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La scrittura ai tempi del colera

Macchina da scrivere Olivetti“Non c’è un’epoca migliore di questa per diventare scrittori”: così diceva James N. Frey all’inizio degli anni ’90, nel suo How to Write a Damn Good Novel II (seguito del suo primo, fortunato manuale). Frey si riferiva all’avvento dei word processor, che andando a sostituire le macchine da scrivere rendeva il lavoro dello scrittore infinitamente più facile, e alla globalizzazione, che stava ingigantendo i numeri del mercato editoriale. Oggi, visto dalla prospettiva del 2014 (e del mercato italiano del 2014, bisognerebbe aggiungere), fatico a condividere quell’ottimismo.
Mi sono sempre chiesto quale fosse la formula di vita che permettesse agli scrittori di vivere della loro arte. Più che la domanda “Come fai a scrivere?” (dove la risposta è sempre stessa: costanza, disciplina, orari rigidi), ciò che mi sono sempre chiesto è: come fai a guadagnare? Riesci sempre a scrivere quello che vuoi? Devi scendere a compromessi? Rinunci alla perfezione per rispettare la deadline? E ancora: Che tipo di vita vivi, in conseguenza della tua scelta di dedicarti alla scrittura? Ho guardato alle vite degli scrittori che mi piacevano, in cerca di ispirazione. Più spesso che no, purtroppo, ho visto cose che non mi sono piaciute.

Mi sono fatto un quadro di cosa significhi “vivere di scrittura”. Naturalmente non mi aspetto di dire nulla di nuovo. Ma trovo utile, a volte, fare il punto della situazione, e scrivere a chiare lettere pensieri che per la maggior parte del tempo volano in modo disordinato nella nostra testa. Non mi aspetto nemmeno di dire cose piacevoli. Gli ultimi anni non sono stati felici per la maggior parte degli italiani, e parlare di soldi, lavoro, e di mantenersi tocca note delicate. Per cui se siete di cattivo umore non continuate a leggere.
Ora, dato che un esempio vale più di mille parole, prenderò in considerazione una serie di casi. Partiremo da quattro autori americani di narrativa fantastica; tutti autori che abbiamo incontrato a più riprese su Tapirullanza e che quindi conosco abbastanza bene. Vedremo dove li hanno portati le loro scelte, e quali gradi di libertà – economica, artistica, di opinione – mi sembra che godano all’interno della loro professione.

Colera

Il vibrione del colera. In caso aveste bisogno di riconoscerlo.

Il caso Swanwick
Partiamo dalla cima. Tra gli autori attualmente viventi che mi è capitato di leggere negli ultimi anni, Swanwick è di certo uno di quelli che se la passa meglio. Si mantiene con la scrittura da trent’anni, e ha sempre potuto scrivere quello che gli piaceva senza scendere a compromessi, senza mai “tradire” la propria poetica. Non ha mai pubblicato niente di cui non fosse soddisfatto, e ha dichiarato in più occasioni che una sua storia può rimanere nel cassetto anche per diversi anni, in attesa di trovarle una conclusione degna. In tre decadi di carriera ha all’attivo meno di dieci romanzi, eppure non sta morendo di fame. In una parola: scrive e fa pubblicare quello che vuole, seguendo i propri ritmi. Insomma, la vita che ogni scrittore vorrebbe avere, no?
Eppure anche Swanwick deve stare attento a quello che fa e dice. Se il romanzo di un suo collega fa schifo, non può dirlo. La questione è emersa chiaramente in un suo post su Flogging Babel dello scorso agosto:

Recently, on Facebook, I grumbled about the limitations of a book I’d quit reading. Immediately, people wanted to know the name of the author.
But I won’t do that.
I understand why people wanted to know. There are many, many bad writers whose works are risibly (this may well be the first time in this century that word has appeared outside of a crossword puzzle) awful. I read their books and I gnash my teeth. So why won’t I mock them out and publicly humiliate them?
Because they fall into two camps.
The first consists of those who hopefully put their work before the public eye and got no or little response. If they have done anything wrong (and I am unconvinced they did), they have been punished well beyond their desert. Some of them deserve far better.
The second consists of those who published and profited richly. (You know — or think you do — who I’m talking about.). But what is their crime? They wrote novels that tens of thousands of people loved so much that they were willing to spend their hard earned money on them.
There are people within one block of me who have done worse.
[…] These people are my kin — my brothers and sisters. We understand each other.
So, no, I won’t name names.

