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Sai che c’è di nuovo? (II)

Rientrato in patria, non ho ancora avuto molto tempo per mettermi seduto al computer. Ma in attesa che il blog ritorni al suo ritmo di articoli usuale, ecco una nuova carrellata di opere interessanti – uscite da poco o in uscita – in cui mi sono imbattuto nelle ultime settimane.

Southern Reach Trilogy
Annihilation VanderMeer La annunciava da tempo. Dopo cinque anni di silenzio narrativo (fatta eccezione per la collezione di racconti The Third Bear, pubblicata nel 2010), Jeff VanderMeer, decano del New Weird, esce quest’anno con una trilogia di romanzi intitolata Southern Reach Trilogy.
L’opera si presenta come un fantasy o fantascienza di esplorazione di terre bizzarre: un’equipe di scienziati dovrà penetrare nell’Area X, un territorio abbandonato e reclamato dalla natura in cui si verificano fenomeni inspiegabili, e scoprirne i suoi segreti. Ma tutte le spedizioni precedenti sono andate a finire male. Non mi è chiaro se l’ambientazione della trilogia appartenga allo stesso mondo del ciclo di Ambergris – quel che emerge dalla sinossi, è che VanderMeer sembrerebbe aver abbandonato le pretenziosità literary dei suoi primi romanzi per scrivere qualcosa più plot-oriented. Non posso che esserne felice.

Altro aspetto degno di nota è il modo in cui VanderMeer e la sua casa editrice (la FSG Originals) stanno gestendo le uscite. Il primo libro, Annihilation, è uscito a inizio Aprile; il secondo, Authority, a inizio Maggio, e il terzo, Acceptance, uscirà a Settembre. Insomma, nel giro di pochi mesi i fan di VanderMeer potranno leggere l’intera opera. Altro che i cicli senza fine alla Robert Jordan o alla Martin, costruiti sul feedback dei lettori e progettati per finire il più tardi possibile: questa è ciò che chiamo professionalità.
L’unico neo è il prezzo dell’edizione digitale, assurdamente alto – 9,55 Euro al momento in cui scrivo – e praticamente identico a quello del cartaceo. Un prezzo che sembra quasi gridare al cielo: “Piratatemi! Piratatemi!”. Ma cattive politiche editoriali a parte, la trilogia sembra molto interessante e penso che le darò una chance nelle settimane e mesi a venire. Mi piacerebbe poterci scrivere due righe a fine anno, quando sarà finita.

Monday Begins on Saturday
Monday Begins on SaturdayE dato che parliamo di esplorazioni di luoghi contaminati in cui accadono fenomeni paranormali, ricorderete il bellissimo romanzo Roadside Picnic dei fratelli Strugatsky, a cui avevo dedicato un Consiglio quasi un annetto fa. In quell’occasione avevo anche lamentato la scarsità di opere degli Strugatsky in circolazione in traduzione inglese (fatta eccezione per un po’ di loro opere reperibili su Library Genesis).
Ebbene, la Gollancz ha deciso di ripubblicare nella collana degli SF Masterworks il romanzo Monday Begins on Saturday. Il libro – che uscirà ad Agosto – è una satira in salsa fantascienfica degli ambienti accademici e di ricerca dell’Unione Sovietica. Insomma, se Roadside Picnic è un romanzo dal sapore internazionale, che – in teoria – avrebbe anche potuto essere scritto da un occidentale, questo Monday Begins on Saturday sembra decisamente radicato nell’URSS degli anni ’60. Ragione in più perché non me lo lasci sfuggire! E se dovesse piacermi vedrò di scaricarmi anche il seguito – Tale of the Troika – di cui Theodore Sturgeon diceva un gran bene. Vi terrò aggiornati.

The Tick People
The Tick PeopleParlando invece di libri già pubblicati, il mese scorso è uscita l’ultima fatica di Mellick, The Tick People. Perché ne parlo, dato che quel pazzo maniaco pubblica quattro nuove opere all’anno? Be’, è un caso particolare perché sul suo blog Mellick dichiara di essere ritornato allo sperimentalismo dei suoi primi libri:

Unlike my last few books, this is a short quick read and somewhat similar in tone to my early bizarro novellas like Teeth and Tongue Landscape, Steel Breakfast Era or Ugly Heaven.

Non significa che sia un bene. Nonostante le immagini vivide e le idee folli, i libri mellickiani del primo periodo assomigliano più ad accozzaglie di scene strane che a delle storie con un inizio, un centro e una fine; preferisco di gran lunga le opere più recenti come The Egg Man, Zombies and Shit o Quicksand House. Ma se – dopo anni passati a scrivere trame ben strutturate – Mellick fosse riuscito a trovare un equilibrio tra storie comprensibili e l’immaginario allucinato del primo periodo, il risultato potrebbe essere eccezionale. Quindi terrò d’occhio questo The Tick People, nella speranza che ne sia uscito qualcosa di buono.

Parlando di Mellick, piano piano mi sto aggiornando sulle cose che ha scritto negli ultimi anni. Ci sono molti titoli validi, alcuni dei quali potrebbero fare la gioia anche dei non amanti di Bizarro Fiction. Non mi spiacerebbe, in futuro, buttare giù un articolo di sintesi sulle sue opere più interessanti – data la quantità di cose che ha scritto e la qualità altalenante.
Ho anche per la testa un progetto di post riassuntivo di alcune delle sue opere sperimentali del primo periodo – tutta roba abbastanza ‘particolare’. Vedremo.

La Maschera di Bali
La Maschera di BaliE nel frattempo, è uscito su Vaporteppa il secondo dei racconti nati durante il concorso steampunk di Baionette Librarie. La Maschera di Bali, di Francesco Durigon, era un altro dei finalisti del concorso – altri due dovrebbero uscire nei mesi a venire.
All’epoca La Maschera di Bali non mi aveva detto molto – ma una terapia intensiva a base di Duca non potrà che avergli fatto del bene. Non l’ho ancora letto, ma intanto l’ho scaricato da Ultima Books e riposa nel mio reader. Vi farò sapere; ma intanto, dato che è gratis, vi consiglio di buttarci un occhio.

Che dire? L’annata promette bene. Devo trovare solo la forza per leggerla, tutta questa roba!

Sui frat boys, o: “I’m going to spelunk the fuck out of that cave!”

Frat BoyFino a che punto può spingersi uno scrittore per documentarsi sugli argomenti delle sue storie? Flaubert trascorse cinque anni della sua vita a leggere tutto ciò su cui poté mettere le mani per scrivere Salammbò, il suo romanzo storico ambientato nella Cartagine del III secolo a.C., e trascorse persino un periodo in Tunisia per assorbire l’atmosfera del luogo. Dick, per scrivere The Man in the High Castle, si chiuse per un anno nella sua biblioteca pubblica di fiducia a spulciare documenti di gerarchi nazisti (e in particolare i Diari di Goebbels).
Ma questo è niente rispetto a quello che ha fatto Carlton Mellick per scrivere il suo recente Clusterfuck, romanzo trash-horror ambientato nello stesso universo narrativo di Apeshit (novella a cui avevo accennato in questo vecchio consiglio dedicato ad altri due libri di Mellick). Dalla sua introduzione al romanzo:

…this book stars college girls and frat boys.
Frat boys are both the worst human beings on the face of the planet and the funniest human beings on the face of the planet, at the same time for the same reasons. In order to capture the frat boy mentality, I read every blog written by every frat boy I could find. This took quite a lot of endurance. I don’t recommend anyone ever attempt this, but the experience was horrible, funny, sad, terrifying, annoying, and strangely enlightening. And I hate to admit it, but I have since grown to emphatize with the average American frat boy despite all his faults. He’s not just the douchebag hooting in the back of the keg party, thinking he’s the toughest/hottest dude in the room. He’s also a human being with hopes and dreams and rich parents who sometimes don’t buy him every single thing he wants. And when nobody else is looking, he sometimes cries when he thinks of his chocolate lab, Stinko, who had to be put to sleep while he was away at college. He had Stinko ever since he was a puppy. He didn’t even get to say goodbye… It’s not fair, bro. It’s just not fair…

Confusi? Non sapete chi sono i frat boys? Neanch’io lo sapevo quando ho preso in mano il libro, benché la pletora di commedie americane sui college viste nelle mie estati adolescenziali avrebbe dovuto mettermi sulla giusta strada. Ci viene incontro l’Urban Dictionary:

A college kid who thinks he’s better than everyone else because he is in a fraternity. Some college kids are frat boys even though they aren’t in a fraternity. Frat boy behaviour is typified by drinking shitty beer, hitting on high school girls, making fun of punks, and wearing boring clothes. […] recognizable by:
1) caucasian ethinicity
2) sleeveless t-shirts
3) inane, misogynistic babble
4) the ginormous SUVs (usually F-150s or Suburbans) with jacked-up wheels they drive, especially with stereos blaring rap or metal
5) visors, especially if worn upside-down, backwards, or a savory combination of the two
6) excessive use of the word “faggot”
7) possession of 40 oz beers, cigarettes, marijuana, and/or beer kegs (full-size or pony). especially alcohol stolen from the local grocery store (see beer run).

As in: “Woah, look at that frat boy riding around in his giant monster truck with KC lights and the passed out girl in the passenger seat. I hope his truck tires blow out and he flips over and burns in a firey inferno.”

Non siete ancora del tutto convinti di aver inquadrato il soggetto? Permettetemi allora di mostrarvi del materiale di repertorio:


Is this the frat life?

Ora prendete personaggi del genere, shakerateli con delle fighette del college e gettate il tutto nel peggior canovaccio da spelunking horror 1, con tanto di cunicoli claustrofobici, buio e squartamenti. Otterrete un romanzo buono a farvi ghignare come dei deficienti per due o tre serate.
Bisognerebbe fare un monumento a Mellick per la sua dedizione al mestiere. Da un anno a questa parte, ha fissato come tabella di marcia di pubblicare quattro libri all’anno: uno per ogni trimestre, a Gennaio, Aprile, Luglio e Ottobre. Per ora ci sta riuscendo. E sembra – dico sembra, bisognerebbe leggerle tutte per verificare – che finora la qualità e la varietà delle storie rimanga abbastanza alta. E nel mentre, trova anche il tempo per bruciarsi il cervello sui blog dei bro. Notevole. Un cinque alto e una lattina di birra schiacciata sulla fronte per Mellick. Anche se continua a non pubblicare in formato digitale i suoi romanzi degli ultimi due anni e mezzo – that’s not cool, bro. That’s not cool at all.

