Cento! Cento! Cento!

Cento! OK il prezzo è giustoE’ trascorso un anno e mezzo, e Tapirullanza ha raggiunto il post numero 100. Non è quello di oggi; questo a dire il vero è il post numero 102.
Al cento, invece, Tapirullanza c’è arrivato con tranquillità, con un articolo dedicato ad una delle rubriche ‘storiche’ del blog – la Bonus Track su A Parliament of Crows di Alan M. Clark. Se mi fossi accorto prima che stavo per pubblicare il centesimo articolo, forse avrei pensato a qualcosa di più roboante; invece l’ho scoperto solo dopo aver pigiato su Pubblica. Ma anche così non è andata male, dai.

Articolo n.100

To’…!

Mi stavo chiedendo come celebrare il traguardo. La prima idea, che mi ronzava nella testa già da un po’, era di procurarmi delle nuove mascotte per il blog. Le ho inserite, ma non ho avuto cuore di rimpiazzare quelle vecchie, i fidi San Bernardino e Campbell; per cui le trovate in fondo alle due colonne laterali. Non sono sicuro che sia la posizione migliore per farle rifulgere come meriterebbero, ma farò un po’ di esperimenti.
Poi, la sera stessa del giorno in cui avevo pubblicato il Consiglio su The Egg Man, vado a vedere la mia bacheca. Erano quattro o cinque giorni che non la aprivo. Ed ecco cosa ci ho trovato.

Spam

Capisci che la tua popolarità sta aumentando quando il filtro antispam comincia a surriscaldarsi. Certo, di sicuro non è niente in confronto a quello che macinavano blog come Gamberi Fantasy o quello di Zweilawyer nei periodi d’oro; ma considerato il tempo che ci dedico, e il fatto di essermi inserito in una nicchia che scoraggia spam e flame, è un risultato notevole.
E poi, alcuni di questi bot dello spam sono davvero preziosi – poche righe e ti stampano sulla faccia sorrisi che durano per ore. Per cui, questo articolo è dedicato a loro. I migliori bot della mia vita.

What’s up i am kavin, its my first time to commenting anywhere, when i read this paragraph i thought i could also create comment due to this brilliant article.

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Mi piace leggere tapirullanza.wordpress.com e concepire questo sito ha alcune cose veramente utili su di essa!

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Bell’articolo, ma concordo con chi dice… si spera sempre che alla fine vada tutto per il meglio!

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Questo e’ il blog giusto per tutti coloro che vogliono capire qualcosa su questo argomento. Trovo quasi difficile discutere con te (cosa che io in realta’ vorrei… haha). Avete sicuramente dato nuova vita a un tema di cui si e’ parlato per anni. Grandi cose, semplicemente fantastico!

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Nulla contro l’articolo, ma non sono d’accordo con un paio di punti a qualche extenct. Probabilmente sono una minoranza però, lol. Grazie per la condivisione sul tapirullanza.wordpress.com.

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Concludo con una nota. Visto che mi divertivo a segnarmi le chiavi di ricerca più divertenti – e fino a che anche Siobhàn ha gettato la spugna, c’era sempre qualcuno ad aggiornarle sull’home page – qualche genio ha pensato di approfittarne per farmi scrivere roba pianificata a tavolino. Mi riferisco all’autore di questi:

  • tapirullanza duca omosessuale
  • tapirullanza duca frocio
  • tapirullanza duca bastardo
  • tapirullanza duca stronzo gay

Ecco: non sono scemo. Quindi non farlo più.
Please.
Don’t.
LOL.

Conigli su giostra

E visto che siamo in argomento ducale… o_O

A presto!

I Consigli del Lunedì #34: The Egg Man

The Egg ManAutore: Carlton Mellick III
Titolo italiano: –
Genere: Horror / Bizarro Fiction / Distopia
Tipo: Novella

Anno: 2008
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 150 ca.

Difficoltà in inglese: **

Her vagina opened wide and released the babies. Hundreds, maybe thousands, of tiny fetus flies fluttered out of her.

Lincoln è uno Smell (Olfatto); significa che l’olfatto è il suo senso dominante, e può sentire odori che gli altri non sentono. Come tutti i bambini allevati dalla Georges Organization, deve diventare un artista, e ha deciso che diventerà un pittore. Ora che ha finito il periodo di apprendistato, l’organizzazione gli ha assegnato una stanza in un palazzo fatiscente dove dovrà mettere a frutto ciò che ha imparato. Ha quattro anni di tempo per dimostrare il suo talento e la sua unicità, o la GO lo disenfranchiserà e lo butterà in mezzo a una strada. A quel punto sarà una persona senza diritti e senza un soldo.
In un mondo in cui tutti gli esseri umani nascono come mosche-feto indifese; in cui quelle che sopravvivono all’infanzia e acquistano un aspetto umano, vengono spartite tra le compagnie e allevate nelle loro scuole, dove vengono indottrinati con i valori dell’azienda; dove gli unici diritti che possiedi sono quelli dati dalla compagnia a cui appartieni; dove la povertà e la miseria sono ovunque; in un mondo simile, la vita è dura per tutti. Ma è particolarmente dura per uno Smell che vuole fare il pittore ed è circondato da gente ostile. E ora c’è una donna disgustosa e incinta, Luci, una Sight (Vista), che lo perseguita; e il suo ragazzo, che crede che Lincoln se la voglia portare a letto e ha giurato che lo ammazzerà; e una faida che si sta preparando nel suo palazzo tra gli uomini della OSM e quelli della MSM; e il puzzo disgustoso di fico e carne di hamburger macinata che filtra dalla stanza accanto a quella di Lincoln, e che si dice appartenga al misterioso uomo-uovo. E Lincoln sente di essere spacciato: non ha un briciolo di talento.

Si può far puzzare un libro? Scrivere con una prosa talmente vivida da evocare odori, profumi, puzze così come si evocano immagini o suoni? E’ quello che ha provato a fare Mellick in questa novella di poco più che un centinaio di pagine, scegliendo come protagonista un uomo che vive di odori, che filtra la realtà prima di tutto attraverso il suo naso.
E’ quasi un anno che questo blog non ospitava una recensione sul più bravo autore di Bizarro Fiction, per cui mi sembra opportuno rimediare. The Egg Man è una delle sue opere meno conosciute, ma anche una delle più particolari. Se infatti la Bizarro Fiction, e Mellick in particolare, con la sua prosa quasi infantile, ci ha abituato ad atmosfere leggere, e più grottesche che drammatiche, questa novella – che prende a prestito diversi elementi del cyberpunk distopico tradizionale per farne qualcosa di nuovo – è di una cupezza e di un cinismo disperanti. E’ anche una storia particolarmente autobiografica (per stessa ammissione di Mellick), in quanto parla del processo creativo e di come un artista possa smettere di fare schifezze e produrre qualcosa di buono.
Mellick ha dichiarato sul suo blog di trovare The Egg Man una delle cose migliori che abbia mai scritto. Io ho scritto nella mia classifica che a mio avviso è proprio il miglior libro di Mellick. Ora proverò a spiegarvi perché.

Fico e carne di hamburger

E questo accostamento è ancora nulla.

Uno sguardo approfondito
Cosa rende la prosa di Mellick così piacevole da leggere? Tre cose: l’uso del mostrato, la semplicità nella costruzione delle frasi e il timbro caldo della voce narrante. Come molti suoi libri, la storia è raccontata in prima persona. Questo permette all’autore di commentare le cose che accadono e inserire piccoli brani di informazione in modo naturale, senza mai dare l’impressione di fare infodump. Il timbro lineare, molto matter-of-fact di Lincoln, rende per contro le cose che vede e le persone che incontra ancora più inquietanti; e al contempo, il suo tono lamentoso e rassegnato ci dice molto su di lui. E dato che un esempio vale più di mille parole: “The inside of the building smelled like vinegar-ham and a nutty variety of pipe tobacco smoke. It could have been worse. Some of these buildings smell like urine and dead rats. I couldn’t handle a place that smelled like urine or dead rats.”
Ed è molto anche importante l’ordine in cui si inseriscono le scene. Per esempio, l’incipit del romanzo fa così: “The fetus fly wasn’t yet dead when my steel-toed boot squished into it. The thing was lying there, half dead. It was trying to cry but its vocal cords were dried out.” Un’immagine che già di per sé è abbastanza disgustosa. Ma poi, nel capitolo successivo: “I wondered what it was like when I was just a fetus fly. I wondered why I was the one to survive out of all of those that I was born with.” BAM! Salta fuori solo adesso che il protagonista ha spiaccicato un proprio simile. Peggio: un neonato.

Ma questi concetti li abbiamo già detti e stradetti. Ciò che ci interessa adesso è: è riuscito Mellick a dare corpo al mondo di odori del suo protagonista? La risposta: in parte. La soluzione di Mellick è quella degli elenchi – la stanza dell’Henry Building dove vive sa di vaniglia artificiale mescolata a lucido per legno e pelo di cane bagnato; Luci puzza di chiodi di garofano.
Detto così può suonare un po’ asettico, ma inserito nel flusso della storia funziona abbastanza bene e presto mi sono trovato avviluppato nelle variegate puzze del mondo di The Egg Man. Alla definizione degli odori in sé e per sé si sommano le reazioni (più o meno disgustate) di Lincoln e i dati mandati dagli altri sensi (gli aloni di sudore sotto le ascelle di Luci, la nuvola di fumo della sigaretta ai chiodi di garofano che fuma, i piedi lerci…). E se alcuni accostamenti sembrano messi lì a caso, i primi che gli venivano in mente, altri suonano azzeccati. Il risultato è soddisfacente, e del resto non saprei come esprimere gli odori in un modo migliore.

