Saggistica: Quando la profezia non si avvera

Quando la profezia non si avveraAutori: Leon Festinger, Henry W. Riecker, Stanley Schachter
Titolo originale: When Prophecy Fails: A Social and Psychological Study of a Modern Group That Predicted the Destruction of the World
Argomento: Sociologia / Psicologia
Editore: Il Mulino
Collana: Collezione di Testi e Studi / Sezione di psicologia

Anno: 1956
Pagine: 264

Come forse vi avranno detto, una settimana fa doveva finire il mondo. E niente – ci sono stati disguidi tecnici, forse si sono dimenticati di avvisare il pianeta che doveva esplodere, ma fatto sta che siamo ancora qua a cercare di dare un senso alle nostre vite. Ma tranquilli: mi hanno assicurato che risolveranno tutto in dieci-quindici giorni lavorativi.

Ora però vi racconto un fatto che vi apparirà strano. Fino a due-tre anni fa, quando la prospettiva della fine del mondo era ancora remota e il credere o meno nelle profezie Maya non aveva un grosso impatto nella vita quotidiana, erano in molti a baloccarsi con questa storia – Hollywood era persino riuscita a cavalcare l’onda e a regalarci un nuovo capolavoro di quel gegno di Roland Emmerich. E quanti libri sul 21 Dicembre ha venduto, Giacobbo? Eppure, mano a mano che la data si avvicinava, il chiacchiericcio attorno alle profezie è molto scemato. C’è stato un lieve picco nell’ultima settimana o due e fino alla sera del 21, certo; ma a quel punto i vari programmi televisivi la buttavano in scherzo, senza più tutto quel marketing che ci mettevano nel lontano 2009 o nel 2010.
Cos’è cambiato da allora? Che il 21 Dicembre, ormai, era talmente vicino, che il credere o meno che sarebbe successo qualcosa, non era più indifferente dal punto di vista pratico. Non si poteva, ad esempio, prendere sul serio la profezia della fine del mondo, e contemporaneamente andare al cinema a guardare un film catastrofista. Se io credo che terminerà la civiltà umana o che comunque non sarà più come prima, chi me lo fa fare di continuare a studiare o lavorare invece di godermi gli ultimi giorni? Chi me lo fa fare di andare al cinema a vedere un film di Emmerich? Perché non dovrei sperperare tutti i miei risparmi, dato che comunque non mi serviranno più a niente?
Dico una banalità: io e dei miei amici dovevamo prenotare un albergo per le vacanze di Natale. Come potevano seriamente fare dei piani sulle nostre vite dopo il 21 Dicembre, e contemporaneamente dare il benché minimo credito alla profezia Maya? Tra le due convinzioni si veniva a creare una dissonanza cognitiva.

Dissonanza cognitiva
Di cosa stiamo parlando? Lascio che a spiegarcelo sia la persona che ha coniato il termine, lo psicologo sociale Leon Festinger:

Due opinioni, due convinzioni o due conoscenze sono dissonanti quando non vanno d’accordo, cioè se sono incoerenti o se una non deriva logicamente dall’altra. Per esempio, un fumatore convinto che il fumo sia nocivo per la sua salute ha un’opinione dissonante con la conoscenza del fatto che continua a fumare. Potrebbe avere altre opinioni, altre convinzioni o altre conoscenze che sono consonanti con l’abitudine di fumare ma la dissonanza esiste comunque.
La dissonanza produce disagio, e di conseguenza si creano delle pressioni per ridurla o per eliminarla. I tentativi di ridurre la dissonanza rappresentano le manifestazioni osservabili della sua esistenza. Potrebbero assumere una di queste tre forme, o tutte e tre: la persona potrebbe tentare di modificare una o più delle convinzioni, delle opinioni o dei comportamenti coinvolti nella dissonanza; acquisire nuove informazioni o nuove convinzioni che aumentino la consonanza in essere e quindi facciano diminuire la dissonanza; dimenticare o ridurre l’importanza delle cognizioni che si trovano in una relazione dissonante.

Dottori che fumano Camel

Vai tra! Se lo fanno pure i medici…

Nel momento in cui la profezia Maya della fine del mondo non era più un fatto curioso ancora lontano del tempo, ma una possibile realtà a pochi mesi, o settimane, o giorni dal realizzarsi, ecco che nella testa di chiunque l’avesse anche solo remotamente presa in considerazione, è nato il conflitto, la dissonanza: la mia vita cesserà e cambierà radicalmente tra poco tempo, eppure continuo a comportarmi e a fare piani sul futuro come se nulla dovesse accadere. Non si può vivere a lungo senza risolvere questo conflitto interiore.
La maggior parte delle persone risolvono la dissonanza buttando sul ridere l’idea della fine del mondo, abbandonandola – oppure modificandola radicalmente; si vedano le teorie del tipo “il mondo non finirà, ma ci sarà un grande cambiamento positivo”1 – e continuando a vivere la vita di tutti i giorni. Ma cosa succede, invece, a quei pochi fermamente convinti che davvero il mondo cesserà di esistere, e che si regoleranno di conseguenza? Cosa ne sarà di loro, quando la profezia non si avvererà, e si accorgeranno di aver lasciato il lavoro, o bruciato tutti i propri soldi, o tagliato tutti i ponti con la società, per niente? E’ quello che si chiede Leon Festinger in Quando la profezia non si avvera.

Quando la profezia non si avvera
Festinger e i suoi colleghi avevano studiato a lungo, nei libri, casi di movimenti millenaristi del passato che predicevano l’imminente fine del mondo. Essi sono un terreno particolarmente fertile per studiare la dissonanza cognitiva; ossia, per la precisione, per studiare come reagisce un individuo quando la realtà smentisce una convinzione in cui aveva investito tutto.
Sarà un uomo poco disposto a cambiare idea, anche di fronte alla prova più lampante del suo errore; se infatti dovesse ammettere che il mondo non è finito e non finirà, che lui è stato così stupido da lasciare lavoro, famiglia, amici scettici, in una parola tutta la sua vita, per un’illusione, come potrebbe vivere in pace con sé stesso? Questa persona, allora, farà di tutto per aggrapparsi alle sue convinzioni e continuare a pensare che aveva ragione.

Un uomo che ha delle convinzioni radicate è un uomo difficile da cambiare. Ditegli che non siete d’accordo con lui e vi volterà le spalle. Mostrategli dei dati o delle cifre e metterà in dubbio le vostre fonti. Fate appello alla logica e non capirà la vostra posizione.
Sappiamo tutti quanto sia inutile tentare di modificare una convinzione radicata, specie se chi la porta avanti ci ha investito sopra. Conosciamo tutta la varietà degli ingegnosi meccanismi difensivi con cui le persone proteggono le proprie convinzioni, riuscendo a mantenerle illese dagli attacchi più devastanti. […] Quell’individuo si dimostrerà spesso non solo indifferente ai dati di fatto che sconfessano la sua convinzione, ma anche più sicuro che mai della veridicità delle sue idee. Anzi, potrebbe dimostrare addirittura un nuovo fervore che lo porterà a cercare di fare nuovi proseliti.

Fine del mondo

“Poi non dite che non ve l’avevo detto!”

Festinger definisce le cinque condizioni in cui lui e i suoi colleghi si aspettano di osservare, dopo la smentita di una convinzione, non l’abbandono dell’idea ma anzi un rinnovato fervore:

1. La convinzione dev’essere profondamente radicata e avere una certa rilevanza per l’azione, ossia per ciò che la persona fa o per il modo in cui si comporta.
2. La persona che sostiene quella convinzione deve aver agito in suo nome; vale a dire che deve aver intrapreso qualche azione importante e difficile da revocare. In linea generale, più importanti sono queste azioni, e più è difficile revocarle, maggiore è l’impegno dell’individuo nei confronti della sua convinzione.
3. La convinzione dev’essere sufficientemente specifica e sufficientemente legata al mondo reale da far sì che gli eventi possano smentirla inequivocabilmente.
4. Questa innegabile smentita deve determinarsi, e dev’essere riconosciuta da colui che sostiene la convinzione.
5. Il fautore dell’idea in questione deve godere di un certo sostegno sociale. E’ improbabile che un sostenitore isolato possa reggere alle prove che la smentiscono. Se invece fa parte di un gruppo di persone convinte di potersi sostenere a vicenda, dovremmo aspettarci che l’idea che li accomuna venga mantenuta e che i suoi sostenitori tentino di fare proseliti e di persuadere altri della sua intrinseca validità.

La terza e la quarta condizione spiegano perché lo studio dei culti millenaristi sia particolarmente interessante: perché sia possibile studiare la reazione alla smentita è necessario che questa smentita sia inequivocabile, quindi la fine del mondo deve avere una data precisa. Il caso della profezia Maya – 21 Dicembre 2012 – è un esempio lampante: non c’è spazio di manovra, se il 21 Dicembre non succede niente la profezia è stata falsificata.
Ma la vera chiave di volta è la quinta condizione. Perché una convinzione sia rafforzata, abbiamo bisogno del sostegno di altre persone. Dobbiamo vedere la nostra credenza riflessa negli occhi delle persone che ci circondano. Questo è un fenomeno che possiamo toccare con mano tutti i giorni. Noi sentiamo il bisogno che le nostre scelte di vita siano approvate, e condivise, da coloro che amiamo, da coloro che rispettiamo, dalle persone del nostro ambiente. Abbiamo bisogno di riconoscimento, di stima2. E questo spiega perché il millenarista smentito senta il bisogno di fare proseliti per sposare altre persone alla sua causa.

Scherzi sulla fine del mondo

Chiedo scusa per la battuta. Vi prego, perdonatemi.

Il culto di Marian Keech
I culti del passato studiati dall’equipe di Festinger parevano corroborare questa tesi, tuttavia gli episodi tratti dalla Storia, non osservati direttamente, hanno una validità sperimentale assai scarsa. I documenti sono sempre molto lacunosi, e poi come si fa a essere sicuri che sia andata proprio in quel modo? L’ideale, per gli psicologi di Stanford, sarebbe stato poter studiare un movimento millenarista dal vivo.
L’opportunità si presenta nel 1954. Un quotidiano locale pubblica un articolo in cui si parla di un culto che predice un imminente disastro apocalittico: Secondo una casalinga di periferia, Marian Keech, residente al numero 847 di West School Street, poco prima dell’alba del 21 dicembre Lake City verrà distrutta dall’esondazione del Great Lake. La signora Keech dichiara di essere in contatto con degli esseri superiori (identificati sia come degli alieni, che come degli spiriti), i quali intendono mettere in guardia gli esseri umani dalla catastrofe e salvare pochi eletti. La profezia verrà poi elaborata come la predizione della fine del mondo, o comunque di un disastro che spazzerà via la maggior parte del nostro pianeta e lo cambierà per sempre.

Venuti a sapere dell’esistenza di questo culto, Festinger e i suoi decidono di studiarlo. Dopo alcune manovre di avvicinamento alla signora Keech (prima una telefonata, poi la visita di uno studente di psicologia che si finge interessato a entrare nel culto), l’equipe di Festinger cercherà di infiltrare dei propri membri all’interno del movimento. Il fine è doppio: recuperare quante più informazioni possibili sul culto e i suoi membri, e assistere di persona a quel che succederà quando il 21 Dicembre sarà trascorso e la profezia non si sarà avverata. Quando la profezia non si avvera è la storia di questa infiltrazione, e un magnifico reportage della storia del culto dall’Ottobre 1954 fino al Gennaio successivo e al suo graduale scioglimento.
Dopo un primo capitolo introduttivo, in cui Festinger illustra in breve la teoria della dissonanza cognitiva e i risultati raggiunti con lo studio dei movimenti millenaristi del passato, si entra nel vivo con la storia della signora Keech. Il saggio è interamente dedicato alla setta di Lake City. Dapprima si introducono i membri principali del culto, con tutte le informazioni che l’equipe di Stanford è riuscita a ricavare su di loro. Quindi, sono raccontate le prime fasi di vita del culto, quelle fasi nebulose precedenti all’articolo uscito in Settembre e all’infiltrazione di studenti dell’università. I capitoli successivi mostrano, attraverso le rilevazioni fatte dagli infiltrati, gli ultimi mesi di vita del movimento, fino al fatidico 21 Dicembre e oltre.

