Archivi tag: fantasy

I Consigli del Lunedì #12: Behold the Man

Behold the ManAutore: Micheal Moorcock
Titolo italiano: I.N.R.I.
Genere: Science-Fantasy / Literary Fiction / Slice of Life
Tipo: Romanzo

Anno: 1969
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 150 ca.

Difficoltà in inglese: **

Karl Glogauer è un uomo infelice. Complici una madre vittimista e melodrammatica, figure paterne abusive, un retaggio ebraico-tedesco, bulleggiamenti scolastici assortiti, e cattive frequentazioni postadolescenziali, ma anche una certa propensione congenita al vittimismo e all’autodistruzione, alla soglia dei trent’anni Glogauer è una perfetta nullità. Nulla di strano se nel frattempo ha sviluppato un morboso attaccamento verso la figura storica di Gesù Cristo. Così come non c’è nulla di strano nel fatto che, non appena ha potuto mettere le mani su una macchina nel tempo, abbia deciso di viaggiare nella Galilea del 29 d.C., un anno prima della Crocifissione.
Ma qualcosa non va, nel passato: nessuno ha mai sentito parlare di Gesù di Nazaret, e Giovanni Battista sembra convinto che Glogauer sia un profeta mandato da Dio per liberare il popolo ebraico dalla schiavitù. Che cosa è successo? Cristo è esistito realmente? E soprattutto, come farà Glogauer a rimettere a posto le cose?

Behold the Man è un piccolo gioiellino che non avrei mai scovato se non avessi condotto un controllo incrociato della bibliografia di Moorcock e della collana dei SF Masterworks. In Italia è praticamente sconosciuto, e questo perché – come già The Sirens of Titan di Vonnegut, di cui ho parlato qui – è uno strano ibrido, di quelli che mi piacciono tanto, tra la narrativa fantastica e un certo tipo di letteratura mainstream-psicologica.
La narrazione segue due timeline parallele: da una parte le avventure di Glogauer nel 29 d.C., dall’altra una serie di flashback sulla sua vita, dall’infanzia all’incontro con la macchina del tempo e il suo progettatore. E mentre seguendo la prima timeline scopriamo che le cose non sono andate proprio come ci dicono i Vangeli, la seconda ci svela a poco a poco lo strano mondo interiore di quel borderline dickiano che è Glogauer.
Nel complesso, l’elemento psicologico-intimista prevale su quello fantascientifico, ma non arriverei a dire, come nel caso di Vonnegut, che gli elementi fantastici abbiano uno scopo puramente funzionale; le peripezie ucroniche del protagonista sono in grado di regalare una certa dose di autentico sense of wonder fantastorico, soprattutto se ve ne frega qualcosa del Cristianesimo.

Gesù bukkake

Potrebbe essere andata così…

Uno sguardo approfondito
La struttura di Behold the Man assomiglia a quella dei romanzi di Mellick di cui mi sono già occupato: una successione di brevi paragrafi di una o poche pagine. Ogni paragrafo costituisce una scena in sé conclusa, oppure un certo lasso di tempo raccontato in modo più sbrigativo (per esempio, un paragrafo è dedicato al primo periodo di permanenza di Glogauer tra gli Esseni). Questa struttura – che, a quanto ho visto, è ottima per le novellas e per i romanzi brevi – dà a tutta la storia un ritmo rapido, incalzante, che mantiene viva la curiosità del lettore e quindi la voglia di andare avanti.
Spesso, ma non sempre, l’alternarsi dei paragrafi coincide con l’alternarsi delle timeline. Per due pagine seguiamo l’atterraggio della macchina del tempo nel 29 d.C. e il soccorso che viene prestato a Glogauer, poi bam!, flashback su un momento significativo dell’infanzia del protagonista, e poi bam!, Glogauer riprende conoscenza in una caverna che puzza di sudore e pelle di capra. E così via. Questo alternarsi non crea confusione – perché segue delle regole precise, che il lettore afferra in fretta e a cui quindi si abitua – anzi al contrario evita il sopraggiungere di momenti di stanca. Spesso, poi, la transizione è facilitata dal fatto che il flashback riprenda temi, idee, pensieri del paragrafo immediatamente precedente – cosicché, nonostante lo stacco, si ha una sensazione di continuità, e che la storia sia tenuta insieme da un unico filo conduttore.
Certo, non sempre a Moorcock il trucco riesce. Alcuni flashback non c’entrano niente con quello che ci sta intorno, e non si capisce perché non siano stati infilati in altri punti del romanzo, o addirittura eliminati. In linea di massima i flashback seguono anch’essi un andamento cronologico – ossia, dall’infanzia di Glogauer ai suoi trent’anni – ma ogni tanto fanno salti avanti o indietro francamente inutili. Con un po’ più di attenzione in fase di editing, si sarebbe potuto evitare questo problema.

Così come si sarebbe potuto evitare un problema strutturale più grave, ossia una certa sproporzione tra la prima metà del romanzo e la successiva: la maggior parte dei flashback si accumulano tutti nella prima, scomparendo gradualmente nella seconda metà; viceversa, la parte ambientata in Galilea procede abbastanza lentamente per le prime 70-80 pagine, per poi accelerare vertiginosamente. L’ultima parte del libro, che copre grossomodo i sei mesi precedenti la Crocifissione, e che per molti versi sarebbe la più interessante, è trattata in maniera troppo sbrigativa – troppo, soprattutto, se confrontato coi dilungamenti della prima parte, quando Glogauer dimora tra gli Esseni. Maggiore uniformità nel ritmo e nella giustapposizione delle due timeline avrebbe migliorato il romanzo.
Tra le sbavature tecniche minori, poi, c’è la tendenza di Moorcock a inserire, ogni tanto, tra un paragrafo e l’altro, qualche piccolo inserto criptico dal sapore molto literary (vale a dire: cacca). Se li poteva risparmiare, perché non aggiungono niente e anzi danno l’impressione dello scrittore di genere coi complessi di inferiorità che se la tira da autore impegnato. Altre volte, specie all’inizio di capitoli, ma anche tra un paragrafo e l’altro, Moorcock inserisce delle citazioni – spesso dalla Bibbia (specialmente dai Vangeli, ma non solo), talvolta da opere di Jung o di altri. La cosa non sarebbe neanche male, ma Moorcock ne abusa, e francamente le citazioni nel bel mezzo dei capitoli se le poteva risparmiare.

Gesù Sparta

…o potrebbe essere andata così!

Behold the Man è altalenante anche nello stile.
Alcune scene (come quella dell’incipit, che ho messo tra gli estratti in fondo all’articolo) sono realizzate alla perfezione: tutto mostrato, massima economia nella scelta delle parole, ritmo incalzante, pov ben saldo – in una parola, immersione totale. Altre volte, specialmente se deve descrivere lunghi periodi di tempo, o se si tratta di scene di minore importanza, il narratore si abbandona a lunghi raccontati infodumposi. Il grosso della permanenza di Glogauer tra gli Esseni, ad eccezione delle scene iniziali e di quelle finali, è narrato con questo stile trascurato e sbrigativo 1.
Altalenante è anche la gestione del pov. Per la maggior parte del tempo è ben fissato nella testa di Glogauer, ma ogni tanto, e specialmente a partire dalla seconda metà del romanzo, scivola verso il narratore onnisciente o verso una forma di pov collettivo della gente che circonda Glogauer. Così, nella seconda e terza parte, ci sono interi paragrafi in cui vediamo il protagonista attraverso gli occhi di un pugno di militi romani, o dei rabbini del tempio, o della folla di pellegrini che lo segue. Anche se ci sono delle motivazioni plausibili, e in accordo con la trama, per questa scelta2, essa ha lo svantaggio di far scemare nel lettore l’empatia verso Glogauer – perché allontanandoci dal suo pov ci allontaniamo da lui – dopo averla gradualmente accumulata nella prima parte.

Tra le altre cose che, per inclinazione personale, potrebbero scoraggiare alla lettura, bisogna dire che il protagonista – con il suo vittimismo, il suo piagnucolio, la sua vigliaccheria, il suo farsi del male da solo e bruciarsi tutte le opportunità che gli si presentano – è un individuo estremamente sgradevole. La vicinanza del pov obbliga il lettore a uno stretto contatto con Glogauer: alcuni potrebbero sviluppare empatia nei suoi confronti, ma altri potrebbero trovarlo irritante fino all’orticaria. Per fare un paragone, immaginatevi uno Shinji Ikari adulto – solo che, a differenza di Evangelion, non ci sono dei personaggi più solari (Misato, Asuka, Kensuke, Kaworu) a fare da contraltare al protagonista.
Se si riesce a sopportare questo fiume di amarezza, bisogna ammettere che la caratterizzazione del protagonista e dei comprimari (la madre svenevole, la psichiatra acida e nichilista, Giovanni Battista, Giuseppe) è ottima. Non solo i loro caratteri sono credibili, ma Moorcock riesce a mostrarceli con poche pennellate e grande economia di parole – due battute di un dialogo, un gesto, una reazione fuori scala. Solo con un personaggio a mio avviso – Maria – l’autore si è lasciato andare alla macchietta grottesca e alle sottolineature inutili.

Shinji Ikari

“Il mondo è kattivo. Nessuno mi ama. Nessuno riconosce le mie buone qualità e mio padre mi skifa. E Asuka mi molesta emotivamente anche se sono buono. Ora scusate ma vado a masturbarmi sulla sua faccia mentre è in coma”.

E poi, c’è la rivisitazione della vita di Cristo; una rivisitazione cinica e amara, che mi ha molto affascinato. Chiunque abbia anche solo un minimo di interesse per la figura storica di Gesù e un’infarinatura del Vangelo (fatto catechismo da piccoli? O l’ora di religione alle elementari? Mai costretti ad andare a messa? Io sì, fino a 12 anni…^^’) dovrebbe provare almeno qualche scintilla di genuino sense of wonder.
In particolare, la scena della tentazione nel deserto è geniale, così come quella del tradimento di Giuda – ma il romanzo è pieno di crude reinterpretazioni di scene del Vangelo. Anche personaggi biblici come Giovanni Battista, Giuda 3 e Ponzio Pilato vengono rivisti in chiave più terra-terra, in modo più realistico e gretto. Fino ad arrivare al finale geniale. E, a questo proposito: fate attenzione alla pagina di Wikipedia su Behold the Man e in generale agli articoli su questo romanzo, molti hanno la sgradevole tendenza a spoilerare il finale – e così si perde metà del gusto.

Insomma, difetti strutturali e stilistici impediscono a Behold the Man di essere il capolavoro che avrebbe potuto essere. Ma rimane una lettura piacevolissima e inquietante. E’ un romanzo molto breve: dategli una possibilità.

Dove si trova?
Behold the Man si può trovare su Amazon a prezzi ragionevoli (10 Euro su amazon.it, scontati a 9.50 nel momento in cui scrivo). Su library.nu, in realtà, si trova una versione di Behold the Man che si spaccia per l’edizione degli SF Masterworks, ma *non lo è*; ho il sospetto che possa essere la novella originale, da cui Moorcock avrebbe tratto l’attuale romanzo, ma non ho indagato. In ogni caso, non fidatevi.
Roberto mi ha segnalato che il romanzo è stato edito in italiano nella collana Urania Collezione, No.102, nel luglio 2011, con il titolo I.N.R.I. Se qualcuno dovesse scoprire che questa edizione è disponibile nel vasto Internet, me lo faccia sapere!

