, Miller e gli altri Grandi della SF Sociale che non agli aficionados della cara Ursula, ma pazienza.

Monte Hood, Oregon

Il Monte Hood sullo sfondo della città di Portland, Oregon. Inquietante.

Due parole finali sulla LeGuin
Chiudo con una nota dissonante.
Questa è con ogni probabilità l’ultima volta che mi occuperò della LeGuin sul blog. Ho ancora intenzione di leggere Four Ways to Forgiveness e The Telling – i due libri che chiudono il Ciclo Hainita – ma non mi aspetto troppo. La verità è che, a parte pochi libri illuminati, come quello di oggi, la LeGuin è una scrittrice mediocre, nella prosa ma anche nella sostanza; di certo, è molto lontana dall’essere quella Maestra del fantasy e della fantascienza che una combo di ignoranza e scarsità di alternative ha portato a considerarla in Italia 3.
Ci sono decine di scrittori migliori di lei, che hanno scritto libri più belli dei suoi su argomenti simili ai suoi. Mi spiace ma è così.

Dove si trova?
Ultimamente i siti online tipo library.nu vanno e vengono (tempi duri), per cui eviterò di distribuire link che tra una settimana saranno inutilizzabili. Comunque mIRC gode sempre di ottima salute.
In italiano, La falce nei cieli si trova senza sforzo su Emule. E’ uno di quei libri che forse si trova ancora anche in libreria, nell’edizione della Nord.

Qualche estratto
Ho scelto due estratti piuttosto lunghi, ma densi. Sono entrambi tratti dal secondo capitolo, durante la prima delle sedute di Orr. Il punto di vista è di Haber: nel primo estratto abbiamo un assaggio della sua psiche mentre ascolta quelli che gli sembrano i vaneggiamenti di uno psicotico; nel secondo, abbiamo una prima dimostrazione dei poteri di Orr, e di come Haber (come tutti) sia portato istintivamente a negarne la realtà.
Di passaggio, notate la bruttezza della traduzione. Mentre studia Orr, Haber lo definisce mentalmente “poor bastard”. La traduzione in italiano lo trasforma in “tapinello”. Ma si può?

1.
“You know that you need sleep. Just as you need food, water, and air. But did you realize that sleep’s not enough, that your body insists just as strongly upon having its allotment of dreaming sleep? If deprived systematically of dreams, your brain will do some very odd things to you. It will make you irritable, hungry, unable to concentrate — does this sound familiar? It wasn’t just the Dexedrine!— liable to daydreams, uneven as to reaction times, forgetful, irresponsible, and prone to paranoid fantasies. And finally it will force you to dream — no matter what. No drug we have will keep you from dreaming, unless it kills you. For instance, extreme alcoholism can lead to a condition called central pontine myelinolysis, which is fatal; its cause is a lesion in the lower brain resulting from lack of dreaming. Not from lack of sleep! From lack of the very specific state that occurs during sleep, the dreaming state, REM sleep, the d-state. Now you’re no alcoholic, and not dead, and so I know that whatever you’ve taken to suppress your dreams, it’s worked only partially. Therefore, (a) you’re in poor shape physically from partial dream deprivation, and (b) you’ve been trying to go up a blind alley. Now. What started you up the blind alley? A fear of dreams, of bad dreams, I take it, or what you consider to be bad dreams. Can you tell me anything about these dreams?”
Orr hesitated.
Haber opened his mouth and shut it again. So often he knew what his patients were going to say, and could say it for them better than they could say it for themselves. But it was their taking the step that counted. He could not take it for them. And after all, this
talking was a mere preliminary, a vestigial rite from the palmy days of analysis; its only function was to help him decide how he should help the patient, whether positive or negative conditioning was indicated, what he should do.
“I don’t have nightmares more than most people, I think,” Orr was saying, looking down at his hands. “Nothing special. I’m . . . afraid of dreaming.”
“Of dreaming bad dreams.”
“Any dreams.”
“I see. Have you any notion how that fear got started? Or what it is you’re afraid of, wish to avoid?”
As Orr did not reply at once, but sat looking down at his hands, square, reddish hands lying too still on his knee, Haber prompted just a little. “Is it the irrationality, the lawlessness, sometimes the immorality of dreams, is it something like that that makes
you uncomfortable?”
“Yes, in a way. But for a specific reason. You see, here… here I…”
Here’s the crux, the lock, though Haber, also watching those tense hands. Poor bastard. He has wet dreams, and a guilt complex about ‘em. Boyhood enuresis, compulsive mother—
“Here’s where you stop believing me.”
The little fellow was sicker than he looked. “A man who deals with dreams both awake and sleeping isn’t too concerned with belief and disbelief, Mr. Orr. They’re not categories I use much. They don’t apply. So ignore that, and go on. I’m interested.”
Did that sound patronizing? He looked at Orr to see if the statement had been taken amiss, and met, for one instant, the man’s eyes.
[…] “Well,” Orr said, speaking with some determination, “I have had dreams that… that affected the… non-dream world. The real world.”
“We all have, Mr. Orr.” Orr stared. The perfect straight man. “The effect of the dreams of the just prewaking d-state on the general emotional level of the psyche can be —”
But the straight man interrupted him. “No, I don’t mean that.” And stuttering a little, “What I mean is, I dreamed something, and it came true.”
“That isn’t hard to believe, Mr. Orr. I’m quite serious in saying that. It’s only since the rise of scientific thought that anybody much has been inclined even to question such a statement, much less disbelieve it. Prophetic—”
“Not prophetic dreams. I can’t foresee anything. I simply change things.” The hands were clenched tight. No wonder the Med School bigwigs had sent this one here. They always sent the nuts they couldn’t crack to Haber.

— Lei sa benissimo di avere bisogno del sonno. Esattamente come per il cibo, l’acqua e l’aria. Ma non capisce che il sonno non è sufficiente, che il suo organismo le richiede, altrettanto vigorosamente, la sua razione di sogni? Se lo priva sistematicamente dei sogni, il suo cervello comincia a giocarle degli strani tiri. La rende irritabile, inquieto, incapace di concentrazione… il quadro le è familiare, no? Non era affatto colpa della dexedrina! … incline a fantasticare ad occhi aperti, scombussolato nelle reazioni, pro-penso alle dimenticanze, irresponsabile e suscettibile di deliri a sfondo paranoide. E alla fine la costringe a sognare: sognare una cosa qualsiasi. Nessuno dei farmaci da noi conosciuti le impedirà mai di sognare, a meno di ucciderla. Per esempio, l’alcolismo acuto può portare a una condizione chiamata mielinolisi pontina centrale, che è mortale; è causata da una lesione dei centri cerebrali inferiori in seguito a mancanza di sogni. Mancanza di sogni, non di sonno! Mancanza di quello stato fisiologico specifico che si verifica durante il sonno: stadio onirico, sonno REM, stato-d. Ora, visto che lei non è dedito all’alcool, e che non è neppure morto, posso af-fermare che le medicine da lei prese per eliminare i sogni hanno funziona-to soltanto parzialmente. Di conseguenza, (a), la sua condizione fisica si è deteriorata a causa di una privazione parziale di sogni, e (b) lei si è incamminato in un vicolo cieco. Dunque. Che cosa l’ha spinta nel vicolo cieco? La paura dei sogni: dei brutti sogni, direi, o di ciò che lei considera brutti sogni. Può dirmi qualcosa a proposito di questi sogni?
Orr esitò.
Haber aprì le labbra e poi le richiuse. Quasi sempre sapeva perfettamente cosa gli stavano per dire i pazienti, e ogni volta era sicuro che avrebbe potuto dirlo meglio di loro. Ma dovevano essere i pazienti a fare quel pas-so: questa era la cosa più importante. Non poteva farlo lui al posto loro. Inoltre, in fin dei conti, questo tipo di conversazioni erano un puro preliminare, gli ultimi rudimenti di un rito che risaliva ai giorni gloriosi dell’analisi psicologica; ormai la loro unica funzione era quella di aiutarlo a decidere come curare il paziente, il tipo di condizionamento meglio indicato, positivo o negativo, le cose da fare, non da dire.
— I miei incubi non superano quelli delle persone normali, credo — stava dicendo Orr, a capo chino e fissandosi le mani. — Niente di speciale. Solo che… ho paura di fare dei sogni.
— Di fare dei brutti sogni.
— Brutti o belli non conta: tutti.
— Capisco. E ha un’idea di come sia nata la sua paura? O di ciò che lei teme, vorrebbe evitare?
Poiché Orr non rispondeva subito, ma continuava a fissarsi le mani (mani corte e rosate, posate con eccessiva immobilità sulle ginocchia), Haber lo aiutò con la minima delle spintarelle: — È l’irrazionalità, il disordine, forse l’immoralità del sogno… è qualcosa di questo genere a turbarla?
— Be’, in un certo senso, sì. Ma per un motivo molto particolare. Vede, io… ecco…
Ecco la croce, la barriera, pensò Haber, che al pari del paziente fissava quelle mani irrigidite. Il tapinello. Bagna il letto, e conseguente complesso di colpa. Enuresi infantile, madre autoritaria…
— Ecco, so già che non mi crederà…
Il tapino era più grave di quanto non apparisse.
— Signor Orr, chi si occupa professionalmente di sogni, siano essi associati al sonno o nello stato di veglia, non si cura di credere e non credere. Si tratta di due categorie mentali di cui mi servo ben poco. Non sono pertinenti al nostro problema. Perciò trascuri pure questo aspetto, e continui, la prego. Mi interessa. — Che questa frase suonasse un po’ troppo paternalistica? Gettò uno sguardo a Orr per sincerarsi che non avesse malinteso le sue parole, e così incontrò per un istante i suoi occhi.
[…] — Bene — riprese Orr, parlando in tono più deciso, — ho fatto dei so-gni che… che hanno avuto un effetto sul… mondo esterno al sogno. Sulla realtà.
— Tutti ne facciamo, signor Orr.
Orr lo fissò a bocca aperta. Il perfetto esempio della rettitudine.
— I sogni che facciamo nello stadio che precede di poco il risveglio e-sercitano sul livello affettivo generale della psiche un effetto suscettibile delle più…
Ma l’esempio di rettitudine lo interruppe. — No, non intendo riferirmi a questo. — E, balbettando leggermente: — Voglio dire che ho sognato una cosa, e che poi è diventata vera.
— Non provo difficoltà a crederle, signor Orr. E lo dico seriamente. È soltanto dalla nascita del pensiero scientifico in poi, che la gente ha cominciato a dubitare di affermazioni come questa, o a rifiutarle. I sogni profetici…
— Non si tratta di sogni profetici. Io non riesco a prevedere nulla. Io, semplicemente, cambio le cose. — Aveva serrato strettamente i pugni. Niente di strano che i sapientoni della Clinica Universitaria gli avessero mandato questo tizio. A Haber mandavano sempre gli ossi duri.

