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Breve storia di una centrale elettrica a carbone

Pink Floyd PigPrendiamo due cose che apparentemente non c’entrano niente. La prima è High Rise, il romanzo di J. G. Ballard del 1975 che secondo me è il suo più bello; la seconda è Animals, uno dei migliori album dei Pink Floyd.

Di High Rise ho già parlato in uno dei miei Consigli oltre un anno fa. Il grattacielo del titolo è un nuovissimo supercondominio – parte di un nuovissimo supercomplesso di condomini fatti in serie – messo in piedi alla periferia di Londra. Completamente autosufficiente, ospita al suo interno supermercati, parrucchieri, scuole per i bambini, una piscina, un solarium; si affaccia su un bellissimo giardino e sui parcheggi per i residenti. Il condominio di Ballard è un luogo chiuso, che non ha bisogno del mondo esterno, e infatti i suoi abitanti cominceranno progressivamente a chiudersi in sé stessi e a fare del palazzo multiaccessoriato il baricentro della loro esistenza.
Gusto per l’enfasi grottesca a parte, Ballard queste cose non se l’è inventate di sana pianta. Con una popolazione che ha continuato a crescere per gran parte del Novecento – di recente ha superato gli otto milioni, e questo senza contare l’area metropolitana al di fuori della città vera e propria – Londra negli ultimi quarant’anni ha intrapreso tutta una serie di progetti di rivalutazione della periferia e delle zone degradate della città. Molti, ahimè, rimasti sulla carta; e la crisi non aiuta a trovare investitori.

La copertina di Animals ritrae una fabbrica gigantesca, che erutta spirali di fumo dalle quattro ciminiere bianche; tra le ciminiere si libra il famoso porco con le ali. La fabbrica suddetta è la Battersea Power Station, una centrale elettrica a carbone situata poco fuori dal centro di Londra, sul lungo Tamigi; da Westminster, attraversato il ponte, sarà una mezz’ora a piedi in direzione sud-ovest.


Pigs (Three Different Ones), dall’album Animals

L’album dei Pink Floyd non è stata la prima né l’ultima volta che la Battersea ha fatto capolino nella cultura pop – pare che sia apparsa anche in qualche episodio delle vecchie serie del Doctor Who – ma di certo è quella che ha reso la centrale famosa nel mondo. Quanto ai londinesi, sembra che abbiano sviluppato un vero fetish per la centrale, tanto da farci pure dei magnetini per frigoriferi.
Guardando la copertina di Animals, o pure una foto recente (magari un po’ contrastata con Photoshop), si capisce subito perché: la Battersea è figa. Distillato purissimo di Art Deco anni ’30, con queste torri che ricordano la facciata di una cattedrale gotica, la mole titanica in mezzo ai bassi edifici circostanti, l’aggressività degli angoli squadrati. Dà l’idea, ancora oggi, di un edificio futuristico, come doveva immaginarsi l’architettura futuristica la gente a cavallo tra le due guerre mondiali, prima della rivoluzione del vetro e dei grattacieli agilissimi di duemila piani. Guardando le linee della centrale di Battersea, mi sembra di rivedere le illustrazioni degli anni ’20 della rivista Popular Mechanics ripubblicate nel bellissimo libro-nostalgia consigliato da Giobblin, The Wonderful Future That Never Was. La trovo ipnotica.

Pur riconosciuta come simbolo culturale della città, la centrale è in decadenza, e lo è da molti decenni. La Stazione A fu chiusa nel 1975, lo stesso anno della pubblicazione di High Rise; la Stazione B resisté altri otto anni. Molti progetti furono avviati per recuperare la centrale e rivalutare l’area – il mio preferito era quello di trasformarlo in un parco a tema con museo – e la proprietà del sito della Battersea è passata di mano molte volte. Ma ogni tentativo si è arenato di fronte alla mancanza di soldi e alla prospettiva di un ritorno economico insufficiente. E intanto la Battersea diventava ogni giorno più rovinata. Un peccato, no?
Finché – finché un bel giorno, lo scorso luglio, non se la comprano i malesi. Per la precisione la Sime Darby, colosso multinazionale nazionalizzato della Malesia i cui affari spaziano dall’industria energetica al mercato immobiliare, dalle piantagioni agli ospedali passando per gli impianti petroliferi. Il progetto della Sime Darby è il seguente: trasformare la Battersea Power Station e il terreno circostante in un nuovo quartiere di super-lusso che comprenderà condomini per ricchi, uffici, negozi, alberghi e aree verdi. La stessa centrale elettrica sarà ristrutturata e rimessa in funzione – n modo non inquinante, presumo, dato che le emissioni della vecchia centrale erano veleno puro per il Tamigi – e per il 2018 è pure prevista l’inaugurazione di un’estensione della metropolitana di Londra che la raggiunga. Cominciate a capire dove voglio arrivare, no?

Battersea Power Station

Bellezza! Il tuo nome è ciminiere!

Detto così, il progetto sembra essere una di quelle robe che sulla carta funzionano sempre benissimo, ma poi ne viene completata una su cinquanta. Be’, proprio la settimana scorsa sono stati messi in vendita i primi 800 appartamenti (ancora da costruire, naturalmente), e sapete cosa?, in tre giorni ne avevano già venduti 650. Il progetto prevede il completamento della vendita del pacchetto di 800 unità per il prossimo Aprile, dopodiché si comincerà a costruire. Date un’occhiata a questo articolo.
Insomma, sembra che si farà. Si sta già facendo. Ballard immaginava una periferia londinese che si tappezzava di isole condominiali autosufficienti; quello che sta accadendo a sola mezz’ora a piedi da Westminster è un’opera ancora più enorme delle sue fantasie. E un po’ meno inquietante, dato che dovrebbe diventare un magnete per turisti. Peccato che Ballard sia morto, solo tre anni fa – mi sarebbe piaciuto sapere cosa gliene paresse.

Fa ancora un po’ strano pensare a questi piccoli paesi orientali che si prendono, qua e là, lotti della Vecchia Europa. Gli imprenditori cinesi si stanno comprando pezzo a pezzo i pregiati vigneti del Bordeaux e della Borgogna, e ora facoltosi malesiani di Kuala Lumpur si comprano a scatola chiusa appartamenti affacciati a nord sul Tamigi e a est sul gioiello dell’Art Deco. Non solo la Cina, ma anche i paesi dell’ASEAN – più in piccolo – stanno crescendo a ritmo accelerato; e ormai ho il sospetto che si affaccino più grattacieli sulla sponda asiatica del Pacifico che su quella occidentale.
E’ una mia fissa da anni, ma ne sono sempre più convinto: l’ASEAN sarà la next big thing dopo i BRICS1. Quando Cina e India saranno mercati ormai maturi da cui non aspettarsi più grosse sorprese, allora verrà il turno dell’Indonesia, e più in piccolo di Malesia, Vietnam, Thailandia, e sì, forse anche Filippine. Ci aveva visto giusto Dick, ancora negli anni ’50, quando nel suo Solar Lottery collocò la capitale mondiale del XXII secolo a Batavia (la moderna Jakarta). Se io decidessi mai di scrivere un romanzo ambientato nel futuro – cosa che non succederà – farei di sicuro la stessa scelta (e sì, Giovanni, ci sarebbero i treni a levitazione che vanno sul mare! ^-^).

Battersea Power Station Renewing Project

Ecco come potrebbe diventare il sito della centrale tra pochi anni! Tramonto romantico incluso. Grazie Malesia!

Purtroppo non potremo mai vedere quel giorno lontano con i nostri occhi; il giorno in cui Makassar sarà il centro finanziario e commerciale del globo, e al largo dell’isola di Celebes si innalzerà l’ascensore orbitale che permetterà di fare viaggi Terra-Luna in due ore scarse! Mi accontenterò, nel 2018 e giù di lì, quando sarà pronta, di fare un salto a Londra a guardare il fumo sollevarsi dalle quattro ciminiere della centrale di Battersea.

…and now, something completely different!


Summer ’68, da Atom Heart Mother ❤

(1) Acronimo per Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa: i cinque paesi emergenti più importanti degli ultimi anni.Torna su

Tre romanzi fikissimi che (forse) non scriverò mai

April March Herbert Quain“Esame dell’opera di Herbert Quain” è un racconto bizzarro che fa parte della famosa antologia di Borges Finzioni. Il racconto consiste in sostanza della finta recensione dei romanzi di un autore immaginario: un poliziesco apparentemente banale la cui frase di chiusura permette al lettore di capire che la soluzione del detective era sbagliata e gli fornisce l’indizio chiave per trovare – lui solo! – quella corretta; o un romanzo in cui, a partire da una situazione di base, si sviluppano storie alternative che si ramificano secondo uno schema simmetrico; e così via.
Si dice che, quando chiesero a Borges perché avesse scritto un racconto così strano (invece che scrivere davvero i libri che descriveva nella finta recensione), lui rispose che si trattava effettivamente di idee per romanzi che aveva avuto, ma che era troppo pigro per mettersi a scriverli davvero. Piuttosto che non farne nulla, aveva esposto le idee nude e crude.

Oggi voglio fare una cosa del genere. Dato che mi chiedono sempre se scrivo, cosa scrivo, quand’è che finisco qualcosa che ho scritto (ah! ah! ah!), mi son detto: “perché, invece che accontentare il mio pubblico, non parlare di romanzi che probabilmente non scriverò mai?”.
Che la maggior parte delle idee non diventino un romanzo non è strano. Swanwick racconta in un’intervista che, da quando ebbe per la prima volta l’idea di realizzare un’ucronia ispirata al Faust di Goethe, gli ci vollero più di vent’anni per decidersi a scrivere Jack Faust. Kafka non finì mai nessuno dei romanzi che scrisse (e molti rimasero a uno stato embrionale, un capitolo o poche pagine o anche meno). Forse neanche l’1% delle buone idee partorite da bravi scrittori raggiunge la forma scritta.
I motivi sono i più vari: l’autore può pensare che forse in fondo non siano idee così buone; oppure ha immaginato un’ambientazione interessante ma non gli viene in mente una storia decente da ambientarci; oppure gli passa la voglia; oppure è semplice pigrizia. Nel mio caso c’è un po’ di tutto, ma in particolare sento il problema della documentazione: per scrivere una buona storia su un argomento inusuale, e per non fare la figura degli ultimi arrivati, c’è bisogno di studiare talmente tanto che mi passa la voglia ancor prima di cominciare. Per non parlare del tempo che dovrei spendere per documentarmi. Non ce l’ho! E quindi non se ne fa niente. Che scusa del cazzo, eh? Be’, forse c’entra anche la pigrizia…

Bored to Death

…e come questa serie, farò una bruttissima fine.

Magari in futuro troverò il tempo e la voglia per mettermi a sviluppare una di queste idee. Nel frattempo voglio metterle a disposizione di tutti. Magari qualcuno di voi potrà farne buon uso, o darmi qualche suggerimento, o potrebbe nascere un’incredibile partnership (unlikely), o avrà una buona scusa per insultarmi.
Ecco tre romanzi fikissimi che (forse) non scriverò mai. I titoli ovviamente non sono “veri” titoli, ma soltanto delle etichette con cui li ho bollati nella mia testa. Sono abbastanza diversi tra loro, spero che almeno uno di essi vi piaccia.

