Bonus Track: Pavane, o Come non scrivere un’ucronia

PavaneAutore: Keith Roberts
Titolo italiano: –
Genere: Ucronia / Slipstream / Mainstream
Tipo: Raccolta di racconti intrecciati

Anno: 1968
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 290 ca.

Difficoltà in inglese: ***

On a warm July evening of the year 1588, in the royal palace of Greenwich, London, a woman lay dying, an assassin’s bullets lodged in abdomen and chest. Her face was lined, her teeth blackened, and death lent her no dignity: but her last breath started echoes that ran out to shake a hemisphere. For the Faery Queen, Elizabeth the First, paramount ruler of England, was no more…

In un momento cruciale della storia d’Europa, la regina Elisabetta I viene assassinata. In preda alla guerra civile, l’Inghilterra viene conquistata dall’Invincibile Armada di Filippo II di Spagna; in Francia, le guerre di religione terminano con il trionfo della Lega Cristiana e l’ascesa al trono del Casato dei Guisa; in Germania, la rinnovata forza del Papato e dei suoi alleati spezza le ossa delle città-stato tedesche e pone fine al Protestantesimo. Alla fine del secolo, il Cattolicesimo è tornata ad essere l’unica religione d’Europa, e il braccio di ferro del Papato si estende su tutto il mondo occidentale.
Sotto l’occhio severo della Chiesa, il progresso tecnico-scientifico stenta ad affermarsi. Siamo nel 1968, ma l’Inghilterra è ancora un paese rurale punteggiato di castelli e signorotti feudali; ogni nuova tecnologia viene limitata o bollata come eretica dai veti papali. In un Wessex in cui convivono feudalesimo e timide apparizioni di modernità, si intrecciano sei storie: quella di un piccolo macchinista-imprenditore e della sua locomotiva a vapore; quella di un giovane che vuole entrare nella potente Corporazione dei Segnalatori; quella di un prete-stampatore che impazzisce dopo aver assistito alle pratiche dell’Inquisizione; quella di una donna del popolo con l’opportunità di sposarsi col potente signore di Corfe; quella di una ragazzina e dei suoi rapporti con una nave venuta dall’altra parte della Manica; e quella della strenua resistenza di una nobildonna all’autorità del Papa. Intanto, sullo sfondo di queste storie, si muove il popolo degli Antichi, esseri a metà tra mito e realtà che venerano i dimenticati dèi pagani e sembrano dotati di poteri sovrannaturali.

Assieme a The Man in the High Castle di Philip K. Dick, e a Bring the Jubilee di Ward Moore, Pavane è considerato uno dei classici della prima generazione del sottogenere ucronico. La premessa è semplice: cosa sarebbe successo se il Protestantesimo fosse stato soffocato sul nascere e il Papato avesse mantenuto sull’Europa la stessa autorità che aveva nel Basso Medioevo?
E così come nel romanzo di Dick, Roberts decide di mostrare questa divergenza storica attraverso spaccati di vita di gente comune. Dopo la breve premessa a volo d’uccello, Pavane si snoda in sei racconti intrecciati. I racconti sono autoconclusivi, ma alcuni personaggi – come la famiglia di macchinisti-mercanti Strange – e tratti dell’ambientazione riappaiono da una storia all’altra, sicché esse vanno a comporre un unico grande arazzo sulla condizione dell’Inghilterra in questo Novecento alternativo e retrogrado.

Ma come avrete notato, l’articolo di oggi non è un Consiglio. Ci ho pensato per qualche tempo; ho deciso in questo modo perché Pavane – nonostante sia spesso elogiato come “one of the finest alternative histories ever written” – non raggiunge gli standard di qualità minimi per diventare Consigli del Lunedì. Ciononostante, si tratta di un romanzo curioso; e le discussioni avute con Dago e altri utenti sulle ucronie mi hanno convinto che valeva la pena spenderci qualche riga. Soprattutto, vorrei sottolineare dove e perché Pavane ha sbagliato e ha fallito come ucronia.
In coda allo “Sguardo approfondito”, infatti, seguirà una breve riflessione sull’argomento ispiratami dalla discussione con Dago.


Pavana in fa diesis, Op.50, di Gabriel Fauré (1887). Ascoltatela in sottofondo mentre leggete la recensione!

Uno sguardo approfondito
Ciò che mi lascia perplesso di Pavane, tanto per cominciare, è la capacità stilistica dell’autore.
Quando vuole, Roberts è in grado di mostrare una scena in modo efficace. The Signaller, il secondo racconto (nonché il migliore della raccolta), si apre su un ragazzo sdraiato nella neve, immerso in una pozza di sangue. Il ragazzo si riprende, tenta di rimettersi in piedi, di trovare un riparo prima di finire congelato; la telecamera, molto vicina, ci fa percepire il dolore di ogni movimento, la fatica e la difficoltà di sollevarsi, fermare la fuoriuscita del sangue, eccetera.
La capacità di Roberts di mostrare dà il meglio di sé nelle descrizioni delle macchine. Così, nel primo racconto, viene descritto con dettaglio il modo in cui il macchinista Jesse Strange tira fuori la sua locomotiva Lady Margaret dal deposito per l’ultimo viaggio, ci attacca gli altri vagoni, la mette in moto, la guida per la campagna. E del resto, le macchine di Pavane – strano miscuglio di antico e moderno – sono il motivo di maggior fascino del libro, dalle locomotive che viaggiano senza binari ai torni per la stampa gelosamente custoditi nelle abbazie. Su tutte le invenzioni di Roberts trionfano i “semafori”, enormi pali da cui si distaccano due braccia che, mossi all’interno da degli addetti, possono comunicare un’infinità varietà di segnali ad altri semafori collocati a miglia di distanza (un esempio di semaforo lo vedete nella copertina). In un mondo in cui persino il telegrafo è in odore di eresia, i semafori sono il principale mezzo di comunicazione a distanza, e la Corporazione dei Segnalatori – che si tramandano di generazione in generazione il codice dei semafori – è potente e rispettata.

Ma i pregi si fermano qui, perché per la maggior parte del tempo Roberts preferisce (per ragioni incomprensibili) abbandonarsi a un insipido raccontato. La maggior parte dei dialoghi tra i personaggi sono riportati in discorso indiretto, come se l’autore non li ritenesse abbastanza interessanti da riportarli. Molte parti del racconto, anziché essere mostrate attraverso una serie di scene, sono riassunte succintamente.
Decisioni che appaiono particolarmente incoerenti, visto che Roberts non manca quando gli gira di dedicare anche due o tre pagine consecutive alla descrizione della campagna del Wessex.

Telegrafo

Uno strumento chiaramente eretico.

Del resto, l’indifferenza di Roberts ad alternare mostrato e raccontato è una diretta conseguenza della sua disgraziata gestione del pov. Pavane infatti utilizza un bel narratore onnisciente che si avvicina e allontana a suo piacimento dai protagonisti delle storie. Generalmente la telecamera si tiene ancorata al protagonista del racconto, ma il narratore si riserva sempre la possibilità di saltare su un altro personaggio pov o persino di sollevarsi a un’impersonale visuale a volo d’uccello.
Nei racconti più concitati – come Brother John o Corfe Gate – il narratore è anche capace di saltare di pov in pov ogni poche pagine, e nelle scene di massa ricorre spesso alla letale combo narratore onnisciente + riassunto raccontato. Di conseguenza, anche scene teoricamente coinvolgenti come l’assedio di un castello – episodio chiave di uno dei racconti – si trasformano in una monotona esposizione di avvenimenti di cui non ce ne potrebbe fregare di meno.
E le cose non vanno molto meglio nei racconti con pochi personaggi. Nel primo racconto, il pov rimane ancorato tutto il tempo sul protagonista, Jesse Strange; finché, proprio nella scena culminante della storia, il narratore salta per un paio di capoversi su un altro personaggio! E senza neanche dichiararlo in modo evidente: il soggetto rimane “he”, solo che dopo un po’ il lettore capisce che non è lo stesso “he” del capoverso precedente! Mi sono dovuto rileggere il passaggio due o tre volte per capire cosa stesse succedendo. Risultato: ritmo spezzato proprio nel momento più importante, distacco dal racconto, frustrazione. Bella mossa Roberts.

In ogni caso, anche quando la telecamera è vicina, il narratore mantiene sempre una distanza minima rispetto al suo personaggio-pov. E’ impossibile immedesimarsi davvero nei protagonisti di Pavane, perché ogni loro azione ci arriva filtrata dal punto di vista del narratore. Non sentiamo cosa provano i personaggi; invece, vediamo i personaggi muoversi mentre l’autore ci spiega cosa provano. Poiché inoltre i protagonisti cambiano da un racconto all’altro, l’empatia non scatta nemmeno per abitudine. E in un libro il cui argomento è gli effetti che il mondo alternativo provoca sulle persone, impedire l’immedesimazione nei personaggi è un EPIC FAIL.
Il risultato, neanche a dirlo, è che Pavane ha un ritmo lento, a volte lentissimo. Una distesa di noia punteggiata da pochi momenti concitati. La scusa ufficiale è che l’autore voleva replicare, nell’andamento dei suoi racconti, la struttura della pavana – una danza rinascimentale dal ritmo lento e rigido, e dalla melodia malinconica. Allo stesso modo, i sei racconti del libro – che infatti sono chiamati Measures, “misura” o “movimento” – vorrebbero essere i sei movimenti di una composizione lenta, carica di malinconia e struggimento.
Be’, che scusa del cazzo. Un consiglio: qualunque sia lo scopo che vogliate raggiungere, cercate di non annoiare il lettore. Se il lettore proverà noia e indifferenza, difficilmente gli rimarrà spazio nell’anima per malinconia e struggimento. E per essere malinconici, dobbiamo prima di tutto essere emotivamente coinvolti dalla storia!

Pavana

Guardate attentamente questi ballerini di pavana. Non vi sentite già più malinconici?

E come se tutto questo non bastasse, Roberts si lascia pure andare ad eccessi di retorica e di mistica metafisica per gonzi. La Chiesa Cattolica, ovviamente, fa la parte del supercattivo – conservatrice, nemica del progresso, pronta a soffocare nel sangue ogni ribellione e ogni uomo in odore di eresia. Se nei capitoli che tengono la Chiesa ai margini (come i primi due) l’autore riesce a controllarsi, nel terzo capitolo compare nientemeno che l’Inquisizione (oh noes!), e via a pagine e pagine sulle torture, i roghi, l’efferatezza, il popolo che ha ormai in odio il tallone vaticano 1. Nei racconti Brother John e Corfe Gate troviamo pagine e pagine di prevedibile eroismo di impavidi uomini d’Inghilterra che combattono l’odiata Santa Romana Chiesa. Quel che è peggio, le cattiverie della Chiesa sono spesso raccontate e raramente mostrate, cosa che amplifica ulteriormente l’effetto retorico della critica sociale.
Contraltare del cattolicesimo cattivo, affiora nei racconti di Pavane la saggezza superiore, i poteri sovrannaturali e la bontà d’animo degli antichi spiriti pagani (chiamati alternativamente Fairies o Old Ones). Inizialmente gli Old Ones sono solo un elemento di disturbo che appare ai margini dello schermo; se il nodo del libro è l’ucronia, che diamine c’entrano i folletti pagani? Ma, mano a mano che si va avanti in Pavane, queste creature assumono una posizione di sempre maggior rilievo, fino a diventare una sorta di antitesi “buona” (nonché magica) del clero cattolico. Sicché le premesse di un’onesta e realistica ucronia vengono tradite. Inoltre è difficile visualizzare in modo chiaro questi spiriti, dato che le pagine che li coinvolgono sono sempre avvolte in una patina eterea/metaforica/allegorica che ti fa continuamente chiedere, “questa cosa che ha scritto l’autore la devo prendere alla lettera o in modo simbolico”? Addirittura un racconto, The White Boat, acquisterebbe un senso solo se letto in chiave allegorica (e infatti fa schifo)!

