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E adesso, cosa leggerà il Tapiro?

TapiroulantMi trovo, in questo periodo, ad aver scaricato un bel po’ di roba da leggere, ma di non sapere da cosa cominciare. Per cui ho pensato di coinvolgere i lettori del blog in un simpatico giuoco: cosa volete che legga?
Più volte mi è capitato che mi chiedeste un parere su qualcosa che non avevo letto. Questa è la vostra occasione per convincermi a leggere qualcosa che a voi è piaciuto e sul quale volete conoscere la mia opinione; o qualcosa che non sapete se valga la pena leggere, e volete che sia io a fare la prova; o qualcosa che non avvicinereste mai neanche con un bastone ma che cionondimeno vi tormenta nei vostri sogni; eccetera. Ho aperto un sondaggio (il box è nella colonna destra, sotto il bel faccino del Colonnello Campbell) inserendo cinque categorie o sottogeneri del fantastico che mi stuzzicano al momento – Cyberpunk, New Weird, Sword & Sorcery, New Wave, Sci-fi contemporanea – più un generico “Altro”. Se tra i libri di queste categorie leggerò qualcosa di mio particolare gradimento, potrebbero scapparci articoli e, perché no, Consigli del Lunedì.
Il sondaggio ha valore consultivo, nel senso che sono curioso di sapere la vostra opinione e i vostri gusti, ma poi faccio quello che mi pare. Inoltre, i pareri motivati hanno un potere persuasivo svariate volte maggiori di un semplice numero statistico: perciò, se volete convincermi, accompagnate sempre il vostro voto con un commento! Infine, potete scegliere una sola categoria: non vale dire “ti consiglierei il cyberpunk ma anche il new weird non è male, e non tralasciamo la buona vecchia sword & sorcery”.

Qui di seguito, ecco un breve commento a ciascuna delle cinque categorie. Ogni sezione è accompagnata da un elenco di autori che ho particolarmente voglia di leggere. Ricordatevi, se non conoscete bene i sottogeneri o i suoi autori, di seguire i link e informarvi un attimo prima di votare.

Ragazza con piovra

Tra le cinque, non ho inserito la categoria "Hentai tentacolare". D'altronde non ho bisogno dei vostri voti per andare a guardarmeli.

Cyberpunk.
Mi è stato chiesto spesso se avessi mai letto del cyberpunk e cosa ne pensassi di questo o quell’altro romanzo. Beh, ecco la vostra occasione di convincermi; in questa categoria ho inserito tanto autori del cyberpunk prima maniera (cupo e distopico) tanto quello più light degli ultimi anni (da alcuni chiamato post-cyberpunk).
Tra gli autori che mi incuriosiscono:
William Gibson: la trilogia dello Sprawl (Neuromancer, Count Zero, Mona Lisa Overdrive) e la trilogia del Ponte (Virtual Light, Idoru, All Tomorrow’s Parties).
Bruce Sterling: Schismatrix, Islands in the Net, Heavy Weather.
Neal Stephenson: Snow Crash, The Diamond Age. Di Stephenson a dire il vero mi incuriosiscono anche i lavori non legati al Cyberpunk, come Cryptonomicon e il Baroque Cycle.

New Weird.
A parte la Bizarro Fiction, il New Weird mi sembra oggi il filone più vitale del Fantasy. Se non ho capito male, l’ambizione del New Weird è creare mondi estremamente fantasiosi e curati, ma al contempo estremamente coerenti.
Tra gli autori che mi incuriosiscono:
Jeff VanderMeer: City of Saints & Madmen, Veniss Underground, Finch (quest’ultimo recensito qui da Gamberetta, che ha una moderata adorazione per il panzone olandese).
China Mieville: la trilogia di Bas-Lag (Perdido Street Station, The Scar, The Iron Council), The City & The City, Embassytown.
Mary Gentle: Rats and Gargoyles, Ash: A Secret History. In realtà non ho capito se la Gentle sia New Weird o meno, ma VanderMeer la mette in lista, e nel dubbio mettiamocela anche noi!
Felix Gilman: Thunderer, The Half-Made World (quest’ultimo recensito da Gamberetta in questo articolo).

New Wave.
Con “fantascienza New Wave” si intende una serie di opere sci-fi uscite negli anni ’60 e ’70 che si distinguevano per una maggior cura stilistica (fino a deteriori eccessi da Literary Fiction) e una maggiore attenzione a delineare psicologia dei personaggi e intreccio 1.
La New Wave è probabilmente la categoria in assoluto più rappresentata su questo blog, con scrittori come Dick, la LeGuin, Spinrad, Moorcock, Ballard, di cui ho parlato e tornerò a parlare ancora. Ma questo periodo ha prodotto tonnellate di narrativa di qualità, e ci sono ancora un sacco di autori che non ho esplorato e che mi piacerebbe assaggiare. Tra gli autori che mi incuriosiscono:
Samuel R. DelanyBabel-17, The Einstein Intersection, Nova, Dhalgren.
Thomas M. Disch: The Genocides, Camp Concentration, 334, On Wings of Songs, The Priest: A Gothic Romance.
Robert Silverberg: The World Inside, The Book of Skulls, Dying Inside, The Stochastic Man, Shadrach in the Furnace.
Frederik Pohl: The Space Merchants (con Cyril M. Kornbluth), Man Plus, Jem, Gateway.
Theodore Sturgeon: The Dreaming Jewels, More Than Human, The Cosmic Rape.
Christopher Priest: The Inverted World, The Space Machine (al quale accenna il Duca in questo articolo), The Affirmation, The Prestige.
E ancora, la famosissima antologia Dangerous Visions curata da Harlan Ellison, che un po’ mi vergogno di non avere ancora letto.

Harlan Ellison

Harlan Ellison dopo aver scoperto che non ho letto Dangerous Visions.

Sword & Sorcery.
Con Sword&Sorcery si intende un sottogenere del Fantasy che recupera l’ambientazione magica e pre-tecnologica dell’High Fantasy ma rinuncia ai pipponi epici in favore di trame più avventurose e scanzonate. In genere, ma non sempre, la Sword&Sorcery ha preso la forma di racconti o di storie a puntate autoconclusive. E’ il genere più simile a un moderno serial televisivo che abbia mai avvicinato. Sono ben conscio che il 90% del sottogenere (per fare una stima gentile) sia spazzatura, ma come ci insegna Alberello, anche a frugare in una discarica qualche tesoro lo si trova.
Tra gli autori che mi incuriosiscono:
Fritz Leiber: The Books of Lankhmar, che raccolgono le avventure di Fafhrd e del Gray Mouser.
Jack Vance: la trilogia di Lyonesse. Sempre di Vance, ho già letto la tetralogia Tales of the Dying Earth, di cui parlerò in futuro.
Poul Anderson: The Broken Sword, Three Hearts & Three Lions. In realtà di Anderson mi stuzzica un sacco anche la fantascienza (High Crusade, Tau Zero, Orion Shall Rise), ma quella la leggerò di sicuro qualunque cosa diciate!
Gene Wolfe: la tetralogia The Book of the New Sun, celebrata come capolavoro dagli scrittori più diversi (da Thomas Disch a Michael Swanwick).

Sci-fi contemporanea.
Nell’ultimo decennio e mezzo, sembra che la fantascienza abbia vissuto una nuova rinascita, soprattutto – ma non solo – nel campo dell’Hard SF e della Space Opera. Gli argomenti spaziano tra un rinnovato interesse per la conquista del Sistema Solare e dello spazio profondo, alle intelligenze artificiali, alla Rete e alle sue comunità, alle singolarità tecnologiche, al declino statunitense. Tra gli autori che mi incuriosiscono di più:
Greg Egan: Permutation City e la raccolta Oceanic.
Charles StrossSingularity Sky, Accelerando, Glasshouse, Halting State.
Ted Chiang: la raccolta Stories of Your Life and Others, il romanzo The Lifecycle of Software Objects (sì, sembra il titolo di un saggio ma è un romanzo!).
Paolo BacigalupiThe Windup Girl (di cui ha parlato anche Giobblin, in questo breve articolo), la raccolta Pump Six and Other Stories.
Cory Doctorow: Down and Out in the Magic Kingdom, Someone Comes to Town, Someone Leaves Town, o la raccolta A Place so Foreign and Eight More. Molti di voi forse lo conosceranno per il saggio Content e per il romanzo YA Little Brother, libri di cui Gamberetta ha parlato rispettivamente qui e qui.

E se avete altri sottogeneri che vi stimolano più di questi, votate “Altro” e parlatemene nei commenti^^
Nell’attesa di qualche risultato utile, torno ai miei Swanwick e Vance e ai miei saggi storici.

Discarica

Alberello va in vacanza.

(1) Faccio una precisazione. Generi e sottogeneri della narrativa sono, già di per sé, concetti un po’ fluide; le categorie “cronologiche” (come New Wave o Golden Age), poi, sono particolarmente imprecise, e bisogna prenderle con le pinze. E’ facile trovare opere che, pur essendo state scritte prima, sono pienamente New Wave (es. A Canticle for Leibowitz, del 1959), ed altre che, scritte in pieno periodo New Wave, in realtà sono più vicine allo spirito del periodo precedente (es. Ringworld, del 1970, o Rendezvous with Rama, del 1972).Torna su

I Consigli del Lunedì #13: The Death of Grass

Morte dell'erbaAutore: John Cristopher (pseudonimo di Samuel Youd)
Titolo italiano: Morte dell’erba
Genere: Science Fiction / Apocalyptic SF / Social SF / Horror
Tipo: Romanzo

Anno: 1959
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 230 ca.
Difficoltà in inglese: **

La Cina è in pericolo. In tutto il subcontinente si sta diffondendo un virus, ribattezzato Chung Li, che infetta e distrugge le piantagioni di riso, lasciando al loro posto la nuda terra. La gente comincia a morire di fame, rivolte scoppiano in tutta la nazione, la Cina sembra condannata a precipitare nella barbarie. Il vecchio Occidente guarda con compassione il tracollo dell’Estremo Oriente, ma anche con una certa tranquillità: da loro, una cosa del genere non potrebbe mai accadere. Ma che succede, quando una mutazione dello stesso virus, capace di distruggere l’erba in ogni sua forma – il mais, l’orzo, la segale, il miglio, il sorgo, il grano – comincia a diffondersi in tutto il mondo?
E’ con questa situazione che si trovano a dover fare i conti i due fratelli Custance: John, colto e brillante ingegnere londinese, e David, che ha ereditato dal nonno la fattoria nella remota vallata di Blind Gill e si è convertito alla vita di campagna. E quando le cose precipitano anche nella civile Inghilterra, quando diventa chiaro che non ci si può più fidare del governo e delle notizie che danno alla radio, ma solo delle proprie risorse, John capisce che l’unica speranza di salvezza sta nel raggiungere il più presto possibile la valle del fratello. Ad accompagnarlo, la sofisticata ma fragile moglie Ann, i due figli, il cinico amico di famiglia Roger (con moglie al seguito) e il gelido cecchino Pirrie. Ma il viaggio attraverso l’Inghilterra apocalittica è destinato a cambiare per sempre lui e tutti quelli che li accompagnano…

Oggi propongo ai miei lettori un romanzo diverso dai soliti che passano su Tapirullanza. Invece dei lampi di creatività delle ultime settimane, il libro di oggi è crudo, conciso, funzionale.
The Death of Grass è speculative fiction nella sua accezione più “pura”: un what if in cui il mondo è esattamente il nostro (o meglio, com’era ai tempi in cui è stato scritto il romanzo, gli anni ’50), ma con una variabile cambiata. Che succederebbe se nascesse un virus che distrugge ogni tipo di erba e si diffonde rapidamente? Come reagirebbero i governi e l’opinione pubblica? Con che tempistica e con quali contromisure? Quali trasformazioni sulla società? Chi si salverebbe, e chi sarebbe lasciato indietro?

Dr. House vairus

Lui l’aveva capito subito.

Uno sguardo approfondito
Il libro non parte nel migliore dei modi, con un prologo che definire orrendo sarebbe un complimento. Ambientato molti anni prima l’inizio della vicenda vera e propria, ci mostra John e David bambini durante una visita a Blind Gill assieme alla madre. C’è di tutto: infodump a manetta, peraltro in gran parte su elementi di nessuna importanza per la trama (la storia del ramo materno della famiglia Custance), pov balengo (con un onnisciente che a seconda del momento si avvicina a uno dei personaggi per poi riallontanarsi), totale mancanza di hook per il lettore (che non soltanto si annoia, ma non capisce quale sia il punto del libro). Nella vicenda principale – ossia il virus Chung Li e le sue conseguenze – verremo introdotti solo a partire dal capitolo uno, e in modo molto graduale.
Ora, posso capire che il prologo inserisca elementi molto importanti nell’economia della trama, ossia Blind Gill, i due protagonisti e il loro rapporto con la summenzionata valle. Ma c’erano un’infinità di modi più eleganti, meno noiosi e meno clueless di farlo, come partire con il primo capitolo (peraltro ancora ambientato a Blind Gill, ma coi protagonisti adulti), e far loro rievocare quel momento della loro infanzia intanto che viene introdotto nella storia l’argomento “Chung Li”.