Spoiler biblico

Su Moorcock
Moorcock, ahimè, è conosciuto soprattutto per le sue opere “giovanili” di Sword & Sorcery. Ora, io non ho niente contro la Sword & Sorcery, in teoria; ma è un palese dato di fatto che il 90% della produzione di questo sottogenere sia una porcheria orrenda. Neanche Moorcock si sottrae a questa tendenza. Ricordo di aver letto, a 14 o 15 anni, il primo libro della trilogia di Corum, Il cavaliere di spade; non so se rimasi più disgustato dall’oscenità della prosa, dalla piattezza dei personaggi o dalla banalità della storia, fatto sta che giurai disprezzo eterno per Moorcock e ne girai alla larga per tre anni buoni. E dire che a quell’età non ero neanche di gusti molto difficili: in quegli stessi anni ho letto i primi quattro volumi della Spada della Verità di Goodkind, e non mi erano dispiaciuti (almeno i primi due).
Elric di MelnibonéL’unica opera di Sword & Sorcery di Moorcock che mi senta di salvare è la famosa saga di Elric di Melniboné. Ambientata in un mondo tardomedievale di stampo mediterraneo, narra dell’ultimo principe dei Melniboneani, antico e perverso popolo di maghi superumani, e di come sarà causa della distruzione del suo stesso popolo e dell’inizio di una nuova era. Elric è un personaggio interessante: albino e di fragile costituzione, è costretto ad assumere droghe per sopravvivere; disprezza il suo stesso popolo; e ha un brutto rapporto con Tempestosa, la sua spada senziente assetata di sangue. La saga è rovinata da una prosa pessima e un andamento da romanzo di avventura per bambini; oltretutto Elric, che sarebbe progettato per essere un anti-eroe, finisce per fare tutte le cose tipiche degli eroi del fantasy epico. Salvano la saga l’ambientazione suggestiva e alcune idee carine, come la torre sull’orlo del mondo, la città-miraggio nel deserto, il regno dei mendicanti e la stessa isola di Melniboné.
La saga originale comprende sei libri scritti tra il 1963 e il 1977; negli ultimi vent’anni, Moorcock ha scritto una serie di midquel che però non ho letto.
Oltre alla sua sword & sorcery, ho letto altri due romanzi di Moorcock:
The Warlord of the AirThe Warlord of the Air, science-fantasy ucronico in cui un ufficiale britannico dei primi anni del Novecento, Oswald Banstable, si ritrova in seguito a uno strano incidente in un 1973 alternativo, in cui le guerre mondiali non ci sono mai state, il Commonwealth britannico sembra aver assicurato una pace eterna su tutto il globo e dirigibili giganti sono il principale mezzo di trasporto. Ma Banstable scoprirà che l’utopia è solo apparente. Il libro è scritto nello stile di un romanzo tardo-ottocentesco, e in particolare è un omaggio alla narrativa di Conrad – scelta non proprio felicissima. E’ un esempio di proto-steampunk – e il Duca lo ha citato nel suo articolo di introduzione al genere – e potreste volerlo leggere per il suo valore storico; ma è un romanzo insulso e piuttosto noioso, e questo nonostante si faccia un gran parlare di rivoluzione comunista e tra i personaggi ci sia addirittura un fikissimo Lenin ultranovantenne!
In seguito Moorcock ha scritto altri due romanzi con lo stesso protagonista, The Land Leviathan e The Steel Tsar, ma sono opere del tutto autonome, nelle quali Banstable visita altri futuri alternativi.
GlorianaGloriana è un fantasy politico ambientato in un’Inghilterra elisabettiana alternativa. Da dodici anni Gloriana regna su Albione, la più potente, ricca e splendente nazione del mondo, e i cupi giorni del regno di suo padre, il pazzo e sanguinario Hern IV, sono un lontano ricordo. Ma questa nuova età dell’oro poggia su fragili fondamenta, e una serie di eventi – complice lo sfrenato appetito sessuale della regina – rischiano di far precipitare Albione nel caos e il mondo intero in una guerra disastrosa. Nonostante i molti difetti di stile, Gloriana mi ha colpito molto e credo che ne parlerò in un futuro Consiglio.
In futuro ho intenzione di leggere qualcos’altro di Moorcock; in particolare, la stramba trilogia The Dancers at the End of Time, e forse The War Hound and the World’s Pain, primo libro della trilogia dei Von Bek. Ma accetto consigli e pareri in merito.

Qualche estratto
Questa volta, invece che due estratti, ne ho scelti tre – ma sono brevi. Il primo è l’incipit, e mi sembra un bell’esempio di economia narrativa. Gli altri due sono un dialogo, ambientato nel passato, con Giovanni Battista, e un flashback di Glogauer (completo di flusso di coscienza) che dà un’idea del suo terribile carattere. Insieme, questi ultimi due estratti danno un’idea della doppia anima del romanzo.

1.
The time machine is a sphere full of milky fluid in which the traveller floats enclosed in a rubber suit, breathing through a mask attached to a hose leading into the wall of the machine.
The sphere cracks as it lands and the spilled fluid is soaked up by the dust. The sphere begins to roll, bumping over barren soil and rocks.

Oh, Jesus! Oh, God!
Oh, Jesus! Oh, God!
Oh, Jesus! Oh, God!
Christ! What’s happening to me?
I’m fucked. I’m finished.
The bloody thing doesn’t work.
Oh, Jesus! Oh, God! When will the bastard stop thumping!

Karl Glogauer curls himself into a ball as the level of the liquid falls and he sinks to the yielding plastic of the machine’s inner lining.
The instruments, cryptographic, unconventional, make no sound, do not move. The sphere stops, shifts and roll again as the last of the liquid drips from the wide split in its side.

Why did I do it? Why did I do it? Why did I do it? Why did I do it? Why did I do it? Why did I do it?

2.
“And what is your name?” Glogauer asked the squatting man.
He straightened up, looking broodingly down on Glogauer.
“You do not know me?”
Glogauer shook his head.
“You have not heard of John, called the Baptist?”
Glogauer tried to hide his surprise, but evidently John the Baptist saw that his name was familiar. He nodded his shaggy head.
“You do know me, I see”.
A sense of relief swept through him then. According to the New Testament, the Baptist had been killed some time before Christ’s crucifixion. It was strange, however, that John, of all people, had not heard of Jesus of Nazareth. Did this mean, after all, that Christ had not existed?
The Baptist combed at his beard with his fingers. “Well, magus, now I must decide, eh?”
Glogauer, concerned with his own thoughts, looked up at him absently. “What must you decide?”
“If you be the friend of the prophecies or the false one we have warned against by Adonai”.
Glogauer became nervous. “I have made no claims. I am merely a stranger, a traveller…”
The Baptist laughed. “Aye – a traveller in a magic chariot. My brothers tell me they saw it arrive. There was a sound like thunder, a flash like lightning – and all at once your chariot was there, rolling across the wilderness. They have seen many wonders, my brothers, but none so marvellous as the appearance of your chariot”.

Gatto Giovanni Battista

3.
The first time he had tried to commit suicide he had been fifteen. He had tied a string round a hook half-way up the wall in the locker room at school. He had placed the noose around his neck and jumped off the bench.
The hook had been torn away from the wall, bringing with it a shower of plaster. His neck had felt sore for the rest of the day.
[…]
“You must try to concentrate on your work, Glogauer”.
“You’re too dreamy, Glogauer. Your head’s always in the clouds. Now…”
“You’ll stay behind after school, Glogauer…”
“Why did you try to run away, Glogauer? Why arent’ you happy here?”
“Really, you must meet me half-way if we’re going to…”
“I think I shall have to ask your mother to take you away from the school…”
“Perhaps you are trying – but you must try harder. I expected a great deal of you, Glogauer, when you first came here. Last term you were doing wonderfully, and now…”
“How many school were you at before you came here? Good heavens!”
“it’s my belief that you were led into this, Glogauer, so I shan’t be too hard on you this time…”
“Don’t look so miserable, my son – you can do it”.
“Listen to me, Glogauer. Pay attention, for heaven’s sake…”
“You’ve got the brains, young man, but you don’t seem to have the application…”
“Sorry? It’s not good enough to be sorry. You must listen…”
“We expect you to try much harder next time”.

Tabella riassuntiva

La vita di Cristo rivista in chiave fantascientifica e disincantata. Gestione dei flashback approssimativa.
Unisce paradossi temporali e introspezione psicologica. Glogauer è un protagonista sgradevole, forse troppo.
Alcune scene sono perfette. Brutti pezzi raccontati e pov ballerino.

(1) Ho una teoria in proposito. Il Behold the Man che oggi possiamo leggere è – come si usava all’epoca, e come in parte si usa ancora – la versione espansa di un racconto. E’ possibile che le scene migliori, più “dense” del romanzo appartenessero al racconto originale; e che per la versione estesa Moorcock abbia allungato il brodo con brani più raccontati e meno ispirati. C’è infatti una certa tendenza tra gli autori di genere, nel processo di trasformazione di un racconto in un romanzo, ad annacquare l’opera originale.Torna su
Ma la mia rimane una teoria, perché non ho letto il Behold the Man originale.

(2) Ho trovato due motivazioni plausibili e complementari per questa scelta di pov:
1. Moorcock vuole mostrare la progressiva depersonalizzazione, alienazione da sé di Glogauer, ma avrebbe difficoltà a farlo rimanendo *dentro* il pov di Glogauer.
2. Moorcock è interessato a farci vedere come gli abitanti della Galilea cominciano a vedere Glogauer.
Per quanto concerne il primo punto, posso obiettare che il protagonista non perde mai del tutto – ma solo a sprazzi – coscienza di sé. Anche nelle ultime fasi della sua vita, ci sono molte scene in cui Glogauer riflette su sé stesso e su quello che sta facendo.
Avrei risolto il problema alternando brevi paragrafi col pov collettivo di altre persone (quando Glogauer non è lucido), a paragrafi più lunghi in cui Glogauer è cosciente e il pov rimane ancorato su di lui. In questo modo si mantengono i vantaggi dei punti 1 e 2 senza allentare troppo il legame empatico col protagonista e la coerenza di pov del romanzo.Torna su

(3) A proposito. Se la figura di Giuda vi affascina, provate a leggere il “racconto” di Borges Tre versioni di Giuda, compreso nella giustamente celebre raccolta Finzioni.Torna su

I Consigli del Lunedì #10: Jack Faust

Jack FaustAutore: Michael Swanwick
Titolo italiano: –
Genere: Fantasy / Science-Fantasy / Ucronia
Tipo: Romanzo

Anno: 1997
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 330 ca.

Difficoltà in inglese: ***

“We are legion. A hundred libraries such as you have burnt could not contain our name”.
“Begin, and I will tell you when to stop. Tell me who or what you are”.
Dipping what might be a finger into the hearth, as if to pick up ashes, the creature wrote in bold black letters upon the white-plastered wall:

Mephistopheles

“Mephistopheles”, the scholar repeated.

Siamo a Wittenberg, la città di Martin Lutero, nella prima metà del Cinquecento.  Johannes Faust, il celebre erudito, sta bruciando tutti i libri della sua biblioteca – le opere di Galeno, i testi di Tommaso d’Aquino, la sapienza di Tolomeo, i tomi di Aristotele, la Bibbia! La colpa di questi autori? Di essere tutti in errore, in contraddizione con sé stessi o con l’esperienza. Tutta la sapienza degli antichi è falsa.
Sull’orlo della disperazione, consapevole di aver inseguito chimere per tutta la sua vita e di non essersi avvicinato di un passo alla Verità, Faust si appella alle forze demoniache. Ed esse gli rispondono – nella forma di Mefistofele, un’intelligenza aliena collettiva mossa da un odio viscerale per ogni altra forma di vita. A Faust, Mefistofele fa un’offerta: gli donerà tutte le verità della fisica, della matematica, della chimica e di ogni altra scienza, in poche parole il sapere universale, in cambio di – niente. Perché Mefistofele sa che, con queste conoscenze, Faust stesso sarà la causa della rovina del genere umano.

