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Tre film di Vincenzo Natali

Vincenzo NataliVincenzo Natali è un tizio che spunta a intervalli di anni nella mia vita. Regista canadese con nome italiano (tanto per cambiare), Natali è un regista di nicchia specializzato in fantascienza, ma che in realtà si muove anche nel territorio più ampio del fantasy surreale e dell’horror.
Scoprii la sua esistenza, come molti di voi, quando guardai l’inquietante Cube, il suo primo lungometraggio. Lo riscoprii quando un amico mi regalò per Natale (lol) il dvd del film Cypher – visivamente bello, ma povero nei contenuti. E infatti la sceneggiatura non l’aveva scritta Natali. Il terzo incontro con il regista avvenne nella lettura di questo articolo del 2010, in cui Natali dichiarava l’intenzione di girare degli adattamenti di Neuromancer di Gibson e High Rise di Ballard. A quest’ultimo progetto, peraltro, avevo già accennato lo scorso dicembre nel Consiglio del Lunedì su High Rise.
Mentre il progetto di adattare High Rise sembra ancora in alto mare – e, sempre che si faccia davvero, non mi aspetto che esca prima di due-tre anni da adesso – Neuromancer va avanti, e pare che le riprese siano cominciate nel corso del 2012. Il film potrebbe uscire l’anno prossimo. Proprio queste ultime notizie mi convinsero a dare un’occhiata alla filmografia di Natali. Neuromancer e High Rise sono due romanzi che mi piacciono molto: volevo assicurarmi che Natali avesse le capacità per fare qualcosa di decente e non rovinare la loro prima trasposizione sul grande schermo.

Ho visto (o rivisto) tre film diretti e sceneggiati da Natali; tre film che mi potessero suggerire come lavorerà sui suoi prossimi progetti. Qui di seguito le mie impressioni. Ovviamente sarò breve e più superficiale del solito, non sto scrivendo delle recensioni – voglio solo dare un’idea e poi tirare le somme.

Cube
Cube - Il cuboGenere: Horror / Science Ficion
Anno: 1997

Cube lo conoscono quasi tutti; per i pochi sfortunati, ecco la trama. Sei individui – un poliziotto, un criminale maestro della fuga, una studentessa di matematica, un medico, un impiegato e un ritardato – si risvegliano, senza alcuna idea del perché, all’interno di stanze cubiche variamente colorate. Le stanze comunicano le une con le altre, in un labirinto cubico che si sviluppa in tutte le direzioni. Ma il cubo è pieno di trappole mortali: se non si sta molto attenti si rischia di finire tagliati a cubetti da rasoi attivata da un pannello a pressione, o sciolti da una pioggia d’acido. I nostri eroi si alleeranno nel tentativo di uscire dal cubo e capire cosa sia loro successo, ma il terrore della morte e i reciproci sospetti li faranno diventare i peggiori nemici di sé stessi…
Vidi questo film nello stesso periodo in cui al cinema si accumulavano horror dal titolo minimale, come The Ring, The Eye o The Grudge. Ma ci si accorgeva subito che Cube era diverso. Parte del fascino deriva sicuramente dalla semplicità quasi metafisica del cubo, dal minimalismo delle premesse e dal mistero e dalla pericolosità che aleggia su tutto. Volendo dare qualche coordinata, sembra Kafka che incontra Borges che incontrano il gore (anche se di violenza esplicita nel film non ce n’è poi molta).
Parte deriva invece dalla gestione dei personaggi: l’estremo stress della situazione finisce, sul lungo periodo, col mettere a nudo i lati peggiori dei personaggi, anche dei più innocui (almeno – quelli che vivono abbastanza a lungo da mostrare questi lati peggiori). Per quanto riguarda il protagonista c’è una vera e propria inversione di ruoli, il che è piuttosto inusuale nella narrativa di genere a cui siamo abituati.
Insomma: trama e sceneggiatura di Cube sono veramente esili, ma il film è così avvincente e immersivo che non ce ne rendiamo conto.

In conclusione: PROMOSSO Si

Nothing
Genere: Fantasy / CommediaNothing
Anno: 2003

Andrew e Dave sono inseparabili. Sono diventati amici per necessità: Andrew è un individuo nevrotico con un tale terrore del mondo esterno da non avere il coraggio di uscire di casa, mentre Dave è semplicemente uno sfigato, sempre a corto di soldi, disprezzato e usato dai suoi colleghi al lavoro. Finora sono sempre riusciti a far fronte alle angherie del mondo esterno sostenendosi a vicenda, ma la situazione diventa ogni giorno più insostenibile. Proprio quando sembra che non ci sia più via di fuga, il mondo diventa improvvisamente silenzioso e vuoto: nulla, al di fuori della loro casa, sembra più esistere. E’ stato cancellato tutto. Cos’è successo? Dove sono finiti? Sono stati loro a farlo? E se davvero hanno un dono, sapranno farne buon uso?
Con Nothing, Natali riprende lo stile minimalista di Cube – invece che gente gettata in un cubo misterioso, abbiamo la misteriosa sparizione del mondo intero – ma li declina in commedia anziché in tragedia. In questo film si incontrano il fiabesco (la casa di Andrew, sola in mezzo a un dedalo di cavalcavia, sembra uscita dal libro dei fratelli Grimm), il surreale, e una genuina vena retard. E anche questa volta, l’ambiente sovrannaturale e inspiegabile diventa il palcoscenico per mettere in scena i lati oscuri dell’anima umana e dell’amicizia – ora che Andrew e Dave non hanno più bisogno l’uno dell’altro perché il mondo kattivo non c’è più, i nodi cominciano a venire al pettine.
Ma Nothing non funziona bene come Cube. Il film è girato a basso budget e si vede, ma non è questo il problema. Le premesse sono altrettanto esili che in Cube, ma non sono così avvincenti, né in grado di sostenere da sole un intero film. Natali si balocca con l’idea del mondo sparito e del potere dei due amici di cancellare cose a loro scelta, ma non va molto lontano; la storia gira sugli stessi due o tre concetti per tutto il film, senza regalare nulla di davvero sorprendente o inaspettato dopo lo shock iniziale. La parte più divertente infatti è prima che il mondo scompaia, quando Natali accumula disgrazie sui due protagonisti in un climax grottesco e demenziale.
Si potevano fare un sacco di cose con le premesse di Nothing, ma Natali combina poco. Il film quindi è carino e originale, ma nulla di davvero imperdibile.

In conclusione: MEH Meh

Splice
Splice Genere: Science Fiction / Horror
Anno: 2006

Clive ed Elsa sono un’affiatata coppia di ingegneri genetici specializzati nello splicing dell’RNA. Finanziati da un’impresa farmaceutica, lavorano alla creazione di ibridi animali per scopo medico. Dopo aver dato vita a una coppia di animaletti sintetici, vorrebbero passare allo step successivo e ibridare l’RNA sintetico con il genoma umano, ma l’impresa farmaceutica blocca la loro iniziativa, temendo ripercussioni. Elsa – una tipa vagamente nevrotica – spinge il compagno a continuare le ricerche in privato, ma l’esperimento sfugge loro di mano e finisce col dare alla luce un’ibrido umano-animale dal metabolismo accelerato. Ed ecco il problema: cosa fare di lei? Sopprimerla o nasconderla da qualche parte? Considerarla come una cavia da laboratorio, o trattarla da essere umano? Ma come farà Dren – così viene ribattezzata – ad integrarsi nella nostra società?
Di nuovo, siamo in presenza di un film che parte da premesse fike – manipolazione genetica! Esseri umani creati in provetta! L’etica scientifica! – ma che non sa che direzione prendere. Un po’ horror, un po’ dramma psicologico, un po’ pillolone esistenziale con sottofondo moralista, Splice è un film che tenta di fare dieci cose diverse e non gliene riesce una. Il succo della storia è la solita trita retorica sul pericolo di utilizzare la scienza in modo indiscriminato, e sul fatto che allevare una creatura nel modo sbagliato creerà in essa (o in lei) dei disturbi psichici. A questo aggiungiamo un finale “horror con mostri” davvero ridicolo, e che col resto del film ci sta come i cavoli a merenda.
Non è tutto da buttare. La fisica degli ibridi – dalle craturine vermose e luminescenti dell’inizio alla stessa Dren – è una gioia per gli occhi. Gli ibridi Ginger e Fred, in particolare, hanno quell’apparenza appiccicosa, viscosa, che ricorda Videodrome ed ExistenZ di Cronenberg (film mediocri, soprattutto il secondo, ma esteticamente suggestivi). Mi piace anche l’ambiente nerdoso e informale in cui si muovono i due protagonisti, che sembra verosimile senza essere pretenzioso. Ancora, mi piace il rapporto malsano tra i due scienziati e dei due con la piccola Dren: su una cosa Natali è sicuramente in gamba, ossia nella gestione della psicologia dei personaggi.
Ma tutti questi pregi isolati crollano sotto i colpi di una storia che non tiene. Se le mie parole vi hanno incuriosito guardate comunque questo Splice, ma non aspettatevi niente di geniale.

In conclusione: MEH, TENDENTE AL NO Meh

Dove si trovano?
Cube e Splice sono facili da trovare doppiati in italiano sul Mulo. Discorso diverso per Nothing, per il quale dovrete faticare di più.
L’unica edizione italiana che sono riuscito a trovare sul Mulo, infatti, era stata “doppiata” (se così possiamo dire) amatorialmente da un paio di mentecatti, con risultati deprimenti. L’unica soluzione dignitosa è scaricarsi l’edizione originale e i sottotitoli a parte.
A questo indirizzo potrete trovare il torrent di Nothing; a quest’altro i relativi softsub. I sottotitoli che vi interessano (cioè quelli perfettamente sincronizzati col film del torrent) sono i primi della lista, con nome: Nothing.2003.DVDRip.XviD-TML. Ringrazio Siobhàn che si era fatta ai tempi lo sbatti per trovare i sottotitoli, e se l’è rifatto l’altro giorno per ritrovarli.

Splicing

Splicing. Nella realtà non è così divertente, eh?

Come se la caverà Natali
Dopo la visione di questi film, che idea mi sono fatto di Vincenzo Natali?
Di sicuro, non è un genio. Non è un regista del fantastico e del surreale del calibro di Terry Gilliam, David Cronenberg o del miglior David Lynch1. L’impressione più forte, è che Natali abbia spesso buone idee di partenza, ma non sia molto bravo a svilupparle né a costruirci attorno una storia complessa. Quando le premesse sono interessanti e autosufficienti, allora il film è bello; altrimenti Natali cincischia, e se va proprio male la storia collassa su sé stessa. Ma si tratta comunque di un regista in gamba, e fortunatamente sia con Neuromancer che con High Rise si troverà ad avere un’impalcatura di base su cui costruire il film – non dovrà inventare niente.
Ancora, Natali sembra un regista capace di prendersi il suo tempo per capire l’opera su cui dovrà lavorare, e che preferisce la libertà del cinema indipendente alle restrizioni di Hollywood. Come dice in questo articolo parlando di Neuromancer:

E’ assolutamente un film commerciale, e ognuno si sta comportando a riguardo come per un film che potenzialmente potrebbe essere un successo, ma se l’avessimo realizzato con una grossa major mi sarei dovuto preoccupare di avere imposti dei limiti. Se invece possiamo racimolare indipendentemente 60 milioni di dollari, allora lavorerò in totale libertà, e questo è eccitante

Neuromancer si presterebbe benissimo, infatti, a diventare il solito film d’azione hacker&criminalità – formula che negli ultimi cinque o sei anni ha rovinato una decina e passa di film di fantascienza potenzialmente interessanti.
Natali sembra invece intenzionato a mantenere lo spirito originario dell’opera. Questo confronto / presa di distanza da Matrix mi fa ben sperare:

Neuromancer is about evolving our minds, and how we’re going to merge and interact with machine consciousnesses in the future. Which I also think is inevitable, and I don’t think The Matrix begins or even attempts to go into that territory. In fact The Matrix, in some respects is like a Philip K. Dick book, it’s really about what is real. And Neuromancer flirts with that, but I think it’s more about our evolution. It’s also tonally much more realistic. The Matrix which I really liked, is a movie that’s very much based in comic-book reality, and kind of relishes in it. Whereas my approach to Neuromancer would be to treat it quite realistically.

Ultima nota positiva, la benedizione dello stesso Gibson – che stando all’articolo di cui sopra avrebbe detto della sceneggiatura di Natali “uno dei migliori adattamenti mai letti”.
Insomma, Neuromancer ha le carte per essere bello come Cube o bruttino come Splice. Be’, dai. Poteva andare peggio. Potevano darlo a John Woo.

John Woo

Nel frattempo, dice il The Guardian che Joe Cornish – il regista che ha esordito con lo strambo Attack the Block, recensito qui da Mr. Giobblin – adatterà per il grande schermo Snow Crash, il primo romanzo cyberpunk di Neal Stephenson (o post-cyberpunk, come dice lui).
Cosa sta succedendo? Siamo alle porte di un revival del cyberpunk? OMFG.

(1) Per intenderci, quello di Eraserhead,  DumbLand o Mulholland Drive. Non il Lynch di Inland Empire, ormai ubriaco della sua stessa fama e rincoglionito da anni di “meditazione trascendentale” – il Lynch convinto che l’ermetismo estremo e l’assenza di trama siano il vero marchio del cinema d’autore.Torna su

Draghi come pterodattili: una lezione di metodo

PterodattiloIn un articolo vecchio ormai di tre o quattro anni, Gamberetta si lamentava degli ambienti del fantasy italiano – e dei salotti letterari italiani in genere – perché passavano più tempo a porsi quesiti sul valore sociale della narrativa, sui drammi della propria epoca e sul valore simbolico-politico-metallurgico di questo o di quel Grande Scrittore nella Storia della Letteratura (con tutte le maiuscole al posto giusto), invece che discutere della plausibilità di costruire un’intera città nell’occhio di una salamandra gigante.
Ho sempre cercato di attenermi al suo consiglio, ma se sono sempre riuscito a evitare articoli del tipo: “Tolkien: una lettura teocon”, devo ammettere di non essermi mai dato molto da fare con le salamandre. Oggi farò parziale ammenda.