Andando avanti, il libro migliora e la storia si fa più interessante, ma ho voluto da subito chiarire un punto: Cristopher non è un virtuoso della penna, anzi. Lo stile è quello grezzo e funzionale, molto raccontato, di molta fantascienza priva di pretese stilistiche degli anni ’40-’50. Con l’eccezione di Blind Gill, il cui carattere di conca chiusa su tre lati da montagne e dal fiume le dà un certo fascino da fortezza inespugnabile, gli ambienti in cui i personaggi si muovono sono scialbi e anonimi.
Anche la descrizione dei personaggi è minimale e statica. Molti di essi risultano per il lettore dei nomi volanti o poco più; solo a poco a poco (e solo per alcuni di loro), gli eventi della storia ne mettono a nudo caratteristiche che li rendono riconoscibili. L’effetto a volte è straniante. Prendiamo Millicent, la giovane mogliettina di Pirrie: quando ci viene presentata, è una tizia del tutto anonima. Per diversi capitoli, il suo ruolo è di fare tappezzeria. All’improvviso, scopriamo che Millicent è una sexy seduttrice con un brutto rapporto col marito; e il lettore deve completamente ridisegnare l’immagine mentale che si era fatto del personaggio. E’ come se solo in questo momento, l’autore l’abbia messa a fuoco – come se fino ad adesso si fosse dimenticata di lei. Spesso Christopher dà l’impressione che, pur avendo un’idea chiara del canovaccio e degli avvenimenti principali della storia, improvvisi molte situazioni minori; e che quindi, per esempio, Millicent non sia sempre stata una gatta morta professionista, ma si “trasformi” in essa secondo l’estro del momento dell’autore. Anche altre scene, molto importanti per l’evoluzione dei personaggi – come il rapimento di Ann e dei figli – sembrano improvvisate, rabberciate. Un bravo scrittore, invece, prepara in anticipo tutti i successivi sviluppi di trama, in modo che anche i colpi di scena, visti col senno di poi, vengano percepiti dal lettore come naturali.

Marijuana addio

Dimenticatevi anche questa.

Non che la scrittura di John Cristopher sia del tutto priva di pregi. A parte il prologo e occasionali sbandamenti, il pov è sempre mantenuto nelle vicinanze di John. Questa scelta, soprattutto nei capitoli post-apocalittici del romanzo, dà alla storia una bella sfumatura da survival horror, perché assistiamo allo sfacelo della civiltà attorno al protagonista ma non sappiamo cosa stia esattamente succedendo aldilà di ciò di cui fa esperienza diretta.
Ancora: mentre il background londinese di John e della sua cerchia di intimi ci è fornita con infodump del narratore abbastanza indigesti, il progresso del virus Chung Li è spesso descritto attraverso i dialoghi dei personaggi. In questo modo le informazioni risultano meno astratte, e colorite del timbro e delle preoccupazioni dei protagonisti. Inoltre Christopher riesce ad aggirare la trappola dell’As you know, Bob, inserendo sempre, in questi dialoghi, almeno un personaggio all’oscuro della vicenda e che verosimilmente ne viene informato.
Alcuni personaggi, poi, sono riusciti ottimamente e rimangono memorabili, come Pirrie 1.

Aldilà dei limiti e delle brutture tecniche, la cosa che salta all’occhio della prosa di The Death of Grass è la sua estrema funzionalità. Prologo svagato a parte, Cristopher rinuncia a tutti i fronzoli e a tutte le divagazioni. Ogni avvenimento muove la trama, ogni dettaglio è utile – non c’è nulla di superfluo, anzi al contrario, talvolta sembra che lo scrittore vada anche troppo di fretta. The Death of Grass è strutturato come un romanzo a tesi; ossia, un romanzo che vuole dimostrare qualcosa, in cui la conclusione rappresenta la tesi dimostrata, e lo svolgimento i passaggi intermedi dell’argomentazione. Tutto ciò che esula da questo “procedimento dimostrativo”, è tagliato fuori dalla storia.
E’ poi curioso notare come questa stessa prosa scialba, che sembra semplicemente trascurata nella prima parte della storia, sia in grado di dare al romanzo un taglio crudo e cinico quanto più si va avanti. Cristopher racconta nello stesso modo di John che va al lavoro, e di John che pochi giorni dopo ammazza degli innocenti per rubargli il cibo, ed è questo ad inquietare il lettore. Alcune scene – come il finale – con la loro secchezza e rapidità, sono indimenticabili.

Terra brulla

Un prato all’inglese dopo il passaggio di Chung Li.

Soprattutto, Cristopher dà prova di grande lucidità e intelligenza nell’affrontare l’argomento del suo libro, ossia fin dove può spingersi – e quanto rapidamente – un uomo precipitato in condizioni di estrema necessità. Si tratta di un argomento che molto facilmente poteva sfociare in retorica moralista, ma Cristopher riesce a mantenere un taglio freddo e distaccato, quasi scientifico. Con grande intelligenza sono trattati anche tutte le questioni correlate, come la lentezza dei governi nel prendere misure impopolari; che tipo di organizzazioni umane possono nascere dalle ceneri di uno Stato moderno, e secondo che criteri si organizzeranno; su quali alimenti potrà fare affidamento l’uomo in mancanza delle graminacee; che rapporto ci sia tra i valori di un gruppo umano e le condizioni ambientali in cui si trova a vivere.
La trasformazione psicologica ed etica dei personaggi nel corso della storia è meno spettacolare ed esagerata rispetto a quanto accade, per esempio, in High Rise di Ballard; le loro azioni sono meno eclatanti e rimangono più razionali, anche nella loro crudezza. Tuttavia, proprio per questo motivo, sono anche più credibili. Ti viene da pensare che davvero, in una situazione del genere, anche tu potresti diventare come uno di loro. E questo, senza il bisogno degli infiniti e ripetitivi pipponi psicologici alla King 2.
Certo: anche in The Death of Grass, non tutti gli sviluppi psicologici sono del tutto convincenti, e alcuni passaggi sono decisamente troppo bruschi, come la trasformazione di John da normale padre di famiglia a “capoclan”. Ma prevale la sensazione di trovarsi in uno scenario verosimile, che non sta a più di un passo di distanza dal mondo reale. Anche nelle premesse apocalittiche: non si tratta di un’apocalisse zombie, né di un olocausto nucleare (anche se le atomiche avranno un ruolo nella storia), né di un cataclisma alla Emmerich, o altre amenità fantascientifiche. La premessa è la “banale” scomparsa di uno degli elementi fondamentali della nostra alimentazione e del nostro sistema produttivo. In The Death of Grass c’è così poco “fantastico”, che sembra quasi un Mainstream.

In conclusione: John Cristopher controbilancia uno stile grezzo e spesso insipido con una storia veloce, raccontata con onestà e che va dritta al punto, e soprattutto, con una capacità di penetrazione della psicologia umana e della società moderna che non si vede tutti i giorni.
The Death of Grass è un romanzo che vale la pena leggere, che piaccia o meno la fantascienza. E poi, è piaciuto pure a quell’incolto di Dago!

Bear Grylls

Lui saprebbe cosa fare.

Dove si trova?
Fino a una settimana fa avrei detto che il romanzo in lingua originale si poteva scaricare da library.nu. Ora posso comunque dire che il libro si trova su Bookfinder, su Library Genesis (torrent) e su mIRC; non c’è, invece, su FreeBookSpot.
Su Emule si trovano versioni italiane in pdf, rtf, doc e epub.

Chi devo ringraziare?
Ho scoperto l’esistenza di John Cristopher e del suo romanzo grazie al Duca, che l’ha nominato accanto a Leibowitz nei commenti a questo post come esempio di “romanzi di idee che sono anche scritti bene” (commento #23). Al #27 fa anche un paragone con Leibowitz, mentre al #26 parla di un altro romanzo di Cristopher, Una ruga sulla terra. Quest’ultimo mi sembra inferiore sotto ogni punto di vista a Morte dell’erba e quindi dubito che lo leggerò.

Qualche estratto
Il primo estratto è preso dal primo capitolo, ed è un brano della conversazione tra John, Ann e David a proposito della crisi in Cina e della natura del virus Chung Li – non solo fornisce molte informazioni importanti in modo piacevole e colorato, ma al contempo ci dà un’istantanea del tono compassionevole ma distaccato del benestante beneducato quando parla delle disgrazie altrui. E’ un po’ lungo, ma vale la pena di leggerlo.
Il secondo estratto, più avanti nel libro, mostra invece la pianificazione dell’uccisione di guardie che bloccano la strada; e si capisce che le cose sono già cambiate…

1.
‘This peaceful land,’ Ann said. ‘You are lucky, David. […] There’s such a richness everywhere. Look at all this, and then think of the poor wretched Chinese.’
‘What’s the latest? Did you hear the news before you came out?’
‘The Americans are sending more grain ships.’
‘Anything from Peking?’
‘Nothing official. It’s supposed to be in flames. And at Hong Kong they’ve had to repel attacks across the frontier.’
‘A genteel way of putting it,’ John said grimly. ‘Did you ever see those old pictures of the rabbit plagues in Australia? Wire-netting fences ten feet high, and rabbits — hundreds, thousands of rabbits — piled up against them, leap-frogging over each other until in the end either they scaled the fences or the fences went down under their weight. That’s Hong Kong right now, except that it’s not rabbits piled against the fence but human beings.’
‘Do you think it’s as bad as that?’ David asked.
‘Worse, if anything. The rabbits only advanced under the blind instinct of hunger. Men are intelligent, and because they’re intelligent you have to take sterner measures to stop them. I suppose they’ve got plenty of ammunition for their guns, but it’s certain they won’t have enough.’
‘You think Hong Kong will fall?’
‘I’m sure it will. The pressure will build up until it has to. They may machine-gun them from the air first, and dive-bomb them and drop napalm on them, but for every one they kill there will be a hundred trekking in from the interior to replace him.’
‘Napalm!’ Ann said. ‘Oh, no.’
‘What else? It’s that or evacuate, and there aren’t the ships to evacuate the whole of Hong Kong in time.’ David said: ‘But if they took Hong Kong — there can’t be enough food there to give them three square meals, and then they’re back where they started.’
‘Three square meals? Not even one, I shouldn’t think. But what difference does that make? Those people are starving. When you’re in that condition, it’s the next mouthful that you’re willing to commit murder for.’
‘And India?’ David asked. ‘And Burma, and all the rest of Asia?’
‘God knows. At least, they’ve got some warning. It was the Chinese government’s unwillingness to admit they were faced with a problem they couldn’t master that’s got them in the worst of this mess.’
Ann said: ‘How did they possibly imagine they could keep it a secret?’
John shrugged. ‘They had abolished famine by statute — remember? And then, things looked easy at the beginning. They isolated the virus within a month of it hitting the rice-fields. They had it neatly labelled — the Chung-Li virus. All they had to do was to find a way of killing it which didn’t kill the plant. Alternatively, they could breed a virus-resistant strain. And finally, they had no reason to expect the virus would spread so fast.’
‘But when the crop had failed so badly?’
‘They’d built up stocks against famine — give them credit for that. They thought they could last out until the spring crops were cut. And they couldn’t believe they wouldn’t have beaten the virus by then.’
‘The American’s think they’ve got an angle on it.’
‘They may save the rest of the Far East. They’re too late to save China — and that means Hong Kong.’ Ann’s eyes were on the hillside, and the two figures clambering up to the summit.
‘Little children starving,’ she said.
‘Surely there’s something we can do about it?’
‘What?’ John asked. ‘We’re sending food, but it’s a drop in the ocean.’
‘And we can talk and laugh and joke,’ she said, ‘in a land as peaceful and rich as this, while that goes on.’
David said: ‘Not much else we can do, is there, my dear? There were enough people dying in agony every minute before; all this does is multiply it. Death’s the same, whether it’s happening to one or a hundred thousand.’
She said: ‘I suppose it is.’

– Quanta pace, qui – disse Ann. – Sei proprio fortunato, David. […] Qui c’è abbondanza in ogni angolo. Guardati attorno, e pensa ai poveri sventurati cinesi.
– Quali sono le ultime notizie? Hai sentito la radio prima di uscire?
– Gli americani hanno mandato altre navi di grano.
– E da Pechino?
– Nessuna notizia ufficiale. Si crede che sia in fiamme. A Hong Kong hanno dovuto respingere gli attacchi lungo la frontiera.
– Un modo delicato di metterla – disse John cupo. – Avete mai visto quelle vecchie fotografie sulla calamità dei conigli in Australia? C’erano reticolati alti tre metri, e i conigli… centinaia, migliaia di conigli… ammassati contro la rete, che si arrampicano uno sull’altro a salti, finché non riescono a superare la barriera, o la barriera non cede sotto il loro peso. Questa è la situazione di Hong Kong di oggi, tranne per il fatto che non sono i conigli a premere contro la barriera, ma gli esseri umani.
– Pensi che sia veramente una situazione tanto terribile? – domandò David.
– Forse ancora peggiore. I conigli avanzano spinti dal cieco istinto della fame. Gli uomini sono intelligenti, e proprio perché sono intelligenti è necessario prendere misure drastiche per fermarli. Suppongo che abbiano moltissime munizioni per le loro armi, ma sono certo che non basteranno.
– Pensi che Hong Kong cederà?
– Ne sono certo. La pressione aumenterà fino a farla capitolare. Potranno mitragliare i cinesi dall’alto, bombardarli, colpirli con il napalm, ma per ogni cinese caduto, dall’interno ne verranno altri cento a rimpiazzarlo.
– Il napalm! – disse Ann. – No!
– E cos’altro, allora? O questo, o evacuare la città. E non dispongono di navi sufficienti per evacuare tutta Hong Kong.
– Ma anche se prendono Hong Kong – disse David – non troveranno certamente cibo per fare più di tre pasti. E si ritroverebbero al punto di partenza.
– Tre pasti? Forse neanche uno. Ma che importanza ha per gente affamata? In quelle condizioni si è pronti a uccidere anche per un solo boccone.
– E l’India? – domandò David. – E la Birmania? E tutto il resto dell’Asia?
– Dio solo lo sa. Se non altro, sono a conoscenza di cosa sta per succedere. È stata la riluttanza del governo cinese ad ammettere la sua incapacità a gestire la situazione, a cacciarli in quest’incubo senza uscita.
– Come potevano immaginare di mantenere il segreto? – domandò Ann.
John si strinse nelle spalle. – Avevano abolito le carestie per legge, ricordi? Inoltre, all’inizio le cose sembravano mettersi per il meglio. Erano riusciti a isolare il virus dopo meno di un mese dal giorno in cui aveva colpito le risaie. Lo avevano elegantemente etichettato come “virus di Chung-Li”. Si trattava soltanto di trovare il modo di uccidere il virus senza danneggiare le piante. In alternativa, potevano produrre un tipo di riso più resistente. Non potevano prevedere che il virus si sarebbe diffuso con tanta rapidità.
– Però il raccolto era stato scarso.
– Avevano dei depositi per fronteggiare la carestia, questo non bisogna dimenticarlo, e poi pensavano di poter resistere fino alla primavera e al nuovo raccolto. Non immaginavano di non poter debellare il virus entro quel periodo.
– Gli americani pensano di aver trovato il rimedio coi loro aiuti.
– Possono salvare il resto dell’Estremo Oriente. Ma è troppo tardi per salvare la Cina… e Hong Kong.
Ann fissò la collina e le due piccole figure che si arrampicavano verso la cima.
– Ci sono dei bambini affamati laggiù – disse. – Possibile che non si possa fare niente?
– E cosa? – domandò John. – Mandiamo dei viveri, ma sono una goccia nell’oceano.
– Noi – disse la donna – mentre succede tutto questo, ce ne stiamo ancora a parlare, a ridere e divertirci in questa valle incantevole.
– Cos’altro dovremmo fare? – domandò David. – Gente che muore in modo tragico ce n’è sempre stata. Questa è solo una questione di proporzioni. Ma la morte è sempre la stessa, che tocchi una sola persona o centomila.
– Immagino che sia così – disse lei.

