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Bonus Track: The Alchemist / The Executioness

The AlchemistAutore: Paolo Bacigalupi
Titolo italiano: –
Genere: Fantasy / Sword & Sorcery
Tipo: Novella

Anno: 2011
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 90

Difficoltà in inglese: **

 

The ExecutionessAutore: Tobias S. Buckell
Titolo italiano: –
Genere: Fantasy / Sword & Sorcery
Tipo: Novella

Anno: 2011
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 100

Difficoltà in inglese: **

A chiunque sia scoperto a usare la magia, sarà tagliata la testa sulla pubblica piazza: così ha deciso il Sindaco di Khaim. Ma non è una pena troppo dura, perché in gioco è la sopravvivenza stessa della città. Ogni volta che viene lanciato un incantesimo, da qualche parte nasce un rovo. E i rovi crescono, soffocano le piante, i campi, le case; e pungersi con le loro spine significa cadere in un sonno che può portare alla morte. E per quanto li tagli, sempre ricrescono. Così è caduto il grande impero di Jhandpara, un tempo governato da potentissimi maghi simili a dei: stretto nell’abbraccio mortale dei rovi. Ora i rovi circondano Khaim. Eppure i suoi abitanti, nel cuore della notte o nel segreto delle loro cantine, continuano a lanciare magie per i propri scopi privati: e i rovi continuano a crescere.
Tana è la figlia del boia. Il mestiere di suo padre è la principale fonte di sostentamento della famiglia. Ma ormai suo padre è vecchio, e malato, e non riesce più a sollevare quell’ascia così pesante. Così, quando la chiamata arriva, Tana non può fare altro che indossare quel cappuccio che nasconde il volto, fingersi suo padre e diventare lei stessa boia. Ancora non sa che, quello stesso giorno, tutto a Khaim sta per cambiare – e la vita della sua famiglia sarà sconvolta per sempre.
Jaoz è un alchimista. Un tempo uno dei più facoltosi e ricercati orafi di Khaim, da più di dieci anni si è messo in testa di salvare la sua città e trovare un metodo alchemico per distruggere i rovi una volta per tutte. Ma tutti i suoi tentativi sono falliti. Oppresso dai debiti e dalla malattia della figlioletta Jiala, sa di non avere più molto tempo a disposizione, e metterà tutte le sue energie in un ultimo, disperato tentativo. Quello che non sa, è che anche se riuscisse, la sua scoperta potrebbe essere utilizzata in modi che non immagina…

Ogni volta che viene castato un incantesimo, da qualche parte nel mondo un coniglietto muore sbocciano rovi mortali: questa è la premessa dell’ambientazione condivisa di The Alchemist e The Executioness, due novellas scritte rispettivamente da Paolo Bacigalupi e Tobias Buckell in questo progetto collaborativo orchestrato da Subterranean Press. Entrambe le storie prendono le mosse da due persone normali, due abitanti della città di Khaim – la figlia del boia e l’alchimista – quando la loro vita e quella dei loro cari viene completamente sconvolta. Nonostante qualche richiamo reciproco, i due libri sono del tutto indipendenti, e possono quindi essere letti in qualunque ordine si voglia.
Di solito sono scettico delle collaborazioni, e me ne tengo alla larga. Cosa mi ha fatto cambiare idea questa volta? Primo, la presenza di Bacigalupi, uno scrittore davvero bravo che ho amato per The Windup Girl (mentre non posso dire lo stesso di Buckell, un tizio ignoto che è famoso soprattutto per i suoi libri sul franchise di Halo); secondo, e più importante, questa ambientazione condivisa sembrava offrire una visione della magia diversa dal solito. Se molti autori di fantasy medievaleggiante cercano di limitare lo strapotere della magia circoscrivendone l’uso a pochi individui e poche occasioni, in The Alchemist e The Executioness la logica è quella opposta: proprio perché la magia è diffusa e alla portata di tutti, e quindi tutti ne abusano, la civiltà rischia di essere spazzata via.
Ai fini della mia ricerca sui sistemi magici, di cui vi ho parlato nello scorso articolo, in questa Bonus Track mi concentrerò in primo luogo sul modo in cui è concepita la magia e solo in seconda battuta sulla qualità complessiva dei romanzi.

Magic Bramble Creeper

Le infestazioni di rovi magici possono essere davvero terribili.

Uno sguardo approfondito
Abbiamo visto nello scorso articolo che la magia, pur avendo sempre un ruolo fondamentale per il worldbuilding (nelle storie in cui esiste), può avere diversi gradi di importanza per le storie particolari che andiamo a raccontare – per il destino dei nostri protagonisti e personaggi pov. Nel caso di queste due novellas, non soltanto la magia è il motore della storia – Tana è la figlia del boia incaricato di giustiziare chi viene scoperto a usare la magia, Jaoz ha dedicato alla sua vita a combattere i rovi magici – ma è anche il fulcro di un affascinante moral play. Lanciare magie è sbagliato, certo. Ma se tua figlia sta male? Se quando tossisce sputa sangue? Se fosse in pericolo di vita, e un piccolo incantesimo potesse regalarle mesi di vita, non sareste disposti a farlo, anche se questo dovesse significare che da qualche parte – nel cortile del vostro vicino, nei campi della città o persino in una contrada lontano – spunta qualche nuovo rovo?
E’ ciò che si chiede Jaoz in uno dei primi capitoli di The Alchemist, quando guarda la sua figlioletta peggiorare di giorno in giorno:

I avoided using magic for as long as possible, but Jiala’s cough worsened, digging deeper into her lungs. And it was only a small magic. Just enough spelling to keep her alive. To close the rents in her little lungs, and stop the blood from spackling her lips. Perhaps a sprig of bramble would sprout in some farmer’s field as a result, fertilized by the power released into the air, but really it was such a small magic, and Jiala’s need was too great to ignore.

Ricordate però cosa vi dicevano da piccoli, quando buttavate una cartaccia per terra? “Certo, quella carta non è niente, ma se tutti facessero così…”. E questa è proprio l’impasse che vivono gli abitanti di Khaim. Tutti sanno che non si può fare a meno della magia, ma che al tempo stesso non si può lasciare impunito chi sia scoperto a farlo. Dov’è il punto in cui bisogna sacrificare il bene individuale per quello comune? Chi ha ragione, e chi ha torto?

La magia è integrata in modo elegante nell’ambientazione. Mentre va alla sua prima esecuzione, Tana si imbatte in una sorta di pompieri al contrario: uomini del Sindaco che, vestiti di pelle da capo a piedi – per evitare di entrare in contatto con le letali spine dei rovi – vanno in giro bruciando le radici che ogni giorno spuntano nei giardini o nelle crepe della strada. Ma quando un rovo brucia, delle piccole sacche contenute nella corteccia esplodono, liberando piogge di nuovi semi che finiscono ovunque e presto germoglieranno nuovi rovi. Per questo i bambini di strada, e i poveri che non hanno più niente – e tra questi Jiala, la figlia di Jaoz – possono essere visti passare le giornate a prendere i semi e metterle in appositi sacchetti. Ogni cento semi raccolti, il comune darà loro una moneta di rame.
Ma questo continuo bruciare e raccogliere della povera gente è come il mito di Sisifo: una fatica inutile e frustrante. Perché ogni giorni i rovi rispuntano, più robusti e più ramificati di prima, resi più forti dalle tante piccole magie che, con l’odore speziato che liberano nell’aria, vengono lanciate ogni giorno nel buio delle cantine o in mezzo ai campi nelle notti senza luna. I rovi stessi sono mostrati con efficacia e suscitano angoscia: in un passaggio, Bacigalupi indugia sulle minuscole spine attaccate a ogni singolo ramo, spine vive che si contorcono come vermi, e sono pronte ad attaccartisi alla pelle al minimo contatto e a liberare il loro veleno mortale. Il risultato è uno strana mescolanza di atmosfere alla Jack Vance – con queste città dal sapore mediterraneo e rinascimentale, la magia alla portata di tutti, l’indulgere sulla vita urbana e dei mercanti piuttosto che sul mondo feudale – e di una sottile angoscia sovrannaturale.

Sleeping beauty hipster

Delle due storie, quella che davvero si focalizza sul funzionamento della magia (pur non scendendo mai troppo nel dettaglio) e lo scontro con i rovi è The Alchemist. The Executioness, purtroppo, dopo un inizio molto promettente, centrato sul senso di colpa della protagonista nell’essere costretta a uccidere persone per crimini che hanno compiuto senza avere altra scelta, prende una via completamente diversa – diventando una quest di vendetta abbastanza classica. Con la scusa di avere una protagonista femminile che si trova a maneggiare un’ascia, la novella di Buckell diventa una storia – anche interessante – sul ruolo delle donne nella guerra.
La figlia del boia è una donna forte, abituata nella vita a sporcarsi le mani, a sgozzare maiali e a non piangere mai, ma Buckell riesce a evitare di cadere nei cliché del genere: a differenza della Nihal della Troisi, Tana sa di non poter vincere in un normale scontro fisico con un uomo, e quindi fonderà le sue strategie sugli attacchi a sorpresa, sui bluff, sul costruirsi una reputazione sovrannaturale. Alcune battaglie, e soprattutto gli scontri campali, mi sono suonati un po’ inverosimili, ma non sono abbastanza esperto sull’argomento per giudicare, e in ogni caso questi momenti sono raccontati da Buckell con troppa fretta, e troppo poco mostrato, per poterli visualizzare bene. In ogni caso, pur non essendo priva di punti di interesse, la direzione presa da The Executioness la allontana dal tema centrale, ossia il moral play magico. Il problema dei rovi è presente ma distante, se ne parla molto ma lo si vede poco – in definitiva, mi pare un’occasione sprecata.

