The Stanley Parable, o: come sfanculare il narratore onnisciente

The Stanley ParableIn un articolo dell’anno scorso dedicato al film di Tarkovskij Stalker, avevo toccato il tema del raccontato nel cinema. Nei commenti c’era anche chi aveva espresso la posizione che nei film non si può raccontare ma solo mostrare, dato che un film è fatto di immagini.
Questa posizione è sbagliata. Ne è dimostrazione il fatto che gli sceneggiatori anglosassoni abbiano un termine apposito, che impiegano per identificare gli ambiti del raccontato e dell’infodump (due concetti che sono molto vicini e spesso anche sovrapposti nella stessa letteratura): exposition. L’exposition è letta generalmente come difetto della sceneggiatura: un pippone che s’infila nella narrazione e compie i peccati complementari di dare staticità alla scena, rallentare il ritmo e allontanare lo spettatore, annoiato, dalla storia 1. La preoccupazione di uno sceneggiatore è quindi di evitare il più possibile l’exposition.

Ecco tre esempi di raccontato in un film:
– Le didascalie. Scritte che appaiono in sovraimpressione come “Cinque anni dopo”, oppure “New York, 1945”, o ancora quegli indirizzi battuti a macchina a ogni cambio di location tipici della serie X-Files (bei ricordi! A dodici anni lo adoravo). Ce n’è davvero bisogno, se puoi far emergere le stesse informazioni – dove e quando ci troviamo – da dettagli scenici come la scenografia, i dialoghi, l’azione?
– La voce fuori campo di un Narratore che si rivolge allo spettatore, e che in gergo tecnico è detta voice over. Non importa che sia la voce dell’autore o quella di un personaggio della storia, ciò che conta è che il voice over racconta cose e fornisce informazioni invece che lasciare che siano mostrate naturalmente in scena. La mania di utilizzare il voice over all’inizio del film – una sorta di “prologo” cinematografico – è tipica dei fantasy: un genere appestato dal Narratore tanto nella letteratura quanto nel cinema!
– I dialoghi ‘espositivi’ tra i personaggi. Sono la forma meno invasiva di raccontato, perché di base non rompono la finzione narrativa, e vanno più che bene se le informazioni sono presentate in modo naturale, diluite e intervallate da azioni e gesti dei personaggi. Quando però il dialogo diventa un modo innaturale di fornire informazioni, o è poco dinamico, privo di conflitto, o ancora sembra contraddire o reinterpretare ciò che vediamo sullo schermo – e questo era proprio il difetto di Stalker – allora ci troviamo davanti a un caso da manuale del difetto di exposition di cui parlano gli sceneggiatori.

Pensare che il “raccontato” sia un fenomeno legato alla parola scritta è un errore. E’ legato alla narrativa, e quindi possiamo incontrarlo in tutte le arti narrative: la letteratura, il fumetto, il teatro, il cinema, i videogiochi. Sì, anche i videogiochi. E in un videogioco l’intrusione del raccontato mi è particolarmente fastidiosa, dato che dovrebbe essere il medium immersivo per eccellenza. Raramente i film horror mi fanno impressione, ma quanta ansia mi veniva a giocare a Silent Hill, quando col mio povero James, armato solo di una spranga, dovevo farmi largo tra corridoi bui e manichini assassini? E il raccontato in Silent Hill 2 è pressoché inesistente.
Per questo ho salutato con gioia la scoperta dell’esistenza di The Stanley Parable, il gioco in cui puoi prendere il Narratore a sberle in faccia. Forse.

Stanley Parable

The Stanley Parable
Stanley è un uomo felice. E’ l’impiegato 427 di una grande compagnia, ha un ufficio tutto suo, una scrivania e un computer. Il suo lavoro? Premere pulsanti sulla tastiera del computer. Per otto ore al giorno, il computer gli dice quali pulsanti premere e per quanto tempo, e lui lo fa. Non sa perché, ma Stanley non è il tipo che fa domande. E’ felice del suo lavoro, è felice di eseguire gli ordini.
Ma un giorno le cose cambiano. Stanley ha passato un’ora a fissare lo schermo del computer, prima di accorgersi che non stanno più arrivando input. E, aspetta… cos’è questo silenzio? Tutti i suoi colleghi negli uffici accanto sembrano scomparsi. Cosa sta succedendo? Stanley decise di uscire dal suo ufficio e andare a cercare risposte – o almeno, questo è quello che dichiara il Narratore. E se io volessi fare qualcosa di diverso? E se io volessi restare chiuso nel mio ufficio invece di uscire? E se volessi andare a destra quando mi dice di andare a sinistra? Se decidessi di entrare in una stanza in cui mi dice di non entrare? Sono libero di farlo. Ma come la prenderà il Narratore?

Il concetto alla base di The Stanley Parable è semplice: i videogiochi ‘immersivi’ normali creano un’illusione di libertà, facendo credere al giocatore di essere responsabile delle proprie scelte quando in realtà sta seguendo i binari imposti dagli sviluppatori. Perché non fare, allora, un gioco in cui si può disobbedire esplicitamente alla volontà dell’autore, in cui si può scegliere di uscire dal percorso prestabilito?
Il ‘percorso prestabilito’ è qui incarnato dal personaggio del Narratore: un voice over da manuale che introduce il giocatore alla vicenda (con un vero e proprio prologo raccontato!), commenta le sue azioni durante il gioco e gli dice cosa fare. Il giocatore potrà scegliere se obbedire a tutti gli ordini del Narratore – e in questo modo arrivare al finale “ufficiale”, da copione, della storia – oppure se deviare dal percorso e andare a “svelare” l’intelaiatura illusoria del gioco. In altre parole: il conflitto tra raccontato (il Narratore) e mostrato (le azioni del giocatore) è alla base del gioco.


Il trailer ufficiale della versione definitiva di The Stanley Parable

Il gioco nasce nel 2011 come mod del Source Engine di Valve (il motore grafico di Half-Life 2 e Portal). Davey Wreden, ventiduenne programmatore alle prime armi, lo realizza interamente da solo, con la sola collaborazione di Kevan Brighting, che fornisce la (sexissima) voce del Narratore. Wreden non aveva particolari ambizioni, se non di creare qualcosa di divertente che potesse far “riflettere” i giocatori; ma la mod riscuote un successo assurdo.
Spinto dai fan, Wreden mette in piedi un piccolo team e comincia a lavorare a una completa revisione del progetto. La versione definitiva del gioco (con restyling grafico, una rivisitazione delle meccaniche, nuove musiche e un’espansione del mondo di gioco) è uscita ad Ottobre 2013 ed è quella che si può comprare su Steam.

Ma che cos’è, in poche parole, The Stanley Parable?
1. È metanarrativa. Non solo il narratore esterno è una presenza costante, ma ci sono un sacco di scene in cui viene rotta la quarta parete e il Narratore si rivolge direttamente al giocatore. L’ambientazione di The Stanley Parable non ha praticamente senso se non come manifesta finzione narrativa in cui si discute di narrazione e di videogiochi.
2. Non è un “gioco” in senso stretto. Non ci sono puzzle, non c’è azione, non ci sono delle vere sfide che il giocatore debba superare (se non degli ending nascosti che richiedono di osservare attentamente l’ambiente di gioco e sperimentare con tutto). Si gioca per godersi l’ambientazione e per mettere alla prova il Narratore contraddicendolo e cercando di fare tutto quello che si può fare; insomma, è più una “esperienza interattiva” (per quanto il termine sia orrendo) che non un “gioco”.
3. È breve. Se si segue il percorso principale senza perdere troppo tempo con gli oggetti che si incontrano lungo la strada, il gioco non dura più di dieci-quindici minuti. Poi uno si sbizzarrisce a provare le varie alternative e a cercare tutti gli ending (sono oltre una decina!), ma nel giro di un pomeriggio si esplora tutto l’ambiente di gioco. Quando si smetterà di giocare dipende molto da quando ci si stuferà dell’atmosfera di Stanley Parable.

The Stanley Parable bivio

Una sintesi della filosofia di The Stanley Parable.

L’atmosfera del gioco è bellissima. Gli uffici vuoti, nella loro semplicità, nella banalità dei corridoi dipinti di bianco, delle scrivanie e delle fotocopiatrici, accompagnati dalla voce del Narratore, sono un mondo suggestivo in cui muoversi. Una vena di umorismo in stile Portal attraversa tutto il gioco: dal rapporto tra Stanley e il Narratore, che riecheggia quello tra Chell e GlaDOS, ai poster stile ‘demotivational’ che tappezzano le stanze e i corridoi (“Do not lie. If you’re lying right now, stop”), all’esagerazione grottesca dell’ipocrisia aziendale.
Rimanete troppo a lungo in un luogo o tornate indietro, e il Narratore farà qualche commento sulla vostra stupidità. Ricominciate una partita (dopo un ending, o dal menu di pausa), e la seconda volta il Narratore potrebbe dire cose diverse rispetto alla prima. O potreste ricominciare in una stanza diversa da quella di avvio. O l’ordine delle stanze potrebbe essere cambiato, o i corridoi potrebbero dilatarsi o andare in direzioni diverse. E sono tutte queste piccole chicche, a fare di un gioco così piccolo e breve un’esperienza così piacevole; talmente piacevole che anche dopo aver fatto tutto quel che si poteva fare ne volevo ancora.

Certo, The Stanley Parable non è perfetto. Cercando in Rete troverete quasi solo complimenti su questo gioco, ma non mi sembra una visione del tutto obiettiva. La verità è che ha un difetto che colpisce proprio nel cuore della sua stessa filosofia: vuole essere un discorso sull’illusione della scelta nei videogiochi, ma finisce per trasmettere la stessa sensazione di presa in giro. Perché? Perché le scelte importanti – cioè quelle che non si risolvono in una gag del Narratore o in un easter egg, ma che cambiano il corso della trama e indirizzano verso una o più ending differenti – sono poche, e in genere si risolvono in una struttura a bivio (fai X oppure fai Y); al di fuori di questi bivi, ci si trova su altrettanti binari che non nei giochi classici. Una volta saldamente indirizzati verso un ending, non si può far altro (a meno di fare restart) che procedere lungo la retta prestabilita sino al finale.
Non solo. Il difetto forse più grave, è che questi ending sono gestiti con una certa arbitrarietà. Il giocatore potrebbe sentirsi forse un po’ più in controllo se i finali a cui arriva fossero una diretta conseguenza del percorso che sceglie: se invece di andare nell’ufficio del mio capo vado nei magazzini, voglio che il mio finale abbia a che fare col mio essere andato nei magazzini. Invece, il Narratore fa un po’ il cazzo che gli pare. Come un vero deus ex machina, dà alla narrazione la piega che vuole, fa fare al mio personaggio quello che vuole, altera la realtà, mi teletrasporta di qua e di là, e quindi in definitiva rende le mie scelte prive di significato. Esplorare le varie possibilità è divertente (anche perché l’autore ha un sacco di idee assurde), ma non si è mai abbandonati dalla sensazione che le proprie scelte non abbiano valore, e di essere in balia di qualcun altro. 2

Stanley Parable Adventure Line

Segui la linea, Stanley, e sarai libero.