Insurrezione

Quando la gente ha fame comincia a comportarsi in modo strano.

2.
Roger had explained his plan to John, and he had approved it. By eleven o’clock the road they were in was deserted; London’s outer suburbs were at rest. But they did not move until midnight. It was a
moonless night, but there was light from the widely spaced lamp standards. The children slept in the rear seats of the cars. Ann sat beside John in the front.
She shivered. ‘Surely there’s another way of getting out?’
He stared ahead into the dim shadowy road. ‘I can’t think of one.’
She looked at him. ‘You aren’t the same person, are you? The idea of quite calmly planning murder… it’s more grotesque than horrible.’
‘Ann,’ he said. ‘Davey is thirty miles away, but he might as well be thirty million if we let ourselves be persuaded into remaining in this trap.’ He nodded his head towards the rear seat, where Mary lay
bundled up. ‘And it isn’t only ourselves.’
‘But the odds are so terribly against you.’
He laughed. ‘Does that affect the morality of it? As a matter of fact, without Pirrie the odds would have been steep. I think they’re quite reasonable now. A Bisley shot was just what we needed.’
‘Must you shoot to kill?’
He began to say: ‘It’s a matter of safety…’ He felt the car creak over; Roger had come up quietly and was leaning on the open window.
‘O.K.?’ Roger asked. ‘We’ve got Olivia and Steve in with Millicent.’
John got out of the car.

Roger aveva spiegato il suo piano a John, e lui l’aveva approvato. Alle undici, la strada dove si trovavano divenne deserta: l’estrema periferia di Londra si era messa a dormire. Rimasero comunque fermi fino a mezzanotte; non c’era luna, ma i lampioni della strada mandavano un discreto chiarore. I ragazzi si addormentarono sui sedili posteriori. Ann si mise a sedere accanto a John.
– Sei sicuro che non ci sia un altro sistema per uscire da Londra? – domandò, con un brivido.
John rimase con lo sguardo fisso davanti a sé.
– Non riesco a trovarne altri.
Ann si girò verso il marito.
– Non sei già più lo stesso, vero? L’idea di pianificare un omicidio con la massima calma… è più grottesca che orribile.
– Ann, Davey è a cinquanta chilometri da qui, ma è come se fosse a cinquanta milioni di chilometri, se ci convinciamo a dover restare in questa trappola. – Fece un cenno per indicare Mary addormentata. – E non si tratta soltanto di noi.
– Ma tutte le probabilità sono contro di noi.
John rise. – Forse che questo cambia la moralità di tutta la situazione? A proposito, senza Pirrie avremmo avuto molte meno probabilità. Adesso penso che la fuga sia possibile. Ci serviva un buon tiratore.
– Dovete sparare per uccidere?
– Si tratta della salvezza… – cominciò John. Ma s’interruppe. Aveva sentito uno scricchiolio. Roger si era avvicinato in silenzio e si era piegato verso il finestrino.
– Sei pronto, John? Ho fatto salire Olivia e Steve in macchina con Millicent.
John smontò.

Tabella riassuntiva

Premesse affascinanti e realistiche. Stile grezzo e funzionale.
Grande lucidità di analisi dell’uomo e della società. Ambienti e comprimari spesso anonimi.
Bella atmosfera da romanzo di sopravvivenza. Alcune trasformazioni psicologiche troppo sbrigative.
Evoluzione dei personaggi cinica e disincantata.

(1) Soprattutto, per quel che riguarda Pirrie, ancora più che come si comporta lui è interessante vedere come lo trattano gli altri (e soprattutto John), e il ruolo che viene a ricoprire nel gruppo. A dimostrazione che, in un mondo post-apocalittico, il metro di giudizio delle persone cambia.Torna su
(2) Tra l’altro Cristopher è anche più onesto. Con poche eccezioni, King crea dei protagonisti che, nonostante le avversità, le tentazioni e le brutture morali di cui sono circondati, mantengono una loro “purezza” e riescono a sopravvivere anche grazie ad essa. Scelta retorica: King non fa vincere questi personaggi perché il loro comportamento è il più adatto alla loro sopravvivenza, ma perché vuole che vincano i personaggi buoni. Cristopher invece fa “abbruttire” i suoi personaggi proprio perché questo diventa l’unico modo per sopravvivere. Personaggi più realistici, in un quarto delle pagine. Chi è più bravo dei due?Torna su

Un tour-de-force di Bizarro Fiction

BizarroIncuriosito dalla lettura di Carlton Mellick III, negli ultimi tre quattro-mesi ho deciso di sperimentare altri autori di Bizarro Fiction per farmi un’idea del mare magnum che è questo nuovo sottogenere del Fantasy. Volevo capire se è solo Mellick ad essere bravo, o se i ragazzi di Eraserhead Press, Raw Dog Screaming Press, Afterbirth Books e compagnia hanno davvero operato una selezione spietata delle loro opere.
Il risultato è il post di oggi, che per questa settimana sostituisce il consueto Consiglio del Lunedì. Ho selezionato cinque delle opere più popolari di Bizarro Fiction, scritte da cinque degli autori più celebri – Mellick escluso, ovviamente. Di queste cinque, due sono romanzi, una è una novella, una una raccolta di tre novellas e una una raccolta di racconti brevi. Ho ordinato le opere non per anno di uscita né per tipologia, ma in ordine crescente di bellezza – perché, come i nostri antichi progenitori, sono convinto che il meglio debba arrivare alla fine.
Come vedrete non ho tessuto lodi sperticate del genere, cercando di mantenere la stessa freddezza con cui parlo dei nostri autopubblicati. Il mio punto di riferimento per questa ricerca è stato il sito di Bizarro Central, che consiglio di visitare a chiunque voglia saperne di più sul genere e sul catalogo.

Ass Goblins of Auschwitz Ass Goblins of Auschwitz

Autore: Cameron Pierce
Genere: Bizarro Fiction / Horror
Tipo: Novella
Anno: 2008

Editore: Eraserhead Press
Pagine: 104

Una volta la vita era perfetta per i bambini-folletto di Kidland, il paese dove non si diventa mai grandi e si passa il tempo a giocare a cantare. Finché un giorno non sono arrivati i crudeli culo-goblin, orrende creature con una faccia a forma di culo, due occhi in cima ad antenne che escono dalle chiappe, la tendenza a scoreggiare continuamente e una passione per il nazismo. I culo-goblin hanno rapito tutti i bambini di Kidland e li hanno portati ad Auschwitz, a lavorare in campi di concentramento, ad essere violentati in vario modo e a diventare cibo per i prigionieri.
I protagonisti, numero 999 e numero 1001, sono due gemelli siamesi, attaccati tra loro all’altezza della cassa toracica. Nonostante questo handicap, i culo-goblin non li hanno ancora eliminati; ma la sopravvivenza è qualcosa che devono faticosamente guadagnarsi giorno dopo giorno. Riuscirà numero 999 a fuggire, o quantomeno a sopravvivere alla crudeltà dei culo-goblin?

Ass-Goblin of Auschwitz è un campionario di pratiche disgustose e trovate sadiche; dai rospi che ogni sera violentano nel culo i bambini e li costringono a mangiare le loro stesse interiora (ehm^^’), allo Shit Slaughter (S.S. per gli amici), la pratica dei culo-goblin di infilarsi nel proprio culo i bambini troppo lenti ad eseguire gli ordini per poi… ehm, scopritelo da soli.
Cameron scrive in uno stile semplice e lineare che si sposa bene con la descrizione di queste nefandezze. La storia è narrata in prima persona dal prigioniero 999, ma il tono è impersonale, quasi da telecronaca, e i commenti sono ridotti al minimo. Essendo il protagonista un bambino brutalizzato e assuefatto alla violenza, il timbro è credibile e aiuta a immergersi nella vicenda. In generale Cameron è un bravo mostratore, anche se la qualità della scrittura cala negli ultimi capitoli: la battaglia finale è confusionaria, con molti passaggi difficili da visualizzare.
Quello che vi ho detto finora potrebbe già avervi fatto vomitare, ma il vero problema di Ass Goblins è un altro. Ossia che non va a parare da nessuna parte. Il libro tiene bene nei primi capitoli, che descrivono l’ambientazione – ma Pierce non riesce a innestarci una trama credibile o interessante. La storia diventa una sequela di episodi inconsistenti e piuttosto slegati, in un escalation di trovate schifose che stanca in fretta, fino a un finale insulso che ci regala anche un messaggio etico-psicologico. Messaggio che ci sta come i cavoli a merenda, dato il carattere eccessivo e improbabile di tutta la storia.
Insomma: Pierce non scrive male, e l’ambientazione – benché disgustosa – avrebbe anche del potenziale, ma la storia manca di struttura e di uno scopo. Così com’è, Ass Goblin è una raccolta pasticciata di bizzarrie. In futuro potrei decidere di dare un’altra chance a Pierce, ma preferirei aspettare il parere di un altro sulle sue opere successive.

Grammar nazi

I nazisti sono una fonte inesauribile di idee.

Dove si trova?
Come molti altri romanzi di Cameron Pierce, Ass Goblins of Auschwitz è disponibile su library.nu.

Un estratto
Come estratto, potevo forse esimermi dal proporvi in cosa consiste esattamente lo Shit Slaughter?

The ass goblin reaches the girl and hoots loud enough for everyone—ass goblins and children alike—to fall silent and watch. The hoot of an ass goblin sounds very similar to a trumpet, an instrument I used to play. When an ass goblin hoots, you know Shit Slaughter is coming. […]
“Shit! Slaughter! Shit! Slaughter! Shit! Slaughter!” the ass goblins chant.
The goblin picks the girl up by the throat. Her face turns blue. Vomit dribbles down her chin as the goblin takes her in both hands, turns her upside down, and shoves her up his own ass.
He jiggles from side to side and waves both sets of claws in the air. Egg-smelling steam burbles from his mouth. The ass goblins stop chanting. The big moment is almost here.
A swastika made from the little girl blasts out of the goblin’s head, flinging shit as it spins around the bathroom and bounces off the walls. The goblin in Shit Slaughter mode bumbles after the swastika. After a pursuit that makes my head spin, its head of teeth snaps shut around the former girl, grinding her up. The ass goblin’s head returns to normal. Dinnertime is over.

In conclusione: BOCCIATONo

House of Houses

House of Houses

Autore: Kevin L. Donihe
Genere: Bizarro Fiction / Fantasy
Tipo: Romanzo

Anno: 2008
Editore: Eraserhead Press
Pagine: 172

Una mattina, Carlos si sveglia e scopre una cosa orribile: la sua casa gli è precipitata addosso. Non solo: la casa si sta decomponendo attorno a lui, trasformandosi in muffa e fango e schifezze. Non solo: il mondo è diventata una strana dimensione coi colori tutti sbagliati, e anche le case di tutti i suoi vicini sono crollate. Si è verificato il grande olocausto delle case, e adesso la fine del mondo è vicina.
Ma Carlos amava la sua casa; ne era talmente innamorato che le aveva dato un nome – Helen – non la abbandonava mai, e stava per sposarla. Ora vuole scoprire cosa le sia successo, e se può riaverla indietro. Accompagnato da Tony, un supereroe dal pisello lunghissimo e perennemente ottimista, si imbarcherà alla scoperta di questo nuovo mondo; e mentre le case preparano la loro rivincita sugli esseri umani, il futuro riserva a Carlos delle brutte sorprese…

Donihe scrive abbastanza bene, con narrazione in prima persona e frasi brevi e piene di dettagli concreti, sensoriali. La scena dell’incipit, col protagonista che si sveglia in mezzo alle macerie e cerca di capire cos’è successo, è un eccellente esempio di “mostrato” utilizzato nel modo giusto. Rispetto a Mellick, Donihe usa un vocabolario più ricco e ha una voce meno personalizzata, ma per il resto la loro scrittura è abbastanza simile.
Insomma, con queste premesse, House of Houses avrebbe potuto essere un ottimo romanzo. Ricorderete il post entusiasta di una settimana fa, quando l’avevo appena preso in mano. E invece? Invece no, perché la storia di House of Houses non va da nessuna parte. La trama sembra procedere a tentoni.
Nella prima parte, gli avvenimenti bizzarri sembrano succedersi in modo più o meno casuale, secondo il capriccio dell’autore. Bizzarria su bizzarria (dall’autobus coi passeggeri di cartoncino alla città che si trasforma in una strada lunghissima ai culti della morte organizzati dai cittadini) si accumulano in modo incoerente, affaticando il lettore più che divertirlo. La seconda parte cambia completamente registro, tentando di diventare cupa e drammatica con scarsi risultati, visto il carattere demenziale dell’ambientazione e le premesse poco coerenti della prima parte.
Il romanzo va anche fuori tema rispetto alle sue premesse. L’argomento del libro dovrebbe essere il fatto che le case diventino animate, e come potrebbe mai essere un mondo fatto per le case; tuttavia, il loro mondo e il loro comportamento non è molto caratterizzante del loro essere “case”. Potrebbero anche essere cetrioli volanti animati, o scoregge spaziali animate, e non farebbe molta differenza in termini di trama e ambientazione.
Certo, alcune idee – come il tak show delle case – sono divertenti; Tony è un personaggio ben riuscito, con un’interessante evoluzione nel corso della storia; e il finale del romanzo, che si chiude ad anello con l’inizio, è carino; ma sono solo sprazzi di luce in un romanzo fallato. Sembra che Donihe sia partito con una buona idea ma non sapesse bene che farci. Un’ottima occasione sprecata.
Comunque, Donihe è uno scrittore con del potenziale, e in futuro potrei decidere di dargli una seconda chance con Washer Mouth.

