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I Consigli del Lunedì #36: Roadside Picnic

Roadside PicnicAutore: Arkady e Boris Strugatsky
Titolo italiano: Picnic sul ciglio della strada
Genere: Science Fiction / Crime Fiction
Tipo: Romanzo

Anno: 1972
Nazione: Unione Sovietica
Lingua originale: Russo
Pagine: 220 ca.

Difficoltà in inglese: **

Un tempo, Harmont era una sonnacchiosa cittadina canadese senza nulla da offrire. Poi è arrivata la Visitazione: una civiltà aliena ha invaso senza preavviso Harmont e altri cinque punti del pianeta. Non hanno interagito con gli esseri umani in alcun modo; sono rimasti alcuni giorni e poi, così come sono arrivati, sono ripartiti. Ma dietro di sé hanno lasciato la Zona: chilometri di superficie contaminati dal loro arrivo e ricolmi di tutti gli incomprensibili artefatti che hanno buttato. Come se fossero passati per un picnic e si fossero dimenticati di pulire.
Schuhart Redrick è uno stalker. Di giorno, lavora come assistente di laboratorio per l’Istituto Internazionale di Culture Extraterrestri; di notte, un uomo che si guadagna da vivere infiltrandosi nella Zona e rubando i tesori della civiltà aliena per rivenderli sul mercato nero. La Zona è cintata e pattugliata dalla polizia, ma questo non ha impedito a un intero microcosmo di criminali di radunarsi ad Harmont per contrabbandare i reperti della Visitazione. Ma la Zona è un luogo pericoloso: si aggirano strane cose che possono ucciderti o mutilarti al minimo movimento sbagliato; e anche chi sopravvive, viene cambiato dalla Zona in modi misteriosi e irreversibili…

Era parecchio tempo che non pubblicavo un Consiglio. E quale modo migliore per farlo, se non dedicandolo, una volta tanto, a un’opera di fantascienza russa? In traduzione inglese. Vabbé, non è colpa mia: il russo non lo parlo, e se aspetto di mettere le mani su una traduzione italiana decente sto fresco. Ma dato che recensirò un romanzo letto in traduzione e non in lingua originale, mi soffermerò meno sullo stile e la costruzione delle frasi; d’altronde la cose più importanti da analizzare sono la struttura e i contenuti, e quelli per fortuna sopravvivono nel passaggio da una lingua all’altra (posto che il traduttore sappia fare il suo lavoro).
I fratelli Strugatsky 1 sono generalmente considerati i migliori autori di fantascienza russa della seconda metà del Novecento – e Roadside Picnic (vi risparmio l’originale russo), complice probabilmente l’ambientazione internazionale, è la loro opera più famosa.  Cosa succederebbe se l’umanità si trovasse improvvisamente tra le mani gli artefatti abbandonati di una civiltà infinitamente superiore alla loro? In quali modi verrebbe cambiata la vita quotidiana delle persone? Sono queste le domande alla base di Roadside Picnic. Il romanzo parte da un evento fantastico per poi zoommare sulle vite che da questo evento sono state trasformate – sulla società, sui traffici, sui desideri, le aspirazioni e le angosce che ne sono nati. Chi l’avrebbe detto che anche quei dannati bolscevichi sapessero scrivere fantascienza, eh?

Stalin smiles

“Scrivi, scrivi i tuoi romanzetti sovversivi. D’altronde, quella Stazione Spaziale Sovietica non si costruirà da sola, no?”

Uno sguardo più approfondito
Cominciamo dalla struttura del libro, che è piuttosto particolare. Dopo un breve prologo-intervista con lo scazzato premio Nobel dottor Pilman – utile a introdurre al lettore le ‘basi’ dell’ambientazione – il romanzo è composto da quattro lunghi capitoli che sono praticamente dei racconti autoconclusivi. O meglio, degli episodi nella storia della cittadina di Harmont dopo la Visitazione. Ogni episodio racconta la propria storia, e tra un episodio e l’altro trascorrono anni (eccezion fatta per il passaggio dal terzo al quarto).
La gestione del pov è impeccabile. Ognuno dei quattro capitoli segue un unico punto di vista; in tre dei quattro, il personaggio-pov è lo stalker Redrick, cosa che lo rende il vero protagonista del romanzo. Ma lo stile cambia nel corso del libro. Il primo capitolo (per ragioni che non ho capito) è scritto in prima persona, mentre i successivi sono tutti in terza con telecamera ora nei pressi, ora nella testa del personaggio. E se all’inizio del libro il tono è prevalentemente ironico, leggero – soprattutto nell’intervista al dottor Pilman, piena di sarcasmo e assolutamente piacevole da leggere – mano a mano che si va avanti l’atmosfera si fa più drammatica.

I fratelli Strugatsky, poi, mostrano che è un piacere. I movimenti che fanno i personaggi mentre parlano, l’accendersi e lo spegnersi del mozzicone di sigaretta, i gesti nervosi delle dita e l’espressione degli occhi – tutto viene registrato e comunicato al lettore. C’è un passaggio del libro in cui un Redrick distrutto si trascina sotto il sole lungo una pianura brulla, a ridosso di una cava, dove possiamo sentire sulla nostra pelle la stanchezza, le labbra che si spaccano per l’arsura, i solchi lasciati dalle cinghie dello zaino sulla pelle coperta di bolle.
E questa capacità di mostrare perdura nella gestione degli infodump. Le coordinate essenziali dell’ambientazione, come dicevo prima, sono introdotte nella breve intervista che apre il romanzo. Il dottor Pilman spiega (in un tono leggero e svogliato che assolutamente non annoia) cosa siano la Visitazione, la Zona, gli stalker. Dopodiché, dall’inizio del primo capitolo in poi, gli infodump nel vero senso della parola quasi spariscono dalla narrazione. Redrick descrive le cose mano a mano che le vede; le informazioni appaiono a spezzoni, sotto forma di ricordi o di istruzioni che dà ai novizi che lo accompagnano.
Prendiamo la cosiddetta mosquito mange, o zona di gravità iperconcentrata, un fenomeno che si manifesta in alcuni punti della Zona e che comprime in modi orribili qualunque cosa gli si avvicini. Inizialmente è nominata senza spiegare cosa sia. Poi a un tratto Redrick la vede: la percezione di un cambiamento nel moto nell’aria, uno strano inclinarsi degli oggetti ai suoi confini, poi, dei frammenti di materia compressa in strani modi che sembrano fluttuare nel nulla. Solo alla fine Redrick spiega ai suoi compagni che quella è una mosquito mange, e come funziona. E che è meglio non la tocchino.

In Soviet Russia

Redrick, in generale, è una voce narrante eccezionale. Lo sguardo di chi la sa lunga; dello stalker professionista che guarda dall’alto in basso i nuovi arrivati, che si aspetta di essere obbedito all’istante all’interno della Zona, perché lui è il sopravvissuto mentre gli altri sono morti; dell’uomo che sa che la vita è tutto un prendere o dare calci nei denti. Il suo tono cinico e distaccato dà il ritmo a tutta la narrazione; un ritmo pacato, anche nel bel mezzo dei pericoli della Zona. E dato che un esempio vale più di mille parole:

“See those rags over there? You’re looking the wrong way! Over there, to the right.”
“Yes,” said Arthur.
“Well, that was a guy called Whip. A long time ago. He didn’t listen to his elders and now he lies there in order to show smart people the right way. Look just to the right of Whip. Got it? See the spot? Right where the willows are a little thicker. That’s the way. You’re off!”

Il cambiare dell’atmosfera nel corso del romanzo (più ironica all’inizio, più cupa alla fine) non è che un riflesso dell’evolversi della psicologia del personaggio. Sì: pur essendo un romanzo breve, Redrick evolve. E a riprova della bravura degli Strugatsky: quando nel terzo capitolo si dà il cambio col pov del businessman cicciobombo Richard Noonan, anche il ‘timbro vocale’ della narrazione cambia.

Ma la vera protagonista del romanzo, alla fine, è la Zona. E’ uno dei tipi di ambientazione che preferisco in assoluto, perché è un luogo familiare, quotidiano, a cui si mescola in modi subdoli l’assurdo. La Zona si presenta come un posto normalissimo: una strada, un garage, degli edifici abbandonati, campi, una collina, una cava di pietra. Nella cava c’è un bulldozer abbandonato, inclinato su un lato; le case sono vuote. E poi, all’improvviso, le vedi: un’ombra sbagliata, un luccichio che non dovrebbe esserci, luci lampeggianti che a un tratto diventano una tempesta infernale che sa di ozono e che ti brucia vivo se passi troppo vicino; o una gelatina apparentemente innocua, ma che trasforma in gomma inerte tutto ciò con cui entra in contatto. E la morte può arrivare in qualsiasi momento, al minimo segnale, alla minima disattenzione. L’atmosfera è molto differente, eppure in qualche maniera mi ha ricordato la serie di Silent Hill.
Nella Zona, però, si trascorre non più di un terzo del romanzo. Il resto avviene fuori, per le strade di Harmont. E in duecento pagine, gli Strugatsky ti creano tutto un microcosmo che ruota attorno al concetto della Zona: ci sono gli stalker, con tutta la loro mitologia – come la leggendaria sfera dorata che, si dice, può realizzare i desideri, ma che in cambio esige un pegno di sangue – e i loro eroi – come il vecchio e cinico ‘Avvoltoio’ Burbridge, famoso per essere tornato sempre illeso dalla Zona, mentre il prezzo lo pagavano sempre quelli che lo accompagnavano. E poi i ricettatori, le organizzazioni che rivendono e distribuiscono sul mercato nero gli artefatti della Zona, la polizia, le famiglie degli stalker, la comunità degli scienziati e dei tecnici dell’IIEC. In queste pagine Roadside Picnic smette (in parte) i panni del mystery fantascientifico e diventa crime fiction del tipo più cinico, un po’ The Shield, un po’ Breaking Bad. E queste due metà si armonizzano perfettamente nel raccontare il dramma di una cittadina la cui vita è stata cambiata per sempre da un avvenimento incomprensibile.

In Soviet Russia

In poco più di duecento pagine, insomma, i fratelli Strugatsky riescono a condensare una incredibile quantità di temi – da quelli più umani a quelli più metafisici – e ti colpiscono al cuore. Ciò che rimane alla fine, soprattutto, è l’idea di un mondo vivo, che continua a vivere oltre la pagina; ti chiedi quante altre storie si potrebbero raccontare sul mondo di Roadside Picnic, di quanti personaggi secondari si vorrebbe sapere com’è andata a finire, quali altre peripezie dovranno vivere. E’ davvero incredibile che da questo romanzo non sia mai nato un serial televisivo; si presta naturalmente, avrebbe potuto avere tante stagioni quante Lost senza mai rimanere a corto di materiale. Spero sempre che prima o poi succeda. In compenso ha ispirato un film di Tarkovskij chiamato Stalker. 2
Roadside Picnic è un romanzo che consiglio a tutti; persino agli amanti del crime e che non sono abituati a leggere sci-fi, che forse potrebbero apprezzarlo anche di più degli altri. Lo raccomanderei anche in italiano, visto che comunque la lingua originale è il russo – ma non ne ho trovata una versione decente, e poi c’è sempre il rischio (soprattutto nella narrativa di genere e nelle collane da edicola tipo Urania) di trovarti tra le mani una traduzione di seconda mano, mediata dall’inglese, mentre per definizione questo non può succedere se leggi la versione inglese.

Dove si trova?
Roadside Picnic si può scaricare in inglese sia su Library Genesis che su BookFinder; purtroppo si trova solo in pdf, ma è un file di buona qualità e in una mezz’oretta se ne può fare un ePub più che dignitoso. In alternativa, si può acquistare l’edizione cartacea dei SF Masterworks (in cui, mi dicono, sono stati corretti anche alcuni piccoli errori di traduzione) su Amazon.co.uk; l’ultima ristampa si può portare a casa anche a prezzi molto bassi, spese di spedizione escluse.

Sui fratelli Strugatsky
Non avevo mai sentito parlare di questa coppia di scrittori russi prima di imbattermi in Roadside Picnic. L’introduzione all’edizione che ho letto (quella che si trova su Library Genesis) è scritta nientemeno che da Theodore Sturgeon, il quale nomina altri due libri dall’aria molto interessante: Hard to Be a God e soprattutto il satirico Tale of the Troika. Un’altra loro opera che ha raggiunto una certa notorietà internazionale (ma sembra già meno interessante) è l’utopia Noon: 22th Century.
Mi piacerebbe leggerli, ma purtroppo sui circuiti pirata non ho trovato nessuno di questi titoli, e sui canali legali i prezzi sono proibitivi. In Italia, sono in circolazione due traduzioni edite dalla Marcos y Marcos, e una di queste è proprio È difficile essere un dio – ma dovrei prima superare la mia naturale diffidenza verso le traduzioni italiane di opere di genere in lingue non-occidentali. Magari nei prossimi giorni andrò in libreria a controllare.

Meanwhile in Soviet Russia

Qualche estratto
Il primo brano è preso dal primo capitolo, nel momento in cui lo stalker Redrick entra nella Zona in compagnia del suo amico scienziato Kirill; osservando la zona dal velivolo, ha modo di evocare (e così di farci sapere) varie vicissitudini capitate agli stalker in questo piccolo appezzamento di pensiero. Il secondo pezzo, molto più avanti nel romanzo, è un estratto del dialogo tra Noonan e il dottor Pilman sulla natura della Visitazione e degli alieni: in fondo non si è trattato d’altro che di un picnic sul ciglio della strada.

