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I Consigli del Lunedì #16: Childhood’s End

Le guide del tramontoAutore: Arthur C. Clarke
Titolo italiano: Le guide del tramonto
Genere: Science-Fantasy / Apocalyptic SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1953
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 220 ca.

Difficoltà in inglese: **

Un bel giorno, verso la fine del XX secolo, dal cielo piomba una flotta di gigantesche navicelle aliene. Le astronavi si piazzano sopra ognuna delle principali città terrestri, e lì restano, sospese e immobili, come monito. Ma non c’è da avere paura. Attraverso la voce di Karellen, Supervisore per la Terra, i Superni (Overlords) dichiarano di essere venuti per impedire che gli esseri umani si distruggano con le proprie mani, e per traghettarli verso una nuova era di pace globale e prosperità.
La superiorità dei Superni è talmente evidente che l’opposizione è inesistente. I governi terrestri mantengono un’autonomia limitata, ma tutte le questioni di reale importanza vengono decise dagli alieni. Tuttavia i Superni non si mischiano con gli esseri umani; al contrario, rimangono chiusi nelle astronavi e rifiutano di farsi vedere. L’umanità non è ancora pronta, dice Karellen – dovranno passare cinquant’anni dal loro arrivo, prima che si risolvano a mostrare il loro aspetto. Solo un uomo è autorizzato a parlare con i Superni e a comunicare le loro decisioni ai governi terrestri: Rikki Stormgren, segretario finlandese delle Nazioni Unite. Ma neanche a lui è permesso di vedere in faccia gli invasori; Karellen gli parla solo attraverso un microfono in una stanza oscurata della sua astronave.
Cosa nascondono i Superni, e quali sono i loro progetti per la Terra? Quel che è certo, è che il destino politico e biologico dell’umanità sembra destinato a cambiare per sempre…

Arthur C. Clarke, uno dei Big Three della fantascienza della Golden Age, è noto soprattutto per i suoi romanzi di Hard SF – le sue vaste competenze di matematica, fisica e ingegneria gli permettevano infatti di speculare sulle modalità del viaggio spaziale, della fondazione di colonie nel Sistema Solare e della terraformazione di pianeti e satelliti, e sulla società del futuro.
Ma questo Childhood’s End, che secondo il parere mio e di molti altri fan è il migliore in assoluto di Clarke, ha ben poco di hard. La tecnologia degli Overlord, e il mondo che portano con sé, appartengono a quel grado di scienza che, secondo la legge formulata dallo stesso Clarke, diventa indistinguibile dalla magia. L’intero romanzo è una speculazione puramente fantastica sul nostro mondo dopo un’invasione “benevola” di una civiltà infinitamente superiore, e sul destino sociale e genetico del genere umano.
Da Olaf Stapledon (che considerava suo maestro spirituale) e dai suoi Last and First Men (di cui ho parlato qui) e Star Maker, Clarke riprende l’idea di raccontare una storia dell’umanità più che quella di pochi individui – anche se sceglie di farlo attraverso le storie di alcuni personaggi. Similmente a A Canticle for Leibowitz, il romanzo è diviso in tre parti che corrispondono a tre diversi periodi cronologici (anche se l’intervallo tra una parte e l’altra è di solo mezzo secolo anziché 500 anni). Ogni parte ha i suoi personaggi, anche se alcuni ricorrono in più di una parte; e in ogni caso Clarke è pronto ad abbandonarli appena non gli servono più. Qui l’unico protagonista è il genere umano.

Indipendence Day

Ecco, immaginatevi una cosa del genere. Solo che poi gli alieni non sparano un megaraggio della morte sopra Los Angeles.

Uno sguardo approfondito
Lasciatemi subito chiarire una cosa, così poi non ci pensiamo più: Clarke è un cane della scrittura. La sua è una delle prose peggiori che potrete mai trovare tra i “grandi” della fantascienza, e forse persino la Troisi scrive meglio. La storia è raccontata con una “bella” terza persona onnisciente, che a seconda delle circostanze si avvicina o si allontana dal personaggio pov del momento. Nelle scene con la maggior concentrazione di personaggi pov (per esempio all’inizio della seconda parte), la telecamera è anche capace di saltare dall’uno all’altro nello spazio di poche righe.
Il lettore è bombardato per tutto il romanzo da battaglioni di infodump, che quando va bene vengono filtrati dal pensiero del personaggio pov, quando va male ti vengono schiaffati addosso direttamente dal Narratore. Interi periodi della storia sono raccontati in modo statico e riassuntivo, come se Clarke volesse preparare il setting della prossima scena saliente ma fosse troppo pigro per farlo in modo immersivo. Completano il quadro un uso indiscriminato di aggettivi e avverbi.

I personaggi sono poco più che burattini nelle mani dell’autore, la cui funzione si esaurisce nel mostrare da un’ottica “a misura d’uomo” le progressive trasformazioni della nostra civiltà. E fin qui, non ci sarebbe nulla di male. I problemi cominciano quando Clarke tenta di dare a questi manichini una falsa patina di profondità, facendo incursioni nella loro testa o soffermandosi su dei momenti drammatici. Ma poiché le loro tribolazioni ci sono “raccontate” dall’autore anziché mostrate con gesti concreti, e poiché la loro generale piattezza impedisce al lettore di mettersi più che tanto nei loro panni, è difficile provare della vera empatia. Ad alcuni dei protagonisti succederanno delle cose veramente brutte, ma l’impatto emotivo è smorzato dalla pochezza della prosa di Clarke. Bisogna scegliere: o si decide che è un romanzo scientifico, e allora i personaggi sono semplici “veicoli” della speculazione e stanno ai margini della trama; o si decide di approfondire il mondo interiore dei personaggi, ma allora si abbandona il pov onnisciente, si impara a mostrare lo stato emotivo delle persone e si studia meglio la psiche umana!1
Alcuni dei protagonisti di Childhood’s End fanno parziale eccezione. Il segretario Rikki Stormgren, per esempio, combattuto tra la sincera ammirazione e fiducia verso il Sovrintendente alieno, e la sua lealtà alla propria razza, privata della propria indipendenza. Il bisogno un po’ infantile di scoprire, almeno lui, il vero aspetto degli alieni, diventerà l’obiettivo più importante della sua vita, e il lettore lo segue con simpatia e partecipazione nella sua quest. Oppure Jan Rodricks, astrofisico nero insoddisfatto della fine del progresso e della stagnazione che gli alieni hanno portato sulla Terra, che sogna di imbarcarsi clandestinamente su una delle astronavi per conoscere il pianeta d’origine degli Overlord. O lo stesso Karellen – personaggio titanico, come ogni alieno superevoluto che si rispetti, insondabile nelle sue motivazioni, e con una sfumatura di ironia triste nella voce che ti fa chiedere cosa nasconda.

Spaventapasseri

Un essere umano, nell’immaginario di Clarke.

Fa il paio con i personaggi deboli la divisione del romanzo in più periodi storici. Il lettore abituato alle storie a intreccio – magari sul tipo delle interminabili Cronache di Martin – potrebbe fare fatica ad andare avanti nella lettura, con un tale ricambio di personaggi e situazioni. In parte il problema è caratteristico di questo tipo di romanzo, e non può essere evitato. In parte è colpa di Clarke, che nel tessuto della storia principale apre troppe sotto-trame, alcune delle quali non riesce neanche a chiudere (o non in modo convincente). Per esempio la storia della colonia di Nuova Atene, potenzialmente molto interessante, è messa in piedi in modo raccogliticcio (con la tipica descrizione statica del Narratore che va avanti per pagine e pagine), e conclusa in modo sbrigativo quando il focus del romanzo si sposta da un’altra parte.
Un tipo diverso di lettore, però, potrebbe rimanere affascinato proprio per l’abbondanza di spunti e avvenimenti. I colpi di scena, la risposta a vecchie domande e la proposizione di nuove domande si succede a un ritmo rapido, tanto che mi sono rifiutato di svelare più delle prime pagine del romanzo per timore di farvi degli spoileroni. Succede un sacco di roba, e su ordini di grandezza sempre più alti.

Soprattutto, Childhood’s End è un romanzo che trasuda sense of wonder da tutti i pori – e non quello pervasivo ma modesto di molti romanzi di New Weird o Bizarro Fiction, ma proprio quello che – per usare le parole di Gamberetta – ti fa dire WOW! in lettere maiuscole. Prendendo le mosse da un’invasione aliena, Clarke ci parla di evoluzione, di poteri esp, di teologia, della struttura stessa del cosmo, del destino ultimo della razza umana. Ci parla di un universo in cui le forze in gioco sono talmente grandi, che un misero uomo non può fare nient’altro che stare a guardare.
Fin troppo, forse. Alcuni passaggi, specialmente verso la fine, sanno un po’ troppo di deus-ex-machina, un po’ troppo di “eh, gli insondabili misteri dell’Universo!”. E a volte potrebbe sembrare che Clarke si abbandoni a una crudeltà gratuita – anche se io ho apprezzato molto la sua mancanza di buonismo; del resto la natura non è ‘buona’, al cosmo non gliene frega niente del benessere degli esseri umani. E alcune risposte agli enigmi disseminati da Clarke non sono convincenti: per esempio, la spiegazione del perché gli esseri umani siano terrorizzati dall’immagine del diavolo con le corna e la coda a punta è un po’ tortuosa. Ma sono dettagli.

It was ALIENS

Childhood’s End è un romanzo pieno di tutti i difetti tipici della scrittura clueless di Clarke; ma è anche uno dei libri che mi ha più colpito negli ultimi anni. A differenza di molta fantascienza invecchiata male, questo romanzo ha il potere di lasciarti basito anche a settant’anni dalla pubblicazione. Leggetelo: è un ordine!

Dove si trova?
Purtroppo le ultime volte che ho controllato sia Bookfinder che Library Genesis erano down, perciò non ho potuto controllare se Childhood’s End si trova. Confermo però che è disponibile sul canale #ebooks di irchighway (mIRC).
In italiano, quasi tutti i romanzi di Clarke sono facilmente rintracciabili su Emule.

Su Clarke
Clarke è uno degli autori di fantascienza più famosi in assoluto, perciò con ogni probabilità conoscerete già (e magari avrete già letto) i suoi romanzi. Ma in Italia Clarke è stato sempre ripubblicato poco, ed è difficile trovare sue opere in libreria. Ecco perciò una breve carrellata delle sue opere più meritevoli:
Polvere di Luna A Fall of Moondust (Polvere di Luna), ambientato in un XXI secolo in cui la Luna è stata ampiamente colonizzata, racconta le vicende di una piccola navetta passeggeri, che durante una crociera sulla superficie del satellite, in seguito a un terremoto, “affonda” nella superficie del pianeta. La storia segue i tentativi dell’equipaggio e di un team di soccorso di recuperare la navetta, in una corsa contro il tempo. Una disaster story carina e scientificamente accurata, ma senza pretese.
2001: Odissea nello spazio  2001: A Space Odyssey (2001: Odissea nello spazio) lo conoscerete tutti. Rispetto al film, il libro, che Clarke ha scritto in contemporanea al lavoro di sceneggiatura con Kubrick, si prende più tempo per approfondire le vicende e in generale è molto più comprensibile. La parte ambientata nel paleolitico e l’ultima parte sono rese meglio nel libro, e il finale ha un senso. Comunque non è bello come Childhood’s End, benché i temi si assomiglino.
Rendezvous with Rama  Rendezvous with Rama (Incontro con Rama) è il romanzo BDO per eccellenza. Una grossa navicella spaziale di origine aliena entra nel Sistema Solare senza dichiarare le sue intenzioni; una squadra di militari e scienziati viene inviata ad esplorarla. Ma la navicella, ribattezzata ‘Rama’, si rivelerà un ecosistema artificiale completamente autosufficiente… Rama è il miglior libro di Clarke dopo Childhood’s End e, nonostante la solita pochezza della sua prosa e molte potenzialità sprecate, un piccolo capolavoro dell’Hard SF. Se non l’avete già fatto, leggetelo.
The Fountains of Paradise  The Fountains of Paradise (Le fontane del paradiso) segue la storia del dottor Vannevar Morgan, talentuoso ingegnere che sogna di costruire il primo ascensore spaziale – una piattaforma che possa salire dalla cima di una montagna dello Sri Lanka fino ad un satellite in orbita geostazionaria a 36000 km d’altezza. Il romanzo seguirà tutte le fasi del progetto, tra ostilità dei nativi, mancanza di fondi, incidenti e cambi di rotta, intrecciando la trama principale con flashback sul periodo leggendario dell’isola. Romanzo pieno di idee affascinanti, benché il ritmo sia piano e la suspence spesso ai minimi termini.
Tra i romanzi minori di Clarke, consigliati solo ai fan sfegatati, aggiungo i mediocri The Sands of Mars (Le sabbie di Marte), Imperial Earth (Terra imperiale) e Songs of the Distant Earth (Voci di Terra lontana). Un caso di romanzo promettente ma miseramente fallito è invece The City and the Stars (La città e le stelle) che in futuro mi piacerebbe includere in un articolo sui romanzi abortiti.

Chi devo ringraziare?
Tanto per cambiare, ho saputo dell’esistenza di questo libro grazie all’articolo su Il senso del meraviglioso di Gamberi Fantasy, benché ovviamente conoscessi già Clarke di fama. Gamberetta l’ha definito “come The End of Evangelion, solo che ha un senso”, il che è abbastanza vero.

Qualche estratto
Ho scelto due estratti dal primo capitolo della prima parte; ho preferito non spingermi molto oltre nel libro, per non rovinare qualche colpo di scena. Il primo estratto è un’infodumpata sgraziata ma affascinante sulle modalità dell’invasione degli Overlord; il secondo mostra il modo in cui il segretario Stormgren si mette in contatto con il Supervisore Karellen.

1.
It was, of course, only a very small operation from their point of view, but to Earth it was the biggest thing that had ever happened. There had been no warning when the great ships came pouring out of the unknown depths of space. Countless times this day had been described in fiction, but no one had really believed that it would ever come. Now it had dawned at last; the gleaming, silent shapes hanging over every land were the symbol of a science Man could not hope to match for centuries. For six days they had floated motionless above his cities, giving no hint that they knew of his existence. But none was needed; not by chance alone could those mighty ships have come to rest so precisely over New York, London, Paris, Moscow, Rome, Cape Town, Tokyo, Canberra…
Even before the ending of those heart-freezing days, some men had guessed the truth. This was not a first tentative contact by a race which knew nothing of Man. Within those silent, unmoving ships, master psychologists were studying humanity’s reactions. When the curve of tension had reached its peak, they would act.
And on the sixth day, Karellen, Supervisor for Earth, made himself known to the world in a broadcast that blanketed every radio frequency. He spoke in English so perfect that the controversy it began was to rage across the Atlantic for a generation. But the context of the speech was more staggering even than its delivery. By any standards, it was a work of superlative genius, showing a complete and absolute mastery of human affairs. There could be no doubt that its scholarship and virtuosity, its tantalizing glimpses of knowledge still untapped, were deliberately designed to convince mankind that it was in the presence of overwhelming intellectual power. When Karellen had finished, the nations of Earth knew that their days of precarious sovereignty had ended. Local, internal governments would still retain their powers, but in the wider field of international affairs the supreme decisions had passed from human hands. Argument — protests — all were futile.
It was hardly to be expected that all the nations of the world would submit tamely to such a limitation of their powers. Yet active resistance presented baffling difficulties, for the destruction of the Overlord’s ships, even if it could be achieved, would annihilate the cities beneath them. Nevertheless, one major power had made the attempt. Perhaps those responsible hoped to kill two birds with one atomic missile, for their target was floating above the capital of an adjoining and unfriendly nation.
As the great ship’s image had expanded on the television screen in the secret control room, the little group of officers and technicians must have been torn by many emotions. […] The screen became suddenly blank as the missile destroyed itself on impact, and the picture switched immediately to an airborne camera many miles away. In the fraction of a second that had elapsed, the fireball should already have formed and should be filling the sky with its solar flame.
Yet nothing whatsoever had happened. The great ship floated unharmed, bathed in the raw sunlight at the edge of space. Not only had the bomb failed to touch it, but no one could ever decide what had happened to the missile. Moreover, Karellen took no action against those responsible, nor even indicated that he had known of the attack. He ignored them contemptuously, leaving them to worry over a vengeance that never came. It was a more effective, and more demoralizing, treatment than any punitive action could have been. The government responsible collapsed in mutual recrimination a few weeks later.