Casa inquietante

Dove si trova?
Dei cinque libri di cui vi parlo oggi, House of Houses è l’unico a non essere disponibile in formato digitale. Su Amazon potrete comprare il paperback a 8 Euro circa.

Un estratto
L’estratto che ho scelto viene dal primo capitolo, forse il meglio riuscito del romanzo. Carlos, sepolto sotto la sua casa, rievoca alcuni bei momenti passati con lei:

I have not and will never fart inside my house. Though I imagine that I fart less than most people, I must nevertheless fart every so often. So, when I feel wind gather inside me, I ran onto the lawn and expel gas where Helen doesn’t have to smell it, or be haunted by its undying ghost.
I hate that I must defecate in her, but the neighbors started posting letters of complaint on the door whenever I shat in the yard. I always did it under the cover of the night, holding matter in my bowels until it got tight and impacted, so I have no idea how they saw me, unless they were waiting for me to come out, or had cameras trained on my yard at ungodly hours.
Ultimately, I ascertained the one wat to assuage both parental and neighboral giult: make it legal and marry the old gal (my house is 81 years young). I felt reactionary thinking this way, but if that’s what it took to make me feel comfortable in Helen’s love, then so be it.
Two nights ago, I drilled a hole in the wall by the bed in preparation for the honeymoon scheduled to commence the moment after everything had been sanctioned by – or at least brought to the attention of – a higher auctority. No priests or preachers or teachers or rabbis were to perform the ceremony, though. It’d be between Helen, that-thing-which-may-or-may-not-be-God, and me.
It was going to happen at 6:30 this evening. I even called my parents to tell them my plans, though I had no intention of offering invites. I just let them know that my life of sin would soon be over because Helen and I were to be married, and, after that, they could enter my house without fear of heavenly reprisals. They didn’t say anything substantial. Mom just sobbed on the phone, while dad farted in the background.

In conclusione: BOCCIATONo

Dr. Identity

Dr. Identity

Autore: D. Harlan Wilson
Genere: Bizarro Fiction / Science Fiction
Tipo: Romanzo
Anno: 2008

Editore: Two Backed Books
Pagine: 212

Nell’iperviolento ventiduesimo secolo, si è diffusa l’usanza di farsi sostituire, nelle incombenze più sgradevoli, da degli androidi identici a sé chiamati doppelganger. Il Dr. Blah Blah Blah è un giovane e insulso professore di letteratura fantascientifica alla Corndog University di Bliptown. Odia la sua vita e soprattutto odia tenere lezioni agli svogliati studenti dell’università, e ogni volta che può si fa sostituire dal suo doppelganger, il Dr. Identity.
Ma un brutto giorno, il Dr. Identity dà di matto e stermina l’intera Facoltà di Letteratura Inglese dell’università. I due sono costretti alla fuga, mentre l’intera città si scatena in una spietata caccia all’uomo. Tra i loro inseguitori, i terribili Papanazi, legioni senza nomi di sicari alla ricerca dello scoop perfetto. Riusciranno i due a scampare al linciaggio sommario e a dare un senso alla propria esistenza?

Harlan Wilson dev’essere l’intellettuale del gruppo. Infatti, a differenza degli altri autori di Bizarro, che fanno i cazzoni punk, Wilson se la tira un casino. Dr. Identity non solo è infarcito di citazioni e riferimenti che vanno dai classici della fantascienza e della Letteratura novecentesca con la L maiuscola a insulsi fenomenologi francesi (tipo Baudrillard), ma è imbottito anche di tutte le fisse da intellettualoide radical-chic: dalla critica mordace al consumismo americano, qui portata all’estremo, ai vari discorsi sul potere spersonalizzante del mondo moderno, fino ai pipponi filosofici sparsi qua e là.
Di conseguenza Dr. Identity è l’unico libro di Bizarro Fiction che potrebbe ricevere i complimenti di gente come la Lipperini o i Wu Ming: mirabile esempio di specchio distorcente! La realtà contemporanea vista attraverso gli occhiali iperbolici della fantascienza! La cosa brutta è che per una volta potrebbero anche avere ragione, perché Harlan Wilson sembra esattamente il tipo da fare certi discorsi.

Gatto ultraviolento

Ultimamente l'ultraviolenza è stata un po' sdoganata.

Il vero problema di Dr. Identity non è tanto il tirarsela, però, quanto una serie di scelte stilistiche dementi. A partire dalla gestione del pov: alcuni capitoli sono scritti in prima persona col pov del Dr. Blah; altri hanno il punto di vista del Dr. Identity, ma sono in terza persona; altri ancora sono in terza persona, con pov del papanazi Achtung 66.799. Infine, Wilson continua a inframezzare le vicende di questi tre personali con capitoli in cui appaiono solo personaggi secondari, scritti in terza persona e col pov di una telecamera impersonale che riprende la scena. Harlan Wilson ci fa la gentilezza di mettere, in calce all’inizio di ogni capitolo, il pov e la persona in cui sono scritti, ma comunque non si tratta di una buona idea se lo scopo è quello di immergere il lettore. Meglio sarebbe stato scegliere un unico pov in prima persona (quello del Dr. Blah, o quello del Dr. Identity), o scrivere in terza persona usando fino a tre pov (per esempio Blah, Identity e Achtung).
D’altronde, sembra che Wilson sia troppo preso dalle sue manie intellettuali per curarsi troppo di appassionare il lettore. La vicenda principale è continuamente annacquata da capitoli dedicati a personaggi usa-e-getta, che spesso hanno il solo scopo di espandere l’ambientazione. I combattimenti ultraviolenti, potenzialmente interessanti, si riducono spesso a un elenco di mosse, membra che esplodono e affettamenti vari, più simile a una lista della spesa che a un buon mostrato, e decisamente poco coinvolgenti sul piano emotivo. A ostacolare ulteriormente il coinvolgimento, la scelta idiota di confondere l’ordine cronologico dei capitoli che riguardano Achtung.
E’ un peccato che abbia tutti questi difetti, perché per altri versi Dr. Identity è un libro godibile. I due protagonisti hanno un’evoluzione coerente e interessante, e i loro dialoghi sono spassosi. Alcune scene sono geniali, come quelle ambientate nel Congresso di Bliptown, con i parlamentari che si fanno i dispetti a vicenda e si comportano come bambini; e anche alcune trovate, come la cruenta legislazione interna dei centri commerciali della catena Littleodladyville. E in generale, Wilson è in grado di costruire delle scene molto divertenti quando si impegna.
Inoltre, a differenza dei due libri precedenti, Dr. Identity dà l’idea di essere un *vero* romanzo, pensato per sviluppare degli argomenti, muovendo in modo coerente da una premessa fino alla sua conclusione. Una storia con un che, quando arrivi alla fine, dà l’idea di averti comunicato qualcosa. E il finale è intelligente, probabilmente il migliore possibile per una storia di questo tipo. Una pesante revisione stilistica e un po’ meno di spocchia intellettuale, quindi, potrebbero renderlo un ottimo romanzo di fantascienza bizzarra. Così com’è, con i suoi alti e bassi, Dr. Identity rimane soprattutto un’occasione sprecata.

Dove si trova?
Su libray.nu si può trovare in formato pdf.

Consumismo

Il consumismo: altro argomento abusato, ma gli intellettuali ne sono attratti come le mosche dalla cacca.

Un estratto
Ero incerto su quale estratto proporre, perché molte delle scene divertenti di Dr. Identity si sviluppano lentamente o hanno bisogno di un po’ di sottotesto. Alla fine ho optato per la scena in cui il povero Dr. Blah scopre il massacro indiscriminato compiuto dal suo ‘ganger:

Dr. Identity was waiting for me, arms folded behind its back. Its hair and suit were disheveled. It looked guilty.
“Now what?”
Dr. Identity giggled uncomfortably…
Bathing in the blue light of his computer screen, Dostoevsky sat stiff-backed in his chair with forearms resting on thighs. His head had been twisted 180 degrees so that his chin rested between his shoulder blades. One of his eyes had popped out of its socket; it hung down his cheek like a Christmas tree ornament. A vertebra appeared to be jutting out of his neck.
Next to the computer on Dostoevsky’s desk were the remains of Petunia Littlespank. The android’s extremities had been ripped apart and neatly stacked atop its torso.
Fighting vertigo, I slowly turned my attention back to Dr. Identity. […]
I said, “Fuck.”
Dr. Identity smiled a small, crooked smile. “There’s more where that came from, I’m afraid.” It gestured at the office door.
…Reality slipped into dreamtime. My insides seemed to leak out of my toes and I felt slightly euphoric. I floated towards the door in flashes, still shots, creeping into the future one static beat at a time. Grey roses bloomed onto my screen of vision and my diegetic universe became a silent film. The office door opened and I jaunted into a soundless, black-and-white wax museum…
Bodies and limbs and innards littered the hallway and dangled from the ceiling. I moved through the jungle slowly at first, calculating the holocaust with the exactitude of a forensics expert. I became less attentive and more anxious the further I proceeded down the hallway. Eventually I was darting here and there at the speed of so many popping flashbulbs.
The English department bore the likeness of an exhumed graveyard. The mangled corpses of professors, student-things and their ’gängers had been strewn everywhere. The title of one of Phillip José Farmer’s preneurorealist novels rattled in my head: To Your Scattered Bodies Go… […]
Dr. Identity made a frog face. “I guess I malfunctioned. But the one insurrection I committed is enough to merit the death penalty, despite its accidental nature. I figured a few more wouldn’t hurt.”
“You murdered the entire English department. You murdered my boss.” I
hesitated, overwhelmed by desperation. “How am I supposed to get tenure now?”
Dr. Identity blinked. “I don’t understand the question.”

In conclusione: MEHMeh

Cripple Wolf

Cripple Wolf

Autore: Jeff Burk
Genere: Bizarro Fiction / Horror / Slice of Life
Tipo: Raccolta di racconti
Anno: 2011

Editore: Eraserhead Press
Pagine: 100 ca.

Il reduce Benjamin Kurtz ha un grosso problema: durante la guerra in Vietnam ha contratto il morbo la licantropia. Purtroppo, soffre anche di amnesia, e tende a dimenticarsi che nelle lotti di luna piena si trasforma in una macchina per uccidere. Così, è con animo sereno che, a bordo della sua fida sedia a rotelle, si imbarca su un aereo della Fetish Flights. E quando nel bel mezzo del viaggio si trasforma in un lupo mannaro assetato di sangue, per i passeggeri saranno cazzi. A combattere il licantropo in carrozzina saranno tre musicisti punk giapponesi, un supereroe venuto da un altro pianeta, due terroristi islamici imbottiti di tritolo e due piloti imbottiti di coca e marijuana.
Ma questo è solo il primo e più lungo di una serie di racconti. Alcuni prendono spunto dal mondo della tv e della fiction per dargli una virata verso il Bizarro: Frosty and the Full Monty racconta la triste storia di un pupazzo di neve che prende vita solo per precipitare in una spirale di vizi e degradazione; Cook for Your Life attinge al mondo dei talent e ci mostra un programma in cui una serie di cuochi competono per non perdere la vita. Altri partono da storie quotidiane, mainstream, come il mio preferito, House of Cats: la storia di un barbone che trova la felicità quando decide di costruirsi una casetta fatta di gatti vivi perfettamente incastrati tra loro. Un altro, Punk Rock Nursing Home, è soltanto uno slice of life molto buffo: racconta la storia di un gruppo di musicisti punk ottantenni che vivono all’ospizio, e che decidono di rivivere i fasti della loro giovinezza organizzando un ultimo concerto.

Tra gli autori di Bizarro che mi è capitato di leggere, Jeff Burk è quello che scrive le storie più semplici e oneste. Le storie partono sempre da dei what if: cosa succederebbe se un licantropo paralitico si trasformasse durante un volo aereo, e come farebbero i passeggeri a sopravvivere? Cosa succederebbe se un barbone decidesse di costruirsi una casa fatta di gatti? E se una creatura magica come Frosty esistesse realmente? Queste premesse, poi, sono sviluppate con coerenza fino alla conclusione. Il lettore non si sente mai truffato – non ho provato il disappunto che mi hanno dato Ass Goblins e House of Houses.
Purtroppo, rispetto agli altri autori Jeff Burk è più debole sul lato strettamente tecnico. Le sue storie hanno quasi sempre un pov in terza persona neutra e decisamente ballerino, di stampo cinematografico, che in una singola scena può spostarsi anche due o tre volte su personaggi sempre diversi. A volte, poi, il pov diventa quello onnisciente del Narratore, che fa commenti sulla storia del tipo: “Ma non era questa la cosa importante. La cosa importante era…”. Queste intrusioni erano francamente evitabili, ma bisogna dire che non infastidiscono più di tanto: dato il carattere comico dei racconti, l’effetto distanziante del pov onnisciente e della telecamera ballerina sono di poco disturbo.
Comunque, aldilà delle sue beghe stilistiche, Jeff Burk dovrebbe essere preso a modello dai nostri aspiranti scrittori italiani per quanto concerne la struttura di una storia. I suoi racconti sono un ottimo esempio di come istituire fin dall’inizio un patto con il lettore (ossia: io lettore capisco subito di cosa parla il racconto) e come mantenerlo fino alla fine. Inoltre sono quasi tutti divertenti. Prendetevelo e studiate!