Mosca morta

Un caso di omicidio?

Ma non pensate che scrivere in questo modo sia semplice o banale. Anzi: proprio la sinteticità delle descrizioni richiede una certa abilità nel sapere cosa e quanto tagliare. Del resto è impressionante pensare a quante cose, quante trovate e dettagli del suo mondo Mellick abbia potuto condensare in una novella che si leggere in un pomeriggio. E come cazzo gli sono venute in mente?
Dal fatto che tutti gli esseri umani nascano nella forma di mosche, che poi si ingrossano giorno dopo giorno, sempre più indifese e disgustose, finché perdono le ali e acquistano sembianze umanoidi; all’immagine di corporativi che vanno in giro per le strade armati di retino per acchiappare le mosche-bambino e portarle dietro i recinti degli asili nido della loro compagnia; all’idea che tutti gli esseri umani siano divisi in cinque tipologie, ciascuna con un senso dominante (i Sight, i Sound, i Taste, i Feel e naturalmente gli Smell); a piccoli dettagli come il fatto che ogni azienda abbia proprio la lingua, e che ad esempio agli uomini della Toyota sia insegnato solo il Toyotese e non la lingua comune perché siano leali alla casa madre e non fraternizzino con le altre; al modo in cui Lincoln mescoli pittura e odori per creare le sue tele. E così via, e così via.

Molti lettori, probabilmente la maggior parte, troveranno quest’atmosfera di crudeltà e cose schifose asfissiante e illeggibile. Per quanto mi riguarda, lo trovo affascinante proprio per la capacità di Mellick di rendere onnipresente questa sensazione di sporco. Sporco fisico come sporco morale. Tutti i personaggi di The Egg Man sono figure ambigue, di cui non ci si può fidare fino in fondo neanche quando sono amichevoli (le rare volte in cui questo accade); ma di cui del resto non si può neanche dire che siano cattivi perché sì. Luci è una sanguisuga, una donna che si approfitta degli ingenui per campare sulle loro spalle, ma è anche l’unica a dare del calore e una direzione alla vita di Lincoln – e allora chi sta usando chi? E del resto, Lincoln è buono, o è semplicemente un vigliacco, un debole, che si comporta in modo educato solo per aumentare le proprie possibilità di sopravvivenza? E come si comporterà se dovesse trovarsi con il coltello dalla parte del manico?
Soprattutto, The Egg Man racconta una storia. Va in una direzione. Tutti quegli elementi strani non sono messi lì a caso, ma sviluppano il dramma personale di Lincoln e i suoi tentativi di affermarsi come artista, per salvarsi dal finire in mezzo a una strada con un coltello piantato nella schiena e dare un senso alla propria vita. Il ritmo è rapido, e diventa sempre più rapido mano a mano che si va avanti e gli eventi si accavallano gli uni agli altri. E tra gli esami settimanali di fronte alla severa commissione artistica della GO, il rapporto di attrazione e diffidenza con Luci, gli sprazzi di violenza che si moltiplicano nel palazzo, la follia artistica che cova dentro Lincoln, e l’uomo-uovo, c’è sempre qualcosa a tenere impegnata la curiosità del lettore. E con personaggi così ambigui, davvero non si sa mai dove la storia andrà a finire e cosa ne sarà dei nostri “eroi”. Gli ultimi capitoli sono spiazzanti – o almeno, lo sono stati per me – e il finale è un vero pugno nello stomaco.

Bear Grylls e la piscia

La fuori è una giungla.

Quasi tutti i libri di Mellick che ho letto rientrano in una di due categorie. Ci sono – soprattutto nel Mellick del primo periodo – i tour-de-force di Bizarro, storie con una ricchezza immaginativa e trovate che non avrei avuto nemmeno nei miei incubi migliori, mostrate con un pov saldissimo; e che però mancano di una trama vera e propria, sembrano andare un po’ a casaccio e finiscono spesso senza un finale. E ci sono – soprattutto nel Mellick degli ultimi anni – storie costruite più attorno alla trama, all’interplay tra i personaggi, più coerenti; che tuttavia rinunciano a un po’ di bizzarria per seguire canovacci più tradizionali, e spesso hanno una gestione del pov più approssimativa. Per rimanere su libri di cui ho già parlato sul blog, un esempio del primo tipo è il racconto lungo The Baby Jesus Butt Plug, mentre un esempio del secondo tipo è il romanzo Warrior Wolf Women of the Wasteland. 1
The Egg Man prende il meglio dell’uno e dell’altro tipo, e ci dà una storia breve che è al contempo immaginazione selvaggia, prosa materica, una storia consistente e personaggi interessanti. Il Bizarro non ostacola lo sviluppo della trama, ma anzi la rinforza. L’unico difetto (molto soggettivo) è che The Egg Man è disgustoso, cinico e deprimente quant’altri mai. Ma se vi piace il Bizarro, l’odore di piedi e pus non vi spaventa e magari volete farvi un po’ del male, be’, dovete leggerlo.

Dove si trova?
Purtroppo, a differenza di molti altri libri di Mellick, The Egg Man non è mai stato piratato – o quantomeno, non sono mai riuscito a trovarlo in nessuno dei canali di mia conoscenza – e forse è per questo che è poco noto anche tra molti suoi fan. Comunque, è disponibile su Amazon un’edizione kindle a 5,99 Euro. Trattandosi di una novella il prezzo è un po’ alto, ma io non me ne sono pentito.

Su Mellick, di nuovo
Sul mio Anobii puntualmente non aggiornato, Mellick figura come l’autore di cui ho letto più libri dopo Dick. Non è strano, considerando quanto scriva e quanto ci si mette in media a leggerne uno. Ecco quindi una seconda cernita di suoi libri che mi hanno in qualche modo colpito (anche se soltanto l’ultimo dei tre merita davvero di essere letto). Se ve lo state chiedendo, i primi due appartengono ai libri mellickiani del ‘primo tipo’, il terzo a quelli del secondo.
Adolf in Wonderland (new cover) Adolf in Wonderland è una novella ambientata in un mondo in cui l’utopia nazista ha conquistato il mondo. Un giovane ufficiale ariano delle SS è mandato in missione in una terra sperduta, a trovare ed eliminare l’ultimo essere imperfetto sulla Terra; ma il mondo nel quale sta entrando è ben lontano dalla perfezione, e lo precipiterà da un’assurdità all’altra. Malgrado il plot promettente e un protagonista interessante, il libro si perde in una successione di avvenimenti abbastanza sconnessi tra loro e non va a parare da nessuna parte; l’argomento della “perfezione” è un po’ il pretesto della storia ma non viene davvero approfondito. Occasione sprecata. Ah, quella è la nuova copertina!
Ugly HeavenUgly Heaven è un’altra novella di esplorazione di un mondo assurdo. Due uomini si risvegliano, dopo la morte, in Paradiso; ma l’aldilà è ormai diventato un luogo spaventoso, colmo di sofferenza e pericoli, e Dio sembra scomparso o morto. Tree e Salmon andranno alla ricerca di un senso e di un luogo che possano chiamare casa. Il Paradiso di Mellick è pieno di idee interessanti – soprattutto quelli inerenti alla trasformazione dei corpi umani e dei nuovi sensi – ma anche questo libro non risponde ai suoi perché e non conclude niente; si vede che la storia manca di un finale. Migliore di Adolf in Wonderland, ma con gli stessi difetti. 2
Zombies and Shit Zombies and Shit è un romanzo lungo che mischia insieme Battle Royale e un post-apocalittico zombesco. I ricchi annoiati organizzano un programma televisivo in cui una serie di vittime vengono rapite dai quartieri poveri e gettati in mezzo agli zombie. L’unica via di salvezza: un elicottero posto all’altro capo del percorso, che può ospitare una sola persona. Chi riuscirà a salvarsi e a tornare alla propria vita, in questo tutti contro tutti letale? Il miglior romanzo lungo di Mellick: personaggi divertenti, un sacco di storyline che si intrecciano, adrenalina e cose schifose. Persino gli zombie sono interessanti (e schifosissimi)!

Qualche estratto
Il primo estratto dovrebbe dare un’idea chiara di come gli odori impregnino ogni scena o quasi di questa novella, e della fantasia di Mellick nell’utilizzarli e descriverli. Il secondo mostra in un colpo solo i personaggi principali della storia (Lincoln e Luci), come sono scritti i dialoghi in The Egg Man e il modo naturale e non-fastidioso in cui l’autore ci dà frammenti del background del suo mondo.

1.
In the dark, I smelled the air and tried to identify my surroundings by their scent. It’s kind of a weird thing to do, but all Smells do it. We can’t help ourselves. I wish I would have been a Sight or maybe a Sound, but my dominant sense had to be Smell.
I sniffed about 17 different scents in the air. The dominant scent was the cigarette smoke that was issuing into my room from under the door. The second most dominant smell was the sink. There were actually four different scents coming from the sink. One was the rust of the faucet metal, one was the light sewage flavor coming out of the drain, one was a rotten odor coming from the scum that lined the drain, and the last was an odd black pepper smell that seemed to come from the water.
I continued smelling the room. There were four varieties of dust aroma. There was a maple syrup odor coming from the closet. There was a greasy smell hidden behind the toilet. There were a few smells coming in from the outside; two forms of pollution from the nearby factories and a burnt spaghetti sauce from the window of an above neighbor’s kitchen. After a couple hours, I had figured out the origins of 16 of the 17 smells. But there was one that I couldn’t figure out. It smelled like fig and raw hamburger meat. It issued from the west wall of my apartment.
After smelling the wall for several minutes, I had to turn on the light to see if there was a stain there. It could have been a strange cocktail that was thrown at the wall, or maybe the grease of a sweet and spicy Asian meal was wiped along the bricks. But, after close examination, I couldn’t find anything unusual about the wall. There wasn’t a sticky film anywhere.
The smell didn’t seem to come from the wall itself, but from something on the other side of the wall. It must have been something extremely pungent for me to be able to smell it through brick. I wondered what the heck that smell could be, racked my brain trying to figure it out, but it remained a mystery.
I fell asleep close to dawn with the room’s smells attacking my nostrils.