Dal loro punto di vista, si era trattato di una missione trascurabile, ma per i terrestri era l’evento più importante che li avesse mai colpiti. Non c’erano state avvisaglie quando le grandi astronavi avevano cominciato a scendere dalle sconosciute profondità
dello spazio. Innumerevoli volte quel momento era stato descritto nelle opere di fantascienza, ma nessuno aveva mai creduto che un giorno potesse succedere veramente.
Ma quel giorno era venuto: le lucenti sagome che ondeggiavano silenziose sopra ogni nazione erano il simbolo di un progresso scientifico che l’uomo non avrebbe raggiunto per chissà quanti secoli. Per sei giorni erano rimaste sospese nella più assoluta immobilità sulle metropoli della Terra, senza fare niente, quasi ne ignorassero l’esistenza. Ma non c’era bisogno che dimostrassero di
sapere cosa c’era sotto di loro. Non poteva essere per caso che quelle astronavi si fossero fermate sopra New York, Londra, Parigi,
Mosca, Roma, Città del Capo, Tokyo, Canberra…
Anche prima che giungessero quei giorni di panico, qualcuno aveva intuito la verità. Quello non era che un primo tentativo di contatto da parte di una razza che ignorava tutto dell’uomo. Dentro le silenziose astronavi immobili, studiosi di psicologia stavano
certamente esaminando le reazioni dei terrestri. E, quando la tensione sarebbe arrivata all’apice, allora avrebbero agito.
Il sesto giorno, Karellen, Supercontrollore per la Terra, si fece conoscere agli uomini in una trasmissione radio che bloccò tutte
le radiofrequenze. Parlò in inglese perfetto, scatenando discussioni che infuriarono oltre l’Atlantico per una generazione intera. Ma il
significato del discorso fu più sbalorditivo della lingua usata per pronunciarlo. Fu indubbiamente il discorso di un genio che dimostrò
di conoscere alla perfezione le questioni terrestri. Nessun dubbio che la virtuosità di quel discorso, gli accenni a conquiste scientifiche ancora lontane per l’uomo erano destinati a convincere il genere umano che si trovava di fronte a forze intellettuali infinitamente superiori, Quando Karellen ebbe finito, ogni nazione seppe che i suoi giorni di precaria sovranità erano finiti. I governi
locali avrebbero conservato il potere, ma nel campo più vasto degli affari internazionali non sarebbero più stati gli uomini a decidere. Polemiche, proteste, fu tutto inutile.
Naturalmente non ci si poteva aspettare che tutte le nazioni avrebbero accettato con passiva rassegnazione un tale limite ai loro
poteri. Ma la ribellione aperta si rivelò irta di difficoltà, perché la distruzione delle astronavi dei Superni, ammesso che l’impresa
fosse possibile, avrebbe comportato la distruzione delle città sotto di esse.
Tuttavia, una delle grandi potenze aveva tentato. Forse quella nazione aveva sperato di prendere due piccioni… con un missile atomico, dato che il bersaglio era l’astronave sopra la capitale di una nazione confinante e ostile.
Nel momento in cui l’immagine della grande astronave si dilatava sullo schermo televisivo della segreta sala d’operazioni, i militari e i tecnici presenti dovevano essere stati travolti dalle loro stesse emozioni. […]
Di colpo, nell’attimo in cui il missile si disintegrava all’impatto, l’immagine sparì dallo schermo e immediatamente passò ad una telecamera aerea lontana chilometri e chilometri. In quella frazione di secondo, la sfera di fuoco formatasi in seguito all’esplosione
avrebbe dovuto riempire il cielo con la sua incandescenza.
Invece non era successo niente. L’astronave si librava illesa, illuminata dal sole ai limiti dello spazio visibile. Non solo non era stata colpita, ma nessuno avrebbe saputo dire cosa fosse successo al missile.
Karellen non prese nessun provvedimento contro i responsabili dell’attacco, e si sarebbe detto perfino che non se ne fosse accorto.
Ignorò sdegnosamente il fatto lasciando i responsabili a tormentarsi nell’attesa di una rappresaglia che non venne mai. Un atteggiamento
più efficace e più demoralizzante di qualsiasi azione punitiva. Poche settimane dopo, il governo responsabile entrò in crisi per le accuse reciproche dei suoi membri.

Reddito e alieni

Gli alieni pagheranno per questo.

2.
Karellen never kept him waiting for long. There was a sudden “Oh!” from the crowd, and a silver bubble expanded with breath-taking speed in the sky above. A gust of air tore at Stormgren’s clothes as the tiny ship came to rest fifty meters away, floating delicately a few centimeters above the ground, as if it feared contamination with Earth. As he walked slowly forward, Stormgren saw that familiar puckering of the seamless metallic hull, and in a moment the opening that had so baffled the world’s best scientists appeared before him. He stepped through it into the ship’s single, softly-lit room. The entrance sealed itself as if it had never been, shutting out all sound and sight.
It opened again five minutes later. There had been no sensation of movement, but Stormgren knew that he was now fifty kilometers above the earth, deep in the heart of Karellen’s ship. He was in the world of the Overlords; all around him, they were going about their mysterious business. He had come nearer to them than had any other man; yet he knew no more of their physical nature than did any of the millions on the world below.
The little conference room at the end of the short connecting corridor was unfurnished, apart from the single chair and the table beneath the vision screen. As was intended, it told absolutely nothing of the creatures who had built it. The vision screen was empty now, as it had always been. Sometimes in his dreams Stormgren had imagined that it had suddenly flashed into life, revealing the secret that tormented all the world. But the dream had never come true; behind the rectangle of darkness lay utter mystery. Yet there also lay power and wisdom — and, perhaps most of all, an immense and humorous affection for the little creatures crawling on the planet beneath.
From the hidden grille came that calm, never-hurried voice that Stormgren knew so well though the world had heard it only once in history. Its depth and resonance gave the single clue that existed to Karellen’s physical nature, for it left an overwhelming impression of sheer
size. Karellen was large — perhaps much larger than a man. It was true that some scientists, after analyzing the record of his only speech, had suggested that the voice was that of a machine. This was something that Stormgren could never believe.
“Yes, Rikki, I was listening to your little interview. […] The details of the World Federation have been out for a month now. Has there been a substantial increase in the seven percent who don’t approve of me, or the twelve percent who Don’t Know?”
“Not yet. But that’s of no importance: what
does worry me is a general feeling, even among your supporters, that it’s time this secrecy came to an end.”
Karellen’s sigh was technically perfect, yet somehow lacked conviction.
“That’s your feeling too, isn’t it?”
The question was so rhetorical that Stormgren did not bother to answer it.
“I wonder if you really appreciate,” he continued earnestly, “how difficult this state of affairs makes my job?”
“It doesn’t exactly help mine,” replied Karellen with some spirit. “I wish people would stop thinking of me as a dictator, and remember I’m only a civil servant trying to administer a colonial policy in whose shaping I had no hand.”

Karellen non lo faceva mai aspettare a lungo. Ci fu un’esclamazione improvvisa della folla, e una bolla argentea si dilatò nel cielo con velocità incredibile. Una raffica di vento investì Stormgren nell’istante in cui il piccolo veicolo spaziale si fermava a una
cinquantina di metri, restando sospeso a pochi centimetri dal suolo, quasi timoroso di un contatto con la Terra. Mentre camminava
lentamente verso la folla, Stormgren vide il familiare raggrinzarsi dello scafo metallico apparentemente senza connessure, e un attimo dopo l’apertura che aveva tanto stupito i più celebri scienziati del pianeta si rivelò. Lui entrò nell’unica sala scarsamente illuminata della piccola astronave. L’apertura si richiuse senza lasciare traccia, escludendo ogni suono e ogni vista dall’esterno.
Si riaprì cinque minuti più tardi. Non aveva avuto nessuna sensazione di movimento, ma Stormgren sapeva di essere a cinquanta chilometri sopra la Terra, profondamente incuneato nel cuore della nave cosmica di Karellen. Era tra i Superni: intorno a lui essi erano intenti alle loro misteriose faccende. Stormgren era spesso andato più vicino a loro di qualsiasi altro uomo, eppure come ogni altro terrestre ignorava tutto del loro aspetto fisico.
La saletta delle riunioni in fondo al breve passaggio era arredata unicamente con una sedia e un tavolino sotto il teleschermo e, secondo le intenzioni, non rivelava assolutamente nulla delle creature che l’avevano costruita. Lo schermo era vuoto e spento, come l’aveva sempre visto Stormgren. Talvolta in sogno, lui immaginava di vederlo accendersi improvvisamente, rivelando il segreto che assillava il mondo. Ma il sogno non si era mai avverato: dietro quel rettangolo di tenebra si annidava il mistero più impenetrabile. Ma vi si nascondeva anche potenza e saggezza, e soprattutto una infinita
tolleranza, una specie di divertito sentimento di affetto per le piccole creature che si affannavano sul pianeta Terra.
Dalla grata nascosta venne la voce calma, mai assillata dalla fretta, che Stormgren conosceva tanto bene e che il mondo aveva sentito una volta sola nella sua storia. La profondità e la risonanza di quella voce erano la sola indicazione sulla natura fisica di Karellen, e dava una chiara impressione delle sue dimensioni: Karellen doveva essere altissimo, più grande di un essere umano.
Alcuni scienziati, però, dopo avere analizzato la registrazione del suo discorso, avevano prospettato l’ipotesi che la voce fosse quella di una macchina, ma Stormgren non poteva crederci.
«Sì, Rikki, ho seguito il vostro breve colloquio. […] Da un mese ormai si conoscono i particolari sull’andamento della Federazione
Mondiale. C’è stato un sensibile aumento sulla vecchia percentuale del sette per cento dei miei oppositori, o sul dodici per cento
degli agnostici?»
«No, ma non è questo il punto più importante. Mi preoccupa, piuttosto, il sentimento generale, diffuso anche tra i vostri sostenitori, che è tempo di svelare il mistero di cui vi circondate.»
Il sospiro di Karellen fu tecnicamente perfetto, ma mancava di convinzione.
«Ed è anche il vostro sentimento, non è vero?»
La domanda era retorica, e Stormgren non si preoccupò di rispondere.
«Mi domando se vi rendete conto» continuò seriamente «di come questa situazione renda difficile il mio lavoro…»
«Credetemi, non facilita nemmeno il mio» rispose Karellen, con una certa vivacità.
«Vorrei che la gente la smettesse di considerarmi un dittatore e si ricordasse che sono soltanto un funzionario incaricato di seguire una politica coloniale nella cui elaborazione non ha messo mano.»

Tabella riassuntiva

L’apocalisse più tranquilla nella storia della fantascienza! Clarke scrive come un cane.
Ritmo rapido che accende sempre nuovi interrogativi. Personaggi subordinati a una storia più grande di loro.
Sense of wonder maiuscolo e a palate. Alcune trovate sanno un po’ troppo di deus-ex-machina.

(1) Questo difetto accompagnerà Clarke fino alla fine della sua carriera. E’ un particolarmente sentito in quei romanzi in cui le idee di fondo non sono abbastanza buone da mascherare la debolezza dei personaggi.
Spesso si cita The Songs of Distant Earth come esempio di un Clarke più attento alla psicologia dei personaggi. Sì, è vero che in quel romanzo Clarke si concentra molto sui rapporti sentimentali tra i protagonisti – peccato che il risultato sia osceno! Il risultato, infatti, è una specie di Dawson’s Creek sullo sfondo di navicelle spaziali e missioni planetarie, solo che gli sceneggiatori di Dawson’s Creek sono più bravi. Sembra che Clarke sia del tutto incapace di tratteggiare il mondo interiore di un essere umano in modo decente.Torna su

Dawson's Creek

“Presto, Dawson! Dobbiamo prendere la Magellano e andare a terraformare Sagan 2!!!”
“…eh?”

I Consigli del Lunedì #15: Tales of the Dying Earth

Tales of the Dying EarthAutore: Jack Vance
Titolo italiano: Il crepuscolo della Terra / Le avventure di Cugel l’Astuto / La saga di Cugel / Rhialto il meraviglioso
Genere: Fantasy / Sword & Sorcery / Dying Earth / Picaresque
Tipo: Tetralogia di racconti e romanzi
Anno: 1950 / 1966 / 1983 / 1984 / 1997
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 741
Difficoltà in inglese: ***

These are tales of the 21st Aeon, when Earth is old and the sun is about to go out.
[…] By day the sun cast a wan maroon gloom across the land; by night all was dark and still, with only a few pale stars to post the old constellations. Time went at a languid pace, without purpose or urgency, and folk made few long-range plans.

Miliardi di anni nel futuro, il pianeta Terra è ormai giunto alla fine della sua vita. Il Sole è ridotto a una pallida sfera rossastra, che irradia il globo di una luce spettrale e potrebbe spegnersi da un giorno all’altro; la Luna è andata distrutta, e il firmamento è ridotto a poche stelle anziane. Il grosso della popolazione terrestre ha abbandonato il pianeta da moltissimo tempo, lasciando dietro di sé una civiltà decadente e priva di ambizioni. Regrediti a una civiltà preindustriale, gli esseri umani rimasti vivono in piccoli agglomerati isolati – villaggi, città-stato, regni di dimensioni irrisori; poche carovane di mercanti, pellegrini, o avventurieri coraggiosi osano varcarne i confini, per attraversare terre selvagge abitate da creature ostili e disseminate di rovine dell’antica civiltà. Quello che rimane dell’antica scienza, è condensato in complicate formule magiche che pochi maghi riescono a imparare dopo anni e anni di studio e disciplina.
E’ su questa Terra morente che si muovono stregoni come Turjan di Miir, desideroso di creare artificialmente una compagna, o Iucounu, collezionista di artefatti magici dotato di un ambiguo senso dell’umorismo, o Rhialto il Meraviglioso, altezzoso membro di un’associazione che raccoglie i maghi più potenti della sua era; ma anche avventurieri come Guyal di Sfere, che vorrebbe conoscere la risposta ad ogni domanda, o Cugel l’Astuto (Cugel the Clever), mascalzone professionista i cui unici interessi sono le belle donne e la buona tavola. Ciascuno di essi cerca di trarre il meglio dalla propria vita e godere ogni giorno come se fosse l’ultimo – perché nessuno sa quando morirà il Sole, ponendo termine alla vita sulla Terra.

A partire dal 1999, e fino all’ultima edizione nei Fantasy Masterworks della Gollancz, i quattro libri di Jack Vance ambientati nella Terra morente sono stati raccolti in un unico ponderoso volume – le Tales of the Dying Earth. Non si può parlare di saga, quanto di un’ambientazione condivisa: con l’eccezione del secondo e terzo libro, tutte le storie della Dying Earth sono scollegate e autonome.
A variare molto sono anche stile e contenuti – visto e considerato che i quattro libri sono stati scritti da Vance nell’arco di trentacinque anni. Le Tales of the Dying Earth sono insomma un contenitore molto eterogeneo; pertanto, nell’approfondimento, parlerò prima separatamente di ciascuno dei quattro libri, per poi tirare le somme del volume nel suo complesso. Il risultato, è un articolo di dimensioni ahimé gargantuesche – leggetevelo pure con calma, a puntate.

Nana bruna

Il Sole della Dying Earth?