Parlando di fantasy tradizionale, una delle domande che su blog e forum tende a riemergere periodicamente è: “Come figa fanno a volare i draghi?”. La massa di un drago, infatti, sarebbe troppo grande perché le sue ali possano sollevarlo da terra e farlo schizzare in cielo come D&D ci ha abituati. Peggio ancora se al drago aggiungiamo la massa del cavaliere (rigorosamente in armatura milanese e lancia in resta) che gli salta in groppa.
In queste discussioni, generalmente si creano tre fazioni. Quelli che dicono: “I draghi sono un assurdo fisico, bisogna espungerli o quantomeno avere la compiacenza di togliergli le ali o renderle inutili al volo, come per le galline”; quelli che dicono: “Magari se facciamo le ossa del drago sufficientemente cave, riduciamo la massa del drago e ingrandiamo le ali in proporzione al resto del corpo, riusciamo a creare un drago plausibile”; e quelli che dicono: “Nn spakkarmi la minkia, qst è fntasy mica scienza!”, o, nella variante meno ritardata: “Non è necessario che il drago debba essere scientificamente coerente per scrivere una bella storia coi draghi volanti”.
Ora – alcuni dei miei lettori abituali forse lo troveranno strano, ma non sono in completo disaccordo con la terza corrente di pensiero. Mi spiego. La narrativa, come giustamente dice il Duca, è una forma di Retorica, e uno dei suoi obiettivi – specialmente se stiamo parlando di narrativa fantastica – è la sospensione dell’incredulità, ossia quello stato in cui il lettore è così assorbito dalla vicenda che non ne questiona la validità e si diverte. Non importa come la sospensione dell’incredulità sia raggiunta, purché sia raggiunta.

Armatura milanese

Una comoda e pratica armatura alla milanese. Il drago ringrazia.

Questo significa che nella mia storia posso mettere cose implausibili come draghi volanti che trasportano cavalieri in armatura completa, se riesco a fare in modo che il lettore non se ne accorga o che comunque lo accetti spontaneamente. Ho letto un libro di Mellick – di cui probabilmente parlerò prima della pausa estiva – in cui a un uomo è stata fatta un’operazione chirurgica che ha trasformato la sua faccia in un enorme hamburger con gli occhi a palla; non solo, ma nella sua nuova faccia hanno messo così tanti conservanti che quest’uomo ha superato i cent’anni ed è ancora in forma smagliante. Tutto questo è semplicemente ridicolo; tuttavia, la vicenda è inserita in una storia così internamente coerente, così divertente e dal ritmo così serrato che la si accetta senza troppi problemi.
Inoltre, possiamo prenderci una certa libertà quando si tratta di elementi marginali della storia. Se la cavalleria di draghi volanti è al centro della mia storia e non sono riuscito a rendere plausibili questi draghi, allora ho un problema; ma se la storia parla d’altro e a un certo punto appare un contingente di cavalieri a cavallo di drago volante, potrebbe essere ok.

Tuttavia, la soluzione della plausibilità scientifica rimane la strada migliore, quando è praticabile. Se sono sicuro di ciò che sto scrivendo, generalmente riuscirò a scriverlo meglio, e a trasmettere questa sicurezza anche al lettore. Se so esattamente come funziona il mio drago, probabilmente riuscirò a mostrarlo meglio. E se la mia soluzione è particolarmente furba e/o originale, mi distinguerò dagli altri scrittori che si sono occupati di draghi volanti.
E’ per questo che, quando per caso mi imbatto in un sito o un blog che si occupa di argomenti accademici, me lo salvo da qualche parte e lo tengo d’occhio. Non avrei mai il tempo di occuparmi della fisica dei draghi, ma se c’è qualcun’altro che lo fa al posto mio, be’, cambia tutto!
Qualche settimana fa ho accennato al blog The Palaeobabbler. Ebbene, navigando in modo del tutto casuale tra gli articoli del blog, mi sono imbattuto in un fatto di cui non ero a conoscenza. Pare che da lungo tempo i paleontologi si interroghino e si pikkino su una questione molto simile a quella sulla possibilità che i draghi volino, con la differenza che riguarda un animale realmente esistito.
E la domanda è: ma come cazzo facevano gli pterodattili a volare?

Dannato pterodattilo

Ma soprattutto, come diavolo facevano a sollevare automobili?

Molte famiglie di pterosauri erano veramente enormi, arrivando a raggiungere la stazza di giraffe. Molti scienziati hanno quindi messo in dubbio che gli pterosauri potessero volare – ossia che riuscissero a darsi la spinta necessaria da staccarsi da terra, e che poi riuscissero a sostenersi in volo.
Cito testualmente il Palaeobabbler:

Put simply, the problem is as follows: pterosaurs appear to have not had strong enough legs to launch themselves into the air as birds do. This might not seem like a problem if you imagine the huge beasts diving off of cliffs and catching the air like a paraglider might, however, the larger pterosaurs are most abundant in flat, terrestrial environments, even preying on small dinosaurs. Without the use of powerful leg muscles, or cliffs to sail off, how on Earth did they launch themselves?

Ed ora, ecco una possibile risposta:


Lo pterodattilo spicca il volo!

It turns out they very well might have used their incredibly strong flight muscles in their arms to do the job, using some acrobatics which to us might seem insane, yet are the same sort of movement used by some vampire bats.

Se l’argomento è riuscito a catturare la vostra attenzione, ecco l’articolo del blog da cui ho tratto questa ipotesi . Oltre a una serie di link alle fonti del blogger, c’è anche un breve video che mostra il modo in cui uno di questi pipistrelli vampiro acquista velocita’ per spiccare il volo. Immagino che tutti coloro che hanno partecipato a Deinos saranno entusiasti all’idea di approfondire questo problema paleontologico.

Per quanto mi riguarda, voglio aggiungere due note.
Primo: se la soluzione funziona con gli pterodattili, potrebbe funzionare anche per i draghi. Why not? Non risolve il problema di come possano portarsi in groppa 100 e passa chili di carne e ferraglia, ma almeno rende plausibile il fatto che possano spiccare il volo e volteggiare nell’aere. E poi, un drago che prende la rincorsa a quel modo certo dev’essere una bella vista – mostrarlo in una scena potrebbe farvi guadagnare qualche punto.
Secondo: perchè i paleontologi arrivassero a questa ipotesi c’è voluta un’escursione nel campo della zoologia! Questa è l’ennesima dimostrazione dell’importanza di non limitare il proprio campo di studi a una sola specializzazione. In particolare uno scrittore, se vuole essere bravo a mostrare e se non vuole rimanere a corto di idee, dovrebbe cercare di farsi un minimo di cultura in quante più discipline possibili. Una delle ragioni per cui a molti di voi piace Stephen King, è perchè quando parla dell’effetto di un proiettile che ti si infila nella rotula, quando descrive una frattura esposta, o quando fa muovere gli uomini di un reparto speciale dell’esercito, sembra sapere di cosa sta parlando – benchè King non sia nè un medico, nè un militare1.
Diventare esperti di tutto ovviamente è impossibile; ma il mio consiglio è di tenere gli occhi aperti, e ogni volta che vi imbattete in un sito o un blog o un qualcosa di potenzialmente utile, salvatevelo da qualche parte. Chissà che non possa tornarvi utile.

Pene a forma di drago

E in definitiva, suonerò un po’ naif, ma a me i draghi sono sempre piaciuti.

***

Quanto a Ray Bradbury, voglio lasciargli anch’io un commiato, anche se un po’ tardivo.
E come ho già detto in un commento, a me piace ricordarlo così:

(1) La gestione delle ferite è sempre una delle cose che mi ha dato più problemi, e in generale può essere una vera scopa in culo per lo scrittore non esperto di medicina. David Page ci è venuto in aiuto con il manuale Body Trauma: A Writer’s Guide to Wounds and Injuries.
Il manuale avrebbe potuto essere organizzato meglio, ma rimane una buona fonte di informazioni quando abbiamo l’urgenza di gambizzare il nostro protagonista.Torna su

I Consigli del Lunedì #20: City of Saints and Madmen

City of Saints and MadmenAutore: Jeff VanderMeer
Titolo italiano: –
Genere: Fantasy / Horror / New Weird / Urban Fantasy / Pseudo-trattato / Literary Fiction
Tipo: Raccolta di racconti, novellas e pseudo-saggi intrecciati

Anno: 2001 / 2004
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 400 ca.
Difficoltà in inglese: ***

Ambergris è una città strana e violenta. Una città priva di governo, in condizione di anarchia controllata, ma segretamente amministrata da una potente casata mercantile. Una città i cui abitanti sono capaci di ammazzarsi nel nome di un compositore operistico appena morto. Una città che una notte all’anno, durante il Festival of the Freshwater Squid, si abbandona a un’orgia di torture e omicidi. E poi ci sono i grey caps, orribili uomini fungo che vivono nei cunicoli sotto la città ed escono solo di notte, per ripulire le strade di Ambergris da qualsiasi cosa trovino; creature più antiche della città, che non comunicano con gli esseri umani, ma di cui gli abitanti sembrano terrorizzati. E che dire dei funghi dalle forme più diverse che infestano gli anfratti delle case e i vicoli più appartati, e che ritornano e ritornano nonostante ogni tentativo di estirparli?
Per le strade di questa metropoli si muovono i protagonisti di City of Saints and Madmen. Un prete missionario e squattrinato che perde la testa per una donna irraggiungibile; un artista senza talento a cui viene offerto l’invito a partecipare a una decapitazione; uno scrittore pazzo convinto di aver creato Ambergris; un antiquario desideroso di scoprire la verità sugli uomini fungo e su ciò che hanno fatto ai suoi antenati; un calamarologo intenzionato a ridare dignità alla professione dei calamarologi. E molti altri.

City of Saints and Madmen è uno scatolone pieno di giocattoli. Più o meno belli, di forma e dimensione sempre diversa.
La prima metà del volume contiene quattro novellasDradin In Love, The Hoegbottom’s Guide to the Early History of Ambergris, The Trasformation of Martin Lake e The Strange Case of X – tutte scritte in stili diversi. Mentre la prima edizione del libro si ferma qui, l’edizione del 2003 vi aggiunge una corposa Appendice (ulteriormente ampliata nella terza e ultima edizione del 2004) densa di racconti, novellas, pseudo-trattati, esperimenti e giochi letterari. Tutti insieme, questi pezzi costituiscono nelle intenzioni dell’autore un grande romanzo sulla città di Ambergris.
Jeff VanderMeer è il campione del genere del New Weird, e in effetti le sue storie sono piene di stramberie, di creature e di trovate bizzarre. Ma se dovessi definire le storie di City of Saints and Madmen, direi che si trovano all’incrocio tra l’urban fantasy, l’horror alla Lovecraft e una certa vena mainstream. Le storie della raccolta, infatti, pur svolgendosi su uno sfondo di stranezza, sono perlopiù storie di uomini ‘normali’, e le loro esperienze corrono sul confine tra naturale e sovrannaturale senza mai sconfinare decisamente in una direzione. Per certi versi, queste storie mi hanno ricordato più i romanzi e i racconti di certi autori dell’Ottocento (Balzac e la sua sporca Parigi, Gogol’ e la sua labirintica Pietroburgo) che non il fantasy degli ultimi cinquant’anni. Anche perché l’atmosfera di Ambergris pare oscillare tra la belle epoque – con i primi veicoli a benzina, ma anche le carrozze tirate da cavalli – e una puzzolente Parigi di metà Ottocento.

Ma questo scatolone che è City of Saints and Madmen, come dicevo, è estremamente eterogeneo, quindi è il caso di dare un’occhiata ai giocattoli uno per uno.

Scatola di giocattoli

Secondo me il racconto più bello è la gallina.

Uno sguardo approfondito
Dradin, In Love, la novella che apre la raccolta, è anche quella scritta nel modo meno ornato e più straightforward. Nella vigilia del Festival of the Freshwater Squid, il missionario Dradin torna ad Ambergris dopo anni sprecati nella giungla nel tentativo (fallimentare) di convertire gli indigeni, e dopo aver patito ogni sorta di sofferenza. Alzando per sbaglio lo sguardo su una finestra della ditta Hoegbotton & Sons, si innamora perdutamente del volto di una fanciulla. Ma il desiderio di farla sua lo porterà ad affidarsi ad un nano dall’aspetto infido e ad esporsi alla follia omicida della notte del Festival. Il racconto è carino, ed è un’ottimo esempio dello stile mostrato e immersivo di VanderMeer, coi suoi pregi e i suoi difetti (su cui mi dilungherò in chiusura del Consiglio); Dradin è un buon personaggio e la sua semi-consapevole discesa nella miseria e nella follia piuttosto credibile. Lunghe e inutili le digressioni intimiste sulla sua infanzia.
The Hoegbottom’s Guide to the Early History of Ambergris, il secondo pezzo della raccolta, è anche uno dei migliori. Scritto nella forma di un’opuscolo per turisti ad opera di uno scrittore arrogante e istrionico, racconta la storia della fondazione di Ambergris da parte di un pirata barbaro e lievemente psicotico, lo sterminio e la scomparsa dei suoi abitanti originari (gli uomini-fungo) e quel che ne seguì. In pratica è un’unico infodumpone sull’ambientazione del libro, ma è talmente divertente che lo si legge con piacere anche maggiore dei racconti. Duncan Shriek, lo storico autore dell’opuscolo, ha uno stile divertente e scorrevole, e il testo è corredato di note e note di note che non di rado insultano il lettore. Inoltre la storia dei grey caps è affascinante. Dimostrazione che un infodump è tollerabile se e solo se: a. è divertente (e possibilmente autoironico, come in questo caso); b. è interessante (cioè il lettore è così preso che si dimentica di star leggendo un infodump) 1.

