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I Consigli del Lunedì #11: Last and First Men

Last and First MenAutore: Olaf Stapledon
Titolo italiano: Infinito
Genere: Science Fiction / Pseudo-trattato
Tipo: Romanzo

Anno: 1930
Nazione:
 UK
Lingua:
 Inglese
Pagine:
 340 ca.

Difficoltà in inglese: *

Immaginate che un’entità aliena che dice di venire dal futuro e di appartenere alla razza degli Ultimi Uomini vi entri nella mente e cominci a parlare attraverso di voi. Immaginate che questa creatura, infinitamente più evoluta di voi, sfrutti il corpo di uno scrittore – Olaf Stapledon per esempio – per lasciare, sotto le spoglie di un’opera di fantascienza, un messaggio all’Umanità. E immaginate che tale messaggio consti del resoconto dei prossimi due miliardi di anni di evoluzione umana.  Di come, a partire dal dopoguerra della Prima Guerra Mondiale, l’umanità sia progredita, attraverso una successione di balzi evolutivi e regressioni bestiali, verso stadi dell’esistenza sempre più alieni. E immaginate che, mentre vi racconta ciò, questa creatura vi chieda aiuto – a voi, insignificanti Primi Uomini – per un compito che neanche loro, Ultimi Uomini, possono risolvere da soli.
Bene; adesso, invece che starvi a immaginare tutte queste cose, andate a leggervi Last and First Men.

Negli ultimi anni, prima da Gamberetta, poi da parte mia e di altri commentatori, Last and First Men è stato indicato come un romanzo che, pur violando praticamente tutte le regole della narrativa di genere e della catarsi, è in grado di incuriosire e meravigliare.
A rigor di logica, sarebbe più corretto chiamarlo un anti-romanzo, più ancora che non Flatland – lo stile infatti è quello di un trattato, di un reportage, o di un’autobiografia razziale. Non ci sono personaggi, se non lo scorrere del tempo, e l’Umanità in generale. Il buon vecchio Olaf da questo punto di vista è stato onesto, precisando fin dall’introduzione che il suo non è un romanzo, ma una speculazione filosofico-scientifica in forma di romanzo.
Last and First Men è infatti speculative fiction allo stato puro: quale potrebbe essere il futuro, prossimo e remoto, del genere umano?

Cibo per Cthulhu

Uno sguardo approfondito
La voce narrante dell’Ultimo Uomo è senza infamia e senza lode. Il suo tono è quello didattico e paternalistico di un’entità infinitamente superiore che si rivolge a un suo antenato e tenta di spiegargli cose più grandi di lui. Aldilà dei passaggi più colloquiali, la narrazione adotta un punto di vista onnisciente a volo d’uccello, per cui noi vediamo intere nazioni e masse di uomini che si muovono sulla scena come fossero individui – proprio come in un manuale di storia, solo che la storia è inventata. Ma la voce narrante non scompare mai: come uno storico, commenta i fatti mentre li racconta, con tono pacato e uniforme. Insomma – siamo dalle parti del narratore intrusivo primo-ottocentesco, con l’attenuante che quantomeno questa voce narrante è essa stessa un personaggio della storia 1.
La catarsi è impossibile. Se i primi capitoli si concentrano sull’evolversi dei rapporti politici tra le grandi potenze del Novecento, con ancora un certo livello di dettaglio, man mano che la storia va avanti la visuale si alza e si allarga, e la narrazione diventa più sbrigativa, parlando delle nuove razze di uomini in termini generali e descrivendo soltanto gli eventi più importanti. Dei due miliardi di storia umana promessi, il secondo, intero miliardo è sintetizzato nei capitoli finali.
A onor del vero, occasionalmente la visuale si abbassa per mostrarci una scena madre, ossia un momento storico di straordinaria importanza Ma non è che queste scene siano più immersive del resto: i personaggi sono figure anonime e funzionali, e il lettore sa già che spariranno dalla narrazione nel giro di poche pagine. Anzi, talvolta queste scene nella loro ingenuità sono imbarazzanti. Su tutte, l’atroce scena del meeting notturno tra i leader mondiali, nel Capitolo 3, in cui l’imprevista irruzione di una bellissima indigena nuda cambierà il futuro politico del nostro mondo. SRSLY?

Sul piano formale, Last and First Men ha tutti i limiti tipici dello pseudo-trattato; ma il romanzo ha due grossi problemi anche sul piano dei contenuti.
Primo problema è che, come molte altre opere di fantascienza di questo periodo, è invecchiato male. Non solo il Novecento ha imboccato una strada diversa rispetto a quella da lui immaginata; ma molti dei progressi e delle scoperte che Stapledon scriveva sarebbero avvenute nell’arco di millenni e ad opera di razze umane infinitamente superiori alla nostra, si sono in realtà verificati già nell’arco di decine di anni.
Un esempio eclatante è il viaggio spaziale. Nel romanzo, la nostra razza non scoprirà mai il modo di viaggiare nello spazio; bisognerà aspettare la razza dei Quinti Uomini, creature intelligentissime che esisteranno tra milioni di anni. Inoltre, e nonostante tutta la loro intelligenza, Stapledon ci racconta come, prima di riuscire a portare a termine una missione, una vagonata di navicelle finirà esplosa o si perderà nello spazio. E dire che, nella realtà, la nostra razza è riuscita a mandare con successo l’uomo sulla Luna solo quarant’anni dopo la pubblicazione del romanzo!
Insomma, Stapledon pecca costantemente di sottovalutazione della razza umana, immaginando tempi lunghissimi per progressi che in realtà hanno richiesto molto meno tempo.

Cane astronave

I Quinti Uomini costruiscono la loro prima navicella. Funzionerà?

L’altro problema è il peso eccessivo che, nella storia delle guerre e dei progressi tecnologici, Stapledon sembra dare a fattori spirituali ed etici, a detrimento dei fattori materiali. Per esempio, nei primi capitoli, quando si parla delle guerre che coinvolgeranno Europa, America e Asia, l’autore dà grandissimo rilievo alla tipicità dei popoli, come la flemma britannica o l’industriosità tedesca. Grazie a Dio i fattori economici e politici non sono completamente dimenticati, ma giocano un ruolo marginale. I conflitti tra gli uomini hanno così spesso l’aria di scaramucce tra bambini nervosi, che si sarebbero potute evitare con un po’ più di onestà, fiducia reciproca, equilibrio psichico. Il che – non bisognerebbe neanche dirlo – è terribilmente ingenuo.
La fissazione di Stapledon diventa meno fastidiosa mano a mano che si va avanti nella storia, e i popoli e le nazioni che conosciamo vengono sostituiti con esseri completamente inventati. Ma alcune regole basilari del mondo animale (e, in particolare, dell’essere umano) continuano a essere ignorate, come ad esempio la naturale tendenza ad espandersi ovunque possibile e ad occupare le nicchie ecologiche vuote: come già detto sopra, gli esseri umani di Stapledon aspettano milioni di anni prima di azzardare il viaggio spaziale, e anche allora, si spostano il meno possibile.
Ma rimane in lui l’idea che all’incremento dell’intelligenza e delle capacità tecnica corrisponda, o tenda a corrispondere, un aumento della sensibilità, del senso, dell’equilibrio psichico. Di conseguenza, l’evoluzione umana assume nel libro di Stapledon i tratti di una corsa verso la perfezione psicofisica che alla lunga è castrante per la fantasia dell’autore e un po’ noiosa per il lettore.

Non che questa evoluzione sia lineare, per fortuna. Anzi: Stapledon immagina una vasta gamma di disastri – dall’olocausto nucleare all’invasione marziana, da una guerra di sterminio tra razze a cataclismi cosmici – che avranno come conseguenza un ristagno o una regressione evolutiva, quando non addirittura la quasi completa estinzione dell’essere umano.
A compensare i difetti del libro, infatti, troviamo una vasta gamma di idee curiose sul destino della nostra razza, tra cui supercervelli bioingegnerizzati o uomini alati con le ossa cave; la scoperta del viaggio nel tempo e la comunione mistica di più coscienze in un’unica superentità. Ma soprattutto, l’idea di una storia vastissima, durante la quale i continenti cambiano di posto, gli ecosistemi si alterano in maniera irreversibile, l’intero Sistema Solare cambia faccia, e l’essere umano diventa qualcosa di quasi completamente alieno rispetto a noi.
Proprio da questo senso di enormità deriva il sense of wonder del romanzo di Stapledon. Fosse stato scritto diversamente, sarebbe potuto essere un capolavoro; così com’è, nonostante tutto, rimane una raccolta di idee affascinanti corredate da una serie di falle e un retrogusto di sano vekkiume primo-novecentesco. Last and First Men è soprattutto una curiosità storica, ma credo abbia ancora la capacità di impressionare.

Gli eroi del crepuscolo

Gli elfi della Strazzulla non sono riusciti in 250.000 anni a uscire dalla Sicilia, i superuomini di Stapledon impiegano un milione di anni per andarsene dalla Terra. Separati alla nascita?

Su Olaf Stapledon
Di Stapledon ho letto altri tre libri – in pratica, tutte le sue opere più celebri. Purtroppo, in misura diversa, tutti i romanzi di Stapledon tendono ad assomigliarsi: tutti hanno più l’aria di saggi, resoconti o biografie, che di narrativa; e condividono tutti gli stessi temi e conclusioni simili.
Perciò, leggerseli tutti è una perdita di tempo. Ma se Last and First Men dovesse piacervi, potreste provare un altro tra questi:

Odd JohnOdd John (Q.I. 10000) è la biografia immaginaria di John Wainwright, giovane membro di un nuovo stadio genetico della razza umana. Dalla sua nascita, nei primi del Novecento, alla sua scoperta di essere “diverso” dagli altri, dai tentativi per rintracciare suoi simili alla fine di lui e della sua gente per mano degli ottusi governi mondiali, il libro ci racconta tutta la vita dello Strano John. Come impostazione ricorda un po’ i romanzi di formazione del periodo, come Demian o Siddharta di Herman Hesse, ma è un pochino meglio.

Costruttore di stelleStar Maker (Costruttore di stelle) racconta l’esperienza metafisica e quasi dantesca di un uomo che, senza motivo apparente, si ritrova ad essere un puro spirito incarnato e a viaggiare per il cosmo. Nel suo viaggio nel tempo e nello spazio conoscerà una moltitudine di razze aliene e di strani corpi celesti, e assisterà all’universale corsa evoluzionistica verso lo Star Maker, la divinità celeste creatrice di ogni cosa. Questo strano saggio-romanzo cosmogonico riprende l’impostazione e anche la storia di Last and First Men, ma su scala più grande: se il primo vi è piaciuto, dateci un’occhiata.

SiriusSirius riprende l’impostazione biografica di Odd John come Star Maker quella di Last and First Men. Lo scienziato Thomas Trelone crea in laboratorio il primo cane superintelligente, e lo affida alle cure amorevoli della sua famiglia, in una fattoria del Galles. Qui Sirius, il cane, stringerà un legame speciale con la figlia appena nata dello scienziato, Plaxy. Il romanzo racconta, dal punto di vista del ragazzo di Plaxy, la storia di Sirius nel suo tentativo di trovare un posto nel mondo, entrare in rapporto col mondo degli uomini e risolvere la dicotomia tra la sua natura ferina di cane e quella intellettuale di uomo.

Dove si trova?
L’opera omnia – o quasi – di Stapledon si può trovare gratuitamente in lingua originale su Feedbooks. Tre i formati: epub, kindle e pdf. Gli altri due non li ho provati, ma posso dire che gli epub della Feedbooks sono formattati benissimo (perlomeno quando non ci sono immagini, come in questo caso).
In italiano, ahimè, Stapledon è pressoché introvabile – o quantomeno, io non ho avuto fortuna. Ma Stapledon è un autore facile da leggere in inglese, per cui approfittatene per fare pratica!

Chi devo ringraziare?
Avevo già sentito vagamente parlare di Stapledon, se non altro come uno dei padri ispiratori di Arthur C. Clarke; ma a convincermi a leggerlo è stata la menzione che di Last and First Men fa Gamberetta nel suo bellissimo articolo sul sense of wonder.

Evoluzione Pokémon

Qualche estratto
Il primo estratto viene dall’incipit dell’introduzione, in cui la voce narrante aliena si presenta e traccia il piano dell’opera; e dà un’idea del timbro e del ritmo di tutto il romanzo. Il secondo estratto viene da uno dei momenti che mi sono piaciuti di più: la descrizione dei marziani.

1.
This book has two authors, one contemporary with its readers, the other an inhabitant of an age which they would call the distant future. The brain that conceives and writes these sentences lives in the time of Einstein. Yet I, the true inspirer of this book, I who have begotten it upon that brain, I who influence that primitive being’s conception, inhabit an age which, for Einstein, lies in the very remote future.
The actual writer thinks he is merely contriving a work of fiction. Though he seeks to tell a plausible story, he neither believes it himself, nor expects others to believe it. Yet the story is true. A being whom you would call a future man has seized the docile but scarcely adequate brain of your contemporary, and is trying to direct its familiar processes for an alien purpose. Thus a future epoch makes contact with your age. Listen patiently; for we who are the Last Men earnestly desire to communicate with you, who are members of the First Human Species. We can help you, and we need your help.
You cannot believe it. Your acquaintance with time is very imperfect, and so your understanding of it is defeated. But no matter. Do not perplex yourselves about this truth, so difficult to you, so familiar to us of a later aeon. Do but entertain, merely as a fiction, the idea that the thought and will of individuals future to you may intrude, rarely and with difficulty, into the mental processes of some of your contemporaries. Pretend that you believe this, and that the following chronicle is an authentic message from the Last Men. Imagine the consequences of such a belief. Otherwise I cannot give life to the great history which it is my task to tell.
When your writers romance of the future, they too easily imagine a progress toward some kind of Utopia, in which beings like themselves live in unmitigated bliss among circumstances perfectly suited to a fixed human nature. I shall not describe any such paradise. Instead, I shall record huge fluctuations of joy and woe, the results of changes not only in man’s environment but in his fluid nature.