Uno sguardo approfondito

The Dying Earth
Il primo libro del ciclo non è un romanzo ma una raccolta di sei racconti, vagamente interconnessi ma indipendenti, ambientati nella regione di Ascolais.  In “Turjan of Miir”, il mago Turjan si mette in cerca del mago Pandelume – che vive in una dimensione alternativa ad uso personale – perché gli insegni a creare artificialmente un altro essere umano. Il racconto non ha un vero e proprio finale, ma i suoi personaggi sono ripresi in “Mazirian the Magician”: l’avido Mazirian ha intrappolato Turjan in una scatola magica in compagnia di un drago affamato, per ricattarlo, ma è sua volta ossessionato da una bellissima fanciulla che ogni sera appare sul limitare dei suoi giardini. In “Liane the Wayfarer”, l’amorale bandito Liane entra in possesso di un anello magico, che può essere espanso in modo da avvolgere completamente il corpo del possessore e trasportarlo nella dimensione delle ombre; in “Guyal of Sfere”, un giovane ossessionato dal bisogno di conoscere ogni cosa si mette alla ricerca del Custode del Museo dell’Uomo, dove si dice che sia raccolta tutta la sapienza del genere umano.
La qualità dei racconti è molto altalenante. Alcuni, come “Mazirian the Magician” e “Ulan Dhor”, hanno una coerenza di fondo e sono carini; altri, come “T’sais”, saltano di palo in frasca e sono piuttosto insulsi; altri sono delle occasioni sprecate: le premesse di “Guyal of Sfere” sono interessanti, ma dopo le prime pagine il racconto va a remengo. Il protagonista, che inizialmente ti incuriosisce per il suo bisogno patologico di fare sempre domande, diventa rapidamente un avventuriero anonimo, che deve superare un ostacolo dopo l’altro per raggiungere la leggendaria biblioteca; e anche quando la raggiunge, il fulcro della storia non è più la ricerca della conoscenza, ma come eliminare un demone minore che si è infiltrato nel museo (WTF?).

Nei racconti si respira un’atmosfera rarefatta, onirica, quasi da fiaba. Questo in parte è dovuto alla stranezza dell’ambientazione – in cui capita che un mago, passeggiando per la foresta, incontri un twk-man (piccoli omini blu che viaggiano a cavallo di libellule che scambiano informazioni in cambio di granelli di sale), o una strega o un demone – e in parte al canovaccio stesso dei racconti (spesso, delle quest all’inizio delle quali il protagonista prepara o riceve un set di incantesimi o artefatti magici che gli serviranno per superare gli ostacoli lungo il cammino). Ma in parte è dovuto anche all’incapacità stilistica di Vance, che descrive sommariamente gli ambienti in cui si muovono i personaggi (e spesso raccontando, con piogge di aggettivi, invece che mostrando) e quindi rende difficile una visualizzazione nitida della storia. Gli stessi personaggi mancano in genere di profondità, e sono più simili a degli archetipi: i loro motivi sono semplici, i loro gesti convenzionali, e Vance ce li mostra sempre dall’esterno.
Volendo fare un bilancio complessivo, i racconti di The Dying Earth sono quasi tutti deboli e scritti in modo approssimativo. Ci sono un mucchio di buone idee e un’ambientazione molto suggestiva, ma tutto questo potenziale è in larga parte sprecato.

Bondage Fairies - Fairie Fetish

Uno spaccato della fauna di Ascolais.

The Eyes of the Overworld & Cugel’s Saga
Le cose migliorano con il secondo e terzo libro del ciclo. Protagonista dei due romanzi è Cugel, un farabutto straccione della terra di Almery, dal corpo macilento e la faccia da faina, che vive di truffe e piccoli espedienti all’ombra del palazzo di vetro di Iucounu, “the Laughing Magician”. Un bel giorno, quel fetente del mercante Fianosther convince Cugel a infiltrarsi nel palazzo sguarnito di Iucounu per derubarlo dei suoi artefatti magici. Ma Cugel viene beccato, e lo stregone lo mette di fronte a due alternative: una morte orribile, oppure che si metta al suo servizio. La missione? Recuperare un prisma incantato ubicato dall’altra parte del globo, da aggiungere alla sua “collezione”. Dopo che gli è stato infilato in pancia un parassita uncinato di nome Firx, incaricato di farlo rigare dritto, Cugel è pronto per partire; e non soltanto dovrà impossessarsi dell’Occhio dell’Oltremondo, ma tornare ad Almery vivo e vegeto.
I due romanzi – uno seguito diretto dell’altro – raccontano il viaggio di Cugel e le innumerevoli peripezie che incontrerà lungo il cammino. Pur essendo delle opere unitarie, The Eyes of the Overworld e Cugel’s Saga mantengono la struttura episodica del primo libro: ogni capitolo rappresenta una tappa del viaggio, una “storia nella storia” in sé autoconclusiva. Anche la loro qualità è molto variabile: alcuni episodi, come quello sulla conquista dell’Occhio dell’Oltremondo, sono divertenti e ben costruiti, mentre altri sono scritti un po’ a tirar via. Il capitolo conclusivo di The Eyes of the Overworld, poi, è spassosissimo – mentre quello che chiude Cugel’s Saga e tutta la dualogia è più modesto.

Cugel l'Astuto

Un’immagine un po’ romanticizzata di Cugel.

Una differenza gradita rispetto a The Dying Earth, è che perde terreno l’atmosfera onirico-decadente in luogo di un clima più scanzonato e autoironico. Cugel non è un guerriero né un mago; per farsi strada nella vita, deve ricorrere alla retorica, all’inganno, ai mezzucci. Le sue avventure generalmente si imperniano su questo: tentativi di turlupinare il prossimo (gli abitanti di un villaggio, stregoni, pellegrini, mercanti) con ogni mezzo possibile. L’elemento comico è accentuato dal fatto che tutti – nobiluomini, poveri villici, maggiordomi, vagabondi, creature magiche – adottano un parlare forbito e ampolloso. E le battaglie dialettiche che imperversano nei due romanzi attingono a tutto il repertorio del genere: doppi sensi, cavilli burocratici, allusioni, omissioni, insulti velati.
Anche Cugel rimane una macchietta più che un personaggio a tutto tondo. Ciarlatano più per abitudine che per calcolo, mente e inganna sulle cose più stupide, spesso prima ancora di capire se può trarne un vantaggio; ha un’opinione di sé completamente scollegata dalla realtà; del tutto amorale, non esita a liberarsi di compagni di viaggio scomodi e a raggirare innocenti, e dà l’impressione che potrebbe anche vendere sua madre per una buona cena. Ma non si può fare a meno di sviluppare della simpatia nei suoi confronti: la gente con cui si trova ad avere a che fare non è certo migliore di lui, da fanciulle che mettono in dubbio la sua potenza sessuale, a datori di lavoro che cercano di spremerlo il più possibile, a maghi capricciosi che fanno di lui quello che vogliono, a gente che se la prende con lui anche quando non ha fatto niente.

Se si vuole muovere una critica ai due romanzi di Cugel, è che nella maggior parte degli episodi il magico e il fantastico vengono messi in secondo piano, rimangono sullo sfondo. Certo, nel corso dei viaggi del suo anti-eroe Vance ci mostra una pletora di popoli diversi dalle usanze più o meno bizzarre, ma raramente si varca il confine del sovrannaturale. Con pochi rimaneggiamenti, molte delle avventure di Cugel potrebbero essere anche ambientati nel nostro mondo (magari in un’epoca cinque-seicentesca). Questo è particolarmente vero per Cugel’s Saga, che ci mostra un pianeta molto più civilizzato e trafficato che non The Dying Earth e The Eyes of the Overworld.
Non è l’unica differenza tra le due parti del ciclo di Cugel. Tra l’uno e l’altro romanzo passano quasi vent’anni, e in Cugel’s Saga lo stile di Vance migliora: i singoli episodi sono costruiti con più cura, sparisce quel modo di scrivere un po’ sbrigativo, tipico di molta Sword&Sorcery dagli anni ’50 ai ’70. In Cugel’s Saga, Vance si preoccupa di descrivere meglio gli ambienti visitati dal suo protagonista, le sue riflessioni, i rapporti tra i personaggi. E in generale, dei quattro libri delle Tales delle Dying Earth è quello scritto meglio.

Dialettica

Dialettica.

Rhialto the Marvellous
L’ultimo libro del ciclo è una raccolta di tre novellas imperniata su una società di maghi di Almery e Ascolais, e in particolare su uno di loro, il fascinoso quanto arrogante quanto puntiglioso quanto insopportabile Rhialto il Meraviglioso. Diversamente dai maghi della Dying Earth, quelli di Rhialto sono semidei con migliaia di anni di vita sulle spalle e poteri quasi illimitati, che vivono in regge e passano le giornate in placida contemplazione o nello studio e nella sperimentazione delle arti magiche. Stando così le cose, l’unica vera minaccia per questi maghi è il pericolo che rappresentano gli uni per gli altri! Vincolati alle leggi dei Blue Principles, un codice inciso su una lastra indistruttibile protetta da un demone immortale, e supervisionati da un segretario, l’anziano e svampito mago Ildefonse, questi stregoni sono riuniti in società non tanto per tutelare i comuni interessi, quanto per non farsi le scarpe a vicenda ogni cinque minuti.
La prima novella, The Murthe, è in realtà breve come un racconto, ed è anche il più brutto, nonostante le premesse bizzarre: la potente strega Llorio è tornata, e pianifica di asservire a sé tutti i maghi della Terra dopo averli trasformati in donnette vanitose! E’ un racconto scritto male, pieno di infodump, riassunti, discorsi indiretti, e quella generale sciatteria che lo rende più simile ai peggiori racconti degli anni ’50 che al resto della raccolta. Migliori Fader’s Waft – in cui i maghi della società, capitanati dall’infido Hache-Moncour, decidono di far pagare a Rhialto il prezzo della sua arroganza derubandolo di tutti i suoi oggetti magici e appigliandosi a deboli cavilli legali – e Morreion – in cui i maghi si imbarcano sul palazzo galleggiante di Vermulion the Dream-Walker per volare nello spazio e fino ai confini dell’Universo, alla ricerca del leggendario eroe Morreion. Ma anche qui troviamo tutte le pecche tradizionali del ciclo: personaggi bidimensionali, pov onnisciente che salta da un personaggio all’altro, descrizioni un po’ frettolose e mai molto mostrate.
Precede i tre racconti una piccola introduzione in cui l’autore dà qualche informazione sui maghi e sul sistema magico della 21esima era.

Anche se Rhialto the Marvellous recupera l’atmosfera magica lasciata un po’ più ai margini nel ciclo di Cugel, di quel ciclo riprende l’impostazione da commedia. I maghi della società sono gente meschina, avida, capricciosa e arrogante; la disciplina e lo studio non li hanno resi più saggi, ma solo più pericolosi. Buona parte del divertimento di queste storie (o, almeno, delle ultime due) sta proprio nelle battaglie dialettiche tra questi maghi infantili, piene di cavilli, minacce velate e doppiogiochismo.
Vance non se la cava altrettanto bene nella descrizione delle quest. Se la prima parte di Fader’s Waft – in cui Rhialto cerca di riaffermare i propri diritti di fronte all’assemblea di maghi capitanata dal viscido Hache-Moncour – è divertente, la seconda, in cui Rhialto cerca di recuperare il codex originale dei Blue Principles misteriosamente scomparso viaggiando nello spazio e nel tempo, è ripetitiva e non molto ispirata. In generale, Rhialto the Marvellous è divertente, ma non privo di difetti, e sicuramente lontano dal miglior Cugel.

I'm not a wizard

Un’immagine un po’ romanticizzata di Rhialto. Circa.

Giudizio complessivo
Probabilmente il pregio maggiore di Jack Vance sta nell’aver creato un’ambientazione vasta e suggestiva, in cui all’atmosfera fatata e sovrannaturale si mescolano indizi sull’antica civiltà e l’antica scienza. Per esempio in “Ulan Dhor”, il miglior racconto di The Dying Earth, il nipote del principe di Kaiin è mandato in missione nella remota e vecchissima città di Ampridatvir per recuperare delle antiche reliquie. Ma, benché in rovina e abitata da gente instupidita e superstiziosa, la città ospita ancora meraviglie ancora funzionanti – come macchine volanti e ascensori anti-gravitazionali. Così come le rovine di marmo del Museo dell’Uomo di “Guyal of Sfere” possono custodire al loro interno giganteschi computer e server.
Anche il sistema magico è permeato di questa commistione: vari indizi lasciati nel corso dei libri ci fanno capire che le formule magiche così faticosamente memorizzate dagli stregoni, altro non sono che complicate serie di equazioni matematiche. E’ impossibile tenere a mente molte di queste formule contemporaneamente; per questo è necessario che il mago si “prepari” un set di incantesimi prima di lasciare il suo eremo, selezionandoli tra quelli scritti nel suo grimorio 1.

Certo, complici i trentacinque anni che separano i primi racconti dagli ultimi, il mondo di Vance non è sempre coerente. Il sistema magico degli stregoni di Rhialto the Marvellous è completamente diverso, basandosi non più sulla memorizzazione di formule ma sulla convocazione di demoni magici legati a sé da regolare contratto scritto. Altra cosa che non quadra: se in The Dying Earth non è insolito trovare resti di civiltà avanzate come la nostra o anche più, queste tracce progressivamente spariscono nei libri successivi, e i maghi di Rhialto, nonostante il loro vasto potere e la possibilità di viaggiare nello spazio e nel tempo, non sembrano conoscere la tecnologia post-industriale 2! E ancora: se il mondo di The Eyes of the Overworld sembra un mondo spopolato, dove la gente non si muove o si muove poco e non sa niente di cosa ci sia cinquanta chilometri più in là, in Cugel’s Saga quello stesso mondo pullula di città fiorenti, battelli commerciali che solcano il mare, grossi circuiti carovanieri e via dicendo.
D’altronde, il mondo di Vance non è molto credibile in generale. Il fatto che la Terra stia morendo non sembra una giustificazione sufficiente a motivare il lassismo della popolazione mondiale – come nella città dorata di Kaiin, dove la gente passa il tempo a festeggiare e ad ubriacarsi in mezzo alle rovine di palazzi che da secoli nessuno pensa più a ristrutturare – e il regresso a una tecnologia pre-industriale. E non è pensabile un mondo in cui anche l’ultimo degli operai parla in modo raffinato e allusivo, ed è in grado di disquisire di metafisica e dei massimi sistemi.
Gli stessi incantesimi sono progettati più per essere divertenti che per dare l’impressione di un corpus coerente: abbiamo per esempio lo Spell of Forlorn Encystment, che imprigiona la vittima in una capsula posta a novanta chilometri sotto la superficie terrestre, ma che, se pronunciato scorrettamente, causa l’effetto opposto di rivomitare sopra la testa del mago i corpi di tutti coloro che hanno subito l’incantesimo dall’inizio dei tempi; il Lugwiler’s Dismal Itch, che causa nella vittima un prurito continuo peggiore di una tortura, o il Khulip’s Nasal Enhancement, che non ha nemmeno bisogno di spiegazioni, o il Green and Purple Postponement of Joy; o ancora il Tube of Blue Concentrate, a tutti gli effetti nient’altro che un tubo che spara innocuo concentrato blu con la strana caratteristica di terrorizzare sempre tutti.

Concentrato blu

Tubetti di concentrato blu. Spaventosi, vero?

Vance quindi sacrifica il realismo per quel tocco di suggestività decadente, e per amplificare l’elemento comico. Il suo mondo è palesemente una finzione, un gioco – impressione acuita dallo stesso stile trascurato di Vance, e dal suo uso del narratore onnisciente che crea una grande distanza tra il lettore e i personaggi. Le storie delle Dying Earth hanno la forma di una farsa piacevole e divertente, qualcosa di leggero da non prendere troppo sul serio.
Paradossalmente, però, è anche un mondo infinitamente più credibile di tutta quella pletora di High Fantasy tolkeniani che invadono le librerie, pieni di buonismi e deus-ex-machina. Gli abitanti della Terra morente sono avidi, truffaldini, dalla doppia morale, pigri, spesso stupidi, presuntuosi, infantili, egoisti – come nella vita vera. Nella Terra morente, chi fa un passo falso ci rimette la vita; per mano di un leprecauno delle foreste, o di un tagliagole appostato nel vicolo, o di un mago che per catturare un demonietto mette distrattamente a ferro e fuoco un intero acro di terra. E’ un mondo ingiusto, in cui sopravvivono solo quelli che imparano come muoversi.