1.
We were off.
The institute was on our right and the Plague Quarter on our left. We were traveling from pylon to pylon right down the middle of the street. It had been ages since the last time someone had walked or driven down this street. The asphalt was all cracked, and grass had grown in the cracks. But that was still our human grass. On the sidewalk on our left there was black bramble growing, and you could tell the boundaries of the Zone: the black growth ended at the curb as if it had been mown. Yeah, those visitors were well-behaved. They messed up a lot of things but at least they set themselves clear limits. Even the burning fluff never came to our side of the Zone—and you would think that a stiff wind would do it.
The houses in the Plague Quarter were chipped and dead. However, the windows weren’t broken. Only they were so dirty that they looked blind. At night, when you crawl past, you can see the glow inside, like alcohol burning with blue tongues. That’s the witches’ jelly breathing in the cellars. Just a quick glance gives you the impression that it’s a neighborhood like any other, the houses are like any others, only in need of repair, but there’s nothing particularly strange about them. Except that there are no people around. That brick house, by the way, was the home of our math teacher. We used to call him The Comma. He was a bore and a failure. His second wife had left him just before the Visitation, and his daughter had a cataract on one eye, and we used to tease her to tears, I remember. When the panic began he and all his neighbors ran to the bridge in their underwear, three miles nonstop. Then he was sick with the plague for a long time. He lost all his skin and his nails. Almost everyone who had lived in the neighborhood was hit, that’s why we call it the Plague Quarter. Some died, mostly the old people, and not too many of them. I, for one, think that they died from fright and not from the plague. It was terrifying. Everyone who lived here got sick. And people in three neighborhoods went blind. Now we call those areas: First Blind Quarter, Second Blind, and so on. They didn’t go completely blind, but got sort of night blindness. By the way, they said that it wasn’t any explosion that caused it, even though there were plenty of explosions; they said they were blinded from a loud noise. They said it got so loud that they immediately lost their vision. The doctors told them that that was impossible and they should try to remember. But they insisted that it was a powerful thunderbolt that blinded them. By the way, no one else heard the thunder at all.
Yes, it was as though nothing had happened here. There was a glass kiosk, unharmed. A baby carriage in a driveway—even the blankets in it looked clean. The antennas screwed up the effect though—they were overgrown with some hairy stuff that looked like cotton. The eggheads had been cutting their teeth on this cotton problem for some time. You see, they were interested in looking it over. There wasn’t any other like it anywhere. Only in the Plague Quarter and only on the antennas. And most important, it was right there, under their very windows. Finally they had a bright idea: they lowered an anchor on a steel cable from a helicopter and hooked a piece of cotton. As soon as the helicopter pulled at it, there was a pssst! We looked and saw smoke coming from the antenna, from the anchor, and from the cable. The cable wasn’t just smoking—it was hissing poisonously, like a rattler. Well, the pilot was no fool—there was a reason why he was a lieutenant—he quickly figured what was what and dropped the cable and made a quick getaway. There it was, the cable, hanging down almost to the ground and overgrown with cotton.

In Soviet Russia Mr.T

2.
“But what about the Visitation? What do you think about the Visitation?”
“My pleasure. Imagine a picnic.” Noonan shuddered. “What did you say?”
“A picnic. Picture a forest, a country road, a meadow. A car drives , off the country road into the meadow, a group of young people get out of the car carrying bottles, baskets of food, transistor radios, and cameras. They light fires, pitch tents, turn on the music. In the morning they leave. The animals, birds, and insects that watched in horror through the long night creep out from their hiding places. And what do they see? Gas and oil spilled on the grass. Old spark plugs and old filters strewn around. Rags, burnt-out bulbs, and a monkey wrench left behind. Oil slicks on the pond. And of course, the usual mess—apple cores, candy wrappers, charred remains of the campfire, cans, bottles, somebody’s handkerchief, somebody’s penknife, torn newspapers, coins, faded flowers picked in another meadow.”
“I see. A roadside picnic.”
“Precisely. A roadside picnic, on some road in the cosmos. And you ask if they will come back.”
“Let me have a smoke. Goddamn this pseudoscience! Somehow I imagined it all differently.”
“That’s your right.”
“So does that mean they never even noticed us?”
“Why?”
“Well, anyway, didn’t pay any attention to us?”
“You know, I wouldn’t be upset if I were you.”

Tabella riassuntiva

Un blend ben riuscito di mystery sci-fi e crime fiction. Potrebbe essere troppo mainstream per alcuni palati.
Personaggi che evolvono e di cui ci importa il destino. Il ritmo non è sempre al massimo.
La Zona è troppo figa nel suo essere familiare e aliena insieme.
Ottima gestione del mostrato e del timbro narrativo.


(1) Il sistema europeo di traslitterazione dei caratteri russi vorrebbe che il loro nome si scrivesse “Arkadij e Boris Strugackij”; così come scriviamo Fëdor Dostoevskij e non Fyodor Dostoyesky, Lev Tolstoj e non Leo Tolstoy. In questo caso però faccio uno strappo alla regola: a livello internazionale i due scrittori russi sono molto più conosciuti nella traslitterazione americana che non in quella nostrana. In altre parole, è molto più facile che troviate qualcosa su Internet scrivendo “Strugatsky” che non “Strugackij”. Persino in Italia sono confusi sull’argomento: per esempio, la casa editrice Marcos y Marcos, che pubblica qualcuno dei loro libri, li chiama “Arkadi e Boris Strugatzki”.
Ecco cosa succede quando invece di essere uno scrittore coccolato dalla critica sei uno che viene pubblicato nelle riviste pulp!Torna su


(2) Inizialmente pensavo di parlarne qui, in fondo all’articolo, ma poi è venuta fuori un’analisi talmente lunga che ho preferito dedicarle un post separato, come parte di un piccolo ‘esperimento’ sulla narrativa. Potete trovarlo qui. Torna su

Bonus Track: Le avventure post-utopiche di Darger e Surplus

Michael Swanwick Darger and Surplus“Behold! A careful accounting of your perfidy and deceit. Which you tried to conceal from me. To begin: You obtained your current situations as my secretaries by presenting me with forged letters of commendation from the Sultan of Krakow—a personage and indeed a position which, under later investigation, turned out not to exist.”
“Sir, everybody puffs their resume. ’Tis a venial sin, at worst.”
[…] “Further, it says here, you are both notorious confidence-men and swindlers who have defrauded your way through the entirety of Europe.”
“Swindlers is such a harsh word. Say rather that we live by our wits.”
[…] “In Paris, you sold a businessman the location of the long-lost remains of the Eiffel Tower. In Stockholm, you dispensed government offices and royal titles to which you had no claim. In Prague, you unleashed a plague of golems upon an unsuspecting city.”
“The golem is a supernatural creature, and thus nonexistent,” Darger stipulated. His mount whickered, as if in agreement. “Those you speak of were either robots or androids—the taxonomy gets a bit muddled, I admit—and in either instance, revenant technology from the Utopian era. We did Prague a favor by discovering their existence before they had the chance to do any real damage.”
“You burned London to the ground!”
“We were there when it burned, granted. But it was hardly our fault. Not entirely.”

C’è stato un tempo in cui gli uomini vivevano nell’abbondanza, e le macchine facevano tutto per loro. Industrie automatizzate, mezzi di trasporto rapidissimi, navicelle mandate nello spazio, un network virtuale – il leggendario Internet – che metteva in comunicazione ogni parte del globo con qualsiasi altra. Ubriachi della loro tracotanza, gli uomini avevano delegato tutto alle macchine. Finché l’Utopia è tramontata: le IA che popolavano il cyberspazio si sono ribellate e nel giro di un attimo hanno preso il controllo delle macchine e della rete elettrica mondiale. La guerra è durata pochi giorni, ma in quei giorni la civiltà come la conosciamo è stata spazzata via. Finché i superstiti hanno reciso ogni legame con la Rete, intrappolando le malefiche entità nei reami virtuali, e hanno costruito una nuova civiltà libera dalle macchine. Il mondo è regredito a una tecnologia pre-elettrica e a costumi vittoriani, un mondo di piccoli Stati regionali dove le distanze sono tornate immense e i viaggi pericolosi.
Ma un’epoca post-utopica ha bisogno di eroi post-utopici. Aubrey Darger è un gentiluomo londinese col dono di una faccia talmente banale da passare completamente inosservato; Sir Blackthorpe Ravenscairn de Plus Precieux (per gli amici Sir Plus o Surplus) è un cane umanoide geneticamente modificato, nonché un diplomatico giunto in Europa dal favoleggiato Feudo del Vermont Occidentale, oltreoceano. I due si incontrano per caso sulla banchina del Tamigi – ma un furfante ne riconosce subito un altro. Cominciano così le avventure di Darger e Surplus, partner nel crimine, e i loro viaggi in lungo e in largo in quest’Europa neo-vittoriana alla ricerca del colpaccio che li renderà ricchi e felici. Seminando distruzione sul loro cammino…

Snake? Yes this is Dog

Scusate, ma a noi ci piacciono i cani parlanti.

La ‘saga’ di Darger e Surplus nasce per caso dalla penna di Michael Swanwick nel 2001, con il racconto “The Dog Said Bow-Wow” (Il cane disse bau bau). All’epoca, Swanwick non aveva alcuna intenzione di riprendere in mano i due personaggi. Ma il finale aperto del racconto sembrava implorare un seguito. Così, negli anni successivi, Swanwick ha scritto altri due racconti sui viaggi della strana coppia in giro per l’Europa post-utopica, e infine un vero e proprio romanzo che li vede arrivare nel favoleggiato Ducato di Moscovia.
Darger e Surplus sono stati più volte paragonati ad altre coppie storiche del fantasy, come Fafhrd e il Gray Mouser delle storie di Fritz Leiber. In effetti le storie di Swanwick hanno diverse cose in comune con lo sword & sorcery cazzone: le avventure autoconclusive in giro per un mondo vasto e ‘magico’, il tono leggero e umoristico, il ritmo plot-driven. Molti altri elementi, però, lo distinguono. Le storie di Darger e Surplus non sono ambientate in un mondo secondario ma in un’Europa del futuro remoto; sono storie molto più ciniche, e i due protagonisti dei veri e propri anti-eroi amorali, che cercano di cavarsela in ogni situazione non con la forza ma con l’astuzia e il raggiro; la magia vera e propria è sostituita da una bioingegneria pseudo-scientifica, che però non è mai spiegata e quindi (come direbbe Clarke) sembra magia. 1
Ma andiamo a vederle nel dettaglio.

The Dog Said Bow-Wow

The Dog Said Bow-Wow Titolo italiano: –
Genere: Fantasy / Science Fiction
Tipo: Raccolta di racconti

Anno: 2006
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 256

Difficoltà in inglese: **

Questa raccolta contiene i racconti scritti da Swanwick tra il 2001 e il 2007, e in particolare i primi tre racconti di Darger e Surplus. In “The Dog Said Bow-Wow”, ambientato a Londra, i due furfanti – che si sono appena conosciuti – improvvisano un colpaccio a Buckingam Labyrinth, il palazzo neo-vittoriano dove vive e governa l’immortale Regina e dove si raduna la corte britannica. Il piano? Vendere agli annoiati aristocratici un vecchio cimelio dell’epoca Utopica, facendolo passare per un modem ancora connesso con le perverse intelligenze che abitano la Rete, e levare le tende prima che quelli si accorgano di essere stati gabbati. Ma i piani di Darger e Surplus non vanno mai a finire come previsto.
La prima cosa che si nota leggendo il racconto è il tono; un tono che risalta soprattutto nei dialoghi, ma filtra anche nelle descrizioni del narratore. Gli abitanti del mondo post-utopico parlano e si comportano come gentiluomini ottocenteschi; gente che gira col bastone da passeggio, dice sir, lad, rapscallion, most pleased, intriguing scheme, ed è sempre posata e imperturbabile. Lo stridore tra l’atteggiamento compunto dei due furfanti e l’immoralità delle loro azioni è alla base di buona parte degli sketch, e più in generale dell’atmosfera umoristica del racconto.

La seconda cosa che si nota è il ritmo della storia. Nel giro di una pagina i due protagonisti si sono conosciuti; nel giro di due hanno definito il loro piano; alla terza pagina siamo già arrivati sul luogo della truffa. La narrazione è rapida, succede sempre qualcosa, ci si lascia trasportare e prima di essersene accorti il racconto è finito. E nel frattempo, Swanwick riesce a buttare in poche righe tutti i dettagli fondamentali dell’ambientazione: la storia di come l’era utopica è tramontata, l’odio incontrollato che le IA intrappolate nella Rete nutrono per gli esseri umani, e così via. Un’intero pianeta Terra del futuro prende vita nelle poche pagine del racconto, benché nella storia si veda la sola Londra.
I due racconti successivi, The Little Cat Laughed to See Such Sport” (2003) e “Girls and Boys, Come Out to Play” (2006) seguono la stessa struttura. Sono ambientati rispettivamente a Parigi e in Arcadia (la Grecia del futuro): nel primo, i due confidence-men tenteranno di vendere l’ubicazione perduta della Torre Eiffel a un ricco e ingenuo borghese, mentre nel secondo dovranno confrontarsi con i piani perversi del Governo Scientificamente Razionale del Grande Zimbabwe, che attraverso l’ingegneria genetica intende ricreare gli dèi dell’antica Grecia e utilizzarli come armi di distruzione di massa. Il racconto parigino non mi ha lasciato molto, e a mio avviso è il meno riuscito dei tre; quello arcadico invece ha parecchi bei momenti – come l’orgia che si scatena in città al passaggio di Dioniso, o l’epilogo.