Ora, si potrebbe dire che l’autore l’abbia fatto coscientemente. Wreden vuole dimostrarci l’illusorietà della scelta nei videogiochi proprio mostrandoci che, qualunque cosa facciamo, non siamo veramente in controllo della storia. Stanley è sempre vittima del Narratore; qualunque cosa scegliamo nel videogioco, la possiamo fare solo perché gli sviluppatori l’hanno prevista. Mentre un normale gioco “immersivo” cerca di occultare questo fatto, The Stanley Parable te lo sbatte in faccia. Alcuni passaggi del gioco – come le battute finali del Museum Ending o dell’Apartment Ending – sembrano suggerire proprio questo.
Oppure possiamo pensare che Wreden non se ne sia reso conto e questa sia davvero una contraddizione involontaria del gioco. In ogni caso, a fine partita rimane – o almeno, a me è rimasta – una sensazione di insoddisfazione. Come a dire: “Manca qualcosa”, o “Partendo da questa idea, si poteva fare di più”. Come discussione sul tema della scelta, quindi, The Stanley Parable è piacevole ma non rivoluzionario, e non del tutto riuscito. Lo trovo invece molto più interessante se lo vediamo come discorso sul conflitto tra raccontato e mostrato – anche se con ogni probabilità questa non era l’intenzione cosciente di Wreden. Ci troviamo di fronte a due porte, e il Narratore ci racconta: “il giocatore va a sinistra”. Ma i nostri occhi ci danno un input differente: “potrei andare anche a destra, nulla sembra impedirmelo”. E posso andarci davvero: il gioco non me lo impedisce fisicamente. E quando succede, il nostro cervello conclude: “Posso fare quello che vedo anche se mi viene detto che non lo posso fare”. Le possibilità che ci sono mostrate prevalgono sul percorso che ci viene detto di prendere.

Il mio The Stanley Parable
Facciamo un esercizio di stile. Come avrei risolto io il problema cui ho accennato sopra, ossia il fatto che le varie biforcazioni del gioco e i finali a cui portano appaiano arbitrari e non del tutto soddisfacenti? Il punto cruciale, come ho già detto, è che il Narratore appare onnisciente e intoccabile – le scelte perdono di significato perché lui può fare quel che vuole. Ma se non fosse così…? Se si potesse veramente inculare il Narratore?
La mia prima soluzione, quindi, sarebbe fare del Narratore un personaggio interno all’ambientazione anziché un essere esterno. Magari è un supercomputer senziente al centro dell’edificio – modello GlaDOS o Hal9000 – magari è semplicemente un tizio chiuso in una stanza che parla a Stanley mediante altoparlanti nascosti in tutte le stanze e lo osserva tramite telecamere. Fatto sta che è un corpo fisico, e quindi può essere combattuto e sconfitto. Uno dei finali potrebbe portare proprio a svelare questo segreto e quindi a vincere sul Narratore e a riprendere il controllo della propria vita.

Umorismo di The Stanley Parable

Un paio di esempi del tono del gioco.

Il che ci porta a riconsiderare tutta la struttura del gioco. The Stanley Parable diventa una partita a scacchi tra il Narratore e noi, e gli ending si dispongono in modo gerarchico. Al livello più basso della gerarchia c’è il finale in cui assecondiamo tutte le scelte del Narratore: non c’è conflitto e lui vince facile. Saliamo di livello gerarchico quando cominciamo a disobbedire e a prendere direzioni diverse. Il Narratore non si lascia sconfiggere facilmente, e cercherà con ogni mezzo di riportarci sulla retta via o al limite di renderci inoffensivi; starà al giocatore disinnescare ogni suo tentativo e capire come fare a sconfiggerlo.
Scegliere come e quando disobbedirgli non sarà più arbitrario, frutto della pura curiosità, ma dovrà discendere da un ragionamento: quali sono le scelte migliori per vincere contro il Narratore? Scelte migliori porteranno a finali migliori. Ci sarà magari un ending in cui si riesce a fuggire dall’edificio, ma senza aver smascherato il Narratore e il mistero che aleggia intorno a lui; un altro in cui lo si “disattiva”; un altro in cui Stanley si sostituisce a lui e diventa un nuovo Narratore per nuove vittime. Sto inventando, ma l’idea è quella: scegliere, e cosa scegliere, e quando scegliere, conta ai fini del risultato finale.

Certo, si potrebbe obiettare che in realtà, anche sconfiggendo il Narratore e dando a Stanley la possibilità di essere padrone delle proprie scelte, ci si sta ancora illudendo. Si rimane comunque prigionieri delle possibilità offerte dagli sviluppatori; dall’architettura del gioco e dai suoi muri, visibili e invisibili. Ma questi sono paradossi dai quali non si può uscire – e in cui, del resto, è anche divertente sguazzare.

The Stanley Parable Heaven

Sì. Nel gioco succede anche questo.

In conclusione
Benché non sia perfetto, The Stanley Parable è comunque un gioco che ha monopolizzato la mia attenzione per una giornata, e i miei pensieri per un altro paio. Ma vale la pena comprarlo? Come accennavo, il gioco è in vendita su Steam a 11,99 Euro, sia per PC che per MacOS. Un po’ caro, considerata la brevità dell’esperienza e la natura particolare del gioco. Probabilmente una cifra compresa fra il 6 e i 10 Euro sarebbe più digeribile.
Se le mie parole fin qui hanno stuzzicato la vostra curiosità, cominciate scaricando (alla stessa pagina) la Demo gratuita. È una demo molto insolita. Data la natura del gioco, non era possibile isolarne dei pezzi da far provare al giocatore (Wreden ci aveva provato, con risultati pessimi); così, l’autore ha creato una cosa completamente nuova che trasmettesse al giocatore il mood del gioco originale. C’è il Narratore, ma per il resto nessuno degli ambienti della demo appare nel gioco completo. Anche a livello di meccanica i due prodotti non si assomigliano, dato che la demo viaggia tutta su un unico binario e le scelte che si possono compiere sono minime. Ciò che la demo invece cattura con successo di The Stanley Parable sono l’atmosfera, l’umorismo, lo spirito di fondo. E poi c’è il gioco “Eight”, che è qualcosa di bellissimo.

Il mio consiglio per godersi al meglio The Stanley Parable? La prima volta, siate obbedienti. Fate tutto ciò che il Narratore vi dice e arrivate al finale standard.
Siete soddisfatti? Non vi è rimasto un senso di incompiuto addosso…? Bene. Allora stavolta trasgredite, e divertitevi a vedere cosa succede.


EIGHT.


(1) In realtà, in origine “exposition” era un termine neutro per designare una modalità narrativa, ma nel corso del tempo nel mondo degli sceneggiatori ha finito per assumere questa connotazione dispregiativa.Torna su


(2) Ci sono poi altri piccoli difetti minori, come la trascuratezza inspiegabile di alcuni passaggi del gioco. Per esempio, nell’Apartment Ending, la transizione dalla stanza del telefono all’appartamento. Perché è stata fatta in modo così posticcio, al risparmio? Non si potevano trovare soluzioni più eleganti?
Chessò: la moglie risponde al telefono, c’è una breve conversazione, dopodiché si apre una porta all’altro capo della stanza (oppure si riapre quella da cui è entrato Stanley) che dà sul corridoio dell’appartamento. Data la natura aleatoria del mondo di gioco, nessuno si stupirebbe di questa scelta; e in più avremmo la sensazione di arrivarci con le nostre gambe, invece di essere vittima di un “teletrasporto” senza senso che interrompe la continuità del viaggio di Stanley.

In un gioco così curato, queste saltuarie cadute di stile sono incomprensibili e tristi.Torna su

Cinque incipit per l’anno nuovo

Happy New Year SpidermanAnsen Dibell, nel suo manuale Plot, è piuttosto chiaro:

Any departure from linear, sequential storytelling is going to make the story harder to read and call attention to the container rather than the content, the technique rather than the story those techniques should be serving. […] Don’t use a frame or a flashback if the story can be well told by following the King of Hearts’ advice: “Begin at the beginning, and go on till you come to the end: then stop.” 

Mentre leggevo quelle righe, nel lontano 2009, contemplavo la struttura del romanzo che da qualche mese tentavo di scrivere. Nel romanzo c’era questo tizio che, durante un viaggio in barca su un fiume in terre selvagge (molto Cuore di tenebra) raccontava ad altri due tizi una storia. Questa era la cornice. Poi c’era la storia raccontata dal tipo, che in realtà erano due storie: la storia di come quattro tizi si erano imbarcati in un’avventura assurda ai margini della civiltà, e la storia di uno dei quattro che, rimasto solo, andava in giro trascinandosi dietro un cadavere. Il lettore ovviamente doveva essere avvinto dall’interrogativo: com’è che questo qui è finito ad andare in giro trascinandosi dietro un cadavere? Cosa sarà mai successo? E poi, naturalmente, c’era la backstory individuale di ciascuno dei quattro tizi del racconto nel racconto, in cui poco alla volta venivano alla luce i loro torbidi problemi. Come se non bastasse, la cornice in realtà non era una cornice: mano a mano che si procedeva nel romanzo, in essa succedevano sempre più cose e alla fine doveva diventare la storyline principale. Quella dove tutti i nodi vengono al pettine.
Quattro timeline parallele, con una storia che salta da una all’altra capitolo dopo capitolo. Insomma, ero un maestro della linearità e della storia che si legge per il gusto della storia. Non c’è da sorprendersi che abbia velocemente mandato affanculo i pochi capitoli che ero riuscito a scrivere.

Plot - Ansen Dibell

Plot di Ansen Dibell. Il libro che ti farà sentire una merda.

Da allora il copione si è ripetuto più volte. In quattro anni, ho scritto qualcosa come dodici primi capitoli. Tutti di storie diverse. Diversi li ho distrutti, altri li ho tenuti – per ricordo, o come monito, o perché credevo ancora nella storia che c’era dietro (e che un giorno potrei ancora scrivere, se ne diventassi capace).
Scrivere primi capitoli è molto divertente: le possibilità sono tutte aperte, e anche se hai una traccia in testa da seguire, puoi ancora scrivere qualsiasi cosa. Man mano che si va avanti con la storia, le possibilità si chiudono, il percorso diventa sempre più obbligato. E tutte le magagne strutturali (o anche più semplicemente una prosa di merda) vengono alla luce, perché sono scritte nero su bianco. L’abbandono per perdita della pazienza è inevitabile.