Il sospetto, è che Roberts debba fare ricorso a questa patina di retorica (raccontata) e di oscuro misticismo (qualcuno direbbe: poesia) per nascondere le pecche di un’ambientazione incongruente. I dubbi non mancano. Se è divertente vedere fianco a fianco locomotive e Corporazioni dei Mestieri, monaci stampatori di brochure pubblicitarie e piccoli eserciti feudali armati di moschetto, viene anche da chiedersi se tutto questo abbia un senso. Com’è possibile che dei veti papali possano tenere in scacco lo sviluppo tecnico di un intero continente per quattrocento anni? Considerati i vantaggi economici dati dall’impiego di certe tecnologie come l’elettricità o la combustione del petrolio – tecnologie che, ci viene detto nei racconti, sono sotterraneamente conosciute – non abbiano permesso a qualche sovrano o consorteria di ribellarsi all’autorità vaticana e avviare una rivoluzione industriale?
I semafori, per quanto affascinanti, non hanno l’aria di essere strumenti di comunicazione molto efficienti; al contrario, costruirli dev’essere costato una valanga di denaro, date le dimensioni, e per cosa – per dare a una Corporazione privata (quella dei Segnalatori) un potere talmente elevato da poter tener testa al Papa in persona? In cosa consisterebbe il vantaggio di far sviluppare i semafori al posto di più economici (e meno monopolizzabili) telegrafi?

Papa Ratzinger

Papi. Supercattivi dal 1098.

Stiamo arrivando alla radice del problema, ossia l’inconsistenza dell’ucronia di Pavane. L’inconsistenza, d’altronde, sta prima di tutto nella premessa: non ha alcun senso che la morte di una sola persona, fosse anche la regina Elisabetta nel cruciale anno 1588, possa aver provocato la distruzione del Protestantesimo e l’ascesa di un organismo internazionalmente già moribondo come il Papato 2. Delle tre, una: o Roberts, nonostante le sue velleità, è un’ignorante della storia della Riforma e della storia della tecnologia; o si trattava solo di un’esperimento mentale, senza alcuna pretesa di credibilità storica (gonzo-historical fiction); o tutto il libro va interpretato come una qualche allegoria filosoficamente impegnata (il che non mi stupirebbe, se ho ben inquadrato la personalità dell’autore). Delle tre, l’unica tollerabile sarebbe la seconda; senonché un libro gonzo-historical dovrebbe almeno essere divertente o curioso, e non quel concentrato di serio struggimento che Pavane tenta di essere.
Forse anche Roberts aveva intuito l’inconsistenza del suo mondo alternativo, perché ai sei racconti aggiunse una Coda, a mo’ di epilogo. Senonché la Coda – una brutta scimmiottatura di Leibowitz, uscito una decina di anni prima – crea ulteriori problemi di congruenza col resto del libro, rivelandosi al tempo stesso inutile per il lettore e dannosa per l’ambientazione. Non sprecherò altre parole su di essa: cercando nell’Internet, troverete decine di lettori pronte a scagliare maledizioni contro quell’orrendo epilogo (e anche tra i più entusiasti fan di Pavane, la maggior parte vi dirà di fare finta che la Coda nemmeno esista per conservare la coerenza del libro!).

Riassumendo, Pavane fallisce su due fronti:
1. Come ucronia, perché si fonda su premesse inconsistenti e sviluppa un’ambientazione non credibile;
2. Come romanzo di genere, perché incapace di coinvolgere il lettore.
Rimane qualche motivo per leggerlo? Forse. Innanzitutto come curiosità storica, se siete appassionati di storie alternative o di letteratura fantastica; nonostante la sua bruttezza Pavane rimane un classico del suo genere. In secondo luogo, come spunto creativo: alcune invenzioni sono carine, e la giustapposizione di medievale e moderno, anche se spesso illogica, ha un suo fascino. Magari potrete riutilizzare alcune delle intuizioni di Roberts in un’ambientazione e un romanzo migliore. Io, per strano che possa sembrare, sono contento di averlo letto.
Anche a questi coraggiosi (o masochisti), comunque, consiglio di saltare i racconti più brutti – l’illeggibile The White Boat e il retorico Brother John.

Corfe Castle

Le rovine di Corfe Castle, uno dei luoghi chiave del libro. Voglio andarci.

Sull’ucronia
In chiusura alla recensione, voglio proporre una discussione sulle ucronie e sul funzionamento delle divergenze storiche. La discussione è ispirata allo scambio che ho avuto con Dago nei commenti all’articolo sul saggio Storia economica dell’Europa pre-industriale. Le prime tre battute sono quasi identiche, con diversi tagli e modifiche minori. Lo scambio sull’ucronia invece l’ho inventato di sana pianta, e si ricollega alla recensione di Pavane. E’ che mi piacciono le ringkomposition.

Io: Se non si conoscono i meccanismi della storia e dell’evoluzione delle società, cadere nella trappola della premessa inconsistente diventa molto facile. E’ l’errore tipico, per esempio, di chi crede che cambiando un singolo episodio (es. assassinare Hitler prima che salga al potere) l’intera storia futura possa cambiare profondamente.

B: E’ un tema molto dibattuto e complesso, quello del determinismo storico. Ci hanno sbattuto la capa storici, politologi e prima ancora filosofi e pensatori. Io stesso non ho una posizione precisa.
Sicuramente concordo sull’esempio di cui sopra: Hitler era solo la valvola di sfogo del revanchismo tedesco degli anni 30. Morto lui, qualcun altro avrebbe fatto da valvola. Magari Himmler, magari Goebbels, magari un tizio tal dei tali che nel nostro continuum è finito a fare l’impiegato dell’ufficio catasto.
D’altra parte però mi chiedo: sicuri che con un tizio più sveglio al comando, la Germania avrebbe sempre e comunque perso la guerra, dato il suo accerchiamento geografico/politico e il suo ritardo economico/industriale sugli altri Paesi? E più in generale, sicuri che la storia abbia sempre e solo una via maestra, in cui le persone non contano niente e tutto viene deciso da rapporti di forza economica?
Ad esempio, restando in tema nazi, pensa all’Incidente di Mechelen. Ti sfido a dimostrarmi che se quel minchione non fosse andato in giro con documenti top secret in saccoccia, la storia non sarebbe cambiata.

Io: L’idea è un po’ diversa. La storia è determinata dai rapporti di forza economica e dalle leggi di movimento base degli esseri umani; ma, all’interno di questi limiti, rimane comunque un certo spazio di manovra per individui e gruppi. E, a seconda della posizione e del ruolo che riescono a raggiungere, alcuni di questi (es. i re e i condottieri di epoca pre-industriale) hanno il potere di operare cambiamenti sensibili nella Storia.
Un cambiamento locale non può modificare la Storia, ma un singolo cambiamento catastrofico (es. la peste nera che stermina il 99% della popolazione europea invece che il 30%, come in The Years of Rice and Salt) o una serie di cambiamenti simultanei o successivi sì.
Un uomo solo, in una posizione di potere non avrà la forza di cambiare il corso della Storia a suo piacere; ma potrà magari sfruttare i processi macroscopici in atto (su cui può intervenire limitatamente) e incanalarli in una direzione piuttosto che in un’altra. Inoltre, un uomo solo difficilmente avrà il potere di operare, da solo e consapevolmente, un cambiamento di rotta nella storia – soprattutto con il livello di interconnessione tra Paesi e uomini di oggi. Ciò che conta quindi non è l’azione di un singolo uomo speciale, ma l’interazione tra più uomini e organismi in posizioni di potere.
Riassumendo: ogni situazione (dalla Crisi di Cuba al rapporto USA-Europa-Cina attuale) ha più soluzioni possibili, con differenti gradi di probabilità. Quali soluzioni siano possibili, e con quale grado di probabilità, è determinato dalle “macro-forze” (e in primis i rapporti economici). Gli uomini al comando mantengono una limitata possibilità di spingere in una o in un’altra direzione; posto che la responsabilità di quello che sarà il futuro non poggia sulle spalle di uno solo, ma su tutto l’inter-gioco tra questi individui.

Incidente di Mechelen

La coppia di deficienti protagonista dell’incidente di Mechelen. Nessuno ha mai pensato di girare una commedia nera su di loro?

B: Sì, ma se io volessi scrivere un’ucronia, chessò, sul Protestantesimo sconfitto e i Papi che dominano in Europa per i successivi 400 anni, devo arrendermi al fatto che è impossibile e lasciar perdere o posso provarci comunque?

Io: Innanzitutto, bisogna documentarsi – studiare sia il periodo storico in cui vogliamo inserire il punto di divergenza, che le conseguenze storiche di quel periodo, così che potremmo immaginare quali differenze potrebbero esserci state con la divergenza storica. D’altronde, se voglio scrivere un’ucronia su un certo periodo storico, si presume che quel periodo mi interessi, no? Quindi non sarà un peso studiarmelo.
A questo punto, per come la vedo io si presentano due strade.
Una è quella dell’ucronia dura e pura, quella che nasce per rispondere alla domanda: what if? Insomma, pura speculazione storica. Il che significa che devo attenermi strettamente al buon senso, e ogni divergenza impossibile o anche solo molto improbabile andrebbe scartata. Il piacere del libro, infatti, qui nasce dalla verosimiglianza della speculazione – il brividino dato dal pensiero “pensa se invece che così fosse andata in quell’altro modo…”. Se quindi tu parti dall’idea di voler creare un Super-Papato che domina col dogma religioso l’Europa del Novecento, ma durante i tuoi studi scopri che è un’eventualità pressoché impossibile, devi rinunciare e non scrivere l’ucronia.
L’altra strada è quella che negli States viene talvolta chiamata gonzo-historical fiction. Ossia: prendiamo un’ipotesi divertente/accattivante e immaginiamo cosa potrebbe succedere se fosse andata così. Dall’Impero Austro-Ungarico che combatte la WWI con un esercito di zombie fino all’ucronia steampunk. In questo tipo di storia, ciò che conta è intrattenere il lettore con un’ipotesi bizzarra, uno scenario alternativo, quindi non importa che sia storicamente credibile. Quindi in questo caso sì, potresti scrivere un romanzo gonzo-historical basato sulle premesse di Pavane. Agli esseri umani piace leggere di scenari improbabili e assurdi. Flatland è uno dei romanzi fantastici migliori di tutti i tempi, eppure si basa su premesse del tutto illogiche (esseri bidimensionali che vivono e pensano come noi); andranno bene anche nazisti che creano legioni di robot.
L’importante è che sia chiaro che si tratta di un’ucronia gonza e non seria (se non è autoevidente dall’incipit e dalla copertina, si può sempre mettere un disclaimer), in modo da non ingannare coloro che cercano una speculazione seria; inoltre, per essere gradevole, un’ucronia gonza dovrebbe essere divertente, brillante, molto immedesimativa. Altrimenti che senso ha leggerla?

B: Quindi se Pavane avesse avuto in prima pagina l’etichetta “gonzo-historical”, ti sarebbe piaciuto?

Io: No. E’ comunque scritto male. E di regola, un’ucronia gonza dovrebbe essere scritta meglio di un’ucronia seria. Dato che non è interessante sotto il profilo speculativo, quantomeno dev’essere piacevole da leggere!

B: Mi hai convinto. Sei troppo figo.

Io: Grazie.

Leone su cavallo

Un’ucronia che mi piacerebbe leggere.

Qualche estratto
Nonostante tutte le cattiverie che ho detto su Pavane, ho cercato di scegliere degli estratti carini. Il primo è una descrizione di un semaforo dal punto di vista del giovane protagonista del racconto The Signaller (che come dicevo, è il migliore dei sei); il secondo, è un brano di un dialogo tra la castellana Lady Eleanor e il suo consigliere, dal racconto Corfe Gate, che in un certo senso esprime e riassume la filosofia di tutto il libro (nel bene e nel male).

