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Bonus Track: Something Wicked This Way Comes

Something Wicked This Way Comes

Autore: Ray Bradbury
Titolo italiano: Il popolo dell’autunno
Genere: Horror / Fantasy / Fairytale Fantasy / Literary Fiction / Young Adult
Tipo: Romanzo

Anno: 1962
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 270

Difficoltà in inglese: ***

First of all, it was October, a rare month for boys. Not that all months aren’t rare. But there be bad and good, as the pirates say. Take September, a bad month: school begins. Consider August, a good month: school hasn’t begun yet. July, well, July’s really fine: there’s no chance in the world for school. June, no doubting it, June’s best of all, for the school doors spring wide and September’s a billion years away.
But you take October, now…

Un legame speciale unisce William Halloway e Jim Nightshade. Will, dai capelli color del grano e gli occhi chiari come la pioggia d’estate, è nato il 30 Ottobre, un minuto prima di mezzanotte; Jim, dai capelli selvatici e gli occhi verdi come l’erba, è nato il 31 Ottobre, un minuto dopo mezzanotte. Vicini di casa dalla nascita, nella sonnacchiosa cittadina di Green Town, Illinois, sono amici inseparabili, e tutto quello che sanno l’anno imparato l’uno dall’altro. Ma ora, a quattordici anni, sul finire del mese di Ottobre, la loro infanzia sta per finire.
Perché a Green Town sta arrivando il carnevale. Un carnevale itinerante che porta con sé le più bizzarre meraviglie, da un labirinto di specchi che non sembra avere fine a una vecchia cieca dai poteri sovrannaturali, e soprattutto Mr. Dark, l’impresario – un uomo dagli occhi di fuoco e con tatuaggi che gli coprono tutto il corpo, tatuaggi che sembrano vivi e si muovono con lui. Gli abitanti di Green Town cominciano a comportarsi in modo strano dopo l’arrivo del carnevale, e nonostante le proteste di Will, Jim rimane stregato da Mr. Dark e dalle energie che sembrano spirare dalle sue attrazioni. Cosa ne sarà del loro rapporto? Al compiersi del quindicesimo anno d’età, Will e Jim non saranno più gli stessi.

Di tutti gli autori associati al fantastico e soprattutto alla fantascienza, Ray Bradbury è forse il più famoso in assoluto. Ma se romanzi come Cronache Marziane e Fahrenheit 451 sono celebri anche in Italia, e se molti dei suoi racconti migliori si sono fatti largo fino nelle antologie scolastiche, questo Something Wicked This Way Comes rimane ampiamente ignorato dalle nostre parti. E dire che negli States è considerato un’opera seminale, la fonte di ispirazione dichiarata di una pletora di scrittori di horror e urban fantasy come King e Gaiman. Mi sembrava giusto, quindi, far conoscere questo romanzo e di passaggio dire la mia.
La premessa di Something Wicked This Way Comes è classica: qualcosa di caotico e maligno irrompe nella vita quotidiana, e due ragazzini si trovano soli ad affrontarlo, mentre gli adulti non sembrano rendersi conto del pericolo. Ma combattere la minaccia è anche un rito di passaggio dall’infanzia all’età adulta. La storia di Bradbury ha molto del romanzo per ragazzi, ma si capisce che vuole essere qualcosa di più; una di quelle storie di formazione che può essere letta a tutte le età e con più livelli di lettura. Vedremo se gli è riuscito.

Ray Bradbury quotes

Stanno arrivando.

Uno sguardo approfondito
Basta leggere le prime righe per rendersi conto che a Bradbury non gliene può fregare di meno dell’immersività totale, e che piuttosto appartiene alla scuola di Vonnegut e Calvino. Ecco come ci parla di Will e Jim, nel secondo capitolo, quando si incamminano verso la biblioteca pubblica: “Like all boys, they never walked anywhere, but named a goal and lit for it, scissors and elbows. Nobody won. Nobody wanted to win. It was in their friendship they just wanted to run forever, shadow and shadow.” Il suo narratore è un narratore onnisciente e invadente, che va ora da questo e ora da quel personaggio, li commetta, racconta le loro emozioni, si lancia in flashback e flashforward, snocciola raffinate metafore.
Ma se Vonnegut lo faceva per ottenere l’effetto comico, e per trasmettere un’atmosfera satirica ai suoi romanzi, Bradbury punta a fare della poesia in prosa. Sotto la sua penna, una sensazione sgradevole diventa una nuova Era Glaciale, la madre di Will diventa una rosa in una serra in una giornata d’inverno, la voce del padre una mano che si agita delicatamente in aria e il volo di un uccello bianco. Tutta una serie di personaggi – da Mr. Fury, il misterioso venditore di parafulmini fenici, a Mr. Dark, il maligno impresario del carnevale – si esprimono come poeti. Ecco il padre di Will, che di mestiere fa il bibliotecario, che saluta i ragazzi quando vengono a trovarlo alla biblioteca:

‘Is that you, Will? Grown an inch since this morning.’ Charles Halloway shifted his gaze. ‘Jim? Eyes darker, cheeks paler; you bum yourself at both ends, Jim?’
‘Heck.’ said Jim.
‘No such place as Heck. But hell’s right here under ‘A’ for Alighieri.’
‘Allegory’s beyond me,’ said Jim.
‘How stupid of me,’ Dad laughed. ‘I mean Dante. Look at this. Pictures by Mister Doré, showing all the aspects. Hell never looked better. Here’s souls sunk to their gills in slime. There’s someone upside down, wrong side out.’

In conseguenza di questo stile, tutti i movimenti e i gesti dei personaggi appaiono stilizzati, come delle coreografie, tutti i dialoghi suonano sagaci, ma artefatti. A volte così facendo, lo devo ammettere, Bradbury riesce a creare dei begli effetti; ad esempio la scena in cui Will e Jim, circondati da poliziotti nel tendone da circo del carnevale, si vedono arrivare di fronte, introdotto da Mr. Dark, il grottesco Mr. Electrico: un uomo talmente vecchio che pare morto, legato a una sedia elettrica da cui sta per partire una scarica da centomila volt. O il misterioso Mr. Fury, il venditore ambulante di parafulmini magici con iscrizioni fenicie che parla per enigmi. O la Strega della Polvere, capace di togliere la voglia di vivere agli individui con la sua sola presenza…
Certo, chi ormai si è abituato alla Bizarro Fiction o al New Weird troverà abbastanza innocue le invenzioni di Bradbury. Eppure, inserite nel contesto di tranquilla normalità di Green Town, alcune di queste colpiscono davvero. E la prosa ornata di Bradbury, benché il più delle volte non faccia altro che distrarre dalla storia, talvolta riesce ad aggiungere fascino alle sue creature.

Ray Bradbury quotes

Chi esce meglio da questo modo di scrivere, comunque, sono i personaggi. Nonostante Bradbury li presenti come degli archetipi ambulanti e li carichi di simboli (basti solo pensare ai protagonisti: il ragazzo dai capelli chiari e in ordine nato un minuto prima di mezzanotte, il ragazzo dai capelli scuri e disordinati nato un minuto dopo mezzanotte, così diversi eppure così uniti; più yin e yang di così…), hanno una loro tridimensionalità, e un carattere coerente che ci viene mostrato dai loro comportamenti, oltre che raccontato dal Narratore Onnisciente. Jim è un ragazzo impulsivo suo malgrado, prova un’attrazione incontrollabile per le ambiguità e le stranezze del mondo adulto, ma al tempo stesso se ne vergogna e vorrebbe ‘addomesticarsi’; Will invece è terrorizzato all’idea di rimanere indietro, vede Jim che si allontana verso il mondo dei grandi e si chiede perché a lui non succeda lo stesso.
Ancora più riuscito, a mio avviso, è il rapporto padre-figlio tra Will e Charles Halloway. Mentre molto del setting iniziale di Something Wicked This Way Comes sembra un idillio bucolico, la vita perfetta e stereotipica da piccola borghesia di una cittadina di campagna, il legame di Will con suo padre parte già strano. Charles è un tipo umile, stralunato, dall’aria fragile, il genere di padre per cui non puoi provare rispetto ma imbarazzo, perché sai che non sarebbe in grado di difenderti (per mancanza di coraggio o di attenzione); e lui e Will non hanno un gran rapporto. Ma gli eventi messi in moto dall’arrivo del Carnevale li avvicineranno. E il discorso di Charles Halloway a suo figlio, sul Bene e sul Male, e sul rapporto tra moralità e felicità personale, è molto più ambiguo e realista, molto più cinico di quel che mi aspettassi. Bradbury riesce a evitare di essere melenso e fasullo, e il risultato è bello.

Peccato che non duri. Il conflitto centrale del romanzo alla fine non è altro che la lotta tra il Bene e il Male; le istanze positive e negative vengono personificate, e questo lascia ben poco spazio all’ambiguità morale. I buoni non vincono con la forza, o con l’astuzia, ma per superiorità etica; e alla fine la forza per trionfare sui nemici verrà dalle emozioni. In questo si riconosce subito l’influenza che il romanzo ha avuto su scrittori come King, in cui è onnipresente il concetto di Male assoluto, e dove spesso e volentieri lo strumento per vincere il suddetto Male sono le istanze psicologico-filosofiche del protagonista piuttosto che metodi concreti. Cioè la cosa che amo di meno tanto in King quanto in Bradbury e negli altri suoi epigoni.
Uno potrebbe obiettare però che ogni scrittore nella sua opera può adottare il sistema di valori che preferisce. Per carità. Non si può negare, invece, che il plot del romanzo soffra di alcune incoerenze strutturali e occasioni sprecate. Bradbury dissemina la storia di hook che poi si dimentica di usare, e che lasciano il lettore con un palmo di naso. Il primo capitolo, per esempio, si apre (in modo abbastanza riuscito) col personaggio di Mr. Fury, che fa rivelazioni profetiche ai due ragazzi e dona loro un parafulmini dai poteri misteriosi. Tutto farebbe pensare che, per dove sono collocati e per l’enfasi che gli viene data, Mr. Fury e il suo parafulmine siano la chiave di volta della storia. Niente del genere: Mr. Fury sparisce per poi ritornare in un ruolo del tutto marginale, e il parafulmine ancestrale non servirà praticamente a nulla. Al che uno si chiede: perché sprecare un’idea così interessante? E se fin dall’inizio non aveva intenzione di utilizzarla, perché metterla in apertura del romanzo? Bradbury si rivela incapace di maneggiare i suoi stessi simboli.

Horatio Kane on Bradbury

Un anno e mezzo fa questa battuta era una figata.

Volendo sintetizzare il mio discorso in poche righe, Something Wicked This Way Comes è un moral play sul passaggio dall’infanzia all’età adulta. E’ un romanzo che urla ad ogni capoverso: ‘Sono una finzione! Sono un’allegoria!’, è una di quelle storie che piacciono tanto alla sinistra umanista perché suona come una parabola, e ti fa sentire così intelligente e sensibile perché la capisci. E del resto, se lo epurassimo di tutti questi elementi decorativi, quel che rimarrebbe sarebbe una storia esile e strutturata male.
Molta gente adora questo tipo di storia. Ma – benché alcune scene, dialoghi e personaggi mi abbiano colpito positivamente – io non sono tra questi. Pur riconoscendo il valore storico di Something Wicked, come fonte di ispirazione di numerosi scrittori americani contemporanei, lo trovo largamente sopravvalutato. Quanto a Bradbury, una sola delle cose che ha scritto è davvero grande: Cronache marziane. Il resto è mediocrità.
Buon Halloween!

Una considerazione su Bradbury
Mi sono sempre chiesto come mai Bradbury fosse diventato uno dei più celebrati scrittori di narrativa fantastica del Novecento. Anche il suo ruolo nella storia della fantascienza mi pare dubbio. Scrittori come Wells e Stapledon prima, e Orwell, Huxley, Asimov, Heinlein, Clarke, Dick, Ballard poi, hanno gettato nel calderone della science fiction idee che sono diventati veri archetipi del genere; delle idee di Bradbury invece, che cosa ci rimane? Lo rileva anche David Pringle, critico e direttore editoriale di riviste di fantascienza, che nel suo Science Fiction: The 100 Best Novels 1949-19841 scrive, a proposito di The Martian Chronicles: “In fact, that definition [cioè che Cronache Marziane sia un romanzo di sf] has often been disputed, since Bradbury shows no interest in science as such. His space rockets are like firecrackers; his Mars people are Halloween ghosts; while his Martian landscape is an arid version of the American mid-west”.
Forse la soluzione dell’enigma sta in questo: Bradbury ha conquistato notorietà non tanto presso i veterani della narrativa di genere, quanto presso il pubblico mainstream. E’ uno di quegli scrittori che chi non mastica fantascienza o fantasy in genere conosce benissimo. Uno di quelli che vengono lodati per la ‘potenza delle idee’, da parti di chi romanzi di idee non ne legge mai (e quindi non ne conosce gli standard). E dato che il pubblico mainstream è il Grande Pubblico, Bradbury è diventato infinitamente più celebre dei suoi colleghi rimasti nel ghetto della fantascienza. Anche se molti di quelli erano più bravi e più inventivi di lui.

E, giusto per sottolineare che non sono l’unico a pensarla così, ecco di nuovo le parole di David Pringle, questa volta in un commento a Fahrenheit 451:

“It is a rather simple-minded dystopia which Bradbury creates. […] Fahrenheit 451 is a very straightforward book, a scream of rage against the mass media and the whole 20th-century communications landscape. Television, pop music, comic books, digests, theme parks, spectator sports – Bradbury is against ‘em all, and if he had been writing this book thirty years laters he would no dobut have included video games, home computers and role-playing fantasies in his tirade. It is the litany of the old-fashioned, puritanical moralist; small wonder that the message of this novel has fallen sweetly on the ears of schoolteachers and other Guardians of Culture the world over. […] As a tract for teenagers, Fahrenheit 451 still has considerable merits, but it is scarcely a classic of adult science fiction”.

Ray Bradbury vecchio

A noi piace ricordarlo così: vecchio, incazzato e un po’ rincoglionito.

Dove si trova?
Something Wicked This Way Comes è un romanzo celeberrimo, almeno nei paesi anglofoni: non avrete difficoltà a trovarlo su Library Genesis né su BookFinder, nei formati pdf e epub. Per l’edizione italiana, invece, cercate “Il popolo dell’autunno” su Emule; ma non chiedetemi chi diamine sia il genio che ha scelto il titolo italiano.

Qualche estratto
Per questo articolo, ho voluto mostrare il meglio e il peggio dello stile di Bradbury: il primo pezzo è tratto dal primo capitolo, e ci mostra l’incontro di Will e Jim con l’ambiguo Mr. Fury, e la contrattazione per dare loro un parafulmine e proteggersi dalla tempesta imminente; il secondo pezzo un lungo monologo interiore di Charles Halloway, quando nel terzo capitolo vede i due ragazzi andarsene verso casa. Se la prosa di Bradbury non vi nausea, questo libro potrebbe essere fatto per voi.

1.
‘Halloway. Nightshade. No money, you say?’
The man, grieved by his own conscientiousness, rummaged in his leather bag and seized forth an iron contraption.
‘Take this, free! Why? One of those houses will be struck by lightning! Without this rod, bang! Fire and ash, roast pork and cinders! Grab!’
The salesman released the rod. Jim did not move. But Will caught the iron and gasped.
‘Boy, it’s heavy! And funny-looking. Never seen a lightning-rod like this. Look, Jim!’
And Jim, at last, stretched like a cat, and turned his head. His green eyes got big and then very narrow.
The metal thing was hammered and shaped half-crescent, half-cross. Around the rim of the main rod little curlicues and doohingies had been soldered on, later. The entire surface of the rod was finely scratched and etched with strange languages, names that could tie the tongue or break the jaw, numerals that added to incomprehensible sums, pictographs of insect-animals all bristle, chaff, and claw.
‘That’s Egyptian.’ Jim pointed his nose at a bug soldered to the iron. ‘Scarab beetle.’
‘So it is, boy!’
Jim squinted. ‘And those there – Phoenician hen tracks,’
‘Right!’
‘Why?’ asked Jim.
‘Why?’ said the man. ‘Why the Egyptian, Arabic, Abyssinian, Choctaw? Well, what tongue does the wind talk? What nationality is a storm? What country do rains come from? What colour is lightning? Where does thunder go when it dies? Boys, you got to be ready in every dialect with every shape and form to hex the St Elmo’s fires, the balls of blue light that prowl the earth like sizzling cats. I got the only lightning-rods in the world that hear, feel, know, and sass back any storm, no matter what tongue, voice, or sign. No foreign thunder so loud this rod can’t soft-talk it!’
But Will was staring beyond the man now.
‘Which,’ he said. ‘Which house will it strike?’
‘Which? Hold on. Wait.’ The salesman searched deep in their faces. ‘Some folks draw lightning, suck it like cats suck babies’ breath. Some folks’ polarities are negative, some positive. Some glow in the dark. Some snuff out. You now, the two…I – ‘
[…] ‘But which house, which!’ asked Will.
The salesman reared off, blew his nose in a great kerchief, then walked slowly across the lawn as if approaching a huge time-bomb that ticked silently there.
He touched Will’s front porch newels, ran his hand over a post, a floorboard, then shut his eyes and leaned against the house to let its bones speak to him.
Then, hesitant, he made his cautious way to Jim’s house next door.
Jim stood up to watch.
The salesman put his hand out to touch, to stroke, to quiver his fingertips on the old paint.
‘This,’ he said at last, ‘is the one.’