Dioniso / Pan

Racconti piacevoli e facili da leggere, insomma; ma anche racconti che, alla fin fine, scivolano un po’ via. Se vogliamo trovarvi un difetto, si può dire che al centro di queste storie non c’è né il concetto che ti fa fare “WOW”, né l’immagine che ti arriva come un pugno nello stomaco, né risvolti psicologici affascinanti. Sono storie leggere. Darger e Surplus rimangono personaggi superficiali. Certo, nel corso delle loro avventure impariamo qualcosa del loro carattere: Darger ha un temperamento melanconico e un certo afflato poetico, mentre Surplus è più pragmatico, nonché un seduttore nato e capace di acrobazie sessuali fuori dalla portata dei comuni mortali; ma in alcuni dialoghi in cui non erano indicati i loro nomi mi era anche difficile dire chi dicesse cosa.
Insomma, le tre avventure di Darger e Surplus, benché molto divertenti e immaginose, non sono i migliori racconti della raccolta. Tra i miei preferiti:
– “‘Hello’ Said the Stick”, la storia che apre l’antologia, è molto breve e deliziosa, e ruota attorno lo strano incontro tra un soldato in armatura medievaleggiante e un bastoncino parlante.
– “Slow Life” ricorda “The Very Pulse of the Machine” (di cui ho parlato nello scorso articolo): è ambientato su un planetoide remoto, i protagonisti sono la prima spedizione umana che lo visita, e la storia ruota attorno a una specie senziente che abiterebbe la luna e alla morte. Non è altrettanto bello, ma ha un sacco di belle trovate – come l’obbligo degli scienziati di rispondere alle domande cretine degli utenti loggati sul sito che finanzia della spedizione – e il finale è del tutto diverso.
– “Triceratops Summer” è un racconto tranquillo e suggestivo in cui, ancora una volta, Swanwick mette insieme dinosauri e viaggi nel tempo. E’ tutto costruito sul piacevole colpo di scena finale.
– “Tin Marsh” è un racconto morboso che prova a immaginare come potrebbe essere la vita dei cercatori d’oro del futuro su Venere. I cercatori si muovono a coppie a bordo di pesanti esoscheletri, e sono legati da un perverso rapporto di intimità mentale totale; ma gli esseri umani non sono fatti per condividere tutta quella intimità, e ora McArthur e Patang vorrebbero solamente uccidersi a vicenda…
– “The Bordello in Faerie” è il mio preferito, benché sia uno dei pochi a non aver ricevuto né premi né nominations. L’atmosfera è quella da fairytale fantasy cinico-darkettone che abbiamo imparato a conoscere con The Iron Dragon’s Daughter e The Dragons of Babel: ai confini tra il mondo degli umani e quello fatato, c’è un bordello nascosto dove giovani intraprendenti possono assaporare piaceri indicibili; un luogo visitato da elfi, amazzoni, ninfe, e anche divinità… ma tutto ha un prezzo. Swanwick purtroppo non scende mai nei dettagli delle scene di sesso (in questo campo Mellick è insuperato), ma rende bene l’atmosfera. Il finale ha un che di convenzionale, ma Swanwick lo presenta in un modo convincente.

Tra gli altri racconti, “The Skysailor’s Tale” è una menatona molto literary, “Legions in Time” è una storia rocambolesca ‘alla Van Vogt’ che mi ha fatto abbastanza cagare e “The Last Geek” non l’ho ben capito. “An Episode of Stardust” e “A Small Room in Koboldtown” sono due storielle del mondo di Faerie, poi confluite in The Dragons of Babel – il che conferma la mia sensazione che troppo spesso Swanwick metta insieme i suoi romanzi a partire dai racconti.
In conclusione, si tratta di un’ottima raccolta – benché non tutti i racconti siano riusciti e qualcuno sia proprio brutto; familiarizzare con il mondo di Darger e Surplus è solo una delle ragioni, e non la principale, per cui vale la pena di leggersela.

Dancing with Bears

Dancing with Bears Titolo italiano: –
Genere: Fantasy / New Weird / Biopunk / Commedia
Tipo: Romanzo

Anno: 2011
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 300 ca.

Difficoltà in inglese: ***

Una carovana è in viaggio attraverso le steppe del Kazakistan. E’ la delegazione del Principe Achmed, ambasciatore del Califfo di Bisanzio, che si sta recando alla corte del Duca di Moscovia per offrirgli un dono da parte del Califfo suo cugino: le Perle Senza Valore, sette donne bioingegnerizzate per essere le più belle e seducenti creature su cui occhio umano si possa mai posare. E chi potrebbero essere i segretari personali dell’Ambasciatore, se non Darger e Surplus? Il loro piano? Infiltrarsi nelle alte sfere del Ducato per mettere a segno un colpo leggendario, naturalmente!
Ma non sanno cosa li aspetta. Il Duca di Moscovia è una figura misteriosa che non riceve mai nessuno, se non i suoi più stretti collaboratori; le Perle, che non hanno mai provato le delizie del sesso, diventano di giorno in giorno più irrequiete; nel sottosuolo di Moscovia si muovono strane genti e circolano strane droghe; e Chortenko, il capo della polizia, sembra avere piani tutti suoi per il destino della grande Russia. Ma soprattutto, le macchine stanno tornando. Nella remota Baikonur, la città spaziale dell’Unione Sovietica da cui decollarono gli Sputnik, le macchine sono sopravvissute; e stanno preparando il più grande piano per cancellare per sempre il genere umano dalla faccia della terra.

Con Dancing with Bears, Swanwick tenta il salto dal racconto breve al romanzo. Ma come può una serie basata sugli sketch e sui piccoli “colpi” reggere il lungo respiro del romanzo? Swanwick risolve il problema con la moltiplicazione dei pov e dei comprimari. Se nei primi tre capitoli – ambientati nelle steppe kazake e incentrate sul faticoso viaggio di avvicinamento dei nostri eroi al Ducato – il pov è quasi sempre di uno dei due con-men, a partire dall’arrivo a Moscovia la prospettiva comincia ad allargarsi. Arkady, giovane debosciato che vive ubriacandosi di poesia e sogna la Perla Aetheria; Koschei, il vecchio strannik invasato religioso; Anna Pepsicolova, la spia che abita il sottosuolo di Moscovia; e poi Chortenko, il ladruncolo Kyril, la baronessa Lukoil-Gazproma, il gaio tenente Evgeny.
Molti pov – pure troppi. Tutti i capitoli a partire dal quarto sono spezzati in quattro, cinque, sei o anche più capoversi, ciascuno con un pov diverso. E se da un lato questa struttura accelera il ritmo narrativo (perché succede sempre qualcosa a qualcuno, e mentre seguiamo la storyline di un personaggio nel frattempo tutti gli altri continuano a muoversi), dall’altro il lettore si trova continuamente catapultato da una situazione all’altra. Inoltre alcuni pov – come quelli di Evgeny o della baronessa – sono abbastanza inutili, non aggiungono nulla alla storia e distraggono dagli eventi personaggi. Infine, il ruolo di Darger e Surplus è ridimensionato fin troppo. Non solo – per numero di apparizioni – non sono più i protagonisti del romanzo ma dei comprimari, non solo non sono più (se non molto indirettamente) il motore della storia, ma alla fin fine il loro ruolo si rivelerà marginale.

Baikonur

Baikonur. Ora è una città in mano alle macchine…

La dilatazione delle storie di Darger e Surplus a romanzo mette in luce un altro difetto, che nella forma racconto passava inosservato: l’abuso di raccontato. Swanwick non è mai stato un purista del mostrato, ma qui intere scene o episodi vengono raccontati, riassunti e pesantemente aggettivati; i sentimenti e i ragionamenti dei personaggi vengono spesso spiegati. A volte l’uso del raccontato ha uno scopo umoristico, per esempio in questa descrizione di come Darger, legato a una barella, evade: “Darger eyed the blade yearningly. It might be just possible, he judged, that a desperate and determined man to, by shifting his weight vigorously and repeatedly, overtopple the gurney. Then, by various stratagems, he could draw the knife to himself and so cut through one of his restraints. After which, the rest would be a breeze.
A harrowing, difficult, and suspenseful half hour later, it was done.”
Ma alla lunga questo modo di narrare stanca, si ha voglia di più immagini e meno riassuntini.
Non me la sento invece di indicare come difetto oggettivo l’uso del narratore onnisciente. Non c’è dubbio che Swanwick utilizzi l’onnisciente. A partire dal primo capitolo, dove il narratore parte descrivendo i piani machiavellici nella mente del Duca di Moscovia per riunire la Madre Russia, per poi restringere progressivamente il campo visivo sulla carovana bizantina fino a fermarsi sui nostri eroi (e qui, il pov onnisciente arriva a coincidere con quello di Darger). Altre volte, il narratore commenta le gesta dei suoi personaggi. L’effetto è sicuramente distanziante, anti-immersivo, e ci ricorda che stiamo leggendo una storia inventata – ma Dancing with Bears è prima di tutto una commedia, una storia comica, un romanzo che non si prende sul serio. Calcare sul grottesco, sul finto, è uno scopo dichiarato.
Inoltre, l’uso dell’onnisciente rende più facili – e meno traumatico per il lettore – i continui passaggi da un personaggio all’altro. Poiché non siamo mai davvero nella testa del personaggio (ma nei suoi pressi), non ci identifichiamo, e quindi seguiamo con maggiore facilità tante sottotrame contemporaneamente. E quindi, vada pure il narratore onnisciente!

Contemporaneamente, emerge in Swanwick un grande amore per la Russia. In alcuni passaggi – come quando si mette a parlare di linguistica, o una in modo corretto i diminutivi o i vezzeggiativi – sembra che per scrivere il romanzo si sia davvero messo a imparare il russo! E poi il fatalismo rassegnato, il misticismo confuso della classe media e dell’aristocrazia, le figure degli strannik invasati e le loro dissertazioni sull’ineffabilità dell’Uno e Trino. Così come il romanzo è pieno delle invenzioni fantastiche a cui Swanwick di ha abituato, dalla poesia in bottiglia (sicché ci si può sbronzare di sonetti di Puskin) ai nanetti bioingegnerizzati per essere delle specie di Wikipedia ambulanti. E poi – c’è Lenin! LENIN!
Dancing with Bears, insomma, è divertente. Non perde mai di ritmo, e l’ultimo centinaio di pagine (un terzo del romanzo) è un’escalation che si legge tutto d’un fiato. Può non piacere l’idea di un divertissement lungo 300 pagine, ma si tratta di un giudizio soggettivo. E soprattutto, è cinico: non ci sono buoni e non ci sono cattivi, ognuno segue il proprio interesse particolare, e due o tre diversi piani per il dominio della Russia (e del mondo) si contendono la vittoria. Insomma, Darger e Surplus sono i personaggi più positivi di tutto il romanzo! L’impressione globale è Pirati dei Caraibi incontra Jack Vance e tutti e due 1997: Fuga da New York, con una punta di Tre Uomini in Barca – se riuscite a immaginare una cosa del genere.

Mummia di Lenin

IT LIVES!!

Quello che invece è un difetto oggettivo, soprattutto in un romanzo di trama come questo, è l’uso sistematico che Swanwick fa di deus ex machina ed escamotage da quattro soldi. Alcuni personaggi sembrano semplicemente troppo “livellati”: escono senza difficoltà da qualunque situazione, e anche episodi a lungo preparati e percepiti dal lettore come estremamente pericolosi e tensivi (come la cattura da parte di Chortenko) si risolvono in un anti-climax. Zoesophia, in particolare, è troppo brava: riesce a fare qualsiasi cosa. Il che va bene finché si tratta di un comprimario visto dall’esterno, ma non è più accettabile quando diventa un personaggio-pov: semplicemente, non c’è più tensione, perché sappiamo già che qualsiasi cosa vorrà fare riuscirà a farla.
La risoluzione finale del romanzo è letteralmente un deus ex machina.2 E anche l’epilogo, benché perfettamente in linea con quello delle storie di Darger e Surplus, è un po’ deludente.3

Tabella riassuntiva

Una Mosca neo-Ottocentesca con bizzarie bioingegnerizzate. Troppi pov, alcuni quasi usa-e-getta.
Una galassia di sottotrame dal ritmo rapido. Troppi raccontati e scene riassunte.
Darger e Surplus parlano in un modo delizioso! Deus-ex-machina e personaggi a cui riesce tutto facile.
Pirati dei Caraibi incontra Jack Vance e Fuga da New York!

Il futuro di Swanwick
Nel 2011, poco dopo la pubblicazione di Dancing with Bears, Swanwick veniva intervistato da Amazon. L’intervista è stata riportata su Shelfari da Jeff VanderMeer (sì, l’autore di City of Saints and Madmen che piace tanto a Gamberetta e non dispiace neanche a me), e potete leggerla qui. Riporto la parte finale dell’intervista:

Amazon.com: Please tell readers we will soon see Darger and Surplus again?
Michael Swanwick: Absolutely. I’m working on stories about them at this very moment. Also, I realized some time ago that Darger and Surplus are on an accidental trip around the world. There are secrets about Surplus’s youth in the Demesne of Western Vermont that need to be explored. And they both must ultimately return to London to confront the consequences of their first adventures. Alas, the next novel, which I already have in broad outline in my mind, can’t begin until I’ve returned to China for some necessary research. Next spring, I hope.