Weird smells everywhere

2.
On the way home, I ran into the pregnant woman again. She was sitting on the sidewalk without any pants on. She was crying and breathing hard. Her eyes were covered by a pair of ashy smog goggles and her sweaty white tank top was being held up by her chin.
As I passed her I said are you okay?
No she said.
I said what’s wrong?
She said what the fuck do you think?
I then realized what was happening. She was about to give birth.
I said is there anything I can do?
She said I’ve done this dozens of times before.
I said I’ve never seen a birth before and want to help anyway.
She asked if I had anything to put under her ass.
She said my ass is killing me.
I said I have a package of paper towels.
She said give it a try.
Then she lifted her bare butt off of the pavement and waved me over.
I slid the 4-pack of paper towels under her and she sat down on it.
Not much better she said.
Sorry I said.
I watched her huffing and puffing for a while.
She said are you just going to stand there?
I shrugged at her.
I knelt down and held one of her hands. I didn’t know what else to do.
She gave me an annoyed look, but she didn’t refuse my hand. Her palm was gritty and cold. When her breathing got heavy, she squeezed my hand as tight as she could.
Once it happened, she leaned back into my arm and the sweat from her hip got onto my wrist.
She said here it comes.
Her vagina opened wide and released the babies. Hundreds, maybe thousands, of tiny fetus flies fluttered out of her. They swarmed into the air and created a small cloud. I’d never seen so many fetus flies before. I’d never seen them so tiny. They were only the size of small moths. I watched as the swarm of tiny babies spread apart and went their separate ways. Half of them wouldn’t survive the night. Those that made it would double in size every day. Only a few of them, if any, would live long enough to see adulthood.
After they were all gone, the woman said leave me alone.
I left her alone.
She looked exhausted. Her head slumped to her knees. She pushed the package of paper towels out from under her. They were covered in a black goop. I thought she better keep them. I didn’t want to know what that black afterbirth smelled like.
Upon entering the Henry Building, I looked back at the fetus flies dissipating in the distance. I wondered what it was like when I was just a fetus fly. I wondered why I was the one to survive out of all of those that I was born with. Luck, most likely. Luck had a lot to do with it. Too many fetus flies were unlucky. They died from the cold, they got zapped by bug lights, they got trapped in spider webs, they got eaten by birds, they got splattered across car windshields. And once they grew larger they were hunted by alley cats and shot with pellet guns by the neighborhood children. They got caught in the machines on the industrial side of town and they got poisoned from drinking the water in the river.
You had to be really lucky to survive infancy.

Tabella riassuntiva

Una distopia che trasuda sporcizia e crudeltà da ogni poro! Troppa insistenza sullo schifoso e il deprimente per il lettore medio.
Ottima prosa mostrata, dominata da puzze e profumi. La descrizione degli odori non è sempre convincente al massimo.
La quest artistica del protagonista è affascinante.
Ambiguità morale che rende la storia imprevedibile.


(1) Restando in argomento, The Haunted Vagina è forse l’unico altro romanzo di Mellick che trovi una buona sintesi tra i due tipi di storia. Gli altri due libri mellickiani che adoro, Zombies and Shit e Apeshit, sono entrambi del secondo tipo: alla fine continuo a preferire i libri con una storia.Torna su


(2) Scrive Mellick nell’introduzione alla novella che non gli dispiacerebbe tornare nell’ambientazione di Ugly Heaven con alcuni seguiti, in cui spiegherebbe finalmente perché il Paradiso è diventato quel che è diventato e che ne è stato di Dio. Ma per farlo, vuole aspettare che dei lettori gli chiedano attivamente di farlo (per esempio, sul suo blog), mostrando interesse. Io credo che lo farò, perché bene o male sono curioso, e deluso dal finale tronco di Ugly Heaven.Torna su

Bonus Track: A Parliament of Crows

A Parliament of Crows

Autore: Alan M. Clark
Titolo italiano: –
Genere: Psicologico / Storico / Horror
Tipo: Romanzo

Anno: 2012
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 188
Editore: Lazy Fascist Press

Difficoltà in inglese: **

A quasi sessant’anni, le tre sorelle Mortlow – Vertiline, la maggiore, e le due gemelle Carolee e Mary – vengono arrestate nello stato del New Jersey. L’accusa? L’omicidio della figlia di Carolee, trovata annegata nella sua vasca da bagno imbottita di psicofarmaci, per intascare la sua sua assicurazione sulla vita. Ma Vertiline non ha intenzione di arrendersi alla giustizia americana – intende dare battaglia in quell’aula di tribunale, e salvare l’onore della sua famiglia.
E’ tutta la vita che Vertiline combatte per proteggere le sue sorelle. Da quando era un’adolescente, suo padre le aveva affidato il compito di educare quelle sorelle minori che si divertivano a spingere gli schiavi negri giù dalle scale; da quando la guerra di secessione aveva distrutto la sua famiglia e le aveva condannate a una vita di espedienti. In quell’aula di tribunale, e nelle celle della prigione di stato, nell’anno del signore 1908, Vertiline, Carolee e Mary ripercorrono la loro vita e le scelte che le hanno portate fino a quel triste epilogo. La giovane Orphia è stata solo l’ultima delle loro vittime, e loro sono senza rimorsi.

Abbiamo conosciuto Alan M. Clark sulle pagine di questo blog in questo articolo dedicato ai suoi “esercizi di dilatazione”. Clark comincia la sua carriera negli anni ’80 come illustratore di opere di narrativa fantastica, principalmente fantascienza. Negli ultimi anni si è avvicinato al movimento della Bizarro Fiction, realizzando molte copertine della Eraserhead Press, ed è proprio sulle pagine di Bizarro Central che ho fatto la sua conoscenza. Quello che non sapevo era che Clark fosse anche uno scrittore. Ha cominciato negli anni 2000, ma non ha scritto molto prima di cominciare a pubblicare con Lazy Fascist Press, la casa editrice gestita dall’autore di Bizarro Cameron Pierce; A Parliament of Crows è il suo secondo romanzo vero e proprio.
Pur essendo pubblicato dalla Lazy Fascist ed essendo associato agli scrittori di quell’ambiente, le storie di Alan Clark non possono essere definite Bizarro Fiction nemmeno nella più lasca delle definizioni. A Parliament of Crows è prima di tutto un romanzo storico: il caso e la vita delle sorelle Mortlow sono ispirate a una storia realmente accaduta, quella delle sorelle Wardlaw, e l’interesse di Clark a ricostruire il mondo del Sud americano della seconda metà dell’Ottocento è evidente. Un tiepido elemento horror c’è, nel senso che la vicenda delle tre sorelle sudiste è costellata di episodi macabri e attraversata da una spessa vena di follia; ma l’interesse primario dell’autore è l’approfondimento psicologico di una famiglia così borderline. Cos’avevano in testa donne capaci di fare quello che hanno fatto?

A Parliament of Crows - The Imagination Fully Dilated

Un’illustrazione di Clark ispirata a A Parliament of Crows.

Cito dall’introduzione:

Because the information about the Wardlaw sisters gives a rather two dimensional view of them, I can’t help but wonder about their emotional characteristics. I’m curious about the choices they made that led to their crimes, and how they justified to themselves what they did even as they went about their dreadful business. A Parliament of Crows is my exploration of the possibilities with the use of fictional characters and the fun of storytelling.

Affascinato dai propositi di Clark – che già stimavo come disegnatore e come blogger – e curioso di approfondire la galassia di scrittori che ruotano attorno al movimento Bizarro, ho deciso di dare una chance al suo libro.

Uno sguardo approfondito
Il romanzo si muove su due timeline differenti. La prima ci mostra il processo penale nei confronti delle sorelle Mortlow, alla fine della loro carriera delittuosa, e i loro tentativi di venirne fuori. A partire dai pensieri e dalle reminiscenze delle tre sorelle, sul banco degli imputati o tra le quattro pareti delle loro celle, si snoda la seconda timeline: flashback che ricostruiscono episodi salienti della loro vita, dall’infanzia alla cattura. Questi episodi non seguono un vero andamento cronologico, ma piuttosto associazioni di idee con la situazione della prima timeline; per esempio, da Mary che sdraiata sul pavimento della cella pensa a sua sorella, sboccia il racconto di come sia nato il legame speciale tra le due gemelle.
L’idea di questa doppia timeline è buona: da un lato non ha nessun effetto “spoiler”, perché il lettore sa già dalla quarta di copertina del libro com’è andata a finire; dall’altro, dà dinamicità a una vicenda che raccontata in modo cronologico sarebbe stata probabilmente più noiosa. Ottima scelta strutturale, quindi – peccato che Clark la rovini con uno stile assolutamente pessimo, ossia un eterno raccontato con il punto di vista del narratore onnisciente. Seriously. A seconda della scena la telecamera si avvicina o si allontana, anche penetrando nella testa di una delle tre protagoniste e confondendosi col pov della stessa, ma l’effetto complessivo è di una bella barriera tra il lettore e i personaggi.