Questa cosa dei primi capitoli divertiva molto Siobhàn. Una volta mi disse: “Perché non prendi tutta quella roba, e fai un libro di primi capitoli? Magari è la storia di uno scrittore sfigato e depresso che non riesce ad andare oltre il primo capitolo”. Feci finta di non aver colto l’osservazione implicita (mica tanto) sulla mia condizione, e mi misi piuttosto a sviluppare l’idea. “Potrebbe essere una storia che corre su due binari! Da una parte, la vita dello scrittore (capitoli dispari); dall’altra, i primi capitoli che prova a scrivere (capitoli pari). Però dovrebbe esserci qualche legame tra gli uni e gli altri; non posso semplicemente buttare a random i primi capitoli che ho scritto. Magari ogni primo capitolo dovrebbe echeggiare episodi paralleli della vita dello scrittore. Certo, potrebbero essere riflessi psicologici (fatti triviali della vita dello scrittore che diventano materia per le sue trame fantastiche; e al perdere di interesse verso il fatto scatenante, lo scrittore perde interesse anche nella storia che ne è nata e per questo si interrompe al primo capitolo!). Ma fermarsi al piano psicologico è banale. Perché invece non creare un legame reale tra i primi capitoli fittizi e la vita personale dello scrittore? C’è una strana corrispondenza metafisica tra il mondo reale e le storie che scrive… Un mistero che è possibile dipanare solo incrociando le informazioni fornite nei capitoli dispari e in quelli pari… Forse nessuno dei due mondi è reale… Però allora i primi capitoli che ho già scritto non vanno bene. Li avevo scritti senza creare un legame tra di loro. Ne dovrò creare altri apposta, già predisposti per questa trama. Gli altri li dovrò buttare…”. Siobhàn alza gli occhi al cielo.
Insomma, mi ero sabotato fin dall’inizio. Ma in realtà è stata una fortuna –  sarebbe stata una trama orribile. E poi l’ha già fatto Calvino, e pure sul suo libro ci sarebbe da discutere.

Italo Calvino

Italo Calvino: praticamente, un incrocio tra Bersani e Bilbo Baggins.

Ma perché buttare il bambino con tutta l’acqua? E quale modo migliore di inaugurare un nuovo anno di Tapirullanza, se non con una rassegna di incipit di alcuni di quegli infami primi capitoli? Domande che fanno girar la testa.
Per la vostra gioia qui di seguito vi presento diversi incipit tra le 150 e le 190 parole, quasi tutti di annate diverse, tutti accompagnati dal titolo provvisorio. Potrei dire che lo faccio perché sono un narcisista, ma basta darci un’occhiata per capire che in realtà lo faccio perché non ho senso del pudore. La maggior parte di questi incipit sono veramente orrendi (i primi sicuramente!), una collezione di perle dall’uomo che parla come un libro stampato (e vagamente tolkeniano nel suo soffermarsi sulla vegetazione) agli As you know Bob nei monologhi interiori (“come Isak sapeva”), da piogge di avverbi e doppi aggettivi a metafore roboanti. Capolavoro!
E lasciamo stare il mio gusto per i nomi propri.

«Ecco. È successo proprio là, sul fianco di una di quelle montagne, ai piedi di quei dirupi di parete rocciosa» ci dice una sera il nostro ospite, indicando i picchi lisci e dritti che si ergono sopra le chiome degli alberi e le basse montagne attorno a noi. «Dovunque sterpaglia gialla, bruciata dal sole – è successo d’estate, sapete. I prati – immaginateveli – sono punteggiati qua e là da sassi squadrati, macchie verdi di rovi, e piccoli grappoli di alberi. Più in basso, forse un centinaio di metri più in basso, c’è il bosco vero e proprio, ma lui è troppo stanco per raggiungerlo, specie con quel cadavere che deve portarsi sulle spalle. Saranno le nove di mattina e il sole è ancora basso, quasi sfiora le cime delle montagne; però comincia già a fare caldo, e lui sa che tra poco farà un caldo dell’inferno. Per di più sopra la sua testa pendono quei picchi affilati come figure geometriche, dandogli la sensazione che potrebbero franargli addosso in qualsiasi momento. E tenete conto che non mangia da qualcosa come trentasei ore.»
(Problema matematico attorno al corpo della donna amata, 2009)

D'Alema

“Che minchia mi stai facendo leggere?”

Appena uscito dal treno, Isak realizzò che cosa fosse Eh-Eh-Ototoi. File e file di rotaie si stendevano davanti e dietro di lui. Non correvano perfettamente parallele l’una accanto all’altra, ma piegavano leggermente verso l’interno della città; e questo perché, come Isak sapeva, la ferrovia circondava completamente la città. Il cielo era fittamente solcato di cavi dell’alta tensione, attraversati con ritmo incessante dai pantografi dei vagoni in entrata e in uscita. Una lussureggiante vegetazione di tralicci intervallava la piatta monotonia grigia di quel paesaggio.
Se qualcuno avesse solcato la città dall’alto di un elicottero, venendo dalla periferia, la prima cosa che avrebbe visto sarebbe stato lo sterminato intrico di scambi ferroviari che come serpenti sinuosi si allungavano verso le banchine. Queste si estendevano, sterminate rette di cemento assediate dai binari e dalle processioni di pali e cavi, anche per mezzo chilometro prima di entrare nella stazione.
(La città dei seicentododici dèi, 2010)

La cupola spicca in mezzo agli alberi come sangue in una chiesa. Le lisce pareti bianche riflettono la luce del sole al punto che Cadmio deve schermarsi gli occhi con la mano guantata.
Vattene, Cadmio.
Il cervello si mette in moto da solo, gli occhi saettano a sinistra e a destra nelle fessure che ha aperto tra le dita: altezza 6,50 metri, diametro 18,30 metri.
L’uomo si ferma contro un albero, a distanza di sicurezza. I suoi occhi hanno già tracciato una griglia di quadrati di 5 metri di lato l’uno, bianchi come il gessetto sulla lavagna dell’Accademia. Un quadrato di 80 metri di lato avente al centro il centro della cupola, e i suoi piedi proprio a un passo dal bordo.
Ansima; con la mano libera si preme la coscia destra. Distoglie lo sguardo dal bianco della cupola e chiude gli occhi. Dolore e stanchezza cancellano cifre e quadrati, riempiono il suo universo.
Il dolore è un nodo che gli strizza la coscia; filamenti incandescenti si irradiano giù, fino al ginocchio, onde ritmiche gli lambiscono la caviglia. Si massaggia il punto in cui ha battuto cadendo dal dorso dell’iguana, anche se la cotta di maglia e l’imbottitura di cuoio gli impediscono di arrivare al livido.
Fottuta iguana.
(Dilemma della stanza bianca, 2012)

Cello è seduta sulle panche della chiesa, seconda fila, e il direttore le stringe una spalla con la mano, il braccio attorno alla schiena. Le candele sono spente e la luce filtra dalla cupola di vetro sopra l’abside. Cello si tortura le labbra tra gli incisivi.
Sorella Delia è in piedi davanti alla prima fila, un braccio poggiato sullo schienale della panca, le dita nodose che torcono il legno. Il busto è piegato verso destra, in una posa innaturale, l’altra mano stretta sul fianco. Sorella Delia volta la testa. La guarda con apprensione, le linee sulla fronte che si ispessiscono. Sembra dirle, Cos’hai combinato? Cello abbassa lo sguardo.
Ha sbagliato qualcosa? La schiena è dritta. Le mani sono raccolte in grembo, chiuse a coppa nella posizione della preghiera. Le unghie affondano nella carne, ma questo sorella Delia non può vederlo.
Passi rompono il silenzio. È il cappellano, lo vede con la coda dell’occhio. Si avvicina al direttore, allarga le braccia. La bocca si schiude come per dire qualcosa, ma non dice niente. Il direttore scuote la testa.
(Francis Bacon aveva ragione!, 2013)

Francis Bacon

L’uomo che dobbiamo ringraziare per l’esistenza dell’espressione “esperimento cruciale”. E per tutte le opere di Shakespeare, ovviamente.

Sotto il cielo livido, la torre inclinata del Woolworth Building sembra un dito puntato verso l’oceano. Le onde si frangono contro le finestre, la schiuma si addensa attorno a una guglia affiorante a pelo d’acqua. Più oltre, contro l’orizzonte si stagliano gli scheletri pallidi dell’Irving Trust Company Building e del palazzo della Bank of Manhattan.
Plic. La goccia gli scivola lungo il profilo dell’orecchio; un’altra gli pizzica la punta del naso. Noah si rimette il cappuccio, un gesto meccanico.
La linea dell’orizzonte è ancora vuota – acqua, acqua, acqua. Sospira. Appoggia la nuca contro il parapetto della terrazza panoramica, la schiena rivolta all’oceano. La luce lampeggiante del faro in cima all’Empire State gli ferisce gli occhi. Uomini si muovono sulle impalcature, grandi come formiche, ma le luci rosse sono ancora spente.
Ci sono uomini anche ai piedi dell’Empire, sulla banchina di legno. Due barche stanno lasciando i pontili, un battello è fermo aspettando di poter entrare nel dedalo di moli. Un uomo esce dal vano di una finestra. Tira un carrello con sopra impilate due casse di legno; le ruote seguono la pendenza di una passerella che taglia il davanzale. Merce da portare a Londra; probabilmente sono altre sirene.
(Quando Londra venne a New York, 2013)

Vedendo questi incipit uno di fianco all’altro, leggo un cambiamento nel tempo. All’inizio prediligevo le lunghe descrizioni statiche in campo lungo, con pov simil-onnisciente – errore classico da principiante – mentre negli anni ho cominciato a filtrare le scene attraverso il personaggio pov (anche quando descrivo l’ambiente), a rendere le descrizioni dinamiche e ad inserire da subito degli hook che potessero incoraggiare a proseguire. Ho cercato di suscitare la curiosità del lettore su domande precise: perché la povera Cello è così tesa, perché entra l’acqua nei grattacieli di Manhattan (o almeno quella era la mia intenzione). Chi se ne frega dei sinuosi scambi ferroviari della città del secondo incipit!
Solo su una cosa non sono stato sincero. L’ultimo brano non è tratto da un primo capitolo orfano. E’ l’incipit di un racconto che ho finito da qualche mese, e che attualmente è in fase di revisione. Avendo fallito con le opere di ampio respiro, mi sono detto: perché non allenarmi con qualcosa di più breve e di più gestibile dal punto di vista della trama? Non so che forma avrà il racconto quando sarà davvero pronto; magari sarà completamente trasformato. Ma quando sarà, mi piacerebbe pubblicarlo sul blog. Chissà che la forma del racconto non mi porti fortuna e che non ne seguano altri.
Propositi per l’anno nuovo? Articoli meno autoreferenziali

Di passaggio, mi accorgo che in questo momento sul mio WordPress ci sono 20 articoli in bozza. Le cattive abitudini sono dure a morire.