Dall’intervista sono passati due anni, e ad oggi Dancing with Bears rimane l’ultimo romanzo pubblicato da Swanwick. Ma si sa che Swanwick ha ritmi lenti: dalla pubblicazione di Bones of the Earth a quella di The Dragons of Babel, per esempio, ne erano passati sette. E l’attesa potrebbe stare per finire.
Spulciando qua e là il suo blog Flogging Babel, ho recuperato un po’ di informazioni. Stando a questo articolo di marzo, il nuovo romanzo di Darger e Surplus potrebbe essere finito in pochi mesi, e ha il titolo provvisorio di Chasing the Phoenix. Swanwick non ha cambiato idea, ed effettivamente sarà ambientato in Cina, come racconta in questo articolo di gennaio sulla città di Guilin.
E non è tutto – proprio questo maggio Swanwick, nell’antologia Rogues curata da Gardner Dozois e George R.R. Martin, ha pubblicato un nuovo racconto sulla strana coppia. Si chiama “Tawny Petticoat” ed è ambientato a New Orleans, per cui sospetto sia cronologicamente posteriore al romanzo cinese non ancora uscito. Non l’ho letto ma vedrò di procurarmelo.

Meanwhile in China...

Insomma, sembra che i prossimi anni lo vedranno ancora al lavoro su questi personaggi e questa ambientazione. Chissà – magari proprio alla fine dell’anno, o l’anno prossimo, mi ritroverò a scrivere un Consiglio sul prossimo capitolo della saga. Certo è curioso che lo stesso uomo che a trenta e quarant’anni scriveva con piglio intellettualoide opere drammatiche e complicate come Vacuum Flowers o Stations of the Tide, nel suo inizio di vecchiaia si sia spostato verso la tragicommedia ‘leggera’. Alcuni storceranno il naso, ma a me la cosa non dispiace. Il ritmo, di sicuro, ci ha guadagnato.
Voglio leggere altre avventure di Darger e Surplus.

Dove si trovano?
The Dog Said Bow-Wow e Dancing with Bears si trovano in lingua originale sia su Bookfinder (qui e qui), sia su Library Genesis (qui e qui), nei formati ePub e pdf. Che io sappia, alas, nessuno dei due libri è mai stato tradotto in italiano.

Qualche estratto
Per gli estratti di oggi ho scelto due incipit. Il primo è quello di The Dog Said Bow-Wow, in cui Darger e Surplus si incontrano per la prima volta e capiscono che è loro destino diventare partner nel crimine; il secondo è quello di Dancing with Bears, in cui, come avevo accennato, la telecamera si sposta dalla mente quasi onnisciente del Duca di Moscovia ai nostri piccoli eroi…
Il tono di questi incipit setta il mood di tutta la serie di Darger e Surplus!

1.
THE DOG LOOKED like he had just stepped out of a children’s book. There must have been a hundred physical adaptations required to allow him to walk upright. The pelvis, of course, had been entirely reshaped. The feet alone would have needed dozens of changes. He had knees, and knees were tricky.
To say nothing of the neurological enhancements.
But what Darger found himself most fascinated by was the creature’s costume. His suit fit him perfectly, with a slit in the back for the tail, and — again — a hundred invisible adaptations that caused it to hang on his body in a way that looked perfectly natural.
“You must have an extraordinary tailor,” Darger said.
The dog shifted his cane from one paw to the other, so they could shake, and in the least affected manner imaginable replied, “That is a common observation, sir.”
“You’re from the States?” It was a safe assumption, given where they stood — on the docks — and that the schooner Yankee Dreamer had sailed up the Thames with the morning tide. Darger had seen its bubble sails over the rooftops, like so many rainbows. “Have you found lodgings yet?”
“Indeed I am, and no I have not. If you could recommend a tavern of the cleaner sort?”
“No need for that. I would be only too happy to put you up for a few days in my own rooms.” And, lowering his voice, Darger said, “I have a business proposition to put to you.”
“Then lead on, sir, and I shall follow you with a right good will.”
The dog’s name was Sir Blackthorpe Ravenscairn de Plus Precieux, but “Call me Sir Plus,” he said with a self-denigrating smile, and “Surplus” he was ever after.
Surplus was, as Darger had at first glance suspected and by conversation confirmed, a bit of a rogue — something more than mischievous and less than a cut-throat. A dog, in fine, after Darger’s own heart.
Over drinks in a public house, Darger displayed his box and explained his intentions for it. Surplus warily touched the intricately carved teak housing, and then drew away from it. “You outline an intriguing scheme, Master Darger —”
“Please. Call me Aubrey.”
“Aubrey, then. Yet here we have a delicate point. How shall we divide up the… ah,
spoils of this enterprise? I hesitate to mention this, but many a promising partnership has foundered on precisely such shoals.”
Darger unscrewed the salt cellar and poured its contents onto the table. With his dagger, he drew a fine line down the middle of the heap. “I divide — you choose. Or the other way around, if you please. From self-interest, you’ll not find a grain’s difference between the two.”
“Excellent!” cried Surplus and, dropping a pinch of salt in his beer, drank to the bargain.

2.
Deep in the heart of the Kremlin, the Duke of Muscovy dreamt of empire. Advisors and spies from every quarter of the shattered remnants of Old Russia came to whisper in his ear. Most he listened to impassively. But sometimes he would nod and mumble a few soft words. Then messengers would be sent flying to provision his navy, redeploy his armies, comfort his allies, humor those who thought they could deceive and mislead him. Other times he sent for the head of his secret police and with a few oblique but impossible to misunderstand sentences, launched a saboteur at an enemy’s industries or an assassin at an insufficiently stalwart friend.
The great man’s mind never rested. In the liberal state of Greater St. Petersburg, he considered student radicals who dabbled in forbidden electronic wizardry, and in the Siberian polity of Yekaterinburg, he brooded over the forges where mighty cannons were being cast and fools blinded by greed strove to recover lost industrial processes. In Kiev and Novo Ruthenia and the principality of Suzdal, which were vassal states in all but name, he looked for ambitious men to encourage and suborn. In the low dives of Moscow itself, he tracked the shifting movements of monks, gangsters, dissidents, and prostitutes, and pondered the fluctuations in the prices of hashish and opium. Patient as a spider, he spun his webs. Passionless as a gargoyle, he did what needed to be done. His thoughts ranged from the merchant ports of the Baltic Sea to the pirate shipyards of the Pacific coast, from the shaman-haunted fringes of the Arctic to the radioactive wastes of the Mongolian Desert. Always he watched.
But nobody’s thoughts can be everywhere. And so the mighty duke missed the single greatest threat to his ambitions as it slipped quietly across the border into his someday empire from the desolate territory which had once been known as Kazakhstan…
The wagon train moved slowly across the bleak and empty land, three brightly painted and heavily laden caravans pulled by teams of six Neanderthals apiece. The beast-men plodded stoically onward, glancing neither right nor left. They were brutish creatures whose shaggy fleece coats and heavy boots only made them look all the more like animals. Bringing up the rear was a proud giant of a man on a great white stallion. In the lead were two lesser figures on nondescript horses. The first was himself nondescript to the point of being instantly forgettable. The second, though possessed of the stance and posture of a man, had the fur, head, ears, tail, and other features of a dog.
“Russia at last!” Darger exclaimed. “To be perfectly honest, there were times I thought we would never make it.”
“It has been an eventful journey,” Surplus agreed, “and a tragic one as well, for most of our companions. Yet I feel certain that now we are so close to our destination, adventure will recede into memory and our lives will resume their customary placid contours once more.”
“I am not the optimist you are, my friend. We started out with forty wagons and a company of hundreds that included scholars, jugglers, gene manipulators, musicians, storytellers, and three of the best chefs in Byzantium. And now look at us,” Darger said darkly. “This has been an ill-starred expedition, and it can only get worse.”

Cane parlante ottocentesco


(1) Un anti-eroe sicuramente più vicino allo spirito di Darger e Surplus è il Cugel di Jack Vance, di cui ho parlato nelle Tales of the Dying Earth. Lo spirito è lo stesso. Cugel però viaggia da solo.Torna su


(2) Ovviamente (per chi abbia letto il romanzo) mi riferisco al risveglio del Duca di Moscovia. E’ davvero un deus ex machina: il Duca domanda un miracolo, e all’improvviso si sveglia. Questo è l’atto che distrugge i piani degli underlords di Moscovia, perché poi il gigante ucciderà il falso Lenin, disperderà la folla e stopperà la rivoluzione.Torna su


(3) Mi sarei aspettato un finale del romanzo ambientato a Baikonur, qualche sprazzo di epica lotta all’ultimo sangue tra gli uomini e le macchine. O quantomeno, Darger e Surplus costretti a infiltrarsi nella città delle macchine. Cazzo, quell’ambientazione è così suggestiva!
E invece, non è minimamente sfruttata. La sua distruzione è appena accennata e rimane tagliata fuori dalla pagina scritta.Torna su

La lezione di Swanwick

Io“Scrivi di ciò che sai”: questo vecchio adagio vale anche per la narrativa fantastica. Joe Haldeman ha potuto scrivere The Forever War, uno dei classici della fantascienza militare, perché era un veterano della guerra nel Vietnam. Asimov ha potuto scrivere The Gods Themselves – che nasce dalla domanda: “sotto che condizioni potrebbe esistere l’isotopo plutonio-186”? – perché era un chimico. I romanzi marinareschi di Conrad – La follia di Almayer, Cuore di tenebra, La linea d’ombra – nascono dai viaggi che realmente fece, come marinaio, nelle terre semi-selvagge del Sud-Est Asiatico e del Congo belga.
E ciò che non sai? Ti documenti per saperlo. Alcuni scrittori hanno avuto una vita noiosissima, ma questo non li ha fermati. Né Gibson né Sterling sono vissuti nell’Ottocento, eppure hanno scritto The Difference Engine. Guardate però alla mole di lavoro che c’è dietro: gli studi sulla Londra vittoriana dell’Ottocento reale, sulla situazione politica mondiale dell’epoca, su Babbage e sull’informatica ottocentesca. Questo romanzo è diventato il punto di riferimento dello steampunk in letteratura in larga parte per tutto il lavoro di ricerca che c’è a monte (anche perché dal punto di vista della trama è noiosotto). E lo stesso Haldeman, a prescindere dal fatto di aver assaggiato la guerra sulla propria pelle, non avrebbe potuto scrivere con cognizione di causa di tute potenziate e battaglie nello spazio senza una preparazione in fisica.

E la fantascienza? Bisogna essere dei post-graduate di qualche scienza naturale per poterne scrivere? In effetti, gli autori ‘seri’ degli anni ’40 e ’50 erano per la maggior parte chimici, fisici, ingegneri. C’erano anche gli umanisti, come Philip K. Dick; ma nel loro caso l’elemento ‘scientifico’ era talmente tenue e implausibile da far girare i coglioni a più di un purista. Buona parte dei lavori di Dick si potrebbero tranquillamente definire ‘Fantasy con le pistole a raggi’. Poi negli anni ’60 e ’70 sono arrivati quelli della New Wave: Ballard, la Le Guin, Moorcock, Spinrad. Ma la loro fantascienza era quasi invariabilmente molto soft.
Ora, però, facciamo un salto nel tempo e arriviamo agli anni ’80. Chi si affaccia sulla scena fantascientifica? Michael Swanwick, William Gibson, Bruce Sterling, Kim Stanley Robinson: tutti personaggi di estrazione umanistica. Trattano con nonchalance nozioni scientifiche, talvolta arrivano a rasentare l’Hard SF, e scrivono pure meglio. Sterling immagina intere civiltà che vivono in colonie artificiali in orbita attorno alla Terra, a Marte, alle lune di Giove, o annidate negli asteroidi; Swanwick astronavi alimentate da querce bioingegnerizzate e alberi di Dyson che crescono sulle comete; Gibson ci parla di IA che colonizzano il cyberspazio e Stanley Robinson dedica tre libri alla terraformazione di Marte. Com’è possibile?

Minecraft terraforming

Un esempio di terraformazione.

Flogging Babel
Da un mesetto a questa parte ho cominciato a seguire Flogging Babel, il blog di Michael Swanwick. Mi ci sono imbattuto per caso: neanche mi era venuto in mente che potesse averne uno. Ma dato che Swanwick è uno dei miei scrittori preferiti e lo ritengo un uomo intelligente, ho passato le ultime settimane a spulciarmi qua e là i suoi post in cerca di roba interessante. E l’ho trovata. Nel 1997, Swanwick pubblica un racconto intitolato “The Very Pulse of the Machine”, che l’anno dopo vince il premio Hugo. Lo scenario è quello di Io, la più interna delle lune di Giove, nonché il corpo celeste più vulcanicamente attivo del Sistema Solare. Nel corso del racconto, Io è descritta nel dettaglio: dalle sue spianate di zolfo allo stato solido ai moti convettivi che coinvolgono il suo oceano sotterraneo, dai fiori di cristalli di zolfo che sbocciano sulla superficie al flusso di ioni che corre tra i poli di Io e quelli di Giove. Una mattina di Settembre del 2012, un utente fa a Swanwick questa domanda:

Where you got all the information and research for your short story “Pulse of the Machine” that dealt with the magnificent descriptions of Io. I would like to write a story about Io, but I can’t find any of the background information you found for this story. Any help would be appreciated.