2.
On the Earth a single organism was without exception a continuous system of matter, which maintained a certain constancy of form. But from the distinctively Martian subvital unit there evolved at length a very different kind of complex organism, in which material contact of parts was not necessary either to coordination of behaviour or unity of consciousness. These ends were achieved upon a very different physical basis. The ultra-microscopic subvital members were sensitive to all kinds of etherial vibrations, directly sensitive, in a manner impossible to terrestrial life; and they could also initiate vibrations. Upon this basis Martian life developed at length the capacity of maintaining vital organization as a single conscious individual without continuity of living matter. Thus the typical Martian organism was a cloudlet, a group of free-moving members dominated by a “group-mind.” But in one species individuality came to inhere, for certain purposes, not in distinct cloudlets only, but in a great fluid system of cloudlets. Such was the single-minded Martian host which invaded the Earth.
The Martian organism depended […] on an immense crowd of mobile “wireless stations,” transmitting and receiving different wave-lengths according to their function. The radiation of a single unit was of course very feeble; but a great system of units could maintain contact with its wandering parts over a considerable distance.
One other important characteristic distinguished the dominant form of life on Mars. Just as a cell, in the terrestrial form of life, has often the power of altering its shape (whence the whole mechanism of muscular activity), so in the Martian form the free-floating ultra-microscopic unit might be specialized for generating around itself a magnetic field, and so either repelling or attracting its neighbours. Thus a system of materially disconnected units had a certain cohesion. Its consistency was something between a smoke-cloud and a very tenuous jelly. It had a definite, though ever-changing contour and resistant surface. By massed mutual repulsions of its constituent units it could exercise pressure on surrounding objects; and in its most concentrated form the Martian cloud-jelly could bring to bear immense forces which could also be controlled for very delicate manipulation. Magnetic forces were also responsible for the mollusc-like motion of the cloud as a whole over the ground, and again for the transport of lifeless material and living units from region to region within the cloud.
The magnetic field of repulsion and attraction generated by a subvital unit was much more restricted than its field of “wireless” communication. Similarly with organized systems of units. Thus each of the cloudlets which the Second Men saw in their sky was an independent motor unit; but also it was in a kind of “telepathic” communication with all its fellows. Indeed in every public enterprise, such as the terrestrial campaigns, almost perfect unity of consciousness was maintained within the limits of a huge field of radiation.

Tabella riassuntiva

Due miliardi di storia umana in trecento pagine! Tono cronachistico e narratore onnisciente possono annoiare.
Evoluzione non lineare, piena di alti e bassi. Fantascienza invecchiata male.
Un sacco di organismi strani. Ingenuità dell’autore nell’immaginare le dinamiche storiche.

(1) L’unico lato positivo di questa prosa uniforme e colloquiale è che è molto semplice da leggere anche se non si mastica troppo bene l’inglese. In generale, trovo che Stapledon sia un’ottima palestra per prendere la mano con la lettura in lingua inglese.Torna su

I Consigli del Lunedì #10: Jack Faust

Jack FaustAutore: Michael Swanwick
Titolo italiano: –
Genere: Fantasy / Science-Fantasy / Ucronia
Tipo: Romanzo

Anno: 1997
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 330 ca.

Difficoltà in inglese: ***

“We are legion. A hundred libraries such as you have burnt could not contain our name”.
“Begin, and I will tell you when to stop. Tell me who or what you are”.
Dipping what might be a finger into the hearth, as if to pick up ashes, the creature wrote in bold black letters upon the white-plastered wall:

Mephistopheles

“Mephistopheles”, the scholar repeated.

Siamo a Wittenberg, la città di Martin Lutero, nella prima metà del Cinquecento.  Johannes Faust, il celebre erudito, sta bruciando tutti i libri della sua biblioteca – le opere di Galeno, i testi di Tommaso d’Aquino, la sapienza di Tolomeo, i tomi di Aristotele, la Bibbia! La colpa di questi autori? Di essere tutti in errore, in contraddizione con sé stessi o con l’esperienza. Tutta la sapienza degli antichi è falsa.
Sull’orlo della disperazione, consapevole di aver inseguito chimere per tutta la sua vita e di non essersi avvicinato di un passo alla Verità, Faust si appella alle forze demoniache. Ed esse gli rispondono – nella forma di Mefistofele, un’intelligenza aliena collettiva mossa da un odio viscerale per ogni altra forma di vita. A Faust, Mefistofele fa un’offerta: gli donerà tutte le verità della fisica, della matematica, della chimica e di ogni altra scienza, in poche parole il sapere universale, in cambio di – niente. Perché Mefistofele sa che, con queste conoscenze, Faust stesso sarà la causa della rovina del genere umano.

Questa settimana consiglio un’opera che in Italia, credo, hanno letto in dieci. Jack Faust non è il romanzo meglio scritto di Swanwick – è meglio chiarirlo subito – ma è forse quello che mi ha più affascinato.
Swanwick parte da uno dei miti europei più fiki di sempre, quello del patto faustiano col diavolo, e dalle opere teatrali sul Faust di Marlowe e Goethe, per reinterpretarle in chiave ucronica. Dio e tutta l’epica cristiana del mito originale sono fatte accomodare fuori dalla porta – Mefistofele infatti è diventata un’entità aliena superevoluta, anziché un diavolo – per lasciare il campo al tema della conoscenza. Cosa succederebbe se, ad un uomo del Cinquecento, fossero date tutte le nozioni scientifiche di un uomo del Ventunesimo? Riuscirebbe ad affermarle, e a che prezzo? Che uso ne farebbe la sua epoca? E fino a che punto si può accelerare il progresso tecnologico?

Brutto Faust

Nel corso del tempo il Faust ha avuto parecchie rivisitazioni, non tutte proprio felicissime.

Uno sguardo approfondito
Swanwick è un maestro del racconto breve, e spesso i suoi romanzi tendono ad assomigliare più ad una concatenazione di racconti in progressione cronologica che ad un romanzo unitario. Jack Faust non fa eccezione. Ad eccezione dei primi capitoli – in cui facciamo conoscenza del protagonista e assistiamo al patto con Mefistofele – che sono strettamente allacciati tra loro, ogni capitolo del romanzo costituisce un’episodio a sé stante, un momento particolare nella vita di Faust. Ogni capitolo-episodio ha quindi il suo argomento principale e il suo ostacolo da superare; al termine del capitolo, c’è un salto cronologico più o meno ampio, ed entriamo in un nuovo episodio.
Così ad esempio c’è un capitolo dedicato alla peste, in cui Faust deve trovare un modo per combatterla e contemporaneamente approfittare dell’occasione per dimostrare ai contemporanei la superiorità della sua scienza sulle arti mediche dell’epoca; un altro capitolo è dedicato alla guerra tra l’Inghilterra e la Spagna, e al ruolo che vi ha Faust. I capitoli dunque variano molto tra loro per contenuto, livello di conflitto e percentuale di azione, e di conseguenza varia molto anche la loro qualità; alcuni, come quelli citati, sono molto belli, altri invece – come gli ultimi capitoli dedicati a Margarete – sono bruttini 1.
Il problema principale di questo modo di strutturare i romanzi, è il senso di smarrimento, di distanza, e la conseguente perdita di interesse che i frequenti stacchi temporali e tematici possono causare nel lettore. Se alla fine di un capitolo c’è un salto di, poniamo, un anno, e un cambio di location, e magari anche qualche modifica nel cast dei personaggi, il lettore farà fatica a riambientarsi; e se perdipiù l’incipit del nuovo capitolo non è buono, continuare a leggere gli costerà un grosso sforzo. Tutte cose che mi sono successe, e più di una volta.
Inoltre, questi salti obbligano Swanwick a raccontare in qualche modo tutte le cose che sono successe nel frattempo. E mentre a volte riesce a gestire la cosa in modo elegante – attraverso dialoghi naturali, o mostrando i cambiamenti e lasciando al lettore il compito di dedurre – altre volte non ci risparmia brutti infodump.

Se comunque sulla bontà di questa struttura a episodi si può discutere, una certa trascuratezza stilistica è indiscutibile. Swanwick sa scrivere molto bene, ma con questo Jack Faust non si è sforzato troppo.
A cominciare dal brutto incipit, con un narratore onnisciente che si esibisce in una lunga descrizione statica a volo d’uccello della città di Wittenberg, nell’atroce maniera di Balzac, Stendhal e Manzoni. Solo alla fine della terza pagina ci viene presentato Faust, e gradualmente entriamo nella sua testa, finché nel giro di un altro paio di pagine siamo ben piantati nel suo pov. Perché non cominciare subito con Faust? Se proprio voleva descrivere Wittenberg, poteva mandare Faust a farsi una passeggiata, dopo la scena del rogo dei libri che è ben più importante, essendo il vero motore della storia.
Alcuni capitoli brevi e alcune scene sono gestiti ancora peggio, con la telecamera che salta da un personaggio all’altro – pov usa-e-getta ovviamente – senza alcuno scopo pratico. Ad esempio, nel capitolo in cui Faust e il suo apprendista lasciano Wittenberg in carrozza, il pov, invece di essere fisso su uno dei due, come dovrebbe, si muove tra una serie di personaggi che assistono al passaggio della carrozza: un uccello, uno studente chiuso in uno scantinato, un prete, eccetera. Con grande confusione del lettore (ci ho messo un po’ a capire che l’incipit del capitolo era filtrato dal punto di vista dell’uccello) e successivo calo di interesse. Swanwick, insomma, si abbandona a una discutibile estetica literary, dimenticando che lo scopo della narrativa di genere non è pensare: “Oh! Ma che affascinante affresco! E che sublime spaccato di vita cinquecentesca!”, ma renderci partecipi della vicenda nel miglior modo possibile. Quando Swanwick si abbandona al quadro impressionista, insomma, rema contro il suo stesso romanzo.

Assassin's Creed 2

Un sublime spaccato di vita cinquecentesca. Circa.

In compenso, quando si ricorda di prendere le medicine, Swanwick è un bravo scrittore. I capitoli scritti bene sono saldamente piantati nel pov di uno dei tre personaggi principali – Faust, il fedele discepolo e servitore Wagner, e Margarete, la figlia di mercanti che il protagonista vuole sedurre – e ognuno di questi capitoli mantiene sempre lo stesso pov. Abbiamo così capitoli incentrati su Faust, capitoli incentrati su Wagner, capitoli incentrati su Margarete.
I personaggi principali (e anche alcuni secondari, come il ciarlatano dottor Schnabel o il truce fratello Josaphat) sono ottimamente realizzati, con una psicologia credibile e interessante, scopi e desideri determinati.
Le inclinazioni di ciascuno dei protagonisti saranno portate, nel corso del romanzo, fino alle estreme conseguenze. Faust è un uomo arrogante, saccente, violento, completamente devoto alla ricerca della Verità e all’affermazione della nuova scienza su quei villici dei suoi contemporanei; tutto in lui suona autentico, dal suo disprezzo per i tecnici e gli artigiani – caratteristica reale di molti ‘eruditi’ europei fino a Seicento inoltrato – al suo odio per la superstizione, fino allo sconcerto nei confronti di tutti quanti non riconoscono il suo Genio. Wagner è il discepolo fedele, che adora Faust come un Dio e gli si sottomette completamente, ma che dalla sua venerazione trarrà una incredibile forza nei confronti degli altri. Mefistofele unisce la giocosità e il sarcasmo del diavolo goethiano con l’odio gelido e implacabile che nutre verso le altre forme di vita e in particolare il genere umano; quest’ultimo muove ogni sua azione e rende il suo comportamento coerente dall’inizio alla fine. Il suo rapporto con Faust è affascinante, i loro dialoghi che si muovono tra il serio – Mefistofele che gli promette che i suoi tentativi di portare la Scienza alla sua gente porterà solo morte e distruzione – e il faceto – Mefistofele che per divertire Faust spoglia tutte le donne di Norimberga e gli dice come portarsele a letto – divertono. Solo Faust può vedere Mefistofele, e la complicità, il rapporto amore/odio che si crea tra i due ricorda ad esempio il rapporto tra Light e Ryuk in Death Note.
L’unico personaggio traballante è Margarete: all’inizio funziona bene, nel suo essere una giovane donna inesperta, combattuta tra la santa e la puttana, tuttavia man mano che il romanzo procede la sua psicologia diventa sempre più confusa. Sembra che Swanwick stesso si sia accorto che il personaggio di Margarete non è bene a fuoco, perché nei capitoli incentrati su di lei passa molto tempo a farla riflettere, a farle sviscerare i dettagli del suo comportamento, come se dovesse giustificarla di fronte al lettore e a sé stesso. Il risultato è un personaggio che si “racconta” da solo più che mostrare il suo comportamento, un po’ come Edward di Twilight che continua a dire “quanto sono tormentato” per mascherare il fatto che in realtà di tormenti ne ha ben pochi. Swanwick sembra essere combattuto tra il dedicarle più spazio – in modo da approfondirla meglio, ma a detrimento del resto del cast – e il lasciarla a margine della storia; non facendo nessuna delle due cose, ne esce un personaggio che ruba spazio ma non convince.

Edward Cullen delira

“Sono Edward Cullen e sono la persona più sfortunata del mondo. Ho la superforza, leggo nel pensiero, brillo alla luce del sole, non invecchio mai e tutte le femmine mi muoiono dietro. La mia vita è un’agonia, perché nessuno mi capisce?”