La migliore intuizione di Vance nel corso del ciclo, è stata comunque il progressivo abbandono dell’atmosfera onirico-decadente dei primi racconti in luogo di quella più divertente e minchiona dei successivi. Vance dà il meglio di sé nei dialoghi tra i personaggi, nelle discussioni ampollose, nelle dissertazioni filosofiche da ritardati, nelle recriminazioni, nelle fini tenzoni dialettiche. Il suo stile è invece inadeguato alle parti più descrittive, avventurose, le parti dove le azioni contano più delle parole, che sono sempre le più noiose da leggere.
I libri più piacevoli da leggere sono, quindi, in primo luogo i due romanzi su Cugel, e in seconda battuta la seconda e terza novella di Rhialto the Marvellous. Ma anche racconti come “Turjan of Miir”, “Mazirian the Magician” e “Ulan Dhor” meritano una chance.

Songs of the Dying Earth

Le “Songs of the Dying Earth”: un’antologia commemorativa di Vance pubblicata nel 2009. Sto pensando di comprarla.

Dove si trova
In lingua originale, le Tales of the Dying Earth si trovano su Bookfinder e Library Genesis, sia tutti insieme, sia sfusi. Su mIRC li ho trovati solo sfusi. Non che cambi qualcosa.
Su Emule si trovano senza problemi tutti e quattro i titoli in italiano. Tuttavia, Vance è un autore che sconsiglio di leggere nella nostra lingua: non perché sia intraducibile, come Bug Jack Barron, ma semplicemente perché tutte le traduzioni che ho potuto vedere – fatte abbastanza coi piedi, come da tradizione Urania/Nord/Fanucci – non hanno saputo riprodurre quel tono forbito e quella musicalità che da soli fanno 3/4 del divertimento di leggere le Tales.

Qualche estratto
Ho deciso di proporre un estratto per ciascuno dei tre ‘cicli’. Il primo viene dal racconto “Mazirian the Magician”, della raccolta The Dying Earth; il secondo, dal primo capitolo di The Eyes of the Overworld, in cui Cugel viene ‘beccato’ dal mago Iucounu mentre gli sta svaligiando la casa e tenta di giustificarsi; il terzo, dalla novella Fader’s Waft di Rhialto the Marvellous, in cui uno scandalizzato Rhialto protesta con Ildefonse di essere stato ingiustamente derubato dagli altri maghi.

1.
Within the box — actually a squared passageway, a run with four right angles — moved two small creatures, one seeking, the other evading. The predator was a small dragon with furious red eyes and a monstrous fanged mouth. It waddled along the passage on six splayed legs, twitching its tail as it went. The other stood only half the size of the dragon — a strong-featured man, stark naked, with a copper fillet binding his long black hair. He moved slightly faster than his pursuer, which still kept relentless chase, using a measure of craft, speeding, doubling back, lurking at the angle in case the man should unwarily step around. By holding himself continually alert, the man was able to stay beyond the reach of the fangs. The man was Turjan, whom Mazirian by trickery had captured several weeks before, reduced in size and thus imprisoned.
Mazirian watched with pleasure as the reptile sprang upon the momentarily relaxing man, who jerked himself clear by the thickness of his skin. It was time, Mazirian thought, to give both rest and nourishment. He dropped panels across the passage, separating it into halves, isolating man from beast. To both he gave meat and pannikins of water.
Turjan slumped in the passage.
“Ah,” said Mazirian, “you are fatigued. You desire rest?”
Turjan remained silent, his eyes closed. Time and the world had lost meaning for him. The only realities were the gray passage and the interminable flight. At unknown intervals came food and a few hours rest.
“Think of the blue sky,” said Mazirian, “the white stars, your castle Miir by the river Derna; think of wandering free in the meadows.”
The muscles at Turjan’s mouth twitched.
“Consider, you might crush the little dragon under your heel.”
Turjan looked up. “I would prefer to crush your neck, Mazirian.”
Mazirian was unperturbed. “Tell me, how do you invest your vat creatures with intelligence? Speak, and you go free.”
Turjan laughed, and there was madness in his laughter.
“Tell you? And then? You would kill me with hot oil in a moment.”
Mazirian’s thin mouth drooped petulantly.
[…] “Tonight,” said Mazirian with studied malevolence, “I add an angle and change your run to a pentagon.”
Turjan paused and looked up through the glass cover at his enemy.
Then he slowly sipped his water. With five angles there would be less time to evade the charge of the monster, less of the hall in view from one angle.
“Tomorrow,” said Mazirian, “you will need all your agility.”

2.
Cugel was still seeking egress when in due course Iucounu returned to his manse.
Pausing by the alcove, Iucounu gave Cugel a stare of humorous astonishment. “What have we here? A visitor? And I have been so remiss as to keep you waiting! Still, I see you have amused yourself, and I need feel no mortification.” Iucounu permitted a chuckle to escape his lips. He then pretended to notice Cugel’s bag. “What is this? You have brought objects for my examination? Excellent! I am always anxious to enhance my collection, in order to keep pace with the attrition of the years. You would be astounded to learn of the rogues who seek to despoil me! That merchant of claptrap in his tawdry little booth, for instance — you could not conceive his frantic efforts in this regard! I tolerate him because to date he has not been bold enough to venture himself into my manse. But come, step out here into the hall, and we will examine the contents of your bag.”
Cugel bowed graciously. “Gladly. As you assume, I have indeed been waiting for your return.”
[…]
“If you will step this way I will be glad to examine your merchandise.”
Cugel glanced reflectively along the corridor toward the front entrance. “It would be a presumption upon your patience. My little knick-knacks are below notice. With your permission I will take my leave.”
“By no means!” declared Iucounu heartily. “I have a few visitors, most of whom are rogues and thieves. I handle them severely, I assure you! I insist that you at least take some refreshment. Place your bag on the floor.”
Cugel carefully set down the bag. “Recently I was instructed in a small competence by a sea-hag of White Alster. I believe you will be interested, I require several ells of stout cord.”
“You excite my curiosity!”. Iucounu extended his arm; a panel in the wainscoting slid back; a coil of rope was tossed to his hand. Rubbing his face as if to conceal a smile, Lucounu handed the rope to Cugel, who shook it out with great care.
“I will ask your cooperation,” said Cugel. “A small matter of extending one arm and one leg.”
“Yes, of course.” Iucounu held out his hand, pointed a finger. The rope coiled around Cugel’s arms and legs, pinning him so that he was unable to move. Iucounu’s grin nearly split his great soft head. “This is a surprising development! By error I called forth Thief-taker! For your own comfort, do not strain, as Thief-taker is woven of wasp-legs. Now then, I will examine the contents of your bag.” He peered into Cugal’s sack and emitted a soft cry of dismay. “You have rifled my collection! I note certain of my most treasured valuables!”
Cugel grimaced. “Naturally! But I am no thief; Fianosther sent me here to collect certain objects, and therefore—”
Iucounu held up his hand. “The offense is far too serious for flippant disclaimers. I have stated my abhorrence for plunderers and thieves, and now I must visit upon you justice in its most unmitigated rigor — unless, of course, you can suggest an adequate requital.”

3.
“Explain why you robbed me of my goods. My man Frole tells me that you marched in the forefront of the thieves.”
Ildefonse pounded the table with his fist. “Specious and egregious! Frole has misrepresented the facts!”
“How do you explain these remarkable events, which of course I intend to place before the Adjudicator?”
Ildefonse blinked and blew out his cheeks. “That of course is at your option. Still, you should be aware that legality was observed in every bound and degree. You were charged with certain offenses, the evidence was closely examined and your guilt was ascertained only after diligent deliberation. Through the efforts of myself and Hache-Moncour, the penalty became a small and largely symbolic levy upon your goods.”
” ‘Symbolic’?” cried Rhialto. “You picked me clean!”
Ildefonse pursed his lips. “I concede that at times I noticed a certain lack of restraint, at which I personally protested.”
Rhialto, leaning back in his chair, drew a deep sigh of dumbfounded wonder. He considered Ildefonse down the length of his aristocratic nose. In a gentle voice he asked: “The charges were brought by whom?”
[…]
“The complaints are too numerous to mention. Almost everyone— save myself and the loyal Hache-Moncour—preferred charges. Then, the conclave of your peers with near-unanimity adjudged you guilty on all counts.”
“And who robbed me of my IOUN stones?”
“As a matter of fact, I myself took them into protective custody.”
“This trial was conducted by exact legal process?”
Ildefonse took occasion to drink down a goblet of the wine which Pryffwyd had served. “Ah yes, your question! It pertained, I believe, to legality. In response, I will say that the trial, while somewhat informal, was conducted by appropriate and practical means.”
“In full accordance with the terms of the Monstrament?”
“Yes, of course. Is that not the proper way? Now then—”
“Why was I not notified and allowed an opportunity for rebuttal?”
“I believe that the subject might well have been discussed,” said Ildefonse. “As I recall, no one wished to disturb you on your holiday, especially since your guilt was generally conceded.”
Rhialto rose to his feet. “Shall we now visit Fader’s Waft?”
Ildefonse raised his hand in a bluff gesture. “Seat yourself, Rhialto! Here comes Pryffwyd with further refreshment; let us drink wine and consider this matter dispassionately; is not that the better way, after all?”
“When I have been vilified, slandered and robbed, by those who had previously shone upon me the sweetest rays of their undying friendship? I had never—”
Ildefonse broke into the flow of Rhialto’s remarks. “Yes, yes; perhaps there were procedural errors…”

Tabella riassuntiva

Ambientazione suggestiva agli ultimi giorni di vita della Terra! Qualità della raccolta molto altalenante.
Avventure scanzonate con protagonisti amorali. Pov onnisciente, poco show, scene scritte di fretta.
Vance è un maestro dei dialoghi! Ambientazione farsesca e storie poco “serie”.

(1) Il sistema vi è familiare? Beh, sappiate che i creatori di D&D si sono ispirati proprio alle Tales of the Dying Earth per creare il loro sistema magico, e in particolare la classe del Mago!Torna su

Scarlet Mage

Un mago di D&D oggi. Il gioco di ruolo si è un po’ intruzzito dai tempi della Scatola Rossa, mh?

(2) Ma non sembrano nemmeno ignorarla del tutto: a un certo punto, in Fader’s Waft, Rhialto somministra a una donna una pillola analgesica.Torna su

I Consigli del Lunedì #14: Bug Jack Barron

Jack Barron e l'eternitàAutore: Norman Spinrad
Titolo italiano: Jack Barron e l’eternità
Genere: Slipstream / Thriller politico / Literary Fiction
Tipo: Romanzo

Anno: 1969
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 370 ca.

Difficoltà in inglese: ***

Off-camera gruff barroom voice over shouts: ‘Bugged?’ And an answering sound-collage as camera holds on the title: students heckling People’s America agitator, amens to hardrock Baptist preacher, mothers crying soldiers griping sour losers outside the two-dollar window.
Barroom voice in cynically hopeful tone: ‘Then go bug Jack Barron!’

Scocciate Jack Barron è uno dei programmi più seguiti d’America. Per un’ora, ogni mercoledì sera in prima serata, il frizzante Jack Barron prende telefonate dal pubblico e ascolta le lamentele della gente, per poi andarle a cantare in diretta ai potenti d’America. E’ potente, Jack Barron: il pubblico la ama, perché sta dalla loro parte; politici e industriali lo temono, perché nel giro di una puntata è in grado di rovinare la loro reputazione e compromettere la loro carriera. Quello che non sanno, è che Barron è un venduto, un corrotto, che contratta con i pezzi grossi per non sputtanarli, o per danneggiare degli avversari – insomma, il programma è truccato.
Ma la vita di Jack Barron è destinata a cambiare, il giorno in cui si mette sulla strada di Benedict Howards – uno degli uomini più potenti d’America, proprietario di una compagnia di criogenizzazione che studia un sistema per donare agli uomini la vita eterna. Ora Howards vuole far passare al Congresso una legge che gli dia il monopolio sulla criogenia, ma ha parecchi scheletri nell’armadio, e non ha nessuna intenzione di permettere che Barron gli rovini la festa. E Barron sarà costretto a decidere, se dannare definitivamente la sua anima accettando le folli proposte di Howards, o ritrovare l’onore perduto…

Alla sua uscita alla fine degli anni Sessanta, Bug Jack Barron fu etichettato come esempio rappresentativo della fantascienza New Wave. In realtà, gli elementi fantascientifici del romanzo – la criogenizzazione e il trattamento per l’immortalità – sono soltanto un pretesto per mettere in piedi un romanzo che parla d’altro: di politica, di corruzione, del potere della televisione, di intrighi. Un romanzo sociale con quella spruzzata punk da “anni della contestazione”.
Spinrad è già stato ospite di questo blog, quando ho parlato di quel libro singolare che è The Iron Dream – un romanzo interessante, benché pieno di difetti. Come vedremo, questo è anche il caso di Bug Jack Barron.

Putin's kiss

La politica è una cosa sporca.

Uno sguardo approfondito
Per capire il modo in cui è scritto Bug Jack Barron, immaginiamo un triangolo.  A uno dei vertici abbiamo lo stile trasparente; al secondo vertice, uno stream of consciousness logorroico in stile James-Joyce-dei-poveri-ma-quanto-sono-literary; al terzo vertice, una parlata slang che mi ha fatto pensare a GTA. Ecco: per tutto il romanzo, la prosa di Spinrad oscilla ora verso l’uno, ora verso l’altro di questi vertici, secondo l’estro del momento.
Se l’elemento slang è carino e non inappropriato, le derive literary sono semplicemente atroci. Quando un personaggio comincia a monologare, a riflettere su sé stesso e sulla sua vita, potete star certi che Spinrad ci infilerà pagine e pagine di nauseante e spocchioso flusso di coscienza 1. Flussi non soltanto difficili da seguire – perché hanno una punteggiatura e una sintassi ridotta al minimo – ma che dicono poco, perché si riducono a ripetere fino alla nausea (magari con costruzione differente) sempre gli stessi pochi concetti, le stesse poche immagini; come Howard, che è ossessionato dal cerchio della morte che si stringe attorno a lui, e continua a ripetere questa immagine ogni volta che entriamo in uno dei suoi monologhi. E non si può dire nemmeno che questi flussi caratterizzino meglio i personaggi, dato che spesso vediamo espressioni idiomatiche o immagini che credevamo tipiche di un personaggio passare nel monologo di un altro. Con poche differenze, quindi (per esempio, quelli di Howard sono più sconnessi e ossessivi di quelli degli altri), questi monologhi sono pure tutti uguali!

La regola aurea della narrativa di genere è: tutto ciò che non porta avanti la trama è inutile; elimina i dettagli inutili, evita i punti morti, perché altrimenti perderai l’attenzione del lettore. I monologhi di Bug Jack Barron commettono proprio questo errore, perché allungano il brodo, affaticando e annoiando a morte il lettore, senza aggiungere informazioni rilevanti.
Le cose peggiorano ulteriormente quando questa logorrea di Spinrad filtra nelle scene d’azione. A un certo punto della storia, muore un personaggio importante. La cosa, di per sé, colpirebbe il lettore. Senonché, Spinrad dilata la scena a dismisura, concentrandosi su ogni minima variazione nei pensieri del personaggio. Il risultato è che il lettore intuisce che il personaggio morirà pagine e pagine prima che ciò avvenga realmente, sicché alla sorpresa subentra la prevedibilità e quindi la noia (“Sì, ma quand’è che muore?”). La stessa morte del personaggio in questione, praticamente è girata al ralenti2. Risultato? Scena potenzialmente ottima, carica di pathos ed emozioni, completamente annacquata e resa insulsa da una scrittura clueless.

Triangolo stilistico

Ciao, sono lo stile di Spinrad!

Molto meglio le parti in slang, che a volte filtrano nei pensieri dei personaggi ma caratterizzano soprattutto i dialoghi del libro e le parti più concitate. Troviamo parole tagliate o storpiate (“nig” o “nigga” al posto di “nigger”), lingue mescolate (“get him on the line muy pronto“), turpiloquio (da “I don’t give a shit of you” in poi), verbi piegati a nuovi utilizzi (“I can always kamikaze you”), neologismi (“cats” inteso per “pezzi grossi” o “persone dell’ambiente”) e via dicendo. Questo stile non solo dà molto carattere ai dialoghi, ma soprattutto dà ritmo; le battute suonano più veloci, più vivaci, più piacevoli da leggere.
Questa parlata è una delle ragioni per cui vale la pena leggere il romanzo, ed è per questo che sconsiglio di leggere Bug Jack Barron in traduzione. Quella Urania che ho potuto vedere se la cava eliminando una buona metà delle espressioni slang e cercando di riprodurre in italiano (annacquandola) l’altra metà. I risultati sono piuttosto insulsi, ma la colpa non è soltanto dei sottopagati traduttori dell’Urania. L’italiano non ha il ritmo né la struttura compositiva dell’inglese, e non riesco a immaginare una traduzione capace di restituire la stessa “freschezza” dei dialoghi originali.