1.
The child lay couched in long grass, feeling the heat of the sun strike through his jerkin to burn his shoulders. In front of him, at the conical crest of the hill, the magic thing flapped slowly, its wings proud and lazy as those of a bird. Very high it was, on its pole on top of its hill; the faint wooden clattering it made fell remote from the blueness of the summer sky. The movements of the arms had half hypnotised him; he lay nodding and blinking, chin propped on his hands, absorbed in his watching. Up and down, up and down, clap… then down again and round, up and back, pausing, gesticulating, never staying wholly still. The semaphore seemed alive, an animate thing perched there talking strange words nobody could understand. Yet words they were, replete with meanings and mysteries like the words in his Modern English Primer. The child’s brain spun.
Words made stories; what stories was the tower telling, all alone there on its hill? Tales of kings and shipwrecks, fights and pursuits, Fairies, buried gold… It was talking, he knew that without a doubt; whispering and clacking, giving messages and. taking them from the others in the lines, the great lines that stretched across England everywhere you could think, every direction you could see.
He watched the control rods sliding like bright muscles in their oiled guides. From Avebury. where he lived, many other towers were visible; they marched southwards across the Great Plain, climbed the westward heights of the Marlborough Downs. Though those were bigger, huge things staffed by teams of men whose signals might be visible on a clear day for ten miles or more. When they moved it was majestically and slowly, with a thundering from their jointed arms; these others, the little local towers, were friendlier somehow, chatting and pecking away from dawn to sunset.

2.
‘You know,’ she said, ‘it’s strange, Sir John; but it seemed this morning when I fired the gun I was standing outside myself, just watching what my body did. As if I, and you too, all of us, were just tiny puppets on the grass. Or on a stage. Little mechanical things playing out parts we didn’t understand.’ She stared into her wineglass, swilling it in her hands to see flame light and lamplight dance from the goldenness inside; then she looked up frowning, eyes opaque and dark. ‘Do you know what I mean?’
He nodded, gravely. ‘Yes, my Lady…’
‘Yes,’ she said. ‘It’s like a… dance somehow, a minuet or a pavane. Something stately and pointless, with all its steps set out. With a beginning, and an end… ‘ She tucked her legs under her, as she sat beside the fire. ‘Sir John,’ she said, ‘sometimes I think life’s all a mass of significance, all sorts of strands and threads woven like a tapestry or a brocade. So if you pulled one out or broke it the pattern would alter right back through the cloth. Then I think… it’s all totally pointless, it would make just as much sense backwards as forwards, effects leading to causes and those to more effects… maybe that’s what will happen, when we get to the end of Time. The whole world will shoot undone like a spring, and wind itself back to the start…’ She rubbed her forehead tiredly. ‘I’m not making sense, am I? It’s getting too late for me…’

Tabella riassuntiva

Un Novecento in cui convivono Medioevo e rivoluzione industriale. Premesse ucroniche fallaci e mondo poco credibile.
Alcune idee e marchingegni carini. Narratore onnisciente e abuso di raccontato rendono difficile appassionarsi.
Ritmo inesistente.
Cadute di retorica e di mistica per gonzi.

(1) Non sono un esperto di Inquisizione, quindi se volete approfondire l’argomento vi consiglio di chiedere a Zwei, che ha pure dedicato un articolo alle origini dell’istituzione.
Di sicuro, gli strumenti di tortura descritti da Roberts esistevano e furono impiegati dalla Chiesa almeno fino alla fine del Settecento; così come è vero che in alcuni periodi storici e luoghi l’Inquisizione ebbe grande potere e si attirò un certo odio.
Ma il punto è un altro: dir male dell’Inquisizione è un po’ come sparare sulla croce rossa. Non è più intelligente né più interessante dello scrivere un libro sul nazismo in cui si dice quant’era brutto il nazismo, quant’era cattivo Hitler. Srsly, un altro libro sull’Inquisizione cattiva? Ne abbiamo davvero bisogno?Torna su

(2) Per gli interessati, qui discuterò più approfonditamente l’assurdità delle premesse ucroniche del libro.
In primo luogo, la debolezza del Papato. La Riforma non segna affatto l’inizio del tramonto del potere di Roma, come molti pensano; al contrario, non è che il segno tangibile di una decadenza cominciata almeno un paio di secoli prima. Già nel corso del Duecento il Papato comincia a perdere un po’ del suo mordente sull’Europa; ma penso che il punto di non ritorno sia l’episodio dello schiaffo di Anagni. Il significato è semplice: un sovrano forte non ha bisogno del Papa per comandare nei suoi territori. Il Papato è stato forte finché le monarchie europee erano troppo deboli (e frammentate) per autogovernarsi, e avevano bisogno sia dell’assistenza dell’efficiente e ramificata organizzazione clericale, sia del riconoscimento simbolico del loro potere da parte dell’ideologia cattolica. Quando al contrario (a partire dal Trecento) le monarchie europee cominciano a diventare organismi centralizzati e funzionanti, il Papa diventa più un peso (per le sue ambizioni di controllo) che un alleato; a poco a poco, chi può prende le distanze. La Riforma cinquecentesca non è che l’ennesimo tentativo di scissione – con la differenza che riesce ad avere successo, facendo leva sulle ambizioni di autonomia dall’ingerenza papista e imperiale di molti principi e città-stato tedesche.
Il Papato non avrebbe mai più potuto acquistare supremazia politica sull’Europa, a meno di diventare anch’essa una potenza militare e/o economica come stava accadendo in quel periodo all’Inghilterra, all’Olanda e alla Francia. Anche se il Protestantesimo fosse stato soffocato, un altro movimento scissionista sarebbe nato venti o cinquanta o cento anni dopo, finché finalmente uno di essi avesse avuto successo. Anche se in Francia avesse vinto Enrico di Guisa, campione dei cattolici, nel giro di qualche generazione i sovrani di Francia avrebbero riaffermato la loro piena autonomia (facendo guerra al Papato o riaffermandosi protestanti, se necessario), dato che la linea guida della politica francese degli ultimi due secoli era stata quella della sovranità piena e autonoma sul proprio territorio.
Oltretutto, anche le nazioni più legate alla Chiesa Romana – come la Spagna – mai e poi mai furono schiave politiche del Papa. I re di Spagna avevano molto di più da temere dai banchieri genovesi – che li tenevano per i cordoni della borsa – che non dall’Inquisizione, che invece faceva un ragguardevole lavoro di pulizia generale.

L'assassinio di Enrico I, Duca di Guisa

“Hmm, signor Duca, non la trovo bene. Mi sa che a ‘sto giro il Papa perde, eh?”

Insomma, cosa sarebbe realisticamente successo se Elisabetta I fosse morta?
Be’, a mio parere non molto. Forse l’Inghilterra avrebbe perso il suo vantaggio strategico, ma sul medio periodo avrebbe comunque fatto ingoiare la merda alla Spagna: lo svantaggio economico spagnolo era strutturale, non contingente, per cui il fallimento della Spagna si sarebbe verificato comunque (per correggerlo, bisognerebbe tornare indietro nel tempo ben prima del 1588, e intronare re più avveduti). E l’esercito del Papa e dei suoi alleati era semplicemente troppo lontano per esercitare il pugno di ferro sull’Inghilterra. Del resto, l’economia vaticana era arretrata, e con la perdita di importanza del Mediterraneo è difficile immaginarsi un destino diverso, per il Papato, che non la decadenza e il ripiegarsi sulle faccende italiane (processo, del resto, già avviato nel Quattrocento).
Quindi, in sostanza, non penso che sarebbe cambiato molto. Ma accetto altre versioni.

Soprattutto, la cosa più inverosimile di Pavane è che per quattrocento anni non si verifichino altri moti ereticali e scissionisti dopo l’aborto del Protestantesimo. Anche nei periodi di massimo splendore del Papato (XII e XIII secolo) i movimenti ereticali erano all’ordine del giorno; non dovrebbero essercene a maggior ragione in un mondo in cui staccarsi dalla Chiesa Romana significherebbe avere libero accesso a tecnologie di livello post-rivoluzione industriale? Il vantaggio economico e politico di chi si staccasse dal cattolicesimo sarebbe talmente enorme che dovrebbe esserci un fuggi fuggi generale!Torna su

Top 30 Chiavi di Ricerca Weird

Un paio di mesi fa, convinto che non se la inculasse nessuno, avevo tolto la voce “Ultime chiavi di ricerca weird” dalla Home Page. Non l’avessi mai fatto!
Fans che si strappavano i capelli per la disperazione. Pakistani pronti a farsi esplodere nella metropolitana se non le avessi rimesse immediatamente. Il Doomsday Clock che segnava un minuto alla mezzanotte. O qualcosa del genere.
Vabbé: nel disperato tentativo di ristabilire l’equilibrio mondiale, le avevo rimesse. Rilanciando con la vaga promessa di dedicare un nuovo post alle chiavi più dementi dell’anno.
Ebbene, non mi ero dimenticato delle mie parole. Oggi voglio festeggiare.

Perché festeggiare? E’ presto detto.
Ieri, il blog ha superato le 47.000 visite e i 900 commenti. Come già detto durante il primo post di Maggio, Tapirullanza è raramente sceso sotto le 200 visite giornaliere, anche durante quei 25 giorni circa in cui non ho postato articoli. E come avevo previsto, con il riprendere dell’attività le visite hanno ripreso a salire, entrando nella fascia delle 300 giornaliere; la settimana scorsa, infatti, ha registrato una media di 313 al giorno.
Ma diamo una rapida scorsa alla classifica dei primi otto referrer dell’ultimo trimestre:

1. Motori di ricerca: 10.867 visualizzazioni.
2. Zweilawyer: 414 visualizzazioni.
3. Gamberi Fantasy: 331 visualizzazioni.
4. Baionette Librarie: 281 visualizzazioni.
5. Facebook: 153 visualizzazioni.
6. La Donna Camel: 119 visualizzazioni.
7. Draghi d’Ottone: 79 visualizzazioni.
8. Minuetto Express: 78 visualizzazioni.

Un rapido confronto con la classifica postata nell’articolo Bilancio di fine anno, e subito balza all’occhio il cambiamento: il numero di persone arrivata attraverso motori di ricerca spazza via ogni altro referrer. Certo – di quelle 10.867 visite, 838 sono arrivate cercando “Tapirullanza”, dunque si tratta di gente che mi conosceva.
Ma per la maggior parte sono dei “nuovi”! Yeeee!
Insomma, sembra che questo blog sia riuscito a ritagliarsi il suo spazio nel cosmo. E una parte di questo cosmo è costituita da domande e richieste profondamente insane.
Ho scelto le 30 che mi sono piaciute di più. Purtroppo – WordPress sia maledetto – non sono riuscito a salvare tutte quelle che avrei voluto. Alcune chiavi di ricerca geniali sono perse per sempre, come quella bellissima scritta in russo (che non ho mai capito che diamine volesse dire).
Pazienza. Il campionario che ho raccolto fa comunque la sua bella figura. Have fun.

Frigorifero

Fissa attentamente questa gif per dieci secondi e questo post acquisterà un senso.

Cominciamo con (30) “sono la tua porca” meaning of. Mi piace perché trasmette l’idea di un blog internazionale. Utenti da oltreoceano (o quantomeno da oltremanica) arrivano fino qui apposta per avere delucidazioni sui misteri della lingua italiana. Molto onorato.
E a proposito di domande pressanti, un altro mi chiede: (29) chi è il burattinaio innamorato; purtroppo devo ammettere che non lo so. Ma prometto che farò ricerche a riguardo. Così come cercherò di documentarmi per venire in aiuto dell’anima candida che mi domanda: (28) essere diabolica e apparire faccia d’angelo.

Ma lo so cosa vi state tutti chiedendo. “Quando diavolo arrivano le chiavi di ricerca porno?”.
Certo, certo. Avete anche ragione. Ma dato che siamo su un blog per nerd, anche le chiavi di ricerca porno devono conformarsi. E infatti alla prossima posizione troviamo (27) licantropia hard. si comporta come una gattina. Che mi lascia con un dubbio: ma quella che si comporta come una gattina è la licantropa, o si suppone che ogni donna dotata di pulsioni sessuali, di fronte a un licantropo non potrebbe fare a meno di comportarsi come una gattina?
Domande pesanti, domande importanti, e perché no, necessarie.
Riflettiamo.

Ma non riflettiamo troppo, perché dobbiamo rispondere al pressante interrogativo circa (26) la cacca nel basso medioevo
Ora, una precisazione: non sono un esperto di cacche. E’ quindi con estrema cautela che mi avvicino all’argomento. Se posso azzardare un’ipotesi, direi che nel Basso Medioevo la cacca era pressapoco la stessa di oggi. Forse un po’ più liquida, ma rimaniamo sempre nell’ambito delle speculazioni.
Discorso differente per l’Alto Medioevo – a quell’epoca la cacca era completamente diversa, come ci insegna Procopio. Ma ne parlerò più diffusamente in un apposito articolo di Saggistica.