Più interessante è The Alchemist. In poche pagine riesce a mostrare con efficacia i rapporti tra i personaggi principali, e come questi siano determinati dalla lotta ai rovi: la disperazione dell’alchimista, costretto a vendere i suoi ultimi lussuosi mobili per finanziare un progetto che sembra sempre più votato al fallimento; il disprezzo di Pila, l’ultima delle sue serve, nel vederlo cadere ogni giorno di più nella povertà; il misto di affetto e rancore della piccola Jiala.
Bacigalupi è anche il migliore dei due nella prosa. Entrambe le storie sono scritte in prima persona col pov del protagonista – il che è un bene, considerate le dimensioni ridotte delle due novellas – ma se per Buckell questo diventa occasione (soprattutto nelle prime pagine) per una sfilza di infodump sull’ambientazione e il background dei suoi personaggi, Bacigalupi riesce a tenerli al minimo, e questi pochi a filtrarli in modo più naturale attraverso la voce del pov. Bacigalupi mostra molto di più, soprattutto nel mostrare il lancio di incantesimi o il funzionamento del suo balanthast alchemico, mentre Buckell si abbandona facilmente al raccontato e ai riassuntini di avvenimenti, specie nell’ultimo (e cruciale) capitolo. Anche nei momenti drammatici, lo stile del Jaoz di The Alchemist è venato di rassegnato umorismo, laddove tutto The Executioness è scritto in modo grave, serio, monocorde.
Purtroppo anche The Alchemist è ben lontano dalla perfezione. Pur essendo più focalizzato sul tema centrale dell’ambientazione, anche la storia di Jaoz prende nel tempo un’altra direzione – cosa succederebbe se la sua invenzione finisse nelle mani sbagliate? – e diventa una parabola sull’avidità umana, sull’ipocrisia e sui sogni (forse) spezzati. Tutta la sua storyline, inoltre, si fonda sul concetto di trovare una via d’uscita rispetto allo “scambio equivalente” tra magia e maledizione dei rovi: un meccanismo che by definition vanificherebbe il conflitto centrale della storia. Perché, Bacigalupi? Perché?

Nihal della Terra del Vento

The Executioness: still better than Nihal.

Questa collaborazione Buckell / Bacigalupi mi lascia dunque due sapori contrastanti in bocca. Da una parte, riescono nell’intento di creare un mondo vasto e credibile, che sembra molto più grande della singola storia raccontata e pare vivere di vita propria oltre le pagine. Dall’altro, in queste due storie non accade niente di memorabile, non ci sono personaggi particolarmente memorabili, un conceptual breakthrough o un’epicità di fondo; entrambe le storie sanno di incompiuto, di potenziale sprecato, di inconcludenza. Quasi come se queste due novellas fossero un teaser da esibire su Kickstarter: “guardate di cosa siamo capaci, se volete il resto finanziate il nostro progetto”. Peccato che i due libri siano stati pubblicati nel 2011, e non si sia più visto niente: il progetto sembra, per il momento, concluso così.
Stando così le cose, non si chiude nessuno dei due libri davvero soddisfatti. Benché costino poco, non mi sento di consigliare nessuna delle due come lettura di puro piacere. Possono, però, essere interessanti come fonte di idee. Il meccanismo della magia e i conflitti morali che genera è affascinante e reso molto bene, e soprattutto si apre a decine e decine di possibilità non sfruttate. In caso siate interessati, ovviamente il mio consiglio è di partire da The Alchemist, ed eventualmente – in caso rimaniate piacevolmente colpiti – provare anche The Executioness. Posso solo sperare che da questo worldbuilding nasca un giorno qualcosa di più corposo.

Dove si trovano?
Entrambe le novellas possono essere scaricate in lingua originale da Library Genesis (qui il link per il download diretto dell’ePub di The Alchemist, qui invece l’ePub di The Executioness): ringrazio Mikecas per questa informazione.
In alternativa, e se volete premiare gli autori, potete comprarli su Amazon – il prezzo è davvero da fame: 1,99 Euro sia per The Alchemist che per The Executioness. Esiste anche un’audio-book che raccoglie entrambe le storie, ma costa un’enormità e non ha veramente senso per noi italiani.

Full Metal Alchemist meme

Alchimia: non funziona proprio così.

Qualche estratto
Ho scelto un brano per ciascuna delle due novellas, in momenti di conflitto all’inizio delle rispettive storie. In The Executioness, vedremo la protagonista Tana, camuffata nella divisa di suo padre, alle prese con la sua prima esecuzione. L’estratto da The Alchemist ci mostrerà invece l’alchimista Jaoz nel momento in cui sarà costretto a fare la cosa che più odia al mondo: lanciare una magia per salvare la vita della figlia.

1.
 I let the axe fall.
It swung toward the vulnerable nape of the man’s neck as if the blade knew what it was doing.
And then the man shifted, ever so slightly.
I twisted the handle to compensate, just a twitch to guide the blade, and the curving edge of the axe buried itself in the man’s back at an angle on the right. It sank into shoulder meat and fetched up against bone with a sickening crunch.
It had all gone wrong.
Blood flew back up the handle, across my hands, and splattered against my leather apron.
The man screamed. He thrashed in the chains, a tortured animal, almost jerking the axe out of my blood-slippery hands.
“Gods, gods, gods,” I said, terrified and sick. I yanked the axe free. Blood gushed down the man’s back and he screamed even louder.
The crowd stared. Anonymous oval faces, hardly blinking.
I raised the axe quickly, and brought it right back down on him. It bit deep into his upper left arm, and I had to push against his body with my foot to lever it free. He screamed like a dying animal, and I was crying as I raised the axe yet again.
“Borzai will surely consider this before he sends you to your hall,” I said, my voice scratchy and loud inside the hood. I took a deep breath and counted to three.
I would not miss again. I would not torture this dying man any more.
I must imagine I am only chopping wood, I thought.
I let the axe fall once again. I let it guide itself, looking at where it needed to be at the end of the stroke.
The blade struck the man’s neck, cleaved right through it, and buried itself in the wooden platform below.
The screaming stopped.
My breath tasted of sick. I was panting, and terrified as the Mayor approached me. He leaned close, and I braced for some form of punishment for doing such a horrible thing.
“Well done!” the Mayor said. “Well done indeed. What a show, what a piece of butchery! The point has well been made!”

2.
Jiala and I sat in the corner of my workshop, amidst the blankets where she now slept near the fire, the only warm room I had left, and I used the scribbled notes from the book of Majister Arun to make magic.
His pen was clear, even if he was long gone to the Executioner’s axe. His ideas on vellum. His hand reaching across time. His past carrying into our future through the wonders of ink. Rosemary and pkana flower and licorice root, and the deep soothing cream of goat’s milk. Powdered together, the yellow pkana flower’s petals all crackling like fire as they touched the milk. Sending up a smoke of dreams.
And then with my ring finger, long missing all three gold rings of marriage, I touched the paste to Jiala’s forehead, between the thick dark hairs of her eyebrows. And then, pulling down her blouse, another at her sternum, at the center of her lungs. The pkana’s yellow mark pulsed on her skin, seeming wont to ignite.
As we worked this little magic, I imagined the great majisters of Jhandpara healing crowds from their arched balconies. It was said that people came for miles to be healed. They used the stuff of magic wildly, then.
“Papa, you mustn’t.” Jiala whispered. Another cough caught her, jerking her forward and reaching deep, squeezing her lungs as the strongman squeezes a pomegranate to watch red blood run between his fingers.
“Of course I must,” I answered. “Now be quiet.”
“They will catch you, though. The smell of it—”
“Shhhh.”
And then I read the ancient words of Majister Arun, sounding out the language that could never be recalled after it was spoken. Consonants burned my tongue as it tapped those words of power. The power of ancients. The dream of Jhandpara.
The sulphur smell of magic filled the room, and now round vowels of healing tumbled from my lips, spinning like pin wheels, finding their targets in the yellow paste of my fingerprints.
The magic burrowed into Jiala, and then it was gone. The pkana flower paste took on a greenish tinge as it was used up, and the room filled completely with the smoke of power unleashed. Astonishing power, all around, and only a little effort and a few words to bind it to us. Magic. The power to do anything. Destroy an empire, even.
I cracked open the shutters, and peered out onto the black cobbled streets. No one was outside, and I fanned the room quickly, clearing the stench of magic.
“Papa. What if they catch you?”
“They won’t.” I smiled. “This is a small magic. Not some great bridge-building project. Not even a spell of fertility. Your lungs hold small wounds. No one will ever know. And I will perfect the balanthast soon. And then no one will ever have to hold back with these small magics ever again. All will be well.”

Tabella riassuntiva

Il sistema magico è semplice ed elegante. Entrambe le storie tendono ad andare fuori tema.
Angoscioso moral play tra bene individuale e bene comune. Infodump e raccontato a pioggia, specie in The Executioness.
Ambientazione vasta, viva e coerente. Il progetto lascia un senso di incompiutezza.
Spunti interessanti ma niente di memorabile.

Il prezzo della magia

Spongebob magicIo ho un problema col fantasy. Il mio problema è la magia.
Messa nelle mani di uno scrittore inesperto, la magia è come una pistola carica data a un bambino: poco poco finisce che si spara nei piedi. Benché sia l’elemento caratterizzante del genere, ciò che lo distingue dai generi limitrofi del fantastico, ha una natura così indefinita che diventa molto difficile da manipolare per lo scrittore. La magia può essere qualsiasi cosa si voglia. Per questo, una delle prime cose che è necessario fare quando si inventa il proprio mondo fantasy (o anche quando solo si crea una storia fantasy nel nostro mondo) è definire quali saranno le regole del nostro sistema magico.
Se non ci chiariamo bene questo punto, se non facciamo emergere nel corso della storia le limitazioni della magia, e se non manteniamo una coerenza interna nell’uso della magia, tutto il nostro bel mondo sembrerà una costruzione arbitraria e finta. Cadremo nel “perché sì, perché è fantasy!”. Persa la sospensione dell’incredulità, il lettore si rende conto che sta solo leggendo un libro, non vivendo una storia; l’immersione viene meno a si rimette il libro nello scaffale (o si chiude il reader).