Mi piacerebbe dedicare in futuro un articolo più lungo, e forse anche un Consiglio, a questo Clusterfuck – magari in tandem con Apeshit, in un grande post di celebrazione dell’horror di bassa lega. Quello in cui si ride con le gengive di fuori di fronte a vittime urlanti che vengono smembrate e violentate con gli arti mutilati dei loro amici morti… Ma cosa sto dicendo? Scusate, è l’effetto che mi fa questa roba.
Quello che volevo dire, è che il genere horror è poco rappresentato su Tapirullanza. Intanto, sondo il terreno e vedo se la cosa interessa. Vediamo cosa salta fuori.

The Descent Screenshot

Un fotogramma da The Descent, il capolavoro dello spelunking horror. Giusto per darvi un’idea.


(1) Non sapete cosa sia lo spelunking horror?
Prima cosa: siete degli sfigati. Period.
Seconda cosa: è un normale canovaccio horror, solo che avviene dentro delle caverne (to spelunk è l’attività di esplorare grotte). Di solito, coinvolge un gruppo di persone più o meno ritardate che entrano in un complesso di caverne semisconosciute all’uomo, finiscono intrappolate dentro e dovranno vedersela con legioni di mostri/mutanti orrendi. Anche se i film più famosi del genere sono usciti intorno alla metà degli anni 2000, il sottogenere non è mai diventato troppo famoso. Mi chiedo come mai.Torna su

Bonus Track: Broken Piano for President

Broken Piano for PresidentAutore: Patrick Wensink
Titolo italiano: –
Genere: Commedia nera / Bizarro Fiction
Tipo: Romanzo

Anno: 2012
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 372

Difficoltà in inglese: **

Hi, welcome to Broken Piano for President. Turn down the lights and fix yourself a stiff drink. Better yet, pour a couple cocktails and fix yourself a hangover.

Quando Deshler Dean beve, va sempre a finire male. Deshler si definisce un cliff drinker: finita la seconda bottiglia, il suo cervello va in blackout completo e diventa un’altra persona, un genio estroverso capace di fare le cose più incredibili. Almeno a detta dei suoi amici, perché di quello che fa da sbronzo Deshler non ricorda mai nulla – salvo svegliarsi la mattina nei posti più impensati. E se una volta la storia del cliff drinker era figa, Deshler comincia a chiedersi se non sia il caso di smettere: l’ultima volta che si è svegliato, era al volante di un auto costosa e non sua, con in tasca un cacciavite raggrumato di sangue e di fianco una donna (viva) con un cazzo di buco sanguinolento sulla testa.
Del resto, a cos’altro aggrapparsi? La sua vita fa schifo. Di giorno fa il portiere, in compagnia di un nano, in un albergo di lusso che organizza conferenze aziendali; di notte canta in una band underground-avanguardista odiata da tutti, i Lothario Speedwagon, nei pochi locali della città che non li hanno ancora banditi per sempre, vomitando e gettando sacche di urina sul pubblico. Ma la sua vita potrebbe stare per cambiare. La città in cui vive – Burger’s Town – è da decenni l’epicentro di una guerra senza esclusioni di colpi, quella tra le prime due catene di fast food d’America, la Winters’ Olde-Tyme Hamburgers e la Bust-A-Gut; e i top manager di entrambe le aziende sembrano conoscere Deshler, gli lanciano cenni e occhiate quando passano per la porta dell’albergo, come se si aspettassero qualcosa da lui. E non è l’unica cosa strana che è cominciata ad accadere attorno a lui… Nella sua testa, una sola domanda: che diavolo ha combinato mentre era sbronzo?

La storia di come Broken Piano for President, pubblicato solo un anno e mezzo fa, è diventato famoso, la dice lunga sulle dinamiche del mercato editoriale – compreso quello digitale. La copertina, potete vederlo, imita l’etichetta storica delle bottiglie di Jack Daniel’s. L’azienda se ne accorge e manda a Wensink una lettera di diffida; dalla controversia che nasce, il libro riceve talmente tanta pubblicità che – wham! – schizza alla posizione n.6 dei libri più venduti su Amazon.com. Una cosa mai successa per un libro pubblicato sotto la bandiera della Bizarro Fiction; mi immagino le facce di Rose O’Keefe (direttrice di Eraserhead Press) e di Cameron Pierce (direttore di Lazy Fascist Press, la casa editrice che l’ha pubblicato). Tutto questo, ovviamente, prescindendo dalla qualità reale del libro o anche dal suo argomento. Io stesso mi sono imbattuto nel libro in questo modo, e francamente non sapevo cosa aspettarmi quando l’ho comprato.
Broken Piano for President è una strana commedia sulle conseguenze del vivere una vita da debosciati, sulle dinamiche dei mercati del largo consumo e sulla paranoia aziendale, sull’arte e sugli artisti (o sedicenti tali), sul bisogno di ciascuno di noi di essere riconosciuti e amati e alle cose folli e demenziali che questo bisogno ci porta a fare. E si gioca tutto su una domanda centrale: se la nostra vita fosse un pozzo senza fondo, e se improvvisamente ci venisse tesa una mano e data una nuova sfavillante possibilità, saremmo disposti a coglierla? Qualunque sia il prezzo da pagare? La risposta è in queste pagine. Forse.

Jack Daniel's lettera di diffida

La lettera di diffida della Jack Daniel’s (clicca per ingrandire). Che carino il legale!

Uno sguardo approfondito
Se dovessimo giudicarlo dallo stile, Broken Piano sarebbe un romanzo comico. Non solo viola le regole tradizionali dell’immersività – le ribalta e ci caga sopra. Il piccolo brano proposto in testa all’articolo – con l’autore che parla in prima persona al lettore, e lo introduce con voce da cantante confidenziale nel mondo del romanzo – non solo è l’incipit del romanzo; è l’intero primo capitolo. La prosa di Wensink ha molto dello stile estroso alla Vonnegut, e chi ha letto romanzi come The Sirens of Titan (recensito qui, agli albori del blog!) o Cat’s Cradle sa di cosa sto parlando: un narratore onnisciente invadente, che commenta le vicende senza farsi problemi e chiacchiera col lettore; digressioni che spezzano l’azione in un momento di cesura o, viceversa, interrompono la narrazione nel momento di massima tensione con brevi interventi più o meno comici.
Qualche esempio. Siamo all’inizio del romanzo, Deshler si è svegliato nella macchina non sua e ha cominciato a registrare i dettagli assurdi e inquietanti del suo risveglio. Comincia a chiedersi se questo meriterà di entrare nella Hall of Hame dei suoi risvegli più assurdi. Poi vede la tipa sanguinante. Ansia. Tenta di svegliarla; non reagisce. E’ morta? Forse dopotutto questa mattinata non merita di entrare nella Hall of Fame… E bam: digressione di una paginetta sui migliori risvegli della Hall of Fame (dirò solo che uno è intitolato mid-fellatio).

Secondo esempio. Più avanti nel romanzo, in un momento di pausa tra scene importanti, l’autore coglie l’occasione per parlarci della storia delle due catene di fast-food che reggono il destino dei nostri eroi, e della loro eterna guerra. Insomma, un infodump bello e buono. Ma spiattellato in una maniera talmente onesta e diretta che fa sorridere:

So right now, you’re probably saying something to the effect of: “Jeez, there is a lot of burger talk flying around. This book is one coldcut away from being a butcher shop menu.”
This is the point I’d say: “Yeah, maybe you’re right. Is this a little overkill?” You’d shrug and I’d feel kind of guilty.
So maybe it’s time you were brought up to speed about the Burger Wars, the Beef Club, the Winters Family, Globo-Goodness Inc. and Burger Town, USA.
Let’s start at the top…

E così via per alcune pagine. Ma il tono è così affabile, la cesura così manifesta, e il ritmo si mantiene talmente rapido anche nelle pagine infodumpose, che si legge con piacere anche questo. Siamo nel regno dell’umorismo, dove non importa la sensazione di essere dentro la storia, ma la battuta fulminea, l’atmosfera ridanciana, e il ritmo. E Wensink tiene tutti questi elementi alla perfezione.
Ultimo esempio. Siamo nella seconda metà del libro, in pieno build-up del momento clou della storia, e stanno succedendo tutte insieme un sacco di cose che coinvolgono l’intero, vasto cast del romanzo. Come gestire tutti questi fili in un modo non noioso, né da leggere né da scrivere? Be’, Wensink la risolve mettendosi a commentare la sua stessa prosa, e dichiarando come ha intenzione di costruire i prossimi capitoli:

Okay, so everyone’s got problems.
This story is getting crowded with them. But hey, you and I are busy, too. So here’s a public service. Instead of rattling on for pages and pages of plot and feelings and blah blah, we’ll chop out the gristle and bone until all we have left is a meaty fillet. You guessed it: time for a montage.

Seguono (giuro) montaggi accelerati di scene su tutti i personaggi del romanzo, con tanto di colonna sonora di sottofondo. Genio!

McDonald's

La guerra è crudele.

C’è, in realtà, una marcata differenza tra i due tipi di digressione – quelle nel mezzo dell’azione e quelle nei momenti di stanca – a dimostrare che sì, dopotutto Wensink sa cosa sta facendo. Le prime sono sempre brevi e fulminee, e ricordano quelle scene de I Griffin in cui Peter o un altro personaggio dice: “Ah, questo mi ricorda quella volta che…” e segue sketch autoconclusivo di dieci secondi. In breve:
a) Rimangono sempre sull’argomento della scena principale;
b) Essendo compresse e impostate in modo vivace, mantengono il ritmo;
Il risultato è che il lettore, invece che distrarsi o rallentare la lettura, al contrario rimane ancorato in fibrillazione alla pagina e, alla fine della digressione, ritorna alla trama principale nello stesso stato d’animo in cui l’aveva lasciata. Le seconde, invece, hanno un andamento più lento, cambiano argomento, e funzionano da calma transizione tra due scene spazialmente e temporaneamente lontane (e che magari coinvolgono personaggi diversi).

Ma Broken Piano non è soltanto un libro comico. E’ agrodolce. Wensink somiglia a Vonnegut anche in questo, nella sua capacità di allontanare e avvicinare la telecamera ai suoi personaggi a seconda del momento; e quando la ripresa è vicina, è davvero in grado di farci sentire vicino ai suoi eroi. Non si raggiungono le vette di drammaticità dei romanzi di Vonnegut, ma in diversi momenti Broken Piano diventa dannatamente serio. E ci sentiamo empatici con Deshler, sentiamo sulla nostra pelle i suoi stessi dubbi e il suo stesso dolore. Del resto, come dicono gli ammerigani, Deshler Dean è someone you can relate to: chi di noi non si è mai sentito un fallito, o quantomeno non si è sentito infelice di sé e delle proprie scelte?
Soprattutto, il romanzo di Wensink trabocca ambiguità morale. Dean Deshler è un infelice, ma è uno che si è scavato la fossa con le proprie mani, perché per tutta la vita ha compiuto scelte autodistruttive. La sua ‘arte’ non piace a nessuno, ma è davvero arte o solo growl e spruzzi di vomito?, e non è che semplicemente gli piace fare l’hipster, non vuole essere capito e quindi fa apposta musica incomprensibile? Gli altri membri della band vorrebbero fare musica più orecchiabile ed essere amati dal pubblico, ma lui fa loro pressione e cerca di farli sentire in colpa per volerlo ‘tradire’. Gli altri lo prenderanno a calci, ma quando può lo fa anche lui – come con Napoleon, il nano che lavora con lui come portiere, e che lui continua a sfruttare quando gli fa comodo e a ignorare nel momento del bisogno. E poi c’è l’altro Deshler, il Deshler ubriaco e geniale: non lo vediamo in azione, ma da quel che gli altri personaggi raccontano di lui sembra proprio un gran figlio di puttana.