In realtà, neanche la componente slang è immune dal difetto di pigro appiattimento che abbiamo visto per lo stream of consciousness. In teoria, le parlate slang dovrebbero servire a differenziare una voce dall’altra, a dare un timbro particolare ad ogni personaggio. E fino a un certo punto ci riesce: i negri campagnoli che si collegano telefonicamente alla trasmissione di Barron parlano in modo diverso dal modo in cui parla il protagonista; i primi hanno un modo di parlare semplicemente rozzo, il secondo ha una lingua tagliente, inventa giochi di parole e neologismi. Ma spesso vediamo espressioni e costrutti che passano con nonchalance da un personaggio all’altro.
Un esempio: ad un certo punto, Howard definisce Barron un “baby-bolscevico”. La parola trasmette un’immagine denigratoria di Barron, colpevole non soltanto di essere uno sporco komunista, ma peggio, di essere un bambino, un bambino che gioca a fare il komunista. Fin qui, tutto okay: l’espressione in bocca a Howard ci sta molto bene. Ma poi vediamo che anche Barron pensa a sé stesso come un “baby-bolshevik”; e più avanti persino Sara, la donna che lo ama, userà questa espressione! Ecco quindi che il termine, invece che dare un timbro particolare ad uno dei personaggi, si spalma uniformemente su tutti, diventando inutile.

Obama nigga

Come ci insegna GTA, tutti i neri parlano così.

Nonostante questo, i personaggi principali riescono a ritagliarsi una loro individualità. Abbiamo il protagonista, uno stronzetto arrogante che sa fare il suo lavoro, ha una parolina cinica per tutti ed è disposto ad ammettere a sé stesso quanto ami essere pieno di soldi e donne che gliela danno; e che però, al contempo, è roso dal rimorso per essersi venduto e aver rinunciato agli ardori rivoluzionari giovanili. Benedict Howards è un vecchio cinico e aggressivo oltre ogni immaginazione, efficacemente paragonato a una lucertola, dalla faccia di pietra, gli occhi da matto e un’aura gelida che lo circonda, ossessionato dal desiderio di vivere per sempre; Sara Westerfeld, l’ex fiamma di Barron, che l’ha mollato dopo aver scoperto che si era venduto ma ancora segretamente innamorata di lui, gioca a fare l’attivista ma è una donna debole e un po’ nevrotica, bisognosa di un uomo forte e virilissimo che la protegga dal mondo; Lukas Greene, amico di Barron ai tempi del college, è un negro che vuole farsi largo nel mondo della politica nonostante il suo handicap razziale, ed è arrivato alla poltrona di Governatore ricorrendo ad ogni mezzo più o meno lecito.
Questi sono i quattro personaggi che si spartiscono il pov nel corso del romanzo. Le transizioni dall’uno all’altro non sono mai confusionarie, ma sono sempre segnate da un cambio di capitolo o di paragrafo. E il pov non regredisce mai a un narratore onnisciente, ma sta sempre ancorato ai pensieri del personaggio-pov del momento; di qui la plausibilità delle contaminazioni slang e stream of consciousness. Almeno da questo punto di vista, Spinrad ha fatto un buon lavoro.

Le scene ambientate durante la trasmissione sono le migliori. In video, Barron utilizza una parlantina sciolta che è quasi ipnotica. Fa filtrare le chiamate del pubblico dal suo assistente Vince Gelardi, e accetta solo quelle che gli sembrano particolarmente drammatiche o che sono in linea con il bersaglio che ha deciso di colpire quella sera. E sa gestire i tempi televisivi in modo impeccabile: calcola quanto manca al prossimo spot pubblicitario per assicurarsi di dire la battuta più ad effetto, il momento topico del discorso, subito prima del break; riesce a calcolare in tempo reale la scaletta del programma in modo da non lasciare punti morti nella serata; sa come pilotare un’intervista e come far dire ai politici in collegamento telefonico quello che vuole che loro dicano; e lanciando segnali a Gelardi, è in grado di accentuare l’effetto retorico delle sue parole con alcuni trucchetti di regia.
Barron dà effettivamente l’idea di essere bravo e di conoscere molto bene il mezzo televisivo, non rinunciando a neanche uno dei suoi trucchi. E bisogna plaudere a Spinrad per aver capito nella pratica come funziona una trasmissione televisiva di questo genere, e quale potere può dare al conduttore. Di conseguenza, queste scene sono appassionanti, spesso delle vere battaglie verbali che non hanno nulla da invidiare, per strategia e foga, a battaglie corpo a corpo. La puntata di Bug Jack Barron che chiude il libro (ottenendo così una chiusura ad anello molto elegante, dato che il romanzo comincia con una puntata) è estremamente avvincente; per contro, il finale vero e proprio è scialbo e poco in linea con il cinismo generale del libro.

Harry Potter battaglia rap

Anche le battaglie rap possono essere molto avvincenti.

Gli scontri verbali, le battaglie diplomatiche, la gara a chi fotte prima l’avversario, sono la vera anima del romanzo; i momenti più piacevoli da leggere, e quelli che danno un senso all’intera lettura. E sono gestiti con molta intelligenza – anche se talvolta ho avuto l’impressione che alcuni confronti girassero un po’ a vuoto.
Per contro, come già accennavo in apertura d’articolo, la trovata fantascientifica è puerile. Il segreto dietro il trattamento per l’immortalità, che costituisce una delle chiavi di volta della trama, è privo di qualsiasi base scientifica, e sembra architettato apposta per suscitare sdegno morale e conflitto nel lettore (e nel protagonista). Insomma, è una trovata pretestuosa e un po’ retorica; e del resto, è palese che a Spinrad della scientificità non fotte una sega.
Di conseguenza, chi cerchi un buon libro di fantascienza dovrebbe tenersi alla larga da questo romanzo. Bug Jack Barron è un thriller sulla politica e sui media, che fa un buon lavoro finché rimane in questo campo e diventa più improbabile mano a mano che se ne allontana. Nonostante le diverse falle, dovute in gran parte alla scarsa cura per lo stile tipica di Spinrad, Bug Jack Barron rimane un libro dalla forte personalità, un romanzo che non assomiglia a nessun altro nel panorama della narrativa di genere. Se l’argomento vi stuzzica, vale la pena di leggerlo.

The Barry Williams Show
Lo show di Jack Barron mi ha fatto venire in mente un altro show, quello di una canzone di Peter Gabriel. Dovevo avere 12 o 13 anni quando hanno dato la canzone su MTV (che allora guardavo), e ricordo che a quell’epoca il video mi aveva molto impressionato.

Lo show di Barry Williams è diverso da quello di Jack Barron; non è una trasmissione giustizialista, ma attinge al genere della tv del dolore. Questi due tipi di spettacolo hanno però una cosa in comune: fungere da valvola di sfogo per lo spettatore medio-basso. In un caso scaricano le tensioni della giornata guardando un potente che viene preso a calci in faccia e umiliato, nell’altro freaks e casi umani che si accapigliano o sciorinano un melodramma, ma lo scopo finale è lo stesso. Barry Williams e Jack Barron potrebbero anche essere la stessa persona.

Dove si trova?
In lingua originale, Bug Jack Barron si può trovare di sicuro su Bookfinder (solo txt), Library Genesis (txt, pdf, epub) e su mIRC. Fatto curioso, su Internet è quasi più facile trovare il libro in francese che non in inglese (ma si sa: questi francesi ci vanno a nozze con la denunzia sociale!).
Su Emule si può trovare senza problemi l’edizione italiana Urania, anche se, come ho già detto, leggere questo romanzo in traduzione toglie la metà del gusto…

Chi devo ringraziare?
Devo aver letto da qualche parte che Bug Jack Barron è uno dei libri preferiti di Francesco Dimitri (sì, quello del buon Pan e dell’orrido Alice nel paese della fuffosità). Forse l’ho letto proprio sul suo blog, ma non sono riuscito a ritrovare il post o il commento dove l’ha detto, quindi il mistero permane.

Qualche estratto
Per correttezza, ho deciso di inserire un estratto bello e un estratto brutto. Il primo è tratto dalla trasmissione di Jack Barron; il secondo, è il primo degli interminabili, osceni e probabilmente blasfemi monologhi di Howards (dove tra l’altro si esprime come un supercattivo dei cartoni animati):

1.
“Okay, Mr Johnson (you silly fucker you),” Jack Barron said. “We’re back on the air. You’re plugged into me, plugged into the whole United States and all hundred million of us, plugged right into a direct vidphone line to the headquarters of the Foundation for Human Immortality, the Rocky Mountain Freezer Complex outside Boulder, Colorado. We’re gonna find out whether the Foundation’s pushing postmortem segregation, right here right now no time-delay live from the man himself, the President and Chairman of the Board of the Foundation for Human Immortality, the Barnum of the Bodysnatchers, your friend and mine, Mr Benedict Howards.”
Barron made the connection on his number two vidphone, saw the hard-looking (like to get into that) secretary chick’s image appear under him (ideal position) in lower right on the monitor, gave her a dangerous pussycat (claws behind velvet) smile and said, “This is Jack Barron calling Mr Benedict Howards. A hundred million Americans are digging that gorgeous face of yours right now, baby, but what they really want to see is Bennie Howards. So let’s have the bossman.” Barron shrugged, grinned.
“Sorry about that. But don’t worry, baby, you can leave your very own private phone number with my boy Vince Gelardi.” (Who knows?)
The secretary stared through the smile like a lemur, her telephone-operator voice said, “Mr Howards is in his private plane flying to Canada for a hunting and fishing vacation and cannot be reached. May I connect you with our Financial Director, Mr De Silva. Or our — ”
“This is Jack Barron calling Benedict Howards,” Barron interrupted (what goes here?). “Of Bug Jack Barron. You do own a television set, don’t you? I have on the line a Mr Rufus W. Johnson who’s mighty bugged at the Foundation, and I’m bugged, and so are a hundred million Americans, and we all want to talk to Bennie Howards, not some flunky. So I suggest you move that pretty thing of yours and get him on the line muy pronto, or I’ll just have to bat the breeze about Mr Johnson’s public charge that the Foundation refuses to freeze Negroes with some cats who see things a little differently from the way the Foundation sees ‘em, dig?”

«Bene, signor Johnson (pezzo di imbecille)», disse Jack Barron. «Siamo di nuovo in onda. Lei è collegato con me, collegato con tutti gli Stati Uniti e siamo in cento milioni, collegati in linea diretta con il vidifono del quartier generale della Fondazione per l’Immortalità Umana, il Complesso delle Montagne Rocciose alla periferia di Boulder, Colorado. Adesso scopriremo perché la Fondazione spinge la segregazione razziale anche dopo la morte, proprio adesso, in diretta e senza indugio, e lo sapremo personalmente dal Presidente del Consiglio di Amministrazione della Fondazione per l’Immortalità Umana, il Grande Barnum degli Ibernatori, il suo e mio amico Benedict Howards».
Barron stabili il contatto sul suo vidifono numero due, vide la segretaria dall’aspetto duro (mi piacerebbe controllare personalmente se poi lo è dovvero) nell’angolo inferiore destro del monitor, le rivolse un pericoloso sorriso felino (con-gli-artigli-nella-zampa-di-velluto) e disse: «Qui è Jack Barron che chiama il signor Benedict Howards. Cento milioni di americani stanno vedendo in questo momento il suo bel faccino, ragazza mia, ma in verità ci tengono di più a vedere Bennie Howards. Perciò ci passi il grande capo». Barron alzò le spalle e sogghignò. «Mi dispiace moltissimo. Ma non si preoccupi, bella pupa, può lasciare il suo numero personale di telefono al mio scagnozzo, Vince Gelardi» (Non si sa mai).
La segretaria guardò il suo sorriso come uno spettro, e la sua voce da centralinista telefonica disse: «Il signor Howards è a bordo del suo aereo privato ed è diretto in Canada per andare a caccia ed è impossibile mettersi in contatto con lui. Posso farla parlare con il nostro Direttore Finanziario, il signor De Silva. Oppure con il nostro…».
«Qui è Jack Barron che chiama Benedict Howards,» interruppe Barron (che cosa succede?) «Di Scocciate Jack Barron. Lei avrà pure un televisore, no? Ho in linea un certo signor Rufus W. Johnson, che è scocciato parecchio con la Fondazione, e sono scocciato anch’io e sono scocciati cento milioni di americani, e tatti quanti vogliamo parlare con Bennie Howards, non con un uomo di paglia. Perciò le consiglio di sbrigarsi e di passarmelo su questa linea muy pronto, o dovrò proprio credere che l’accusa del signor Johnson, secondo la quale la Fondazione si rifiuta di ibernare i negri è fondata, chiaro?».

2.
Forever? Howards thought. Really, this time I could smell it on the doctors’ sweat, see it in their fat little bonus smiles. The bastards think they’ve done it this time. Though they’d done it before. But this time I can taste it, I can feel it; I hurt in the right places.
Forever… Push it back forever, Howards thought. Fading black circle of light, big-eyed night nurses, daytime bitch with her plastic professional cheeriness back in the other sheets in the other hospital in the other year tube, wormlike, up his nose down his throat, in his guts, membranes clinging and sticking to polyethylene like a slug on a rock, with each shallow breath an effort not to choke, not to reach up with whatever left rip-gagging tube from nose-throat rip blood-drip needle from left arm, glucose solution from right; die clean like a man, clean like boyhood Panhandle plains, clear-cut knife-edge between life and death, not this pissing away of life juices in plastic, in glass, in tubes and retches enemas catheters needles nurses faded faggot vases of flowers…
But the circle of black light contracting, son of a bitch, no fading black circle of light snuffs out Benedict Howards! Buy the bastard, bluff him, con him, kill him! No dumb-ass wheel flipping to goddam Limey limousine gives lip to Benedict Howards. Hate the bastard, fight him, burn him out, buy him, bluff him, con him, kill him, open up the circle of black light… wider, wider. Hate tubes hate nurses hate needles sheets flowers. Show ‘em! Show ‘em all they don’t kill Benedict Howards.
“No one kills Benedict Howards!” Howards found himself mouthing the words, the breeze now cold, warm weakness now gone, fight reflexes pounding his arteries, light cold sweat on his cheeks.

Per sempre? pensò Howards. Veramente, questa volta lo posso fiutare nel sudore dei medici, lo posso vedere nei loro sorrisi soddisfatti. Quei bastardi sono convinti di avercela fatta, questa volta. Anche prima credevano di avercela fatta. Ma questa volta posso sentirne il sapore, posso provarne la sensazione fisica: fa male nei punti giusti.
Per sempre… L’hai ricacciato indietro per sempre, pensò Howards. Cerchio di luce nera che sbiadisce, infermierine dai grandi occhi del turno di notte, infermiere del turno di giorno, quelle puttane, con quella fasulla gaiezza professionale, altre lenzuola nell’altro ospedale l’altro anno, e un tubo come un verme su dentro al suo naso giù per la sua gola, dentro alle sue viscere, membrane appiccicose attaccate al polietilene come una lumaca su di un sasso, ed ogni respiro poco profondo uno sforzo per non soffocare, per non muovere quello che è rimasto e strappare via quel tubo soffocante da naso e gola, strappare l’ago della trasfusione di sangue dal braccio sinistro, l’ago della fleboclisi al glucosio dal braccio destro; morire in modo pulito, come un uomo, pulito come nell’infanzia, con un confine netto come un taglio di coltello fra la vita e la morte, non questo pisciar via dei fluidi vitali nella plastica nel vetro nei tubi e vomiti enemi cateteri aghi infermiere maledetti vasi di fiori…
Ma il cerchio della luce nera si contrae, figlio di puttana, nessun cerchio di luce nera spegne Benedict Howards! Compra quel bastardo, imbroglialo, truffalo, distruggilo! Nessun cretino fottuto sceso da una maledetta berlina di gran lusso può dare ordini a Benedict Howards! Odia quel bastardo, combattilo, brucialo, compralo, imbroglialo, truffalo, distruggilo, spezza il cerchio della luce nera… più ampio, più ampio. Odia i tubi odia le infermiere odia gli aghi le lenzuola i fiori. Fallo vedere a tutti! Fallo vedere a tutti quanti che non possono uccidere Benedict Howards.
« Nessuno può uccidere Benedict Howards! » Howards si rese conto che stava aprendo la bocca per foggiare quelle parole, e la brezza adesso era fredda, la tiepida debolezza era scomparsa, i riflessi da combattente battevano nelle sue arterie e sulle sue guance c’era un leggero sudore gelido.