2.
Watching the boys vanish away, Charles Halloway suppressed a sudden urge to run with them, make the pack. He knew what the wind was doing to them, where it was taking them, to all the secret places that were never so secret again in life. Somewhere in him, a shadow turned mournfully over. You had to run with a night like this, so the sadness could not hurt.
Look! he thought. Will runs because running is its own excuse. Jim runs because something’s up ahead of him.
Yet, strangely, they do run together.
What’s the answer, he wondered, walking through the library, putting out the lights, putting out the lights, putting out the lights, is it all in the whorls on our thumbs and fingers? Why are some people all grasshopper fiddlings, scrapings, all antennae shivering, one big ganglion eternally knotting, slip-knotting, square-knotting themselves? They stoke a furnace all their lives, sweat their lips, shine their eyes and start it all in the crib. Caesar’s lean and hungry friends. They eat the dark, who only stand and breathe.
That’s Jim, all bramble-hair and itchweed.
And Will? Why he’s the last peach, high on the summer tree. Some boys walk by and you cry, seeing them. They feel good, they look good, they are good. Oh, they’re not above peeing off a bridge, or stealing an occasional dime-store pencil sharpener; it’s not that. It’s just, you know, seeing them pass, that’s how they’ll be all their life; they’ll get hit, hurt, cut, bruised, and always wonder why, why does it happen? how can it happen to them?
But Jim, now, he knows it happens, he watches for it happening, he sees it start, he sees it finish, he licks the wound he expected, and never asks why; he knows. He always knew. Someone knew before him, a long time ago, someone who had wolves for pets and lions for night conversants. Hell, Jim doesn’t know with his mind. But his body knows. And while Will’s putting a bandage on his latest scratch, Jim’s ducking, waving, bouncing away from the knockout blow which must inevitably come.
So there they go, Jim running slower to stay with Will, Will running faster to stay with Jim, Jim breaking two windows in a haunted house because Will’s along, Will breaking one instead of none, because Jim’s watching. God how we get our fingers in each other’s clay. That’s friendship, each playing the potter to see what shapes we can make of the other.
Jim, Will, he thought, strangers. Go on. I’ll catch up, some day…

Tabella riassuntiva

Una parabola sovrannaturale sul diventare grandi. Atmosfera moraleggiante con tanto di Male personificato.
Personaggi principali ben tratteggiati. Prosa ornata che rende impossibile l’immersione.
Alcune delle creature di Bradbury sono affascinanti. Sotto tutti i fronzoli la storia è esile.
Hook inutilizzati e struttura della trama pencolante.


(1) Di questa antologia, che ambisce a raccogliere i cento migliori romanzi di fantascienza in lingua inglese scritti tra l’uscita di 1984 e quella di Neuromante, mi piacerebbe parlarvi in un articolo futuro. Può essere un utile punto di riferimento per scoprire la narrativa del periodo, e ormai la lista di Pringle è diventata un classico.Torna su

I Consigli del Lunedì #34: The Egg Man

The Egg ManAutore: Carlton Mellick III
Titolo italiano: –
Genere: Horror / Bizarro Fiction / Distopia
Tipo: Novella

Anno: 2008
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 150 ca.

Difficoltà in inglese: **

Her vagina opened wide and released the babies. Hundreds, maybe thousands, of tiny fetus flies fluttered out of her.

Lincoln è uno Smell (Olfatto); significa che l’olfatto è il suo senso dominante, e può sentire odori che gli altri non sentono. Come tutti i bambini allevati dalla Georges Organization, deve diventare un artista, e ha deciso che diventerà un pittore. Ora che ha finito il periodo di apprendistato, l’organizzazione gli ha assegnato una stanza in un palazzo fatiscente dove dovrà mettere a frutto ciò che ha imparato. Ha quattro anni di tempo per dimostrare il suo talento e la sua unicità, o la GO lo disenfranchiserà e lo butterà in mezzo a una strada. A quel punto sarà una persona senza diritti e senza un soldo.
In un mondo in cui tutti gli esseri umani nascono come mosche-feto indifese; in cui quelle che sopravvivono all’infanzia e acquistano un aspetto umano, vengono spartite tra le compagnie e allevate nelle loro scuole, dove vengono indottrinati con i valori dell’azienda; dove gli unici diritti che possiedi sono quelli dati dalla compagnia a cui appartieni; dove la povertà e la miseria sono ovunque; in un mondo simile, la vita è dura per tutti. Ma è particolarmente dura per uno Smell che vuole fare il pittore ed è circondato da gente ostile. E ora c’è una donna disgustosa e incinta, Luci, una Sight (Vista), che lo perseguita; e il suo ragazzo, che crede che Lincoln se la voglia portare a letto e ha giurato che lo ammazzerà; e una faida che si sta preparando nel suo palazzo tra gli uomini della OSM e quelli della MSM; e il puzzo disgustoso di fico e carne di hamburger macinata che filtra dalla stanza accanto a quella di Lincoln, e che si dice appartenga al misterioso uomo-uovo. E Lincoln sente di essere spacciato: non ha un briciolo di talento.

Si può far puzzare un libro? Scrivere con una prosa talmente vivida da evocare odori, profumi, puzze così come si evocano immagini o suoni? E’ quello che ha provato a fare Mellick in questa novella di poco più che un centinaio di pagine, scegliendo come protagonista un uomo che vive di odori, che filtra la realtà prima di tutto attraverso il suo naso.
E’ quasi un anno che questo blog non ospitava una recensione sul più bravo autore di Bizarro Fiction, per cui mi sembra opportuno rimediare. The Egg Man è una delle sue opere meno conosciute, ma anche una delle più particolari. Se infatti la Bizarro Fiction, e Mellick in particolare, con la sua prosa quasi infantile, ci ha abituato ad atmosfere leggere, e più grottesche che drammatiche, questa novella – che prende a prestito diversi elementi del cyberpunk distopico tradizionale per farne qualcosa di nuovo – è di una cupezza e di un cinismo disperanti. E’ anche una storia particolarmente autobiografica (per stessa ammissione di Mellick), in quanto parla del processo creativo e di come un artista possa smettere di fare schifezze e produrre qualcosa di buono.
Mellick ha dichiarato sul suo blog di trovare The Egg Man una delle cose migliori che abbia mai scritto. Io ho scritto nella mia classifica che a mio avviso è proprio il miglior libro di Mellick. Ora proverò a spiegarvi perché.

Fico e carne di hamburger

E questo accostamento è ancora nulla.

Uno sguardo approfondito
Cosa rende la prosa di Mellick così piacevole da leggere? Tre cose: l’uso del mostrato, la semplicità nella costruzione delle frasi e il timbro caldo della voce narrante. Come molti suoi libri, la storia è raccontata in prima persona. Questo permette all’autore di commentare le cose che accadono e inserire piccoli brani di informazione in modo naturale, senza mai dare l’impressione di fare infodump. Il timbro lineare, molto matter-of-fact di Lincoln, rende per contro le cose che vede e le persone che incontra ancora più inquietanti; e al contempo, il suo tono lamentoso e rassegnato ci dice molto su di lui. E dato che un esempio vale più di mille parole: “The inside of the building smelled like vinegar-ham and a nutty variety of pipe tobacco smoke. It could have been worse. Some of these buildings smell like urine and dead rats. I couldn’t handle a place that smelled like urine or dead rats.”
Ed è molto anche importante l’ordine in cui si inseriscono le scene. Per esempio, l’incipit del romanzo fa così: “The fetus fly wasn’t yet dead when my steel-toed boot squished into it. The thing was lying there, half dead. It was trying to cry but its vocal cords were dried out.” Un’immagine che già di per sé è abbastanza disgustosa. Ma poi, nel capitolo successivo: “I wondered what it was like when I was just a fetus fly. I wondered why I was the one to survive out of all of those that I was born with.” BAM! Salta fuori solo adesso che il protagonista ha spiaccicato un proprio simile. Peggio: un neonato.

Ma questi concetti li abbiamo già detti e stradetti. Ciò che ci interessa adesso è: è riuscito Mellick a dare corpo al mondo di odori del suo protagonista? La risposta: in parte. La soluzione di Mellick è quella degli elenchi – la stanza dell’Henry Building dove vive sa di vaniglia artificiale mescolata a lucido per legno e pelo di cane bagnato; Luci puzza di chiodi di garofano.
Detto così può suonare un po’ asettico, ma inserito nel flusso della storia funziona abbastanza bene e presto mi sono trovato avviluppato nelle variegate puzze del mondo di The Egg Man. Alla definizione degli odori in sé e per sé si sommano le reazioni (più o meno disgustate) di Lincoln e i dati mandati dagli altri sensi (gli aloni di sudore sotto le ascelle di Luci, la nuvola di fumo della sigaretta ai chiodi di garofano che fuma, i piedi lerci…). E se alcuni accostamenti sembrano messi lì a caso, i primi che gli venivano in mente, altri suonano azzeccati. Il risultato è soddisfacente, e del resto non saprei come esprimere gli odori in un modo migliore.

Mosca morta

Un caso di omicidio?

Ma non pensate che scrivere in questo modo sia semplice o banale. Anzi: proprio la sinteticità delle descrizioni richiede una certa abilità nel sapere cosa e quanto tagliare. Del resto è impressionante pensare a quante cose, quante trovate e dettagli del suo mondo Mellick abbia potuto condensare in una novella che si leggere in un pomeriggio. E come cazzo gli sono venute in mente?
Dal fatto che tutti gli esseri umani nascano nella forma di mosche, che poi si ingrossano giorno dopo giorno, sempre più indifese e disgustose, finché perdono le ali e acquistano sembianze umanoidi; all’immagine di corporativi che vanno in giro per le strade armati di retino per acchiappare le mosche-bambino e portarle dietro i recinti degli asili nido della loro compagnia; all’idea che tutti gli esseri umani siano divisi in cinque tipologie, ciascuna con un senso dominante (i Sight, i Sound, i Taste, i Feel e naturalmente gli Smell); a piccoli dettagli come il fatto che ogni azienda abbia proprio la lingua, e che ad esempio agli uomini della Toyota sia insegnato solo il Toyotese e non la lingua comune perché siano leali alla casa madre e non fraternizzino con le altre; al modo in cui Lincoln mescoli pittura e odori per creare le sue tele. E così via, e così via.

Molti lettori, probabilmente la maggior parte, troveranno quest’atmosfera di crudeltà e cose schifose asfissiante e illeggibile. Per quanto mi riguarda, lo trovo affascinante proprio per la capacità di Mellick di rendere onnipresente questa sensazione di sporco. Sporco fisico come sporco morale. Tutti i personaggi di The Egg Man sono figure ambigue, di cui non ci si può fidare fino in fondo neanche quando sono amichevoli (le rare volte in cui questo accade); ma di cui del resto non si può neanche dire che siano cattivi perché sì. Luci è una sanguisuga, una donna che si approfitta degli ingenui per campare sulle loro spalle, ma è anche l’unica a dare del calore e una direzione alla vita di Lincoln – e allora chi sta usando chi? E del resto, Lincoln è buono, o è semplicemente un vigliacco, un debole, che si comporta in modo educato solo per aumentare le proprie possibilità di sopravvivenza? E come si comporterà se dovesse trovarsi con il coltello dalla parte del manico?
Soprattutto, The Egg Man racconta una storia. Va in una direzione. Tutti quegli elementi strani non sono messi lì a caso, ma sviluppano il dramma personale di Lincoln e i suoi tentativi di affermarsi come artista, per salvarsi dal finire in mezzo a una strada con un coltello piantato nella schiena e dare un senso alla propria vita. Il ritmo è rapido, e diventa sempre più rapido mano a mano che si va avanti e gli eventi si accavallano gli uni agli altri. E tra gli esami settimanali di fronte alla severa commissione artistica della GO, il rapporto di attrazione e diffidenza con Luci, gli sprazzi di violenza che si moltiplicano nel palazzo, la follia artistica che cova dentro Lincoln, e l’uomo-uovo, c’è sempre qualcosa a tenere impegnata la curiosità del lettore. E con personaggi così ambigui, davvero non si sa mai dove la storia andrà a finire e cosa ne sarà dei nostri “eroi”. Gli ultimi capitoli sono spiazzanti – o almeno, lo sono stati per me – e il finale è un vero pugno nello stomaco.

Bear Grylls e la piscia

La fuori è una giungla.

Quasi tutti i libri di Mellick che ho letto rientrano in una di due categorie. Ci sono – soprattutto nel Mellick del primo periodo – i tour-de-force di Bizarro, storie con una ricchezza immaginativa e trovate che non avrei avuto nemmeno nei miei incubi migliori, mostrate con un pov saldissimo; e che però mancano di una trama vera e propria, sembrano andare un po’ a casaccio e finiscono spesso senza un finale. E ci sono – soprattutto nel Mellick degli ultimi anni – storie costruite più attorno alla trama, all’interplay tra i personaggi, più coerenti; che tuttavia rinunciano a un po’ di bizzarria per seguire canovacci più tradizionali, e spesso hanno una gestione del pov più approssimativa. Per rimanere su libri di cui ho già parlato sul blog, un esempio del primo tipo è il racconto lungo The Baby Jesus Butt Plug, mentre un esempio del secondo tipo è il romanzo Warrior Wolf Women of the Wasteland. 1
The Egg Man prende il meglio dell’uno e dell’altro tipo, e ci dà una storia breve che è al contempo immaginazione selvaggia, prosa materica, una storia consistente e personaggi interessanti. Il Bizarro non ostacola lo sviluppo della trama, ma anzi la rinforza. L’unico difetto (molto soggettivo) è che The Egg Man è disgustoso, cinico e deprimente quant’altri mai. Ma se vi piace il Bizarro, l’odore di piedi e pus non vi spaventa e magari volete farvi un po’ del male, be’, dovete leggerlo.

Dove si trova?
Purtroppo, a differenza di molti altri libri di Mellick, The Egg Man non è mai stato piratato – o quantomeno, non sono mai riuscito a trovarlo in nessuno dei canali di mia conoscenza – e forse è per questo che è poco noto anche tra molti suoi fan. Comunque, è disponibile su Amazon un’edizione kindle a 5,99 Euro. Trattandosi di una novella il prezzo è un po’ alto, ma io non me ne sono pentito.

Su Mellick, di nuovo
Sul mio Anobii puntualmente non aggiornato, Mellick figura come l’autore di cui ho letto più libri dopo Dick. Non è strano, considerando quanto scriva e quanto ci si mette in media a leggerne uno. Ecco quindi una seconda cernita di suoi libri che mi hanno in qualche modo colpito (anche se soltanto l’ultimo dei tre merita davvero di essere letto). Se ve lo state chiedendo, i primi due appartengono ai libri mellickiani del ‘primo tipo’, il terzo a quelli del secondo.
Adolf in Wonderland (new cover) Adolf in Wonderland è una novella ambientata in un mondo in cui l’utopia nazista ha conquistato il mondo. Un giovane ufficiale ariano delle SS è mandato in missione in una terra sperduta, a trovare ed eliminare l’ultimo essere imperfetto sulla Terra; ma il mondo nel quale sta entrando è ben lontano dalla perfezione, e lo precipiterà da un’assurdità all’altra. Malgrado il plot promettente e un protagonista interessante, il libro si perde in una successione di avvenimenti abbastanza sconnessi tra loro e non va a parare da nessuna parte; l’argomento della “perfezione” è un po’ il pretesto della storia ma non viene davvero approfondito. Occasione sprecata. Ah, quella è la nuova copertina!
Ugly HeavenUgly Heaven è un’altra novella di esplorazione di un mondo assurdo. Due uomini si risvegliano, dopo la morte, in Paradiso; ma l’aldilà è ormai diventato un luogo spaventoso, colmo di sofferenza e pericoli, e Dio sembra scomparso o morto. Tree e Salmon andranno alla ricerca di un senso e di un luogo che possano chiamare casa. Il Paradiso di Mellick è pieno di idee interessanti – soprattutto quelli inerenti alla trasformazione dei corpi umani e dei nuovi sensi – ma anche questo libro non risponde ai suoi perché e non conclude niente; si vede che la storia manca di un finale. Migliore di Adolf in Wonderland, ma con gli stessi difetti. 2
Zombies and Shit Zombies and Shit è un romanzo lungo che mischia insieme Battle Royale e un post-apocalittico zombesco. I ricchi annoiati organizzano un programma televisivo in cui una serie di vittime vengono rapite dai quartieri poveri e gettati in mezzo agli zombie. L’unica via di salvezza: un elicottero posto all’altro capo del percorso, che può ospitare una sola persona. Chi riuscirà a salvarsi e a tornare alla propria vita, in questo tutti contro tutti letale? Il miglior romanzo lungo di Mellick: personaggi divertenti, un sacco di storyline che si intrecciano, adrenalina e cose schifose. Persino gli zombie sono interessanti (e schifosissimi)!