A Parliament of Crows - The Imagination Fully Dilated

Un’altra illustrazione ispirata a A Parliament of Crows

Il raccontato investe ogni aspetto del romanzo come una colata di fango. Lunghi riassuntoni distaccati in apertura di una scena o anche al posto della scena, emozioni e stati d’animo raccontati invece che mostrati attraverso le azioni, infodump – non manca niente. Leggete queste poche righe tratte dalla primissima pagina, e guardate quante occasioni sprecate in un colpo solo:

In the long delay before the trial, during which the sisters were kept in a separate jail cells, Mary had become increasingly ill (Vertiline had good reason to think Mary was intentionally starving herself) and Carolee had gone mad from the isolation.
As the time drew near for the sisters to appear in court, Vertiline felt an unaccountable excitement despite her dread. After endless days of boredom spent in her lonely cell, she anticipated that the trial might provide intellectual and emotional stimulation. She hated herself for looking forward to the event.
But on the first day of trial, which was the first time she’d seen the twins in over a month, Vertiline found nothing about the experience desirable. She became sick with worry over the condition of her sisters while riding in the police van to the courthouse. Mary was emaciated and uncommunicative, and would look away every time Vertiline tried to make eye contact. Carolee was highly agitated. Her eyes darted about warily and when spoken to she appeared startled.

Che piattume. Quanti spunti interessanti, annacquati nel grigiore uniforme di un raccontato con pov onnisciente. E il testo non migliora andando avanti, con l’eccezione di poche scene più vivide, specialmente dialoghi (come il botta e risposta serrato tra Vertiline e l’avvocato dell’accusa durante l’interrogatorio processuale).
Anche lo stile, non solo l’ambientazione, sembra essere regredito all’Ottocento – dalle parti di Balzac, Stendhal e tutti quegli scrittori che ignoravano la costruzione a scene e lo show don’t tell. Potrebbe venire da pensare che l’abbia fatto apposta, per ‘meglio calarci’ nel clima dell’epoca. Ma, aldilà del fatto che è un’idea demente, non mi sembra il caso: Clark non si fa problemi, nelle introduzioni come altrove, a parlare della propria opera, di come l’abbia costruita e perché. Parla ad esempio della sua volontà di far usare ai personaggi termini dell’epoca – ad esempio “fiend” per indicare una creatura spregevole, un assassino o un corruttore – ma non fa mai menzione al ritorno ad uno stile ottocentesco. Pertanto mi sento di escluderlo, e di concludere che Clark lo fa per pura ignoranza.

Oltre ad essere una pessima scelta in sé, questa prosa è particolarmente infelice trattandosi di un romanzo psicologico – un romanzo, cioè, che pone come cosa più importante il ‘catturare’ e mostrare ogni tratto, esteriore o interiore, dei suoi protagonisti. Ed è un peccato, perché in compenso i personaggi sono molto affascinanti. Vertiline, la sorella maggiore e quella più ‘sana’ del gruppo, è la persona matura della famiglia; proteggere le sue sorelle – la loro vita come il loro onore – è tutto per lei, e sacrificherebbe qualsiasi cosa per la famiglia, anche le vite degli altri. Carolee è la sorella degenerata: cinica, amorale, atea, vede la vita come una lotta per la sopravvivenza e il mondo come un luogo crudele e ostile, e non si fermerebbe davanti a nulla pur di proteggere la quiete familiare. Mary è la sorella pia, ipocrita, fragile; sobilla le altre ma non si esporrebbe mai personalmente, è soggetta a svenimenti e crisi mistiche. Crede fermamente in Dio, ed è certa che Lui protegga la loro famiglia e legittimi ogni loro azione.
Insieme, le tre sorelle hanno un’alchimia spettacolare; il rapporto tra loro e il mondo esterno, e le loro azioni, suonano sempre credibili. Clark non fa di loro le classiche macchiette del serial killer. I loro delitti sono compiuti spesso in modo accidentale o improvvisato, le loro azioni sono maldestre, e la loro ignoranza di donne della campagna sudista fa commettere loro molti errori. Non c’è una perfetta armonia familiare, anzi – spesso gli assassinii sono provocati contro le intenzioni della razionale (ma connivente) Vertiline. Il risultato è un ritratto molto credibile, e non mi sorprenderei se le motivazioni dietro le autentiche sorelle Wardlaw fossero state esattamente le stesse. Forse Clark non sarà un “fine psicologo” quanto Kundera, ma si difende bene. L’unica caduta di stile, a mio avviso, è l’episodio traumatico che a un tratto Clark inscena nella loro giovinezza, e che fa tanto “ecco, sono diventate così efferate perché hanno vissuto un trauma!” 1

Trauma

Il romanzo, insomma, ha anche quella piacevole impressione di verità, di ricostruzione storica accurata che tanto mi piace. Le scelte compiute dalle sorelle per rimettersi dai loro guai finanziari, come diventare istitutrici o contrarre matrimoni vantaggiosi, mi hanno ricordato i cento romanzi dell’Ottocento che ho letto. L’importanza di essere donne rispettabili, di proteggere il proprio onore, la freddezza della terminologia e degli atteggiamenti tra coppie sposate che non si amano, il rapporto isterico col sesso. Ho trovato tutto convincente e mi sono sentito trasportato nell’America rurale del sud-ovest, benché indubbiamente io non sia un esperto del periodo e quindi sia attendibile fino a un certo punto.
E’ quasi completamente assente, invece, l’elemento fantastico: l’horror è quello che scaturisce dalle azioni e dalla psicologia borderline di esseri umani normali. L’unico elemento weird è la connessione sovrannaturale che sembra esistere tra le due gemelle, per cui una sa sempre (con il minimo sforzo) quello che sta facendo o sta provando l’altra; Mary è convinta che Carolee possa spingerla a fare quello che vuole con la sola forza della volontà. Ma potrebbe anche trattarsi di un caso estremo di autosuggestione: non è mai provato nel romanzo che si tratti realmente di qualcosa di paranormale, e in fondo è meglio così.

In un vecchio articolo sulla potenza del mostrato e di una solida gestione del pov, avevo detto che un bravo scrittore di narrativa dovrebbe essere in grado di farti identificare persino in Hitler, farti parteggiare persino per Hitler, se è lui il protagonista della storia. E’ affascinante immergersi nella psiche di un personaggio moralmente riprovevole; nel lettore si creano sentimenti ambigui, il desiderio di “staccarsi” da un personaggio che ci disgusta e al tempo stesso l’identificazione con esso. E’ come se nel romanzo si creasse un ulteriore livello di conflitto: non solo tra il protagonista e il mondo esterno o tra il protagonista e sé stesso, ma tra il lettore e il pov. E se è vero che il conflitto aumenta il coinvolgimento, aggiungendo questo livello si schizza alle stelle!
Con A Parliament of Crows, Clark aveva questa possibilità: quella di incatenarci in un misto di repulsione ed empatia alla follia delle sorelle Mortlow. Ma lo stile raccontato ammazza l’immersione sul nascere, e il lettore non arriva mai all’identificazione, se non in pochissime scene concitate e mostrate con telecamera ravvicinata. Si può al massimo arrivare a una certa comprensione distaccata per le tre gelide serial killer, ma poco altro; e in questo forse Clark ha fallito anche nei suoi stessi propositi. Il romanzo è comunque godibile per la psicologia dei personaggi e la ricostruzione della società dell’epoca; e dopotutto, in queste storie macabre, un po’ di fascino rimane anche quando la prosa è debole.

Hitler al telefono

In fondo anche lui aveva un lato tenerone, no?

Su Alan M. Clark
Come ho accennato in apertura di articolo, Clark ha scritto un altro romanzo prima di questo. Si chiama Of Thimble and Threat, è un altro romanzo ad ambientazione ottocentesca e racconta la storia personale di una delle prostitute vittime di Jack lo Squartatore, dall’infanzia alla morte. La cosa più affascinante è che Clark tenta di scrivere la storia di Catherine Eddowes partendo dall’inventario degli oggetti trovatile addosso al momento della morte. Una sorta di romanzo-reportage, dove la fantasia interviene laddove non sia stato possibile ricostruire il fatto reale.
Ciononostante, non credo leggerò questo romanzo di Clark, a meno che proprio non abbia di meglio da leggere. Il suo stile raccontato mi ha molto deluso, e non ritengo che meriti un ulteriore esborso di denaro. Se qualche appassionato però volesse fare la prova, sarò lieto di sentire poi cosa ne pensa.
Ecco alcune parole di Clark sul romanzo:

In writing Of Thimble and Threat, my effort was not to create a character we would relate to as one from our time, but one whose words and actions were shaped by her environment and circumstances and whose driving emotions were seen as reasonable within that context. Victorian England, with it’s social structure, polluted environment, the quality of sustenance, labor conditions, the state of scientific and medical knowledge, the prevalence and pervasiveness of disease and the ease with which people became ill and slipped quickly into death, was a very different world from the one in which I live. All these elements created different priorities for the people of that time from what most of us experience today. The average person was likely much more aware of mortality day to day, since something as simple as a cut on the finger could easily fester and lead to death. Choosing an occupation–if one were lucky enough to have a choice–was to choose between compromising one or another aspects of one’s health.

That’s not to say we don’t have these concerns today, but time and experience has led to systems which mitigate much of the extremes seen in Victorian London. Human beings haven’t truly changed–we experience the same emotions we always have. The stimulus for those emotions is what changes from generation to generation. We would certainly relate to those of another time, but having a conversation with someone from the 1800s would be a singular experience for someone today.

The possessions of Catherine Eddowes started that conversation with me, and Of Thimble and Threat is my response.

Of Thimble and Threat

Il romanzo d’esordio di Clark su Lazy Fascist Press.