Aliens Guy

Quando la profezia non si avvera è scritto magnificamente. La prosa è talmente semplice e scorrevole, che anche un lettore completamente digiuno di saggistica non avrebbe problemi a leggerlo. La tensione è tale, man mano che ci si avvicina a quel maledetto 21 Dicembre, che si divora tutto d’un fiato – io ho cominciato un sabato mattina, sul presto, e sono andato avanti ininterrottamente (salvo pause fisiologiche e pranzo) fino a metà pomeriggio, quando l’ho chiuso. Il libro intreccia il racconto dei fatti alla formulazione di ipotesi e riflessioni attorno a quegli stessi fatti, sicché si ha l’impressione di stare leggendo ora un saggio, ora un reportage giornalistico, ora (quasi) un romanzo.
Man mano che si va avanti, si comincia addirittura a provare empatia per le persone coinvolte nella vicenda (empatia acuita dal sapere che è tutto vero, queste persone hanno realmente fatto quel che hanno fatto – benché, per motivi di privacy, tutti i nomi di persona e luoghi siano stati cambiati). Le persone che ruotavano attorno alla Keech – come, immagino, a tutti questi culti – non erano un branco di fanatici ritardati tutti uguali, ma individui complessi, ciascuno con le proprie motivazioni per aderire. C’è quello più scettico, quello che dà tutto sé stesso per il movimento, quella che tenta di sostituirsi al leader, quello che attacca sempre il leader e fa il bastian contrario però alla fine si adegua; la figlia di cultisti che diventa cultista suo malgrado ma finisce per crederci pure lei, quello che si allontana sul più bello, e così via. Seguire l’evoluzione di ciascuno di loro è affascinante; ma soprattutto, si finisce per condividere la delusione e la frustrazione che segue alle smentite, e la nuova ondata di entusiasmo quando ci si convince che no, la data vera è un’altra, il mondo finirà veramente, e poi la nuova delusione, e così via…

Nonostante l’argomento, il taglio è comunque molto serio: Festinger precisa sempre quando un fatto è certo (per esempio, perché è stato visto da uno dei ricercatori e subito trascritto), quando è filtrato, quando è dubbio; quali avvenimenti sono fatti e quali solo ipotetici; e così via. E alla fine della storia, Festinger non si dimentica, comunque, di aver raccontato tutto questo per dimostrare o smentire una teoria – e tira le somme.
In chiusura del libro, troviamo un’Appendice metodologica che spiega più nel dettaglio come Festinger e i suoi abbiamo infiltrato membri dell’università del culto, come hanno raccolto informazioni, come abbiano cercato di non influenzare le decisioni dei membri del culto (concetto dell’osservatore che non interviene per non alterare le osservazioni) e come ovviamente questo non sia stato spesso possibile. Festinger non è un illuso, si rende conto di tutti i limiti della sperimentazione delle scienze sociali (dalla irripetibilità di ogni esperimento, all’inevitabile alterazione delle osservazioni causate dall’osservatore, e così via), soprattutto nel caso di un esperimento così poco ortodosso come quello del libro. Ma ciò non significa che queste osservazioni non abbiano valore scientifico – bisogna solo saperle interpretare nel modo corretto, tenendo conto di tutti i limiti. Lo studio di questo caso particolare permette a Festinger di fare una breve discussione teorica sulla metodologia nelle scienze sociali, il che è estremamente affascinante per i profani come me.

Science! Fine del mondo

In realtà abbiamo fatto un lavoro investigativo, non meno che osservazionale. Abbiamo dovuto ascoltare, indagare e fare domande in continuazione per scoprire fin dall’inizio chi erano i membri del gruppo, quanto credevano veramente nell’ideologia, quali azioni intraprendevano coerentemente con le loro convinzioni, e in che misura facevano propaganda o tentavano di convincere il prossimo. Poi abbiamo dovuto continuare ad accumulare questi dati cercando contestualmente di capire quali potevano essere gli sviluppi successivi del movimento: quando ci sarebbe stata la prossima riunione, chi era invitato, dove sarebbero andati i membri del gruppo ad attendere l’inondazione ecc. E abbiamo dovuto fare tutto questo sotto copertura, senza rivelare la finalità della nostra ricerca, fingendoci dei curiosi che credevano nella correttezza dell’ideologia, ma assumendo un ruolo passivo e ininfluente sulle dinamiche del gruppo.
Insomma, i nostri dati sono meno completi di come avremmo desiderato, e la nostra influenza sul gruppo è stata più forte di quanto avremmo voluto. Siamo riusciti tuttavia a raccogliere informazioni sufficienti a raccontare una storia coerente, e per fortuna gli effetti della smentita sono stati abbastanza pesanti da consentire solide conclusioni.

Quando la profezia non si avvera è un raro caso di libro piacevolissimo da leggere e al contempo ricco intellettualmente. Che vi interessi la psicologia sociale, o la dinamica dei culti della fine del mondo, o che siate alla ricerca di spunti sulla mente umana per arricchire i personaggi della vostra storia, o che semplicemente cerchiate una storia vera e ben raccontata, questo saggio vi darà ciò che cercate. L’unico che potrebbe restarne deluso è forse chi studia queste cose già da anni, e magari ci troverà troppo poco, sul piano della teoria psicologica.
Sarebbe interessante applicare le conclusioni del libro a questo 21 Dicembre di cinquantotto anni dopo. Chissà quanti piccoli gruppi di credenti sono rimasti delusi dal trascorrere innocuo della mezzanotte; quanti si sono sciolti immediatamente, quanti invece hanno tratto nuovo vigore e si sono messi a fare proseliti, a dare annunci sulla radio o in una qualche sito o comunità online, nel tentativo disperato di convincere altre persone della loro verità, e di riacquistare così loro stessi la fede nelle loro parole tradite… che poi, alla fin fine, non è che tra qualche anno il mondo finisce veramente?

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(1) E’ interessante vedere, a questo proposito, come ci sia stato un progressivo spostamento nella tesi dominante circa il 21 Dicembre. All’inizio era la fine del mondo. Poi si è parlato di grande cambiamento, non necessariamente catastrofico. Con l’avvicinarsi della data, nelle trasmissioni l’idea dominante è diventata quella di un cambiamento spirituale, più che fisico; e un cambiamento graduale, lento, più che improvviso.
Lo spostamento, quindi, è stato verso una predizione non controllabile (quindi non falsificabile), e più rassicurante (cambiamento positivo, spirituale, etc.). In sostanza, una predizione tranquillizzante e non traumatica per mettere a posto la coscienza e risolvere la dissonanza cognitiva.Torna su

(2) Questo, tra l’altro, si sposa con l’importanza che Eric Berne dà al nostro bisogno di ricevere carezze sociali dalle persone che frequentiamo.Torna su

Il suicidio di Charles Freck

Charles Freck - A Scanner DarklyQualche sera fa ero da solo, e mi sono riguardato un bel film di Linklater tratto dal mio romanzo preferito. Una scena, in particolare, è deliziosa. Lo era già nel libro; Linklater l’ha migliorata. Attraverso un artificio scenico (una radio che si risintonizza), il regista ha avuto l’idea di accompagnare la scena con le parole del libro utilizzando una voce fuori campo.
Pare che, nell’edizione originale, la voce fosse proprio quella di Philip K. Dick, recuperata dalla registrazione di un reading del romanzo. Linklater ha sfrondato il brano originale, un po’ ridondante, ma non ha aggunto niente. C’è una buona dose di raccontato in questo pezzo del libro, ed è quasi tutto raccontato nella scena del film, ma chissenefrega – è bello lo stesso!

Con questa scena vi auguro Buon Natale^^
Durante queste due settimane di vacanze avrò più tempo, e credo riuscirò a pubblicare un po’ di articoli. Sto continuando a lavorare ai post che vi avevo promesso, tra Saggistica, Bonus, Autopubblicati e, naturalmente, Consigli del Lunedì – per cui abbiate fede. Ho anche avuto un’altra bella idea per un libro che al 50% non scriverò mai, magari vi racconto anche quella.
E se non avete mai visto A Scanner Darkly, fatelo. Ci sono pure un sacco di pezzi dei Radiohead! Ora scusatemi, ma visto che sono di buon umore vado a leggermi il nuovo racconto di Gamberetta, che non l’ho ancora fatto. Yay!

I Consigli del Lunedì #30: Time and Again

Time and AgainAutore: Jack Finney
Titolo italiano: Indietro nel tempo
Genere: Slipstream / Fantasy / Slice of Life
Tipo: Romanzo

Anno: 1970
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 400 ca.

Difficoltà in inglese: ***

Da grande Si Morley voleva fare l’artista. Invece è finito a lavorare come grafico pubblicitario e a trascinarsi giorno dopo giorno in una vita che non lo soddisfa. La New York degli anni ’60 lo deprime, e ogni volta che può evade nel passato, guardando vecchie foto color seppia o perdendosi nei cimeli dell’America dell’Ottocento. E’ così che ha conosciuto la sua attuale ragazza, Kate, proprietaria di un negozio di antiquariato. Così, quando un bel giorno Rube Prien, maggiore dell’esercito, compare alla porta del suo ufficio offrendogli di abbandonare la sua vecchia vita per partecipare a un progetto governativo supersegreto, Si non riesce a dire di no.
Il Dr. Danziger e il suo staff hanno scoperto un modo per viaggiare nel tempo. Non sono necessari complicati macchinari o l’energia di una stella. Ogni momento storico passato e futuro è simultaneamente presente attorno a noi, solo che non lo vediamo, ancorati come siamo al presente da tutti gli oggetti e le sensazioni che ci circondano; ma se si potesse convincere intimamente qualcuno di essere in un dato momento del passato, egli andrebbe davvero nel passato. Poche persone al mondo hanno capacità creative e di autosuggestione tali da poter compiere questo viaggio – e Si è una di loro. La sua destinazione? La New York del 1882.
Riuscirà Si Morley a viaggiare nel passato e a svelare il mistero che aleggia attorno agli antenati di Kate, o si tratta solo di un’illusione indotta dall’ipnosi? E cosa sceglierà, quando si troverà a dover decidere tra il presente e il passato?

Dopo un mese dall’ultimo post e ben due dall’ultimo Consiglio, torniamo con un nuovo romanzo sui viaggi nel tempo. Time and Again è un romanzo molto diverso da The End of Eternity, e non solo per l’impostazione Fantasy piuttosto che fantascientifica; mentre l’interesse di Asimov è quello di esplorare la logica del viaggio nel tempo, quello di Finney è la ricostruzione storica. Com’era la New York della fine dell’Ottocento, quando l’edificio più alto di Manhattan era ancora la cattedrale di St. Patrick, il Ponte di Brooklyn non era ancora stato completato e a nord di Central Park cominciavano le casette coloniali e i campi coltivati? Com’era la vita quotidiana in una New York in cui ci si spostava in carrozza, le donne perbene arrivavano illibate al matrimonio e il telefono era un lusso per i più ricchi? E come dev’essere, per un newyorkese moderno, ritrovarsi in quegli anni, per certi versi simili e per altri così diversi?
La passione di Finney per la ricostruzione è tale che spesso questo Time and Again sembra una commistione tra un romanzo e un documentario. Il libro è corredato di foto d’epoca, illustrazioni e ritagli di giornale, che fanno da contrappunto al testo scritto nel tentativo di immergere il lettore in quel periodo lontano – ne mostro qualcuna nel corso dell’articolo. Combinazione estremamente curiosa, che fa di Time and Again il candidato eccellente per il ritorno dei Consigli del Lunedì!