Questa settimana consiglio un’opera che in Italia, credo, hanno letto in dieci. Jack Faust non è il romanzo meglio scritto di Swanwick – è meglio chiarirlo subito – ma è forse quello che mi ha più affascinato.
Swanwick parte da uno dei miti europei più fiki di sempre, quello del patto faustiano col diavolo, e dalle opere teatrali sul Faust di Marlowe e Goethe, per reinterpretarle in chiave ucronica. Dio e tutta l’epica cristiana del mito originale sono fatte accomodare fuori dalla porta – Mefistofele infatti è diventata un’entità aliena superevoluta, anziché un diavolo – per lasciare il campo al tema della conoscenza. Cosa succederebbe se, ad un uomo del Cinquecento, fossero date tutte le nozioni scientifiche di un uomo del Ventunesimo? Riuscirebbe ad affermarle, e a che prezzo? Che uso ne farebbe la sua epoca? E fino a che punto si può accelerare il progresso tecnologico?

Brutto Faust

Nel corso del tempo il Faust ha avuto parecchie rivisitazioni, non tutte proprio felicissime.

Uno sguardo approfondito
Swanwick è un maestro del racconto breve, e spesso i suoi romanzi tendono ad assomigliare più ad una concatenazione di racconti in progressione cronologica che ad un romanzo unitario. Jack Faust non fa eccezione. Ad eccezione dei primi capitoli – in cui facciamo conoscenza del protagonista e assistiamo al patto con Mefistofele – che sono strettamente allacciati tra loro, ogni capitolo del romanzo costituisce un’episodio a sé stante, un momento particolare nella vita di Faust. Ogni capitolo-episodio ha quindi il suo argomento principale e il suo ostacolo da superare; al termine del capitolo, c’è un salto cronologico più o meno ampio, ed entriamo in un nuovo episodio.
Così ad esempio c’è un capitolo dedicato alla peste, in cui Faust deve trovare un modo per combatterla e contemporaneamente approfittare dell’occasione per dimostrare ai contemporanei la superiorità della sua scienza sulle arti mediche dell’epoca; un altro capitolo è dedicato alla guerra tra l’Inghilterra e la Spagna, e al ruolo che vi ha Faust. I capitoli dunque variano molto tra loro per contenuto, livello di conflitto e percentuale di azione, e di conseguenza varia molto anche la loro qualità; alcuni, come quelli citati, sono molto belli, altri invece – come gli ultimi capitoli dedicati a Margarete – sono bruttini 1.
Il problema principale di questo modo di strutturare i romanzi, è il senso di smarrimento, di distanza, e la conseguente perdita di interesse che i frequenti stacchi temporali e tematici possono causare nel lettore. Se alla fine di un capitolo c’è un salto di, poniamo, un anno, e un cambio di location, e magari anche qualche modifica nel cast dei personaggi, il lettore farà fatica a riambientarsi; e se perdipiù l’incipit del nuovo capitolo non è buono, continuare a leggere gli costerà un grosso sforzo. Tutte cose che mi sono successe, e più di una volta.
Inoltre, questi salti obbligano Swanwick a raccontare in qualche modo tutte le cose che sono successe nel frattempo. E mentre a volte riesce a gestire la cosa in modo elegante – attraverso dialoghi naturali, o mostrando i cambiamenti e lasciando al lettore il compito di dedurre – altre volte non ci risparmia brutti infodump.

Se comunque sulla bontà di questa struttura a episodi si può discutere, una certa trascuratezza stilistica è indiscutibile. Swanwick sa scrivere molto bene, ma con questo Jack Faust non si è sforzato troppo.
A cominciare dal brutto incipit, con un narratore onnisciente che si esibisce in una lunga descrizione statica a volo d’uccello della città di Wittenberg, nell’atroce maniera di Balzac, Stendhal e Manzoni. Solo alla fine della terza pagina ci viene presentato Faust, e gradualmente entriamo nella sua testa, finché nel giro di un altro paio di pagine siamo ben piantati nel suo pov. Perché non cominciare subito con Faust? Se proprio voleva descrivere Wittenberg, poteva mandare Faust a farsi una passeggiata, dopo la scena del rogo dei libri che è ben più importante, essendo il vero motore della storia.
Alcuni capitoli brevi e alcune scene sono gestiti ancora peggio, con la telecamera che salta da un personaggio all’altro – pov usa-e-getta ovviamente – senza alcuno scopo pratico. Ad esempio, nel capitolo in cui Faust e il suo apprendista lasciano Wittenberg in carrozza, il pov, invece di essere fisso su uno dei due, come dovrebbe, si muove tra una serie di personaggi che assistono al passaggio della carrozza: un uccello, uno studente chiuso in uno scantinato, un prete, eccetera. Con grande confusione del lettore (ci ho messo un po’ a capire che l’incipit del capitolo era filtrato dal punto di vista dell’uccello) e successivo calo di interesse. Swanwick, insomma, si abbandona a una discutibile estetica literary, dimenticando che lo scopo della narrativa di genere non è pensare: “Oh! Ma che affascinante affresco! E che sublime spaccato di vita cinquecentesca!”, ma renderci partecipi della vicenda nel miglior modo possibile. Quando Swanwick si abbandona al quadro impressionista, insomma, rema contro il suo stesso romanzo.

Assassin's Creed 2

Un sublime spaccato di vita cinquecentesca. Circa.

In compenso, quando si ricorda di prendere le medicine, Swanwick è un bravo scrittore. I capitoli scritti bene sono saldamente piantati nel pov di uno dei tre personaggi principali – Faust, il fedele discepolo e servitore Wagner, e Margarete, la figlia di mercanti che il protagonista vuole sedurre – e ognuno di questi capitoli mantiene sempre lo stesso pov. Abbiamo così capitoli incentrati su Faust, capitoli incentrati su Wagner, capitoli incentrati su Margarete.
I personaggi principali (e anche alcuni secondari, come il ciarlatano dottor Schnabel o il truce fratello Josaphat) sono ottimamente realizzati, con una psicologia credibile e interessante, scopi e desideri determinati.
Le inclinazioni di ciascuno dei protagonisti saranno portate, nel corso del romanzo, fino alle estreme conseguenze. Faust è un uomo arrogante, saccente, violento, completamente devoto alla ricerca della Verità e all’affermazione della nuova scienza su quei villici dei suoi contemporanei; tutto in lui suona autentico, dal suo disprezzo per i tecnici e gli artigiani – caratteristica reale di molti ‘eruditi’ europei fino a Seicento inoltrato – al suo odio per la superstizione, fino allo sconcerto nei confronti di tutti quanti non riconoscono il suo Genio. Wagner è il discepolo fedele, che adora Faust come un Dio e gli si sottomette completamente, ma che dalla sua venerazione trarrà una incredibile forza nei confronti degli altri. Mefistofele unisce la giocosità e il sarcasmo del diavolo goethiano con l’odio gelido e implacabile che nutre verso le altre forme di vita e in particolare il genere umano; quest’ultimo muove ogni sua azione e rende il suo comportamento coerente dall’inizio alla fine. Il suo rapporto con Faust è affascinante, i loro dialoghi che si muovono tra il serio – Mefistofele che gli promette che i suoi tentativi di portare la Scienza alla sua gente porterà solo morte e distruzione – e il faceto – Mefistofele che per divertire Faust spoglia tutte le donne di Norimberga e gli dice come portarsele a letto – divertono. Solo Faust può vedere Mefistofele, e la complicità, il rapporto amore/odio che si crea tra i due ricorda ad esempio il rapporto tra Light e Ryuk in Death Note.
L’unico personaggio traballante è Margarete: all’inizio funziona bene, nel suo essere una giovane donna inesperta, combattuta tra la santa e la puttana, tuttavia man mano che il romanzo procede la sua psicologia diventa sempre più confusa. Sembra che Swanwick stesso si sia accorto che il personaggio di Margarete non è bene a fuoco, perché nei capitoli incentrati su di lei passa molto tempo a farla riflettere, a farle sviscerare i dettagli del suo comportamento, come se dovesse giustificarla di fronte al lettore e a sé stesso. Il risultato è un personaggio che si “racconta” da solo più che mostrare il suo comportamento, un po’ come Edward di Twilight che continua a dire “quanto sono tormentato” per mascherare il fatto che in realtà di tormenti ne ha ben pochi. Swanwick sembra essere combattuto tra il dedicarle più spazio – in modo da approfondirla meglio, ma a detrimento del resto del cast – e il lasciarla a margine della storia; non facendo nessuna delle due cose, ne esce un personaggio che ruba spazio ma non convince.

Edward Cullen delira

“Sono Edward Cullen e sono la persona più sfortunata del mondo. Ho la superforza, leggo nel pensiero, brillo alla luce del sole, non invecchio mai e tutte le femmine mi muoiono dietro. La mia vita è un’agonia, perché nessuno mi capisce?”

Una delle cose più belle di Jack Faust, una delle ragioni principali per leggerlo, è sicuramente l’atmosfera che si respira. Il rinascimento di Swanwick riproduce molto bene la cultura erudita dell’epoca: il culto della Sapienza degli antichi, i medici ciarlatani con la loro teoria dei quattro umori e la fissazione per i salassi, le processioni religiose e i falò delle vanità. Una delle prime scene del libro vede Faust che minaccia di distruggere la Fisica di Aristotele, l’Almagesto di Tolomeo e l’Antico Testamento, se Wagner non saprà dimostrargli la loro verità: la diatriba filosofica che segue è un puro distillato di cultura rinascimentale, ed è uno spasso.
Ed è affascinante vedere come, sotto l’azione della scienza nuova di Mefistofele, questo mondo rinascimentale si popoli nel giro di pochi anni di mongolfiere, antibiotici, illuminazione elettrica, treni, fabbriche, revolver, la stampa scandalistica, gli anticoncezionali… e come questo cambi la gente. Gli eccessivi time skip tra un capitolo e l’altro rovinano in parte questa sensazione di penetrazione progressiva della nuova tecnologia, ma la cosa fa comunque un certo effetto. E il processo è mostrato in modo credibile: Faust farà inizialmente molta fatica ad affermare tra i contemporanei una scienza avanti di secoli, e l’evoluzione tecnologica seguirà i ritmi dei bisogni economici e politici dell’epoca più che quelli pronosticati da Faust – è più facile avviare una produzione di massa di corazzate da guerra che non convincere che la Terra gira intorno al Sole.

Purtroppo, la storia si perde un po’ per strada verso la fine. Swanwick si concentra troppo sulla storia d’amore e sui problemi personali di Faust e Margarete, e troppo poco sulla cosa più interessante, cioè la guerra e le trasformazioni politiche causate dalla scienza di Mefistofele. Il finale abbozza a malapena una serie di sviluppi che avrebbero meritato molto più spazio; è un finale pigro, come se Swanwick non avesse più voglia di andare avanti. Forse l’atmosfera troppo tetra del romanzo lo aveva messo di cattivo umore?
Non importa: nonostante i difetti sopra elencati rubino al romanzo la palma del capolavoro, Jack Faust rimane un libro assolutamente originale e affascinante, che merita di essere letto.

Sistema tolemaico

Brucia, sistema tolemaico, brucia!

Dove si trova?
Speravo che, per quando avessi postato il Consiglio, il libro sarebbe stato disponibile per library.nu. Purtroppo non è così. A conti fatti, la soluzione più ragionevole rimane prenderlo su Amazon, ma a meno di comprarlo usato il prezzo è talmente irragionevole che non ne vale la pena. Ennesima dimostrazione di come la digitalizzazione (anche pirata) significhi la salvezza dei romanzi anziché la sua fine: un libro interessante come Jack Faust rischia di non essere più letto perché chi ne detiene i diritti non lo ristampa più, e potrebbe bloccarne la distribuzione per i prossimi 70 anni + n.
Vi terrò aggiornati sulla vicenda.
Ah, naturalmente il romanzo non è mai stato tradotto in italiano^^’

Chi devo ringraziare?
Tanto per cambiare, il merito se lo piglia Gamberetta, che con la sua venerazione per Cuore d’acciaio (testimoniata infinite volte sul suo blog) mi ha fatto conoscere Swanwick. In realtà Cuore d’acciaio è quello che mi piace di meno dei suoi; nondimeno, è stato il mio primo approccio a Swanwick.