Dove si trova?
A Parliament of Crows è troppo poco famoso perché qualcuno si sia preoccupato di piratarlo, a quanto pare. Su Amazon.it si può trovare l’edizione kindle al prezzo di 5,50 Euro; prezzo un po’ alto, anche in rapporto all’effettiva qualità del libro, ma ancora abbordabile se la storia vi ha appassionato.

Qualche estratto
Per i due estratti ho scelto due scene che mi sono particolarmente piaciute. Il primo è una brano del processo, quando a interrogare Vertiline è l’avvocato difensore (che lei ha ottimi motivi per disprezzare); da notare l’uso di termini desueti deliziosi come “busybodies” o “what a dolt!”. il secondo è un flusso di pensieri di Carolee in carcere, in cui viene rievocato un episodio triste della sua infanzia che trovo particolarmente riuscito.

1.
Despite her discomfort, Vertiline continued to sit up as straight as possible in the witness chair. She might do a better job still if she believed her attorney did her any good.
After going over the events surrounding Orphia’s death, Mr. Hitchens turned to other discoveries dredged up during the police investigation: those elements of the state’s case presented to make Vertiline and her sisters look like cold-hearted criminals. The family’s dirty laundry would be aired once again before strangers in the courtroom, but this time, Vertiline hoped Mr. Hitchens would help her take it all down, fold it neatly, and put it away looking much cleaner.
Doing her best to soften her facial features, adopt a less formal posture, and appear open in response to her attorney, Vertiline hoped the jury’s impressions of her were improving as she spoke.
“Do you remember well the time before your family moved to New Jersey, Miss Mortlow,” Mr. Hitchens asked, “when you and your two sisters, the deceased, and her husband all lived in the apartment in Brooklyn?”
“Yes, sir.”
“Were you surprised to hear that two of your neighbors, a Mrs. Biermann and a Miss Calise, called as witnesses, referred to it as a ‘mystery house’ and a ‘baby farm?’”
“Yes, sir.” Vertiline remembered the women well. She considered them troublemakers and busybodies.
Mr. Hitchens consulted his notes at the defense table. “The relevance to this case was not established,” he said. “How many children were born to your niece during that time?”
“Orphia had one child shortly after we removed to Brooklyn,” Vertiline said evenly, “and another a few years later.”
“She gave her first child, a girl named Alberta, up for adoption. Can you tell us why?”
No—the question is too pointed! The dolt wasn’t characterizing events to put them in a good light! He left that up to her, and she struggled to find the proper words.
“Orphia’s husband…” she began haltingly, “had…run away.”
Vertiline paused to reflect on her good-for-nothing nephew, Fletcher. She wondered where he’d gone and if he ever found work he was willing to do.
“Is that all?” Mr. Hitchens asked.
“The child…” she began, but her voice trailed off. Vertiline didn’t want to admit they had gotten rid of the child merely because Alberta had kept them all up day and night with her crying. Vertiline had not admitted that to herself until the present moment. With the realization, came distress. She glanced quickly at the jury and saw several of the men frown.
“Miss Mortlow?” Mr. Hitchens said.
Vertiline shook off the reverie. “I—I’m sorry.” She took a deep breath. “My niece was ill and suffering from severe melancholy. My sisters and I were busy organizing our new business venture, a tutoring service. Orphia neglected the child.”
I must appear more caring, and present my decisions as more than merely practical.
“What happened to the second infant—John, was it?”
Again, a blunt question regarding a delicate subject. Does he have no sense at all? He made no effort to help her set the scene and create a scenario sympathetic to Vertiline and her sisters. She glared at Mr. Hitchens, then regretted it, for she knew the jury saw the expression.

2.
Carolee was a survivor. When she thought about what that meant, she often remembered the emaciated feral dog that prepared a whelping den and gave birth to a litter of pups under an azalea in the garden behind the house on Spring Street. Because the war had finally come to Milledgeville and Union forces moved through the city, Mr. Mortlow had instructed his daughters to confine themselves to the upstairs of the house. They were not allowed to go outside at all. Carolee snuck out to the garden anyway, and was attracted by the small squeals of the pups. The bitch and her suckling litter was such a sweet vision, Carolee had an impulse to pick up and cuddle one of the cute puppies. A glaring look and snarls from the mother persuaded her to keep her distance. Carolee did not begrudge the bitch such brute protection of her young. She dragged a couple of the wrought-iron outdoor chairs over to the exposed side of the azalea to help block the cold November wind from the den. Having something warm and tender to think about, Carolee returned to the house without being caught. For the first time in a long while, she looked forward to the next day when she would find another opportunity to sneak out and look in on the nursery.
When the next day came, Vertiline kept a close watch on her, insisting that she play games with her twin and help with various small tasks while remaining in either their father?s upstairs study or the hiding place accessible through the wall panel in that room. Mr. Mortlow created the secret room months before in preparation for a time when the family might need to hide from marauding Union troops. The family currently slept there every night. Carolee was sick of the cramped, smelly space.
Mr. Mortlow had been asleep in his chair at his desk in the study all day. He was white as bedlinen and sleeping soundly. The four of them took naps in the afternoon. Mr. Mortlow often slept in his chair while his daughters lay on piles of quilts in the hiding place. When nap time came, Carolee said, “I’m going to take a quilt into the study and sleep with Father today.”
Vertiline didn’t argue with that, but because she left the panel to the hiding place open, Carolee would have to make sure everyone was asleep before she snuck out to see the puppies. She made a little bed beside her father’s desk near the opening, just out of her sisters’ line of sight. When she heard them breathing deeply in sleep, she got up and snuck out of the study, tiptoed down the stairs, through the hall, the dining room, the kitchen, and out the back door.
She crept through the garden, approaching the whelping den quietly to keep from startling the bitch and her litter. As she slowly pulled one of the chairs away, she heard growling. Light spilled into the den, revealing the bitch licking her bloody mouth. The litter was gone, all but for one tiny leg. The bitch lunged and Carolee gasped, dropped the chair and stumbled back. Heartbroken, she turned and ran for the house.
All day, Carolee struggled to hide her tears.
Finally, Vertiline asked her, “Why are you so sad today?”
“I wish the War was over,” Carolee said, “and we could all have plenty to eat again.”

Tabella riassuntiva

Le sorelle Mortlow sono assassine non stereotipate e complesse. Prosa raccontata  che appiattisce la storia.
Ricostruzione credibile del Sud americano del tardo Ottocento. Pov onnisciente che distanzia il lettore.
What a dolt! Qualche episodio appare un po’ forzato.


(1) In realtà non è vero, perché Carolee e Mary erano fuori di testa tutt’e due anche prima. Però l’episodio, raccontato com’è raccontato e messo a quel punto del romanzo, sembra voler dare questo tipo di messaggio.Torna su

Le fregnacce sono tante, milioni di milioni

Fanucci FailOrmai il mercato dell’editoria mi ha abituato a qualsiasi cosa. La Fanucci, in particolare, non ne fa una giusta. Dagli errori marchiani – leggendaria la storia della quarta di copertina della riedizione di Perdido Street Station, su cui è raccontata la trama del libro sbagliato, l’ultimo capitolo della trilogia di Bas-Lag The Iron Council – alle idiozie volute, tipo pagare traduttori e revisori il meno possibile – sicché i libri Fanucci sono noti per la quantità psichedelica di refusi, punteggiatura creativa, traduzioni talmente improvvisate che in un paio di passaggi fanno rimpiangere Google Translate. Ogni volta che sento che un altro autore di fantascienza o fantasy viene pubblicato in esclusiva in italiano con Fanucci mi viene da piangere.
Fanucci, ahimé, al momento detiene anche l’esclusiva sul mio autore preferito, Philip K. Dick. E sembra che su Dick abbia costruito la sua fortuna, dato che metà del catalogo sembra fatto da sue opere e i suoi volumi ricoprono come l’edera gli scaffali delle sezioni di fantascienza nelle librerie. Alla Fanucci potrebbero cominciare a guardarsi intorno e pubblicare qualche autore inedito in Italia o quantomeno uscito da tempo del mercato – chessò, un Vinge piuttosto che un Bacigalupi1 – ma no, molto meglio spremere la vacca grassa PKD finché sarà completamente prosciugata.

E quanta merda hanno pubblicato, dal 2008 a oggi, facendo leva sul suo buon nome? Dopo aver esaurito i romanzi di sci-fi belli sono passati a quelli brutti, quelli che Dick stesso aveva tranquillamente ammesso di aver scritto per pagarsi le scatolette di cibo per cani; roba indegna tipo Vulcan 3 o Doctor Futurity, libri sui quali sarebbe più pietosa una damnatio memoriae. Contemporaneamente si sono messi a setacciare i suoi romanzi postumi – quelle opere non fantastiche, slice-of-life, che Dick non riuscì quasi mai a pubblicare in vita. Ogni tanto è saltata fuori qualche perla, come la traduzione, nel 2009, di Scorrete lacrime, disse il poliziotto, che io adoro; più spesso romanzi inutili sul tramonto del sogno americano che si potevano anche lasciare agli americani.
L’anno scorso hanno riesumato Mary and the Giant (Mary e il gigante) e Humpty Dumpty in Oakland (Lo stravagante mondo di Mr. Fergesson). Quest’anno è toccato a The Broken Bubble. Ma ai piani alti della Fanucci devono essersi in qualche modo accorti che continuando a pubblicare mainstream mediocre col nome di Dick sopra le vendite non andavano proprio benissimo. Perciò, cambio di marcia!

Lo stravagante mondo di Mr. Fergesson

I fans di Amelie ringraziano.