New York nel 1882

Uno sguardo approfondito
Per spiegare meglio cosa intendo quando parlo di “romanzo d’atmosfera”, voglio soffermarmi prima di tutto su come funziona il viaggio nel tempo in Time and Again. Il viaggio nel tempo è uno stato psicologico: si è così intimamente convinti di essere in un’altra epoca che ci si va davvero. Ma perché questo accada, l’ipnosi da sola non basta. E’ necessario liberarsi di qualsiasi oggetto, pensiero, sensazione che ci ancori al presente. I sotterranei della sede del progetto sono divisi in set che ricostruiscono fin nei minimi dettagli momenti del passato: uno scorcio di Denver agli inizi del Novecento, un campo di battaglia della Prima Guerra Mondiale in Francia, la piazza di fronte a Notre Dame nella Parigi del ‘400, e così via.
Per viaggiare nell’Ottocento, Si Morley dovrà andare a vivere in un palazzo newyorkese d’epoca, il Dakota, lasciato nelle condizioni in cui era allora. Non solo: dovrà vestirsi come si usava nel 1880, lasciarsi crescere baffi e barba, mangiare quel che si mangiava all’epoca, leggere fedeli riproduzioni dei giornali d’epoca, eccetera. Viaggiare nel tempo significa scivolare giorno dopo giorno sempre più “nella parte”, eliminando dalla coscienza ogni elemento di disturbo – il clacson di un’automobile in strada, i motori di un aereo che ti passa sopra – e sentendosi sempre di più parte del passato. Il lettore viaggia a ritroso come il protagonista.

Il romanzo è scritto in prima persona col pov di Si. Tra tutti gli scrittori che mi sia mai capitato di leggere, Finney è uno di quelli che – a mio avviso – meglio realizzano ciò che Gamberetta chiamava “stile trasparente”, ossia uno stile che ti fa dimenticare che stai leggendo una stupida storia. Autori come Swanwick e Vandermeer sicuramente hanno un senso migliore della “scena” e sono più immaginifici, tuttavia il loro modo pomposo di scrivere ci ricorda costantemente che ci troviamo davanti a una pagina scritta. Mellick è più bravo di Finney, ma le sue voci narranti sopra le righe e l’atmosfera grottesca delle sue storie rende molto difficile una vera sospensione dell’incredulità. Leggendo Time and Again, invece, ho provato il raro piacere di immergermi completamente nell’atmosfera della storia, dimenticando per un po’ che fosse una finzione.
Il protagonista sembra fatto apposta per permettere a chiunque di identificarcisi, telecamera in prima persona dietro cui possiamo mettere noi stessi. Si Morley è una persona qualunque, l’archetipo del lettore occidentale di media cultura: ragionevole, riflessivo, insoddisfatto della propria vita, alla ricerca dell’amore. Il suo tratto distintivo, la nostalgia per un’epoca che non ha mai vissuto, a volte sfiora l’ossessione – chi sarebbe disposto a chiudersi per settimane in una casa autoconvincendosi di essere un gentiluomo dell’Ottocento? A parte il Duca, intendo – ma il tono della voce narrante suona sempre pieno di buonsenso. Un altro scrittore, per esempio un Dick, avrebbe forse sottolineato gli aspetti borderline di Morley e fatto di Time and Again un romanzo sull’alienazione; Finney invece fa di Morley un veicolo per il lettore, qualcosa di molto simile ai protagonisti muti di alcuni gdr giapponesi.

“Ehi, Protagonista, sei pronto a spaccare un po’ di culi demoniaci?” “…” “Mi piace il tuo stile!”

Intendiamoci, lo stile di Finney è lontano dalla perfezione. Molto spesso, quando ritiene una scena poco interessante, si abbandona al raccontato e ai riassuntoni sbrigativi invece che trovare una soluzione più elegante. Passaggi lunghi anche alcune pagine sono scritte più o meno così: “Parlammo di questo e quello, e poi andai da quell’altro e dicemmo queste altre cose, quindi tornai a casa e feci questo e quello e quell’altro. Per alcuni giorni feci così e così, poi una mattina feci cosà”. Proprio verso la fine del romanzo, alcune scene chiave sono raccontate in questo modo, il che mi ha parecchio irritato.
In compenso, quando vuole mostrare fa un gran lavoro. Ciò è vero soprattutto per le scene ambientate nella New York ottocentesca: Finney spende pagine e pagine a descrivere il baccano delle carrozze sul selciato delle strade, le case coloniali della periferia e le palazzine ingombre di insegne di legno del centro, le differenze tra la Quinta Avenue del 1882 e quella del 1970. Le uniche volte in cui le descrizioni sono parche, è quando l’autore piazza una foto o un’illustrazione – che nella finzione narrativa sono opera del protagonista. La gente è descritta in ogni dettaglio, dall’acconciatura alla forma e al materiale dei bottoni sul soprabito; ogni capo d’abbigliamento è chiamato col suo nome1. Il mostrato sfuma nel raccontato quando si tratta di descrivere gesti e atteggiamenti dei personaggi, ma nelle scene importanti – e in particolar modo in quelle d’azione – ogni movimento è descritto con precisione e vividezza.

Soprattutto, dalla prosa di Finney traspare l’amore per la materia trattata. L’autore si è documentato per anni sulla New York degli anni ’80 dell’Ottocento, e questo traspare nella precisione con cui racconta usi e costumi dell’epoca – dall’abitudine dei newyorkesi di andare a mezzogiorno di fronte alla torre della Western Union Telegraph Company per sincronizzare i loro orologi da taschino, ai giochi di società con cui si intrattengono alla sera i pensionanti della locanda di Gramercy Park. In molti momenti del romanzo, Si diventa spettatore passivo della quotidianità della New York ottocentesca, e il libro diventa un vero e proprio slice of life – quasi un documentario. La maniacalità di Finney è arrivata al punto da cercare di sincronizzare le situazioni del romanzo con eventi realmente avvenuti – e documentati nei giornali – tra il Gennaio e il Febbraio del 1882. Lascio a storici esperti dell’epoca l’ultima parola sull’attendibilità della ricostruzione; da lettore abbastanza ignorante del periodo storico, posso solo dire che non mi sono sentito preso in giro.
Discorso diverso per quello che chiamo “effetto nostalgia”, ossia la tendenza (giustamente presa in giro da Woody Allen in Midnight in Paris) a immaginare che le epoche passate fossero più felici della nostra. Su questo terreno Finney si muove in modo ambiguo. Da una parte, il suo protagonista deve ammettere che le condizioni sociali e mediche dell’epoca erano molto peggiori delle nostre; che la polizia agiva in modo molto più arbitrario, e la corruzione era più capillare e più difficile da stanare; che la New York moderna tratta male i suoi vagabondi e i suoi poveri, ma quella dell’Ottocento li trattava anche peggio. Morley si rende conto che ingentiliamo il passato nella nostra immaginazione solo perché non l’abbiamo vissuto, e perché tendiamo volutamente a ignorarne i lati peggiori. Ma dall’altro lato, traspare l’idea che gli uomini del 1880 stessero meglio, se non fisicamente, almeno spiritualmente. Un leitmotiv del romanzo è proprio la convinzione che nei visi dei newyorkesi dell’82 ci sia una vitalità, una gioia di vivere assenti nelle ‘spente’ facce del 1970. A qualcuno questa patina di idealismo farà piacere – io l’ho trovata solo irritante e autoindulgente.

Il Dakota, il palazzo usato da Morley per il viaggio nel tempo, sullo sfondo di Central Park nel gennaio 1882.

I problemi più grossi del romanzo, però, riguardano il ritmo. Time and Again è un romanzo lento, tranquillo, in cui le cose succedono poco alla volta. Questo in parte è dovuto all’approccio del libro – abbiamo detto che è un “romanzo d’atmosfera”, in cui le descrizioni e le sensazioni del protagonista hanno più importanza della trama. L’intreccio c’è, non viene mai dimenticato, ha dei momenti brillanti (anche dal punto di vista speculativo), qualche trovata geniale (il braccio della Statua della Libertà!) e raggiunge una conclusione dignitosa; ma possono anche passare 50 pagine prima che ci sia uno sviluppo nella trama, 50 pagine piene di scorci di Manhattan, conversazioni coi locali, sottotrame amorose. Nell’ultimo quarto del libro ci sono diverse scene d’azione e il ritmo si fa più serrato, ma ormai quel tipo di lettore si è già addormentato. Pure a me qualche volta è calata la palpebra.
E se a volte questa lentezza appare giustificata dal tipo di esperienza che questo libro vuole offrire, altre volte Finney sfocia nella pura e semplice logorrea alla King – intere pagine di dettagli e conversazioni inutili. Questo dilungarsi è particolarmente incomprensibile quando riguarda le parti ambientate nel presente, dove non c’è neanche la scusa dell’affresco storico. A che pro descrivere per pagine e pagine la via e la facciata esterna della sede del progetto governativo, o le allegre scampagnate di Si e Kate? Soltanto intorno a pagina 50 viene spiegato il meccanismo dei viaggi nel tempo e quale sia il ruolo di Si in tutto ciò; solo intorno a pagina 90 cominciano i primi esperimenti di viaggio nel passato. Time and Again è un romanzo così lento che il preambolo dura 50 pagine! Non siamo dalle parti del Silenzio di Lenth ma quasi. Persino scene movimentate come quella dell’incendio finiscono con l’essere troppo lunghe e ripetitive – alla quarta o quinta persona salvata dall’edificio in fiamme anche il lettore più fedele comincia ad averne abbastanza…

Time and Again è un romanzo molto particolare – forse la parola giusta è delicato – e sicuramente non è un romanzo per tutti. Forse potrà piacere più a color che vengono dal mainstream e dallo slice of life che non ai veterani del romanzo di genere, dato il ritmo morbido e la carenza di azione, a patto che riescano ad accettare la premessa fantastica del viaggio nel tempo.
Soprattutto, credo che questo sia il tipo di romanzo che risente tantissimo delle condizioni e dell’umore in cui lo si legge. Letto nei ritagli di tempo, nella pausa pranzo, nel trasbordo da un vagone della metro alla carrozza del tram, può (giustamente) far pensare: “Ma di che parla? Ma cos’è che è successo prima? Ma perché cazzo sto leggendo una roba simile? Che menata di libro”. Letto nella tranquillità di casa propria, magari durante un weekend lungo, senza distrazioni, può farci vivere la stessa magia che prova Si, chiusi anche noi nel nostro Dakota, che lentamente scivoliamo assieme a lui in un’altra epoca.
Nonostante qualche momento di stanca, a me è piaciuto molto, e sono felice di consigliarlo dopo un mese di silenzio. Un libro così insolito non lo dimenticherò facilmente.

Barbe di fine Ottocento

Una cosa della fine dell’Ottocento non dimenticheremo mai: le BARBE.