The Trasformation of Martin Lake racconta la vicenda di un pittore senza talento che, dopo aver vissuto una terribile esperienza che gli farà scoprire il lato oscuro di Ambergris, diventa il più grande artista della sua epoca. La storia è inframezzata dai brani di un saggio immaginario di critica d’arte scritto da Janice Shriek (gallerista di mediocre talento e sorella di Duncan), che si interroga sulle ragioni della trasformazione di Martin Lake e descrive alcuni dei suoi quadri più celebri. Il racconto gioca molto sul contrappunto tra le esperienze tragiche vissute da Lake e il babbling intellettualoide di Janice, e su un piano teorico apprezzo l’idea; ma all’atto pratico, gli intermezzi saggistici rallentano di molto il ritmo della trama principale e ostacolano l’immersione. Come nel caso di Vonnegut, non saprei dire se VanderMeer avrebbe dovuto semplicemente lavorare meglio alla parte saggistica (piuttosto noiosa) o toglierla direttamente e scrivere un normale racconto ‘immersivo’; lascio a voi giudicare. Nonostante questo, e il fatto che la risoluzione del racconto mi sia parsa un po’ sottotono 2, Martin Lake rimane uno dei racconti che preferisco; forse anche perché, con il suo protagonista, mi ha ricordato più di ogni altro i racconti sugli artisti maledetti di Balzac e Gogol’.
The Strange Case of X, la novella che chiude la prima parte del libro, è ambientata in un fatiscente ospedale psichiatrico di Chicago. Un uomo (presumibilmente un medico) visita e interroga uno dei pazienti, uno scrittore che sta perdendo i contatti con la realtà e non sa più se Ambergris sia reale o soltanto un parto della sua immaginazione. Il racconto è scritto bene, prevalentemente nella forma di un botta e risposta tra interrogatore e interrogato; ma la storia non è particolarmente originale o brillante, fa un uso eccessivo di citazioni interne e rimandi ad altri racconti di City, il protagonista è troppo un alter-ego di VanderMeer, e ho previsto il colpo di scena finale diverse pagine prima di arrivarci. Insomma, niente di che.

Fungo

Sono tra noi.

L’Appendice è costituita dalla raccolta di testi e frammenti trovati dal Dottor V nella stanza di X, e la cornice (molto divertente) riprende la trama di The Strange Case of X. La qualità dei pezzi è molto altalenante, e va da ottima a illeggibile.
Alcuni brani non possono nemmeno essere chiamate ‘storie’, essendo più che altro raccolte di immagini o ‘pezzi di bravura’ dal sapore molto literary. Le X’s Notes, che aprono la serie, sono frammenti di immagini e riflessioni piuttosto insulsi e noiosi; altrettanto inutile è The Release of Belacqua, che parte come un racconto ma si arena nell’allegoria e nella riflessione metanarrativa. Menzione di disonore anche per In the Hours After Death, racconto breve sulle esperienze allucinatorie di un trombettista morto; l’idea sarebbe anche carina, ma il pezzo si riduce a un collage di immagini suggestive senza una vera storia o una logica.
Tra i pezzi migliori, invece, troviamo lo squisito pseudo-saggio King Squid. L’autore, il sottovalutato calamarologo (squidologist) Frederick Madnok si lancia in una dissertazione folle sul Re Calamaro e le sue proprietà, gettando merda su quasi tutti i suoi colleghi e celebrando la sua professione in modi che richiamano alla mente Roberto Giacobbo. Il saggio poi si chiude con una lunga ma spassosa bibliografia sulla calamarologia (e non solo).

L’Appendice contiene anche il pezzo che preferisco di tutto il libro, ossia la novella The Cage. Ambientata un secolo dopo il Silenzio, in un’epoca in cui gli Hoegbotton non contavano nulla, narra la storia di Robert Hoegbotton, antiquario-rigattiere, e della sua ossessione per i grey caps e per gli oggetti appartenuti alle famiglie che sono state uccise e/o infettate dagli uomini fungo. La sua vita cambierà per sempre quando metterà le mani su una gabbia appartenuta a una di queste famiglie ‘maledette’. Il finale del racconto è un po’ sottotono e lascia troppi nodi insoluti, ma la storia è suggestiva, piena di fantasia e di immagini acchiappanti, con un protagonista interessante e con una nota horror molto più efficace rispetto agli altri racconti.
The Cage è purtroppo preceduta da un pezzo piuttosto imbarazzante chiamato The Hoegbotton Family History, una cronaca familiare sulle origini della famiglia e su come questa si insediò in Ambergris. Il brano fornisce alcune informazioni di background (comunque piuttosto inutili), ma lo fa con uno stile cronachistico, riassunto, raccontato, piatto – in una parola: noiosissimo – che ti fanno chiedere perché mai VanderMeer l’abbia incluso nel libro. Sembra appartenere a quel libro di appunti, utili allo scrittore che vuole farsi un’idea precisa della propria ambientazione, che non dovrebbero mai essere pubblicati ma restare nel cassetto assieme a bozze e mappe.
Carino invece The Exchange, un breve pezzo nonsense su una coppia di anziani che si scambiano regali ‘vivi’ e sullo psicopatico che li osserva, corredato di illustrazioni, di inserti pubblicitari della Hoegbotton & Sons e dei commenti di X. Infine, nell’Appendice si trovano altri piccoli giochi e chicche, come il racconto criptato The Man Who Had no Eyes e un glossario semiserio sulla città di Ambergris. Il tutto corredato da una serie di rimandi e citazioni, di personaggi che ritornano (il calamarologo Madnok, lo scrittore Sporlender, eccetera) e che danno l’impressione che quella di Ambergris sia una comunità reale, di gente che si conosce.

Calamaro

Un’onorevole disciplina accademica.

Questo, del resto, è uno dei pregi maggiori del libro. Grazie ai continui rimandi, ai personaggi che ritornano, agli eventi – storici o recenti – che vengono visti prima con gli occhi di uno e poi di un altro personaggio, Ambergris sembra una città viva, con una storia vera. Martin Lake dà l’idea di essere diventato veramente un artista famoso, visto quanti personaggi dei racconti successivi sembrano conoscerlo; gli uomini fungo ed eventi come il Silenzio ci diventano familiari, visto quante volte ritornano (l’espediente, del resto, è noto fin dai tempi di Balzac e della sua Commedia umana, in cui il protagonista di un romanzo ritornava come personaggio secondario di un altro romanzo).
Ma se Ambergris sembra reale, il merito è soprattutto della prosa di City. VanderMeer è senza dubbio uno degli scrittori più bravi che abbia mai letto in campo fantastico. Sia che debba descrivere ambienti fisici, sia che debba mostrare situazioni o stati psicologici dei suoi protagonisti, VanderMeer riesce a scegliere immagini concrete, che richiamano tutti i sensi e rimangono impresse. Ecco come viene descritto l’apparire dei funghi negli anfratti e tra le crepe della città: “Certainly the jungle had never concealed such a cornucopia of assorted fungi, for between patches of stone burned black Dradin now espied rich clusters of mushrooms in as many colors as there were beggars on Albumuth Boulevard: emerald, magenta, ruby, sapphire, plain brown, royal purple, corpse white. They ranged in size from a thimble to an obese eunuch’s belly”. Oppure, ecco un tramonto ad Ambergris: “The dusk had a mingled blood-and-orange peel scent”. Il lettore può quasi sentire la puzza di muffa e umidità dei vicoli della città, l’odore del sangue nella notte del Festival, l’angoscia provata da Robert Hoegbotton nell’immobilità della stanza del suo antenato invasa dai funghi infetti.

Quando VanderMeer riesce a mettere la sua bravura con le immagini al servizio della storia, l’immersione è completa e ci si diverte. Purtroppo, però, l’autore sembra non poter fare a meno di autocompiacersi del suo talento, sicché spesso e volentieri si lascia andare ad eccessi stucchevoli. Un buon mostrato, per esempio, richiede non solo che io scelga un’immagine vivida e concreta, ma anche che ne scelga una, e che sia appropriata; invece, VanderMeer non di rado affastella immagini, una dopo l’altra, soprattutto se deve convincerti di quanto la sua città sia sporca e crudele. In Dradin, durante la notte del Festival, la cosa si fa particolarmente ridicola quando VanderMeer, dopo averci già mostrato i falò, le montagne di corpi, i cadaveri impiccati o crocifissi, eccetera, insiste a dire che la città è brutale, sanguinosa, folle (blasfema?), come se non ci fossimo già arrivati da soli. E si lancia in espressioni ridicole come: “Oh, that he could rip his own eyes from his sockets!”, o in passaggi inutili e retorici come: “He looked toward the door. It was a perilous door, a deceitful door, for the world lay beyond it in all its brutality“. Ma và? Non si era capito!
Tra metafore incomprensibili, esclamazioni leziose e interi paragrafi che accumulano immagini sempre più mirabolanti ed eccessive, a volte VanderMeer sembra più un bambino scemo che gioca con le parole che uno scrittore serio. Il risultato è che siamo buttati fuori dalla storia, e invece che vedere Ambergris vediamo lo scrittore che ci punzecchia col gomito e ci fa: “Visto come sono bravo?”. Alcuni pezzi dell’Appendice sono più vicini alla Literary Fiction becera che non alla narrativa fantastica. E non venitemi a dirti che si tratta di una scelta stilistica pienamente cosciente; ho ritrovato questa stessa tendenza ai barocchismi in altre sue opere (Veniss Underground e Shriek: An Afterword; solo in Finch ho notato un sensibile miglioramento).

Calamaro porno

Uno dei vantaggi della professione di squidologist.

Comunque, nonostante gli eccessi, VanderMeer rimane uno scrittore in gamba. Ambergris è un bel posto dove trascorrere quindici-venti ore della vostra vita, e data la varietà dei racconti (sia come genere che come atmosfera) è facile che troviate qualcosa di vostro gusto. Nel complesso, City of Saints and Madmen è un libro che piacerà più agli amanti del surreale e dello slipstream che non ai lettori di fantasy tradizionale, ma credo che anche gli appassionati di Martin e Abercrombie dovrebbero dargli una chance.

Su VanderMeer
Oltre a City of Saints and Madmen, VanderMeer ha scritto tre romanzi veri e propri. Di questi, il primo in ordine cronologico è un romanzo autonomo, mentre gli altri due riprendono e sviluppano l’ambientazione di Ambergris (tanto che VanderMeer li ha complessivamente chiamati, assieme a City of Saints and Madmen, ‘Ambergris Cycle’).
Veniss UndergroundVeniss Underground è un cupo romanzo sci-fi ambientato nella futuristica città di Veniss. In un mondo sull’orlo dell’anarchia, seguiremo le storie di tre personaggi – un artista fallito, la sua gemella programmatrice e Shadrach, misterioso individuo pronto a scendere negli infernali livelli sotterranei della città per salvare la sua amata. Nonostante alcune idee affascinanti – come il genetista Quin e i suoi suricati bioingegnerizzati – l’inizio lento, e lo stile pomposo e iperbolico, rendono la lettura un po’ fastidiosa. L’opera minore di VanderMeer. In coda al romanzo seguono quattro racconti con la stessa ambientazione; curiosamente, sono migliori del romanzo.
Shriek: An AfterwordShriek: An Afterword riprende le storie dello storico Duncan Shriek (autore della Guide to the Early History of Ambergris) e di sua sorella Janice. Scritto da Janice nella forma di una biografia sul fratello scomparso (e punteggiato dai commenti tra parentesi del redivivo Duncan), il romanzo ripercorre, con un’andatura da mainstream-fantastico, tutta la vita dei due fratelli fino al loro tragico epilogo. La scrittura contorta, le digressioni inutili, i continui flashback e flashforward rovinano in parte una storia carina ed emotivamente coinvolgente, anche se non proprio eccezionale. Leggetelo solo se dopo City of Saints and Madmen avete deciso che i due fratelli Shriek vi piacciono e volete sapere di più della loro vita.
Finch Finch, episodio conclusivo del ciclo di Ambergris, parte come un noir e finisce come un fantasy epico. Dopo un secolo di guerra civile, gli uomini fungo sono usciti in superficie e hanno conquistato la città. Finch è stato costretto a diventare un detective e a lavorare al loro servizio; ma sogna di andare coi ribelli e restituire Ambergris agli esseri umani. Chiamato a investigare sul doppio omicidio di un uomo e di un grey cap, Finch scoprirà che è in ballo il destino della città. Il romanzo parte bene e l’ambientazione è figa, ma la trama procede in modo un po’ troppo convenzionale per i miei gusti e il finale non è niente di che. VanderMeer adotta una telecamera molto ravvicinata e una prosa dai periodi brevi e spezzati che, pur non essendo sempre scorrevole, è un netto miglioramento rispetto ai libri precedenti.
Gamberetta ha recensito Finch qui, e sono d’accordo con quasi tutto ciò che ha detto.
Ciò detto, penso che leggerò ancora VanderMeer in futuro. In particolare la raccolta di racconti The Third Bear, che tra gli altri contiene la novella The Situation (recensita qui da Gamberetta, assieme a un paio di schifezze ormai dimenticate); se non l’ho ancora presa è perché non sono riuscito a trovarne una versione digitale. Un altro libro suo che potrebbe incuriosirvi è il saggio Booklife (recensito qui da, indovinate?, Gamberetta), sulle sue strategie per sopravvivere facendo lo scrittore. Navigando su Amazon mi sono imbattuto anche in questa variante di Booklife, che non ho capito se sia un libro diverso o solo un’espansione che tenga conto della diffusione in digitale. La mia impressione è che VanderMeer stia semplicemente cercando di fare soldi con ogni mezzo possibile (il che la dice lunga sulle sue ‘strategie di sopravvivenza’, uhm).