Che la magia sia più spesso una seccatura piuttosto che un interessante power-up da aggiungere alla nostra ambientazione, si capisce dal fatto che molti decani della narrativa fantasy abbiano cercato di arginarla in tutti i modi, limitandone la presenza nel mondo e il numero di persone in grado di usarla. Nel Signore degli Anelli troviamo una serie (ridotta) di artefatti e creature magiche, ma la quasi totalità dei personaggi non è in grado di usare la magia e non la usa; e chi è in grado di usarla è ove possibile allontanato dal party in modo tale da non sbilanciare gli incontri. Nella saga di Martin, il sovrannaturale è un elemento di cornice che viene rigorosamente tenuto il più lontano possibile dalla storia principale, e sembra quasi messo solo perché il reparto marketing possa pubblicizzarlo come Fantasy invece che come Beautiful fanta-storico di ambientazione medievale.
Altri autori hanno scelto una strada diametralmente opposta. Swanwick, nei suoi due romanzi più dichiaratamente fantasy (The Iron Dragon’s Daughter e The Dragons of Babel), ha creato un mondo volutamente impossibile. Qui la magia permea ogni cosa, ogni abitante, viola esplicitamente ogni logica. Ma Swanwick ambienta le sue storie a Faerie, il mondo sovrannaturale del folklore; e le regole della sua magia sono tutte meta-narrative: si ispirano più o meno fedelmente a leggende e miti delle tradizioni di questo o quel popolo terrestre. Benché l’effetto sia molto colorato e affascinante, e questi romanzi trasudino sense of wonder a palate, non è una scelta che mi piaccia troppo: è tutto molto meta-, tutto ha senso solo se si concepisce il mondo dei romanzi come uno specchio rovesciato del nostro. Si riesce a godere appieno i due romanzi a patto di concentrarsi sul percorso di crescita del protagonista e non tanto su come funzioni il mondo che lo circonda. Di fatto, la Faerie di Swanwick è tutta un grande (e consapevole) “perché sì, perché è fantasy!”.

Ratzinger magic

Quando bisogna decidere cosa sarà la “magia” nel nostro libro, si presentano due domande, una interna al mondo della narrazione, l’altra esterna. La prima è: “Che cos’è la magia nel mio mondo?”. E’ un potere interiore, una forza fisica, un patto con gli déi o degli spiriti sovrannaturali? Si acquisisce con lo studio, la meditazione, la preghiera, la masturbazione? La seconda è: “Qual’è il prezzo per lanciare una magia?” O in altre parole: quali sono le limitazioni all’uso della magia nella mia storia?
Che la magia richieda un costo è d’obbligo: se non ci fosse un prezzo da pagare, cosa impedirebbe a chiunque nell’ambientazione di utilizzarla di continuo? Se lanciare un incantesimo fosse facile come starnutire, come fanno gli abitanti del tuo mondo a coesistere in società più o meno ordinate, invece di essere ciascuno un dio immortale all’interno del proprio sistema solare personale? Alcuni scrittori hanno risolto facendo della magia una prerogativa di alcuni individui, persone speciali che hanno un “dono”. Ma in realtà, il problema è solo spostato: perché anche queste persone, non vivono lanciando magie continuamente. Per dirla con Orson Scott Card:

First, you don’t want your readers to think that anything can happen. Second, the more carefully you work out the rules, the more you know about the limitations on magic, the more possibilities you open up in the story.

Si può partire da qualsiasi delle due domande, per decidere come funzioni il proprio sistema magico – ma trovo più interessante e utile partire dalla seconda. E’ partendo da quale sia il prezzo della magia, che si definisce chi potrà essere un mago e chi no, cosa sia possibile fare con la magia e cosa no, che ruolo ricopriranno i maghi all’interno della società, e quale livello di sviluppo tecnologico (o dovrei dire tecnomagico?) la suddetta società potrà avere.

Se la magia è accessibile a pochi, ma per questi pochi lanciare il singolo incantesimo è poco costoso, cosa impedisce questi pochi fortunati di essere i governanti, la cima della piramide sociale del nostro mondo? Se viceversa la magia è accessibile a tutti, ma il singolo incantesimo ha un costo elevato (ad esempio: ogni volta che lanciamo un incantesimo perdiamo un anno di vita), i maghi non governeranno la società ma saranno probabilmente dei subordinati. Una volta deciso quale sarà il costo, insomma, si può a ritroso definire tutte le regole del nostro sistema, e infine stabilire che cosa sia più in generale la magia nel nostro mondo, quale ne sia l’origine. Insomma, partire da ciò che serve effettivamente alla trama che vogliamo sviluppare per arrivare a definire, alla fine, i massimi sistemi della nostra ambientazione.

Oppure fai come la Rowling e scrivi la prima cosa che ti viene in mente. A lei è andata bene no?

Più facile a dirsi che a farsi. Ma proprio perché è difficile chiarirsi le idee sulla magia, ho sempre cercato romanzi fantasy che mi offrissero un approccio nuovo all’argomento. Il mese scorso abbiamo visto ad esempio la bilogia Dark Fantasy di James Blish, composta da Black Easter e The Day After Judgement. Come per la Faerie di Swanwick, anche in questi due romanzi il sistema magico non è inventata di sana pianta ma è ripresa dal nostro folklore – nel caso di Blish, dalla demonologia dei grimori medievali e rinascimentali.  E come le fiabe, anche i grimori non sembrano essere mai stati troppo precisi nel definire le regole della magia.  Diversa però è l’ottica dei due autori. Blish infatti, benché sia sempre stato affascinato dalla religione cristiana, dalla teodicea e dalla magia nera, non ha mai abbandonato il suo approccio razionalista alle cose.
In Black Easter, c’è un passaggio in cui il mago nero Theron Ware cerca di spiegare la sua arte all’ingegnere Rudolf Hess, uno degli uomini del magnate Baines. Nell’ambientazione di Blish, chiunque può imparare a usare la magia – benché poi ci siano individui più talentuosi e altri meno, come in tutte le arti. Se non tutti lo sono, però, è perché imparare a usare la magia è un’attività molto dispendiosa, in termini di tempo ed energie. Bisogna forgiare da sé tutti gli oggetti che si impiegheranno nei rituali. Bisogna sottoporsi a pratiche di purificazioni complicate ed estenuanti, come digiunare o meditare perfettamente immobili per giorni.

Il potere magico, inoltre, non è in possesso degli uomini, ma deriva direttamente dai demoni: fare una magia significa indurre un demone a fare qualcosa per noi. L’attività principale del mago nero è dunque quella di convocare il debole e piegarne la volontà, per farsi offrire una prestazione. E’ un’attività che logora il fisico e la psiche, perché il demone non aspetta altro che commettiate un passo falso per divorarvi l’anima. Un’unica evocazione – che servirà a chiamare un solo demone per un unico compito – richiede giorni di preparazione, uno sforzo terribile durante il rituale, e altri giorni per purificarsi a rito finito.
Non sorprende che ci siano così pochi maghi in circolazione, allora, in un’epoca in cui la maggior parte delle azioni che si possono compiere con la magia possono essere più facilmente eseguite senza (un omicidio? Si può usare un sicario. Soldi a palate? Qualche speculazione azzeccata in Borsa). Né sorprende che anche un mago eviti volentieri la magia quando può. In questo caso, la magia è a portata di tutti ma il costo per ogni singolo incantesimo è elevato. Per dirla con Theron Ware:

One thing you must understand is that magic is hard work. I don’t use it out of laziness, I am not a lazy man, but by the same token I do take the easier ways of getting what I want if easier ways are available.

Demon's Souls

I demoni sono crudeli. Chi ha giocato a Demon’s Souls lo sa.

Riflettere sul costo della magia è interessante anche perché può diventare il fulcro di tutta una serie di problemi morali. In Final Fantasy VII, la magia è ricavata estraendo e raffinando l’energia vitale stessa del pianeta. Questo significa che ogni volta che si crea e si usa magia, si sta a poco a poco distruggendo il mondo in cui viviamo. Un simile problema etico, se ben gestito, può diventare il cuore stesso della storia.
L’argomento è ben illustrato da Orson Scott Card nel suo manuale How To Write Science Fiction & Fantasy (di cui vi avevo già parlato in un vecchio articolo). Al tema della magia Scott Card dedica due misere paginette, ben lontane dall’esaurire l’argomento; tuttavia, le idee che menziona sono abbastanza suggestive da meritare di essere riportate:

The price of magic might be the loss of parts from the human body. It’s simple, it’s painful, and it’s grotesque to imagine—sounds like a great idea to me. And there are as many variations here as there were with time travel. Here are several different ways you might turn this idea into a useful magic system:

1. When the magic user casts a spell, he loses bits off his own body, always starting with the extremities. He’s never sure quite how much he’s going to lose. Inevitably, however, missing fingers or hands or feet or limbs begin to be taken in society as a sign of great power—so that young people who wish to seem formidable pay to have fingers and, sometimes, limbs removed, with scars artfully arranged to look like those that magicians have. It’s hard to tell who really has power and who only seems to. (Your story might be about somebody who refuses to mutilate himself; he’s universally regarded as a powerless coward. Which, in fact, he is—until there comes a time when a spell is needed to save his city, a spell so powerful that only a person with his entire body intact can cast it—and the spell will use up all his limbs at once. Does he do it? If so, why?)

2. The magic user must actually cut off a part of his own body, or have it cut off, casting the spell while the bone is being incised. The longer he endures the pain and the larger the section of his body being removed, the more power he obtains. A whole profession of Removers would spring up, people skilled at the excruciatingly slow removal of limbs, using drugs that, while they don’t dull the pain, do allow the magician to remain lucid enough to perform the spell. (Here’s a chance for an interesting twist on a science fiction staple: a future society devoted to “harmless” recreational drugs. Why not have a Remover who goes into the underground apothecary trade, selling the drugs to people who just want the heightened mental effects? What will the magicians do to him then?)

Harry Potter junkie

3. The magic user does not have to cut off his own body part; he can cut off somebody else’s. Thus magicians keep herds of human beings—social rejects, mental defectives, and so on—to harvest their limbs for power. In most places this practice would be illegal, of course, so that their victims would be concealed or masquerade as something else. (A good horror story using this magic system might be set in our contemporary world, as we discover people living among us who are secretly harvesting other people’s limbs.)

4. The magic user can only obtain power when someone else voluntarily removes a body part. Thus magic is only rarely used, perhaps only at times of great need. If a private person wishes to hire a spell done, he must provide not only payment to the wizard, but also a part of his body. And at a time of great public need, the hero is not the wizard, but the volunteer who gives up part of his body so the
spell can be cast to save the town. (How about a psychological study of a pair of lovers, one a magician, the other a voluntary donor, as we come to understand why the one is willing to give up his or her body parts for the other’s use?)