Su Finney
Jack Finney è considerato in genere un autore di secondo piano, probabilmente non a torto. A parte Time and Again, il suo nome è legato a un solo altro romanzo, famoso per avere ispirato il film L’invasione degli Ultracorpi (The Invasion of the Body Snatchers, 1956):
The Body SnatchersThe Body Snatchers (L’invasione degli Ultracorpi) è un classico romanzo di invasione silenziosa. Baccelli alieni capaci di replicare e sostituirsi a qualsiasi essere vivente atterrano in una piccola cittadina della campagna californiana, con l’intenzione di colonizzare tutta la Terra; toccherà al medico Miles Bennett e ai suoi amici tentare di fermarli. Il romanzo è carino ma non molto originale (neanche per l’epoca), e come sottolineato da Knight spesso i protagonisti si comportano in modo illogicamente stupido e ingenuo. Avrà anche un valore storico, ma si può tranquillamente fare a meno di leggerlo.

Dove si trova
Su Library Genesis, Time and Again si trova in due versioni differenti, pdf ed ePub – quest’ultima è anche completa di tutte le immagini originali. Tuttavia, anche se sono ottimizzate per la lettura su reader, forse un libro così è più comodo e preferireste leggerlo su carta; in questo caso, su Amazon potete trovare a circa 8.50 Euro la bella edizione dei Fantasy Masterworks.
Su Emule si trovano anche diverse traduzioni in italiano, e quanto ai formati c’è solo l’imbarazzo della scelta: ePub, pdf, doc, lit e rar.

Qualche estratto
Innanzitutto mi scuso, perché gli estratti che ho scelto sono molto lunghi; ma come ho già accennato, Finney è tutto meno che sintetico. Tagliare i brani più di quanto abbia già fatto rischiava di rovinarne il godimento – perciò portate pazienza.
Il primo estratto descrive il primo set per viaggi nel tempo che viene mostrato a Si, quando ancora non è stato messo a parte nei dettagli della teoria sul viaggio temporale; oltre a vedere un esempio del metodo autosuggestivo per viaggiare a ritroso, dà un’idea del buon mostrato di Finney. Il secondo estratto, molto più avanti nella storia (sigh), mostra uno dei primi tentativi di Si di viaggiare nel passato mediante ipnosi – è un pezzo molto delicato, ma spero che riesca a trasmettervi un po’ della magia che ha trasmesso a me.

1.
Five stories below and on the far side of the area over which we were standing, I saw a small frame house. From this angle I could see onto the roofed front porch. A man in shirt-sleeves sat on the edge of the porch, his feet on the steps. He was smoking a pipe, staring absently out at the brick-paved street before the house.
On each side of this house stood portions of two other houses. The side walls facing the middle house were complete, including curtains and window shades. So were half of each gable roof and the entire front walls, including porches with worn stair treads. A wicker baby-carriage stood on the porch of one of them. But except for the complete house in the middle these others were only the two walls and part of a roof; from here I could see the pine scaffolding that supported them from behind. In front of all three structures were lawns and shade trees. Beyond these were a brick sidewalk and a brick street, iron hitching posts at the curbs. Across the street stood the fronts of half a dozen more houses. On the porch of one lay a battered bicycle. A fringed hammock hung on the porch of another. But these apparent houses were only false fronts no more than a foot thick; they were built along the area wall behind them, concealing the wall.
Leaning on the rail beside me, Rube said, “From where the man on the porch is sitting and from any window of his house or any place on his lawn, he seems to be in a complete street of small houses. You can’t see it from here, but at the end of the short stretch of actual brick street he is facing now, there is painted and modeled on the area wall, in meticulous dioramic perspective, more of the same street and neighborhood far into the distance.”
While he was talking a boy on a bike appeared on the street below us; I didn’t see where he’d come from. He wore a white sailor cap, its turned-up brim nearly covered with what looked like colored advertising-and campaign-buttons; short brown pants that buckled just below the knees; long black stockings; and dirty canvas shoes that came up over the ankles. Hanging from his shoulder by a wide strap was a torn canvas sack filled with folded newspapers. The boy pedaled from one side of the street to the other, steering with one hand, expertly throwing a folded paper up onto each porch. As he approached the complete house, the man on the porch stood up, the boy tossed the paper, the man caught it, and sat down again, unfolding it. The boy threw a paper onto the porch of the false two-walled house next door, which stood on a corner. Then he pedaled around the corner, and — out of sight of the man on the porch now — got off his bike and walked it to a door in the area wall against which the little cross street abruptly ended. He opened the door and wheeled his bike on through it.
[…] I turned to look at Rube’s face, but he was watching the scene below, forearms on the guardrail, his hands clasped loosely together. I said, “I don’t see a camera but I assume you’re either making or rehearsing some kind of movie down there.” I couldn’t help sounding a little bit irritated.
“No,” said Rube. “The man on the porch is actually living in that house. It’s complete inside, and a middle-aged woman comes in to cook and clean for him. Groceries are delivered every day in a light horse-drawn wagon labeled HENRY DORTMUND, FANCY GROCERIES. Twice a day a mailman in a gray uniform delivers mail, mostly ads. The man is waiting to hear whether he’s been hired for any of several jobs he’s applied for in the town. Presently he’ll hear that he’s been accepted for one of these jobs. At that point his habits will change. He’ll begin going out into the town, to work.” Rube glanced at me, then resumed his contemplation of the scene below. “Meanwhile he putters around the house. Waters his lawn. Reads. Passes the time of day with neighbors. Smokes Lucky Strike cigarettes. From green packages. Sometimes he listens to the radio, although in this weather there’s lots of static. Friends visit him occasionally. Right now he’s reading a freshly printed copy, done an hour ago, of the town newspaper for September 3, 1926. He’s tired; it’s been over a hundred down there in the afternoons for the last three days, and in the high eighties even at night. A real Indian-summer heat wave with no air conditioning. And if he looked up here right now all he’d see is a hot blue sky.”
Keeping my voice patient, I said, “You mean they’re following some sort of script.”
“No, there’s no script. He does as he pleases, and the people he sees act and speak according to the circumstances.”
“Are you telling me that he actually believes he’s in a town in —”
“No, no; not that either. He knows where he is, all right. He knows he’s in a New York storage warehouse, in a kind of stage setting. He’s been careful never to walk around the corner and look, but he knows that the street ends there, out of his sight. He knows that the long stretch of street he sees at the other end is actually a painted perspective. And while no one has told him so, I’m sure he understands that the houses across the street are probably only false fronts.” Rube stood upright, turning from the railing to face me. “Si, all I can tell you right now is that he’s doing his damnedest to feel that he’s really and truly sitting there on the porch on a late-summer afternoon reading what Calvin Coolidge had to say this morning, if anything.”
“Is there actually a town and a street like this?”
“Oh, yes; a street with houses, trees, and lawns precisely like that, right down to the last blade of grass and the wicker baby-carriage on the porch. You’ve seen an aerial shot of it; it’s called Winfield, Vermont.” Rube grinned at me. “Don’t get mad,” he said gently. “You have to see it before you can understand it.”

Cinque piani più in basso, in un angolo remoto rispetto al punto in cui eravamo vidi una casetta di legno. Da quell’angolazione potevo vedere sotto la veranda frontale. Un uomo in maniche corte era seduto sui gradini. Stava fumando una pipa e guardava con aria assente la strada di mattoni che passava proprio davanti alla casa.
La casa era circondata da porzioni di altre case. I muri visibili da quella centrale erano completi in ogni particolare, con tanto di tendine alle finestre. Anche metà dei tetti era a posto, assieme alle facciate e alle verande con i loro scalini di legno. Su una veranda c’era una carrozzina di vimini. Ma solo la casa centrale era completa; le altre due erano composte da due soli muri e una parte di tetto; dal mio punto di vista potevo vedere le intelaiature di legno che sorreggevano i muri. Davanti alle case vi erano aiole e alberi. Più in là un marciapiede e una strada di mattoni, con paletti di ferro per attaccare i cavalli lungo i bordi del marciapiede. Dalla parte opposta vi erano le facciate di un’altra mezza dozzina di case. Sulla veranda di una di queste era appoggiata una bicicletta scassata. Su un’altra avevano sospe- so un’amaca. Ma si trattava solo di facciate, non più spesse di trenta centimetri, costruite sulla parete divisoria in modo da ricoprirla completamente.
Rube si appoggiò alla ringhiera al mio fianco. «Dal punto in cui è seduto quell’uomo» disse «o da qualsiasi finestra della sua casa o da qualsiasi punto del suo giardino, gli sembra di essere in una via piena di piccole casette. Da qui non puoi vederlo, ma in fondo a quel breve tratto di strada è stato dipinto e modellato con prospettiva meticolosa il proseguimento della strada e del quartiere, che si perde in lontananza».
Mentre parlava, sulla strada sotto di noi apparve un bambino in biciclet- ta; non capii da dove era sbucato. Aveva un cappellino da marinaio bianco, coperto di spille che sembravano pubblicitarie o di propaganda elettorale, e indossava pantaloni alla zuava abbottonati sotto il ginocchio e lunghe calze nere. Ai piedi aveva un paio di scarpe di tela consumate che arrivavano sopra la caviglia. Portava con sé una borsa di tela strappata con dentro un mucchio di giornali piegati in due. Il ragazzo pedalava da una parte all’altra della strada, guidando con una mano e lanciando, con l’altra, i giornali su ogni veranda. Quando si avvicinò all’unica casa intera, l’uomo si alzò in piedi, prese il giornale al volo, e si sedette di nuovo a leggerlo. Il ragazzo gettò un altro giornale sotto la veranda della casa accanto, quella con due sole pareti, e svoltò l’angolo, scomparendo alla vista dell’uomo seduto sugli scalini. Quindi scese dalla bici e aprì una porta nel muro dove finiva di colpo la strada. Accompagnò la bici attraverso la porta, e la chiuse alle sue spalle.
[…] Mi voltai per guardare Rube in faccia, ma il suo sguardo era rivolto in basso, e teneva gli avambracci appoggiati alla ringhiera e le mani unite. «Non vedo cineprese, ma immagino che stiate riprendendo o facendo le prove per qualche film, laggiù» dissi. Non potei fare a meno di assumere un tono leggermente irritato.
«No» rispose Rube. «Quell’uomo sta effettivamente vivendo in quella casa. Dentro è completa, e c’è una donna di mezza età che viene a cucinare per lui e a fare le pulizie. I generi alimentari gli vengono consegnati giornalmente da un carretto trainato da cavalli con la scritta HENRY DORTMUND, ALIMENTARI DI QUALITÀ. E due volte al giorno un postino in uniforme grigia gli porta la posta; soprattutto pubblicità. Quell’uomo sta aspettando una risposta a una delle richieste di lavoro che ha inoltrato in città. Fra poco apprenderà che è stato assunto, e la sua vita cambierà. Andrà in città tutti i giorni, a lavorare». Rube mi lanciò un’occhiata, poi tornò a contemplare la scena sottostante. «Nel frattempo non fa altro che bighellonare per casa. Innaffiare il giardino. Leggere. Passare le giornate con i vicini. Fumare Lucky Strike. Col pacchetto verde. A volte ascolta anche la radio, anche se con questo caldo la ricezione è un po’ difettosa. Ogni tanto riceve la visita di qualche amico. In questo momento sta leggendo una copia fresca di stampa, uscita meno di un’ora fa, del giornale locale del 3 settembre 1926. È molto stanco; la temperatura negli ultimi tre giorni ha superato i trentacinque gradi tutti i pomeriggi, e non scende sotto i venticinque neanche la sera. Una calura tremenda da sopportare senza condizionatori. E se ora alzasse lo sguardo, non vedrebbe altro che un caldo cielo azzurro».
Mantenendo un tono paziente, dissi: «Vuoi dire che si attengono a una sceneggiatura?»
«No, non c’è nessuna sceneggiatura. Lui fa ciò che gli pare, e la gente che incontra parla e si comporta in maniera diversa a seconda delle circostanze».
«Non dirmi che lui crede effettivamente di vivere in un paese nel…»
«No, no, non è nemmeno così. Lui sa bene dove si trova. Sa bene di es- sere in un magazzino a New York, in una specie di scenario cinematografico. Si trattiene dal girare l’angolo per guardare ma sa bene che la strada finisce lì. E sa anche che la via che vede perdersi in lontananza non è altro che una prospettiva dipinta. E anche se non gliel’ha detto nessuno, sono certo che si rende conto che le case dall’altra parte della strada non sono altro che facciate dipinte». Rube lasciò la ringhiera, e mi guardò. «Simon, tutto quello che ti posso dire per il momento è che quell’uomo sta facendo del suo meglio per credere di trovarsi veramente sotto quella veranda in un pomeriggio di tarda estate a leggere quello che ha da dire oggi Calvin Coolidge».
«Ed esiste un paese con una strada come questa?»
«Oh si; una strada con case, alberi e aiole esattamente come questa, u- guale in ogni minimo particolare; dal modo in cui è tagliata l’erba alla carrozzina sotto la veranda. È quella della foto aerea che hai visto; Winfield, nel Vermont». Rube mi sorrise. «Non ti arrabbiare» disse con tono cortese. «Devi vedere prima di capire».