Passiamo a domande più semplici: (25) gesù ha mai parlato di viaggi nel tempo? Sì.
Prossima domanda. Eccola: (24) dove si trova l’ano nel coniglio? Oserei dire che questo è il blog sbagliato per affrontare certi delicati argomenti. Ma non voglio che si dica che mi tiro indietro, per cui ecco i miei due cent.
Individuare l’ano del coniglio è in effetti piuttosto difficile, dato che il coniglio ha la malaugurata abitudine di starsene tutto il tempo seduto sopra il proprio ano. La soluzione che ti propongo, caro mio lettore, è di collocare il tuo coniglio (se non hai un coniglio, fattelo prestare da un tuo amico) sopra una grata rialzata da terra (per esempio una voliera?). A questo punto dai da mangiare al tuo coniglio. Rimani in osservazione al di sotto della grata, e attendi che il coniglio espella ciò di cui abbiamo discusso al punto (26). In questo modo potrai individuare a colpo sicuro l’esatta posizione del suo ano.

Optimus Christ

Lui è Optimus Christ.

Restando in argomento, l’utente successivo mi domanda: (23) quando si fa la cacca dura? A volte.
A questo punto forse qualcuno di voi si starà chiedendo perché la cacca compaia così ossessivamente tra coloro che arrivano sul mio blog. Be’, vi pregherei di smetterla immediatamente. Sono domande che non si fanno. Some things are better left unsaid.
Passiamo invece ad un altro argomento – un tale mi chiede informazioni su un (22) nigga cinese.
No, a pensarci bene forse era meglio continuare a discorrere di feci.

Mano a mano che scaliamo questa classifica della follia, noto che le chiavi di ricerca si fanno via via più criptiche e allusive. Come se si riferissero a un mondo altro – come se stessero cercando di dirci qualcosa.
Che pensare, infatti, di (21) spessore vecchie ciccione con suono? Forse che si riferisce alla possibilità di utilizzare donne anziane un po’ sovrappeso come strumenti musicali? O si tratta di una raffinata allusione all’insostenibile peso delle pensioni di anzianità sul bilancio statale?
Domande almeno altrettanto angosciose sono suscitate dall’utente che dice (20) tu sai chi è victimi dei pokè mon me lo puoi stampare graze. In realtà non dovrei stupirmi; chi non ha mai chiesto al proprio motore di ricerca di sbrigare per noi del noioso lavoro d’ufficio? Specialmente se riguarda un tema urgente come quello delle migliaia di persone ogni anno vittime degli indiscriminati assalti di pokémon selvatici.

Prossima domanda. (19) racconto comico di un personaggio che calpesta la cacca.
Sì, va bene, stiamo ancora parlando di cacca. Ammetto che pestare la cacca sia molto comico, e che altresì esiste un intimo rapporto tra la cacca e il fantasy; ma devo ahimé confessare che si tratta di una branca della letteratura fantastica che non ho ancora esplorato. Chiedete a G.L.
Un altro utente dà prova di essere una persona molto equilibrata, chiedendomi (18) come creare un virus che annienta il genere umano. Non lo so e comunque non te lo dico.
Il prossimo visitatore è invece perentorio: (17) leonardo di caprio piedi puzzoni. Sono incline a credergli.
E chiudiamo la metà inferiore della classifica con una profonda critica delle religioni orientali e delle loro sciocche usanze: (16) imbuto nel terzo occhio. Bravo! Ben detto! Tu sì che non la mandi a dire!

Bene – siamo arrivati a metà. Vi faccio presente che siete ancora in tempo per tornare indietro.
Se per qualche strana ragione avete deciso di restare, forse saprò dissuadervi con (15) squalo super saiyan. A dire il vero, la comunità scientifica si è interrogata a lungo circa l’esistenza dello squalo super saiyan. Un eminente scienziato avrebbe addirittura asserito con stizza: they’re over nine thousand! Ma oggi i biologi marini sono più o meno tutti concordi nel dire che no, lo squalo super saiyan non esiste.
Rimane invece aperta una questione di capitale importanza per questo blog, ossia se (14) philip k. dick era un pò autistico. Sì.
La prossima chiave di ricerca invece mi piace perché è molto aggraziata. Perciò fate uno sforzo immaginativo; immaginate che a pronunciare le parole che seguiranno sia un attempato gentiluomo vittoriano. Il dottor Kellogg, per esempio.
Siete pronti? Eccola che arriva:
(13) ragazzo sborra in signora.
Right away, good sir!

LMPOSVMCFOAISMT Old Bean

La prossima lettrice, arrivata su Tapirullanza direttamente dalle pagine della posta del cuore di Cioè, mi domanda preoccupata: (12) consigli x prendere cazzo nella fica e dildo nel culo. Be’, mia cara amica, il segreto è sempre quello – tanto esercizio, ma soprattutto passione!
E visto che le ultime chiavi di ricerca sembravano avere un po’ troppo senso, ecco che un altro visitatore mi chiede informazioni circa gli (11) aghi anti piccione. Ottima domanda. Non conosco la risposta, ma la domanda mi piace.

Un lettore coscienzioso mi fa invece notare che (10) aprile è un mese. Ti ringrazio.
Un’altra mi rimprovera la mia immaturità, puntualizzando che (09) io ho superato tutti i momenti difficili senza lamentarmi, senza vedersi come una. Devo riconoscere che ha ragione. Ogni volta che dovevo affrontare delle difficoltà – lo ammetto non senza un certo imbarazzo – non riuscivo mai a fare a meno di lamentarmi, ma soprattutto, dopo mi vedevo sempre come uno. Ma se si riesce a non vedersi come uno, be’, è meglio. E’ meglio per noi, ed è meglio anche per gli altri.
Il prossimo utente invece vorrebbe sapere (08) perché dovrei parlare dell’economia in europa nel 500. Su, fai i compiti e non rompere i coglioni.
Altrimenti finisci come quelli della prossima richiesta: (07) 3 mongoloidi a tavola(ammetto che sarebbe un siparietto interessante).

Il prossimo visitatore invece è un pornoamatore scafato, profondo conoscitore del genere, e quindi molto esigente. Come ci insegna Gamberetta:

Spesso la gente dice: “Ah, a me non interessa il genere di un romanzo o chi lo ha scritto, mi interessa solo se è bello!” Questo è un problema, perché “un libro bello” non è il tipo di dato che puoi cercare con Google, con Amazon o con emule. Però la mia esperienza personale è che quando si approfondisce non è vero che sul serio la persona legge di tutto basta che sia bello. La persona ha delle preferenze di argomento, di (sotto)generi, di periodo storico.

Costui domanda infatti, in modo categorico, (06) foto a vedere la loro vulva delle femmine , niente adoso , non coprire la vulva e non devono fare niente. E c’ha anche un po’ ragione. Basta con queste femmine che si coprono la vulva tutto il tempo e non stanno mai ferme! Santa pazienza.

E passiamo di porno in porno. La prossima richiesta – vi avverto fin d’ora – è un po’ forte.
Molti di voi potrebbero rimanere turbati dall’audacia e dalla perversione del prossimo utente. Con degli animali, poi! Oddio! Nel caso siate persone sensibili, vi prego fin d’ora di abbandonare la pagina.
Sono sempre stato contrario alla censura, ma devo ammettere che è difficile pubblicare certe indegnità senza sentirsi sporchi. E’ quindi con estremo sdegno che oso trascrivere quando segue:

(05) gatti ignudi

SHAME ON YOU!
Spero che ti trovino e ti sbattano in carcere, dove carcerati nerboruti ti violenteranno per ore e ore, dopodiché mi auguro che ti taglino il pisello e lo diano in pasto ai cani! Senza anestesia!
…scusate, ma quando ci vuole ci vuole.

My little pony

Comunque, ridendo e scherzando, siamo arrivati alle prime posizioni.
La prossima chiave di ricerca è la simpatica (04) lardose che esplodono; mi domando se si riferisca alle stesse signore di cui poco più sopra si suggeriva un utilizzo musicale. L’utente successivo, invece, chiude la serie delle chiavi di ricerca porno con la domanda: (03) posso mettergli il vibratore in figa e lei non se ne accorge. Forse.
Mentre in seconda posizione troviamo una sentita dichiarazione d’amore, di quelle che mi fanno battere forte forte il cuore. Una di quelle frasi che ci dimostrano che il romanticismo non è ancora morto. (02) io e hitler tre reich sopra il cielo.
E un bel “scusa ma ti chiamo ariano” no?

Bene. Siamo arrivati alla fine del viaggio.
Abbiamo riso. Abbiamo pianto. Abbiamo imparato qualcosa.
Ma soprattutto, abbiamo imparato il valore dell’amicizia. Quella vera. Quella che dura per sempre.
Ora è tempo che sparisca, come un bravo attore che esce di scena prima dell’atto finale.
Non commenterò l’ultima chiave di ricerca, quella che ha vinto come miglior chiave di ricerca degli ultimi tre mesi. Perché certe frasi non possono essere commentate. Esse vanno accolte in fondo al nostro cuore, alla nostra anima. Senza chiedersi il perché.
Bisogna lasciarle sedimentare dentro di noi. Dimenticarle, anche.
Finché un giorno, quando meno ce lo aspettiamo, la loro abbagliante verità esploderà fuori di noi e illuminerà ogni cosa di fronte a noi come la più magnifica delle aurore boreali. E allora sapremo. E sarà bellissimo.
E’ tempo.

(01) penso che tu abbia la fortuna dalla tua parte. questo ti porterà ad avere una vita molto strana. ti succederanno molte cose. però non devi mai biasimare te stessa. devi vivere hard boiled

Philip Marlowe

Prima lui biasimava sé stesso. Poi però ha letto questa chiave di ricerca e ha deciso di vivere hard boiled. Grazie anonima lettrice!

I Consigli del Lunedì #19: The Three Stigmata of Palmer Eldritch

Le tre stimmate di Palmer EldritchAutore: Philip K. Dick
Titolo italiano: Le tre stimmate di Palmer Eldritch
Genere: Science Fiction / Social SF / Psicologico
Tipo: Romanzo

Anno: 1965
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 280 ca.
Difficoltà in inglese: **

“You were wrong,” Eldritch said. “I did not find God in the Prox system. But I found something better.” […] “God,” Eldritch said, “promises eternal life. I can do better; I can deliver it.”

Nel XXI secolo, la Terra è diventata un inferno: le temperature sono talmente alte che di giorno è impossibile uscire all’aria aperta senza un’apposita tuta, e la maggior parte della popolazione vive in appartamenti sotterranei. Per sfuggire al suo destino il genere umano ha colonizzato diversi pianeti e satelliti del Sistema Solare, ma sono mondi inospitali. Per popolarli, le Nazioni Unite hanno istituito una leva obbligatoria: gli sfortunati che vengono scelti, sono condannati a passare il resto della loro vita in piccoli bunker isolati su Marte, o Venere, o Ganimede, a zappare la terra. La vita nelle colonie è talmente dura e priva di prospettive, che per evadere i coloni giocano alle bambole; ogni coppia ha infatti in dotazione un piccolo plastico della bambola Perky Pat che replica fedelmente una città della Terra nei suoi giorni migliori. Attraverso l’assunzione della droga illegale Can-D, i coloni possono vivere un’allucinazione collettiva che li porta all’interno del plastico, facendo incarnare le donne nella bambola Perky Pat, e gli uomini nel suo fidanzato Walt – e dimenticarsi così, per una buona mezz’ora, della loro vuota esistenza.
Barney Mayerson è un precognitivo che lavora per la P.P. Layouts, la multinazionale che detiene il monopolio dei plastici di Perky Pat e della Can-D; il suo lavoro è quello di anticipare quali prodotti saranno di moda nel futuro per farli produrre in esclusiva dalla sua azienda. Mayerson ha sacrificato tutto alla carriera, compresa la sua ex-moglie Emily, l’unico vero amore della sua vita, ma è infelice. E per di più, ha un sacco di problemi: la sua nuova assistente, Roni Fugate (che tra l’altro si porta a letto), minaccia di soffiargli il posto e lasciarlo a spasso; e le Nazioni Unite gli hanno mandato una notifica di arruolamento forzato nelle colonie, che lui vuole sfuggire a tutti i costi.
E anche Leo Bulero, ricchissimo e smaliziato proprietario della P.P. Layouts, ha i suoi problemi. Ha appena ricevuto la notizia del ritorno del magnate Palmer Eldritch, dopo dieci anni di assenza, dal sistema di Proxima Centauri. La sua nave si è schiantata su Plutone, e a bordo sono state trovate tracce di un lichene allucinogeno simile al Can-D. Che cos’ha rinvenuto Eldritch su Proxima? E quali sono i suoi piani? Eldritch è una minaccia solo per il suo business, o per l’intero Sistema Solare?