5. When the magician casts a spell, someone loses part of his body, but he can’t predict who. It has to be someone known to him, however, someone connected to him in some way. And, while wizards all know this dark secret of their craft, they have never told anyone, so that nobody realizes that what causes limbs to wither up and fall off is really not a disease, but rather the wizard up the street or off there in the woods or up in the castle tower. (And here’s the obvious variation: What if some common but nasty disease in our world is really the work of secret magicians? That’s why certain diseases go in waves: twenty years ago it was bleeding ulcers; now it’s colon cancer. And the hero of our story is a wizard who is trying to stop the suffering he and others like him are causing.)

6. When a wizard casts a spell, body parts wither and fall off the person he loves the most. The love can’t be faked; if he loves himself most, it is himself who loses body parts. The greater the love, the greater the power—but also the greater the suffering of the wizard when he sees what has happened to the person he loves. This makes the most loving and compassionate people the ones with the most potential power and yet they’re the ones least likely to use it. (Here’s a monstrous story idea: The child of loving parents who wakes up one morning without a limb and, seeing her devoted father getting paid, begins to suspect the connection between her maiming and his wealth.)

You get the idea. There are at least this many permutations possible with every other source of magic I’ve ever heard of. And the stories you tell, the world you create, will in many ways be dependent on the decisions you make about the rules of magic.

La magia è un’arma a doppio taglio. E’ un concetto così nebuloso che se non lo trattiamo con la cura dovuta (ma solo come power-up per i nostri personaggi maghi) rischia di non avere senso e vanificare la credibilità del nostro mondo; ma al tempo stesso sono possibili talmente tante combinazioni, che può diventare un’infinita fonte di idee e conflitti e ambiguità morali per le nostre storie.
E’ mia intenzione presentarvi, nelle prossime settimane e mesi, altri autori e storie che hanno fatto un uso creativo e intelligente della magia – proprio come ho fatto con le due novellas di James Blish. Storie in cui la magia non è un elemento di contorno ma il cuore stesso del worldbuilding e dei conflitti che vi si svolgono. Ne vedremo un piccolo esempio – se tutto va bene – lunedì prossimo. Intanto, se avete degli spunti creativi che volete condividere, sono tutti bene accetti.

Magic trick

I Consigli del Lunedì #40: West of Eden

West of EdenAutore: Harry Harrison
Titolo italiano: L’era degli Yilanè
Genere: Science-Fantasy / Ucronia
Tipo: Romanzo

Anno: 1984
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 490 ca.

Difficoltà in inglese: ***

What was to come would be a clash such as this world had never seen.
A savage battle between two races who were united in only one thing; their absolute hatred of one for the other.

Da grande, Kerrick sarà un vero cacciatore come suo papà Amahast. Insieme agli altri cacciatori della tribù di cui Amahast è a capo, il piccolo Kerrick è sceso alle coste meridionali, dove fa caldo, per fare scorta di cibo per l’inverno. Finché un giorno sulla costa non approdano delle strane creature, con l’aspetto di rettili ma che camminano come uomini, a bordo di un’orribile nave senziente. Sono gli Yilané. E sono venuti a prendersi questa terra.
Per millenni gli Yilané hanno dominato incontrastati nel Vecchio Mondo, trincerati nelle loro gigantesche città bioingegnerizzate. Ma ora le cose stanno cambiando: è in arrivo una nuova Glaciazione, e la morsa del gelo rende inospitali le loro terre. L’ambiziosa Vainté è stata incaricata dalla signora di Inegban di viaggiare verso climi più caldi, nel Nuovo Mondo, e lì preparare una nuova città che possa accogliere gli Yilané del Vecchio quando il freddo sarà diventato intollerabile. Ma gli uomini non sono pronti a cedere la propria casa a quegli esseri repellenti venuti dal mare. Nel Nuovo Mondo sta per scatenarsi una guerra come questo pianeta non ne ha mai viste.

Quando ero piccolo anche a me, come a tutti quelli della mia generazione, piacevano da matti i dinosauri. Alle elementari inventavo e scrivevo storie su dinosauri umanoidi e intelligenti. Crescendo grazie al cielo ho smesso, ma in compenso non ho mai smesso di trovare affascinante la domanda: cosa sarebbe successo se i dinosauri non si fossero mai estinti, e se anzi avessero avuto a disposizione trecento milioni di anni di tempo per evolvere? I mammiferi superiori sarebbero mai nati, e ci sarebbe l’uomo? E se sì, come convivrebbero queste due specie intelligenti? West of Eden è una possibile risposta a queste domande.
Harry Harrison immagina un mondo alternativo in cui l’estinzione di massa al termine del Cretaceo non è mai avvenuta, e quindi i rettili, e non i mammiferi, hanno ereditato la Terra. Nel corso di centinaia di migliaia di anni, gli Yilané hanno costruito una civiltà avanzatissima da una sponda all’altra del continente eurasiatico, mentre una forma di essere umano ha visto la luce nelle Americhe. L’Oceano Atlantico ha tenuto le due specie divise per tutto questo tempo e ignare le une delle altre. Ora, per la prima volta, le due specie stanno per entrare in contatto – West of Eden racconta quello che succede dopo. Il romanzo ha conosciuto anche un breve momento di celebrità in Italia negli anni ’90, col nome “L’era degli Yilané” – molti trentenni di mia conoscenza lo venerano come un libro di culto – ma oggi sta cadendo nel dimenticatoio. E’ dunque mio preciso dovere riportare questa piccola perla alla vostra attenzione.

Raptor Jesus

E’ andata così. Circa.

Uno sguardo approfondito
West of Eden è la storia di uno ‘scontro di civiltà’. E per raccontare al meglio questo scontro, Harrison fa una scelta interessante: prende come protagonisti un essere umano e una Yilané, alternando le vicende dell’uno e dell’altra, e quindi i punti di vista dell’una e dell’altra specie. Da una parte il piccolo Kerrick, che viene catturato dagli Yilané all’inizio del romanzo e condotto nella loro nuova colonia come prigioniero e oggetto di studio; dall’altro Vainté, la governatrice in carica della nuova colonia, con sulle spalle il compito di far crescere la città e sterminare la potenziale minaccia degli umani nativi.
Il risultato, è un’ambientazione e un’atmosfera che hanno pochi eguali nella narrativa fantastica. Sulle fondamenta di un romanzo ‘preistorico’, con protagoniste piccole tribù nomadi che si muovono tra giungle e pianure, sul tipo della saga Earth’s Children di Jean Auel o di The Inheritors di Golding, si innesta il mondo tecnologico degli Yilané, con tutte le sue storie di ambizione, gerarchia sociale, lotte politiche intestine, manipolazioni di DNA. Storie di caccia da una parte, discussioni di urbanistica dall’altra. E a questo si aggiunge il sapore tutto particolare dell’inversione: nel mondo di Harrison, noi uomini siamo la civiltà arretrata, i nativi americani di turno; la specie avanzata sono le lucertole.

Parlando di Kerrick e Vainté ho detto semplicemente “protagonisti” e non “personaggi pov”, ahimè, per una ragione: a Harrison sembra sfuggire completamente – e non solo qui, ma in tutti i suoi romanzo – il concetto di ‘punto di vista’. In West of Eden, la telecamera vive di vita propria e si sposta di luogo in luogo, di testa in testa ogni poche pagine. Il principio è: chiunque sia nel raggio visivo o mentale dell’attuale pov, potrebbe diventare in qualsiasi momento il nuovo pov. Abbiamo quindi le tipiche scene da mal di mare in cui si fa fatica a capire chi stia pensando o vedendo cosa perché la telecamera passa da un personaggio all’altro senza fissarsi a lungo su nessuno.
Abbondano naturalmente i pov usa-e-getta, usati per poche scene o anche una sola volta, in contesti in cui i normali punti di vista di tre o quattro personaggi chiave sarebbero stati sufficienti. Certe scelte sono particolarmente esilaranti nella loro inutilità, come il pov che a un certo punto va per poche righe su una tigre dai denti a sciabola (!), giusto il tempo di far guardare alla suddetta tigre un altro personaggio (umano) e poi passare la telecamera al personaggio suddetto. O ancora, nella seconda metà del libro, all’inizio di un capitolo, viene introdotto il pov di un ragazzino della tribù, con tutto il suo vissuto di sogni, paure, aspirazioni personali, solo per fargli fare una piccola scoperta che porta avanti la trama. Il ragazzino, inutile dirlo, non apparirà più nelle restanti centocinquanta pagine di romanzo.

Tigre dai denti a sciabol

“Mi sembra… mi sembra di vedere… un personaggio-pov!”

Non ci sono dubbi che a tenere la telecamera in mano per tutto il libro sia il Narratore Onnisciente. A volte la sua presenza si fa addirittura (e inutilmente) esplicita, con commenti su cose di cui il pov del momento non potrebbe mai rendersi conto. Ecco per esempio un passaggio con protagonista Kerrick: “If he had been of an introspective turn of mind, he might have compared the movement of the Yilané in their city to that of the ants in their own cities beneath the ground”. Ma nel caso non fossimo del tutto convinti che questo non è il pov di Kerrick, poco oltre l’autore ci tiene a toglierci ogni dubbio: “Not an exact analogy, but a close one that he never even considered”. Grazie, Harry, di questa preziosa precisazione.
La conseguenza di questa gestione criminale del pov è la solita che ormai conosciamo bene: il distacco del lettore. Entrare negli occhi e nella testa di tutti questi personaggi è come non entrare nella testa di nessuno, e infatti leggendo West of Eden sembra di essere un uccello che guarda dall’alto quello che succede, senza farsi coinvolgere. Le emozioni e i pensieri dei personaggi ci vengono continuamente raccontati, anche se quando vuole Harrison sa farli gesticolare in modo efficace. I dialoghi indiretti abbondano, così come i riassuntini di giorni e mesi di avvenimenti. Anche momenti cruciali come le battaglie campali tra le due specie finiscono per essere raccontate succintamente e senza interesse, come in questo passaggio di troisiana mestizia:

The slaughter was terrible, far worse than that of the day before. The hunters fired and fired and screamed with joy as they did. The Yilanè above them were brought down, the corpses of their towering mounts falling and slithering into the deadly chaos below.
[…] Twice more they ambushed the murgu. Twice more trapped them, killed them, disarmed them. And fled. The sun was dropping towards the horizon then as they stumbled up the trail.

Ma questo è il modo in cui Flaubert descriveva le battaglie campali nel suo Salammbò. Da allora alla pubblicazione di West of Eden sono passati quasi centocinquant’anni: non è concepibile che non ci sia stato un progresso.