Philosoraptor hijacking

Dove si trova?
Cripple Wolf non c’è su library.nu, ma in compenso si può comprare a 6 Euro su Amazon in formato kindle. Vale la spesa, quindi non abbiate esitazioni. E se non avete un dispositivo kindle, spendendo cinque minuti su Calibre potrete convertirlo in un dignitoso epub.
Su library.nu si trova anche un altro libro di Burk, Shatnerquake. Trattasi di novella con protagonista William Shatner, l’attore che ha impersonato il Capitano Kirk. Ho evitato di leggere la novella perché, a causa della mia scarsa conoscenza di Shatner (e di Star Trek in generale), mi sarei probabilmente perso il grosso del divertimento. Ma se siete più “ferrati” in materia, perché non provate a leggerlo? Così poi mi dite.

Un estratto
L’estratto che ho scelto viene dal primo racconto, quello sul licantropo paralitico. Protagonista del brano è il terrorista Mohammed, che sono sicuro il nostro Zwei troverà delizioso:

Mohammad sat in an overstuffed chair in the upper cabin. There was no enjoying the niceties of first class, not with Satan having sent a minor to thwart his mission. For what other reason could that beast be here? He saw it kill Abdul, but it would not kill him. No beast would stop him. […]
The cabin the monster had attacked was the most populated of them all and, while the upper cabin was packed tight, it seemed like there should have been more people. He walked past two young women, their skin covered in tattoos and piercings. What little clothing they were wearing clung skin-tight to their bodies, soaked with blood.
They held each other, softly crying, and then one gently kissed the other. The kiss deepened and they began groping each other, blood soaked breasts sticking together, lip piercings tangling in their passionate embrace.
Mohammad scoffed and hurried past.
The devil really was going to great lengths to stop him but he was ordained by Allah. Nothing could get in his way.
He took his seat and leaned his head against cushioned neck rest. He closed his eyes and concentrated on the weight in his chest. Not only would he be striking a blow against a symbolic Satan, he would even be taking out one of his personal servants.
Mohammad closed his eyes and imagined the rewards awaiting him in heaven. There was no way he was letting the plane land in Portland.

In conclusione: PROMOSSO

Rampaging Fuckers of Everything on the Crazy Shitting Planet of the Vomit AtmosphereRampaging Fuckers of Everything on the Crazy Shitting Planet of the Vomit Atmosphere

Autore: Mykle Hansen
Genere: Bizarro Fiction / Fantasy
Tipo: Raccolta di tre novellas
Anno: 2008
Editore: Eraserhead Press
Pagine: 232

Abbiamo già incontrato Mykle Hansen parlando del divertente HELP! A Bear is Eating Me!. Questo libro, che conferma il genio comico di Hansen, raccoglie tre racconti lunghi: Monster Cocks, Journey to the Center of Agnes Cuddlebottom e Crazy Shitting Planet.
Il primo racconta la vicenda di un povero informatico sfigato, che lavora nel reparto assistenza tecnica di una multinazionale di articoli sportivi. Jack ha un grave problema: un pisello microscopico. Vorrebbe tanto un cazzone enorme come quelli dei porno che gli piacciono tanto! Il sogno sembra diventare realtà quando compra su Internet un proiettile magico da iniettarsi nel pene con un’apposito marchingegno. Ma all’improvviso, il mondo intero sembra andare a rotoli: Internet è bombardato di attacchi ad opera di misteriosi hacker, strani omicidi si diffondono per gli Stati Uniti, e il pene di Jack comincia a crescere a dismisura e a non rispondere più ai comandi!
Il racconto non è semplice da seguire, per l’abbondanza di termini tecnici e gergo informatico – io stesso non credo di aver capito più della metà degli inside jokes e dei riferimenti. Il fatto di essere in inglese non aiuta. Ma lo sforzo viene ripagato dalla genialità e dalla mole di trovate divertenti. Questo è anche il racconto più simile per stile a HELP!, con una voce narrante esagitata che abusa di esclamativi e commenti scemi.
Journey to the Center of Agnes Cuddlebottom racconta invece la cronaca di un prodigioso intervento per salvare la vita di una vecchietta ottantenne tossicomane. La poveretta è andata in coma, e i medici non riescono a capire cos’abbia! Finché un fisico, il Dr. Spinejack, non ha l’idea di trasformare l’ano della vecchia in un tunnel n-dimensionale capace di miniaturizzare le persone. Il medico della vecchia, il Dr. Fokker, potrà così entrare personalmente nel colon della signora e scoprire l’origine del problema. Ma la situazione precipita quando, sparsasi la voce dell’intervento, l’ano della signora Cuddlebottom si affolla di giornalisti, troupe televisive, chioschi di Starbucks, agenti immobiliari, rock band, poliziotti in formazione antisommossa… E se all’improvviso la vecchia si svegliasse, che cosa accadrebbe?
Il racconto è scritto in forma di inchiesta. Un intervistatore anonimo interroga una serie di personaggi coinvolti nella vicenda, svelando a poco a poco gli orribili sviluppi dell’intervento. Il racconto ha così la forma di un lungo copione di domande e risposte. In assoluto, il migliore dei tre.
Crazy Shitting Planet, che chiude la raccolta, è il meno ispirato dei tre, ma è comunque un ottimo racconto. La Terra del futuro è un’unica, enorme distesa di cacca. La cacca piove dal cielo, espulsa dalle persone grasse; orribili ricconi che si sono costruiti delle bellissime città in cielo e hanno lasciato i poveracci giù a marcire. Sulla Terra non c’è più cibo, ma grazie a un fungo insediatosi nei nostri organismi, ora gli esseri umani sono in grado di mangiare anche sassi, plastica, cartone. Il protagonista trascorre le sue giornate cercando cose da mangiare e odiando i ricchi grassoni che gli hanno mangiato i genitori. Ma la sua vita è destinata a cambiare, quando incontrerà la grassona Martha Hilton-Trump e la ciurma pirata del Bloody Hatchet…
Dei tre racconti, questo è quello il cui stile ricorda di più quello di Mellick. Il protagonista è un ragazzino malinconico e amorale, stanco della vita, che si trova ad essere spettatore, più che attore, di una serie di eventi incredibili. L’ambientazione, benché disgustosa, e benché sintetizzata in poche pagine, è geniale; la trovata fantascientifica dei funghi che vivono nello stomaco delle persone e, sintetizzando la materia inorganica, permettono agli ospiti di mangiare cose normalmente non commestibili, è sorprendentemente credibile. E a differenza di Pierce e Donihe, Hansen non si limita a baloccarsi con la sua ambientazione; riesce anche a costruirci una storia, una vera storia.

Ano

Dalla vagina all'ano, nella Bizarro Fiction si tratta sempre di entrare da qualche parte.

Insomma: Mykle Hansen è un genio. I suoi racconti non si limitano a sviluppare un’idea, ma prendono più idee (es. sfigato col pene piccolo + peni giganti assassini + Internet che impazzisce) e le combinano in modo perfetto. Di conseguenza, le storie di Hansen sono sempre imprevedibili, senza per questo disattendere le aspettative iniziali del lettore.
Se masticate a sufficienza l’inglese, dovete provare a leggerlo! Anche se non vi piace la Bizarro Fiction.

Dove si trova?
Su libray.nu si può trovare in formato pdf.

Un estratto
Ci sono un sacco di passaggi divertenti nella raccolta di Mykle Hansen. Il pezzo che ho scelto, è tratto dal secondo racconto e spiega il funzionamento del meccanismo miniaturizzante che permetterà agli esseri umani di entrare nell’ano di Agnes Cuddlebottom. E’ un po’ lungo ma ne vale la pena.

Q: Doctor Spinejack, how does your Spinejack Transform actually work?
DR. OTTO SPINEJACK, PH.D., PHYSICIST: Well. Our device harnesses newly discovered principles from the field of string theory and hyper-spatial symmetric analysis, in order to create an N-dimensional Impedance Transform Intersection. The theory of this we first published, myself and my colleagues Ed Ruff and Louise Vanhoff, in our paper in the Journal of Relativistic Physics three years ago entitled: “Implanting People In The Rectums Of Other People: Finally We Can!”
Q: Can you explain it in layman’s terms?
A: I will try. To understand the principles, it will help you to picture how a brass musical instrument, such as the tuba, takes a very tiny sound and amplifies it. It does this by allowing a pressure wave to expand very slowly within a long tubular chamber of increasing diameter, following precise exponential rules in a controlled fashion, until it emerges with a powerful “Ooom-pah” sound that you may know from the classics. Or, if you prefer, Polka.
Q: Okay, I’m picturing that …
A: Our machine, of course, creates a tube of folded N-space instead of brass, by using quantum computation to remove the entropy from a powerful field of strong nuclear forces. And our machine blows this tuba in reverse, injecting large spacetimewaves
in the large end, then folding them inward through higher dimensions, as they travel up through this tubing, growing smaller and smaller. Otherwise, it is exactly the same.
Q: So it’s a sort of a reverse-polkafying device?
A: You could give it that name, yes. However, the process, while theoretically promising, is unstable in real-world situations, as the space-fabric, exiting the small end of this tube, would mismatch the surrounding space-time impedance so dramatically that explosive re-expansion would occur, and boom! You die.
Q: Then how are you able to—
A: The breakthrough, yes: we realized, mathematically, that if the transform intersection could be mated with a very specific shape and length and form of tubular chamber, the space-time impedance could in fact be matched, so the re-expansion effect is countered, and in fact the N-space folding continues as long as forward momentum is maintained. So easy, yes?
Q: If you say so, yes.
A: But no! The tubular chamber for this is so very specific. It must match the material being folded in various ways, it needs a certain length and shape, also temperature, and many other mathematical properties. It would be impossible to manufacture such a chamber … yet, amazingly, it occurs in nature! It is as if a Creator invented this chamber for this very purpose! Because the human gastro-intestinal tract, you see, is actually a perfect match for the Spinejack transform! Human beings are the missing piece!
Q: So, your invention is not the general-purpose matter reducer that some have called it.
A: Yes and no. Yes, we can shrink anything you want. But no, it has to go in the anus.

In conclusione: DECISAMENTE PROMOSSO!

Autori di Bizarro Fiction

Le belle facce degli scrittori di Bizarro. Collezionali tutti!

Conclusioni generali
Dopo tutte queste letture, cosa posso dire sulla Bizarro Fiction?
Ciò che caratterizza il genere è l’esagerazione grottesca. Mentre le invenzioni del New Weird e di altri sottogeneri del Fantasy sono sì fantasiose e strabilianti, ma devono essere calate in un contesto verosimile e preciso come un orologio svizzero, la Bizarro Fiction è fondata sull’eccesso. E’ più difficile mantenere la suspension of disbelief nella Bizarro, tuttavia l’inverosimiglianza delle storie è compensata dall’intento umoristico e grottesco. E’ per questo che – con poche eccezioni, come Egg Man di Mellick – quando la Bizarro tenta di essere seria ottiene scarsi risultati.
Questa escalation di bizzarrie è spesso ottenuta attingendo al sesso e ai fetish sessuali, alle secrezioni corporee (sangue, cacca, vomito, muco, scoregge, sperma, etc.) e alle cose schifose in generale (mangiare facce di bambini), all’iperviolenza (massacri su larga scala, torture, crudeltà ingiustificate). Ma racconti come House of Cats di Burk dimostrano che in realtà si possono raccontare storie bizzarre anche senza quegli elementi. Del resto, se Kafka pubblicasse oggi La metamorfosi, sarebbe tranquillamente etichettabile come Bizarro.
Molti miei lettori hanno mostrato seri dubbi sul genere, dicendo che si tratta soltanto di una sterile esibizione di stranezze. Credo di aver dimostrato, col post di oggi, che questo rischio è reale, e che un numero discreto di romanzi e racconti di Bizarro Fiction prende questa cattiva strada. Ma non si tratta di un problema intrinseco al genere. E’ solo il modo più pigro e infantile di scrivere Bizarro Fiction, che bravi autori (come Mellick e Hansen, ma non solo) riescono quasi sempre a evitare.
La colpa in parte è delle stesse case editrici di Bizarro, troppo morbide nella selezione delle opere da inserire nel loro catalogo. Ammettendo opere come House of Houses non fanno che dare un’immagine sbagliata del genere e scoraggiare molti acquirenti; inoltre, basterebbe un editing più severo per trasformare quei romanzi in libri almeno decenti.

Panda arcobaleno

La Bizarro Fiction è come un panda che vomita arcobaleni! Circa.

La Bizarro Fiction è un genere che merita di essere esplorato, soprattutto da parte degli aspiranti scrittori di fantastico. Bisogna solo fare attenzione a scegliere i libri giusti. E se un libro vi piace, ricordate di premiare lo scrittore comprandolo!
In futuro credo che leggerò altre opere di Bizarro, anche se a un ritmo più basso rispetto a questi mesi. Oltre a quelle già citate, per esempio, mi intriga la raccolta  Clockwork Girl di Athena Villaverde. Di certo, tornerò in futuro a parlare di Mellick, e se dovessero capitare altre opere meritevoli di Bizarro Fiction, state sicuri che le segnalerò qui.

