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I Consigli del Lunedì #06: A Canticle for Leibowitz

Copertina di Un cantico per LeibowitzAutore: Walter M. Miller
Titolo italiano: Un cantico per Leibowitz
Genere: Science Fiction / Post-Apocalyptic SF / Social SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1959
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 320
Difficoltà in inglese: **

“A spiritu fornicationis,
Domine, libera nos.
From the rain of the cobalt,
O Lord, deliver us.
From the rain of the strontium,
O Lord, deliver us.
From the fall of the cesium,
O Lord, deliver us”

In un’America devastata da un’apocalisse nucleare e precipitata, tecnologicamente e culturalmente, in un nuovo Medioevo, la custodia del sapere dell’antica civiltà è affidata a quel che rimane della Chiesa cattolica. In particolare, al neonato Ordine Albertiano del beato Leibowitz, ordine monastico istituito dopo il fallout da un ingegnere ebreo convertito – Isaac Leibowitz – con il preciso scopo di salvare dalla distruzione i prodotti della civiltà moderna. L’abbazia dell’ordine, isolata nel mezzo di un deserto popolato solo di avvoltoi, banditi, mutanti, e macerie, si assume il compito di proteggere e copiare all’infinito, alla vecchia maniera degli amanuensi, i Memorabilia, brandelli di pagine scritte il cui significato non sono più capaci di comprendere. Copiando e memorizzando, i monaci attendono un futuro in cui questi frammenti saranno di nuovo comprensibili e permetteranno la rifondazione della civiltà.
E mentre l’abate dell’ordine si preoccupa di trovare il modo di far canonizzare il beato Leibowitz dalla Santa Sede di Nuova Roma, il novizio Fratello Francis assiste a un’apparizione nel deserto che cambierà il destino dell’abbazia…

La maggior parte dei romanzi ad ambientazione post-apocalittica sono storie di sopravvivenza: il protagonista deve cavarsela in un mondo ostile e trovare un porto sicuro. Il libro di Miller adotta una prospettiva del tutto diversa.
Il romanzo è diviso in tre parti, ciascuna delle quali è collocata 600 anni nel futuro rispetto alla precedente. Se la prima è ambientata in un nuovo Alto Medioevo, dove piccole comunità religiose che comunicano attraverso messi costituiscono gli unici bastioni di civiltà e sicurezza in un mondo desertificato, la seconda si colloca agli albori di un nuovo Rinascimento, un’epoca in cui sono sorte nuove nazioni che si contendono il controllo del continente; e la terza in un’epoca futuristica, in cui l’essere umano ha cominciato la colonizzazione dello spazio e si avvia all’esplorazione di nuovi sistemi solari.
Al centro, sempre l’abbazia e i suoi abitanti, eternamente immutabile (o quasi) mentre attorno ad essa il mondo si trasforma e torna alla civiltà. Ciascuno dei tre archi narrativi ha una propria trama principale e un sub-plot per ognuno dei personaggi; inoltre, i tre archi formano un’unica grande storia, quella dell’abbazia: attraverso 1800 anni di storia dell’abbazia, Canticle ci racconta il destino dell’intera umanità post-olocausto nucleare.

Abbazia di Cluny

L’abbazia di Cluny ai tempi del suo massimo splendore. I monaci di Leibowitz una roba così se la sognano. Sfigati.

Uno sguardo dettagliato
E’ incredibile come, nonostante che a ciascun arco narrativo sia dedicato in media un centinaio di pagine, i personaggi principali siano tutti ottimamente caratterizzati: il pavido Francis, paradigma del monaco umile e ubbidiente; il bizzoso e pratico abate Arkos; e poi il Thon Taddeo, fisico geniale e arrogante, l’abate Paulo con i suoi problemi di stomaco e le sue incertezze, il monaco Kornhoer, combattuto tra la tecnologia e la preghiera, il Poeta schizofrenico, e l’abate Zerchi, il monaco Joseph, il razionale dottor Cors, l’ebreo errante Benjamin. Sono persone vive, ciascuna con le proprie idiosincrasie, il proprio modo di parlare e di muoversi, i propri obiettivi.
Allo stesso modo Miller ha saputo ricreare l’atmosfera di ciascuna epoca storica. In particolare, la prima parte ha qualcosa di magico: i salmi e le formule in latino; i monaci dello scriptorium che pazientemente copiano e miniano libri di cui non capiscono quasi più niente, trasformando disegni tecnici in allegorie religiose; i racconti di miracoli; la corte papale, distante tre mesi di cammino; l’impressione di isolamento completo e di silenzio. Ed è bello vedere come, in ogni epoca, cambi il rapporto tra l’abbazia e il mondo circostante.
Il ritmo (tranne che negli ultimissimi capitoli) non è mai frenetico; al contrario, pur succedendo molte cose, e nonostante le varie sottotrame continuino a intrecciarsi, gli eventi sembrano svilupparsi poco a poco. Soprattutto all’inizio, prevale un’atmosfera di grande calma.

San Bernardino

A San Bernardino piace questo elemento.

La scrittura di Miller non è certo priva di difetti. Il controllo del pov è approssimativo: spesso nel mezzo di una scena la telecamera salta da un personaggio all’altro, e senza nemmeno che ce ne sia bisogno; altre volte, la telecamera scivola nelle mani del narratore onnisciente, che già che c’è fa un bell’infodump sull’ambientazione.
Infodump del tutto superflui: alcuni, perché non fanno che esplicitare elementi che si erano già intuiti in modo implicito; altri, perché avrebbero potuto essere mostrati attraverso il dialogo tra i personaggi, guadagnando in immersività senza sacrificare in chiarezza. Inoltre, spiegando dettagli dell’ambientazione attraverso le parole dei personaggi, si ottiene il doppio vantaggio di dire contemporaneamente qualcosa dei personaggi stessi: il punto di vista dei personaggi mostra la loro psicologia e il loro modo di vedere la realtà.
Non che Miller non sia in grado di farlo. Faccio un esempio (talmente bello che ne riporto un brano in fondo all’articolo): a un certo punto della storia, un monaco legge un racconto allegorico della guerra nucleare e delle sue cause, mischiando fatti storici e mitologia cristiana. In un colpo solo, Miller ci fa capire cos’è successo e come filtrano la realtà gli uomini religiosi dell’epoca: due piccioni con una fava! Sarebbe perfetto; ma che bisogno c’era, allora, di scrivere 50 pagine prima un enorme infodump del narratore onnisciente sullo stesso argomento? La verità è che, purtroppo, Miller non sembra affatto curarsi di questi problemi tecnici.

Altre volte, in genere all’inizio e alla fine di ogni arco narrativo, la narrazione si stacca dai personaggi e offre una panoramica a volo d’uccello dell’intera epoca storica. Tecnicamente sarebbe un’errore, ma trattandosi di aperture e chiusure di archi temporali così vasti, l’impressione generale è piacevole: quindi approvo.
Quello che invece proprio non digerisco sono gli occasionali lampi di lirismo dell’autore, che si lancia in bizzarrie verbali da literary fiction col solo risultato di confondere e nauseare il lettore. In particolare uno di questi lampi, in apertura della terza parte, è osceno. Ma per fortuna sono pochissimi.

Santa Caterina da Siena

Appestati guariti col potere della preghiera? Check. Tendenza ad attacchi isterici-epilettici in corrispondenza con visioni mirabolanti del Paradiso? Check. Orrore atavico del cazzo? Check. Cori angelici visti sul letto di morte? Check. OK bella: sei santa!

Per il resto, lo stile di Miller fa il suo lavoro, e in alcuni momenti è davvero eccellente nel trasmettere la psicologia e i valori dei personaggi. Alcuni dei conflitti tra i personaggi sono davvero stupendi (in particolare, quello tra Paulo e Thon Taddeo alla fine della seconda parte, e quello tra Zerchi, il dottor Cors e i poliziotti verso la fine della terza).
Questo in parte è dovuto anche all’importanza ‘etica’ degli argomenti che sono motivo di conflitto. Il rapporto tra scienza e fede, e tra scienza e potere; il ruolo della religione nella civiltà moderna; il conflitto tra eutanasia e morale cristiana: sono argomenti interessanti di per sé, e Miller riesce a evitare la trappola del giudizio morale imposto dall’alto, senza dividere “buoni” e “cattivi” e senza offrire una risposta definitiva alle antitesi. Capisco la bravura dell’autore anche dal fatto che riesco a provare empatia anche per personaggi che difendono posizioni per me orribili.
Gli elementi fantastici sono ridotti al minimo, e quelli che ci sono, sono perlopiù funzionali alla trama. La cosa non mi è dispiaciuta: se c’è una cosa che preferisco alla fantasia selvaggia, è la fantasia disciplinata alle esigenze della trama, e Miller ci riesce alla grande 1.
A Canticle for Leibowitz è entrato nella classifica dei miei 10 libri preferiti in assoluto. Oggi è ritenuto da alcuni critici americani la migliore opera di fantascienza mai scritta; mi sembra un giudizio esagerato, ma non incomprensibile.

Dove si trova?
In italiano, Un cantico per Leibowitz è stato tradotto di recente nell’Urania Collezione N.84. Su Emule si trova comodamente.
Su library.nu si trovano due file in lingua originale, un pdf e un e-pub. L’e-pub è comodo, ma ha un problema: non vengono visualizzati i caratteri ebraici che Miller ha scritto in alcuni punti del testo, e sono sostituiti da asterischi. Nulla di trascendentale, i caratteri ebraici hanno un ruolo marginale e se ne può fare a meno – però capisco che la cosa possa dare fastidio.

Su Walter M. Miller
Miller è uno di quegli scrittori da opera unica. Leibowitz è l’unico romanzo completa che abbia mai scritto. Oltre al romanzo, abbiamo alcuni racconti – alcuni dei quali sono stati di recente raccolti nell’antologia Dark Benediction, edita nella collana SF Masterworks – e un midquel di LeibowitzSaint Leibowitz and the Wild Horse Woman – che però lasciò incompiuto e che fu finito dopo la sua morte da un altro scrittore basandosi sui suoi appunti.
Non penso che leggerò mai questo seguito. Aldilà della mia naturale ostilità verso i seguiti, il fatto che Miller abbia intrapreso l’opera su commissione, e dopo aver temporeggiato per 30 anni, e che poi si sia suicidato prima di averla finita, mi lasciano pensare che non avesse troppa voglia di completarla.
Non ho letto nemmeno l’antologia; ma visto quanto m’è piaciuto Leibowitz, può darsi che in futuro lo faccia.

Montecassino distrutta

L’antichissima abbazia di Montecassino dopo la visita di Miller e dei suoi amici americani. Lievissimo senso di colpa?

Chi devo ringraziare?
In primo luogo Gamberetta, che me lo fece conoscere nominandolo in un commento. Il titolo mi incuriosì da subito, la descrizione su Wikipedia pure; tanto che una settimana dopo l’avevo già scaricato sul lettore. Ma per un motivo o per un altro continuai a posticiparne la lettura, finché me ne scordai.
In secondo luogo devo quindi ringraziare il Duca, che me l’ha riportato alla mente parlandone quest’estate nei commenti sul suo blog, e in termini assai elogiativi.

Qualche estratto
Ho scelto due estratti per questo libro. Il primo è tratto dal primo capitolo, e secondo me dà un’idea molto carina della psicologia neomedievale della prima parte. Il terzo estratto si colloca a metà libro, ma non fa spoiler su cose che non abbia già detto io, ed è una figata.

1.
He had never seen a “Fallout,” and he hoped he’d never see one. A consistent description of the monster had not survived, but Francis had heard the legends. He crossed himself and backed away from the hole. Tradition told that the Beatus Leibowitz himself had encountered a Fallout, and had been possessed by it for many months before the exorcism which accompanied his Baptism drove the fiend away.
Brother Francis visualized a Fallout as half-salamander, because, according to tradition, the thing was born in the Flame Deluge, and as halfincubus who despoiled virgins in their sleep, for, were not the monsters of the world still called “children of the Fallout”? That the demon was capable of inflicting all the woes which descended upon Job was recorded fact, if not an article of creed.