2.
At 5:11 Haber pressed the black OFF button on the Augmentor. At 5:12, noticing the deep jags and spindles of s-sleep reappearing, he leaned over the patient and said his name clearly thrice.
Orr sighed, moved his arm in a wide, loose gesture, opened his eyes, and wakened. Haber detached the electrodes from his scalp in a few deft motions. “Feel O.K.?” he asked, genial and assured.
“Fine.”
“And you dreamed. That much I can tell you. Can you tell me the dream?”
“A horse,” Orr said huskily, still bewildered by sleep. He sat up. “It was about a horse. That one,” and he waved his hand toward the picture-window-size mural that decorated Haber’s office, a photograph of the great racing stallion Tammany Hall at play in a grassy paddock.
“What did you dream about it?” Haber said, pleased. He had not been sure hypnosuggestion would work on dream content in a first hypnosis.
“It was… I was walking in this field, and it was off in the distance for a while. Then it came galloping at me, and after a while I realized it was going to run me down. I wasn’t scared at all, though. I figured perhaps I could catch its bridle, or swing up and ride it. I knew that actually it couldn’t hurt me because it was the horse in your picture, not a real one. It was all a sort of game… Dr. Haber, does anything about that picture strike you as … as unusual?”
“Well, some people find it overdramatic for a shrink’s office, a bit overwhelming. A lifesize sex symbol right opposite the couch!” He laughed.
“Was it there an hour ago? I mean, wasn’t that a view of Mount Hood, when I came in — before I dreamed about the horse?”
Oh Christ it had been Mount Hood the man was right
It had not been Mount Hood it could not have been Mount Hood it was a horse it was a horse
It had been a mountain
A horse it was a horse it was—
He was staring at George Orr, staring blankly at him, several seconds must have passed since Orr’s question, he must not be caught out, he must inspire confidence, he knew the answers. “George, do you remember the picture there as being a photograph of Mount Hood?”
“Yes,” Orr said in his rather sad but unshaken way. “I do. It was. Snow on it.”
“Mhm,” Haber nooded judicially, pondering. The awful chill at the pit of his chest had passed.
“You don’t?”
The man’s eyes, so elusive in color yet clear and direct in gaze: they were the eyes of a psychotic.
“No, I’m afraid I don’t. It’s Tammany Hall, the triple-winner back in ’89. I miss the races, it’s a shame the way the lower species get crowded out by our food problems. Of course a horse is the perfect anachronism, but I like the picture; it has vigor, strength—total
self-realization in animal terms. It’s a sort of ideal of what a psychiatrist strives to achieve in human psychological terms, a symbol. It’s the source of my suggestion of your dream content, of course, I happened to be looking at it…”
Haber glanced sidelong at the mural. Of course it was the horse.

Alle 5 e 11, Haber schiacciò il grosso pulsante nero che recava la scritta SPENTO, sul quadro dei comandi dell’Aumentore. Alle 5 e 12, vedendo riapparire i fusi e le alte punte del sonno-s, si piegò sul paziente e pronunciò con chiarezza il suo nome, tre volte.
Orr sospirò, allargò il braccio in un gesto largo e incontrollato, spalancò gli occhi e si destò. Haber gli staccò la cuffia dal cuoio capelluto con pochi, abili gesti. — Si sente bene? — chiese, in tono amichevole e sicuro di sé.
— Sì.
— E inoltre ha sognato. Ma questo è tutto ciò che posso dirle. Può raccontarmi il sogno?
— Un cavallo — si affrettò a dire Orr, ancora stordito per la brusca uscita dal sonno. Si rizzò a sedere. — Un sogno che riguardava un cavallo. Quel cavallo lì — e indicò la riproduzione fotografica murale, grossa come tutta la parete, che decorava l’ufficio di Haber: la fotografia del famoso stallone Tammanny Hall, lanciato al galoppo in una radura erbosa.
— E cosa faceva, il cavallo, nel sogno? — chiese Haber, compiaciuto. Non si era aspettato che l’ipnosuggestione riuscisse a influenzare così chiaramente il contenuto del sogno, dato che si trattava del primo rapporto ipnotico con quel paziente.
— Il cavallo… no, io; attraversavo il prato, e all’inizio il cavallo era lontano da me, lo vedevo nella distanza. Poi si è precipitato al galoppo nella mia direzione, e io a un certo punto ho capito che mi avrebbe travolto. Tuttavia non avevo paura. Probabilmente pensavo di riuscire ad afferrare la briglia, o di potergli salire in groppa e cavalcarlo. Sapevo che in realtà non avrebbe potuto farmi del male, perché era il cavallo della fotografia, e non un cavallo vero. Era una specie di gioco… Dottor Haber, mi scusi, ma non le sembra che quella fotografia abbia qualcosa di… strano?
— Be’, qualcuno la giudica un po’ eccessiva per l’ufficio di uno psicologo, un po’ opprimente. Un simbolo sessuale, formato naturale, proprio di fronte al divano! — E rise.
— C’era già, un’ora fa? Voglio dire, non c’era forse il panorama di Monte Hood, quando io sono entrato… prima che sognassi il cavallo?
Oh Cristo era davvero Monte Hood il tizio aveva ragione
Non era Monte Hood non poteva essere Monte Hood era un cavallo era un cavallo
Era una montagna
Era un cavallo era un cavallo era un cavallo…

Fissava George Orr a occhi sbarrati, stupefatto, e dovevano essere passati vari secondi dalla domanda; non poteva farsi sorprendere così, doveva ispirare fiducia, e sapeva come rispondere.
— George, a quanto le dice la sua memoria, la fotografia della parete era il panorama di Monte Hood?
— Sì — fece Orr, col suo tono triste, ma risoluto. — Certo. Era Monte Hood. Con la neve.
— Mmmm — annuì con imparzialità, meditabondo. Il terribile brivido di gelo che aveva provato alla bocca dello stomaco era passato.
— Perché, lei ricorda qualcosa di diverso?
Gli occhi di quell’uomo, dal colore così indefinibile, eppure così chiari e diretti nel guardare: erano gli occhi di uno psicotico.
— No, mi spiace dirlo, ma la risposta è no. È Tammanny Hall, il vincitore dei tre Premi nell’ottantanove. Sento la mancanza delle corse, è una vergogna che per i nostri problemi alimentari abbiano dovuto eliminare le specie inferiori. Naturalmente, un cavallo è un clamoroso anacronismo, ma la fotografia mi piace; ha vigore, forza… la totale realizzazione della propria personalità sotto forma di un animale. È una specie di ideale di ciò che lo psichiatra vuole ottenere, in termini psicologici umani; un simbolo. Ad esso mi sono ispirato nel suggerirle il contenuto del sogno: ovviamente, mi era caduto l’occhio sulla fotografia… —
Haber lanciò un’occhiata di traverso alla riproduzione. Certo, che era un cavallo.