Guida agli hipster

Conoscili per difenderti.

E anche se Deshler è l’indiscusso protagonista, Broken Piano è un romanzo corale: spesso e volentieri il narratore lo abbandona e discende su un altro personaggio. Per esempio Hamler, il batterista della band, un uomo insoddisfatto che in fondo cerca solo l’approvazione degli altri, e che forse ha raggiunto lo scopo della sua vita diventando (di nascosto dai suoi amici) un assassino prezzolato per conto delle multinazionali degli hamburger. O Juan Pandemic, lo scheletrico bassista nonché tossico, che vive chiuso in uno stanzino buio che puzza di crystal meth, ricoperto di croste, ma poi bazzica su un computer da millemila euro e sembra avere uno strano rapporto col padre.
O Thurman Lepsic, spietato vice-presidente della Bust-A-Gut, che apparentemente vive per la sua azienda e per la curva dei profitti, ma al tempo stesso è vegetariano, odia l’odore della carne, e sogna di diventare un buon leader/padre per i suoi dipendenti. O Malinta, la conturbante carrierista dallo sguardo di ghiaccio e la parlata di un carrettiere, che vorrebbe smetterla di dire parolacce e diventare una buona madre (WTF!?). I personaggi di Wensink, come le persone reali, sono tutte fatte di luci ed ombre, a volte li troviamo degli insopportabili pezzi di merda e a volte li guardiamo e pensiamo: “awwwww”.

Sullo sfondo, il cinico mondo delle aziende e del marketing. In genere, quando uno scrittore affronta il mondo aziendale, o lo fa con piglio moralistico (personaggi bidimensionali e condanna morale dell’autore che grava come una cappa sul romanzo) o trasforma tutto in una macchietta divertente, sì, ma senza relazione con la realtà. Anche in Wensink c’è esagerazione grottesca (con multinazionali che pagano sicari per far fuori figure chiave dell’azienda rivale, o campagne pubblicitarie che violano i più basilari diritti umanitari), ma la mentalità aziendale, regolata dai bilanci trimestrali, dallo stress dei dati di vendita, dalla fedeltà eterna di facciata, dal rapporto ambiguo che si crea tra un manager e i prodotti della sua azienda, dalla paranoia e dall’ansia da prestazione continua nascosta dietro un muso duro, è ritratta con insolito realismo. C’è qualcosa di vero, e onesto, nel modo in cui Wensink parla della gente di marketing.
E poi c’è il weird. Un solo esempio: all’inizio del romanzo, la Winters’ Olde Tyme Hamburgers lancia sul mercato lo Space Burger. Ma come pubblicizzarlo? Ecco cosa organizza. Un gruppo di astronauti russi sottopagati viene mandato in orbita con un carico di Space Burger. Gli hamburger vengono infilati in una tuta vuota con legato un jetpack e lanciati nello spazio. Gli astronauti non hanno altro cibo con sé. Ogni incarto di Space Burger distribuito sul mercato ha un codice a barre; di tutto quelli distribuiti, 450mila codici danno al consumatore la possibilità di accedere ai controlli del jetpack e riportare la tuta carica di Space Burger agli astronauti, in modo tale che non muoiano di fame. Ma se un nuovo consumatore riscatta un altro codice valido, il controllo è immediatamente sottratto. Una troupe televisiva riprende il tutto in stile reality. E tu, non ti sei ancora affrettato a comprare il tuo Space Burger? O sei un orribile essere umano che preferisce vedere quei poveri astronauti morire di fame piuttosto che spendere qualche dollaro per provare a salvarli? …sì, è assolutamente fuori di testa come sembra.

Space Burgers

Salva gli hamburger. Salva gli astronauti.

Non c’è niente di soprannaturale, di davvero impossibile in Broken Piano. E’ solo molto, molto sul filo dell’improbabile e dell’esagerato. Ci sono i terroristi russi che seminano il panico tra la folla. C’è la misteriosa azienda di prodotti ipocalorici che trama nell’ombra. C’è la coppia di produttori discografici giapponesi dai gusti folli. C’è la storia d’amore ghei. C’è l’hamburger a base di crystal meth. C’è la Papamobile. C’è pure una pistola di Cechov, sotto forma di video amatoriale girato da un nano che potrebbe contenere tutte le risposte. E ci sono esplosioni!
Wensink se la gioca tutta sul filo tra la plausibilità e l’implausibilità. E su questo filo, trova il modo di gettare sulla strada dei suoi personaggi dilemmi fin troppo seri e realistici: è meglio una vita vissuta rimanendo fedeli a sé stessi e seguendo le proprie passioni, o un lavoro vero, che non ci soddisfa ma che ci rende rispettabili agli occhi degli altri e di noi stessi? Cos’è l’arte, e come facciamo a sapere se stiamo facendo qualcosa di buono se non piace a nessuno? Cosa rende la vita degna di essere vissuta? Perché ci facciamo del male da soli e sembriamo ripetere sempre gli stessi errori? Ma questo non è un romanzo di Fabio Volo e non c’è una risposta; ci sono solo i destini diversi dei vari personaggi a seconda delle loro scelte. Il finale è strano, ti coglie di sorpresa, e non ho ancora deciso se mi piace. Ma se non altro non è quell’happy ending consolatorio da commedia di Owen Wilson e Vince Vaughn, che non suona mai credibile. Se siete artisti frustrati in attesa di riscatto, non cercate consolazione in Broken Piano for President.

Su tutto, prevale un ritmo forsennato, fatto da capitoli spesso brevi e a volte brevissimi e una sequela di avvenimenti che si accumulano con effetto valanga, lasciando al lettore poco tempo per respirare. C’è a mio avviso qualche errore nella gestione delle fasi della trama e della progressione verso il climax finale, ma son cose che si perdonano facilmente. Posso dire con certezza che era da qualche anno che non leggevo un libro così rapito, senza mai provare stanchezza o voglia di metterlo giù.
Dopo la mezza delusione di A Parliament of Crows e la delusione totale di Night of the Assholes, ho cominciato Broken Piano for President con una punta di scetticismo. Invece, mi sono trovato tra le mani quello che mi sembra essere il più bel libro mai uscito con l’etichetta di Bizarro Fiction – almeno tra quelli che ho letto. Spero che leggendo questa recensione così entusiastica non comincerete a pensare che abbia perso la mia lucidità – è solo un libro che mi ha colpito molto, che mi ha divertito, e che mi ha messo ansia nei punti giusti. Non è perfetto ma è un piacere da leggere – datemi retta! La mia unica, vera lamentela? Il titolo del romanzo è poco attinente col suo contenuto. “Broken Piano for President” è il titolo dell’unico, inascoltabile LP dei Lothario Speedwagon; ma a parte quello, non c’entra niente! Peccato.

E permettetemi di concludere con una domanda: If your life were a tasty Winters Burger, would you be the bun or the beef? Meditate, gente. Meditate.

Owen Wilson & Vince Vaughn

I loro film sai come vanno a finire prima ancora di vederli. Ma questo non ti impedirà di vederli.

Ma insomma: è Bizarro Fiction?
Se eravate dei frequentatori di Gamberi Fantasy, ricorderete lo stralcio di intervista a Rose O’Keefe pubblicato in questo articolo. Alla domanda su cosa caratterizzasse una storia di Bizarro Fiction rispetto ad altri sottogeneri del fantastico, la O’Keefe aveva così risposto:

Many people say that science-fiction is weird fiction. But the thing is, most science-fiction has only a single weird element to the story. With bizarro, there are three or more. So to make a science-fiction story bizarro, two or more weird elements should be added.

Si potrebbe provare ad applicare quest’aritmetica a Broken Piano, controllare se nella storia vengano combinati almeno tre elementi catalogabili come “weird”. Ho provato a fare quest’esercizio (affamare astronauti come strategia di marketing? La guerra degli hamburger? Le performance disgustose di Deshler? E l’idea del cliff drinker, è di suo un elemento “weird”?); ma alla fine mi sono semplicemente sentito stupido.
Una soluzione ci viene invece guardando alla storia editoriale – o forse dovrei dire odissea – di Broken Piano; ce la racconta lo stesso Wensink in questo bell’articolo intitolato Getting Published After Six Years of Failures. Comincia con “I’ve been a failure at every job I’ve ever held”, quindi è un articolo divertente: leggetelo. In sintesi, Broken Piano è nato e cresciuto indipendentemente dal movimento Bizarro. Non solo è probabile che Wensink non conoscesse Eraserhead Press e le altre al momento della stesura, ma ha anche aspettato anni prima di rivolgersi ad esse; pensava che le destinatarie ideali del suo manoscritto fossero ben altre case editrici. Quindi possiamo dire che no, Broken Piano non era un romanzo pensato per essere Bizarro, e che lo è diventato solo per una serie di circostanze.

E’ anche vero, però, che le case editrici “serie” avevano sistematicamente respinto il romanzo, che Cameron Pierce ha invece visto il potenziale di Broken Piano e ha capito che poteva interessare l’audience della Bizarro Fiction, che Wensink e i ragazzi della Bizarro si sono trovati bene insieme. Un’etichetta di sottogenere è utile finché serve a far capire a chi può interessare, e anch’io penso che possa piacere agli amanti della Bizarro soft, non spiccatamente weird.
I suoi cugini più prossimi, è vero, non sono le altre opere di Bizarro; sono i romanzi sarcastici alla The Sirens of Titan di Vonnegut, i fantasy comici alla Christopher Moore e le commedie nere epico-urbane tipo Una banda di idioti di John Kennedy Toole. Decidete voi se è il tipo di storia che vi aggrada.

Jack Daniel's Logo

Trova le differenze.

Dove si trova?
Purtroppo, non ho trovato Broken Piano sui canali pirata. Wensink comunque è un bravo autore all’inizio della sua carriera, e se gli estratti che qui trovate vi sono piaciuti è anche giusto comprarlo; stranamente, su Amazon l’edizione kindle costa molto di più del paperback! Considerate le spese di spedizione, a noi italioti conviene comunque l’edizione digitale.