Non aveva mai visto un “Fallout”, e sperava di non vederne mai uno. Una descrizione precisa del mostro non era sopravvissuta, ma Francis aveva udito le leggende. Si segnò e indietreggiò dal buco. La tradizione diceva che il Beato Leibowitz in persona aveva incontrato un Fallout, e ne era stato posseduto per diversi mesi prima che l’esorcismo che accompagnò il suo Battesimo cacciasse via il maligno.
Fratello Francis visualizzava il Fallout come mezzo-salamandra, perché, secondo la tradizione, quella cosa era nata nel Diluvio di Fuoco, e come mezzo-incubus che possedeva le vergini nel sonno, perché i mostri del mondo non erano forse ancora chiamati “figli del Fallout”? Che il demone fosse capace di infliggere tutti i mali che caddero su Giobbe era un fatto documentato, se non un articolo di fede.

Cintura di castità anti-fallout

Cinture di castità: proteggete le vostre figlie dal fallout.

2.
“And so it was in those days,” said Brother Reader: “that the princes of Earth had hardened their hearts against the Law of the Lord, and of their pride there was no end. And each of them thought within himself that it was better for all to be destroyed than for the will of other princes to prevail over his. For the mighty of the Earth did contend among themselves for supreme power over all; by stealth, treachery, and deceit they did seek to rule, and of war they feared greatly and did tremble; for the Lord God had suffered the wise men of those times to learn the means by which the world itself might be destroyed, and into their hands was given the sword of the Archangel wherewith Lucifer had been cast down, that men and princes might fear God and humble themselves before the Most High. But they were not humbled.
“And Satan spoke unto a certain prince, saying: ‘Fear not to use the sword, for the wise men have deceived you in saying that the world would be destroyed thereby. Listen not to the counsel of weaklings, for they fear you exceedingly, and they serve your enemies by staying your hand against them. Strike, and know that you shall be king over all.’
“And the prince did heed the word of Satan, and he summoned all of the wise men of that realm and called upon them to give him counsel as to the ways in which the enemy might be destroyed without bringing down the wrath upon his own kingdom. But most of the wise men said, ‘Lord, it is not possible, for your enemies also have the sword which we have given you, and the fieriness of it is as the flame of Hell and as the fury of the sunstar from whence it was kindled.’
“‘Then thou shalt make me yet another which is yet seven times hotter than Hell itself,’ commanded the prince, whose arrogance had come to surpass that of Pharaoh”.

“E così fu in quei giorni” disse il Frate Lettore: “che i prìncipi della Terra avevano indurito i loro cuori contro la legge del Signore, e al loro orgoglio non era fine. E ciascheduno di essi pensava entro di sé che era cosa molto migliore essere distrutto che permettere alla volontà di altri prìncipi di prevalere sulla sua. Perché i potenti della Terra contendevano fra loro per il supremo potere sopra ogni cosa: per inganno, violenza e tradimento essi cercavano di dominare, e temevano grandemente la guerra e ne tremavano; imperocché il Signore Iddio aveva permesso che gli uomini sapienti di quei tempi imparassero i modi per cui il mondo medesimo poteva essere distrutto, e nelle loro mani era affidata la spada dell’Arcangelo con la quale Lucifero era stato abbattuto, e per cui gli uomini e i prìncipi potessero temere Iddio ed umiliarsi davanti all’Onnipotente. Ma essi non si erano umiliati.
“E Satana parlò a un principe, e disse: ‘Non temere di usare la spada, perché gli uomini sapienti ti hanno ingannato dicendoti che il mondo sarebbe distrutto. Non ascoltare il consiglio dei deboli, imperocché essi grandemente ti temono, e servono ai tuoi nemici
fermando la tua mano contro di quelli. Colpisci, e sappi che tu sa-rai il sovrano di tutto'”.
“E il prìncipe ascoltò la parola di Satana, e chiamò a sé tutti gli uomini sapienti di quel reame e comandò loro di dargli consiglio dei modi in cui il nemico poteva essere distrutto senza attirare la collera sopra il suo regno. Ma molti degli uomini sapienti dissero: ‘Signore, questo non è possibile, imperocché anche i tuoi nemici possiedono la spada che noi ti abbiamo data, e la terribilità di essa è come la fiamma dell’Inferno, e come il furore della stella-sole, alla quale un giorno fu accesa’.
” ‘E allora tu me ne foggerai un’altra che sia ancora sette volte più ardente dell’Inferno stesso’, comandò il principe, la cui arroganza era giunta a superare quella di Faraone”.

Tabella riassuntiva

Millecinquecento anni di storia post-apocalittica. La divisione in tre parti può ostacolare l’affezione ai personaggi.
Il post-apocalisse nucleare visto attraverso gli occhi di un pugno di monaci! Qualche svarione stilistico.
Un romanzo sulla preservazione della conoscenza, sulla Storia, e molto altro.

Bonus: La santità nel Medioevo
E’ bello vedere scrittori che si documentano. Un’altra delle ragioni della bellezza del libro di Miller, sta nel fatto che si capisce che si è documentato. Prendiamo la faccenda della santificazione.
Molti credono che nel Medioevo la Chiesa spammasse santi a destra e a manca. Niente di più lontano dal vero. Erano le comunità locali, quasi sempre, a richiedere che la Chiesa si interessasse a questo o a quel beato del posto e avviasse un processo di canonizzazione. E questi processi erano molto lunghi e complicati, segno che la Chiesa voleva mantenere un controllo serrato di cosa fosse la santità e di chi ne fosse degno.
Come so queste cose? Il merito è di un libro che, in maniera del tutto accidentale, ho letto nello stesso periodo in cui ho letto Leibowitz:

La santità nel MedioevoTitolo: La santità nel Medioevo
Autore: André Vauchez
Editore: Il Mulino – Storica Paperbacks

Anno: 1981
Pagine: 685

In questo saggio, l’autore mette a confronto come la santità fosse percepita dal popolo e come dalla Chiesa, come funzionavano i processi di canonizzazione, quali erano gli attributi riconosciuti della santità, e quale modello di santo la Chiesa cercasse di propagandare presso i suoi fedeli. E’ un testo molto specialistico, nel senso che spacca il capello in quattro e redige una caterva di tabelle (adoro le tabelle), e un lettore poco interessato all’argomento potrebbe annoiarsi. Per chi fosse realmente affascinato dal problema, invece, la consiglio come una lettura eccellente e precisa.

Nel periodo 1198-1431 (che è quello preso in esame dal libro), ossia quasi 250 anni, solo 33 processi di canonizzazione si conclusero con la santificazione del beato. 33 santi in quasi 250 anni, in pieno Basso Medioevo.
Alla luce di questi fatti, l’atteggiamento cauto dell’abate Arkos nel processo di canonizzazione del beato Leibowitz non sembra più tanto strano, eh? Nel libro di Miller, mi sembra di trovare una esemplificazione pratica di tutti quei problemi di cui parla (anzi: parlerà trent’anni più tardi) il libro di Vauchez. Il che significa che ha fatto un ottimo lavoro; e che chi chiude il suo libro, si ritrova un po’ più colto di prima.
Questo è trattare il lettore con rispetto!

Santa Fina

Santa Fina: uno dei santi più insulsi della storia. Il suo merito? Avere passato gli ultimi anni della sua giovane vita a gemere in silenzio su una tavola di legno mentre il suo corpo si riempiva di piaghe e i topi la mangiavano viva. Proprio una prediletta del Signore.

(1) In realtà ci sono un paio di elementi che mi lasciano perplesso. Mi riferisco alla storia dell’occhio del Poeta e alla storia dell’ebreo errante: di per sé sono affascinanti, ma entrambe sfumano senza una conclusione, e la prima in particolare non mi sembra avere un ruolo sensibile nella trama.Torna su

I Consigli del Lunedì #05: High Rise

High RiseAutore: James G. Ballard
Titolo italiano: Il condominio / Condominium
Genere: Horror / Slipstream
Tipo: Romanzo

Anno: 1975
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 200 ca.

Difficoltà in inglese: **

Era trascorso qualche tempo e, seduto sul balcone a mangiare il cane, il dottor Robert Laing rifletteva sui singolari avvenimenti verificatisi in quell’immenso condominio nei tre mesi precedenti. Ora che tutto era tornato alla normalità, si rendeva conto con sorpresa che non c’era stato un inizio evidente, un momento aldilà del quale le loro vite erano entrate in una dimensione più sinistra…

Nella periferia di Londra hanno edificato un nuovissimo supercondominio. Si compone di cinque grattacieli di quaranta piani l’uno, ciascuno un microcosmo autosufficiente: al loro interno ci sono supermercati, parrucchieri, negozi, centri ricreativi, piscine. I piani sono ordinati gerarchicamente secondo le fasce di reddito: dal primo al decimo, i più modesti appartamenti della working class (piccoli reporter freelance, piloti di linea del vicino aeroporto, etc.); dall’undicesimo al trentesimo, gli appartamenti della middle class (dentisti, psichiatri, e altri professionisti); dal trentunesimo al quarantesimo, l’alta borghesia londinese, composta di star televisive, ricchi commercianti e top manager.
Inizialmente le cose vanno bene. Ci sono piccoli screzi, litigi per futili motivi, dispetti; il disprezzo degli abitanti dei piani alti per gli inquilini dei piani bassi, e l’invidia di questi ultimi per i primi; ordinaria amministrazione. Ma quando cominciano i primi guasti all’impianto elettrico, quando le cose smettono di andare come dovrebbero, le inibizioni degli abitanti del condominio si abbassano, gli istinti dormienti iniziano a risvegliarsi… e la violenza esplode.

La storia segue le vicende di tre abitanti del grattacielo, ciascuno collocato a un differente livello gerarchico: Richard Wilder, piccolo produttore televisivo che abita al secondo piano con moglie e figli; il Dr. Laing, un pacioso psichiatra del venticinquesimo piano; e Anthony Royal, ricchissimo architetto nonché progettatore del supercondominio, che dall’alto del suo atelier su due piani in cima al grattacielo guarda in basso alla sua creatura. Attraverso le loro vicende personali, Ballard ci mette di fronte a una surreale ma fikissima escalation di violenza e follia collettiva.

High Rise

I sonnacchiosi palazzoni di periferia potrebbero rivelare delle sorprese…

Uno sguardo approfondito
Adoro la prosa di Ballard.
E’ una prosa gelida, distaccata, quasi giornalistica. Sta agli esatti antipodi dell’altro tipo di prosa che mi piace molto, quello di Mellick o di Gamberetta, dove tutta la storia è filtrata attraverso la voce querula e molto caratterizzata del protagonista. Qui il punto di vista è una via di mezzo tra la terza persona fotografica e la terza persona nella testa del personaggio: cogliamo frammenti dei pensieri e degli stati d’animo dei protagonisti, ma la loro psiche non ci è mai squadernata davanti agli occhi, permane sempre una zona di oscurità. Inoltre, anche quando la distanza tra la telecamera e la testa del personaggio si riduce al minimo, rimane sempre una sorta di distanza tra la voce narrante e il personaggio in questione. Quando i pensieri del personaggio-pov vengono riportati, è sempre in discorso indiretto, mai in quello diretto come accade ad esempio in King.
Ballard è anche un buon mostratore. I personaggi (in particolar modo Wilder) sono definiti soprattutto dalle loro azioni, anche se in alcuni casi il narratore indulge in lunghi raccontati su cosa passa per la loro testa (per esempio quando, all’inizio del capitolo 7, Ballard ci parla delle ambizioni deluse di Anthony). Non ci vengono fatte delle lunghe sbrodolate sull’oscenità e la crudeltà raggiunta dagli abitanti del condominio, come un certo autore di nostra conoscenza; Ballard ci mostra un gioielliere scaraventato fuori da una finestra, uno psichiatra che si cucina un cane, una piscina, dove prima facevano il bagno i bambini, gonfia di sangue, pezzi di cadaveri in decomposizione e umori assortiti.

A parte qualche rarissimo e breve scivolamento verso il narratore onnisciente, la telecamera rimane sempre ancorata al suo personaggio-pov. Nonostante questi siano tre, non c’è mai confusione: i salti di pov avvengono solo da un capitolo all’altro o, nei capitoli più concitati, da un paragrafo all’altro. L’idea di utilizzare più pov, e che i tre personaggi-pov ricoprano tre ruoli molto diversi all’interno della gerarchia del condominio, è stata una scelta molto felice. Come dice un commento al romanzo, infatti, “where you live in this structure will soon take on an importance beyond life itself”; possiamo così vedere il degenerare della convivenza tra gli abitanti del condominio da punti di osservazione molto diversi.
Wilder è in fondo alla gerarchia, ma è anche un innato arrampicatore sociale, aggressivo, furbo, dominatore per istinto, bigger than life, e il suo obiettivo è quello di arrivare in cima; Laing è il borghesotto educato, colto e soddisfatto di sé, desideroso soltanto di mantenere il proprio status e farsi coinvolgere il meno possibile dalla destabilizzazione; Royal è il wanna-be filantropo, il despota illuminato, desideroso di costruirsi un “feudo” di fedelissimi e di farsi amare dai suoi “sudditi”, ma impreparato alla vera violenza.