Qualche estratto
Il primo estratto dovrebbe dare un’idea chiara di come gli odori impregnino ogni scena o quasi di questa novella, e della fantasia di Mellick nell’utilizzarli e descriverli. Il secondo mostra in un colpo solo i personaggi principali della storia (Lincoln e Luci), come sono scritti i dialoghi in The Egg Man e il modo naturale e non-fastidioso in cui l’autore ci dà frammenti del background del suo mondo.

1.
In the dark, I smelled the air and tried to identify my surroundings by their scent. It’s kind of a weird thing to do, but all Smells do it. We can’t help ourselves. I wish I would have been a Sight or maybe a Sound, but my dominant sense had to be Smell.
I sniffed about 17 different scents in the air. The dominant scent was the cigarette smoke that was issuing into my room from under the door. The second most dominant smell was the sink. There were actually four different scents coming from the sink. One was the rust of the faucet metal, one was the light sewage flavor coming out of the drain, one was a rotten odor coming from the scum that lined the drain, and the last was an odd black pepper smell that seemed to come from the water.
I continued smelling the room. There were four varieties of dust aroma. There was a maple syrup odor coming from the closet. There was a greasy smell hidden behind the toilet. There were a few smells coming in from the outside; two forms of pollution from the nearby factories and a burnt spaghetti sauce from the window of an above neighbor’s kitchen. After a couple hours, I had figured out the origins of 16 of the 17 smells. But there was one that I couldn’t figure out. It smelled like fig and raw hamburger meat. It issued from the west wall of my apartment.
After smelling the wall for several minutes, I had to turn on the light to see if there was a stain there. It could have been a strange cocktail that was thrown at the wall, or maybe the grease of a sweet and spicy Asian meal was wiped along the bricks. But, after close examination, I couldn’t find anything unusual about the wall. There wasn’t a sticky film anywhere.
The smell didn’t seem to come from the wall itself, but from something on the other side of the wall. It must have been something extremely pungent for me to be able to smell it through brick. I wondered what the heck that smell could be, racked my brain trying to figure it out, but it remained a mystery.
I fell asleep close to dawn with the room’s smells attacking my nostrils.

Weird smells everywhere

2.
On the way home, I ran into the pregnant woman again. She was sitting on the sidewalk without any pants on. She was crying and breathing hard. Her eyes were covered by a pair of ashy smog goggles and her sweaty white tank top was being held up by her chin.
As I passed her I said are you okay?
No she said.
I said what’s wrong?
She said what the fuck do you think?
I then realized what was happening. She was about to give birth.
I said is there anything I can do?
She said I’ve done this dozens of times before.
I said I’ve never seen a birth before and want to help anyway.
She asked if I had anything to put under her ass.
She said my ass is killing me.
I said I have a package of paper towels.
She said give it a try.
Then she lifted her bare butt off of the pavement and waved me over.
I slid the 4-pack of paper towels under her and she sat down on it.
Not much better she said.
Sorry I said.
I watched her huffing and puffing for a while.
She said are you just going to stand there?
I shrugged at her.
I knelt down and held one of her hands. I didn’t know what else to do.
She gave me an annoyed look, but she didn’t refuse my hand. Her palm was gritty and cold. When her breathing got heavy, she squeezed my hand as tight as she could.
Once it happened, she leaned back into my arm and the sweat from her hip got onto my wrist.
She said here it comes.
Her vagina opened wide and released the babies. Hundreds, maybe thousands, of tiny fetus flies fluttered out of her. They swarmed into the air and created a small cloud. I’d never seen so many fetus flies before. I’d never seen them so tiny. They were only the size of small moths. I watched as the swarm of tiny babies spread apart and went their separate ways. Half of them wouldn’t survive the night. Those that made it would double in size every day. Only a few of them, if any, would live long enough to see adulthood.
After they were all gone, the woman said leave me alone.
I left her alone.
She looked exhausted. Her head slumped to her knees. She pushed the package of paper towels out from under her. They were covered in a black goop. I thought she better keep them. I didn’t want to know what that black afterbirth smelled like.
Upon entering the Henry Building, I looked back at the fetus flies dissipating in the distance. I wondered what it was like when I was just a fetus fly. I wondered why I was the one to survive out of all of those that I was born with. Luck, most likely. Luck had a lot to do with it. Too many fetus flies were unlucky. They died from the cold, they got zapped by bug lights, they got trapped in spider webs, they got eaten by birds, they got splattered across car windshields. And once they grew larger they were hunted by alley cats and shot with pellet guns by the neighborhood children. They got caught in the machines on the industrial side of town and they got poisoned from drinking the water in the river.
You had to be really lucky to survive infancy.

Tabella riassuntiva

Una distopia che trasuda sporcizia e crudeltà da ogni poro! Troppa insistenza sullo schifoso e il deprimente per il lettore medio.
Ottima prosa mostrata, dominata da puzze e profumi. La descrizione degli odori non è sempre convincente al massimo.
La quest artistica del protagonista è affascinante.
Ambiguità morale che rende la storia imprevedibile.


(1) Restando in argomento, The Haunted Vagina è forse l’unico altro romanzo di Mellick che trovi una buona sintesi tra i due tipi di storia. Gli altri due libri mellickiani che adoro, Zombies and Shit e Apeshit, sono entrambi del secondo tipo: alla fine continuo a preferire i libri con una storia.Torna su


(2) Scrive Mellick nell’introduzione alla novella che non gli dispiacerebbe tornare nell’ambientazione di Ugly Heaven con alcuni seguiti, in cui spiegherebbe finalmente perché il Paradiso è diventato quel che è diventato e che ne è stato di Dio. Ma per farlo, vuole aspettare che dei lettori gli chiedano attivamente di farlo (per esempio, sul suo blog), mostrando interesse. Io credo che lo farò, perché bene o male sono curioso, e deluso dal finale tronco di Ugly Heaven.Torna su

Bonus Track: A Parliament of Crows

A Parliament of Crows

Autore: Alan M. Clark
Titolo italiano: –
Genere: Psicologico / Storico / Horror
Tipo: Romanzo

Anno: 2012
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 188
Editore: Lazy Fascist Press

Difficoltà in inglese: **

A quasi sessant’anni, le tre sorelle Mortlow – Vertiline, la maggiore, e le due gemelle Carolee e Mary – vengono arrestate nello stato del New Jersey. L’accusa? L’omicidio della figlia di Carolee, trovata annegata nella sua vasca da bagno imbottita di psicofarmaci, per intascare la sua sua assicurazione sulla vita. Ma Vertiline non ha intenzione di arrendersi alla giustizia americana – intende dare battaglia in quell’aula di tribunale, e salvare l’onore della sua famiglia.
E’ tutta la vita che Vertiline combatte per proteggere le sue sorelle. Da quando era un’adolescente, suo padre le aveva affidato il compito di educare quelle sorelle minori che si divertivano a spingere gli schiavi negri giù dalle scale; da quando la guerra di secessione aveva distrutto la sua famiglia e le aveva condannate a una vita di espedienti. In quell’aula di tribunale, e nelle celle della prigione di stato, nell’anno del signore 1908, Vertiline, Carolee e Mary ripercorrono la loro vita e le scelte che le hanno portate fino a quel triste epilogo. La giovane Orphia è stata solo l’ultima delle loro vittime, e loro sono senza rimorsi.

Abbiamo conosciuto Alan M. Clark sulle pagine di questo blog in questo articolo dedicato ai suoi “esercizi di dilatazione”. Clark comincia la sua carriera negli anni ’80 come illustratore di opere di narrativa fantastica, principalmente fantascienza. Negli ultimi anni si è avvicinato al movimento della Bizarro Fiction, realizzando molte copertine della Eraserhead Press, ed è proprio sulle pagine di Bizarro Central che ho fatto la sua conoscenza. Quello che non sapevo era che Clark fosse anche uno scrittore. Ha cominciato negli anni 2000, ma non ha scritto molto prima di cominciare a pubblicare con Lazy Fascist Press, la casa editrice gestita dall’autore di Bizarro Cameron Pierce; A Parliament of Crows è il suo secondo romanzo vero e proprio.
Pur essendo pubblicato dalla Lazy Fascist ed essendo associato agli scrittori di quell’ambiente, le storie di Alan Clark non possono essere definite Bizarro Fiction nemmeno nella più lasca delle definizioni. A Parliament of Crows è prima di tutto un romanzo storico: il caso e la vita delle sorelle Mortlow sono ispirate a una storia realmente accaduta, quella delle sorelle Wardlaw, e l’interesse di Clark a ricostruire il mondo del Sud americano della seconda metà dell’Ottocento è evidente. Un tiepido elemento horror c’è, nel senso che la vicenda delle tre sorelle sudiste è costellata di episodi macabri e attraversata da una spessa vena di follia; ma l’interesse primario dell’autore è l’approfondimento psicologico di una famiglia così borderline. Cos’avevano in testa donne capaci di fare quello che hanno fatto?

A Parliament of Crows - The Imagination Fully Dilated

Un’illustrazione di Clark ispirata a A Parliament of Crows.

Cito dall’introduzione:

Because the information about the Wardlaw sisters gives a rather two dimensional view of them, I can’t help but wonder about their emotional characteristics. I’m curious about the choices they made that led to their crimes, and how they justified to themselves what they did even as they went about their dreadful business. A Parliament of Crows is my exploration of the possibilities with the use of fictional characters and the fun of storytelling.

Affascinato dai propositi di Clark – che già stimavo come disegnatore e come blogger – e curioso di approfondire la galassia di scrittori che ruotano attorno al movimento Bizarro, ho deciso di dare una chance al suo libro.

Uno sguardo approfondito
Il romanzo si muove su due timeline differenti. La prima ci mostra il processo penale nei confronti delle sorelle Mortlow, alla fine della loro carriera delittuosa, e i loro tentativi di venirne fuori. A partire dai pensieri e dalle reminiscenze delle tre sorelle, sul banco degli imputati o tra le quattro pareti delle loro celle, si snoda la seconda timeline: flashback che ricostruiscono episodi salienti della loro vita, dall’infanzia alla cattura. Questi episodi non seguono un vero andamento cronologico, ma piuttosto associazioni di idee con la situazione della prima timeline; per esempio, da Mary che sdraiata sul pavimento della cella pensa a sua sorella, sboccia il racconto di come sia nato il legame speciale tra le due gemelle.
L’idea di questa doppia timeline è buona: da un lato non ha nessun effetto “spoiler”, perché il lettore sa già dalla quarta di copertina del libro com’è andata a finire; dall’altro, dà dinamicità a una vicenda che raccontata in modo cronologico sarebbe stata probabilmente più noiosa. Ottima scelta strutturale, quindi – peccato che Clark la rovini con uno stile assolutamente pessimo, ossia un eterno raccontato con il punto di vista del narratore onnisciente. Seriously. A seconda della scena la telecamera si avvicina o si allontana, anche penetrando nella testa di una delle tre protagoniste e confondendosi col pov della stessa, ma l’effetto complessivo è di una bella barriera tra il lettore e i personaggi.

A Parliament of Crows - The Imagination Fully Dilated

Un’altra illustrazione ispirata a A Parliament of Crows

Il raccontato investe ogni aspetto del romanzo come una colata di fango. Lunghi riassuntoni distaccati in apertura di una scena o anche al posto della scena, emozioni e stati d’animo raccontati invece che mostrati attraverso le azioni, infodump – non manca niente. Leggete queste poche righe tratte dalla primissima pagina, e guardate quante occasioni sprecate in un colpo solo:

In the long delay before the trial, during which the sisters were kept in a separate jail cells, Mary had become increasingly ill (Vertiline had good reason to think Mary was intentionally starving herself) and Carolee had gone mad from the isolation.
As the time drew near for the sisters to appear in court, Vertiline felt an unaccountable excitement despite her dread. After endless days of boredom spent in her lonely cell, she anticipated that the trial might provide intellectual and emotional stimulation. She hated herself for looking forward to the event.
But on the first day of trial, which was the first time she’d seen the twins in over a month, Vertiline found nothing about the experience desirable. She became sick with worry over the condition of her sisters while riding in the police van to the courthouse. Mary was emaciated and uncommunicative, and would look away every time Vertiline tried to make eye contact. Carolee was highly agitated. Her eyes darted about warily and when spoken to she appeared startled.

Che piattume. Quanti spunti interessanti, annacquati nel grigiore uniforme di un raccontato con pov onnisciente. E il testo non migliora andando avanti, con l’eccezione di poche scene più vivide, specialmente dialoghi (come il botta e risposta serrato tra Vertiline e l’avvocato dell’accusa durante l’interrogatorio processuale).
Anche lo stile, non solo l’ambientazione, sembra essere regredito all’Ottocento – dalle parti di Balzac, Stendhal e tutti quegli scrittori che ignoravano la costruzione a scene e lo show don’t tell. Potrebbe venire da pensare che l’abbia fatto apposta, per ‘meglio calarci’ nel clima dell’epoca. Ma, aldilà del fatto che è un’idea demente, non mi sembra il caso: Clark non si fa problemi, nelle introduzioni come altrove, a parlare della propria opera, di come l’abbia costruita e perché. Parla ad esempio della sua volontà di far usare ai personaggi termini dell’epoca – ad esempio “fiend” per indicare una creatura spregevole, un assassino o un corruttore – ma non fa mai menzione al ritorno ad uno stile ottocentesco. Pertanto mi sento di escluderlo, e di concludere che Clark lo fa per pura ignoranza.

Oltre ad essere una pessima scelta in sé, questa prosa è particolarmente infelice trattandosi di un romanzo psicologico – un romanzo, cioè, che pone come cosa più importante il ‘catturare’ e mostrare ogni tratto, esteriore o interiore, dei suoi protagonisti. Ed è un peccato, perché in compenso i personaggi sono molto affascinanti. Vertiline, la sorella maggiore e quella più ‘sana’ del gruppo, è la persona matura della famiglia; proteggere le sue sorelle – la loro vita come il loro onore – è tutto per lei, e sacrificherebbe qualsiasi cosa per la famiglia, anche le vite degli altri. Carolee è la sorella degenerata: cinica, amorale, atea, vede la vita come una lotta per la sopravvivenza e il mondo come un luogo crudele e ostile, e non si fermerebbe davanti a nulla pur di proteggere la quiete familiare. Mary è la sorella pia, ipocrita, fragile; sobilla le altre ma non si esporrebbe mai personalmente, è soggetta a svenimenti e crisi mistiche. Crede fermamente in Dio, ed è certa che Lui protegga la loro famiglia e legittimi ogni loro azione.
Insieme, le tre sorelle hanno un’alchimia spettacolare; il rapporto tra loro e il mondo esterno, e le loro azioni, suonano sempre credibili. Clark non fa di loro le classiche macchiette del serial killer. I loro delitti sono compiuti spesso in modo accidentale o improvvisato, le loro azioni sono maldestre, e la loro ignoranza di donne della campagna sudista fa commettere loro molti errori. Non c’è una perfetta armonia familiare, anzi – spesso gli assassinii sono provocati contro le intenzioni della razionale (ma connivente) Vertiline. Il risultato è un ritratto molto credibile, e non mi sorprenderei se le motivazioni dietro le autentiche sorelle Wardlaw fossero state esattamente le stesse. Forse Clark non sarà un “fine psicologo” quanto Kundera, ma si difende bene. L’unica caduta di stile, a mio avviso, è l’episodio traumatico che a un tratto Clark inscena nella loro giovinezza, e che fa tanto “ecco, sono diventate così efferate perché hanno vissuto un trauma!” 1

Trauma

Il romanzo, insomma, ha anche quella piacevole impressione di verità, di ricostruzione storica accurata che tanto mi piace. Le scelte compiute dalle sorelle per rimettersi dai loro guai finanziari, come diventare istitutrici o contrarre matrimoni vantaggiosi, mi hanno ricordato i cento romanzi dell’Ottocento che ho letto. L’importanza di essere donne rispettabili, di proteggere il proprio onore, la freddezza della terminologia e degli atteggiamenti tra coppie sposate che non si amano, il rapporto isterico col sesso. Ho trovato tutto convincente e mi sono sentito trasportato nell’America rurale del sud-ovest, benché indubbiamente io non sia un esperto del periodo e quindi sia attendibile fino a un certo punto.
E’ quasi completamente assente, invece, l’elemento fantastico: l’horror è quello che scaturisce dalle azioni e dalla psicologia borderline di esseri umani normali. L’unico elemento weird è la connessione sovrannaturale che sembra esistere tra le due gemelle, per cui una sa sempre (con il minimo sforzo) quello che sta facendo o sta provando l’altra; Mary è convinta che Carolee possa spingerla a fare quello che vuole con la sola forza della volontà. Ma potrebbe anche trattarsi di un caso estremo di autosuggestione: non è mai provato nel romanzo che si tratti realmente di qualcosa di paranormale, e in fondo è meglio così.