La risposta a questa domanda è diventato il breve articolo Researching Io. Non starò a riportare tutto il post; leggetevelo. Prendiamo soltanto un paio di brani, all’inizio e alla fine:

As it chances, I was inspired to write “The Very Pulse of the Machine” by a remark by (I think) Geoff Landis, who told a mutual friend that he was baffled by the fact that NASA had spent billions of dollars exploring the Solar System and then put all the information they found up on the Web available for free — and yet almost no SF writers were taking advantage of it.
So I chose Io because it seemed an interesting place to me and went to the NASA website to see what they had to say.
[…]
I realize this rather sidesteps your question — how to find these sources. But I’ve had no formal training on running searches (when I was a student, my college had exactly one computer, an IBM mainframe), nor was I particularly ingenious in my research. I just kept poking around, looking and finding until I had what I needed.
Go thou and do likewise.

E tenete conto che all’epoca non esisteva Wikipedia. Oggi, muovere i primi passi in un territorio che non si conosce – perché è a questo che può servire Wikipedia – è ancora più semplice di così.
Ma quanto ci vuole a condurre un lavoro del genere? Quanti giorni di lavoro può portar via una ricerca fatta bene? Sappiamo che Flaubert impiegò sei anni a scrivere Salammbò, il suo romanzo storico ambientato nell’antica Cartagine ai tempi della rivolta dei mercenari. Ma Flaubert non aveva bisogno di guadagnarsi da vivere coi suoi romanzi, quindi poteva permetterselo. E uno scrittore che ci deve campare, invece? Swanwick ci dice anche questo. In questo articolo (che vi consiglio di leggere) cita a titolo esemplificativo il suo racconto The Mask, ispirato alla storia di Venezia e alla figura dei dogi. Il racconto è lungo 1700 parole – circa sei pagine.

From Stan’s story to publication in the April, 1994 issue of Asimov took a mere thirteen years. I’ll leave it as an exercise for the student to work out how much I was earning by the hour.

Ancora sicuri di voler fare gli scrittori?

Vulcanismo di Io

Un esempio dell’attività vulcanica di Io. Le immagini sono state prese dalla sonda Galileo rispettivamente nel 1999 e nel 2000.

The Very Pulse of the Machine
Martha è sola sulla superficie di Io. E’ a quarantacinque miglia dalla navicella di atterraggio, e ha solo quaranta ore prima di finire l’ossigeno. Non può fermarsi, neanche per dormire. Dietro di sé, su una slitta messa insieme alla bell’e meglio, trascina il cadavere di Juliet Burton, la sua compagna di avventure. Andava tutto bene finché non si sono schiantate col moonrover contro un sasso, e un buco grande come un pugno si è aperto nella faccia di Burton. Ora Martha può contare solo su sé stessa. Finché alla radio comincia a sentire la voce di Burton che cita poesie del Settecento e dichiara di essere Io.
OK, documentarsi è importante, abbiamo afferrato il concetto; alla fine, però, ciò che conta è che la storia sia figa, no? E questo The Very Pulse of the Machine, stringi stringi, com’è? Cercherò di essere analitico: è bello in maniera esagerata. Il senso di solitudine di Martha, le routine della sua lunga marcia verso la navetta, l’assenza di vita della superficie di Io, sono rese alla perfezione dal ritmo lento e calmo (ma non noioso) della narrazione. Le descrizioni della ‘natura’ di Io si alternano con i tentativi di Martha di psicanalizzarsi (la ragazza si odia abbastanza…) e coi dialoghi folli con la voce che viene dalla radio.

La cosa più interessante – anche ai fini di questo articolo – è che Io non fa semplicemente da sfondo alla vicenda, non è un pianetino buono come un altro. La geologia e la magnetosfera di Io diventano un vero e proprio personaggio. L’idea del pianeta autocosciente non è affatto nuova nella fantascienza – ad esempio, la troviamo nel romanzo Nemesis di Asimov – nuovo è invece come questa idea è veicolata e spiegata scientificamente. E allora si capisce che tutti i dettagli fisici che Swanwick ci centellina su Io non sono un semplice show-off (“avete visto quanto ho studiato?”), e neanche descrizioni-per-il-gusto-delle-descrizioni alla Tolkien.
Senza tutta quella ricerca, semplicemente The Very Pulse of the Machine non avrebbe potuto essere scritto. Ed è un peccato, perché ad oggi è il miglior racconto di Swanwick che abbia mai letto.
Potete leggere il racconto qui. Ci vorrà mezz’ora, quaranta minuti al massimo: credetemi, ne vale la pena. E non abbiate timore: pur con tutta questa scienza “dura”, The Very Pulse of the Machine rimane essenzialmente un racconto psicologico.

Magnetosfera di Giove

La magnetosfera di Giove e la sua interazione con Io (in giallo). Nel racconto di Swanwick si parla anche di questo!

Tornerò a parlare di Swanwick nel prossimo, e più corposo, articolo.

I Consigli del Lunedì #35: Holy Fire

Holy FireAutore: Bruce Sterling
Titolo italiano: Fuoco sacro
Genere: Science Fiction / Cyberpunk / Social SF / Bildungsroman
Tipo: Romanzo

Anno: 1996
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 300 ca.

Difficoltà in inglese: ***

No matter how carefully she guarded herself, life was too short. Life would always be too short. 

Mia Ziemann ha 94 anni ed è all’apice della sua carriera. Nulla di strano, in un tardo XXI secolo in cui i progressi della tecnologia medica sono tali da aver eliminato quasi qualsiasi malattia e rallentato i processi di invecchiamento al punto che si può vivere in gran forma anche un paio di secoli. La società moderna è dominata da una bonaria gerontocrazia, che ha posto fine alle guerre e ha reso possibile una vita dignitosa per tutta la popolazione terrestre, al prezzo di schiacciare e tenere lontane dal potere le nuove generazioni. La sanità è pubblica e accessibile a tutti, ma ci sono delle graduatorie – e solo chi ha uno stile di vita impeccabile avrà accesso alle cure migliori e potrà vivere più a lungo.
Mia ha sempre vissuto un’esistenza cauta, controllata, calcolatrice, così da assicurarsi una splendida e lunga vecchiaia. Ma la morte di un ex amante che non vedeva da ottant’anni e l’incontro con una coppia di ragazzi focosi la riempiono di incertezze e di rimpianti. Ora Mia rivuole la sua giovinezza. E un rivoluzionario trattamento medico potrebbe ridargliela, restituendole un corpo da ventenne. Quello che non sa è che ci sono degli effetti collaterali: non solo il suo corpo, ma anche la sua mente, le sue emozioni, i suoi sogni, potrebbero ritornare quelli di una impulsiva ventenne. E la nuova Mia potrebbe non voler più sottostare al rigore metodico della vecchia Mia. Potrebbe decidere di fare qualche pazzia, come ribattezzarsi Maya, prendere e scappare senza un soldo nella favoleggiata vecchia Europa. Ma cosa la aspetta alla fine del viaggio – felicità o disillusione? E chi la spunterà, la vecchia Mia o la giovane Maya?

Bruce Sterling è spesso considerato, almeno in Italia, l’amico sfigato di William Gibson. Lo ricordiamo come l’ideologo del cyberpunk, o come il curatore dell’antologia di racconti cyberpunk Mirrorshades, e al limite, quando lo pensiamo come scrittore, ci vengono in mente i lavori a quattro mani con Gibson. Perciò mi ha colpito scoprire che in realtà Sterling è uno scrittore più interessante di Gibson. Le cose che scrive sono molto più sci-fi di quelle di Gibson – che ha sempre strizzato l’occhio al mainstream e ci si è buttato dopo pochi anni – il suo amore per il weird e la speculazione futuristica molto più evidente.
Holy Fire non è il migliore tra i romanzi di Sterling ma è quello che più ha catturato la mia curiosità. A differenza del cyberpunk tradizionale, il futuro di questo romanzo non è una società capitalistica andata a male, zeppa di povertà e criminalità; al contrario è un mondo quasi utopico, dove tutti stanno bene o hanno il potere di farlo. La domanda, che trovo molto affascinante, è se anche un eccesso di moralismo, di controllo, di benessere imposto, di paternalismo, possa portare a un’infelicità di massa.


Quale altra colonna sonora avrebbe potuto avere un romanzo come questo?

Uno sguardo approfondito
La struttura di Holy Fire è atipica per un cyberpunk: è quella del Bildungsroman, o romanzo di formazione. Se avete mai letto libri come Il giovane Holden o Demian o L’apprendistato di Wilhelm Meister sapete di cosa parlo: il protagonista si imbarca in un viaggio senza meta o scopo, alla ricerca di un senso alla propria vita e di un posto da ritagliarsi nel mondo. In questo tipo di storie non c’è, in genere, la catena di causa/effetto tipica del romanzo d’azione; si succedono, invece, una serie di episodi più o meno slegati, ciascuno dei quali fa ‘crescere’ in qualche modo il protagonista. Alla fine del percorso, il personaggio sarà qualcuno di diverso da quello che era all’inizio.
Holy Fire segue il medesimo canovaccio. Dopo un primo capitolo introduttivo, che ci dà un assaggio del mondo del romanzo e ci familiarizza con la psicologia della protagonista, Mia si sottopone al trattamento ringiovanente – e da qui comincia la sua fuga e il suo viaggio iniziatico attraverso l’Europa del 2100, fatto di incontri, dialoghi filosofici ed esperienze di vita. E se il primo capitolo ha ancora un po’ il sapore della fantascienza sociale “classica”, andando avanti se ne stacca sempre di più.

Capirete bene che in un romanzo come questo, il realismo dei personaggi, l’immersività della narrazione e la capacità di immedesimarsi completamente nella protagonista (ossia tutti gli elementi cardine dello ‘scrivere bene’ in narrativa) sono tutto. Non bastano le idee geniali, perché Holy Fire vuole arrivarti alla pancia, parlarti delle scelte di base nella vita di una persona e del senso della vita. Fortunatamente Sterling scrive piuttosto bene. Il romanzo è in terza persona attraverso un unico pov, quello della protagonista, e l’autore ci si attiene per tutto il libro. Non assistiamo mai a niente che Mia non veda con i propri occhi.
Il rapporto mostrato/raccontato è più ambivalente. Quando vuole, Sterling è molto bravo a mostrare. Prendiamo uno degli episodi iniziali del libro: Mia si imbatte nel delizioso cane parlante Plato, il quale le comunica con evidente sofferenza che il suo padrone (nonché ex amante di lunga data di Mia) sta morendo e vorrebbe vederla. Senza stare a dirci molto del carattere di Mia, Sterling ce lo fa capire attraverso i suoi gesti e le sue parole: il modo freddo, esitante, impacciato con cui tratta prima il cane e poi l’uomo. La sua quasi indifferenza di fronte al loro dolore. Lo stesso cane Plato è un bell’esempio di mostrato. Si tratta di un cane intelligente, ma di intelligenza modesta, e i suoi istinti sono pur sempre quelli di un cane: Sterling lo fa parlare e agire in modo buffissimo, con inconsequenzialità, facilità a distrarsi, l’importanza degli odori e la fedeltà ingenua verso il proprio padrone.

Cane parlante

Non è che se un cane impara a parlare diventa Einstein.

Altre volte, Sterling si abbandona senza problemi al raccontato – che si tratti di esplorare le sensazioni di Mia in quel momento o, ancora più spesso, lanciarsi in infodump sulla sua ambientazione. Il secondo capitolo comincia così: “The medical-industrial complex dominated the planet’s economy”, e Sterling va avanti per pagine e pagine a spiegarci, da bravo narratore onnisciente, in che modo il complesso medico-industriale domini l’economia mondiale. Non che non sia capace di mostrare le sue invenzioni in azione, o di spiegarcele attraverso le parole di un personaggio. Ad esempio, il trattamento ringiovanente rivoluzionario a cui si sottoporrà Mia ci viene spiegato nel dettaglio dal suo medico. Semplicemente, Sterling usa l’uno o l’altro metodo in modo indifferenziato, come se non cogliesse la differenza.
Si perdona facilmente, in realtà: il worldbuilding di Holy Fire è veramente spettacolare e lo si legge rapiti anche quando ci viene fatto piovere dall’alto. Sul piano macroscopico, veniamo introdotti a poco a poco alle tante piccole crudeltà che conseguono da una società organizzata secondo principi moralistici e salutisti, dove lo stato di salute di ciascuno è tracciato continuamente anche contro la propria volontà. Nessuno ti vieta (legalmente) di bere alcol, fumare, assumere droghe; ma se lo fai, questo lascerà tracce sul tuo profilo medico, e scenderai di graduatoria. E se il tuo cattivo comportamento diventa sistematico, non avrai mai accesso ai trattamenti, il che significa il peggiore degli stigmi sociali: guardare i tuoi coetanei rimanere giovani, belli e in salute mentre tu invecchi, diventi brutto e malato… E questo è solo un piccolo esempio di tutte le conseguenze immaginate da Sterling.
Ma Sterling è brillante anche sul piano microscopico, e il romanzo è disseminato da piccole invenzioni affascinanti. Ad esempio, i “ninnoli” da indossare per entrare nella realtà virtuale (che in Holy Fire, a differenza degli ingenui cyberspazi degli anni ’80, ricordano gli ambienti customizzabili tipo Second Life). Sterling aveva capito una cosa per nulla scontata: che per commercializzare una tecnologia mass market, il design è importante quanto l’utilità pratica. Sicché, per entrare nella realtà virtuale, due orecchini diventano delle cuffie, un neo finto da poggiare accanto al labbro il microfono, le ciglia finte dei tracciatori dei movimenti oculari e così via.