Dick si è già meritato un Consiglio su Tapirullanza, con la commedia un po’ minchiona The Zap Gun. Con Palmer Eldritch, uno dei suoi libri più interessanti, entriamo invece in una storia cupa e piena di amarezza.
L’intricata trama del romanzo si snoda in quattro storyline parallele: quella di Mayerson, determinato a sfuggire la leva provocandosi disturbi mentali, a consolidare la sua posizione all’interno dell’azienda e a dare un senso alla sua vita; quella di Bulero, impegnato a destreggiarsi tra le trappole delle Nazioni Unite e l’oscura minaccia di Palmer Eldritch; quella di Richard Hnatt, il nuovo marito di Emily con il sogno di farsi espandere il cervello com’è di moda tra i ricchi; e quella della piccola colonia marziana di Chicken Pox Prospects, dove tre coppie passano le loro giornate a drogarsi di Can-D e a fare sperimentazioni sessuali nel mondo di Perky Pat, sognando una vita migliore.
E le cose si complicano ulteriormente quando il romanzo comincia a esplorare il rapporto tra realtà e illusione, o tra differenti livelli di realtà… e protagonisti e lettori entrano in un’angosciante spirale di realtà dentro realtà dentro realtà.
Riuscirà il nostro scrittore preferito a far quadrare i conti?

Barbie Perky Pat

L’ispiratrice di Perky Pat.

Uno sguardo approfondito
Come avrete intuito dall’elefantiaca presentazione, Palmer Eldritch è un romanzo farcito di idee, avvenimenti e sub-plot. Dal dottor Sorriso, uno psicanalista portatile col compito di procurare nevrosi invece che guarirle, a Winnie-the-Pooh Acres, il satellite artificiale privato dei divertimenti di Leo Bulero, ai coyote telepatici marziani, ai disc-jockey che orbitano attorno a Marte e consegnano illegalmente la droga, Dick introduce con perfetta nonchalance una bizzarria ogni poche pagine.
Questa mole di idee, da un lato rende il mondo del romanzo più vivido, dall’altro mantiene sempre alto il ritmo: l’attenzione del lettore è tirata ora in una direzione, ora nell’altra, ed è molto difficile che ci si annoi. Il che vale anche per le conversazioni tra i personaggi – Dick ha la capacità di passare con naturalezza da un argomento all’altro, cosicché un dialogo può cominciare come un patema esistenziale, continuare con una disquisizione filosofica sul significato dell’Eucarestia e terminare nella pianificazione di una strategia per far fuori Palmer Eldritch. Per farla breve: m’è capitato di leggere anche 50 pagine di questo romanzo in full immersion, cosa che non mi capita spesso.
I concetti chiave, poi, sono rappresentati visivamente attraverso correlativi oggettivi. La trasformazione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo, diventano una rappresentazione della confusione tra fisico e metafisico, tra umano e divino che avviene nel romanzo; le tre stimmate – i denti d’acciaio, la mano artificiale, gli occhi Jensen di Eldritch – oltre a essere un’immagine affascinante, simboleggiano la lenta e strana invasione di Eldritch nel Sistema Solare. E il lettore comincia a tremare ogni volta che le stimmate appaiono…

Naturalmente, niente di tutto questo ha una base scientifica. I fan dell’Hard SF rimarrebbero probabilmente delusi nello scoprire che, per esempio, Dick non si cura minimamente di giustificare il folle riscaldamento globale della Terra dei suoi anni. Le cose stanno così: punto.
Né la colonizzazione dei pianeti del Sistema Solare è presentata con un minimo di rigore. Marte sembra soltanto la versione più dura e remota di quello che poteva essere il Far West nell’Ottocento – terra arida difficile (ma non impossibile) da coltivare, con una flora e una fauna nativa (i coyote, per esempio), e temperature fredde ma non insopportabili.

Palmer Eldritch

Una possibile rappresentazione di Palmer Eldritch. Non fate caso alle ali demoniache.

Fatto più grave, Dick apre troppe parentesi e non sempre è in grado di svilupparle bene.
Prendiamo Perky Pat. Chi ha avuto la fortuna di leggere il racconto originale in cui compariva questo alienante plastico ispirato alla Barbie, si accorgerà subito che nel romanzo è presentato un po’ di fretta, e rimane molto sottosfruttato. Il potere ipnotico di Perky Pat è presentato molto di fretta, quasi più come infodump tra i discorsi dei dipendenti della P.P. Layout o tra i coloni marziani, mentre di “mostrato” c’è più che altro la delusione e il declino del successo del plastico.
Mi lascia perplessa anche il Chew-Z, la nuova droga nonché device centrale del romanzo. Quali siano i suoi effetti e i suoi limiti non è mai chiarissimo, ma, quel che è peggio, sembra che non sia chiarissimo nemmeno a Dick: la portata del Chew-Z sembra infatti cambiare a seconda del momento. Crea solo illusioni o reali continuum alternativi? Le tracce “fantasmatiche” sono solo immagini, o reali cloni, o estensioni di un unico sé stesso? Si viaggia contemporaneamente nel passato e nel futuro, o in solo una direzione? E la direzione è determinata da Eldritch (e: sempre, o solo a volte?), o se no, da chi? La risposta sembra cambiare a seconda della pagina. E leggendo le lunghe discussioni dei personaggi su questi argomenti, a volte sembra che Dick le abbia scritte più per chiarire le idee a sé stesso mentre sviluppava la trama, che per esigenze di trama.
Altre idee che sembravano promettere bene, vengono semplicemente abbandonate. Come le operazioni per espandere il cervello nella clinica del dottor Denkmal, di cui Leo Bulero è cliente fisso e che Richard Hnatt sogna da sempre. Elemento di una certa importanza nelle prime 70 pagine del libro – tanto che gli è dedicato quasi un intero capitolo – viene poi completamente abbandonato in seguito a un plot twist. Lo stesso accade alla storyline di Hnatt, che dopo la prima metà del libro letteralmente sparisce dalla storia (anche se verremo a conoscenza del destino del personaggio durante le storyline degli altri personaggi-pov)!

Questo, del resto, non è che il segno più vistoso di una certa confusione di Dick riguardo alla trama del suo stesso romanzo. Quello che parte come un romanzo corale con una moltitudine di pov, da metà romanzo in poi si semplifica a un’unica storyline principale, con le altre che fanno da supporto; Mayerson diventa protagonista unico, e gli altri co-protagonisti passano a essere personaggi secondari. Un simile cambio di registro è un po’ spaesante.
D’altronde, se dovessi pensare a come migliorare il romanzo, sarei in difficoltà. Mi si presentano infatti due alternative antitetiche. Da una parte, si potrebbe raccontare il romanzo dal solo punto di vista di Mayerson: in questo modo, sarebbe più immersivo, più intimo, più coinvolgente da un punto di vista emotivo. La seconda parte del romanzo è migliore della prima, proprio perché viviamo più da vicino l’angoscia, l’asfissia, il dramma privato del protagonista.
D’altro canto, però, io amo i romanzi corali, e mi dispiacerebbe dover rinunciare all’istrionico Bulero come co-protagonista; e del resto, molti passaggi chiave del romanzo sarebbero difficili da presentare limitandosi al pov di Mayerson. Nel caso mantenessi la struttura multi-pov, comunque, eliminerei la storyline di Hnatt (le poche scene con il suo pov che siano di interesse per la trama generale, infatti, possono essere mostrate attraverso il pov di Mayerson o di Bulero), in modo da semplificare la trama; inoltre, darei più spazio al pov dei coloni marziani nella prima parte. La vita nelle colonie su Marte, infatti, è uno dei temi centrali del romanzo (nonché una delle parti più interessanti), ma nella prima parte del libro ci si riferisce molto ad essa – nei dialoghi, nei pensieri – ma la si vede poco. Più capitoli dedicati ai coloni, inoltre, permetterebbero di approfondire argomenti interessanti come Perky Pat, il traffico e l’assunzione di Can-D, i metodi per colonizzare il pianeta; e renderebbero meno traumatica la transizione alla seconda parte del libro 1.

Chew-Z

Circa.

Questi difetti di struttura non minano, comunque, quello che è l’altro grande pregio del romanzo – ossia i personaggi e la loro psicologia. Questa è probabilmente la ragione per cui ancora oggi Dick rimane il mio scrittore preferito: i suoi personaggi – emotivi, indecisi, complicati, complessati – sono tra i migliori che si possano trovare nella narrativa di genere. All’estremo opposto dei burattini senz’anima di Clarke o di molti romanzi della LeGuin, sono loro a pilotare la trama, facendole a volte prendere direzioni inaspettate, ma sempre in accordo con la loro psicologia. E sono anche personaggi che evolvono: Mayerson soprattutto, ma in misura minore anche gli altri, alla fine del romanzo saranno diversi da quelli che erano all’inizio.
E bisogna fare i complimenti a Dick, per essere riuscito a farci simpatizzare con individui tanto sgradevoli. In Palmer Eldritch, infatti, nessuno ci fa bella figura. Da una parte, i personaggi newyorkesi – Mayerson, Bulero, Roni Fugate, Hnatt – sono degli arrivisti, egocentrici e meschini, che si lasciano spesso e volentieri andare a bassezze e temono di continuo (non a torto) di essere pugnalati alle spalle da colleghi e “amici”. Dall’altra, i personaggi marziani sono gente piegata, depressa, il cui quesito principale è di che droga drogarsi e come far passare il tempo. In mezzo, Palmer Eldritch, personaggio titanico e affascinante; nominato fin dalle prime pagine, la sua apparizione è continuamente ritardata, ma quando finalmente compare, be’, ci fa la sua porca figura!

La capacità di provare empatia verso i personaggi di un libro viene in gran parte dalla gestione del pov, e Dick ne fa un uso quasi perfetto: tutto è sempre filtrato dal personaggio punto di vista, dai suoi occhi e dai suoi pensieri. E la voce di Mayerson, cinica, amara e piuttosto passiva, è molto diversa da quella del baldanzoso Bulero – che grazie al suo cervello potenziato schizza continuamente da una catena di pensieri all’altra, elaborando piani e agendo, agendo, agendo. E quando nel romanzo distinguere realtà e illusione comincia a diventare complicato, il lettore si trova a provare la stessa confusione dei suoi personaggi, la stessa angoscia…
Dico “quasi” perfetto, comunque, perché a dire il vero uno scivolone lo fa. Mi riferisco al pov delle scene di Chicken Pox Prospects: invece di essere focalizzato su uno solo dei sei membri della colonia, il pov schizza da uno all’altro, come se costituissero una sorta di coscienza collettiva. Imputo questa gestione del pov a una distrazione di Dick, perché non dà nessun vantaggio, mentre al contrario crea una certa confusione; si fa sempre fatica a capire chi sta parlando e a distinguere un personaggio dall’altro. Aldilà dei salti di pov, poi, i sei coloni sono troppo poco differenziati – rimangono dei nomi volanti.

Philosoraptor si interroga sulla droga

Il philosoraptor si interroga sulle implicazioni sociali di questo romanzo.

The Three Stigmata of Palmer Eldritch è un romanzo estremamente suggestivo, e si legge che è un piacere. Un romanzo che mette insieme capitalismo selvaggio, alienazione, droghe, invasioni mentali, pazzia, religione, drammi esistenziali e speculazioni filosofiche.
Poteva essere meglio? Sì, se solo Dick si fosse preso uno o due anni per scriverlo, anziché qualche mese. Se avesse potuto organizzare meglio la trama e riflettere meglio sull’esatta portata di device chiave come il Chew-Z; se avesse potuto lavorare più a lungo sullo stile, per esempio sfoltendo il libro da tutti quegli avverbi. Pazienza.
E’ figo lo stesso.