Newspaper boy

Ah! Ridatemi gli anni ’20 e i ragazzini che consegnavano i giornali casa per casa!

2.
“But you know what the world is like; you know that very well. You know all about it. Why shouldn’t you know what the world is like tonight, January 21, 1882? Because that is the date; that is the time we’re in, of course. That’s why I’m dressed as I am, and you as you are. That’s why this room is as it is. Don’t sleep quite yet, Si. Hold your eyes open just a bit. For just a few seconds longer.
“Now, hear what I say. I am going to give you a final, irrevocable instruction; you will hear it, you will obey it. You will sleep for twenty minutes. You will awake rested. You will go out for a walk. Just a little walk, a breath of air before you go to bed. You will be as careful as you possibly can be… that no one sees you. You will be absolutely certain to speak to no one. You will allow no act of yours, however small, to influence anyone in any way, however trivial.
“Then you will come back here, go to bed, and sleep all night. You will awaken in the morning as usual, free of all hypnotic suggestion. So that as you open your eyes, all your knowledge of the twentieth century will light up in your mind again. But you will remember your walk. You will remember your walk. You will remember your walk. Now… let go. And sleep.”
[…] I felt rested now; alive and energetic, a little too restless to feel like going to bed, and I decided to take a walk. It was still snowing, but big soft flakes. There was no wind, I’d been indoors too long, and I wanted to get out, into that snow, breathing chill fresh air; and I walked to the closet and put on my overcoat, chest protector, boots, and my round fur cap of black lamb’s wool.
I walked down the building stairs, somehow glad to encounter no one; I didn’t feel like chatting, and if I’d heard someone on the stairs I think I’d have stood waiting till he’d gone. Downstairs I walked out of the building, glancing quickly around, but saw not a soul — tonight I didn’t want to see anyone — and I turned toward Central Park just across the street ahead. It was a fine night, a wonderful night. The air was sharp in my lungs, and snowflakes occasionally caught in my lashes, momentarily blurring the streetlamps just ahead, already misty in the swirls of snow around them.
Just ahead the street was almost level with the curbs, unmarked by steps or tracks of any kind. I crossed it and walked into the park. […] I plodded on just a little way more, feet lifting high, boots clogged with damp snow, enjoying the exercise of it, exhilarated by the feel of this snowy luminous night, and my aloneness in it. Behind me and to the north I heard a distant rhythmical jingle, perceptibly louder each time it sounded, and I turned to look back toward the street once again. For a moment or two I stood listening to the jink-jink-jingle sound, and then just beyond the silhouetted branches, down the center of the lighted street, there it came, the only kind of vehicle that could move on a night like this: a light, airy, one-seated sleigh drawn by a single slim horse trotting easily and silently through the snow. The sleigh had no top; they sat out in the falling snow, bundled snugly together under a robe, a man and a woman passing jink-jink-jingle through the snow-swirled cones of light under each lamp. They wore fur caps like mine, and the man held a whip and the reins in one hand. The woman was smiling, her face tilted to receive the snow, and the only sounds were the bells, the muffled hoof-clops, and the hiss of the sleigh runners. Then their backs were to me, the sleigh drawing away, diminishing, the steady rhythm of the sleigh bells receding.
They were nearly gone when I heard the woman laugh momentarily, her voice muffled by the falling snow, the sound distant and happy.

«Eppure sai com’è fatto il mondo; lo sai molto bene. Sai tutto del mon-do. Perché mai non dovresti sapere come è fatto il mondo in questa notte del 21 gennaio 1882? Perché questa è la data, naturalmente; questo è il giorno che stiamo vivendo. È per questo che io sono vestito a questo modo, e anche tu. Ed è per questo che questa stanza è così com’è. Non addormentarti ancora, Simon. Tieni gli occhi aperti ancora per un istante. Solo qualche secondo ancora.
«Ora, ascolta ciò che ti dico. Ti darò delle istruzioni finali e irrevocabili; tu le ascolterai, e ubbidirai. Dormirai per venti minuti, e ti sveglierai riposato. Quindi uscirai a fare una passeggiata. Giusto quattro passi per prendere un po’ d’aria prima di andare a dormire. Starai attentissimo… a non farti vedere da nessuno. Farai in modo di non parlare con nessuno, assolutamente. E non permetterai a nessun tuo gesto, per quanto piccolo, di in- fluenzare nessuno in nessun modo, nemmeno il più insignificante.
«Quindi tornerai in questo appartamento, te ne andrai a letto, e dormirai per tutta la notte. Ti risveglierai domani mattina come al solito, libero da qualsiasi genere di suggestione ipnotica. Quando aprirai gli occhi, tutto ciò che sai del Ventesimo secolo sarà di nuovo disponibile nella tua memoria. Ma ricorderai la tua passeggiata. Ricorderai la tua passeggiata. Ricorde- rai la tua passeggiata. E ora, lasciati pure andare… e dormi».
[…] Ora mi sentivo riposatissimo; pieno di vitalità ed energia, tanto che non me la sentivo di andare subito a letto, e decisi di fare una passeggiata. Nevicava ancora, ma i fiocchi erano grossi e morbidi. Non c’era un alito di vento, ero stato in casa fin troppo tempo, e avevo voglia di uscire, in mezzo alla neve, a respirare quell’aria fresca. Mi avvicinai all’armadio, dove presi il soprabito, gli stivali e il mio cappello di astrakan.
Discesi le scale dell’edificio, stranamente contento di non incrociare altri inquilini; non me la sentivo di chiacchierare, e credo che se avessi sentito qualche rumore sulle scale mi sarei fermato ad aspettare che la via fosse libera. Una volta fuori mi guardai attorno rapidamente, ma non vidi anima viva. Stasera non volevo proprio incontrare nessuno. Mi diressi verso Central Park, dalla parte opposta della strada. Era una bella serata; una serata meravigliosa. L’aria era fredda nei miei polmoni, e ogni tanto un fiocco di neve mi si fermava sulle ciglia, annebbiando momentaneamente i lampioni, già offuscati dai vortici di nevischio che li avvolgevano.
La strada era alla stessa altezza del marciapiede, ed era completamente intatta da orme o tracce di qualsiasi genere. La attraversai ed entrai nel parco. […] Procedetti ancora per un poco, sollevando i piedi a fatica a ogni passo, con gli stivali coperti di neve umida, godendomi l’esercizio, esaltato dalla sensazione di quella notte luminosa e innevata nella quale mi trovavo in solitudine. A un certo punto udii alle mie spalle un tintinnare ritmico e distante, che diventava sempre più vicino. Mi voltai nuovamente verso la strada. Rimasi per un attimo ad ascoltare il tintinnio, poi, da dietro i rami degli alberi, in mezzo alla strada illuminata, la vidi; l’unico veicolo che po- teva aggirarsi in una notte come questa: una slitta aperta, leggera, trainata da un solo cavallo, piuttosto magro, che trottava tranquillo e silenzioso sulla neve. Un uomo e una donna sedevano sulla slitta, sotto la neve, avvolti in una coperta di lana. Attraversarono tintinnando i coni di luce innevati di ogni lampione. Avevano entrambi cappelli di pelliccia come il mio, e l’uomo teneva le redini e la frusta in una mano. La donna sorrideva, il viso inclinato all’indietro, godendosi la neve, e si udivano solo i campanelli, i passi soffocati del cavallo, e il leggero sibilo della slitta sulla neve. Mi passarono davanti, e li seguii con lo sguardo finché non scomparvero nel nevischio, il tintinnio sempre più distante.
Poco prima che scomparissero del tutto, sentii la donna che rideva; una risata distante e felice, attutita dalla neve.

Tabella riassuntiva

Un modo incredibilmente suggestivo di viaggiare nel passato! Trama minimale, subordinata alla ricostruzione storica.
Affascinante e precisa ricostruzione della New York del 1882. Ritmo lento che mette alla prova e tendenza alla logorrea.
Quando vuole, Finney è molto bravo a mostrare. Tendenza sentimentalista a idealizzare il passato.

(1) La precisione è pure troppa! Come quando Finney descrive l’abbigliamento ottocentesco: usa una valanga di termini che non solo io non avevo mai sentito nominare, ma che non conosce neppure il dizionario del mio reader! Dannazione.Torna su

Tre romanzi fikissimi che (forse) non scriverò mai

April March Herbert Quain“Esame dell’opera di Herbert Quain” è un racconto bizzarro che fa parte della famosa antologia di Borges Finzioni. Il racconto consiste in sostanza della finta recensione dei romanzi di un autore immaginario: un poliziesco apparentemente banale la cui frase di chiusura permette al lettore di capire che la soluzione del detective era sbagliata e gli fornisce l’indizio chiave per trovare – lui solo! – quella corretta; o un romanzo in cui, a partire da una situazione di base, si sviluppano storie alternative che si ramificano secondo uno schema simmetrico; e così via.
Si dice che, quando chiesero a Borges perché avesse scritto un racconto così strano (invece che scrivere davvero i libri che descriveva nella finta recensione), lui rispose che si trattava effettivamente di idee per romanzi che aveva avuto, ma che era troppo pigro per mettersi a scriverli davvero. Piuttosto che non farne nulla, aveva esposto le idee nude e crude.

Oggi voglio fare una cosa del genere. Dato che mi chiedono sempre se scrivo, cosa scrivo, quand’è che finisco qualcosa che ho scritto (ah! ah! ah!), mi son detto: “perché, invece che accontentare il mio pubblico, non parlare di romanzi che probabilmente non scriverò mai?”.
Che la maggior parte delle idee non diventino un romanzo non è strano. Swanwick racconta in un’intervista che, da quando ebbe per la prima volta l’idea di realizzare un’ucronia ispirata al Faust di Goethe, gli ci vollero più di vent’anni per decidersi a scrivere Jack Faust. Kafka non finì mai nessuno dei romanzi che scrisse (e molti rimasero a uno stato embrionale, un capitolo o poche pagine o anche meno). Forse neanche l’1% delle buone idee partorite da bravi scrittori raggiunge la forma scritta.
I motivi sono i più vari: l’autore può pensare che forse in fondo non siano idee così buone; oppure ha immaginato un’ambientazione interessante ma non gli viene in mente una storia decente da ambientarci; oppure gli passa la voglia; oppure è semplice pigrizia. Nel mio caso c’è un po’ di tutto, ma in particolare sento il problema della documentazione: per scrivere una buona storia su un argomento inusuale, e per non fare la figura degli ultimi arrivati, c’è bisogno di studiare talmente tanto che mi passa la voglia ancor prima di cominciare. Per non parlare del tempo che dovrei spendere per documentarmi. Non ce l’ho! E quindi non se ne fa niente. Che scusa del cazzo, eh? Be’, forse c’entra anche la pigrizia…

Bored to Death

…e come questa serie, farò una bruttissima fine.