Qualche estratto
Ci sono così tanti brani del romanzo che meriterebbero di essere postati, anche solo per il fatto di essere pieno di capitoli brevi e sketch gustabili per sé stessi. Ho scelto una manciata di pezzi eterogenei, giusto per dare l’idea: un dialogo tra i membri dei Lothario Speedwagon sulla campagna di marketing dei poveri cosmonauti senza cibo; un capitolo interamente costituito da un esempio di conversazione tra Deshler e un amico che incidentalmente ci dice molto sul nostro protagonista; e infine una raccolta di recensioni dell’LP dei Lothario Speedwagon. Enjoy!

1.
The band works up a thin layer of sweat and finishes more bottles. In the middle of a collective noise-demolition, Pandemic holds a metal sheet over his scuffed head, yelling: “Stop, stop, wait, hold on.” The band spins out of control with feedback and drunk muttering through the PA until the insect buzz of thousands of Christmas lights fills the room. “What time is it?”
Henry looks at his phone. “Only ten forty five, why?”
“Oh, man,” Pandemic pouts like a child with melted ice cream. “Why didn’t any of you tell me?”
They look confused.
“We’re done. Now I’m missing the webcast.”
“Webcast of what?” Deshler asks, again questioning everyone’s commitment. He slumps against a wall, his loose skull bobbing side-to-side.
“Jesus, dude. Come on. The Space Burger webcast.” Pandemic fetches a laptop and starts typing.
[…] “Hey, we’re practicing,” Dean’s voice is like a nasty shove. “Don’t you guys care about this?”
“Man, we can listen to my fine-ass drumming later. This shit’s important.” Juan looks down at his screen, face glowing blue.
Through a haze of turpentine wine, Deshler thinks it is kind of odd that Pandemic has a laptop and even more unthinkable that this dump has Wi-Fi. “What are you guys so worried about?” Deshler says, annoyed.
“I swear, man, you are totally out of it. Do you know what year it is, who the president is?” Pandemic says.
“Cute,” Dean says.
“What did they teach you in orphan school?”
“I went to regular school,” Dean gets red. “Quit being a dick and tell me what’s up.”
“Okay, Oliver Twist. There is a spacesuit floating around in orbit. If you have the right burger wrapper number sequence, you can control the jetpack from Earth.”
“Why would you want to do that?”
“Duh, so you can feed the starving cosmonauts with all the hamburgers in the suit and become famous,” Pandemic says.
“And win four hundred and sixty thousand dollars,” Henry adds.
Pandemic says, “Yeah, I forgot.” He tugs hamburger wrappers from deep inside his sweatpants and smoothes them out. Each has a sticker with a different bar code. “It’s a real life video game. This is pretty much the most important thing in the world. Don’t blow it for me.”
“The further the suit floats away from the space station, the harder it gets to guide it back, obviously,” Hamler says.
“Big deal. What if nobody does?”
“That’s totally unlikely,” Pandemic says. “There are four hundred and sixty thousand winning numbers. You can enter your number at any time to control the suit, but anyone else with numbers can override you and steal the controls. The last person in command when the suit floats home is the winner. The whole country is a team. Get some patriotism, asshole.”
“Isn’t that kind of like Cannonball Run?” Deshler says.
“No,” Pandemic sounds blunt and mean. “Plus, the cosmonauts don’t have any other food. Not even freeze dried ice cream. Their lives are in our hands. So, stop being a total douche, and give a shit about all this.”
“So…what? Practice is over because of a hamburger?”
“Sorry, man. I guess I’ll have to save somebody’s life instead. I feel real bad about it.”

Bear Grylls a McDonald's

Never gets old.

2.
*Excerpt from an eye-rolling conversation between Deshler and a friend.
DEAN: The longest I ever waited? I once had to wait three months for a video to arrive.
FRIEND: That’s ridiculous. Was it something kinky from Thailand? Ping-pong balls or orangutans and stuff?
DEAN: No, better than that. It was this rare Butthole Surfers tape.
FRIEND: Oh, dude, don’t start…
DEAN: Gibby was wild as shit at this concert, Milwaukee or something. There was smoke, a small pile of burning trash on the stage, an old medical school film of a penile transplant playing behind the drummers—
FRIEND: Drummers? As in plural?
DEAN: Yes, they had two. I’ve told you this. Anyway, he was singing real nasty. Gibby just ripped apart this mannequin and there were chunky plastic limbs everywhere. He took out this wiffleball bat…
FRIEND: Dude, come on, this was only interesting the first hundred times you told me.
DEAN: Gibby’d pissed in the bat’s tiny opening earlier, and was swinging it around. Called it his Piss Wand. It splattered the audience. He was singing “The Shah Sleeps in Lee Harvey’s Grave.”
FRIEND: And this guy’s your hero? That’s kind of messed up.
DEAN: No, not at all. Look, I needed that. When I bought that video my brother and I were staying at, at, at this relative’s place. My folks were…you know.
FRIEND: Gone?
DEAN: In several senses. Anyhow, Gibby burned into my skin like a fog lamp. He was up there doing it, bringing people to their knees like a puke-stained preacher.
FRIEND: You’re sick. I need to go home. Can you grab my coat? You should really try watching some of that Thai porno. Sounds like you need a little culture.
DEAN: Gibby broke the rules. He did everything, so now anything is possible. His art was so over the top that he clear-cut a forest for the rest of us to march through. I can do anything I want. My art is free, thanks to him.
FRIEND: I’ll be sure to send him a card.

3.
In addition to selling their tape online and at gigs, Lothario Speedwagon mailed out free copies of Broken Piano for President to magazines and websites they thought would review it. Though, the band is still not sure how Japanese reporters got a hold of the cassette. Here’s what the press has to say:

“There’s a guy yelling about pianos…maybe…it’s hard to tell because it sounds like he’s underwater. And I think there are a couple other guys destroying a Chevy with hammers. My speakers are bleeding.” –Le Bombsquad.org

“Thirteen minutes of uncomfortable hell.”
–Standard Times Review

“The deepest voice this side of the Grinch.”
–Tucson Weekly

(Translated from Japanese) “Lothario bad bad bad noise feels good good good to young ears!!!!”
–Nagano Weekly Gazette

“Who wasted money on this thing getting printed?”
–Squeege Blog.com

“I don’t get it.” –Broken Mirror

“A tape? Seriously? Who makes tapes anymore? I had to go to my grandma’s house just to listen to this stupid thing.”
–Imperfect Scrawl

“In a world where so many bands try very hard to seem insane, you get the vibe Lothario Speedwagon just rolled out of bed that way.” –Clap Amp Quarterly

“My first thought was, ‘Eewww, are these fingernails and band aids?’” –Static Magic Monthly

“I didn’t hear a guitarist in the mix. However, that doesn’t mean Lothario Speedwagon isn’t torturing one in a dark shed somewhere.” –Weekly Observer

“Until now, no band has properly captured the sound of tossing bags of urine at you. Enter Lothario Speedwagon.”
–Impact Weekly

“I want to think these guys are just that cool for making a tape, but my best guess is that they’re just that dumb.”
–[YELLOW] Journalism

(Translated from Japanese) “Ear holes make yummy buzz, melt bubble gum to trashcans. Babies dance! Babies dance!” –Tokyo City Blues.com

(Translated from Japanese) “Burn Lothario like nuclear missile of love. Hail, hail, hail, The Anti-Beatles.”
–Osaka Daily News

Tabella riassuntiva

Un romanzo assurdo sulla vita, l’arte, la carriera, il marketing. Prosa troppo eclettica per alcuni palati.
Personaggi ambigui e tridimensionali. Forse troppo poco Bizarro per essere Bizarro Fiction.
Ottima alternanza di digressioni divertentissime e momenti drammatici.
Ritmo incalzante per tutto il romanzo.

I Consigli del Lunedì #34: The Egg Man

The Egg ManAutore: Carlton Mellick III
Titolo italiano: –
Genere: Horror / Bizarro Fiction / Distopia
Tipo: Novella

Anno: 2008
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 150 ca.

Difficoltà in inglese: **

Her vagina opened wide and released the babies. Hundreds, maybe thousands, of tiny fetus flies fluttered out of her.

Lincoln è uno Smell (Olfatto); significa che l’olfatto è il suo senso dominante, e può sentire odori che gli altri non sentono. Come tutti i bambini allevati dalla Georges Organization, deve diventare un artista, e ha deciso che diventerà un pittore. Ora che ha finito il periodo di apprendistato, l’organizzazione gli ha assegnato una stanza in un palazzo fatiscente dove dovrà mettere a frutto ciò che ha imparato. Ha quattro anni di tempo per dimostrare il suo talento e la sua unicità, o la GO lo disenfranchiserà e lo butterà in mezzo a una strada. A quel punto sarà una persona senza diritti e senza un soldo.
In un mondo in cui tutti gli esseri umani nascono come mosche-feto indifese; in cui quelle che sopravvivono all’infanzia e acquistano un aspetto umano, vengono spartite tra le compagnie e allevate nelle loro scuole, dove vengono indottrinati con i valori dell’azienda; dove gli unici diritti che possiedi sono quelli dati dalla compagnia a cui appartieni; dove la povertà e la miseria sono ovunque; in un mondo simile, la vita è dura per tutti. Ma è particolarmente dura per uno Smell che vuole fare il pittore ed è circondato da gente ostile. E ora c’è una donna disgustosa e incinta, Luci, una Sight (Vista), che lo perseguita; e il suo ragazzo, che crede che Lincoln se la voglia portare a letto e ha giurato che lo ammazzerà; e una faida che si sta preparando nel suo palazzo tra gli uomini della OSM e quelli della MSM; e il puzzo disgustoso di fico e carne di hamburger macinata che filtra dalla stanza accanto a quella di Lincoln, e che si dice appartenga al misterioso uomo-uovo. E Lincoln sente di essere spacciato: non ha un briciolo di talento.

Si può far puzzare un libro? Scrivere con una prosa talmente vivida da evocare odori, profumi, puzze così come si evocano immagini o suoni? E’ quello che ha provato a fare Mellick in questa novella di poco più che un centinaio di pagine, scegliendo come protagonista un uomo che vive di odori, che filtra la realtà prima di tutto attraverso il suo naso.
E’ quasi un anno che questo blog non ospitava una recensione sul più bravo autore di Bizarro Fiction, per cui mi sembra opportuno rimediare. The Egg Man è una delle sue opere meno conosciute, ma anche una delle più particolari. Se infatti la Bizarro Fiction, e Mellick in particolare, con la sua prosa quasi infantile, ci ha abituato ad atmosfere leggere, e più grottesche che drammatiche, questa novella – che prende a prestito diversi elementi del cyberpunk distopico tradizionale per farne qualcosa di nuovo – è di una cupezza e di un cinismo disperanti. E’ anche una storia particolarmente autobiografica (per stessa ammissione di Mellick), in quanto parla del processo creativo e di come un artista possa smettere di fare schifezze e produrre qualcosa di buono.
Mellick ha dichiarato sul suo blog di trovare The Egg Man una delle cose migliori che abbia mai scritto. Io ho scritto nella mia classifica che a mio avviso è proprio il miglior libro di Mellick. Ora proverò a spiegarvi perché.