La resurrezione di San Tommaso
La folgorazione: Fin da quando ho cominciato a studiare letteratura e filosofia al liceo, e a entrare nella testa di grandi pensatori morti da eoni, ho preso a chiedermi: chissà cosa penserebbe una di queste menti se venisse catapultato ai giorni nostri? Se Aristotele avesse potuto vedere l’Apollo 11 che atterra sulla Luna? Se Dante avesse potuto fare esperienza di Internet? Se Newton avesse potuto incontrare i padri della fisica quantistica? Impazzirebbero? Rifiuterebbero il nuovo mondo? Sarebbero ancora capaci di produrre del pensiero geniale?
Dovendo scegliere chi trasportare ai giorni nostri, di certo il gap mentale più ampio si avrebbe pescando un pensatore del Medioevo. E chi meglio di Tommaso d’Aquino, il frate domenicano che ebbe l’ardire di spiegare il mondo intero, e pure Dio e la Creazione, con la sua filosofia? Quale shock proverebbe un uomo convinto di aver spiegato l’universo intero, trovandosi di fronte a un mondo così completamente diverso da quello che conosceva? Propendo decisamente per la seconda, ma questo non mi impedisce di divertirmi un po’ con l’idea. E poi, non è stato proprio Ratzinger a dire: “Bisognerebbe tornare a San Tommaso”?

Tommaso d'Aquino

Bisognerebbe tornare a lui. Ehm.

Di cosa parla: Futuro prossimo. Le nubi della Terza Guerra Mondiale si fanno ogni giorno più dense; l’Europa si trova intrappolata fra i due fuochi degli Stati Uniti e della Cina, e sembra sempre più probabile che – in stile Guerra Fredda – il nostro continente poss diventare il teatro del conflitto fra le due superpotenze. Anno di Giubileo; folle di milioni di persone che affluiscono a San Pietro, mentre la Chiesa lancia appelli di pace universale, di cessazione delle ostilità e di capitalismo etico (che non fa mai male). Ma sul soglio pontificio siede il debole Sisto VI; un vecchietto timido e insipido che non convince proprio nessuno.
Un gruppo di neocristiani borderline non ci sta e decide (come sempre accade) di tornare a un cristianesimo più original. Ma questa gente ha un’arma in più: un rituale che, a partire da un sufficiente numero di reliquie, permette di resuscitare i santi. E’ così che, una notte, in piena campagna, riportano in vita San Tommaso. Di qui comincerà la lenta rieducazione di Tommaso al mondo moderno, facendogli scoprire per gradi com’è il XXI secolo. All’inizio lo farebbero vivere in una vecchia cascina in mezzo al nulla, poi a poco a poco fargli vedere le automobili, il telefono, e così via… Fino a renderlo completamente edotto del mondo moderno. Ma come reagirebbe San Tommaso a queste scoperte? Resterebbe la stessa persona, o diventerebbe qualcosa di nuovo? Impazzirebbe? Smetterebbe di credere in Dio? E potrà guidare la cristianità verso una nuova era di rettitudine, mettendosi addirittura contro la sua Chiesa?

Non ho ancora deciso del destino di Tommaso. Quello che so è che alla trama principale vorrei agganciare qualche subplot minchione; per esempio la vicenda di un cardinale sudafricano che, radiato e scomunicato per la sua condotta violenta, una volta tornato in patria dà il via al suo scisma personale e diventa un signore della guerra. Magari, scoperto il rituale con cui è stato resuscitato San Tommaso, si dedicherebbe a creare il suo esercito personale di santi guerrieri e a unificare l’Africa. La Chiesa a sua volta potrebbe arruolare i propri santi. Sarebbe alquanto tamarro assistere a una battaglia in cui, per esempio, San Bernardo di Clairvaux imbraccia un RPG contro un carro armato guidato da Santa Caterina da Siena.
Tra le altre idee che avevo partorito, la possibile scoperta da parte dei protagonisti che Sisto VI in realtà è un fantoccio e che la Chiesa è guidata ormai da 50 anni da un’avanzatissima intelligenza artificiale imbottita di dottrina (il MAGI System? Ahahahaha). Come reagirebbe San Tommaso all’IA, lo riterrebbe un’emanazione divina o un segno che il demonio ha infilato il suo zoccolo caprino nel cuore della Cristianità? Di sicuro a un certo punto ci dev’essere una scena in cui i cinesi fanno esplodere San Pietro. Magari con una Bomba H.
Insomma, mi piacerebbe mischiare la storia molto seria di come si potrebbe educare un erudito iper-indottrinato del XIII secolo al mondo del ventunesimo, con una cornice demente nello stile della Bizarro Fiction. Stesso discorso per quanto concerne i protagonisti neocristiani: non vorrei farne delle macchiette ma anzi vorrei costruire dei personaggi complessi, ciascuno con la propria motivazione non banale per “tornare a San Tommaso”. Sarebbe un po’ Vonnegut, un po’ Dick, un po’ Mellick – in costante equilibrio tra il serio e il mongoloide.

Ratzinger cattivo

Questo romanzo ha già un fan.

Perché l’ho mollato: Un primo motivo è che, per fare le cose fatte bene, dovrei documentarmi parecchio su San Tommaso; non bastano certo le mie reminiscenze universitarie. Leggere la sua opera omnia (o almeno sapere a menadito la Summa Theologia), la sua biografia (per disegnare in modo verosimile il suo carattere), approfondire la mia conoscenza del Duecento europeo per avere un’idea più chiara di quale fosse il mondo a cui Tommaso era abituato.
Le cose peggiorano tenendo conto che, per fare un lavoro fatto bene e non una roba retorica, dovrei anche documentarmi sul Papato moderno; sulle sue procedure, i costumi, le gerarchie, fino alle piantine degli edifici pubblici di Città del Vaticano. Come fa il collegio cardinalizio a scomunicare qualcuno? Come si allestisce un Angelus? E non farebbe male un bel ripasso di tutta la storia della Chiesa dal Concilio Vaticano II in poi, per fare un ritratto credibile delle politiche papali nel futuro prossimo.
Nulla di impossibile, ma abbastanza da farmi venire voglia di rimandare ad libitum.

Gli ingegneri del sole
La folgorazione: C’è stato un periodo – forse era il secondo anno di università – che una sera alla settimana mi trovavo a guardare con occhi sbarrati Voyager su Rai 2. Ipnotizzato dalla voce suadente di Giacobbo, mi chiedevo come potesse, lo spettatore ideale del programma, credere contemporaneamente ad Atlantide, al Nuovo Ordine Mondiale massonico, alla perduta Agarthi, alle scie chimiche, ai complotti Templari, ai cerchi nel grano, agli aglieni, alle profezie Maya e soprattutto al fatto che Paul McCartney sia stato ucciso e sostituito da un sosia.
Di cosa parla: E’ divertente, però, immaginare come sarebbe il nostro mondo se davvero alcune delle teorie dei voyageristi fossero vere. Perciò ho scelto la mia preferita, la teoria della terra cava; ma nella sua versione più radicale (teoria della terra concava). Il sistema copernicano è un falso, e noi ci troviamo in realtà sulla superficie interna del nostro pianeta, che è cavo al suo interno. La forza di gravità va dalla crosta terrestre giù, nelle profondità degli infiniti strati di terra del pianeta. Il sole se ne sta al centro della cavità, insieme alle stelle fisse e a quelle nubi e quei vapori che ci danno l’impressione del cielo. Ma come fa il sole a sostenersi al centro del pianeta, se la gravità lo trascinerebbe contro la crosta terrestre? Qui sta l’idea!

Terra concava

Benvenuti nella terra concava.

Il sole è una palla non più grande di uno stadio, sostenuta da un complicatissimo e raffinato sistema di impalcature costruite dalla casta degli Ingegneri. Opera degli Ingegneri è anche il sistema di muri mobili che circonda il Sole e che, eclissando periodicamente l’astro, permettono di simulare il ciclo giorno/notte. Supervisionare il corretto funzionamento del Sole è un compito oneroso, e la corporazione degli Ingegneri è la più rispettata e stimata nel mondo. La gente farebbe carte false per potervi entrare. E più si fa carriera, più si sale in alto lungo il sistema di impalcature, arrivando a eseguire compiti sempre più delicati e più vicini all’essenza stessa del Sole.
Il protagonista della storia sarebbe un giovane allievo che riesce a entrare nella corporazione e, lentamente, a fare carriera. Ma in realtà – conflitto! – il nostro giovane uomo è un terrorista, allevato da una setta religiosa nell’insegnamento che l’opera degli Ingegneri è empia e che bisogna affrettare la fine dei tempi. La sua missione segreta è raggiungere i vertici dell’organizzazione per poi sabotare le impalcature, e spegnere il Sole. Ma lungo la strada troverà molti ostacoli, fisici e morali, a mettere alla prova le sue convinzioni. Riuscirà il nostro eroe a provocare la fine del mondo?
Avevo immaginato la storia come una novella, magari da un centinaio di pagine o poco più, concentrato principalmente su questo mondo di impalcature che si estendono verticalmente fino al centro (cavo) della Terra, e solo secondariamente sul resto del pianeta cavo. In realtà avevo anche la mezza idea di un sub-plot di un uomo (o una squadra di uomini) che decide di scavare la crosta terrestre per scoprire se c’è qualcosa dall’altra parte. Come genere potrebbe ricadere tanto nella Bizarro Fiction quanto nel New Weird, a seconda che decidessi di evidenziare più l’aspetto minchione della storia o quello serio-speculativo. Certo però che non mi dispiacerebbe provare a dargli un taglio di verosimiglianza, giusto per scoprire cosa vien fuori; vorrei massimizzare il sense of wonder della storia.

Perché l’ho mollato: Banalmente? Perché non sono un ingegnere, non sono un fisico, e – allo stato attuale dei fatti – non ci capisco niente. Può sembrare una scusa stupida, ma mi sarebbe piaciuto dare a quest’idea completamente minchiona una patina di realismo scientifico nell’esecuzione. Il worldbuilding di questo romanzo ha tutto a che fare con la forza di gravità, l’ingegneria strutturale, and the like; il cuore del romanzo potrebbe consistere nei metodi con cui il protagonista tenterà di sabotare e forse di far saltare la struttura, quindi con un problema che almeno in parte è tecnico; e non volevo rovinare l’idea iniziale con banalità da umanista che non sa bene di cosa sta parlando.
Allo stato attuale, Gli ingegneri del sole è quello più improbabile da realizzare, anche se è forse quello con l’idea base più carina. Difficilmente diventerò mai abbastanza esperto dell’argomento (almeno di qui a 5-10 anni…); quindi, a meno che mi trovi un partner fisico o ingegnere che per puro amore delle belle lettere decida di darmi tutto il suo aiuto, questa storia rimarrà nel cassetto.

Gatto ingegnere

Forse lui potrebbe scriverlo.

Infelix Austria, o Il lungo, lungo regno di Francesco Giuseppe
La folgorazione: Ho già avuto modo di dirlo da qualche parte nel blog, ma se c’è un periodo che mi affascina particolarmente, nella nostra storia recente, sono l’Europa centro-orientale nel tardo Ottocento e fino alla Prima Guerra Mondiale. Coacervi di etnie diverse che ribollivano sotto pochi Imperi, insurrezioni nazionaliste puntualmente represse, populisti con la mania di assassinare gli zar, buffi anacronismi come i servi della gleba russi, che rimasero vincolati alla terra fino all’infelice riforma di Alessandro II nel 1861. Benché non fosse il più moderno dei paesi, l’Austria di Francesco Giuseppe produsse tra la metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento una quantità incredibile di figure geniali, da Freud a Kafka, da Dvorak a Mendel.
E poi c’era lui, Francesco Giuseppe, il grande vecchio – uno dei regnanti più longevi in assoluto nella storia mondiale, padre di tre e forse quattro generazioni di austriaci. L’imperatore ha anche il fascino della figura tragica: il fratello ammazzato dai rivoluzionari messicani, il figlio (nonché erede al trono) che gli muore suicida, la moglie (la principessa Sissi) che oltre ad essere in esaurimento nervoso viene a sua volta ammazzata da un anarchico (italiano), fino ad arrivare al nipote (nonché nuovo erede al trono) Francesco Ferdinando, a cui sappiamo cos’è successo.