Una delle cose più belle di Jack Faust, una delle ragioni principali per leggerlo, è sicuramente l’atmosfera che si respira. Il rinascimento di Swanwick riproduce molto bene la cultura erudita dell’epoca: il culto della Sapienza degli antichi, i medici ciarlatani con la loro teoria dei quattro umori e la fissazione per i salassi, le processioni religiose e i falò delle vanità. Una delle prime scene del libro vede Faust che minaccia di distruggere la Fisica di Aristotele, l’Almagesto di Tolomeo e l’Antico Testamento, se Wagner non saprà dimostrargli la loro verità: la diatriba filosofica che segue è un puro distillato di cultura rinascimentale, ed è uno spasso.
Ed è affascinante vedere come, sotto l’azione della scienza nuova di Mefistofele, questo mondo rinascimentale si popoli nel giro di pochi anni di mongolfiere, antibiotici, illuminazione elettrica, treni, fabbriche, revolver, la stampa scandalistica, gli anticoncezionali… e come questo cambi la gente. Gli eccessivi time skip tra un capitolo e l’altro rovinano in parte questa sensazione di penetrazione progressiva della nuova tecnologia, ma la cosa fa comunque un certo effetto. E il processo è mostrato in modo credibile: Faust farà inizialmente molta fatica ad affermare tra i contemporanei una scienza avanti di secoli, e l’evoluzione tecnologica seguirà i ritmi dei bisogni economici e politici dell’epoca più che quelli pronosticati da Faust – è più facile avviare una produzione di massa di corazzate da guerra che non convincere che la Terra gira intorno al Sole.

Purtroppo, la storia si perde un po’ per strada verso la fine. Swanwick si concentra troppo sulla storia d’amore e sui problemi personali di Faust e Margarete, e troppo poco sulla cosa più interessante, cioè la guerra e le trasformazioni politiche causate dalla scienza di Mefistofele. Il finale abbozza a malapena una serie di sviluppi che avrebbero meritato molto più spazio; è un finale pigro, come se Swanwick non avesse più voglia di andare avanti. Forse l’atmosfera troppo tetra del romanzo lo aveva messo di cattivo umore?
Non importa: nonostante i difetti sopra elencati rubino al romanzo la palma del capolavoro, Jack Faust rimane un libro assolutamente originale e affascinante, che merita di essere letto.

Sistema tolemaico

Brucia, sistema tolemaico, brucia!

Dove si trova?
Speravo che, per quando avessi postato il Consiglio, il libro sarebbe stato disponibile per library.nu. Purtroppo non è così. A conti fatti, la soluzione più ragionevole rimane prenderlo su Amazon, ma a meno di comprarlo usato il prezzo è talmente irragionevole che non ne vale la pena. Ennesima dimostrazione di come la digitalizzazione (anche pirata) significhi la salvezza dei romanzi anziché la sua fine: un libro interessante come Jack Faust rischia di non essere più letto perché chi ne detiene i diritti non lo ristampa più, e potrebbe bloccarne la distribuzione per i prossimi 70 anni + n.
Vi terrò aggiornati sulla vicenda.
Ah, naturalmente il romanzo non è mai stato tradotto in italiano^^’

Chi devo ringraziare?
Tanto per cambiare, il merito se lo piglia Gamberetta, che con la sua venerazione per Cuore d’acciaio (testimoniata infinite volte sul suo blog) mi ha fatto conoscere Swanwick. In realtà Cuore d’acciaio è quello che mi piace di meno dei suoi; nondimeno, è stato il mio primo approccio a Swanwick.

Su Swanwick
Di Swanwick ho letto altri quattro romanzi, tutti piuttosto interessanti:
L'intrigo WetwareVacuum Flowers (L’intrigo Wetware, che titolo osceno) è un romanzo di fantascienza a metà tra la space opera e il cyberpunk. In un mondo in cui la specie umana ha colonizzato l’intero sistema solare, la bioingegneria si è sviluppata al punto da poter modificare la psiche degli individui e impiantare nei cervelli umani identità alternative. Eucrasia, wetprogrammer brillante e cinica, si è programmata nel cervello l’identità di Rebel Elizabeth Mudlark, una figlia di strega arrivata dalla nube di Oort; ma ora Rebel vuole essere libera. Inseguita dalla supercorporation Deutsche Nakasone e dalla Comprise, la coscienza collettiva che ha preso il controllo della Terra, Rebel viaggerà di avventura in avventura in giro per il sistema solare. Un romanzo cupo e angosciante, probabilmente quello meglio scritto tra i libri di Swanwick; anche se il linguaggio complicato e la mole esagerata di invenzioni e sotto-trame lo rendono una lettura piuttosto faticosa.
Domani il mondo cambieràStations of the Tide (Domani il mondo cambierà) è un’opera di sf con una punta di fantasy, ambientato su un mondo sottosviluppato – il pianeta Miranda – che a cicli alterni viene parzialmente sommerso dall’alta marea. Poche settimane prima della Marea, il “burocrate” viene mandato su Miranda perché catturi il misterioso stregone Gregorian: ma il suo viaggio nel pianeta lo cambierà irreversibilmente. L’ambientazione è stupenda e i personaggi carismatici, ma il carattere troppo episodico di alcuni capitoli, il ritmo lento e la mania di Swanwick di fare l’intellettualoide lo rendono a volte irritante e spesso difficile da seguire. Rimane un bel romanzo.
Cuore d'acciaioThe Iron Dragon’s Daughter (Cuore d’acciaio) è un fantasy ambientato in una versione cupa e più verosimile di Faerie. La changeling Jane, costretta assieme ad altri bambini a un lavoro massacrante nelle officine di riparazione dei draghi biomeccanici, troverà una possibilità di fuga e di salvezza nell’alleanza col perverso drago Melanchton. Il libro è diviso in quattro parti che corrispondono a quattro fasi della vita di Jane, mentre scopre poco a poco in che razza di mondo è finita a vivere. Le premesse sono fighe e la prima metà è molto bella, ma nella seconda metà il romanzo si affloscia e il finale è pura metafisica per gonzi. In compenso è uno dei romanzi preferiti di Gamberetta, che ne ha parlato in molti commenti e articoli (per esempio qui e qui, in occasione della riedizione italiana nella collana Urania).
Gamberetta ha anche recensito positivamente The Dragons of Babel, ambientato nello stesso universo di Cuore d’acciaio; io non l’ho ancora letto.
Ossa della terraBones of the Earth (Ossa della Terra) è un thriller fantascientifico su viaggi nel tempo e dinosauri. Il governo americano possiede il segreto del viaggio nel tempo, ma per ragioni misteriose lo utilizza per permettere ai paleontologi di viaggiare nel mesozoico e fare esperienza diretta dei dinosauri. E mentre un attentato messo in atto da una setta di creazionisti radicali intrappola un gruppo di paleontologi nel tardo Cretaceo, un pugno di burocrati dovrà scoprire cosa si cela dietro la contorta tecnologia del viaggio nel tempo e dietro i suoi creatori. Il romanzo è molto interessante, parla di paradossi temporali e di metodo scientifico, dei meccanismi dell’evoluzione e dell’ambizione degli scienziati, e propone una teoria affascinante sull’estinzione dei dinosauri; ma l’eccesso di personaggi e una gestione insensata dei pov e altri problemi strutturali appesantiscono la lettura. Piperita Patty potrebbe adorarlo.

Qualche estratto
Per questa volta ho deciso di presentare un solo estratto, più lungo del solito. E la scelta naturalmente è caduta sulla scena iniziale di Faust che brucia i suoi libri, e sull’inizio della sua discussione accademica con il discepolo Wagner.

From one lone chimney in the heart of the city, a wisp of smoke curled up into the hartbreakingly blue sky. Faust was burning his books.
With a shower of sparks, Thomas Aquinas was consigned to the flames. Pages fluttering, a slim manuscript book of extracts from Pythagoras flew into the fire. Bouncing from the blackened back of the hearth, Andreas Libavius’s
Alchymia entered that mystical alembic which would trasform its gross substance into the rarified purity of its component elements.
Faust worked systematically, condemning no book without a hearing, riffling through each text until he found a demonstrable lie, and then tossing it atop its dying brothers. Half his library was in the fireplace already, so many volumes that they threatened to choke the flames. A touch of wind coming down the chimney filled the room with the stench of burning paper and leather. The smoke made his eyes sting. Calmly, he gathered together another armful.
[…] “Magister!” Waving horrified arms, Wagner advanced into the smoke. “What are you doing?”
Faust extracted a volume of Galen from his armful, letting the rest spill to the floor. He waved the Greek physician under the young man’s nose. “Have you ever cut open a human body, Wagner?”
“Before Jesus, never!”
“If you had – if you had… I served for a time as a physician in the Polish army. So much sickness, and so rarely did my medicines work! During the campaigns against the Turk, I stitched up wounds and sawed off legs by the hundreds. So this elaborate horror you show for the sanctity of the dead is quite incomprehensible to me. […] Thus I began a series of investigations into the origins of disease. I quickly found that there were organs described by our good friend Claudius Galenus that are not to be found in human beings at all. Why? Because in his priggish regard for the sanctity of man, the old fraud examined instead the insides of butchered pigs, from which he extrapolated a similar anatomy for the human body. Pigs! For thirteen hundred years we have doctored the sick as if the were swine, and all on the word of one who could be disproved by any idiot with a knife and a corpse.”
“Speak not so of Galen, sir! Not of that greatest of the anatomists, that divinely ispired father of physicians, that -”
“Father of lies, you mean.” Fust clutched the Galen so tightly his knuckles turned white. “Here is another perjurer who will not mislead one more honest man!”
He skimmed the book into the flames.

Tabella riassuntiva

Un’ucronia che ci porta dal rinascimento alla rivoluzione industriale! Salti temporali troppo bruschi e frequenti.
Faust e Mefistofele sono personaggi straordinari. Alcune storyline malriuscite, e finale debole.
L’atmosfera della Prima Età Moderna riprodotta alla perfezione. Gestione dei pov a tratti inutilmente aulica e confusionaria.
C’è una guida su come scoparsi ogni ragazza di Norimberga!

Bonus Track: il Faust di Goethe
Faust di Goethe

Autore: Johann Wolfgang Goethe (ma và?)

Editore: Rizzoli BUR
Pagine: 1062

Non ho mai letto l’opera teatrale di Marlowe; in compenso ho letto la fonte d’ispirazione primaria di Swanwick, quella di Goethe. Personaggi e situazione iniziale sono prese direttamente da qui, anche se poi Swanwick si è sbizzarrito.
Il Faust di Goethe è un’opera strana; con centinaia di ruoli tra personaggi e comparse, e una durata complessiva che potrebbe aggirarsi sulle dieci ore, credo sia una delle sceneggiature più impossibili da rappresentare a teatro nella storia. E’ un’opera un po’ lontana dalla nostra sensibilità, ma alcune scene mi hanno colpito lo stesso.
Se vi incuriosisce, l’edizione Bur potrebbe essere la vostra scelta. Più economica di altre – come quella Mondadori o quella Garzanti – è un’edizione critica ben fatta (per testo a fronte, note, bibliografia) senza essere esagerata (come quella Feltrinelli, in due volumi contenenti le due diverse redazioni principali del Faust… un po’ troppo se non dovete farci una tesi o roba simile).

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(1) In particolare, il capitolo dedicato all’aborto gli è riuscito assai male, e non ha minimamente l’eleganza che ha Walter Miller quando in Leibowitz affronta il tema dell’eutanasia.Torna su

I Consigli del Lunedì #09: The Zap Gun

Mr. Lars sognatore d'armiAutore: Philip K. Dick
Titolo italiano: Mr. Lars sognatore d’armi / Il sognatore d’armi
Genere: Science Fiction / Commedia
Tipo: Romanzo

Anno: 1967
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 180 ca.

Difficoltà in inglese: **

The guidance-system of weapons-item 207, which consists of six hundred miniaturized electronic components, can best be plowshared as a lacquered ceramic owl which appears to the unenlightened only as an ornament; the informed knowing, however, that the owl’s head, when removed, reveals a hollow body in which cigars or pencils can be stored.

Official report of the UN-W Natsec Board of Wes-bloc, October 5, 2003, by Concomody A (true identity for security reasons not to be given out; vide Board rulings XV 4-5-6-7-8).