Fico e carne di hamburger

E questo accostamento è ancora nulla.

Uno sguardo approfondito
Cosa rende la prosa di Mellick così piacevole da leggere? Tre cose: l’uso del mostrato, la semplicità nella costruzione delle frasi e il timbro caldo della voce narrante. Come molti suoi libri, la storia è raccontata in prima persona. Questo permette all’autore di commentare le cose che accadono e inserire piccoli brani di informazione in modo naturale, senza mai dare l’impressione di fare infodump. Il timbro lineare, molto matter-of-fact di Lincoln, rende per contro le cose che vede e le persone che incontra ancora più inquietanti; e al contempo, il suo tono lamentoso e rassegnato ci dice molto su di lui. E dato che un esempio vale più di mille parole: “The inside of the building smelled like vinegar-ham and a nutty variety of pipe tobacco smoke. It could have been worse. Some of these buildings smell like urine and dead rats. I couldn’t handle a place that smelled like urine or dead rats.”
Ed è molto anche importante l’ordine in cui si inseriscono le scene. Per esempio, l’incipit del romanzo fa così: “The fetus fly wasn’t yet dead when my steel-toed boot squished into it. The thing was lying there, half dead. It was trying to cry but its vocal cords were dried out.” Un’immagine che già di per sé è abbastanza disgustosa. Ma poi, nel capitolo successivo: “I wondered what it was like when I was just a fetus fly. I wondered why I was the one to survive out of all of those that I was born with.” BAM! Salta fuori solo adesso che il protagonista ha spiaccicato un proprio simile. Peggio: un neonato.

Ma questi concetti li abbiamo già detti e stradetti. Ciò che ci interessa adesso è: è riuscito Mellick a dare corpo al mondo di odori del suo protagonista? La risposta: in parte. La soluzione di Mellick è quella degli elenchi – la stanza dell’Henry Building dove vive sa di vaniglia artificiale mescolata a lucido per legno e pelo di cane bagnato; Luci puzza di chiodi di garofano.
Detto così può suonare un po’ asettico, ma inserito nel flusso della storia funziona abbastanza bene e presto mi sono trovato avviluppato nelle variegate puzze del mondo di The Egg Man. Alla definizione degli odori in sé e per sé si sommano le reazioni (più o meno disgustate) di Lincoln e i dati mandati dagli altri sensi (gli aloni di sudore sotto le ascelle di Luci, la nuvola di fumo della sigaretta ai chiodi di garofano che fuma, i piedi lerci…). E se alcuni accostamenti sembrano messi lì a caso, i primi che gli venivano in mente, altri suonano azzeccati. Il risultato è soddisfacente, e del resto non saprei come esprimere gli odori in un modo migliore.

Mosca morta

Un caso di omicidio?

Ma non pensate che scrivere in questo modo sia semplice o banale. Anzi: proprio la sinteticità delle descrizioni richiede una certa abilità nel sapere cosa e quanto tagliare. Del resto è impressionante pensare a quante cose, quante trovate e dettagli del suo mondo Mellick abbia potuto condensare in una novella che si leggere in un pomeriggio. E come cazzo gli sono venute in mente?
Dal fatto che tutti gli esseri umani nascano nella forma di mosche, che poi si ingrossano giorno dopo giorno, sempre più indifese e disgustose, finché perdono le ali e acquistano sembianze umanoidi; all’immagine di corporativi che vanno in giro per le strade armati di retino per acchiappare le mosche-bambino e portarle dietro i recinti degli asili nido della loro compagnia; all’idea che tutti gli esseri umani siano divisi in cinque tipologie, ciascuna con un senso dominante (i Sight, i Sound, i Taste, i Feel e naturalmente gli Smell); a piccoli dettagli come il fatto che ogni azienda abbia proprio la lingua, e che ad esempio agli uomini della Toyota sia insegnato solo il Toyotese e non la lingua comune perché siano leali alla casa madre e non fraternizzino con le altre; al modo in cui Lincoln mescoli pittura e odori per creare le sue tele. E così via, e così via.

Molti lettori, probabilmente la maggior parte, troveranno quest’atmosfera di crudeltà e cose schifose asfissiante e illeggibile. Per quanto mi riguarda, lo trovo affascinante proprio per la capacità di Mellick di rendere onnipresente questa sensazione di sporco. Sporco fisico come sporco morale. Tutti i personaggi di The Egg Man sono figure ambigue, di cui non ci si può fidare fino in fondo neanche quando sono amichevoli (le rare volte in cui questo accade); ma di cui del resto non si può neanche dire che siano cattivi perché sì. Luci è una sanguisuga, una donna che si approfitta degli ingenui per campare sulle loro spalle, ma è anche l’unica a dare del calore e una direzione alla vita di Lincoln – e allora chi sta usando chi? E del resto, Lincoln è buono, o è semplicemente un vigliacco, un debole, che si comporta in modo educato solo per aumentare le proprie possibilità di sopravvivenza? E come si comporterà se dovesse trovarsi con il coltello dalla parte del manico?
Soprattutto, The Egg Man racconta una storia. Va in una direzione. Tutti quegli elementi strani non sono messi lì a caso, ma sviluppano il dramma personale di Lincoln e i suoi tentativi di affermarsi come artista, per salvarsi dal finire in mezzo a una strada con un coltello piantato nella schiena e dare un senso alla propria vita. Il ritmo è rapido, e diventa sempre più rapido mano a mano che si va avanti e gli eventi si accavallano gli uni agli altri. E tra gli esami settimanali di fronte alla severa commissione artistica della GO, il rapporto di attrazione e diffidenza con Luci, gli sprazzi di violenza che si moltiplicano nel palazzo, la follia artistica che cova dentro Lincoln, e l’uomo-uovo, c’è sempre qualcosa a tenere impegnata la curiosità del lettore. E con personaggi così ambigui, davvero non si sa mai dove la storia andrà a finire e cosa ne sarà dei nostri “eroi”. Gli ultimi capitoli sono spiazzanti – o almeno, lo sono stati per me – e il finale è un vero pugno nello stomaco.

Bear Grylls e la piscia

La fuori è una giungla.

Quasi tutti i libri di Mellick che ho letto rientrano in una di due categorie. Ci sono – soprattutto nel Mellick del primo periodo – i tour-de-force di Bizarro, storie con una ricchezza immaginativa e trovate che non avrei avuto nemmeno nei miei incubi migliori, mostrate con un pov saldissimo; e che però mancano di una trama vera e propria, sembrano andare un po’ a casaccio e finiscono spesso senza un finale. E ci sono – soprattutto nel Mellick degli ultimi anni – storie costruite più attorno alla trama, all’interplay tra i personaggi, più coerenti; che tuttavia rinunciano a un po’ di bizzarria per seguire canovacci più tradizionali, e spesso hanno una gestione del pov più approssimativa. Per rimanere su libri di cui ho già parlato sul blog, un esempio del primo tipo è il racconto lungo The Baby Jesus Butt Plug, mentre un esempio del secondo tipo è il romanzo Warrior Wolf Women of the Wasteland. 1
The Egg Man prende il meglio dell’uno e dell’altro tipo, e ci dà una storia breve che è al contempo immaginazione selvaggia, prosa materica, una storia consistente e personaggi interessanti. Il Bizarro non ostacola lo sviluppo della trama, ma anzi la rinforza. L’unico difetto (molto soggettivo) è che The Egg Man è disgustoso, cinico e deprimente quant’altri mai. Ma se vi piace il Bizarro, l’odore di piedi e pus non vi spaventa e magari volete farvi un po’ del male, be’, dovete leggerlo.

Dove si trova?
Purtroppo, a differenza di molti altri libri di Mellick, The Egg Man non è mai stato piratato – o quantomeno, non sono mai riuscito a trovarlo in nessuno dei canali di mia conoscenza – e forse è per questo che è poco noto anche tra molti suoi fan. Comunque, è disponibile su Amazon un’edizione kindle a 5,99 Euro. Trattandosi di una novella il prezzo è un po’ alto, ma io non me ne sono pentito.

Su Mellick, di nuovo
Sul mio Anobii puntualmente non aggiornato, Mellick figura come l’autore di cui ho letto più libri dopo Dick. Non è strano, considerando quanto scriva e quanto ci si mette in media a leggerne uno. Ecco quindi una seconda cernita di suoi libri che mi hanno in qualche modo colpito (anche se soltanto l’ultimo dei tre merita davvero di essere letto). Se ve lo state chiedendo, i primi due appartengono ai libri mellickiani del ‘primo tipo’, il terzo a quelli del secondo.
Adolf in Wonderland (new cover) Adolf in Wonderland è una novella ambientata in un mondo in cui l’utopia nazista ha conquistato il mondo. Un giovane ufficiale ariano delle SS è mandato in missione in una terra sperduta, a trovare ed eliminare l’ultimo essere imperfetto sulla Terra; ma il mondo nel quale sta entrando è ben lontano dalla perfezione, e lo precipiterà da un’assurdità all’altra. Malgrado il plot promettente e un protagonista interessante, il libro si perde in una successione di avvenimenti abbastanza sconnessi tra loro e non va a parare da nessuna parte; l’argomento della “perfezione” è un po’ il pretesto della storia ma non viene davvero approfondito. Occasione sprecata. Ah, quella è la nuova copertina!
Ugly HeavenUgly Heaven è un’altra novella di esplorazione di un mondo assurdo. Due uomini si risvegliano, dopo la morte, in Paradiso; ma l’aldilà è ormai diventato un luogo spaventoso, colmo di sofferenza e pericoli, e Dio sembra scomparso o morto. Tree e Salmon andranno alla ricerca di un senso e di un luogo che possano chiamare casa. Il Paradiso di Mellick è pieno di idee interessanti – soprattutto quelli inerenti alla trasformazione dei corpi umani e dei nuovi sensi – ma anche questo libro non risponde ai suoi perché e non conclude niente; si vede che la storia manca di un finale. Migliore di Adolf in Wonderland, ma con gli stessi difetti. 2
Zombies and Shit Zombies and Shit è un romanzo lungo che mischia insieme Battle Royale e un post-apocalittico zombesco. I ricchi annoiati organizzano un programma televisivo in cui una serie di vittime vengono rapite dai quartieri poveri e gettati in mezzo agli zombie. L’unica via di salvezza: un elicottero posto all’altro capo del percorso, che può ospitare una sola persona. Chi riuscirà a salvarsi e a tornare alla propria vita, in questo tutti contro tutti letale? Il miglior romanzo lungo di Mellick: personaggi divertenti, un sacco di storyline che si intrecciano, adrenalina e cose schifose. Persino gli zombie sono interessanti (e schifosissimi)!