Tabella riassuntiva

Un’escalation di realtà alternative sempre più esagerate! Finale alla cazzo di cane.
Una partita a scacchi tra uno psichiatra megalomane e il suo paziente. Heather non doveva essere un personaggio-pov.
Ottima caratterizzazione dei personaggi.
La LeGuin ha imparato a mostrare e a gestire i pov!

(1) In realtà, sembrerebbe che la citazione – inserita in calce al Capitolo 3 del romanzo – sia sbagliata. All’epoca di Chuang Tsu, infatti, la Cina non conosceva il tornio. Ecco cos’ha detto la stessa LeGuin anni dopo la pubblicazione:

…it’s a terrible mistranslation apparently, I didn’t know that at the time. There were no lathes in China at the time that that was said. Joseph Needham wrote me and said “It’s a lovely translation, but it’s wrong.”

LOL.Torna su

Chuang Tsu

Chuang Tsu. Contrariamente all’opinione comune, non conosceva i torni.

(2) Sarò sincero: a parte certi eccessi, mi trovo molto più solidale col punto di vista dello spietato Haber piuttosto che con quel pavido lassista di Orr.Torna su
(3) In realtà anche nei paesi anglosassoni è considerata come un pezzo importante della storia della narrativa fantastica, soprattutto in relazione a Earthsea.
Non voglio discutere sul valore storico dei romanzi fantasy della LeGuin, potrebbe anche darsi che sia così; ma oramai, sono decisamente superati. Più anche della Dying Earth di Jack Vance (che comunque è ben lungi dall’essere immune da critiche).Torna su

I Consigli del Lunedì #16: Childhood’s End

Le guide del tramontoAutore: Arthur C. Clarke
Titolo italiano: Le guide del tramonto
Genere: Science-Fantasy / Apocalyptic SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1953
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 220 ca.

Difficoltà in inglese: **

Un bel giorno, verso la fine del XX secolo, dal cielo piomba una flotta di gigantesche navicelle aliene. Le astronavi si piazzano sopra ognuna delle principali città terrestri, e lì restano, sospese e immobili, come monito. Ma non c’è da avere paura. Attraverso la voce di Karellen, Supervisore per la Terra, i Superni (Overlords) dichiarano di essere venuti per impedire che gli esseri umani si distruggano con le proprie mani, e per traghettarli verso una nuova era di pace globale e prosperità.
La superiorità dei Superni è talmente evidente che l’opposizione è inesistente. I governi terrestri mantengono un’autonomia limitata, ma tutte le questioni di reale importanza vengono decise dagli alieni. Tuttavia i Superni non si mischiano con gli esseri umani; al contrario, rimangono chiusi nelle astronavi e rifiutano di farsi vedere. L’umanità non è ancora pronta, dice Karellen – dovranno passare cinquant’anni dal loro arrivo, prima che si risolvano a mostrare il loro aspetto. Solo un uomo è autorizzato a parlare con i Superni e a comunicare le loro decisioni ai governi terrestri: Rikki Stormgren, segretario finlandese delle Nazioni Unite. Ma neanche a lui è permesso di vedere in faccia gli invasori; Karellen gli parla solo attraverso un microfono in una stanza oscurata della sua astronave.
Cosa nascondono i Superni, e quali sono i loro progetti per la Terra? Quel che è certo, è che il destino politico e biologico dell’umanità sembra destinato a cambiare per sempre…

Arthur C. Clarke, uno dei Big Three della fantascienza della Golden Age, è noto soprattutto per i suoi romanzi di Hard SF – le sue vaste competenze di matematica, fisica e ingegneria gli permettevano infatti di speculare sulle modalità del viaggio spaziale, della fondazione di colonie nel Sistema Solare e della terraformazione di pianeti e satelliti, e sulla società del futuro.
Ma questo Childhood’s End, che secondo il parere mio e di molti altri fan è il migliore in assoluto di Clarke, ha ben poco di hard. La tecnologia degli Overlord, e il mondo che portano con sé, appartengono a quel grado di scienza che, secondo la legge formulata dallo stesso Clarke, diventa indistinguibile dalla magia. L’intero romanzo è una speculazione puramente fantastica sul nostro mondo dopo un’invasione “benevola” di una civiltà infinitamente superiore, e sul destino sociale e genetico del genere umano.
Da Olaf Stapledon (che considerava suo maestro spirituale) e dai suoi Last and First Men (di cui ho parlato qui) e Star Maker, Clarke riprende l’idea di raccontare una storia dell’umanità più che quella di pochi individui – anche se sceglie di farlo attraverso le storie di alcuni personaggi. Similmente a A Canticle for Leibowitz, il romanzo è diviso in tre parti che corrispondono a tre diversi periodi cronologici (anche se l’intervallo tra una parte e l’altra è di solo mezzo secolo anziché 500 anni). Ogni parte ha i suoi personaggi, anche se alcuni ricorrono in più di una parte; e in ogni caso Clarke è pronto ad abbandonarli appena non gli servono più. Qui l’unico protagonista è il genere umano.

Indipendence Day

Ecco, immaginatevi una cosa del genere. Solo che poi gli alieni non sparano un megaraggio della morte sopra Los Angeles.

Uno sguardo approfondito
Lasciatemi subito chiarire una cosa, così poi non ci pensiamo più: Clarke è un cane della scrittura. La sua è una delle prose peggiori che potrete mai trovare tra i “grandi” della fantascienza, e forse persino la Troisi scrive meglio. La storia è raccontata con una “bella” terza persona onnisciente, che a seconda delle circostanze si avvicina o si allontana dal personaggio pov del momento. Nelle scene con la maggior concentrazione di personaggi pov (per esempio all’inizio della seconda parte), la telecamera è anche capace di saltare dall’uno all’altro nello spazio di poche righe.
Il lettore è bombardato per tutto il romanzo da battaglioni di infodump, che quando va bene vengono filtrati dal pensiero del personaggio pov, quando va male ti vengono schiaffati addosso direttamente dal Narratore. Interi periodi della storia sono raccontati in modo statico e riassuntivo, come se Clarke volesse preparare il setting della prossima scena saliente ma fosse troppo pigro per farlo in modo immersivo. Completano il quadro un uso indiscriminato di aggettivi e avverbi.