In un vecchio articolo sulla potenza del mostrato e di una solida gestione del pov, avevo detto che un bravo scrittore di narrativa dovrebbe essere in grado di farti identificare persino in Hitler, farti parteggiare persino per Hitler, se è lui il protagonista della storia. E’ affascinante immergersi nella psiche di un personaggio moralmente riprovevole; nel lettore si creano sentimenti ambigui, il desiderio di “staccarsi” da un personaggio che ci disgusta e al tempo stesso l’identificazione con esso. E’ come se nel romanzo si creasse un ulteriore livello di conflitto: non solo tra il protagonista e il mondo esterno o tra il protagonista e sé stesso, ma tra il lettore e il pov. E se è vero che il conflitto aumenta il coinvolgimento, aggiungendo questo livello si schizza alle stelle!
Con A Parliament of Crows, Clark aveva questa possibilità: quella di incatenarci in un misto di repulsione ed empatia alla follia delle sorelle Mortlow. Ma lo stile raccontato ammazza l’immersione sul nascere, e il lettore non arriva mai all’identificazione, se non in pochissime scene concitate e mostrate con telecamera ravvicinata. Si può al massimo arrivare a una certa comprensione distaccata per le tre gelide serial killer, ma poco altro; e in questo forse Clark ha fallito anche nei suoi stessi propositi. Il romanzo è comunque godibile per la psicologia dei personaggi e la ricostruzione della società dell’epoca; e dopotutto, in queste storie macabre, un po’ di fascino rimane anche quando la prosa è debole.

Hitler al telefono

In fondo anche lui aveva un lato tenerone, no?

Su Alan M. Clark
Come ho accennato in apertura di articolo, Clark ha scritto un altro romanzo prima di questo. Si chiama Of Thimble and Threat, è un altro romanzo ad ambientazione ottocentesca e racconta la storia personale di una delle prostitute vittime di Jack lo Squartatore, dall’infanzia alla morte. La cosa più affascinante è che Clark tenta di scrivere la storia di Catherine Eddowes partendo dall’inventario degli oggetti trovatile addosso al momento della morte. Una sorta di romanzo-reportage, dove la fantasia interviene laddove non sia stato possibile ricostruire il fatto reale.
Ciononostante, non credo leggerò questo romanzo di Clark, a meno che proprio non abbia di meglio da leggere. Il suo stile raccontato mi ha molto deluso, e non ritengo che meriti un ulteriore esborso di denaro. Se qualche appassionato però volesse fare la prova, sarò lieto di sentire poi cosa ne pensa.
Ecco alcune parole di Clark sul romanzo:

In writing Of Thimble and Threat, my effort was not to create a character we would relate to as one from our time, but one whose words and actions were shaped by her environment and circumstances and whose driving emotions were seen as reasonable within that context. Victorian England, with it’s social structure, polluted environment, the quality of sustenance, labor conditions, the state of scientific and medical knowledge, the prevalence and pervasiveness of disease and the ease with which people became ill and slipped quickly into death, was a very different world from the one in which I live. All these elements created different priorities for the people of that time from what most of us experience today. The average person was likely much more aware of mortality day to day, since something as simple as a cut on the finger could easily fester and lead to death. Choosing an occupation–if one were lucky enough to have a choice–was to choose between compromising one or another aspects of one’s health.

That’s not to say we don’t have these concerns today, but time and experience has led to systems which mitigate much of the extremes seen in Victorian London. Human beings haven’t truly changed–we experience the same emotions we always have. The stimulus for those emotions is what changes from generation to generation. We would certainly relate to those of another time, but having a conversation with someone from the 1800s would be a singular experience for someone today.

The possessions of Catherine Eddowes started that conversation with me, and Of Thimble and Threat is my response.

Of Thimble and Threat

Il romanzo d’esordio di Clark su Lazy Fascist Press.

Dove si trova?
A Parliament of Crows è troppo poco famoso perché qualcuno si sia preoccupato di piratarlo, a quanto pare. Su Amazon.it si può trovare l’edizione kindle al prezzo di 5,50 Euro; prezzo un po’ alto, anche in rapporto all’effettiva qualità del libro, ma ancora abbordabile se la storia vi ha appassionato.

Qualche estratto
Per i due estratti ho scelto due scene che mi sono particolarmente piaciute. Il primo è una brano del processo, quando a interrogare Vertiline è l’avvocato difensore (che lei ha ottimi motivi per disprezzare); da notare l’uso di termini desueti deliziosi come “busybodies” o “what a dolt!”. il secondo è un flusso di pensieri di Carolee in carcere, in cui viene rievocato un episodio triste della sua infanzia che trovo particolarmente riuscito.

1.
Despite her discomfort, Vertiline continued to sit up as straight as possible in the witness chair. She might do a better job still if she believed her attorney did her any good.
After going over the events surrounding Orphia’s death, Mr. Hitchens turned to other discoveries dredged up during the police investigation: those elements of the state’s case presented to make Vertiline and her sisters look like cold-hearted criminals. The family’s dirty laundry would be aired once again before strangers in the courtroom, but this time, Vertiline hoped Mr. Hitchens would help her take it all down, fold it neatly, and put it away looking much cleaner.
Doing her best to soften her facial features, adopt a less formal posture, and appear open in response to her attorney, Vertiline hoped the jury’s impressions of her were improving as she spoke.
“Do you remember well the time before your family moved to New Jersey, Miss Mortlow,” Mr. Hitchens asked, “when you and your two sisters, the deceased, and her husband all lived in the apartment in Brooklyn?”
“Yes, sir.”
“Were you surprised to hear that two of your neighbors, a Mrs. Biermann and a Miss Calise, called as witnesses, referred to it as a ‘mystery house’ and a ‘baby farm?’”
“Yes, sir.” Vertiline remembered the women well. She considered them troublemakers and busybodies.
Mr. Hitchens consulted his notes at the defense table. “The relevance to this case was not established,” he said. “How many children were born to your niece during that time?”
“Orphia had one child shortly after we removed to Brooklyn,” Vertiline said evenly, “and another a few years later.”
“She gave her first child, a girl named Alberta, up for adoption. Can you tell us why?”
No—the question is too pointed! The dolt wasn’t characterizing events to put them in a good light! He left that up to her, and she struggled to find the proper words.
“Orphia’s husband…” she began haltingly, “had…run away.”
Vertiline paused to reflect on her good-for-nothing nephew, Fletcher. She wondered where he’d gone and if he ever found work he was willing to do.
“Is that all?” Mr. Hitchens asked.
“The child…” she began, but her voice trailed off. Vertiline didn’t want to admit they had gotten rid of the child merely because Alberta had kept them all up day and night with her crying. Vertiline had not admitted that to herself until the present moment. With the realization, came distress. She glanced quickly at the jury and saw several of the men frown.
“Miss Mortlow?” Mr. Hitchens said.
Vertiline shook off the reverie. “I—I’m sorry.” She took a deep breath. “My niece was ill and suffering from severe melancholy. My sisters and I were busy organizing our new business venture, a tutoring service. Orphia neglected the child.”
I must appear more caring, and present my decisions as more than merely practical.
“What happened to the second infant—John, was it?”
Again, a blunt question regarding a delicate subject. Does he have no sense at all? He made no effort to help her set the scene and create a scenario sympathetic to Vertiline and her sisters. She glared at Mr. Hitchens, then regretted it, for she knew the jury saw the expression.

2.
Carolee was a survivor. When she thought about what that meant, she often remembered the emaciated feral dog that prepared a whelping den and gave birth to a litter of pups under an azalea in the garden behind the house on Spring Street. Because the war had finally come to Milledgeville and Union forces moved through the city, Mr. Mortlow had instructed his daughters to confine themselves to the upstairs of the house. They were not allowed to go outside at all. Carolee snuck out to the garden anyway, and was attracted by the small squeals of the pups. The bitch and her suckling litter was such a sweet vision, Carolee had an impulse to pick up and cuddle one of the cute puppies. A glaring look and snarls from the mother persuaded her to keep her distance. Carolee did not begrudge the bitch such brute protection of her young. She dragged a couple of the wrought-iron outdoor chairs over to the exposed side of the azalea to help block the cold November wind from the den. Having something warm and tender to think about, Carolee returned to the house without being caught. For the first time in a long while, she looked forward to the next day when she would find another opportunity to sneak out and look in on the nursery.
When the next day came, Vertiline kept a close watch on her, insisting that she play games with her twin and help with various small tasks while remaining in either their father?s upstairs study or the hiding place accessible through the wall panel in that room. Mr. Mortlow created the secret room months before in preparation for a time when the family might need to hide from marauding Union troops. The family currently slept there every night. Carolee was sick of the cramped, smelly space.
Mr. Mortlow had been asleep in his chair at his desk in the study all day. He was white as bedlinen and sleeping soundly. The four of them took naps in the afternoon. Mr. Mortlow often slept in his chair while his daughters lay on piles of quilts in the hiding place. When nap time came, Carolee said, “I’m going to take a quilt into the study and sleep with Father today.”
Vertiline didn’t argue with that, but because she left the panel to the hiding place open, Carolee would have to make sure everyone was asleep before she snuck out to see the puppies. She made a little bed beside her father’s desk near the opening, just out of her sisters’ line of sight. When she heard them breathing deeply in sleep, she got up and snuck out of the study, tiptoed down the stairs, through the hall, the dining room, the kitchen, and out the back door.
She crept through the garden, approaching the whelping den quietly to keep from startling the bitch and her litter. As she slowly pulled one of the chairs away, she heard growling. Light spilled into the den, revealing the bitch licking her bloody mouth. The litter was gone, all but for one tiny leg. The bitch lunged and Carolee gasped, dropped the chair and stumbled back. Heartbroken, she turned and ran for the house.
All day, Carolee struggled to hide her tears.
Finally, Vertiline asked her, “Why are you so sad today?”
“I wish the War was over,” Carolee said, “and we could all have plenty to eat again.”

Tabella riassuntiva

Le sorelle Mortlow sono assassine non stereotipate e complesse. Prosa raccontata  che appiattisce la storia.
Ricostruzione credibile del Sud americano del tardo Ottocento. Pov onnisciente che distanzia il lettore.
What a dolt! Qualche episodio appare un po’ forzato.


(1) In realtà non è vero, perché Carolee e Mary erano fuori di testa tutt’e due anche prima. Però l’episodio, raccontato com’è raccontato e messo a quel punto del romanzo, sembra voler dare questo tipo di messaggio.Torna su

Le tettone di Catherine

Le tettone di Catherine“La bigamia è avere una moglie di troppo. La monogamia anche.”
Oscar Wilde

Che l’industria giapponese dei videogiochi sia in crisi da anni, ormai lo sanno anche i sassi. La caduta in picchiata della qualità dei Final Fantasy è solo la punta di un’iceberg che ormai coinvolge quasi tutte le case nipponiche e anche i piccoli team. Pure la Tri-Ace, che all’epoca della PS2 aveva sfornato i bei Star Ocean 3 e Valkyrie Profile: Silmeria, me l’ha messa nel culo qualche anno fa con l’atroce Eternal Sonata (non ci credete che è atroce? Riguardatevi questo).
Per trovare un GDR decente che non sia l’ennesimo prodotto in serie pensato per un dodicenne cresciuto a Naruto e a retardness, devo rivolgermi a case più piccole e a prodotti a medio o basso budget (quei giochi che non sono un flop se vendono meno di venti milioni di copie e quindi non hai un minimo di libertà creativa). In particolare la Atlus – produttrice delle serie di Shin Megami Tensei, Digital Devil Saga e Persona – negli ultimi dieci anni si è sempre o quasi distinta per originalità, un target un poco più maturo, e meccaniche di gioco insolite. E soprattutto, per l’assenza di protagonisti che maneggiano spade lunghe otto metri, pesanti quaranta chili e a forma di clavicembalo. Grazie Atlus per averci risparmiato le spade retard.

Catherine, l’ultima fatica dello studio che ha realizzato Persona, è uno dei giochi più strani a cui abbia mai giocato. Oltre che uno di quelli con la maggior concentrazione di primi piani di tettone ballonzolanti. Che si tratti di libri o film o videogiochi, amo la bizzarria (e le tettone), e del resto questo blog è una vetrina di cose curiose, no? E poi non potevo tacere del responsabile di tante ore di tempo libero allegramente buttate nel cesso ^-^

Catherine seduce Vincent

Per chi non conoscesse già il gioco, ecco la storia in soldoni. Vincent è un ingegnere informatico di trent’anni un po’ immaturo, che ha sempre voglia di andare al bar con gli amici la sera e nessun voglia di “sistemarsi”. Ama la sua sua sexy fidanzata con le tettone, Katherine, ma la loro è una relazione stressante: lei è una donna in carriera e con la testa a posto, che gli dice sempre cosa fare e lo tratta come un bambino. Perdipiù continua a fargli discorsi sul fatto che dovrebbero cominciare a metter su famiglia e Vincent dovrebbe assumersi le sue responsabilità.
Quando, una sera al bar, dopo che se ne sono andati via tutti, gli appare una dolce fanciulla bionda e disinibita, non capisce più nulla. Prima che se ne accorga sono a letto insieme. Orrore si aggiunge a orrore quando Vincent scopre che la tipa si chiama Catherine, e che non ha più intenzione di lasciarlo andare.
Contemporaneamente, Vincent comincia a fare degli strani incubi. Tutte le notti si ritrova in uno strano mondo fatto di blocchi, con delle corna di pecora in testa. Ci sono delle pecore tutt’attorno a lui, che si arrampicano velocissime sulle torri di blocchi. Lo mettono in guardia: se non sarà abbastanza svelto ad arrampicarsi precipiterà nell’abisso, e chi muore nel sogno muore anche nella realtà. Sembra che qualcuno abbia lanciato una maledizione sugli uomini infedeli, condannati notte dopo notte ad arrampicarsi per non fare una fine orribile. E sono molti a venire ritrovati morti nel loro letto la mattina dopo.
Come farà Vincent a liberarsi dei suoi incubi e a risolvere la sua aggrovigliata situazione sentimentale?

La serie di Persona è famosa per combinare un gioco di ruolo classico con meccaniche da gioco gestionale. Di giorno si va a scuola, si interagisce con i compagni, si fa in giro per la città, ci si fa amici, eccetera; di notte – o, nel caso di Persona 4, in alcuni giorni particolari – si entra in una dimensione alternativa e si esplorano dungeon disseminati di mostri. Catherine ricorda questa logica, con la differenza che le parti notturne non sono un GDR ma un puzzle game.
Tirando e spingendo blocchi in modo da creare delle scale, bisogna salire delle torri fino a raggiungere la cima, mentre gradualmente i piani inferiori crollano uno dopo l’altro. E se la corsa contro il tempo non bastasse, bisogna anche guardarsi le spalle da blocchi trappola di vario tipo (da quelli che ti infilzano a quelli che ti si frantumano sotto i piedi, da quelli fatti di ghiaccio e quindi scivolosi, a quelli che esplodono) e dalle altre pecore, che spesso proveranno a spingerci giù.


Un livello del puzzle game, piuttosto avanti nel gioco. Notare che il giocatore del video è un pazzo, e che io ho risolto il livello in un modo diverso. Inoltre il doppiatore americano di Vincent non sembra un ritardato come quello giapponese. Giuro.

Molti sono rimasti spiazzati dall’amalgama di gestionale e puzzle game, anche perché i seguaci della Atlus sono appassionati di GDR e dallo studio che ha realizzato Persona si aspettavano un GDR. In realtà, ritengo che l’elemento puzzle sia quello meglio riuscito del gioco. Esso infatti ha tutta la bellezza e l’eleganza di un gioco semplice e con poche regole; la complessità del gioco sta nelle infinite varianti in cui quelle poche regole possono essere combinate. Il che significa che le basi del puzzle si capiscono in una manciata di minuti, ma per tutto il resto del gioco si continua a imparare nuove tecniche e ad affrontare nuove sfide. Il tutto con l’angoscia del tempo limite: sotto di noi, piano dopo piano, i blocchi precipitano nell’oscurità…
Il tasso di sfida è ottimo. Da una parte la curva della difficoltà continua a salire – e alcuni degli ultimi livelli sono semplicemente folli – dall’altra il gioco mette a disposizione del giocatore l’opzione Undo, che gli permette di tornare indietro fino a 9 mosse per correggere errori irrimediabili o provare altre soluzioni1. Difatti c’è quasi sempre più di un modo per scalare le torri, e spesso quali soluzioni sono a nostra disposizione dipendono dalle nostre mosse e soluzioni precedenti (dato che i piani superiori tendono a collassare e a prendere forme diverse a seconda di come abbiamo spinto e tirato blocchi ai piani inferiori).

La parte deludente è invece quella gestionale. Ora, Persona ci aveva abituato bene. In Persona, l’attività principale della parte gestionale era la costruzione dei Social Link; ossia, incontrare nuove persone partecipando a varie attività (per esempio, un club sportivo, o il gruppo di teatro, o un lavoretto part-time), farsi delle amicizie, coltivarsele uscendo insieme e dando le risposte giuste alle loro domande. La nostra capacità di farci degli amici nel mondo reale influenzava poi le nostre esplorazioni notturne. Oltre a questo, era anche possibile girare per la città, comprare armi e oggetti nei negozi, raccogliere informazioni, eccetera. Tutto questo dava l’impressione di un ambiente vivo e complesso aldilà del GDR.
Ora, non mi aspettavo un sistema così raffinato, ma neanche il deserto che è Catherine. Al di fuori degli incubi, l’azione del gioco si limita al bar frequentato da Vincent e amici, lo Stray Sheep. Al di fuori di questo, ci sono solo filmati, filmati, filmati – a un certo punto mi sembrava di essere finito in un gioco di Hideo Kojima. E anche nel bar, tutto quel che si può fare è tenersi al corrente delle morti guardando la tv, chiacchierare con gli amici, rispondere agli sms di Katherine e Catherine, giocare a un mini-gioco chiamato Rapunzel (che all’inizio è divertente ma dopo dieci minuti vorresti cavarti occhi e orecchie) o dare una mano ad alcuni frequentatori del bar che sono anche vittime degli incubi come te. Queste ultime sottomissioni sono particolarmente tristi: di fatto si tratta semplicemente di scambiare due parole con loro e incoraggiarli (sia al bar che durante gli incubi) in modo che non si perdano d’animo e non si lascino ammazzare.