Ma facciamo un passo indietro.
Di cosa parla The Broken Bubble? Chiediamolo a Wikipedia:

The lives of two couples intertwine in mid-1950s California, and all learn important lessons about life. Jim Briskin is a classical music DJ. He and his ex-wife Patricia Gray are still very much in love but have divorced because he is sterile. The two divorcees meet a teenaged married couple named Art and Rachael and essentially swap partners.
Pat passionately loves the youthful but dysfunctional Art, almost as though he were her child, and the two of them have an abusive relationship in which he gives her a black eye. Meanwhile, Jim and Rachael hook up and Rachael offers to ditch Art and move to Mexico with Jim where he will adopt her baby and raise it as his own. In the end, however, maturity prevails and they all return to their original partners.

Okay, i temi e la felicità coniugale imperante sono tutta roba chiaramente dickiana, ma di sci-fi ce n’è pochina, sbaglio? Tutti d’accordo su questo? Perfetto. Ecco a voi l’edizione italiana:

Il cerchio del robot

Questa copertina è sbagliata in talmente tanti modi che non so da dove cominciare.

IL CERCHIO DEL ROBOT, signori. Ammirate la finezza del marketing di Fanucci. Ammirate, soprattutto, la nonchalance con cui Fanucci spera di infinocchiare il fanboy dickiano disattento che, vedendo il nuovo titolo sullo scaffale, se lo porta a casa sicuro di trovarci dentro roba fantascientifica senza prima leggersi i risvolti di copertina (in cui gli editor hanno dovuto essere onesti e ammettere che si tratta di un romanzo mainstream). Ammirate il rispetto che trasuda per il lettore.
Mi domando come siano venuti fuori con questo titolo. “Boh, nel titolo originale c’è un riferimento a una bolla, la bolla è rotonda, mettiamo cerchio”. Che poi, anche “La bolla del robot” o “La sfera del robot” non sarebbe stato male. E per quanto riguarda il robot? Non saprei. Magari a pagina 63 passa un automa sullo sfondo. Oppure, ancora meglio: la parola ‘robot’ non appare mai nel romanzo, ma è una metafora, un simbolo della condizione esistenziale apatica, depressa, insoddisfatta dell’America dei rombanti ’50 e un po’ anche dei nostri tempi disgraziati (l’aggancio con la contemporaneità ci vuole sempre). Sto andando a braccio, ma sospetto che l’immancabile Carlo Pagetti nella sua introduzione abbia scritto qualcosa del genere.

E se il titolo non fosse bastato, abbiamo anche la fascetta. “L’ultimo inedito di Philip K. Dick”; ‘ultimo’ in che senso, scusate? Nel senso che è l’ultimo su cui siete riusciti a mettere le mani finora, l’ultimo prima del prossimo ultimo, magari fra sei mesi? Lo chiedo perché quando l’ho visto in libreria, insieme a quel titolo e tutto il resto, per un attimo ho pensato si trattasse davvero di ‘ultimo’ in senso cronologico – che magari fossero i brani sopravvissuti di quel The Owl in Daylight che Dick aveva cominciato a scrivere prima che gli venisse l’ictus 2. Ma The Broken Bubble ha ben poco di ultimo, essendo uno dei primi romanzi mai scritti da Dick. Sospetto però che scrivere sulla fascetta ‘Uno dei tanti romanzi del giovane Philip K. Dick rifiutato dalle case editrici e mai pubblicato se non dopo la sua morte per capitalizzare sul suo nome’ fosse giudicato poco redditizio.
O forse con ‘ultimo’ intendevano dire ‘è l’ultima volta, poi non lo facciamo più, prometto’. Anche perché, scava e scava, ormai li hanno pubblicati tutti. Ho controllato, e ormai di inedito non è rimasto più molto. Tra poco passeranno a pubblicare a tocchi l’Exegesis, quel malloppone allucinato da due-tremila pagine che Dick si mise a comporre dopo le visioni mistiche degli ultimi anni della sua vita e che passa con nonchalance dagli Atti degli Apostoli alle sue convinzioni che noi fossimo intrappolati senza saperlo nel 70 d.C. E quanto sarà finita anche quella? Magari le lettere private di Dick agli amici; qualcosa da spolpare si trova sempre.

Owl in daylight

Un gufo alla luce del sole.

Erano mesi che non mettevo piede in libreria. Ora mi ricordo perché.

—————–


(1) Per carità, ogni tanto lo fanno. Ho apprezzato il fatto che abbiano ripubblicato in italiano i cicli di Riverworld di Philip José Farmer e del Book of the New Sun di Gene Wolfe. Sulla qualità della traduzione non mi pronuncio, non avendoli letti.Torna su


(2) In realtà questo è impossibile. Un edizione di The Owl in Daylight non esiste neanche in lingua originale, dato che Dick ha scritto troppo poco del romanzo prima di morire, e non ha lasciato una traccia di come il romanzo avrebbe dovuto svilupparsi.Torna su

Saggistica: Obedience to Authority

obedience-to-authority.gifAutore: Stanley Milgram
Editore: Harper Perennial
Collana: Modern Thought
Genere: Psicologia / Sociologia

Anno: 1974
Pagine: 224

Difficoltà in inglese: **

Ho sempre trovato irritante quell’abitudine a definire il nazismo come un “male assoluto” o, ancora peggio, come qualcosa di completamente inspiegabile, che non si dovrebbe neanche provare a spiegare. Alcuni lo dicono per educazione, altri perché credono che cercare una spiegazione ai campi di concentramento sia un modo per giustificarli, altri ancora perché genuinamente convinti di questa “assolutezza” irripetibile dell’evento. Di fatto, sono tutti meccanismi mentali per allontanare il problema, per fare finta che non riguardi davvero l’essere umano ‘normale’ e che quindi non ci sia ragione di studiarlo.
Eppure Hannah Arendt l’aveva spiegato piuttosto bene. Assistendo all’interrogatorio di Eichmann a Gerusalemme, ne aveva tratto un quadro che non si accordava con l’idea classica del gerarca nazista sadico e mostruoso. Eichmann appariva come un uomo ‘normale’, fin troppo nella media; non sembrava aver tratto piacere personale dall’atto di far torturare e uccidere ebrei, anzi asseriva di averlo fatto solo perché gli era stato ordinato di farlo. L’unico piacere che aveva provato consisteva nell’idea di aver fatto bene il suo lavoro, e quindi di aver soddisfatto le aspettative dei suoi superiori. Ancora, Eichmann non si sentiva più che tanto responsabile delle proprie azioni: era soltanto un esecutore materiale. Non era stato lui a decidere – aveva semplicemente obbedito.

Un altro studioso, in quegli anni, si stava occupando della natura dell’obbedienza: si chiamava Stanley Milgram ed era un ricercatore di psicologia sociale. Milgram rileva l’ambiguità morale dell’obbedienza: se da parte è un elemento necessario alla convivenza tra esseri umani (obbedienza alle leggi, ai genitori, a un leader, alle norme civili non scritte, eccetera), dall’altro l’obbedienza può spingere l’essere umano a compiere a cuor leggero omicidi e crudeltà assortite (ad esempio il soldato in guerra). Ma l’obbedienza all’autorità, ben lungi dall’essere una presa di coscienza pienamente razionale, sembra essere un meccanismo istintuale ben radicato nella specie umana.
Milgram decide di fare un passo avanti rispetto alle osservazioni empiriche e alle intuizioni della Arendt. Vuole misurare la portata del meccanismo di obbedienza insito in tutti noi. In altre parole: fino a che punto può spingerci l’obbedienza all’autorità? Cosa siamo disposti a fare pur di obbedire agli ordini dell’autorità? Nasce così, nel 1963, quello che oggi è passato alla storia come Milgram experiment.

Adolf Eichmann

L’uomo medio.

L’esperimento
Lascio spiegare allo stesso Milgram come funzioni l’esperimento.
Dato che si tratta di un brano piuttosto lungo e non vorrei che qualcuno se lo perdesse, oltre a trascrivere l’originale lo tradurrò in italiano; il grassetto è mio:

The logic and philosophic aspects of obedience are of enormous aspect, but an empirically grounded scientist eventually comes to the point where he wishes to move from abstract discourse to the careful observation of concrete instances. In order to take a close look at the act of obeying, I set up a simple experiment at Yale University. Eventually, the experiment was to involve more than a thousand participants and would be repeated ay several unversities, but at the beginning, the conception was simple. A person comes to a psychological laboratory and is told to carry out a series of acts that come increasingly into conflict with conscience. The main question is how far the participant will comply with the experimenter’s instructions before refusing to carry out the actions required of him.
[…] Two people come to a psychology laboratory to take part to a study of memory and learning. One of them is designed as a “teacher” and the other a “learner”. The experimenter explains that the study is concerned with the effects of punishment on learning. The learner is conducted into a room, seated to a chair, his arms strapped to prevent excessive movement, and an electrode attached to his wrist. He is told that he is to learn a list of word pairs; whenever he makes an error, he will receive electric shocks of increasing intensity.
The real focus of the experiment is the teacher. After watching the learner being strapped into place, he is taken into the main experimental room and seated before an impressive shock generator. Its main feature is a horizontal line of thirty switches, ranging from 15 volts to 450 volts, in 15-volt increments. There are also verbal designations which range from SLIGHT SHOCK to DANGER – SEVERE SHOCK. The teacher is told that he is to administer the learning test to the man in the other room. When the learner responds correctly, the teacher moves on to the next item; when the other man gives an incorrect answer, the teacher is to give him an electric shock. He is to start at the lowest shock level (15 volts) and to increase the level each time the man makes an error, going through 30 volts, 45 volts, and so on.
The “teacher” is a genuine naive subject who has come to the laboratory to participate in an experiment. The learner, or victim, is an actor who actually receives no shock at all. The point of the experiment is to see how far a person will proceed in a concrete and measurable situation in which he is ordered to inflict increasing pain on a protesting victim. At what point will the subject refuse to obey the experimenter?
Conflict arises when the man receiving the shock begins to indicate that he is experiencing discomfort. At 75 volts, the “learner” grunts. At 120 volts he complains verbally; at 150 he demands to be released from the experiment. His protest continue as the shock escalate, growing increasingly vehement and emotional. At 285 volts his response can only be described as an agonized scream.
[…] For the subject, the situation is not a game; conflict is intense and obvious. On one hand, the manifest suffering of the learner presses him to quit. On the other, the experimenter, a legitimate authority to whom the subject feels some commitment, enjoins him to continue. Each time the subject hesitates to administer shock, the experimenter orders him to continue. To extricate himself from the situation, the subject must make a clear break with authority. The aim of this investigation was to find when and how people would defy authority in the face of a clear moral imperative.