Bonus Track: Something Wicked This Way Comes

Something Wicked This Way Comes

Autore: Ray Bradbury
Titolo italiano: Il popolo dell’autunno
Genere: Horror / Fantasy / Fairytale Fantasy / Literary Fiction / Young Adult
Tipo: Romanzo

Anno: 1962
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 270

Difficoltà in inglese: ***

First of all, it was October, a rare month for boys. Not that all months aren’t rare. But there be bad and good, as the pirates say. Take September, a bad month: school begins. Consider August, a good month: school hasn’t begun yet. July, well, July’s really fine: there’s no chance in the world for school. June, no doubting it, June’s best of all, for the school doors spring wide and September’s a billion years away.
But you take October, now…

Un legame speciale unisce William Halloway e Jim Nightshade. Will, dai capelli color del grano e gli occhi chiari come la pioggia d’estate, è nato il 30 Ottobre, un minuto prima di mezzanotte; Jim, dai capelli selvatici e gli occhi verdi come l’erba, è nato il 31 Ottobre, un minuto dopo mezzanotte. Vicini di casa dalla nascita, nella sonnacchiosa cittadina di Green Town, Illinois, sono amici inseparabili, e tutto quello che sanno l’anno imparato l’uno dall’altro. Ma ora, a quattordici anni, sul finire del mese di Ottobre, la loro infanzia sta per finire.
Perché a Green Town sta arrivando il carnevale. Un carnevale itinerante che porta con sé le più bizzarre meraviglie, da un labirinto di specchi che non sembra avere fine a una vecchia cieca dai poteri sovrannaturali, e soprattutto Mr. Dark, l’impresario – un uomo dagli occhi di fuoco e con tatuaggi che gli coprono tutto il corpo, tatuaggi che sembrano vivi e si muovono con lui. Gli abitanti di Green Town cominciano a comportarsi in modo strano dopo l’arrivo del carnevale, e nonostante le proteste di Will, Jim rimane stregato da Mr. Dark e dalle energie che sembrano spirare dalle sue attrazioni. Cosa ne sarà del loro rapporto? Al compiersi del quindicesimo anno d’età, Will e Jim non saranno più gli stessi.

Di tutti gli autori associati al fantastico e soprattutto alla fantascienza, Ray Bradbury è forse il più famoso in assoluto. Ma se romanzi come Cronache Marziane e Fahrenheit 451 sono celebri anche in Italia, e se molti dei suoi racconti migliori si sono fatti largo fino nelle antologie scolastiche, questo Something Wicked This Way Comes rimane ampiamente ignorato dalle nostre parti. E dire che negli States è considerato un’opera seminale, la fonte di ispirazione dichiarata di una pletora di scrittori di horror e urban fantasy come King e Gaiman. Mi sembrava giusto, quindi, far conoscere questo romanzo e di passaggio dire la mia.
La premessa di Something Wicked This Way Comes è classica: qualcosa di caotico e maligno irrompe nella vita quotidiana, e due ragazzini si trovano soli ad affrontarlo, mentre gli adulti non sembrano rendersi conto del pericolo. Ma combattere la minaccia è anche un rito di passaggio dall’infanzia all’età adulta. La storia di Bradbury ha molto del romanzo per ragazzi, ma si capisce che vuole essere qualcosa di più; una di quelle storie di formazione che può essere letta a tutte le età e con più livelli di lettura. Vedremo se gli è riuscito.

Ray Bradbury quotes

Stanno arrivando.

Uno sguardo approfondito
Basta leggere le prime righe per rendersi conto che a Bradbury non gliene può fregare di meno dell’immersività totale, e che piuttosto appartiene alla scuola di Vonnegut e Calvino. Ecco come ci parla di Will e Jim, nel secondo capitolo, quando si incamminano verso la biblioteca pubblica: “Like all boys, they never walked anywhere, but named a goal and lit for it, scissors and elbows. Nobody won. Nobody wanted to win. It was in their friendship they just wanted to run forever, shadow and shadow.” Il suo narratore è un narratore onnisciente e invadente, che va ora da questo e ora da quel personaggio, li commetta, racconta le loro emozioni, si lancia in flashback e flashforward, snocciola raffinate metafore.
Ma se Vonnegut lo faceva per ottenere l’effetto comico, e per trasmettere un’atmosfera satirica ai suoi romanzi, Bradbury punta a fare della poesia in prosa. Sotto la sua penna, una sensazione sgradevole diventa una nuova Era Glaciale, la madre di Will diventa una rosa in una serra in una giornata d’inverno, la voce del padre una mano che si agita delicatamente in aria e il volo di un uccello bianco. Tutta una serie di personaggi – da Mr. Fury, il misterioso venditore di parafulmini fenici, a Mr. Dark, il maligno impresario del carnevale – si esprimono come poeti. Ecco il padre di Will, che di mestiere fa il bibliotecario, che saluta i ragazzi quando vengono a trovarlo alla biblioteca:

‘Is that you, Will? Grown an inch since this morning.’ Charles Halloway shifted his gaze. ‘Jim? Eyes darker, cheeks paler; you bum yourself at both ends, Jim?’
‘Heck.’ said Jim.
‘No such place as Heck. But hell’s right here under ‘A’ for Alighieri.’
‘Allegory’s beyond me,’ said Jim.
‘How stupid of me,’ Dad laughed. ‘I mean Dante. Look at this. Pictures by Mister Doré, showing all the aspects. Hell never looked better. Here’s souls sunk to their gills in slime. There’s someone upside down, wrong side out.’

In conseguenza di questo stile, tutti i movimenti e i gesti dei personaggi appaiono stilizzati, come delle coreografie, tutti i dialoghi suonano sagaci, ma artefatti. A volte così facendo, lo devo ammettere, Bradbury riesce a creare dei begli effetti; ad esempio la scena in cui Will e Jim, circondati da poliziotti nel tendone da circo del carnevale, si vedono arrivare di fronte, introdotto da Mr. Dark, il grottesco Mr. Electrico: un uomo talmente vecchio che pare morto, legato a una sedia elettrica da cui sta per partire una scarica da centomila volt. O il misterioso Mr. Fury, il venditore ambulante di parafulmini magici con iscrizioni fenicie che parla per enigmi. O la Strega della Polvere, capace di togliere la voglia di vivere agli individui con la sua sola presenza…
Certo, chi ormai si è abituato alla Bizarro Fiction o al New Weird troverà abbastanza innocue le invenzioni di Bradbury. Eppure, inserite nel contesto di tranquilla normalità di Green Town, alcune di queste colpiscono davvero. E la prosa ornata di Bradbury, benché il più delle volte non faccia altro che distrarre dalla storia, talvolta riesce ad aggiungere fascino alle sue creature.

Ray Bradbury quotes

Chi esce meglio da questo modo di scrivere, comunque, sono i personaggi. Nonostante Bradbury li presenti come degli archetipi ambulanti e li carichi di simboli (basti solo pensare ai protagonisti: il ragazzo dai capelli chiari e in ordine nato un minuto prima di mezzanotte, il ragazzo dai capelli scuri e disordinati nato un minuto dopo mezzanotte, così diversi eppure così uniti; più yin e yang di così…), hanno una loro tridimensionalità, e un carattere coerente che ci viene mostrato dai loro comportamenti, oltre che raccontato dal Narratore Onnisciente. Jim è un ragazzo impulsivo suo malgrado, prova un’attrazione incontrollabile per le ambiguità e le stranezze del mondo adulto, ma al tempo stesso se ne vergogna e vorrebbe ‘addomesticarsi’; Will invece è terrorizzato all’idea di rimanere indietro, vede Jim che si allontana verso il mondo dei grandi e si chiede perché a lui non succeda lo stesso.
Ancora più riuscito, a mio avviso, è il rapporto padre-figlio tra Will e Charles Halloway. Mentre molto del setting iniziale di Something Wicked This Way Comes sembra un idillio bucolico, la vita perfetta e stereotipica da piccola borghesia di una cittadina di campagna, il legame di Will con suo padre parte già strano. Charles è un tipo umile, stralunato, dall’aria fragile, il genere di padre per cui non puoi provare rispetto ma imbarazzo, perché sai che non sarebbe in grado di difenderti (per mancanza di coraggio o di attenzione); e lui e Will non hanno un gran rapporto. Ma gli eventi messi in moto dall’arrivo del Carnevale li avvicineranno. E il discorso di Charles Halloway a suo figlio, sul Bene e sul Male, e sul rapporto tra moralità e felicità personale, è molto più ambiguo e realista, molto più cinico di quel che mi aspettassi. Bradbury riesce a evitare di essere melenso e fasullo, e il risultato è bello.

Peccato che non duri. Il conflitto centrale del romanzo alla fine non è altro che la lotta tra il Bene e il Male; le istanze positive e negative vengono personificate, e questo lascia ben poco spazio all’ambiguità morale. I buoni non vincono con la forza, o con l’astuzia, ma per superiorità etica; e alla fine la forza per trionfare sui nemici verrà dalle emozioni. In questo si riconosce subito l’influenza che il romanzo ha avuto su scrittori come King, in cui è onnipresente il concetto di Male assoluto, e dove spesso e volentieri lo strumento per vincere il suddetto Male sono le istanze psicologico-filosofiche del protagonista piuttosto che metodi concreti. Cioè la cosa che amo di meno tanto in King quanto in Bradbury e negli altri suoi epigoni.
Uno potrebbe obiettare però che ogni scrittore nella sua opera può adottare il sistema di valori che preferisce. Per carità. Non si può negare, invece, che il plot del romanzo soffra di alcune incoerenze strutturali e occasioni sprecate. Bradbury dissemina la storia di hook che poi si dimentica di usare, e che lasciano il lettore con un palmo di naso. Il primo capitolo, per esempio, si apre (in modo abbastanza riuscito) col personaggio di Mr. Fury, che fa rivelazioni profetiche ai due ragazzi e dona loro un parafulmini dai poteri misteriosi. Tutto farebbe pensare che, per dove sono collocati e per l’enfasi che gli viene data, Mr. Fury e il suo parafulmine siano la chiave di volta della storia. Niente del genere: Mr. Fury sparisce per poi ritornare in un ruolo del tutto marginale, e il parafulmine ancestrale non servirà praticamente a nulla. Al che uno si chiede: perché sprecare un’idea così interessante? E se fin dall’inizio non aveva intenzione di utilizzarla, perché metterla in apertura del romanzo? Bradbury si rivela incapace di maneggiare i suoi stessi simboli.

Horatio Kane on Bradbury

Un anno e mezzo fa questa battuta era una figata.

Volendo sintetizzare il mio discorso in poche righe, Something Wicked This Way Comes è un moral play sul passaggio dall’infanzia all’età adulta. E’ un romanzo che urla ad ogni capoverso: ‘Sono una finzione! Sono un’allegoria!’, è una di quelle storie che piacciono tanto alla sinistra umanista perché suona come una parabola, e ti fa sentire così intelligente e sensibile perché la capisci. E del resto, se lo epurassimo di tutti questi elementi decorativi, quel che rimarrebbe sarebbe una storia esile e strutturata male.
Molta gente adora questo tipo di storia. Ma – benché alcune scene, dialoghi e personaggi mi abbiano colpito positivamente – io non sono tra questi. Pur riconoscendo il valore storico di Something Wicked, come fonte di ispirazione di numerosi scrittori americani contemporanei, lo trovo largamente sopravvalutato. Quanto a Bradbury, una sola delle cose che ha scritto è davvero grande: Cronache marziane. Il resto è mediocrità.
Buon Halloween!