Lars Powderdry è un disegnatore d’armi alla moda. In un mondo teso e perennemente in guerra, diviso equamente tra il Blocco Ovest (WesBloc) e l’Est Spione (PeepEast), i disegnatori d’armi sono tutto ciò in cui i comuni mortali possono riporre le loro speranze di sopravvivenza: perché essi soli hanno il potere di cadere in uno stato di trance durante il quale accedono al mondo iperuranio, dal quale poi ritornano con in mente i prototipi di nuove, terribili armi da usare nella guerra. Armi sofisticatissime, che in attesa di essere impiegate nel conflitto vengono camuffate da sciccosissimi oggetti d’arredamento come penne a sfera, vasi o gufi di ceramica, e invadono le case di tutti i comuni cittadini. Quanto basta per rassicurare la popolazione e fare di Mr. Lars un eroe nazionale, amato da tutti.
Ma Lars Powderdry è infelice. Non solo perché il suo lavoro gli fa schifo;  o perché teme che i suoi superiori, insofferenti del suo carattere lunatico, lo rimpiazzino con un altro dei sognatori d’armi che stanno segretamente addestrando; o perché è ossessionato dall’unica donna che non può avere, Lilo Topchev, la sognatrice d’armi del blocco sovietico; o perché sta diventando impotente; ma anche perché sa di essere una truffa e che le armi che visita nel mondo delle idee non servono a niente. E come potrà difendersi il pianeta Terra, quando dei veri invasori arriveranno dallo spazio con brutte intenzioni?
E mentre i disegnatori d’armi alla moda vivono le proprie paturnie e il mondo rischia la distruzione, un uomo del tutto insignificante progetta nell’ombra di prendersi la sua rivincita sulla società. Surley G. Febbs, appena nominato Commissario dal governo perché – così dice il depliant – ha dimostrato di essere un cittadino assolutamente medio, ha deciso di piantarla con le umiliazioni e la vita da sfigato che è costretto a condurre per la SRLNER&PFC, e diventare veramente qualcuno…

Philip K. Dick è, ad oggi, il mio scrittore preferito – ho letto più di 30 suoi romanzi. Se fino a questo momento non ne avevo ancora parlato, è perché molti dei suoi romanzi migliori sono assai noti anche in Italia, e parlare, per esempio, di Do Androids Dream of Electric Sheep?, avrebbe poco senso.
Ma The Zap Gun, pur essendo uno dei suoi sei o sette libri migliori, è uno dei meno conosciuti, sia in Italia che in patria. Ed è un romanzo sui generis anche nel canone dickiano. Ai toni cupi e meditativi di molti dei suoi libri, The Zap Gun oppone una storia esuberante e tragicomica, con un protagonista eccessivo e divertimento in dose massicce. Attraverso le due storyline parallele di Lars Powderdry, impegnato a dare un senso alla propria vita e a salvare il mondo dalla minaccia aliena, e quella – subordinata – di un Surley G. Febbs alla ricerca dei suoi 15 minuti di popolarità, si dipana una commedia fantascientifica ricolma di esagerazioni, iperboli e idee dementi. Una commedia che sfiora la parodia ma rimane una storia seria, dalla trama solida e dall’architettura quasi perfetta. E con qualche risvolto tragico.

Gufo di ceramica

Dentro potrebbe esserci un ordigno nucleare.

Uno sguardo approfondito
Tante cose si possono rimproverare alla prosa di Dick, ma non che non sappia gestire il pov. In The Zap Gun il punto di vista si mantiene sempre ancorato alternativamente ad uno dei due protagonisti, ad eccezione di quelle poche scene – come l’ultimo capitolo – in cui nessuno dei due è presente, nelle quali Dick si affida a un pov usa-e-getta. Il raggio d’azione del pov va dalle spalle del personaggio a incursioni dentro la sua testa. Nelle scene con Lars, in particolare, la fusione della telecamera con i pensieri del protagonista si avvicina spesso al filtro totale; tutti gli avvenimenti vengono così accompagnati e filtrati dai commenti salaci di Lars.
Da questo deriva in parte il fascino esuberante del romanzo. Come molti protagonisti dickiani, Lars Powderdry è un uomo instabile, bipolare, una primadonna che alterna fasi di arroganza e di depressione, e guarda agli avvenimenti con un cinismo divertito. Costretto ad assumere droghe per stimolare visioni di superarmi che tardano ad arrivare o non gli appaiono con sufficiente chiarezza (che se quelli del reparto realizzazione della Lanferman Associated non riescono a costruire i prototipi, è con lui che se la prendono!), messo sotto pressione dal Generale Nitz, che minaccia di sostituirlo, e angustiato da disfunzioni erettili che lo mettono in imbarazzo con la sua sofisticata fidanzata parigina, non si può dire che Lars non abbia di che lamentarsi. La sua amoralità, il suo narcisismo, i suoi modi strani e le sue sfighe lo fanno assomigliare a un Jack Sparrow del XXI secolo. E tutti gli avvenimenti – peraltro già farseschi – del libro vengono tinti dei colori del carattere umorale di Lars, dandogli una vivacità particolare che invoglia a continuare la lettura.
Il risultato è una narrazione agrodolce e incalzante, che ricorda un po’ Vonnegut, con la differenza che l’effetto distanziante è attenuato in quanto i commenti divertenti vengono da un personaggio della storia e non dal Narratore Onnisciente. Certo, spesso Dick si lascia prendere la mano, e il suo personaggio si inerpica in locuzioni e metafore esagerate. In alcuni passaggi, Lars diventa stucchevole, e le sue considerazioni finiscono per alzare un muro tra il lettore e la storia. Ma questo fortunatamente non accade spesso, e d’altronde è un difetto perdonabile, visto che il romanzo inclina più verso la commedia che verso la tragedia.

Se Lars è un personaggio indimenticabile, anche i comprimari fanno una bella figura. A cominciare dall’ascetico Dottor Todt e dall’infermiera Elvira Funt, l’equipe medica privata che armata di flebo e carrello lo segue ovunque durante l’orario di lavoro, nell’attesa che gli venga una trance; la sua ragazza, Maren Faine, brillante donna in carriera (nonché divoratrice di uomini), che rimarca costantemente la propria superiorità nei confronti del suo uomo e non ha problemi a farlo sentire una cacca; il rude Generale Nitz e tutto il gotha della NU-Ovest SicNaz di Festung Washington, che in tempo di pace fa la voce grossa, ma al palesarsi della minaccia aliena si sigilla nel bunker sotto Festung Washington; la “collega” sovietica di Lars, Lilo Topchev, ragazzetta che dietro l’apparenza acqua e sapone nasconde una freddezza e una spietatezza inquietanti.
E una menzione speciale va a Febbs. Ometto stupido e meschino, con un’opinione illimitata di sé e l’incapacità di vedere oltre il proprio naso, megalomane, dotato di saccenza estrema e si una verbosità killer (soprattutto quando si parla delle superarmi prodotte dai sognatori, delle quali ha una passione morbosa), costruirà tutta una serie di macchinazioni segrete che costituiscono un vero romanzo nel romanzo. Con Febbs, Dick è riuscito a creare un personaggio al contempo tanto sgradevole (se immagini di averci a che fare), quanto divertente da osservare da lontano.
E nonostante questa galleria di individui presenti un sacco di tratti esagerati e grotteschi, i personaggi non scadono nella macchietta – Dick è in grado di mantenerli credibili, grazie a dialoghi brillanti e a una gestualità appropriata, non stereotipica.

Jack Sparrow sognatore d'armi

“Da grande voglio fare il sognatore d’armi alla moda…”

Ma la vera linfa del romanzo sono le idee folli di cui è infarcito. A partire dal concetto che sta alla base del libro: la produzione di massa di superarmi sofisticatissime e assolutamente inutili nella forma di oggetti d’arredamento, i cui prototipi vengono rinvenuti dal Mondo delle Idee. Si va dalla Pattumiera Esplosiva, una sorta di bomba a grappolo che produce in una vasta area un rutto continuo ad altissima intensità, che si protrae per giorni e impedisce di dormire, al Distorcitore d’Informazione Civica, un missile terra-aria capace di alterare e rendere inintelligibili interi archivi di documenti top-secret. E che dire del Vecchio Orville, un soprammobile a forma di testa umana che fa da consulente sessuale a Lars citando Kafka e Wagner?
Ma c’è anche Vincent Krug, umile inventore di giocattoli geniali che nessuno si fila, la cui ultima creazione, l’Uomo nel Labirinto, sembra avere la capacità di alterare in modo irreversibile la percezione e le emozioni dei giocatori. O il vecchio reduce che passa le sue giornate su una panchina di Festung Washington, raccontando di una guerra che non c’è mai stata. O ancora, il misterioso Uomo Cefalopode Blu di Titano, fumetto fantascientifico pulp realizzato dall’artista pazzo di origini italiane Oral Giacomini, prodotto in Ghana e distribuito con largo successo in tutta l’Africa Occidentale, e che per qualche strana ragione ritrae nelle sue tavole le stesse armi immaginate dai sognatori d’armi…
E l’estro di Dick si estende anche ai nomi di persone e cose. Quasi tutti i personaggi hanno nomi parlanti – onomatopeici o composti – e si sprecano le sigle e gli acronimi improbabili, parodia dell’abitudine della fantascienza, da Orwell in poi, di coniare neologismi e contrazioni. Così, Febbs molla il lavoro alla SRLNER&PFC, mentre Lars, tenuto sotto schiaffo dalla NU-Ovest SicNaz, cerca di procurarsi immagini arrapanti di Lilo Topchev affidandosi all’agenzia investigativa KACH (che suona catch, acchiappare).

Idee e colpi di scena si succedono nel romanzo a velocità folle. Il ritmo, complice la già citata voce del protagonista, è indiavolato – i personaggi non se ne stanno mai con le mani in mano, non ci sono momenti di stanca. In 200 pagine scarse accadono un sacco di avvenimenti e si intrecciano decine di storie diverse, dalla guerra interplanetaria ai drammi coniugali del protagonista.
Accade pure troppo, per i miei gusti. Il lettore ha bisogno di una certa dose di tempo e pagine per assimilare nuove idee e personaggi, sviluppare un interesse emotivo, fare delle previsioni su quello che succederà. Buttando una dietro l’altra tutte queste trovate, facendo correre la storia così velocemente, il lettore non ha il tempo di godersela come potrebbe. Avrei preferito che Dick si concedesse 30-50 pagine in più 1,
Bisogna comunque plaudere al fatto che, nonostante la mole di idee e sotto-trame, The Zap Gun riesca a far quadrare i conti, a chiudere tutte le storie senza lasciare indietro nulla, e a proporre un finale intelligente.

Keyblades

Nell’iperuranio ci sarà spazio anche per questo tipo di armi?

Una nota finale sullo stile.
In 30 anni di carriera, Dick ha scritto quasi 50 romanzi e più di 100 racconti; negli anni ’60, era anche capace di completare tre o quattro romanzi all’anno, scrivendoli al ritmo indiavolato di dieci e più ore al giorno, imbottito di psicofarmaci per non perdere il ritmo (oltre che per guarire la depressione), e di antidolorifici per i crampi alla mano. Di conseguenza, pur essendo un buono scrittore, lo stile di molti dei suoi romanzi fa non di rado pensare a una prima stesura venuta nemmeno troppo bene.
Rispetto alla media del periodo, The Zap Gun ne esce dignitosamente. Il raccontato e gli infodump abbondano, anche se, essendo inseriti in modo naturale nei pensieri dei due personaggi-pov, la cosa non genera molto fastidio. In molti punti, si sente che sono stati scritti velocemente, in modo grezzo. La mia impressione è che se Dick si fosse concesso un’altra stesura o due, avrebbe prodotto un capolavoro. Ma anche così, il risultato è brillante.
E The Zap Gun è un romanzo che tutti gli amanti della narrativa di genere dovrebbero provare a leggere.

Dove si trova?
Su library.nu si può trovare in pdf tanto la versione in lingua originale, quanto la versione italiana – col titolo Il sognatore d’armi.
Un paio d’anni fa la Fanucci ha ristampato Mr. Lars, e la nuova edizione si trova ancora in libreria, ma sconsiglio fortemente di comprarla: il traduttore, quel disgraziato di Carlo Pagetti, ha avuto la bellissima (?) idea di cambiare i nomi della maggior parte dei personaggi e delle sigle “per renderli più divertenti”. Poiché nell’originale i nomi dei personaggi nell’originale sono onomatopeici o composti da giochi di parole, Pagetti voleva trasporre il gioco in italiano – con risultati pessimi. E così troviamo, per esempio, Surley G. Febbs trasformato in “Sorcey O. Fosse”.
La giustificazione di un tale scempio? Eccola: “Né potevo esimermi dall’intervenire sull’identità dell’ineffabile Surley G. Febbs, […] che viene ‘fecondato’ nell’attuale versione italiana come Sorcey (poiché ha qualcosa di sorcino, subdolo), O. (come Oronzo), Fosse, un banalissimo, ma pregnante, anagramma di Fesso”.
Cristo, che razza di ritardato.