Dove si trova?
City of Saints and Madmen non è facilissimo da rintracciare in rete; probabilmente perché, essendo un’opera piena di illustrazioni, ghirigori nei posti più impensati e un’impaginazione tutta sua, non è semplice da piratare.
L’unica copia piratata decente che sono riuscito a trovare è un .lit che si può scaricare da Library Genesis. E’ fatta bene quasi quanto l’originale. Comunque, se vedete che l’opera vi piace, vi consiglio di fare un salto su Amazon e acquistarla. Il prezzo è altino per un e-book – 8,99 Euro, senza contare il DRM da levare – ma considerate le dimensioni del volume e l’attenzione messa da VanderMeer nel curarlo, non mi sono sentito truffato. E poi, a sentire quel che dice in Booklife, sembra che di questi soldi abbia un bisogno disperato! Aiutatelo!

Chi devo ringraziare?
Non avevo mai sentito parlare di VanderMeer prima di capitare su Gamberi Fantasy; e, a dire il vero, al di fuori di Gamberetta non è che ci sia molta gente in Italia che ne parli.
Ad ogni modo, Gamberi Fantasy è zeppo di articoli o riferimenti a VanderMeer, quindi se vi interessa l’autore vi consiglio di farci un salto. Oltre agli articoli che ho già linkato, aggiungo una segnalazione su City of Saints and Madmen.

Qualche estratto
Eccezionalmente, per questo Consiglio ho deciso di proporre ben quattro estratti. La raccolta, come ho detto, è molto variegata, e volevo dare un assaggio un po’ di tutto.
In particolare, il primo e il terzo estratto vengono da due racconti veri e propri – rispettivamente, da Dradin, In Love e da The Transformation of Martin Lake – e vogliono essere una dimostrazione dell’abilità di VanderMeer nel mostrato. Il primo brano mostra il primo incontro tra Dradin e i famigerati “gray caps”; il terzo, un sogno particolarmente vivido che prelude alla ‘trasformazione’ dell’artista Martin Lake.
Il secondo e il quarto estratto vengono invece dai due pseudo-saggi della raccolta: The Hoegbotton’s Guied to the Early History of the City of Ambergris e King Squid. Del primo ho scelto l’incipit (che dà una chiara idea della voce narrante di Duncan Shriek e dell’uso demente delle note), del secondo la simpatica voce ‘Squidanthropy’. Have fun.

1.
Much as the sight intrigued him, the alley between the columbary and columbarium fascinated Dradin more, for the mushrooms that had crowded the crevices of the street and dotted the walls like the pox now proliferated beyond all imagining, the cobblestones thick with them in a hundred shades and hues. Down the right-hand side of the alley, ten alcoves had been carved, complete with iron gates, a hundred hardened cherubim and devils alike caught in the metalwork. The gate of the nearest alcove stood open and from within spilled lichen, creepers, and mushroom dwellers, their red flags droopy. Surrounded by the vines, the mushroom dwellers resembled human headstones or dreamy, drowning swimmers in a green sea.
Beside Dradin — and he jumped back as he realized his mistake — lay a mushroom dweller that he had thought was a mushroom the size of a small child. It mewled and writhed in half-awakened slumber as Dradin looked at it with a mixture of fascination and distaste. Stranger to Ambergris that he was, still Dradin knew of the mushroom dwellers, for, as Cadimon Signal had taught him in Morrow, “they form the most outlandish of all known cults,” although little else had been forthcoming from Cadimon’s dried and withered lips.
Mushroom dwellers smelled of old, rotted barns and spoiled milk and vegetables mixed with the moistness of dark crevices and the dryness of day-dead dung beetles. […] Mushroom dwellers slept on the streets by day, but came out at night to harvest the fungus that had grown in the cracks and shadows of graveyards during sunlit hours. Wherever they slept, they planted the red flags of warning, and woe to the man who, as Dradin had, disturbed their wet and lugubrious slumber. Sailors on the docks had told Dradin that the mushroom dwellers were known to rob graves for compost, or even murder tourists and use the flesh for their midnight crop. If no one questioned or policed them, it was because during the night they tended to the garbage and carcasses that littered Ambergris. By dawn the streets had been picked clean and lay shining and innocent under the sun.

2.
THE HISTORY OF AMBERGRIS, FOR OUR purposes, begins with the legendary exploits of the whaler-cum-pirate Cappan John Manzikert,123 who, in the Year of Fire—so called for the catastrophic volcanic activity in the Southern Hemisphere that season—led his fleet of 30 whaling ships up the Moth River Delta into the River Moth proper. Although not the first foot-reported incursion of Aan whaling clans into the region, it is the first incursion of any importance.

1 . By Manzikert’s time, the rough southern accent of his people had permanently changed the designation “Captain” to “Cappan.” “Captain” referred not only to Manzikert’s command of a fleet of ships, but also to the old Imperial titles given by the Saphants to the commander of a see of islands; thus, the title had both religious and military connotations. Its use, this late in history, reflects how pervasive the Saphant Empire’s influence was: 200 years after its fall, its titles were still being used by clans that had only known of the Empire secondhand.
2 . A footnote on the purpose of these footnotes: This text is rich with footnotes to avoid inflicting upon you, the idle tourist, so much knowledge that, bloated with it, you can no longer proceed to the delights of the city with your customary mindless abandon. In order to hamstring your predictable attempts—once having discovered a topic of interest in this narrative—to skip ahead, I have weeded out all of those cross references to other Hoegbotton publications that litter the rest of this pamphlet series like a plague of fungi.
3 . I should add to footnote 2 that the most interesting information will be included only in footnote form, and I will endeavor to include as many footnotes as possible. Indeed, information alluded to in footnote form will later be expanded upon in the main text, thus confusing any of you who have decided not to read the footnotes. This is the price to be paid by those who would rouse an elderly historian from his slumber behind a desk in order to coerce him to write for a common travel guide series.

Cappello grigio

Un grey cap.

3.
The man held Lake’s left hand, palm up.
The knife sliced into the middle of Lake’s palm. He felt the knife tear through the skin, and into the palmar fascia muscle, and beneath that, into the tendons, vessels, and nerves. The skin peeled back until his entire hand was flayed and open. He saw the knife sever the muscle from the lower margin of the annular ligament, then felt, almost heard, the lesser muscles snap back from the bones as they were cut—six for the middle finger, three for the ring finger—the knife now grinding up against the os magnum as the man guided it into the area near Lake’s wrist—slicing through extensor tendons, through the nerves, through the farthest outposts of the radial and ulnar arteries. He could see it all—the yellow of the thin fat layer, the white of bone obscured by the dull red of muscle, the gray of tendons, as surely as if his hand had been labeled and diagrammed for his own benefit. The blood came thick and heavy, draining from all of his extremities until he only had feeling in his chest. The pain was infinite, so infinite that he did not try to escape it, but tried only to escape the red gaze of the man who was butchering him while he just stood there and let him do it. The thought went through his head like a dirge, like an epitaph,
I will never paint again.

4.
SQUIDANTHROPY
Squidanthropy is not, as some have misidentified it, the domain of squid philanthropists but, rather, a form of supposed insanity in which a man imagines himself to be a squid. This may result in the subject taking to the waters in an attempt to rejoin his squidkin, with often fatal consequences if one wants to be honest about it, or simply a confused physiology: the subject may believe he or she is drowning while on dry land or feel the absence of gills or a mantle, or lose the ability to walk and find oneself swimming around in public fountains.
The most committed of amateur squidologists will always empathize with the underlying urge toward squidanthropy. It is no empty promise, no empty threat of a cure. It is simply one way in which to fulfill the dream known since childhood: to understand the squid in all of its manifestations. What squidologist has not thought of what it would be like to have a mantle? What squidologist, while spraying water on his boyhood friends, many or few, has not thought how much more fun to have a funnel? It is inevitable that in the quest to get under the King Squid’s skin, the squidologist learns to think like the squid. Like the detective who, in investigating a murder, loses himself in the identity of the murderer, the squidologist may, at times, lose himself in the identity of the squid (which, admittedly, has committed no crime). That some few do not come back out the other side to “sanity” is to be expected—and, perhaps, applauded. Those who follow a singular obsession their entire lives should not be castigated for achieving the object of that obsession. Would we punish an artist for, through one last burst of genius flecked with insanity, creating the masterwork for which the world had been waiting since the beginning of the artist’s career? For make no mistake—in squidanthropy, the amateur squidologist longs to make the final, synergistic leap that separates observer from observed, patient from doctor. The doctor studies the thing the patient has become, whereas the patient longs to study and understand himself. The correlation and the corollary are clear…

Tabella riassuntiva

Ambergris è una città sporca, maledetta e affascinante. Alcuni racconti sono proprio brutti.
Lo stile di VanderMeer è vivido e immersivo. Troppo autocompiacimento letteriario.
Dagli uomini fungo ai calamari, un sacco di weirdness
Grande varietà di generi e atmosfere.

(1) Questo pezzo è particolarmente interessante, poi, perché fornisce tutta una serie di informazioni di background sulla storia della città che saranno riutilizzate non solo negli altri racconti di City of Saints and Madmen, ma anche in tutti i successivi romanzi ambientati ad Ambergris. Duncan Shriek, in particolare, torna come co-protagonista in Shriek: An Afterword e come personaggio chiave in Finch. Discorso simile per il Cappan Manzikert I, il monaco Samuel Tonsure e alcuni eventi della storia della città, come il Silenzio.Torna su
(2) Attenzione: seguiranno spoiler (in bianco) sul finale del racconto.
Fino al momento in cui Martin Lake non ha aperto la bara contenente Voss Bender, avevo pensato che il racconto avrebbe avuto un’altra risoluzione, che secondo me è molto più fiQa. Ossia: pensavo che nella bara ci fosse il cadavere di Voss Bender (o, al limite, Voss Bender in coma), e che i padroni di casa volessero trasferire il talento artistico del primo in Martin Lake. O lo spirito artistico di Voss Bender si sarebbe incarnato in Martin Lake, o lo stesso Voss Bender non era che un veicolo di una sorta di ‘artista eterno’ che di epoca in epoca si incarnava in individui differenti, diventando ogni volta il più grande artista della sua generazione. In ogni caso, Martin Lake sarebbe stato solamente un veicolo di un talento che non era il suo; sarebbe rimasto, di suo, un artista fallito e senza talento; e questo a mio avviso avrebbe accentuato di molto il conflitto interiore e l’elemento drammatico del racconto.Torna su

I Consigli del Lunedì #18: A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court

Un americano alla corte di Re ArtùAutore: Mark Twain
Titolo italiano: Un americano alla corte di Re Artù
Genere: Fantasy / Gonzo-Historical / Commedia / Picaresque
Tipo: Romanzo

Anno: 1889
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 350 ca.
Difficoltà in inglese: ***

So the world thought there was a vast matter at stake here, and the world was right, but it was not the one they had in their minds. No, a far vaster one was upon the cast of this die: the life of knight-errantry. I was a champion, it was true, but not the champion of the frivolous black arts, I was the champion of hard unsentimental common-sense and reason. I was entering the lists to either destroy knight-errantry or be its victim.

Un bel giorno Hank Morgan, giovane ingegnere del Connecticut, in seguito a una botta in testa crolla svenuto e si risveglia nell’Inghilterra del VI secolo d.C. Un cavaliere lo cattura e lo porta al castello del suo signore: il castello di Camelot, dove re Artù, il mago Merlino e i cavalieri della Tavola Rotonda gozzovigliano in allegria.
Inizialmente incredulo e convinto di trovarsi in un manicomio, a poco a poco Hank realizzerà non solo di aver davvero viaggiato indietro nel tempo, ma di poterne trarre vantaggio. Forte della sua scienza superiore, della sua capacità di costruire di tutto – pistole, cannoni, motori, eccetera – e del suo spirito pratico da yankee del Connecticut, Hank si farà largo in questo secolo barbaro, acquistando prestigio e fama di grande mago. Il suo scopo ultimo? Distruggere la cavalleria, la monarchia, la Chiesa, e portare in questi secoli bui la luce della civiltà e il bon ton del diciannovesimo secolo.

A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court è una divertente commedia giocata sul contrasto tra la razionalità pratica di uno yankee di fine Ottocento e la sognante stupidità del Medioevo feudale. Più che il Medioevo reale, a dire il vero, la satira di Twain colpisce la letteratura cavalleresca del Medioevo. La Camelot visitata da Hank non è un vero spaccato dell’Inghilterra del VI secolo, ma piuttosto il modo in cui le corti feudali del Due-Trecento – gente priva di prospettiva storica – si immaginavano quell’epoca: troviamo infatti cotte di piastre, tornei, il vassallaggio già istituito, e una Chiesa cattolica diffusa e ben organizzata.
Il romanzo ha un andamento picaresco: nel corso dei suoi viaggi attraverso quest’immaginaria Inghilterra medievale, lo yankee incontrerà una serie di personaggi e vivrà una serie di avventure. C’è una trama generale che si muove man mano che il protagonista procede nelle sue peregrinazioni, ma la maggior parte degli episodi è autoconclusiva. Ma, rispetto alla tradizione dei romanzi “di viaggio” sette-ottocenteschi, il personaggio di Hank non sarà solo uno spettatore passivo del mondo del romanzo o una vittima degli eventi, bensì diventerà il motore di un portentoso cambiamento…

Medieval Pedobear

Lo yankee si mimetizza nella folla.