Una considerazione su Bradbury
Mi sono sempre chiesto come mai Bradbury fosse diventato uno dei più celebrati scrittori di narrativa fantastica del Novecento. Anche il suo ruolo nella storia della fantascienza mi pare dubbio. Scrittori come Wells e Stapledon prima, e Orwell, Huxley, Asimov, Heinlein, Clarke, Dick, Ballard poi, hanno gettato nel calderone della science fiction idee che sono diventati veri archetipi del genere; delle idee di Bradbury invece, che cosa ci rimane? Lo rileva anche David Pringle, critico e direttore editoriale di riviste di fantascienza, che nel suo Science Fiction: The 100 Best Novels 1949-19841 scrive, a proposito di The Martian Chronicles: “In fact, that definition [cioè che Cronache Marziane sia un romanzo di sf] has often been disputed, since Bradbury shows no interest in science as such. His space rockets are like firecrackers; his Mars people are Halloween ghosts; while his Martian landscape is an arid version of the American mid-west”.
Forse la soluzione dell’enigma sta in questo: Bradbury ha conquistato notorietà non tanto presso i veterani della narrativa di genere, quanto presso il pubblico mainstream. E’ uno di quegli scrittori che chi non mastica fantascienza o fantasy in genere conosce benissimo. Uno di quelli che vengono lodati per la ‘potenza delle idee’, da parti di chi romanzi di idee non ne legge mai (e quindi non ne conosce gli standard). E dato che il pubblico mainstream è il Grande Pubblico, Bradbury è diventato infinitamente più celebre dei suoi colleghi rimasti nel ghetto della fantascienza. Anche se molti di quelli erano più bravi e più inventivi di lui.

E, giusto per sottolineare che non sono l’unico a pensarla così, ecco di nuovo le parole di David Pringle, questa volta in un commento a Fahrenheit 451:

“It is a rather simple-minded dystopia which Bradbury creates. […] Fahrenheit 451 is a very straightforward book, a scream of rage against the mass media and the whole 20th-century communications landscape. Television, pop music, comic books, digests, theme parks, spectator sports – Bradbury is against ‘em all, and if he had been writing this book thirty years laters he would no dobut have included video games, home computers and role-playing fantasies in his tirade. It is the litany of the old-fashioned, puritanical moralist; small wonder that the message of this novel has fallen sweetly on the ears of schoolteachers and other Guardians of Culture the world over. […] As a tract for teenagers, Fahrenheit 451 still has considerable merits, but it is scarcely a classic of adult science fiction”.

Ray Bradbury vecchio

A noi piace ricordarlo così: vecchio, incazzato e un po’ rincoglionito.

Dove si trova?
Something Wicked This Way Comes è un romanzo celeberrimo, almeno nei paesi anglofoni: non avrete difficoltà a trovarlo su Library Genesis né su BookFinder, nei formati pdf e epub. Per l’edizione italiana, invece, cercate “Il popolo dell’autunno” su Emule; ma non chiedetemi chi diamine sia il genio che ha scelto il titolo italiano.

Qualche estratto
Per questo articolo, ho voluto mostrare il meglio e il peggio dello stile di Bradbury: il primo pezzo è tratto dal primo capitolo, e ci mostra l’incontro di Will e Jim con l’ambiguo Mr. Fury, e la contrattazione per dare loro un parafulmine e proteggersi dalla tempesta imminente; il secondo pezzo un lungo monologo interiore di Charles Halloway, quando nel terzo capitolo vede i due ragazzi andarsene verso casa. Se la prosa di Bradbury non vi nausea, questo libro potrebbe essere fatto per voi.

1.
‘Halloway. Nightshade. No money, you say?’
The man, grieved by his own conscientiousness, rummaged in his leather bag and seized forth an iron contraption.
‘Take this, free! Why? One of those houses will be struck by lightning! Without this rod, bang! Fire and ash, roast pork and cinders! Grab!’
The salesman released the rod. Jim did not move. But Will caught the iron and gasped.
‘Boy, it’s heavy! And funny-looking. Never seen a lightning-rod like this. Look, Jim!’
And Jim, at last, stretched like a cat, and turned his head. His green eyes got big and then very narrow.
The metal thing was hammered and shaped half-crescent, half-cross. Around the rim of the main rod little curlicues and doohingies had been soldered on, later. The entire surface of the rod was finely scratched and etched with strange languages, names that could tie the tongue or break the jaw, numerals that added to incomprehensible sums, pictographs of insect-animals all bristle, chaff, and claw.
‘That’s Egyptian.’ Jim pointed his nose at a bug soldered to the iron. ‘Scarab beetle.’
‘So it is, boy!’
Jim squinted. ‘And those there – Phoenician hen tracks,’
‘Right!’
‘Why?’ asked Jim.
‘Why?’ said the man. ‘Why the Egyptian, Arabic, Abyssinian, Choctaw? Well, what tongue does the wind talk? What nationality is a storm? What country do rains come from? What colour is lightning? Where does thunder go when it dies? Boys, you got to be ready in every dialect with every shape and form to hex the St Elmo’s fires, the balls of blue light that prowl the earth like sizzling cats. I got the only lightning-rods in the world that hear, feel, know, and sass back any storm, no matter what tongue, voice, or sign. No foreign thunder so loud this rod can’t soft-talk it!’
But Will was staring beyond the man now.
‘Which,’ he said. ‘Which house will it strike?’
‘Which? Hold on. Wait.’ The salesman searched deep in their faces. ‘Some folks draw lightning, suck it like cats suck babies’ breath. Some folks’ polarities are negative, some positive. Some glow in the dark. Some snuff out. You now, the two…I – ‘
[…] ‘But which house, which!’ asked Will.
The salesman reared off, blew his nose in a great kerchief, then walked slowly across the lawn as if approaching a huge time-bomb that ticked silently there.
He touched Will’s front porch newels, ran his hand over a post, a floorboard, then shut his eyes and leaned against the house to let its bones speak to him.
Then, hesitant, he made his cautious way to Jim’s house next door.
Jim stood up to watch.
The salesman put his hand out to touch, to stroke, to quiver his fingertips on the old paint.
‘This,’ he said at last, ‘is the one.’

2.
Watching the boys vanish away, Charles Halloway suppressed a sudden urge to run with them, make the pack. He knew what the wind was doing to them, where it was taking them, to all the secret places that were never so secret again in life. Somewhere in him, a shadow turned mournfully over. You had to run with a night like this, so the sadness could not hurt.
Look! he thought. Will runs because running is its own excuse. Jim runs because something’s up ahead of him.
Yet, strangely, they do run together.
What’s the answer, he wondered, walking through the library, putting out the lights, putting out the lights, putting out the lights, is it all in the whorls on our thumbs and fingers? Why are some people all grasshopper fiddlings, scrapings, all antennae shivering, one big ganglion eternally knotting, slip-knotting, square-knotting themselves? They stoke a furnace all their lives, sweat their lips, shine their eyes and start it all in the crib. Caesar’s lean and hungry friends. They eat the dark, who only stand and breathe.
That’s Jim, all bramble-hair and itchweed.
And Will? Why he’s the last peach, high on the summer tree. Some boys walk by and you cry, seeing them. They feel good, they look good, they are good. Oh, they’re not above peeing off a bridge, or stealing an occasional dime-store pencil sharpener; it’s not that. It’s just, you know, seeing them pass, that’s how they’ll be all their life; they’ll get hit, hurt, cut, bruised, and always wonder why, why does it happen? how can it happen to them?
But Jim, now, he knows it happens, he watches for it happening, he sees it start, he sees it finish, he licks the wound he expected, and never asks why; he knows. He always knew. Someone knew before him, a long time ago, someone who had wolves for pets and lions for night conversants. Hell, Jim doesn’t know with his mind. But his body knows. And while Will’s putting a bandage on his latest scratch, Jim’s ducking, waving, bouncing away from the knockout blow which must inevitably come.
So there they go, Jim running slower to stay with Will, Will running faster to stay with Jim, Jim breaking two windows in a haunted house because Will’s along, Will breaking one instead of none, because Jim’s watching. God how we get our fingers in each other’s clay. That’s friendship, each playing the potter to see what shapes we can make of the other.
Jim, Will, he thought, strangers. Go on. I’ll catch up, some day…

Tabella riassuntiva

Una parabola sovrannaturale sul diventare grandi. Atmosfera moraleggiante con tanto di Male personificato.
Personaggi principali ben tratteggiati. Prosa ornata che rende impossibile l’immersione.
Alcune delle creature di Bradbury sono affascinanti. Sotto tutti i fronzoli la storia è esile.
Hook inutilizzati e struttura della trama pencolante.


(1) Di questa antologia, che ambisce a raccogliere i cento migliori romanzi di fantascienza in lingua inglese scritti tra l’uscita di 1984 e quella di Neuromante, mi piacerebbe parlarvi in un articolo futuro. Può essere un utile punto di riferimento per scoprire la narrativa del periodo, e ormai la lista di Pringle è diventata un classico.Torna su

I Consigli del Lunedì #37: Flow My Tears, the Policeman Said

Flow My Tears, the Policeman SaidAutore: Philip K. Dick
Titolo italiano: Scorrete lacrime, disse il poliziotto
Genere: Slipstream / Distopia / Psicologico
Tipo: Romanzo

Anno: 1974
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 230 ca.

Difficoltà in inglese: **

Flow, my tears, fall from your springs!
Exiled for ever, let me mourn;
Where night’s black bird her sad infamy sings,
There let me live forlorn.

Tutti i martedì sera, tra le otto e le nove, trenta milioni di spettatori accendono la TV per guardare il Jason Taverner Show. Taverner, cantante pop, bellissimo quarantenne, nonché un Sei – un essere umano creato in laboratorio e geneticamente modificato per essere più affascinante, più psicologicamente stabile e più sano del normale – ha tutto ciò che si potrebbe desiderare dalla vita. Finché una delle sue amanti, in preda a una crisi di nervi, non tenta di ucciderlo con un parassita alieno. L’ambulanza, la corsa in ospedale: sembra che Taverner sopravviverà. Senonché, al suo risveglio, Taverner non si trova in una corsia d’ospedale; è nella stanza vuota di un albergo fatiscente, addosso non ha più neanche un documento, e la gente – anche i suoi più stretti collaboratori e la sua amante, la gelida cantante Heather Hart – non si ricorda più di lui.
Taverner è diventato una non-persona. E questo è un bel problema, in un’America che in seguito a una nuova guerra civile si è trasformata in uno stato totalitario, retto dalla polizia e dalla guardia nazionale, e dove ogni cittadino è schedato all’interno di un network esteso in tutto il mondo. In questo mondo, ad ogni svolta puoi trovarti davanti a un checkpoint randomico della polizia, e chi non è in regola rischia un viaggio di sola andata nei campi di lavoro sulla Luna. Taverner dovrà riuscire a sopravvivere e a scoprire cosa gli è successo, sperando di non attirare mai l’attenzione dello Stato; il suo destino è nelle mani di Felix Buckman, cinico Generale di Polizia che sogna un mondo di ordine e giustizia universali, e della sua androgina, bisessuale, tossicomane sorella Alys. La caccia è aperta.