Ricordo una vecchissima diatriba tra Gamberetta e lo scrittore Adriano Barone, perché quest’ultimo non voleva fare i nomi dei moltissimi autori incapaci che affliggevano la narrativa fantastica italiana. Qui Swanwick si sta macchiando della stessa colpa: dare la precedenza alla lealtà tra colleghi scrittori rispetto a quella verso i lettori. Neanche lui, uno dei riconosciuti Grandi della narrativa fantastica statunitense, può permettersi una simile libertà rispetto al network di gente che gli dà da mangiare. Evidentemente neanche il mondo della narrativa fantastica americana, pur mangiandosi a colazione quello italiano, è poi così grande.
Pur con la sua libertà artistica, Swanwick partecipa a tutte le convention che può, si fa vedere, scrive prefazioni o articoli saggistici quando gli vengono commissionati, e così via. Una serie di obblighi di mestiere lo legano a doppio filo con i personaggi del mondo dell’editoria. Per alcuni questo non sarà un problema o addirittura sarà un piacere, ma molti sembrano coltivare il sogno di una vita da artista eremitico, autonomo e privo di ipocrisie. Be’, la realtà è che neanche un uomo del calibro di Swanwick può permettersi un simile privilegio. Proprio perché i suoi introiti derivano interamente dal mondo dell’editoria, dipende da esso e non potrà mai permettersi di pestare i piedi a qualcuno.

Michael Swanwick

Swanwick is not amused.

Il caso Mellick
Anche Carlton Mellick è riuscito a coronare il suo sogno e a mantenersi scrivendo ciò che vuole. A differenza di Swanwick, però, Mellick è uno scrittore giovane e meno affermato, che si è trovato una piccola nicchia al di fuori dei circuiti dei premi e delle convention tradizionali del fantastico (i vari Hugo, Nebula, Locus e compagnia cantante, la Worldcon…). Per lui è già più dura. E difatti, per garantirsi un afflusso più o meno costante di denaro scrive come un dannato.
Da gennaio dell’anno scorso, ha dichiarato il suo intento di pubblicare un libro ogni trimestre – vale a dire quattro pubblicazioni all’anno! E se alcune sono novelle di un centinaio di pagine o poco più, quasi ogni anno gli scappa il romanzo da due o trecento pagine. Insomma, un output terrificante, che non soltanto lo costringe ad ammazzarsi di scrittura tutto l’anno – e anche a lanciarsi in maratone di scrittura da sedici ore al giorno per una o più settimane – ma ovviamente lo porta a curare di meno ogni singola opera. Benché il livello stilistico di Mellick sia tra i più alti che potrete trovare nella narrativa fantastica (è davvero bravo!), la qualità della sua prosa non è la stessa in tutti i suoi lavori, si vede che a volte scrive un po’ di fretta, e anche molte situazioni o espedienti tendono a ripetersi da un romanzo all’altro. Verrebbe da dire: “scrivi un po’ meno e cura di più ognuna delle tue opere”, ma è facile per noi che stiamo dall’altra parte; per lui, magari, scrivere di meno significa saltare un mese di affitto.