Defenestrazione di Praga

Defenestrazione di Praga. Gettare dalla finestra le persone antipatiche è un’antica e onorata tradizione.

Il fatto che la narrazione slitti fra tre personaggi che perseguono obiettivi diversi e sono l’uno contro l’altro, e l’assenza di un querulo narratore che faccia piovere dall’alto i suoi giudizi etici, creano un piacevolissimo clima di ambiguità morale. Il pericolo non viene dall’esterno: il “mostro” qui è costituito da quella rete di rapporti sociali di cui i protagonisti stessi fanno parte, e che contribuiscono ad alimentare. Non ci sono i Buoni e i Cattivi; tutti i personaggi-pov compiono, ad un certo punto, azioni molto discutibili.
A differenza di molti romanzi di King, in cui ci viene mostrata una progressiva crisi di follia collettiva dal punto di vista di individui che rimangono sani, in High Rise gli stessi personaggi-pov diventano sempre più mostruosi e “primordiali”. E’ una cosa che crea un certo disagio; ma al contempo, è difficile che non scatti una certa empatia per tutti loro o almeno alcuni di loro (vuoi perché la storia è filtrata attraverso i loro occhi, vuoi per il senso di pericolo che grava su di loro). Il lettore si trova a non sapere per chi debba “parteggiare”, o se sia anche solo il caso di parteggiare per qualcuno di loro.

In High Rise non c’è nulla di davvero “sovrannaturale”. Il condominio supermoderno del titolo è la versione esagerata dei quartieri autosufficienti che si è cominciati a costruire ai margini delle grandi metropoli dagli anni ’70 ad oggi, ma non c’è nulla di futuristico, di fantascientifico. Si può etichettare come romanzo horror, ma non c’è il Male, neanche nelle sue forme più sottili (come ad esempio in Shining). Come molti romanzi di Ballard, ha più l’aspetto di un esperimento sociale estremo, sulla scia di libri come Il signore delle mosche o, paragonandolo ad avvenimenti reali, il famoso esperimento carcerario di Stanford. Il gelido narratore osserva la vicenda come uno scienziato di fronte alle sue cavie, riportandola con fedeltà ma senza commentarla.
Non è nemmeno una violenza che indulga granché nello splatter o nel gore. E’ una violenza che punta su quel disagio nato dal fatto di vedere persone normali compiere gesti sempre più anormali; e dal fatto che non ci sia all’orizzonte nessun personaggio rimasto abbastanza sano a cui appigliarsi. Questo dà ad High Rise un’atmosfera molto surreale, anche se non sempre convincente. Alcuni passaggi da un grado di violenza al successivo sono troppo bruschi e non del tutto verosimili – ti fanno pensare: “Ma com’è che si è arrivati dal vandalismo all’omicidio multiplo?”. In più occasioni i condomini avrebbero l’occasione di interrompere il ‘gioco’, ma non lo fanno mai. L’impressione globale che ho avuto di High Rise è quindi più di un’esagerazione che di uno scenario possibile.
Anche se non c’è molto spazio per queste razionalizzazioni durante la lettura: il ritmo è serrato, la “situazione” del condominio evolve molto velocemente. E il finale è insolito e geniale (anche se ad alcuni potrebbe non piacere), tutto il contrario delle risoluzioni strascicate e banali alla King.

Exit

Nessuno pensa mai alla soluzione più semplice.

In definitiva, un’ottima lettura che mi ha colpito sia alla pancia che al cervello. Non escludo che un lettore di ultraviolenza più scafato di me – come il buon vecchio Zwei – possa rimanere indifferente o anche dire a Ballard “sftu n00b!”; riporterò come unica altra testimonianza quella di Siobhàn, che l’ha divorato in un giorno e mezzo ma dopo si è sentita fisicamente male. Evvai ^-^

Dove si trova?
Su library.nu si può trovare sia l’epub di High Rise in lingua originale, sia il pdf di un’edizione italiana, intitolata Il condominio. Purtroppo questa traduzione lascia un po’ a desiderare; e, nonostante la copertina ingannevole, non è la traduzione Feltrinelli, che è molto migliore.
A proposito: la maggior parte dei romanzi di Ballard sono editi da Feltrinelli in edizione economica, il che li rende facilmente reperibili e a prezzi abbordabili. Quando, un paio d’anni fa, ho comprato Il condominio, l’ho pagato solo 7,50 Euro. Un solo romanzo – L’allegra compagnia del sogno – e le raccolte di racconti sono edite da Fanucci.

Su Ballard
Ballard è un bravo scrittore, e ha delle ottime idee; il problema è che ne ha poche. Per tutta la sua carriera ha girato intorno a una manciata di intuizioni fondamentali, tornandoci sopra ancora e ancora: di conseguenza, se si arriva a leggere tre o quattro suoi libri comincia a farsi strada uno sgradevole senso di déjà vu. Altri suoi libri sono semplicemente noiosi.
Il grosso dei romanzi di Ballard si può dividere in due filoni, quelli in cui i protagonisti vengono trasformati da un ambiente o condizioni climatiche estreme, e quelli in cui i protagonisti vengono trasformati dall’interazione con le tecnologie e lo stile di vita moderno. Al primo filone appartengono, tra gli altri, The Drowned World (Il mondo sommerso), che forse è il più famoso, The Burning World (Terra bruciata), The Crystal World (Foresta di cristallo), The Day of Creation (Il giorno della creazione) e Rushing to Paradise (Il paradiso del diavolo). Al secondo filone, oltre a High Rise, Crash, Concrete Island (Isola di cemento) e la novella Running Wild (Un gioco da bambini).
Di questi, mi viene da suggerirne quattro, due per “tipo”:

Foresta di cristalloThe Crystal World (Foresta di cristallo). Un medico missionario si reca in Gabon, nell’Africa centrale, per raggiungere dei colleghi che lavorano in un lebbrosario locale. Ma la giungla è stata contaminata da una strana malattia, che cristallizza la terra e le piante, fermandole nel tempo, e ha uno strano effetto sulla psiche umana… La storia è inquietante al punto giusto, ma il protagonista è un po’ insulso e la pletora di personaggi secondari non approfondita come dovrebbe.

Il paradiso del diavoloRushing to Paradise (Il paradiso del diavolo). Un gruppo di ambientalisti prende il controllo di un’isoletta del Pacifico, che il governo francese utilizzava per gli esperimenti nucleare. Gli ambientalisti sognano di creare una comune autosufficiente, capace di vivere in armonia con la natura, ma l’avventura prende una strana piega e la nuova società degenera verso organizzazioni sempre più primordiali… Uno dei miei preferiti.

CrashCrash è un romanzo morboso che si potrebbe mettere sia nello scaffale della literary fiction che in quello del romanzo erotico, che in quello del mainstream un po’ strano. I protagonisti di Crash vengono eccitati dagli incidenti automobilistici, dalla carne che si mescola alle lamiere, dai corpi delle star del cinema deturpati e mutilati. C’è un sacco di sesso: sesso etero, sesso lesbo, sesso omo, sesso di gruppo, scambi di coppia, sesso in macchine accartocciate, sesso con protesi artificiali, incidenti stradali causati volontariamente per eccitarsi, eccetera. Le idee di base sono ottime, peccato per una certa ripetitività e il ritmo lento. Comunque è breve, meno di 200 pagine.

Un gioco da bambiniRunning Wild (Un gioco da bambini), breve novella investigativa in forma di diario. Uno psichiatra lavora al caso di un condominio della high class i cui abitanti sono stati tutti massacrati, tranne i bambini e i ragazzi, che sono scomparsi (rapiti?). La risoluzione è prevedibile e il finale “politico” non mi è piaciuto, ma la storia non è affatto male e ricorda l’atmosfera di High Rise. Ideale per chi voglia approcciare Ballard con qualcosa di breve e più semplice.

Chi devo ringraziare?
Ballard fu portato alla mia attenzione dal professore di fisica del liceo di un mio amico, che era suo grande fan. Ma a convincermi definitivamente a leggerlo è stato Crash di Cronenberg, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo ballardiano. La pellicola di Cronenberg è uno di quei rari film che riescono a cogliere in pieno lo spirito dell’opera originale, a tratti riuscendo anche a migliorarla.
Se siete incerti sul fatto che Ballard sia il vostro uomo, vi consiglio di scaricare il film e darci un occhio – anzi, dateci un occhio in ogni caso: sono sicuro che non avete mai visto niente del genere. Attenzione però a non confondervi: c’è una caterva di film intitolata “Crash”, ahimé.

Crash Cronenberg

Una delle immagini più soft del film.

A proposito di trasposizioni cinematografiche: Vincenzo Natali, il regista dell’ottimo Cube, ha in cantiere di girare un film ispirato proprio ad High Rise. Come scritto su questo articolo, “non c’è una data d’uscita ufficiale, ma il film è in lista per il 2012 su IMDb”.

Qualche estratto
Il primo estratto viene dal secondo capitolo, e offre un accenno dell’escalation di violenza e della regressione infantile dei condominio; il secondo, sempre nella prima metà del libro, dà un assaggio di scontro tra due personaggi-pov.

1.
As Laing waited to be served, what resembled a punitive expedition from the upper floors caused a fracas in the swimming-pool. A party of residents from the top three floors arrived in a belligerent mood. Among them was the actress whose Afghan hound had drowned in the pool. She and her companions began by fooling about in the water, drinking champagne on a rubber raft against the swimming-pool rules and splashing people leaving the changing cubicles. […]
The elevators were full of aggressive pushing and heaving. The signal buttons behaved erratically, and the elevator shafts drummed as people pounded impatiently on the doors. On their way to a party on the 27th floor Laing and Charlotte were jostled when their elevator was carried down to the 3rd floor by a trio of drunken pilots. Bottles in hand, they had been trying for half an hour to reach the 10th floor. Seizing Charlotte good-humouredly around the waist, one of the pilots almost dragged her off to the small projection theatre beside the school which had previously been used for showing children’s films. The theatre was now screening a private programme of blue movies, including one apparently made on the premises with locally recruited performers.
At the party on the 27th floor, given by Adrian Talbot, an effeminate but likeable psychiatrist at the medical school, Laing began to relax for the first time that day. He noticed immediately that all the guests were drawn from the apartments nearby. Their faces and voices were reassuringly familiar. In a sense, as he remarked to Talbot, they constituted the members of a village.
“Perhaps a clan would be more exact,” Talbot commented. “The population of this apartment block is nowhere near so homogeneous as it looks at first sight. We’ll soon be refusing to speak to anyone outside our own enclave.”

Mentre Laing attendeva di essere servito, quella che sembrava una spedizione punitiva dei piani superiori provocò un gran trambusto in piscina. Un gruppo di inquilini degli ultimi tre piani era sceso in atteggiamento bellicoso. Fra loro c’era anche l’attrice il cui levriero afghano era stato annegato nella vasca. Lei e i suoi compagni cominciarono a fare gli stupidi in acqua, bevendo champagne su un canotto di gomma contro le norme della piscina e schizzando la gente che usciva dalle cabine. […]
Gli ascensori erano pieni di gente aggressiva che spingeva e si faceva largo a gomitate. Le spie dei piani continuavano ad accendersi e spegnersi e i vani degli ascensori risuonavano dei colpi insistenti degli inquilini in attesa davanti ai cancelli. Laing e Charlotte si stavano recando a un party al ventisettesimo piano, quando il loro ascensore fu fatto scendere bruscamente al terzo da un terzetto di piloti ubriachi, che, bottiglie alla mano, tentavano da mezz’ora di salire al decimo. Afferrando Charlotte per la vita, uno dei tre cercò di trascinarla verso la piccola sala di proiezione posta dietro la scuola e, in precedenza, era stata usata per proiettare film per i bambini. Nella sala adesso si stava svolgendo una proiezione privata di film pornografici, uno dei quali, a quanto sembrava, era stato girato in loco con protagonisti reclutati nel grattacielo.
Laing cominciò finalmente a rilassarsi per la prima volta durante quella giornata al party del ventisettesimo piano offerto da Adrian Talbot, uno psichiatra effeminato ma simpatico, suo collega di facoltà. Notò subito che gli invitati venivano tutti dagli appartamenti vicini. Facce e voci erano rassicuranti nella loro familiarità. In un certo senso, come fece notare a Talbot, erano come gli abitanti di un villaggio.
“Forse sarebbe più esatto dire clan” commentò Talbot. “Gli abitanti di questo condominio non formano un insieme omogeneo come potrebbe sembrare a prima vista, Tra poco ci rifiuteremo perfino di rivolgere la parola a chi non fa parte della nostra enclave.”