A leggere i romanzi di Joseph Roth sull’Impero asburgico – in primis il bellissimo La marcia di Radetzky, di cui ho parlato nella mia Classifica, ma anche La cripta dei cappuccini o La milleduesima notte – si ha l’impressione che nella mente degli austriaci l’impero non potesse mai avere fine. Fosse qualcosa di eterno, di dato e immutabile come il cielo sopra di noi, o il fatto che il sole sorga ogni mattina. Immaginate il trauma, quando è scoppiata la Prima Guerra Mondiale e poi è tutto finito. Ma era inevitabile che andasse così? E se qualcuno più previdente avesse trovato una soluzione alternativa?
Ricordo che lo stesso anno in cui leggevo Roth e seguivo un corso di Storia dei Paesi slavi (che in sostanza era sulla Russia prima della Rivoluzione d’Ottobre e sul suo rapporto con l’Ucrania – una figata), ero anche nel mio periodo di fissa con Philip K. Dick. E ricorderete di cosa si convinse Dick verso la fine della sua vita. Che noi non siamo davvero nel XXI secolo. Siamo ancora nel 70 d.C., intrappolati in un’illusione, orchestrata dall’Imperatore Romano per preservare in eterno il suo trono. Ecco, forse avete capito dove voglio arrivare…

Francesco Giuseppe

Questo è un uomo!

Di cosa parla: Avuto sentore, dopo i moti del 1848 e i tentativi di insurrezione indipendentista che da allora non si contano nel suo regno, che l’Impero Asburgico ha gli anni contati, Francesco Giuseppe è corso ai ripari. Le migliori menti dell’impero si sono messe all’opera per realizzare l’opera più ambiziosa nella storia dell’umanità: una macchina che fermi il tempo e renda eterno il regno di Francesco. La macchina ha preso la forma di un plastico della corte imperiale a Vienna, sul quale manichini in scala, che riproducono tutti i membri della corte, vengono mossi da un meccanismo e ripetono ogni giorno le stesse azioni.
Da 400 anni, nel mondo non succede più nulla di nuovo. Ribellioni continuano a scoppiare alla periferia dell’Impero, ma sono continuamente soffocate; i Confederati continuano a separarsi dagli Stati Uniti e puntualmente sono riannessi con la forza; in Russia, ogni nuovo zar è puntualmente assassinato dai populisti della Narodnaja Volja con una bomba gettata nella carrozza; e così via. I figli succedono ai padri, ma compiono le stesse azioni. Il progresso si è fermato. Solo Francesco Giuseppe vive ininterrottamente da 400 anni, reso immortale dalla macchina.
Ma l’imperatore non è felice. Il fatto che il suo regno non finisca mai ha avuto conseguenza che anche i suoi dispiaceri non finissero mai: continua a litigare con tutti i suoi figli maschi, che raggiunta una certa età puntualmente si suicidano; tutte le sue mogli sono finite nevrotiche, per poi essere pugnalate da sporchi terroristi; e così via.

Due sarebbero i protagonisti, i cui pov verrebbero alternati di capitolo in capitolo. Il primo è lo stesso Francesco Giuseppe. La sua infelicità e l’impossibilità di spiegarla agli altri membri della corte lo ha spinto tra le braccia della nascente disciplina della psicanalisi. Due volte a settimana si siede sul lettino nello studio di Otto Freud (un lontano discendente del primo teorico della psicanalisi, un vecchio moravo morto nel silenzio generale e di cui non si ricorda più nessuno) e comincia a parlare dei suoi problemi. Ma Otto Freud fatica a dargli una mano: è prigioniero della corte e sa che se offendesse in qualche modo l’imperatore finirebbe agli arresti.
L’altro è Aleksej, un populista russo rivoluzionario. La sua vita cambia una mattina, quando è appostato nei pressi del Palazzo d’Inverno, in attesa del passaggio della carrozza dello zar Alessandro XIX per farla saltare in aria. Ma all’ultimo momento, invece di lanciare la bomba nella carrozza, la tira in un vicolo, e lo zar sopravvive. Cosa l’ha spinto a mandare all’aria l’attentato? Lui stesso non è in grado di dirlo; sa solo che deve scappare dalla Russia, dato che la polizia e i suoi ex-compagni fanno a gara per linciarlo. Quel che è successo, è che per qualche ragione Aleksej è sfuggito alle maglie della macchina asburgica, è una scheggia impazzita libera dal circolo vizioso temporale creato da Francesco Giuseppe. E una serie di circostanze lo spingeranno a Vienna…

Narodniki

Quelli di Narodnaja Volja. Bravi ragazzi.

Come i precedenti, sarebbe un romanzo a metà tra il serio e il faceto, ma molto meno Bizarro. Sviluppi steampunk sarebbero teoricamente possibili (la stessa macchina ha un che di steampunk), ma più che di futuro “alternativo” mi piacerebbe realizzare un futuro immobile.
Non ho ancora in mente un finale, ma ci sono un sacco di possibilità interessanti. Dalla più melodrammatica, con un Francesco Giuseppe che in un raptus depressivo dà fuoco al plastico e si getta sulle fiamme; a una più inquietante-imprevedibile, con un Otto Freud che, venuto a conoscenza della macchina dall’imperatore, se ne impossessa e decide di sfruttarla per fare un po’ di esperimenti sociali (diventando così il “main villain”); a un bad ending in cui il rivoluzionario finisce con l’ammazzare l’Imperatore asburgico, ma non viene a conoscenza della macchina, sicché questa continuerà a intrappolarci in eterno; oppure, la mancata uccisione di Alessandro XIX potrebbe scatenare un effetto domino che vanifica l’azione della macchina, e quindi uno sviluppo della trama ancora diverso. Quante cose si potrebbero fare con questa ambientazione!
Perché l’ho mollato: Perché, come ogni romanzo storico (o fantastorico), richiede una mole di documentazione agghiacciante. Dal punto di vista della pura quantità, è quello dei tre che ne esige di più. Come si viveva nell’Ottocento, nell’Impero Austro-Ungarico così come in Russia, e poi biografie su Francesco Giuseppe e la vita alla sua corte; info su vestiti, costumi, cibi, tecnologie, etichetta, eccetera. Un lavoro immane. Senza una mano – ma anche tre o quattro – dubito che riuscirò mai a realizzare un progetto così ambizioso. Oppure sì, ma mi ci vorranno dieci anni. Come avrete visto dalla mole di parole che ci ho speso, dei tre progetti è anche quello che a pelle mi appassiona di più – vedremo.

Ovviamente, queste non sono le uniche idee che ho partorito in questi anni. C’era per esempio l’idea di un romanzo ambientato in un mondo che segue realmente le leggi della fisica aristotelica (e in particolare la teoria dei luoghi naturali e quella del primo motore immobile), giusto per vedere cosa succede; quella di un cyberpunk in cui la coscienza umana è manipolabile al punto che ciascuno di noi nasce come tre individui distinti, i cui corpi e le cui menti coordina in contemporanea, e che permettono di vivere in eterno in quanto la morte di uno dei tre individui dà la possibilità di riceverne uno nuovo in sostituzione; un’ucronia fantasy ambientata alla fine del V secolo, subito dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente, in cui il punto di divergenza è la discesa degli angeli (quelli veri!) su Costantinopoli e la trasformazione dell’Impero Bizantino nella Città di Dio agostiniana; e così via. Ma si tratta di idee ancora più embrionali e ancora più difficili da realizzare.
Sto lavorando anche a progetti più concreti – e, per ora, più modesti di quelli che ho appena descritto – ma di quelli non parlerò fino a che non avrò completato quantomeno una prima stesura. Sempre che ci arrivi, dati i miei ritmi. Se penso a quando Gamberetta diceva che per diventare bravi a scrivere bisogna esercitarsi ogni giorno – anche poco, ma tutti i giorni – non posso che concludere di essere un pessimo scrittore.

Gamberetta doesn't approve.

Gamberetta doesn’t approve.

Spero comunque di avervi fatto venire un po’ di acquolina in bocca o almeno di avervi divertito. Mi sarebbe dispiaciuto portarmi queste idee nella tomba.

Bonus Track: Divine Invasions – A Life of Philip K. Dick, e qualche considerazione sulla scrittura

Divine invasioniAutore: Lawrence Sutin
Titolo italiano: Divine invasioni – La vita di Philip K. Dick
Genere: Biografia

Anno: 1989
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 380 ca.

Difficoltà in inglese: *

Non si può dire che le biografie siano il mio genere preferito. Non ho il minimo interesse per i personaggi famosi o per “quelli che ce l’hanno fatta”. Quanto ai grandi personaggi storici, so che molto di rado i grandi avvenimenti della storia sono conseguenza delle azioni di singoli uomini, perciò preferisco studiare un’epoca, o una società, o una situazione, piuttosto che la vita privata del Napoleone di turno. Soprattutto, è difficile che mi metta a leggere la biografia di uno scrittore: queste persone conducono in genere una vita noiosa, scandita da scadenze e presentazioni dei propri libri.
Philip K. Dick è un’eccezione. Non tanto perché è il mio scrittore preferito, quanto perché la sua vita sembra un romanzo. E Dick stesso potrebbe essere un protagonista dei suoi stessi libri. Ai fan dello scrittore, a quelli che l’hanno avvicinato da poco ma si chiedono come possa aver partorito le sue idee folli, e a quelli che sono rimasti incuriositi dagli aneddoti che lanciavo qua e là sulla sua vita, è dedicato questo articolo.

La biografia di Lawrence Sutin ripercorre metodicamente, e con piglio ironico, tutta l’esistenza dello scrittore, dalla prima infanzia alla morte. La gemella morta poco dopo il parto, la cui esistenza avrebbe angosciato Dick per tutta la vita; le sue crisi asmatiche e con il cibo quando era piccolo, unita alla sua tendenza agli esaurimenti nervosi; la sua serie di matrimoni impulsivi e di breve durata (si è sposato cinque volte e ha divorziato tutte e cinque); gli anni di povertà in cui lui e la moglie mangiavano cibo per cani perché racconti e romanzi pagavano poco; il tentativo di far internare in manicomio la sua terza moglie (ma poi Dick si è sentito molto in colpa); la sua abitudine di razziare gli armadietti dei medicinali dei suoi genitori per poi impasticcarsi di tutto e di più (lato positivo: i suoi romanzi mostrano una notevole preparazione in farmacologia e terapia delle malattie mentali); l’orrore provato a leggere documenti sul nazismo in preparazione a The Man in the High Castle; la sua abitudine di andare la mattina presto in una rimessa in mezzo alla campagna, per poi mettersi a scrivere per dieci ore filate sotto effetto di anfetamine (per tenere il ritmo) e produrre così quattro-cinque libri all’anno; l’allucinazione, durata settimane, della faccia di Palmer Eldritch in cielo; le conversazioni allucinate su teologia e gnoseologia con il reverendo Pike; gli anni in cui casa sua si trasformò in una comune di tossici e fece le sue prime sperimentazioni con l’LSD, per poi diventare preda di attacchi paranoidi e buttare tutti fuori di casa (convinto che qualcuno lo stesse tradendo e volesse farlo finire dentro); il terrore che i federali volessero incastrarlo come comunista per il suo passato sinistroide a Berkeley; i suoi commenti avvelenati e nevrotici rivolti a Ursula K. LeGuin (seguiti da sentite scuse); il suo tentativo di suicidio in Canada; fino alle famose allucinazioni cosmologiche (come quella del raggio rosa che l’avrebbe sollevato dal letto nel cuore della notte) che l’avrebbero convinto che noi in realtà ci troviamo nel 70 d.C., intrappolati in un’allucinazione collettiva ordita dall’Imperatore Romano (la cui ‘incarnazione’ dell’epoca sarebbe stata Richard Nixon) per rendere eterno l’Impero, e che Satana (a volte identificato con questo stesso Imperatore romano) avrebbe imprigionato la Terra in una gabbia che lo esclude dalle onde di trasmissione di un’intelligenza diffusa e divina – VALIS – sparsa ovunque nell’universo, energia che sarebbe riuscita a fare breccia nella gabbia e a comunicare con alcune persone (come Dick) che ora sarebbero dei prescelti di VALIS incaricati di mostrare la verità al genere umano e liberare il mondo dagli artigli del male e della psicosi – teoria alla luce della quale Dick avrebbe compilato negli ultimi anni di vita un’Esegesi di oltre un migliaio di pagine, ad uso personale…
Per non parlare della marea di romanzi incompiuti, abbozzati, perduti di quel grafomane che era Dick, dal progettato seguito de La svastica sul sole al famigerato capitolo conclusivo mai scritto della Trilogia di VALIS, passando per i continui insuccessi nel campo del mainstream.