Su Dick
La produzione di Dick è sterminata. Se, stilisticamente parlando, quelli che si salvano sono pochi, idee geniali e ambientazioni originali si trovano quasi in tutti. Tra quelli che ho preferito, per forma e/o contenuto, ne segnalo cinque:
La svastica sul soleThe Man in the High Castle (L’uomo nell’alto castello, più noto in Italia come “La svastica sul sole”), ci trasporta in un’ucronia in cui le forze dell’Asse hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale, e Giappone e Germania nazista si sono spartiti gli Stati Uniti. Romanzo corale dal taglio più mainstream che fantascientifico, segue le vite di una serie di personaggi che si trovano a vivere in questi States alternativi. Libro molto interessante, anche se forse può piacere di più agli amanti del mainstream che non a quelli della letteratura di genere, dato che c’è poca azione.
Le tre stimmate di Palmer EldritchThree Stigmata of Palmer Eldritch (Le tre stimmate di Palmer Eldritch) è un romanzo allucinante ambientato in un futuro prossimo in cui colonie spaziali sono state costruite su tutti i pianeti del sistema solare. Poiché la vita sulle colonie è dura ed eremitica, le Nazioni Unite hanno legalizzato la diffusione di droghe ricreative. Nel romanzo si incontrano i temi delle droghe, delle realtà alternative, del disagio esistenziale, di Dio e della transustanziazione, e della guerra tra multinazionali. Il romanzo è geniale e Palmer Eldritch una figura che rimane impressa; lo stile, purtroppo, è raffazzonato. Consigliatissimo.
Ma gli androidi sognano pecore elettriche?Do Androids Dream of Electric Sheep? (Ma gli androidi sognano pecore elettriche?) è famoso come precursore del cyberpunk e come ispiratore di Blade Runner. Dirò solo che è mille volte meglio del film di Ridley Scott. Su una Terra semiabbandonata, ingombra di rifiuti e polveri e povera di animali, il cacciatore Rick Deckard è incaricato di individuare uno stock di androidi in fuga e terminarli. Se la morale del film di Scott è il solito annacquamento esistenziale di Cartesio che porta a dire “uomini e androidi sono uguali”, il romanzo di Dick vuole spiegarci perché gli androidi sono diversi dagli esseri umani e perché non possono che essere diversi.
Scorrete lacrime, disse il poliziottoFlow My Tears, the Policeman Said (Scorrete lacrime, disse il poliziotto) è uno slipstream ambientato in un futuro prossimo in cui gli States sono diventati uno stato di polizia. In seguito a un incidente, la star televisiva Jason Taverner diventa una non-persona; nel tentativo di recuperare la sua identità, incontrerà una serie di donne e conoscerà molti tipi di amore. Il suo destino è in mano Felix Buckman, cinico commissario di polizia con una sorella psicotica, che gli dà la caccia. Adoro questo romanzo, ma a molti non piace; inoltre sono il primo a dire che è una storia molto strana, e che la componente fantascientifica ha un ruolo marginale, di “innesco” della vicenda.
Un oscuro scrutareA Scanner Darkly (Un oscuro scrutare) è il mio romanzo preferito in assoluto, e tanto per cambiare è uno slipstream. C’è una nuova droga in circolazione, la pericolosa Sostanza M. Per scoprire chi ci sia dietro, l’agente della narcotici Robert Arctor assume i panni di un tossico e va a vivere tra i drogati. Ma col passare del tempo, le droghe lo consumano, e le sue due personalità cominciano a dissociarsi… Bellissimo romanzo esistenziale sulla vita dei tossici (che Dick ha sperimentato dal di dentro per alcuni anni). Date un’occhiata anche all’omonimo film di Richard Linklater (con Keanu Reeves e Robert Downey Jr.), fatto molto bene e fedele al libro.
Altri titoli fantascientifici interessanti sono Solar Lottery (Lotteria dello spazio), The World Jones Made (Il mondo che Jones creò), Time Out of Joint (Tempo fuor di sesto), We Can Build You (L’androide Abramo Lincoln), Dr. Bloodmoney (Cronache del dopobomba), The Simulacra (I simulacri), Clans of the Alphane Moon (Follia per sette clan), Now Wait for Last Year (Illusioni di potere), Ubik, A Maze of Death (Labirinto di morte), Our Friends from Frolix 8 (Nostri amici da Frolix 8).
Se vi sentite coraggiosi, potete anche provare a leggere il famoso VALIS – che però sta tra il mainstream e la literary fiction più che nella sf. Sconsiglio Eye in the Sky (Occhio nel cielo), anche se inspiegabilmente è considerato un classico dickiano.
Soprattutto nei primi dieci anni della sua carriera (ma anche negli ultimi), Dick ha scritto anche molti romanzi mainstream. Alcuni sono molto belli, e ne parlerò in un articolo a parte.

Chi devo ringraziare?
Cominciai a leggere Dick in occasione della ripubblicazione di una buona metà dei suoi romanzi da parte della Fanucci, in occasione del 25° anniversario dalla morte dello scrittore. Ma The Zap Gun non era tra i fortunati che erano stati ripubblicati.
Probabilmente avrei finito per non leggerlo mai, non fosse stato per un fanatico di Dick di mia conoscenza. Lo chiamavano Boccia; pensavo lo facessero perché era quasi pelato, ma in realtà poi ho scoperto che prima di perdere i capelli andava in giro con una pettinatura afro ed era per quello che gli avevano appioppato il soprannome. Ma sto divagando. Insomma, questo tizio mi dice che tra tutti i romanzi di Dick, il più bello è Mr. Lars.
Inizialmente ero scettico, perché la versione cartacea del libro era introvabile, e a quell’epoca per me i lettori e-book erano più un concetto metafisico che una realtà tangibile. Beh, fatto sta che alla fine mi convinse, e Mr. Lars divenne il primo libro digitale che scaricai e lessi – interamente allo schermo del computer. Con grande gioia della mia cornea. Quindi diciamo che per me questo romanzo ha anche un valore affettivo^^

Parrucca afro

Parrucche afro. Una delle cose che rimpiango degli anni ’70.

Qualche estratto
Il primo estratto è preso dal capitolo iniziale, ci mostra l’istronico pov di Lars e al contempo dice molto sul duro lavoro del sognatore d’armi. Il secondo ha invece per protagonista Surley G. Febbs, e in un colpo solo ci testimonia della sua saccenza e delle superarmi che conosce a menadito.

1.
It was a weakness—or, as he preferred supposing, a strength of weapons fashion designers, in contrast to their miserable counterparts in the world of clothing—that they liked women. His predecessor, Wade, had been heterosexual, too—had in fact killed himself over a little coloratura of the Dresden Festival ensemble.
Mr. Wade had suffered auricular fibrillation at an ignoble time: while in bed at the girl’s Vienna condominium apartment at two in the morning, long after The Marriage of Figaro had dropped curtain, and Rita Grandi had discarded the silk hose, blouse, etc., for—as the alert homeopape pics had disclosed — nothing.
So, at forty-three years of age, Mr. Wade, the previous weapons fashion designer for Wes-bloc, had left the scene—and left vacant his essential post. But there were others ready to emerge and replace him.
Perhaps that had hurried Mr. Wade. The job itself was taxing—medical science did not precisely know to what degree or how. And there was, Lars Powderdry reflected, nothing quite so disorienting as knowing that not only are you indispensable but that simultaneously you can be replaced. It was the sort of paradox that no one enjoyed, except of course UN-W Natsec, the governing Board of Wes-bloc, who had contrived to keep a replacement always visible in the wings.
He thought, And they’ve probably got another one waiting right now. They like me, he thought. They’ve been good to me and I to them: the system functions.
But ultimate authorities, in charge of the lives of billions of pursaps, don’t take risks. They do not cross against the DON’T WALK signs of cog life.
Not that the pursaps would relieve them of their posts… hardly. Removal would descend, from General George McFarlane Nitz, the C. in C. on Natsec’s Board. Nitz could remove anyone. In fact if the necessity (or perhaps merely the opportunity) arose to remove himself— imagine the satisfaction of disarming his own person, stripping himself of the brain-pan i.d. unit that caused him to smell right to the autonomic sentries which guarded Festung Washington!
And frankly, considering the cop-like aura of General Nitz, the Supreme Hatchet-man implications of his—
“Your blood-pressure, Mr. Lars.” Narrow, priest-like, somber Dr. Todt advanced, machinery in tow.
“Please, Lars.”

Era una debolezza che ai disegnatori d’armi alla moda piacessero le donne? O non era invece una forza, in contrasto con i loro miserabili equivalenti nel mondo dell’abbigliamento? Il suo predecessore, Wade, era stato anche lui eterosessuale: era morto a causa d’una ballerina dell’ensemble del Festival di Dresda. Mr. Wade era stato colpito da fibrillazione articolare nel momento più inopportuno e ignobile, mentre era a letto con la ragazza in una casa d’appuntamenti a Vienna, quando il sipario era disceso già da troppe ore sul Matrimonio di Figaro e Rita Grandi si era sfilata calze, camicetta, eccetera, in cambio di, come i poliziotti accorsi avevano accertato, niente.
Così, all’età di quarantatré anni, Mr. Wade, il penultimo disegnatore di armi alla moda del Blocco Ovest, era uscito di scena, lasciando un vuoto improvviso in una posizione-chiave. Ma non erano certo mancati altri, pronti a emergere e a rimpiazzarlo.
Forse era stato questo a far sì che Mr. Wade si affrettasse. Il suo lavoro presentava le caratteristiche d’una assoluta necessità, anche se la scienza medica non poteva ancora precisare fino a che punto e in qual modo. E non c’è nulla di più disorientante, rifletté Lars Powderdry, quanto la certezza che non soltanto si è indispensabili, ma che contemporaneamente si può essere subito rimpiazzati. Era un tipo di paradosso che nessuno amava, eccettuata naturalmente la NU Ovest Sic Naz (Sicurezza Nazionale), il governo supremo del Blocco Ovest, che aveva sempre tenuto pronto un sostituto.
E probabilmente, pensò, ne hanno in caldo uno anche adesso.
Io però gli piaccio, pensò ancora. Sono stati bravi con me, e io sono stato bravo con loro; il sistema funziona.
Ma le autorità supreme, incaricate di proteggere la vita di miliardi di cittadini comuni, non avrebbero certo corso rischi. Guai a ignorare il segnale di STOP nella strada dei padroni!
La rimozione sarebbe “discesa” fulminea dal generale George McFarlane Nitz, comandante-in-capo del Consiglio della Sicurezza Nazionale. Nitz poteva rimuovere chiunque. Perfino se stesso, se ne fosse sorta la necessità, o forse semplicemente l’opportunità: immaginate la soddisfazione di disarmare la propria persona, di staccarsi dal cranio l’unità ID, che trasmetteva la sua puzza fino ai guardiani automatici di Festung, Washington!
E francamente, considerando quanto il generale Nitz fatalmente incarnasse dell’Inquisitore e del Giudice Supremo armato di Scure…
— La sua pressione del sangue, Mr. Lars. — L’ascetico dottor Todt si fece avanti col macchinario a
rimorchio. — Per favore, Lars.

2.
Frankly, I think we ought to drop a Garbage-can Banger on New Moscow.”
“What’s that?”
Condescendingly, because he fully realized that the average man had not done research endlessly at the pub-libe as he had, Febbs said, “It’s a missile that wide-cracks in the atmosphere. ‘Atmosphere,’ from the Sanskrit atmen, ‘breath.’ The word ‘Sanskrit’ from samskrta, meaning ‘cultivated,’ which is from sama, meaning ‘equal,’ plus kr, ‘to do,’ and krp, ‘form.’ In the atmosphere, anyhow, above the popcen— the population center — which it’s aimed at. We place the Judas Iscariot IV above New Moscow, set to wide-crack at half a mile, and it rains down minned—miniaturized—h’d, that means homeostatic —”
It was hard to communicate with the ordinary mass man. Nonetheless Febbs did his best to find terms which this portly nonentity — this nont — would comprehend. “They’re about the size of gum wrappers. They drift throughout the city, especially into the rings of conapts. You do know what a conapt is, don’t you?”
Spluttering, the portly businessman-type said, “I live in one.”
Febbs, unperturbed, continued his useful exposition. “They’re cam – that is, chameleon; they blend, color-wise, with whatever they land on. So you can’t detect them. There they lie, until nightfall, say
around ten o’clock at night.”
“How do they know when it’s ten o’clock? Each has a wristwatch?” The portly businessman’s tone was faintly sneering, as if he imagined that somehow Febbs was putting him on. With massive condescension Febbs said, “By the loss of heat in the atmosphere.”
“Oh.”
“About ten p.m., when everyone’s asleep. […] They start,” Febbs said. “Each pellet; fully cammed, begins to emit a sound.” He watched the portly man’s face. Obviously this citizen did not bother to read Wep Weke, the info mag devoted exclusively to pics and articles, and, where possible, true specs, of all weapons, both Wes-bloc and Peep-East — probably by means of a data-collecting agency he had in a vague way heard of named KICH or KUCH or KECH. Febbs had a ten-year file of Wep Weke, complete, with both front and back covers intact; it was priceless. “What kind of sound?”
“A horrid sneering sound. Buzzing. Like—well, you’d have to hear it yourself. The point is, it keeps you awake. And I don’t mean just a little awake. I mean wide-awake. Once the noise of a Garbage-can
Banger gets to you, for example, if a pellet is on the roof of your conapt building, you never sleep again. And four days without sleeping—” He snapped his fingers. “You can’t perform your job. You’re no good to anyone, yourself included.”

– Francamente, credo che dovremmo lanciare una Pattumiera Esplosiva sopra Nuova Mosca.
— Che cosa?
Condiscendente, perché si rendeva conto che nessun uomo medio si era dato la pena di compiere le sue stesse interminabili ricerche alla biblioteca pubblica, Febbs spiegò: — È un missile che si sbriciola nell’atmosfera. “Atmosfera”, dal sanscrito atmen, “respiro”. La parola “sanscrito”, da samskrta, significa “colto”, e proviene da sama, che significa, “uguale”, più kr, “fare”, e krp, “forma”. Nell’atmosfera, insomma, sopra il cenab, il centro abitato, al quale è indirizzato. Noi piazziamo il Giuda Iscariota IV sopra Nuova Mosca, regolato per sbriciolarsi a mezzo miglio da terra, e lui piove giù tutto min-zato, miniaturizzato, in tanti pezzettini, e omeo, cioè omeostatico…
Era davvero difficile riuscire a comunicare con l’uomo medio. Tuttavia Febbs fece del suo meglio per scegliere termini che quella corpulenta nullità potesse capire.
— Ogni pezzettino è circa della misura di una pallina di chewing-gum. Tutte discendono lentamente sulla città, specialmente nei quartieri dei conapp. Saprà senz’altro cos’è un conapp, vero?
Balbettando, l’uomo d’affari disse: — Anch’io vivo in un condominio d’appartamenti.
Febbs, imperturbato, continuò la sua fruttuosa lezione. — Sono cam-camaleontiche. Assumono l’identico colore del punto dove toccano terra, per cui è impossibile scoprirle. Stanno lì, tranquille, fino al cadere della notte, diciamo le dieci di sera.
— Come fanno a sapere che sono le dieci? Hanno l’orologio? — Il tono del corpulento uomo d’affari era chiaramente di scherno, quasi s’immaginasse che in qualche modo Febbs volesse prenderlo in giro.
Con estrema accondiscendenza, Febbs spiegò: — Lo capiscono dalla perdita di calore dell’atmosfera.
— Oh.
— Le dieci della sera, quando tutti dormono. […] Tutte le palline, perfettamente mimetizzate — continuò Febbs — cominciano a emettere un suono. —
Studiò la faccia dell’uomo corpulento. Ovviamente, quel cittadino non si curava minimamente di leggere “Setarm”, il Settimanale delle Armi, la ri inf, dedicata esclusivamente ad articoli e disegni (e, quando
possibile, anche alle fotografie autentiche) di tutte le nuove armi, tanto del Blocco Ovest quanto dell’Est Spione… Probabilmente attraverso un’agenzia investigativa di cui aveva vagamente sentito parlare, e che si chiamava KUCH o KICH o KECH. Febbs possedeva dieci annate complete di “Setarm”, con tutte le copertine intatte: una collezione senza prezzo.
— Che genere di suono?
— Un orribile suono sarcastico. Qualcosa come un rutto continuo. Come… Be’, dovrebbe sentirlo lei stesso. E ti tiene sveglio, e non intendo dire un po’ sveglio. Voglio dire sveglio “del tutto”. Una volta che la Pattumiera Esplosiva ha cominciato, per esempio una pallottolina appiccicata sul tetto del vostro conapp, non le riuscirà più di dormire. In nessun modo. Uno, due, tre, quattro giorni senza dormire… — Fece schioccare le dita. — In nessun modo riuscirà più a lavorare. Non servirà più a niente e a nessuno, neppure a se stesso.