“Flow, My Tears” è un’aria per liuto del compositore tardo-rinascimentale John Dowland. Il pezzo, che non sarebbe stato strano ascoltare alla corte della regina Elisabetta, parla del bisogno di nascondersi nei recessi più bui del pianeta in seguito a una grande sventura, per sfuggire alla vergogna, al disprezzo, alla consapevolezza della propria miseria. Allo stesso modo, il romanzo di Dick mette al centro l’inspiegabile caduta di una celebrità, e della lotta che dovrà condurre, in un mondo ostile e disumano, per non fare una fine orribile – o almeno, per trovare un po’ d’amore.
Flow My Tears, the Policeman Said ha vinto a mani basse il sondaggio che avevo lanciato un mese e mezzo fa, su quale romanzo di Dick avrei dovuto recensire fra una rosa di tre titoli. Ammetto che ero scettico all’idea di dedicare un articolo al romanzo, e non fosse stato per le vostre richieste non l’avrei fatto. Per tanti motivi: perché è una storia molto più vicina al mainstream che non al fantastico; perché è un romanzo che polarizza molto i lettori, anche tra i fan di Dick, che o lo amano o lo odiano; perché è un romanzo a cui sono molto legato, e quindi temevo di non poter essere obiettivo o che, rileggendolo a distanza di anni (e per la prima volta in lingua originale), ne sarei rimasto deluso. Be’, mi avete fatto cambiare idea. E quindi eccovi il Consiglio.


“Flow My Tears” di John Dowland, in un’interpretazione di Andreas Scholl. Come mi piace la erre dura dell’inglese classico!

Uno sguardo approfondito
Il primo capitolo è brutto. In uno spazio così piccolo, Dick riesce a compiere quasi tutti gli errori possibili: ci sono gli infodump debolmente mascherati da pensieri del protagonista, che senza un motivo valido si mette a ricapitolare le caratteristiche del mondo in cui vive a tutto beneficio del lettore; ci sono – ancora peggio – gli As you know, Bob, come l’agente di Taverner che declama alla sua stellina: “Do you realize what power you have?” per poi lanciarsi in una serie di precisazioni circa quanto potere egli abbia; ci sono le valanghe di aggettivi e avverbi. In generale, i personaggi di Dick mostrano una certa fretta di mettere a nudo fin da subito il loro animo e il loro carattere, anche se i dialoghi ne risultano forzati e innaturali. Insomma, se dovessimo giudicare il romanzo dal primo capitolo – come sarebbe legittimo fare – non resterebbe che scuotere la testa e riporlo sullo scaffale. Se invece teniamo duro, dal secondo capitolo le cose cominciano a cambiare.
Non che diventi mai un capolavoro di prosa. Dick non si è mai preoccupato troppo di curare il suo stile, e Flow My Tears non è nemmeno dei meglio scritti. Le sue descrizioni sono quasi sempre ai minimi termini, molto raccontate, e infatti a fine lettura dell’ambientazione del romanzo ci si ricorda ben poco. Ecco ad esempio come viene descritto lo studio clandestino della falsaria Kathy:

“It was small. But he saw a number of what appeared to be complex and highly specialized machines. On the far side a workbench. Tools by the hundreds, all neatly mounted in place on the walls of the room. Below the workbench large cartons, probably containing a variety of papers. And a small generator-driven printing press.”

Più nebuloso di così si muore. Per non parlare della costruzione criminale di certe frasi, come le combo letali punto + avverbio: “Sucking in his breath he shuddered. Violently.”

Eppure. Eppure a partire dal secondo capitolo tutta questa trascuratezza comincia a pesare di meno, scivola in secondo piano, e il lettore viene pian piano trascinato nel dramma personale del protagonista. All’inizio del secondo capitolo, Taverner si sveglia in una polverosa stanza d’albergo senza più un documento addosso, e comincia la sua odissea. Dick è molto bravo nel farci percepire l’ansia dei suoi protagonisti, la sensazione di essere precipitati in qualcosa che non si capisce e di non essere nemmeno più sicuri di essere nel mondo reale. I monologhi interiori del protagonista, nel loro oscillare costante tra un tentativo di razionalizzare l’esperienza e le crisi isteriche in cui si manda tutto affanculo, sono credibili e immersive.
Allo stesso modo il mondo in cui Taverner si muove, benché mostrato in modo approssimativo, è convincente e aggiunge ansia all’ansia. Taverner ha paura di essere scambiato per uno studente fuggitivo: negli Stati Uniti del futuro i campus universitari sono cintati di filo spinato perché gli studenti all’interno sono dei dissidenti del regime, e la polizia cerca di prenderli per fame. La burocrazia del nuovo regime è sconfinata, e quando Taverner sarà interrogato in una centrale avvertiremo sulla nostra pelle il suo terrore mentre documento falso dopo documento falso, deposizione dopo deposizione, tutto viene analizzato e rianalizzato e visto sotto luci diverse in cerca del più piccolo neo. Il tutto può ben essere riassunto in una frase di Taverner, che da sola dà l’idea di tutta l’atmosfera del romanzo: “Once they notice you, Jason realized, they never completely close the file. You can never get back your anonymity. It is vital not to be noticed in the first place. But I have been.”

Macchinari

Macchinari complessi e molto specializzati. Non necessariamente quelli dello studio di Kathy.

Ma dove Dick dà il meglio di sé, è nei dialoghi. I suoi dialoghi sono affascinanti per due ragioni. La prima, è che ci infila sempre più livelli di conflitto contemporanei. Non sono mai dialoghi semplicemente informativi – eccettuati quelli del brutto primo capitolo – e se da una parte danno al lettore una serie di informazioni utili (sull’ambientazione, sulla psicologia del personaggio che parla, eccetera), al contempo sono una lotta tra i due interlocutori per la prevalenza. Può essere la lotta tra Taverner e un ufficiale di polizia che lo sta interrogando: il primo vuole scamparla senza tradirsi, l’altro vuole incastrarlo. O può essere che Taverner stia cercando di accattivarsi la falsaria nella speranza di farsi fabbricare documenti falsi, mentre quella non è disposta ad aiutarlo senza qualcosa in cambio. Ognuno tira acqua al suo mulino. A un secondo livello, il personaggio-pov vive dei conflitti interiori: ad esempio Taverner, mentre gioca con freddezza la sua partita dialettica per avere ciò che vuole, deve tenere a bada la sua natura arrogante di ex-privilegiato che vorrebbe dare in escandescenza e mandare affanculo l’interlocutore.
E a volte il dialogo si fa anche più surreale. C’è un momento in cui uno dei personaggi comincia a fare al protagonista rivelazioni cruciali su quello che gli è successo. La faccenda è interessante proprio perché promette rivelazioni, ma potenzialmente noiosa perché è un dialogo strettamente informativo. Sfortunatamente, Taverner in quel momento è pieno di droga fino agli occhi; deve lottare per riuscire a concentrarsi, ed è terrorizzato all’idea che la sua gamba destra si allunghi fino alla luna. Il dialogo diventa obliquo: i due personaggi parlano ma non si ascoltano, ciascuno cerca di interagire con l’altro ma in realtà sono entrambi catturati dai loro problemi personali. Il lettore guadagna comunque l’informazione, ma in un contesto molto più interessante. E molto surreale.

Il secondo motivo per cui i suoi dialoghi sono affascinanti è che, pur senza essere realistici fino alla noia, suonano così verosimili. I personaggi dicono una cosa e poi ne fanno un’altra. Sostengono un’opinione, ma poi ci ripensano. Giocano molti giochi, nel senso di Eric Berne: conversazioni ritualizzate il cui fine nascosto è diverso da quello manifesto, e a volte addirittura antitetico.1 Molti si risentono della schizofrenia dei personaggi di Dick, dicendo che sono incoerenti e quindi mal scritti. Non è così. I suoi personaggi, a guardare la loro psicologia, sono coerenti – semplicemente, sono irresoluti. Oscillano tra due propositi, spesso contraddittori, e spesso finiscono per fare una cosa e poi l’esatto contrario – per poi odiarsi per questo. Taverner vorrebbe rimanere sempre freddo e agire con il cervello, ma il suo orgoglio e la sua insicurezza lo fanno sbroccare e distruggere in un attimo castelli di carte costruiti in ore di lavoro; Buckman vorrebbe non dover fare del male agli altri, ma finisce per farlo per fini superiori, e questo lo logora e gli procura sensi di colpa. Sono personaggi ambigui, complessi, pieni di dubbi, e questa complessità si manifesta proprio nel fatto di non avere un comportamento granitico.
E’ un bene che Dick sia così bravo nei dialoghi, perché di fatto tutto il romanzo è una lunga serie di dialoghi con poca azione intorno. In questo, la struttura di Flow My Tears ricorda un po’ quella del filosofico Holy Fire di Sterling – ne ho parlato giusto qualche mese fa – solo che qui i pericoli sono reali invece che teorici e lontani, e si parla di persone e di relazioni piuttosto che dei massimi sistemi. Attraverso questi dialoghi, Dick disegna una galleria di personaggi affascinanti: Kathy, la falsaria con la faccia da bambina e una psicosi che la sta mangiando da dentro, che usa l’amore come un legaccio per stritolare a sé i suoi uomini e impedire loro di abbandonarla; Heather Hart, la bellissima amante di Taverner, che pur facendo la popstar odia il genere umano ed è felice solo quando è completamente sola; Ruth Rae, la donna tutta sesso invecchiata precocemente; Mary Anne Dominic, l’artista vasaia un po’ sovrappeso, che vorrebbe solo essere lasciata in pace a coltivare la sua arte; Alys Buckman, che si è bruciata chirurgicamente i centri nervosi dell’empatia e vive per consumare tutto ciò che ama; e così via.

Games People Play

Conoscere i giochi a cui la gente gioca può rendere la nostra vita quotidiana molto più efficiente.