Magari in futuro troverò il tempo e la voglia per mettermi a sviluppare una di queste idee. Nel frattempo voglio metterle a disposizione di tutti. Magari qualcuno di voi potrà farne buon uso, o darmi qualche suggerimento, o potrebbe nascere un’incredibile partnership (unlikely), o avrà una buona scusa per insultarmi.
Ecco tre romanzi fikissimi che (forse) non scriverò mai. I titoli ovviamente non sono “veri” titoli, ma soltanto delle etichette con cui li ho bollati nella mia testa. Sono abbastanza diversi tra loro, spero che almeno uno di essi vi piaccia.

La resurrezione di San Tommaso
La folgorazione: Fin da quando ho cominciato a studiare letteratura e filosofia al liceo, e a entrare nella testa di grandi pensatori morti da eoni, ho preso a chiedermi: chissà cosa penserebbe una di queste menti se venisse catapultato ai giorni nostri? Se Aristotele avesse potuto vedere l’Apollo 11 che atterra sulla Luna? Se Dante avesse potuto fare esperienza di Internet? Se Newton avesse potuto incontrare i padri della fisica quantistica? Impazzirebbero? Rifiuterebbero il nuovo mondo? Sarebbero ancora capaci di produrre del pensiero geniale?
Dovendo scegliere chi trasportare ai giorni nostri, di certo il gap mentale più ampio si avrebbe pescando un pensatore del Medioevo. E chi meglio di Tommaso d’Aquino, il frate domenicano che ebbe l’ardire di spiegare il mondo intero, e pure Dio e la Creazione, con la sua filosofia? Quale shock proverebbe un uomo convinto di aver spiegato l’universo intero, trovandosi di fronte a un mondo così completamente diverso da quello che conosceva? Propendo decisamente per la seconda, ma questo non mi impedisce di divertirmi un po’ con l’idea. E poi, non è stato proprio Ratzinger a dire: “Bisognerebbe tornare a San Tommaso”?

Tommaso d'Aquino

Bisognerebbe tornare a lui. Ehm.

Di cosa parla: Futuro prossimo. Le nubi della Terza Guerra Mondiale si fanno ogni giorno più dense; l’Europa si trova intrappolata fra i due fuochi degli Stati Uniti e della Cina, e sembra sempre più probabile che – in stile Guerra Fredda – il nostro continente poss diventare il teatro del conflitto fra le due superpotenze. Anno di Giubileo; folle di milioni di persone che affluiscono a San Pietro, mentre la Chiesa lancia appelli di pace universale, di cessazione delle ostilità e di capitalismo etico (che non fa mai male). Ma sul soglio pontificio siede il debole Sisto VI; un vecchietto timido e insipido che non convince proprio nessuno.
Un gruppo di neocristiani borderline non ci sta e decide (come sempre accade) di tornare a un cristianesimo più original. Ma questa gente ha un’arma in più: un rituale che, a partire da un sufficiente numero di reliquie, permette di resuscitare i santi. E’ così che, una notte, in piena campagna, riportano in vita San Tommaso. Di qui comincerà la lenta rieducazione di Tommaso al mondo moderno, facendogli scoprire per gradi com’è il XXI secolo. All’inizio lo farebbero vivere in una vecchia cascina in mezzo al nulla, poi a poco a poco fargli vedere le automobili, il telefono, e così via… Fino a renderlo completamente edotto del mondo moderno. Ma come reagirebbe San Tommaso a queste scoperte? Resterebbe la stessa persona, o diventerebbe qualcosa di nuovo? Impazzirebbe? Smetterebbe di credere in Dio? E potrà guidare la cristianità verso una nuova era di rettitudine, mettendosi addirittura contro la sua Chiesa?

Non ho ancora deciso del destino di Tommaso. Quello che so è che alla trama principale vorrei agganciare qualche subplot minchione; per esempio la vicenda di un cardinale sudafricano che, radiato e scomunicato per la sua condotta violenta, una volta tornato in patria dà il via al suo scisma personale e diventa un signore della guerra. Magari, scoperto il rituale con cui è stato resuscitato San Tommaso, si dedicherebbe a creare il suo esercito personale di santi guerrieri e a unificare l’Africa. La Chiesa a sua volta potrebbe arruolare i propri santi. Sarebbe alquanto tamarro assistere a una battaglia in cui, per esempio, San Bernardo di Clairvaux imbraccia un RPG contro un carro armato guidato da Santa Caterina da Siena.
Tra le altre idee che avevo partorito, la possibile scoperta da parte dei protagonisti che Sisto VI in realtà è un fantoccio e che la Chiesa è guidata ormai da 50 anni da un’avanzatissima intelligenza artificiale imbottita di dottrina (il MAGI System? Ahahahaha). Come reagirebbe San Tommaso all’IA, lo riterrebbe un’emanazione divina o un segno che il demonio ha infilato il suo zoccolo caprino nel cuore della Cristianità? Di sicuro a un certo punto ci dev’essere una scena in cui i cinesi fanno esplodere San Pietro. Magari con una Bomba H.
Insomma, mi piacerebbe mischiare la storia molto seria di come si potrebbe educare un erudito iper-indottrinato del XIII secolo al mondo del ventunesimo, con una cornice demente nello stile della Bizarro Fiction. Stesso discorso per quanto concerne i protagonisti neocristiani: non vorrei farne delle macchiette ma anzi vorrei costruire dei personaggi complessi, ciascuno con la propria motivazione non banale per “tornare a San Tommaso”. Sarebbe un po’ Vonnegut, un po’ Dick, un po’ Mellick – in costante equilibrio tra il serio e il mongoloide.

Ratzinger cattivo

Questo romanzo ha già un fan.

Perché l’ho mollato: Un primo motivo è che, per fare le cose fatte bene, dovrei documentarmi parecchio su San Tommaso; non bastano certo le mie reminiscenze universitarie. Leggere la sua opera omnia (o almeno sapere a menadito la Summa Theologia), la sua biografia (per disegnare in modo verosimile il suo carattere), approfondire la mia conoscenza del Duecento europeo per avere un’idea più chiara di quale fosse il mondo a cui Tommaso era abituato.
Le cose peggiorano tenendo conto che, per fare un lavoro fatto bene e non una roba retorica, dovrei anche documentarmi sul Papato moderno; sulle sue procedure, i costumi, le gerarchie, fino alle piantine degli edifici pubblici di Città del Vaticano. Come fa il collegio cardinalizio a scomunicare qualcuno? Come si allestisce un Angelus? E non farebbe male un bel ripasso di tutta la storia della Chiesa dal Concilio Vaticano II in poi, per fare un ritratto credibile delle politiche papali nel futuro prossimo.
Nulla di impossibile, ma abbastanza da farmi venire voglia di rimandare ad libitum.

Gli ingegneri del sole
La folgorazione: C’è stato un periodo – forse era il secondo anno di università – che una sera alla settimana mi trovavo a guardare con occhi sbarrati Voyager su Rai 2. Ipnotizzato dalla voce suadente di Giacobbo, mi chiedevo come potesse, lo spettatore ideale del programma, credere contemporaneamente ad Atlantide, al Nuovo Ordine Mondiale massonico, alla perduta Agarthi, alle scie chimiche, ai complotti Templari, ai cerchi nel grano, agli aglieni, alle profezie Maya e soprattutto al fatto che Paul McCartney sia stato ucciso e sostituito da un sosia.
Di cosa parla: E’ divertente, però, immaginare come sarebbe il nostro mondo se davvero alcune delle teorie dei voyageristi fossero vere. Perciò ho scelto la mia preferita, la teoria della terra cava; ma nella sua versione più radicale (teoria della terra concava). Il sistema copernicano è un falso, e noi ci troviamo in realtà sulla superficie interna del nostro pianeta, che è cavo al suo interno. La forza di gravità va dalla crosta terrestre giù, nelle profondità degli infiniti strati di terra del pianeta. Il sole se ne sta al centro della cavità, insieme alle stelle fisse e a quelle nubi e quei vapori che ci danno l’impressione del cielo. Ma come fa il sole a sostenersi al centro del pianeta, se la gravità lo trascinerebbe contro la crosta terrestre? Qui sta l’idea!

Terra concava

Benvenuti nella terra concava.

Il sole è una palla non più grande di uno stadio, sostenuta da un complicatissimo e raffinato sistema di impalcature costruite dalla casta degli Ingegneri. Opera degli Ingegneri è anche il sistema di muri mobili che circonda il Sole e che, eclissando periodicamente l’astro, permettono di simulare il ciclo giorno/notte. Supervisionare il corretto funzionamento del Sole è un compito oneroso, e la corporazione degli Ingegneri è la più rispettata e stimata nel mondo. La gente farebbe carte false per potervi entrare. E più si fa carriera, più si sale in alto lungo il sistema di impalcature, arrivando a eseguire compiti sempre più delicati e più vicini all’essenza stessa del Sole.
Il protagonista della storia sarebbe un giovane allievo che riesce a entrare nella corporazione e, lentamente, a fare carriera. Ma in realtà – conflitto! – il nostro giovane uomo è un terrorista, allevato da una setta religiosa nell’insegnamento che l’opera degli Ingegneri è empia e che bisogna affrettare la fine dei tempi. La sua missione segreta è raggiungere i vertici dell’organizzazione per poi sabotare le impalcature, e spegnere il Sole. Ma lungo la strada troverà molti ostacoli, fisici e morali, a mettere alla prova le sue convinzioni. Riuscirà il nostro eroe a provocare la fine del mondo?
Avevo immaginato la storia come una novella, magari da un centinaio di pagine o poco più, concentrato principalmente su questo mondo di impalcature che si estendono verticalmente fino al centro (cavo) della Terra, e solo secondariamente sul resto del pianeta cavo. In realtà avevo anche la mezza idea di un sub-plot di un uomo (o una squadra di uomini) che decide di scavare la crosta terrestre per scoprire se c’è qualcosa dall’altra parte. Come genere potrebbe ricadere tanto nella Bizarro Fiction quanto nel New Weird, a seconda che decidessi di evidenziare più l’aspetto minchione della storia o quello serio-speculativo. Certo però che non mi dispiacerebbe provare a dargli un taglio di verosimiglianza, giusto per scoprire cosa vien fuori; vorrei massimizzare il sense of wonder della storia.

Perché l’ho mollato: Banalmente? Perché non sono un ingegnere, non sono un fisico, e – allo stato attuale dei fatti – non ci capisco niente. Può sembrare una scusa stupida, ma mi sarebbe piaciuto dare a quest’idea completamente minchiona una patina di realismo scientifico nell’esecuzione. Il worldbuilding di questo romanzo ha tutto a che fare con la forza di gravità, l’ingegneria strutturale, and the like; il cuore del romanzo potrebbe consistere nei metodi con cui il protagonista tenterà di sabotare e forse di far saltare la struttura, quindi con un problema che almeno in parte è tecnico; e non volevo rovinare l’idea iniziale con banalità da umanista che non sa bene di cosa sta parlando.
Allo stato attuale, Gli ingegneri del sole è quello più improbabile da realizzare, anche se è forse quello con l’idea base più carina. Difficilmente diventerò mai abbastanza esperto dell’argomento (almeno di qui a 5-10 anni…); quindi, a meno che mi trovi un partner fisico o ingegnere che per puro amore delle belle lettere decida di darmi tutto il suo aiuto, questa storia rimarrà nel cassetto.