Gli Autopubblicati #04: La nave dei folli

La nave dei folliAutore: Alessandro ‘mcnab75’ Girola
Genere: Horror / Fantasy
Tipo: Novella

Anno: 2011
Pagine: 110




C’è qualcosa di strano nella galleria posta sulla linea ferroviaria che collega Vaiano, nel pratese, al paesino abbandonato di Monteflauto. Chi vi entra non sempre ne esce. Ultima vittima è la troupe di TG Enigma, scomparsa durante le riprese di un servizio sui misteri di Monteflauto e della galleria. Prima di scomparire, Martina, uno dei membri della troupe, ha inviato delle foto inquietanti a Enrico, il suo ragazzo: immagini di orribili mostri che ricordano i dipinti di Hieronymus Bosch, disegnate su un diario consunto trovato nel paese fantasma.
Ora Enrico, piccolo regista underground che sogna ancora di decollare, vuole ritrovare la sua ragazza, ma soprattutto vuole scoprire il mistero che si cela dietro il paese e la galleria di Monteflauto. Polizia e governo, infatti, sembrano ansiosi di insabbiare tutto. Lo accompagnano Fabrizio, Fernando e Astrid, amici e colleghi di lavoro; li guida Antonello Lucchini, vicequestore in pensione che sembra avere un conto in sospeso con i misteri di Monteflauto. Ad attenderli, il silenzio omertoso della campagna, e quella diabolica dimensione che i locali chiamano “Flegetonte”…

Abbiamo già incontrato Alessandro Girola come curatore dell’antologia Ucronie Impure. La nave dei folli è la sua ultima fatica.
La novella si presenta come un classico horror-fantasy investigativo: la vita quotidiana di persone normali è scossa da un evento inspiegabile, che cela misteri ancora più grandi. Mentre gli altri due romanzi autopubblicati di cui mi sono occupato, Marstenheim e L’ombra dell’incantatrice, erano essenzialmente delle trame politiche, basate sull’intreccio e sui personaggi, il libro di Girola è un libro che punta direttamente al sense of wonder, al viaggio nell’incredibile.
Il successo di La nave dei folli, quindi, dipenderà dalla sua capacità di spaventare e meravigliare il lettore. Ci sarà riuscito? Prima di andare a scoprirlo, riassumiamo velocemente gli ingredienti necessari a fare di un’idea, una scoperta, un’ambientazione, una fonte di sense of wonder, prendendo spunto dall’articolo di Gamberetta “Il senso del meraviglioso“:
Surprise, ovvero la capacità di sorprendere il lettore.
Sublime, ovvero la capacità di trasmettere al lettore un’immagine sensoriale potente.
Conceptual Brakethrough, ovvero la capacità di mostrare le cose sotto una nuova prospettiva.
Originalità, ovvero non deve trattarsi di qualcosa di già visto n volte.
In tutto questo, ha molta importanza anche la tecnica stilistica. Uno stile immersivo, ben mostrato, faciliterà il raggiungimento del secondo punto – ossia un’efficace visualizzazione sensoriale degli elementi “meravigliosi” – ma anche del primo, perché la sorpresa, lo shock, nascono tanto più facilmente quanto più ci si sente immersi nella vicenda.

La nave dei folli Bosch

La “stultifera navis”: un sistema all’avanguardia per prenderci cura dei nostri malati.

Uno sguardo approfondito
Partiamo quindi dallo stile. Ahimé, la scrittura di Girola è un disastro; un gradino sopra la prosa del Dr.Jack, ma comunque ampiamente nel campo del brutto. A parte la gestione del pov – sempre su Enrico, in terza persona ravvicinata – troviamo il campionario completo degli errori.
Poco mostrato e molto raccontato? Presente, con contorno di descrizioni di descrizioni vaghe e aggettivazione a pioggia. Per esempio, la tenuta dei Marzio di Monteflauto è descritta come “vecchia e bisognosa di ristrutturazioni, ma in possesso di un certo fascino, eco di un passato glorioso”. Potete toccarla, la gloriosità del passato che riecheggia nella tenuta? A volte la scrittura si fa particolarmente goffa; sempre parlando della tenuta, “sul lato opposto risposto all’ingresso ci sono delle ampie stalle da cui provengono muggiti insistenti e un odore bovino molto intenso”. Ci voleva tanto a dire puzza di merda di mucca? O anche solo un più prosaico puzza di letame?
Peraltro, quando vuole, Girola sa costruire anche delle belle scene. Sempre parlando della tenuta dei Marzio, dopo un paio di pagine di aggettivi a raffica, ecco che si entra nello studio del padrone: “Una robusta scrivania diplomatica in noce massello domina la stanza. Su di essa sono disposti rispettivamente un notebook Toshiba, un fax e il monitor di sorveglianza collegato alle telecamere a circuito chiuso.” Il contrasto tra la rusticità della magione e la modernità dell’attrezzatura dello studio è qualcosa che colpisce. Ma soprattutto, Girola non ci dice ‘la studio è moderno’: ci fa vedere il notebook, il fax, il monitor di sorveglianza, eccetera.

Abbiamo anche infodump a manetta, spesso resi ancora più irritanti perché del tutto inutili. Più o meno a metà del libro, così Fabrizio commenta le disavventure del gruppo: “Siamo finiti in uno zoo dimensionale popolato da aborti schifosi. Mi ricorda Serious Sam, quel videogioco dove il protagonista viaggia attraverso degli stargate per ammazzare una marea di mostri assurdi e ridicoli”. Ve lo immaginate, un vostro amico che fa una citazione e poi ve la spiega? Ma soprattutto, che valore ha questa precisazione inutile nell’economia del racconto? Non era meglio tagliarla? E il discorso si potrebbe estendere a molte delle citazioni sparse nel libro, raramente di qualche utilità, e talvolta talmente invadenti da occupare anche mezza pagina di discussioni. Per quanto riguarda invece gli infodump utili, ricordo che quasi sempre lo scrittore ha la possibilità di mascherarli o filtrarli nei dialoghi e nell’azione – lo spiattellamento nudo e crudo di informazioni è solo la soluzione più pigra.
A volte, poi, viene il dubbio che Girola non conosca bene la nostra lingua; o che non rilegga bene quello che scrive. Per esempio quando descrive le case di Monteflauto. Di esse ci dice che sono piene di polvere e ragnatele. Dopodiché, se ne esce con: “Il solaio non è altro che l’ennesimo locale vuoto e polveroso. L’unica variante è rappresentata dalle solite ragnatele, grosse e spesse, che pendono un po’ ovunque. E’ una costante degli edifici di Monteflauto.” L’unica variazione tra il solaio e gli altri locali sono le solite ragnatele, che peraltro sono una costante degli edifici di Monteflauto? Mmmh.

Ragnatela

Esempio di ragnatela diversa dalle solite ragnatele.

Fino ad arrivare a capolavori di prosa come questa presentazione della squadra di Enrico:

Fabbri, fedelissimo e irrinunciabile, per una miriade di motivi.
Fernando Marasso, pacato e sempre ottimista, fotografo di scena e all’occorrenza assistente operatore.
Astrid Volpi, operatrice di ripresa, nonché grande amica di Martina.

La bruttezza di questo passaggio è quasi comica nel modo in cui riecheggia un brano di Buio di Elena Melodia, giustamente sbeffeggiato sulla Barca dei Gamberi:

Seline, sempre allegra e curiosa, sarebbe capace di vivere una settimana solo facendo shopping. Agatha, taciturna e introversa, è indipendente e determinata. E Naomi, vivace ma equilibrata, è una di quelle che dicono sempre quello che pensano.

Anzi, nel brano della Melodia c’è persino più movimento che in quello di Girola!
Lezione di scrittura: se ai fini della caratterizzazione del personaggio è importante sapere che Fernando è fotografo di scena, mostralo mentre fa il fotografo di scena! Non fare l’elenco della spesa!

E non è solo un problema di presentazione. I personaggi di Girola sono piatti, insulsi, convenzionali. Per gran parte del libro – probabilmente anche a cause del fatto che hanno la stessa iniziale – ho continuato tranquillamente a confondere Fabrizio e Fernando. Enrico è lacerato da un conflitto morale potenzialmente interessante circa il suo interesse per il mistero di Monteflauto – da una parte il desiderio di ritrovare Martina, dall’altra quello di girare una figata di documentario e far così decollare la sua carriera. Ma Girola lo annacqua nel raccontato ed elimina sistematicamente ogni possibilità reale di conflitto (le litigate con Astrid sono ininfluenti a livello di trama).
I dialoghi sono triti e convenzionali, da film. I personaggi si incazzano e si calmano nel giro di poche battute, sempre pronti a scattare come una molla, nel modo subitaneo e improbabile delle cattive fiction. Gli alterchi di Fabrizio contro Lucchini non sono un brillante tentativo di dare profondità a un personaggio, e l’unico risultato che ottengono è di trasformare il Fabbri nella macchietta del sessantottino che odia i poliziotti. Allo stesso modo, gli scatti isterici di Astrid con Enrico sono quanto di più lontano dal comportamento di una persona vera – anche di una persona isterica.
L’unico personaggio che brilli un poco è proprio quello del vecchio Lucchini. E come mai? Guarda un po’, perché è quello più mostrato. Lucchini si muove, brandisce il fucile e lo sa usare, Lucchini è quello che discute con gli estranei e organizza il gruppo, Lucchini aggrotta le sopracciglia alla Lee Van Cleef (anche se Girola insiste troppo spesso sul paragone). Non è solo l’ombra dello scrittore o una pedina funzionale. E’ un buon personaggio. Purtroppo, da solo non può reggere tutto lo show.

Lee Van Cleef

Purtroppo non è previsto un mexican standoff tra Lucchini e i mostri del Flegetonte.

Ma scrittori tecnicamente incapaci come Clarke o mediocri come Asimov ci mostrano che è possibile meravigliare nonostante uno stile pessimo. Come se la cava Girola su questo punto?
I mostri, questo va detto, sono ben mostrati. Complice il fatto di non esserseli inventati da zero ma di averli presi dai bellissimi dipinti di Hieronymus Bosch, le creature del Flegetonte non sono generici orrori blasfemi o concentrati di malvagia malvagità – tradizione tutta italiana di descrivere i mostri – ma creature con un aspetto e un comportamento precisi. Abbiamo, per esempio, una scolopendra gigante con escrescenze a forma di volti umani sofferenti che spuntano dal dorso; ma anche enormi galline volanti con volti umani dalla bocca larga al posto del sedere e che volano al contrario; o grosse palle lardose e monocole, che si muovono su piedi palmati e sono punteggiati di pseudopodi che si muovono “come stelle filanti esposte al vento”.
Un po’ poco per raggiungere il “sublime” della definizione, ma almeno siamo sulla strada giusta.

In compenso, il Flegetonte è un mondo sbiadito.
Da una parte, manca quella complessità ecologica propria delle ambientazioni del buon Fantasy e della buona Science Fiction – quelle ambientazioni in cui ogni pezzo s’incastra come il tassello di un puzzle e dà l’impressione di una cosa viva, dall’astronave di Incontro con Rama allo “spazio conosciuto” di Ringworld al mondo atlantideo di Stations of the Tide.
Dall’altra, il mondo di Girola non può nemmeno competere con la fantasia sfrenata della Bizarro Fiction o del New Weird. I mostri sono carini, ma siamo ad anni luce di distanza da cose come le vagine che diventano portali dimensionali, le feto-mosche, le fabbriche di draghi bio-meccanici. Alla fin fine, ad eccezione degli uomini-gufo – che sono un minimo più complessi – le creature del Flegetonte sanno fare solo due cose: attaccare o non attaccare.
Il Flegetonte, insomma, non è che un’accozzaglia di ambienti e creature ostili sul modello “foresta di Lost“; i vari mostri praticamente non interagiscono tra loro 1. Salta quindi il terzo punto, il “conceptual brakethrough”; a meno che non pensiate che l’esistenza di dimensioni parallele sia ancora oggi una rottura di paradigma…

Scolopendra gigante

Una scolopendra. Non gigante.

Anche sul versante della tensione il romanzo latita. A parte un paio di scene – per esempio quella della galleria – non si prova mai paura o anche solo inquietudine per i nostri eroi. Sono quasi tutti troppo poco caratterizzati perché il lettore si leghi a loro, e c’è troppa poca immersività perché ci si immedesimi nel protagonista. Quando muore un personaggio, poi, succede tutto così lentamente, così per gradi, che non proviamo alcuna sensazione di shock. Insomma: anche qui, niente. Salta il primo punto – la “surprise”.
Inoltre, la storia segue un canovaccio estremamente classico, con il progressivo avvicinamento al luogo del mistero, il passaggio dall’altra parte, l’esplorazione e il ritorno. Le sorprese in mezzo sono ben poche, e non si discostano granché dal copione di infiniti romanzi e racconti del mistero e dell’orrore. Girola cerca di ampliare la sua ambientazione inserendo dei riferimenti qua e là: la selva oscura di Dante, Hieronymus Bosch, l’usanza della ‘stultifera navis’. Ma tutte queste belle idee sul piano della trama non aggiungono niente. Salta così il quarto punto – l’originalità.

Insomma, questo romanzo lo suscita o no, un po’ di sense of wonder? Meh. In proporzione inversa alla vostra cultura letteraria: ci sono centinaia di romanzi e racconti che, partendo da un’impostazione simile, raggiungono risultati molto più brillanti. La nave dei folli sembra un compito a casa – eseguito con onestà, ma senza particolare impegno né brillantezza. Pur essendo scritto meglio de L’ombra dell’incantatrice, paradossalmente è così ovvio e tradizionale da avermi colpito di meno. Il romanzo del Dr. Jack era scritto male ma aveva un po’ di potenziale.
Alla fine è proprio questo, il problema del romanzo. Se qualcuno mi chiedesse: “perché dovrei leggere La nave dei folli?”, non saprei cosa rispondergli. Non mi verrebbe in mente niente. Perché è gratis, forse? Ma anche i racconti di Lovecraft ormai sono gratis – essendo lui morto da più di 70 anni. Tanto vale che vi leggiate quelli, perché non c’è nulla di nuovo in Girola, rispetto ai racconti fantasy-horror che si scrivevano negli anni ’20-’30; anzi, Lovecraft è molto più appassionante. Allora, bisognerebbe leggerlo perché Girola è un italiano, un autopubblicato, uno che conoscete? Sono tutte ragioni extratestuali.
La nave dei folli è un libro modesto, senza ambizioni. Dimenticabile.