2.
Two young women, Royal’s wife and Jane Sheridan, were crouching behind an overturned desk. Like children caught red-handed in some mischief, they watched Wilder as he beckoned theatrically towards them.
Holding the alsatian on a short leash, Royal pushed back the glass doors. He strode through the residents in the lobby, who were now happily breaking up the children’s desks.
“It’s all right, Wilder,” he called out in a firm but casual voice. “I’ll take over.”
He stepped past Wilder and entered the classroom. He lifted Anne to her feet. “I’ll get you out of here-don’t worry about Wilder.”
“I’m not…” For all her ordeal, Anne was remarkably unruffled. She gazed at Wilder with evident admiration. “My God, he’s rather insane…”
Royal waited for Wilder to attack him. Despite the twenty years between them, he felt calm and self-controlled ready for the physical confrontation. But Wilder made no attempt to move. He watched Royal with interest, patting one armpit in an almost animal way, as if glad to see Royal here on the lower levels, directly involved at last in the struggle for territory and womenfolk. His shirt was open to the waist, exposing a barrel-like chest that he showed off with some pride. He held the cine-camera against his cheek as if he were visualizing the setting and choreography of a complex duel to be fought at some more convenient time on a stage higher in the building.

Due giovani donne, la moglie di Royal e Jane Sheridan, si erano acquattate dietro un banco rovesciato. Come bambine prese con le mani nel sacco, fissavano Wilder che le indicava con gesti teatrali.
“Va bene, Wilder” gridò con voce ferma ma in tono noncurante. “Ci penso io”.
Passò davanti a Wilder ed entrò nella classe. Aiutò Anne ad alzarsi. “Vi porto via di qui… non preoccuparti per Wilder”.
“Io non sono…” Nonostante quello che aveva passato, Anne era incredibilmente serena. Fissava Wilder con evidente ammirazione. “Mio dio, è proprio matto…”.
Royal aspettava l’attacco di Wilder. A dispetto dei vent’anni che li separavano, si sentiva calmo e padrone di sé, pronto per lo scontro fisico. Ma Wilder non accennò a muoversi. Studiava Royal con interesse, battendosi sotto l’ascella in modo quasi animale, come se fosse contento di vederlo ai piani bassi, finalmente impegnato anche lui nella lotta per il territorio e le donne. Aveva la camicia aperta fino alla vita e metteva in mostra con un certo orgoglio un torace grande come una botte. Teneva la macchina da presa contro la guancia, come per visualizzare il set e la coreografia di un complicato duello, che si sarebbe dovuto combattere in un’occasione più propizia, su un palcoscenico più in alto nell’edificio.

Tabella riassuntiva

Una cruda storia di barbarie collettiva! Non c’è nulla di realmente “sovrannaturale” o “fantastico”.
Atmosfera ansiogena e disturbante, senza appigli di sanità mentale. I passaggi da un grado di violenza al successivo non sono sempre convincenti.
Scrittura gelida e priva di giudizio morale.

I Consigli del Lunedì #04: The Haunted Vagina / The Baby Jesus Butt Plug

The Haunted VaginaAutore: Carlton Mellick III
Titolo italiano: –
Genere: Fantasy / Bizarro Fiction
Tipo: Novella

Anno: 2006
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 104

Difficoltà in inglese: *

The Baby Jesus Butt PlugAutore: Carlton Mellick III
Titolo italiano: –
Genere: Fantasy / Horror / Bizarro Fiction
Tipo: Racconto

Anno: 2004
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 40 ca. 1

Difficoltà in inglese: *

Steve ha un problema. Ama alla follia Stacy, la sua sexy ragazza dai lineamenti asiatici, ma da quando ha scoperto che di notte dalla sua vagina escono sussurri e altri suoni inquietanti, non riesce più a fare sesso con lei. Stacy dice che la sua vagina è abitata da un fantasma, e che è sempre stato così, ma questo non lo tranquillizza. La situazione peggiora quando cose ben più strane cominciano a uscire dalla sua vagina, e nel momento peggiore! Steve sarà costretto a entrarle personalmente nella patata infestata per scoprire cosa diavolo sta succedendo, e proteggere così la sua Stacy. Questa è la trama di The Haunted Vagina.
The Baby Jesus Butt Plug invece è ambientato in un mondo in cui va di moda prendere dei neonati creati artificialmente con le sembianze di personaggi famosi per infilarseli nel culo durante i rapporti sessuali (non chiedetemi come facciano a farceli stare). Da un anno Mary rompe l’anima al marito Joe perché vuole un Baby-Gesù. Quando finalmente l’occasione si presenta, Joe non riesce a dire di no; ma la vecchia proprietaria li mette in guardia: se maltratterete il Baby-Gesù e ve lo metterete nel culo, Dio vi punirà, perché a Dio non piace che ci si metta suo figlio nel culo…

Eccezionalmente per questa settimana, come vedete, due libri consigliati invece di uno. Due sono anche le ragioni.
Prima di tutto perché sono talmente brevi che, messi insieme, The Haunted Vagina e The Baby Jesus Butt Plug possono essere letti in una giornata.
In secondo luogo perché è difficile farsi un’idea del tutto chiara di Mellick o della Bizarro Fiction leggendo un solo libro dei suoi; mentre questi due, insieme, coprono uno specchio del Bizarro abbastanza ampio.
Mellick è fiko e voglio convincervene.

Srsly u guys

Mello ha appena letto di cosa parla The Baby Jesus Butt Plug.

Uno sguardo approfondito
Una delle ragioni per cui è così piacevole leggere i libri di Mellick è che scrive bene. La sua prosa acchiappa. Il suo segreto? La capacità di rimanere sempre sul pezzo. Mellick non divaga mai. Deve parlarti di Stacy e del fatto che la sua vagina è infestata? Di quello ti parla; ti parlerà di come ha conosciuto Stacy e di cosa lo ha fatto innamorare di lei, o ti parlerà delle sue prime esperienze col fantasma che le vive dentro; non parlerà, invece, del colore del cielo fuori dalla finestra mentre Steve e Stacy fanno sesso, o di come è ammobiliato il soggiorno.
Basta leggere l’incipit di The Haunted Vagina: “Ho avuto paura di fare sesso con Stacy sin da quando ho scoperto che la sua vagina era infestata”. Prima riga, e bam! sappiamo già di cosa si sta parlando, qual’è il centro del racconto. Questa sensazione di velocità è poi amplificata dal fatto che entrambi i libri siano divisi in tanti capitoli brevissimi, di una o poche pagine 2.

Mellick è anche un bravo mostratore. Quando Steve deve entrare nella vagina di Stacy, sentiamo col protagonista il bagnatume delle pareti vaginali, il calore, la pressione della carne contro la pelle, il senso di soffocamento, la difficoltà di andare avanti, gli occhi irritati, i gemiti della ragazza mentre ci spingiamo avanti… Quando nella sinossi del libro ho letto che la vagina in questione era una porta per un’altra dimensione, pensavo a un “tranquillo” ingresso in una qualche specie di portale magico; invece no, il lettore sente assieme con Steve la fatica di ogni centimetro di avanzata. Le descrizioni di Mellick sono materiche, dinamiche, colpiscono tutti i sensi e avvolgono.
Certo, anche lui si lascia andare a dei momenti di raccontato più sbrigativo,  per esempio quando, verso l’inizio di Vagina, descrive Stacy, le sue abitudini, i suoi gusti. Ma ce ne si accorge appena, non dà alcun disturbo o quasi, perché dopo poche righe succede qualche cosa d’altro.

Vagina

Il viaggio di Steve comincia…

Un altro motivo di piacere nel leggere Mellick è il calore della voce narrante. Entrambi i racconti sono narrati in prima persona dal protagonista maschile. La voce narrante di Vagina si lascia spesso andare a pensieri amorosi per Stacy,  a pensare motivi per cui la ama, o cose di lei che invece con suo rammarico non sopporta, ed è così delizioso! Tutti gli avvenimenti del racconto sono filtrati attraverso il rapporto amoroso-conflittuale che Steve ha con Stacy, e questo dà un colore particolare a tutta la storia.
In Baby Jesus è invece la sottomissione alla moglie capricciosa e il terrore per il Baby-Gesù che filtrano da ogni gesto od osservazione della voce narrante. Anche qui, bastano pochi tratti – la balbuzie, l’apatia, l’incapacità di replicare al suo capo passivo-aggressivo – e il colore generale della narrazione per dare un ritratto completo del protagonista e della sua situazione familiare. E inevitabilmente scatta l’empatia.

Tutta questa competenza tecnica si mette al servizio del bizzarro. Perché, alla fine, è questo il succo della Bizarro Fiction: sapere cosa si prova a entrare con tutto il proprio corpo dentro la vagina della propria ragazza, o ad avere in casa un neonato demoniaco che si trasforma sotto i nostri occhi. Esperienze che difficilmente potremo fare di persona.
In questo, Baby Jesus si spinge molto più in là di Vagina. Nel suo primo articolo sulla Bizarro, Gamberetta definiva Vagina come un “approccio dolce al Bizarro”: questo perché nella novella le stramberie sono circoscritte. La vagina di Stacy è infestata, ma il mondo esterno è normale. Il sovrannaturale irrompe nella quotidianità.
In Baby Jesus, invece, ci troviamo in un futuro molto alieno rispetto al nostro mondo. In Baby Jesus ci imbattiamo in una stranezza nuova ogni poche pagine, che siano neonati usati come dildo, bambini vecchi due secoli o la possibilità di farsi stampare dei cloni in copisteria – il tutto, filtrato da un punto di vista già perfettamente ambientato con queste stranezze. E’ un racconto molto strano. Tra l’altro, è la dimostrazione che non c’è bisogno di lunghi infodump per ambientare il lettore in un mondo alieno: se voglio che il lettore sappia che ci si può clonare in una copisteria, basta che mostri una scena in cui, come se nulla fosse, il protagonista si clona!

Baby Jesus

Te lo infileresti nel deretano, TU? Faresti piangere Nostro Signore?

Il gusto di Mellick per il bizzarro lo fa talvolta indulgere nelle stranezze gratuite, e questo potrebbe infastidire qualcuno. Certo: Mellick è bravo nei colpi di scena, ed è anche anche bravo a mettere insieme gli elementi fantastici in un quadro coerente. Ma non gli riesce sempre, e non sempre bene. Una giustificazione dell’aspetto “mangoso” della fantasmina di Vagina c’è, ma è stiracchiata; si capisce che a Mellick attizzava l’idea di darle un aspetto da anime a prescindere dal contesto.
Da questo punto di vista anche la struttura di Baby-Jesus non è perfetta: la parte centrale del racconto è una lunga digressione che, per quanto immaginifica e molto divertente da leggere, non manda avanti in alcun modo la trama principale. Soffrirei a vederla espunta, ma forse Mellick avrebbe dovuto pensare a incastrarla meglio con il plot principale; oppure, avrebbe potuto toglierla e svilupparla in un racconto autonomo. Comunque Baby-Jesus rimane un ottimo racconto, fantasioso e ansiogeno: mi ha ricordato contemporaneamente La metamorfosi e Il processo di Kafka, e se non è un complimento questo!