I personaggi sono poco più che burattini nelle mani dell’autore, la cui funzione si esaurisce nel mostrare da un’ottica “a misura d’uomo” le progressive trasformazioni della nostra civiltà. E fin qui, non ci sarebbe nulla di male. I problemi cominciano quando Clarke tenta di dare a questi manichini una falsa patina di profondità, facendo incursioni nella loro testa o soffermandosi su dei momenti drammatici. Ma poiché le loro tribolazioni ci sono “raccontate” dall’autore anziché mostrate con gesti concreti, e poiché la loro generale piattezza impedisce al lettore di mettersi più che tanto nei loro panni, è difficile provare della vera empatia. Ad alcuni dei protagonisti succederanno delle cose veramente brutte, ma l’impatto emotivo è smorzato dalla pochezza della prosa di Clarke. Bisogna scegliere: o si decide che è un romanzo scientifico, e allora i personaggi sono semplici “veicoli” della speculazione e stanno ai margini della trama; o si decide di approfondire il mondo interiore dei personaggi, ma allora si abbandona il pov onnisciente, si impara a mostrare lo stato emotivo delle persone e si studia meglio la psiche umana!1
Alcuni dei protagonisti di Childhood’s End fanno parziale eccezione. Il segretario Rikki Stormgren, per esempio, combattuto tra la sincera ammirazione e fiducia verso il Sovrintendente alieno, e la sua lealtà alla propria razza, privata della propria indipendenza. Il bisogno un po’ infantile di scoprire, almeno lui, il vero aspetto degli alieni, diventerà l’obiettivo più importante della sua vita, e il lettore lo segue con simpatia e partecipazione nella sua quest. Oppure Jan Rodricks, astrofisico nero insoddisfatto della fine del progresso e della stagnazione che gli alieni hanno portato sulla Terra, che sogna di imbarcarsi clandestinamente su una delle astronavi per conoscere il pianeta d’origine degli Overlord. O lo stesso Karellen – personaggio titanico, come ogni alieno superevoluto che si rispetti, insondabile nelle sue motivazioni, e con una sfumatura di ironia triste nella voce che ti fa chiedere cosa nasconda.

Spaventapasseri

Un essere umano, nell’immaginario di Clarke.

Fa il paio con i personaggi deboli la divisione del romanzo in più periodi storici. Il lettore abituato alle storie a intreccio – magari sul tipo delle interminabili Cronache di Martin – potrebbe fare fatica ad andare avanti nella lettura, con un tale ricambio di personaggi e situazioni. In parte il problema è caratteristico di questo tipo di romanzo, e non può essere evitato. In parte è colpa di Clarke, che nel tessuto della storia principale apre troppe sotto-trame, alcune delle quali non riesce neanche a chiudere (o non in modo convincente). Per esempio la storia della colonia di Nuova Atene, potenzialmente molto interessante, è messa in piedi in modo raccogliticcio (con la tipica descrizione statica del Narratore che va avanti per pagine e pagine), e conclusa in modo sbrigativo quando il focus del romanzo si sposta da un’altra parte.
Un tipo diverso di lettore, però, potrebbe rimanere affascinato proprio per l’abbondanza di spunti e avvenimenti. I colpi di scena, la risposta a vecchie domande e la proposizione di nuove domande si succede a un ritmo rapido, tanto che mi sono rifiutato di svelare più delle prime pagine del romanzo per timore di farvi degli spoileroni. Succede un sacco di roba, e su ordini di grandezza sempre più alti.

Soprattutto, Childhood’s End è un romanzo che trasuda sense of wonder da tutti i pori – e non quello pervasivo ma modesto di molti romanzi di New Weird o Bizarro Fiction, ma proprio quello che – per usare le parole di Gamberetta – ti fa dire WOW! in lettere maiuscole. Prendendo le mosse da un’invasione aliena, Clarke ci parla di evoluzione, di poteri esp, di teologia, della struttura stessa del cosmo, del destino ultimo della razza umana. Ci parla di un universo in cui le forze in gioco sono talmente grandi, che un misero uomo non può fare nient’altro che stare a guardare.
Fin troppo, forse. Alcuni passaggi, specialmente verso la fine, sanno un po’ troppo di deus-ex-machina, un po’ troppo di “eh, gli insondabili misteri dell’Universo!”. E a volte potrebbe sembrare che Clarke si abbandoni a una crudeltà gratuita – anche se io ho apprezzato molto la sua mancanza di buonismo; del resto la natura non è ‘buona’, al cosmo non gliene frega niente del benessere degli esseri umani. E alcune risposte agli enigmi disseminati da Clarke non sono convincenti: per esempio, la spiegazione del perché gli esseri umani siano terrorizzati dall’immagine del diavolo con le corna e la coda a punta è un po’ tortuosa. Ma sono dettagli.

It was ALIENS

Childhood’s End è un romanzo pieno di tutti i difetti tipici della scrittura clueless di Clarke; ma è anche uno dei libri che mi ha più colpito negli ultimi anni. A differenza di molta fantascienza invecchiata male, questo romanzo ha il potere di lasciarti basito anche a settant’anni dalla pubblicazione. Leggetelo: è un ordine!

Dove si trova?
Purtroppo le ultime volte che ho controllato sia Bookfinder che Library Genesis erano down, perciò non ho potuto controllare se Childhood’s End si trova. Confermo però che è disponibile sul canale #ebooks di irchighway (mIRC).
In italiano, quasi tutti i romanzi di Clarke sono facilmente rintracciabili su Emule.

Su Clarke
Clarke è uno degli autori di fantascienza più famosi in assoluto, perciò con ogni probabilità conoscerete già (e magari avrete già letto) i suoi romanzi. Ma in Italia Clarke è stato sempre ripubblicato poco, ed è difficile trovare sue opere in libreria. Ecco perciò una breve carrellata delle sue opere più meritevoli:
Polvere di Luna A Fall of Moondust (Polvere di Luna), ambientato in un XXI secolo in cui la Luna è stata ampiamente colonizzata, racconta le vicende di una piccola navetta passeggeri, che durante una crociera sulla superficie del satellite, in seguito a un terremoto, “affonda” nella superficie del pianeta. La storia segue i tentativi dell’equipaggio e di un team di soccorso di recuperare la navetta, in una corsa contro il tempo. Una disaster story carina e scientificamente accurata, ma senza pretese.
2001: Odissea nello spazio  2001: A Space Odyssey (2001: Odissea nello spazio) lo conoscerete tutti. Rispetto al film, il libro, che Clarke ha scritto in contemporanea al lavoro di sceneggiatura con Kubrick, si prende più tempo per approfondire le vicende e in generale è molto più comprensibile. La parte ambientata nel paleolitico e l’ultima parte sono rese meglio nel libro, e il finale ha un senso. Comunque non è bello come Childhood’s End, benché i temi si assomiglino.
Rendezvous with Rama  Rendezvous with Rama (Incontro con Rama) è il romanzo BDO per eccellenza. Una grossa navicella spaziale di origine aliena entra nel Sistema Solare senza dichiarare le sue intenzioni; una squadra di militari e scienziati viene inviata ad esplorarla. Ma la navicella, ribattezzata ‘Rama’, si rivelerà un ecosistema artificiale completamente autosufficiente… Rama è il miglior libro di Clarke dopo Childhood’s End e, nonostante la solita pochezza della sua prosa e molte potenzialità sprecate, un piccolo capolavoro dell’Hard SF. Se non l’avete già fatto, leggetelo.
The Fountains of Paradise  The Fountains of Paradise (Le fontane del paradiso) segue la storia del dottor Vannevar Morgan, talentuoso ingegnere che sogna di costruire il primo ascensore spaziale – una piattaforma che possa salire dalla cima di una montagna dello Sri Lanka fino ad un satellite in orbita geostazionaria a 36000 km d’altezza. Il romanzo seguirà tutte le fasi del progetto, tra ostilità dei nativi, mancanza di fondi, incidenti e cambi di rotta, intrecciando la trama principale con flashback sul periodo leggendario dell’isola. Romanzo pieno di idee affascinanti, benché il ritmo sia piano e la suspence spesso ai minimi termini.
Tra i romanzi minori di Clarke, consigliati solo ai fan sfegatati, aggiungo i mediocri The Sands of Mars (Le sabbie di Marte), Imperial Earth (Terra imperiale) e Songs of the Distant Earth (Voci di Terra lontana). Un caso di romanzo promettente ma miseramente fallito è invece The City and the Stars (La città e le stelle) che in futuro mi piacerebbe includere in un articolo sui romanzi abortiti.

Chi devo ringraziare?
Tanto per cambiare, ho saputo dell’esistenza di questo libro grazie all’articolo su Il senso del meraviglioso di Gamberi Fantasy, benché ovviamente conoscessi già Clarke di fama. Gamberetta l’ha definito “come The End of Evangelion, solo che ha un senso”, il che è abbastanza vero.

Qualche estratto
Ho scelto due estratti dal primo capitolo della prima parte; ho preferito non spingermi molto oltre nel libro, per non rovinare qualche colpo di scena. Il primo estratto è un’infodumpata sgraziata ma affascinante sulle modalità dell’invasione degli Overlord; il secondo mostra il modo in cui il segretario Stormgren si mette in contatto con il Supervisore Karellen.