Bonus Track: Il treno di Moebius
Il treno di MoebiusAutore: Alessandro ‘mcnab75’ Girola
Genere: Horror / Fantasy
Tipo: Racconto

Anno: 2011
Pagine: 40

La nave dei folli nasce come espansione dell’ambientazione di questo racconto di quaranta pagine. Nella redazione del TG Enigma giunge un filmato amatoriale degli anni ’70, in cui si assiste alla scomparsa di un treno dentro la galleria di Monteflauto: è l’incidente che porterà alla chiusura della tratta e all’abbandono del paese. Il racconto prosegue con il viaggio della troupe a Monteflauto e le conseguenti disavventure.
Non ha senso leggere questo racconto se non prima de La nave dei folli, dato che ne è l’immediato prequel. Peraltro, a leggere entrambi, la sensazione di dé jà vu è molto forte: i personaggi dei due libri fanno quasi le stesse cose, visitano gli stessi posti e hanno anche esperienze simili. Lo stile è altrettanto brutto, anzi in certi punti è pure peggio. Per esempio, Girola ha l’ossessione di ricordarci che Richy è un’attore di soap opera fallito almeno una volta ogni tre che lo nomina.
Nel complesso fa un po’ più paura de La nave dei folli, forse perché i ragazzi di TG Enigma sono disarmati e meno preparati. L’ultima parte del racconto e il finale sono amari, e ho gradito il tentativo di scostarsi dal copione standard; purtroppo questo non basta a risollevare un racconto globalmente anonimo.
Solo per fan estremi di Girola.

Dove si trovano?
Entrambi gli e-book possono essere scaricati gratuitamente sul blog di Girola, Plutonia Experiment. Se le storie vi sono piaciute o se semplicemente vi sentite in colpa, donategli un Euro o più via Paypal.

Hieronymus Bosch

Dipingere sotto l’effetto di stupefacenti non è un invenzione del Novecento.

Qualche estratto
Il primo estratto è una panoramica di Monteflauto, nonché un ottimo esempio di come Girola riesca a sposare infodump, piogge di aggettivi e raccontato; il secondo è un raro caso di dialogo abbastanza ben riuscito, tra Enrico e Lucchini (nonostante il solito abuso di aggettivi tra una battuta e l’altra).

1.
Quando arrivano all’ingresso vero e proprio del paese, la ragazza dà lo stop e tutti si fermano per guardarsi intorno. «Voglio fare una panoramica da qui», afferma Astrid.
Le case di Monteflauto sono un mix di antico e moderno, dove per moderno s’intendono alcuni edifici costruiti probabilmente negli anni del boom economico. Essi stridono con la maggioranza delle abitazioni, che sono rustiche e semplici.
«Era un borgo di trecento abitanti circa.» spiega Lucchini, guardandosi intorno. «Coi pendolari che venivano da fuori per lavorare alla miniera di stagno, arrivava a quattrocento, anche se molti erano lavoratori stagionali.»
Enrico cerca di immaginarsi Martina a passeggio tra quei ruderi cadenti. Molte case sono conciate male, forse a causa del maltempo e delle erbacce infestanti, che in alcuni casi sembrano essere state in grado di sventrare intere pareti. Non è troppo sorpreso nello scoprirsi in diffoltà nel concentrarsi sulle sorti della sua ragazza. Forse è impazzito, ma trova quel posto tanto inquietante quanto irresistibile. È un po’ come quando da adolescente non puoi fare a meno di guardare un film horror anche se sei a casa da solo e sai che avrai gli incubi per tutta la notte.

2.
Enrico guarda il vecchio negli occhi. «Possiamo parlare un momento in privato?»
«Certo.»
«Un momento!» interviene Astrid. «Se dobbiamo decidere che cosa fare, credo che dovremmo votare per alzata di mano.»
Il regista si sforza di sorriderle. «Mi sembra giusto. Allora lo dirò qui davanti a tutti: Antonello, tu soffri di dipendenza da azione, vero? Non riesci a stare fermo e a goderti la vita da pensionato. Non desideravi altro che trovare qualche disperato disposto ad accompagnarti per tornare a indagare su Monteflauto. Ora che sei qui non ti basta ancora. È come una droga. Anzi, forse mi sbaglio. Dovrei parlare di dipendenza da indagine. Vuoi scoprire, scavare a fondo, avere tutte le risposte…» Enrico si accorge solo in quel momento che sta tremando. È colpa della tensione accumulata, ma anche dello shock di quanto è accaduto quando hanno attraversato il tunnel. Per un attimo, quel preciso attimo, vorrebbe tornare a casa, al sicuro, dimenticare tutto.
Lucchini lo guarda a occhi socchiusi, furente. Impugna ancora il Benelli. Potrebbe ammazzarlo su due piedi e nessuno farebbe in tempo a impedirlo. Invece replica con glaciale pacatezza. «Può darsi che tu abbia ragione. Io sono quello che sono e non posso diventare altro. Di certo non voglio trasformarmi in un pensionato bavoso con la prostata grossa come un melone e la dentiera da mettere in un bicchiere ogni fottuta sera. Scoprire cosa c’era alla fine del tunnel è un pensiero che ha tormentato fin dal giorno in cui mia moglie è morta. Prima, Monteflauto coi suoi misteri era un pensiero remoto del mio passato. Poi è riemerso tutto. L’ultima grande indagine. Un trucchetto per non impazzire, se preferisci. Ora il tunnel l’ho attraversato e sai una cosa? Non mi basta.»

Tabella riassuntiva

I mostri boschiani sono perlopiù ben riusciti. Trama lineare e priva di originalità.
Lucchini è un buon personaggio. Personaggi insulsi e dialoghi triti.
Uhm… è gratis?^^’ Il sense of wonder latita.
Scrittura sciatta, raccontata, infodumposa.

In conclusione: MEH, TENDENTE AL NOMeh

——

(1) Si potrebbe obiettare che Girola ha poco spazio per mostrare adeguatamente l’ecologia del suo mondo. Tuttavia a Swanwick, in Bones of the Earth, bastano poche pagine ambientate nel tardo Cretaceo per mostrarci l’interazione esistente tra diverse specie di dinosauri. Molti scrittori nostrani (specie se imbottiti di King) non riescono a immaginare quante informazioni si possano mostrare in poche pagine!Torna su

I Consigli del Lunedì #12: Behold the Man

Behold the ManAutore: Micheal Moorcock
Titolo italiano: I.N.R.I.
Genere: Science-Fantasy / Literary Fiction / Slice of Life
Tipo: Romanzo

Anno: 1969
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 150 ca.

Difficoltà in inglese: **

Karl Glogauer è un uomo infelice. Complici una madre vittimista e melodrammatica, figure paterne abusive, un retaggio ebraico-tedesco, bulleggiamenti scolastici assortiti, e cattive frequentazioni postadolescenziali, ma anche una certa propensione congenita al vittimismo e all’autodistruzione, alla soglia dei trent’anni Glogauer è una perfetta nullità. Nulla di strano se nel frattempo ha sviluppato un morboso attaccamento verso la figura storica di Gesù Cristo. Così come non c’è nulla di strano nel fatto che, non appena ha potuto mettere le mani su una macchina nel tempo, abbia deciso di viaggiare nella Galilea del 29 d.C., un anno prima della Crocifissione.
Ma qualcosa non va, nel passato: nessuno ha mai sentito parlare di Gesù di Nazaret, e Giovanni Battista sembra convinto che Glogauer sia un profeta mandato da Dio per liberare il popolo ebraico dalla schiavitù. Che cosa è successo? Cristo è esistito realmente? E soprattutto, come farà Glogauer a rimettere a posto le cose?

Behold the Man è un piccolo gioiellino che non avrei mai scovato se non avessi condotto un controllo incrociato della bibliografia di Moorcock e della collana dei SF Masterworks. In Italia è praticamente sconosciuto, e questo perché – come già The Sirens of Titan di Vonnegut, di cui ho parlato qui – è uno strano ibrido, di quelli che mi piacciono tanto, tra la narrativa fantastica e un certo tipo di letteratura mainstream-psicologica.
La narrazione segue due timeline parallele: da una parte le avventure di Glogauer nel 29 d.C., dall’altra una serie di flashback sulla sua vita, dall’infanzia all’incontro con la macchina del tempo e il suo progettatore. E mentre seguendo la prima timeline scopriamo che le cose non sono andate proprio come ci dicono i Vangeli, la seconda ci svela a poco a poco lo strano mondo interiore di quel borderline dickiano che è Glogauer.
Nel complesso, l’elemento psicologico-intimista prevale su quello fantascientifico, ma non arriverei a dire, come nel caso di Vonnegut, che gli elementi fantastici abbiano uno scopo puramente funzionale; le peripezie ucroniche del protagonista sono in grado di regalare una certa dose di autentico sense of wonder fantastorico, soprattutto se ve ne frega qualcosa del Cristianesimo.

Gesù bukkake

Potrebbe essere andata così…

Uno sguardo approfondito
La struttura di Behold the Man assomiglia a quella dei romanzi di Mellick di cui mi sono già occupato: una successione di brevi paragrafi di una o poche pagine. Ogni paragrafo costituisce una scena in sé conclusa, oppure un certo lasso di tempo raccontato in modo più sbrigativo (per esempio, un paragrafo è dedicato al primo periodo di permanenza di Glogauer tra gli Esseni). Questa struttura – che, a quanto ho visto, è ottima per le novellas e per i romanzi brevi – dà a tutta la storia un ritmo rapido, incalzante, che mantiene viva la curiosità del lettore e quindi la voglia di andare avanti.
Spesso, ma non sempre, l’alternarsi dei paragrafi coincide con l’alternarsi delle timeline. Per due pagine seguiamo l’atterraggio della macchina del tempo nel 29 d.C. e il soccorso che viene prestato a Glogauer, poi bam!, flashback su un momento significativo dell’infanzia del protagonista, e poi bam!, Glogauer riprende conoscenza in una caverna che puzza di sudore e pelle di capra. E così via. Questo alternarsi non crea confusione – perché segue delle regole precise, che il lettore afferra in fretta e a cui quindi si abitua – anzi al contrario evita il sopraggiungere di momenti di stanca. Spesso, poi, la transizione è facilitata dal fatto che il flashback riprenda temi, idee, pensieri del paragrafo immediatamente precedente – cosicché, nonostante lo stacco, si ha una sensazione di continuità, e che la storia sia tenuta insieme da un unico filo conduttore.
Certo, non sempre a Moorcock il trucco riesce. Alcuni flashback non c’entrano niente con quello che ci sta intorno, e non si capisce perché non siano stati infilati in altri punti del romanzo, o addirittura eliminati. In linea di massima i flashback seguono anch’essi un andamento cronologico – ossia, dall’infanzia di Glogauer ai suoi trent’anni – ma ogni tanto fanno salti avanti o indietro francamente inutili. Con un po’ più di attenzione in fase di editing, si sarebbe potuto evitare questo problema.

Così come si sarebbe potuto evitare un problema strutturale più grave, ossia una certa sproporzione tra la prima metà del romanzo e la successiva: la maggior parte dei flashback si accumulano tutti nella prima, scomparendo gradualmente nella seconda metà; viceversa, la parte ambientata in Galilea procede abbastanza lentamente per le prime 70-80 pagine, per poi accelerare vertiginosamente. L’ultima parte del libro, che copre grossomodo i sei mesi precedenti la Crocifissione, e che per molti versi sarebbe la più interessante, è trattata in maniera troppo sbrigativa – troppo, soprattutto, se confrontato coi dilungamenti della prima parte, quando Glogauer dimora tra gli Esseni. Maggiore uniformità nel ritmo e nella giustapposizione delle due timeline avrebbe migliorato il romanzo.
Tra le sbavature tecniche minori, poi, c’è la tendenza di Moorcock a inserire, ogni tanto, tra un paragrafo e l’altro, qualche piccolo inserto criptico dal sapore molto literary (vale a dire: cacca). Se li poteva risparmiare, perché non aggiungono niente e anzi danno l’impressione dello scrittore di genere coi complessi di inferiorità che se la tira da autore impegnato. Altre volte, specie all’inizio di capitoli, ma anche tra un paragrafo e l’altro, Moorcock inserisce delle citazioni – spesso dalla Bibbia (specialmente dai Vangeli, ma non solo), talvolta da opere di Jung o di altri. La cosa non sarebbe neanche male, ma Moorcock ne abusa, e francamente le citazioni nel bel mezzo dei capitoli se le poteva risparmiare.

Gesù Sparta

…o potrebbe essere andata così!

Behold the Man è altalenante anche nello stile.
Alcune scene (come quella dell’incipit, che ho messo tra gli estratti in fondo all’articolo) sono realizzate alla perfezione: tutto mostrato, massima economia nella scelta delle parole, ritmo incalzante, pov ben saldo – in una parola, immersione totale. Altre volte, specialmente se deve descrivere lunghi periodi di tempo, o se si tratta di scene di minore importanza, il narratore si abbandona a lunghi raccontati infodumposi. Il grosso della permanenza di Glogauer tra gli Esseni, ad eccezione delle scene iniziali e di quelle finali, è narrato con questo stile trascurato e sbrigativo 1.
Altalenante è anche la gestione del pov. Per la maggior parte del tempo è ben fissato nella testa di Glogauer, ma ogni tanto, e specialmente a partire dalla seconda metà del romanzo, scivola verso il narratore onnisciente o verso una forma di pov collettivo della gente che circonda Glogauer. Così, nella seconda e terza parte, ci sono interi paragrafi in cui vediamo il protagonista attraverso gli occhi di un pugno di militi romani, o dei rabbini del tempio, o della folla di pellegrini che lo segue. Anche se ci sono delle motivazioni plausibili, e in accordo con la trama, per questa scelta2, essa ha lo svantaggio di far scemare nel lettore l’empatia verso Glogauer – perché allontanandoci dal suo pov ci allontaniamo da lui – dopo averla gradualmente accumulata nella prima parte.