Tabella riassuntiva

Una tragicommedia fantascientifica assolutamente folle! Scritto di fretta.
Lars è un pov delizioso, e anche Febbs non è male. Voce narrante a volte troppo sopra le righe.
Ritmo frenetico, privo di momenti di stanca. Alcuni passaggi della storia troppo veloci.
Dal Distorcitore d’Informazione Civica alla Bomba Superpuzza di Pecora!

——

(1) Questa sensazione di velocità eccessiva me l’hanno data anche alcuni romanzi di Swanwick e di altri autori che piacciono a Gamberetta; a dire il vero, gli stessi libri di Gamberetta a volte me l’hanno trasmessa. Lettori come lei potrebbero quindi trovarsi perfettamente a loro agio con questo ritmo.Torna su

Gli Autopubblicati #03: L’ombra dell’incantatrice

L'ombra dell'incantatriceAutore: Giacomo “Dr. Jack” Mariani
Genere: Fantasy / Sword & Sorcery
Tipo: Romanzo

Anno: 2010
Pagine: 330 ca.





Clarion è un ladro professionista, con un passato che vuole dimenticare e tanta noia di vivere. Mette a segno un colpo dopo l’altro, ma nessuno sembra riempire quel vuoto che sente dentro; finché una notte, durante un furto alla torre dei maghi della città di Alveria, si imbatte in Isial Sethal. Isial fa parte di una rete di ribelli che vogliono rovesciare Wylhelm, il tiranno che ha conquistato l’arcipelago di Emeral con l’aiuto occulto di potenze straniere.
Inizialmente avversari, poi costretti a collaborare per salvaguardare i reciproci interessi, Clarion e Isial si imbarcheranno in un viaggio rocambolesco attraverso le città di Nevaria e di Emeral, e le isole dell’arcipelago, lui per dare un senso alla propria vita, lei per restituire la libertà alla sua gente. Sulle loro tracce, un nobile offeso nell’onore e uno spietato assassino del Kleg che sembra conoscere Clarion molto bene…

L’ombra dell’incantatrice è l’opera prima del Dr. Jack. Il romanzo è ambientato in un mondo che ricorda l’Italia rinascimentale, con la sua moltitudine di staterelli e città-stato, un’atmosfera mediterranea e un livello tecnologico paragonabile; in realtà non ne sono sicuro, perché come vedremo l’ambientazione del Dr. Jack è quantomai anonima. E’ un fantasy, ma il ruolo tutto sommato modesto della magia e la totale assenza di ogni forma di “bizzarria” e di sense of wonder lo rendono in realtà più vicino a un romanzo d’avventura alla Salgari.
L’idea alla base del romanzo è di scrivere un fantasy che abbia come protagonista un ladro anziché un guerriero o un mago, e che ponga in primo piano non combattimenti, battaglie campali e destini eroici, ma intrighi politici e diplomazia. La trovata non fa gridare al miracolo, ma poteva ugualmente uscirne una storia carina. Purtroppo non è così.
Long story short: L’ombra dell’incantatrice è un romanzo insulso e noioso, che non vale il tempo della lettura. Se ho scelto di parlarne ugualmente, non è per sparare a zero su un’opera che comunque verrebbe giudicata dal tempo, ma perché credo che individuarne con precisione gli errori e le possibili soluzioni sarebbe utile all’autore e a chiunque sia interessato di scrittura. L’approfondimento che segue sarà orientato a questo.
Anche Bakakura ha dedicato una recensione a L’ombra dell’incantatrice, in termini anche meno lusinghieri dei miei. Il suo articolo, rispetto al mio, si concentra più su dettagli e scene specifiche, mentre nel mio ho cercato una maggiore visione d’insieme; comunque, sono d’accordo con un buon 90% delle critiche mosse da Bakakura.

Salgari

“Come osi paragonar la mia persona a cotal imbrattacarte?” ingiunse flemmaticamente lo scrittore, carezzandosi gli eterni baffi.

Uno sguardo approfondito
Per rendere interessante una storia incentrata sulle trame politiche, è essenziale prima di tutto che le fazioni in gioco siano riconoscibili ed interessanti, in modo tale che il lettore si appassioni alla trama politica che le vede competere. In altre parole, è necessario da parte del lettore un investimento emotivo iniziale, prima di gettarlo in mezzo agli intrighi. E questo investimento si ottiene mostrando le fazioni in gioco prima di assegnarle dei nomi e dei ruoli, affidando poi il più possibile di worldbuilding alle deduzioni del lettore e il meno possibile agli spiegoni politici. Esempio: iniziare il romanzo con la presa del potere da parte di Wylhelm, in una scena che renda evidente la partecipazione occulta della potenza straniera; mostrare le prime fasi della resistenza, il modo in cui mercanti come il padre di Isial vengono spogliati di tutto mentre altri cercano riparo nelle isole selvagge, eccetera.
Il Dr. Jack fa l’esatto contrario, iniziando la storia in una città lontana dal cuore dei conflitti e gettandoci addosso da subito una pioggia di nomi, organizzazioni, alleanze, trame politiche che non solo sono pressoché incomprensibili (essendo noi all’inizio della storia), ma ammazzano istantaneamente la nostra curiosità. Nevaria, Emeral, Algeron: sono solo etichette di cui il lettore non ha esperienza diretta (ossia: mostrato) né attaccamento emotivo. Ergo: noia a palate 1.

D’altronde, le cose non migliorano quando dal piano del raccontato ci si sposta a quello dell’effettivo mostrato. Durante il romanzo ci si sposta molto, ma le città sembrano tutte uguali: anonimi agglomerati di case, palazzi e piazze, sfondi di cartapesta su cui si muovono mercanti, cortigiani, marinai e soldati altrettanto anonimi; così come anonime e cliché sono le scene che li coinvolgono, dallo scambio di malignità tra i cortigiani di Alveria alla rissa in stile western nella locanda di Nuova Luce. Le poche differenze tra un posto e l’altro sono ancora una volta affidate al raccontato – sotto forma di dialogo o di infodumpone in stile guida turistica: così, per esempio, la città di Olinam si differenzia dalle altre per la maggiore influenza che vi ha la Chiesa di Acham. E un bel chissenefrega no?

Guida a Nevaria

Venite a visitare questo bellissimo Paese, fatto di così tante parole e nessuna immagine!

Trattandosi di un romanzo basato sugli intrighi, poi, ci si aspetterebbe una certa attenzione a gestire la diplomazia in modo credibile e appassionante. E’ vero il contrario.
L’arte della diplomazia è basata sulle allusioni e sul non detto, più sui silenzi che sulle parole; il buon diplomatico cerca di esporsi il meno possibile ed esporre il più possibile il suo interlocutore, di impegnarsi il meno possibile e impegnarlo il più possibile, non tocca un argomento e non fa una domanda se non è ragionevolmente sicuro della risposta. In poche parole, la diplomazia è l’arte della sottigliezza. Al contrario, i personaggi de L’ombra dell’incantatrice – da Lady Isial al governatore di Nuova Luce a Lord Maer – parlano un sacco, sbraitano, provocano, si espongono, rivelano accidentalmente informazioni importanti, si stupiscono, tornano sui propri passi, sono sempre goffi, sopra le righe. Sembrano più le caricature di uomini politici che veri politici, dei ragazzini che recitano una parte. Il lettore non ha mai l’impressione di trovarsi in una corte, in mezzo a capaci uomini di Stato2.
Del resto, la maggior parte dei dialoghi del romanzo, compresi gli scontri verbali tra Clarion e Isial, suona artificiosa e poco ispirata. Prendiamo una delle scene iniziali: i due coprotagonisti che devono scappare dalla torre dei maghi dopo che è scattato l’allarme. Ora, quanto è credibile che, in una simile circostanza, Clarion e Isial continuino a provocarsi a vicenda (con Clarion che trova anche il tempo e lo spirito per fare l’arguto)? I personaggi del romanzo dovrebbero apparire moralmente ambigui e politicamente scorretti, ma la verità è che suonano semplicemente infantili. C’è qualche scena carina – come il gergo usato nella contrattazione tra Clarion e il delatore, a Olinam – ma costituiscono l’eccezione e non la norma.

I personaggi sono piatti. Il Dr. Jack ha forse creato Clarion come reazione ai soliti eroi fantasy alla D&D, ma il risultato è l’archetipo del rogue d&desco: arrogante, dalla parlantina sciolta, falsamente amorale, vive di colpi gobbi, ed è in cerca di forti emozioni, con in più il bonus del passato oscuro dal quale vuole redimersi. La sua relazione con Belthar sembra presa di peso da quella tra Roxas e Axel di Kingdom Hearts II – e già quella non era il massimo dell’originalità. Isial è la tipica tsundere; nelle intenzioni dell’autore dovrebbe essere una “stronza manipolatrice”, ma quello che viene mostrato al lettore è una tredicenne primadonna inadatta al ruolo di grande rivoluzionaria. Belthar è il personaggio con maggior potenziale, ma il suo conflitto interiore – tra la fedeltà al Kleg e l’affetto per il vecchio compagno – rimane poco sfruttato.
Gli altri comprimari sono delle macchiette: Lord Maer è l’aristocratico sdegnoso con l’onore ferito, Wairel il pirata arguto, Davir il rivoltoso duro e puro, e così via. Ognuno di loro ha un ruolo e vi si attiene. E quasi tutti parlano con la stessa voce, cosa che si nota soprattutto nei dialoghi più serrati, quando l’autore omette i nomi dei parlanti: più di una volta mi è capitato di non capire più chi stesse dicendo cosa.

L'arte della diplomazia

La prosa è sciatta. L’unica cosa che il Dr. Jack sembra gestire bene è il pov, che rimane sempre ancorato a uno dei tre personaggi punto di vista – Clarion, Isial, Belthar – e si sposta dall’uno all’altro solo in caso di fine di capitolo o di paragrafo. In compenso, L’ombra dell’incantatrice ci regala aggettivi a pioggia, costruzioni sintattiche sballate (dall’uso di indicativi in luogo di congiuntivi a quello di una preposizione al posto di un’altra), metafore improbabili (gli alberi delle navi al tramonto come denti marci di squali), descrizioni vaghe, ed espressioni goffe, come uomini che cadono “producendo un tonfo”, gente che sente “il suono di un pianto”, “curatore” in luogo di “guaritore” o “dottore” e così via.
Altro esempio: scena romantica. “Clarion si avvicinò, un passo dopo l’altro, fino a trovarsi di fronte a lei. Isial non riuscì a dire nulla: si sentiva immobilizzata mentre un flusso di emozioni si contorceva dentro di lei, fino a mischiarsi in uno strano, scottante, sentimento“. Siamo dalle parti del troisiano ‘ponte gettato contro il suo intimo’, per intenderci.
Altre volte, ho avuto l’impressione che il Dr. Jack volesse mostrare ma gliene fosse mancato il coraggio. Per esempio la scena della prigionia di Isial. Scena potenzialmente interessante, perché Isial viene torturata e umiliata, le viene impedito di dormire e di lavarsi, eccetera. L’autore mostra diversi particolari, ma si nota una certa reticenza, una tendenza a soffermarsi poco sui particolari disgustosi, sicché la scena rimane annacquata. Posso capire che a uno scrittore possa fare troppo schifo una situazione del genere, per riuscire a soffermarsi più di tanto sugli umori corporei che impestano il corpo della bella piuttosto che sulla muffa e i vermi del cibo che è stata costretta a mangiare; ma se non ce la fai, non scriverla del tutto! Non accontentarti!
Completa la galleria del brutto una compilation impressionante di refusi, che accentuano l’impressione di un’opera poco curata.

Tirando le somme, L’ombra dell’incantatrice è un’opera quasi del tutto fallata, e che del resto non ha nulla di geniale o meraviglioso da offrire. In realtà l’idea di fondo del romanzo -ossia le avventure di un ladro braccato a morte sullo sfondo di intrighi politici fra potenze – potrebbero anche essere interessanti. Ma ci vorrebbe una riscrittura completa, che tenesse conto di questi quattro elementi:
1. Fazioni subito riconoscibili e interessanti, che vengano introdotte al lettore prima delle complicate trame politiche che le vedono coinvolte;
2. Riduzione al minimo degli spiegoni (anche nei dialoghi), sostituiti da eventi che mostrino gli avvenimenti politici principali;
3. Battaglie diplomatiche condotte in modo credibile – gli uomini di Stato non dovrebbero sembrare dei tredicenni deficienti;
4. Personaggi complessi e affascinanti, in luogo del piattume attuale – il romanzo infatti si regge sui personaggi e sui loro rapporti reciproci;
oltre a un generale miglioramento del livello di scrittura.