Su Swanwick
Di Swanwick ho letto altri quattro romanzi, tutti piuttosto interessanti:
L'intrigo WetwareVacuum Flowers (L’intrigo Wetware, che titolo osceno) è un romanzo di fantascienza a metà tra la space opera e il cyberpunk. In un mondo in cui la specie umana ha colonizzato l’intero sistema solare, la bioingegneria si è sviluppata al punto da poter modificare la psiche degli individui e impiantare nei cervelli umani identità alternative. Eucrasia, wetprogrammer brillante e cinica, si è programmata nel cervello l’identità di Rebel Elizabeth Mudlark, una figlia di strega arrivata dalla nube di Oort; ma ora Rebel vuole essere libera. Inseguita dalla supercorporation Deutsche Nakasone e dalla Comprise, la coscienza collettiva che ha preso il controllo della Terra, Rebel viaggerà di avventura in avventura in giro per il sistema solare. Un romanzo cupo e angosciante, probabilmente quello meglio scritto tra i libri di Swanwick; anche se il linguaggio complicato e la mole esagerata di invenzioni e sotto-trame lo rendono una lettura piuttosto faticosa.
Domani il mondo cambieràStations of the Tide (Domani il mondo cambierà) è un’opera di sf con una punta di fantasy, ambientato su un mondo sottosviluppato – il pianeta Miranda – che a cicli alterni viene parzialmente sommerso dall’alta marea. Poche settimane prima della Marea, il “burocrate” viene mandato su Miranda perché catturi il misterioso stregone Gregorian: ma il suo viaggio nel pianeta lo cambierà irreversibilmente. L’ambientazione è stupenda e i personaggi carismatici, ma il carattere troppo episodico di alcuni capitoli, il ritmo lento e la mania di Swanwick di fare l’intellettualoide lo rendono a volte irritante e spesso difficile da seguire. Rimane un bel romanzo.
Cuore d'acciaioThe Iron Dragon’s Daughter (Cuore d’acciaio) è un fantasy ambientato in una versione cupa e più verosimile di Faerie. La changeling Jane, costretta assieme ad altri bambini a un lavoro massacrante nelle officine di riparazione dei draghi biomeccanici, troverà una possibilità di fuga e di salvezza nell’alleanza col perverso drago Melanchton. Il libro è diviso in quattro parti che corrispondono a quattro fasi della vita di Jane, mentre scopre poco a poco in che razza di mondo è finita a vivere. Le premesse sono fighe e la prima metà è molto bella, ma nella seconda metà il romanzo si affloscia e il finale è pura metafisica per gonzi. In compenso è uno dei romanzi preferiti di Gamberetta, che ne ha parlato in molti commenti e articoli (per esempio qui e qui, in occasione della riedizione italiana nella collana Urania).
Gamberetta ha anche recensito positivamente The Dragons of Babel, ambientato nello stesso universo di Cuore d’acciaio; io non l’ho ancora letto.
Ossa della terraBones of the Earth (Ossa della Terra) è un thriller fantascientifico su viaggi nel tempo e dinosauri. Il governo americano possiede il segreto del viaggio nel tempo, ma per ragioni misteriose lo utilizza per permettere ai paleontologi di viaggiare nel mesozoico e fare esperienza diretta dei dinosauri. E mentre un attentato messo in atto da una setta di creazionisti radicali intrappola un gruppo di paleontologi nel tardo Cretaceo, un pugno di burocrati dovrà scoprire cosa si cela dietro la contorta tecnologia del viaggio nel tempo e dietro i suoi creatori. Il romanzo è molto interessante, parla di paradossi temporali e di metodo scientifico, dei meccanismi dell’evoluzione e dell’ambizione degli scienziati, e propone una teoria affascinante sull’estinzione dei dinosauri; ma l’eccesso di personaggi e una gestione insensata dei pov e altri problemi strutturali appesantiscono la lettura. Piperita Patty potrebbe adorarlo.

Qualche estratto
Per questa volta ho deciso di presentare un solo estratto, più lungo del solito. E la scelta naturalmente è caduta sulla scena iniziale di Faust che brucia i suoi libri, e sull’inizio della sua discussione accademica con il discepolo Wagner.

From one lone chimney in the heart of the city, a wisp of smoke curled up into the hartbreakingly blue sky. Faust was burning his books.
With a shower of sparks, Thomas Aquinas was consigned to the flames. Pages fluttering, a slim manuscript book of extracts from Pythagoras flew into the fire. Bouncing from the blackened back of the hearth, Andreas Libavius’s
Alchymia entered that mystical alembic which would trasform its gross substance into the rarified purity of its component elements.
Faust worked systematically, condemning no book without a hearing, riffling through each text until he found a demonstrable lie, and then tossing it atop its dying brothers. Half his library was in the fireplace already, so many volumes that they threatened to choke the flames. A touch of wind coming down the chimney filled the room with the stench of burning paper and leather. The smoke made his eyes sting. Calmly, he gathered together another armful.
[…] “Magister!” Waving horrified arms, Wagner advanced into the smoke. “What are you doing?”
Faust extracted a volume of Galen from his armful, letting the rest spill to the floor. He waved the Greek physician under the young man’s nose. “Have you ever cut open a human body, Wagner?”
“Before Jesus, never!”
“If you had – if you had… I served for a time as a physician in the Polish army. So much sickness, and so rarely did my medicines work! During the campaigns against the Turk, I stitched up wounds and sawed off legs by the hundreds. So this elaborate horror you show for the sanctity of the dead is quite incomprehensible to me. […] Thus I began a series of investigations into the origins of disease. I quickly found that there were organs described by our good friend Claudius Galenus that are not to be found in human beings at all. Why? Because in his priggish regard for the sanctity of man, the old fraud examined instead the insides of butchered pigs, from which he extrapolated a similar anatomy for the human body. Pigs! For thirteen hundred years we have doctored the sick as if the were swine, and all on the word of one who could be disproved by any idiot with a knife and a corpse.”
“Speak not so of Galen, sir! Not of that greatest of the anatomists, that divinely ispired father of physicians, that -”
“Father of lies, you mean.” Fust clutched the Galen so tightly his knuckles turned white. “Here is another perjurer who will not mislead one more honest man!”
He skimmed the book into the flames.

Tabella riassuntiva

Un’ucronia che ci porta dal rinascimento alla rivoluzione industriale! Salti temporali troppo bruschi e frequenti.
Faust e Mefistofele sono personaggi straordinari. Alcune storyline malriuscite, e finale debole.
L’atmosfera della Prima Età Moderna riprodotta alla perfezione. Gestione dei pov a tratti inutilmente aulica e confusionaria.
C’è una guida su come scoparsi ogni ragazza di Norimberga!

Bonus Track: il Faust di Goethe
Faust di Goethe

Autore: Johann Wolfgang Goethe (ma và?)

Editore: Rizzoli BUR
Pagine: 1062

Non ho mai letto l’opera teatrale di Marlowe; in compenso ho letto la fonte d’ispirazione primaria di Swanwick, quella di Goethe. Personaggi e situazione iniziale sono prese direttamente da qui, anche se poi Swanwick si è sbizzarrito.
Il Faust di Goethe è un’opera strana; con centinaia di ruoli tra personaggi e comparse, e una durata complessiva che potrebbe aggirarsi sulle dieci ore, credo sia una delle sceneggiature più impossibili da rappresentare a teatro nella storia. E’ un’opera un po’ lontana dalla nostra sensibilità, ma alcune scene mi hanno colpito lo stesso.
Se vi incuriosisce, l’edizione Bur potrebbe essere la vostra scelta. Più economica di altre – come quella Mondadori o quella Garzanti – è un’edizione critica ben fatta (per testo a fronte, note, bibliografia) senza essere esagerata (come quella Feltrinelli, in due volumi contenenti le due diverse redazioni principali del Faust… un po’ troppo se non dovete farci una tesi o roba simile).

———–

(1) In particolare, il capitolo dedicato all’aborto gli è riuscito assai male, e non ha minimamente l’eleganza che ha Walter Miller quando in Leibowitz affronta il tema dell’eutanasia.Torna su

I Consigli del Lunedì #08: Changing Planes

Changing PlanesAutore: Ursula K. LeGuin
Titolo italiano: Su altri piani
Genere: Fantasy / Pseudo-trattato
Tipo: Raccolta di racconti

Anno: 2003
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 250 ca.
Difficoltà in inglese: **

Si sa, stare nelle sale d’attesa degli aeroporti una, due, o anche più ore aspettando di poter salire sul proprio aereo è noioso e snervante. O almeno, lo era, finché Sita Dulip ha scoperto che, con una semplice torsione e uno scivolamento, si poteva viaggiare tra i piani.
Funziona solo nelle sale d’attesa degli aeroporti, ma si può andare ovunque: per esempio nel piano degli Asonu, un popolo dove a parlare sono solo i bambini, che durante l’adolescenza lentamente imparano l’arte del silenzio; o il piano dei Veksi, creature munite di zoccoli, e con mani dentro agli zoccoli, talmente facili all’ira e alla vendetta da vivere in uno stato di guerra pressoché permanente di tutti contro tutti; oppure il piano degli Ansarac, che vivono su un pianeta dall’orbita talmente ampia che una stagione dura 6-7 anni, e che conducono un’esistenza migratoria tra i deserti del sud e le fresche praterie montane del nord. Nel piano di Hegn l’intera popolazione è aristocratica, tutti sono imparentati gli uni con gli altri; e perciò le pochissime famiglie plebee sono trattate alla stregua di creature sacre; e nel piano degli Nna Mmoy, ridotto artificialmente ad una estrema semplicità biologica – pochissime varietà di piante e animali, e nessuna pericolosa – i suoi abitanti hanno compensato sviluppando un linguaggio talmente complicato e ambiguo da sfuggire alla comprensione dei linguisti più esperti. E c’è pure un piano che una multinazionale americana ha trasformato in un parco divertimenti per famiglie…
Inoltre, a viaggiare tra i piani il tempo scorre molto più lentamente che sulla Terra: così uno può anche trascorrere un week-end in giro tra le dimensioni e tornare in tempo per prendere l’aereo!

Avevo detto che non mi sarei occupato di racconti, ma qui voglio fare un’eccezione. Changing Planes, proprio come Cronache marziane di Bradbury, è una raccolta unita da un filo comune: la possibilità di viaggiare su piani diversi dal nostro. Dopo la breve cornice sulla scoperta del “metodo Sita Dulip”, ogni racconto della raccolta è dedicato a un piano diverso. Gli stili variano: si va dalla cronaca di viaggio in prima persona, allo pseudo-trattato etnografico, passando per le interviste informali con uno o più nativi del piano. In ogni caso, nei racconti non predomina mai o quasi l’azione. Come in Flatland, si tratta più che altro di un “ideario”: una raccolta di descrizioni di possibili mondi immaginari, che seguono regole o costumi diversi dal nostro.

Airport waiting room

Una sala d’attesa di aeroporto prima che Sita Dulip scoprisse il modo di viaggiare tra i piani. Notate la noia e il desiderio latente di spakkare tutto.