Si potrebbe obiettare che, a giudicare dalle mie parole, in questo romanzo c’è ben poco di fantascientifico. Be’, è vero. L’ambientazione ha alcuni elementi weird molto carini, che però sono di contorno – su tutte, l’idea che l’odio razziale sia culminato nella decisione di sterilizzare tutti i neri, con la conseguenza che al tempo della storia ne sono rimasti pochissimi, e sono diventati oggetti di ammirazione, sono riempiti di soldi e trattati come i Panda del WWF. Ci sono anche altri elementi classici della fantascienza dickiana, come i precog, le macchine volanti e le droghe sintetiche dagli effetti assurdi, ma rimangono ai margini. L’America totalitaria del romanzo è inquietante ma molto ‘normale’: se facessimo finta che fosse stato scritto da un dissidente politico nel Blocco Sovietico degli anni ’50, potremmo quasi credere che si tratti di un regime realmente esistito. Di fatto, Flow My Tears è più vicino al mainstream che non alla fantascienza propriamente detta.
Particolare è anche la struttura del romanzo. All’inizio tutto ci fa pensare che Taverner sia il protagonista e l’unico personaggio-pov. Superati i primi capitoli, però, entra in scena Felix Buckman come nuovo personaggio-pov; e anche se i due protagonisti si passano la palla per il resto del romanzo, il baricentro della storia si sposta sempre più verso quest’ultimo. Scelta che approvo: allargando l’orizzonte della storia a Buckman, cominciamo a vedere lo stesso mondo che perseguitava Taverner da un nuovo punto di vista che altrimenti ci sarebbe stato negato. Una volta, in un momento poetico, avevo paragonato questo romanzo con Il processo di Kafka – anche qui l’atmosfera è dominata da un’autorità ottusa e pervasiva, con la differenza che oltre al punto di vista della vittima abbiamo anche quello di chi tiene in mano la scure.

E nonostante la carenza di azione, il ritmo è rapidissimo. Il botta e risposta continuo tra i personaggi, la sensazione di qualcosa di terribile costantemente alle calcagna, incollano alla pagina. La prima volta che lo lessi, lo divorai in un giorno. Oggi non ho modo di leggere dalla mattina alla sera senza mai fermarmi, ma l’ho comunque riletto in tre giorni. E nonostante le iniziali resistenze, l’ho trovato ancora fantastico – anche se oggi sono pronto a riconoscere che, come quasi sempre con Dick, avrebbe potuto essere scritto mille volte meglio.
Obiettivamente posso dire che ci sono molti romanzi migliori, e se lo metto ai primi posti della mia classifica è soprattutto perché ci sono legato in modo personale. Aldilà della trascuratezza dello stile, si porta dietro anche qualche difetto di contenuto. Per esempio, a volte – e soprattutto all’inizio – è difficile identificarsi in Taverner: è così bello, così intelligente, così affascinante, così dotato di autocontrollo, che è quasi un Gary Stu. A differenza di un Gary Stu, viene davvero messo alla prova, soffre sul serio (non si limita a dire che soffre come un Edward qualunque) e la prende davvero in quel posto dagli altri un sacco di volte. Tuttavia, il suo retaggio di ‘Sei’, di essere geneticamente superiore, lo allontana troppo dal lettore. Il problema non è il fatto che fosse una celebrità, quello è un elemento integrante della storia ed è importante – ma non poteva essere una persona nata normale che ce l’aveva fatta con le sue forze? Come il Bel-Ami di Maupassant o il Rastignac di Balzac, uno che era arrivato al vertice della società per talento e calcolo invece che per predestinazione naturale? Quanto sarebbe stato più interessante? E, trovandosi improvvisamente rigettato nell’anonimato e nella miseria, in quali modi più affascinanti avrebbe reagito?

Sorrounded by Police

I regimi totalitari ti fanno sentire al centro dell’attenzione.

Ma è oggettivamente un buon romanzo. E la scena finale (quella alla pompa di benzina) mi ha lasciato di ghiaccio adesso come allora, anche se sapevo già che ci sarebbe stata. Per contro, l’Epilogo che chiude il libro è bruttino e il romanzo ci avrebbe guadagnato senza la sua esistenza.
Insomma, di cosa parla questo Flow My Tears? Diciamo che parla dell’amore tra le persone. E se volessi riassumerlo in poche righe, mi affiderei a queste parole dette a un certo punto da Taverner:

“Then why is love so good? […] You love someone and they leave. They come home one day and start packing their things and you say, ‘What’s happening?’ and they say, ‘I got a better offer someplace else,’ and there they go, out of your life forever, and after that until you’re dead you’re carrying around this huge hunk of love with no one to give it to. And if you do find someone to give it to, the same thing happens all over. Or you call them up on the phone one day and say, ‘This is Jason,’ and they say, ‘Who?’ and then you know you’ve had it. They don’t know who the hell you are. So I guess they never did know; you never had them in the first place.”

Dove si trova?
Come tutti i romanzi di Dick, anche Flow My Tears è facile da trovare online. Potete scaricarlo in lingua originale su BookFinder (pdf o epub) oppure su Library Genesis (pdf o epub); per l’edizione italiana potete serenamente affidarvi a Emule o simili, o potete comprare l’edizione Fanucci in libreria, se non è andata fuori stampa.

Qualche estratto
Il primo brano ci mostra Taverner nel momento in cui scopre di essere diventato una non-persona, ed è bello vedere un Sei come lui in preda alla madre delle crisi di nervi; il secondo mostra invece un dialogo con Kathy, la falsaria, e mi sembra un bell’esempio tanto della bravura di Dick coi dialoghi quanto della sua capacità di dar corpo a personaggi vividi.

1.
Fortunately he had change. He dropped a one-dollar gold piece into the slot, dialed Al Bliss’s number.
“Bliss Talent Agency,” Al’s voice came presently.
“Listen,” Jason said. “I don’t know where I am. In the name of Christ come and get me; get me out of here; get me someplace else. You understand, Al? Do you?”
Silence from the phone. And then in a distant, detached voice Al Bliss said, “Who am I talking to?”
He snarled his answer.
“I don’t know you, Mr. Jason Taverner,” Al Bliss said, again in his most neutral, uninvolved voice. “Are you sure you have the right number? Who did you want to talk to?”
“To you, Al. Al Bliss, my agent. What happened in the hospital? How’d I get out of there into here? Don’t you know?” His panic ebbed as he forced control on himself; he made his words come out reasonably. “Can you get hold of Heather for me?”
“Miss Hart?” Al said, and chuckled. And did not answer.
“You,” Jason said savagely, “are through as my agent. Period. No matter what the situation is. You are out.”
In his ear Al Bliss chuckled again and then, with a click, the line became dead. Al Bliss had hung up.
I’ll kill the son of a bitch, Jason said to himself. I’ll tear that fat balding little bastard into inch-square pieces.
What was he trying to do to me? I don’t understand. What all of a sudden does he have against me? What the hell did I do to him, for chrissakes? He’s been my friend and agent nineteen years. And nothing like this has ever happened before.
I’ll try Bill Wolfer, he decided. He’s always in his office or on call; I’ll be able to get hold of him and find out what this is all about. He dropped a second gold dollar into the phone’s slot and, from memory, once more dialed.
“Wolfer and Blaine, Attorneys-at-law,” a female receptionist’s voice sounded in his ear.
“Let me talk to Bill,” Jason said. “This is Jason Taverner. You know who I am.”
The receptionist said, “Mr. Wolfer is in court today. Would you care to speak to Mr. Blaine instead, or shall I have Mr. Wolfer call you back when he returns to the office later on this afternoon?”
“Do you know who I am?” Jason said. “Do you know who Jason Taverner is? Do you watch TV?” His voice almost got away from him at that point; he heard it break and rise. With great effort he regained control over it, but he could not stop his hands from shaking; his whole body, in fact, shook.
“I’m sorry, Mr. Taverner,” the receptionist said. “I really can’t talk for Mr. Wolfer or—”
“Do you watch TV?” he said.
“Yes.”
“And you haven’t heard of me? The Jason Taverner Show, at nine on Tuesday nights?”
“I’m sorry, Mr. Taverner. You really must talk directly to Mr. Wolfer. Give me the number of the phone you’re calling from and I’ll see to it that he calls you back sometime today.”
He hung up.
I’m insane, he thought.

Per fortuna aveva qualche moneta. Infilò un pezzo d’oro da un dollaro nella fessura e fece il numero di Al Bliss.
— Agenzia artistica Bliss — gli rispose la voce di Al.
— Senti — disse Jason, — non so dove mi trovo. Per amor di Dio, vieni a prendermi. Tirami fuori di qui. Hai capito, Al?
Silenzio. Poi, in tono remoto, distaccato, Al Bliss chiese: — Con chi parlo?
Lui ringhiò la risposta.
— Non la conosco, signor Jason Taverner — disse Al Bliss, ancora con la sua voce più neutra. — È sicuro di avere fatto il numero giusto? Con chi voleva parlare?
— Con te. Al. Al Bliss, il mio agente. Cose successo all’ospedale? Come ho fatto a finire qui? Non lo sai? — La marea del panico salì, e Jason lottò per imporsi l’autocontrollo. Costrinse le proprie parole ad assumere un tono pacato. — Puoi metterti in contatto con Heather per me?
— La signorina Hart? — disse Al, e ridacchiò.
— Tu — disse Jason, furibondo — hai finito di essere il mio agente. Punto. Qualunque sia la situazione. Sei fuori.
Al Bliss ridacchiò un’altra volta, e poi, con un clic, la comunicazione si interruppe. Al Bliss aveva riappeso.
“Ucciderò quel figlio di puttana” si disse Jason. “Ridurrò in pezzettini minuscoli quel bastardo di un grassone calvo.
“Cosa sta cercando di farmi? Non capisco. Cos’ha contro di me, cosi, all’improvviso? Che diavolo gli ho fatto, Cristo santo? È mio amico e mio agente da diciannove anni. E una cosa del genere non è mai successa.
“Proverò con Bill Wolfer” decise. “È sempre in ufficio o comunque reperibile. Riuscirò a raggiungerlo e scoprirò cosa accidente ci sia sotto.” Infilò una seconda moneta da un dollaro nella fessura e, a memoria, compose un altro numero.
— Studio legale Wolfer & Blaine — gli risuonò all’orecchio la voce di un’impiegata.
— Passami Bill — disse Jason. — Sono Jason Taverner. Hai capito bene chi.
L’impiegata disse: — Oggi il signor Wolfer è in aula. Preferisce parlare col signor Blaine, oppure devo farla richiamare dal signor Wolfer quando rientrerà in ufficio, nel pomeriggio?
— Ma sai chi sono? — chiese Jason. — Sai chi è Jason Taverner? Guardi la tivù? — A quel punto perse quasi il controllo della propria voce; la sentì spezzarsi e salire a un livello acuto. Se ne riappropriò con uno sforzo enorme, ma non riuscì a fermare il tremito delle mani. In realtà, tutto il suo corpo stava tremando.
— Mi spiace, signor Taverner — disse l’impiegata. — Proprio non posso parlare a nome del signor Wolfer o…
— Guardi la tivù?
— Sì.
— E non hai mai sentito parlare di me? Del Jason Taverner Show, alle nove di sera del martedì?
— Mi spiace, signor Taverner. Lei deve conferire direttamente col signor Wolfer. Mi lasci il suo numero di telefono e la farò richiamare in giornata.
Jason riappese.
“Sono impazzito” pensò.