Richard Nixon

“Your ass is mine, Dick.”

Divine Invasions, che riprende il titolo di uno degli ultimi – e meno comprensibili – romanzi dickiani, è una lettura piacevolissima che mischia informazioni biografiche, testimonianze di parenti e amici sopravvissuti, brani scritti da Dick in cui parla delle sue convinzioni e dei suoi interessi, e anche, talvolta, del suo modo di scrivere. Si sente l’amore di Sutin per lo scrittore e il suo desiderio di fare un lavoro il più completo e attendibile possibile.
In coda al libro, Sutin ha anche compilato un elenco – in ordine di stesura, e non di pubblicazione – di tutti i romanzi e le raccolte di racconti prodotti da Dick, con tanto di breve riassunto, giudizio sintetico e voto finale. Solo a volte concordo con le sue valutazioni, ma in ogni caso si tratta di una guida assai utile alla bibliografia dickiana e me ne sono servito spesso in quei sette-otto mesi che ho trascorso a leggere tre quarti della sua produzione.
Insomma, se gli aneddoti che ho gettato qua e là, tra articoli e commenti, su questo psicopatico di uno scrittore vi hanno incuriosito, vi consiglio di andare direttamente alla fonte.

Una panoramica del “metodo Dick”
Invece che approfondire il contenuto del libro o produrre qualche estratto a caso, questa volta mi sembra più interessante fare una cosa diversa. Alle Pag.187-189 dell’edizione italiana, Sutin riporta e commenta alcune parole scritte da Dick a proposito del modo in cui costruisce i suoi romanzi. Ed è sempre interessante leggere come operano i grandi scrittori, giusto?
Quindi, eccovele di seguito:

Un altro scrittore di fantascienza con cui Phil fu in contatto fu Ron Goulart. E a lui, nell’estate del 1964, inviò una lunga lettera che si avvicinava allo schema per la costruzione di un romanzo più di ogni altra cosa che Phil abbia mai scritto. Il che non vuol dire che uno qualunque dei suoi romanzi si adatti alla perfezione allo schema proposto in tale lettera – Phil sapeva deviare da qualsiasi piano, nel corso dei suoi periodi di scrittura al calor bianco. Ma la lettera è rivelatrice delle strategie che confluivano nella creazione dei mondi dickiani con punti di vista multipli. E’ anche una lettera assai singolare, per essere stata scritta nel corso di un blocco dello scrittore – forse aiutò Phil a rassicurarsi che poteva farcela ancora.
Nei primi tre capitoli, dice Phil, devi introdurre tre personaggi chiave. Nel primo capitolo:

Il primo personaggio, non il protagonista, ma un essere “subumano”, vale a dire una specie di uomo qualunque che esiste per tutto il corso del libro ma è, insomma, passivo; veniamo a conoscenza di quell’intero mondo, del suo background, da come esso agisce su di lui; è il “tizio che deve pagare il conto”, il “signor Contribuente”, eccetera. Okay. Dal punto di vista drammatico sapremo poco di lui ma, cosa più importante, vediamo il mondo che dovremo abitare, e qui sta la differenza tra romanzo e racconto breve; non è una progressione drammatica che culmina in una Scena Finale o in una Crisi, ma, come dico io, un mondo intero “con tutti i buchi collegati”, come dice José Ortega y Gasset.

Nel secondo capitolo arriva il “protag”, che ha un nome a più sillabe, come “Tom Stonecypher”, in contrapposizione al monosillabico “Al Glunch” del “sotto-uomo” del capitolo uno. Il “protag”:

lavora per – ed ecco che arriva l’Istituzione o l’organizzazione o l’attività lavorativa – be’, va bene ogni cosa, purché ci dia queste informazioni: ci dica cosa fa Mister S. [Stonecypher, ossia il “protag”], e cos’è questa cosa, la sua funzione. Veniamo anche a conoscenza di questo: la vita personale (o privata, o domestica) di Mister S. I suoi problemi coniugali o sessuali, o qualunque cosa sia la cosa che preoccupa solo lui, e non la grossa corporazione per la quale lavora… per cui non abbiamo più sfondo, massa, astrazioni, qui; abbiamo l’immediato, l’ora, questo e non quello; il problema è urgente e coinvolge qualcun altro, tipo una moglie, un fratello, eccetera. Capito?

Nel terzo capitolo compare una figura che svetta oltre le prime due, per statura, trasformando così la portata del romanzo:

Cambiamo percorso, e qui incominciamo a sviluppare il romanzo in un modo negato al racconto breve. Continuiamo sia con Mister S. che col “subumano” Mister Glunch… in un certo senso. Ma in un altro, anche se tecnicamente andiamo avanti con Mister S., ci troviamo in un’altra dimensione, quella del super-umano. E’ l’enorme problema di Loro, per esempio un’invasione della Terra, un’altra razza senziente, eccetera, e, tramite occhi e orecchie di Mister S., diamo per la prima volta un’occhiata a questa realtà super-umana – e all’essere umano (che chiameremo Ubermensch?) che la abita (…) Come Mister G. è il contribuente medio e Mister S. è “Io”, la persona normale, Mister U. è Mister Dio, Mister Big (…). Lui è Atlante, che porta il peso del mondo, per così dire, che sia malvagio – e potrebbe esserlo molto – o buono; in ogni caso, il potere gli ha conferito delle responsabilità, e ciò lo ferisce; pesa su di lui, lo fa invecchiare… ma lui è abbastanza grande da svolgere quest’altro compito; può sopportarlo, è autosufficiente.

Phil pone l’accento sul fatto che “l’intero versante drammatico del libro poggia sull’impatto tra Mister U. e Mister S.”. Un primo sguardo a tale impatto viene dato nel terzo capitolo. “A questo punto siamo nel bel mezzo di un libro, non solo di un racconto”, a causa dell’interazione fra i tre personaggi. E’ il destino di Mister S. “Si evolve drammaticamente lungo un percorso che lo porta al confronto diretto con Mister U., da cui nasce la scelta per decidere in che modo le Cose – cioè Mister U. – finiranno in definitiva, nella sezione della crisi, e ricadranno su Mister. S.”.
E ora arriva la grande fusione di mondi, verso la quale si è finora indirizzata la narrazione:

Mister S., nel secondo capitolo, pensava di avere dei problemi (ne aveva: di tipo personale). Ma ora guardalo nel quarto capitolo. Ha un po’ del peso di Atlante su di sé: proprio un bel salto di problemi. E poi: il problema originario, quello personale, non è sparito; in realtà è peggiorato. Per cui abbiamo un vero e proprio contrappunto, due problemi, il primo personale, accanto al secondo, a carattere mondiale. E ognuno di essi inguaia, complica e aumenta l’altro.
E, alla fine, il grande momento drammatico giunge quando Mister U., ora profondamente legato a Mister S., entra nell’area dei problemi personali prima relegata a Mister S. Per cui in un certo senso nell’ultima parte del libro i due mondi o i due problemi o i due versanti drammatici si fondono.

L’azione drammatica è intensificata da un groviglio totale:

Per cui si viene a rivelare il meccanismo strutturale di base: I PROBLEMI PERSONALI DI MISTER S. RAPPRESENTANO LA SOLUZIONE DI QUELLI MONDIALI DI MISTER U. E ciò può capitare sia nel caso che Mister S. stia con Mister U., o che sia contro di lui; vedi quali estreme varietà già si presentino, a livello strutturale? (Per esempio, se Mister S., dopo aver lavorato per un certo periodo per Mister U., se ne fosse andato in maniera traumatica – gli si fosse rivoltato contro, per unirsi di nuovo alla PPI [Phenotype Products Inc., o qualunque altra ditta “dai valori morali assai dubbi” sia stata inventata], nella sua lotta per la sopravvivenza – e tornasse di nuovo dal suo vecchio capo?

Phil suggeriva un possibile “sviluppo drammatico della conclusione” sotto forma di uno scontro di qualche tipo tra Mister S. e Mister U., con l’ultimo che ha la peggio, nonostante il suo enorme potere. Ma “Mister S. sopravvive, e tutto torna a posto, tranne che per qualche nessuno finale deliberatamente lasciato in sospeso; Mister S. forse ha risolto i suoi problemi personali o quelli del mondo – ma qualunque di questi abbia risolto, nel libro, ora l’altro è peggiorato, ironicamente… e ci dobbiamo rassegnare”. La Terra è stata salvata dai “Giganteschi Piselli Demolitori provenienti da Betelgeuse IV, in fondo, per cui ci si può rilassare, fare i saggi, e prenderci un po’ di tempo per sentire cosa prova Mister S.”.
La “coda” è un’occhiata conclusiva a Mister G. – “che ne è di lui (…), lui, che è stato quasi dimenticato, in tutto questo scompiglio?”. Più o meno come prima, anche se magari potrebbe avere un lavoro leggermente migliore.

Comunque, mio adorato, ecco come PKD mette insieme 55.000 parole (chilometraggio giusto) dalla sua macchina da scrivere: avendo tre persone, tre livelli, due temi (uno esterno, a dimensioni mondiali, l’altro interno, a dimensioni individuali), con una fusione del tutto e, alla fine, una nota più umana. Questa è, per così dire, la mia struttura. Ho detto abbastanza.

Droghe

Okay, diciamoci la verità – QUESTO è il vero metodo Dick.