Uno sguardo approfondito
La qualità dei racconti è altalenante. Seasons of the Ansarac, Social Dreaming of the Frin – su una civiltà di creature che durante il sonno condividono i sogni gli uni degli altri, con le sue conseguenze – e The Royals of Hegn sono probabilmente i migliori; altri interessanti sono The Silence of the Asonu, The Ire of the Veksi, Great Joy, The Nna Mmoy Language, di cui ho già parlato prima, oppure Porridge on Islac – su una società che ha cominciato a produrre artificialmente ibridi biologici di ogni tipo, da donne-pannocchia a cani parlanti che dicono solo volgarità, con conseguenze disastrose – The Building – su una società i cui membri, per ragioni misteriose e forse dettate dai loro geni, spendono una parte della loro vita, e tutte le loro energie, nella costruzione apparentemente insensata di un edificio gigantesco e infinito – e The Fliers of Gi – su una società in cui alcuni individui sviluppano la capacità di volare, ma pagando un prezzo molto alto.
Altri racconti sembrano fuori posto rispetto allo spirito della raccolta. Wake Island, per esempio, potrebbe essere benissimo ambientato nel nostro mondo, dato che parla di un progetto scientifico che va a remengo in una civiltà del tutto simile alla nostra; The Island of Immortals non avrebbe bisogno di essere collocato su un piano diverso dal nostro, dato il setting limitato e remoto; idem per Confusions of Uni, che è un racconto sulle realtà virtuali. Ho letto da qualche parte che molti racconti della raccolta erano già stati scritti e pubblicati in modo indipendente; inserirli in questa raccolta mi sembra solo un bieco modo per fare numero. Altri racconti ancora sono semplicemente noiosi o insulsi, come Feeling at Home with Hennebet o Woeful Tales from Mahigul: succede poco, e quel che succede (in particolare nel secondo) è banale e molto poco fantasioso.
Nel complesso, comunque, i bei racconti superano di 3 a 1 quelli brutti o fuori posto.

Divertimento

Aeroporto dopo la scoperta del metodo Sita Dulip. Ora è molto più divertente.

La preparazione antropologica della LeGuin viene in aiuto della fantasia. Le specie senzienti che si incontrano nei racconti sono sempre credibili, perché l’autrice si preoccupa di darne una giustificazione ecologica e sociale (a volte scrivendola, a volte lasciandola intuire). Un mondo fatto di (quasi) soli pigri aristocratici sembrerebbe impossibile, autocontraddittorio; ma la LeGuin dà sufficienti spiegazioni da renderlo quantomeno plausibile. Alcuni racconti e alcune osservazioni – sulla ritualità tribale, sui rapporti tra il linguaggio e le pressioni ambientali – avrebbero potuto essere pensati soltanto da una persona preparata sull’argomento. Ergo: le idee della LeGuin non sono mai stupide.

Specularmente, la raccolta ha però anche due limiti: di fantasia e di stile.
Riguardo al primo, ho avuto l’impressione che la LeGuin abbia sottosfruttato l’idea originale. La possibilità di inventare da zero dimensioni alternative, con le loro regole, le avrebbe permesso di violare le leggi della fisica esistenti e inventare mondi completamente alieni dai nostri. Avrebbe potuto scrivere di creature senzienti o composizioni planetarie molto differenti dalle nostre. Invece la maggior parte dei suoi piani non fa che presentare civiltà con “costumi” diversi, o magari con qualche abilità o potere non-umano, ma che non le differenziano poi così tanto dal genere umano. Le specie presentate dalla LeGuin sembrano quasi tutte esseri umani con qualche differenza. Alcune – come ho già detto – potrebbero benissimo vivere nel nostro mondo.
Allo stesso modo, gli ambienti sono tutti o quasi delle “altre-Terre”. Pochi hanno delle differenze rilevanti, come il mondo degli Ansarac dalla lunghissima rivoluzione (idea peraltro già sfruttata dalla LeGuin nel mediocre romanzo hainita Planet of Exile). Questo è in parte giustificato dal fatto che gli esseri umani non potrebbero viaggiare su mondi troppo alieni rispetto al proprio (se non al rischio di una rapida dipartita), ma è comunque un peccato. Evidentemente la LeGuin non ha una sufficiente preparazione in fisica o biologia per immaginare mondi più bizzarri, o forse semplicemente non le interessa.

Specie aliene incredibbili!

Un alieno della LeGuin? Nella narrativa non si pagano trucco ed effetti speciali, non c’è ragione di limitare la fantasia!

L’altro problema è quello tipico dell’adottare uno stile “statico”, descrittivo e distante, a uno stile “dinamico”, in cui le cose succedono qui e ora. Vale l’osservazione che ho già fatto altrove: dove le idee sono abbastanza affascinanti, il lettore sopporta di buon grado l’assenza di azione e la lontananza del punto di vista – lo stile da pseudo-trattato può anche essere piacevole; dove le idee sono deboli o noiose, il disagio è raddoppiato. E purtroppo la LeGuin non ha né la creatività né il tono di un Abbott.
A volte poi si avverte un po’ troppo il giudizio personale della LeGuin – in sostanza, il suo odio verso il capitalismo selvaggio degli ameriCani, la sua diffidenza verso la ricerca scientifica incontrollata, e la sua simpatia verso le civiltà rurali, tribali, pre-industriali. Non lo fa in modo vistoso, né in modo ingenuo: non crede al mito del buon selvaggio, e di ogni specie ci fa vedere i lati belli e i lati sgradevoli. Ma una certa preferenza si fa sentire lo stesso, e un paio di volte mi sono trovato a pensare: “Mmh, qui c’è odore di Lipperini…”. Sensazioni fuggevoli, per fortuna ^-^

Su Ursula K. LeGuin
In Italia la LeGuin è conosciuta sostanzialmente per la saga di Earthsea, ma all’estero è almeno altrettanto famosa per la sua produzione fantascientifica. A me la LeGuin non fa impazzire: il suo stile si colloca tra il mediocre e l’orrido, e storie potenzialmente interessantissime sotto la sua penna diventano spesso noiose o piattine. In media, comunque, le sue opere fantascientifiche sono migliori; voglio segnalarne quattro, tre libri del Ciclo Hainita e una stand-alone novel.
Il Ciclo Hainita o Ciclo dell’Ecumene (Hainish cycle nell’originale) è, più che una saga, un’ambientazione condivisa: tutti i libri sono autoconclusivi e si svolgono su mondi differenti, per cui possono essere letti in qualsiasi ordine 1. Nel mondo del Ciclo Hainita, le più avanzate civiltà della Galassia si sono unite in una Lega dei Mondi interplanetaria, il cui scopo primario è di continuare a espandersi integrando sempre nuovi pianeti e popoli. Le varie civiltà membre rimangono però largamente indipendenti, perché nel mondo della LeGuin non si può valicare la velocità della luce, e i viaggi da un pianeta all’altro possono richiedere anche parecchi decenni o secoli. Solo le informazioni (in un primo tempo) e gli oggetti inanimati (successivamente) possono essere teletrasportati istantaneamente da un punto all’altro della Galassia, e questo grazie al dispositivo dell’ansible. Le storie del Ciclo Hainita sono quindi principalmente storie di esplorazione di altre civiltà e culture.
La mano sinistra delle tenebreThe Left Hand of Darkness (La mano sinistra delle tenebre), quarto libro del Ciclo Hainita, è ambientato su un pianeta glaciale i cui abitanti sono tutti degli ermafroditi. O meglio: per la maggior parte del tempo sono degli asessuati ibridi uomo/donna, e una volta al mese, quando entrano in calore, possono assumere per il breve tempo del corteggiamento e del rapporto sessuale i tratti dell’uno o dell’altro sesso, a seconda di chi hanno intorno. Un inviato della lega interplanetaria Ecumene, Genly Ai, si troverà a scendere sul pianeta nel momento in cui le due maggiori potenze si preparano alla guerra… L’argomento è molto affascinante, ma il romanzo è rovinato da uno stile piatto, un ritmo inesistente, e il fatto che per la maggior parte del tempo non succede mai niente. Non a caso le parti più interessanti sono quelle pseudo-saggistiche sullo stile di vita e il ritmo biologico degli ermafroditi. Rimane un libro curioso, che vale la pena provare a leggere.
I reietti dell'altro pianeta The Dispossessed (I reietti dell’altro pianeta), quinto libro del Ciclo Hainita, è un romanzo politico. Mentre sul pianeta Urras trionfa il capitalismo, sull’inospitale luna Anarres un gruppo di separatisti ha fondato una società anarchica, basata sulla mutua collaborazione e sull’assenza del denaro. Seguendo le vicende di Shevek, brillante fisico di Anarres, la LeGuin si interrogherà su pregi e difetti di ciascun sistema politico, e ci svelerà le origini dell’Ansible. E’ il più interessante tra i romanzi del Ciclo, ma anche questo è purtroppo ammazzato da uno stile piatto (con narratore rigorosamente onnisciente) e da una cattiva gestione dei tempi narrativi. Cronologicamente si situa prima di tutti gli altri romanzi del Ciclo.
Il mondo della forestaThe Word for World is Forest (Il mondo della foresta), sesto libro del Ciclo Hainita. Ambientato in un pianeta primitivo le cui terre emerse sono interamente ricoperte di una fitta foresta, racconta dello scontro – culturale e tecnologico – tra i Terrestri invasori e i nativi, umanoidi pelosi e alti un metro, organizzati in tribù e dotati di uno strano ciclo sonno-veglia. Il romanzo sarebbe anche interessante, non fosse per due difetti della LeGuin: la sua tendenza a trasformare le sue storie in pilloloni etici, e la sua fretta a etichettare i Buoni e i Cattivi, lasciando poco spazio a quella sana ambiguità morale che caratterizza i buoni libri. Cronologicamente si situa dopo The Dispossessed, ma prima di Rocannon’s World.
La falce dei cieliThe Lathe of Heaven (La falce dei cieli) è invece un romanzo autoconclusivo. In un mondo sovrappopolato e impoverito, il povero George Orr scopre di avere un potere terribile e che non riesce a controllare: i suoi sogni più vividi possono riplasmare retroattivamente la realtà. Per guarire sarà costretto a rivolgersi a uno psichiatra, il dottor Haber; ma cosa succederà quando il dottore si renderà conto della portata dei poteri di Orr? Di tutti i romanzi della LeGuin, questo è il più interessante, e anche quello scritto meglio; è probabile che in futuro gli dedichi un Consiglio.

Dove si trova?
In italiano, Su altri piani è stato edito dalla Nord nel 2005, assieme a diversi altri libri della LeGuin. Stanno tutti rapidamente sparendo dalla circolazione nelle librerie, ma in compenso si trovano ancora (per la maggior parte) su Amazon e IBS. In ogni caso, sul Mulo si trovano praticamente tutte le opere della LeGuin, anche in italiano.
Su library.nu si può trovare l’edizione originale di Changing Planes, che però ha un piccolo problema: per qualche ragione mancano una-due pagine del racconto Feeling at Home with the Hennebet. Non una grossa perdita (dato che non m’è piaciuto), ma il racconto non è semplicissimo da seguire e il taglio colpisce proprio un “momento cruciale” della storia.

Su altri piani

Copertina italiana. Per una volta bella quasi quanto quella originale (ma, tanto per cambiare, quei piedi angelici non c’entrano una sega col libro. Vabbé, è fantasy, deve andar bene per forza!)

Chi devo ringraziare?
In questo caso ringrazio la dolce Siobhàn, che l’ha letto prima di me e poi ha continuato a ripetermi per una settimana: “Leggilo! Leggilo! E’ fiQissimo!”. In realtà lei dice che sono stato io stesso a proporlo a lei (quando ancora non l’avevo letto), e potrebbe anche darsi, ma proprio non ricordo. E in quel caso, a me chi è che l’ha consigliato? Forse mi visita di notte lo Spirito Santo.

Qualche estratto
Il primo estratto è preso dal primo racconto, Porridge on Islac: Ai Li A Le racconta alla protagonista-narratrice degli esperimenti genetici che hanno gettato il suo piano nel caos. Il secondo estratto è invece un esempio dello stile ‘saggistico’ della raccolta. E’ tratto da Seasons of the Ansarac, e fa una breve panoramica della conformazione del piano e delle conseguenze che tale conformazione ha sui suoi abitanti.
Notate come ancora una volta la traduzione italiana sia approssimativa.