Gas station

Pompe di benzina. Non necessariamente quelle alla fine del romanzo

 

2.
Kathy said, “You’re more magnetic than Jack. He’s magnetic, but you’re so much, much more. Maybe after meeting you I couldn’t really love him again. Or do you think a person can love two people equally, but in different ways? My therapy group says no, that I have to choose. They say that’s one of the basic aspects of life. See, this has come up before; I’ve met several men more magnetic than Jack…but none of them as magnetic as you. Now I really don’t know what to do. It’s very difficult to decide such things because there’s no one you can talk to: no one understands. You have to go through it alone, and sometimes you choose wrong. Like, what if I choose you over Jack and then he comes back and I don’t give a shit about him; what then? How is he going to feel? That’s important, but it’s also important how I feel. If I like you or someone like you better than him, then I have to act it out, as our therapy group puts it. Did you know I was in a psychiatric hospital for eight weeks? Morningside Mental Hygiene Relations in Atherton. My folks paid for it. It cost a fortune because for some reason we weren’t eligible for community or federal aid. Anyhow, I learned a lot about myself and I made a whole lot of friends, there. Most of the people I truly know I met at Morningside. Of course, when I originally met them back then I had the delusion that they were famous people like Mickey Quinn and Arlene Howe. You know—celebrities. Like you.”
He said, “I know both Quinn and Howe, and you haven’t missed anything.”
Scrutinizing him, she said, “Maybe you’re not a celebrity; maybe I’ve reverted back to my delusional period. They said I probably would, sometime. Sooner or later. Maybe it’s later now.”
“That,” he pointed out, “would make me a hallucination of yours. Try harder; I don’t feel completely real.”
She laughed. But her mood remained somber. “Wouldn’t that be strange if I made you up, like you just said? That if I fully recovered you’d disappear?”
“I wouldn’t disappear. But I’d cease to be a celebrity.”
“You already have.” She raised her head, confronted him steadily. “Maybe that’s it. Why you’re a celebrity that no one’s ever heard of. I made you up, you’re a product of my delusional mind, and now I’m becoming sane again.”
[…] Her tone became firm and crisp. “The only thing that got me back to sanity was that I loved Jack more than Mickey Quinn. See, I thought this boy named David was really Mickey Quinn, and it was a big secret that Mickey Quinn had lost his mind and he had gone to this mental hospital to get himself back in shape, and no one was supposed to know about it because it would ruin his image. So he pretended his name was David. But I knew. Or rather, I thought I knew. And Dr. Scott said I had to chose between Jack and David, or Jack and Mickey Quinn, which I thought it was. And I chose Jack. So I came out of it. Maybe”—she wavered, her chin trembling—“maybe now you can see why I have to believe Jack is more important than anything or anybody, or a lot of anybodys, else. See?”
He saw. He nodded.
“Even men like you,” Kathy said, “who’re more magnetic than him, even you can’t take me away from Jack.”

— Sei più magnetico di Jack. È magnetico anche lui, ma tu lo sei molto di più. Magari, dopo avere conosciuto te, non riuscirò più ad amarlo sul serio. O tu pensi che si possano amare due persone con la stessa intensità ma in modi diversi? Il conduttore del mio gruppo di terapia dice di no. Dice che devo scegliere. Dice che è uno degli aspetti basilari della vita. Il fatto è che è già successo. Ho incontrato diversi uomini più magnetici di Jack… Però nessuno quanto te. Adesso non so proprio cosa fare. È molto difficile decidere su cose simili perché non ne puoi parlare con nessuno. Nessuno capisce. Bisogna cavarsela da soli, e a volte si fanno le scelte sbagliate. Per esempio, come se io scegliessi te al posto di Jack e poi lui tornasse e a me non fregasse più niente di lui: cosa succederebbe? Cosa proverebbe lui? È importante, ma è importante anche quello che provo io. Se tu, o qualcun altro come te, mi piace più di lui, devo dare via libera a quel che sento, questo almeno secondo il mio gruppo di terapia. Lo sapevi che sono stata in un ospedale psichiatrico per otto settimane? Il Morningside Mental Hygiene Relations di Atherton. Me l’hanno pagato i miei. È costato una fortuna, perché non avevano diritto alle sovvenzioni federali. Comunque, là ho imparato tante cose su di me e mi sono fatta un sacco di amici. La maggior parte della gente che conosco davvero l’ho incontrata al Morningside. Certo, quando li ho visti per la prima volta ero convinta che fossero gente famosa, come Mickey Quinn e Arlene Howe. Insomma, celebrità. Come te.
Lui disse: — Conosco sia Quinn che la Howe. Non ti sei persa niente.
Kathy lo scrutò. — Forse non sei una celebrità. Forse sono regredita al mio periodo delle illusioni. Hanno detto che probabilmente mi sarebbe successo, prima o poi. Ora è capitato.
— Il che — fece notare Jason — mi renderebbe una tua allucinazione. Sforzati di più. Non mi sento del tutto reale.
Lei rise. Ma il suo umore restò piuttosto cupo. — Non sarebbe strano se ti avessi inventato io, come hai appena detto? Se guarissi del tutto, tu scompariresti.
— Non scomparirei. Però smetterei di essere una celebrità.
— Hai già smesso di esserlo. — Kathy alzò la testa e lo fissò senza timori. — Ecco perché, forse. Ecco perché sei una celebrità che nessuno ha mai sentito nominare. Ti ho creato io. Sei un prodotto della mia mente in preda alle illusioni, e adesso sto recuperando la sanità mentale.
[…] Il tono di Kathy diventò deciso, fermo. — L’unica cosa che mi abbia riportata alla normalità è stato il fatto di amare Jack più di Mickey Quinn. Io pensavo che quel ragazzo, quel David, fosse Mickey Quinn, e che fosse un gran segreto che Mickey Quinn fosse uscito di testa e si fosse fatto ricoverare in quell’ospedale per rimettersi in forma, e nessuno doveva saperne niente perché avrebbe rovinato la sua immagine. Così lui faceva finta di chiamarsi David. Però io sapevo. O piuttosto, credevo di sapere. E il dottor Scott ha detto che dovevo scegliere tra Jack e David, o Jack e Mickey Quinn, qualunque cosa pensassi. E ho scelto Jack. Così ne sono uscita. Magari… — Ebbe un attimo di instabilità sulle gambe. Le tremò il mento. — Magari adesso riesci a capire perché devo credere che Jack sia più importante di tutto e di tutti, o comunque di tanta altra gente. Lo capisci?
Jason capiva. Annuì.
— Anche di uomini come te — disse Kathy. — Uomini che sono più magnetici di lui. Nemmeno voi potete strapparmi da Jack.

Tabella riassuntiva

Un uomo solo alla ricerca della propria esistenza in un mondo distopico! Prosa approssimativa con avverbi a cascata.
Dialoghi affascinanti e pieni di conflitto. Dick mostra poco e racconta molto.
Dick ha una capacità unica di tracciare ritratti psicologici. Protagonista in odore di Gary Stu.
L’atmosfera totalitaria è opprimente al punto giusto. Poco fantastico e poca scienza per alcuni palati.


(1) Non so se Dick conoscesse le teorie di Berne, ma non è affatto necessario per mettere in scena dei giochi. Potrebbe averne compreso le regole in modo intuitivo, come molti di noi fanno, semplicemente avendo a che fare con altre persone per tutta la vita.
A questo proposito, mi piacerebbe riprendere il discorso sui giochi mentali di Berne in un articolo futuro. E’ un argomento molto interessante di per sé, e può esserlo ancora di più per uno scrittore.Torna su

La supercazzola e il Glimmung

SupercazzolaAh, le coincidenze!
Ieri sera stavo preparando il Consiglio del Lunedì su Dick – articolo che spero di riuscire a pubblicare tra qualche giorno – quand’ecco che mi arriva una mail della Fanucci. Ricordate il mio articolo di questa primavera in cui scuotevo la testa di fronte alle tristi operazioni editoriali di Fanucci sulle opere di Dick? All’epoca lamentavo il disseppellimento sistematico di tutti i suoi romanzi non fantascientifici, e mi chiedevo fino a che punto sarebbero riusciti a scavare nella melma.
Bene: ora ho la risposta, ed è stata la Fanucci stessa a preoccuparsi di darmela. Signori e signore, gioite, perché a quanto pare è appena uscito Nick e il Glimmung!

Nick e il Glimmung

Grazie, Fanucci, per averci regalato un’altra perla!

Nick and the Glimmung è una storia per bambini che Dick aveva scritto nel 1966, quando ancora nessuno se lo filava, ma che, tanto per cambiare, fu pubblicata solo postuma, nel 1988. Da consumato economo qual’era, Dick nel frattempo aveva riciclato l’ambientazione del libro nel mediocre romanzo sci-fi per adulti Galactic Pot-Healer (Guaritore Galattico in italiano: esatto, Fanucci ha pubblicato anche quello). Di Nick and the Glimmung non si ricordava quasi più nessuno ma, grazie all’alacrità del management Fanucci, ora il fanboy italiano in astinenza avrà qualcosa da fare in attesa della prossima pubblicazione della Raccolta Completa degli Scontrini della Lavanderia a Gettoni di Berkeley di Philip K. Dick.
Soprattutto apprezzo la consueta trasparenza della redazione, che nel comunicato non accenna neanche una volta al fatto che si tratti di un libro per bambini ma anzi scrive: “Un romanzo d’intrattenimento nel quale si ritrovano le definizioni di realtà e destino messe in discussione nella sua narrativa più impegnata e le scelte coraggiose di piccoli grandi eroi che rischiano personalmente pur di rivendicare la loro diversità e la loro umanità.” E un bel “manco fosse Antani” no?

La beffa: l’ebook è in vendita a 9,99 Euro. Un prezzo che proprio ti invoglia a comprarlo, considerando che, per ebook di fantascienza della stessa epoca – anni ’60 e ’70 – che spesso sono pure dei classici, la casa britannica Gollancz fa pagare, con la sua collana Gateway, prezzi che oscillano fra i 3,99 e i 6,49 Euro. E’ quello che mi è costato, ad esempio, il bizzarro romanzo proto-steampunk di Harry Harrison Tunnel Through the Deeps (il cui titolo originale era molto più fico: A Transatlantic Tunnel, Hurray!), di cui non ero riuscito a trovare sui canali pirata una formattazione soddisfacente.
In altre parole: QUALCUNO FERMI L’UFFICIO MARKETING DI FANUCCI.

Gateway Gollancz

Considerato che l’autore è morto, non ci sono costi di traduzione e le copertine sono inesistenti, anche quelli di Gollancz sono un po’ dei ladri…

Tutto questo per dire che il sondaggio è chiuso e a breve avrete il vostro Consiglio.