Dinosauri che minimizzano

Consoliamoci con un’altra presa per il culo dei dinosauri.

Il distacco del lettore è una delle cose peggiori che possa accadere in un romanzo. Il lettore si sente meno coinvolto, si annoia e si distrae più facilmente, e può finire col ritenere la lettura del libro una perdita di tempo. E se questo è già un problema in un romanzo ambientato ai giorni nostri, figurarsi in un setting esotico come quello di West of Eden, in cui il lettore deve spendere più energie (a livello di immaginazione, sforzo intellettuale, emotivo) per immergersi.
Se sto raccontando la storia di Mario, neolaureato in lettere che studia per il concorso pubblico da insegnante, posso anche scrivere alla cazzo di cane, e ugualmente il lettore non farà fatica a mettersi nei suoi panni, e a gioire e soffrire con lui (circa). Ma nel romanzo di Harrison non c’è niente di familiare. Da una parte abbiamo i Tanu che, pur essendo innegabilmente esseri umani, sono però cacciatori-raccoglitori preistorici, con cui non condividiamo molto né come habitat, né come cultura, né come sogni. Dall’altra, abbiamo creature completamente aliene, rettili umanoidi con un modo di pensare, parlare e vivere che non ha molto a che vedere col nostro. Solo una gestione impeccabile del punto di vista e del mostrato potrebbe riuscire a farci percepire come *nostri* i sogni e le paure di queste due specie. Harrison non si pone neanche il problema, e il risultato è che si rimane abbastanza freddi anche quando vediamo i poveri umani massacrati a dozzine.

Il che è un peccato, perché nei personaggi principali di West of Eden c’era molto potenziale. Prendiamo Vainté, la leader degli Yilané coloni. Vainté è caratterizzata da una grande intelligenza, un’ambizione sfrenata e un odio viscerale per tutto ciò che si frappone fra lei e i suoi obiettivi. Da una parte, Vainté sta costruendo la città di Alpe’Asak per il bene della sua gente, per dare il suo contributo al futuro degli Yilané; ma dall’altro, odia il pensiero che un giorno, quando tutti gli abitanti del Vecchio Mondo si saranno spostati nel Nuovo, la governatrice della lontana Inegban la spodesterà e prenderà il posto di comando che le spetta. Per tutto il romanzo, Vainté lavorerà per perseguire il suo doppio obiettivo: far prosperare la città – e quindi ricevere i plausi di Inegban – ma preparare il terreno per non perdere il posto quando il trasferimento sarà effettivo. Al tempo stesso, Vainté prova un disprezzo sconfinato per i disgustosi “ustuzou” – così gli Yilané chiamano i mammiferi – ma una certa ambivalenza e un senso di protezione verso Kerrick, l’umano che ha imparato i costumi e il modo di fare della sua gente. Tutti questi livelli di conflitto (interiore, verso la sua gente, verso gli umani) fanno di Vainté un personaggio assai complesso e interessante.
Anche in Kerrick c’è grande potenziale. E’ l’umano che viene allevato dai rettili; che a mano a mano che impara il linguaggio e la mentalità degli Yilané, perde il ricordo della sua vita da Tanu. Il dramma di Kerrick è quello di non avere più un’identità, non sapere più che cos’è, e quindi non avere più un posto nel mondo. E poi ci sono i personaggi secondari, come Stallan, la spietata comandante dei cacciatori Yilané, che ha giurato alla sua gente che non si fermerà fino a che non avrà estirpato fino all’ultimo essere umano dalla faccia della terra; o Enge, sorella di nidiata di Vainté e Yilané ribelle, che con alcuni compagni ha fondato una religione della non violenza ed è per questo caduta in disgrazia. Tutti questi personaggi, per fortuna, sono sufficientemente interessanti da sopperire alla povertà della prosa di Harrison.

Rettiliani

Giusto giusto… quella dei rettili intelligenti che governano il mondo è solo un’ucronia, no? No?

Ma la cosa più bella di West of Eden è certamente l’ambientazione. Con gli Yilané, Harrison è riuscito a creare una razza davvero aliena. Gli Yilané, per cominciare, non sanno mentire. Il loro linguaggio non è semplicemente un movimento delle corde vocali: ogni parola è fatta anche di movimenti (della testa, delle braccia, del collo) e del tingersi di alcune parti del corpo di certi colori, cosicché ogni conversazione è una danza. Parlare significa esprimere a voce alta ciò che si sta pensando in quel momento, cosicché non si può dire una bugia; l’unico modo che gli Yilané conoscono per celare i propri pensieri, è stare perfettamente immobile e guardare fisso. Se si muovessero, i loro movimenti tradirebbero i loro pensieri e il loro stato d’animo. In conseguenza di ciò, quella degli Yilané è una società estremamente conformista e conservatrice; i cambiamenti sono visti con fastidio e scetticismo; il bene della società prevale sempre su quello del singolo.
Ancora: a causa di questa natura ‘collettivista’, il singolo Yilané non può vivere al di fuori della società. Chi, per un crimine o una mancanza, viene esiliato dalla città, viene stroncato da infarto per lo shock o muore d’inedia pochi giorni dopo. Ancora: poiché nella loro specie sono i maschi a covare le uova, quella Yilané è una società femminista. Solo le femmine della specie godono di pieni diritti, possono muoversi liberamente per la città e rivestire posizioni di comando; gli uomini, creature grasse e torpide, vengono tenuti chiusi in degli harem per proteggerli dai pericoli esterni. Ancora: gli Yilané hanno sviluppato un’avanzatissima tecnologia della manipolazione genetica, ma non usano il fuoco. Di conseguenza, tutti i loro congegni (dall’architettura delle città ai mezzi di trasporto alle armi) sono creature vive e manipolate per servire a uno scopo, mentre non sono capaci di lavorare i metalli. Questo fa sì che la loro tecnologia sia un misto di avanzatissimo – la loro civiltà non conosce malattie perché le hanno debellate tutte a suon di eugenetica – e obsoleto – i loro eserciti ricordano quelli della nostra prima età moderna.

Altrettanto affascinante e ben riuscito è il modo in cui Harrison fa interagire tra loro le due specie – che poi sarebbe il perno del romanzo. Da un lato, Harrison evita di cadere nella morale buonista del “siamo tutti fratelli, perché non possiamo appianare le nostre divergenze e trovare un ragionevole compromesso”, a cui tanti scrittori – anche rispettatissimi, come la LeGuin – hanno ceduto. Dall’altro, adottando il punto di vista di entrambe le specie, non finiamo neanche nell’infantile sciovinismo alla Heinlein, stile: “questi bastardi stanno minacciando i nostri diritti costituzionali! Prendiamoli a calci nel culo fino all’estinzione, hell yeah!!”. Harrison lo pone, invece, quasi come un problema scientifico: come possono due specie del tutto ignare l’una dell’altra che si incontrano all’improvviso, e che non riconoscono l’altro come proprio simile ma come una bestia mostruosa, a trovare un’intesa? A provare gli uni per gli altri qualcosa di diverso da diffidenza, disgusto, odio, desiderio di distruzione totale?
Risposta: non possono. Le due specie sono troppo, troppo diverse per capirsi, o anche solo avviare una trattativa. Gli Yilané, abituati a essere l’unica specie intelligente, si trovano davanti questi primitivi impellicciati che vanno a caccia e grugniscono: pensano di avere davanti degli animali, e gli animali si cacciano, non ci si discute. All’inizio, la reciproca ostilità è data dalla repulsione istintuale per quell’altro che è al tempo stesso simile e diverso: si muovono come noi ma non sono come noi (qualcosa di molto simile, mi sembra, al concetto di uncanny valley della robotica). Nel tempo, questa ostilità assume connotati più razionali: le due specie combattono per lo stesso obiettivo, il possesso di quelle terre di cui entrambi hanno bisogno per sopravvivere. Sono costretti dalle circostanze a combattere.

Uncanny Valley

Diagramma della uncanny valley. Chissà dove si potrebbe collocare uno Yilané.

Se l’approccio di Harrison mi piace tanto, è anche perché sposa le mie convinzioni di determinista alla Jared Diamond. Gli uomini (e le lucertole umanoidi, in questo caso!) possiedono certamente il libero arbitrio, ma le loro possibilità di movimento sono determinate dall’ambiente in cui vivono. Nel romanzo di Harrison, il motore della storia è la Glaciazione che sta arrivando, e che costringerà le due specie a spostarsi e a convergere nello stesso posto.1
Ad un certo punto della storia, attraverso il punto di vista di un cacciatore Tanu, sentiamo sulla nostra pelle la sua disperazione nel realizzare che non c’è più scampo: a nord li attende il gelo perenne e la morte di fame; a ovest non c’è spazio, perché è tutto occupato dalle altre tribù umane, che si spartiscono i territori di caccia; a sud non si può, perché nel mondo di Harrison in cui i dinosauri non si sono mai estinti, le calde fasce equatoriali sono il territorio dei grandi rettili; e a est sono arrivati gli Yilané. Quanti popoli della storia reale – penso per esempio all’età delle Grandi Migrazioni in Europa, alla fine dell’antichità – devono aver provato queste stesse sensazioni, quando infine si decisero a scendere e premere alle mura dell’Impero Romano pur sapendo i rischi a cui andavano incontro?

Il romanzo si sviluppa dunque secondo le tappe di questo conflitto, dal primo contatto, alle prime schermaglie, fino alla guerra totale. In un romanzo così corposo – quasi cinquecento pagine – è un bene che ci sia questo elemento costante a dare direzione alla storia; permette all’autore di non divagare troppo, e al contempo rassicura il lettore che si sta andando a parare da qualche parte. Unito allo spazio ‘claustrofobico’ del romanzo – quel tocco di terra per cui Tanu e Yilané se le danno di santa ragione – dà un centro di gravità alla storia.
Peccato che, anche come architetto di trame, Harrison lasci molto a desiderare. Proprio nell’ultima parte del romanzo, il romanzo divaga dal tema del conflitto tra le due specie, introduce nuovi elementi e nuove sottotrame, parte un po’ per la tangente. Poi torna in carreggiata, ma un po’ della magia iniziale è persa. Il finale appare brusco e improvvisato, e ben poco appagante dopo tutto l’investimento emotivo sui personaggi principali e le cinquecento pagine di build-up. E quindi si chiude il libro con la sensazione di aver letto una storia geniale, sì, ma un po’ incompiuta.