Qualche estratto
Il primo estratto dovrebbe dare un’idea chiara di come gli odori impregnino ogni scena o quasi di questa novella, e della fantasia di Mellick nell’utilizzarli e descriverli. Il secondo mostra in un colpo solo i personaggi principali della storia (Lincoln e Luci), come sono scritti i dialoghi in The Egg Man e il modo naturale e non-fastidioso in cui l’autore ci dà frammenti del background del suo mondo.

1.
In the dark, I smelled the air and tried to identify my surroundings by their scent. It’s kind of a weird thing to do, but all Smells do it. We can’t help ourselves. I wish I would have been a Sight or maybe a Sound, but my dominant sense had to be Smell.
I sniffed about 17 different scents in the air. The dominant scent was the cigarette smoke that was issuing into my room from under the door. The second most dominant smell was the sink. There were actually four different scents coming from the sink. One was the rust of the faucet metal, one was the light sewage flavor coming out of the drain, one was a rotten odor coming from the scum that lined the drain, and the last was an odd black pepper smell that seemed to come from the water.
I continued smelling the room. There were four varieties of dust aroma. There was a maple syrup odor coming from the closet. There was a greasy smell hidden behind the toilet. There were a few smells coming in from the outside; two forms of pollution from the nearby factories and a burnt spaghetti sauce from the window of an above neighbor’s kitchen. After a couple hours, I had figured out the origins of 16 of the 17 smells. But there was one that I couldn’t figure out. It smelled like fig and raw hamburger meat. It issued from the west wall of my apartment.
After smelling the wall for several minutes, I had to turn on the light to see if there was a stain there. It could have been a strange cocktail that was thrown at the wall, or maybe the grease of a sweet and spicy Asian meal was wiped along the bricks. But, after close examination, I couldn’t find anything unusual about the wall. There wasn’t a sticky film anywhere.
The smell didn’t seem to come from the wall itself, but from something on the other side of the wall. It must have been something extremely pungent for me to be able to smell it through brick. I wondered what the heck that smell could be, racked my brain trying to figure it out, but it remained a mystery.
I fell asleep close to dawn with the room’s smells attacking my nostrils.

Weird smells everywhere

2.
On the way home, I ran into the pregnant woman again. She was sitting on the sidewalk without any pants on. She was crying and breathing hard. Her eyes were covered by a pair of ashy smog goggles and her sweaty white tank top was being held up by her chin.
As I passed her I said are you okay?
No she said.
I said what’s wrong?
She said what the fuck do you think?
I then realized what was happening. She was about to give birth.
I said is there anything I can do?
She said I’ve done this dozens of times before.
I said I’ve never seen a birth before and want to help anyway.
She asked if I had anything to put under her ass.
She said my ass is killing me.
I said I have a package of paper towels.
She said give it a try.
Then she lifted her bare butt off of the pavement and waved me over.
I slid the 4-pack of paper towels under her and she sat down on it.
Not much better she said.
Sorry I said.
I watched her huffing and puffing for a while.
She said are you just going to stand there?
I shrugged at her.
I knelt down and held one of her hands. I didn’t know what else to do.
She gave me an annoyed look, but she didn’t refuse my hand. Her palm was gritty and cold. When her breathing got heavy, she squeezed my hand as tight as she could.
Once it happened, she leaned back into my arm and the sweat from her hip got onto my wrist.
She said here it comes.
Her vagina opened wide and released the babies. Hundreds, maybe thousands, of tiny fetus flies fluttered out of her. They swarmed into the air and created a small cloud. I’d never seen so many fetus flies before. I’d never seen them so tiny. They were only the size of small moths. I watched as the swarm of tiny babies spread apart and went their separate ways. Half of them wouldn’t survive the night. Those that made it would double in size every day. Only a few of them, if any, would live long enough to see adulthood.
After they were all gone, the woman said leave me alone.
I left her alone.
She looked exhausted. Her head slumped to her knees. She pushed the package of paper towels out from under her. They were covered in a black goop. I thought she better keep them. I didn’t want to know what that black afterbirth smelled like.
Upon entering the Henry Building, I looked back at the fetus flies dissipating in the distance. I wondered what it was like when I was just a fetus fly. I wondered why I was the one to survive out of all of those that I was born with. Luck, most likely. Luck had a lot to do with it. Too many fetus flies were unlucky. They died from the cold, they got zapped by bug lights, they got trapped in spider webs, they got eaten by birds, they got splattered across car windshields. And once they grew larger they were hunted by alley cats and shot with pellet guns by the neighborhood children. They got caught in the machines on the industrial side of town and they got poisoned from drinking the water in the river.
You had to be really lucky to survive infancy.

Tabella riassuntiva

Una distopia che trasuda sporcizia e crudeltà da ogni poro! Troppa insistenza sullo schifoso e il deprimente per il lettore medio.
Ottima prosa mostrata, dominata da puzze e profumi. La descrizione degli odori non è sempre convincente al massimo.
La quest artistica del protagonista è affascinante.
Ambiguità morale che rende la storia imprevedibile.


(1) Restando in argomento, The Haunted Vagina è forse l’unico altro romanzo di Mellick che trovi una buona sintesi tra i due tipi di storia. Gli altri due libri mellickiani che adoro, Zombies and Shit e Apeshit, sono entrambi del secondo tipo: alla fine continuo a preferire i libri con una storia.Torna su


(2) Scrive Mellick nell’introduzione alla novella che non gli dispiacerebbe tornare nell’ambientazione di Ugly Heaven con alcuni seguiti, in cui spiegherebbe finalmente perché il Paradiso è diventato quel che è diventato e che ne è stato di Dio. Ma per farlo, vuole aspettare che dei lettori gli chiedano attivamente di farlo (per esempio, sul suo blog), mostrando interesse. Io credo che lo farò, perché bene o male sono curioso, e deluso dal finale tronco di Ugly Heaven.Torna su

I Consigli del Lunedì #31: Farewell Horizontal

Farewell HorizontalAutore: K. W. Jeter
Titolo italiano: L’addio orizzontale
Genere: Science Fiction / Social SF / Distopia / Cyberpunk
Tipo: Romanzo

Anno: 1989
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 260 ca.

Difficoltà in inglese: ***

In un remoto futuro che ha perso il ricordo del proprio passato, l’intera umanità vive chiusa nel Cilindro, una gigantesca torre cilindrica le cui fondamenta si perdono sotto le nuvole. Ny Axxter è un artista freelance che per non perdere la propria libertà si è trasferito sulla superficie esterna del grattacielo. La società del Cilindro, infatti, è dominata dalle supercorporazioni della tecnologia e delle comunicazioni; essere assunti da una di esse significa firmare un contratto a vita che trasforma in poco più che schiavi, con orari di lavoro estremi e libertà di movimento quasi inesistente. Coloro che non accettano questo compromesso hanno una sola possibilità: abbandonare l’orizzontale e andarsene a vivere sulla verticale.
Ma quella del freelance è una lotta contro la fame. Axxter si guadagna da vivere creando simboli e animazioni di guerra per le tribù della verticale – clan guerreschi che competono per la vita e la posizione sociale e vengono quotati nella Borsa delle corporation. Ma il suo agente è un incapace (nonché un truffatore che gli frega una percentuale più alta di quella dovuta), e tutte le tribù con cui gli stila dei contratti si rivelano dei fallimenti. Finché ad Axxter capita l’occasione di una vita; l’opportunità di legarsi a uno dei più forti clan della verticale e assicurarsi un futuro di prosperità, proprio mentre nel Cilindro si prepara una grandiosa rivoluzione…

Nella narrativa di genere, Jeter è sempre stato un autore di secondo piano; di lui si è detto spesso che è il successore di Dick, ma viene letto poco. Non ha mai vinto grandi premi, e la maggior parte dei suoi libri sono andati fuori stampa. Si è guadagnato un piccolo posto nella storia della fantascienza come l’inventore del termine ‘steampunk’, e grazie alla recente rinascita del movimento è stato riscoperto come pioniere del genere (e di questo dobbiamo anche ringraziare la Angry Robot, che ha ripubblicato nel 2011 l’orrido Morlock Night e il divertente Infernal Devices).
Ma Jeter è prima di tutto uno scrittore di cupa Science Fiction, e di un tipo molto particolare di cyberpunk. Farewell Horizontal – che ritengo, e non sono il solo, il miglior libro di Jeter – ne è un esempio calzante: una storia di sopravvivenza e cinismo in un mondo alieno, sul confine tra romanzo d’azione, slice of life cyberpunk e metafisica. La domanda è: sarà riuscito a tenere tutto insieme?

Parkour

Qualcosa del genere.

Uno sguardo approfondito
Il romanzo è scritto in terza persona, ma il pov è fissato per tutto il romanzo sul protagonista – tutto è filtrato attraverso la sua cinica voce narrante. Ny Axxter è il tipico protagonista delle storie non-steampunk di Jeter: un tipo che dalla vita ne ha prese tante, e quindi è diventato disilluso e scazzato; un egocentrico e ipocrita, che a parole fa la vittima ma poi non esiterebbe a pugnalare i suoi colleghi per salire qualche gradino della scala sociale; un tipo con una certa vena autodistruttiva e la tendenza a fare la cosa sbagliata al momento sbagliato, in un modo che ricorda i protagonisti dickiani. Insomma – un vero antieroe, che però è talmente perseguitato dalle sfighe che non può non suscitare empatia e una certa immedesimazione. E in questo aiuta una certa dose di ironia, un tono leggero e sarcastico nel raccontare il susseguirsi di disavventure che toglie pesantezza al cinismo della storia.
A livello di prosa, Jeter si piazza nella fascia alta degli scrittori di genere – un gradino sotto virtuosi come Mellick o VanderMeer, ma sopra Finney, Asimov e la maggior parte degli altri. Anche Jeter gioca a volte a fare l’intellettualoide dalle frasi ricercate, come tutti o quasi gli scrittori New Wave, ma molto meno di uno snob come Gibson, e in questo romanzo meno che negli altri. Soprattutto, è un buon mostratore. Il mondo di Farewell Horizontal è stranissimo, pieno di idee bizzarre e difficile da visualizzare; ma Jeter riesce a illustrarlo mantenendo gli infodump al minimo. Ogni nuovo gadget o caratteristica del Cilindro è descritta in azione, accompagnato (e non sempre) da poche righe di spiegazione nel timbro naturale del protagonista.