Dove si trova?
Come ho già detto parlando di The Zap Gun, Philip K. Dick è in assoluto uno degli scrittori di genere più facili da trovare. In lingua originale, potete trovarlo su BookFinder, Library Genesis e sul canale #ebooks di IrcHighway. In italiano, potete affidarvi a Emule oppure comprare l’edizione Fanucci in libreria – Palmer Eldritch lo trovate di sicuro, continuano a ristamparlo.

Chi devo ringraziare?
Probabilmente l’elenco sarebbe lungo e complicato, ma chi mi ha convinto più di tutti credo sia stato Lawrence Sutin, autore di una curiosa (e ricca) biografia su Dick, Divine Invasions.
Sutin è pure fin troppo entusiasta di Palmer Eldritch, e gli dà la bellezza di 10/102. Esagera, ma posso capirlo.

Divine invasioni di Lawrence Sutin

Diffido dei blurb, ma in questo caso devo ammettere che ha ragione. Inquietante.

Qualche estratto
Per i due estratti di oggi, ho scelto la prima scena in cui i coloni di Marte entrano nel plastico di Perky Pat, e la prima, inquietante apparizione (piuttosto tardi nel romanzo) di Palmer Eldritch.

1.
He shut the door of the compartment, then swiftly got out his own Perky Pat layout, spread it on the floor, and put each object in place, working at eager speed. […] for him life on Mars had few blessings.
“I think,” Fran said, “you’re tempting me to do wrong.” As she seated herself she looked sad; her eyes, large and dark, fixed futilely on a spot at the center of the layout, near Perky Pat’s enormous wardrobe. Absently, Fran began to fool with a min sable coat, not speaking.
He handed her half of a strip of Can-D, then popped his own portion into his mouth and chewed greedily.
Still looking mournful, Fran also chewed.
He was Walt. He owned a Jaguar XXB sports ship with a fiatout velocity of fifteen thousand miles an hour. His shirts came from Italy and his shoes were made in England.
As he opened his eyes he looked for the little G.E. clock TV set by his bed; it would be on automatically, tuned to the morning show of the great newsclown Jim Briskin. In his flaming red wig Briskin was already forming on the screen. Walt sat up, touched a button which swung his bed, altered to support him in a sitting position, and lay back to watch for a moment the program in progress.
“I’m standing here at the corner of Van Ness and Market in downtown San Francisco,” Briskin said pleasantly, “and we’re just about to view the opening of the exciting new subsurface conapt building Sir Francis Drake, the first to be
entirely underground. With us, to dedicate the building, standing right by me is that enchanting female of ballad and–”
Walt shut off the TV, rose, and walked barefoot to the window; he drew the shades, saw out then onto the warm, sparkling early-morning San Francisco street, the hills and white houses. This was Saturday morning and he did not have to go to his job down in Palo Alto at Ampex Corporation; instead–and this rang nicely in his mind–he had a date with his girl, Pat Christensen, who had a modern little apt over on Potrero Hill.
It was always Saturday.
In the bathroom he splashed his face with water, then squirted on shave cream, and began to shave. And, while he shaved, staring into the mirror at his familiar features, he saw a note tacked up, in his own hand.

THIS IS AN ILLUSION. YOU ARE SAM REGAN, A COLONIST ON MARS. MAKE USE OF YOUR TIME OF TRANSLATION, BUDDY BOY. CALL UP PAT PRONTO!

And the note was signed Sam Regan.

Chiuse la porta dello scompartimento; quindi, tirò rapidamente fuori il suo progetto di Perky Pat, lo distese sul pavimento e mise ogni oggetto al suo posto, lavorando con impaziente rapidità. […] per lui la vita su Marte presentava pochi aspetti positivi.
— Penso che tu stia cercando di indurmi in tentazione — disse Fran. Si mise a sedere e sembrava triste; i suoi occhi, grandi e scuri, fissavano, senza guardare, un punto al centro del progetto, vicino all’enorme guardaroba di Perky Pat. Con fare assente, Fran iniziò a giocherellare con un cappotto nero miniaturizzato, senza parlare.
Le passò una mezza stecca di Can-D, poi si sparò in bocca la propria parte e masticò avidamente.
Conservando la sua aria luttuosa, anche Fran masticò.
Lui era Walt. Possedeva una navicella Jaguar XXB Sport, capace di una velocità massima di quindicimila miglia all’ora. Le sue camicie provenivano dall’Italia e le scarpe erano made in England. Aprì gli occhi e il piccolo televisore-orologio General Electric posto vicino al suo letto; si accese automaticamente, sintonizzato sullo show del mattino del grande infoclown Jim Briskin. Con la sua parrucca rosso fiammante Briskin stava già prendendo forma sullo schermo. Walt si mise a sedere, toccò un bottone che fece rialzare metà del suo letto, in modo da sostenergli la schiena, e si abbandonò all’indietro, guardando per un attimo il programma in onda.
— Sono qui all’angolo tra la Van Ness Avenue e Market Street, nel centro di San Francisco — disse Briskin, amabilmente — e stiamo per assistere all’apertura del nuovo sensazionale condominio subsuperficiale Sir Francis Drake, il primo costruito interamente sottoterra. Con noi, per inaugurare l’edificio, proprio qui al mio fianco, abbiamo un’incantevole artista e…
Walt spense la tv, si alzò e si diresse scalzo alla finestra; tirò le tende e restò a guardare le tiepide e scintillanti strade di San Francisco, di prima mattina, le colline e le case bianche. Era sabato e non doveva recarsi al lavoro, fino a Palo Alto, alla Ampex Corporation.
Invece — e ciò suonava meravigliosamente alle sue orecchie — aveva un appuntamento con la sua ragazza, Pat Christensen, che possedeva un piccolo appartamento moderno su a Potrero Hill.
Era sempre sabato.
In bagno, si gettò dell’acqua in faccia, premette sul tubetto di crema da barba e iniziò a radersi. E mentre si radeva, fissando nello specchio le proprie familiari fattezze, vide appiccicato un appunto di proprio pugno.

QUESTA È UN’ILLUSIONE. TU SEI SAM REGAN, COLONO SU MARTE. SFRUTTA A DOVERE IL TUO TEMPO DI TRASLAZIONE, AMICO. CHIAMA PAT IMMEDIATAMENTE!

E l’appunto era firmato Sam Regan.

Barbie vecchia

La verità che hanno sempre nascosto ai coloni marziani…

2.
From the ship stepped Palmer Eldritch.
No one could fail to identify him; since his crash on Pluto the homeopapes had printed one pic after another. Of course the pics were ten years out of date, but this was still the man. Gray and bony, well over six feet tall, with swinging arms and a peculiarly rapid gait. And his face. It had a ravaged quality, eaten away; as if, Barney conjectured, the fat-layer had been consumed, as if Elditch at some time or other had fed off himself, devoured perhaps with gusto the superfluous portions of his own body. He had enormous steel teeth, these having been installed prior to his trip to Prox by Czech dental surgeons; they were welded to his jaws, were permanent: he would die with them. And–his right arm was artificial. Twenty years ago in a hunting accident on Callisto he had lost the original; this one of course was superior in that it provided a specialized variety of interchangeable hands. At the moment Eldritch made use of the five-finger humanoid manual extremity; except for its metallic shine it might have been organic.
And he was blind. At least from the standpoint of the natural-born body. But replacements had been made– at the prices which Eldritch could and would pay; that had been done just prior to his Prox voyage by Brazilian oculists. They had done a superb job. The replacements, fitted into the bone sockets, had no pupils, nor did any ball move by muscular action. Instead a panoramic vision was supplied by a wide-angle lens, a permanent horizontal slot running from edge to edge. The accident to his original eyes had been no accident; it had occurred in Chicago, a deliberate acid-throwing attack by persons unknown, for equally unknown reasons . . . at least as far as the public was concerned. Eldritch probably knew. He had, however, said nothing, filed no complaint; instead he had gone straight to his team of Brazilian oculists. His horizontally slotted artificial eyes seemed to please him; almost at once he had appeared at the dedication ceremonies of the new St. George opera house in Utah, and had mixed with his near-peers without embarrassment. Even now, a decade later, the operation was rare and it was the first time Barney had ever seen the Jensen wide-angle, luxvid eyes; this, and the artificial arm with its enormously variable manual repertory, impressed him more than he would have expected . . . or was there something else about Eldritch?
“Mr. Mayerson,” Palmer Eldritch said, and smiled; the steel teeth glinted in the weak, cold Martian sunlight. He extended his hand and automatically Barney did the same.

Dall’astronave uscì Palmer Eldritch.
Era lui, non ci si poteva sbagliare: da quando era precipitato su Plutone, gli omeogiornali avevano pubblicato un gran numero di foto. Ovviamente, le foto erano vecchie di dieci anni, ma il tipo era rimasto lo stesso. Grigio e ossuto, ben oltre il metro e ottanta di altezza, con braccia ciondolanti e un’andatura particolarmente rapida. E la sua faccia aveva un che di devastato, di smangiato, come se, ipotizzò Barney, lo strato di grasso si fosse completamente consumato, come se Eldritch, a un certo punto, si fosse cibato di se stesso, divorando magari di gusto le parti superflue del suo stesso corpo. Aveva enormi denti d’acciaio, che gli erano stati installati prima della partenza per Proxima da un dentista chirurgo ceco: erano saldati alla mandibola, fissi. Gli sarebbero durati tutta la vita. E poi… il suo braccio destro era artificiale. Aveva perso quello vero vent’anni prima, in un incidente di caccia su Callisto; quello nuovo, ovviamente, era migliore, nel senso che era dotato di una sofisticata serie di mani intercambiabili. In quel momento, Eldritch stava utilizzando l’estremità manuale simil-umana a cinque dita; a parte il luccichio metallico, avrebbe potuto anche essere organica.
Inoltre, era cieco. Almeno dal punto di vista degli organismi naturali. Ma aveva fatto dei trapianti, al prezzo che poté e volle pagare: era stato operato da oculisti brasiliani, appena prima di partire per Proxima. Avevano fatto uno splendido lavoro. I ricambi, collocati all’interno delle cavità oculari, erano privi di pupille, e i due bulbi non erano mossi da alcun muscolo. Erano dotati, invece, di visione panoramica, prodotta da lenti grandangolari che, come immobili fessure orizzontali, li bisecavano. L’incidente agli occhi non era stato un incidente: era successo a Chicago, un deliberato assalto al vetriolo compiuto da ignoti, per ragioni altrettanto ignote… almeno all’opinione pubblica. Eldritch, probabilmente, lo sapeva. Però, non aveva detto nulla, non aveva sporto denuncia, ed era andato subito dal suo team di oculisti brasiliani. I suoi occhi artificiali a fessura orizzontale parvero piacergli: quasi subito si era presentato alla cerimonia di inaugurazione del Teatro dell’Opera di St. George, Utah, e si era mescolato ai suoi quasi-pari senza alcun imbarazzo. Persino ora, dopo dieci anni, quell’operazione veniva tentata raramente, e Barney vedeva per la prima volta gli occhi luxvid grandangolari Jensen.
Questi e il braccio artificiale, con il suo vasto repertorio di opzioni manuali, lo impressionarono più di quanto si aspettasse… o, forse, c’era qualcos’altro in Eldritch?
— Signor Mayerson — disse Palmer Eldritch, e sorrise; i denti d’acciaio scintillarono nella debole e fredda luce di Marte. Tese la mano e Barney, meccanicamente, fece lo stesso.

Tabella riassuntiva

Un viaggio allucinante tra realtà e finzione, tra reale e mentale, tra umano e divino. Idee un po’ confuse sui device principali del romanzo.
Ritmo serrato e un’idea dopo l’altra. Troppe storyline e sub-plot che si perdono per strada.
Atmosfera cupa, personaggi cinici e complessi. Cattiva gestione del pov a Chicken Pox Prospects.
Palmer Eldritch è un gran fiQo.