Turok

Se non altro, West of Eden è scientificamente più credibile di Turok.

West of Eden è uno degli esempi più compiuti di commistione tra il fantasy e la fantascienza. La civiltà e la tecnologia degli Yilané sono una pura fantasia senza fondamento, ma Harrison cerca di renderli il più plausibili e attinenti possibili alle leggi fisiche come le conosciamo. Soprattutto, la mentalità che pervade il romanzo, nel descrivere le dinamiche dei gruppi e nel tratteggiare le caratteristiche ambientali di questo mondo, è scientifica e fattuale.
Ucronia, speculazione più fantastica che scientifica, storia di “contatto”, romanzo di guerra, excursus antropologico: West of Eden è tutto questo. Certo, a causa della prosa mongoloide di Harrison solletica la testa più che il cuore; e viene a volte da pensare: “Cristo, non potevano fargli fare il layout generale della trama e dei personaggi e poi commissionare la stesura a un altro più capace?”. Ma rimane comunque un grande romanzo, per l’incredibile ambizione e per l’immaginazione folle. Consigliato? Se avete sufficiente tempo libero, sì. Leggetevi i primi due capitoli, e decidete da voi se siete abbastanza presi da andare avanti.

Dove si trova?
In lingua originale, West of Eden si può scaricare senza problemi sia su BookFinder che su Library Genesis; in entrambi i casi è disponibile solo il formato pdf. Per la versione italiana, cercate “L’era degli Yilané” su Emule.

Su Harry Harrison
Anche negli Stati Uniti, Harrison è sempre stato considerato uno scrittore di serie B, un autore da “addetti ai lavori”. Conosciuto quand’era in vita soprattutto per le sue opere di fantascienza umoristica – la serie di The Stainless Steel Rat, il romanzo breve The Technicolor Time Machine – oggi viene ricordato per le sue poche opere ‘serie’. Oltre a West of Eden, ho letto altri due dei suoi romanzi:
Make Room! Make Room! Make Room! Make Room! (Largo! Largo!) è la risposta alla domanda: “cosa succederebbe se la popolazione mondiale crescesse in modo talmente incontrollato da far crollare la società così come la conosciamo?”. In una New York in cui la gente vive in miseria ammucchiata sulle strade e nelle palazzine diroccate, si intrecciano le vite di tre persone normali: un poliziotto, una ex prostituta e un ragazzino che ha ammazzato la persona sbagliata. Pur azzoppato dall’uso del narratore onnisciente e da problemi strutturali, è un romanzo che ti rapisce. Senti sulla pelle tutta la merda che quotidianamente viene schiaffata addosso ai personaggi. Un piccolo capolavoro su cui scriverò prima o poi un Consiglio; ma la lettura è sconsigliata quando si è depressi.
A Transatlantic Tunnel, Hurrah!A Transatlantic Tunnel, Hurrah! (noto anche con il titolo di Tunnel Through the Deeps) è un romanzo proto-steampunk ambientato in un mondo in cui gli Stati Uniti hanno perso la Guerra d’Indipendenza e l’Impero Britannico governa sulle due sponde dell’Atlantico. L’umanità si appresta a costruire l’opera più grande di tutti i tempi: un tunnel ferroviario sotterraneo che passa sotto l’oceano da un capo all’altro, collegando Londra e New York; ma l’ingegnere Augustine Washington, a capo del progetto, dovrà vedersela con infiniti problemi tecnici, un rivale invidioso,misteriosi sabotatori e una melodrammatica storia d’amore. Il romanzo è una sorta di Hard SF steampunk, tutta incentrata sul funzionamento della tecnologia di questo strano mondo e sul problem solving della costruzione del tunnel; personaggi e trama sono piatti come carta velina, e poco più che una scusa per imbastire speculazioni tecniche. Un libro per super-nerd col pallino per lo steampunk (un decennio prima che il genere nascesse!).
Spinto dal successo del libro originale, Harrison ha scritto anche due seguiti di West of Eden: Winter in Eden e Return to Eden. Come sapete però non sono un amante dei sequel; e ciò che il mondo di Eden aveva da dire, l’ha già detto nel primo romanzo. Non penso valga la pena di leggere i seguiti.

Qualche estratto
Dato che il romanzo è enorme, ho scelto la bellezza di tre estratti. Consiglio a tutti di leggere almeno il primo: cronologicamente è quello più avanti di tutti, ma sintetizza bene il tema centrale del romanzo. Il cacciatore Ulfadan, al confine tra la foresta e la terra dei “murgu” (i lucertoloni giganteschi che infestano le pianure tropicali), riflette sul destino dei Tanu, chiusi da tutti i lati da pericoli troppo grandi e condannati all’estinzione se non faranno qualcosa.
Il secondo brano, tratto dal primo capitolo, mostra il primo incontro tra Tanu e Yilané, ed è uno dei momenti più felici e “mostrati” della prosa di Harrison. All’opposto, il terzo brano – preso dal secondo capitolo – è un esempio di Harrison al suo peggio: telecamera neutra che mostra una serie di strane creature al servizio degli Yilané. Di per sé la scena – che è la prima esibizione della tecnologia genetica yilané del romanzo – sarebbe molto affascinante, ma è parecchio confusionaria dato che Harrison non la aggancia ad alcun personaggio-pov.

1.
But the sammad must eat. Yet the food they searched and hunted for was growing scarcer and scarcer. The world was changing and Ulfadan did not know why. The alladjex told them that ever since Ermanpadar had shaped Tanu from the mud of the river bed the world had been the same. In the winter they went to the mountains where the snow lay deep and the deer were easy to kill. When the snow melted in the spring they followed the fast streams down to the river, and sometimes to the sea, where fish leaped in the water and good things grew in the earth. Never too far south though, for only murgu and death waited there. But the mountains and the dark northern forests had always provided everything that they had needed.
This was no longer true. With the mountains now wrapped in endless winter, the herds of deer depleted, the snow in the forests lying late into the spring, their timeless sources of food were no more. They were eating now, there were fish enough in the river at this season. They had been joined at their river camp by sammad Kellimans; this happened every year. It was a time to meet and talk, for the young men to find women. There was little of this now for although there was enough fish to eat there was not enough to preserve for the winter. And without this supply of food very few of them would see the spring.
There was no way out of the trap. To the west and east other sammads waited, as hungry as his and Kellimans’. Murgu to the south, ice to the north – and they were trapped between them. No way out. Ulfadan’s head was bursting with this problem that had no solution. In agony he wailed aloud like a trapped animal, then turned and made his way back to the sammad.

2.
They became aware that someone was standing under a nearby tree, also looking out over the bay. Another hunter perhaps. Amahast had opened his mouth to call out when the figure stepped forward into the sunlight. The words froze in his throat; every muscle in his body locked hard.
No hunter, no man, not this. Man-shaped but repellently different in every way.
The creature was hairless and naked, with a colored crest that ran across the top of its head and down its spine. It was bright in the sunlight, obscenely marked with a skin that was scaled and multicolored.
A marag. Smaller than the giants in the jungle, but a marag nevertheless. Like all of its kind it was motionless at rest, as though carved from stone. Then it turned its head to one side, a series of small jerking motions, until they could see its round and expressionless eye, the massive out-thrust jaw. They stood, as motionless as murgu themselves, gripping their spears tightly, unseen, for the creature had not turned far enough to notice their silent forms among the trees.
Amahast waited until its gaze went back to the ocean before he moved. Gliding forward without a sound, raising his spear. He had reached the edge of the trees before the beast heard him or sensed his approach. It snapped its head about, stared directly into his face.
The hunter plunged the stone head of his spear into one lidless eye, through the eye and deep into the brain behind. It shuddered once, a spasm that shook its entire body, then fell heavily. Dead before it hit the ground. Amahast had the spear pulled free even before that, had spun about and raked his gaze across the slope and the beach beyond. There were no more of the creatures nearby.
Kerrick joined his father, standing beside him in silence as they looked down upon the corpse.
It was a crude and disgusting parody of human form. Red blood was still seeping from the socket of the destroyed eye, while the other stared blankly up at them, its pupil a black, vertical slit. There was no nose; just flapped openings where a nose should have been. Its massive jaw had dropped open in the agony of sudden death to reveal white rows of sharp and pointed teeth.
“What is it?” Kerrick asked, almost choking on the words.
“I don’t know. A marag of some kind. A small one, I have never seen its like before.”
“It stood, it walked, like it was human, Tanu. A marag, father, but it has hands like ours.”
“Not like ours. Count. One, two, three fingers and a thumb. No, it has only two fingers —and two thumbs.”
Amahast’s lips were drawn back from his teeth as he stared down at the thing. Its legs were short and bowed, the feet flat, the toes claw-tipped. It had a stumpy tail. Now it lay curled in death, one arm beneath its body.

3.
The enteesenat cut through the waves with rhythmic motions of their great, paddle-like flippers. One of them raised its head from the ocean, water streaming higher and higher on its long neck, turning and looking backward. Only when it caught sight of the great form low in the water behind them did it drop beneath the surface once again.
There was a school of squid ahead—the other enteesenat was clicking with loud excitement, Now the massive lengths of their tails thrashed and they tore through the water, gigantic and unstoppable, their mouths gaping wide. Into the midst of the school.
Spurting out jets of water the squid fled in all directions. Most would escape behind the clouds of black dye they expelled, but many of them were snapped up by the plate- ridged jaws, caught and swallowed whole. This continued until the sea was empty again, the survivors scattered and distant. Sated, the great creatures turned about and paddled slowly back the way they had come.
Ahead of them an even larger form moved through the ocean, water surging across its back and bubbling about the great dorsal fin of the uruketo. As they neared it the enteesenat dived and turned to match its steady motion through the sea, swimming beside it close to the length of its armored beak. It must have seen them, one eye moved slowly, following their course, the blackness of the pupil framed by its bony ring. Recognition slowly penetrated the creature’s dim brain and the beak began to open, then gaped wide.
One after another they swam to the wide open mouth and pushed their heads into the cave-like opening. Once in position they regurgitated the recently caught squid. Only when their stomachs were empty did they pull back and spin about with a sideways movement of their flippers. Behind them the jaws closed as slowly as they had opened and the massive bulk of the uruketo moved steadily on its way.
Although most of the creature’s massive body was below the surface, the uruketo’s dorsal fin projected above its back, rising up above the waves. The flattened top was dried and leathery, spotted with white excrement where sea birds had perched, scarred as well where they had torn the tough hide with their sharp bills. One of these birds was dropping down towards the top of the fin now, hanging from its great white wings, webbed feet extended. It squawked suddenly, flapping as it moved off, startled by the long gash that had appeared in the top of the fin. This gap widened, then extended the length of the entire fin, a great opening in the living flesh that widened further still and emitted a puff of stale air.
The opening gaped, wider and wider, until there was more than enough room for the Yilanè to emerge. It was the second officer, in charge of this watch.