1.
“I’m corn, myself,” she said at last, shyly.
I checked the translatomat. Uslu: corn, maize. I checked the dictionary, and it said that uslu on Islac and maize on my plane were the same plant.
I knew that the odd thing about corn is that it has no wild form, only a distant wild ancestor that you’d never recognise as corn. It’s entirely a construct of long-term breeding by ancient gatherers and farmers. An early genetic miracle. But what did it have to do with Ai Li A Le?
Ai Li A Le with her wonderful, thick, gold-colored, corn-colored hair cascading in braids from a topknot…
“Only four percent of my genome,” she said. “There’s about half a percent of parrot, too, but it’s recessive. Thank God.” I was still trying to absorb what she had told me. I think she felt her question had been answered by my astonished silence.
“They were utterly irresponsible,” she said severely. […]
“I never saw a butterfly or a deletu. Only pictures… The insecticidal clones got them…
But the scientists learned nothing—nothing! They set about improving the animals.
Improving us! Dogs that could talk, cats that could play chess! Human beings who were going to be all geniuses and never get sick and live five hundred years! They did all that, oh yes, they did all that. There are talking dogs all over the place, unbelievably boring they are, on and on and on about sex and shit and smells, and smells and shit and sex, and do you love me, do you love me, do you love me. I can’t stand talking dogs”.

«Da parte mia», confessò infine, timidamente, «sono mais.»
Controllai il display del translatomat. Uslu: mais, granturco. Anche la funzione dizionario mi confermò che l’uslu di Islac e il mais del mio piano erano la stessa pianta. Conoscevo la strana caratteristica del granturco: non ha una forma selvatica, solo un lontano antenato che non gli somiglia af-
fatto. È in tutto e per tutto il risultato di una lunga selezione operata dagli antichi agricoltori e raccoglitori. Un vecchio miracolo genetico… ma cosa aveva a che fare con Ai Li A Le?
Ai Li A Le con i suoi meravigliosi, folti capelli color dell’oro, color del grano, che scendevano a trecce dall’alto della nuca…
«Solo il quattro per cento del mio genoma», precisò lei. «Ho anche lo zero virgola cinque di pappagallino, ma è recessivo. Grazie a Dio.»
Io stentavo ancora ad assorbire quanto mi aveva detto. Penso che abbia avuto la risposta dal mio silenzio carico di stupore.
«Erano assolutamente irresponsabili», disse con severità.[…] «Io non ho mai visto una farfalla o un deletu. Solo fotografie. I cloni insetticidi li hanno uccisi. Ma gli scienziati non hanno imparato la lezione… affatto! Si sono messi a migliorare gli animali. A migliorare gli uomini! Cani che parlano, gatti che giocano a scacchi! Esseri umani che erano invariabilmente geniali, non si ammalavano mai e vivevano cinquecento anni! E hanno fatto tutto questo, oh, certo, come l’hanno fatto! Ci sono cani parlanti dappertutto, e sono scocciatori insopportabili, parlerebbero per ore di sesso, di cacca e degli odori! che hanno annusato negli angoli. ‘Odore’, ‘Cacca’, ‘Sesso’, e: ‘Mi vuoi bene?’, ‘Dimmi che mi vuoi bene’, e: ‘Quanto bene mi vuoi?’. Non sopporto i cani parlanti».

Philosoraptor

Anche il Philosoraptor si interroga sui pericoli della manipolazione genetica.

2.
Their world has a larger sun than ours and is farther from it, so, though its spin and tilt are much the same as Earth’s, its year lasts about twenty-four of ours. And the seasons are correspondingly large and leisurely, each of them six of our years long.
[…] They inhabit two continents, one on the equator and a little north of it, one that stretches up towards the north pole; the two are joined by a long, mountainous bridge of land, as the Americas are, though it is all on a smaller scale. The rest of the world is ocean, with a few archipelagoes and scattered large islands, none with any human population except the one used by the Interplanary Agency.
The year begins, Kergemmeg said, when in the cities of the plains and deserts of the south, the Year Priests give the word and great crowds gather to see the sun pause at the peak of a certain tower or stab through a certain target with an arrow of light at dawn: the moment of solstice. Now increasing heat will parch the southern grasslands and prairies of wild grain, and in the long dry season the rivers will run low and the wells of the city will go dry. Spring follows the sun northward, melting snow from those far hills, brightening valleys with green… And the Ansarac will follow the sun.
“Well, I’m off,” old friend says to old friend in the city street. “See you around!”.

Il loro mondo ha un sole più grande del nostro, ma è più lontano dall’astro, cosicché, anche se la sua inclinazione e il suo periodo di rotazione sono pressappoco quelli della Terra, il suo anno dura circa 24 dei nostri. E le stagioni sono analogamente lunghe e senza fretta, ciascuna dura sei dei nostri anni.
[…] Abitano su due continenti, uno situato sull’Equatore e un po’ più a nord del Tropico, e il secondo che si stende in direzione del Polo Nord. I due continenti sono uniti da un tratto di terreno stretto, lungo e montuoso, un po’ alla maniera delle due Americhe, anche se il tutto su una scala più pic-cola. Il resto del mondo è oceano, con alcuni arcipelaghi e qualche grande isola, nessuna abitata tranne quella occupata dall’Agenzia Interplanaria.
L’anno inizia, mi raccontò Kergemmeg, quando nelle città del sud, in mezzo a quelle pianure desertiche, i Sacerdoti dell’Anno danno l’annuncio e grandi folle si radunano per vedere il sole fermarsi sulla cima di una certa torre o colpire con un dardo di luce, all’alba, un certo punto-bersaglio: il momento del solstizio. Da quell’istante in poi l’aumento della temperatura inaridirà i pascoli del sud, le praterie di cereali selvatici; nella lunga stagione asciutta i fiumi si abbasseranno e i pozzi delle città si prosciugheranno. La primavera segue il sole verso il nord, sciogliendo la neve di quei lontani monti, rallegrando di verde le valli. E gli ansar seguono il sole.
«Bene, io me ne vado», si annunciano l’un l’altro i vecchi amici, nelle strade delle città. «Ci si vede!»
.

Tabella riassuntiva

Alcuni racconti hanno un setting molto fantasioso. Alcuni racconti sono noiosi e/o poco fantasiosi.
Le razze della LeGuin sono coerenti e ben pensate. Setting e specie spesso sono troppo poco “alieni”.
I racconti sono intrecciati tra loro in modo intelligente. Stile cronachistico o trattatistico che può venire a noia.

(1) Gli unici che leggerei nell’ordine in cui sono stati scritti sono il secondo e il terzo libro del ciclo – Planet of Exile e City of Illusions – perché i legami tra le due ambientazioni sono molto più stretti di quanto accada in genere. Anche se non ci sono molte ragioni per leggerli, a meno che non siate dei fanatici della LeGuin: Planet of Exile è mediocre, e City of Illusions è proprio bruttino.Torna su

Bonus Track Natalizia: Sausagey Santa

Sausagey SantaAutore: Carlton Mellick III
Titolo italiano:
Genere: Fantasy / Bizarro Fiction
Tipo: Novella

Anno: 2007
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 124

Difficoltà in inglese: **

La sapete la vera storia di Babbo Natale? Sapete che non era un vecchio bonario, ma un crudele tiranno con l’accento da pirata che odiava i bambini, e che li voleva tutti morti o in schiavitù, finché il buon Dio non decise di punirlo condannandolo a consegnare doni ai bambini per il resto dell’eternità? E sapete che ora Babbo Natale – a causa di un increscioso incidente – è fatto di salsicce legate insieme tra loro?
Questa, almeno, è la storia che si racconta a casa di Matthew “Sly Guy” Fry la notte della vigilia. Matt in realtà non vorrebbe che si raccontassero simili cose ai bambini, ma sua moglie Decapitron fa sempre di testa sua. A dire il vero Matt non è molto a suo agio con la sua famiglia, tra una moglie iperviolenta che sogna di diventare un Transformer malvagio, una figlia viziata con una disgustosa escrescenza sul lato della faccia, e un lavoro schifoso alla Nintendo. Ma l’incontro con Sausagey Santa – il Babbo Natale Salsiccia – nella notte di Natale darà una svolta alla sua vita…

Carlton Mellick non è uno degli autori più amati dai frequentatori di questo blog, ma dedicargli un breve post di Natale mi è parsa lo stesso un’idea carina. Sausagey Santaè una lettura breve e poco impegnativa, ideale per passare la sera dell’antevigilia o magari la mattina della vigilia o quando avete tempo. Un bel racconto – e anche abbastanza insolito – sul tema evergreen del “dobbiamo salvare il Natale!”.

Babbo Natale nudo

Un altro modo interessante per passare la vigilia.

Uno sguardo approfondito
Sausagey Santa ripropone tutti i pregi tradizionali della scrittura di Mellick, ossia una prosa semplice e veloce, in prima persona, interamente filtrata attraverso gli occhi e la mente del protagonista-pov. Tutti gli avvenimenti del libro passano attraverso i suoi commenti, le sue lamentele, le sue sensazioni. Il timbro caldo della voce di Matt Fry ci fa affezionare a lui e mantiene viva la curiosità di scoprire cosa succede dopo.
I personaggi sono vivi, credibili, e ciascuno di loro ha quelle piccole manie che ce li rendono subito riconoscibili: Fry, che pur essendo una persona coi piedi per terra, ha una venerazione per la sua pettinatura e ama fare il gesto della pistola ai passanti; Decapitron, amante dei piercing, del sesso strano e dei combattimenti all’ultimo sangue, che passa la vita a minacciare di morte il marito per fargli fare tutto quello che vuole; la figlia Nora, che comanda tutti a bacchetta, e l’altra figlia, Angelica, che se ne va in giro con legate dietro la schiena delle lame di motosega a forma di ali d’angelo; gli elfi con il fetish di D&D e il complesso di inferiorità nei confronti delle loro controparti gidierresche; e così via. E quando compare un nuovo personaggio, Mellick riesce in poche righe a immortalarlo in modo tale che ci ricorderemo di lui.
L’unico difetto che si potrebbe lamentare su questo punto, è il fatto che da un libro all’altro Mellick tende a riproporre sempre le stesse tipologie di personaggi e di rapporti tra personaggi. Abbiamo il personaggio femminile impulsivo e/o violento e in ogni caso dominante, il protagonista razionale ma sottomesso, abbiamo la scena di sesso inquietante: il pattern è lo stesso di The Haunted Vagina, di The Baby Jesus Butt Plug, di The Menstruating Mall, di Sea of the Patchwork Cats. Le situazioni sono abbastanza variate, e i kinkdi ogni personaggio abbastanza specifici, da rimanere interessanti, ma una certa sensazione di déjàvu e di pigrizia dell’autore rimane.

L’altro punto su cui Mellick va forte e non delude neanche questa volta, sta nella descrizione di tante, piccole bizzarrie. Essendo il tema il Natale, la maggior parte delle stranezze prende la forma di giochi o strani congegni – e si va dalle mutande iperdimensionali alla tuta a forma di cavolo, dalle bare fluttuanti sopra l’oceano alle renne imbottite di gasolio. I vermi-regalo, in particolare, sono una trovata fikissima.

Bear Grylls mangia una renna

Bear Grylls ci dimostra come sopravvivere al Polo Nord; e che odia il Natale.

Se le parti ambientate a casa di Fry o al Polo Nord sono le più interessanti, sono invece sottotono le scene d’azione. Da una parte seguono una struttura molto cliché, da film d’azione classico (primo scontro – fuga – riorganizzazione – sortita – scontro di massa – scontro col midboss – scontro finale); dall’altra, i cattivi sono perlopiù masse anonime di zombie e loro equivalenti, e come ho già detto recensendo Marstenheim, questo significa prevedibilità e noia assicurate.
In media i combattimenti sono più ispirati di quelli del romanzo di Angra – per le piccole trovate, per il fatto che crepa una marea di personaggi, ma anche perché sono più brevi – ma non è che Mellick si sia sforzato troppo; anzi, in un paio di punti mi è parso che lui stesso volesse concludere in fretta per passare alla scena successiva. Come se la scena d’azione fosse un passaggio obbligato.