1.
It was, of course, only a very small operation from their point of view, but to Earth it was the biggest thing that had ever happened. There had been no warning when the great ships came pouring out of the unknown depths of space. Countless times this day had been described in fiction, but no one had really believed that it would ever come. Now it had dawned at last; the gleaming, silent shapes hanging over every land were the symbol of a science Man could not hope to match for centuries. For six days they had floated motionless above his cities, giving no hint that they knew of his existence. But none was needed; not by chance alone could those mighty ships have come to rest so precisely over New York, London, Paris, Moscow, Rome, Cape Town, Tokyo, Canberra…
Even before the ending of those heart-freezing days, some men had guessed the truth. This was not a first tentative contact by a race which knew nothing of Man. Within those silent, unmoving ships, master psychologists were studying humanity’s reactions. When the curve of tension had reached its peak, they would act.
And on the sixth day, Karellen, Supervisor for Earth, made himself known to the world in a broadcast that blanketed every radio frequency. He spoke in English so perfect that the controversy it began was to rage across the Atlantic for a generation. But the context of the speech was more staggering even than its delivery. By any standards, it was a work of superlative genius, showing a complete and absolute mastery of human affairs. There could be no doubt that its scholarship and virtuosity, its tantalizing glimpses of knowledge still untapped, were deliberately designed to convince mankind that it was in the presence of overwhelming intellectual power. When Karellen had finished, the nations of Earth knew that their days of precarious sovereignty had ended. Local, internal governments would still retain their powers, but in the wider field of international affairs the supreme decisions had passed from human hands. Argument — protests — all were futile.
It was hardly to be expected that all the nations of the world would submit tamely to such a limitation of their powers. Yet active resistance presented baffling difficulties, for the destruction of the Overlord’s ships, even if it could be achieved, would annihilate the cities beneath them. Nevertheless, one major power had made the attempt. Perhaps those responsible hoped to kill two birds with one atomic missile, for their target was floating above the capital of an adjoining and unfriendly nation.
As the great ship’s image had expanded on the television screen in the secret control room, the little group of officers and technicians must have been torn by many emotions. […] The screen became suddenly blank as the missile destroyed itself on impact, and the picture switched immediately to an airborne camera many miles away. In the fraction of a second that had elapsed, the fireball should already have formed and should be filling the sky with its solar flame.
Yet nothing whatsoever had happened. The great ship floated unharmed, bathed in the raw sunlight at the edge of space. Not only had the bomb failed to touch it, but no one could ever decide what had happened to the missile. Moreover, Karellen took no action against those responsible, nor even indicated that he had known of the attack. He ignored them contemptuously, leaving them to worry over a vengeance that never came. It was a more effective, and more demoralizing, treatment than any punitive action could have been. The government responsible collapsed in mutual recrimination a few weeks later.

Dal loro punto di vista, si era trattato di una missione trascurabile, ma per i terrestri era l’evento più importante che li avesse mai colpiti. Non c’erano state avvisaglie quando le grandi astronavi avevano cominciato a scendere dalle sconosciute profondità
dello spazio. Innumerevoli volte quel momento era stato descritto nelle opere di fantascienza, ma nessuno aveva mai creduto che un giorno potesse succedere veramente.
Ma quel giorno era venuto: le lucenti sagome che ondeggiavano silenziose sopra ogni nazione erano il simbolo di un progresso scientifico che l’uomo non avrebbe raggiunto per chissà quanti secoli. Per sei giorni erano rimaste sospese nella più assoluta immobilità sulle metropoli della Terra, senza fare niente, quasi ne ignorassero l’esistenza. Ma non c’era bisogno che dimostrassero di
sapere cosa c’era sotto di loro. Non poteva essere per caso che quelle astronavi si fossero fermate sopra New York, Londra, Parigi,
Mosca, Roma, Città del Capo, Tokyo, Canberra…
Anche prima che giungessero quei giorni di panico, qualcuno aveva intuito la verità. Quello non era che un primo tentativo di contatto da parte di una razza che ignorava tutto dell’uomo. Dentro le silenziose astronavi immobili, studiosi di psicologia stavano
certamente esaminando le reazioni dei terrestri. E, quando la tensione sarebbe arrivata all’apice, allora avrebbero agito.
Il sesto giorno, Karellen, Supercontrollore per la Terra, si fece conoscere agli uomini in una trasmissione radio che bloccò tutte
le radiofrequenze. Parlò in inglese perfetto, scatenando discussioni che infuriarono oltre l’Atlantico per una generazione intera. Ma il
significato del discorso fu più sbalorditivo della lingua usata per pronunciarlo. Fu indubbiamente il discorso di un genio che dimostrò
di conoscere alla perfezione le questioni terrestri. Nessun dubbio che la virtuosità di quel discorso, gli accenni a conquiste scientifiche ancora lontane per l’uomo erano destinati a convincere il genere umano che si trovava di fronte a forze intellettuali infinitamente superiori, Quando Karellen ebbe finito, ogni nazione seppe che i suoi giorni di precaria sovranità erano finiti. I governi
locali avrebbero conservato il potere, ma nel campo più vasto degli affari internazionali non sarebbero più stati gli uomini a decidere. Polemiche, proteste, fu tutto inutile.
Naturalmente non ci si poteva aspettare che tutte le nazioni avrebbero accettato con passiva rassegnazione un tale limite ai loro
poteri. Ma la ribellione aperta si rivelò irta di difficoltà, perché la distruzione delle astronavi dei Superni, ammesso che l’impresa
fosse possibile, avrebbe comportato la distruzione delle città sotto di esse.
Tuttavia, una delle grandi potenze aveva tentato. Forse quella nazione aveva sperato di prendere due piccioni… con un missile atomico, dato che il bersaglio era l’astronave sopra la capitale di una nazione confinante e ostile.
Nel momento in cui l’immagine della grande astronave si dilatava sullo schermo televisivo della segreta sala d’operazioni, i militari e i tecnici presenti dovevano essere stati travolti dalle loro stesse emozioni. […]
Di colpo, nell’attimo in cui il missile si disintegrava all’impatto, l’immagine sparì dallo schermo e immediatamente passò ad una telecamera aerea lontana chilometri e chilometri. In quella frazione di secondo, la sfera di fuoco formatasi in seguito all’esplosione
avrebbe dovuto riempire il cielo con la sua incandescenza.
Invece non era successo niente. L’astronave si librava illesa, illuminata dal sole ai limiti dello spazio visibile. Non solo non era stata colpita, ma nessuno avrebbe saputo dire cosa fosse successo al missile.
Karellen non prese nessun provvedimento contro i responsabili dell’attacco, e si sarebbe detto perfino che non se ne fosse accorto.
Ignorò sdegnosamente il fatto lasciando i responsabili a tormentarsi nell’attesa di una rappresaglia che non venne mai. Un atteggiamento
più efficace e più demoralizzante di qualsiasi azione punitiva. Poche settimane dopo, il governo responsabile entrò in crisi per le accuse reciproche dei suoi membri.

Reddito e alieni

Gli alieni pagheranno per questo.

2.
Karellen never kept him waiting for long. There was a sudden “Oh!” from the crowd, and a silver bubble expanded with breath-taking speed in the sky above. A gust of air tore at Stormgren’s clothes as the tiny ship came to rest fifty meters away, floating delicately a few centimeters above the ground, as if it feared contamination with Earth. As he walked slowly forward, Stormgren saw that familiar puckering of the seamless metallic hull, and in a moment the opening that had so baffled the world’s best scientists appeared before him. He stepped through it into the ship’s single, softly-lit room. The entrance sealed itself as if it had never been, shutting out all sound and sight.
It opened again five minutes later. There had been no sensation of movement, but Stormgren knew that he was now fifty kilometers above the earth, deep in the heart of Karellen’s ship. He was in the world of the Overlords; all around him, they were going about their mysterious business. He had come nearer to them than had any other man; yet he knew no more of their physical nature than did any of the millions on the world below.
The little conference room at the end of the short connecting corridor was unfurnished, apart from the single chair and the table beneath the vision screen. As was intended, it told absolutely nothing of the creatures who had built it. The vision screen was empty now, as it had always been. Sometimes in his dreams Stormgren had imagined that it had suddenly flashed into life, revealing the secret that tormented all the world. But the dream had never come true; behind the rectangle of darkness lay utter mystery. Yet there also lay power and wisdom — and, perhaps most of all, an immense and humorous affection for the little creatures crawling on the planet beneath.
From the hidden grille came that calm, never-hurried voice that Stormgren knew so well though the world had heard it only once in history. Its depth and resonance gave the single clue that existed to Karellen’s physical nature, for it left an overwhelming impression of sheer
size. Karellen was large — perhaps much larger than a man. It was true that some scientists, after analyzing the record of his only speech, had suggested that the voice was that of a machine. This was something that Stormgren could never believe.
“Yes, Rikki, I was listening to your little interview. […] The details of the World Federation have been out for a month now. Has there been a substantial increase in the seven percent who don’t approve of me, or the twelve percent who Don’t Know?”
“Not yet. But that’s of no importance: what
does worry me is a general feeling, even among your supporters, that it’s time this secrecy came to an end.”
Karellen’s sigh was technically perfect, yet somehow lacked conviction.
“That’s your feeling too, isn’t it?”
The question was so rhetorical that Stormgren did not bother to answer it.
“I wonder if you really appreciate,” he continued earnestly, “how difficult this state of affairs makes my job?”
“It doesn’t exactly help mine,” replied Karellen with some spirit. “I wish people would stop thinking of me as a dictator, and remember I’m only a civil servant trying to administer a colonial policy in whose shaping I had no hand.”