Gatto ingegnere

Forse lui potrebbe scriverlo.

Infelix Austria, o Il lungo, lungo regno di Francesco Giuseppe
La folgorazione: Ho già avuto modo di dirlo da qualche parte nel blog, ma se c’è un periodo che mi affascina particolarmente, nella nostra storia recente, sono l’Europa centro-orientale nel tardo Ottocento e fino alla Prima Guerra Mondiale. Coacervi di etnie diverse che ribollivano sotto pochi Imperi, insurrezioni nazionaliste puntualmente represse, populisti con la mania di assassinare gli zar, buffi anacronismi come i servi della gleba russi, che rimasero vincolati alla terra fino all’infelice riforma di Alessandro II nel 1861. Benché non fosse il più moderno dei paesi, l’Austria di Francesco Giuseppe produsse tra la metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento una quantità incredibile di figure geniali, da Freud a Kafka, da Dvorak a Mendel.
E poi c’era lui, Francesco Giuseppe, il grande vecchio – uno dei regnanti più longevi in assoluto nella storia mondiale, padre di tre e forse quattro generazioni di austriaci. L’imperatore ha anche il fascino della figura tragica: il fratello ammazzato dai rivoluzionari messicani, il figlio (nonché erede al trono) che gli muore suicida, la moglie (la principessa Sissi) che oltre ad essere in esaurimento nervoso viene a sua volta ammazzata da un anarchico (italiano), fino ad arrivare al nipote (nonché nuovo erede al trono) Francesco Ferdinando, a cui sappiamo cos’è successo.

A leggere i romanzi di Joseph Roth sull’Impero asburgico – in primis il bellissimo La marcia di Radetzky, di cui ho parlato nella mia Classifica, ma anche La cripta dei cappuccini o La milleduesima notte – si ha l’impressione che nella mente degli austriaci l’impero non potesse mai avere fine. Fosse qualcosa di eterno, di dato e immutabile come il cielo sopra di noi, o il fatto che il sole sorga ogni mattina. Immaginate il trauma, quando è scoppiata la Prima Guerra Mondiale e poi è tutto finito. Ma era inevitabile che andasse così? E se qualcuno più previdente avesse trovato una soluzione alternativa?
Ricordo che lo stesso anno in cui leggevo Roth e seguivo un corso di Storia dei Paesi slavi (che in sostanza era sulla Russia prima della Rivoluzione d’Ottobre e sul suo rapporto con l’Ucrania – una figata), ero anche nel mio periodo di fissa con Philip K. Dick. E ricorderete di cosa si convinse Dick verso la fine della sua vita. Che noi non siamo davvero nel XXI secolo. Siamo ancora nel 70 d.C., intrappolati in un’illusione, orchestrata dall’Imperatore Romano per preservare in eterno il suo trono. Ecco, forse avete capito dove voglio arrivare…

Francesco Giuseppe

Questo è un uomo!

Di cosa parla: Avuto sentore, dopo i moti del 1848 e i tentativi di insurrezione indipendentista che da allora non si contano nel suo regno, che l’Impero Asburgico ha gli anni contati, Francesco Giuseppe è corso ai ripari. Le migliori menti dell’impero si sono messe all’opera per realizzare l’opera più ambiziosa nella storia dell’umanità: una macchina che fermi il tempo e renda eterno il regno di Francesco. La macchina ha preso la forma di un plastico della corte imperiale a Vienna, sul quale manichini in scala, che riproducono tutti i membri della corte, vengono mossi da un meccanismo e ripetono ogni giorno le stesse azioni.
Da 400 anni, nel mondo non succede più nulla di nuovo. Ribellioni continuano a scoppiare alla periferia dell’Impero, ma sono continuamente soffocate; i Confederati continuano a separarsi dagli Stati Uniti e puntualmente sono riannessi con la forza; in Russia, ogni nuovo zar è puntualmente assassinato dai populisti della Narodnaja Volja con una bomba gettata nella carrozza; e così via. I figli succedono ai padri, ma compiono le stesse azioni. Il progresso si è fermato. Solo Francesco Giuseppe vive ininterrottamente da 400 anni, reso immortale dalla macchina.
Ma l’imperatore non è felice. Il fatto che il suo regno non finisca mai ha avuto conseguenza che anche i suoi dispiaceri non finissero mai: continua a litigare con tutti i suoi figli maschi, che raggiunta una certa età puntualmente si suicidano; tutte le sue mogli sono finite nevrotiche, per poi essere pugnalate da sporchi terroristi; e così via.

Due sarebbero i protagonisti, i cui pov verrebbero alternati di capitolo in capitolo. Il primo è lo stesso Francesco Giuseppe. La sua infelicità e l’impossibilità di spiegarla agli altri membri della corte lo ha spinto tra le braccia della nascente disciplina della psicanalisi. Due volte a settimana si siede sul lettino nello studio di Otto Freud (un lontano discendente del primo teorico della psicanalisi, un vecchio moravo morto nel silenzio generale e di cui non si ricorda più nessuno) e comincia a parlare dei suoi problemi. Ma Otto Freud fatica a dargli una mano: è prigioniero della corte e sa che se offendesse in qualche modo l’imperatore finirebbe agli arresti.
L’altro è Aleksej, un populista russo rivoluzionario. La sua vita cambia una mattina, quando è appostato nei pressi del Palazzo d’Inverno, in attesa del passaggio della carrozza dello zar Alessandro XIX per farla saltare in aria. Ma all’ultimo momento, invece di lanciare la bomba nella carrozza, la tira in un vicolo, e lo zar sopravvive. Cosa l’ha spinto a mandare all’aria l’attentato? Lui stesso non è in grado di dirlo; sa solo che deve scappare dalla Russia, dato che la polizia e i suoi ex-compagni fanno a gara per linciarlo. Quel che è successo, è che per qualche ragione Aleksej è sfuggito alle maglie della macchina asburgica, è una scheggia impazzita libera dal circolo vizioso temporale creato da Francesco Giuseppe. E una serie di circostanze lo spingeranno a Vienna…

Narodniki

Quelli di Narodnaja Volja. Bravi ragazzi.

Come i precedenti, sarebbe un romanzo a metà tra il serio e il faceto, ma molto meno Bizarro. Sviluppi steampunk sarebbero teoricamente possibili (la stessa macchina ha un che di steampunk), ma più che di futuro “alternativo” mi piacerebbe realizzare un futuro immobile.
Non ho ancora in mente un finale, ma ci sono un sacco di possibilità interessanti. Dalla più melodrammatica, con un Francesco Giuseppe che in un raptus depressivo dà fuoco al plastico e si getta sulle fiamme; a una più inquietante-imprevedibile, con un Otto Freud che, venuto a conoscenza della macchina dall’imperatore, se ne impossessa e decide di sfruttarla per fare un po’ di esperimenti sociali (diventando così il “main villain”); a un bad ending in cui il rivoluzionario finisce con l’ammazzare l’Imperatore asburgico, ma non viene a conoscenza della macchina, sicché questa continuerà a intrappolarci in eterno; oppure, la mancata uccisione di Alessandro XIX potrebbe scatenare un effetto domino che vanifica l’azione della macchina, e quindi uno sviluppo della trama ancora diverso. Quante cose si potrebbero fare con questa ambientazione!
Perché l’ho mollato: Perché, come ogni romanzo storico (o fantastorico), richiede una mole di documentazione agghiacciante. Dal punto di vista della pura quantità, è quello dei tre che ne esige di più. Come si viveva nell’Ottocento, nell’Impero Austro-Ungarico così come in Russia, e poi biografie su Francesco Giuseppe e la vita alla sua corte; info su vestiti, costumi, cibi, tecnologie, etichetta, eccetera. Un lavoro immane. Senza una mano – ma anche tre o quattro – dubito che riuscirò mai a realizzare un progetto così ambizioso. Oppure sì, ma mi ci vorranno dieci anni. Come avrete visto dalla mole di parole che ci ho speso, dei tre progetti è anche quello che a pelle mi appassiona di più – vedremo.

Ovviamente, queste non sono le uniche idee che ho partorito in questi anni. C’era per esempio l’idea di un romanzo ambientato in un mondo che segue realmente le leggi della fisica aristotelica (e in particolare la teoria dei luoghi naturali e quella del primo motore immobile), giusto per vedere cosa succede; quella di un cyberpunk in cui la coscienza umana è manipolabile al punto che ciascuno di noi nasce come tre individui distinti, i cui corpi e le cui menti coordina in contemporanea, e che permettono di vivere in eterno in quanto la morte di uno dei tre individui dà la possibilità di riceverne uno nuovo in sostituzione; un’ucronia fantasy ambientata alla fine del V secolo, subito dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente, in cui il punto di divergenza è la discesa degli angeli (quelli veri!) su Costantinopoli e la trasformazione dell’Impero Bizantino nella Città di Dio agostiniana; e così via. Ma si tratta di idee ancora più embrionali e ancora più difficili da realizzare.
Sto lavorando anche a progetti più concreti – e, per ora, più modesti di quelli che ho appena descritto – ma di quelli non parlerò fino a che non avrò completato quantomeno una prima stesura. Sempre che ci arrivi, dati i miei ritmi. Se penso a quando Gamberetta diceva che per diventare bravi a scrivere bisogna esercitarsi ogni giorno – anche poco, ma tutti i giorni – non posso che concludere di essere un pessimo scrittore.

Gamberetta doesn't approve.

Gamberetta doesn’t approve.

Spero comunque di avervi fatto venire un po’ di acquolina in bocca o almeno di avervi divertito. Mi sarebbe dispiaciuto portarmi queste idee nella tomba.

Un anno di Tapirullanza

The cake is a lieEsattamente 366 giorni or sono, Tapirullanza apriva i suoi battenti al mondo. Meglio sarebbe stato se questo compleanno fosse capitato in un periodo più vivace nella vita del blog, dato che – ahimé – non mi faccio sentire da quasi tre settimane; ma una fetta di torta me la taglio lo stesso.
Nel mio primo post, annunciavo di voler creare una vetrina in cui ospitare, una volta alla settimana, libri di narrativa fantastica degni di essere letti. Libri curiosi, strani, originali, magari anche molto imperfetti ma con un quid che era solo loro. Tempo di bilanci: ci sono riuscito? Sì? No?

Per cominciare, facciamoci una piccola indigestione di numeri. In un anno, Tapirullanza ha ampiamente superato le 100.000 visite – il che non è male. A dirla tutta, le visite avevano già superato le 70.000 tra Maggio e Giugno, nel periodo di picco (a quei tempi facevo +400 visite al giorno!); e se fossi riuscito a mantenere anche in questi ultimi mesi lo stesso ritmo di postaggio, probabilmente a quest’ora viaggerei anche sulle 120.000 – 130.000 visite totali.
Purtroppo la Realtà, questa roba tutta unta e appiccicosa, mi ha strappato ai miei passatempi e il mio tempo libero è andato giù per lo sciacquone. Avrei potuto fare come tanti altri, e mantenere una cadenza dignitosa con post più brevi, meno impegnativi, magari spezzati in più parti. Mi sono rifiutato. Come ho detto fin dalla nascita di Tapirullanza, per me questo blog è un museo, un archivio di informazioni sempre disponibili. Non sono interessato a post che ha senso leggere soltanto oggi o domani o tra una settimana; certo, qualche articolo minchione per spezzare ogni tanto ci sta, ma non devono diventare la norma. Ho sempre cercato di evitare di parlare di attualità; non è per fare il reazionario o perché non mi informi, ma ci sono tanti siti e blog là fuori che fanno questo lavoro meglio di me. Che senso avrebbe ripeterli?