Non solo. Pur con il catalogo senza fine di Mellick – nel 2013 festeggiava, con Village of the Mermaids, la sua quarantesima pubblicazione! – la vita dello scrittore è una vita sull’orlo dell’abisso. Nella prefazione a Crab Town (un libro molto triste e purtroppo non particolarmente ben riuscito), Mellick scrive:

If there were a message to Crab Town it would be: debt is the scariest fucking thing in the world. Well, maybe it’s not scarier than say a tidal wave made of sharks and chainsaws heading toward your children, but it’s one of the most realistic things to fear because it’s the most likely thing that can, and will, fuck over your whole life.
Debt is the reason there aren’t too many full time writers or artists anymore. As a full time writer living my dream, I can have it all taken away from me at any moment. It’s happened to tons of writers that I’ve known. It’s called: not having health insurance. If you’re a full time writer you’re not getting health insurance. You’re lucky enough to be able to pay rent with the small amount of money you’re making. All it takes is to have a medical emergency, which is bound to happen someday, and without health insurance those hospital bills are going to hit you with debt so hard you’ll have to get two back-to- back day jobs in order to pay them off.
Fuck that shit!
Real life just isn’t set up for certain kinds of people, and artists/writers are one of them. Living your dream is worth the risk, sure, but you’ll often find yourself getting the shit end of the stick.

Grazie al cielo noi italiani non abbiamo un sistema sanitario fottuto come quello americano. Ma anche in Italia ci sono molti modi per finire indebitati.

Carlton Mellick III

Mellick dopo un anno che pubblica un libro ogni tre mesi. Vuoi finire anche tu così?

Il caso VanderMeer
Benché sia un autore che non mi dispiace, abbiamo incontrato solo una volta il “patrono” della corrente del New Weird, nel Consiglio dedicato a City of Saints and Madmen. In compenso, all’epoca in cui era attiva Gamberetta ne parlò in lungo e in largo, dedicando – tra le altre cose – un divertentissimo articolo al suo manuale di “sopravvivenza” come scrittore, Booklife. Come racconta Gamberetta:

Sopravvivenza nel vero senso del termine: come procurarsi da mangiare vendendo libri.
Il mestiere dello scrittore è affrontato dal punto di vista sociale/commerciale, partendo dal presupposto che già si abbiano pronti uno o più romanzi da far fruttare.

Con VanderMeer cominciamo veramente a scavare la fossa del “chi me lo fa fare”, dato che questo pover’uomo, per mantenersi come scrittore, ha davvero dovuto gettare alle ortiche la sua dignità. Dal mendicare blurb e pubblicizzazioni gratis a destra e a manca, al rivendere gli indirizzi e-mail dei propri fan alla casa editrice per spammarli di pubblicità, VanderMeer spiega tutto ciò che ha dovuto fare – e che qualunque scrittore professionista dovrebbe fare – per pubblicizzare la propria opera e riuscire così a mantenersi.

A fronte di ciò, si potrebbe ribattere, VanderMeer è riuscito a restare fedele alla propria vocazione, e a scrivere solo i libri che voleva scrivere. E in effetti, i suoi romanzi del ciclo di Ambergris sono tutto meno che mainstream. Nella sua vita ha dovuto scrivere un unico romanzo su commissione, Predator: South China Seas (OMG), e ha evitato la trappola dello “sforna un libro dopo l’altro stile catena di montaggio” alla Mellick, dato che in media pare pubblicare un romanzo ogni quattro anni.
Apparentemente. Perché se guardiamo alla sua bibliografia, notiamo che la sua carriera di scrittore è completamente eclissata da quella, parallela, di curatore di antologie. Steampunk, Steampunk Reloaded, New Weird, The Weird, Best American Fantasy: solo Wikipedia ne conta quindici. Si sarà divertito, per carità; ma con tutto il tempo che passa a curare cose non sue, e quello trascorso a fare il (triste) markettaro di sé stesso, viene da chiedersi quanto tempo gli rimanga da dedicare alla scrittura. Ah: ecco perché esce un romanzo ogni quattro anni! Pare che VanderMeer un tempo lavorasse come impiegato, ma che a un certo punto si sia licenziato per dedicare la sua vita alla scrittura. Sicuro sicuro sicuro che sia stata una buona scelta, Jeff?

Jeff VanderMeer

VanderMeer mentre scrocca a casa di un fan.