Insomma, sul piano fantascientifico Holy Fire è una gioia. Ma come romanzo di formazione? Ecco – qui cominciano i problemi. E sono parecchi.
Il conflitto centrale, il cuore del romanzo, dovrebbe essere il rapporto tra la vecchia e la giovane Mia. Abbiamo due individualità intrappolate nella stessa persona, separate fin quasi a sfiorare lo sdoppiamento di personalità con obiettivi antitetici: Maya odia l’esistenza an-emotiva di Mia e vuole ribellarsi, uscire dalla gabbia di regole e bon-ton che si è costruita e vivere una vita “autentica”; e d’altro canto, Mia è terrorizzata dall’impulsività di Maya, teme giustamente di perdere la propria reputazione, e che un momento di pazzia possa distruggere settant’anni di duro lavoro. E chi dei due abbia più ragione non è scontato. Insomma, sembra materiale perfetto per dare corpo a un conflitto avvincente, no? 1
No. A parte qualche piccolo confronto in un paio di punti cruciali del libro, il rapporto tra Mia e Maya è quasi inesistente. Il conflitto è ai minimi termini. Né si tratta di un episodio isolato – sembra che Sterling cerchi per tutto il romanzo di appianare ogni conflitto o momento di tensione ogni volta che si affaccia. C’è un punto, nel romanzo, in cui Mia sfugge a un agguato violento; di colpo si sente braccata, ricercata dalla polizia e dai medici che seguivano la sua terapia prima che scappasse. E’ terrorizzata, in preda ai sensi di colpa, non sa cosa fare. Cosa fa Sterling? Avanti veloce a quando Mia risolve la situazione e si ritrova in pace con il suo pugno di alleati. Un’altra volta, la sua terapia ha un rigetto e Mia rischia di morire. Cosa fa Sterling? Avanti veloce a quando Mia è guarita e in salute. What the fuck?

Old medicine

Si stava meglio quando si stava peggio.

Il conflitto tra Mia e Maya, poi, dovrebbe essere uno specchio per parlare del conflitto su larga scala del mondo di Sterling: quello tra i vecchi e i giovani. Ma anche quest’ultimo rimane poco a fuoco. Nei suoi viaggi, Mia/Maya incontra ragazzi di ogni tipo: furfantelli, artisti, rivoluzionari, hacker. Tutti questi fanno un gran parlare della condizione infelice in cui sono tenuti dai vecchi che tengono le redini della società. Ma appunto: sono tutte chiacchiere. Sterling ci parla, parla, parla, delle ingiustizie e dei problemi di questo ordinamento sociale, ma mostra poco, e non convince. Troppo spesso i giovani europei di Holy Fire sembrano soltanto dei ragazzetti viziati che si lamentano per attirare l’attenzione, che fanno i ribelli ma poi vivono senza una preoccupazione.
Spesso Sterling sembra anche perdersi negli stereotipi sulla gioventù e la vecchiaia. I giovani non sono tutti impulsivi e irrazionali, i vecchi non sono tutti dei gelidi calcolatori (mi sento quasi cretino a dirlo); eppure in Holy Fire troviamo di continuo questa polarità. Il comportamento scatenato di Maya si potrebbe spiegare come una reazione violenta all’eccesso di autocontrollo nella vita di Mia, ma troppo spesso Sterling sembra spiegarlo con un “perché sì, perché è giovane”.

E si potrebbe andare avanti a lungo. Il personaggio di Maya è perfetto in modo insopportabile, praticamente una Mary Sue: giovane e bellissima, ma al contempo intelligentissima e affascinante per via della sua reale età, tutti gli uomini cadono ai suoi piedi e tutte (o quasi) le donne la invidiano. Tutto le riesce facile, non deve mai sforzarsi per avere ciò che vuole. Per non parlare del gusto sgradevole di Sterling per i discorsi filosofici ad cazzum (in cui spesso i dialoghi con i radical chic europei si arenano) e gli pseudo-intellettualismi. Ditemi ad esempio cosa vuoldire questo periodo:

Now she was beginning to get the hang of it. It was beyond eros, beyond skin. Skinlessness. Skinless memory. Bloody nostalgia, somatic déjà vu, neural mono no aware. Memories she was not allowed to have. From sensations she was not allowed to feel.

Mary Sue

Eccomi qui, mentre rifletto sul mono no aware.

Diversi degli episodi del viaggio di formazione di Mia non sembrano neanche appartenere al mondo futuristico di Holy Fire. In un attico della vecchia Praga, dove (giustamente) i palazzi sono ancora quelli che conosciamo e nulla sembra cambiato, la storia tra Mia e l’artista Emil potrebbe essere tratta pari pari da un romanzo dell’Ottocento – e in effetti mi ha ricordato da vicino il rapporto tra la borghese Bette e lo scultore Wenceslaw di un romanzo di Balzac, La cugina Bette. E uno si chiede: sto ancora leggendo sci-fi?
Al contempo però, il rapporto tra Mia ed Emil, vasaio depresso che a causa di una malattia dimentica ogni mattina quel che gli è successo il giorno prima, è uno dei momenti più belli del romanzo. Dirò di più: è una delle storie d’amore che più mi abbia commosso negli ultimi anni, e questo nonostante occupi una porzione piccola del libro. E funziona anche perché sembra senza tempo.
Né è giusto dire che tutti i dialoghi del romanzo finiscano in merda pseudo-filosofica. La giovane matematica che vuole calcolare il momento storico in cui il progresso della scienza medica sarà tale da rendere virtualmente immortali gli esseri umani è deliziosa; così come il discorso di Paul sulla differenza tra un originale e una replica. L’interrogatorio di Helene Vauxcelles-Serusier è affascinante, e non si può rimanere freddi di fronte alla vicenda del cane Plato.

Insomma, Holy Fire è uno di quei romanzi che si ama o si odia; o, nel mio caso, si ama e si odia contemporaneamente. Per spiegare il mio rapporto con questo libro, uso l’immagine delle montagne russe. Nei suoi momenti più alti, è veramente figo; ma subito dopo precipita ed è merda. Se il worldbuilding è spettacolare, le invenzioni geniali e alcuni personaggi ben fatti, come romanzo di formazione non vale niente, e i tentativi di Sterling di suonare profondo sono adolescenziali.
Merita davvero di essere consigliato? Be’, dipende. Di sicuro Holy Fire non è una storia d’azione o d’avventura o di suspence; è un romanzo di idee, fatto di dialoghi e monologhi interiori. Il ritmo è lento e il conflitto (ingiustificatamente) debole. Il che già allontanerà una parte dei lettori. Per quelli che restano, il mio consiglio è il seguente: scaricatelo e provate a leggerlo. Può valerne la pena, e forse sarete toccati da quelle riflessioni esistenzialiste che a me hanno lasciato freddo. E se invece a un certo punto vi venisse voglia di scaraventare il libro dalla finestra, sentitevi pienamente giustificati.

Su Sterling
Oltre a Holy Fire ho letto altri tre romanzi di Sterling:
 Schismatrix (La matrice spezzata) è una space-opera politica e avventurosa, ambientata in un futuro in cui l’umanità ha colonizzato il sistema solare, ha abbandonato la Terra e sta raggiungendo nuovi stadi evolutivi. Attraverso la vita bicentenaria di Abelard Lindsey, prima giovane rivoluzionario, poi disilluso diplomatico e poi altro ancora, assisteremo allo scontro senza fine tra le due superpotenze post-umane degli Shaper (Mutaforma) e Mechanist (Meccanisti). Un po’ cyberpunk e un po’ biopunk, l’ambientazione ricorda quella del coevo Vacuum Flowers senza essere altrettanto bella. Ma il romanzo, pur affascinante, soffre di eccesso di worldbuilding: infodump a manetta e avvenimenti fuori scena sono la norma, e la tensione va spesso a farsi benedire. Consiglio di procurarsi l’edizione Schismatrix Plus, che contiene i racconti di Sterling sull’universo Shaper/Mechanists (racconti che aveva composto prima di scrivere il romanzo), e di leggere i racconti prima del romanzo, per avere un’esperienza migliore.
Islands in the Net Islands in the Net (Isole nella rete) è un thriller cyberpunk ambientato in un futuro recente. Laura Webster, PR di un’organizzazione di diplomatici democratici chiamata Rizome, si troverà con la sua famiglia al centro di una rete di intrighi e omicidi internazionali. Nonostante all’epoca della sua uscita presentasse molte idee rivoluzionarie sulla Rete, e una versione del cyberspazio molto più aderente alla realtà rispetto a quella dei coevi romanzi gibsoniani dello Sprawl, oggi questo romanzo di Sterling sembra il meno immaginativo e più banale dei suoi. Molte idee affascinanti rimangono, ma affondano comunque in una narrativa lenta e in personaggi noiosi. Datato.
The Difference Engine The Difference Engine (La macchina della realtà), scritto a quattro mani con Gibson, è un’ucronia steampunk tra le più influenti sul genere. Siamo in una Londra vittoriana alternativa in cui la realizzazione della macchina analitica di Babbage ha risvegliato l’entusiasmo per la tecnologia e ha modificato l’equilibrio delle potenze europee. Peccato per l’eccesso di spocchia degli autori, che rende la lettura frustrante e le varie trame difficili da seguire. Ho già parlato di questo romanzo nel Consiglio del Lunedì #26.
Credo di essermi fatto un’idea piuttosto chiara di Sterling. Ha un sacco di idee affascinanti, ma purtroppo finisce spesso per affogarle nell’intellettualismo, nei giri di parole finto-colti, in questa sua tendenza a fare della filosofia spicciola. I commenti che ho letto sui suoi romanzi degli ultimi quindici-vent’anni non sono incoraggianti, quindi credo di aver letto il meglio di Sterling. Direi che per ora sono a posto.

Dove si trovano?
Tutti i libri di Sterling summenzionati si trovano, in lingua originale, sia su Bookfinder che su Library Genesis (assieme a quasi qualsiasi altro romanzo mai pubblicato dall’autore). Di Holy Fire e The Difference Engine si trovano anche l’ePub e il mobi, mentre di Islands in the Net e Schismatrix Plus solo il formato pdf.

Chi devo ringraziare?
Ad attirare la mia attenzione su questo libro stavolta è stato Charles Stross (l’autore di Singularity Sky e Accelerando). In risposta a un utente che sul suo blog gli chiedeva di consigliargli qualche bel titolo poco conosciuto, ecco cos’ha detto Stross a proposito di Holy Fire:

13 years old and unjustly overlooked, this ought to be one of the classics of medium-future extrapolation

In effetti, Holy Fire è stato poi incluso (non so se proprio in seguito a questo commento di Stross) da Paul Di Filippo e Broderick nella loro lista dei 101 migliori romanzi di fantascienza scritti tra il 1985 e il 2010.

Qualche estratto
I tre estratti che ho scelto vengono tutti dal primo capitolo, prima che Mia si sottoponga al trattamento ringiovanente. Il primo è l’incontro tra Mia e il cane Plato (che io adoro); il secondo è la descrizione dell’interfaccia virtuale che Mia deve indossare per connettersi al cyberspazio; l’ultimo, un momento di crisi notturna da cui nascerà la decisione, nella protagonista, di tornare giovane.

1.
A dog was following her up Market Street, loping through the crowd. She stopped behind the shadowed column of a portico and stretched out her bare hand, beckoning.
The dog paused timidly, then came up and sniffed at her fingers.
“Are you Mia Ziemann?” the dog said.
“Yes, I am,” Mia said. People walked past her, brisk and purposeful, their solemn faces set, neat shoes scuffing the red brick sidewalks. Under the steady discipline of Mia’s gaze, the dog settled on his haunches, crouching at her feet.
“I tracked you from your home,” bragged the dog, panting rhythmically. “It’s a long way.” The dog wore a checkered knit sweater, tailored canine trousers, and a knitted black skullcap.
The dog’s gloved front paws were vaguely prehensile, like a raccoon’s hands. The dog had short clean fawn-colored fur and large attractive eyes. His voice came from a speaker implanted in his throat.
A car bleeped once at a tardy pedestrian, rudely breaking the subtle urban murmurs of downtown San Francisco. “I’ve walked a long way,” Mia said. “It was clever of you to find me. Good dog.”
The dog brightened at the praise, and wagged his tail. “I think I’m lost and I feel rather hungry.”
“That’s all right, nice dog.” The dog reeked of cologne. “What’s your name?”
“Plato,” the dog said shyly.
“That’s a fine name for a dog. Why are you following me?”
This sophisticated conversational gambit exhausted the dog’s limited verbal repertoire, but with the usual cheerful resilience of his species he simply changed the subject. “I live with Martin Warshaw! He’s very good to me! He feeds me well. Also Martin smells good! Except not … like other days. Not like …” The dog seemed pained. “Not like now.… ”
“Did Martin send you to follow me?”
The dog pondered this. “He talks about you. He wants to see you. You should come talk to him. He can’t be happy.” The dog sniffed at the paving, then looked up expectantly. “May I have a treat?”
“I don’t carry treats with me, Plato.”
“That’s very sad,” Plato observed.
“How is Martin? How does he feel?”
A dim anxiety puckered the hairy canine wrinkles around the dog’s eyes. It was odd how much more expressive a dog’s face became once it learned to talk. “No,” the dog offered haltingly, “Martin smells unhappy. My home feels bad inside. Martin is making me very sad.” He began to howl.
The citizens of San Francisco were a very tolerant lot, civilized and cosmopolitan. Mia could see that the passersby strongly disapproved of anyone who would publicly bully a dog to tears.
“It’s all right,” Mia soothed, “calm down. I’ll go with you. We’ll go to see Martin right away.”
The dog whined, too distraught to manage speech.
“Take me home to Martin Warshaw,” she commanded.
“Oh, all right,” said the dog, brightening. Order had returned to his moral universe. “I can do that. That’s easy.”
He led her, frisking, to a trolley. The dog paid for both of them, and they got off after three stops.