Tabella riassuntiva

Immagina cosa sarebbe successo se i rettili avessero ereditato la terra! Ignora le più basilari regole di gestione del pov.
Gli Yilané sono creature realmente aliene. Difficoltà a immergersi nei personaggi e nei loro drammi.           .
Interazione drammatica e realistica tra le due specie. Si ammoscia nell’ultima parte.
Protagonisti complessi e conflittuali.


(1) Sarebbe ragionevole pensare che è assurdo che una civiltà avanzata come quella Yilané non abbia ancora colonizzato i quattro angoli del globo. Anch’io, all’inizio, la credevo un’ingenuità dell’autore. In realtà, Harrison l’ha pensata bene.
Primo: gli Yilané, in quanto animali a sangue freddo, soffrono il gelo ancor più che gli uomini. Di conseguenza, non si sono mai avventurati ai poli del pianeta, né, sembra, nelle aree più settentrionali delle fasce temperate. Ed è proprio qui che vivono gli esseri umani. In un mondo in cui i grandi rettili non si sono mai estinti, infatti, pare che la maggior parte dei mammiferi abbia trovato la propria nicchia ecologica negli unici luoghi non raggiungibili dai rettili.
Secondo: per costituzione – sia biologica che culturale – gli Yilané sono, come già avevo accennato, ostili al cambiamento. Non hanno la stessa spinta di curiosità degli esseri umani (se non in singoli individui isolati), e il loro bisogno fisico di stare in armonia con la comunità fa sì che non ci siano molte spinte verso l’esterno. Di conseguenza, gli Yilané sono stati perfettamente felici di vivere chiusi nelle proprie super-città al calduccio senza alcun desiderio di uscire a esplorare il resto del pianeta, finché non sono stati costretti da necessità contingenti – la Glaciazione, appunto.Torna su

Gli Dei di Mosca su Vaporteppa

Gli Dei di MoscaGli Dei di Mosca, traduzione italiana di Dancing with Bears di Michael Swanwick, è uscito ieri per la collana Vaporteppa del Duchino. Potete leggere la notizia sul sito di Vaporteppa.
L’e-book si può acquistare su Ultima Books (in ePub o mobi, il formato proprietario del kindle), su Amazon (solo mobi) e sulle altre librerie online collegate a Stealth. Il costo è di 4,99 Euro: un prezzo assolutamente abbordabile, considerando che l’e-book di un romanzo come Zombies and Shit di Mellick in lingua originale – più corto di un cinquanta pagine buone, e senza i costi di traduzione sul groppone – viene messo su Amazon a 5,95 Euro, un Euro in più. Personalmente, credo che aspetterò la versione cartacea che uscirà tra un paio di settimane: avendo già letto il romanzo in lingua originale, la cosa che mi interessa di più è – narcisisticamente – poter esporre Gli Dei di Mosca nella mia polverosa libreria.

Ho già scritto nel precedente articolo di come trovi questa de Gli Dei di Mosca una scelta azzeccata per inaugurare la narrativa di Vaporteppa. Ecco il commento il Duchino in proposito:

Scegliere un romanzo di Swanwick ha significato sottoporsi a costi molto maggiori rispetto a un romanzo italiano. Non lo abbiamo fatto perché speriamo di guadagnare “di più” (anche se evitare di andare in passivo non ci farebbe schifo), ma perché questo titolo rappresenta bene quel tono un po’ cialtrone e quelle ambientazioni vagamente ottocentesche che vorrei vedere nelle future opere di Vaporteppa.
In più Swanwick è un autore, come ricordato pochi giorni fa anche sul blog di Urania (che ringrazio per aver messo in eBook Ossa della Terra), che NON ha la giusta diffusione e il giusto riconoscimento in Italia. Solo alcuni dei suoi romanzi sono stati tradotti e questo, il meno fantastico/fantascientifico, non lasciava presagire speranze di apparire dopo quasi tre anni dalla pubblicazione originale… o lo portavamo noi o chissà quando sarebbe apparso!

Insomma, il Duca ha fatto ciò che avevo sempre chiesto e desiderato da quando esiste Tapirullanza: che gli editori italiani la smettessero di importare solo (o quasi) merda e aprissero gli occhi anche a quei tanti piccoli capolavori o romanzi curiosi – benché di nicchia – che facevano capolino nel mare di melma della narrativa. Oggi è successo. Capite quindi che è anche nel mio interesse che Vaporteppa viva e prosperi negli anni a venire: perché altri e altri bei romanzi ancora vengano portati in Italia o nascano, ancora meglio, in italiano.
La sorpresa più grande, però, doveva ancora arrivare. Come sapete seguo regolarmente Flogging Babel, il blog di Michael Swanwick. E cosa mi spunta fuori sul feed ieri sera, se non proprio questo breve articolo dell’illustrissimo che commenta la copertina del romanzo?

This is, I believe, the best version of Surplus to date. Check out that expression!  His marks don’t normally get to see this aspect of him. And this is the first attempt to capture the likeness of Aubrey Darger I’ve ever seen. Artist Manuel Preitano captures, I believe, the quintessential Britishness of him.

Quale soddisfazione migliore ci potrebbe essere delle lodi personali dell’autore?

OK, time to move on: Gli Dei di Mosca è uscito. Ora posso solo sperare che il catalogo si arricchisca nelle settimane e mesi a venire con nuovi titoli, magari anche di inediti italiani.
Nel frattempo, come combattere la noia? Che domande. Con il Goat Simulator!


Trailer ufficiale di Goat Simulator.

Dancing with Vaporteppa

Logo Branca VaporteppaDa alcuni mesi, ho preso l’abitudine di mangiare yogurt a colazione: è rapido ed è buono. Non sono la persona più costante di questo mondo, però diciamo che cinque vasetti di Yomo a settimana li consumo. Gli yogurt Yomo si trovano in confezioni da due dal costo di 1,39 Euro, o da quattro che ne costano 2,79. Anche se prendessi sempre i pacchi promozionali da quattro (cosa che è lontana dal vero), spenderei qualcosa come 14 Euro al mese in yogurt. Se non mi stufassi prima, in un anno – togliendo un mesetto buono di vacanze in cui le mie abitudini sarebbero sicuramente stravolte – spenderei in prodotti Yomo circa 150 Euro.
Ora: ignoro quale possa essere il netto di Granarolo una volta levati tutti i costi di produzione, logistica e trade, ma moltiplicando questo guadagno su tutti i consumatori di yogurt deve fare un discreto gruzzoletto.
Il barattolo di Yomo è un prodotto statico. Certo, una parte del ricavato sarà sicuramente reinvestito in ricerca e sviluppo, per apportare piccole modifiche: nuovi gusti, miglioramento dell’ingredientistica dei gusti già esistenti (per venire incontro alle regolamentazioni europee sugli alimenti, sempre più rigorose), magari un minimo di comunicazione, e via dicendo. Ma il prodotto, fondamentalmente, resta quello: qualcosa di sempre uguale che il consumatore continua ad acquistare, consumare (e nel consumo, distruggerlo), e riacquistare.

Visto dal punto di vista dei beni di largo consumo, l’industria della cultura è una strana creatura. Per fruire di un libro cartaceo, per il numero di volte che voglio, devo acquistarlo una volta sola. Non si distrugge, a meno che non lo faccia intenzionalmente, o per un incidente, o dopo un’usura di decenni o secoli (a seconda della qualità della carta e della rilegatura). I libri sono prodotti che, di base, a un consumatore si vendono una volta sola. Se voglio vendergli un altro libro, devo costruire quel nuovo libro da zero – è a tutti gli effetti un nuovo prodotto.
Non si può paragonare il ritorno di investimento su un barattolo di Yomo rispetto a quello su un libro. Per carità, un libro cartaceo viaggerà mediamente intorno ai 20 Euro, una cifra che in yogurt raggiungerei in un mese e mezzo (senza entrare nel merito di tutte le altre questioni come l’IVA al 4%). Ma l’acquisto di yogurt – per un tipico consumatore di yogurt – è quotidiano e stabile per tutto l’anno; l’acquisto di romanzi non lo è, nemmeno per un lettore forte.

Barattoli Yomo

Un business più promettente della narrativa.

Le varie industrie della cultura hanno cercato di risolvere questa sproporzione in modi diversi. Il mercato della musica, dopo anni di crisi, sembra aver trovato la quadratura del cerchio con i servizi di abbonamento ai siti che, come Spotify, offrono musica in streaming: grazie al sistema di abbonamenti, il flusso di guadagni diventa regolare e continuativo. Il mercato cinematografico cerca di moltiplicare i guadagni legati a ogni pellicola moltiplicando le occasioni d’acquisto – cinema, home video, passaggi televisivi, merchandising legato ai personaggi del film – per non parlare di altre fonti di finanziamento, come il product placement massiccio.
E la narrativa? Aldilà dell’aumentare i prezzi, piangere per la morte della cultura, e cercare di impedire alla gente di prestarsi contenuto digitale con i DRM, cos’hanno fatto in concreto le case editrici? La mossa più semplice in tempo di crisi: hanno tagliato i costi di ricerca e sviluppo, che nel mercato editoriale corrispondono all’editing. Se il singolo libro mi porta un guadagno limitato (quando non nullo o negativo) secondo la regola del un singolo consumatore lo acquista una sola volta, allora è inutile curarlo più che tanto; per moltiplicare gli atti d’acquisto, moltiplicherò i libri! Più libri – devono aver pensato – ciascuno dei quali con un investimento minore (di tempo, di personale) alle spalle, più margine.