Soprattutto, la prosa di Jeter è in grado di trasmettere la sensazione, l’ebbrezza di vivere su una superficie verticale. Per gran parte del romanzo, Axxter si muove lungo la superficie esterna del Cilindro, assistito dagli snakes, cavi metallici con ganci intelligenti che gli partono da piedi, gambe e cintura e, conficcandosi e sconficcandosi nel muro, gli permettono di spostarsi. Ma i cavi fanno molto di più; per esempio, si trasformano in una sorta di culla-branda agganciata al muro per permettergli di dormire. Jeter deve descrivere al lettore tutta una serie di movimenti e gesti molto complicati e innaturali, oltre che tenere costantemente conto degli effetti della forza di gravità, dell’afflusso sanguigno, eccetera.
Una cosa del genere, nelle mani di uno scrittore non all’altezza, poteva trasformarsi in un guazzabuglio visivamente incomprensibile oppure spegnersi in un romanzo trascurato, dove solo ogni tanto l’autore si ricorda di essere in verticale anziché in orizzontale. Invece, in Farewell Horizontal, anche nei momenti più concitati – e ci sono un paio di scene d’azione piuttosto complesse – si capisce cosa sta succedendo, si riesce a visualizzare la scena. E Jeter è molto preciso nella descrizione dei movimenti, al punto da mostrare come Ny redistribuisca il peso quando passa dalla posizione “culla” alla posizione in piedi.
Certo, neanche Jeter si risparmia alcuni errori da principiante. In un paio di occasioni, durante scene d’azione, apre delle parentesi di spiegazione che, benché brevi e filtrate dall’io narrante, arrivano al lettore come un pugno in un occhio. Più spesso, Axxter si mette a riflettere e a sviscerare ciò che gli sta accadendo, e diventa logorroico: tripudio di domande retoriche (ma allora stava succedendo così e così? O volevano fargli questo e quell’altro? Davvero lui aveva pensato di poter…? Come aveva potuto essere così sciocco?), dubbi, avvenimenti rianalizzati a poche pagine di distanza alla luce di un solo nuovo elemento. Forse Jeter voleva semplicemente caratterizzare meglio il suo antieroe, mostrandoci le sue ansie e la sua umanità – o, pensiero peggiore, è un’operazione scemo-friendly per ricapitolare e far capire anche ai lettori inetti cosa esattamente stia succedendo – ma facendo così diventa pesante e ridondante.

Il cavallo che non volle piegarsi al sistema.

Come ritmo e gestione della trama, il romanzo ha luci e ombre. La storia parte molto in sordina; i primi capitoli introducono l’ambientazione e i problemi finanziari (ed esistenziali) del protagonista, ma non è chiaro dove l’autore voglia andare a parare. Solo le continue trovate e la ricchezza del mondo di Farewell Horizontal fanno superare al lettore l’inerzia di questa cinquantina abbondante di pagine. Dopo i primi quattro capitoli la storia finalmente decolla – la direzione del romanzo diventa più chiara, il ritmo si fa serrato; salvo poi rallentare nell’ultima parte del romanzo e finire in maniera del tutto anticlimatica.
Il problema sta forse nel fatto che Jeter cerca di conciliare in questo romanzo tre anime diverse, senza riuscirci davvero. C’è il romanzo d’azione: inseguimenti rocamboleschi, pestaggi, esplosioni, Axxter che deve di volta in volta trovare l’escamotage per non rimetterci il collo. Poi c’è il romanzo esistenziale: il dramma dell’outcast, dell’artista di strada alla ricerca della felicità in un mondo cinico che non lo ama, e che probabilmente è un’allegoria di quella che a Jeter pareva essere la propria vita. E il romanzo metafisico, che punta al sense of wonder attraverso la stranezza dell’ambientazione, l’enorme Cilindro semi-disabitato di cui non si sa chi l’abbia costruito, quanto sia lungo, chi ne abiti le profondità. Queste anime si giustappongono l’una all’altra per tutto il romanzo, ma non si amalgamano mai molto tra di loro; e nessuna di queste raggiunge un epilogo davvero soddisfacente.

Prendiamo l’ambientazione. Le idee fighe abbondano, a partire dalla vita quotidiana di chi vive sulla verticale. Moto truccate munite di serpenti alle ruote, per viaggiare velocissimi seguendo i cavi-guida posti negli snodi più importanti del Cilindro dall’amministrazione centrale; prese nei muri che permettono agli outcast di collegarsi alla rete per scaricare le notizie del giorno e mappe GPS che danno la posizione delle bande guerriere lungo la verticale. La rete di Farewell Horizontal è qualcosa di molto più rudimentale del nostro Internet; assomiglia alla rete telefonica degli anni ’50, con un centralino che filtra tutte le richieste, e i servizi che sono tutti a pagamento. Ma attraverso la rete si può anche proiettare la propria coscienza in ologrammi in qualsiasi punto del Cilindro. E ci sono pure gli hacker, maghi della rete capaci di impossessarsi dei corpi della gente loggata e controllarli come marionette; ma la concezione di Jeter degli hacker e della loro genialità è un po’ diversa (e più cinica) rispetto a quella di un Gibson o di uno Sterling.
Poi ci sono gli angeli, creature umanoidi, eteree e dall’intelligenza rudimentale, che si tengono lontane dagli uomini ma che talvolta possono essere viste volteggiare attorno al Cilindro, mentre scopano a mezz’aria con i loro simili. O i Dead Centers, creature luciferine che nessuno ha mai visto in faccia, di cui si dice che vivano murati al centro del Cilindro e che attraverso le pareti tentino gli esseri umani ad aprirgli con le loro lusinghe; e che talvolta si manifestano con enormi esplosioni che cancellano interi settori e aprono ferite fumanti sulla verticale. O l’altro lato del Cilindro, quello dove il sole tramonta, e che nessuno ha mai mappato perché nessuno ne è mai tornato. E una marea di altre trovate, calate in un mondo dove tutti ti vogliono fregare e i primi a pugnalarti alle spalle sono i tuoi collaboratori più stretti.

Questa è più o meno la stima che Jeter ha degli hacker.

Eppure… eppure si arriva alla fine del libro con l’amaro in bocca. Troppe le domande lasciate senza risposta, troppe le idee interessanti abbandonate a sé stesse subito dopo essere state introdotte, troppe le false piste che si aprono nel corso della storia e finiscono nel niente. Anche in Rendezvous with Rama si scopre ben poco sulla navicella aliena che ha invaso il Sistema Solare; ma nel romanzo di Clarke, il senso di irrisolto fa parte di quel che l’autore voleva dire, ha un senso nell’economia della storia – insomma, va bene così. In Farewell Horizontal, l’impressione è invece quella di incompiuto, di lasciato a metà, come se semplicemente Jeter non avesse più nulla da dire, non sapesse più che farsene del suo Cilindro.
E come la componente metafisica lascia insoddisfatti, così anche le altre. Nonostante il continuo crescendo di azione e di tensione tra i vari personaggi del romanzo, non si arriva mai a un epico scontro finale. Né, alla fine, l’eroe trova delle risposte alla sua ricerca interiore di felicità – anche se forse la componente “esistenziale” del romanzo trova un epilogo un po’ più degno delle altre. Forse.

Insomma, come accade quasi sempre in Jeter, il romanzo parte pieno di ambizioni per poi afflosciarsi, come direbbe il Duca, come il pisello di un vecchio. E’ una di quelle storie che piace di più a metà o a tre quarti, che quando si arriva all’ultima riga. Col che non voglio dire che sia un brutto romanzo; solo, che poteva essere un capolavoro e invece si limita ad essere sopra la media.
Di sicuro è un romanzo originale. Implementa molto del cyberpunk, ma lo fa in modo tutto suo, calandolo in un’ambientazione atipica e con toni molto meno “libertari” di quelli tipici del genere. E’ anche un romanzo che, per tono, concentrato di idee, protagonista e comprimari, ricorda da vicino la Bizarro Fiction, pur restando sempre troppo controllato per diventare Bizarro. Potrebbe essere il cugino più soft e più intellettuale di Warrior Wolf Women of the Wasteland di Mellick (al quale lo preferisco!). Agli amanti della Bizarro meno pop e del New Weird dovrebbe piacere a prima vista.
Ed è uno di quei libri che non si può dimenticare di aver letto. Anche a distanza di anni, continuerà a evocare immagini nella mia testa, ne sono sicuro – l’immagine di artisti sfigati che camminano sulla superficie verticale di un cilindro infinito, sullo sfondo delle nuvole gialle della luce dell’alba, con serpenti metallici che gli escono dalle scarpe, alla ricerca di una presa internet in cui pluggarsi, inseguiti da orde di omaccioni borchiati e tatuati in motocicletta. Come dice un recensore su Amazon: se volete leggere un romanzo di K.W. Jeter, leggete questo.

Star Wars - The Mandalorian Armor

Nella sua vita, Jeter ha dovuto ingoiare molti bocconi amari.

Dove si trova?
Purtroppo Farewell Horizontal in lingua originale non si trova piratato, ma può essere acquistato in formato kindle su Amazon, nell’edizione Herodiade, alla dignitosissima cifra di 3,62 Euro. Se riuscite a guardare la copertina senza che vi esplodano gli occhi, ovvio.
In compenso, su Emule ho trovato diversi file dell’edizione italiana (“L’addio orizzontale”), nei formati ePub, mobi, pdf, doc, rtf.