E non c’è solo il bizzarro. The Haunted Vagina, alla fine, è una storia d’amore; una delle storie d’amore più strane che abbia mai letto, ma, devo dire, anche una delle più sincere, e delle più coinvolgenti. Anche in Baby Jesus al centro c’è una storia d’amore (anche se “amore” non è probabilmente la parola più corretta), morbosa e autodistruttiva. In quest’ultimo, poi, c’è spazio anche per una vena di divertita critica sociale che mi ha ricordato Ubik.
La maggior parte dei libri di Mellick – e questi in particolare – partono da idee esili, da premesse cretine, e ne traggono storie geniali e imprevedibili. E ho mancato di dire che sono anche molto divertenti?
Il mio consiglio: prima di dire che la Bizarro Fiction non vi interessa, provate a leggere almeno uno di questi libretti. Mal che vada, avrete buttato mezza giornata.

Carlton Mellick III

Carlton Mellick sfoggia la sua posa da autore impegnato. Non gli volete già un po’ più bene?

Dove si trova?
Nessun’opera di Mellick, ad oggi, è stata tradotta in italiano, né penso che lo sarà a breve. Entrambi i libri si trovano invece, in lingua originale, su library.nu. The Baby Jesus Butt Plug non lo troverete singolo; dovete scaricare la raccolta The Bizarro Starter Kit Orange, dove partecipa come unico racconto di Mellick.
Tranquilli: l’inglese di Mellick è facile, quasi da YA; di sicuro, molto più facile della maggior parte degli autori che segnalo. E fate questo sforzo!

Su Mellick
Ho letto svariati libri di Mellick. Come dice Gamberetta, non sempre la sua ispirazione è al massimo, e alcuni sono piuttosto mediocri; perciò ne consiglierò solo altri quattro, due romanzi brevi e due novellas. A parte Satan Burger sono tutti libri che si leggono in una giornata, quindi vi consiglio di provarli.

Satan BurgerSatan Burger è il romanzo d’esordio di Mellick, e anche il meno riuscito tra quelli che ho letto. E’ pieno di bizzarrie fantasiose, ma il bizzarro tende a rimanere sullo sfondo; al centro dell’attenzione dell’autore, sfilate di giovani punk borderline che trascinano le loro esistenze. Curiosamente, assomiglia per molti versi più ai romanzi sui giovani debosciati – come On the Road di Kerouac o magari Trainspotting – che non al resto della produzione di Mellick o anche solo alla letteratura fantastica.

ApeshitApeshit comincia come il tipico horror movie di serie b, con una comitiva di sei fikissimi studenti liceali che vanno a trascorrere in una casetta nei boschi un tranquillo week-end di paura. Ricorda il cinema trash auto-parodico di Rodriguez, ma più si va avanti nel romanzo e più la storia diventa grottesca e gore; fino a una serie di colpi di scena conclusivi che ribaltano il tavolo. Uno dei miei preferiti.

War SlutWar Slut è una novella ambientata in un futuro in cui tutti gli abitanti del mondo sono reclutati nell’esercito in una guerra contro i renitenti alla leva. Un pugno di soldati si trova isolato nell’Artico senza una missione né ordini, mentre gli ufficiali sembrano entrati in uno stato catatonico: al protagonista, il compito di uscire dallo stallo. Il bizzarro qui sta più nell’assurdità della situazione di partenza che nelle cose che succedono. Lo sviluppo della vicenda iniziale non mi ha esaltato troppo, ma il libro è comunque carino, e breve come The Haunted Vagina.

The Morbidly Obese NinjaThe Morbidly Obese Ninja è una novella scritta come se fosse la puntata di uno shonen alla Naruto. In un mondo in cui le grandi corporazioni assoldano ninja per custodire i propri prodotti e rubare quelli altrui, Basu, un ninja di 450 chili, deve proteggere un bambino-salvadanaio dalle grinfie di un’azienda avversaria. Premessa, ambientazione e idee sono geniali; peccato per lo sviluppo e la conclusione convenzionali, da film d’azione.

Chi devo ringraziare?
Il ringraziamento qui va tutto al Duca e soprattutto a Gamberetta, che nell’ultimo anno ha rotto l’anima a tutti i lettori dei Gamberi Fantasy dicendo di leggere Mellick. Le dò ragione a piene mani 😀
In particolare, date un’occhiata a questo articolo del Duca (in particolare i commenti #21 e #24, dove il Duca e Gamberetta commentano alcuni dei libri di Mellick) e a questo articolo di Gamberetta (che linko sempre).
Gamberetta ha anche promesso un lungo articolo in cui metterà insieme diversi libri di Bizarro Fiction; non vedo l’ora^^

Qualche estratto
Com’è logico che sia, ho scelto un estratto per ognuno dei libri. Di The Haunted Vagina ho scelto la scena in cui il protagonista entra nella patata della sua lei; di The Baby Jesus Butt Plug, naturalmente, ho scelto un estratto che mostri l’ebbrezza di utilizzare un Baby-Gesù come dildo.

1.
Holy crap . . . This is really happening. I’m really going all the way inside of her . . .
My face pressed against wet flesh. My eyes closed. I can breathe, but just barely. My face is hot with my breath. Stacy screams out and plops onto her back again, masturbating furiously against my lower spine. I position my head face-forward and try to open my eyes but the vaginal juices burn them. I can hear Stacy’s muffled whines on the other side of the flesh. I can feel her grabbing her breasts against the back of my shoulders, I can feel her holding me inside of her belly as a way to comfort me one last time before my voyage.
I push off with my feet. It seems looser the farther in I get. After a few inches, I feel Stacy’s hands grab my ass and shove me from behind. I straighten out as my buttocks go through, now lying inside of her. She grabs my legs and jostles them in. I squirm forward. The next thing I know, her lips close up around my wriggling toes.
It dawns on me. I’m all the way inside of her. I’m like a human penis.
That thought actually gives me an erection.

2.
Once we got home, we immediately took turns inserting the baby jesus into each other’s rectums. And then we fucked on the top shelf in our bedroom closet, Mary’s back grinding into all the dusty boxes of clothes and cobwebs, my butt cheeks smacking against the ceiling. And with each thrashing movement, I felt the unbelievably refreshing pain of the butt plug/son of God as it squeezed against the interior walls of my defecation hole. And as I came, I thought about robots made out of wood and soil traveling across the garbage landscape of central Wyoming.
[…] When we removed the baby jesus from my butt hole, he was covered in blood. At first, I thought it was my own blood because it was streaming down my legs for several minutes after he was removed. But then we noticed something different about its appearance.
Looking closely, we noticed the baby jesus was nailed to a tiny cross.
“What is this?” Mary cried.
“A crucifix,” I said. “He must have crucified himself while in my butthole.”
“Ohhh, how cute!” Mary said. “His first crucifying!”

Tabella riassuntiva

Un tripudio di immaginazione e idee folli. Non sempre le bizzarrie sono inserite in armonia col racconto.
 Prosa vivace e ritmo serrato che tengono incollati fino alla fine. Chi ha il disgusto facile potrebbe sentirsi a disagio.
Dietro il gusto di sorprendere c’è anche molta sostanza.
Cioè, cazzo… è un Baby-Gesù dildo!!

(1) Se leggete la scheda su Amazon, vedrete che anche The Baby Jesus Butt Plug risulta essere lungo 104 pagine. Ma mi sono rifiutato di scriverlo, talmente quella cifra sarebbe ingannevole.
Probabilmente dev’essere stato stampato in 16 o 18 px, altrimenti non si spiegherebbe la discrepanza. Trasformato in ePub per il mio e-reader, The Baby Jesus Butt Plug è risultato grande 39 pagine; laddove il numero di pagine della mia versione di The Haunted Vagina è risultato quasi uguale al numero dichiarato su Amazon (qualcuna di meno perché ovviamente nella conversione elimino tutte le inutili pagine pubblicitarie).Torna su

(2) Tutti i libri di Mellick che ho letto finora, eccetto Satan Burger, utilizzano questo sistema. In Apeshit e in The Morbidly Obese Ninja i capitoli sono pochi e lunghi; ma in compenso, sono frazionati in tanti brevi paragrafi che fanno le veci dei capitoli degli altri libri.Torna su

I Consigli del Lunedì #03: Ringworld

RingworldAutore: Larry Niven
Titolo italiano: I burattinai
Genere: Science Fiction / Hard SF / Space Opera / Big Dumb Object
Tipo: Romanzo

Anno: 1970
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 290 ca.

Difficoltà in inglese: ***

Giunto al suo duecentesimo compleanno, Louis Wu, che ne dimostra ancora venti, è annoiato dalla vita: ne ha viste troppe, niente sulla Terra sembra più in grado di regalargli un’emozione, e sta meditando di prendersi un nuovo anno sabbatico in giro per lo spazio. Perciò è davvero una fortuna per lui imbattersi in Nessus, un Burattinaio di Pierson che sta reclutando una ciurma per una missione segreta di esplorazione nello spazio. L’unica informazione che il Burattinaio è disposto a fornire sullo scopo della missione, è una fotografia che mostra una stella attorno a cui ruota una specie di enorme anello circonfuso di azzurro…
Assieme a Nessus, al violento micione Speaker-to-Animals e a Teela Brown, la ragazza con una predisposizione genetica alla fortuna, Louis Wu si imbarcherà alla volta del Ringworld, un artefatto di tale complessità da intimidire persino le più avanzate tra le civiltà aliene dello Spazio Conosciuto. Ma chi sono i costruttori di Ringworld, e che fine hanno fatto?

Ero un po’ in imbarazzo quando ho dovuto decidere se catalogare quest’opera come Hard SF. La fantascienza hard pretende il massimo possibile di verosimiglianza scientifica; la speculazione sulle future tecnologie deve essere il più possibile ancorata alle nostre conoscenze attuali, e pertanto il setting di questo tipo di fiction non è quasi mai troppo spostato nel futuro.
Ringworld invece è ambientato a quasi un millennio di distanza da noi, e contempla: astronavi in grado di superare la velocità della luce; campi di stasi che bloccano il tempo in una regione dello spazio; una profusione di bizzarre civiltà aliene, una delle quali talmente evoluta da poter spostare artificialmente interi sistemi planetari; e così via. Ciononostante, Niven cerca di dare plausibilità scientifica ad ogni sua invenzione, e dedica molto spazio alla fisica del suo mondo1 – insomma, siamo lontani dal menefreghismo scientifico della Soft SF.
Diciamo allora che Ringworld è un’opera di confine tra la fantascienza hard e la minchiata divertente. Ha quindi le potenzialità per piacere a entrambi i tipi di pubblico – o a nessuno.

Ringworld

Come ogni BDO che si rispetti, la superficie dell’anello esterno potrebbe comodamente contenere milioni di pianeti Terra.

Uno sguardo approfondito
La prima cosa che salta all’occhio, in Ringworld, è la ricchezza dell’ambientazione. Non mi sto riferendo soltanto al mondo-anello, ma a tutto l’universo che lo circonda: la specie dei Burattinai, erbivori da gregge superevoluti con tre zampe, due teste, una codardia congenita che sfiora la paranoia e la mania del controllo; gli Outsiders, mercanti di tecnologie e informazioni che vengono non si sa da dove e viaggiano nello spazio seguendo la scia dei “semi stellari”; le esplosioni a catena di supernove nel cuore della Galassia, e le sue conseguenze per le specie senzienti; i tasp, aggeggi in grado di stimolare i centri cerebrali del piacere, e la dipendenza che possono creare;  girasoli che catturano l’energia solare per poi spararla in tutte le direzioni e annichilire ogni altra forma di vita; le guerre tra l’Uomo e gli Kzinti; la Lotteria della Fertilità; e così via.
Le idee e le piccole trovate che attraversano il romanzo sono talmente tante, e alcune talmente bizzarre, che mi verrebbe da accostare Ringworld al New Weird. L’effetto complessivo è simile a quello che mi provocò anni fa l’universo della Fondazione di Asimov: quello di un mondo che si dilata oltre la pagina scritta, di un universo molto più vasto di quello che rimane catturato nel romanzo. Un mondo vivo, sul quale si potrebbero raccontare decine di altre storie.