Rapunzel

Una volta amavo le cose vintage. Poi ho giocato a Rapunzel.

Pigrizia degli sviluppatori? Mancanza di tempo o soldi? Non lo so; quel che è certo è che così l’esperienza sembra monca. Dato l’elemento mystery, investigativo del gioco, non sarebbe stato meglio dare al giocatore l’opportunità di girare per la città a raccogliere informazioni, a cercare di capire cosa stesse succedendo, magari andando a trovare a casa altre persone incontrate negli incubi? A seconda delle azioni compiute di giorno, sarebbe potuta cambiare la sua situazione nel mondo dei sogni; la risoluzione del mistero centrale (perché Vincent e le altre vittime hanno questi incubi? Chi li ha maledetti?) sarebbe potuta essere affidata al giocatore anziché alle cutscenes. In questo modo si sarebbe premiata la capacità investigativa del giocatore, che magari avrebbe sbloccato un finale differente a seconda che fosse riuscito o meno a liberarsi degli incubi.

Un altro elemento di disappunto è la gestione dell’allineamento di Vincent. A seconda delle azioni compiute dal giocatore – ad esempio, a seconda di come risponde ai messaggi delle due ragazze o a domande poste in alcuni momenti chiave del gioco – l’allineamento di Vincent si sposta verso la Legge o verso il Caos. Il che significa sia un avvicinamento a Katherine piuttosto che a Catherine, sia una preferenza verso una vita regolata e verso i valori tradizionali della società, o al contrario verso una vita sregolata.
L’idea è interessante, ma la realizzazione lascia a desiderare. In pratica, l’unico effetto dell’allineamento è il tipo di finale che si ottiene a gioco concluso (ce ne sono ben otto); per tutto il resto della storia, le scelte del giocatore sono del tutto ininfluenti. Questo ci fa sentire poco partecipi della trama, dato che Vincent fa quello che gli pare a prescindere dalle nostre scelte; e verso la fine del gioco, può portare a delle situazioni veramente assurde2. So già perché questa scelta: programmare bivi e variazioni costa di più. Ma è seccante lo stesso.

Catherine pecore

Salva le pecore. Salva il mondo.

Dove Catherine colpisce nel segno è nell’atmosfera. Il mondo dell’incubo, con le sue campane (che mentre si scalano le torri significano che ci si sta avvicinando alla cima del livello, e quindi verso la fine del gioco vengono in genere accolte dal giocatore con lacrime agli occhi), i confessionali dove una specie di prete-bambino ci fa domande sulla nostra moralità, le pecore che livello dopo livello si trasformano a seconda del loro comportamento, il senso di comunità che si viene a creare con gli altri arrampicatori. Tutta la simbologia delle pecore, in particolare, è un colpo di genio. Altrettanto azzeccata è la decisione di accompagnare tutte le fasi di caricamento con una citazione famosa sulla vita di coppia (di cui quella in calce all’articolo è un esempio) – sono quasi tutte carine.
Suggestiva è anche l’atmosfera che si respira allo Stray Sheep, che ha proprio l’aria da locale tranquillo per scapoloni, con tanto di sottofondo musicale da piano-bar. E gradita è la caratterizzazione degli amici di Vincent, che invece delle solite smielate buoniste sull’amicizia che sembrano un marchio di fabbrica del marketing Young Adult in generale e dei jappi in particolare, si comportano da stronzetti, fanno battute e sfottono il protagonista quando se lo merita. Sono anche in grado di dargli una mano, ma lo fanno evitando tutta la retorica zuccherocaramellosa che ci mangia il fegato da vent’anni. Vincent dice un sacco di parolacce, e quando si spaventa fa una faccia carinissima. Il personaggio di Thomas Mutton è delizioso (e anche molto secsi, anche se a Siobhàn non piace che lo dica).
Il tutto condito con le ottime musiche di Shoji Meguro – compositore storico della Atlus e uno dei miei preferiti – che oltre a molte tracce originali carine, per i livelli del puzzle game ha remixato una gran quantità di pezzi di musica classica – dall’overture del Guglielmo Tell di Rossini al famoso Revolutionary Etude di Chopin, da una fuga di Bach a uno dei miei pezzi preferiti, la Sinfonia del Nuovo Mondo di Dvorak.


Il remix di Shoji Meguro del primo e del terzo movimento della Sinfonia del Nuovo Mondo di Dvorak.

Certo, alla fine neanche Catherine riesce a evitare la retorica standard della serie “quello che conta nella vita è realizzare i propri sogni”, “non importa cosa scegli, l’importante è che fai quello che vuoi veramente”, “potrò anche sbagliare ma almeno sarò rimasto fedele a me stesso” e tanti saluti. E’ così trita, così ricorrente che quasi non me ne accorgo neanche più.
In compenso mi è piaciuto come viene trattato il sesso. Pur non scendendo mai nel porno, Catherine ci regala un sacco di inquadrature maliziose, allusioni che capirebbe un bambino di otto anni e – nel caso in cui trattiamo bene Catherine – un sacco di pics di tettone sul nostro cellulare. Gli argomenti “sesso”, “relazioni”, “matrimonio” non sono trattati in maniera incredibilmente profonda od originale, ma si tratta pur sempre di un passo avanti in un mondo – quello dei videogiochi – che dal punto di vista narrativo è molto arretrato. Se Catherine fosse un romanzo non sarebbe un granché, ma per la media dei suoi concorrenti si piazza bene. E poi viene a occupare una zona che non era mai stata toccata da molti altri videogiochi.

A differenza di Portal, di cui avevo già parlato su queste pagine, Catherine non è un capolavoro manco per sbaglio. Ciononostante, si tratta di un bel gioco, originale e bizzarro, e mi sono divertito moltissimo a giocarci. E io appoggio sempre gli esperimenti, quando non si tratta di robaccia involuta ma del serio desiderio di dare qualcosa di nuovo ai videogiocatori, spettatori, lettori.

Catherine sadica

Un altro buon motivo per giocare a questo gioco.

(1) Questo ai livelli di difficoltà Facile e Normale. In modalità Difficile l’Undo è stato tolto, il che mi sembra anche giusto.Torna su

(2) ATTENZIONE: SPOILER (in bianco). A prescindere dall’allineamento, durante la Settima Giornata Vincent deciderà che vuole stare con Katherine e mollare Catherine. Questo anche se la barra dell’allineamento è tutta dalla parte del Caos (e quindi di Catherine). La cosa si fa ancora più assurda quando, all’inizio dell’Ottava Giornata, bisogna scappare con Katherine e aiutarla ad arrampicarsi, con Catherine come boss. In questo modo, solo i giocatori che avessero scelto di stare con Katherine (e quindi un percorso legale) non si accorgerebbero delle incongruenze.
Inoltre, se abbiamo un allineamento caotico e diamo tutte le risposte giù, nel finale Vincent ci proverà con Catherine (finalmente in linea con le decisioni del giocatore) anche se per tutta la Settima e l’Ottava Giornata aveva menato il cazzo a tutti su quanto volesse rivedere Katherine non volesse più saperne dell’altra. Nonsense.
E dire che non ci volevano queste spese folli per fare un bivio decente. Immaginando di tenere le spese al minimo, potevano cambiare qualche linea di dialogo negli ultimi giorni (in cui Vincent dichiara di volere Catherine e non Katherine) e modificare alcuni elementi del sogno dell’Ottavo Giorno: è Katherine a finire accoltellata, Vincent scappa con Catherine e insieme devono arrampicarsi con un boss-Katherine che li insegue. Fine. Ci voleva tanto?
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I preferiti del Tapiro

Top 50Tempo fa, un individuo molesto che risponde al nome di Giovanni mi aveva chiesto di stilare la Top 10 dei miei libri preferiti. Dato che adoro stendere elenchi e classifiche, ho deciso di accontentare lui e tutti (?) i miei fans. Ma visto che sono megalomane e mi lascio sempre prendere la mano, dopo averci lavorato per un mesetto invece che una Top 10 m’è uscita una Top 50.
Ma non temete! Ho cercato di essere breve, nulla di simile ai miei soliti commentarii. Ci sono riuscito quasi sempre. Per i libri già apparsi sulle pagine di questo blog, mi limiterò in genere a linkare l’articolo in cui ne ho parlato in maniera approfondita.
Il post, comunque, è il più lungo che abbia mai scritto. Ops.

I criteri
Nello stilare la classifica, ho seguito una serie di regole. In primo luogo, limiti di tempo: nessun libro pubblicato prima del 1884. Perché il 1884? Perché è la data in cui è stato pubblicato il più ‘vecchio’ libro di cui si è parlato su Tapirullanza – Flatland, Consiglio #01 – e volevo rispettare la “cornice temporale” del blog. Inoltre mi sentirei a disagio a mettere sullo stesso piano di paragone un libro di Hemingway e uno, per esempio, di Diderot, o anche solo di Stendhal. Infine, almeno in questo modo eviterò di spammare i soliti titoli ‘classici’ sui vari Dostoevskij, Flaubert, Balzac, and so on.
In secondo luogo, un limite di categoria: ammessi solo romanzi e novellas, esclusi i racconti. Certo, in questo modo ho dovuto escludere raccolte che adoro, come Finzioni di Borges, Amori ridicoli di Kundera, Cronache marziane di Bradbury o Casi di Daniil Charms, ma volevo mantenere una certa coerenza e confrontabilità tra le varie entrate.
In terzo luogo, ho deciso di limitare al minimo il numero di entrate per ogni autore. Con la sola eccezione di un autore, che appare ben tre volte nella classifica (e potete ben immaginare di chi si tratti), tutti gli altri appaiono con solo uno o al massimo due libri. Così c’è più varietà ed è più divertente.
Non mi sono dato limiti, invece, per quanto riguarda il genere. Così facendo ho voluto rispettare la volontà dell’individuo molesto di cui sopra; d’altronde, mi è stato chiesto altre volte quali fossero i miei gusti al di fuori della narrativa fantastica.

La nuova sezione
A parte il puro divertimento di redigere (e, spero, di leggere) una classifica, conoscere i miei gusti personali potrebbe aiutarvi a inquadrare meglio il lavoro che faccio di solito. In tutti i miei articoli cerco di essere oggettivo e di fornire al lettore gli strumenti tecnici per capire da sé se vale la pena che spenda il tempo su questo o quell’altro libro, ma di sicuro nella selezione dei libri di cui parlare sono influenzato dai miei gusti personali. Conoscendoli meglio, potrete decidere se sono la persona giusta da seguire in materia di narrativa.
E’ per questo che ho deciso, assieme alla pubblicazione di questo articolo, di creare una nuova pagina nel menu orizzontale – La Mia Classifica. Mentre non metterò più mano a questo post – che diventerà, potremmo dire, una “fotografia” dei miei gusti e della mia cultura letteraria in questo momento – sarà mia premura tenere aggiornata “La Mia Classifica”. La nuova pagina potrà essere utile soprattutto a chi arriva qui per la prima volta e vuole capire meglio di che tipo di libri ci si occupa su Tapirullanza.
E ora andiamo avanti.

La classifica

50. Sotto gli occhi dell’Occidente

Sotto gli occhi dell'OccidenteAutore: Joseph Conrad
Genere: Mainstream / Politico
Anno: 1911

Nonostante la prosa ubriaca, Conrad rimane uno dei miei scrittori preferiti. Questo è uno dei suoi romanzi più atipici, essendo ambientato non nelle baie del sud-est asiatico ma a cavallo tra la Russia zarista degli ultimi anni e Ginevra. Il romanzo parla di un gruppo di rivoluzionari russi di matrice anarchico-populista con base a Ginevra, e del progressivo (ma combattuto) avvicinamento dello studente Razumov alla causa della rivoluzione.
Se Razumov, con le sue nevrosi e la sua espressione gelida, è un personaggio affascinante (che riecheggia il Raskolnikov di Dostoevskij), invece ne esce male la co-protagonista Nathalie Haldin, ritratto della virtù e dell’abnegazione femminile terribilmente belle époque (e con la complessità psicologica di un’aspirapolvere). La prima parte, quella ambientata a San Pietroburgo, è la più bella; piena di conflitti esterni e interiori. Passando a Ginevra, il ritmo si ammoscia un po’, e infatti la parte centrale del romanzo è spesso noiosotta. Comunque ben fatta la galleria dei rivoluzionari idealisti in esilio. Un romanzo che mi sentirei di consigliare ai cultori di Dostoevskij (tra i quali mi annovero pure io)1.

49. City of Saints and Madmen

City of Saints and Madmen

Autore: Jeff VanderMeer
Genere: Fantasy / Horror / New Weird / Urban Fantasy / Pseudo-trattato / Literary Fiction
Anno: 2001 / 2004

Tecnicamente questo non è un romanzo ma una raccolta di novellas, raccontini e schizzi. Tuttavia concordo con VanderMeer quando dice che tutti questi pezzi, insieme, formano un unico grande romanzo della città di Ambergris. E fino a questo momento, rimane il miglior VanderMeer che abbia mai letto.
Ho già parlato di City of Saints and Madmen nel Consiglio del Lunedì #20.

48. Auto da fé

Auto da féAutore: Elias Canetti
Genere: Mainstream / Picaresque / Umoristico
Anno: 1935

Stimato sinologo e forse l’uomo più colto della sua epoca, Peter Kien è però anche un misantropo che vive segregato nella sua immensa biblioteca, incapace di affrontare i più basilari problemi della vita quotidiana. L’arrivo di una governante meschina e semi-ritardata segnerà l’inizio della sua rovina.
La bellezza di Auto da fé è quella di presentare situazioni e individui assurdi e paradossali, immersi in una deliziosa atmosfera tragicomica. I personaggi sono caratterizzati alla perfezione; in particolare, la stupidità e l’ignoranza da sub-normale della governante Therese sono mostrate benissimo: il suo vocabolario si comporrà forse di un centinaio di parole che continua a riciclare a sproposito, di modi di dire e frasi preconfezionate, e anche il suo comportamento è quello standardizzato di un animaletto. Nella seconda parte purtroppo Canetti si perde un po’ per strada, calando di ritmo e aprendo parentesi e digressioni a non finire su personaggi secondari (come il nano Fischerle, che sogna di diventare il più grande scacchista vivente).
Se Canetti vi piace e siete interessati al clima della Mitteleuropa (e in particolare, di Austria e Germania) negli anni Venti e Trenta, vi consiglio anche la sua trilogia autobiografica: La lingua salvata, Il frutto del fuoco e Il gioco degli occhi.

47. Il carteggio Aspern

Il carteggio Aspern

Autore: Henry James
Genere: Mainstream
Anno: 1888

Verso James ho sentimenti ambivalenti: nel corso della sua vita ha pubblicato con la stessa disinvoltura libri bellissimi, roba insulsa e schifezze indegne. Nel corso degli anni anche la sua scrittura è peggiorata notevolmente (si dice per colpa della dislessia), e alcuni dei suoi ultimi lavori sono talmente involuti da essere quasi illeggibili.
Il carteggio Aspern appartiene ai buoni. Breve novella a sfondo veneziano, racconta del tentativo di un compito critico americano di impossessarsi delle carte private del defunto poeta Jeffrey Aspern, verso il quale nutre una devozione infinita. Ma le carte sono in possesso della vecchia Juliana Bordereau, ex-amante del poeta, e della nipote Tina; le due vivono segregate in un palazzo veneziano, gelose della loro privacy. Il protagonista dovrà abbassarsi a ogni nefandezza per entrare in possesso del carteggio, fino a provare orrore di sé stesso e a distruggere l’esistenza alienata delle due donne.
E’ una novella davvero strana. I personaggi sono bizzarri ma ben tratteggiati, e rimangono impressi.

46. Ringworld

Ringworld

Autore: Larry Niven
Genere: Science Fiction / Hard SF / Space Opera / BDO
Anno: 1970

Il pianeta a forma di anello: una delle idee più fighe mai partorite da mente umana.
Ho già parlato di Ringworld nel Consiglio del Lunedì #03.

45. Ho sposato un comunista

Autore: Philip RothHo sposato un comunista
Genere: Mainstream / Storico
Anno:1998

Lo scrittore Zuckerman, alter-ego dell’autore, si fa raccontare da un suo vecchio mentore la storia di Ira Ringold, ex-operaio riciclatosi come attivista comunista e conduttore radiofonico di successo nell’America degli anni ’50. Il suo tentativo di conciliare un impegno proletario un po’ alla buona e il sogno di penetrare nei salotti buoni della società newyorkese lo farà precipitare dalle stelle all’abisso.
Il libro mi piace non soltanto perché racconta un periodo interessantissimo, ossia gli Stati Uniti nell’era del maccartismo – che contribuì alla completa distruzione del comunismo nel mondo politico americano – ma anche per la galleria dei personaggi (come la volubile moglie del titolo) e per l’umorismo amaro che attraversa la storia. A distanza di anni, mi è rimasto impresso nella memoria più di Pastorale americana, il più celebre romanzo di Roth – il che è tutto dire.