Due parole sul pezzo precedente.
L’ho chiamato per semplicità “metodo Dick”, ma in realtà lo schema è di massima; lui stesso non l’ha mai seguito con grande rigore. Nel corso della sua carriera, Dick ha utilizzato una gran varietà di strutture diverse, e quella di cui parla in quella lettera si riferisce più che altro alla composizione dei romanzi del periodo ‘centrale’ (quelli che vanno da The Man in the High Castle a Do Androids Dream of Electric Sheep?); A Scanner Darkly, per esempio, utilizza una più normale struttura con unico protagonista-pov (Bob Arctor) più alcuni capitoli particolari in cui l’autore con una telecamera onnisciente va a vedere le vite  di personaggi minori. Inoltre, anche nei romanzi più aderenti a tale struttura, Dick si è sempre preso una certa libertà1.
Non direi mai a un aspirante scrittore che questa struttura sia una “formula del successo” o che andrebbe seguita a prescindere dal materiale del romanzo. Non lo penso. Tuttavia, credo che le parole di Dick possano insegnare un paio di cose interessanti:

1. Utilità del personaggio sfondo. Uno dei problemi tipici della narrativa di genere (specialmente se ambientata in un “mondo secondario” o nel futuro) è: come si fa a spiegare l’ambientazione, se bisogna utilizzare personaggi già abituati a viverci e contemporaneamente si sta svolgendo una crisi che cambia gli equilibri iniziali? Da un lato, l’infodump puzza, e dedicare i primi capitoli a dettagliare l’ambientazione per poi inserire l’elemento di crisi ammazza la tensione e il ritmo. Viceversa, iniziare col botto, e cioè con la crisi, impedisce al lettore di apprezzarne l’importanza, o nei casi peggiori, di seguire il filo degli avvenimenti: non ha ancora dimestichezza con l’ambientazione. Questo è uno dei punti più controversi anche nei manuali di scrittura, con alcuni che privilegiano un inizio morbido per non mandare in crisi il lettore, e altri che preferiscono l’inizio in medias res (con eventuale flashback per spiegare il ‘prima’, ma anche no).
Il ‘personaggio sfondo’ usato da Dick è molto comodo. Il suo ruolo è di far riflettere su di sé le caratteristiche della società in cui vive, ed essendo passivo, il lettore può concentrare la sua attenzione sul mondo circostante e sugli effetti che questo ha sul personaggio. Problema: cominciare col personaggio sfondo non è un inizio troppo lento, e non ritarda troppo l’hook e l’innesco vero e proprio della trama? Sì: questo è indubbio. Un’altra soluzione potrebbe essere questa: un primo capitolo col protagonista attivo, e l’evento della storia che innesca il cambiamento (di cui ancora non realizziamo la portata, ma intuiamo che è notevole). Secondo capitolo: personaggio sfondo. Il ritmo a questo punto può rallentare (la storia è partita, l’attenzione del lettore catturata) e ora ci si può prendere il tempo per delineare l’ambientazione – mostrandola attraverso il personaggio passivo – e dare al lettore i punti di riferimento che gli servono. Quando nel terzo capitolo si torna al protagonista e alle sue magagne, il lettore avrà tutte le informazioni per capire meglio azioni e pensieri del personaggio e per apprezzare il cambiamento che sta intervenendo.
Nulla impedisce comunque altre varianti, come far coincidere protagonista attivo e personaggio sfondo (inizialmente passivo e quindi ‘sfondo’, in seguito a un evento X il personaggio si ribella e diventa attivo: un classico, specialmente nelle distopie). Ma soprattutto nei romanzi corali, l’idea di assegnare i due ruoli a personaggi diversi (e quindi, seguendo le loro evoluzioni, vedere due lati diversi della società e del cambiamento in atto, due lati che altrimenti non si incontrerebbero mai) andrebbe presa in considerazione. Insomma: sperimentate.

Blade Runner fa schifo

2. Importanza della vita privata. Ci sono tanti sistemi per dare tridimensionalità e credibilità a un personaggio. Dargli una parlata e una gestualità particolare, degli obiettivi specifici, o farli evolvere nel corso della storia sono tutti ottimi sistemi. Ma uno dei metodi principi, è dare loro una vita privata. Un hobby, un problema familiare, una vita e interessi secondari dietro il loro lavoro o la loro quest. Una delle ragioni per cui gli scienziati e gli ingegneri di Clarke sono ridicoli, è che esistono per la loro funzione, ma sembrano non avere nient’altro nella loro vita.
Creare attrito tra la vita privata del personaggio e l’intreccio principale, inoltre, moltiplica i livelli di conflitto. Quindi alimenta la tensione. Uno dei motivi di fascino dei personaggi dickiani è proprio l’intergioco, e il conflitto, tra i loro problemi privati, la pressione sociale cui sono soggetti e la crisi centrale del romanzo.
Certo: non sempre c’è lo spazio o un modo elegante per mostrare la vita privata dei propri personaggi, specialmente se in corso c’è una crisi globale o qualcosa del genere. In un romanzo non incentrato sui personaggi, ma per esempio su un evento o su un’idea – per utilizzare la distinzione tra “tipi di trame” di Orson Scott Card – troppa attenzione alla vita privata dei protagonisti potrebbe anzi essere una distrazione. Ma anche qualche piccolo suggerimento, qualche oggetto lasciato sulla scrivania, qualche parola detta per caso, possono arricchire notevolmente. Come dicevo a Gamberetta commentando il suo Assault Fairies, anche gli sceneggiatori dei serial americani hanno capito l’importanza di suggerire stralci della vita privata dei loro protagonisti, da CSI al Dottor House. Il fatto che la psicologia dei personaggi abbia un’importanza marginale non significa che – con poche frasi e/o elementi messi al posto giusto – non si possa tridimensionalizzarli, pur dedicando loro il minimo di spazio.
Insomma: in fase di preparazione del romanzo, fate un pensierino sulla possibilità di inserire nel romanzo questo lato della vita dei protagonisti.

Ci sarebbero altre considerazioni da fare, sulla struttura del romanzo corale e del contrappunto tra i personaggi, ma andrei decisamente fuori strada: ci tornerò in un articolo futuro.
In conclusione, leggete Divine Invasions e meditate. Siamo tutti intrappolati in una gabbia di Faraday metafisica e forse solo il profeta Elia potrà salvarci, armato di un ciondolo con un pesce e con i Rotoli del Mar Morto sotto l’ascella. O forse no.

Gabbia di Faraday

Un’invenzione del demonio.

(1) Il caso di maggiore aderenza è forse The Three Stigmata of Palmer Eldritch, a cui ho dedicato un Consiglio un paio di mesi fa. Qui abbiamo i tre livelli (sub-umano, umano e super-umano), ma quattro personaggi-pov, e la loro collocazione, di conseguenza, è un po’ sfalsata rispetto ai tre livelli:
– Richard Hnatt e gli abitanti di Chicken Pox Prospect costituiscono il livello sub-umano. Sempre passivi, non hanno alcun ruolo nella trama se non quello di carta tornasole dell’ambientazione.
– Barney Mayerson, il protagonista, si trova a un livello intermedio tra sub-umano e umano. E’ una persona attiva e con un certo potere, ma il suo ruolo nella risoluzione dell’intreccio è marginale. E’ il personaggio che evolve di più e il focus del romanzo, ma rimane una figura più passiva che attiva, più concentrata sui suoi problemi privati che nella risoluzione della crisi globale.
– Leo Bulero è il vero personaggio attivo. Della sua vita privata sappiamo pochissimo, e questa influisce poco sulla storia. Lui affronta la crisi, lui elabora piani, lui si scontra con l’entità-Palmer Eldritch. Essendo un essere umano dalla vitalità, dalla ricchezza e dal potere straordinari, lo collocherei a metà tra l’umano e il super-umano.
– Volendo aggiungere un quinto livello, troviamo il vero super-umano nel personaggio di Palmer Eldritch, che però non ha un proprio pov.
Inoltre i rapporti tra Mayerson, Bulero ed Eltrich sono piuttosto complessi – non sono proprio amichevoli, ma neanche completamente antagonistici. Eldritch invade gli spazi privati di entrambi; ciò che distingue Mayerson e Bulero sono le differenti reazioni.
Altri romanzi che seguono abbastanza fedelmente la struttura solo The Man in the High Castle – ma con ancora più pov e una struttura ancora più sfumata – o The Penultimate Truth – che però è mediocre – o Do Androids Dream of Electric Sheep? – dove il super-umano è però depotenziato, e si riferisce agli androidi che invadono la casa di Jack Isidore.Torna su

Draghi come pterodattili: una lezione di metodo

PterodattiloIn un articolo vecchio ormai di tre o quattro anni, Gamberetta si lamentava degli ambienti del fantasy italiano – e dei salotti letterari italiani in genere – perché passavano più tempo a porsi quesiti sul valore sociale della narrativa, sui drammi della propria epoca e sul valore simbolico-politico-metallurgico di questo o di quel Grande Scrittore nella Storia della Letteratura (con tutte le maiuscole al posto giusto), invece che discutere della plausibilità di costruire un’intera città nell’occhio di una salamandra gigante.
Ho sempre cercato di attenermi al suo consiglio, ma se sono sempre riuscito a evitare articoli del tipo: “Tolkien: una lettura teocon”, devo ammettere di non essermi mai dato molto da fare con le salamandre. Oggi farò parziale ammenda.

Parlando di fantasy tradizionale, una delle domande che su blog e forum tende a riemergere periodicamente è: “Come figa fanno a volare i draghi?”. La massa di un drago, infatti, sarebbe troppo grande perché le sue ali possano sollevarlo da terra e farlo schizzare in cielo come D&D ci ha abituati. Peggio ancora se al drago aggiungiamo la massa del cavaliere (rigorosamente in armatura milanese e lancia in resta) che gli salta in groppa.
In queste discussioni, generalmente si creano tre fazioni. Quelli che dicono: “I draghi sono un assurdo fisico, bisogna espungerli o quantomeno avere la compiacenza di togliergli le ali o renderle inutili al volo, come per le galline”; quelli che dicono: “Magari se facciamo le ossa del drago sufficientemente cave, riduciamo la massa del drago e ingrandiamo le ali in proporzione al resto del corpo, riusciamo a creare un drago plausibile”; e quelli che dicono: “Nn spakkarmi la minkia, qst è fntasy mica scienza!”, o, nella variante meno ritardata: “Non è necessario che il drago debba essere scientificamente coerente per scrivere una bella storia coi draghi volanti”.
Ora – alcuni dei miei lettori abituali forse lo troveranno strano, ma non sono in completo disaccordo con la terza corrente di pensiero. Mi spiego. La narrativa, come giustamente dice il Duca, è una forma di Retorica, e uno dei suoi obiettivi – specialmente se stiamo parlando di narrativa fantastica – è la sospensione dell’incredulità, ossia quello stato in cui il lettore è così assorbito dalla vicenda che non ne questiona la validità e si diverte. Non importa come la sospensione dell’incredulità sia raggiunta, purché sia raggiunta.

Armatura milanese

Una comoda e pratica armatura alla milanese. Il drago ringrazia.

Questo significa che nella mia storia posso mettere cose implausibili come draghi volanti che trasportano cavalieri in armatura completa, se riesco a fare in modo che il lettore non se ne accorga o che comunque lo accetti spontaneamente. Ho letto un libro di Mellick – di cui probabilmente parlerò prima della pausa estiva – in cui a un uomo è stata fatta un’operazione chirurgica che ha trasformato la sua faccia in un enorme hamburger con gli occhi a palla; non solo, ma nella sua nuova faccia hanno messo così tanti conservanti che quest’uomo ha superato i cent’anni ed è ancora in forma smagliante. Tutto questo è semplicemente ridicolo; tuttavia, la vicenda è inserita in una storia così internamente coerente, così divertente e dal ritmo così serrato che la si accetta senza troppi problemi.
Inoltre, possiamo prenderci una certa libertà quando si tratta di elementi marginali della storia. Se la cavalleria di draghi volanti è al centro della mia storia e non sono riuscito a rendere plausibili questi draghi, allora ho un problema; ma se la storia parla d’altro e a un certo punto appare un contingente di cavalieri a cavallo di drago volante, potrebbe essere ok.