Su Jeter
Anche se ci sono scrittori migliori di lui sulla piazza, Jeter meriterebbe più notorietà di quella che ha, e soprattutto ci vorrebbero più sue opere digitalizzate. Tra i libri suoi che ho letto ci sono luci e ombre, ma più le prime che le seconde. Eccoli:
Dr. AdderDr. Adder è il primo romanzo scritto da Jeter, benché non sia il primo pubblicato. Realizzato nel 1972 (dodici anni prima della pubblicazione di Neuromante), fu definito da Dick il primo vero Cyberpunk, ma gli editori l’avrebbero respinto per anni perché eccessivamente scabroso. In un prossimo futuro, il disilluso Allen Limmit si reca in una Los Angeles anarchica alla ricerca del famoso Dr. Adder, chirurgo estetico che altera in modi assurdi i corpi delle prostitute per soddisfare le perversioni dei loro cliente. Limmit vuole concludere un affare con Adder, ma i due si troveranno invischiati in una rivoluzione tra gli anarchici dell’Interfaccia e l’esercito perbenista del predicatore televisivo Mox. Il romanzo ha molte idee suggestive, e Adder è un personaggio affascinante; ma la storia è troppo frammentata, un sacco di sub-plot non vanno da nessuna parte e l’ossessione di Jeter per lo scabroso a tutti i costi stanca. Così così.
Morlock Night Morlock Night (La notte dei Morlock) è un seguito horror-fantasy di The Time Machine di Wells. I Morlock si sono impossessati della macchina del tempo, e dal futuro sono tornati nella Londra vittoriana per portare rovina e pasteggiare a base di gentiluomini britannici. L’idea è interessante e il romanzo parte bene, ma prende una bruttissima piega quando si intromettono Re Artù, la lotta del Bene contro il Male e la ricerca di tutti i pezzi della spada Excalibur per ridonare le forze al campione della luce. Una cagata pazzesca, sconsigliata a tutti tranne che agli amanti del trash estremo o a chi nutra una curiosità storica verso le origini dello steampunk.
Infernal Devices Infernal Devices (Le macchine infernali) è una tragicommedia in salsa vittoriana. George Dower, gentiluomo londinese senz’arte né parte, gestisce un negozio di diavolerie meccaniche lasciategli in eredità dal padre geniale. La sua vita tranquilla viene sconvolta dall’arrivo di un cliente negro con una richiesta particolare. Da allora, Dower precipita in una serie di intrighi sgangherati, tra uomini pesce che hanno colonizzato un quartiere di Londra, ordigni capaci di far esplodere il mondo, automi pensanti caricati a molla dalla notevole potenza sessuale, viaggiatori del tempo e logge massoniche. Stile e ritmo sono altalenanti e la storia è troppo esageratamente grottesca per essere davvero immersiva, ma si legge che è un piacere. Questa è l’opera steampunk di Jeter che merita di essere ricordata, e forse ci scriverò un post in futuro. Jesus H. Christ!
Noir Noir è un cyberpunk amarissimo, in un mondo collassato e in preda all’anarchia, dove i corporativi fanno il bello e il cattivo tempo in mezzo a giovani che si prostituiscono e barboni non-morti tenuti in vita finché non avranno pagato tutto il debito che hanno con le banche. McNihil, investigatore privato che si è fatto impiantare negli occhi un filtro in bianco e nero che gli fa vedere il mondo come se fosse un film noir, è arruolato da una supercorporation per indagare su un omicidio che lo metterà sulle tracce di perversi pirati del copyright che minacciano il mondo intero. Noir è immersivo e pieno di trovate affascinanti; ma l’insistenza feticistica di Jeter verso tutto ciò che è disgustoso, crudele, umiliante, sgradevole, la prosa lenta e intellettualoide, e il suo rant destrorso contro i violatori del copyright e i pirati del digitale (alla gogna!), fanno girare i coglioni. Da leggersi solo quando si è di ottimo umore.
Mi piacerebbe leggere qualche altro suo romanzo, come il decantato The Glass Hammer, ma allo stato attuale esistono solo cartacei fuori commercio. Auspicando una futura digitalizzazione dell’autore, per il momento mi limiterò ad aspettare.

Chi devo ringraziare?
Se sono arrivato a leggere Farewell Horizontal, una volta tanto non devo ringraziare persone che conosco personalmente ma due scrittori. In primo luogo Philip Dick, che in vita parlò sempre bene del suo pupillo e spinse molto Dr. Adder. Insomma: se il mio idolo letterario ne parla bene, deve pur valere qualcosa! In secondo luogo Jeff VanderMeer, che nella postfazione a Infernal Devices (nell’edizione della Angry Robot) ricorda ai lettori che Jeter non è solo proto-steampunk; anzi, che alcuni dei suoi risultati migliori li ha avuti nell’horror e nel cyberpunk (e questo è uno dei romanzi citati). Insomma: se lo dice il decano del New Weird, sarà vero…!
Poi, ovviamente, avrei da ringraziare in misura diversa anche il Duca – che nel suo parlare di steampunk mi ha scolpito nella testa il nome di Jeter – e Mr. Giobblin – che mi ha segnalato la ripubblicazione dei romanzi steampunk di Jeter da parte di Angry Robot. E magari la stessa Angry Robot. Insomma, devo ringraziare un macello di gente.

Blade Runner 2 - The Edge of Human

molti bocconi amari…

Qualche estratto
Per questo Consiglio ho scelto due brani che, mentre davano un’idea generale del protagonista e del “tono” della narrazione, si focalizzassero su due degli elementi più interessanti dell’ambientazione: la connessione alla rete e il movimento sulla verticale. Nel primo Axxter, subito dopo aver avuto la fortuna di immortalare due angeli che facevano sesso, vuole loggarsi per contattare il suo agente e verificare quanti soldi può farci. Il secondo è una scena di vita quotidiana: Axxter che smonta il campo alle prime luci dell’alba e chiama la sua motocicletta.

1.
For most of this excursion he’d been traveling off-line, the Small Moon being over-curve, all signal to or from it being blocked by the building itself. And in this scurfy territory, the building’s exterior desolate and abandoned in every direction, Ask & Receive hadn’t been able to sell him a map of plug-in jacks. So finding this one had been a break, as well. Maybe that’s when my luck started. Axxter rattled his fingertip inside the rust-specked socket; a spark jumped from the tiny patch of metal to the ancient wire running inside the building. Last night, when I found this; maybe it’s all going to just roll on from here. At last.
YES? The single word floated up in the center of his eye, bright against the deadfilm’s black drain of ambient light. More followed. GOOD MORNING. “THE GLORIES OF OUR BLOOD AND STATE/ARE SHADOWS, NOT SUBSTANTIAL THINGS/THERE IS NO ARMOR –”
“Jee-zuss.” Axxter’s gaze flicked to CANCEL at the corner of his eye. The trouble with buying secondhand; his low-budget freelancer’s outfit had all sorts of funky cuteness left on it from its previous owner; he had never been able to edit it out.
VERY WELL. Sniffy, feelings wounded. REQUEST?
He hesitated. For a moment he considered not calling anyone up; just not saying anything about the angels at all. His little secret, a private treasure. That would be something. Something nobody had except me. He nodded, playing back the tape inside his head corresponding to the one inside the camera. So pretty; both of them, but especially the female angel. Slender as a wire. A soft wire. And smiling as she’d drifted away. That smile was locked away, coded into the molecules inside the camera. And in my brain – burned right into the neural fibers. As if soft, dreaming smiles could burn.
[…] Angel stuff being rare also made it valuable, however. Beyond the mere smile. That decided the issue. “Get me Registry.”
After he’d zipped the footage from his archive to Reg and got a File Check, Clear & Confirmed Ownership – thank God that much service came free – he asked if anything else had come in lately under the heading Angels, Gas, Coitus (Real Time). For all he knew, whole orgies had been taking place in the skies around the building’s morningside.
Two cents pinged off the meter panel in the corner of his sight, Registry’s charge for the inquiry. The sight/sound made him wince.
NOTHING, JACK. TOTAL NADA. The Registry interface had a flip personality. YOU MIGHT TRY UNDER HISTORICAL AND/OR POETRY. “I WANDERED LONELY AS A –”
Another eyeflick, to DISCONNECT. He didn’t want to get tagged for another charge. Not for ancient nonsense, some pre-War file dredged out of Registry’s deep vaults. “Screw that.”
PARDON?
“Get me, um . . . get me Lenny Red.” By contract, Axxter should have called his agent Brevis. But Brevis took a ten-percenter bite; and any idiot working out of a top-level office could peddle hot angel love stuff. I could do it, from here – Axxter knew Ask & Receive had a call out, all angel footage bought top-price. But Ask & Receive also listed their stringers in a public file; if Brevis found out – and he would – he’d take the whole wad paid, not just ten percent. Contractual penalty. So Lenny’s usual five made him a bargain.
SHIELD LINE?
“Naw, don’t bother.” No sense in paying the extra – he had his Reg confirm. “Just call him straight in.”
YOU’RE THE BOSS.
The cranky wire quavered Lenny’s face. “Howdy, Ny.”
He squinted at the image overlaid in his sight. Lenny’s forehead smeared to the left; his mouth was a rippling loop. This far downwall, you took what you could get. “Got something for you.”
“Oh?” Oh? – the line echoed as well. “Like what?” Kwut?
“Angels.”
A distorted eyebrow lifted like an insect leg at the edge of the film “Really.” Lee-ee.
“Catch this.” Axxter engineered a smug smile into his own face. “Angels having sex.”

2.
Methodically, with elaborate care, Axxter broke down his small camp. Taking more pains than necessary; I know, he told himself once more, as he watched his hands going through routine. Mind working on two levels about the subject. On top, right up against curve of skull, the old subvocal litany: Careful; have to be careful; weren’t born out here like some of them; until you get your wall-legs, better, smarter to be careful still. But underneath, not even words: fear, not caution, slowed his movements. As narrow and cramped as the confines of the bivouac sling were, it was at least something underneath him, a bowed floor of reinforced canvas and plastic beneath his knees as he knelt, or shoulder and hip when he slept, and the empty air beneath. That was as safe, he knew, as you got on the vertical. He could have stayed in the sling forever, hanging on the wall. Money, the lack of it, compelled otherwise.
Eventually everything – not much – was packed into two panniers and a larger amorphous bundle. He closed his eyes for a moment, gathering strength, then stood up, the sling’s fabric stretching beneath his feet. He whistled for his motorcycle.
For close to a minute, as he leaned against the building’s wall, holding onto a transit cable for balance, he heard nothing, no answering roar of the engine as the motorcycle came wheeling back to his summons. Thin green on this sector of the wall; something to do with Cylinder’s weather pattern, Axxter figured. The motorcycle would have to have grazed for some distance to have filled its tank. Just as he was about to whistle again, he heard the rasp of its motor, growing louder as it approached.
Over the building’s vertical curve, due rightaround from where he stood in the bivouac sling, the headlight and handlebars of a Norton Interstate 850 first appeared, then the spoked front wheel and the rest of the machine behind. Bolted to the motorcycle’s left side – the uppermost side now, as the machine moved perpendicular to the metal wall – the classic blunt-nosed shape of a Watsonian Monza sidecar came with the motorcycle, its wheel the parallel third of the whole assemblage. A typical freelancer’s rolling stock; he had eyeballed it for so long back on the horizontal, when he’d been saving up his grubstake, that he’d memorized every bolt before he’d ever actually wrapped his fist around the black throttle grip. Even now, after this long out on the vertical, the sight of the riderless motorcycle heading toward him – accelerating as if impelled by love, though he knew it had only taken a visual lock on his position – affected him, rolled on a sympathetic throttle inside his chest. A notion of freedom, as much so as angels, living or dead.

Tabella riassuntiva

Un cyberpunk atipico dove la gente cammina sui muri! Troppe domande senza risposta e un senso di incompiutezza.
Protagonista sfigato e autoironico in cui è facile immedesimarsi. Brutta tendenza alla logorrea scemo-friendly.
Jeter riesce a mostrare come si vive in verticale. Inizio lento e finale anticlimatico.
Ritmo crescente e buon mix di azione.