Niven ottiene quest’effetto in due modi.
Innanzitutto, con le digressioni, che sono frequentissime. I primi incontri tra Louis Wu e lo kzin Speaker-to-Animals diventano uno spunto per parlare delle passate guerre tra Uomini e Kzinti; una breve tappa nel mondo dei Burattinai un’occasione per mostrarci qualcosa della loro tecnologia e della loro società. A volte queste parentesi nascono dal dialogo tra i personaggi; altre volte sono riflessioni private di Louis; altre, dei brutali e sgradevoli infodump. Inoltre, questi spunti non vengono quasi mai esauriti, in modo da lasciare nel lettore un fondo di curiosità.
In secondo luogo, con un uso smodato di termini e concetti esotici – come le ramships, i motori hyperdrive, il boosterspice, il Punto Cieco – che non vengono affatto spiegati ma solo “lasciati intuire”. Questo, da un lato, ha senso: i personaggi conoscono già il loro mondo, non hanno bisogno di spiegarselo, e almeno Niven ci risparmia gli As you know, Bob che infestano la fantascienza. Dall’altro, però, mi sono spesso trovato spaesato a non capire cosa facesse una cosa e cosa fosse un’altra.
Niven però fa un abuso di queste tecniche. Soprattutto nel primo terzo del libro, quando non si è ancora arrivati su Ringworld e quindi non c’è ancora la sua esplorazione a fare da catalizzatore della trama, l’autore continua a passare con nonchalance da un argomento all’altro, aprendo finestre su finestre su storia, società, tecnologia, fisica del suo mondo. Niven sembra avere il difetto di chi è troppo innamorato della sua ambientazione. In un paio di occasioni è capace di aprire delle digressioni nel bel mezzo di una scena d’azione!
Viene solo in parte scusato per la mole di buone idee e per il senso di vastità che riesce a generare. Inoltre molte di queste finestre muovono davvero la trama (alcune solo in un secondo tempo); sono poche le trovate davvero gratuite.

Too many windows

Aprire troppe finestre può creare problemi.

Le stesse croci e delizie riguardano i personaggi principali. La “ciurma” di Louis Wu è una collezione di weirdos: Nessus, con i suoi cicli alterni di euforia e di depressione, combattuto tra l’esigenza di fare il capo e la tendenza naturale della sua specie di rintanarsi in un angolo e far fare tutti agli altri; Speaker-to-Animals, enorme micio inquietante con un esagerato senso dell’onore, costretto a collaborare con altre specie nonostante il motto della sua razza sia qualcosa del tipo: “schiavizza e/o divora tutti coloro che non sono tuoi simili”; Teela Brown, sexy e svampita ventenne che non riesce a capire cosa sia questa cosa chiamata “dolore”. Non voglio dire di più su Teela: non voglio rovinarvi la sorpresa. ^-^
I personaggi di Niven, quindi, sono lontani mille miglia dai manichini funzionali e insulsi tipici dell’Hard SF. E tuttavia, anche loro dimostrano molto di rado una vera profondità psicologica. Niven riesce a farli agire bene nell’emergenza del momento, e anche nell’interazione (spesso ruvida) tra loro; ma mancano di motivazioni profonde. La loro scarsa complessità psicologica è mascherata dando a ciascuno di loro uno o due tratti forti, che funzionano per la maggior parte del tempo, ma che quando vengono meno, ti lasciano con l’amaro in bocca.
Un esempio lampante è il modo in cui nel primo capitolo vengono reclutati Louis e Speaker. In sintesi: “Ehi, sto organizzando una missione fikissima e potenzialmente mortale. Vuoi venire? Sarai ben ricompensato”. “Mmmh, ‘kay”. Questi passaggi sono del tutto privi di credibilità, fanno sembrare la storia una farsa; come se Niven ci stesse dicendo: “Okay, diciamoci la verità, non mi frega un cazzo del plot; voglio solo prendere della gente strana e scaraventarla in un mondo strano”.
Anzi: a volte Ringworld mi è sembrato la cronaca di una campagna di un gioco di ruolo. Intendiamoci: il Master è bravissimo e i personaggi sono di quindicesimo livello; però è pur sempre una sessione di gioco di ruolo. Un giocattolone colorato. Difficilmente ci si sente davvero in ansia per i personaggi: si capisce che in qualche modo se la caveranno sempre.

RPG Ringworld

Da sinistra a destra: il DM, Louis Wu, Teela Brown e Speaker-to-Animals. Nessus è andato in bagno.

Dai personaggi passiamo alla gestione del punto di vista. La cosa più esatta che si può dire sul pov di Ringworld, è che sta “nei pressi di Louis”. Il più delle volte la telecamera è dentro la sua testa, la descrizione di quello che vede si confonde coi suoi pensieri e i suoi giudizi (ma è mantenuta la terza persona). Altre volte, retrocede verso il narratore onnisciente; alcuni degli infodump più sgradevoli non si possono attribuire ad altri che al narratore.
Non ci sarebbe stato bisogno di questi scivolamenti: con un po’ d’attenzione, tutta la storia poteva essere raccontata stando ben ancorati alla spalla di Louis. Il tono della narrazione, disincantato e un po’ ironico, funziona bene col personaggio di Louis e con l’andamento un po’ buffonesco di tutto il romanzo.
Ma a Niven piace creare della suspence inutile, anche a costo di far venire la nausea al lettore o di fargli perdere il filo del discorso. Esempio: il narratore ci avverte che Louis ha notato qualcosa di strano, poi lo vediamo andare a chiamare un altro membro dell’equipaggio; i due tornano sul luogo della scoperta, vediamo loro che guardano la cosa misteriosa, poi cominciano a commentarla e a quel punto capiamo di che si tratta. Niven lo fa di continuo. E’ un modo stupido per creare suspence, non solo perché ci sbalza di pov, ma anche perché in una scena concitata il lettore rischia di non capire se la cosa è stata detta e lui se l’è persa o se non è ancora stata detta, torna alla pagina prima, scorre la pagina in cerca delle informazioni mancanti, non le trova, torna a dov’era rimasto, si confonde di nuovo, e insomma, cazzo – non si fa così!

Ciò detto, Ringworld è assolutamente all’altezza di romanzi BDO come 2001: Odissea nello Spazio o Incontro con Rama di Clarke, e pure meglio di un romanzo come Orbitsville di Bob Shaw 2. La dose di meraviglia è paragonabile, lo stile è migliore, e i personaggi pure; l’unica cosa che viene meno, è il senso di piccolezza e impotenza umana che pervade la Hard SF più seria.
Altro vantaggio non trascurabile, a lettura conclusa la soddisfazione è maggiore rispetto a quella che lasciano i romanzi di Clarke; si ha l’impressione che a tutte le domande principali si sia data una risposta o almeno un’ipotesi di risposta.
Ma rimane anche la giusta dose di mistero.

Ringworld

Un’immagine credibile del Ringworld visto dal suolo. In realtà, data la distanza e la densità dell’aria, non sono sicuro che di giorno l’arco si veda così bene.

Dove si trova?
Se volete leggere Ringworld, dovrete affidarvi a Internet. L’ultima edizione in italiano (col titolo I burattinai) è della Nord (collana Cosmo Oro, N.94) e risale a più di venti anni fa. Sul Mulo si trova senza problemi.
La traduzione italiana che ho trovato su Internet però non mi esalta; solo leggendo un paio di brani per prendere gli estratti, ho notato tagli e riscritture di frasi. E poi si è perso il tanj ç_ç Ma niente paura: il pdf in lingua originale si trova tranquillamente su library.nu.

Su Larry Niven
Proprio come Odissea nello Spazio (3 seguiti), Incontro con Rama (3 seguiti, fondamentalmente scritti da un altro), e pure Orbitsville (2 seguiti), anche Ringworld ha sfornato uno dopo l’altro altri tre libri che continuano la storia del mondo-anello, e poi altri quattro libri che fanno da prequel (anche questi scritti in sostanza da un altro). Ora, nutro una certa antipatia verso questi libri scritti perlopiù su commissione per sfruttare un’ambientazione cara ai fan, per cui non penso li leggerò mai. Potrei fare un eccezione per The Ringworld Engineers, ma si tratta comunque di un’evenienza remota.

Ringworld fans

Fans di Ringworld.

Niven ha ambientato altri romanzi nel suo universo del Known Space, ma non li ho ancora letti. Mi ispira Protector, ma non so quando proverò a leggerlo.

Chi devo ringraziare?
Il fatto che esistesse un romanzo di sf ambientato su un mondo a forma di anello fluttuava sulla soglia della mia coscienza chissà da quanto; ma il primo riferimento preciso a Ringworld, se non ricordo male, lo trovai in un articolo di Dr.Jack sul bolognium3.
Man mano che approfondivo la mia conoscenza della fantascienza, comunque, i riferimenti a Ringworld (specialmente come pietra di paragone di altre space operas o di altre storie BDO) si moltiplicavano, finché alla fine mi son deciso e l’ho letto.

Qualche estratto
Come estratti, ho scelto un pezzo che desse risalto ai personaggi e alla voce narrante – l’incontro iniziale tra Louis Wu e Nessus (un po’ tagliato) – e uno più fantascientifico – l’avvicinamento della navicella Lying Bastard a Ringworld. Noterete che la traduzione italiana si prende qualche libertà, inoltre per qualche motivo le ultime due frasi di Louis alla fine del secondo brano sono del tutto assenti.

1.
He emerged in a sunlit room.
“What the tanj?” he wondered, blinking. The transfer booth must have blown its zap. In Sevilla there should have been no sunlight. Louis Wu turned to dial again, then turned back and stared.
[…] Facing him from the middle of the room was something neither human nor humanoid. It stood on three legs, and it regarded Louis Wu from two directions, from two flat heads mounted on flexible, slender necks. Over most of its startling frame, the skin was white and glovesoft; but a thick, coarse brown mane ran from between the beasts necks, back along its spine, to cover the complex-looking hip joint of the hind leg. The two forelegs were set wide apart, so that the beast’s small, clawed hooves formed almost an equilateral triangle.
Louis guessed that the thing was an alien animal. In those flat heads there would be no room for brains. But he noticed the hump that rose between the bases of the necks, where the mane became a thick protective mop… and a memory floated up from eighteen decades behind him.
This was a puppeteer, a Pierson’s puppeteer.
[…] Louis said, “Can I help you?”
“You can,” said the alien…
… in a voice to spark adolescent dreams. Had Louis visualized a woman to go with that voice, she would have been Cleopatra, Helen of Troy, Marilyn Monroe, and Lorelei Huntz, rolled into one.
“Tanj!” The curse seemed more than usually appropriate. There Ain’t No Justice! That such a voice should belong to a two-headed alien of indeterminate sex!

 — Che diavolo? — si chiese sbattendo le palpebre. La cabina trasfert doveva avere sballato. Non avrebbe dovuto esserci il sole a Teheran. Louis Wu si girò per ricomporre il numero, e rimase allibito.
[…] Di fronte a lui, al centro della stanza, c’era qualcosa che non aveva nulla di umano né di umanoide. La cosa stava ritta su tre gambe e osservava Louis Wu da due direzioni, per mezzo di due teste piatte poste su colli esili e flessibili. Quasi tutta la pelle che ricopriva il suo incredibile corpo era chiara e morbida come quella di un guanto; ma dai due colli una scura criniera, folta e ruvida, scendeva lungo la spina dorsale fino a coprire la complessa attaccatura dell’anca con la gamba posteriore. Le due gambe anteriori, molto divaricate, formavano quasi un triangolo equilatero con i minuscoli zoccoli artigliati.
Louis immaginò trattarsi di un animale alieno. Non poteva esserci posto per un cervello, in quelle teste piatte. Tuttavia notò la gibbosità che spun-tava tra la base dei colli, dove la criniera diventava una specie di folta zazzera protettiva… e un ricordo vecchio di centottant’anni gli fluttuò nella memoria.
Quella creatura era un burattinaio. Un burattinaio di Pierson.
[…] — Posso aiutarti? — disse Louis.
— Sì! — rispose l’alieno…
… con una voce che suscitava i sogni dell’adolescenza. Se avesse immaginato una donna con una voce simile sarebbe stata la somma di Cleopatra, Elena di Troia, Marilyn Monroe e Lorelei Huntz.
— Maledizione! — L’imprecazione era quanto mai appropriata. Non c’è giustizia! Una simile voce appartenere a un alieno con due teste e di sesso indefinito!