Tuttavia, la soluzione della plausibilità scientifica rimane la strada migliore, quando è praticabile. Se sono sicuro di ciò che sto scrivendo, generalmente riuscirò a scriverlo meglio, e a trasmettere questa sicurezza anche al lettore. Se so esattamente come funziona il mio drago, probabilmente riuscirò a mostrarlo meglio. E se la mia soluzione è particolarmente furba e/o originale, mi distinguerò dagli altri scrittori che si sono occupati di draghi volanti.
E’ per questo che, quando per caso mi imbatto in un sito o un blog che si occupa di argomenti accademici, me lo salvo da qualche parte e lo tengo d’occhio. Non avrei mai il tempo di occuparmi della fisica dei draghi, ma se c’è qualcun’altro che lo fa al posto mio, be’, cambia tutto!
Qualche settimana fa ho accennato al blog The Palaeobabbler. Ebbene, navigando in modo del tutto casuale tra gli articoli del blog, mi sono imbattuto in un fatto di cui non ero a conoscenza. Pare che da lungo tempo i paleontologi si interroghino e si pikkino su una questione molto simile a quella sulla possibilità che i draghi volino, con la differenza che riguarda un animale realmente esistito.
E la domanda è: ma come cazzo facevano gli pterodattili a volare?

Dannato pterodattilo

Ma soprattutto, come diavolo facevano a sollevare automobili?

Molte famiglie di pterosauri erano veramente enormi, arrivando a raggiungere la stazza di giraffe. Molti scienziati hanno quindi messo in dubbio che gli pterosauri potessero volare – ossia che riuscissero a darsi la spinta necessaria da staccarsi da terra, e che poi riuscissero a sostenersi in volo.
Cito testualmente il Palaeobabbler:

Put simply, the problem is as follows: pterosaurs appear to have not had strong enough legs to launch themselves into the air as birds do. This might not seem like a problem if you imagine the huge beasts diving off of cliffs and catching the air like a paraglider might, however, the larger pterosaurs are most abundant in flat, terrestrial environments, even preying on small dinosaurs. Without the use of powerful leg muscles, or cliffs to sail off, how on Earth did they launch themselves?

Ed ora, ecco una possibile risposta:


Lo pterodattilo spicca il volo!

It turns out they very well might have used their incredibly strong flight muscles in their arms to do the job, using some acrobatics which to us might seem insane, yet are the same sort of movement used by some vampire bats.

Se l’argomento è riuscito a catturare la vostra attenzione, ecco l’articolo del blog da cui ho tratto questa ipotesi . Oltre a una serie di link alle fonti del blogger, c’è anche un breve video che mostra il modo in cui uno di questi pipistrelli vampiro acquista velocita’ per spiccare il volo. Immagino che tutti coloro che hanno partecipato a Deinos saranno entusiasti all’idea di approfondire questo problema paleontologico.

Per quanto mi riguarda, voglio aggiungere due note.
Primo: se la soluzione funziona con gli pterodattili, potrebbe funzionare anche per i draghi. Why not? Non risolve il problema di come possano portarsi in groppa 100 e passa chili di carne e ferraglia, ma almeno rende plausibile il fatto che possano spiccare il volo e volteggiare nell’aere. E poi, un drago che prende la rincorsa a quel modo certo dev’essere una bella vista – mostrarlo in una scena potrebbe farvi guadagnare qualche punto.
Secondo: perchè i paleontologi arrivassero a questa ipotesi c’è voluta un’escursione nel campo della zoologia! Questa è l’ennesima dimostrazione dell’importanza di non limitare il proprio campo di studi a una sola specializzazione. In particolare uno scrittore, se vuole essere bravo a mostrare e se non vuole rimanere a corto di idee, dovrebbe cercare di farsi un minimo di cultura in quante più discipline possibili. Una delle ragioni per cui a molti di voi piace Stephen King, è perchè quando parla dell’effetto di un proiettile che ti si infila nella rotula, quando descrive una frattura esposta, o quando fa muovere gli uomini di un reparto speciale dell’esercito, sembra sapere di cosa sta parlando – benchè King non sia nè un medico, nè un militare1.
Diventare esperti di tutto ovviamente è impossibile; ma il mio consiglio è di tenere gli occhi aperti, e ogni volta che vi imbattete in un sito o un blog o un qualcosa di potenzialmente utile, salvatevelo da qualche parte. Chissà che non possa tornarvi utile.

Pene a forma di drago

E in definitiva, suonerò un po’ naif, ma a me i draghi sono sempre piaciuti.

***

Quanto a Ray Bradbury, voglio lasciargli anch’io un commiato, anche se un po’ tardivo.
E come ho già detto in un commento, a me piace ricordarlo così:

(1) La gestione delle ferite è sempre una delle cose che mi ha dato più problemi, e in generale può essere una vera scopa in culo per lo scrittore non esperto di medicina. David Page ci è venuto in aiuto con il manuale Body Trauma: A Writer’s Guide to Wounds and Injuries.
Il manuale avrebbe potuto essere organizzato meglio, ma rimane una buona fonte di informazioni quando abbiamo l’urgenza di gambizzare il nostro protagonista.Torna su

Bonus Track: Di aborti e remake

FanfictionLa maggior parte di voi, per un periodo della propria vita, avrà avuto il suo momento fanfiction. Un momento in cui, dopo la fine della vostra serie / videogioco / saga preferita, ne volevate ancora e, disperati, vi siete rivolti alle comunità dei fan. Per chi non lo sapesse: una fanfiction è per l’appunto l’opera di un appassionato che riprende setting e personaggi di un’altra storia (generalmente di una certa fama).
Anch’io ho avuto il mio momento fanfiction, ai bei tempi del ginnasio. Principalmente di Evangelion o Final Fantasy VII. E ho notato una cosa. Esistono fanfiction di tutti i tipi: seguiti della storia principale, spin-off su personaggi o situazioni secondarie, racconti che espandono momenti della storia principale appena accennati dall’opera originale, parodie, AU (storie che riprendono i personaggi dell’opera ma li calano in un contesto diverso), crossover tra serie diverse. Soprattutto – e con mio sommo sdegno – valanghe di racconti in cui tutti o quasi i personaggi maschili dell’opera originale si scoprono improvvisamente ghei e si danno alle ammucchiate selvagge. Un solo tipo di fanfiction si vede molto di rado: la riscrittura alternativa dell’opera originale.
Mi vengono in mente diversi motivi.
Innanzitutto, perché (in un ambito dove non girano soldi) la volontà di fare un remake parte dal presupposto che non si sia rimasti del tutto soddisfatti della storia originale, che si voglia migliorarla; mentre in genere i fan scrivono le fanfiction proprio perché amano alla follia l’opera originale. Al massimo sono disposti a modificare gli orientamenti sessuali dei personaggi così da fargli fare tutte le cosacce che gli vengono in mente.
Un altro motivo, è che un remake è un progetto lungo e ambizioso, difficile da portare a termine e che ti fa chiedere se ne valga davvero la pena; mentre un raccontino in cui Cloud e Sephiroth scoprono le ragioni profonde della loro fascinazione per gli spadoni si può buttare giù in due orette (considerando poi la cura stilistica che tradizionalmente viene messa in una fanfiction…).

Ciccione con spadone

Da Cloud a Gatsu a Zwei ai ciccioni, lo spadone piace proprio a tutti.

Neanch’io mi sono mai cimentato nell’impresa del remake, ma la tentazione è stata molto forte. Soprattutto se parliamo di narrativa. Come forse avrete notato leggendo i miei Consigli – se non ve ne siete accorti in prima persona – il mondo della narrativa fantastica è un mare di libri riusciti a metà, capolavori mancati e occasioni sprecate.
Prendiamo 2001: Odissea nello spazio – il libro. La penultima parte: David Bowman, disattivato il perverso HAL9000, è rimasto solo sull’astronave Discovery, e il viaggio verso Giapeto e il monolite è ancora lungo. Sa che quelli del controllo missione l’hanno ingannato circa lo scopo della Discovery, e sa di essere condannato a morte, perché non c’è una riserva d’aria sufficiente nella navicella per tornare indietro o aspettare i soccorsi. Bowman passa un brutto periodo. Uno scrittore come Dick da una situazione simile avrebbe saputo tirar fuori qualcosa di grandioso; magari un Bowman paranoico e allucinato, che perde progressivamente contatto con la realtà mano a mano che la distanza dalla Terra aumenta. Con una buona costruzione degli ultimi capitoli, si potrebbe insinuare una certa ambiguità nell’incontro col monolite e la visione finale: è avvenuto realmente? E’ un’allucinazione di Bowman? La missione è fallita? E questa è solo una delle molte possibilità.
Ma Clarke, si sa, ha la delicatezza di un Gundam. Le tribolazioni di Bowman, e il modo in cui supera i suoi problemi ascoltando la musica classica immagazzinata nella memoria dei computer di bordo, sono raccontati in modo sbrigativo, riassunto, con pov onnisciente molto distante. Più piatto di così non si poteva fare. A Clarke gliene frega ben poco dello stato psicologico di Bowman; vuole farlo riprendere velocemente (e allora perché ti sei preso la briga di farlo star male?), così poi si può tornare a parlare di monoliti e alieni. Occasione sprecata.
E inevitabilmente, il pensiero: “Cazzo, questo libro sarebbe potuto essere così più bello…”

Ora: Odissea nello spazio resta comunque un bel libro – coerente, con una buona costruzione. Ma cosa succede quando un libro parte con ottime premesse, ti monta un casino di entusiasmo, e poi, per incapacità o pigrizia o malattia mentale dello scrittore, “si ammoscia a metà come il pisello di un vecchio” (cit. Duca)? Succede che ti viene voglia di mettere il libro (o il reader) nel microonde e girare la manopola tutta a destra. Succede che pensi “porcozzio, se avessi avuto io del materiale di partenza simile…!”, o “io saprei come riscriverlo!”. Questi sono i libri che chiamo aborti – potenziali capolavori che falliscono miseramente e ti fanno mangiare le dita dallo sconforto.
Queste storie meriterebbero una seconda chance. Un remake, che partendo dalle stesse premesse donino a questi aborti uno sviluppo e una conclusione degni. Gli scrittori veri, purtroppo, queste cose non le fanno di rado – un po’ per tabù culturale (l’unicità dell’opera, il rispetto dell’artista e bla bla bla), un po’ perché forse dovrebbero appiccicarci sopra il bollino “fanfiction” e non potrebbero guadagnarci un soldo. Abbondano le riscritture di dell’Alice di Carroll, o del Frankenstein di Mary Shelley, o della Macchina del Tempo di Wells, ma non accade praticamente mai con i romanzi degli ultimi 80 anni 1. Un peccato.

E' un Gundam

Un esempio di delicatezza.

Un peccato perché il remake insegna una cosa interessante. Ossia che nessun’opera è sacra e inviolabile; che un autore può migliorare qualcosa di scritto da un altro; e che in genere questi miglioramenti si possono ottenere seguendo una serie di regole, che sono sempre quelle.
Facciamo un esercizio.

Tre aborti
Nell’articolo di oggi vi presenterò tre aborti, libri che mi hanno provocato gran digrignar di denti e copiosa mole di bestemmie al cielo. Tre romanzi che sarebbero potuti ascendere all’Olimpo della Narrativa Fantastica e invece sono condannati a passare l’eternità nell’anticamera, a eterno monito per le giovani generazioni di scrittori. Sono anche tre romanzi molto diversi tra loro, per forma e contenuto; li ho scelti apposta sperando che ciascuno di voi sia incuriosito da almeno uno di essi.
A parte la solita introduzione, ognuno dei tre pezzi sarà articolato in tre parti: “Perché poteva essere una figata”, “Perché invece è un FAIL”, e “Io avrei fatto così!”. Credo che i titoli parlino da soli. Nell’immaginare possibili migliorie al romanzo originale, mi sono concentrato più sulla macrostruttura che sullo stile (per quello c’è sempre Gamberi Fantasy).
Attenzione: potrebbero esserci spoiler, soprattutto nelle ultime due sezioni.