In generale, possiamo dire che Sausagey Santa sia una variazione sul canone “racconto in cui si salva il Natale”. Mellick punteggia la trama di personaggi bizzarri e trovate creative, ma l’impianto narrativo rimane classico e abbastanza prevedibile, almeno nelle sue linee generali. Questo, unito al linguaggio semplice, lo rende un libro molto facile da leggere, quasi “da ombrellone” – anche se il finale tradisce in parte lo schema e mi è suonato sorprendentemente ‘sincero’.
Avrei preferito un lavoro più creativo; ma anche così, rimane una buona novella. Facendo un paragone con altri lavori di Mellick, lo collocherei a metà: meglio dei suoi lavori meno riusciti, come The Menstruating Mall o Sea of the Patchwork Cats, ma peggio di altre novellas come The Haunted Vagina o anche The Morbidly Obese Ninja.
Quindi, perché leggerlo? Beh, innanzitutto se volete prendere la mano con l’inglese, questo, come altre novellasdi Mellick, è un’ottima scuola. In secondo luogo, quelli che non sopportavano Mellick per l’eccessiva stramberia, qui troveranno un ambiente più “familiare”. E poi, beh, perché è Natale: a Natale si leggono cose di Natale ^-^

Alieni rubano Babbo Natale

Anche gli alieni vogliono rubare il Natale.

Dove si trova?
Anche Sausagey Santa è rintracciabile su library.nu; se poi vi piace, potreste premiare Mellick comprandoglielo su Amazon.
In italiano invece, come ho già detto, Mellick non è mai stato tradotto.

Qualche estratto
I due estratti che seguono sono tratti dal secondo capitolo, che è uno dei più carini. Il primo è un’istantanea sull’amorevole relazione tra Fry e sua moglie; il secondo, naturalmente, è la storia di Sausagey Santa…

1.
Our relationship was pretty much built on fear.
It started out as just a crazy sexual escapade. Me with my irresistible hairdo and super slick dance moves. Decapitron with her black makeup and tight leather outfits. […] But I made the mistake of bringing her back to my place. Once she knew where I lived, she kept coming back for more. Next thing I knew she was calling me her boyfriend and I didn’t know how to get her out of my life.
The day she presumed I was about to try to break up with her she decided to show me what she did for a living. I had no idea what her job was. She didn’t look like a fighter. She never had any scars. She was very tall and in great shape, but she wasn’t all that muscular. The next thing I knew she was beating the utter piss out of a 400 pound tank of a Russian. This guy was a behemoth of muscle and platinum chest hair. Bigger than any wrestler or football player I’ve ever seen. Bigger than any boxer.
If I saw him in the wild I’d think he was the abominable snowman.
But Decapitron made short work of him. Without ever getting touched, she broke his ribs, cracked open his ankle, crushed his liver, shattered his foot, ripped a tendon out of his arm, and then decapitated him with her toes.
After they dragged the corpse away, she told me, “If you ever leave me I will annihilate you.”
So instead of breaking up with her we got married and started making kids.

Megatron Transformers

Quale donna non desidererebbe di diventare così?

2.
Decapitron tells the story of Sausagey Santa.
She says it is the true story of Santa Claus. According to her, Santa was once a king of a small country who hated children and Jesus so much that he tried to outlaw both of them in his land.
King Kringle was a ruthless tyrant who sent his armies from village to village burning down their churches. All children under the age of twelve were rounded up and shipped overseas to be sold into slavery. And all men were forbidden to impregnate their wives under the penalty of death.
This went on for only eighteen months until the citizenry picked up arms and conquered Kringle’s armies. But he was not killed. His people instead left his punishment up to God.
The Almighty Lord decided to damn Kris Kringle to an immortal life. He would spend eternity spreading holy joy and cheer to the children of the world by delivering them presents every Christmas Eve. It was a living hell for the ex-king. He attempted suicide several times, but he just couldn’t die. Whenever he chopped off his head or got his reindeer to quarter him, the elves would just sew him back together and send him on his way. The elves were master craftsmen and there was no organ in Santa’s body that they couldn’t fix no matter how damaged it became.
For his final suicide attempt, he put his body through a meat grinder. This mulched him up into a thick paste that he was sure could never be put back together again. For a couple days, he thought he’d succeeded. The elves didn’t know how to reas-semble him. But then after much discussion, the elves just remade him into a new shape. They stuffed his meat goo into sausage casings and linked them all together until they formed a man.
Kringle never attempted suicide again after that.

Tabella riassuntiva

Personaggi, oggetti e situazioni bizzarre in quantità. Struttura convenzionale e spesso prevedibile.
Timbro caldo e stile vivace. Scene d’azione poco ispirate.
Si legge in fretta e senza fatica.

E con questo articolo, vi auguro Buon Natale ^^

Gli Autopubblicati #02: Marstenheim

MarsteheimAutore: Angra
Genere: Science-Fantasy
Tipo: Romanzo

Anno: 2009
Pagine: 300 ca.

Marstenheim è una città in rovina. Un tempo avamposto della razza terrestre su un pianeta lontano svariati anni luce, oggi, a centinaia d’anni dall’interruzione di ogni contatto con la Terra, Marstenheim è sull’orlo del collasso. In superficie, legioni di ottusi non-morti razzolano per gli stretti vicoli della città diffondendo la peste verminosa; sottoterra, dentro gallerie minuziosamente scavate nei secoli, sciami di uomini-ratto preparano la loro vendetta. Pellegrini e crociati fanatici si raccolgono attorno alla Torre di Ferro, enorme cattedrale sormontata da un’antica torre a traliccio, attendendo il ritorno di Grigor, il messia; soldati della Repubblica pattugliano le porte della città mentre il loro numero si fa sempre più sparuto.
E’ in questo scenario che si muovono un gruppo di saxxon, guidati da un vecchio sciamano dalle intenzioni poco chiare, una stregona con la passione per il sadomaso, un vampiro dai modi aristocratici e afflitto da manie di grandezza, un burattinaio pazzo, e molti altri. E tutti sembrano alla ricerca della stessa cosa: un terrestre dall’aria losca, e una cicatrice sulla gola che va da un orecchio all’altro…

Marstenheim è un romanzo autopubblicato da Angra un paio di anni fa, con la collaborazione di Gamberetta e del Duca nell’editing. Angra ha fatto anche qualche tentativo di pubblicazione con un’editore, con risultati grotteschi.
Nonostante che i nostri lungimiranti editori lo abbiano respinto, Marstenheim è un bel romanzo science-fantasy. Il ritmo e la struttura della storia, con la presenza massiccia di combattimenti e magie, ha più del fantasy che non della sf, tuttavia, citando Gamberetta: “La componente fantascientifica predomina su quella fantasy: creature tradizionalmente fantastiche come vampiri, zombie o uomini-ratto hanno una spiegazione scientifica”.

Cane quadriplegico

L’autore di fantasy ideale secondo l’intraprendente editoria moderna.

Uno sguardo approfondito
Marstenheim è un romanzo corale; vale a dire, un romanzo che invece di un protagonista unico ha una serie di personaggi-pov che si passano la palla di capitolo in capitolo, o di paragrafo in paragrafo. Personalmente, adoro i romanzi corali. Vedere la stessa vicenda attraverso tante paia d’occhi diversi non solo permette al lettore di avere una visuale più ampia rispetto a quella che offrono le storie a pov singolo; ma, nel momento in cui i personaggi-pov sono gli uni antagonisti degli altri, moltiplica i livelli di conflitto – il che rende la storia più avvincente – e accentua l’ambiguità morale.
Schierarsi diventa più difficile quando due personaggi, con entrambi i quali abbiamo imparato a simpatizzare guardando il mondo attraverso i loro occhi, si mettono l’uno contro l’altro. In Marstenheim si respira spesso questa balsamica aria di ambiguità.

Ma i romanzi corali si prestano anche a una serie di svantaggi e di rischi, che non risparmiano nemmeno questo romanzo. A partire dalla gestione del pov.
I salti da un pov all’altro sono in genere ben definiti, ma in alcune scene, e specialmente nella prima parte del libro, la gestione del punto di vista diventa un po’ ballerina. A partire dalla famigerata scena del prologo con gli uomini-ratto 1, passando per alcune scene di combattimento concitate e con molti personaggi, in cui quando va a capo il pov salta da un contendente a un altro (diminuendo così il senso di partecipazione per il combattimento nel suo complesso), fino ad altre scene in cui il pov, pur essendo a rigor di logica ancorato a un personaggio, finisce – vuoi per la passività totale del personaggio-pov, vuoi per la distanza tra la testa di questo e la telecamera – per confondersi con un narratore onnisciente o comunque con una telecamera molto distanziata rispetto ai personaggi.
Esempio di quest’ultima circostanza è la scena del prologo intitolata “Sulla via”, dove per la prima volta facciamo la conoscenza della squadra di saxxon. Il punto di vista dovrebbe essere quello dello scout Aix – tuttavia, un po’ per il fatto che Aix non fa niente a parte guardare i suoi compagni di viaggio (sicché il suo pov prende la forma di una telecamera neutra), un po’ perché è la prima volta che il lettore incontra Aix e gli altri, il suo nome e il suo personaggio finiscono per confondersi con gli altri, diventare un nome tra i tanti, e la scena finisce per sembrare filtrata dal narratore onnisciente, o quantomeno da una terza persona neutra.

Città in rovina

Non c’è niente da fare, le città in rovine sono fike.

Questa sensazione di “pov che balla” è amplificata da altri due fattori: l’eccesso di personaggi-pov e l’anonimità (almeno iniziale) di alcuni personaggi.
I personaggi-pov sono davvero tanti, e questo, almeno all’inizio – diciamo per un 40-50 pagine – crea una certa, sgradevole sensazione di spaesamento. Inoltre molti di questi personaggi-pov sono superflui. Credo che un buon 85% delle scene del romanzo, con pochi aggiustamenti, potrebbe essere mostrato utilizzando solamente sette personaggi-pov (Losado, Morgause, Aix, Ygghi-Kan, André, Carmille, Skiapp). Delle rimanenti, alcune sono del tutto inutili (e quindi si possono eliminare), altre potrebbero essere rese inutili incorporando gli elementi utili in altre scene (e quindi si possono eliminare!). In altre ancora, eccezionalmente, si potrebbe mantenere un pov usa-e-getta con personaggi-pov che il lettore ha già imparato a conoscere attraverso gli occhi di altri (es. Henrei, Ran Shan, Alpine).
Non dico questo per un morboso attaccamento alle regole della narrativa, ma perché una sovrabbondanza di pov crea spaesamento, difficoltà di immersione e, quindi, calo dell’interesse. Questo vale soprattutto all’inizio, e, direi, per la prima metà o il primo terzo di un romanzo. I personaggi-pov andrebbero introdotti a poco a poco e subito ben consolidati, in modo tale che il lettore possa avere subito dei punti fermi a cui aggrapparsi. Siamo infatti ancora nella fase in cui il lettore sta cercando di capire com’è il romanzo e di cosa parla – troppa confusione o troppi salti di pov potrebbero fargli passare la voglia di andare avanti. Al contrario, una volta che la vicenda ha ben ingranato, e il ritmo è diventato serrato, ci si possono concedere più libertà. Per esempio non ho fatto alcuna fatica a leggere gli intermezzi con i soldati Kennedy, Rizzo e Tapper, o i dialoghi tra gli uomini-ratto Karburo e Phazze, che anzi, sono molto divertenti; ma a quel punto il romanzo è già bene avviato, i personaggi principali individuati, quindi lo scrittore può prendersi qualche libertà in più.