Karellen non lo faceva mai aspettare a lungo. Ci fu un’esclamazione improvvisa della folla, e una bolla argentea si dilatò nel cielo con velocità incredibile. Una raffica di vento investì Stormgren nell’istante in cui il piccolo veicolo spaziale si fermava a una
cinquantina di metri, restando sospeso a pochi centimetri dal suolo, quasi timoroso di un contatto con la Terra. Mentre camminava
lentamente verso la folla, Stormgren vide il familiare raggrinzarsi dello scafo metallico apparentemente senza connessure, e un attimo dopo l’apertura che aveva tanto stupito i più celebri scienziati del pianeta si rivelò. Lui entrò nell’unica sala scarsamente illuminata della piccola astronave. L’apertura si richiuse senza lasciare traccia, escludendo ogni suono e ogni vista dall’esterno.
Si riaprì cinque minuti più tardi. Non aveva avuto nessuna sensazione di movimento, ma Stormgren sapeva di essere a cinquanta chilometri sopra la Terra, profondamente incuneato nel cuore della nave cosmica di Karellen. Era tra i Superni: intorno a lui essi erano intenti alle loro misteriose faccende. Stormgren era spesso andato più vicino a loro di qualsiasi altro uomo, eppure come ogni altro terrestre ignorava tutto del loro aspetto fisico.
La saletta delle riunioni in fondo al breve passaggio era arredata unicamente con una sedia e un tavolino sotto il teleschermo e, secondo le intenzioni, non rivelava assolutamente nulla delle creature che l’avevano costruita. Lo schermo era vuoto e spento, come l’aveva sempre visto Stormgren. Talvolta in sogno, lui immaginava di vederlo accendersi improvvisamente, rivelando il segreto che assillava il mondo. Ma il sogno non si era mai avverato: dietro quel rettangolo di tenebra si annidava il mistero più impenetrabile. Ma vi si nascondeva anche potenza e saggezza, e soprattutto una infinita
tolleranza, una specie di divertito sentimento di affetto per le piccole creature che si affannavano sul pianeta Terra.
Dalla grata nascosta venne la voce calma, mai assillata dalla fretta, che Stormgren conosceva tanto bene e che il mondo aveva sentito una volta sola nella sua storia. La profondità e la risonanza di quella voce erano la sola indicazione sulla natura fisica di Karellen, e dava una chiara impressione delle sue dimensioni: Karellen doveva essere altissimo, più grande di un essere umano.
Alcuni scienziati, però, dopo avere analizzato la registrazione del suo discorso, avevano prospettato l’ipotesi che la voce fosse quella di una macchina, ma Stormgren non poteva crederci.
«Sì, Rikki, ho seguito il vostro breve colloquio. […] Da un mese ormai si conoscono i particolari sull’andamento della Federazione
Mondiale. C’è stato un sensibile aumento sulla vecchia percentuale del sette per cento dei miei oppositori, o sul dodici per cento
degli agnostici?»
«No, ma non è questo il punto più importante. Mi preoccupa, piuttosto, il sentimento generale, diffuso anche tra i vostri sostenitori, che è tempo di svelare il mistero di cui vi circondate.»
Il sospiro di Karellen fu tecnicamente perfetto, ma mancava di convinzione.
«Ed è anche il vostro sentimento, non è vero?»
La domanda era retorica, e Stormgren non si preoccupò di rispondere.
«Mi domando se vi rendete conto» continuò seriamente «di come questa situazione renda difficile il mio lavoro…»
«Credetemi, non facilita nemmeno il mio» rispose Karellen, con una certa vivacità.
«Vorrei che la gente la smettesse di considerarmi un dittatore e si ricordasse che sono soltanto un funzionario incaricato di seguire una politica coloniale nella cui elaborazione non ha messo mano.»

Tabella riassuntiva

L’apocalisse più tranquilla nella storia della fantascienza! Clarke scrive come un cane.
Ritmo rapido che accende sempre nuovi interrogativi. Personaggi subordinati a una storia più grande di loro.
Sense of wonder maiuscolo e a palate. Alcune trovate sanno un po’ troppo di deus-ex-machina.

(1) Questo difetto accompagnerà Clarke fino alla fine della sua carriera. E’ un particolarmente sentito in quei romanzi in cui le idee di fondo non sono abbastanza buone da mascherare la debolezza dei personaggi.
Spesso si cita The Songs of Distant Earth come esempio di un Clarke più attento alla psicologia dei personaggi. Sì, è vero che in quel romanzo Clarke si concentra molto sui rapporti sentimentali tra i protagonisti – peccato che il risultato sia osceno! Il risultato, infatti, è una specie di Dawson’s Creek sullo sfondo di navicelle spaziali e missioni planetarie, solo che gli sceneggiatori di Dawson’s Creek sono più bravi. Sembra che Clarke sia del tutto incapace di tratteggiare il mondo interiore di un essere umano in modo decente.Torna su

Dawson's Creek

“Presto, Dawson! Dobbiamo prendere la Magellano e andare a terraformare Sagan 2!!!”
“…eh?”

Bonus Track: Il Fascio sulle stelle, di Benito Mussolini

Il Fascio sulle stelleAutore: Massimo Mongai
Genere: Science Fiction / Metafiction / Ucronia / Pulp-trash
Tipo: Raccolta di racconti con cornice
Editore: Robin Edizioni / I libri colorati

Anno: 2005
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Pagine: 288

Alla fine della Prima Guerra Mondiale, Benito Mussolini, stanco degli ambienti socialisti italiani in cui militava, emigra negli Stati Uniti. Deve reinventare completamente la propria vita: fa il bracciante, il maniscalco, il cuoco; e, infine, diventa scrittore di fantascienza. Comincia così la sfolgorante carriera di Benny Mussolini, il galvanized yankee che non la manda a dire!
Una carriera che spazia dalla space opera giovanile degli anni ’20 e ’30 – come “I Cow Boys degli Asteroidi”, sulle avventure di un gruppo di cowboys spaziali incaricati di raccogliere i meteoriti vaganti per il cosmo allo scopo di estrarne minerali preziosi, o “Il Fascio sulle stelle”, sulla scoperta dei resti di una civiltà sorprendentemente simile a quella etrusca in un remoto angolo della galassia – alla sf militaresca del periodo della Seconda Guerra Mondiale – con “Credere, obbedire, combattere”, cronaca di una missione del corpo dei Legionari terrestri contro ottusi lucertoloni alieni che strizza forse l’occhio a Starship Troopers – fino ai racconti “impegnati” della New Wave – come “La Grande Madre”, in cui gli eccessi del femminismo hanno portato al ribaltamento dello status quo, e alla nascita di una società matriarcale in cui gli uomini non hanno diritto di voto e vengono regolarmente stuprati da poliziotte geneticamente modificate e supermuscolose; o “Quanti padri?”, sui mefistofelici piani di un cardinale omosessuale romano per rivoluzionare l’organizzazione della Chiesa mediante la clonazione.