Uno sguardo approfondito
Nello stile di Twain troviamo una giustapposizione di una prosa già moderna a residui di vekkiume.
Per esempio, anche in A Connecticut Yankee, nella tipica tradizione ottocentesca – dal Frankenstein di Mary Shelley al Lord Jim di Conrad – la narrazione principale è inserita in una cornice. In quest’ultima, l’Autore in persona conosce il protagonista della storia. Qualche bicchierino, e l’uomo si lascia andare a qualche confessione sulle sue prodigiose avventure, dopodiché lascia all’autore un diario contenente le sue memorie; e quando Twain comincia a leggere, allora inizia il romanzo vero e proprio. La cornice è poi recuperata in chiusura di romanzo, quando noi, e Twain con noi, finiamo di leggere le memorie e scopriamo cosa ne è stato del protagonista.
Oggi, per come siamo abituati, una cornice come questa sarebbe perfettamente inutile e anche controproducente, ma all’epoca era un’espediente quasi immancabile nella narrativa fantastica. I lettori, evidentemente meno abituati al fantastico, avevano bisogno di essere introdotti per gradi al sense of wonder, e attraverso una serie di filtri distanzianti (non è mai l’Autore a vivere in prima persona o a immaginare gli eventi della storia, ma li trae dalle parole di un’altra persona, o di un libro, e così via), perché potesse scattare la sospensione dell’incredulità. Oggi, gli svantaggi della cornice sono evidenti: sappiamo già dall’inizio che Hank non solo se la caverà, ma riuscirà anche a tornare al tempo presente per poter incontrare l’Autore. La suspence è ammazzata.

E veniamo, infatti, a un altro residuo di vekkiume che si incontra nel romanzo. Il corpo del romanzo è narrato in prima persona dallo yankee, e Twain dà alla sua voce narrante una coloratura pacata, lievemente divertita, da gentleman; una voce che ricorda romanzi come Tre uomini in barca di Jerome. Troviamo anche la tendenza, tipica dei romanzi pre-novecenteschi, di mescolare narrazione, aneddotica e pamphlettistica: in una pausa tra una situazione e l’altra, o in risposta a qualcosa che l’ha colpito, Hank non si fa problemi a lanciarsi in digressioni su questa o quell’istituzione o costume dell’Inghilterra medievale, o a fare paragoni tra il VI e il XIX secolo, o a disquisire di questioni teoriche come il giusto rapporto fra Stato e Chiesa o vantaggi e svantaggi della monarchia assoluta. Ciò che oggi chiamiamo infodump.
Una simile voce narrante, benché si sposi con i toni da commedia leggera del romanzo, distruggono la tensione e provocano nel lettore un distanziamento emotivo. Anche se, bisogna riconoscerglielo, in alcuni episodi “più sentiti” Twain riesce ad adottare toni più ravvicinati e drammatici: come il capitolo sulla casa colpita dalla peste, o quello in cui il protagonista rischia il patibolo, o i capitoli finali sulla grande guerra.

Mucca cavalleresca

D’altro canto, Twain è un bravo mostratore, molto più di parecchi scrittori contemporanei. Nel descrivere un luogo, o una situazione o uno stato d’animo, impiega sempre dettagli concreti. Le sue descrizioni in genere sono ridotte all’osso, ma precise; Twain inserisce solo i dettagli che servono per poter seguire la storia. Per mostrare il modo in cui Hank, giorno dopo giorno, si rende conto dell’abisso apertosi tra la sua vecchia vita nel Connecticut e quella presente nel VI secolo, descrive la spartana dimora che gli è stata assegnata nel castello di Camelot e la mette a confronto, mobile dopo mobile, comodità dopo comodità, con una qualsiasi casa dei tempi moderni.
O ancora, vediamo come viene mostrato il personaggio di Sandy, damigella che segue lo yankee in alcune delle sue avventure e ha la brutta abitudine di non chiudere mai la bocca (e naturalmente, come tutte le donne, di dire solo frivolezze). Per comodità inserirò la citazione solo in italiano:

Era una creatura docilissima e di buon cuore, ma quel suo incessante macinar parole come un mulino, faceva venire il mal di testa, come il rumore di carri in città. Se avesse avuto un tappo, sarebbe stato un sollievo.

E Twain porta avanti la similitudine per diverse e righe (e pagine), infatti poco dopo:

Il suo cianciare andava avanti tutto il giorno e veniva fatto di pensare che, a un certo punto, sarebbe sicuramente accaduto qualcosa agli ingranaggi. Macché, non si guastavano mai, e non era mai costretta a rallentare per mancanza di parole. Era capace di macinare, pompare, frullare e ronzare per settimane, senza mai fermarsi per mettere un po’ d’olio o aprire lo sfiatatoio. Non avevo badato al suo mulino durante la mattinata perché mi trovavo in un vespaio di altri guai; ma in quel pomeriggio dovetti dirle più di una volta: – Riposati, bambina, se vai avanti così a consumare tutta l’aria del paese, il regno sarà costretto a importarne dell’altra per domani, e le finanze dello Stato sono già abbastanza povere senza questa spesa.

Medieval Bel Air

Una delle storie di Sandy?

Come da tradizione per questo genere di romanzi, il protagonista ha una psicologia semplice e ridotta all’osso. Poche le linee guida che lo muovono, e che rimangono coerenti per tutto il romanzo: pratico, moderatamente puritano, amante dell’uguaglianza, con una visione del mondo estremamente razionale, imprenditore nato – insomma, lo yankee ottocentesco per antonomasia! In realtà, nel corso del romanzo, avviene in lui una certa evoluzione psicologica; ma si tratta di cambiamenti marginali, che vengono sottolineati solo in alcuni episodi circoscritti, e che non intaccano le linee guida della sua personalità né l’andamento generale della trama.
La cosa bella, è che Twain non ha fatto dei Hank il veicolo delle proprie opinioni, né un muro bianco su cui proiettare le stramberie dell’Inghilterra feudale; no, lo stesso yankee, e il mondo che rappresenta, diventano un oggetto comico. Hank prende in giro l’ingenuità dell’uomo medievale, ma poi spera di poter migliorare i costumi del VI secolo mandando alla ventura cavalieri con indosso réclame di saponi o dentifrici da lui stesso inventati, da diffondere nelle corti e da far indossare a tutti gli altri cavalieri che dovessero “catturare”! Ed è sempre lui a sognare di fare di ogni cavaliere un lavoratore modello di una delle sue nascenti aziende, e a far svalutare le monete che una volta all’anno il re elargisce ai sudditi per raggirare i postulanti e far risparmiare soldi alle casse dello Stato.
Proprio per questo, è un peccato quando Twain fa lanciare il suo personaggio in invettive morali sulla bruttura dello schiavismo e dell’aristocrazia, sulla necessità dell’uguaglianza e del suffragio universale. Essendo un uomo che viene dal New England della fine dell’Ottocento, non è difficile che possa avere delle idee del genere; ma è il modo didattico e grave in cui le enuncia a dare fastidio, un po’ perché sono cose che abbiamo letto e sentito chissà quante volte, un po’ perché sembrano fuori tema rispetto al carattere alla buona del personaggio. Non so; non conosco abbastanza né Mark Twain né la mentalità degli intellettuali dell’epoca per sapere se in quei passaggi effettivamente Hank diventi il veicolo delle idee dell’autore, o piuttosto non sia un ulteriore effetto comico (lo yankee fa tante concione morali, ma poi quando si tratta di soldi e di affari che lo riguardano direttamente, è peggio di un brianzolo!).

Il succo del romanzo, però, è naturalmente il ritratto della cavalleria. Che è divertentissimo. I Cavalieri della Tavola Rotonda sono come degli eterni bambini; si sfidano a duello, fanno a chi ha ucciso più giganti con un pugno solo, poi quando gli gira partono “alla Ricerca del Graal” e vagano più o meno a caso per anni e anni, vivendo avventure, e puntualmente bisogna mandare delle spedizioni di altri cavalieri a recuperarli. Gli uomini della corte di Camelot, e Artù stesso, sembrano in uno stato di allucinazione perenne – vedono avventure in ogni dove, trasformano un porcile in un castello incantato, i suini in principesse rapite, e i fattori in perversi orchi da sventrare.
Allo stesso modo Twain prende in giro la noiosissima letteratura cavalleresca, e le sue infinite ripetizioni di duelli in cui puntualmente le lance si rompono contro gli scudi, e i cavalieri vengono gettati giù da cavallo e il cavallo gli cade sopra, e i prodi più valorosi sbaragliano anche venti avversari uno dopo l’altro. I dialoghi tra lo yankee e la trasognata Sandy sono spassosissimi, e ho dovuto resistere alla tentazione di spammarne pagine e pagine nella sezione degli estratti – ma avrei finito con lo scrivere un immane articolo da 10000 parole e non mi sembrava il caso.
Certo, il Medioevo descritto da Twain è esagerato e grottesco, e chiunque abbia studiato un minimo di storia medievale si rende conto che bisogna prendere con le pinze ogni parola di questo romanzo. Gli uomini dell’epoca non erano un branco di ritardati (benché con ogni probabilità avessero un QI medio più basso), ma gente che sapeva come vivere e cavarsela nelle condizioni di quel periodo. Tuttavia, si tratta di un ritratto molto più fedele alla realtà di quello che potrete mai trovare nel “medieval fantasy” medio (o negli Elder Scrolls, se è per questo).

Skyrim Boromir

Uno non si imbatte semplicemente in fantasy medievali decenti.

E poi, naturalmente, c’è l’incontro tra l’antico e il moderno! Oltre ai cavalieri che vanno in giro coi cartelloni pubblicitari appesi al collo, abbiamo cavi del telegrafo che corrono tra capanne di fango, un cavaliere fatto esplodere con la dinamite, un giornale sportivo che descrive i duelli come fossero partite di baseball, e una giostra che finisce a revolverate.
Certo, l’idea del progresso tecnologico accelerato non è realizzata in modo troppo credibile, soprattutto se la raffrontiamo a un romanzo “serio” come Jack Faust di Swanwick (Consiglio #10). Anche tenuto conto della posizione raggiunta da Hank in seno alla corte di re Artù, è tutto troppo facile; in troppi pochi anni riesce a creare stabilimenti, un esercito di impiegati e una meraviglia tecnologia dopo l’altra. Molto giuste e interessanti, però, le osservazioni di Twain sull’importanza dell’educazione nel formare la visione del mondo degli individui, e la necessità di plasmare le menti delle nuove generazioni fin da giovanissime.

A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court è un romanzo delizioso, oltre che un pezzo importante della narrativa fantastica. Nonostante abbia più di un secolo, è invecchiato benissimo; molto meglio di tanta fantascienza degli anni ’40, ’50 e ’60 che mi sono trovato a leggere in questi anni.
Lo consiglio a tutti, e in particolare agli amanti del Fantasy medievale e agli aspiranti scrittori dello stesso genere. Perché? Be’, perché è una bella medicina alle indigestioni di Troisi, Paolini, Brooks e compagnia cantante. Potrebbe essere un primo passo per ridimensionare la vostra visione del Medioevo, e poi magari potrete passare alla saggistica.

Bear a Mordor

Un altro esempio di pragmatismo.

Dove si trova?
Grazie a Dio i libri di Twain non sono più coperti dal copyright, perciò si trovano un po’ ovunque. Su Feedbooks si può trovare un epub gratuito formattato benissimo, come già era stato il caso di Last and First Men (ci sono anche il pdf e il kindle, ma non li ho scaricati e quindi non so se nono fiQi).
Spulciando su Amazon, ho visto che è disponibile un’edizione Kindle a 3 Euro. Considerando che si tratta della versione digitale di un’opera disponibile gratuitamente, mi auguro che sia formattata da Dio e sia corredata da un apparato critico scritto dalle più grandi menti della critica internazionale.

Chi devo ringraziare?
Ancora una volta mi tocca ringraziare Gamberetta, che l’ha giustamente inserito tra i suoi libri preferiti, accanto al discutibile Cuore d’acciaio di Swanwick e Le porte di Anubis di Tim Powers, che non ho ancora letto. Spero sia l’ultima volta, mi trovo a ringraziarla ogni tre-quattro post… u.u’

Qualche estratto
Avrei voluto pubblicare i soliti due estratti, ma per motivi di spazio mi sono limitato a uno solo. La comicità di Twain è data più dal quadro d’insieme che dai singoli sketch, perciò brani brevi non gli avrebbero reso giustizia. L’estratto che presento viene dal Capitolo 11, quando su ordine di re Artù il nostro yankee si prepara a partire all’avventura e a coprirsi d’onore. E chi meglio di una damigella in pericolo con qualche problema mentale potrebbe fornire il giusto pretesto per la prima avventura di Hank?