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The City and the Stars

La città e le stelleAutore: Arthur C. Clarke
Titolo italiano: La città e le stelle
Genere: Science-Fantasy / Dying Earth
Tipo: Romanzo

Anno: 1956
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 250 ca.

Diaspar è l’ultima città al mondo, in una Terra anziana e ridotta a un immenso deserto. E’ una città sigillata dal mondo esterno, e amministrata dalla IA del Computer Centrale. I suoi abitanti sono immortali: quando si avvicinano alla vecchiaia, il computer immagazzina le loro menti e dopo un lasso di tempo di migliaia di anni li rigenera in un corpo nuovo creato per l’occasione. Non solo: all’interno di Diaspar, i suoi abitanti hanno il potere di creare oggetti a piacere o di modificare le dimensioni dei propri appartamenti. E’ una vita serena, senza preoccupazioni, eternamente uguale.
Ma Alvin è diverso. A differenza degli altri abitanti, che alla sola idea di uscire sono terrorizzati, Alvin prova l’impulso irrefrenabile di conoscere il mondo esterno. La leggenda vuole che gli esseri umani si siano sigillati dentro Diaspar sotto la minaccia di invasori stellari, che avrebbero promesso di distruggerli se avessero riprovato ad avventurarsi fuori dal pianeta Terra – ma sarà davvero così? Aiutato dal giullare Khedron e ostacolato dal Computer Centrale, Alvin tenterà di fuggire da Diaspar e scoprire la verità.

Perché poteva essere una figata
Il romanzo di Clarke mette insieme un’ambientazione alla Matrix – in cui realtà materiale e realtà virtuale si confondono, e gli uomini hanno delegato l’autorità alle macchine – con il fascino della Terra morente. La città di Diaspar, città in cui gli esseri umani si reincarnano all’infinito, e vivono tra agi infiniti e strani divieti, è uno dei setting più affascinanti della narrativa fantastica. Il tema del ragazzo ribelle che vuole infrangere la proibizione e varcare i confini del mondo conosciuto è forse un po’ trito, ma funziona sempre, e mantiene accesa l’attenzione del lettore. Da una parte, si vuole esplorare Diaspar e scoprire il funzionamento di una civiltà tanto strana; dall’altra, si vuole scoprire cosa c’è oltre la città – e così, si continua a leggere.

Diaspar Lego

Un'approssimazione della città di Diaspar. Ehm.

Perché invece è un FAIL
I problemi cominciano quando finalmente Alvin riesce ad evadere dalla città – e di lì in poi è un continuo di docce fredde. Lys, l’utopia bucolica condita di poteri psi, è quanto di più improbabile la penna di Clarke potesse inventare. Ma soprattutto, le rivelazioni sulla storia di Diaspar e del destino dell’umanità si accumulano in un infodump raccontato dopo l’altro, tanto da far sembrare Mark Menozzi (quello del Re Negro) uno che si contiene. Noiosissime nella forma – ti viene da pensare, “sto leggendo un romanzo o il canovaccio di un romanzo”? – sono pure raccapriccianti nel contenuto: tra Menti Pazze, creature malvage sigillate nello spazio e in attesa di risvegliarsi, e migrazioni di interi popoli imbarcati in una Grande Missione, sembra di essere precipitati nella mente di un dodicenne drogato di Zelda. Mancano solo le pietre del potere (rigorosamente quattro: una per ogni elemento!) e siamo apposto! E per un romanzo tutto costruito sulla suspence e sulla rivelazione, il peggio che possa capitare è che la rivelazione faccia schifo al cazzo.
A questo bisogna aggiungere la tradizionale bruttezza della prosa di Clarke, e il generale piattume dei personaggi, che non risparmia neppure il protagonista (più una marionetta del suo codice genetico che un individuo pensante). E poi il tema del “prescelto”, benché gestito meglio della media degli YA, è sempre irritante 2.

Io avrei fatto così!
Se la parte ambientata a Diaspar nelle sue linee guida è buona, il resto va completamente cambiato. Due sono le domande essenziali che dobbiamo porci: cosa c’è fuori da Diaspar, e perché è stato imposto il divieto di uscire? Le possibilità sono infinite. Per esempio, il deserto potrebbe essere una finzione, e magari non siamo un miliardo di anni nel futuro ma tipo nel 2100 d.C., e gli abitanti della città sono solo i soggetti di un esperimento modello Truman Show. Troppo scontato? Oppure: Alvin esce da Diaspar per scoprire che non è l’unica città, ma che ci sono altre centinaia o migliaia di città identiche e isolate, tutte convinte di essere l’ultima. Il deserto sarebbe reale, e  l’umanità si sarebbe costruita le città e l’illusione di essere l’ultima per evadere dalla realtà. O ancora: Diaspar è davvero l’ultima città, e Alvin fuori dalle mura trova solamente i resti dell’antica umanità. Ma decide che la terra può essere resa di nuovo fertile e che i cittadini di Diaspar devono uscire dal grembo materno e ripopolare la Terra.
Ora, non è tanto importante quale soluzione narrativa venga adottata. Ciò che conta, è che non si riduca all’esposizione di una storia remota che non ha il minimo impatto sull’attimo presente del romanzo (come avviene nel libro di Clarke), ma al contrario getti una nuova luce tra Diaspar e il mondo esterno e porti a delle conseguenze immediate. Esempio: Alvin decide che la Terra è pronta a riaccogliere l’umanità. Problema: gli abitanti di Diaspar non vogliono uscire. Come li si convince? O li si costringe? Ci sarà una divisione in due fazioni agguerrite? O saranno tutti schierati contro Alvin, che dovrà scegliere tra l’esilio e la resa, e magari la riprogrammazione della propria mente? E così via.

A proposito. Il romanzo filerebbe senza problemi con il solo pov di Alvin. Ma se provassimo invece a giustapporre il suo pov con quello di un altro personaggio? Il giullare Khedron, per esempio: in teoria un individuo che porta disordine e scompiglio tra gli abitanti di Diaspar, Khedron è però un prodotto del Computer Centrale e in ultima analisi condivide la politica isolazionista. Khedron quindi è in contraddizione con sé stesso e con Alvin – potrebbe aiutarlo a scappare, ma anche metterglisi contro se osasse provare a cambiare lo stile di vita dei diaspariani. Mostrare la vicenda alternando i due punti di vista moltiplicherebbe esponenzialmente i livelli di conflitto del romanzo.
A questa rivisitazione massiccia, poi, andrebbe aggiunto un intervento più di cesello. Per esempio, invece che raccontare che Alvin è speciale, e non è come tutti gli altri, come fa Clarke, mostrarlo attraverso piccoli gesti, fraintendimenti, discrepanze tra il suo modo di comportarsi e quello di tutti gli altri. In questo modo il lettore sarebbe il primo a capire che in Alvin c’è qualcosa di diverso.

A Case of Conscience

Autore: James BlishA Case of Conscience
Titolo italiano: Guerra al grande nulla
Genere: Science Fiction / Hard SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1958
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 200 ca.

Agli occhi dei terrestri, il pianeta Lithia sembra il Paradiso terrestre. E’ graziato da una vegetazione rigogliosa e da un clima mite, da un ecosistema in cui ogni specie vivente ha la sua nicchia ecologica e vive in armonia con tutte le altre, e da una civiltà di lucertoloidi antropomorfi che sembra godere di una moralità naturale e non conosce conflitti. L’esatto contrario della Terra, in cui l’umanità, nel terrore di un’apocalisse nucleare, si è rifugiata sottoterra, in enormi città-rifugio sotterranea, e ogni giorno diventa più nevrotica.
Una commissione di quattro scienziati è inviata su Lithia per decidere se aprire liberi contatti con la Terra: il fisico Cleaver, il geologo Agronski, il chimico Michelis e il biologo Ramon Ruiz-Sanchez. Ma Padre Ramon Ruiz non è solo un biologo; è anche un gesuita, e un dottore di teologia morale. E’ l’anno del Giubileo, e la Chiesa l’ha mandato su Lithia affinché risolva un caso di coscienza: se i lithiani abbiano un’anima, cioè se siano veri homines, accomunati ad Adamo nella caduta nel peccato, e quindi evangelizzabili. Ma in Ramon Ruiz si fa strada un terribile sospetto. Che dietro l’apparente perfezione di Lithia si nasconda il pericolo più grande che la Cristianità, e l’umanità tutta, abbiano mai affrontato.

Perché poteva essere una figata
Per lo stesso motivo per cui A Canticle for Leibowitz è una figata: il conflitto tra le ragioni della scienza e le ragioni della teologia, tra ragione e fede. Questo conflitto è realizzato alla perfezione nella figura del protagonista, Padre Ruiz-Sanchez, che riesce contemporaneamente ad essere un ottimo biologo (e a pensare da biologo) e un fervente cattolico. Ramon è un personaggio complesso, pieno di timori e contraddizioni, il che non è la norma nella fantascienza degli anni ’50.
C’è poi il mistero dell’apparente perfezione di Lithia, che tiene il lettore col fiato sospeso, e il fascino dell’ambientazione (per esempio, giganteschi alberi utilizzati come torri di trasmissione delle onde radio). E ancora, il raro connubio della tematica etico-religiosa, cuore del romanzo, e l’Hard SF. Blish infatti affronta nel libro tutta una serie di argomenti scientifici, come il modo in cui un pianeta con risorse naturali molto diverse da quelle della Terra abbia prodotto una civiltà diversa dalla nostra. In appendice al romanzo, troviamo pure un rapporto che fa una panoramica completa di Lithia, dalla distanza dal suo sole all’inclinazione dell’asse, dal movimento tettonico alla composizione del suolo, alle varie fasi della diffusione della vita sulla superficie del pianeta. Blish è uno che ne sa, e le discussioni tra gli scienziati suonano sempre competenti.

Gesuiti

Gesuiti: pronti a diffondere la buona novella in tutta la Galassia.

Perché invece è un FAIL
Due sono i problemi gravi del libro.
Primo, la quasi totale mancanza di azione. Blish è un professionista dell’infodump, nel senso che è capace di inanellarne anche tre o quattro uno dietro l’altro e che da soli probabilmente superano il 50% del testo dell’intero romanzo. Per il resto, i personaggi parlano, parlano, parlano, o riflettono, ma fanno poco. Azione nel romanzo ce ne sarebbe: ma per qualche strano motivo, Blish tende a tagliare queste parti, per poi farle riassumere nel capitolo successivo, con un dialogo, un pensiero del personaggio-pov o magari un bell’infodump. Una reticenza quasi da tragedia greca.
L’altro problema, è che A Case of Conscience tradisce fin troppo la sua natura di fix-up. Il romanzo infatti è l’espansione di una novella, che costituisce la prima metà del libro. La prima parte, interamente ambientata su Lithia e centrata sulla decisione che devono prendere i quattro scienziati, è anche la più interessante. La seconda invece – prevalentemente ambientata sulla Terra – è un disastro: il tema principale della storia viene sommerso da una marea di sottotrame, divagazioni, episodi isolati. A ciò si aggiunge una moltiplicazione dei pov (alcuni dei quali usa-e-getta), sviluppi banali, e la generale impressione che l’autore stesso non sappia più che pesci pigliare. La conclusione, che in sé sarebbe anche carina e si riallaccia finalmente alla trama principale, dopo quelle cento pagine di noia e schifo suona improvvisata, artificiosa e maldestra.
Tra le altre cose irritanti, i romani che dicono “che be’o” (sì, c’è una parte ambientata a Roma) e la tipa giapponese che si chiama ‘Liu Meid’. Inoltre il romanzo è invecchiato piuttosto male dal punto di vista della tecnologia futuristica – ma questo è un problema che affligge quasi tutta la Hard SF.