Piramid Head

La mia reazione quando mi propongono di fare un blog più in linea con i “moderni tempi di lettura web”.

Il mio ideale invece era il blog del Duchino. Ancora a distanza di anni da quando sono stati scritti, la gente ancora va a cliccare su articoli come quello sulle performance dell’arco da guerra inglese, quello sui test di penetrazione delle armature, o come la breve introduzione allo Steampunk. Scrivendo quegli articoli, il Duca ha reso un servizio prima agli altri (a tutte quelle persone che avevano bisogno di informazioni dettagliate e non le trovavano), e poi a sé stesso. Non mi sto paragonando a lui. Non ho mai scritto articoli tecnici e dettagliati come i suoi, su nessun argomento. Ma diciamo che Baionette Librarie (accanto a Gamberi Fantasy) è un po’ il mio ideale regolativo, il modello da seguire: articoli solidi, completi (cioè non spezzettati in parti), che durino nel tempo. Che magari qualcuno, fra dieci anni, cerca su Google “The Haunted Vagina” – giustamente indeciso se comprare un libro con un titolo del genere – e capita sulla mia recensione, e si schiarisce un po’ le idee. Ecco: se succederà questo, Tapirullanza avrà raggiunto il suo scopo.
E a proposito di visite: da qui viene la nota più positiva di quest’anno di blogging. Diamo un’occhiata a chi sono i primi cinque referrer:

– Motori di ricerca: 36.661 visite
– Gamberi Fantasy: 2.614 visite
– Zweilawyer: 1.965 visite
– Baionette Librarie: 968 visite
– Facebook: 644 visite

Il dato parla da solo. Il grosso delle visite a Tapirullanza viene dai motori di ricerca; il che significa che – tralasciando i pazzi delle chiavi di ricerca weird e quelli, comunque numerosi, che digitano “Tapirullanza” – un sacco di gente arriva qui senza conoscermi e perché in cerca delle cose di cui io parlo. Questa è la soddisfazione più grande; significa che forse ho fatto il mio lavoro. E difatti, anche nei periodi più “bui” del blog – tipo il greve Ottobre appena trascorso, in cui ho pubblicato solo 3 magri articoli, o lo scorso Aprile – quando nessuno dei miei visitatori abituali si aspettava dell’attività, non sono pressoché mai sceso sotto le 200 visite al giorno.

Companion Cube 1.5

Vediamo inoltre quali siano stati gli articoli più visitati nel corso dell’anno, tralasciando ovviamente l’Home Page:

– Alternative a library.nu: 14.854 visite
– Gli Autopubblicati #05: Deinos: 1758 visite
– Chi sono: 1260 visite
– I Consigli del Lunedì #01: Flatland – A Romance of Many Dimensions: 1202 visite
– E adesso, cosa leggerà il Tapiro?: 1068 visite
– Un tour-de-force di Bizarro Fiction: 959 visite
– Cos’è Tapirullanza: 905 visite
– Consigli del Lunedì: 877 visite
– I Consigli del Lunedì #02: The Sirens of Titan: 772 visite
– Correre ignudi con la fiammea quadriga: 699 visite

Non li commenterò tutti adesso. Diciamo subito che spicca il primo, di cui sono particolarmente orgoglioso. E’ l’articolo oggettivamente più utile, dato che fornisce i link a due dei più grandi archivi gratuiti di libri digitali oggi esistenti – e a Library Genesis in particolare, che in questi ultimi mesi sta spakkando sempre di più – oltre che a consigli su come utilizzare un’altra ottima risorsa, ossia mIRC. Ho sempre cercato di curarlo e tenerlo aggiornato; alcuni mesi fa, per esempio, su segnalazione di un paio di utenti, avevo aggiornato i link ad entrambe le librerie dopo che quelli vecchi avevano cessato di funzionare. Ma in generale, sono piuttosto fiero di tutta la sezione “Risorse”, dato che mi permette di dare una mano pratica agli altri e non soltanto di cianciare; e infatti anche il post “La combo che spakka” se la cava molto bene in classifica, arrivando quattordicesimo.
Com’era prevedibile, tra le voci più visitate ci stanno quelle della barra orizzontale, da “Chi sono” a “Consigli del Lunedì” – il che conferma la vocazione di ‘archivio’ del blog. Che gli unici Consigli in classifica siano i primi due, è merito più che altro di Gamberetta che li aveva linkati fin quasi dalla nascita del blog; molti utenti continuano a trovare comodo raggiungere il blog attraverso quei due link. Comunque, scendendo in classifica oltre la decima posizione trovo un sacco di altri Consigli (nell’ordine, i sei successivi: The Iron Dream, The Haunted Vagina/The Baby Jesus Butt Plug, Tales of the Dying Earth, Childhood’s End, The Zap Gun, A Canticle for Leibowitz), il che mi tranquillizza sul fatto che queste cose alla fin fine interessino.
Sono particolarmente felice di due voci. “Un tour-de-force di Bizarro Fiction”, che è uno degli articoli più completi su un genere ancora poco conosciuto in Italia; spero di aver attirato da queste parti tutti coloro che erano indecisi se comprare o no un libro di Bizarro Fiction. L’articolo è, credo, molto equilibrato, dato che ho lodato alcuni libri e ne ho cazziati altri. L’altro pezzo che mi rende fiero è “Correre ignudi sulla fiammea quadriga”, in cui me la prendevo con quel cazzone di Thomas Mann mostrando come ci siano vagonate e vagonate di scrittori di genere oggettivamente più bravi di lui. Il fatto che Mann sia portato in palmo di mano come uno dei più grandi scrittori nella storia della letteratura mondiale da quelle stesse persone che considerano di ‘serie b’ il fantastico anglosassone, è significativo di quanto nella cultura letteraria ufficiale conti il pregiudizio e quanto poco un’effettiva conoscenza della materia.

Pistola floreale

Quando Carlton Mellick incontra Thomas Mann, Thomas Mann è un uomo morto.

Hai dei rimpianti? E chi non ne ha! Se potessi tornare indietro, non cambieresti qualcosa? Mentirei se dicessi di no. In quest’anno ho imparato molte cose, e sono anche diventato – credo – un miglior giudice. Se mi trovassi a rifare tutto da zero, cambierei qualche Consiglio. Il #11, Last and First Men, sarebbe probabilmente retrocesso a Bonus Track: libro interessante, ma sente troppo il peso del tempo rispetto ai suoi “colleghi”. Discorso simile per il #15, Tales of the Dying Earth, che forse è scritto troppo male ed è troppo disomogeneo per meritare addirittura un Consiglio; anche Changing Planes della LeGuin, il #08, è decisamente sovrastimato come Consiglio, con in più l’aggravante che non ha fatto e non farà mai la storia della narrativa fantastica. Invece sono piuttosto soddisfatto degli ultimi Consigli, benché un paio di volte sia stato cazziato per The Blue World di Vance (non sapete quello che dite!). Siete d’accordo con me?1
Ciò di cui sono più pentito, però, è di aver scritto quell’articolo sull’antologia Deinos. Continuo a pensare che il proposito fosse giusto, ma il risultato è stato perlopiù una vagonata di flame, deliri spalmati su più blog, molta attenzione indesiderata e gente che mi voleva spezzare le gambe. Questo per dire quanto gli scrittori amatoriali siano più ricettivi alle critiche che non i G.L. Per carità, nella settimana successiva al post ho raggiunto il tetto massimo di visite giornaliere – fino a sfiorare le 1000! – ma non mi ha fatto piacere. I commenti di bassa qualità, i flammoni, i trolleggi, sono come una melma che affoga il blog che li ospita. Per questo mi sono ben guardato dall’occuparmi ancora di libri simili; d’ora in poi, la sezione Autopubblicati sarà riservata a libri meritevoli, o a libri migliorabili il cui autore abbia un QI a tre cifre.

Non spenderò altre parole futuro del blog, dato che ho già detto tutto quel che c’era da dire negli scorsi articoli. Le reazioni che ho ricevuto in quest’anno di vita mi hanno confermato che ho preso la direzione giusta, e continuerò a seguirla – semmai cercando di aumentare ancora la qualità degli articoli. Dirò solamente che ho altri due post praticamente pronti – il che significa che non dovrete aspettare altre tre settimane perché qui si muova qualcosa. In particolare, ho preparato un articolo carino che spero divertirà alcuni di voi…
E molti di voi meritano di essere ringraziati. Senza Gamberetta e il Duca, che ho seguito per anni prima di aprire Tapirullanza, questo blog nemmeno sarebbe mai esistito. Gamberetta mi ha restituito la passione per la narrativa fantastica – che in quel del 2009, causa indigestione di brutta narrativa, stava scemando – e mi ha convinto a darmi all’inglese; e poi, in modo del tutto inaspettato, a sole due settimane dall’apertura si è messa attivamente a supportare il blog! E mi ha anche dato una mano ad aggiustare un paio di ebook! Mi intristisce vedere Gamberi Fantasy così abbandonato, ma preferisco immaginarmi Gamberetta impegnata a fare cose più importanti e più divertenti, tipo, chessò, studiare ingegneria aerospaziale al MIT o fare un’internship al CERN. PhD che nel tempo libero scrivono di fantasy e sci-fi: una combinazione non tanto strana negli States.

Gamberetta al lavoro

La vita di Gamberetta quando guardo il mondo attraverso i miei occhiali rosa.

Quanto al Duca, ogni volta che parla di me mi fa arrossare le gote dall’imbarazzo. Ed è una miniera di porno dell’Ottocento raccomandazioni per la corretta educazione di fanciulle e fanciulli in conformità con le leggi della morale naturale, oltre che l’autore del blog più fiko che conosca. E non vedo l’ora che l’Antologia Steampunk da lui curata sia pronta (adesso mi dicono l’inizio dell’anno prossimo…)!
E poi Zweilawyer, che oltre ad essere il mio punto di riferimento per le bibliografie su medioevo e armi bianche mi sta anche contagiando con la sua passione morbosa per Edward Lee e la bizarra Deadite Press; e i miei lettori più affezionati, come quel terrone di Dago, e Giovanni, e Talesdreamer che sta scrivendo una cosa carina carina, e la dolce Tenger, e Mikecas che ormai è sparito, e gli altri. E un bacino a Siobhàn, che praticamente ha messo in piedi questo blog (la grafica è tutta sua) e che continua a darmi una mano e ad assecondare le mie manie.

Vabbé, basta smancerie. Spegniamo le candeline e prendete una fetta ciascuno… Ci sentiamo fra qualche giorno ^-^

The Cake is a Spy!

…ah: domani, proprio come nel giorno del mio primo Consiglio, cade l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Guardate a est e pensate a me, mentre vi asciugate la palpebra inumidita dalla nostalgia.

(1) In realtà c’è un’altra cosa di cui mi sono pentito e che mi turba profondamente: l’aver proposto quattro Consigli di fila che cominciano con l’articolo ‘The’. Ogni volta che butto un occhio alla colonna di destra mi prende male. Non ci dormo la notte.Torna su