44. Starship Troopers

Fanteria dello spazioAutore: Robert A. Heinlein
Genere: Science Fiction / Militaristic SF / Utopia
Anno: 1958

Ad oggi, uno dei romanzi più convincenti che abbia mai letto nel descrivere la vita militare. Con tutto che non si tratta di un romanzo realista, né di fantascienza nuda e cruda, ma dell’illustrazione – quasi pamphlettistica – di come potrebbe funzionare un’utopia militarista.
Certi capitoli prendono proprio la forma di uno pseudo-saggio, una massa d’informazioni con il minimo sindacale di storia intorno – e onestamente sono quelli più brutti. E ovviamente, ho trovato particolarmente irritanti le due paroline sceme – che Heinlein mette in bocca al suo professore di filosofia morale – con cui pretende di dimostrare quant’è sbagliato il comunismo.
Devo comunque ammettere che quella di Heinlein è un’utopia che cerca di stare un minimo coi piedi per terra (benché la parte in cui spiega come l’utopia sia nata è quella più debole). E alcune scene sono magistrali, come la descrizione del raid nel primo capitolo.

43. I Buddenbrook

I BuddenbrookAutore: Thomas Mann
Genere:
Mainstream
Anno:
1901

La storia di una famiglia della media borghesia di Lubecca, nel corso del cinquantennio che vede l’annessione dei principati tedeschi alla Prussia e la nascita della Germania. La storia è vista principalmente attraverso i pov di Thomas e sua sorella Tony, da quando sono piccoli (e la ditta è di proprietà del nonno) fino a quando diventano i membri più anziani della famiglia.
Lo stile è quello piano e semplice del romanzone ottocentesco, con nessun’altra ambizione che quella di raccontare una bella storia: la storia della fine della borghesia ‘eroica’ dell’Ottocento. Quello de I Buddenbrook è il Mann che mi piace, il Mann che non ha bisogno di gridare ai quattro venti: “Sono un’artista, guardatemi, cito la cultura classica a caso!”. L’autore tenta di mostrare i suoi personaggi, al punto da replicare nelle loro parlate le differenti inflessioni regionali o altri tic. La parte più debole è l’ultima, in cui il punto di vista della storia si sposta su un nuovo personaggio (il piccolo Hanno).

42. Stations of the Tide 

Stations of the TideAutore: Michael Swanwick
Genere: Science-Fantasy
Anno:
1991

Miranda è un pianeta sottosviluppato posto sotto la benevola tutela della Terra. A cicli alterni, il pianeta viene sommerso dall’alta marea, trasformando le valli in gole sommerse e le montagne in isole, dove gli abitanti si ritirano in attesa del nuovo ciclo. Poche settimane prima della nuova Marea, un “burocrate” armato di valigetta viene mandato su Miranda perché catturi il misterioso stregone Gregorian, individuo geniale e pericoloso, colpevole di aver rubato qualcosa al Dipartimento della Tecnologia. Ma il suo viaggio nel pianeta cambierà il burocrate irreversibilmente.
Stations of the Tide è il più acclamato tra i romanzi di Swanwick, ed effettivamente è molto bello. A frenare il mio entusiasmo, il carattere troppo episodico di alcuni capitoli, il ritmo lento e la mania di Swanwick di fare l’intellettualoide. Questi sono difetti tipici dell’autore, ma in questo romanzo, ahimé, si fanno particolarmente sentire.

41. Rendezvous with Rama

Randezvous with RamaAutore: Arthur C. Clarke
Genere: Science Fiction / Hard SF / BDO
Anno: 1972

Una grossa navicella spaziale di origine aliena entra nel Sistema Solare senza dichiarare le sue intenzioni; una squadra di militari e scienziati viene inviata ad esplorarla. Ma la navicella, ribattezzata ‘Rama’, si rivelerà un ecosistema artificiale completamente autosufficiente… e pericoloso?
Un libro che non ha bisogno di presentazioni, e certamente il miglior romanzo del genere “Big Dumb Object” che abbia mai letto. Ottima la parte esplorativa, debole invece quella politica. Peccato inoltre per alcune buone idee lasciate sullo sfondo, come la Chiesa di Cristo Cosmonauta. Un piccolo capolavoro, un po’ azzoppato dal solito stile clueless di Clarke.

40. La città e i cani

La città e i caniAutore: Mario Vargas Llosa
Genere: Mainstream
Anno: 1963

Romanzo d’esordio di Vargas Llosa, mostra uno spaccato della vita di alcuni cadetti dell’ultimo anno dell’Accademia Militare Leoncio Prado di Lima – Alberto, lo Schiavo, il Giaguaro. Quando uno dei ragazzi finisce ammazzato durante un’esercitazione, il tenente Gamboa è chiamato a indagare su ciò che si nasconde nelle camerate dei cadetti. E per Alberto confessare ciò che sa diventa sempre più difficile.
Vargas Llosa ha frequentato per davvero una scuola militare quando era giovane, e si capisce che sa di cosa parla. L’interplay tra i personaggi è la cosa più interessante del romanzo, e prima che uno se ne accorga si è veramente appassionato alle vicende dei protagonisti. Gamboa, poi, è fikissimo – un personaggio che si ricorda a distanza di anni. Ma anche il Giaguaro.
Il difetto principale? Un eccesso di sperimentazione idiota, per cui vediamo nel corso dei capitoli succedersi tre o quattro stili diversi (il migliore, manco a dirlo, è quello più trasparente e meno raccontato). Il peggio del romanzo infatti sono le prime trenta-quaranta pagine. Un’altra cosa che non mi è andata troppo a genio è l’eccesso di flashback, soprattutto per quel che riguarda Alberto.

39. La follia di Almayer / Un reietto delle isole

La follia di AlmayerAutore: Joseph Conrad
Genere: Mainstream
Anno: 1895 / 1896

Ultima entrata per Conrad. La follia di Almayer e Un reietto delle isole sono i primi due volumi della cosiddetta “trilogia malese” di Conrad, nonché i suoi due primi romanzi. Generalmente sono considerate opere minori, ma non sono d’accordo. Le presento insieme non soltanto perché fanno parte dello stesso universo narrativo (benché autonome), ma anche perché trattano gli stessi argomenti in modi simili: l’alienazione e il degrado di uomini europei costretti da esigenze commerciali a vivere nelle profondità della giungla malese.
Il primo romanzo racconta la storia dell’olandese Almayer, uomo abbruttito che aspetta il giorno in cui con una ciurma potrà risalire il fiume alla ricerca dell’oro, mentre sua figlia sogna di fuggire dalla giungla con un principe malese. Il secondo si focalizza invece su Willem, un truffatore che trova rifugio nella giungla ma che compie l’errore più grosso della sua vita – tradire sua moglie e la sua famiglia con una diabolica donna del posto. La qualità della prosa è così così, ma i protagonisti sono tratteggiati in maniera superba e i comportamenti nevrotici dei personaggi sono paragonabili solo a quelli di Dostoevskij.
Se vi piacciono temi e ambientazioni, controllate anche Giorni in Birmania di Orwell.

38. The End of Eternity

The End of EternityAutore: Isaac Asimov
Genere: Science Fiction / Thriller
Anno: 1955

L’Eternità è un’organizzazione che esiste al di fuori del tempo, il cui scopo è monitorare tutte le epoche della storia dell’umanità in modo da scongiurare catastrofi. Ogni volta che la linea temporale prende una brutta direzione, agenti dell’Eternità vengono mandati in varie epoche ad apportare tutta una serie di cambiamenti accuratamente studiati per modificare il corso della storia. Ma il comportamento dell’Eternità è legittimo? E quali effetti collaterali sta provocando?
The End of Eternity è un piccolo capolavoro concettuale, e ad oggi, credo, il migliore e più coerente romanzo sui viaggi nel tempo che abbia mai letto. Ci voleva uno scienziato per fare un lavoro decente sull’argomento! I punti deboli sono quelli tipici di gran parte della fantascienza anni ’40 e ’50: personaggi piatti e funzionali, infodump e scene raccontate come se piovesse. Ma setting e intreccio sono affascinanti, e Asimov riesce a tenere sempre alta la tensione e il ritmo.

37. Queste oscure materie

Queste oscure materieAutore: Philip Pullman
Genere: Fantasy / Science-Fantasy / Young Adult (forse)
Anno: 1995 – 2000

Lessi i libri di Pullman tra i 13 e i 15 anni, e mi piacquero talmente tanto che li definii la miglior trilogia fantasy che avessi mai letto. Quello lo penso ancora, anche perché tutte le trilogie che ho letto in seguito facevano cagare. Essendo forse il libro che ho letto da più tempo tra quelli in classifica, non so se avrei la stessa impressione positiva a rileggerlo oggi. Certo che, quando ci penso, mi tornano in mente un sacco di ricordi carichi di sense of wonder: i daimon che ti seguono ovunque e materializzano il tuo inconscio, la Polvere, gli orsi corazzati, l’aletiometro che data una serie di premesse determina scientificamente le conseguenze, il coltello che apre portali dimensionali, i mulefa (elefanti che si muovono su ruote), il mondo della morte, Dio nella bara di cristallo… E poi i personaggi: l’ambigua signora Coulter, il titanico e amorale Lord Asriel, l’orso Iorek Byrnison, gli angeli gay Balthamos e Baruch! La risoluzione dell’intreccio nell’ultimo libro della trilogia non mi fa impazzire, e il destino di alcuni personaggi m’è parso un po’ buttato via, ma altre scene – come quella del giardino dell’Eden – mi sono piaciute un sacco. Insomma, secondo me mi piacerebbe anche se lo rileggessi adesso.

36. Per chi suona la campana

Per chi suona la campanaAutore: Ernest Hemingway
Genere: Mainstream / Romanzo di Guerra
Anno: 1940

Guerra civile spagnola. Robert Jordan è andato in Spagna per combattere contro i franchisti.  L’esercito repubblicano l’ha mandato sulle montagne tra Madrid e Segovia, a mettersi in contatto con un gruppo di partigiani. In qualità di esperto dinamitardo, il suo compito è quello di far saltare un ponte di vitale importanza strategica quattro giorni dopo. Ma tra sospetti, diffidenza, tradimenti e contrattempi, portare a termine l’impresa non sarà facile e costerà molte vite umane.
Uno dei capolavori di Hemingway, anche se spesso non viene letto perché è un malloppazzo. Da buon aristotelico amo l’unità di tempo e luogo del romanzo (tutta la storia si svolge in cinque giorni); inoltre molti dei personaggi sono straordinari, dal vecchio Anselmo a Pablo, un tempo eroe dei ribelli ma ormai consumato e meschino, e soprattutto Agustin, donna di ferro e nerbo morale del gruppo partigiano. Menzione di disonore invece per Maria, solita femmina hemingwaiana buona solo a sospirare e a snocciolare romanticume.
L’intreccio funziona benissimo e c’è anche la sua bella dose di violenza.

35. Lord of the Flies

Il signore delle moscheAutore: William Golding
Genere: Horror / Mainstream
Anno: 1954

Questo è uno di quei romanzi che, credo, abbiamo letto tutti (non è così scontato: io per esempio l’ho letto solo quest’anno). Un pugno di ragazzini britannici finisce, in seguito a un non meglio precisato incidente aereo, spiaggiato su un’isola deserta. Guidati dal carismatico Ralph, i bambini cercano inizialmente di ristabilire l’ordine e organizzarsi per chiamare i soccorsi. Ma la situazione sfuggirà loro di mano, e mentre gli istinti primordiali si sostituiscono alla disciplina, il paradiso tropicale in cui sono precipitati si trasformerà in un inferno…
Nonostante una gestione ubriaca del pov e un simbolismo un po’ esagerato nell’associare certi personaggi a certi concetti, quello di Golding è un romanzo dal ritmo serrato e dalla tensione in crescendo. Fino ad arrivare a un finale geniale. Giustamente, è diventato un classico.
E a proposito di Golding, di recente ho parlato di un suo romanzo minore: The Inheritors.

34. Il nome della rosa

Il nome della rosaAutore: Umberto Eco
Genere: Storico / Thriller / Literary Fiction
Anno: 1983

Prima entrata per un italiano! Il nome della rosa è uno di quei romanzi che non hanno bisogno di presentazioni. L’impalcatura è quello di un giallo medievale ambientato nello spazio chiuso di un antica abbazia cluniacense, con Guglielmo da Baskerville nei panni di uno Sherlock Holmes con la tonaca da frate e il discepolo Adso nel ruolo di Watson. Ma Eco ne approfitta anche per mostrarci i conflitti dell’epoca, il modus operandi dell’Inquisizione trecentesca, il sentire religioso medievale, e anche alcuni misteri sui manoscritti conservati nelle biblioteche delle abbazie.
A prescindere dal fatto che adoro il Medioevo, questo libro poteva essere un capolavoro. Se non lo è, la colpa sta nel fatto che Eco, tra un saggio di semiotica e un altro di filosofia del linguaggio, non ha mai avuto il tempo per studiare le tecniche di scrittura. Descrizioni lunghissime e improponibili di frontoni di chiese, elenchi lunghi pagine e pagine che non hanno alcuna rilevanza per la trama, e altre amenità da intellettuale rovinano in parte il piacere della lettura. Comunque molto bello.

33. L’amore di uno sciocco

L'amore di uno scioccoAutore: Tanizaki Jun’ichirō
Genere: Mainstream
Anno: 1924

Lo schivo Joji voleva una moglie perfetta e con cui fosse in intimità. Per questo, quando si presenta l’occasione, si prende in casa Naomi, insulsa camerierina quindicenne di un quartiere povero. Joji vuole insegnarle tutto e farla diventare la compagna ideale. Ma l’idillio dura poco: Naomi vuole essere bella, divertirsi, attirare gli sguardi dei ragazzi nelle sale da ballo. E prima che Joji se ne accorga, Naomi è diventata una perfida succube, traditrice e opportunista. Lui vorrebbe fermarla, punirla, o nella peggiore delle ipotesi dimenticarla, eppure più lei peggiora e lo maltratta e più lui sente di starne diventando schiavo…
Questa è la prima e ultima entrata di un autore giapponese nella classifica. I temi – le follie a cui l’amore e l’eccitazione sessuale ci spingono – sono quelli tipici di Tanizaki, ma questo romanzo gli riesce particolarmente bene. Se l’autore vi ha acchiappato, altri romanzi carini sono Neve sottile, La chiave e Diario di un vecchio pazzo.

32. Se non ora, quando?

Se non ora, quando?Autore: Primo Levi
Genere: Romanzo di Guerra / Mainstream
Anno: 1982

Primo Levi è sempre associato ai campi di concentramento e al libro-reportage Se questo è un uomo. Questo è un po’ un peccato, perché non solo Levi era molto bravo come scrittore di fiction, ma probabilmente, di tutti gli scrittori italiani (o almeno, quelli che conosco), è stato quello che più si è avvicinato allo stile limpido, secco, trasparente della buona prosa americana. Un bel calcio in faccia a tutti quei geni che dicono che la lingua italiana è naturalmente portata al barocchismo e a vomitare parole su parole anche per esprimere i concetti più semplici.
Se non ora, quando? narra la storia di un pugno di ebrei polacchi e russi che, fuggiti dalle linee sovietiche nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, si fanno strada in una mitteleuropa contesa fra nazisti e sovietici. Nel mentre, incontrano un gruppo di partigiani e si votano alla missione di farla pagare ai nazi. Alla prosa limpida si unisce uno sguardo freddo e amaro sulle vicende della guerra e una galleria di personaggi affascinanti, tra cui una giovane ebrea sexy, brutale e cinica che sembra una precedente incarnazione della Tengi 2.

31. La promessa

La promessaAutore: Friedrich Durrenmatt
Genere: Poliziesco
Anno: 1958

Il giallo è uno dei generi letterari che apprezzo di meno. Forse è per questo che mi piace tanto La promessa, una novella lunga più che un romanzo, che parte come un comunissimo poliziesco ma scardina cammin facendo i pilastri del genere.
Un pedofilo è a piede libero in una cittadina svizzera, e una bambina è stata brutalmente uccisa. Il geniale commissario Matthai promette alla madre di catturare il colpevole, e mette tutta la sua anima nell’indagine. Matthai ha le intuizioni giuste, la pista è buona, sembra che la cattura del pedofilo sia inevitabile… ma un evento del tutto casuale farà crollare il castello di carte. La morale della favola? La logica ferrea del romanzo giallo è priva di senso in un mondo dominato dal caso.

30. High Rise

High RiseAutore: James G. Ballard
Genere: Horror / Slipstream
Anno: 1975

Questo libro è come Il signore delle mosche, solo che con uomini adulti, un grattacielo autosufficiente al posto di un’isola deserta, e la bizzarra caratteristica che i residenti potrebbero uscire e interrompere il “gioco”, ma non lo fanno. C’è anche molta più mattanza e più follia. Per tutti questi motivi, mi piace di più.
Ho già parlato di High Rise nel Consiglio del Lunedì #05.