Torture medievali

Anche gli antichi sapevano come divertirsi…

Dove si trova?
Il romanzo è scaricabile gratuitamente su questa pagina del suo blog, Fantasy Eydor, nelle versioni pdf, doc formato A4 e mobipocket. In alternativa, si trova anche nella Zwei-List.

Qualche estratto
Il primo estratto viene dal ridicolo battibecco tra Clarion e Isial nel primo capitolo cui ho accennato prima; il secondo è una delle poche scene che mi sia piaciuta, ossia lo scambio tra Clarion e il delatore a Olinam.

1.
La donna si avvicinò al corridoio guardando fuori. «Mi hai messa in un bel casino.»
«Ti ci sei ficcata da sola. Cosa pensavi di fare?»
«Il mio piano era perfetto. Hai rovinato tutto.» L’intrusa si sporse nel corridoio.
«Dilettante…» replicò Clarion, avvicinandosi alla porta; le passò di fianco. Sentì una mano che premeva sull’addome. Lanciò un’occhiata alla donna che lo bloccava.
«Non penserai di lasciarmi qua?»
«Il piano era di far saltare la parete e andarmene da lì» spiegò Clarion. «Ma non mi fidavo a portare più di una boccetta.»
«Quindi siamo fregati?» La donna sollevò le sopracciglia.
«Non so te, ma io avevo più di un piano per andarmene.»
«Se mi lasci qua giuro che lancerò l’allarme.»
«Secondo i miei calcoli arriveranno qua tra… trenta secondi. L’allarme suonerà lo stesso.» Clarion si allontanò.
Certo non posso esserne sicuro, ma è bello fingere di saperlo.
La donna corse verso di lui. Lo trattenne per il vestito. «È qua. L’intruso è qua.»
«Sta zitta, maledizione.» La spinse contro un muro, tappandole la bocca. Sentì il libro che divideva i loro corpi. Notò anche un alone quasi invisibile a pochi millimetri dalla sua pelle.
«D’accordo. Andiamo. Spegni quella luce.»
[…] «Cosa stai aspettando?» chiese la donna.
«Tra poco lo scoprirai, sta’ zitta e rimani nascosta.»
«E se invece ti denuncio?»
«Non lo farai se vuoi portarti fuori quel libro.»
La donna mugugnò una risposta con tono offeso. Dopo alcuni istanti di silenzio aggiunse. «Senti… forse possiamo aiutarci a vicenda. Ma voglio sapere il tuo nome.»
«Perdonami. Non mi fido di chi si fa sbattere da un mago per fottergli la chiave di un laboratorio.»

2.
Il delatore serrò le labbra e sospirò. Dopo alcuni istanti riaprì i bottoni, ma mantenne l’espressione guardinga mentre lanciava uno sguardo nel punto dove aveva visto lo smeraldo. Gli occhi dell’uomo scintillavano di avidità.
«Devo tagliare la pietra del rosticciere» riprese Clarion.
«Serve un amico papero?» Gli occhi del delatore si aprirono, brillando di curiosità. «Pelli di nottola?»
«Percorsi dei nottola, ma rimani sull’argomento.» Clarion controllò di nuovo Jalmur: sembrava essersi calmato. «Devo solo tagliare e salutare.»
«Avrai bisogno di un battezzatore bravo dopo, e un cravattaio.»
«Rimani sull’argomento. Tagliare e salutare.»
Il delatore annuì, conciliante. «Quindi i nottola?»
Clarion si grattò il mento. Stavolta senza secondi fini, il delatore sembrò capirlo. «Anche i drizzi, e non riprovare a imbarcarmi con le tue domande.»
«Ci vuole fregare?» L’espressione di Jalmur si fece più dura.
«Mi ha chiesto quali guardie mi interessano per capire quando voglio fare il colpo. Ma sa che non sono fatti suoi. »
Jalmur aprì la bocca per parlare.
«Noi parliamo dopo.» Clarion tornò a fissare il delatore. «Puoi appiattirla o farmi avere il rotolo?»
«Ho un rotolo, proprio qua. Ma non posso dartelo.»
«Posso copiarlo?»
Il delatore annuì.
«Chi lo ha appiattito?»
«Qualcuno che porta solo le sue orecchie nel giro.» Il delatore mise una mano nella borsa e srotolò un foglio sul tavolo. Linee nere, e frecce. Una mappa.

Tabella riassuntiva

L’idea originale poteva essere interessante. Intrighi e battaglie diplomatiche infantili.
E’ gratuito! Ambientazione anonima, nomi che non dicono niente.
Personaggi piatti e cliché.
Stile goffo e infarcito di refusi.

In conclusione: BOCCIATO CON RISERVA No

Nottola

Esempio di nottola. Che simpatico animaletto.

(1) Questo, tra l’altro, è lo stesso problema che si riscontra nel secondo capitolo di Zodd. Problema che non può essere aggirato in nessun modo: l’unica soluzione, è ripensare la storia in modo tale da mostrare al lettore i gruppi politici del romanzo in azione prima di inserirli in uno schema politico.Torna su
(2) A proposito di buoni esempi di diplomazia mostrati in un romanzo, consiglio due libri di Swanwick che ho letto di recente: Vacuum Flowers e Stations of the Tide. In particolare il secondo; i dialoghi tra il burocrate, Korda e Philippe sono un ottimo esempio di gioco di potere diplomatico, non suonano mai infantili e, al contrario, possono mettere il lettore a disagio.Torna su

I Consigli del Lunedì #08: Changing Planes

Changing PlanesAutore: Ursula K. LeGuin
Titolo italiano: Su altri piani
Genere: Fantasy / Pseudo-trattato
Tipo: Raccolta di racconti

Anno: 2003
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 250 ca.
Difficoltà in inglese: **

Si sa, stare nelle sale d’attesa degli aeroporti una, due, o anche più ore aspettando di poter salire sul proprio aereo è noioso e snervante. O almeno, lo era, finché Sita Dulip ha scoperto che, con una semplice torsione e uno scivolamento, si poteva viaggiare tra i piani.
Funziona solo nelle sale d’attesa degli aeroporti, ma si può andare ovunque: per esempio nel piano degli Asonu, un popolo dove a parlare sono solo i bambini, che durante l’adolescenza lentamente imparano l’arte del silenzio; o il piano dei Veksi, creature munite di zoccoli, e con mani dentro agli zoccoli, talmente facili all’ira e alla vendetta da vivere in uno stato di guerra pressoché permanente di tutti contro tutti; oppure il piano degli Ansarac, che vivono su un pianeta dall’orbita talmente ampia che una stagione dura 6-7 anni, e che conducono un’esistenza migratoria tra i deserti del sud e le fresche praterie montane del nord. Nel piano di Hegn l’intera popolazione è aristocratica, tutti sono imparentati gli uni con gli altri; e perciò le pochissime famiglie plebee sono trattate alla stregua di creature sacre; e nel piano degli Nna Mmoy, ridotto artificialmente ad una estrema semplicità biologica – pochissime varietà di piante e animali, e nessuna pericolosa – i suoi abitanti hanno compensato sviluppando un linguaggio talmente complicato e ambiguo da sfuggire alla comprensione dei linguisti più esperti. E c’è pure un piano che una multinazionale americana ha trasformato in un parco divertimenti per famiglie…
Inoltre, a viaggiare tra i piani il tempo scorre molto più lentamente che sulla Terra: così uno può anche trascorrere un week-end in giro tra le dimensioni e tornare in tempo per prendere l’aereo!

Avevo detto che non mi sarei occupato di racconti, ma qui voglio fare un’eccezione. Changing Planes, proprio come Cronache marziane di Bradbury, è una raccolta unita da un filo comune: la possibilità di viaggiare su piani diversi dal nostro. Dopo la breve cornice sulla scoperta del “metodo Sita Dulip”, ogni racconto della raccolta è dedicato a un piano diverso. Gli stili variano: si va dalla cronaca di viaggio in prima persona, allo pseudo-trattato etnografico, passando per le interviste informali con uno o più nativi del piano. In ogni caso, nei racconti non predomina mai o quasi l’azione. Come in Flatland, si tratta più che altro di un “ideario”: una raccolta di descrizioni di possibili mondi immaginari, che seguono regole o costumi diversi dal nostro.

Airport waiting room

Una sala d’attesa di aeroporto prima che Sita Dulip scoprisse il modo di viaggiare tra i piani. Notate la noia e il desiderio latente di spakkare tutto.

Uno sguardo approfondito
La qualità dei racconti è altalenante. Seasons of the Ansarac, Social Dreaming of the Frin – su una civiltà di creature che durante il sonno condividono i sogni gli uni degli altri, con le sue conseguenze – e The Royals of Hegn sono probabilmente i migliori; altri interessanti sono The Silence of the Asonu, The Ire of the Veksi, Great Joy, The Nna Mmoy Language, di cui ho già parlato prima, oppure Porridge on Islac – su una società che ha cominciato a produrre artificialmente ibridi biologici di ogni tipo, da donne-pannocchia a cani parlanti che dicono solo volgarità, con conseguenze disastrose – The Building – su una società i cui membri, per ragioni misteriose e forse dettate dai loro geni, spendono una parte della loro vita, e tutte le loro energie, nella costruzione apparentemente insensata di un edificio gigantesco e infinito – e The Fliers of Gi – su una società in cui alcuni individui sviluppano la capacità di volare, ma pagando un prezzo molto alto.
Altri racconti sembrano fuori posto rispetto allo spirito della raccolta. Wake Island, per esempio, potrebbe essere benissimo ambientato nel nostro mondo, dato che parla di un progetto scientifico che va a remengo in una civiltà del tutto simile alla nostra; The Island of Immortals non avrebbe bisogno di essere collocato su un piano diverso dal nostro, dato il setting limitato e remoto; idem per Confusions of Uni, che è un racconto sulle realtà virtuali. Ho letto da qualche parte che molti racconti della raccolta erano già stati scritti e pubblicati in modo indipendente; inserirli in questa raccolta mi sembra solo un bieco modo per fare numero. Altri racconti ancora sono semplicemente noiosi o insulsi, come Feeling at Home with Hennebet o Woeful Tales from Mahigul: succede poco, e quel che succede (in particolare nel secondo) è banale e molto poco fantasioso.
Nel complesso, comunque, i bei racconti superano di 3 a 1 quelli brutti o fuori posto.

Divertimento

Aeroporto dopo la scoperta del metodo Sita Dulip. Ora è molto più divertente.

La preparazione antropologica della LeGuin viene in aiuto della fantasia. Le specie senzienti che si incontrano nei racconti sono sempre credibili, perché l’autrice si preoccupa di darne una giustificazione ecologica e sociale (a volte scrivendola, a volte lasciandola intuire). Un mondo fatto di (quasi) soli pigri aristocratici sembrerebbe impossibile, autocontraddittorio; ma la LeGuin dà sufficienti spiegazioni da renderlo quantomeno plausibile. Alcuni racconti e alcune osservazioni – sulla ritualità tribale, sui rapporti tra il linguaggio e le pressioni ambientali – avrebbero potuto essere pensati soltanto da una persona preparata sull’argomento. Ergo: le idee della LeGuin non sono mai stupide.

Specularmente, la raccolta ha però anche due limiti: di fantasia e di stile.
Riguardo al primo, ho avuto l’impressione che la LeGuin abbia sottosfruttato l’idea originale. La possibilità di inventare da zero dimensioni alternative, con le loro regole, le avrebbe permesso di violare le leggi della fisica esistenti e inventare mondi completamente alieni dai nostri. Avrebbe potuto scrivere di creature senzienti o composizioni planetarie molto differenti dalle nostre. Invece la maggior parte dei suoi piani non fa che presentare civiltà con “costumi” diversi, o magari con qualche abilità o potere non-umano, ma che non le differenziano poi così tanto dal genere umano. Le specie presentate dalla LeGuin sembrano quasi tutte esseri umani con qualche differenza. Alcune – come ho già detto – potrebbero benissimo vivere nel nostro mondo.
Allo stesso modo, gli ambienti sono tutti o quasi delle “altre-Terre”. Pochi hanno delle differenze rilevanti, come il mondo degli Ansarac dalla lunghissima rivoluzione (idea peraltro già sfruttata dalla LeGuin nel mediocre romanzo hainita Planet of Exile). Questo è in parte giustificato dal fatto che gli esseri umani non potrebbero viaggiare su mondi troppo alieni rispetto al proprio (se non al rischio di una rapida dipartita), ma è comunque un peccato. Evidentemente la LeGuin non ha una sufficiente preparazione in fisica o biologia per immaginare mondi più bizzarri, o forse semplicemente non le interessa.

Specie aliene incredibbili!

Un alieno della LeGuin? Nella narrativa non si pagano trucco ed effetti speciali, non c’è ragione di limitare la fantasia!