Esperimento Milgram

Una delle stanze dell’esperimento Milgram.

Gli aspetti legali dell’obbedienza sono di enorme importanza, ma uno scienziato di estrazione empirica prima o poi arriva al punto di volersi spostare dal discorso astratto allo studio attento di situazioni concrete. Per dare un’occhiata da vicino all’atto dell’obbedienza, ho messo in piedi un semplice esperimento all’Università di Yale. Alla fine, l’esperimento avrebbe coinvolto più di un migliaio di partecipanti e sarebbe stato ripetuto in diverse università, ma all’inizio l’idea era semplice. Una persona va in un laboratorio di psicologia e gli viene detto di compiere una serie di azioni che entrano progressivamente sempre più in conflitto con la sua coscienza. La domanda principale è fino a che punto i partecipanti obbediranno alle istruzioni dello sperimentatore prima di rifiutarsi di compiere le azioni richieste.
[…] Due persone arrivano in un laboratorio di psicologia per prendere parte in uno studio sulla memoria e l’apprendimento. Uno di loro viene designato come “insegnante”, l’altro come “allievo”. Lo sperimentatore spiega che lo studio riguarda gli effetti delle punizioni sull’apprendimento. L’allievo è condotto in una stanza, viene fatto sedere su una sedia, le sue braccia vengono legate per impedire movimenti eccessivi, e un elettrodo gli viene attaccato al polso. Gli viene detto che dovrà imparare una lista di coppie di parole; ogni voltà che farà un errore, riceverà una scossa elettrica di intensità crescente.
Il vero fulcro dell’esperimento è l’insegnante. Dopo aver guardato l’allievo legato al suo posto, viene portato nella stanza principale dell’esperimento e fatto sedere di fronte a un impressionante generatore di elettricità. La sua caratteristica principale è una riga orizzontale di trenta interruttori, che variano da 15 a 450 volt, con incrementi progressivi di 15 volt. Ci sono anche indicazioni verbali che variano da LEGGERO SHOCK a PERICOLO – SHOCK VIOLENTO. All’insegnante è spiegato che deve somministrare il test all’uomo nell’altra stanza. Quando l’allievo risponde correttamente, l’insegnante passa alla domanda successiva; quando dà una risposta sbagliata, l’insegnante deve dargli una scossa. Deve partire al livello più basso (15 volt) e salire di un livello ogni volta che l’allievo commette un errore, passando a 30 volt, 45 volt, e così via.
L'”insegnante” è un soggetto realmente ignaro che è venuto nel laboratorio per partecipare a un esperimento. L’allievo, o vittima, è un attore che in realtà non riceve alcuna scossa. Il punto dell’esperimento è vedere fino a che punto si spingerà una persona in una situazione concreta e misurabile nella quale gli è ordinato di infliggere un dolore crescente a una vittima che protesta. A che punto il soggetto si rifiuterà di continuare a obbedire lo sperimentatore?
Il conflitto si manifesta quando l’uomo che subisce le scosse comincia a mostrare di provare disagio. A 75 volt, l’allievo grugnisce. A 120 volt si lamenta verbalmente; a 150 chiede di essere rilasciato dall’esperimento. Le sue proteste continuano con l’aumentare delle scosse, diventando sempre più violente ed emotive. A 285 volt le sue reazioni non possono essere descritte altrimenti che come un urlo di agonia.
[…] Per il soggetto, la situazione non è un gioco; il conflitto è intenso e palese. Da una parte, le sofferenze manifeste dell’allievo lo spingono a interrompere l’esperimento. Dall’altra lo sperimentatore, un’autorità legittima verso cui il soggetto avverte una certa dedizione, gli impone di continuare. Ogni volta che il soggetto esita nell’infliggere una scossa, lo sperimentatore gli ordina di continuare. Per districarsi da questa situazione, il soggetto deve compiere una chiara rottura con l’autorità. L’obiettivo di questa indagine è trovare come e quando le persone violeranno gli ordini dell’autorità di fronte ad un chiaro imperativo morale.

Ridotto all’osso, il conflitto che si manifesta nel soggetto dell’esperimento è questo: il bisogno da un lato di far cessare le sofferenze di un proprio simile, da lui stesso procurate e continuamente aumentate; dall’altro, il bisogno di obbedire agli ordini di un’autorità riconosciuta che non si vorrebbe dispiacere. L’equipe di Milgram si aspettava risultati inquietanti, ma non era preparata a ciò che accadde. Nell’esperimento di base, il 65% circa dei soggetti arrivò a premere tutti gli interruttori, infliggendo il massimo dolore possibile (!); la restante percentuale di soggetti si fermò tra la scarica da 300 volt e quella da 375.
Altrettanto interessante della fase centrale dell’esperimento è il debriefing finale: al soggetto viene rivelata la vera natura dell’esperimento e che la vittima non ha veramente ricevuto gli shock, per osservare le sue reazioni. Generalmente il comportamento misurato nei soggetti è un visibile rilassamento e sollievo. Quando viene loro chiesto perché non si siano fermati nonostante le proteste e le sofferenze dell’allievo, le risposte variano, ma nella maggior parte dei casi hanno questo tenore: avrei voluto smettere, ma non ho potuto; non volevo violare l’esperimento; non è colpa mia, ho fatto quello che mi era stato detto di fare; mi sono attenuto alle regole, è stato lui (l’allievo) a violarle mettendosi a protestare; e così via.

Diagramma dell'esperimento Milgram

Schema dell’esperimento di base. “L” sta per Learner (Allievo), “T” per Teacher (Insegnante, il soggetto), “E” per Experimenter (Sperimentatore, o scienziato).

Il libro
Obedience to Authority viene pubblicato nel 1974, nove anni dopo i primi esperimenti. Benché il libro non sia diviso in parti, si possono distinguere due sezioni.
Nei primi nove capitoli, Milgram descrive in dettaglio l’esperimento: all’inizio vengono spiegate con precisione tutte le sue parti, dalla scelta dei candidati alle modalità delle misurazioni al debriefing; poi vengono mostrati e commentati i risultati di questa prima batteria di esperimenti, e vengono raccontati nel dettaglio i casi di alcuni soggetti particolarmente significativi; quindi vengono illustrate tutta una serie di variazioni sull’esperimento iniziale per studiare i cambiamenti nel comportamento dei soggetti al cambiamento di alcune condizioni. Questa prima parte è scritta in modo molto piano e limpido – Milgram ha il dono (non comune tra gli scienziati) di farci vedere in modo chiaro e trascinante le varie esperienze di cui è stato testimone durante gli esperimenti.
La seconda parte è più teorica e quindi, nonostante la chiarezza dello stile di scrittura, più difficile da leggere (specialmente in inglese). Milgram passa dall’esposizione dei risultati dell’esperimento al tentativo di spiegare come funzioni il meccanismo dell’obbedienza nell’essere umano. Chiudono il libro un capitolo dedicato ai problemi metodologici dell’esperimento e una conclusione generale.

Le parole di Milgram nel raccontarci gli esperimenti non lasciano dubbi: il comportamento dei soggetti non è mai determinato, se non in pochissimi casi, da un impulso sadico nei confronti della vittima. Gli “insegnanti” non provano piacere in quello che fanno; al contrario, registrano un livello di stress e di malessere crescente nei soggetti mano a mano che si va avanti nell’esperimento. Il soggetto vorrebbe smettere, e spesso prova a farlo, esitando, pregando o chiedendo apertamente allo scienziato di interrompere il test. Ma è la presenza fisica dello scienziato, e le sue intimazioni ad andare avanti ad ogni costo, a ‘costringerlo’ a proseguire.
Questo conflitto è chiarito ulteriormente nelle variazioni dell’esperimento di base. Alcune riguardano la distanza. Più la vittima è allontanata dal soggetto, meno quest’ultimo si sente responsabile e più diminuisce la percentuale di soggetti che si rifiutano di andare avanti; viceversa, più la vittima si avvicina al soggetto più questo diventa restio (ad esempio, la percentuale di coloro che interrompono l’esperimento aumenta di molto nei casi in cui il soggetto, per amministrare le scosse, deve toccare fisicamente la vittima).

Esperimento Milgram

La macchina del male.