Sulle pagine di questo blog abbiamo già parlato di The Iron Dream, romanzo di Spinrad in cui si immagina una realtà alternativa in cui Hitler non divenne il leader del Terzo Reich ma un onesto scrittore di fantascienza espatriato negli States. Il libro di Mongai è un omaggio esplicito a quell’idea, in cui si immagina un analogo destino per il nostrano Mussolini. Il libro è strutturato come un’edizione critica dei migliori racconti del Nostro, con una serie di introduzioni storiche e una chiusura scritta dallo stesso Benny. Ogni racconto è poi introdotto da un commento dell’autore e chiuso da un commento del curatore; infine, chiude la serie dei racconti un breve capitolo dedicato ai film tratti dai racconti di Mussolini.
In sostanza, il libro porta avanti tre argomenti: raccontarci l’altra vita di Benny, mostrarci i suoi racconti, e darci qualche dettaglio sul tipo di mondo nato dall’assenza di Mussolini e Hitler sui campi di battaglia e nelle arene politiche dell’Europa. Vediamo se c’è riuscito.

Mussolini

Uno sguardo approfondito
Come l’Hitler di Spinrad, anche il Mussolini di Mongai è uno scrittore atroce. Il repertorio della prosa da fantatrash è completo: abbiamo narratore onnisciente che si intromette nella storia e la commenta (“In questi circoli clandestini, dicevo, l’episodio veniva definito come la ‘Grande e Geniale Idea. Questa è la storia per come abbiamo potuto ricostruirla”), pov ballerini, raccontato come se piovesse, cliché a manetta (nel racconto militaresco, l’orgoglio e la dignità dei Legionari terrestri contro la mancanza di disciplina degli alieni). A questo aggiungiamo una punteggiatura sconnessa e una sintassi da ragazzino delle medie 1.
I suoi personaggi sono delle macchiette ambulanti, uomini tagliati con l’accetta che si comportano e parlano in modo standardizzato come in un film di bassa lega. Non c’è sottigliezza o profondità nelle loro parole; più che dare corpo a propri pensieri, sembrano leggere un copione scritto da un dodicenne. E questo è vero non solo per i racconti degli anni ’20 – da cui in fondo non ci si aspetta niente di diverso – ma anche da quelli in stile New Wave: se da una parte i cowboy dello spazio sono la quintessenza del cameratismo eroico e ingenuo (gente che quando è pronto in tavola fa a “chi arriva primo” e per divertimento si stacca il tubo dell’ossigeno nello spazio, per dire) il Peter Varnelli protagonista di “Quanti padri?”, l’ultimo racconto della raccolta, sembra uscito direttamente da un pessimo hard-boiled.

Ma questo disastro stilistico si miscela alla perfezione con quella che è l'”anima” di Benny Mussolini. Le storie, soprattutto le prime, sono deliziosamente kitsch, come in La morte viene dall’oltrespazio, in cui i cowboys spaziali devono distruggere una palla di antimateria che minaccia di distruggere la Terra a suon di bombe H. In tutti o quasi i suoi racconti si respira questa freschezza, questa creatività ingenua e un po’ deficiente. Certo, la catarsi è impossibile, come è impossibile prenderlo sul serio; ma ci si diverte lo stesso. Per tutta la raccolta, si ha come l’impressione di stare al bar con un amico un po’ rozzo che ci racconta storie improbabili e un po’ cretine, ma avvincenti.
Ottima la scelta di scrivere una raccolta di racconti invece di un romanzo, perché in questo modo Mongai evita il problema della ripetitività e della noia che alla lunga sopraggiungono in The Iron Dream. I racconti stessi sono di una varietà estrema: si passa dalla storia distopica a quella su una IA che diventa autocosciente, da una storia sui trip da LSD a una sull’amnesia medica. Ce n’è uno in particolare, talmente geniale che con qualche rimaneggiamento potrebbe forse farsi passare anche come racconto “serio”: “Carnivori si nasce”. In un mondo dove la dieta vegetariana è diventata obbligatoria e il consumo della carne illegale, un giovane bibliotecario, vergine e ignorante dei fatti della vita, trarrà la propria educazione sentimentale dalla lettura contemporanea di libri di cucina e riviste porno scampate ai roghi. Con risultati demenziali.
Purtroppo, se l’estro grossolano di Benny pervade tutta la raccolta, i topoi di Mussolini e del fascismo si fanno sentire soprattutto nella prima metà dei racconti. Tra uomini perseguitati dalle ex ed esperimenti di clonazione, c’è poco di Mussolini nella maggior parte degli ultimi racconti – molti avrebbero potuto essere scritti da qualsiasi scrittore maschilista e un po’ incapace. E diversi spunti sono sottosfruttati: la fissazione per la simbologia romana e pre-romana è utilizzata in un solo racconto!

Cowboy

"Rispediamo quel figlio di un'antimateria da dove è venuto, mh?"

Se da questo punto di vista il libro di Mongai batte a mani basse quello di Spinrad, non si può dire la stessa cosa per quanto riguarda la cornice critica. Spinrad l’aveva alleggerita al massimo: un paio di pagine di introduzione e bibliografia, e 12-15 pagine di considerazioni critiche in coda al romanzo. L’effetto era più o meno: ehi, sapevi che Hitler ha scritto un romanzo di fantascienza! Bam: eccotelo! Al contrario, in Il Fascio sulle stelle bisogna arrivare a pagina 35 per trovare il primo racconto. La finta antologia è letteralmente sommersa di commenti; e, quel che è peggio, spesso le varie introduzioni non fanno che ripetere più volte le stesse cose (per esempio, Milleri deve farci sapere ogni due o tre pagine che l’altro Hitler era soprannominato l’Unno Pazzo). Ti viene da chiederti se hanno fatto un minimo di revisione o si son detti “buona la prima”.
The Iron Dream suggeriva l’esistenza di un mondo un po’ diverso dal nostro, ma lo faceva per accenni e allusioni. Mongai, invece, sente il bisogno di spiattellarci tutti i dettagli del suo Novecento ucronico attraverso le parole del curatore Milleri – tipico errore di chi si innamora troppo delle proprie ambientazioni. Il problema non è tanto l’infodump, quanto l’improbabilità della situazione: invece che parlare di Mussolini, il curatore si mette a fornire dettagli di un mondo che il lettore della sua antologia dovrebbe già conoscere. E’ come se Harlan Ellison, introducendo l’antologia Dangerous Vision (1967), si mettesse a informare i lettori della Guerra Fredda, dell’assassinio di Kennedy o del Vietnam.
Quanto all’ucronia in sé, alcune idee sono divertenti, come la spaccatura dell’Italia in due tronconi indipendenti (modello Corea) negli anni ’30, il sud in mano agli unionisti-nazionalisti di Balbo e De Bono, il nord in mano ai Soviet di Gramsci e Togliatti. Ma Mongai ricama un po’ troppo sull’effetto farfalla, e l’idea di una seconda metà del Novecento in pace completa e densa di belle prospettive solo perché Mussolini e Hitler non sono mai “diventati” Mussolini e Hitler, mi sembra davvero ingenua.

Ma ci sono anche delle note positive. I commenti di Benny all’inizio di ogni racconto sono carini, e sono l’unica cosa che terrei di tutta l’impalcatura critica oltre a un’unica introduzione di poche pagine e all’afterword finale. Bella anche l’idea di presentare, sotto il titolo italiano di ogni racconto, anche il titolo originale – e di riprendere l’antica tradizione italiana dei titoli originali cambiati a minchia in traduzione con altri decisamente più brutti (es. “The Man Who Ate a Woman”, che diventa “Carnivori si nasce”, o “Life Is a Dream”, che diventa l’osceno “L’incubo del sogno”).
Una delle finzioni del libro, infatti, è che tutti i racconti siano stati scritti originariamente in inglese, per cui la versione che leggiamo è una traduzione. Questo però porta a qualche incongruenza. Prendiamo la storia “Carnivori di nasce”. Il racconto gioca molto sul doppio significato di molte parole, che hanno sia valore alimentare che sessuale. Troviamo così “pisello”, “salame”, “fica”, eccetera. Il problema è che in inglese non esiste una tale ricchezza di termini con la doppia valenza cibo/organo sessuale, come in italiano; viene da chiedersi come diavolo dovesse essere il testo originale per arrivare a questa traduzione.

Pisello su forchetta

Un pisello.