Tabella riassuntiva

Una storia piena di intrighi e battaglie dialettiche. Monologhi da brutta literary fiction.
La trasmissione di Jack Barron è una figata! Gli elementi fantascientifici sono pretestuosi.
Lo slang è divertente e dà carattere alla storia. I personaggi tendono a parlare tutti nello stesso modo.

(1) Peraltro, io sono contrario in generale all’uso dei flussi di coscienza. Per due motivi:
a. Il presupposto dello stream of consciousness è l’idea di riprodurre il flusso disordinato dei pensieri umani, che procede per associazione di idee piuttosto che secondo logica. Ma questo è impossibile. Il pensiero umano si muove su più piani contemporaneamente, percorrendo più di una linea di ragionamento alla volta, e mischiando tra loro parole, immagini, suoni, odori, scene. Uno stream of consciousness non potrà mai riprodurre in modo fedele il modo in cui pensiamo, è solo un altro artificio; allora, artificio per artificio, è molto più gradevole e onesto inserire i pensieri nella forma del normalissimo discorso diretto.
b. I nostri pensieri sono, per la maggior parte del tempo, triviali e insulsi. Frugare nella nostra testa con uno stream of consciousness non è molto diverso dallo scrivere una scena in cui il personaggio si sveglia, va in bagno, si lava, si fa la barba, torna in camera, apre l’armadio, sceglie i vestiti, si veste, va in cucina, prende il latte dal frigo e se lo versa in una tazza… Cioè, chissenefrega, no?
La sola eccezione che ammetto è quando il personaggio è allucinato/folle/in preda al panico, e si vuole trasmettere al lettore quel medesimo senso di smarrimento e di pensieri sconnessi. In questo caso, un uso moderato del flusso di coscienza può avere senso.Torna su

(2) Questo mi ha ricordato una scena dell’atroce jrpg Eternal Sonata. Credo che questa scena sia il capolavoro mondiale del ridicolo involontario: godetevela.

Ecco; Spinrad non raggiunge questi eccessi, ma l’impressione sgradevole rimane.Torna su

I Consigli del Lunedì #13: The Death of Grass

Morte dell'erbaAutore: John Cristopher (pseudonimo di Samuel Youd)
Titolo italiano: Morte dell’erba
Genere: Science Fiction / Apocalyptic SF / Social SF / Horror
Tipo: Romanzo

Anno: 1959
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 230 ca.
Difficoltà in inglese: **

La Cina è in pericolo. In tutto il subcontinente si sta diffondendo un virus, ribattezzato Chung Li, che infetta e distrugge le piantagioni di riso, lasciando al loro posto la nuda terra. La gente comincia a morire di fame, rivolte scoppiano in tutta la nazione, la Cina sembra condannata a precipitare nella barbarie. Il vecchio Occidente guarda con compassione il tracollo dell’Estremo Oriente, ma anche con una certa tranquillità: da loro, una cosa del genere non potrebbe mai accadere. Ma che succede, quando una mutazione dello stesso virus, capace di distruggere l’erba in ogni sua forma – il mais, l’orzo, la segale, il miglio, il sorgo, il grano – comincia a diffondersi in tutto il mondo?
E’ con questa situazione che si trovano a dover fare i conti i due fratelli Custance: John, colto e brillante ingegnere londinese, e David, che ha ereditato dal nonno la fattoria nella remota vallata di Blind Gill e si è convertito alla vita di campagna. E quando le cose precipitano anche nella civile Inghilterra, quando diventa chiaro che non ci si può più fidare del governo e delle notizie che danno alla radio, ma solo delle proprie risorse, John capisce che l’unica speranza di salvezza sta nel raggiungere il più presto possibile la valle del fratello. Ad accompagnarlo, la sofisticata ma fragile moglie Ann, i due figli, il cinico amico di famiglia Roger (con moglie al seguito) e il gelido cecchino Pirrie. Ma il viaggio attraverso l’Inghilterra apocalittica è destinato a cambiare per sempre lui e tutti quelli che li accompagnano…

Oggi propongo ai miei lettori un romanzo diverso dai soliti che passano su Tapirullanza. Invece dei lampi di creatività delle ultime settimane, il libro di oggi è crudo, conciso, funzionale.
The Death of Grass è speculative fiction nella sua accezione più “pura”: un what if in cui il mondo è esattamente il nostro (o meglio, com’era ai tempi in cui è stato scritto il romanzo, gli anni ’50), ma con una variabile cambiata. Che succederebbe se nascesse un virus che distrugge ogni tipo di erba e si diffonde rapidamente? Come reagirebbero i governi e l’opinione pubblica? Con che tempistica e con quali contromisure? Quali trasformazioni sulla società? Chi si salverebbe, e chi sarebbe lasciato indietro?

Dr. House vairus

Lui l’aveva capito subito.

Uno sguardo approfondito
Il libro non parte nel migliore dei modi, con un prologo che definire orrendo sarebbe un complimento. Ambientato molti anni prima l’inizio della vicenda vera e propria, ci mostra John e David bambini durante una visita a Blind Gill assieme alla madre. C’è di tutto: infodump a manetta, peraltro in gran parte su elementi di nessuna importanza per la trama (la storia del ramo materno della famiglia Custance), pov balengo (con un onnisciente che a seconda del momento si avvicina a uno dei personaggi per poi riallontanarsi), totale mancanza di hook per il lettore (che non soltanto si annoia, ma non capisce quale sia il punto del libro). Nella vicenda principale – ossia il virus Chung Li e le sue conseguenze – verremo introdotti solo a partire dal capitolo uno, e in modo molto graduale.
Ora, posso capire che il prologo inserisca elementi molto importanti nell’economia della trama, ossia Blind Gill, i due protagonisti e il loro rapporto con la summenzionata valle. Ma c’erano un’infinità di modi più eleganti, meno noiosi e meno clueless di farlo, come partire con il primo capitolo (peraltro ancora ambientato a Blind Gill, ma coi protagonisti adulti), e far loro rievocare quel momento della loro infanzia intanto che viene introdotto nella storia l’argomento “Chung Li”.

Andando avanti, il libro migliora e la storia si fa più interessante, ma ho voluto da subito chiarire un punto: Cristopher non è un virtuoso della penna, anzi. Lo stile è quello grezzo e funzionale, molto raccontato, di molta fantascienza priva di pretese stilistiche degli anni ’40-’50. Con l’eccezione di Blind Gill, il cui carattere di conca chiusa su tre lati da montagne e dal fiume le dà un certo fascino da fortezza inespugnabile, gli ambienti in cui i personaggi si muovono sono scialbi e anonimi.
Anche la descrizione dei personaggi è minimale e statica. Molti di essi risultano per il lettore dei nomi volanti o poco più; solo a poco a poco (e solo per alcuni di loro), gli eventi della storia ne mettono a nudo caratteristiche che li rendono riconoscibili. L’effetto a volte è straniante. Prendiamo Millicent, la giovane mogliettina di Pirrie: quando ci viene presentata, è una tizia del tutto anonima. Per diversi capitoli, il suo ruolo è di fare tappezzeria. All’improvviso, scopriamo che Millicent è una sexy seduttrice con un brutto rapporto col marito; e il lettore deve completamente ridisegnare l’immagine mentale che si era fatto del personaggio. E’ come se solo in questo momento, l’autore l’abbia messa a fuoco – come se fino ad adesso si fosse dimenticata di lei. Spesso Christopher dà l’impressione che, pur avendo un’idea chiara del canovaccio e degli avvenimenti principali della storia, improvvisi molte situazioni minori; e che quindi, per esempio, Millicent non sia sempre stata una gatta morta professionista, ma si “trasformi” in essa secondo l’estro del momento dell’autore. Anche altre scene, molto importanti per l’evoluzione dei personaggi – come il rapimento di Ann e dei figli – sembrano improvvisate, rabberciate. Un bravo scrittore, invece, prepara in anticipo tutti i successivi sviluppi di trama, in modo che anche i colpi di scena, visti col senno di poi, vengano percepiti dal lettore come naturali.

Marijuana addio

Dimenticatevi anche questa.

Non che la scrittura di John Cristopher sia del tutto priva di pregi. A parte il prologo e occasionali sbandamenti, il pov è sempre mantenuto nelle vicinanze di John. Questa scelta, soprattutto nei capitoli post-apocalittici del romanzo, dà alla storia una bella sfumatura da survival horror, perché assistiamo allo sfacelo della civiltà attorno al protagonista ma non sappiamo cosa stia esattamente succedendo aldilà di ciò di cui fa esperienza diretta.
Ancora: mentre il background londinese di John e della sua cerchia di intimi ci è fornita con infodump del narratore abbastanza indigesti, il progresso del virus Chung Li è spesso descritto attraverso i dialoghi dei personaggi. In questo modo le informazioni risultano meno astratte, e colorite del timbro e delle preoccupazioni dei protagonisti. Inoltre Christopher riesce ad aggirare la trappola dell’As you know, Bob, inserendo sempre, in questi dialoghi, almeno un personaggio all’oscuro della vicenda e che verosimilmente ne viene informato.
Alcuni personaggi, poi, sono riusciti ottimamente e rimangono memorabili, come Pirrie 1.

Aldilà dei limiti e delle brutture tecniche, la cosa che salta all’occhio della prosa di The Death of Grass è la sua estrema funzionalità. Prologo svagato a parte, Cristopher rinuncia a tutti i fronzoli e a tutte le divagazioni. Ogni avvenimento muove la trama, ogni dettaglio è utile – non c’è nulla di superfluo, anzi al contrario, talvolta sembra che lo scrittore vada anche troppo di fretta. The Death of Grass è strutturato come un romanzo a tesi; ossia, un romanzo che vuole dimostrare qualcosa, in cui la conclusione rappresenta la tesi dimostrata, e lo svolgimento i passaggi intermedi dell’argomentazione. Tutto ciò che esula da questo “procedimento dimostrativo”, è tagliato fuori dalla storia.
E’ poi curioso notare come questa stessa prosa scialba, che sembra semplicemente trascurata nella prima parte della storia, sia in grado di dare al romanzo un taglio crudo e cinico quanto più si va avanti. Cristopher racconta nello stesso modo di John che va al lavoro, e di John che pochi giorni dopo ammazza degli innocenti per rubargli il cibo, ed è questo ad inquietare il lettore. Alcune scene – come il finale – con la loro secchezza e rapidità, sono indimenticabili.

Terra brulla

Un prato all’inglese dopo il passaggio di Chung Li.

Soprattutto, Cristopher dà prova di grande lucidità e intelligenza nell’affrontare l’argomento del suo libro, ossia fin dove può spingersi – e quanto rapidamente – un uomo precipitato in condizioni di estrema necessità. Si tratta di un argomento che molto facilmente poteva sfociare in retorica moralista, ma Cristopher riesce a mantenere un taglio freddo e distaccato, quasi scientifico. Con grande intelligenza sono trattati anche tutte le questioni correlate, come la lentezza dei governi nel prendere misure impopolari; che tipo di organizzazioni umane possono nascere dalle ceneri di uno Stato moderno, e secondo che criteri si organizzeranno; su quali alimenti potrà fare affidamento l’uomo in mancanza delle graminacee; che rapporto ci sia tra i valori di un gruppo umano e le condizioni ambientali in cui si trova a vivere.
La trasformazione psicologica ed etica dei personaggi nel corso della storia è meno spettacolare ed esagerata rispetto a quanto accade, per esempio, in High Rise di Ballard; le loro azioni sono meno eclatanti e rimangono più razionali, anche nella loro crudezza. Tuttavia, proprio per questo motivo, sono anche più credibili. Ti viene da pensare che davvero, in una situazione del genere, anche tu potresti diventare come uno di loro. E questo, senza il bisogno degli infiniti e ripetitivi pipponi psicologici alla King 2.
Certo: anche in The Death of Grass, non tutti gli sviluppi psicologici sono del tutto convincenti, e alcuni passaggi sono decisamente troppo bruschi, come la trasformazione di John da normale padre di famiglia a “capoclan”. Ma prevale la sensazione di trovarsi in uno scenario verosimile, che non sta a più di un passo di distanza dal mondo reale. Anche nelle premesse apocalittiche: non si tratta di un’apocalisse zombie, né di un olocausto nucleare (anche se le atomiche avranno un ruolo nella storia), né di un cataclisma alla Emmerich, o altre amenità fantascientifiche. La premessa è la “banale” scomparsa di uno degli elementi fondamentali della nostra alimentazione e del nostro sistema produttivo. In The Death of Grass c’è così poco “fantastico”, che sembra quasi un Mainstream.

In conclusione: John Cristopher controbilancia uno stile grezzo e spesso insipido con una storia veloce, raccontata con onestà e che va dritta al punto, e soprattutto, con una capacità di penetrazione della psicologia umana e della società moderna che non si vede tutti i giorni.
The Death of Grass è un romanzo che vale la pena leggere, che piaccia o meno la fantascienza. E poi, è piaciuto pure a quell’incolto di Dago!

Bear Grylls

Lui saprebbe cosa fare.

Dove si trova?
Fino a una settimana fa avrei detto che il romanzo in lingua originale si poteva scaricare da library.nu. Ora posso comunque dire che il libro si trova su Bookfinder, su Library Genesis (torrent) e su mIRC; non c’è, invece, su FreeBookSpot.
Su Emule si trovano versioni italiane in pdf, rtf, doc e epub.

Chi devo ringraziare?
Ho scoperto l’esistenza di John Cristopher e del suo romanzo grazie al Duca, che l’ha nominato accanto a Leibowitz nei commenti a questo post come esempio di “romanzi di idee che sono anche scritti bene” (commento #23). Al #27 fa anche un paragone con Leibowitz, mentre al #26 parla di un altro romanzo di Cristopher, Una ruga sulla terra. Quest’ultimo mi sembra inferiore sotto ogni punto di vista a Morte dell’erba e quindi dubito che lo leggerò.