There never was such a country for wandering liars; and they were of both sexes. Hardly a month went by without one of these tramps arriving; and generally loaded with a tale about some princess or other wanting help to get her out of some far-away castle where she was held in captivity by a lawless scoundrel, usually a giant. Now you would think that the first thing the king would do after listening to such a novelette from an entire stranger, would be to ask for credentials— yes, and a pointer or two as to locality of castle, best route to it, and so on. But nobody ever thought of so simple and common-sense a thing at that. No, everybody swallowed these people’s lies whole, and never asked a question of any sort or about anything. Well, one day when I was not around, one of these people came along— it was a she one, this time— and told a tale of the usual pattern. Her mistress was a captive in a vast and gloomy castle, along with forty-four other young and beautiful girls, pretty much all of them princesses; they had been languishing in that cruel captivity for twenty-six years; the masters of the castle were three stupendous brothers, each with four arms and one eye— the eye in the center of the forehead, and as big as a fruit. Sort of fruit not mentioned; their usual slovenliness in statistics.
Would you believe it? The king and the whole Round Table were in raptures over this preposterous opportunity for adventure. Every knight of the Table jumped for the chance, and begged for it; but to their vexation and chagrin the king conferred it upon me, who had not asked for it at all.
By an effort, I contained my joy when Clarence brought me the news. But he— he could not contain his. His mouth gushed delight and gratitude in a steady discharge— delight in my good fortune, gratitude to the king for this splendid mark of his favor for me. He could keep neither his legs nor his body still, but pirouetted about the place in an airy ecstasy of happiness.
On my side, I could have cursed the kindness that conferred upon me this benefaction, but I kept my vexation under the surface for policy’s sake, and did what I could to let on to be glad. Indeed, I said I was glad. And in a way it was true; I was as glad as a person is when he is scalped.
Well, one must make the best of things, and not waste time with useless fretting, but get down to business and see what can be done. In all lies there is wheat among the chaff; I must get at the wheat in this case: so I sent for the girl and she came. […]
“Your name, please?”
“I hight the Demoiselle Alisande la Carteloise, an it please you.”
“Do you know anybody here who can identify you?”
“That were not likely, fair lord, I being come hither now for the first time.”
“Have you brought any letters— any documents— any proofs that you are trustworthy and truthful?”
“Of a surety, no; and wherefore should I? Have I not a tongue, and cannot I say all that myself?”
“But your saying it, you know, and somebody else’s saying it, is different.”
“Different? How might that be? I fear me I do not understand.”
“Don’t understand? Land of— why, you see— you see— why, great Scott, can’t you understand a little thing like that? Can’t you understand the difference between your— why do you look so innocent and idiotic!”
“I? In truth I know not, but an it were the will of God.”
“Yes, yes, I reckon that’s about the size of it. Don’t mind my seeming excited; I’m not. Let us change the subject. Now as to this castle, with forty-five princesses in it, and three ogres at the head of it, tell me— where is this harem?”
“Harem?”
“The castle, you understand; where is the castle?”
“Oh, as to that, it is great, and strong, and well beseen, and lieth in a far country. Yes, it is many leagues.”
How many?”
“Ah, fair sir, it were woundily hard to tell, they are so many, and do so lap the one upon the other, and being made all in the same image and tincted with the same color, one may not know the one league from its fellow, nor how to count them except they be taken apart, and ye wit well it were God’s work to do that, being not within man’s capacity; for ye will note— ”
“Hold on, hold on, never mind about the distance; whereabouts does the castle lie? What’s the direction from here?”
“Ah, please you sir, it hath no direction from here; by reason that the road lieth not straight, but turneth evermore; wherefore the direction of its place abideth not, but is some time under the one sky and anon under another, whereso if ye be minded that it is in the east, and wend thitherward, ye shall observe that the way of the road doth yet again turn upon itself by the space of half a circle, and this marvel happing again and yet again and still again, it will grieve you that you had thought by vanities of the mind to thwart and bring to naught the will of Him that giveth not a castle a direction from a place except it pleaseth Him, and if it please Him not, will the rather that even all castles and all directions thereunto vanish out of the earth, leaving the places wherein they tarried desolate and vacant, so warning His creatures that where He will He will, and where He will not He— ”
“Oh, that’s all right, that’s all right, give us a rest; never mind about the direction, hang the direction— I beg pardon, I beg a thousand pardons, I am not well to-day; pay no attention when I soliloquize, it is an old habit, an old, bad habit, and hard to get rid of when one’s digestion is all disordered with eating food that was raised forever and ever before he was born; good land! a man can’t keep his functions regular on spring chickens thirteen hundred years old. But come— never mind about that; let’s— have you got such a thing as a map of that region about you? Now a good map— ”
“Is it peradventure that manner of thing which of late the unbelievers have brought from over the great seas, which, being boiled in oil, and an onion and salt added thereto, doth— ”
“What, a map? What are you talking about? Don’t you know what a map is? There, there, never mind, don’t explain, I hate explanations; they fog a thing up so that you can’t tell anything about it. Run along, dear; good-day; show her the way, Clarence.”
Oh, well, it was reasonably plain, now, why these donkeys didn’t prospect these liars for details. It may be that this girl had a fact in her somewhere, but I don’t believe you could have sluiced it out with a hydraulic; nor got it with the earlier forms of blasting, even; it was a case for dynamite.

Medieval Pokémon

Non è mai esistito un paese simile per i bugiardi erranti. E ce n’erano di ambo i sessi. Non passava mese senza che uno di questi vagabondi non arrivasse generalmente carico di racconti circa questa o quella principessa che, rinchiusa in un lontano castello, chiedeva aiuto per essere liberata dalla prigionia in cui la teneva un ribaldo fuorilegge, quasi sempre un gigante.
Ora, si potrebbe pensare che il re, sentita una simile favola da un perfetto sconosciuto, chiedesse per prima cosa le credenziali e magari un paio di indicazioni sulla località del castello, la strada migliore per arrivarci e così via. Ma nessuno pensava mai a una cosa tanto semplice e sensata. Macché, tutti bevevano le frottole di quella gente e non facevano mai domande di nessun genere, non s’informavano di niente. Ebbene, un giorno in cui io non c’ero, arrivò uno di quei tipi, era una donna questa volta, e raccontò una storiella del solito genere. La sua padrona era prigioniera in un immenso e tetro castello, insieme con altre quarantaquattro giovani e belle fanciulle, tutte più o meno principesse. Esse stavano languendo in quella crudele prigionia da ventisei anni. I padroni del castello erano tre stupefacenti fratelli, ognuno con quattro braccia e un solo occhio in mezzo alla fronte, grosso come un frutto. Genere del frutto: non specificato. La solita negligenza dei rendiconti.
Lo credereste? Il re e l’intera Tavola Rotonda andarono in visibilio davanti a questa assurda occasione di
avventure. Ogni cavaliere della Tavola Rotonda si fece prontamente avanti e implorò affinché gli venisse
concessa questa opportunità, ma con loro rabbia e dolore il re accordò l’onore a me che non l’avevo chiesto affatto.
Con uno sforzo contenni la mia “gioia” quando Clarence mi portò la notizia. Ma egli non riuscì a contenere la sua. Dalla sua bocca sgorgavano a fiotti gioia e gratitudine: gioia per la mia buona fortuna, gratitudine verso il re per questa splendida prova del suo favore per me.
Da parte mia avrei voluto maledire il favore che conferiva a me questa buona azione, ma, per ragioni di
diplomazia, tenni ben nascosta la mia contrarietà e feci del mio meglio per apparire contento. Be’, bisogna cavarsela alla meno peggio e non sprecare tempo in vane recriminazioni, ma mettersi al lavoro e
vedere cosa si può fare. Mandai a chiamare la ragazza, e lei venne. […]
– Il tuo nome, per favore?
– Mi chiamo damigella Alisanda la Carteloise, se non vi dispiace.
– Conosci qualcuno qui che ti possa identificare?
– Questo non è probabile, mio signore, essendo venuta qui ora per la prima volta.
– Hai portato delle lettere, dei documenti, delle prove, a dimostrare che sei persona degna di fiducia?
– Certamente no. Per quale ragione avrei dovuto? Non ho io una lingua e non posso dire tutto ciò io stessa?
– Ma vedi, che sia tu a dirlo e che lo dica un altro, è diverso.
– Diverso? Come può essere? Temo di non capire.
– Non capisci? Per la terra di… Ma vedi, vedi. Oh, perbacco, come fai a non capire una cosina tanto semplice? Non capisci la differenza fra la tua… Ma perché mi guardi con quell’aria innocente e idiota?
– Io? In verità non lo so, ma forse questo è il volere di Dio.
– Sì, sì, suppongo che sia più o meno così. Non farci caso se sembro un po’ agitato. Non lo sono. Ma cambiamo argomento. Ora parliamo di questo castello con quarantacinque principesse prigioniere dentro e tre orchi che comandano il tutto. Dimmi, dov’è questo harem?
– Harem?
– Il castello, hai capito. Dov’è il castello?
– Oh, in quanto a quello, è enorme, forte e ben difeso ed è situato in un lontano paese. Sì, a molte leghe da qui.
Quante?
– Ah, messere, sarebbe estremamente complicato stabilirlo. Sono tante e si sovrappongono una all’altra ed essendo tutte uguali e dello stesso colore non si può distinguere una lega da quella accanto, né si sa come contarle…
– Basta, basta, lasciamo andare la distanza. Dove si trova il castello? In quale direzione da qui?
– Oh, non vi dispiaccia, messere, non c’è direzione da qui, perché la strada non va dritta, ma gira sempre. Quindi la direzione del luogo non è sempre la stessa, ma ora è posta sotto un cielo e poco dopo sotto un altro.
– Oh, va bene, va bene, lascia perdere. Non importa la direzione, al diavolo la direzione. Chiedo scusa, chiedo mille scuse, non mi sento bene oggi. Non far caso ai miei brontolii: è una vecchia abitudine, una vecchia e cattiva abitudine, difficile da vincere quando la digestione è sottosopra per aver mangiato roba coltivata secoli e secoli prima che venissi al mondo. Diamine! Un uomo non può avere funzioni regolari se mangia pollastrelli vecchi di milletrecento anni. Ma, suvvia, lasciamo perdere questo. Andiamo avanti. Hai con te una mappa di quella regione? Intendo una buona mappa…
– E’ per caso quella specie di cosa che ultimamente gli infedeli hanno portato dai grandi mari e che, bollita nell’olio e con l’aggiunta di una cipolla e di sale fa…
– Che? Una mappa? Che stai dicendo? Non sai che cosa è una mappa? Via, via, non importa, non spiegare nulla, detesto le spiegazioni: confondono le cose in modo tale che poi non si capisce più niente. Va’, va’, mia cara. Buongiorno. Clarence, accompagna madamigella Alisanda alla porta.
Ora, era abbastanza chiaro perché quei somari non tentassero neppure di interrogare quei bugiardi per conoscere i particolari. Poteva darsi che questa ragazza fosse a conoscenza di qualche fatto, ma non credo che si sarebbe riusciti a cavarglielo fuori con una pompa idraulica e nemmeno con i primi rudimentali metodi esplosivi; quello era un caso da dinamite.

Tabella riassuntiva

Il Medioevo come se fosse uscito dalle pagine di un romanzo cavalleresco. Cornice evitabile e vekkiume qua e là.
Il contrasto tra la pragmaticità dello yankee e la frivolezza della corte arturiana è esilarante! Le invettive moralistiche stonano col personaggio.
Anche lo yankee è un personaggio comico.
Stile pulito e ben mostrato.

Bonus Track: Di aborti e remake

FanfictionLa maggior parte di voi, per un periodo della propria vita, avrà avuto il suo momento fanfiction. Un momento in cui, dopo la fine della vostra serie / videogioco / saga preferita, ne volevate ancora e, disperati, vi siete rivolti alle comunità dei fan. Per chi non lo sapesse: una fanfiction è per l’appunto l’opera di un appassionato che riprende setting e personaggi di un’altra storia (generalmente di una certa fama).
Anch’io ho avuto il mio momento fanfiction, ai bei tempi del ginnasio. Principalmente di Evangelion o Final Fantasy VII. E ho notato una cosa. Esistono fanfiction di tutti i tipi: seguiti della storia principale, spin-off su personaggi o situazioni secondarie, racconti che espandono momenti della storia principale appena accennati dall’opera originale, parodie, AU (storie che riprendono i personaggi dell’opera ma li calano in un contesto diverso), crossover tra serie diverse. Soprattutto – e con mio sommo sdegno – valanghe di racconti in cui tutti o quasi i personaggi maschili dell’opera originale si scoprono improvvisamente ghei e si danno alle ammucchiate selvagge. Un solo tipo di fanfiction si vede molto di rado: la riscrittura alternativa dell’opera originale.
Mi vengono in mente diversi motivi.
Innanzitutto, perché (in un ambito dove non girano soldi) la volontà di fare un remake parte dal presupposto che non si sia rimasti del tutto soddisfatti della storia originale, che si voglia migliorarla; mentre in genere i fan scrivono le fanfiction proprio perché amano alla follia l’opera originale. Al massimo sono disposti a modificare gli orientamenti sessuali dei personaggi così da fargli fare tutte le cosacce che gli vengono in mente.
Un altro motivo, è che un remake è un progetto lungo e ambizioso, difficile da portare a termine e che ti fa chiedere se ne valga davvero la pena; mentre un raccontino in cui Cloud e Sephiroth scoprono le ragioni profonde della loro fascinazione per gli spadoni si può buttare giù in due orette (considerando poi la cura stilistica che tradizionalmente viene messa in una fanfiction…).

Ciccione con spadone

Da Cloud a Gatsu a Zwei ai ciccioni, lo spadone piace proprio a tutti.