 

2.
Stuart gave Mia a battered touchslate and a virtuality jewel case. Mia retired to the netsite’s bathroom, with its pedestal sinks and mirrors. She washed her hands.
Mia clicked open the jewelry case, took its two featherlight earring phones, and cuffed them deftly onto her ears. She dabbed the little beauty-mark microphone to the corner of her upper lip. She carefully glued the false lashes to her eyelids. Each lash would monitor the shape of her eyeball, and therefore the direction of her gaze.
Mia opened the hinged lid of a glove font and dipped both her hands, up to the wrists, into a thick bath of hot adhesive plastic. She pulled her hands out, and waved them to cool and congeal.
The gloves crackled on her fingers as they cured and set. Mia worked her finger joints, then clenched her fists, methodically. The plastic surface of the gloves split like drying mud into hundreds of tiny platelets. She then dipped her gloves into a second tank, then pulled free. Thin, conductive veins of wetly glittering organic circuitry dried swiftly among the cracks.
When her gloves were nicely done, Mia pulled a wrist-fan from a slot below the basin. She cracked the fan against her forearm to activate it, then opened it around her left wrist and buttoned it shut. The rainbow-tinted fabric stiffened nicely. When she had opened and buttoned her second wrist-fan, she had two large visual membranes the size of dinner plates radiating from the ends of her arms.
The plastic gloves came alive as their circuitry met and meshed with the undersides of the wrist-fans. Mia worked her fingers again. The wrist-fans swiftly mapped out the shape of the gloves, making themselves thoroughly familiar with the size, shape, and movements of her hands.
The fans went opaque. Her hands vanished from sight. Then the image of her hands reappeared, cleverly mapped and simulated onto the outer surfaces of the wrist-fans. Reality vanished at the rim of the fans, and Mia saw virtual images of both her hands extended into twin circles of blue void.
Tucking the touchslate under one arm, Mia left the bathroom and walked to her chosen curtain unit. She stepped inside and shut and sealed the curtain behind her. The fabric stiffened with a sudden top-to-bottom shudder, and the machine woke itself around her. The stiff curtain fabric turned a uniform shade of cerulean. Much more of reality vanished, and Mia stood suspended in a swimming sky blue virtuality. Immersive virtuality—except, of course, for the solid floor beneath her feet, and the ceiling overhead, an insect-elbowed mess of remote locators, tracking devices, and recording equipment.
The fabric curtain was woven from glass fiber, thousands of hair-thin multicolored fiber-optic scan-lines. Following the cues from her false eyelashes, the curtain wall lit up and displayed its imagery wherever Mia’s eyesight happened to rest. Wherever her gaze moved and fell, the curtain was always ahead of her, instantly illuminated, rendering its imagery in a fraction of a second, so that the woven illusion looked seamless, and surrounded her.
Mia fumbled for a jack and plugged in the touchslate. The curtain unit recognized the smaller machine and immediately wrapped her in a three-hundred-and-sixty-degree touchplate display, a virtual abyss of smoky gray. Mia dabbled at the touchscreen with her gloved fingertips until a few useful displays tumbled up from its glassy depths: a cycle tachometer, a clock, a network chooser.
She picked one of San Francisco’s bigger public net gates, held her breath, and traced in Martin Warshaw’s passtouch. The wall faithfully sketched out the scrawling of her gloved fingertip, monster glyphs of vivid charcoal against the gray fabric.
The tracing faded. The curtain unit went sky blue again. Nothing much happened after that. Still, the little tachometer showed processing churning away, somewhere, somehow, out in the depths of the net. So Mia waited patiently.

3.
The truth was starker: she was old. Night cramps were a minor evil. People got very old, and strange new things went wrong with them, and they repaired what the racing and bursting technology allowed them to repair, and what they could not cure they endured. In certain ways, night cramps were even a good sign. She got leg cramps because she could still walk. It hurt her sometimes, but she had always been able to walk. She wasn’t bedridden. She was lucky. She had to concentrate on that: on the luckiness.
Mia wiped her sweating forehead on her nightgown’s sleeve. She limped into the front room. Brett was still asleep. She lay there undisturbed, head on one arm, utterly at peace. The sight of her lying there flooded Mia with déjà vu.
In a moment Mia had the memory in focus, beating at her heart like a moth in a net. Looking in one night at her sleeping daughter. Chloe at five, maybe six years old. Daniel with her, at her side. The child of their love asleep and safe, and happy in their care.
Human lives, her human life. A night not really different from a thousand other nights, but there had been a profound joy in that one moment, an emotion like holy fire. She had known without speaking that her husband felt it, too, and she had slipped her arm around him. It had been a moment beyond speech and out of time.
And now she was looking at a drugged and naked stranger on her carpet and that sacred moment had come back to her, still exactly what it was, what it had been, what it would always be. This stranger was not her daughter, and this moment of the century was not that other ticking moment, but none of that mattered. The holy fire was more real than time, more real than any such circumstance. She wasn’t merely having a happy memory. She was having happiness. She had become happiness.
The hot glow of deep joy had shed its bed of ashes. Still just as full of mysterious numinous meaning. As rich and alive and authentic as any sensation she had ever had. Emotion that would last with her till death, emotion she would have to deal with in her final reckoning. A feeling bigger than her own identity. She felt the joy of it crackling and kindling inside her, and in its hot fitful glow she recognized the poverty of her life.
[…] Mia heard her own voice in the silent air. When the sentence struck her ears, she felt the power of a terrible resolve. An instant decision, sudden, unconscious, unsought, but irrevocable: “I can’t go on like this.”

Tabella riassuntiva

Uno scenario cyberpunk atipico e affascinante. I conflitti centrali del romanzo sono sempre annacquati.
Grande abilità nel mostrato e nella gestione del pov. Gestione distratta degli infodump.
La narrazione è disseminata di invenzioni geniali. Si perde nello pseudo-filosofico e nei discorsi astratti.
Alcuni episodi sono bellissimi. Maya è una Mary Sue.


(1) Questo conflitto, tra parentesi, ricorda quello visto in Vacuum Flowers di Swanwick, dove due donne condividono lo stesso corpo: Rebel Elizabeth Mudlark, la protagonista, e la cinica hacker Eucrasia Welsh. In questo caso, però, si tratta a tutti gli effetti di due persone diverse.
Peccato che Sterling non abbia saputo fare della situazione un elemento di conflitto altrettanto avvicente.Torna su

Cane parlante

I Consigli del Lunedì #34: The Egg Man

The Egg ManAutore: Carlton Mellick III
Titolo italiano: –
Genere: Horror / Bizarro Fiction / Distopia
Tipo: Novella

Anno: 2008
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 150 ca.

Difficoltà in inglese: **

Her vagina opened wide and released the babies. Hundreds, maybe thousands, of tiny fetus flies fluttered out of her.

Lincoln è uno Smell (Olfatto); significa che l’olfatto è il suo senso dominante, e può sentire odori che gli altri non sentono. Come tutti i bambini allevati dalla Georges Organization, deve diventare un artista, e ha deciso che diventerà un pittore. Ora che ha finito il periodo di apprendistato, l’organizzazione gli ha assegnato una stanza in un palazzo fatiscente dove dovrà mettere a frutto ciò che ha imparato. Ha quattro anni di tempo per dimostrare il suo talento e la sua unicità, o la GO lo disenfranchiserà e lo butterà in mezzo a una strada. A quel punto sarà una persona senza diritti e senza un soldo.
In un mondo in cui tutti gli esseri umani nascono come mosche-feto indifese; in cui quelle che sopravvivono all’infanzia e acquistano un aspetto umano, vengono spartite tra le compagnie e allevate nelle loro scuole, dove vengono indottrinati con i valori dell’azienda; dove gli unici diritti che possiedi sono quelli dati dalla compagnia a cui appartieni; dove la povertà e la miseria sono ovunque; in un mondo simile, la vita è dura per tutti. Ma è particolarmente dura per uno Smell che vuole fare il pittore ed è circondato da gente ostile. E ora c’è una donna disgustosa e incinta, Luci, una Sight (Vista), che lo perseguita; e il suo ragazzo, che crede che Lincoln se la voglia portare a letto e ha giurato che lo ammazzerà; e una faida che si sta preparando nel suo palazzo tra gli uomini della OSM e quelli della MSM; e il puzzo disgustoso di fico e carne di hamburger macinata che filtra dalla stanza accanto a quella di Lincoln, e che si dice appartenga al misterioso uomo-uovo. E Lincoln sente di essere spacciato: non ha un briciolo di talento.

Si può far puzzare un libro? Scrivere con una prosa talmente vivida da evocare odori, profumi, puzze così come si evocano immagini o suoni? E’ quello che ha provato a fare Mellick in questa novella di poco più che un centinaio di pagine, scegliendo come protagonista un uomo che vive di odori, che filtra la realtà prima di tutto attraverso il suo naso.
E’ quasi un anno che questo blog non ospitava una recensione sul più bravo autore di Bizarro Fiction, per cui mi sembra opportuno rimediare. The Egg Man è una delle sue opere meno conosciute, ma anche una delle più particolari. Se infatti la Bizarro Fiction, e Mellick in particolare, con la sua prosa quasi infantile, ci ha abituato ad atmosfere leggere, e più grottesche che drammatiche, questa novella – che prende a prestito diversi elementi del cyberpunk distopico tradizionale per farne qualcosa di nuovo – è di una cupezza e di un cinismo disperanti. E’ anche una storia particolarmente autobiografica (per stessa ammissione di Mellick), in quanto parla del processo creativo e di come un artista possa smettere di fare schifezze e produrre qualcosa di buono.
Mellick ha dichiarato sul suo blog di trovare The Egg Man una delle cose migliori che abbia mai scritto. Io ho scritto nella mia classifica che a mio avviso è proprio il miglior libro di Mellick. Ora proverò a spiegarvi perché.

Fico e carne di hamburger

E questo accostamento è ancora nulla.

Uno sguardo approfondito
Cosa rende la prosa di Mellick così piacevole da leggere? Tre cose: l’uso del mostrato, la semplicità nella costruzione delle frasi e il timbro caldo della voce narrante. Come molti suoi libri, la storia è raccontata in prima persona. Questo permette all’autore di commentare le cose che accadono e inserire piccoli brani di informazione in modo naturale, senza mai dare l’impressione di fare infodump. Il timbro lineare, molto matter-of-fact di Lincoln, rende per contro le cose che vede e le persone che incontra ancora più inquietanti; e al contempo, il suo tono lamentoso e rassegnato ci dice molto su di lui. E dato che un esempio vale più di mille parole: “The inside of the building smelled like vinegar-ham and a nutty variety of pipe tobacco smoke. It could have been worse. Some of these buildings smell like urine and dead rats. I couldn’t handle a place that smelled like urine or dead rats.”
Ed è molto anche importante l’ordine in cui si inseriscono le scene. Per esempio, l’incipit del romanzo fa così: “The fetus fly wasn’t yet dead when my steel-toed boot squished into it. The thing was lying there, half dead. It was trying to cry but its vocal cords were dried out.” Un’immagine che già di per sé è abbastanza disgustosa. Ma poi, nel capitolo successivo: “I wondered what it was like when I was just a fetus fly. I wondered why I was the one to survive out of all of those that I was born with.” BAM! Salta fuori solo adesso che il protagonista ha spiaccicato un proprio simile. Peggio: un neonato.

Ma questi concetti li abbiamo già detti e stradetti. Ciò che ci interessa adesso è: è riuscito Mellick a dare corpo al mondo di odori del suo protagonista? La risposta: in parte. La soluzione di Mellick è quella degli elenchi – la stanza dell’Henry Building dove vive sa di vaniglia artificiale mescolata a lucido per legno e pelo di cane bagnato; Luci puzza di chiodi di garofano.
Detto così può suonare un po’ asettico, ma inserito nel flusso della storia funziona abbastanza bene e presto mi sono trovato avviluppato nelle variegate puzze del mondo di The Egg Man. Alla definizione degli odori in sé e per sé si sommano le reazioni (più o meno disgustate) di Lincoln e i dati mandati dagli altri sensi (gli aloni di sudore sotto le ascelle di Luci, la nuvola di fumo della sigaretta ai chiodi di garofano che fuma, i piedi lerci…). E se alcuni accostamenti sembrano messi lì a caso, i primi che gli venivano in mente, altri suonano azzeccati. Il risultato è soddisfacente, e del resto non saprei come esprimere gli odori in un modo migliore.

Mosca morta

Un caso di omicidio?