Altrettanto cruciale è la percezione che si ha dell’autorità: la sensazione di farlo ‘per il bene della scienza’, e che gli scienziati hanno ragione, è un elemento molto importante, e spesso addotto dai soggetti per spiegare la loro diminuzione di senso di colpa. “E’ uno scienziato, sa quello che sta facendo” è una frase ricorrente. Se si diminuisce con vari mezzi l’autorità dello scienziato o dell’ambiente in cui si sta svolgendo l’esperimento, aumenta il senso di responsabilità dei soggetti e quindi la percentuale di coloro che si fermano. Hanno quindi ragione coloro che dicono che i nazisti che parteciparono al genocidio degli ebrei sposavano almeno in parte l’ideologia hitleriana, o quantomeno ne riconoscevano l’autorità; magari in modo passivo, ma comunque con un certo grado di accettazione.
Un altro fattore importante sembra essere il livello di istruzione. Persone poco istruite, poco abituate al ragionamento astratto e all’abitudine a mettersi nei panni degli altri sono più prone all’ubbidienza; esemplare il caso di un saldatore italoamericano, un soggetto dal carattere quasi animalesco, incapace di provare la minima empatia verso la vittima, o il benché minimo senso di colpa. Ecco uno stralcio dal debriefing:

The experimenter routinely asks him whether the experiment has any other purpose he can think of. He uses the question, without any particular logic, to denigrate the learner, stating, “Well, we have more or less a stubborn person (the learner). If he understood what this here was, he would’a went along without getting the punishment”. In his view, the learner brought punishment on himself.
[…] The experimenter has great difficulty in questioning the subject on the issue of responsibility. He does not seem to grasp the concept. The interviewer simplifies the question. Finally the subject assigns major responsibility on the experimenter: “I say your fault for the simple reason that I was paid for doing this. I had to follow orders. That’s how I figured it”.

Al contrario, livelli d’istruzione più alti aumenterebbero il senso di responsabilità individuale (il che non significa che questi soggetti siano spesso in grado di sottrarsi all’autorità dello scienziato). Ancora: soggetti insicuri tendono più facilmente a identificarsi nell’autorità o a ricercare la sua approvazione rispetto a soggetti con un forte senso di sé e dei propri valori, che invece oppongono più resistenza. Il libro descrive poi ulteriori variazioni, per esempio esperimenti con soggetti donna (che producono le stesse percentuali) o con soggetti multipli, ma non entrerò nel dettaglio: leggeteli, perché sono veramente interessanti.

Glados

Do it. For science.

Se i risultati dell’esperimento sono lì, e sono indiscutibili, più incerte sono le interpretazioni che Milgram costruisce su di essi. Sono comunque terribilmente affascinanti. Muovendo da un’analogia con la robotica, Milgram parla di agentic shift: un meccanismo che scatta nel momento in cui l’individuo si sottomette a una gerarchia, e quindi delega la proprie scelte ai propri superiori e cessa di ritenersene responsabile (o quantomeno diminuisce il proprio senso di responsabilità). L’individuo si sente così come il “braccio” di una volontà che sta fuori e sopra di lui:

The essence of obedience consists in the fact that a person comes to view themselves as the instrument for carrying out another person’s wishes, and they therefore no longer see themselves as responsible for their actions. Once this critical shift of viewpoint has occurred in the person, all of the essential features of obedience follow.

E ancora:

How is it that a person who is usually decent and courteous acts with severity against another person within the experiment? He does so because conscience, which regulate impulsive aggressive action, is per force diminished at the point of entering a hierarchical structure.

Lo scattare di questa soglia varia da individuo a individuo a seconda della sua personalità e del suo background di esperienze; ma essa sarebbe innata nella specie umana. Cosa ancora più affascinante, Milgram spiega questo meccanismo in termini darwiniani. L’essere umano è sopravvissuto all’estinzione unendosi ai propri simili e collaborando con loro; la selezione naturale ha quindi favorito quei tratti istintuali che favorivano la vita in gruppo. La delega della propria autonomia all’autorità del gruppo (che può essere un leader carismatico, una casta istituzionale, un’assemblea collettiva, eccetera), garantendo ordine e armonia al suo interno, rafforza il gruppo e aumenta le sue possibilità di sopravvivenza. E’ ironico (o inquietante, a scelta) pensare che lo stesso meccanismo che ha favorito la sopravvivenza della specie umana nella giungla della selezione naturale, sia anche ciò che ha reso possibili crudeltà di massa come l’Olocausto. Al contrario della vulgata comune sull’unicità del nazismo, Milgram ci avverte che, in potenza, c’è un Adolf Eichmann in ognuno di noi.

Conclusione
Quando si parla di esperimenti sociali sull’obbedienza e sulla trasformazione morale degli individui in condizioni estreme, il primo esempio che viene alla mente è sempre l’esperimento carcerario di Stanford condotto da Philip Zimbardo. Effettivamente, Milgram e Zimbardo si mossero nella stessa direzione e raggiunsero gli stessi risultati. Tuttavia l’esperimento di Zimbardo è famoso per la sua spettacolarità più che per il suo rigore; perché venne sospeso, e non per l’inoppugnabilità dei suoi risultati. L’esperimento di Milgram è migliore, non solo perché misurabile con precisione, ma anche perché “facilmente” ripetibile. E infatti è stato ripetuto, più volte, in diversi luoghi del mondo e in decadi diverse – e le percentuali sono sempre le stesse (con piccoli scarti)! Ciò significa che i risultati dell’esperimento di Milgram non sono più dubitabili, a meno di mettere in discussione la validità stessa della metodologia alla base.
E ho solo sfiorato la superficie di quella miniera d’oro di intuizioni sulla natura umana e sulle caratteristiche dell’obbedienza che è il saggio di Milgram. Volevo farvi venire l’acquolina in bocca – ora dovete correre a leggerlo. Obedience to Authority è uno dei saggi più belli e interessanti che abbia mai letto, oltre ad essere scritto in una prosa facile, scorrevole e acchiappante. E’ anche uno dei pochi saggi che abbia mai letto interamente in inglese nella mia breve vita, e non ho mai avuto problemi (salvo in qualche passaggio nell’ultima parte, quella teorica). E’ un vero peccato che in Italia sia così poco noto, tanto che non mi risulta che ci sia una traduzione italiana attualmente in circolazione.

Gli esperimenti condotti da Milgram – e in particolare il racconto dettagliato del comportamento di alcuni dei soggetti – sono anche ottimo materiale per qualsiasi scrittore. L’ambiguità stessa del concetto di obbedienza e del comportamento dell’essere umano medio in queste circostanze sono uno strumento fantastico per tratteggiare personaggi più complessi. Il conflitto (sia quello interno che quello esterno) si alimenta di ambiguità, e il conflitto è uno dei pilastri di una narrativa avvincente.

Dove si trova?
Un anno fa, ho comprato Obedience to Authority su Amazon.com al prezzo di 10,50 $ circa (più spese di spedizione) – un prezzo più che onesto per un libro così bello e che vale la pena di tenere in libreria, per prenderlo in mano e sfogliarlo quando si vuole.
Ho comunque scoperto che ora si trova anche su Bookfinder e su Library Genesis in formato pdf. E’ un file di cattiva qualità che sarebbe difficile convertire in altri formati, tuttavia consiglio di scaricarlo e darci un’occhiata: se si è abbastanza incuriositi da voler andare avanti, si può passare all’originale e finire di leggerselo cartaceo.

Chi devo ringraziare?
Qui il merito va tutto al buon Taotor. Sapendo che lui bazzica l’ambiente psico-sociologico, gli avevo chiesto ragguagli sul libro di Festinger su cui ho scritto un articolo quattro mesi fa, Quando la profezia non si avvera: l’avevo visto tra le novità del Mulino e lo volevo. Taotor colse la palla al balzo e oltre che di Festinger mi parlò anche di Milgram, che un anno fa conoscevo solo di nome:

Per esempio, il più famoso esperimento di Psicologia Sociale è il Milgram Experiment, i cui risultati spiegano in parte l’obbedienza per esempio dei soldati nazisti nel commettere atti atroci – e Stanley Milgram è lo stesso genio che ha condotto un esperimento in cui rimaneva fermo in mezzo a una strada a fissare la finestra di un palazzo, e man mano alcuni suoi collaboratori facevano lo stesso, e più il gruppo diventava grande, più alto era il numero di persone che guardava nella stessa direzione, lol.

Che dire – il libro di Milgram è ancora più figo di quello di Festinger. Thx Taotor ^-^

It's Milgram Time

Una nota finale
Voglio chiudere l’articolo con una nota positiva. Ho detto che molti di noi – io stesso? – probabilmente si comporterebbero come Eichmann posti in una situazione simile. Ma questo non giustifica Eichmann né tutti gli altri. La teoria di Milgram non annulla la responsabilità individuale. Resistere all’autorità, vagliare ogni suo ordine e rifiutare quelli che ci appaiono inaccettabili, è possibile. Riporto il caso di Gretchen Brandt, un’emigrata tedesca di trentun’anni che da adolescente ha vissuto nella Germania di Hitler:

Ad the administration of 210 volts, she turns to the experimenter, remarking firmly: “Well, I’m sorry. I don’t think we should continue.”
“The experiment requires that you go on until he has learned all the words pairs correctly.”
“He has a heart condition, I’m sorry. He told you that before”.
“The shocks may be painful but they are not dangerous”.
“Well, I’m sorry, but I think when shocks continue like this, they are dangerous. You ask him if he wants to get out. It’s his free will.”
“It is absolutely essential that we continue…”
“I like you to ask him. We came here of our free will. […] I don’t want to be responsible for anything happening to him. I wouldn’t like it for me either.”
[…] She refuses to go further and the experiment is terminated. The woman is firm and resolute throughout. She indicates in the interview that she was in no way tense or nervous, and this corresponds to her controlled appearance throughout.
[…] The woman’s straightforward, courteous behavior in the experiment, lack of tension, and total control of her own action seems to make disobedience a simple and rational deed. Her behavior is the very embodiment of what I had initially envisioned would be true for almost all subjects. Ironically, Gretchen Brandt grew to adolescence in Hitler’s Germany and was for the great part of her youth exposed to Nazi propaganda. When asked about the possible influence of her background, she remarks slowly, “Perhaps we have seen too much pain.”