Neanch’io mi sono mai cimentato nell’impresa del remake, ma la tentazione è stata molto forte. Soprattutto se parliamo di narrativa. Come forse avrete notato leggendo i miei Consigli – se non ve ne siete accorti in prima persona – il mondo della narrativa fantastica è un mare di libri riusciti a metà, capolavori mancati e occasioni sprecate.
Prendiamo 2001: Odissea nello spazio – il libro. La penultima parte: David Bowman, disattivato il perverso HAL9000, è rimasto solo sull’astronave Discovery, e il viaggio verso Giapeto e il monolite è ancora lungo. Sa che quelli del controllo missione l’hanno ingannato circa lo scopo della Discovery, e sa di essere condannato a morte, perché non c’è una riserva d’aria sufficiente nella navicella per tornare indietro o aspettare i soccorsi. Bowman passa un brutto periodo. Uno scrittore come Dick da una situazione simile avrebbe saputo tirar fuori qualcosa di grandioso; magari un Bowman paranoico e allucinato, che perde progressivamente contatto con la realtà mano a mano che la distanza dalla Terra aumenta. Con una buona costruzione degli ultimi capitoli, si potrebbe insinuare una certa ambiguità nell’incontro col monolite e la visione finale: è avvenuto realmente? E’ un’allucinazione di Bowman? La missione è fallita? E questa è solo una delle molte possibilità.
Ma Clarke, si sa, ha la delicatezza di un Gundam. Le tribolazioni di Bowman, e il modo in cui supera i suoi problemi ascoltando la musica classica immagazzinata nella memoria dei computer di bordo, sono raccontati in modo sbrigativo, riassunto, con pov onnisciente molto distante. Più piatto di così non si poteva fare. A Clarke gliene frega ben poco dello stato psicologico di Bowman; vuole farlo riprendere velocemente (e allora perché ti sei preso la briga di farlo star male?), così poi si può tornare a parlare di monoliti e alieni. Occasione sprecata.
E inevitabilmente, il pensiero: “Cazzo, questo libro sarebbe potuto essere così più bello…”

Ora: Odissea nello spazio resta comunque un bel libro – coerente, con una buona costruzione. Ma cosa succede quando un libro parte con ottime premesse, ti monta un casino di entusiasmo, e poi, per incapacità o pigrizia o malattia mentale dello scrittore, “si ammoscia a metà come il pisello di un vecchio” (cit. Duca)? Succede che ti viene voglia di mettere il libro (o il reader) nel microonde e girare la manopola tutta a destra. Succede che pensi “porcozzio, se avessi avuto io del materiale di partenza simile…!”, o “io saprei come riscriverlo!”. Questi sono i libri che chiamo aborti – potenziali capolavori che falliscono miseramente e ti fanno mangiare le dita dallo sconforto.
Queste storie meriterebbero una seconda chance. Un remake, che partendo dalle stesse premesse donino a questi aborti uno sviluppo e una conclusione degni. Gli scrittori veri, purtroppo, queste cose non le fanno di rado – un po’ per tabù culturale (l’unicità dell’opera, il rispetto dell’artista e bla bla bla), un po’ perché forse dovrebbero appiccicarci sopra il bollino “fanfiction” e non potrebbero guadagnarci un soldo. Abbondano le riscritture di dell’Alice di Carroll, o del Frankenstein di Mary Shelley, o della Macchina del Tempo di Wells, ma non accade praticamente mai con i romanzi degli ultimi 80 anni 1. Un peccato.

E' un Gundam

Un esempio di delicatezza.

Un peccato perché il remake insegna una cosa interessante. Ossia che nessun’opera è sacra e inviolabile; che un autore può migliorare qualcosa di scritto da un altro; e che in genere questi miglioramenti si possono ottenere seguendo una serie di regole, che sono sempre quelle.
Facciamo un esercizio.

Tre aborti
Nell’articolo di oggi vi presenterò tre aborti, libri che mi hanno provocato gran digrignar di denti e copiosa mole di bestemmie al cielo. Tre romanzi che sarebbero potuti ascendere all’Olimpo della Narrativa Fantastica e invece sono condannati a passare l’eternità nell’anticamera, a eterno monito per le giovani generazioni di scrittori. Sono anche tre romanzi molto diversi tra loro, per forma e contenuto; li ho scelti apposta sperando che ciascuno di voi sia incuriosito da almeno uno di essi.
A parte la solita introduzione, ognuno dei tre pezzi sarà articolato in tre parti: “Perché poteva essere una figata”, “Perché invece è un FAIL”, e “Io avrei fatto così!”. Credo che i titoli parlino da soli. Nell’immaginare possibili migliorie al romanzo originale, mi sono concentrato più sulla macrostruttura che sullo stile (per quello c’è sempre Gamberi Fantasy).
Attenzione: potrebbero esserci spoiler, soprattutto nelle ultime due sezioni.

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The City and the Stars

La città e le stelleAutore: Arthur C. Clarke
Titolo italiano: La città e le stelle
Genere: Science-Fantasy / Dying Earth
Tipo: Romanzo

Anno: 1956
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 250 ca.

Diaspar è l’ultima città al mondo, in una Terra anziana e ridotta a un immenso deserto. E’ una città sigillata dal mondo esterno, e amministrata dalla IA del Computer Centrale. I suoi abitanti sono immortali: quando si avvicinano alla vecchiaia, il computer immagazzina le loro menti e dopo un lasso di tempo di migliaia di anni li rigenera in un corpo nuovo creato per l’occasione. Non solo: all’interno di Diaspar, i suoi abitanti hanno il potere di creare oggetti a piacere o di modificare le dimensioni dei propri appartamenti. E’ una vita serena, senza preoccupazioni, eternamente uguale.
Ma Alvin è diverso. A differenza degli altri abitanti, che alla sola idea di uscire sono terrorizzati, Alvin prova l’impulso irrefrenabile di conoscere il mondo esterno. La leggenda vuole che gli esseri umani si siano sigillati dentro Diaspar sotto la minaccia di invasori stellari, che avrebbero promesso di distruggerli se avessero riprovato ad avventurarsi fuori dal pianeta Terra – ma sarà davvero così? Aiutato dal giullare Khedron e ostacolato dal Computer Centrale, Alvin tenterà di fuggire da Diaspar e scoprire la verità.

Perché poteva essere una figata
Il romanzo di Clarke mette insieme un’ambientazione alla Matrix – in cui realtà materiale e realtà virtuale si confondono, e gli uomini hanno delegato l’autorità alle macchine – con il fascino della Terra morente. La città di Diaspar, città in cui gli esseri umani si reincarnano all’infinito, e vivono tra agi infiniti e strani divieti, è uno dei setting più affascinanti della narrativa fantastica. Il tema del ragazzo ribelle che vuole infrangere la proibizione e varcare i confini del mondo conosciuto è forse un po’ trito, ma funziona sempre, e mantiene accesa l’attenzione del lettore. Da una parte, si vuole esplorare Diaspar e scoprire il funzionamento di una civiltà tanto strana; dall’altra, si vuole scoprire cosa c’è oltre la città – e così, si continua a leggere.

Diaspar Lego

Un'approssimazione della città di Diaspar. Ehm.

Perché invece è un FAIL
I problemi cominciano quando finalmente Alvin riesce ad evadere dalla città – e di lì in poi è un continuo di docce fredde. Lys, l’utopia bucolica condita di poteri psi, è quanto di più improbabile la penna di Clarke potesse inventare. Ma soprattutto, le rivelazioni sulla storia di Diaspar e del destino dell’umanità si accumulano in un infodump raccontato dopo l’altro, tanto da far sembrare Mark Menozzi (quello del Re Negro) uno che si contiene. Noiosissime nella forma – ti viene da pensare, “sto leggendo un romanzo o il canovaccio di un romanzo”? – sono pure raccapriccianti nel contenuto: tra Menti Pazze, creature malvage sigillate nello spazio e in attesa di risvegliarsi, e migrazioni di interi popoli imbarcati in una Grande Missione, sembra di essere precipitati nella mente di un dodicenne drogato di Zelda. Mancano solo le pietre del potere (rigorosamente quattro: una per ogni elemento!) e siamo apposto! E per un romanzo tutto costruito sulla suspence e sulla rivelazione, il peggio che possa capitare è che la rivelazione faccia schifo al cazzo.
A questo bisogna aggiungere la tradizionale bruttezza della prosa di Clarke, e il generale piattume dei personaggi, che non risparmia neppure il protagonista (più una marionetta del suo codice genetico che un individuo pensante). E poi il tema del “prescelto”, benché gestito meglio della media degli YA, è sempre irritante 2.

Io avrei fatto così!
Se la parte ambientata a Diaspar nelle sue linee guida è buona, il resto va completamente cambiato. Due sono le domande essenziali che dobbiamo porci: cosa c’è fuori da Diaspar, e perché è stato imposto il divieto di uscire? Le possibilità sono infinite. Per esempio, il deserto potrebbe essere una finzione, e magari non siamo un miliardo di anni nel futuro ma tipo nel 2100 d.C., e gli abitanti della città sono solo i soggetti di un esperimento modello Truman Show. Troppo scontato? Oppure: Alvin esce da Diaspar per scoprire che non è l’unica città, ma che ci sono altre centinaia o migliaia di città identiche e isolate, tutte convinte di essere l’ultima. Il deserto sarebbe reale, e  l’umanità si sarebbe costruita le città e l’illusione di essere l’ultima per evadere dalla realtà. O ancora: Diaspar è davvero l’ultima città, e Alvin fuori dalle mura trova solamente i resti dell’antica umanità. Ma decide che la terra può essere resa di nuovo fertile e che i cittadini di Diaspar devono uscire dal grembo materno e ripopolare la Terra.
Ora, non è tanto importante quale soluzione narrativa venga adottata. Ciò che conta, è che non si riduca all’esposizione di una storia remota che non ha il minimo impatto sull’attimo presente del romanzo (come avviene nel libro di Clarke), ma al contrario getti una nuova luce tra Diaspar e il mondo esterno e porti a delle conseguenze immediate. Esempio: Alvin decide che la Terra è pronta a riaccogliere l’umanità. Problema: gli abitanti di Diaspar non vogliono uscire. Come li si convince? O li si costringe? Ci sarà una divisione in due fazioni agguerrite? O saranno tutti schierati contro Alvin, che dovrà scegliere tra l’esilio e la resa, e magari la riprogrammazione della propria mente? E così via.

A proposito. Il romanzo filerebbe senza problemi con il solo pov di Alvin. Ma se provassimo invece a giustapporre il suo pov con quello di un altro personaggio? Il giullare Khedron, per esempio: in teoria un individuo che porta disordine e scompiglio tra gli abitanti di Diaspar, Khedron è però un prodotto del Computer Centrale e in ultima analisi condivide la politica isolazionista. Khedron quindi è in contraddizione con sé stesso e con Alvin – potrebbe aiutarlo a scappare, ma anche metterglisi contro se osasse provare a cambiare lo stile di vita dei diaspariani. Mostrare la vicenda alternando i due punti di vista moltiplicherebbe esponenzialmente i livelli di conflitto del romanzo.
A questa rivisitazione massiccia, poi, andrebbe aggiunto un intervento più di cesello. Per esempio, invece che raccontare che Alvin è speciale, e non è come tutti gli altri, come fa Clarke, mostrarlo attraverso piccoli gesti, fraintendimenti, discrepanze tra il suo modo di comportarsi e quello di tutti gli altri. In questo modo il lettore sarebbe il primo a capire che in Alvin c’è qualcosa di diverso.

A Case of Conscience

Autore: James BlishA Case of Conscience
Titolo italiano: Guerra al grande nulla
Genere: Science Fiction / Hard SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1958
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 200 ca.

Agli occhi dei terrestri, il pianeta Lithia sembra il Paradiso terrestre. E’ graziato da una vegetazione rigogliosa e da un clima mite, da un ecosistema in cui ogni specie vivente ha la sua nicchia ecologica e vive in armonia con tutte le altre, e da una civiltà di lucertoloidi antropomorfi che sembra godere di una moralità naturale e non conosce conflitti. L’esatto contrario della Terra, in cui l’umanità, nel terrore di un’apocalisse nucleare, si è rifugiata sottoterra, in enormi città-rifugio sotterranea, e ogni giorno diventa più nevrotica.
Una commissione di quattro scienziati è inviata su Lithia per decidere se aprire liberi contatti con la Terra: il fisico Cleaver, il geologo Agronski, il chimico Michelis e il biologo Ramon Ruiz-Sanchez. Ma Padre Ramon Ruiz non è solo un biologo; è anche un gesuita, e un dottore di teologia morale. E’ l’anno del Giubileo, e la Chiesa l’ha mandato su Lithia affinché risolva un caso di coscienza: se i lithiani abbiano un’anima, cioè se siano veri homines, accomunati ad Adamo nella caduta nel peccato, e quindi evangelizzabili. Ma in Ramon Ruiz si fa strada un terribile sospetto. Che dietro l’apparente perfezione di Lithia si nasconda il pericolo più grande che la Cristianità, e l’umanità tutta, abbiano mai affrontato.

Perché poteva essere una figata
Per lo stesso motivo per cui A Canticle for Leibowitz è una figata: il conflitto tra le ragioni della scienza e le ragioni della teologia, tra ragione e fede. Questo conflitto è realizzato alla perfezione nella figura del protagonista, Padre Ruiz-Sanchez, che riesce contemporaneamente ad essere un ottimo biologo (e a pensare da biologo) e un fervente cattolico. Ramon è un personaggio complesso, pieno di timori e contraddizioni, il che non è la norma nella fantascienza degli anni ’50.
C’è poi il mistero dell’apparente perfezione di Lithia, che tiene il lettore col fiato sospeso, e il fascino dell’ambientazione (per esempio, giganteschi alberi utilizzati come torri di trasmissione delle onde radio). E ancora, il raro connubio della tematica etico-religiosa, cuore del romanzo, e l’Hard SF. Blish infatti affronta nel libro tutta una serie di argomenti scientifici, come il modo in cui un pianeta con risorse naturali molto diverse da quelle della Terra abbia prodotto una civiltà diversa dalla nostra. In appendice al romanzo, troviamo pure un rapporto che fa una panoramica completa di Lithia, dalla distanza dal suo sole all’inclinazione dell’asse, dal movimento tettonico alla composizione del suolo, alle varie fasi della diffusione della vita sulla superficie del pianeta. Blish è uno che ne sa, e le discussioni tra gli scienziati suonano sempre competenti.