Ma non pensate che scrivere in questo modo sia semplice o banale. Anzi: proprio la sinteticità delle descrizioni richiede una certa abilità nel sapere cosa e quanto tagliare. Del resto è impressionante pensare a quante cose, quante trovate e dettagli del suo mondo Mellick abbia potuto condensare in una novella che si leggere in un pomeriggio. E come cazzo gli sono venute in mente?
Dal fatto che tutti gli esseri umani nascano nella forma di mosche, che poi si ingrossano giorno dopo giorno, sempre più indifese e disgustose, finché perdono le ali e acquistano sembianze umanoidi; all’immagine di corporativi che vanno in giro per le strade armati di retino per acchiappare le mosche-bambino e portarle dietro i recinti degli asili nido della loro compagnia; all’idea che tutti gli esseri umani siano divisi in cinque tipologie, ciascuna con un senso dominante (i Sight, i Sound, i Taste, i Feel e naturalmente gli Smell); a piccoli dettagli come il fatto che ogni azienda abbia proprio la lingua, e che ad esempio agli uomini della Toyota sia insegnato solo il Toyotese e non la lingua comune perché siano leali alla casa madre e non fraternizzino con le altre; al modo in cui Lincoln mescoli pittura e odori per creare le sue tele. E così via, e così via.

Molti lettori, probabilmente la maggior parte, troveranno quest’atmosfera di crudeltà e cose schifose asfissiante e illeggibile. Per quanto mi riguarda, lo trovo affascinante proprio per la capacità di Mellick di rendere onnipresente questa sensazione di sporco. Sporco fisico come sporco morale. Tutti i personaggi di The Egg Man sono figure ambigue, di cui non ci si può fidare fino in fondo neanche quando sono amichevoli (le rare volte in cui questo accade); ma di cui del resto non si può neanche dire che siano cattivi perché sì. Luci è una sanguisuga, una donna che si approfitta degli ingenui per campare sulle loro spalle, ma è anche l’unica a dare del calore e una direzione alla vita di Lincoln – e allora chi sta usando chi? E del resto, Lincoln è buono, o è semplicemente un vigliacco, un debole, che si comporta in modo educato solo per aumentare le proprie possibilità di sopravvivenza? E come si comporterà se dovesse trovarsi con il coltello dalla parte del manico?
Soprattutto, The Egg Man racconta una storia. Va in una direzione. Tutti quegli elementi strani non sono messi lì a caso, ma sviluppano il dramma personale di Lincoln e i suoi tentativi di affermarsi come artista, per salvarsi dal finire in mezzo a una strada con un coltello piantato nella schiena e dare un senso alla propria vita. Il ritmo è rapido, e diventa sempre più rapido mano a mano che si va avanti e gli eventi si accavallano gli uni agli altri. E tra gli esami settimanali di fronte alla severa commissione artistica della GO, il rapporto di attrazione e diffidenza con Luci, gli sprazzi di violenza che si moltiplicano nel palazzo, la follia artistica che cova dentro Lincoln, e l’uomo-uovo, c’è sempre qualcosa a tenere impegnata la curiosità del lettore. E con personaggi così ambigui, davvero non si sa mai dove la storia andrà a finire e cosa ne sarà dei nostri “eroi”. Gli ultimi capitoli sono spiazzanti – o almeno, lo sono stati per me – e il finale è un vero pugno nello stomaco.

Bear Grylls e la piscia

La fuori è una giungla.

Quasi tutti i libri di Mellick che ho letto rientrano in una di due categorie. Ci sono – soprattutto nel Mellick del primo periodo – i tour-de-force di Bizarro, storie con una ricchezza immaginativa e trovate che non avrei avuto nemmeno nei miei incubi migliori, mostrate con un pov saldissimo; e che però mancano di una trama vera e propria, sembrano andare un po’ a casaccio e finiscono spesso senza un finale. E ci sono – soprattutto nel Mellick degli ultimi anni – storie costruite più attorno alla trama, all’interplay tra i personaggi, più coerenti; che tuttavia rinunciano a un po’ di bizzarria per seguire canovacci più tradizionali, e spesso hanno una gestione del pov più approssimativa. Per rimanere su libri di cui ho già parlato sul blog, un esempio del primo tipo è il racconto lungo The Baby Jesus Butt Plug, mentre un esempio del secondo tipo è il romanzo Warrior Wolf Women of the Wasteland. 1
The Egg Man prende il meglio dell’uno e dell’altro tipo, e ci dà una storia breve che è al contempo immaginazione selvaggia, prosa materica, una storia consistente e personaggi interessanti. Il Bizarro non ostacola lo sviluppo della trama, ma anzi la rinforza. L’unico difetto (molto soggettivo) è che The Egg Man è disgustoso, cinico e deprimente quant’altri mai. Ma se vi piace il Bizarro, l’odore di piedi e pus non vi spaventa e magari volete farvi un po’ del male, be’, dovete leggerlo.

Dove si trova?
Purtroppo, a differenza di molti altri libri di Mellick, The Egg Man non è mai stato piratato – o quantomeno, non sono mai riuscito a trovarlo in nessuno dei canali di mia conoscenza – e forse è per questo che è poco noto anche tra molti suoi fan. Comunque, è disponibile su Amazon un’edizione kindle a 5,99 Euro. Trattandosi di una novella il prezzo è un po’ alto, ma io non me ne sono pentito.

Su Mellick, di nuovo
Sul mio Anobii puntualmente non aggiornato, Mellick figura come l’autore di cui ho letto più libri dopo Dick. Non è strano, considerando quanto scriva e quanto ci si mette in media a leggerne uno. Ecco quindi una seconda cernita di suoi libri che mi hanno in qualche modo colpito (anche se soltanto l’ultimo dei tre merita davvero di essere letto). Se ve lo state chiedendo, i primi due appartengono ai libri mellickiani del ‘primo tipo’, il terzo a quelli del secondo.
Adolf in Wonderland (new cover) Adolf in Wonderland è una novella ambientata in un mondo in cui l’utopia nazista ha conquistato il mondo. Un giovane ufficiale ariano delle SS è mandato in missione in una terra sperduta, a trovare ed eliminare l’ultimo essere imperfetto sulla Terra; ma il mondo nel quale sta entrando è ben lontano dalla perfezione, e lo precipiterà da un’assurdità all’altra. Malgrado il plot promettente e un protagonista interessante, il libro si perde in una successione di avvenimenti abbastanza sconnessi tra loro e non va a parare da nessuna parte; l’argomento della “perfezione” è un po’ il pretesto della storia ma non viene davvero approfondito. Occasione sprecata. Ah, quella è la nuova copertina!
Ugly HeavenUgly Heaven è un’altra novella di esplorazione di un mondo assurdo. Due uomini si risvegliano, dopo la morte, in Paradiso; ma l’aldilà è ormai diventato un luogo spaventoso, colmo di sofferenza e pericoli, e Dio sembra scomparso o morto. Tree e Salmon andranno alla ricerca di un senso e di un luogo che possano chiamare casa. Il Paradiso di Mellick è pieno di idee interessanti – soprattutto quelli inerenti alla trasformazione dei corpi umani e dei nuovi sensi – ma anche questo libro non risponde ai suoi perché e non conclude niente; si vede che la storia manca di un finale. Migliore di Adolf in Wonderland, ma con gli stessi difetti. 2
Zombies and Shit Zombies and Shit è un romanzo lungo che mischia insieme Battle Royale e un post-apocalittico zombesco. I ricchi annoiati organizzano un programma televisivo in cui una serie di vittime vengono rapite dai quartieri poveri e gettati in mezzo agli zombie. L’unica via di salvezza: un elicottero posto all’altro capo del percorso, che può ospitare una sola persona. Chi riuscirà a salvarsi e a tornare alla propria vita, in questo tutti contro tutti letale? Il miglior romanzo lungo di Mellick: personaggi divertenti, un sacco di storyline che si intrecciano, adrenalina e cose schifose. Persino gli zombie sono interessanti (e schifosissimi)!

Qualche estratto
Il primo estratto dovrebbe dare un’idea chiara di come gli odori impregnino ogni scena o quasi di questa novella, e della fantasia di Mellick nell’utilizzarli e descriverli. Il secondo mostra in un colpo solo i personaggi principali della storia (Lincoln e Luci), come sono scritti i dialoghi in The Egg Man e il modo naturale e non-fastidioso in cui l’autore ci dà frammenti del background del suo mondo.

1.
In the dark, I smelled the air and tried to identify my surroundings by their scent. It’s kind of a weird thing to do, but all Smells do it. We can’t help ourselves. I wish I would have been a Sight or maybe a Sound, but my dominant sense had to be Smell.
I sniffed about 17 different scents in the air. The dominant scent was the cigarette smoke that was issuing into my room from under the door. The second most dominant smell was the sink. There were actually four different scents coming from the sink. One was the rust of the faucet metal, one was the light sewage flavor coming out of the drain, one was a rotten odor coming from the scum that lined the drain, and the last was an odd black pepper smell that seemed to come from the water.
I continued smelling the room. There were four varieties of dust aroma. There was a maple syrup odor coming from the closet. There was a greasy smell hidden behind the toilet. There were a few smells coming in from the outside; two forms of pollution from the nearby factories and a burnt spaghetti sauce from the window of an above neighbor’s kitchen. After a couple hours, I had figured out the origins of 16 of the 17 smells. But there was one that I couldn’t figure out. It smelled like fig and raw hamburger meat. It issued from the west wall of my apartment.
After smelling the wall for several minutes, I had to turn on the light to see if there was a stain there. It could have been a strange cocktail that was thrown at the wall, or maybe the grease of a sweet and spicy Asian meal was wiped along the bricks. But, after close examination, I couldn’t find anything unusual about the wall. There wasn’t a sticky film anywhere.
The smell didn’t seem to come from the wall itself, but from something on the other side of the wall. It must have been something extremely pungent for me to be able to smell it through brick. I wondered what the heck that smell could be, racked my brain trying to figure it out, but it remained a mystery.
I fell asleep close to dawn with the room’s smells attacking my nostrils.

Weird smells everywhere

2.
On the way home, I ran into the pregnant woman again. She was sitting on the sidewalk without any pants on. She was crying and breathing hard. Her eyes were covered by a pair of ashy smog goggles and her sweaty white tank top was being held up by her chin.
As I passed her I said are you okay?
No she said.
I said what’s wrong?
She said what the fuck do you think?
I then realized what was happening. She was about to give birth.
I said is there anything I can do?
She said I’ve done this dozens of times before.
I said I’ve never seen a birth before and want to help anyway.
She asked if I had anything to put under her ass.
She said my ass is killing me.
I said I have a package of paper towels.
She said give it a try.
Then she lifted her bare butt off of the pavement and waved me over.
I slid the 4-pack of paper towels under her and she sat down on it.
Not much better she said.
Sorry I said.
I watched her huffing and puffing for a while.
She said are you just going to stand there?
I shrugged at her.
I knelt down and held one of her hands. I didn’t know what else to do.
She gave me an annoyed look, but she didn’t refuse my hand. Her palm was gritty and cold. When her breathing got heavy, she squeezed my hand as tight as she could.
Once it happened, she leaned back into my arm and the sweat from her hip got onto my wrist.
She said here it comes.
Her vagina opened wide and released the babies. Hundreds, maybe thousands, of tiny fetus flies fluttered out of her. They swarmed into the air and created a small cloud. I’d never seen so many fetus flies before. I’d never seen them so tiny. They were only the size of small moths. I watched as the swarm of tiny babies spread apart and went their separate ways. Half of them wouldn’t survive the night. Those that made it would double in size every day. Only a few of them, if any, would live long enough to see adulthood.
After they were all gone, the woman said leave me alone.
I left her alone.
She looked exhausted. Her head slumped to her knees. She pushed the package of paper towels out from under her. They were covered in a black goop. I thought she better keep them. I didn’t want to know what that black afterbirth smelled like.
Upon entering the Henry Building, I looked back at the fetus flies dissipating in the distance. I wondered what it was like when I was just a fetus fly. I wondered why I was the one to survive out of all of those that I was born with. Luck, most likely. Luck had a lot to do with it. Too many fetus flies were unlucky. They died from the cold, they got zapped by bug lights, they got trapped in spider webs, they got eaten by birds, they got splattered across car windshields. And once they grew larger they were hunted by alley cats and shot with pellet guns by the neighborhood children. They got caught in the machines on the industrial side of town and they got poisoned from drinking the water in the river.
You had to be really lucky to survive infancy.

Tabella riassuntiva

Una distopia che trasuda sporcizia e crudeltà da ogni poro! Troppa insistenza sullo schifoso e il deprimente per il lettore medio.
Ottima prosa mostrata, dominata da puzze e profumi. La descrizione degli odori non è sempre convincente al massimo.
La quest artistica del protagonista è affascinante.
Ambiguità morale che rende la storia imprevedibile.


(1) Restando in argomento, The Haunted Vagina è forse l’unico altro romanzo di Mellick che trovi una buona sintesi tra i due tipi di storia. Gli altri due libri mellickiani che adoro, Zombies and Shit e Apeshit, sono entrambi del secondo tipo: alla fine continuo a preferire i libri con una storia.Torna su


(2) Scrive Mellick nell’introduzione alla novella che non gli dispiacerebbe tornare nell’ambientazione di Ugly Heaven con alcuni seguiti, in cui spiegherebbe finalmente perché il Paradiso è diventato quel che è diventato e che ne è stato di Dio. Ma per farlo, vuole aspettare che dei lettori gli chiedano attivamente di farlo (per esempio, sul suo blog), mostrando interesse. Io credo che lo farò, perché bene o male sono curioso, e deluso dal finale tronco di Ugly Heaven.Torna su