Qualche estratto
Il primo estratto è preso dal primo capitolo, ed è un brano della conversazione tra John, Ann e David a proposito della crisi in Cina e della natura del virus Chung Li – non solo fornisce molte informazioni importanti in modo piacevole e colorato, ma al contempo ci dà un’istantanea del tono compassionevole ma distaccato del benestante beneducato quando parla delle disgrazie altrui. E’ un po’ lungo, ma vale la pena di leggerlo.
Il secondo estratto, più avanti nel libro, mostra invece la pianificazione dell’uccisione di guardie che bloccano la strada; e si capisce che le cose sono già cambiate…

1.
‘This peaceful land,’ Ann said. ‘You are lucky, David. […] There’s such a richness everywhere. Look at all this, and then think of the poor wretched Chinese.’
‘What’s the latest? Did you hear the news before you came out?’
‘The Americans are sending more grain ships.’
‘Anything from Peking?’
‘Nothing official. It’s supposed to be in flames. And at Hong Kong they’ve had to repel attacks across the frontier.’
‘A genteel way of putting it,’ John said grimly. ‘Did you ever see those old pictures of the rabbit plagues in Australia? Wire-netting fences ten feet high, and rabbits — hundreds, thousands of rabbits — piled up against them, leap-frogging over each other until in the end either they scaled the fences or the fences went down under their weight. That’s Hong Kong right now, except that it’s not rabbits piled against the fence but human beings.’
‘Do you think it’s as bad as that?’ David asked.
‘Worse, if anything. The rabbits only advanced under the blind instinct of hunger. Men are intelligent, and because they’re intelligent you have to take sterner measures to stop them. I suppose they’ve got plenty of ammunition for their guns, but it’s certain they won’t have enough.’
‘You think Hong Kong will fall?’
‘I’m sure it will. The pressure will build up until it has to. They may machine-gun them from the air first, and dive-bomb them and drop napalm on them, but for every one they kill there will be a hundred trekking in from the interior to replace him.’
‘Napalm!’ Ann said. ‘Oh, no.’
‘What else? It’s that or evacuate, and there aren’t the ships to evacuate the whole of Hong Kong in time.’ David said: ‘But if they took Hong Kong — there can’t be enough food there to give them three square meals, and then they’re back where they started.’
‘Three square meals? Not even one, I shouldn’t think. But what difference does that make? Those people are starving. When you’re in that condition, it’s the next mouthful that you’re willing to commit murder for.’
‘And India?’ David asked. ‘And Burma, and all the rest of Asia?’
‘God knows. At least, they’ve got some warning. It was the Chinese government’s unwillingness to admit they were faced with a problem they couldn’t master that’s got them in the worst of this mess.’
Ann said: ‘How did they possibly imagine they could keep it a secret?’
John shrugged. ‘They had abolished famine by statute — remember? And then, things looked easy at the beginning. They isolated the virus within a month of it hitting the rice-fields. They had it neatly labelled — the Chung-Li virus. All they had to do was to find a way of killing it which didn’t kill the plant. Alternatively, they could breed a virus-resistant strain. And finally, they had no reason to expect the virus would spread so fast.’
‘But when the crop had failed so badly?’
‘They’d built up stocks against famine — give them credit for that. They thought they could last out until the spring crops were cut. And they couldn’t believe they wouldn’t have beaten the virus by then.’
‘The American’s think they’ve got an angle on it.’
‘They may save the rest of the Far East. They’re too late to save China — and that means Hong Kong.’ Ann’s eyes were on the hillside, and the two figures clambering up to the summit.
‘Little children starving,’ she said.
‘Surely there’s something we can do about it?’
‘What?’ John asked. ‘We’re sending food, but it’s a drop in the ocean.’
‘And we can talk and laugh and joke,’ she said, ‘in a land as peaceful and rich as this, while that goes on.’
David said: ‘Not much else we can do, is there, my dear? There were enough people dying in agony every minute before; all this does is multiply it. Death’s the same, whether it’s happening to one or a hundred thousand.’
She said: ‘I suppose it is.’

– Quanta pace, qui – disse Ann. – Sei proprio fortunato, David. […] Qui c’è abbondanza in ogni angolo. Guardati attorno, e pensa ai poveri sventurati cinesi.
– Quali sono le ultime notizie? Hai sentito la radio prima di uscire?
– Gli americani hanno mandato altre navi di grano.
– E da Pechino?
– Nessuna notizia ufficiale. Si crede che sia in fiamme. A Hong Kong hanno dovuto respingere gli attacchi lungo la frontiera.
– Un modo delicato di metterla – disse John cupo. – Avete mai visto quelle vecchie fotografie sulla calamità dei conigli in Australia? C’erano reticolati alti tre metri, e i conigli… centinaia, migliaia di conigli… ammassati contro la rete, che si arrampicano uno sull’altro a salti, finché non riescono a superare la barriera, o la barriera non cede sotto il loro peso. Questa è la situazione di Hong Kong di oggi, tranne per il fatto che non sono i conigli a premere contro la barriera, ma gli esseri umani.
– Pensi che sia veramente una situazione tanto terribile? – domandò David.
– Forse ancora peggiore. I conigli avanzano spinti dal cieco istinto della fame. Gli uomini sono intelligenti, e proprio perché sono intelligenti è necessario prendere misure drastiche per fermarli. Suppongo che abbiano moltissime munizioni per le loro armi, ma sono certo che non basteranno.
– Pensi che Hong Kong cederà?
– Ne sono certo. La pressione aumenterà fino a farla capitolare. Potranno mitragliare i cinesi dall’alto, bombardarli, colpirli con il napalm, ma per ogni cinese caduto, dall’interno ne verranno altri cento a rimpiazzarlo.
– Il napalm! – disse Ann. – No!
– E cos’altro, allora? O questo, o evacuare la città. E non dispongono di navi sufficienti per evacuare tutta Hong Kong.
– Ma anche se prendono Hong Kong – disse David – non troveranno certamente cibo per fare più di tre pasti. E si ritroverebbero al punto di partenza.
– Tre pasti? Forse neanche uno. Ma che importanza ha per gente affamata? In quelle condizioni si è pronti a uccidere anche per un solo boccone.
– E l’India? – domandò David. – E la Birmania? E tutto il resto dell’Asia?
– Dio solo lo sa. Se non altro, sono a conoscenza di cosa sta per succedere. È stata la riluttanza del governo cinese ad ammettere la sua incapacità a gestire la situazione, a cacciarli in quest’incubo senza uscita.
– Come potevano immaginare di mantenere il segreto? – domandò Ann.
John si strinse nelle spalle. – Avevano abolito le carestie per legge, ricordi? Inoltre, all’inizio le cose sembravano mettersi per il meglio. Erano riusciti a isolare il virus dopo meno di un mese dal giorno in cui aveva colpito le risaie. Lo avevano elegantemente etichettato come “virus di Chung-Li”. Si trattava soltanto di trovare il modo di uccidere il virus senza danneggiare le piante. In alternativa, potevano produrre un tipo di riso più resistente. Non potevano prevedere che il virus si sarebbe diffuso con tanta rapidità.
– Però il raccolto era stato scarso.
– Avevano dei depositi per fronteggiare la carestia, questo non bisogna dimenticarlo, e poi pensavano di poter resistere fino alla primavera e al nuovo raccolto. Non immaginavano di non poter debellare il virus entro quel periodo.
– Gli americani pensano di aver trovato il rimedio coi loro aiuti.
– Possono salvare il resto dell’Estremo Oriente. Ma è troppo tardi per salvare la Cina… e Hong Kong.
Ann fissò la collina e le due piccole figure che si arrampicavano verso la cima.
– Ci sono dei bambini affamati laggiù – disse. – Possibile che non si possa fare niente?
– E cosa? – domandò John. – Mandiamo dei viveri, ma sono una goccia nell’oceano.
– Noi – disse la donna – mentre succede tutto questo, ce ne stiamo ancora a parlare, a ridere e divertirci in questa valle incantevole.
– Cos’altro dovremmo fare? – domandò David. – Gente che muore in modo tragico ce n’è sempre stata. Questa è solo una questione di proporzioni. Ma la morte è sempre la stessa, che tocchi una sola persona o centomila.
– Immagino che sia così – disse lei.

Insurrezione

Quando la gente ha fame comincia a comportarsi in modo strano.

2.
Roger had explained his plan to John, and he had approved it. By eleven o’clock the road they were in was deserted; London’s outer suburbs were at rest. But they did not move until midnight. It was a
moonless night, but there was light from the widely spaced lamp standards. The children slept in the rear seats of the cars. Ann sat beside John in the front.
She shivered. ‘Surely there’s another way of getting out?’
He stared ahead into the dim shadowy road. ‘I can’t think of one.’
She looked at him. ‘You aren’t the same person, are you? The idea of quite calmly planning murder… it’s more grotesque than horrible.’
‘Ann,’ he said. ‘Davey is thirty miles away, but he might as well be thirty million if we let ourselves be persuaded into remaining in this trap.’ He nodded his head towards the rear seat, where Mary lay
bundled up. ‘And it isn’t only ourselves.’
‘But the odds are so terribly against you.’
He laughed. ‘Does that affect the morality of it? As a matter of fact, without Pirrie the odds would have been steep. I think they’re quite reasonable now. A Bisley shot was just what we needed.’
‘Must you shoot to kill?’
He began to say: ‘It’s a matter of safety…’ He felt the car creak over; Roger had come up quietly and was leaning on the open window.
‘O.K.?’ Roger asked. ‘We’ve got Olivia and Steve in with Millicent.’
John got out of the car.

Roger aveva spiegato il suo piano a John, e lui l’aveva approvato. Alle undici, la strada dove si trovavano divenne deserta: l’estrema periferia di Londra si era messa a dormire. Rimasero comunque fermi fino a mezzanotte; non c’era luna, ma i lampioni della strada mandavano un discreto chiarore. I ragazzi si addormentarono sui sedili posteriori. Ann si mise a sedere accanto a John.
– Sei sicuro che non ci sia un altro sistema per uscire da Londra? – domandò, con un brivido.
John rimase con lo sguardo fisso davanti a sé.
– Non riesco a trovarne altri.
Ann si girò verso il marito.
– Non sei già più lo stesso, vero? L’idea di pianificare un omicidio con la massima calma… è più grottesca che orribile.
– Ann, Davey è a cinquanta chilometri da qui, ma è come se fosse a cinquanta milioni di chilometri, se ci convinciamo a dover restare in questa trappola. – Fece un cenno per indicare Mary addormentata. – E non si tratta soltanto di noi.
– Ma tutte le probabilità sono contro di noi.
John rise. – Forse che questo cambia la moralità di tutta la situazione? A proposito, senza Pirrie avremmo avuto molte meno probabilità. Adesso penso che la fuga sia possibile. Ci serviva un buon tiratore.
– Dovete sparare per uccidere?
– Si tratta della salvezza… – cominciò John. Ma s’interruppe. Aveva sentito uno scricchiolio. Roger si era avvicinato in silenzio e si era piegato verso il finestrino.
– Sei pronto, John? Ho fatto salire Olivia e Steve in macchina con Millicent.
John smontò.

Tabella riassuntiva

Premesse affascinanti e realistiche. Stile grezzo e funzionale.
Grande lucidità di analisi dell’uomo e della società. Ambienti e comprimari spesso anonimi.
Bella atmosfera da romanzo di sopravvivenza. Alcune trasformazioni psicologiche troppo sbrigative.
Evoluzione dei personaggi cinica e disincantata.

(1) Soprattutto, per quel che riguarda Pirrie, ancora più che come si comporta lui è interessante vedere come lo trattano gli altri (e soprattutto John), e il ruolo che viene a ricoprire nel gruppo. A dimostrazione che, in un mondo post-apocalittico, il metro di giudizio delle persone cambia.Torna su
(2) Tra l’altro Cristopher è anche più onesto. Con poche eccezioni, King crea dei protagonisti che, nonostante le avversità, le tentazioni e le brutture morali di cui sono circondati, mantengono una loro “purezza” e riescono a sopravvivere anche grazie ad essa. Scelta retorica: King non fa vincere questi personaggi perché il loro comportamento è il più adatto alla loro sopravvivenza, ma perché vuole che vincano i personaggi buoni. Cristopher invece fa “abbruttire” i suoi personaggi proprio perché questo diventa l’unico modo per sopravvivere. Personaggi più realistici, in un quarto delle pagine. Chi è più bravo dei due?Torna su

I Consigli del Lunedì #12: Behold the Man

Behold the ManAutore: Micheal Moorcock
Titolo italiano: I.N.R.I.
Genere: Science-Fantasy / Literary Fiction / Slice of Life
Tipo: Romanzo

Anno: 1969
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 150 ca.

Difficoltà in inglese: **

Karl Glogauer è un uomo infelice. Complici una madre vittimista e melodrammatica, figure paterne abusive, un retaggio ebraico-tedesco, bulleggiamenti scolastici assortiti, e cattive frequentazioni postadolescenziali, ma anche una certa propensione congenita al vittimismo e all’autodistruzione, alla soglia dei trent’anni Glogauer è una perfetta nullità. Nulla di strano se nel frattempo ha sviluppato un morboso attaccamento verso la figura storica di Gesù Cristo. Così come non c’è nulla di strano nel fatto che, non appena ha potuto mettere le mani su una macchina nel tempo, abbia deciso di viaggiare nella Galilea del 29 d.C., un anno prima della Crocifissione.
Ma qualcosa non va, nel passato: nessuno ha mai sentito parlare di Gesù di Nazaret, e Giovanni Battista sembra convinto che Glogauer sia un profeta mandato da Dio per liberare il popolo ebraico dalla schiavitù. Che cosa è successo? Cristo è esistito realmente? E soprattutto, come farà Glogauer a rimettere a posto le cose?

Behold the Man è un piccolo gioiellino che non avrei mai scovato se non avessi condotto un controllo incrociato della bibliografia di Moorcock e della collana dei SF Masterworks. In Italia è praticamente sconosciuto, e questo perché – come già The Sirens of Titan di Vonnegut, di cui ho parlato qui – è uno strano ibrido, di quelli che mi piacciono tanto, tra la narrativa fantastica e un certo tipo di letteratura mainstream-psicologica.
La narrazione segue due timeline parallele: da una parte le avventure di Glogauer nel 29 d.C., dall’altra una serie di flashback sulla sua vita, dall’infanzia all’incontro con la macchina del tempo e il suo progettatore. E mentre seguendo la prima timeline scopriamo che le cose non sono andate proprio come ci dicono i Vangeli, la seconda ci svela a poco a poco lo strano mondo interiore di quel borderline dickiano che è Glogauer.
Nel complesso, l’elemento psicologico-intimista prevale su quello fantascientifico, ma non arriverei a dire, come nel caso di Vonnegut, che gli elementi fantastici abbiano uno scopo puramente funzionale; le peripezie ucroniche del protagonista sono in grado di regalare una certa dose di autentico sense of wonder fantastorico, soprattutto se ve ne frega qualcosa del Cristianesimo.

Gesù bukkake

Potrebbe essere andata così…

Uno sguardo approfondito
La struttura di Behold the Man assomiglia a quella dei romanzi di Mellick di cui mi sono già occupato: una successione di brevi paragrafi di una o poche pagine. Ogni paragrafo costituisce una scena in sé conclusa, oppure un certo lasso di tempo raccontato in modo più sbrigativo (per esempio, un paragrafo è dedicato al primo periodo di permanenza di Glogauer tra gli Esseni). Questa struttura – che, a quanto ho visto, è ottima per le novellas e per i romanzi brevi – dà a tutta la storia un ritmo rapido, incalzante, che mantiene viva la curiosità del lettore e quindi la voglia di andare avanti.
Spesso, ma non sempre, l’alternarsi dei paragrafi coincide con l’alternarsi delle timeline. Per due pagine seguiamo l’atterraggio della macchina del tempo nel 29 d.C. e il soccorso che viene prestato a Glogauer, poi bam!, flashback su un momento significativo dell’infanzia del protagonista, e poi bam!, Glogauer riprende conoscenza in una caverna che puzza di sudore e pelle di capra. E così via. Questo alternarsi non crea confusione – perché segue delle regole precise, che il lettore afferra in fretta e a cui quindi si abitua – anzi al contrario evita il sopraggiungere di momenti di stanca. Spesso, poi, la transizione è facilitata dal fatto che il flashback riprenda temi, idee, pensieri del paragrafo immediatamente precedente – cosicché, nonostante lo stacco, si ha una sensazione di continuità, e che la storia sia tenuta insieme da un unico filo conduttore.
Certo, non sempre a Moorcock il trucco riesce. Alcuni flashback non c’entrano niente con quello che ci sta intorno, e non si capisce perché non siano stati infilati in altri punti del romanzo, o addirittura eliminati. In linea di massima i flashback seguono anch’essi un andamento cronologico – ossia, dall’infanzia di Glogauer ai suoi trent’anni – ma ogni tanto fanno salti avanti o indietro francamente inutili. Con un po’ più di attenzione in fase di editing, si sarebbe potuto evitare questo problema.