Tra le altre cose che, per inclinazione personale, potrebbero scoraggiare alla lettura, bisogna dire che il protagonista – con il suo vittimismo, il suo piagnucolio, la sua vigliaccheria, il suo farsi del male da solo e bruciarsi tutte le opportunità che gli si presentano – è un individuo estremamente sgradevole. La vicinanza del pov obbliga il lettore a uno stretto contatto con Glogauer: alcuni potrebbero sviluppare empatia nei suoi confronti, ma altri potrebbero trovarlo irritante fino all’orticaria. Per fare un paragone, immaginatevi uno Shinji Ikari adulto – solo che, a differenza di Evangelion, non ci sono dei personaggi più solari (Misato, Asuka, Kensuke, Kaworu) a fare da contraltare al protagonista.
Se si riesce a sopportare questo fiume di amarezza, bisogna ammettere che la caratterizzazione del protagonista e dei comprimari (la madre svenevole, la psichiatra acida e nichilista, Giovanni Battista, Giuseppe) è ottima. Non solo i loro caratteri sono credibili, ma Moorcock riesce a mostrarceli con poche pennellate e grande economia di parole – due battute di un dialogo, un gesto, una reazione fuori scala. Solo con un personaggio a mio avviso – Maria – l’autore si è lasciato andare alla macchietta grottesca e alle sottolineature inutili.

Shinji Ikari

“Il mondo è kattivo. Nessuno mi ama. Nessuno riconosce le mie buone qualità e mio padre mi skifa. E Asuka mi molesta emotivamente anche se sono buono. Ora scusate ma vado a masturbarmi sulla sua faccia mentre è in coma”.

E poi, c’è la rivisitazione della vita di Cristo; una rivisitazione cinica e amara, che mi ha molto affascinato. Chiunque abbia anche solo un minimo di interesse per la figura storica di Gesù e un’infarinatura del Vangelo (fatto catechismo da piccoli? O l’ora di religione alle elementari? Mai costretti ad andare a messa? Io sì, fino a 12 anni…^^’) dovrebbe provare almeno qualche scintilla di genuino sense of wonder.
In particolare, la scena della tentazione nel deserto è geniale, così come quella del tradimento di Giuda – ma il romanzo è pieno di crude reinterpretazioni di scene del Vangelo. Anche personaggi biblici come Giovanni Battista, Giuda 3 e Ponzio Pilato vengono rivisti in chiave più terra-terra, in modo più realistico e gretto. Fino ad arrivare al finale geniale. E, a questo proposito: fate attenzione alla pagina di Wikipedia su Behold the Man e in generale agli articoli su questo romanzo, molti hanno la sgradevole tendenza a spoilerare il finale – e così si perde metà del gusto.

Insomma, difetti strutturali e stilistici impediscono a Behold the Man di essere il capolavoro che avrebbe potuto essere. Ma rimane una lettura piacevolissima e inquietante. E’ un romanzo molto breve: dategli una possibilità.

Dove si trova?
Behold the Man si può trovare su Amazon a prezzi ragionevoli (10 Euro su amazon.it, scontati a 9.50 nel momento in cui scrivo). Su library.nu, in realtà, si trova una versione di Behold the Man che si spaccia per l’edizione degli SF Masterworks, ma *non lo è*; ho il sospetto che possa essere la novella originale, da cui Moorcock avrebbe tratto l’attuale romanzo, ma non ho indagato. In ogni caso, non fidatevi.
Roberto mi ha segnalato che il romanzo è stato edito in italiano nella collana Urania Collezione, No.102, nel luglio 2011, con il titolo I.N.R.I. Se qualcuno dovesse scoprire che questa edizione è disponibile nel vasto Internet, me lo faccia sapere!

Spoiler biblico

Su Moorcock
Moorcock, ahimè, è conosciuto soprattutto per le sue opere “giovanili” di Sword & Sorcery. Ora, io non ho niente contro la Sword & Sorcery, in teoria; ma è un palese dato di fatto che il 90% della produzione di questo sottogenere sia una porcheria orrenda. Neanche Moorcock si sottrae a questa tendenza. Ricordo di aver letto, a 14 o 15 anni, il primo libro della trilogia di Corum, Il cavaliere di spade; non so se rimasi più disgustato dall’oscenità della prosa, dalla piattezza dei personaggi o dalla banalità della storia, fatto sta che giurai disprezzo eterno per Moorcock e ne girai alla larga per tre anni buoni. E dire che a quell’età non ero neanche di gusti molto difficili: in quegli stessi anni ho letto i primi quattro volumi della Spada della Verità di Goodkind, e non mi erano dispiaciuti (almeno i primi due).
Elric di MelnibonéL’unica opera di Sword & Sorcery di Moorcock che mi senta di salvare è la famosa saga di Elric di Melniboné. Ambientata in un mondo tardomedievale di stampo mediterraneo, narra dell’ultimo principe dei Melniboneani, antico e perverso popolo di maghi superumani, e di come sarà causa della distruzione del suo stesso popolo e dell’inizio di una nuova era. Elric è un personaggio interessante: albino e di fragile costituzione, è costretto ad assumere droghe per sopravvivere; disprezza il suo stesso popolo; e ha un brutto rapporto con Tempestosa, la sua spada senziente assetata di sangue. La saga è rovinata da una prosa pessima e un andamento da romanzo di avventura per bambini; oltretutto Elric, che sarebbe progettato per essere un anti-eroe, finisce per fare tutte le cose tipiche degli eroi del fantasy epico. Salvano la saga l’ambientazione suggestiva e alcune idee carine, come la torre sull’orlo del mondo, la città-miraggio nel deserto, il regno dei mendicanti e la stessa isola di Melniboné.
La saga originale comprende sei libri scritti tra il 1963 e il 1977; negli ultimi vent’anni, Moorcock ha scritto una serie di midquel che però non ho letto.
Oltre alla sua sword & sorcery, ho letto altri due romanzi di Moorcock:
The Warlord of the AirThe Warlord of the Air, science-fantasy ucronico in cui un ufficiale britannico dei primi anni del Novecento, Oswald Banstable, si ritrova in seguito a uno strano incidente in un 1973 alternativo, in cui le guerre mondiali non ci sono mai state, il Commonwealth britannico sembra aver assicurato una pace eterna su tutto il globo e dirigibili giganti sono il principale mezzo di trasporto. Ma Banstable scoprirà che l’utopia è solo apparente. Il libro è scritto nello stile di un romanzo tardo-ottocentesco, e in particolare è un omaggio alla narrativa di Conrad – scelta non proprio felicissima. E’ un esempio di proto-steampunk – e il Duca lo ha citato nel suo articolo di introduzione al genere – e potreste volerlo leggere per il suo valore storico; ma è un romanzo insulso e piuttosto noioso, e questo nonostante si faccia un gran parlare di rivoluzione comunista e tra i personaggi ci sia addirittura un fikissimo Lenin ultranovantenne!
In seguito Moorcock ha scritto altri due romanzi con lo stesso protagonista, The Land Leviathan e The Steel Tsar, ma sono opere del tutto autonome, nelle quali Banstable visita altri futuri alternativi.
GlorianaGloriana è un fantasy politico ambientato in un’Inghilterra elisabettiana alternativa. Da dodici anni Gloriana regna su Albione, la più potente, ricca e splendente nazione del mondo, e i cupi giorni del regno di suo padre, il pazzo e sanguinario Hern IV, sono un lontano ricordo. Ma questa nuova età dell’oro poggia su fragili fondamenta, e una serie di eventi – complice lo sfrenato appetito sessuale della regina – rischiano di far precipitare Albione nel caos e il mondo intero in una guerra disastrosa. Nonostante i molti difetti di stile, Gloriana mi ha colpito molto e credo che ne parlerò in un futuro Consiglio.
In futuro ho intenzione di leggere qualcos’altro di Moorcock; in particolare, la stramba trilogia The Dancers at the End of Time, e forse The War Hound and the World’s Pain, primo libro della trilogia dei Von Bek. Ma accetto consigli e pareri in merito.

Qualche estratto
Questa volta, invece che due estratti, ne ho scelti tre – ma sono brevi. Il primo è l’incipit, e mi sembra un bell’esempio di economia narrativa. Gli altri due sono un dialogo, ambientato nel passato, con Giovanni Battista, e un flashback di Glogauer (completo di flusso di coscienza) che dà un’idea del suo terribile carattere. Insieme, questi ultimi due estratti danno un’idea della doppia anima del romanzo.

1.
The time machine is a sphere full of milky fluid in which the traveller floats enclosed in a rubber suit, breathing through a mask attached to a hose leading into the wall of the machine.
The sphere cracks as it lands and the spilled fluid is soaked up by the dust. The sphere begins to roll, bumping over barren soil and rocks.

Oh, Jesus! Oh, God!
Oh, Jesus! Oh, God!
Oh, Jesus! Oh, God!
Christ! What’s happening to me?
I’m fucked. I’m finished.
The bloody thing doesn’t work.
Oh, Jesus! Oh, God! When will the bastard stop thumping!

Karl Glogauer curls himself into a ball as the level of the liquid falls and he sinks to the yielding plastic of the machine’s inner lining.
The instruments, cryptographic, unconventional, make no sound, do not move. The sphere stops, shifts and roll again as the last of the liquid drips from the wide split in its side.

Why did I do it? Why did I do it? Why did I do it? Why did I do it? Why did I do it? Why did I do it?

2.
“And what is your name?” Glogauer asked the squatting man.
He straightened up, looking broodingly down on Glogauer.
“You do not know me?”
Glogauer shook his head.
“You have not heard of John, called the Baptist?”
Glogauer tried to hide his surprise, but evidently John the Baptist saw that his name was familiar. He nodded his shaggy head.
“You do know me, I see”.
A sense of relief swept through him then. According to the New Testament, the Baptist had been killed some time before Christ’s crucifixion. It was strange, however, that John, of all people, had not heard of Jesus of Nazareth. Did this mean, after all, that Christ had not existed?
The Baptist combed at his beard with his fingers. “Well, magus, now I must decide, eh?”
Glogauer, concerned with his own thoughts, looked up at him absently. “What must you decide?”
“If you be the friend of the prophecies or the false one we have warned against by Adonai”.
Glogauer became nervous. “I have made no claims. I am merely a stranger, a traveller…”
The Baptist laughed. “Aye – a traveller in a magic chariot. My brothers tell me they saw it arrive. There was a sound like thunder, a flash like lightning – and all at once your chariot was there, rolling across the wilderness. They have seen many wonders, my brothers, but none so marvellous as the appearance of your chariot”.

Gatto Giovanni Battista

3.
The first time he had tried to commit suicide he had been fifteen. He had tied a string round a hook half-way up the wall in the locker room at school. He had placed the noose around his neck and jumped off the bench.
The hook had been torn away from the wall, bringing with it a shower of plaster. His neck had felt sore for the rest of the day.
[…]
“You must try to concentrate on your work, Glogauer”.
“You’re too dreamy, Glogauer. Your head’s always in the clouds. Now…”
“You’ll stay behind after school, Glogauer…”
“Why did you try to run away, Glogauer? Why arent’ you happy here?”
“Really, you must meet me half-way if we’re going to…”
“I think I shall have to ask your mother to take you away from the school…”
“Perhaps you are trying – but you must try harder. I expected a great deal of you, Glogauer, when you first came here. Last term you were doing wonderfully, and now…”
“How many school were you at before you came here? Good heavens!”
“it’s my belief that you were led into this, Glogauer, so I shan’t be too hard on you this time…”
“Don’t look so miserable, my son – you can do it”.
“Listen to me, Glogauer. Pay attention, for heaven’s sake…”
“You’ve got the brains, young man, but you don’t seem to have the application…”
“Sorry? It’s not good enough to be sorry. You must listen…”
“We expect you to try much harder next time”.

Tabella riassuntiva

La vita di Cristo rivista in chiave fantascientifica e disincantata. Gestione dei flashback approssimativa.
Unisce paradossi temporali e introspezione psicologica. Glogauer è un protagonista sgradevole, forse troppo.
Alcune scene sono perfette. Brutti pezzi raccontati e pov ballerino.

(1) Ho una teoria in proposito. Il Behold the Man che oggi possiamo leggere è – come si usava all’epoca, e come in parte si usa ancora – la versione espansa di un racconto. E’ possibile che le scene migliori, più “dense” del romanzo appartenessero al racconto originale; e che per la versione estesa Moorcock abbia allungato il brodo con brani più raccontati e meno ispirati. C’è infatti una certa tendenza tra gli autori di genere, nel processo di trasformazione di un racconto in un romanzo, ad annacquare l’opera originale.Torna su
Ma la mia rimane una teoria, perché non ho letto il Behold the Man originale.

(2) Ho trovato due motivazioni plausibili e complementari per questa scelta di pov:
1. Moorcock vuole mostrare la progressiva depersonalizzazione, alienazione da sé di Glogauer, ma avrebbe difficoltà a farlo rimanendo *dentro* il pov di Glogauer.
2. Moorcock è interessato a farci vedere come gli abitanti della Galilea cominciano a vedere Glogauer.
Per quanto concerne il primo punto, posso obiettare che il protagonista non perde mai del tutto – ma solo a sprazzi – coscienza di sé. Anche nelle ultime fasi della sua vita, ci sono molte scene in cui Glogauer riflette su sé stesso e su quello che sta facendo.
Avrei risolto il problema alternando brevi paragrafi col pov collettivo di altre persone (quando Glogauer non è lucido), a paragrafi più lunghi in cui Glogauer è cosciente e il pov rimane ancorato su di lui. In questo modo si mantengono i vantaggi dei punti 1 e 2 senza allentare troppo il legame empatico col protagonista e la coerenza di pov del romanzo.Torna su

(3) A proposito. Se la figura di Giuda vi affascina, provate a leggere il “racconto” di Borges Tre versioni di Giuda, compreso nella giustamente celebre raccolta Finzioni.Torna su