2.
 That evening, in the space of half an hour, the ringed star came out from behind the sternward block of living-sleeping cabins. The star was small and white, a shade less intense than Sol, and it nestled in a shallow pencil-line of arc blue.
They stood looking over Speaker’s shoulder as Speaker activated the scope screen.
He found the arc-blue line of the Ringworld’s inner surface, touched the expansion button. One question answered itself amost immediately.
“Something at the edge,” said Louis.
“Keep the scope centered on the rim,” Nessus ordered.
The rim of the ring expanded in their view. It was a wall, rising inward toward the star. They could see its black, space-exposed outer side silhouetted against the sunlit blue landscape. A low rim wall, but low only in comparison to the ring itself.
“If the ring is a million miles across,” Louis estimated, “The rim wall must be at least a thousand miles high. Well, now we know. That’s what holds the air in.”
“Would it work?”
“It should. The ring’s spinning for about a gravity. A little air might leak over the edges over the thousands of years, but they could replace it. To build the ring at all, they must have had cheap transmutation–a few tenth-stars per kiloton–not to mention a dozen other impossibilities.”

 Quella sera, la stella con l’Anello sbucò fuori al di là della poppa, dove si trovavano le cabine e la stanza di soggiorno. L’astro era luminoso quasi quanto il Sole. Si annidava dentro un alone azzurro, sottile come un segno di matita.
Speaker accese lo schermoscopio. Si avvicinarono tutti alle sue spalle per osservare insieme a lui. Lo kzin centrò la linea azzurra della superficie interna dell’Anello e girò la manopola dell’ingrandimento…
Uno dei tanti interrogativi si risolse da sé quasi immediatamente.
— C’è qualcosa sul bordo — disse Louis.
— Centra il telescopio — ordinò Nessus.
L’orlo dell’Anello s’ingrandì. Una parete dell’Anello era rivolta verso l’astro. Quella esterna, che guardava verso lo spazio, risaltava nera in confronto all’azzurro del cielo, illuminato dai raggi della stella. La superficie del bordo era bassa, ma solo in paragone alla grandezza dell’Anello.
— Se l’Anello è largo un milione di miglia — calcolò Louis, — il bordo deve essere alto perlomeno un migliaio. Ora lo sappiamo. È quello che trattiene l’aria all’interno.
— E funziona?
— Credo di sì. L’Anello ruota a gravità. Ci deve essere una leggera dispersione ogni mille anni, ma può essere sostituita.

Tabella riassuntiva

L’ambientazione, dal Ringworld allo Spazio Conosciuto, è fikissima. Niven indulge troppo negli infodump e nelle divagazioni.
 I personaggi principali sono brillanti e fantasiosi. A volte sembra più una sessione di gdr che una storia vera.
Unisce la speculazione scientifica dell’hard sf con una fantasia scatenata. Forse si prende troppe libertà per i puristi dell’hard sf.
Tanj!, What the tanj, You’re tanj right, Sure as tanj: non mi stancherei mai di dirlo!

(1) Addirittura, stando a Niven, una delle ragioni principali per cui dieci anni dopo avrebbe scritto un segito, The Ringworld Engineers, sarebbe quella di risolvere alcuni problemi tecnici del Ringworld che gli erano stati fatti notare.
Cito dalla voce di Wikipedia:

“A major problem being that the Ringworld, being a rigid structure, was not actually in orbit around the star it encircled and would eventually drift, resulting in the entire structure colliding with its sun and disintegrating. In the novel’s introduction, Niven says that MIT students attending the 1971 World Science Fiction Convention chanted, “The Ringworld is unstable! The Ringworld is unstable!” Niven says that one reason he wrote The Ringworld Engineers was to address these engineering problems”.Torna su

(2) Come in Ringworld, anche al centro di Orbitsville c’è l’esplorazione di una sfera di Dyson. Invece di un anello, in questo caso si tratta di una sfera cava di dimensioni analoghe all’orbita terrestre, che racchiude il suo sole, è riempita di aria respirabile e attraverso speciali campi gravitazionali permette di camminare lungo la superficie interna.
Inizialmente avevo intenzione di recensire questo romanzo invece di Ringworld, dato che è meno conosciuto; ma rendendomi conto che Ringworld lo batte praticamente sotto ogni aspetto, ho lasciato perdere. Forse potrei dedicargli un Consiglio in futuro. Non saprei. Che ne dite?Torna su

Sfera di Dyson

Le sfere di Dyson sono utili e divertenti!

(3) Non sono sicuro che la definizione di bolognium utilizzata da Dr.Jack sia appropriata per il Ringworld. Il fatto che per costruirlo ci voglia un livello tecnologico e risorse del tutto fuori dalla nostra portata non implica che sia un oggetto “impossibile” (come lo sarebbe un oggetto che viola apertamente le leggi della fisica). Niven cerca infatti di dare la maggiore plausibilità fisica possibile al Ringworld; il fatto che abbia scritto un seguito apposta per risolvere i buchi tecnici che gli erano sfuggiti nel primo libro la dice lunga sulle sue intenzioni.Torna su

I Consigli del Lunedì #02: The Sirens of Titan

The Sirens of Titan / Le Sirene di TitanoAutore: Kurt Vonnegut
Titolo italiano: Le Sirene di Titano
Genere: Science Fiction / Literary Fiction / Social SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1959
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 320 ca.

Difficoltà in inglese: **

Winston Niles Rumfoord è un nobile d’antico stampo. Ed è anche piuttosto ricco, dato che si è costruito una navicella spaziale privata ed è partito per lo spazio con il suo cane Kazak. Ma qualcosa è andato storto: sulla rotta per Marte, la navicella si è infilata in un infundibolo cronosinclastico, quel luogo dove lo spazio e il tempo perdono di significato e tutte le verità possibili sono contemporaneamente vere.
Ora Rumfoord e il suo cane Kazak esistono contemporaneamente lungo tutta una spirale che va dal Sole a Betelgeuse, intrappolati in eterno. Poiché inoltre tutti i momenti della sua esistenza ora esistono contemporaneamente, Rumfoord ha acquisito la capacità di vedere il futuro. Due volte all’anno, quando la Terra entra nel raggio della spirale, Rumfoord e Kazak compaiono nella sontuosa villa di famiglia. La gente vorrebbe vederli, gli scienziati studiarli, i giornalisti intervistarli, ma Beatrice Rumfoord, la gelida e nevrotica moglie di Winston, non ammette mai nessuno. Per lei la situazione di suo marito è solo una vergogna che vorrebbe dimenticare.
Per un solo ospite si fa eccezione: Malachi Constant, giovane debosciato e arrogante, con l’insolita caratteristica di essere l’uomo più ricco del mondo. E di non aver mai fatto assolutamente nulla nella vita per diventarlo. Perché Rumfoord ha un piano per Malachi Constant. E ha un piano per Beatrice. A ben pensarci, ha un piano per l’intera umanità. E i poteri per realizzarlo…

Chi conosce già Vonnegut sa che solo con difficoltà lo si può catalogare come un autore di fantascienza. Diversi suoi romanzi sono in realtà mainstream con qualche elemento strano; e anche negli altri, l’elemento fantastico è sempre subordinato alla voglia di parlare (in modo più o meno dissacrante, e più o meno bizzarro) della realtà, della nostra società, della stupidità umana. Eh già, non siamo molto lontani dallo “specchio distorcente” che Gamberetta giustamente odia… Inoltre il suo modo di scrivere lo avvicina più alla literary fiction che alla narrativa di genere.
The Sirens of Titan è una parziale eccezione. Ed è sicuramente il più fantascientifico e il più bizzarro tra i romanzi di Vonnegut. “La sua destinazione è Titano” dice Rumfoord a Malachi Constant, “ma prima di arrivare là visiterà Marte, Mercurio e anche la Terra”. Assisteremo agli involontari viaggi di Constant attraverso lo spazio e ai suoi tentativi di sottrarsi a un futuro che sembra già scritto negli infundiboli cronosinclastici.

Titan, Titano

Titano, il più grande satellite di Saturno. Non proprio il luogo più adatto a una villeggiatura.

Uno sguardo approfondito
Lo stile di Vonnegut viola i più basilari principi della narrativa del genere; ma lo fa apposta.
La storia è vista dal punto di vista di un narratore onnisciente, che il più delle volte se ne sta appollaiato sulle spalle o nella testa di Malachi Constant, il protagonista, ma che non si fa problemi, durante una pausa nella narrazione, a lanciarsi in commenti, digressioni, a riportare stralci di giornali o libri inventati.
Qualche esempio. All’inizio del libro, Malachi Constant sta entrando nella villa Rumfoord. Gli viene da pensare a Rumfoord e al fatto che è entrato nell’infundibolo. Tac, digressione: Vonnegut interrompe la storia per riportarci la (spassosa) voce “infundibolo cronosinclastico” di un’Enciclopedia per Bambini. Più tardi, Constant incontra Rumfoord: tac, nuova digressione, in cui Vonnegut parla dell’ “autentica aristocrazia americana” e delle differenze di “stile” tra un Rumfoord e un Constant. Ancora dopo, un’altra digressione sul rapporto tra l’esplorazione spaziale e la Chiesa. Un paio di capitoli dopo, un’altra lunga digressione racconta di come il padre di Constant, umile commesso viaggiatore, riuscì a diventare l’uomo più ricco del mondo speculando in borsa col solo aiuto del libro della Genesi. E così via.
Le digressioni e i commenti del narratore si collocano tra umorismo e satira. Sarebbero insopportabili, se non fosse per il fatto che molte sono divertenti, e alcune (in particolare la prima e l’ultima che ho citato) semplicemente geniali. Inoltre diverse di queste digressioni, apparentemente gratuite e inutili, in realtà trovano modo di collegarsi ad altri elementi presentati successivamente nella storia, venendo così a formare un unico coerente arazzo. Alcune ahimé sono proprio inutili.

The Sirens of Titan è un banco di prova eccellente per mettere alla prova le teorie sulla catarsi. Quanto più la presenza del narratore si fa insistente, tanto meno ci sentiamo coinvolti in prima persona dalla narrazione. Il nostro sguardo si fa più critico, più freddo; perché un velo è stato calato tra noi e Constant.
Simili distacchi però sono traumatici. Allora, una digressione ci sarà gradita quanto più saprà sopperire al “trauma” solleticandoci, divertendoci con il tono, stupendoci con idee e accostamenti bizzarri (come il prete che nella digressione sulla Crociata dell’Amore dice: “Sapete qual’è l’elenco dei controlli sulla verde, rotonda astronave di Dio? Volete sentire il countdown di Dio?“). Se un intervento dell’autore fallisce in questo, ci risulterà invece tanto più odioso e gratuito (a Dimitri fischieranno le orecchie?). Alcuni momenti del romanzo di Vonnegut danno proprio questa impressione sgradevole.
Ma è importante ricordare una cosa: in ogni caso, ci siamo distanziati dalla storia, l’immedesimazione è rotta, sentiamo di avere in mano un libro e che stiamo leggendo finzione. Un lettore che non accetti questo in partenza dovrebbe tenersi alla larga da Vonnegut.

Vonnegut comunque non è un incapace. Quando la storia raggiunge un momento cruciale, il narratore è in grado di farsi da parte e allora siamo proiettati vicinissimi al protagonista. Ai personaggi principali succederanno cose molto crudeli; e Vonnegut è in grado di farci sentire empatia per loro, di farci immedesimare in loro.
Da questo punto di vista, The Sirens of Titan è come una partita a ping-pong: un colpo, e la telecamera si allontana e siamo distanti e ci divertiamo o ci annoiamo di fronte all’estro di Vonnegut; un altro colpo, e la telecamera si avvicina e ci mordiamo le labbra e spalanchiamo gli occhi osservando quello che succede ai nostri eroi. Forse sta in questo il succo del “grottesco”, dell'”agrodolce”: di una stessa cosa, sentirne ora il lato comico, ora il lato tragico. Il romanzo di Vonnegut è estremamente agrodolce1.

Swwt and sour

Lo stile di Vonnegut.