29. The Egg Man

The Egg ManAutore: Carlton Mellick III
Genere: Horror / Urban Fantasy / Bizarro Fiction
Anno: 2008

In un futuro prossimo decadente e misero, le persone nascono come insettoni simili a mosche ed evolvono gradualmente in esseri umani. Tutti sono proprietà di una corporazione, e devono dimostrare di valere il tempo e i soldi spesi per dar loro vitto, alloggio e un’educazione. Lincoln, un Odore, si mantiene come pittore per la Georges Corporations, e deve dimostrare di essere in grado di produrre tele creative o verrà gettato in mezzo alla strada. Ma una serie di incontri disgustosi cambieranno la sua vita e lo faranno diventare una persona… diversa.
Il capolavoro di Mellick, benché per qualche motivo sia anche una delle sue novellas meno conosciute. Le bizzarrie ci sono tutte, ma il tono questa volta non è ironico – è cupo e triste. I protagonisti prendono direzioni veramente inaspettate, e per una volta Mellick non si attiene a un canovaccio classico – quel che succede è veramente imprevedibile. A ciò si aggiunge la genialità del potere di Lincoln: il suo senso principale è l’olfatto, perciò il romanzo è pieno di odori e immagini olfattive descritte benissimo. Una storia che ti fa veramente sentire la puzza delle cose. Stupendo! Mi piacerebbe dedicarci un Consiglio in futuro.

28. A ciascuno il suo

A ciascuno il suoAutore: Leonardo Sciascia
Genere: Poliziesco / Mainstream
Anno: 1966

Anche stavolta si tratta di un poliziesco atipico. Ambientato nella Sicilia dei mafiosi, degli inciuci politici e degli amici di amici, racconta di un doppio omicidio durante una battuta di caccia, e del modesto professor Laurana, che per divertimento decide di provare a risolvere il caso. Scoprirà che non si ficca il naso in faccende serie senza pagarne le conseguenze, e che del resto le sue intuizioni geniali e gli altarini svelati in realtà sono il segreto di Pulcinella.
Un’altra storia breve e amara, che come il libro di Durrenmatt scompagina la struttura classica del giallo, aggiungendoci però il sapore deliziosamente corrotto del meridione italiano. Mi piace perché è rapido, cinico, e senza una parola di troppo. Il miglior Sciascia , quando ancora scriveva storie oneste e non quella robaccia pseudo-intellettuale come Todo modo o Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia.

27. Childhood’s End

Childhood's EndAutore: Arthur C. Clarke
Genere: Science-Fantasy
Anno: 1953

Il miglior romanzo di invasione aliena che abbia mai letto, con degli invasori così smaccatamente superiori che l’umanità non ha una chance fin dall’inizio. E al contempo l’invasione suggerisce l’esistenza di cose e specie viventi ancora più grandiose e in alto nella scala evolutiva… Un libro genuinamente apocalittico!
Ho già parlato di Childhood’s End nel Consiglio del Lunedì #16.

26. Le dodici sedie

Autore: Il’ja Il’f & Evgenij Petrov
Genere: Commedia / Picaresque
Anno: 1927

A pochi anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, il nobile decaduto Ippolit Matveevic’ Vorobjaninov scopre che sua suocera, per evitare che i Bolscevichi si impossessassero delle ricchezze di famiglia, le nascose all’interno di una delle dodici sedie della sala da pranzo. Ma le sedie sono state espropriate dalla politica del Partito, e sparpagliate in tutta la grande Russia! Assieme a Ostap Bender, farabutto professionista specializzato nella nobile arte del raggiro, Ippolit si metterà sulle tracce delle dodici sedie, alla ricerca di quella che cela tutta la sua fortuna. Seguiranno disavventure tragicomiche di ogni sorta, e un finale crudo davvero geniale.
Le dodici sedie è un romanzo fresco e divertente, una delle ultime opere decenti che la Russia ha prodotto prima dell’inizio dell’allegro periodo delle grandi purghe staliniste. Si prende in giro di tutto, dalle politiche sovietiche e il nuovo gergo proletario, agli angoli più tradizionali di Russia e alla stupidità dei villici, passando per l’ossessione russa per gli scacchi. Ci sono alcuni momenti di stagnazione e il romanzo non è perfetto, però scorre piuttosto bene e fa divertire. E poi, Ippolit e Ostap sono una coppia stupenda.

25. Neuromancer

NeuromancerAutore: William Gibson
Genere: Science Fiction / Cyberpunk / Thriller
Anno: 1984

Case era un hacker professionista, ma quando ha tentato di fregare i suoi datori di lavoro, gli hanno inoculato una micotossina che gli impedisse di continuare a collegarsi al cyberspazio. Da allora, Case conduce una vita misera, contrabbandando tecnologia nel quartiere malfamato di Chiba City. Finché un tizio si presenta alla sua porta e gli offre la possibilità di liberarlo dalla micotossina, in cambio di un servizio molto speciale…
Di recente si è parlato spesso di Neuromancer sul blog; prima per paragonarlo a Vacuum Flowers di Swanwick (un po’ più in alto nella classifica), poi nel pronosticare la riuscita dell’adattamento cinematografico di Natali. Nonostante la tendenza di Gibson di fare l’autore literary, alcune scene davvero troppo confuse per essere comprensibili (come quella della cattura di Riviera), e l’estetica del cyberspazio, che è invecchiato male, rimane un gran bel libro. Nonché una pietra miliare della fantascienza.

24. The Sirens of Titan

The Sirens of TitanAutore: Kurt Vonnegut
Genere: Science Fiction / Social SF
Anno: 1958

Quando un aristocratico d’antico stampo si infila con la sua navicella privata in un infundibolo cronosinclastico, il destino dell’intera umanità è destinato a cambiare per sempre. A molti commentatori del blog questo romanzo non piace, ma io continuo a ritenerlo un mix geniale di sense of wonder e umorismo.
Ho già parlato di The Sirens of Titan nel Consiglio del Lunedì #02.

23. La marcia di Radetzky

La marcia di RadetzkyAutore: Joseph Roth
Genere: Storico / Mainstream
Anno: 1932

Da quando il tenente di fanteria Joseph Trotta ha salvato la vita a Francesco Giuseppe sul campo della battaglia di Solferino, le vite della famiglia Trotta sono legate a doppio filo a quella dell’imperatore. Come ricompensa per il nobile gesto il tenente viene innalzato al titolo di barone e i Trotta entrano nella nobiltà; ma questo titolo si rivelerà una maledizione piuttosto che un premio, nell’impero avviato alla fine dei suoi giorni. Il romanzo segue la vita del figlio e del nipote del tenente Trotta, e le loro alterne vicissitudini mentre si approssima lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Il Duca continua a menarla con la Germania Imperiale, ma quando volo nostalgicamente all’Europa degli ultimi decenni del Lungo XIX Secolo, è all’Austria-Ungheria di Francesco Giuseppe che penso. Il libro di Roth è un romanzone dal ritmo pacato, di impostazione ottocentesca, sulla fine dei sogni imperiali e della felix Austria. A chi ha la pazienza di leggerlo regala momenti di vero struggimento monarchico!

22. Il deserto dei Tartari

Il deserto dei tartariAutore: Dino Buzzati
Genere: Mainstream / Surreale
Anno: 1940

Nominato tenente, Giovanni Drogo viene assegnato alla Fortezza Bastiani. Il forte si trova sul confine della nazione, di fronte a una sconfinata pianura un tempo oggetto delle sortite degli invasori. E’ passato molto tempo dall’ultimo attacco, ma per gli uomini della fortezza ogni giorno potrebbero arrivare i nuovi attacchi del nemico. E Drogo si troverà intrappolato in questo clima di eterna attesa… ma arriveranno i Tartari?
Il deserto dei Tartari è senza dubbio il capolavoro di Buzzati, e un bellissimo esempio di surrealismo esistenziale. Lo scorrere del tempo, il senso di attesa, il terrore di una vita senza scopo e senza gloria che angoscia gli uomini della fortezza, colpiscono il lettore senza annoiarlo. E’ un altro dei libri che ho letto da più tempo ad essere entrati nella classifica, quindi non ricordo con precisione la qualità della scrittura.

21. Pantaleòn e le visitatrici

Pantaleon e le visitatriciAutore: Mario Vargas Llosa
Genere: Mainstream / Commedia
Anno: 1973

Nel cuore dell’Amazzonia, i soldati peruviani hanno la brutta abitudine di soddisfare i loro bisogni inappagati rapendo e stuprando donne indigene. Per porre fine a questa situazione indecorosa, l’alto comando incarica il capitano Pantaleòn Pantoja di studiare la situazione e istituire un servizio di “visitatrici” che si prendano cura dei bisogni dell’esercito ed evitino ulteriori danni d’immagine. Inizialmente inorridito dal compito, Pantaleòn è però anche un uomo dal rigido senso del dovere, e con la massima serietà si disporrà a eseguire gli ordini. Il servizio delle visitatrici si rivelerà non soltanto un toccasana per gli abitanti dell’Amazzonia, ma anche un compito complesso e appassionante che trasformerà Pantaleòn da così a così. Ma ci sono nemici pronti a screditare il suo operato e a gettare fango sull’esercito, e le cose potrebbero anche prendere una brutta piega…
Il romanzo più divertente di Vargas Llosa. Rispetto a quel pastrocchio di stili che è La città e i cani, qui siamo sulla buona strada, ma ancora sopravvive un certo barocchismo. L’autore utilizza una tecnica a incrocio per cui nello stesso paragrafo si intervallano battute dette nel presente e altre (richiamate nella conversazione nel presente) dette nel passato, per cui la storia continua a muoversi ogni poche righe tra due (e a volte più) periodi temporali differenti. Per certi versi l’idea è interessante e meriterebbe uno studio, ma così come la gestisce Vargas Llosa fa più che altro venire il vomito (oltre all’effetto “teste parlanti”). Altri capitoli sono costituiti da dispacci militari, lettere, questionari o script di trasmissioni radiofoniche.

20. A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court

Un americano alla corte di re artùAutore: Mark Twain
Genere: Fantasy / Gonzo-Historical / Commedia / Picaresque
Anno: 1889

Una bellissima satira del Medioevo e delle tinte nostalgiche e fiabesche in cui lo dipingevano i romantici ottocenteschi. E’ inoltre un ottimo antidoto per chi abbia fatto indigestione di cattivo fantasy.
Ho già parlato di A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court nel Consiglio del Lunedì #18.

19. Il valzer degli addii

Il valzer degli addiiAutore: Milan Kundera
Genere: Mainstream / Commedia
Anno: 1873

Una cittadina termale nella provincia di Praga diventa lo sfondo di un intreccio tragicomico in cinque giornate. Klima, trombettista nazionale belloccio, tradisce la gelosissima moglie Kamila con l’infermiera Ruzena. Scoperto che Ruzena è incinta, cerca di convincerla ad abortire e di interrompere la relazione, mentre viene inseguito da Frantisek, un pazzo in motocicletta convinto che Ruzena sia la sua ragazza. Intanto Jakub, ex-prigioniero politico a cui è stato accordato il permesso di lasciare la Cecoslovacchia, si trastulla con la pastiglia di veleno per commettere il suicidio datagli dal suo caro amico, Skreta, ginecologo della clinica che sogna di moltiplicarsi all’infinito versando di nascosto il proprio sperma nelle acque termali. E dall’America arriva il ricco magnate Bertlef, cristiano devoto nonché colmo dell’antico senso dell’onore. Il libro parte come una commedia rilassata ma finisce in modo serio – quasi metafisico – senza risparmiare un paio di pugni nello stomaco.
Kundera è un autore geniale, perché capace di passare insensibilmente, per gradi, dalla commedia alla tragedia; o di mostrare avvenimenti tragici col tono leggero della commedia. Il che per contrasto amplifica ancora di più gli avvenimenti tragici. Questo è il suo romanzo meno literary, meno intellettuale, e quindi anche uno dei più godibili. Potremmo definirlo: il vaudeville cecoslovacco con sorpresa. Oppure: Natale a Brno se fosse girato da un genio invece che dai Vanzina.

18. Do Androids Dream of Electric Sheep?

Do Androids Dream of Electric Sheep?Autore: Philip K. Dick
Genere: Science Fiction / Social SF / Thriller
Anno: 1965

In un mondo decadente, punteggiato di metropoli spopolate, in cui le forme di vita animali e vegetali sono quasi scomparse, in cui gli uomini abili emigrano sulle colonie spaziali e i sopravvissuti indulgono in una strana religione che permette a tutte le coscienze di fondersi nell’anima di un vecchio che sale una montagna mentre gli tirano le pietre, Rick Deckart viaggia per San Francisco a caccia di sei androidi fuggiaschi. Gliene capiterà di ogni e imparerà qualcosa.
Prima entrata del mio scrittore preferito nella classifica, ma ho cercato di controllarmi. La maggior parte di voi lo conoscerà grazie al film di Ridley Scott, ma lasciatemelo dire: Blade Runner ha stuprato questo libro. C’è così tanto qui dentro, e così poco in quel film. L’interrogativo alla base del film è la solita, annacquata domanda moralista-esistenziale: “non vedete che gli androidi sono umani come noi?”. Mentre nel libro Dick precisa che gli androidi non sono come gli esseri umani, e la domanda diventa: qual’è la differenza? Cos’hanno gli esseri umani che gli androidi non potranno mai replicare? Il tutto intriso in suggestive discussioni su entropia, empatia e ricerca della felicità.
In mezzo, un sacco di trovate creative e geniali come il Mercerismo, le macchinette che rilasciano umori e il bellissimo test Voigt-Kampf per scoprire se il soggetto è un essere umano o un androide.

17. Vacuum Flowers

Vacuum FlowersAutore: Michael Swanwick
Genere: Science Fiction / Hard SF / Space Opera / Cyberpunk
Anno: 1987

Neuromante a spasso per il Sistema Solare! Con in più, riprogrammazione mentale, ibridi pianta-macchina, e la Terra trasformata in un’unica coscienza collettiva. E una protagonista molto più simpatica del Case di Gibson (e che fa un sacco di sesso – ma questo perché Swanwick è un vecchio porcone).
Ho già parlato di Vacuum Flowers nel Consiglio del Lunedì #21.

16. Troppo buoni con le donne

Troppo buoni con le donneAutore: Raymond Queneau
Genere: Mainstream / Commedia
Anno: 1947

Durante la storica Insurrezione di Pasqua a Dublino, un pugno di repubblicani irlandesi guidati da John McCormack occupa un ufficio postale. Ammazzato il direttore, barricati dentro l’edificio, sono preparati a resistere a oltranza e a manifestare il loro odio verso la Corona britannica. Ma non avevano calcolato un imprevisto: una giovane impiegata con un’arma molto particolare.
Con Queneau ho rapporti altalenanti. I suoi romanzi irlandesi sono spassosissimi (se questo vi piace, provate anche Il diario intimo di Sally Mara), ma molti altri sono rovinati dalle sue ambizioni literary (per esempio non mi piace granché il tanto celebrato I fiori blu). Troppo buoni con le donne è una storia breve, rapida, tutta sesso&pallottole, e con qualche scena al limite del surreale. La parlata dei ribelli è resa benissimo, con frasi dalla sintassi dubbia, piene di slang e battutacce. La morale? Si è sempre troppo buoni con le donne!

15. Il mondo nuovo

Il mondo nuovoAutore: Aldous Huxley
Genere: Science Fiction / Distopia
Anno: 1932

Un altro libro talmente famoso da non richiedere molte parole. Eugenetica, produzione industriale di neonati, manip0lazione mentale, soppressione della libertà, tutto in un pratico pacchetto distopico. Il bellicoso (ma facilmente comprabile) intellettuale Bernard Marx e l’infelice selvaggio John sono due ottimi protagonisti, pieni di luci ed ombre in una storia che poteva facilmente sfociare nella bassa retorica. E fa riflettere seriamente sulla domanda: meglio la libertà o la felicità?
Il mondo nuovo è una delle distopie più riuscite nella storia della letteratura. Per quanto sia meno drammatica, la trovo più realistica di quella di 1984. Ciò che la frega è una prosa poco curata, piena di aggettivi e avverbi, e una gestione disordinata del pov. Rimane un libro geniale.
L’edizione Oscar Mondadori accorpa al romanzo un breve saggio del ’58, in cui Huxley si interroga sulle caratteristiche della società de Il mondo nuovo e si chiede se si siano già realizzate o siano sulla via per realizzarsi nel mondo reale.

14. Il vecchio e il mare

Il vecchio e il mareAutore: Ernest Hemingway
Genere: Mainstream
Anno: 1952

Breve novella che racconta della sfida di un pescatore solitario e ormai giunto alla fine dei suoi giorni contro un pesce che non vuol lasciarsi prendere e le insidie del mare.
E’ un altro libro molto famoso, e forse parrà banale che anch’io lo metta così in alto nella mia classifica. Però, che volete? E’ una storia minimalista, ma ha tutto quello che le serve. Penso anch’io che ci sia una certa vena epica nella lotta di questo vecchio contro un degno avversario. E sono stato davvero triste quando sono arrivati gli squali a banchettare sulla carcassa.