(1) Inoltre, come incipit del romanzo sceglierei l’ambientazione marziana (che invece appare solo nel terzo capitolo), così da “acchiappare” subito il lettore. L’incipit attuale – Mayerson a New York, che ha appena finito di farsi la sua assistente – non è un granché.Torna su
(2) Ecco un estratto dal libro di Sutin:

Ma se volete leggere un libro mozzafiato, che si divora in un lampo, e parla di una Terra segretamente invasa da forze aliene che vanno ben al di là della nostra comprensione, mentre Barney Mayerson passa attraverso innumerevoli realtà alternative cercando, in una di queste, solo in una, di riconquistare sua moglie, e i disperati coloni di Marte bramano lo splendido e luccicante mondo di Perky Pat, e Leo Bulero si rivolge al Dottor Sorriso, che desta non poca diffidenza, per aiutarlo a sfuggire al topo gigantesco, e Palmer Eldritch si rivela essere tutti, almeno per un o’, e riuscite a far quadrare l’insieme – con un po’ più di attenzione – in una commovente parabola sulla natura della realtà e sulla lotta per le nostre anime eterne, allora dovreste leggere Palmer Eldritch.

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Saggistica: Storia economica dell’Europa preindustriale

Storia economica dell'europa preindustrialeAutore: Carlo M. Cipolla
Editore: Il Mulino
Collana: Storica Paperbacks

Anno: 1974
Pagine: 491

Una breve premessa
Per lo scrittore di narrativa fantastica, il worldbuilding è uno degli aspetti più delicati. Creare un’ambientazione non è solo questione di “colore”, ma è lo sfondo e la ragion d’essere di tutto ciò che accade nel romanzo. Worldbuilding non significa stabilire quanti gradi ci sono d’estate e d’inverno a Granburrone, o decidere i nomi di tutti i regnanti della dinastia di Stocazzo, o disegnare foreste e montagne e città su una mappa formato A4 – quelle sono minchiate. Worldbuilding significa che se decido di raccontare la storia di un giovane paladino che vuole salvare il mondo dai demoni della scabbia, devo innanzitutto chiedermi: che armi usa il mio sbarbatello? Se va in giro mulinando spade e tirando con l’arco, allora difficilmente verrà da un mondo che conosce l’elettricità e costruisce navi volanti 1. Quindi, qual’è il livello tecnologico di questo mondo? E, già che ci siamo, come mai va da solo? Viene da una famiglia povera? O è un reietto del suo gruppo? E quindi, com’è la società in cui vive? E così via…
La pianificazione dell’ambientazione di un romanzo in genere non avviene (e non dovrebbe avvenire) dal generale al particolare, ma dal particolare al generale. Come spiega Scott Card in How to Write Science Fiction and Fantasy, tipicamente lo scrittore parte con un’idea, una suggestione, un personaggio, e gradualmente la espande (combinandola ad altre idee) in una storia. Il worldbuilding avviene in un secondo momento, come un processo che dà supporto e consistenza all’idea di base. E sua volta, il worldbuilding interagisce con le idee di base, espandendole, modificandole e correggendole in modo che il risultato finale siano una trama e un’ambientazione reciprocamente coerenti 2.
Il problema, quindi, sorge quando io, aspirante scrittore, ho la velleità di creare un’ambientazione medievaleggiante (o pseudo-rinascimentale, o inizio-industriale, o vittoriana-steampunk, etc.) senza sapere una mazza di questi periodi storici. Come farò a creare un’ambientazione e una trama coerente, se non ho i mezzi per giudicarla? Difficilmente il risultato sarà differente da quella coppia di geni che fanno cianciare il loro cavaliere medievale di Costituzione, di democrazia e uguaglianza di tutti gli uomini di fronte alla legge (true story). E l’equo-solidale non ce lo mettiamo?

Con i miei articoli di Saggistica – e in particolare con il primo – ho voluto instradare la gente verso uno studio un minimo serio delle epoche storiche e delle ambientazioni. Oggi voglio continuare questa tradizione con un altro libro di grandissima utilità per chiunque voglia ambientare la sua trilogia elfica sbrilluccicosa in un’epoca pre-industriale. Un libro che quando lo lessi (circa un anno e mezzo fa) mi colpì moltissimo, e mi iniziò a una lunga serie di letture sul medioevo: Storia economica dell’Europa preindustriale.
Okay – il titolo è eccitante come un film muto bulgaro.
Ma, aspettate! Permettetemi di provare a convincervi. Ecco perché dovreste leggere questo libro:

  • Perché Cipolla scrive molto bene e non ci si annoia quasi mai.
  • Perché è una storia non soltanto dell’economia, ma anche della demografia, delle condizioni igieniche, dello stile di vita e delle aspirazioni dell’epoca.
  • Perché non considera il solo Medioevo ma si spinge sino alla metà del Settecento. Può quindi interessare chiunque voglia occuparsi di un periodo post-preistorico e pre-industriale.
  • Perché non richiede una preparazione pregressa in economia o altro, né, a dire il vero, uno studio manualistico (date, avvenimenti etc. della vera storia d’Europa).
  • Perché questo libro vale come altri tre o quattro sull’argomento, quindi è anche un risparmio di tempo ed energie.
  • Perché Cipolla è quello che ha scritto le Leggi fondamentali della Stupidità umana (un must per tutti i fan del Duca). Una garanzia di qualità.

Incuriositi?
Allora entriamo un po’ più nello specifico.

Final Fantasy XII nonsense

Final Fantasy XII. Sceneggiato dalla premiata ditta Siccardi-Montanaro?

Uno sguardo approfondito
Il saggio di Cipolla si propone il modesto compito di riassumere i punti salienti dell’organizzazione economica (e quindi, di riflesso, dello stile di vita) del mondo europeo dall’anno 1000 alla seconda metà del 1700, cioè alle soglie della Rivoluzione Industriale. L’idea forte alla base di questo scelta è che – tenuto conto delle modifiche nel tempo e del progresso – la vita economico-sociale dell’Europa nel corso di questi 700 anni abbia avuto notevoli tratti comuni. Il saggio si compone di due parti, chiamate “Un’approssimazione statica” e “Verso una descrizione dinamica”.
Se la prima parte considera questi 700 anni come un tutt’uno, vedendo cosa è rimasto invariato, o comunque quali sono state le note dominanti di tutto il periodo, il secondo mostra cosa è cambiato nel tempo, in cosa sia consistita l’evoluzione dal placido mondo agricolo dell’anno 1000 a quel laboratorio di tecnica e progresso che furono il Seicento e Settecento, e quali siano stati i fattori determinanti. Citando le parole di Cipolla all’inizio della seconda parte:

In certo senso le pagine che precedono [la prima parte] illustrano ciò che vi fu di permanente nell’economia europea tra l’età dei Comuni e la Rivoluzione industriale, mentre le pagine che seguenti illustreranno quello che cambiò.

In realtà le due parti fanno molto più di così.
Nella prima, Cipolla introduce prima di tutto il neofita ad alcuni concetti fondamentali dell’economia, ossia cosa si debba intendere per domanda, per offerta, per beni di prima necessità e desideri (o, in inglese, “needs” e “wants”), per tesaurizzazione, per inflazione, e così via. In questo senso, il saggio dà fin dall’inizio tutti gli strumenti perché il lettore possa capire l’argomento, senza presupporre – come fanno altre pubblicazioni – una preparazione di base nel lettore. Inoltre Cipolla sfata falsi miti e idealizzazioni, mostrando quanto spesso sia sfumata la linea di demarcazione tra un concetto e l’altro: difficile, per esempio, etichettare il cibo come “bene di prima necessità” e la costruzione di una cattedrale come “lusso”, quando leggendo i documenti si trova gente disposta a patire la fame pur di compiacere Nostro Signore con un abside nuovo.

Duomo di Milano

Un esempio di bene di prima necessità.

Nella seconda parte, poi, Cipolla considera prima di tutto i singoli fattori che hanno determinato l’evoluzione del nostro sistema economico e sociale. Il primo capitolo, per esempio, è dedicato alla rivoluzione urbana del Basso Medioevo – uno dei principali motori del progresso dell’ultimo millennio. Rinascita della città, infatti, significa tanti lavoratori concentrati nello stesso luogo, e quindi più efficienza produttiva, più commercio, maggiore circolazione dei beni, della moneta e delle persone, e quindi più investimenti, e aumento del benessere economico di una parte della popolazione, e così via. Inoltre, la bilancia della ricchezza monetaria e del peso politico comincia (molto gradualmente) a spostarsi dalla classe dei proprietari terrieri – che, soprattutto in Occidente, avevano dominato anche per tutta l’epoca greco-romana – a quella dei mercanti- banchieri-imprenditori puri, o, più di frequente, a quella di coloro che mescolavano i profitti dati dalla terra a quelli dati da commercio e imprenditoria 3.
Un altro capitolo è dedicato alla storia della demografia – dove Cipolla si interroga, analizzando indici di natalità e mortalità, su come mai l’Europa abbia sempre avuto una popolazione notevolmente più bassa di altre aree del mondo, come la Cina o il subcontinente indiano – un altro alla storia della tecnologia – perché gli uomini del Medioevo accettarono con tanta facilità innovazioni tecniche, come il mulino ad acqua, che non presero mai piede presso i Romani? – un altro sulla storia delle monete e del rapporto tra circolazione di denaro liquido e floridità dei commerci internazionali. Si impara così che alcuni progressi furono dettati non solo da cause profondi, ma anche da colpi di fortuna: uno dei fattori che fecero impennare il progresso tra Cinquecento e Seicento, per esempio, sarebbe l’enorme afflusso d’oro e argento (e quindi di monete) dovuto ai ricchi giacimenti trovati nelle Americhe, i quali a loro volta avrebbero accelerato e semplificato la circolazione delle merci in Europa e nelle colonie. Fino alla fine del Quattrocento, infatti, un problema critico del commercio europeo parrebbe essere stato la penuria di minerali preziosi con cui coniare le monete.
Negli ultimi due capitoli, finalmente, Cipolla affronta in modo sistematico le ragioni del progresso tra il Mille e la Rivoluzione industriale. Il primo capitolo, che considera il blocco 1000 – 1500, mostra le conseguenze immediate della rivoluzione urbana; mostra come il consequenziale aumento della popolazione europea (a fronte dell’insufficiente progresso tecnologico, e dell’inesistente progresso medico) portò a livelli di insostenibilità che sarebbero sfociati nella crisi economica della metà del Trecento, nella grande diffusione della peste, e nel diffuso malessere che si sarebbe protratto fino alla metà del Quattrocento; e mostra gli inizi della ripresa della fine del Quattrocento. Il secondo, dedicato al periodo 1500 – 1700, oltre a spiegare come si realizzò il grande progresso che avrebbe portato l’Europa a dominare il mondo, ci mostra le differenze tra le varie nazioni europee e cosa portò alcune alla supremazia (come Inghilterra e Olanda) e altre all’oblio (Spagna, Italia).

Spagna

Finora ho parlato del libro come di un saggio di storia economica. Ma come si sarà capito fra le righe, nel libro di Cipolla c’è molto di più. Parlare dell’economia preindustriale significa infatti parlare di un sistema economico soggetto a continue crisi di sottoproduzione; un sistema fondato sull’agricoltura, e quindi sugli incontrollabili capricci del clima; un mondo in cui carestie e malnutrizione erano la norma più che l’eccezione, e quindi un mondo con aspettativa di vita, e qualità della vita, estremamente basse. Tutto questo significa parlare di distribuzione per età della popolazione europea, e della percentuale della popolazione abile al lavoro, e delle percentuali di ciascuna categoria di lavorati.
Parlare di carestie significa poi parlare di fiumane di contadini che si riversano nelle città. Significa quindi parlare di sovrappopolazione, del rapporto tra popolazione lavoratrici e mendicanti (tra cui, altissimo il numero dei trovatelli), di condizioni igieniche sempre più precarie – e quindi di storia della medicina. Significa anche parlare dei sistemi con cui i governi cittadini si premuravano di proteggere la popolazione dalle conseguenze di una carestia, allestendo scorte di cibo altri sistemi preventivi. E questa panoramica sulle condizioni di perenne precarietà dell’uomo preindustriale, a sua volta, spiega la forte religiosità della gente del periodo, e così si ritorna, ad anello, a uno dei problemi iniziali: come si fa a dire che per questa gente la pagnotta fosse più importante di raccomandarsi al proprio Dio con una chiesa nuova?
Cipolla quindi disegna una storia della società e della mentalità del mondo preindustriale. E il ritratto che emerge – oltre ad essere, in certe pagine, un vero pugno nello stomaco – insegna allo scrittore di fantasy una delle lezioni più importanti: quanto siano infantili, falsi, wish-fulfilling, i medioevi patinati come la Cyrodiil di Oblivion o la Contea di Tolkien. Soprattutto, ti fa riflettere seriamente se vuoi davvero ambientare il tuo romanzo in un periodo così ricolmo di sofferenza, precarietà, povertà, morte, al cui confronto anche l’ultimo immigrato del Burqina Faso sembra un privilegiato. Per dirla in poche frasi:

L’invocazione più frequente nell’Europa pre-industriale era: Domineiddio, liberaci dalla guerra, dalla carestia e dalla peste. […] Per chi è vissuto nell’Europa industrializzata del secolo XX è difficile immaginare cosa fossero la fame e la carestia dei secoli passati. […] La gente moriva letteralmente di fame e non era raro in tempi di carestia il trovare individui morti per la strada con i denti affondati nella terra o nell’erba.