Così come si sarebbe potuto evitare un problema strutturale più grave, ossia una certa sproporzione tra la prima metà del romanzo e la successiva: la maggior parte dei flashback si accumulano tutti nella prima, scomparendo gradualmente nella seconda metà; viceversa, la parte ambientata in Galilea procede abbastanza lentamente per le prime 70-80 pagine, per poi accelerare vertiginosamente. L’ultima parte del libro, che copre grossomodo i sei mesi precedenti la Crocifissione, e che per molti versi sarebbe la più interessante, è trattata in maniera troppo sbrigativa – troppo, soprattutto, se confrontato coi dilungamenti della prima parte, quando Glogauer dimora tra gli Esseni. Maggiore uniformità nel ritmo e nella giustapposizione delle due timeline avrebbe migliorato il romanzo.
Tra le sbavature tecniche minori, poi, c’è la tendenza di Moorcock a inserire, ogni tanto, tra un paragrafo e l’altro, qualche piccolo inserto criptico dal sapore molto literary (vale a dire: cacca). Se li poteva risparmiare, perché non aggiungono niente e anzi danno l’impressione dello scrittore di genere coi complessi di inferiorità che se la tira da autore impegnato. Altre volte, specie all’inizio di capitoli, ma anche tra un paragrafo e l’altro, Moorcock inserisce delle citazioni – spesso dalla Bibbia (specialmente dai Vangeli, ma non solo), talvolta da opere di Jung o di altri. La cosa non sarebbe neanche male, ma Moorcock ne abusa, e francamente le citazioni nel bel mezzo dei capitoli se le poteva risparmiare.

Gesù Sparta

…o potrebbe essere andata così!

Behold the Man è altalenante anche nello stile.
Alcune scene (come quella dell’incipit, che ho messo tra gli estratti in fondo all’articolo) sono realizzate alla perfezione: tutto mostrato, massima economia nella scelta delle parole, ritmo incalzante, pov ben saldo – in una parola, immersione totale. Altre volte, specialmente se deve descrivere lunghi periodi di tempo, o se si tratta di scene di minore importanza, il narratore si abbandona a lunghi raccontati infodumposi. Il grosso della permanenza di Glogauer tra gli Esseni, ad eccezione delle scene iniziali e di quelle finali, è narrato con questo stile trascurato e sbrigativo 1.
Altalenante è anche la gestione del pov. Per la maggior parte del tempo è ben fissato nella testa di Glogauer, ma ogni tanto, e specialmente a partire dalla seconda metà del romanzo, scivola verso il narratore onnisciente o verso una forma di pov collettivo della gente che circonda Glogauer. Così, nella seconda e terza parte, ci sono interi paragrafi in cui vediamo il protagonista attraverso gli occhi di un pugno di militi romani, o dei rabbini del tempio, o della folla di pellegrini che lo segue. Anche se ci sono delle motivazioni plausibili, e in accordo con la trama, per questa scelta2, essa ha lo svantaggio di far scemare nel lettore l’empatia verso Glogauer – perché allontanandoci dal suo pov ci allontaniamo da lui – dopo averla gradualmente accumulata nella prima parte.

Tra le altre cose che, per inclinazione personale, potrebbero scoraggiare alla lettura, bisogna dire che il protagonista – con il suo vittimismo, il suo piagnucolio, la sua vigliaccheria, il suo farsi del male da solo e bruciarsi tutte le opportunità che gli si presentano – è un individuo estremamente sgradevole. La vicinanza del pov obbliga il lettore a uno stretto contatto con Glogauer: alcuni potrebbero sviluppare empatia nei suoi confronti, ma altri potrebbero trovarlo irritante fino all’orticaria. Per fare un paragone, immaginatevi uno Shinji Ikari adulto – solo che, a differenza di Evangelion, non ci sono dei personaggi più solari (Misato, Asuka, Kensuke, Kaworu) a fare da contraltare al protagonista.
Se si riesce a sopportare questo fiume di amarezza, bisogna ammettere che la caratterizzazione del protagonista e dei comprimari (la madre svenevole, la psichiatra acida e nichilista, Giovanni Battista, Giuseppe) è ottima. Non solo i loro caratteri sono credibili, ma Moorcock riesce a mostrarceli con poche pennellate e grande economia di parole – due battute di un dialogo, un gesto, una reazione fuori scala. Solo con un personaggio a mio avviso – Maria – l’autore si è lasciato andare alla macchietta grottesca e alle sottolineature inutili.

Shinji Ikari

“Il mondo è kattivo. Nessuno mi ama. Nessuno riconosce le mie buone qualità e mio padre mi skifa. E Asuka mi molesta emotivamente anche se sono buono. Ora scusate ma vado a masturbarmi sulla sua faccia mentre è in coma”.

E poi, c’è la rivisitazione della vita di Cristo; una rivisitazione cinica e amara, che mi ha molto affascinato. Chiunque abbia anche solo un minimo di interesse per la figura storica di Gesù e un’infarinatura del Vangelo (fatto catechismo da piccoli? O l’ora di religione alle elementari? Mai costretti ad andare a messa? Io sì, fino a 12 anni…^^’) dovrebbe provare almeno qualche scintilla di genuino sense of wonder.
In particolare, la scena della tentazione nel deserto è geniale, così come quella del tradimento di Giuda – ma il romanzo è pieno di crude reinterpretazioni di scene del Vangelo. Anche personaggi biblici come Giovanni Battista, Giuda 3 e Ponzio Pilato vengono rivisti in chiave più terra-terra, in modo più realistico e gretto. Fino ad arrivare al finale geniale. E, a questo proposito: fate attenzione alla pagina di Wikipedia su Behold the Man e in generale agli articoli su questo romanzo, molti hanno la sgradevole tendenza a spoilerare il finale – e così si perde metà del gusto.

Insomma, difetti strutturali e stilistici impediscono a Behold the Man di essere il capolavoro che avrebbe potuto essere. Ma rimane una lettura piacevolissima e inquietante. E’ un romanzo molto breve: dategli una possibilità.

Dove si trova?
Behold the Man si può trovare su Amazon a prezzi ragionevoli (10 Euro su amazon.it, scontati a 9.50 nel momento in cui scrivo). Su library.nu, in realtà, si trova una versione di Behold the Man che si spaccia per l’edizione degli SF Masterworks, ma *non lo è*; ho il sospetto che possa essere la novella originale, da cui Moorcock avrebbe tratto l’attuale romanzo, ma non ho indagato. In ogni caso, non fidatevi.
Roberto mi ha segnalato che il romanzo è stato edito in italiano nella collana Urania Collezione, No.102, nel luglio 2011, con il titolo I.N.R.I. Se qualcuno dovesse scoprire che questa edizione è disponibile nel vasto Internet, me lo faccia sapere!

Spoiler biblico

Su Moorcock
Moorcock, ahimè, è conosciuto soprattutto per le sue opere “giovanili” di Sword & Sorcery. Ora, io non ho niente contro la Sword & Sorcery, in teoria; ma è un palese dato di fatto che il 90% della produzione di questo sottogenere sia una porcheria orrenda. Neanche Moorcock si sottrae a questa tendenza. Ricordo di aver letto, a 14 o 15 anni, il primo libro della trilogia di Corum, Il cavaliere di spade; non so se rimasi più disgustato dall’oscenità della prosa, dalla piattezza dei personaggi o dalla banalità della storia, fatto sta che giurai disprezzo eterno per Moorcock e ne girai alla larga per tre anni buoni. E dire che a quell’età non ero neanche di gusti molto difficili: in quegli stessi anni ho letto i primi quattro volumi della Spada della Verità di Goodkind, e non mi erano dispiaciuti (almeno i primi due).
Elric di MelnibonéL’unica opera di Sword & Sorcery di Moorcock che mi senta di salvare è la famosa saga di Elric di Melniboné. Ambientata in un mondo tardomedievale di stampo mediterraneo, narra dell’ultimo principe dei Melniboneani, antico e perverso popolo di maghi superumani, e di come sarà causa della distruzione del suo stesso popolo e dell’inizio di una nuova era. Elric è un personaggio interessante: albino e di fragile costituzione, è costretto ad assumere droghe per sopravvivere; disprezza il suo stesso popolo; e ha un brutto rapporto con Tempestosa, la sua spada senziente assetata di sangue. La saga è rovinata da una prosa pessima e un andamento da romanzo di avventura per bambini; oltretutto Elric, che sarebbe progettato per essere un anti-eroe, finisce per fare tutte le cose tipiche degli eroi del fantasy epico. Salvano la saga l’ambientazione suggestiva e alcune idee carine, come la torre sull’orlo del mondo, la città-miraggio nel deserto, il regno dei mendicanti e la stessa isola di Melniboné.
La saga originale comprende sei libri scritti tra il 1963 e il 1977; negli ultimi vent’anni, Moorcock ha scritto una serie di midquel che però non ho letto.
Oltre alla sua sword & sorcery, ho letto altri due romanzi di Moorcock:
The Warlord of the AirThe Warlord of the Air, science-fantasy ucronico in cui un ufficiale britannico dei primi anni del Novecento, Oswald Banstable, si ritrova in seguito a uno strano incidente in un 1973 alternativo, in cui le guerre mondiali non ci sono mai state, il Commonwealth britannico sembra aver assicurato una pace eterna su tutto il globo e dirigibili giganti sono il principale mezzo di trasporto. Ma Banstable scoprirà che l’utopia è solo apparente. Il libro è scritto nello stile di un romanzo tardo-ottocentesco, e in particolare è un omaggio alla narrativa di Conrad – scelta non proprio felicissima. E’ un esempio di proto-steampunk – e il Duca lo ha citato nel suo articolo di introduzione al genere – e potreste volerlo leggere per il suo valore storico; ma è un romanzo insulso e piuttosto noioso, e questo nonostante si faccia un gran parlare di rivoluzione comunista e tra i personaggi ci sia addirittura un fikissimo Lenin ultranovantenne!
In seguito Moorcock ha scritto altri due romanzi con lo stesso protagonista, The Land Leviathan e The Steel Tsar, ma sono opere del tutto autonome, nelle quali Banstable visita altri futuri alternativi.
GlorianaGloriana è un fantasy politico ambientato in un’Inghilterra elisabettiana alternativa. Da dodici anni Gloriana regna su Albione, la più potente, ricca e splendente nazione del mondo, e i cupi giorni del regno di suo padre, il pazzo e sanguinario Hern IV, sono un lontano ricordo. Ma questa nuova età dell’oro poggia su fragili fondamenta, e una serie di eventi – complice lo sfrenato appetito sessuale della regina – rischiano di far precipitare Albione nel caos e il mondo intero in una guerra disastrosa. Nonostante i molti difetti di stile, Gloriana mi ha colpito molto e credo che ne parlerò in un futuro Consiglio.
In futuro ho intenzione di leggere qualcos’altro di Moorcock; in particolare, la stramba trilogia The Dancers at the End of Time, e forse The War Hound and the World’s Pain, primo libro della trilogia dei Von Bek. Ma accetto consigli e pareri in merito.

Qualche estratto
Questa volta, invece che due estratti, ne ho scelti tre – ma sono brevi. Il primo è l’incipit, e mi sembra un bell’esempio di economia narrativa. Gli altri due sono un dialogo, ambientato nel passato, con Giovanni Battista, e un flashback di Glogauer (completo di flusso di coscienza) che dà un’idea del suo terribile carattere. Insieme, questi ultimi due estratti danno un’idea della doppia anima del romanzo.

1.
The time machine is a sphere full of milky fluid in which the traveller floats enclosed in a rubber suit, breathing through a mask attached to a hose leading into the wall of the machine.
The sphere cracks as it lands and the spilled fluid is soaked up by the dust. The sphere begins to roll, bumping over barren soil and rocks.

Oh, Jesus! Oh, God!
Oh, Jesus! Oh, God!
Oh, Jesus! Oh, God!
Christ! What’s happening to me?
I’m fucked. I’m finished.
The bloody thing doesn’t work.
Oh, Jesus! Oh, God! When will the bastard stop thumping!

Karl Glogauer curls himself into a ball as the level of the liquid falls and he sinks to the yielding plastic of the machine’s inner lining.
The instruments, cryptographic, unconventional, make no sound, do not move. The sphere stops, shifts and roll again as the last of the liquid drips from the wide split in its side.

Why did I do it? Why did I do it? Why did I do it? Why did I do it? Why did I do it? Why did I do it?

2.
“And what is your name?” Glogauer asked the squatting man.
He straightened up, looking broodingly down on Glogauer.
“You do not know me?”
Glogauer shook his head.
“You have not heard of John, called the Baptist?”
Glogauer tried to hide his surprise, but evidently John the Baptist saw that his name was familiar. He nodded his shaggy head.
“You do know me, I see”.
A sense of relief swept through him then. According to the New Testament, the Baptist had been killed some time before Christ’s crucifixion. It was strange, however, that John, of all people, had not heard of Jesus of Nazareth. Did this mean, after all, that Christ had not existed?
The Baptist combed at his beard with his fingers. “Well, magus, now I must decide, eh?”
Glogauer, concerned with his own thoughts, looked up at him absently. “What must you decide?”
“If you be the friend of the prophecies or the false one we have warned against by Adonai”.
Glogauer became nervous. “I have made no claims. I am merely a stranger, a traveller…”
The Baptist laughed. “Aye – a traveller in a magic chariot. My brothers tell me they saw it arrive. There was a sound like thunder, a flash like lightning – and all at once your chariot was there, rolling across the wilderness. They have seen many wonders, my brothers, but none so marvellous as the appearance of your chariot”.

Gatto Giovanni Battista

3.
The first time he had tried to commit suicide he had been fifteen. He had tied a string round a hook half-way up the wall in the locker room at school. He had placed the noose around his neck and jumped off the bench.
The hook had been torn away from the wall, bringing with it a shower of plaster. His neck had felt sore for the rest of the day.
[…]
“You must try to concentrate on your work, Glogauer”.
“You’re too dreamy, Glogauer. Your head’s always in the clouds. Now…”
“You’ll stay behind after school, Glogauer…”
“Why did you try to run away, Glogauer? Why arent’ you happy here?”
“Really, you must meet me half-way if we’re going to…”
“I think I shall have to ask your mother to take you away from the school…”
“Perhaps you are trying – but you must try harder. I expected a great deal of you, Glogauer, when you first came here. Last term you were doing wonderfully, and now…”
“How many school were you at before you came here? Good heavens!”
“it’s my belief that you were led into this, Glogauer, so I shan’t be too hard on you this time…”
“Don’t look so miserable, my son – you can do it”.
“Listen to me, Glogauer. Pay attention, for heaven’s sake…”
“You’ve got the brains, young man, but you don’t seem to have the application…”
“Sorry? It’s not good enough to be sorry. You must listen…”
“We expect you to try much harder next time”.

Tabella riassuntiva

La vita di Cristo rivista in chiave fantascientifica e disincantata. Gestione dei flashback approssimativa.
Unisce paradossi temporali e introspezione psicologica. Glogauer è un protagonista sgradevole, forse troppo.
Alcune scene sono perfette. Brutti pezzi raccontati e pov ballerino.

(1) Ho una teoria in proposito. Il Behold the Man che oggi possiamo leggere è – come si usava all’epoca, e come in parte si usa ancora – la versione espansa di un racconto. E’ possibile che le scene migliori, più “dense” del romanzo appartenessero al racconto originale; e che per la versione estesa Moorcock abbia allungato il brodo con brani più raccontati e meno ispirati. C’è infatti una certa tendenza tra gli autori di genere, nel processo di trasformazione di un racconto in un romanzo, ad annacquare l’opera originale.Torna su
Ma la mia rimane una teoria, perché non ho letto il Behold the Man originale.

(2) Ho trovato due motivazioni plausibili e complementari per questa scelta di pov:
1. Moorcock vuole mostrare la progressiva depersonalizzazione, alienazione da sé di Glogauer, ma avrebbe difficoltà a farlo rimanendo *dentro* il pov di Glogauer.
2. Moorcock è interessato a farci vedere come gli abitanti della Galilea cominciano a vedere Glogauer.
Per quanto concerne il primo punto, posso obiettare che il protagonista non perde mai del tutto – ma solo a sprazzi – coscienza di sé. Anche nelle ultime fasi della sua vita, ci sono molte scene in cui Glogauer riflette su sé stesso e su quello che sta facendo.
Avrei risolto il problema alternando brevi paragrafi col pov collettivo di altre persone (quando Glogauer non è lucido), a paragrafi più lunghi in cui Glogauer è cosciente e il pov rimane ancorato su di lui. In questo modo si mantengono i vantaggi dei punti 1 e 2 senza allentare troppo il legame empatico col protagonista e la coerenza di pov del romanzo.Torna su

(3) A proposito. Se la figura di Giuda vi affascina, provate a leggere il “racconto” di Borges Tre versioni di Giuda, compreso nella giustamente celebre raccolta Finzioni.Torna su