Com’è andata a finire lo sappiamo. Vendite in crollo verticale, sfiducia diffusa del lettore verso i libri, e-book a pagamento realizzati peggio di quelli piratati (e gratuiti), una qualità sempre più infima non solo nei contenuti, ma persino nel controllo di sintassi e ortografia. Ora, ovviamente non sto naturalmente dicendo che la caduta della lettura in Italia sia stata causata esclusivamente dalle case editrici; le cause principali sono esterne, come la crescita di industrie di intrattenimento alternative e più competitive. Ma l’impressione è che gli editori abbiano fatto di tutto per accelerare questo processo.
La verità che dobbiamo guardare in faccia, è che la letteratura non è per definizione un buon mercato. Dal punto di vista di un imprenditore il cui scopo è quello di chiudere il bilancio in positivo, tra il business dei barattoli di yogurt e il business della narrativa non ci può essere dubbio. Non a caso, quasi tutte le nostre grandi case editrici sono in realtà parte di grandi gruppi editoriali ramificati in settori più redditizi – pubblicità, televisione, quotidiani, periodici – o di holding i cui business principali non hanno nulla a che fare coi libri.

Chevrolet

Captain America – The Winter Soldier vi è stato gentilmente offerto da…

Ne consegue che bisogna essere pazzi per buttarsi nel mercato della narrativa – peggio ancora se si tratta di una nicchia come la narrativa fantastica. Soldi non se ne fanno, se non al prezzo di sforzi sproporzionati. L’unica ragione che mi venga in mente per entrare in un business del genere, allora – a parte la pura e semplice follia – dev’essere il genuino amore per la narrativa, e la convinzione di stare facendo la cosa giusta. In quest’ottica, guadagnare soldi non diventa altro che il modo per poter sostenere il proprio lavoro, e migliorare e arricchire la propria offerta.
Forse è questo il ragionamento che si è fatto il Duca, tra un’orgia di coniglietti (rigorosamente maggiorenni e consenzienti) e un sorso di pinot nero dal nome incomprensibile, quando sotto l’egida della neonata Antonio Tombolini Editore ha messo in piedi la collana di narrativa Vaporteppa.

Cosa vogliamo pubblicare? Buona narrativa di genere: fantasiosa, coinvolgente, avventurosa. Che valga il prezzo pagato.

Avevo intenzione da tempo di dedicare a un articolo su Vaporteppa, ma volevo aspettare che la collana pubblicasse la prima opera a pagamento 1. Ebbene: proprio l’altroieri il Duca ha annunciato sul blog di Vaporteppa l’imminente pubblicazione de Gli Dei di Mosca, traduzione italiana di Dancing with Bears di Michael Swanwick! L’e-book sarà disponibile nelle librerie online tra pochi giorni; per l’uscita del cartaceo bisognerà aspettare un poco di più.
Il libro, di cui avevo parlato l’estate scorsa in questo articolo, è una tragicommedia fuori di testa, ambientata in un futuro post-apocalittico dominato da una civiltà simil-vittoriana dedita alla manipolazione genetica. Due trickster professionisti, lo sfuggente Darger e il cane parlante (nonché dandy) Surplus, sono in viaggio per Mosca in cerca di fortuna. Ma ovunque vanno questi due scoppia il caos: per Mosca sarà l’inizio della fine.

Gli Dei di Mosca

La copertina de “Gli Dei di Mosca”, così come è stata presentata su Vaporteppa.

Come romanzo per inaugurare la collana, Gli Dei di Mosca è un’ottima scelta. È l’ultimo romanzo, inedito in Italia, di un pezzo grosso della narrativa fantastica. È un’opera che, pur non essendo proprio steampunk, ha tutte le carte per piacere agli amanti del genere (manierismo ottocentesco, mondo pre-globalizzazione, tecnologia ‘pesante’ e una buona dose di retardness). Ha ritmo ed è divertente. Come ho scritto ne La Mia Classifica, è Pirati dei Caraibi incontra Jack Vance e tutti e due 1997: Fuga da New York, con una punta di Tre Uomini in Barca. Non è il migliore di Swanwick – né come idee, né come prosa – ma i romanzi di Swanwick sono talmente sopra la media della narrativa fantastica, che anche questo sarà facilmente tra i libri più belli che leggerete quest’anno.
Non ho avuto modo di leggere questa versione italiana né conosco il traduttore, quindi ogni mio giudizio positivo è riferito esclusivamente all’originale. Ma se il Duca ci ha messo anche solo la metà della cura con cui di solito si occupa delle cose che gli piacciono, avrà fatto un ottimo lavoro. E dato che l’inglese di Swanwick non è facilissimo, chi di voi non fosse troppo ferrato nella lingua della perfida Albione non dovrebbe farsi sfuggire questa traduzione. L’unica cosa a lasciarmi scettico è il titolo, che non trovo particolarmente brillante – ma neanche l’originale “Dancing with Bears” era proprio geniale, dato che non lasciava minimamente capire l’argomento del romanzo.

Grazie anche agli sforzi di Gamberetta – grande amante dello Swanwick più Fantasy, quello di The Iron Dragon’s Daughter e The Dragons of Babel, quest’ultimo da lei recensito anni fa – e dello stesso Duca, Swanwick si è conquistato un minimo di fama anche qui da noi. Mi piace pensare di aver fatto anch’io la mia parte, dedicando a Swanwick due Consigli del Lunedì – prima per Jack Faust, poi per Vacuum Flowers – pubblicando un suo racconto completo – il capolavoro The Very Pulse of the Machine – e parlando delle stesse storie di Darger e Surplus nell’articolo sopra riportato.
In quell’articolo spiegavo, tra l’altro, che Dancing with Bears è solo l’ultima – sia come data di pubblicazione sia per cronologia interna – delle avventure demenziali di Darger e Surplus; Swanwick aveva già dedicato loro tre racconti di medie dimensioni pubblicati nell’antologia The Dog Said Bow-Wow 2. Nel caso in cui le vendite de Gli Dei di Mosca andassero bene, quindi, non mi stupirei se il Duca decidesse in un futuro prossimo di pubblicare in italiano anche quest’antologia, o quantomeno una raccolta con i tre racconti. Messi insieme, i tre raggiungerebbero le dimensioni di una novella, formato ottimo per la vendita digitale.3

Michael Swanwick smiling

“Cioè, dai, mi pubblicate in italiano? No ma… troppo figo!”

Posso solo augurarmi che Gli Dei di Mosca in edizione italiana abbia successo: significherebbe che anche in Italia c’è un mercato per la narrativa fantastica di qualità, e che non siamo una fogna culturale che deve accontentarsi di leggere in lingua originale la roba buona. Ho già detto che, dal punto di vista di chi vuol fare soldi, la narrativa per definizione non è un buon mercato. Lo ribadisco: da una casa editrice non verrà mai fuori uno Steve Jobs o un Mark Zuckerberg milionario. Ma una casa editrice potrebbe comunque avere sufficiente successo da auto-sostenersi, sopravvivere nel tempo e addirittura crescere, senza dover scendere a compromessi con le mode (leggasi: paranormal romance per adolescenti) o abbassare i tempi e i costi di produzione (e quindi la qualità) dei propri libri.
Collane come Vaporteppa possono mostrare che la scelta di una piccola nicchia insoddisfatta (la narrativa fantastica in Italia) e l’attenzione intransigente alla qualità sono un modello vincente e da imitare. Collane come Vaporteppa possono diventare lo standard dell’editoria digitale degli anni a venire. Ed è qui che entrate in gioco voi!

Poche vendite, pochi soldi. Come pensa di sopravvivere una realtà come Vaporteppa, allora? Tenendo duro per un paio di anni in OTTIMO E ABBONDANTE PASSIVO, guardando come va il terzo e stimando se ci siano prospettive per proseguire dal quarto in poi. Fine. Se faremo un buon lavoro, se faremo tutto il possibile e se i lettori useranno anche solo una frazione del bombardamento di marketing che attuano per diffondere i titoli dei libri che li disgustano per parlare dei nostri libri che gradiranno, potremmo farcela.
(Qualche numero sugli e-book italiani tra 2012 e 2013)

Basta andare su un blog come quello del buon Zwei – e non è certo l’unico né il principale – per vedere con quanto entusiasmo gli amanti del fantatrash pubblicizzino libri oscuri e che non vendono un cazzo per il puro gusto di perculare lo scrittore incapace. Tizi giustamente condannati all’oblio dalla propria incapacità si trovano a vivere i propri quindici minuti di popolarità per il solo merito di scrivere so bad it’s good. E in questi momenti di sfottò generale, è quasi un rito che qualcuno alzi la testa e osservi candidamente: “Ma come è possibile che si sia arrivati a questo punto? Perché si pubblicano libri così di merda? Perché non si pubblicano più libri di qualità?”.
Eccovela, la qualità. Se vi indignate di fronte all’ennesimo Unika o al nuovo clone sfigato di Tolkien, se vorreste leggere bei libri in lingua italiana e non lo fate perché impediti dalla mancanza di scelta, se pensate che l’Italia meriti qualcosa di meglio di ciò che offre panorama attuale, allora provate Vaporteppa. Gli Dei di Mosca è solo la prima delle opere di narrativa che sarà pubblicata dal Duca. Altre ne seguiranno nelle settimane e mesi a venire. Secondo me sarà una figata.

Unika - La fiamma della vita

…o preferite continuare a leggere questo?

Non appena Gli Dei di Mosca sarà acquistabile nelle librerie online, rimbalzerò la notizia sul blog.


(1) Specifico “a pagamento” in quanto su Vaporteppa sono già stati pubblicati due e-book gratuiti, liberi da copyright. Si tratta di due raccolte di articoli dello storico astronomo italiano Schiaparelli, rispettivamente sui canali di Marte (LOL) e sulle comete.Torna su


(2) Questo comunque non pregiudica la lettura di Dancing with Bears se non si sono lette le storie precedenti: il romanzo è assolutamente autonomo e autoconclusivo.
Potete trovare maggiori indicazioni sulle opere e i link per scaricarli nella sezione Vekkiume del blog di Vaporteppa.Torna su


(3) Disclaimer per i diversamente astuti: la mia è solo una congettura personale, non ho mai parlato con il Duca della cosa. Non so nemmeno se la cosa sia fattibile a livello di diritti, dato che mi risulta che almeno il racconto “The Dog Said Bow-Wow è già stato pubblicato in Italia anni fa. Ma potrebbe essere uno sviluppo interessante.Torna su