Il che non significa nemmeno che Vonnegut sia un maestro della tecnica – anzi. Se alcune delle sue scelte sono volute, altre sono chiaramente degli errori che non attribuirei ad altro che a carenza di tecnica. Il pov è capace di saltare per alcune righe da un personaggio all’altro senza che ce ne sia bisogno; le frasi sono piene di aggettivi inutili, avverbi inutili, infodump inutili, e anche inutili sottolineature dell’ovvio. I suoi incipit sono celebri per stare tra il mediocre e lo schifo: ne ho letti cinque e ho dovuto riconfermare cinque volte l’impressione. Lo stile di Vonnegut è sovraccarico, e ricoperto da una patina di trascuratezza e di ignoranza stilistica.
Compensano l’estro creativo e la capacità di creare personaggi vivi e dalla psicologia affascinante. Il libro di Vonnegut è infatti completo di una vasta galleria di roba strana: uno scalcinato esercito marziano che progetta la conquista della Terra; creaturine ameboidi amanti della musica che vivono nel sottosuolo di Mercurio; una navicella venuta dal lontanissimo pianeta Tralfamadore con un guasto al motore; la Chiesa di Dio Assolutamente Indifferente; e via dicendo. Non siamo nel territorio delle bizzarrie estreme da Bizarro Fiction, ma comunque non c’è male.
Rumfoord è un personaggio titanico come il Lord Asriel di Pullman, il Palmer Eldritch di Dick, O’Brien di 1984. E tutto questo è trampolino di lancio per parlare della stupidità umana, della crudele indifferenza dell’universo, di religione, di predeterminazione. Risparmiandoci le solite banalità sull’argomento.

Bill O'Reilly

Se cercate opinioni sulla religione più elaborate di quella di Vonnegut, potete sempre chiedere a Bill O’Reilly.

Su Kurt Vonnegut
Di Vonnegut ho letto fino ad ora altri quattro romanzi, nessuno dei quali può essere considerata vera e propria sf.

Vonnegut Player Piano Player Piano (Piano meccanico) è il suo romanzo d’esordio ed è un libro mediocre, anche se alcune idee sono proprio carine. Parla di una società in cui le macchine sono diventate così brave a fare tutto, che gli uomini non servono più a nulla e ne sono frustrati.

Vonnegut Mother NightMother Night (Madre notte) non ha alcun elemento fantastico, ma è comunque una storia interessante. E’ la finta autobiografia di una ex-spia americana che ai tempi della WWII si finse nazista e divenne la voce radiofonica del Partito per trasmettere messaggi in codice agli Alleati.

Vonnegut Cat's Cradle Cat’s Cradle (Ghiaccio-nove) è uno strano esperimento. Racconta le storie intrecciate di uno scienziato che ha inventato un’arma ancora più terribile della bomba atomica, e dei suoi figli disfunzionali, che l’hanno ereditata; e la storia di un improbabile staterello indipendente e dittatoriale nei Caraibi diventata culla di una nuova, stranissima religione. Non è male, ma non sempre la storia scorre come dovrebbe.

Vonnegut Slaughterhouse-Five Slaughterhouse-Five (Mattatoio N.5) è piuttosto famoso e non ne parlerò qui. Il primo capitolo è terribile, ma per il resto è un titolo molto valido. Gli amanti della narrativa di genere potrebbero sentirsi a disagio. Vonnegut scrive cose a metà tra la satira e il romanzo filosofico, e quello gli interessa.

Dove si trova?
In Italia Vonnegut è edito da Feltrinelli. Alcuni suoi libri – Madre notte, Ghiaccio-nove, Mattatoio N.5 – si trovano in edizione economica, ma purtroppo Le Sirene di Titano non è tra questi. L’ultima volta che l’ho visto mi pare costasse 15 Euro. Comunque la stessa edizione si trova anche su Emule. Su library.nu si trova un e-pub in lingua originale che è fatto piuttosto bene.

Chi devo ringraziare?
Conoscevo Vonnegut di fama, ma se ho cominciato a leggerlo è per il merito di un mio compagno di università che ne andava pazzo. Tipo strano: adorava i libri sulle cospirazioni e sulle logge massoniche – specialmente se comprendevano i Templari -, leggeva con lo stesso gusto Dan Brown, i Wu Ming e Il pendolo di Foucault di Eco (probabilmente solleticato dall’idea che Shakespeare possa essere Bacone che è anche Cervantes che è anche il conte di Cagliostro che è anche Giacomo Casanova che è anche il conte di Saint-Germain che è anche Bismarck ed è ovviamente immortale. O qualcosa del genere). Aveva un debole per i carteggi segreti tra grandi personaggi della Seconda Guerra Mondiale e per l’operazione Gladio. I suoi film preferiti erano La classe operaia va in paradiso e un truzzissimo film di propaganda sovietica degli anni ’50 – La caduta di Berlino o qualcosa del genere – dove babbo Stalin premia il protagonista perché è stato il miglior lavoratore della sua fabbrica e già che c’era ha salvato l’URSS dai nazisti.
Sì, c’era un che di inquietante nei suoi gusti, ciononostante su Vonnegut mi ha convinto e aveva ragione. Chissà che non abbia ragione anche su qualcos’altro… <.<” ”>.>

La classe operaia va in paradiso

Neorealismo socialista. Vonnegut approverebbe.

Qualche estratto
Il primo estratto è la voce dell’Enciclopedia per Bambini di Meraviglie e Cose da Fare sull’infundibolo cronosinclastico, e dà un’idea delle strane digressioni un po’ literary di Vonnegut. Il secondo è più tradizionale, mostra l’incontro tra Malachi Constant e Rumfoord in un momento, uhm, delicato.

1.
CHRONO-SYNCLASTIC INFUNDIBULA — Just imagine that your Daddy is the smartest man who ever lived on Earth, and he knows everything there is to find out, and he is exactly right about everything, and he can prove he is right about everything.
Now imagine another little child on some nice world a million light years away, and that little child’s Daddy is the smartest man who ever lived on that nice world so far away. And he is just as smart and just as right as your Daddy is. Both Daddies are smart, and both Daddies are right. Only if they ever met each other they would get into a terrible argument, because they wouldn’t agree on anything. Now, you can say that your Daddy is right and the other little child’s Daddy is wrong, but the Universe is an awfully big place. There is room enough for an awful lot of people to be right about things and still not agree. The reason both Daddies can be right and still get into terrible fights is because there are so many different ways of being right.
There are places in the Universe, though, where each Daddy could finally catch on to what the other Daddy was talking about. These places are where all the different kinds of truths fit together as nicely as the parts in your Daddy’s solar watch. We call these places chrono-synclastic infundibula.
The Solar System seems to be full of chrono-synclastic infundibula. There is one great big one we are sure of that likes to stay between Earth and Mars. We know about that one because an Earth man and his Earth dog ran right into it. You might think it would be nice to go to a chrono-synclastic infundibulum and see all the different ways to be absolutely right, but it is a very dangerous thing to do. The poor man and his poor dog are scattered far and wide, not just through space, but through time, too.
Chrono (kroh-no) means time. Synclastic (sin-class-tick) means curved toward the same side in all directions, like the skin of an orange. Infundibulum (in-fun-dib-u-lum) is what the ancient Romans like Julius Caesar and Nero called a funnel. If you don’t know what a funnel is, get Mommy to show you one.

INFUNDIBOLI CRONOSINCLASTICI — Immagina che il tuo Papà sia l’uomo piú in gamba mai vissuto sulla Terra e che sappia tutto quello che si può sapere e che abbia esattamente ragione in tutto, e possa dimostrare di avere ragione in tutto.
Adesso immagina un altro bambino su qualche simpatico mondo lontano un milione di anni-luce, e che il Papà di quel bambino sia l’uomo piú in gamba che sia mai vissuto su quel simpatico mondo così lontano. Ed è in gamba, ed ha ragione come il tuo Papà. Tutti e due i Papà sono in gamba, e tutti e due hanno ragione. Solo, se si incontrassero, comincerebbero una terribile discussione, perché non si troverebbero d’accordo su niente. Ora, tu puoi dire che il tuo Papà ha ragione e il Papà dell ‘altro bambino ha torto, ma l’Universo è un posto spaventosamente grande. C’è abbastanza posto perché tanta gente abbia ragione su certe cose eppure non si trovi d’accordo. La ragione per cui tutti e due i Papà possono avere ragione e nello stesso tempo possono avere una terribile discussione è che vi sono molti modi diversi di avere ragione.
Ma vi sono posti nell’Universo in cui tutti e due i Papà potrebbero finalmente capire di che cosa stava parlando l’altro Papà. Questi posti si trovano dove tutte le diverse specie di verità collimano perfettamente come i pezzi dell’orologio solare del tuo Papà. Noi chiamiamo questi posti infundiboli cronosinclastici. Sembra che il Sistema Solare sia pieno di infundiboli cronosinclastici. Ce n’è uno, di cui siamo certi, che sembra stia tra la Terra e Marte. Ne conosciamo l’esistenza perché un uomo terrestre e il suo cane terrestre vi sono finiti dentro.
Forse penserai che sarebbe bello andare in un infundibolo cronosinclastico e vedere tutti i modi diversi di avere assolutamente ragione, ma è una cosa molto pericolosa da farsi. Quel pover’uomo e il suo povero cane sono ora sparsi qua e là, non solo attraverso lo spazio ma anche attraverso il tempo.
Crono significa tempo. Sinclastico significa incurvato nello stesso modo verso tutte le direzioni, come la buccia di un’ arancia. Infundibolo (infundibulum) è il nome con cui gli antichi romani come Giulio Cesare e Nerone chiamavano un imbuto. Se non sai che cosa è un imbuto, di’ alla Mamma di mostrartene uno.

Infundibolo cronosinclastico

Un infundibolo cronosinclastico?

2.
“You — you really can see into the future?” said Constant. The skin of his face tightened, felt parched. His palms perspired.
“In a punctual way of speaking — yes,” said Rumfoord. “When I ran my space ship into the chrono-synclastic infundibulum, it came to me in a flash that everything that ever has been always will be, and everything that ever will be always has been.”
He chuckled again. “Knowing that rather takes the glamour out of fortunetelling — makes it the simplest, most obvious thing imaginable.”
“You told your wife everything that was going to happen to her?” said Constant. This was a glancing question. Constant had no interest in what was going to happen to Rumfoord’s wife. He was ravenous for news of himself. In asking about Rumfoord’s wife, he was being coy.
“Well — not everything,” said Rumfoord. “She wouldn’t let me tell her everything. What little I did tell her quite spoiled her appetite for more.”
“I — I see,” said Constant, not seeing at all.
“Yes,” said Rumfoord genially, “I told her that you and she were to be married on Mars.” He shrugged. “Not married exactly — ” he said, “but bred by the Martians — like farm animals”.

— Può… può veramente vedere nel futuro? — domandò Constant. Si sentì la pelle del viso tirarsi, incartapecorirsi. Le palme gli sudavano.
— In un modo puntuale di parlare… sì — rispose Rumfoord. — Quando lanciai la mia astronave nell’infundibolo cronosinclastico, seppi in un lampo che tutto ciò che è stato sarà sempre, e tutto ciò che sarà è sempre stato. — Ridacchiò di nuovo. — Sapere questo toglie fascino alla predizione… ne fa la cosa piú semplice e piú ovvia che si possa immaginare.
— Lei ha detto a sua moglie tutto ciò che stava per accaderle? — chiese ancora Constant. Era una domanda allusiva. A Constant non interessava ciò che sarebbe accaduto alla moglie di Rumfoord. Era affamato di notizie che riguardassero lui stesso. Si sentì intimidito, quando chiese della moglie di Rumfoord.
— Ecco… non tutto — rispose Rumfoord. — Mia moglie non mi ha lasciato finire. Quel po’ che le ho detto le ha fatto passare la voglia di sentire il resto.
— Ca… capisco — disse Constant, che non capiva affatto.
— Sì — disse Rumford allegramente. — Le ho detto che voi due vi sareste sposati, su Marte. — E scrollò le spalle. — Non proprio sposati… — continuò, — ma fatti accoppiare dai marziani… come animali in una fattoria.

Tabella riassuntiva

Idea fikissima  sviluppata benissimo. Stile da literary fiction che fa un po’ a pugni col concetto classico di ‘narrativa di genere’.
 Alcune digressioni sono divertenti e geniali. Alcune digressioni sono inutili e fastidiose.
Pieno di stranezze e sense of wonder, ma senza andare fuori controllo. Sul lato tecnico Vonnegut è piuttosto debole.
Rumfoord è delizioso e terribile.

(1) La questione dello stile di Vonnegut e delle contaminazioni stilistiche tra narrativa di genere e literary fiction è stata anche oggetto di una fikissima discussione tra me e il Duca, che potete leggere qui. I commenti utili vanno dal #16 al #23; anche quelli dopo sono interessanti, perché il Duca continua a dare consigli di bei romanzi.
Riprendere le fila di quella discussione è anche uno dei tanti motivi per cui ho deciso di dedicare uno dei primi Consigli a Le sirene di Titano.Torna su