Insomma, Il Fascio sulle stelle è un libro divertente. E’ divertente in quel modo semplice e un filo ritardato alla Boa VS Python, con in più la varietà delle situazioni e degli argomenti, e lo sfizio ucronico. Poteva essere fatto meglio, soprattutto la cornice; ma il risultato è comunque migliore di The Iron Dream.
C’è qualche speranza anche per la fantascienza italiana. Forse.

Dove si trova?
Non ho trovato una versione piratata del libro. Lo si può acquistare su Amazon.it a questa pagina; il prezzo di copertina sarebbe di 14 Euro, ma quando l’ho preso il prezzo era scontato a 11,90. Un po’ alto, ma trattandosi di un paperback ci va ancora bene…
Consiglierei agli editori di approntare al più presto un’edizione e-book con un prezzo compreso tra i 3 e i 5 Euro; farebbero un favore a loro e a Mongai. 3-4 Euro il libro li vale di sicuro; ma 12-14 Euro, onestamente, sta al portafoglio e al coraggio del singolo.

Chi devo ringraziare?
Dirò la verità, ho sempre seguito molto poco la fantascienza italiana (non del tutto a torto, credo). Ho sentito parlare per la prima volta di Mongai l’anno scorso, anche se non ricordo dove; uno dei primi articoli che abbia letto sui suoi lavori è questo di Zero, che dedica qualche riga a Memorie di un cuoco d’astronave.
Ma a parlarmi esplicitamente de Il Fascio sulle stelle è stato nientemeno che Dago, che l’ha nominato nei commenti al Consiglio su The Iron Dream. Sono contento: per la prima volta, una proposta fattami qui sul blog si è concretizzata in un articolo!

Boa VS Python

Una delle vette del cinema americano.

Qualche estratto
Ho scelto tre estratti; il primo è tratto dalla cornice a cura di Milleri, e condensa in un solo colpo i suoi pregi (molte idee carine) e i suoi difetti (infodump fuori luogo, periodi lunghissimi e contorti). Gli altri due sono tratti da due dei racconti più simpatici: “I Cow Boys degli Asteroidi” e “Carnivori si nasce”.

1.
Fra gli altri, Tolkien idolatrava Benito Mussolini. Ha più volte dichiarato che il personaggio di Sauron è ricalcato su quello di Dolfo de “Il Graal del Quarto Pianeta” (che fra l’altro sappiamo tutti essere ispirato all’Adolf Hitler del periodo in cui i due non si sopportavano; o meglio, in cui avevano definitivamente smesso di sopportarsi).
Isaac Asimov collezionava tutto ciò che Mussolini aveva scritto, Arthur Clarke non ha mai fatto mistero di essere un suo fan (nonostante Mussolini lo disprezzasse per le sue ben note intemperanze sessuali, e non diciamo di più).
D’altra parte parlare di Mussolini e del suo contributo alla fantascienza italiana sarebbe già di per sé cosa di gran senso, cosa di gran valore, per lo stimolo che dette nel secondo dopoguerra, quando alla fine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1938, tornò in Italia come ambasciatore segli aiuti delle comunità italiane negli Stati Uniti, per ricostruire il paese dopo i disastri della sfortunata, più che criminale, esperienza della guerra civile fra l’Unione Federale dei Soviet Italiani, guidati da Togliatti, e gli Unionisti Italiani di Balbo e del Regno del Sud.
Ma quanto più spettacolare ed importante è stato il suo contributo alla storia della SF americana!
Senza di lui e senza la sua opera innovativa non ci sarebbero Asimov e Clarke, non ci sarebbero Farmer e Van Vogt, non ci sarebbero nemmeno Strober e Marimmai, e loro sono i primi a dichiararlo.

2.
Erano le dodici, ora dell’asteroide-ranch, ed era ora che mangiassero, quegli allegri bricconi, disse fra sé Benny. E cominciò a battere il triangolo con vigore.
Il suono del triangolo risuonò nell’elmetto di Jack Olson, il capo-mandria, che a bordo del suo rocket-horse stava agganciando con il “lazo” magnetico l’ennesimo meteorite ferroso da aggregare alla “mandria” da portare verso Marte. Gli venne subito, come per un riflesso condizionato, l’acquolina in bocca. D’altra parte quel dannato mangiaspaghetti cucinava proprio bene. Un po’ unto, forse, ma bene.
– Hey, Bob! Lunch-time! – disse rivolto al suo pard sull’altro lato della mandria; poi indicando alcune meteoriti sparse nel campo magnetico di controllo, aggiunse:
– Li ancori tu quelli?
– Ok, Jack, ma solo perché stavolta tocca a me. E guai a te se quando arrivo le lasagne sono finite! […]
– Intanto preoccupati che gli ancoraggi magnetici tengano e che la rotta sia quella giusta, che se si sbrancano toccherà a te riagganciarlo ad uno ad uno. Yiippeeee!
E diresse il suo rocket-horse verso l’asteroide-ranch distante circa 200 chilometri, poco fuori del campo di asteroidi. Arrivò in pochi minuti mentre vedeva le scie degli altri space-cowboys dirigersi a loro volta verso il ranch.
Scesero tutti direttamente nell’hangar, da cui passarono nelle sale di decontaminazione, cominciando fin da lì a farsi i soliti scherzi pesanti e stupidi che solo gli space-cowboys sanno farsi: staccare il tubo dell’ossigeno mentre la compensazione non è stata ancora effettuata del tutto, chiudere la valvola della pressione ad uno ed i dotti idraulici ad un altro, insomma quegli scherzi pesanti e border-line che possono anche ammazzarti, ma che miracolosamente non ti ammazzano mai.

Astronauta morto

Ops...

3.
Tornò a casa turbato, ed in modo indescrivibile.
Non che libri e riviste gli avessero chiarito granché, pur avendogli, stranamente, aperto nuovi orizzonti. Cos’erano ad esempio quelle strane cose, le “salsicce”, c’era scritto? Strani budelli di colore rosato, pieni, gonfi, egli supponeva di “carne tritata”? Ma cos’era quel coso grosso che avevano fra le gambe quei signori lì, in quelle fotografie? Lui aveva un coso simile fra le gambe, ma non era così, era piccolo e morbidino, morbidino.
E cosa ci facevano quelle signore? Avevano fame? Ma… non erano le donne che allattavano? E i lattanti non dovevano essere più piccoli? E poi cosa erano quelle cose grosse grosse, rosse rosse, quelle fettone di materia rossastra o rosa o marrone più o meno scuro, con dell’insalata vicino? Cosa voleva dire la parola “bistecca”? E perché quel signore lì in quel fotoromanzo diceva a quella signora, “bisteccona mia”? E poi perché quei signori lì, se volevano essere allattati, mettevano invece la testa in mezzo alle gambe delle signore? E poi mica succhiavano, leccavano…
Cioè, era questa la dieta carnivora? In effetti uno dei signori diceva ad una delle signore: “Sì, sì, ti mangio tutta, ficona mia?”
Ma il fico non era un frutto? E cos’era un salame? Una volta sembrava una specie di “salsiccia”, un’altra proprio uno dei signori veniva chiamato salame, ed un’altra volta ancora veniva chiamato così uno di quei cosi grossi in mezzo alle gambe di uno di quei signori.
E cos’era poi un “porco”? Quelle signore dicevano a quei signori: “Sì, sì fai il porco”, oppure: “Sì, sì, sono la tua porca”. Ma cosa voleva dire? E una “braciola di porco” cos’era? Una specie di costola di uno di quei signori? C’entrava qualcosa la costola d’Adamo di cui gli avevano parlato a scuola di religione?
Era molto confuso.

Tabella riassuntiva

Mussolini scrittore di fantascienza! Il potenziale “mussoliniano” è sottosfruttato.
Le storie di Benny sono divertenti in modo cretino. Scritto male apposta.
Dalla space opera al racconto di guerra alla sf sociale. Cornice critica troppo invadente e ripetitiva.

(1) I racconti di Benny dovrebbero essere scritti male “apposta”, ma a volte viene qualche dubbio. Infatti ho trovato periodi dalla sintassi demenziale e un discutibile uso delle virgole anche in alcuni pezzi del finto curatore Misseri. Non ho letto altri libri di Mongai, quindi non posso fare un confronto, come ho fatto con Spinrad. Il dubbio quindi c’è – ma non sono sicuro di voler scoprire la verità…Torna su