Io avrei fatto così!
Innanzitutto da aristotelico quale sono – cioè da amante dell’unità di tempo e di luogo – avrei svolto tutta la storia su Lithia. E’ l’ecosistema di Lithia il cuore della storia, nonché il centro dell’interesse del lettore. Eliminerei quindi tranquillamente tutta la seconda parte  ambientata sulla Terra (e quindi anche il banale personaggio di Egvertchi); l’unica eccezione potrebbe essere la convocazione di Ramon Ruiz a San Pietro, che è una bella scena. In quel caso, Ramon Ruiz potrebbe volare a Roma e poi tornare su Lithia.
Oltre a questo, più azione. Il che non significa sparatorie e inseguimenti, ma semplicemente mostrare il team di scienziati che esplora il pianeta e studia i lithiani, invece di farli stare chiusi in una stanza a discutere. Qualcosa di simile a Stations of the Tide di Swanwick, strutturato come una graduale esplorazione di Miranda da parte del protagonista che, episodio dopo episodio, penetra sempre più a fondo nella natura del pianeta. Si potrebbe quindi anticipare l’inizio del romanzo di qualche settimana (A Case of Conscience inizia durante il penultimo giorno di permanenza del team di scienziati).

Rettiliano

Lithiani e rettiliani: una somiglianza sospetta.

Quanto alla scelta dei pov, si potrebbe raccontare tutto dal punto di vista di Ramon Ruiz, oppure alternarlo con l’altro personaggio interessante del gruppo, l’agnostico Michelis. I vantaggi sarebbero due: poiché gli scienziati sono divisi in due squadre, ciascuno potrebbe fare le proprie esplorazioni e noi le vedremmo entrambe; inoltre vivremmo meglio il conflitto tra il punto di vista religioso e quello agnostico; e ancora, potremmo avere un pov che rimane sul pianeta anche quando Ramon Ruiz vola a Roma. Sull’altro lato, i vantaggi di usare un unico pov sono i soliti: maggiore facilità di immedesimazione e la possibilità di usare un timbro più forte (quello del personaggio-pov) come voce narrante. Quello della trasferta a Roma sarebbe poi un falso problema: Ramon Ruiz potrebbe tenersi aggiornato con Michelis via radio o via messaggi, oppure si potrebbe proprio puntare sulla suspence di non sapere cosa sta succedendo su Lithia in quelle ore cruciali.
Terrei fermi due momenti del romanzo originale: la fine della prima parte – con la discussione dei quattro scienziati circa il destino di Lithia – e il finale. Quanto al finale (e qui seguirà uno spoiler in bianco, che consiglio di leggere solo a chi abbia già letto il romanzo o abbia deciso che non lo leggerà mai), due sarebbero i modi sensati di raggiungerlo: dopo il colloquio col Papa, Ramon Ruiz potrebbe decidere che la cosa migliore per “purificare” Lithia sarebbe appunto di lasciare che quel pazzo di Cleaver la faccia esplodere con tutto l’impianto, e magari potrebbe persino attivarsi per far sì che Cleaver vinca la partita; oppure potrebbe rimanere contrario, ma la sua assenza da Lithia potrebbe far precipitare gli eventi e far vincere il partito di Cleaver. Il risultato sarebbe identico, cioè una versione rivista e migliorata del finale originale.

Now Wait for Last Year

Autore: Philip K. Dick
Titolo italiano: Illusioni di potere
Genere: Science Fiction / Social SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1966
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 220 ca.

Il piemontese Gino Molinari, detto ‘la Talpa’, è il dittatore assoluto della Terra. Un tempo uomo forte e pragmatico, capace di infiammare il popolo dall’alto del suo pulpito, dieci anni di governo l’hanno ridotto a un individuo fiacco e ipocondriaco. Gli Starmen, alieni umanoidi signori di un vasto Impero Galattico, l’hanno costretto a imbarcare la Terra in un’interminabile guerra interstellare con i Reeg, un popolo di insettoni. E ora tutti lo odiano, e il suo fisico ne risente.
Per questo ha fatto convocare a palazzo Eric Sweetscent, chirurgo specializzato nel trapianto di organi artificiali. Per Eric, questa è l’occasione adatta per liberarsi della moglie Kathy, una donna nevrotica e violenta che passa il tempo a farlo sentire una merda e a rovinargli la vita. Ma così facendo, Eric finirà coinvolto negli intrighi della guerra galattica e della corte di Molinari, e scoprirà il singolare potere del dittatore di viaggiare tra realtà parallele e di collezionare copie di sé stesso. E quando il mercato terrestre comincerà ad essere invaso da una droga letale che oltre a creare dipendenza fa viaggiare nel tempo, Eric diventerà l’asso nella manica di Molinari per vincere la guerra…

Perché poteva essere una figata
Perché Gino Molinari e la sua dittatura baraccona sono divertentissimi. In qualità di suo medico personale, Eric può assistere a tutti gli aspetti della sua vita: i parenti che continuano a chiedergli soldi, cariche e favori personali assortiti; la camera dove Molinari tiene il cadavere dell’altro sé stesso; le riunioni umilianti col gelido Frenesky, primo ministro degli Starmen, che pretende dalla Terra un maggiore impegno bellico; le sofferenze di Molinari, affetto da una malattia psicosomatica per cui assume sul proprio corpo tutti i malanni delle persone che lo circondano.
E’ molto affascinante anche il tema del traffico di organi artificiali. Il mondo di Now Wait for Last Year è una gerontocrazia; i vecchi ricconi che possono permettersi i continui interventi, non muoiono mai (o molto, molto tardi). Virgil Ackerman, il superiore di Eric prima che questi passi al servizio di Molinari, è un arzillo centotrentenne a capo di un’enorme multinazionale. Ha talmente tanti soldi che si è comprato un appezzamento su Marte e ci ha costruito Wash-35, una ricostruzione maniacale della Washington della sua infanzia (cioè degli anni ’30).
Se Dick fosse riuscito a tenere più stretti i fili della gerontocrazia, della guerra galattica, e della vita pubblica e privata di Molinari, ne sarebbe nato un romanzo coerente (anche nei temi) e molto piacevole.

Mussolini

L'ispiratore di Gino Molinari.

Perché invece è un FAIL
Ma Now Wait for Last Year soffre gli stessi problemi di molti romanzi di Dick: troppe idee in gioco, troppe sotto-trame, troppa carne al fuoco, e una storia che procede più o meno a caso. Viaggi nel tempo, infiltrazioni di spie, clonazioni, sedute diplomatiche, crisi da overdose, cambi di casacca, il tutto condensato in poco più di 200 pagine – tutto questo sarebbe ingestibile anche per un genio. Alcuni passaggi sono demenziali oltre ogni immaginazione; come quando, viaggiando nel futuro, Eric si imbatte in un protoplasma alieno superintelligente che gli somministra consigli sul suo matrimonio (WTF?).
Nel finale, poi, la trama principale viene completamente abbandonata, e Dick si butta, ancora una volta, sul rapporto tra il protagonista e la moglie psicopatica. EPIC FAIL.

Io avrei fatto così!
Tagliare, tagliare, tagliare. Abbiamo detto che il punto forte del romanzo è la dittatura baraccona di Molinari; allora, via innanziutto le cose che non c’entrano, come la moglie e i problemi coniugali. Non che Dick non sia bravo a riprodurre rapporti di coppia disfunzionali, ma ci sono già fin troppi romanzi al mondo su drammi familiari, mogli abusive e frustrazioni assortite. Eric allora potrebbe essere un semplice scapolone insoddisfatto della propria vita, o desideroso di fare un salto di qualità. Il romanzo potrebbe allora aprirsi su Wash-35, con la proposta di Molinari di andare a palazzo; in questo modo avremmo un’introduzione di uno o due capitoli sul protagonista, il mercato del trapianto d’organi artificiali e una prima panoramica del dittatore; per poi arrivare al cuore del romanzo con il trasferimento a palazzo Molinari.
Eliminerei (o ridimensionerei molto) anche la JJ-180: una droga che contemporaneamente crea dipendenza, ti distrugge il fegato e ti fa viaggiare nel tempo o tra le dimensioni è decisamente troppo (e poi, non è molto intelligente dare ai propri nemici il vantaggio del viaggio nel tempo). Molinari avrebbe bisogno di un’altra fonte dei suoi poteri, ma non è un problema – si potrebbe dargli un potere esp, o una macchina sperimentale o che so io.

In generale, centrerei il romanzo sulla “vita di corte” sotto la dittatura di Molinari. In qualità di suo medico personale, Eric (che lascerei come unico personaggio-pov del romanzo) assisterebbe a ogni momento della giornata e della vita del dittatore, dalle pretese dei suoi parenti alle angherie di Frenesky. Diventando il suo braccio destro, potrebbe aiutarlo a viaggiare tra le dimensioni a raccogliere gli altri sé stessi; potrebbe anche fare da ambasciatore segreto presso i Reeg, così da non lasciare la trama bellica troppo sullo sfondo.
Now Wait for Last Year assumerebbe così i toni di una tragicommedia sulla vita sfigata del dittatore di un pianeta sfigato (nell’ottica della guerra tra gli imperi galattici dei Reeg e degli Starmen).

In conclusione
Vale la pena di leggere questi romanzi? Dipende.
Di regola no, soprattutto se avete poco tempo libero e vi interessa semplicemente leggere un buon libro. Hanno troppe falle.
Ma se ambite a scrivere anche voi narrativa fantastica, o se semplicemente vi interessa studiare la narrativa, allora dovreste provarne almeno uno. Dei tre, A Case of Conscience probabilmente è quello più coerente, e più interessante sul piano filosofico; Now Wait for Last Year quello più divertente da leggere; The City and the Stars, quello con l’ambientazione più suggestiva.
Verificate se ciò che ho detto è vero; se provate fastidio e delusione negli stessi punti in cui lo ho provato io; se vi sembra che effettivamente ci sia del potenziale sprecato; e se le mie correzioni li migliorerebbero, o se bisognerebbe riscriverli in un altro modo ancora. Un romanzo riuscito male può essere un caso di studio utile quanto un capolavoro.
E magari, chissà, qualcuno di voi proverà davvero a scrivere il remake uno di questi romanzi… No, non ci credo, questo non succederà mai ^-^ Ma almeno avrò gettato in voi il germe dell’ “io avrei fatto così!”.
E possa tassobarbasso rivoltarsi nella sua tomba.

Fanfiction yaoi

(1) Un’eccezione che mi viene in mente è la novella Palimpsest di Charles Stross, del 2009; l’autore stesso ha detto che si tratta in buona sostanza di una riscrittura dell’ottimo The End of Eternity di Asimov. Non mi esprimo sulla novella perché non l’ho letta. Da non confondersi con il romanzo omonimo di Catherynne Valente.Torna su

(2) Aneddoto divertente: The City and the Stars è già la riscrittura di un romanzo – Against the Fall of Night, opera d’esordio di Clarke. L’avrebbe riscritto perché insoddisfatto della versione originale. A quanto pare è recidivo.Torna su