Black Horse Courier

Il punto più basso mai raggiunto dagli Elder Scrolls.

Infine, tre considerazioni sullo stile di Cipolla.
Primo, l’autore dà l’impressione di sapere di cosa sta parlando. Le pagine sono corredate di tabelle e statistiche che disaminano argomenti di ogni sorta, dalle dimensioni delle maggiori città d’Europa nel corso dei sette secoli alla distribuzione della popolazione per tipo di impiego in differenti città, al costo medio di varie categorie di articoli in diversi periodi.
Una delle cose che si notano subito, e che ci portano al secondo punto, è la carenza di informazioni. Cipolla è il primo a dire che i documenti sono spesso lacunosi e scarsi, che molte considerazioni dello storico si basano più su ipotesi e supposizioni che su dati reali. Una patina di dubbio ragionato, di cautela, di rifiuto della spiegazione unica pervadono tutto il saggio. Cipolla è una persona schietta, che quando non è sicuro lo dice, che quando trova superficiale la spiegazione dominante di un certo fenomeno lo fa presente 4.
Terzo, Cipolla scrive bene. E’ immediato, leggero, fa battute, preferisce l’esempio concreto e l’immagine vivida a imbottirsi di termini tecnici – si trova, quindi, all’estremo opposto dello stile pomposo e ripetitivo di Norbert Elias. E’ molto difficile annoiarsi leggendo Cipolla, e si passa con curiosità da un argomento all’altro, dal modo sistematico in cui venivano sfruttati i bambini all’impatto rivoluzionario del mulino ad acqua o della sostituzione del cavallo al bue come animale da tiro.

Insomma, Storia economica dell’Europa preindustriale è piacevole da leggere e ricco di informazioni. Certo, come già per La guerra nel Medioevo di Contamine, il limite del saggio di Cipolla è quello di condensare in meno di 500 pagine quasi un millennio di storia, toccando molti argomenti solo per sommi capi. Ma lo scopo di questo saggio vuole proprio essere quello di dare un’infarinatura di base al neofita. Soprattutto, è degna di lode la capacità di Cipolla di collegare un’argomento all’altro, dalla numismatica alle condizioni di vita del contado, da una panoramica sulla Lega anseatica alla nascita dell’orologio meccanico, dando al lettore uno sguardo d’insieme del mondo europeo preindustriale.
Un notevole risparmio di tempo e fatica, dato che in genere queste stesse nozioni si trovano sparpagliate in più testi. Il curioso di storia medievale scoprirà un sacco di cose nuove; l’aspirante scrittore e worldbuilder avrà in mano gli strumenti di base per creare un’ambientazione credibile. Ho letto diversi volumi di storia dell’economia – come il noioso e compilatorio Storia economica del mondo di Cameron, che non consiglierei a nessuno – e mai nessuno mi ha preso quanto questo.
Uno dei saggi storici più belli che abbia mai letto.

Tabella riassuntiva

Una storia economica e sociale dall’anno Mille alla Rivoluzione Industriale. Impossibilità di approfondire i singoli argomenti.
Facile da seguire, non richiede conoscenze pregresse.
Stile schietto e piacevole.

—-

(1) No: Final Fantasy XII non è un esempio di buon worldbuilding. E’ più un esempio di: “voglio inculare a sangue un branco di 13enni che non sanno niente di niente”.Torna su

(2) Gamberetta esprime opinioni in alcuni punti analoghe nel suo ultimo post:

A proposito di descrizioni e world building: la qualità batte sempre la quantità. È meglio una città ben descritta che venticinque generiche. Meglio una fortezza interessante che cinquanta castelli tutti uguali.
I due approcci principali al world building sono: dal generale al particolare e dal particolare al generale. Io consiglio caldamente il secondo approccio.
Ovvero, quando progettate il vostro mondo fantasy, non partite da un pianeta, o da un continente, partite da una stanza. O da una piazza. O da un angolo di bosco. E, partendo dai dettagli che vedete intorno a voi, costruite l’ambientazione.
Perché è meglio? Perché, a meno che non stiate progettando una guerra interplanetaria, i personaggi non vedranno mai come le grandi montagne dell’Ovest si incuneano nelle pianure meridionali accanto al lago eterno; viceversa vedranno una grotta innevata che si apre sul fianco della montagna, vedranno una mandria di bufalogatti pascolare per la pianura, vedranno i canneti crescere sulla sponda del lago.
Raramente vi serve avere sottomano un intero pianeta, invece è vitale conoscere ogni dettaglio dei luoghi dove si svolgerà l’azione. Sento già l’appassionato di high fantasy frignare che lui ha bisogno di almeno un paio di continenti perché ci deve ambientare una guerra epica. Be’, la guerra epica può funzionare anche se i continenti sono appena abbozzati, l’importante è che si abbia una conoscenza dettagliata di dove si svolgono le battaglie.
Se mostrate a un marine in partenza per il Medio Oriente una cartina muta e gli chiedete di indicare l’Iraq, non avrà idea di dove posare il dito. Questo non gli impedirà di combattere, uccidere, farsi ammazzare e compiere gesta più o meno epiche.

Il mio interesse qui è puramente di costruzione della trama e non di stile di scrittura, quindi non tornerò sulla questione “mostra gli ambienti dove avviene la storia e non il background”, che comunque è giustissima. Il lavoro di worldbuilding, del resto, deve rimanere al 90% sotto la superficie: il lettore non deve neanche vederlo.Torna su

(3) La mancata compenetrazione tra queste due classi, e soprattutto la posizione subordinata di mercanti, tecnici e artigiani, fu infatti una delle ragioni del fallimento di alcune nazioni rispetto ad altre. Il caso della Spagna mi sembra emblematico.
La Spagna nel Cinquecento ebbe l’opportunità di diventare la più potente nazione d’Europa; ma la sua società difettava di borghesi e operai specializzati, e il potere era concentrato nelle mani di proprietari terrieri e burocrati incapaci di capire il valore della tecnica. Risultato? I soldi spagnoli, invece di alimentare le imprese patrie, fecero crescere le economie degli altri Paesi – cosicché la Spagna fu inculata nel breve periodo da Olanda e Inghilterra, e sul lungo periodo da tutta l’Europa occidentale. Per usare le parole di Cipolla:

La Spagna del secolo XVII mancò di imprenditori e artigiani ma ebbe sovrabbondanza di burocrati, preti e poeti. E il Paese sprofondò in una tragica decadenza.

Coglioni.Torna su

Torero incornato

Un riassunto della storia della Spagna dalla nascita a oggi.

(4) Se dovessi trovare un difetto, d’altronde, sarebbe proprio nell’eccesso di diffidenza che a volte mostra per certe teorie consolidate. Certo, non sono uno storico, e la mia opinione vale quello che vale – ma, per fare un esempio, la diffusione della schiavitù e la quantità di potere concentrato nell’aristocrazia fondiaria mi sembrano ancora le ragioni principali nella refrattarietà al progresso tecnico dell’antica Roma; e la conquista dell’Atlantico e il contemporaneo consolidamento degli Ottomani in Medio Oriente mi sembrano tutt’ora delle cause importanti del declino delle nazioni europee del Mediterraneo a partire dalla metà del Cinquecento.Torna su

Maggio invece è OK

Primo Maggio ComunistaEd eccoci qui.
Nonostante avessi detto che avrei continuato a postare una volta ogni tanto, il mese di Aprile è stata una tabula rasa per Tapirullanza. Potrei dire mea culpa, ma in realtà la colpa non è mia; è del destino.

Durante Aprile, il tempo semplicemente non c’è stato. Non c’è stato per scrivere nuovi articoli (o ultimare quelli già scritti a metà), e non c’è stato per monitorare l’attività del blog. La mia attività su Internet in queste tre settimane abbondanti si è limitata a sporadiche attività a stress-zero tipo spernacchiare John Carter da Zwei o sproloquiare di gdr e sistemi magici dal Duchino. E quel paio di articoli che avevo già praticamente pronti, ho preferito tenermeli per un momento in cui avrei avuto modo di rispondere e seguire le visite.
Cosa che succederà a partire da questa settimana. Infatti comincia Maggio, e Maggio è un mese molto bello. In primo luogo, perché c’è il Primo Maggio. Poi perché fa caldo. Poi perché Gamberetta si è rifatta viva e ha promesso un altro post per i prossimi giorni. E poi perché è fantasy.

Sono contento anche per un altro motivo: nonostante il pressoché abbandono del blog da parte mia per tutto il mese, le visite si sono mantenute quasi sempre sopra le 200 giornaliere (con qualche picco prossimo alle 300). Segno che Tapirullanza un minimo di peso (sia tra gli affezionati che sui motori di ricerca) l’ha acquistato. Con l’ondata dei nuovi post, conto che le visite tornino alle ragguardevoli altezze di 300-500 al giorno di Marzo.
E, già che siamo in argomento, due parole sul futuro del blog. Nei prossimi Consigli, torneranno vecchie conoscenze – come Dick e Swanwick – assieme a diverse new entries, da Stanley Robinson a VanderMeer. E poi naturalmente continuerò a scrivere Bonus Tracks – su libri recenti, libri più old (anche qualche Ottocentesco), saggistica e magari anche qualche mainstream particolarmente curioso – e pure la famosa classifica personale chiestami da Giovanni. Insomma, si continua così come eravate abituati.

Ma, dicevo, il Primo Maggio.
Nonostante le cosacce che si ostina a dirmi Dago, non sono mai stato un tipo da manifestazione. Il Primo Maggio è praticamente l’unica ricorrenza che sia riuscita a trascinarmi per strada, a sorreggere cartelli con incomprensibili scritte in polacco o in ungherese o in curdo (mi hanno assicurato fosse qualcosa tipo ‘Lavoratori di tutto il mondo unitevi!’. Spero solo non ci fosse scritto ‘Scemo chi legge’). Quest’anno purtroppo non potrò essere con gli altri a sfilare, ma voglio essere con loro almeno in ispirito.
Questo pensierino lo dedico a Dago e al suo crescente amore per la causa proletaria mondiale.
Inizialmente pensavo di stare sul classico, tipo l’Internazionale; ma poi ho pensato: 2 old!!!, e quindi me ne sono uscito con un pezzo praticamente altrettanto old ma chissene.

Cantate con me:

Oh, la mia cassetta è piena piena
di chintz e broccati.
Abbi compassione, dolcezza,
delle mie spalle valenti.
Uscirò, uscirò fra l’alta segale,
e lì aspetterò fino a notte.
Appena scorgerò la ragazza dagli occhi neri
le esporrò tutti i miei beni.
Ho pagato anche prezzi non modici,
non essere avara, non mercanteggiare,
posa qui le tue labbra vermiglie,
siedi più vicino al tuo amato.
Qui è già scesa una notte nebbiosa,
un giovane audace aspetta.
Ascolta, arriva!, viene l’amata,
il mercante sta vendendo i suoi beni.
Katja contratta con cautela,
timorosa di pagare troppo.
Il ragazzo bacia la ragazza
chiedendole di alzare il prezzo.
Sa soltanto la notte profonda
in che modo si sono accordati.
Risollevati, alta segale,
e mantieni sacro il segreto.

Cosa c’entra? Be’, perché il komunismo è internazionale.
Come il Tetris. Circa.

LINE PIECE!!!

Dio del Tetris