Gesuiti

Gesuiti: pronti a diffondere la buona novella in tutta la Galassia.

Perché invece è un FAIL
Due sono i problemi gravi del libro.
Primo, la quasi totale mancanza di azione. Blish è un professionista dell’infodump, nel senso che è capace di inanellarne anche tre o quattro uno dietro l’altro e che da soli probabilmente superano il 50% del testo dell’intero romanzo. Per il resto, i personaggi parlano, parlano, parlano, o riflettono, ma fanno poco. Azione nel romanzo ce ne sarebbe: ma per qualche strano motivo, Blish tende a tagliare queste parti, per poi farle riassumere nel capitolo successivo, con un dialogo, un pensiero del personaggio-pov o magari un bell’infodump. Una reticenza quasi da tragedia greca.
L’altro problema, è che A Case of Conscience tradisce fin troppo la sua natura di fix-up. Il romanzo infatti è l’espansione di una novella, che costituisce la prima metà del libro. La prima parte, interamente ambientata su Lithia e centrata sulla decisione che devono prendere i quattro scienziati, è anche la più interessante. La seconda invece – prevalentemente ambientata sulla Terra – è un disastro: il tema principale della storia viene sommerso da una marea di sottotrame, divagazioni, episodi isolati. A ciò si aggiunge una moltiplicazione dei pov (alcuni dei quali usa-e-getta), sviluppi banali, e la generale impressione che l’autore stesso non sappia più che pesci pigliare. La conclusione, che in sé sarebbe anche carina e si riallaccia finalmente alla trama principale, dopo quelle cento pagine di noia e schifo suona improvvisata, artificiosa e maldestra.
Tra le altre cose irritanti, i romani che dicono “che be’o” (sì, c’è una parte ambientata a Roma) e la tipa giapponese che si chiama ‘Liu Meid’. Inoltre il romanzo è invecchiato piuttosto male dal punto di vista della tecnologia futuristica – ma questo è un problema che affligge quasi tutta la Hard SF.

Io avrei fatto così!
Innanzitutto da aristotelico quale sono – cioè da amante dell’unità di tempo e di luogo – avrei svolto tutta la storia su Lithia. E’ l’ecosistema di Lithia il cuore della storia, nonché il centro dell’interesse del lettore. Eliminerei quindi tranquillamente tutta la seconda parte  ambientata sulla Terra (e quindi anche il banale personaggio di Egvertchi); l’unica eccezione potrebbe essere la convocazione di Ramon Ruiz a San Pietro, che è una bella scena. In quel caso, Ramon Ruiz potrebbe volare a Roma e poi tornare su Lithia.
Oltre a questo, più azione. Il che non significa sparatorie e inseguimenti, ma semplicemente mostrare il team di scienziati che esplora il pianeta e studia i lithiani, invece di farli stare chiusi in una stanza a discutere. Qualcosa di simile a Stations of the Tide di Swanwick, strutturato come una graduale esplorazione di Miranda da parte del protagonista che, episodio dopo episodio, penetra sempre più a fondo nella natura del pianeta. Si potrebbe quindi anticipare l’inizio del romanzo di qualche settimana (A Case of Conscience inizia durante il penultimo giorno di permanenza del team di scienziati).

Rettiliano

Lithiani e rettiliani: una somiglianza sospetta.

Quanto alla scelta dei pov, si potrebbe raccontare tutto dal punto di vista di Ramon Ruiz, oppure alternarlo con l’altro personaggio interessante del gruppo, l’agnostico Michelis. I vantaggi sarebbero due: poiché gli scienziati sono divisi in due squadre, ciascuno potrebbe fare le proprie esplorazioni e noi le vedremmo entrambe; inoltre vivremmo meglio il conflitto tra il punto di vista religioso e quello agnostico; e ancora, potremmo avere un pov che rimane sul pianeta anche quando Ramon Ruiz vola a Roma. Sull’altro lato, i vantaggi di usare un unico pov sono i soliti: maggiore facilità di immedesimazione e la possibilità di usare un timbro più forte (quello del personaggio-pov) come voce narrante. Quello della trasferta a Roma sarebbe poi un falso problema: Ramon Ruiz potrebbe tenersi aggiornato con Michelis via radio o via messaggi, oppure si potrebbe proprio puntare sulla suspence di non sapere cosa sta succedendo su Lithia in quelle ore cruciali.
Terrei fermi due momenti del romanzo originale: la fine della prima parte – con la discussione dei quattro scienziati circa il destino di Lithia – e il finale. Quanto al finale (e qui seguirà uno spoiler in bianco, che consiglio di leggere solo a chi abbia già letto il romanzo o abbia deciso che non lo leggerà mai), due sarebbero i modi sensati di raggiungerlo: dopo il colloquio col Papa, Ramon Ruiz potrebbe decidere che la cosa migliore per “purificare” Lithia sarebbe appunto di lasciare che quel pazzo di Cleaver la faccia esplodere con tutto l’impianto, e magari potrebbe persino attivarsi per far sì che Cleaver vinca la partita; oppure potrebbe rimanere contrario, ma la sua assenza da Lithia potrebbe far precipitare gli eventi e far vincere il partito di Cleaver. Il risultato sarebbe identico, cioè una versione rivista e migliorata del finale originale.

Now Wait for Last Year

Autore: Philip K. Dick
Titolo italiano: Illusioni di potere
Genere: Science Fiction / Social SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1966
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 220 ca.

Il piemontese Gino Molinari, detto ‘la Talpa’, è il dittatore assoluto della Terra. Un tempo uomo forte e pragmatico, capace di infiammare il popolo dall’alto del suo pulpito, dieci anni di governo l’hanno ridotto a un individuo fiacco e ipocondriaco. Gli Starmen, alieni umanoidi signori di un vasto Impero Galattico, l’hanno costretto a imbarcare la Terra in un’interminabile guerra interstellare con i Reeg, un popolo di insettoni. E ora tutti lo odiano, e il suo fisico ne risente.
Per questo ha fatto convocare a palazzo Eric Sweetscent, chirurgo specializzato nel trapianto di organi artificiali. Per Eric, questa è l’occasione adatta per liberarsi della moglie Kathy, una donna nevrotica e violenta che passa il tempo a farlo sentire una merda e a rovinargli la vita. Ma così facendo, Eric finirà coinvolto negli intrighi della guerra galattica e della corte di Molinari, e scoprirà il singolare potere del dittatore di viaggiare tra realtà parallele e di collezionare copie di sé stesso. E quando il mercato terrestre comincerà ad essere invaso da una droga letale che oltre a creare dipendenza fa viaggiare nel tempo, Eric diventerà l’asso nella manica di Molinari per vincere la guerra…

Perché poteva essere una figata
Perché Gino Molinari e la sua dittatura baraccona sono divertentissimi. In qualità di suo medico personale, Eric può assistere a tutti gli aspetti della sua vita: i parenti che continuano a chiedergli soldi, cariche e favori personali assortiti; la camera dove Molinari tiene il cadavere dell’altro sé stesso; le riunioni umilianti col gelido Frenesky, primo ministro degli Starmen, che pretende dalla Terra un maggiore impegno bellico; le sofferenze di Molinari, affetto da una malattia psicosomatica per cui assume sul proprio corpo tutti i malanni delle persone che lo circondano.
E’ molto affascinante anche il tema del traffico di organi artificiali. Il mondo di Now Wait for Last Year è una gerontocrazia; i vecchi ricconi che possono permettersi i continui interventi, non muoiono mai (o molto, molto tardi). Virgil Ackerman, il superiore di Eric prima che questi passi al servizio di Molinari, è un arzillo centotrentenne a capo di un’enorme multinazionale. Ha talmente tanti soldi che si è comprato un appezzamento su Marte e ci ha costruito Wash-35, una ricostruzione maniacale della Washington della sua infanzia (cioè degli anni ’30).
Se Dick fosse riuscito a tenere più stretti i fili della gerontocrazia, della guerra galattica, e della vita pubblica e privata di Molinari, ne sarebbe nato un romanzo coerente (anche nei temi) e molto piacevole.

Mussolini

L'ispiratore di Gino Molinari.

Perché invece è un FAIL
Ma Now Wait for Last Year soffre gli stessi problemi di molti romanzi di Dick: troppe idee in gioco, troppe sotto-trame, troppa carne al fuoco, e una storia che procede più o meno a caso. Viaggi nel tempo, infiltrazioni di spie, clonazioni, sedute diplomatiche, crisi da overdose, cambi di casacca, il tutto condensato in poco più di 200 pagine – tutto questo sarebbe ingestibile anche per un genio. Alcuni passaggi sono demenziali oltre ogni immaginazione; come quando, viaggiando nel futuro, Eric si imbatte in un protoplasma alieno superintelligente che gli somministra consigli sul suo matrimonio (WTF?).
Nel finale, poi, la trama principale viene completamente abbandonata, e Dick si butta, ancora una volta, sul rapporto tra il protagonista e la moglie psicopatica. EPIC FAIL.

Io avrei fatto così!
Tagliare, tagliare, tagliare. Abbiamo detto che il punto forte del romanzo è la dittatura baraccona di Molinari; allora, via innanziutto le cose che non c’entrano, come la moglie e i problemi coniugali. Non che Dick non sia bravo a riprodurre rapporti di coppia disfunzionali, ma ci sono già fin troppi romanzi al mondo su drammi familiari, mogli abusive e frustrazioni assortite. Eric allora potrebbe essere un semplice scapolone insoddisfatto della propria vita, o desideroso di fare un salto di qualità. Il romanzo potrebbe allora aprirsi su Wash-35, con la proposta di Molinari di andare a palazzo; in questo modo avremmo un’introduzione di uno o due capitoli sul protagonista, il mercato del trapianto d’organi artificiali e una prima panoramica del dittatore; per poi arrivare al cuore del romanzo con il trasferimento a palazzo Molinari.
Eliminerei (o ridimensionerei molto) anche la JJ-180: una droga che contemporaneamente crea dipendenza, ti distrugge il fegato e ti fa viaggiare nel tempo o tra le dimensioni è decisamente troppo (e poi, non è molto intelligente dare ai propri nemici il vantaggio del viaggio nel tempo). Molinari avrebbe bisogno di un’altra fonte dei suoi poteri, ma non è un problema – si potrebbe dargli un potere esp, o una macchina sperimentale o che so io.

In generale, centrerei il romanzo sulla “vita di corte” sotto la dittatura di Molinari. In qualità di suo medico personale, Eric (che lascerei come unico personaggio-pov del romanzo) assisterebbe a ogni momento della giornata e della vita del dittatore, dalle pretese dei suoi parenti alle angherie di Frenesky. Diventando il suo braccio destro, potrebbe aiutarlo a viaggiare tra le dimensioni a raccogliere gli altri sé stessi; potrebbe anche fare da ambasciatore segreto presso i Reeg, così da non lasciare la trama bellica troppo sullo sfondo.
Now Wait for Last Year assumerebbe così i toni di una tragicommedia sulla vita sfigata del dittatore di un pianeta sfigato (nell’ottica della guerra tra gli imperi galattici dei Reeg e degli Starmen).

In conclusione
Vale la pena di leggere questi romanzi? Dipende.
Di regola no, soprattutto se avete poco tempo libero e vi interessa semplicemente leggere un buon libro. Hanno troppe falle.
Ma se ambite a scrivere anche voi narrativa fantastica, o se semplicemente vi interessa studiare la narrativa, allora dovreste provarne almeno uno. Dei tre, A Case of Conscience probabilmente è quello più coerente, e più interessante sul piano filosofico; Now Wait for Last Year quello più divertente da leggere; The City and the Stars, quello con l’ambientazione più suggestiva.
Verificate se ciò che ho detto è vero; se provate fastidio e delusione negli stessi punti in cui lo ho provato io; se vi sembra che effettivamente ci sia del potenziale sprecato; e se le mie correzioni li migliorerebbero, o se bisognerebbe riscriverli in un altro modo ancora. Un romanzo riuscito male può essere un caso di studio utile quanto un capolavoro.
E magari, chissà, qualcuno di voi proverà davvero a scrivere il remake uno di questi romanzi… No, non ci credo, questo non succederà mai ^-^ Ma almeno avrò gettato in voi il germe dell’ “io avrei fatto così!”.
E possa tassobarbasso rivoltarsi nella sua tomba.

Fanfiction yaoi

(1) Un’eccezione che mi viene in mente è la novella Palimpsest di Charles Stross, del 2009; l’autore stesso ha detto che si tratta in buona sostanza di una riscrittura dell’ottimo The End of Eternity di Asimov. Non mi esprimo sulla novella perché non l’ho letta. Da non confondersi con il romanzo omonimo di Catherynne Valente.Torna su

(2) Aneddoto divertente: The City and the Stars è già la riscrittura di un romanzo – Against the Fall of Night, opera d’esordio di Clarke. L’avrebbe riscritto perché insoddisfatto della versione originale. A quanto pare è recidivo.Torna su