L’altro problema è quello tipico dell’adottare uno stile “statico”, descrittivo e distante, a uno stile “dinamico”, in cui le cose succedono qui e ora. Vale l’osservazione che ho già fatto altrove: dove le idee sono abbastanza affascinanti, il lettore sopporta di buon grado l’assenza di azione e la lontananza del punto di vista – lo stile da pseudo-trattato può anche essere piacevole; dove le idee sono deboli o noiose, il disagio è raddoppiato. E purtroppo la LeGuin non ha né la creatività né il tono di un Abbott.
A volte poi si avverte un po’ troppo il giudizio personale della LeGuin – in sostanza, il suo odio verso il capitalismo selvaggio degli ameriCani, la sua diffidenza verso la ricerca scientifica incontrollata, e la sua simpatia verso le civiltà rurali, tribali, pre-industriali. Non lo fa in modo vistoso, né in modo ingenuo: non crede al mito del buon selvaggio, e di ogni specie ci fa vedere i lati belli e i lati sgradevoli. Ma una certa preferenza si fa sentire lo stesso, e un paio di volte mi sono trovato a pensare: “Mmh, qui c’è odore di Lipperini…”. Sensazioni fuggevoli, per fortuna ^-^

Su Ursula K. LeGuin
In Italia la LeGuin è conosciuta sostanzialmente per la saga di Earthsea, ma all’estero è almeno altrettanto famosa per la sua produzione fantascientifica. A me la LeGuin non fa impazzire: il suo stile si colloca tra il mediocre e l’orrido, e storie potenzialmente interessantissime sotto la sua penna diventano spesso noiose o piattine. In media, comunque, le sue opere fantascientifiche sono migliori; voglio segnalarne quattro, tre libri del Ciclo Hainita e una stand-alone novel.
Il Ciclo Hainita o Ciclo dell’Ecumene (Hainish cycle nell’originale) è, più che una saga, un’ambientazione condivisa: tutti i libri sono autoconclusivi e si svolgono su mondi differenti, per cui possono essere letti in qualsiasi ordine 1. Nel mondo del Ciclo Hainita, le più avanzate civiltà della Galassia si sono unite in una Lega dei Mondi interplanetaria, il cui scopo primario è di continuare a espandersi integrando sempre nuovi pianeti e popoli. Le varie civiltà membre rimangono però largamente indipendenti, perché nel mondo della LeGuin non si può valicare la velocità della luce, e i viaggi da un pianeta all’altro possono richiedere anche parecchi decenni o secoli. Solo le informazioni (in un primo tempo) e gli oggetti inanimati (successivamente) possono essere teletrasportati istantaneamente da un punto all’altro della Galassia, e questo grazie al dispositivo dell’ansible. Le storie del Ciclo Hainita sono quindi principalmente storie di esplorazione di altre civiltà e culture.
La mano sinistra delle tenebreThe Left Hand of Darkness (La mano sinistra delle tenebre), quarto libro del Ciclo Hainita, è ambientato su un pianeta glaciale i cui abitanti sono tutti degli ermafroditi. O meglio: per la maggior parte del tempo sono degli asessuati ibridi uomo/donna, e una volta al mese, quando entrano in calore, possono assumere per il breve tempo del corteggiamento e del rapporto sessuale i tratti dell’uno o dell’altro sesso, a seconda di chi hanno intorno. Un inviato della lega interplanetaria Ecumene, Genly Ai, si troverà a scendere sul pianeta nel momento in cui le due maggiori potenze si preparano alla guerra… L’argomento è molto affascinante, ma il romanzo è rovinato da uno stile piatto, un ritmo inesistente, e il fatto che per la maggior parte del tempo non succede mai niente. Non a caso le parti più interessanti sono quelle pseudo-saggistiche sullo stile di vita e il ritmo biologico degli ermafroditi. Rimane un libro curioso, che vale la pena provare a leggere.
I reietti dell'altro pianeta The Dispossessed (I reietti dell’altro pianeta), quinto libro del Ciclo Hainita, è un romanzo politico. Mentre sul pianeta Urras trionfa il capitalismo, sull’inospitale luna Anarres un gruppo di separatisti ha fondato una società anarchica, basata sulla mutua collaborazione e sull’assenza del denaro. Seguendo le vicende di Shevek, brillante fisico di Anarres, la LeGuin si interrogherà su pregi e difetti di ciascun sistema politico, e ci svelerà le origini dell’Ansible. E’ il più interessante tra i romanzi del Ciclo, ma anche questo è purtroppo ammazzato da uno stile piatto (con narratore rigorosamente onnisciente) e da una cattiva gestione dei tempi narrativi. Cronologicamente si situa prima di tutti gli altri romanzi del Ciclo.
Il mondo della forestaThe Word for World is Forest (Il mondo della foresta), sesto libro del Ciclo Hainita. Ambientato in un pianeta primitivo le cui terre emerse sono interamente ricoperte di una fitta foresta, racconta dello scontro – culturale e tecnologico – tra i Terrestri invasori e i nativi, umanoidi pelosi e alti un metro, organizzati in tribù e dotati di uno strano ciclo sonno-veglia. Il romanzo sarebbe anche interessante, non fosse per due difetti della LeGuin: la sua tendenza a trasformare le sue storie in pilloloni etici, e la sua fretta a etichettare i Buoni e i Cattivi, lasciando poco spazio a quella sana ambiguità morale che caratterizza i buoni libri. Cronologicamente si situa dopo The Dispossessed, ma prima di Rocannon’s World.
La falce dei cieliThe Lathe of Heaven (La falce dei cieli) è invece un romanzo autoconclusivo. In un mondo sovrappopolato e impoverito, il povero George Orr scopre di avere un potere terribile e che non riesce a controllare: i suoi sogni più vividi possono riplasmare retroattivamente la realtà. Per guarire sarà costretto a rivolgersi a uno psichiatra, il dottor Haber; ma cosa succederà quando il dottore si renderà conto della portata dei poteri di Orr? Di tutti i romanzi della LeGuin, questo è il più interessante, e anche quello scritto meglio; è probabile che in futuro gli dedichi un Consiglio.

Dove si trova?
In italiano, Su altri piani è stato edito dalla Nord nel 2005, assieme a diversi altri libri della LeGuin. Stanno tutti rapidamente sparendo dalla circolazione nelle librerie, ma in compenso si trovano ancora (per la maggior parte) su Amazon e IBS. In ogni caso, sul Mulo si trovano praticamente tutte le opere della LeGuin, anche in italiano.
Su library.nu si può trovare l’edizione originale di Changing Planes, che però ha un piccolo problema: per qualche ragione mancano una-due pagine del racconto Feeling at Home with the Hennebet. Non una grossa perdita (dato che non m’è piaciuto), ma il racconto non è semplicissimo da seguire e il taglio colpisce proprio un “momento cruciale” della storia.

Su altri piani

Copertina italiana. Per una volta bella quasi quanto quella originale (ma, tanto per cambiare, quei piedi angelici non c’entrano una sega col libro. Vabbé, è fantasy, deve andar bene per forza!)

Chi devo ringraziare?
In questo caso ringrazio la dolce Siobhàn, che l’ha letto prima di me e poi ha continuato a ripetermi per una settimana: “Leggilo! Leggilo! E’ fiQissimo!”. In realtà lei dice che sono stato io stesso a proporlo a lei (quando ancora non l’avevo letto), e potrebbe anche darsi, ma proprio non ricordo. E in quel caso, a me chi è che l’ha consigliato? Forse mi visita di notte lo Spirito Santo.

Qualche estratto
Il primo estratto è preso dal primo racconto, Porridge on Islac: Ai Li A Le racconta alla protagonista-narratrice degli esperimenti genetici che hanno gettato il suo piano nel caos. Il secondo estratto è invece un esempio dello stile ‘saggistico’ della raccolta. E’ tratto da Seasons of the Ansarac, e fa una breve panoramica della conformazione del piano e delle conseguenze che tale conformazione ha sui suoi abitanti.
Notate come ancora una volta la traduzione italiana sia approssimativa.

1.
“I’m corn, myself,” she said at last, shyly.
I checked the translatomat. Uslu: corn, maize. I checked the dictionary, and it said that uslu on Islac and maize on my plane were the same plant.
I knew that the odd thing about corn is that it has no wild form, only a distant wild ancestor that you’d never recognise as corn. It’s entirely a construct of long-term breeding by ancient gatherers and farmers. An early genetic miracle. But what did it have to do with Ai Li A Le?
Ai Li A Le with her wonderful, thick, gold-colored, corn-colored hair cascading in braids from a topknot…
“Only four percent of my genome,” she said. “There’s about half a percent of parrot, too, but it’s recessive. Thank God.” I was still trying to absorb what she had told me. I think she felt her question had been answered by my astonished silence.
“They were utterly irresponsible,” she said severely. […]
“I never saw a butterfly or a deletu. Only pictures… The insecticidal clones got them…
But the scientists learned nothing—nothing! They set about improving the animals.
Improving us! Dogs that could talk, cats that could play chess! Human beings who were going to be all geniuses and never get sick and live five hundred years! They did all that, oh yes, they did all that. There are talking dogs all over the place, unbelievably boring they are, on and on and on about sex and shit and smells, and smells and shit and sex, and do you love me, do you love me, do you love me. I can’t stand talking dogs”.

«Da parte mia», confessò infine, timidamente, «sono mais.»
Controllai il display del translatomat. Uslu: mais, granturco. Anche la funzione dizionario mi confermò che l’uslu di Islac e il mais del mio piano erano la stessa pianta. Conoscevo la strana caratteristica del granturco: non ha una forma selvatica, solo un lontano antenato che non gli somiglia af-
fatto. È in tutto e per tutto il risultato di una lunga selezione operata dagli antichi agricoltori e raccoglitori. Un vecchio miracolo genetico… ma cosa aveva a che fare con Ai Li A Le?
Ai Li A Le con i suoi meravigliosi, folti capelli color dell’oro, color del grano, che scendevano a trecce dall’alto della nuca…
«Solo il quattro per cento del mio genoma», precisò lei. «Ho anche lo zero virgola cinque di pappagallino, ma è recessivo. Grazie a Dio.»
Io stentavo ancora ad assorbire quanto mi aveva detto. Penso che abbia avuto la risposta dal mio silenzio carico di stupore.
«Erano assolutamente irresponsabili», disse con severità.[…] «Io non ho mai visto una farfalla o un deletu. Solo fotografie. I cloni insetticidi li hanno uccisi. Ma gli scienziati non hanno imparato la lezione… affatto! Si sono messi a migliorare gli animali. A migliorare gli uomini! Cani che parlano, gatti che giocano a scacchi! Esseri umani che erano invariabilmente geniali, non si ammalavano mai e vivevano cinquecento anni! E hanno fatto tutto questo, oh, certo, come l’hanno fatto! Ci sono cani parlanti dappertutto, e sono scocciatori insopportabili, parlerebbero per ore di sesso, di cacca e degli odori! che hanno annusato negli angoli. ‘Odore’, ‘Cacca’, ‘Sesso’, e: ‘Mi vuoi bene?’, ‘Dimmi che mi vuoi bene’, e: ‘Quanto bene mi vuoi?’. Non sopporto i cani parlanti».

Philosoraptor

Anche il Philosoraptor si interroga sui pericoli della manipolazione genetica.

2.
Their world has a larger sun than ours and is farther from it, so, though its spin and tilt are much the same as Earth’s, its year lasts about twenty-four of ours. And the seasons are correspondingly large and leisurely, each of them six of our years long.
[…] They inhabit two continents, one on the equator and a little north of it, one that stretches up towards the north pole; the two are joined by a long, mountainous bridge of land, as the Americas are, though it is all on a smaller scale. The rest of the world is ocean, with a few archipelagoes and scattered large islands, none with any human population except the one used by the Interplanary Agency.
The year begins, Kergemmeg said, when in the cities of the plains and deserts of the south, the Year Priests give the word and great crowds gather to see the sun pause at the peak of a certain tower or stab through a certain target with an arrow of light at dawn: the moment of solstice. Now increasing heat will parch the southern grasslands and prairies of wild grain, and in the long dry season the rivers will run low and the wells of the city will go dry. Spring follows the sun northward, melting snow from those far hills, brightening valleys with green… And the Ansarac will follow the sun.
“Well, I’m off,” old friend says to old friend in the city street. “See you around!”.

Il loro mondo ha un sole più grande del nostro, ma è più lontano dall’astro, cosicché, anche se la sua inclinazione e il suo periodo di rotazione sono pressappoco quelli della Terra, il suo anno dura circa 24 dei nostri. E le stagioni sono analogamente lunghe e senza fretta, ciascuna dura sei dei nostri anni.
[…] Abitano su due continenti, uno situato sull’Equatore e un po’ più a nord del Tropico, e il secondo che si stende in direzione del Polo Nord. I due continenti sono uniti da un tratto di terreno stretto, lungo e montuoso, un po’ alla maniera delle due Americhe, anche se il tutto su una scala più pic-cola. Il resto del mondo è oceano, con alcuni arcipelaghi e qualche grande isola, nessuna abitata tranne quella occupata dall’Agenzia Interplanaria.
L’anno inizia, mi raccontò Kergemmeg, quando nelle città del sud, in mezzo a quelle pianure desertiche, i Sacerdoti dell’Anno danno l’annuncio e grandi folle si radunano per vedere il sole fermarsi sulla cima di una certa torre o colpire con un dardo di luce, all’alba, un certo punto-bersaglio: il momento del solstizio. Da quell’istante in poi l’aumento della temperatura inaridirà i pascoli del sud, le praterie di cereali selvatici; nella lunga stagione asciutta i fiumi si abbasseranno e i pozzi delle città si prosciugheranno. La primavera segue il sole verso il nord, sciogliendo la neve di quei lontani monti, rallegrando di verde le valli. E gli ansar seguono il sole.
«Bene, io me ne vado», si annunciano l’un l’altro i vecchi amici, nelle strade delle città. «Ci si vede!»
.

Tabella riassuntiva

Alcuni racconti hanno un setting molto fantasioso. Alcuni racconti sono noiosi e/o poco fantasiosi.
Le razze della LeGuin sono coerenti e ben pensate. Setting e specie spesso sono troppo poco “alieni”.
I racconti sono intrecciati tra loro in modo intelligente. Stile cronachistico o trattatistico che può venire a noia.

(1) Gli unici che leggerei nell’ordine in cui sono stati scritti sono il secondo e il terzo libro del ciclo – Planet of Exile e City of Illusions – perché i legami tra le due ambientazioni sono molto più stretti di quanto accada in genere. Anche se non ci sono molte ragioni per leggerli, a meno che non siate dei fanatici della LeGuin: Planet of Exile è mediocre, e City of Illusions è proprio bruttino.Torna su