Dicevo, poi, dell’anonimità dei personaggi. Se alcuni risaltano subito per qualche dettaglio – come Morgause e le sue inclinazioni sadomasochistiche, o le gemelle speculari Gya e Madkeen – altri fanno un’entrata in scena piuttosto scialba – come Aix, o in generale la maggior parte dei saxxon – che non aiuta nell’individuarli come personaggi importanti.
Faccio un esempio. Tornando alla scena in cui ci viene presentata la squadra di saxxon guidata da Ygghi Kan, Angra commette un errore molto simile a quello dell’autore di Pirati di Atlantide, della raccolta Ucronie Impure: si lancia, cioè, in un profluvio di nomi che ovviamente il lettore non riesce, né ha voglia, di memorizzare. Alcuni personaggi, pressoché inutili, come Kunjeet, Drougas e Joriar Kan, sarebbe meglio non nominarli nemmeno; meglio definirli come anonimi “altri tre scout”, che fanno numero. Al limite si può dare il loro nome più avanti, poco per volta, quando faranno qualcosa di utile che li faccia risaltare un minimo. Altri, più importanti, come Henrei, Aix o Driun, che peccano di scipitezza, li personalizzerei di più da subito – per qualche tratto fisico, o caratteriale, o perché fanno in quel momento qualcosa di particolarmente interessante – cosicché il lettore capisca che sono importanti e li memorizzi. In generale, allungherei quella scena in modo tale da ambientare il lettore con i saxxon, e soprattutto renderei Aix più attivo.

Sevizie sessuali

Scene di sevizia sessuale potrebbero aiutare a memorizzare un personaggio.

Tra le altre cose che mi sono piaciute poco, c’è una certa tendenza dei personaggi a “girare a vuoto” per la maggior parte del romanzo: ci si incrocia, ci si manca per un soffio, ci si perde e ci si reincontra, si va in una direzione e poi si torna sui propri passi, ancora e ancora e ancora, in una maniera che fa un po’ “commedia degli equivoci”. Questa è una cosa realistica; nella vita reale simili fail accadono tutti i giorni. Ma nell’economia di un romanzo, ogni scena dovrebbe muovere quanto più possibile di trama e di caratterizzazione dei personaggi, mentre diverse di queste scene non muovono nulla di nulla (o tanto poco, da non rendersi giustificabili).
Molte di queste scene che vanno a vuoto sono di combattimento. La maggior parte dei combattimenti del romanzo, mi spiace dirlo, è inutile e un po’ noiosa. La ragione sta in questo: che spesso gli scontri vedono, da una parte, guerrieri più o meno fiki (e a volte scialbissimi, come Rosh o Silverel), dall’altra legioni e legioni di insulsi zombie. Non esattamente la formula del combattimento avvincente. Gli scontri sono ben mostrati, ma dato che si sa già che, 10 a 1, i “buoni” vincono e gli zombie perdono, e dato che su diversi dei “buoni” c’è anche poco investimento emotivo da parte dei lettore (come nel caso dei già citati Rosh, Silverel, Ran Shan eccetera), il tutto si riduce a una descrizione meccanica di serie di affondi, parate, schivate, tentativi di fuga. Diversi combattimenti potrebbero essere cancellati senza colpo ferire – come quello tra saxxon e zombie all’inizio del Secondo Giorno, o quello di Aix e Druin contro Daria più avanti – altri muovono la trama un minimo ma sono comunque troppo noiosi – come la sortita a Palazzo Marsten.

Nonostante tutto questo, Marstenheim è un bel romanzo. La città è viva, pulsante – migliaia di volte più convincente del patinato mondo fantasy #453. I quartieri abbandonati, la gente che si chiude in casa, la tensione tra gli isolati controllati dai soldati della Repubblica e gli isolati controllati dai crociati, il contrasto tra gli antichi palazzi di plastocemento e le nuove costruzioni che scivolano verso il mattone, la pietra e il legno, la fobia per i vermi che portano la peste – tutto contribuisce a creare un’atmosfera lugubre, tetra, di decadenza. Ad essa si mescola un certo umorismo amaro, come il Demone Oracolo o il triste destino di Losado, che pur essendo un bandito fikissimo non fa che passare – senza colpa o quasi – da una sfiga all’altra. A ciò si aggiungono piccoli tocchi di weird, come la bottega di Porfirj, e alcune scene veramente ben riuscite, come quella con Anghelo e Daria nella locanda del porto, o il discorso di Skiapp dal sapore islamico-littorio.
I saxxon, nel loro essere una controparte più ferina e credibile degli elfi, fanno il loro dovere. Gli uomini-ratto sono spettacolari, e mi unisco all’appello di Gamberetta che vorrebbe più scene su di loro. Organizzatissimi e unanimemente sottovalutati, quando parlano tra loro ricordano le macchiette della commedia all’italiana – “Ingegnere!” “Geometra!” – e quando parlano con gli umani diventano degli infidi e adorabili pilipini. Adorabili sono anche i crociati, con quel modo di fare e di parlare da domenicano in mezzo agli albigesi.
Il finale è spettacolare e l’epilogo ancora di più; anche se alcune delle sottotrame individuali mi sembrano concluse in modo un po’ troppo affrettato, come quella di Ygghi Kan e ancor più quella di Morgause (alla quale avrei dedicato più spazio).

Diffida dei ratti

Non fidarti.

In definitiva, pur coi suoi difetti Marstenheim è un bel romanzo, tra i migliori autopubblicati che abbia mai letto e, se è per questo, tra i migliori fantasy italiani in generale. E’ assolutamente paragonabile a Pan di Dimitri – che molti ritengono la pietra miliare del fantasy italiano dell’ultima decina d’anni – e per certi aspetti, come l’assenza di un narratore moralista e l’ambientazione, migliore. Di sicuro è migliore di diversi romanzi di Grandi Autori internazionali che mi sono sciroppato quest’anno, come gli insulsi primi tre libri del ciclo hainita della LeGuin (Rocannon’s World, Planet of Exile, City of Illusions). Sul piano degli autopubblicati se la gioca con Assault Fairies, ma dalla sua ha che almeno è finito ^-^’

Dove si trova?
In questo articolo di Gamberi Fantasy potete scaricare Marstenheim in cinque formati diversi (pdf, mobipocket, rtf, odt, epub, o una cartella con tutti e cinque insieme); in alternativa potete scaricarlo dal blog dell’autore (solo pdf o mobipocket) o dalla Zwei-List (solo pdf).

Qualche estratto
Come estratti ho scelto due scene divertenti. La prima, verso l’inizio vede Morgause che interroga il Demone Oracolo, la seconda il primo incontro tra Aix e un uomo-ratto.

1.
Passò ancora un istante, poi la voce impersonale del Demone Oracolo risuonò nella stanza.
«Sono pronto. Dimmi il tuo nome.»
Lo schermo era diventato nero.
«Qwerty,» disse Morgause.
«Dimmi la parola segreta che squarcia il velo fra i mondi.»
«Qwerty,» ripeté lei.
«Bentornato, Qwerty. Devo metterti in guardia dall’usare una parola nsegreta uguale al nome: non è prudente.»
Morgause sospirò. «Me lo dici tutte le volte. Vedi, il fatto è che non trovo un modo per farti capire che non ho idea di chi sia questo Qwerty. Sarebbe anche opportuno che ti rivolgessi a me come regina o signora, ma lasciamo perdere.»
Il demone ronzò come un insetto.
«Cosa vuoi che ti mostri oggi, Qwerty?»
«Lo stesso di ieri, e sbrigati.»
Sul vetro si formò l’immagine di uno stagno di acqua limpida, circondato dalla vegetazione. A mollo tra le ninfee due languide fanciulle saxxon, una bionda del sud e una bruna del nord, si baciavano sulla bocca accarezzandosi il seno a vicenda.
Morgause si sentì avvampare.
«Non quella cosa, l’altra! Mostrami cosa sta facendo lui ora!»

2.
«Stai fermo lì!» lo avvertì Aix. «Ma tu, cosa… chi sei?»
L’uomo-ratto assunse un’espressione afflitta. «Oh siniori ilustre! Skiapp povero, povero mutanti! Nasciuto di molto disgrasiato. Beli siniori no regali mai nienti per mangiari, solo calci in culo fortisimi e dice: bruto topo, pussa via sciò!»
Aix corrugò la fronte. «Cosa dici? Non ti seguo.»
«No no, te prego! Belo eroe, risparmi tui beli stivali di consumo di calci in culo!» piagnucolò il mutante.
«Stai calmo,» disse Aix, «non ho intenzione di farti del male. Però ora devi dirmi perché ci stavi seguendo.»
«Io cerchi boconcini di rosichiare, siniori.» Con i baffi che fremevano, la creatura che diceva di chiamarsi Skiapp annusò la bisaccia appesa alla cintura di Aix. «Perché tu ha buoni fromagi di tua borsa, mio naso no sbalia!» disse toccandosi il grosso naso nero e umido sulla punta del muso. Singhiozzò, asciugandosi una lacrima con la piccola mano pelosa. «Eh, tu sei beli siniori, no ti muori da la fame come poveri mutanti soli al mondo!»
Aix abbassò l’arco. «Non hai parenti? Amici?»
«No, gueriero belisimo rotolato giù di montagni. Povero, povero Skiapp! Sui madri morta, sui padri morto, sui frateli tuti morti! Sui zii tuti morti! Sui cugini, tuti morti! Sui noni, tuti morti! Sui bisnoni, trisnoni, quatrisnoni, cinquisnoni…»
Aix tagliò corto. «Va bene, ho capito!»

Tabella riassuntiva

Tantissimi personaggi e vicende che si intrecciano. Troppi pov possono buttare fuori dalla storia.
La città è tetra e affascinante. Alcuni personaggi sono un po’ anonimi, soprattutto all’inizio.
Dagli uomini-ratto ai crociati, un sacco di belle trovate! Troppi giri a vuoto e combattimenti insulsi.
In conclusione: PROMOSSO

Crociati cristiani

Crociati kattivi. Sterminiamo infedeli dal 1095.

(1) La scena si svolge così. Alcuni uomini-ratto parlano tra loro in modo normale; poi arriva un essere umano, e quando gli uomini-ratto si rivolgono a lui, parlano in modo sgrammaticato e comico. L’impressione è quella di un salto di pov: dal pov dei ratti (in cui li sentiamo parlare in modo normale) al pov dell’umano, che li sente parlare in modo mongolo.
Angra ha giustificato la cosa dicendo che il pov rimane sugli uomini-ratto. Poiché loro smettono di parlare nella loro lingua e parlano invece in quella del terrestre, la loro pronuncia risulta mongola alle loro stesse orecchie. Da un punto di vista strettamente logico questa spiegazione è corretta, e tuttavia:
1. Quando parlo in un’altra lingua, anche se la parlo male, tendenzialmente mi sentirò parlarla meglio di come mi sentono parlarla i nativi (esperimento fatto personalmente). Questo perché, quando parlo, al modo in cui le parole mi escono effettivamente dalla bocca si sovrappone il modo in cui penso di stare parlando, ossia le mie parole pensate. Invece in questa scena gli uomini-ratto parlano male allo stesso modo in cui li sentiamo parlare in altre scene, in cui il pov è saldamente infilato nella testa di un umano.
2. Anche se tecnicamente le cose stessero come dice Angra, nel lettore scatta un meccanismo psicologico per cui gli sembrerà di spostarsi nella testa dell’umano. Quando infatti vediamo un personaggio che parla male la nostra lingua e uno che la parla bene; e perlopiù il primo è un umano, simile a noi, mentre il secondo un uomo-ratto, tendenzialmente ci identificheremo più col primo. E dato che il pov della scena per il resto non è ancorato a un ratto preciso, né a un personaggio particolarmente attivo, l’impressione di essere passati nella testa dell’umano è forte.
Una precisazione. La mia disamina di questa scena, che peraltro nell’economia dell’intero romanzo è abbastanza irrilevante, non incide in alcun modo sul mio giudizio nei confronti del romanzo. Era solo un esempio. Personalmente, e per le ragioni che mostrerò dopo, avrei risolto il problema eliminando la scena o filtrandola interamente dal punto di vista di André.Torna su