13. Una banda di idioti

Una banda di idiotiAutore: John Kennedy Toole
Genere: Mainstream / Commedia / Picaresque
Anno: 1980

Ignatius J. Reilly è un uomo assurdo. Ciccione, intellettuale, irascibile, misantropo, amante della filosofia scolastica e di Boezio, profondo odiatore della cultura pop e della rivoluzione sessuale, e convinto di essere il più grande genio vivente. Ma ha un problema:  deve trovarsi un lavoro. E così, eccolo aggirarsi per le strade della sozza New Orleans, in mezzo a poliziotti incapaci, spogliarelliste, buttafuori negri, omosessuali e un vecchio ossessionato dai comunisti.
Una banda di idioti non ha una vera trama, aldilà del leit motiv del protagonista che deve trovarsi un lavoro ma è incapace di tenersene stretto uno. Le sue peregrinazioni servono a Toole per introdurre una galleria di personaggi bizzarri, per poi approfondire e intrecciare le loro storie fino a un finale climatico e molto divertente. E’ un romanzo corale, in cui interi capitoli sono dedicati a personaggi secondari. Ma va bene, perché il succo del romanzo è un’epica suburbana un po’ retard sul palcoscenico della New Orleans degli anni ’60. Squisito.

12. Trilogia della Fondazione

Trilogia della FondazioneAutore: Isaac Asimov
Genere: Science Fiction / Politico
Anno: 1951 – 1953

La Fondazione di Asimov mi ha formato così come altri sono stati formati dal Signore degli Anelli o da Il richiamo di Chtulhu. Certo sono dei libri lontani dalla perfezione: la prosa lascia a desiderare (soprattutto nelle prime parti), la maggior parte dei personaggi sono manichini funzionali alla trama, senza una grande personalità, e Asimov ha questa sgradevole tendenza a montare la tensione verso una grande battaglia o una resa dei conti – per poi saltare la descrizione vera e propria di questa situazione e passare a un momento successivo, in cui se ne discutono gli esiti (immagino perché non fosse ferrato in questioni militari e non volesse fare una brutta figura).
Ma il concetto di psicostoria, e l’idea di un organismo politico costruito a tavolino che cresce, secolo dopo secolo, attraversando una serie di eventi più o meno drammatici mentre è controllato dalle mani invisibili di un pugno di scienziati-psichici, sullo sfondo di un Impero Galattico in rovina, mi piace davvero troppo. Per me la Trilogia della Fondazione è un distillato purissimo di sense of wonder.

11. Il processo

Il processoAutore: Franz Kafka
Genere: Surreale
Anno: 1925

Una mattina, due uomini si presentano in casa di Josef K. per notificargli il suo stato di arresto e che si trova molto processo. A nulla varranno i tentativi di K. di discolparsi o anche solo di scoprire quali siano i capi d’imputazione: la macchina processuale si è messa in moto, e nessuno è in grado di fermarla. Quel che è peggio, anche Josef, pur sapendosi innocente, comincia a sentirsi colpevole e a comportarsi come tale…
Credo che Il processo sia uno dei capolavori della letteratura mondiale. Raramente ho provato una tale sensazione di ansia, l’idea di un male così diffuso, pervasivo e inevitabile; l’idea che anche se non hai fatto niente, se dicono che sei colpevole in modo abbastanza autorevole finirai per sentirti colpevole. La scrittura secca, gelida, mostrata di Kafka fa il resto. Peccato solo per la sua abitudine ai wall of text.

10. La vita, istruzioni per l’uso

La vita istruzioni per l'usoAutore: Jacques Perec
Genere: Literary Fiction / Mainstream
Anno: 1978

Questo romanzo di Perec riassume tutto ciò che mi piace della literary fiction ben fatta. Ossia, la costruzione di un elegante gioco intellettuale, che il lettore è invitato a districare. Perec ci mostra una palazzina residenziale e la disposizione di tutti gli appartamenti, dopodiché procede a descrivere, appartamento per appartamento, l’arredamento delle stanze e la vita dei loro inquilini. A poco a poco, come in un puzzle, vediamo le vite e gli oggetti del condominio incastrarsi gli uni negli altri, fino a formare una storia.
La finzione scenica è palese. Immersione e sospensione dell’incredulità non sono pervenute. Il ritmo è bassissimo. Ma l’autore chiarisce fin dall’inizio il suo scopo, ossia presentare un divertente rompicapo. Il piacere di leggerlo e di far combaciare i pezzi è lo stesso di giocare a un puzzle game senza tempo limite.

09. Flatland

FlatlandAutore: Edwin A. Abbott
Genere: Fantasy / Pseudo-trattato
Anno: 1884

La cronaca immaginaria di un abitante di un mondo bidimensionale, che prima ci racconta il suo mondo e poi dell’avvento di un profeta venuto dalla terza dimensione. Uno dei libri più immaginifici che abbia mai letto, ha acceso in me una scintilla quando ancora ero quattordicenne.
Ho già parlato di Flatland nel Consiglio del Lunedì #01, ai veri e propri albori del blog!

08. Il castello

Il castelloAutore: Franz Kafka
Genere: Surreale
Anno: 1926

In pieno inverno, l’agrimensore K. raggiunge un piccolo villaggio alle pendici di un antico castello. K. è stato assunto dal Conte per lavorare al paese, e aspetta di incontrarlo per discutere dei termini dell’incarico. Ma l’agrimensore sbatte contro un muro di gomma: al villaggio nessuno sa di lui e nessuno ha intenzione di metterlo in contatto col Conte. Il bisogno di valicare la rigida burocrazia del castello e di raggiungere il Conte, di costruirsi una rete di alleanze e ritagliarsi uno spazio nella vita del villaggio diventerà l’ossessione di K.
Se questo romanzo è meno famoso de Il processo, è solo perché Kafka l’ha lasciato incompiuto. Lo preferisco perché è ancora più perverso: se Josef K. vorrebbe evitare il processo e riavere la sua vita normale, il protagonista de Il castello se la va a cercare. Il suo bisogno di ottenere l’impossibile udienza col Conte ha qualcosa di inquietante. Inoltre c’è tutta una galleria di personaggi assurdi: la scostante cameriera Frieda, l’instabile messaggero Barnabas, i gemelli Arthur e Jeremiah, assegnati a K. come assistenti ma che si comportano come bambinetti ritardati, o l’irraggiungibile e contegnoso burocrate Klamm, teorico superiore di K.
A chi avesse amato Il processo, consiglio di provare anche questo. Ma tenete conto che non ha un finale.

07. 1984

1984Autore: George Orwell
Genere: Science Fiction / Distopia
Anno: 1948

Ed eccoci a un altro romanzo che è quasi scontato trovare così in alto nella classifica. Come dicevo parlando de Il mondo nuovo, questa distopia è meno credibile di quella di Huxley, ma è così grottesca, lugubre, ansiogena, da essere memorabile. E infatti, sebbene abbia letto questo romanzo a diciassett’anni, è come se l’avessi letto ieri da quanto bene mi ricordo tutto quel che succede!
Ci si identifica subito in Winston Smith, nelle sue disavventure, nelle sue speranze e nella sua disillusione finale. Geniali anche le intuizioni sul bipensiero, l’ambizioso progetto della Neolingua e la riscrittura sistematica del passato (tutte caratteristiche prese di peso dall’URSS stalinista, ma ulteriormente amplificate). Se Il mondo nuovo colpisce soprattutto la testa, 1984 colpisce alla pancia. E fa male!

06. Il pendolo di Foucault

Il pendolo di FoucaultAutore: Umberto Eco
Genere: Mainstream / Surreale
Anno: 1988

Un po’ per gioco, un po’ stimolati dagli alchimisti, gli occultisti e gli altri strani personaggi che gravitano attorno alla casa editrice in cui lavorano, Casaubon i suoi colleghi, Belbo e Diotallevi, cominciano a rivedere l’intera storia europea, dal Tardo Medioevo all’epoca contemporanea, alla luce di teorie cospirative che ruotano attorno ai dannati Templari. Nel corso di mesi e anni prende forma il Piano, una rete di collegamenti che comprende il Santo Graal, Raimondo Lullo, Francesco Bacone, l’Ordine dei Rosacroce, la massoneria, i Protocolli dei Savi di Sion, il nazismo. Quello che non sanno, è che il gioco sta diventando più serio di quel che credono, soprattutto quando Aglié, un nobiluomo convinto di essere la reincarnazione del Conte di Saint-Germain, decide di impossessarsi delle loro “scoperte”…
Se Il pendolo di Foucault è salito così in alto nella mia classifica, lo si deve probabilmente al mio amore per le ucronie, le storie segrete e soprattutto la giusta derisione di tutte le teorie del complotto (soprattutto se comprendenti i fottuti Templari ^-^). Oggettivamente non meriterebbe un posto così in alto: Eco è verboso, stila elenchi lunghissimi e insulsi, e probabilmente si potrebbero tagliare 200-300 pagine senza compromettere l’intelligibilità della trama. Ma il Piano steso dai protagonisti è così folle da essere geniale, e qui e là ci sono altre perle, come il funzionamento della casa editrice a pagamento del signor Garamond.
Questa è anche l’opera italiana arrivata più in alto nella mia classifica.

05. A Canticle for Leibowitz

A Canticle for LeibowitzAutore: Walter M. Miller
Genere: Science Fiction / Apocalyptic SF
Anno: 1959

Dopo l’olocausto nucleare, spetta ai monaci il compito di custodire il sapere antico e ricostruire la civiltà. Ma l’umanità saprà evitare di commettere di nuovo gli stessi errori…?
Ho già parlato di A Canticle for Leibowitz nel Consiglio del Lunedì #06. Per inciso, si tratta del Consiglio (e dell’opera di fantascienza vera e propria) arrivata più in alto nella classifica.

04. Flow My Tears, the Policeman Said

Flow My Tears, the Policeman SaidAutore: Philip K. Dick
Genere: Slipstream / Mainstream
Anno: 1974

In seguito a un incidente, la star televisiva Jason Taverner diventa una non-persona – e questo può avere brutte conseguenze, in un’America trasformata in uno stato di polizia, in cui i college sono sigillati come caserme. Nel tentativo di recuperare la sua identità,Taverner incontrerà una serie di donne (più o meno felici, più o meno sane di mente) e conoscerà molti tipi di amore. Ma il suo destino è nelle mani di Felix Buckman, cinico commissario di polizia, e di sua sorella Alys, psicopatica lesbica tossicomane. E Buckman farà la sua scelta.
Ho notato che questo romanzo spacca in due i lettori, anche tra gli amanti di Dick: chi lo ama e chi lo reputa una roba insulsa. Io appartengo alla prima categoria, ma sono il primo ad ammettere che si tratta di una storia strana. E’ un romanzo in cui si chiacchiera molto e si incontrano molti personaggi, ma succede poco. E’ un romanzo di atmosfera più che di trama, e gli elementi fantascientifici servono solo da innesco (e d’altronde a Buckman la spiegazione nemmeno interessa…).
Ci sono almeno due scene da antologia: quella della pedofilia consensuale (ma Dick avrebbe potuto collegarla meglio alla storia principale), e quella finale alla pompa di benzina (la stessa che anni dopo avrebbe ispirato a Dick allucinazioni cristologiche). Quest’ultima mi aveva fatto venire le lacrime agli occhi.

03. Buio a mezzogiorno

Buio a mezzogiornoAutore: Arthur Koestler
Genere: Politico / Mainstream
Anno: 1940

Nicola Rubasciov, esponente di primo piano del Partito, viene arrestato per crimini politici. Era l’ultimo sopravvissuto tra quelli della vecchia guardia, ma ormai è giunto anche il suo turno. Tra interrogatori, pressioni psicologiche, e le sue riflessioni sulla sua vita e sulla sua devozione alla causa del Partito, assistiamo alla prigionia di Rubasciov e ai suoi ultimi giorni.
Questo romanzo ha per me un’importanza particolare, dato che parla del comunismo da parte di uno che ci capiva (Koestler fu attivo nel Partito Comunista tedesco per quasi dieci anni). Rubasciov è un personaggio immaginario, ma è il simbolo di tutti quei dirigenti di Partito sommariamente processati da Stalin durante le purghe della fine degli anni Trenta. Il protagonista rivede la sua vita, si chiese se il Partito abbia tradito la causa o sia stato lui a sbagliare, ad allontanarsi dalla scienza marxista, e sia stato quindi giustamente punito. Koestler si lascia un po’ troppo andare alle riflessioni astratte – Rubasciov può anche passare pagine e pagine a pensare, senza compiere alcuna azione concreta – ma succedono anche un sacco di cose tra quelle quattro pareti: le discussioni fatte battendo un cucchiaio sul muro contro il suo vicino di cella, un’ex-ufficiale zarista dal ferreo senso dell’onore e sommo disprezzo per il comunismo; l’osservazione dalla finestra della cella al cortile della prigione, frequentato da un prigioniero che sembra conoscerlo; i flashback di quando era ancora agente attivo della Rivoluzione, e compiva azioni più o meno belle; gli estenuanti interrogatori. Fino all’amara conclusione.

02. La vita è altrove

La vita è altroveAutore: Milan Kundera
Genere: Literary Fiction / Mainstream / Commedia
Anno: 1973

Da quando la sua cara mamma e il suo maestro gli dicono che è dotato nel disegno, Jaromil decide che farà l’artista. Ma quando, crescendo, scopre che non ha nessun talento nella pittura, cambia idea e decide che sarà un grande poeta lirico. La sua vita prosegue all’insegna di questa decisione, tra capricci, entusiasmi infantili, un alter-ego immaginario, la salita al potere del Partito comunista in Cecoslovacchia, un amore e un brutto raffreddore.
La vita è altrove è scritto in uno stile marcatamente literary: fin dalle prime righe l’autore interviene, spiega di cosa parlerà, commenta, fa digressioni. Il narratore commenta, chiosa e spiega man mano che ci mostra la vita di Jaromil. Messa così, sembra una roba irritante e votata al fallimento, ma Kundera è acuto e spiritoso, e il libro si trasforma in una specie di lungo commentario umoristico sulla vita di questo giovane pieno di sé, sull’adolescenza e sulla poesia. Lo lessi in due giorni quasi in apnea.
Del resto, neanche a me è mai piaciuta la poesia lirica.

01. A Scanner Darkly

A Scanner DarklyAutore: Philip K. Dick
Genere: Slipstream / Mainstream
Anno: 1977

C’è una nuova droga in circolazione a Los Angeles, la pericolosa Sostanza M. Robert Arctor, agente della narcotici che odia la sua vita e la sua famiglia perfetta, decide di dedicare la sua vita all’indagine e all’estirpazione della droga; assume i panni di un tossico e va a vivere tra i drogati. Ma col passare del tempo, le droghe cominciano a consumarlo; le sue due personalità cominciano a dissociarsi, e gli sembra che qualcuno stia cercando di tradirlo… Cosa cazzo gli stia succedendo…? E c’è per lui qualche speranza di una vita felice?
A Scanner Darkly è il mio romanzo preferito. Ci sono idee geniali (la tuta spersonalizzante, che genera connotati fisici in modo randomico e continuo), ci sono personaggi stupendi (il genio paranoide James Barris, lo schizofrenico Charles Freck, la gelida eroinomane Donna Hawthorne), dialoghi surreali da fattoni (memorabile il brillante piano di Barris per sorprendere i ladri in casa), momenti di tensione quasi sovrannaturale. Soprattutto, c’è il senso desolante dell’impossibilità di costruire vere e durature amicizie in quel mondo, dove si conduce una vita ai limiti della sussistenza e devi sempre stare attento che il tuo compagnone non cerchi di fotterti i soldi (o la vita) per una dose.
Il romanzo più sentito di Dick – che fece quella vita per un certo tempo – e anche il suo più bello. E’ fantascienza solo per modo di dire; in realtà è un gran bel mainstream.

In chiusura
Questa era la classifica dei miei cinquanta romanzi preferiti. Piaciuta? Vi ha stupito, o era proprio quel che vi aspettavate? E un’altra domanda: vi piacerebbe che dedicassi un articolo più lungo a uno dei libri che qui ho presentato di sfuggita? E’ più che altro una curiosità – alcuni di questi li ho letti molti anni fa, e dovrei rileggerli per poterci scrivere sopra qualcosa.
Ma mi piacerebbe sentire i vostri pareri, in generale.

WOW, che articolo lungo. Quasi 9000 parole, manco fossi il Duca.
Vi conviene leggervelo a puntate.

Pazzia

Una sintesi dei miei gusti letterari, per i pigri.

(1) Prima che Dago me lo chieda: no, non simpatizzo con i populisti anarchici. Tra l’altro, Lenin ci scrisse sopra un libro per mettere in guardia i bolscevichi da quel branco di idealisti privi di scienza: Che cosa sono gli “Amici del Popolo”?.Torna su
(2) Per chi non la conoscesse, secsi utentessa che frequenta i blog di Zwei e del Duca (e, se non ricordo male, il forum di Massacri Fantasy). Ma sono certo che Dago fornirà informazioni supplementari a chiunque sia interessato.Torna su