Il caso Jeter
E veniamo al fondo della mia fossa personale.
K.W. Jeter non è un cattivo scrittore. Anzi, quando si impegna è anche superiore alla media dei suoi colleghi, come spero di essere riuscito a dimostrare nel Consiglio dedicato al suo Farewell Horizontal. Ma a lui è andata a male. Non ha mai vinto un premio nel settore, nessuno dei suoi libri ha mai raggiunto una grande notorietà. A partire dai primi anni ’90, dopo quindici anni trascorsi nel settore, ha cominciato ad accettare di scrivere libri su commissione. Prima romanzi sull’universo di Star Trek, poi anche seguiti di Blade Runner – probabilmente sulla base del fatto che era stato un discepolo e amico personale di Dick – e romanzi su Star Wars. Da allora non ha più smesso. E con questi lavori deve aver finalmente cominciato a vedere soldi veri, perché gradualmente ha cessato di produrre opere originali, e ora non ne scrive quasi più.
Il nascente interesse per lo steampunk gli ha donato finalmente, negli ultimi anni, un po’ di popolarità. Angry Robot ha ripubblicato i suoi due romanzi proto-steampunk. Ma già si vede la piega che sta prendendo la cosa. L’ultimo romanzo di Jeter, pubblicato anch’esso da Angry Robot, si chiama Fiendish Schemes ed è un seguito diretto di Infernal Devices, la più bella delle sue opere steampunk. Scrivere il seguito di un romanzo scritto venticinque anni prima e che, di per sé, era pienamente concluso: questo è diventato Jeter dopo quarant’anni di carriera sfortunata. Lo stesso cinico, amareggiato Jeter che nel suo Noir sclerava completamente e si lanciava – attraverso i suoi personaggi – in una tirata contro i pirati e i violatori di copyright che gli portavano via i soldi.

Intermezzo
Abbiamo già visto in uno scorso articolo come funzioni per chi pubblica: un libro sarà acquistato da una singola persona una sola volta, quindi ha senso che sia curato solo fino al punto da essere comprato e da spingere l’acquirente a comprare quelli successivi. Il nostro sistema economico premia la quantità di opere sopra la qualità di ogni singola opera.
Questo vale anche dal lato di chi scrive. Posto che si raggiunga un livello minimo di qualità della scrittura – sotto il quale stai scrivendo Unika e allora non ti compra neanche tua madre – si guadagna di più scrivendo tanti romanzi non troppo curati che scrivendone pochi su cui si è lavorato di lima fino a sfiorare la perfezione. E non è una questione di avidità, poiché – come dice Mellick e come sembra confermare VanderMeer – a fare lo scrittore a tempo pieno si vive sempre o quasi sulla soglia della povertà (se non sotto, per tutti quelli che non hanno successo). Vengono premiate la serializzazione e le saghe – perché creano fanbase e richiedono un minore sforzo creativo, dato che ambientazione e personaggi non devono essere ripensati da zero ad ogni nuovo libro – i libri su commissione e il seguire le mode del momento, mentre è penalizzato il lavoro di documentazione, se si protrae troppo nel tempo (e non c’è peccato peggiore, per uno scrittore, che non rispettare la deadline).
Vivere del proprio sogno è teoricamente una figata, ma guardiamo in faccia la realtà: scrittura e soldi non sembrano andare molto d’accordo. E scrivere per soldi costringe a fare cose molto svilenti e che non avremmo mai desiderato fare quando abbiamo cominciato. Ma allora – cos’altro possiamo fare?

K.W. Jeter

Jeter: piratagli un libro e ti spaccherà la faccia.

Un caso italiano: Alessandro Girola
Girola, anche conosciuto con lo pseudonimo di McNab75, è uno scrittore autopubblicato di narrativa fantastica in attività da una decina d’anni. Nel corso degli anni, grazie ai suoi blog aggiornati quotidianamente, e al ritmo quasi mellickiano con cui sforna libri, ha creato attorno a sé una comunità di lettori fedeli e aspiranti scrittori.
Chi segue Tapirullanza da qualche anno conoscerà Girola, e saprà che non ho una buona opinione di lui. La sua prosa è paragonabile a quella della Troisi – il che significa che scrive meglio di tanta gente pubblicata su carta, ma che nondimeno scrive male e con pressappochismo – le sue storie e ambientazioni sono piuttosto banali, e tutto ciò che ho mai letto di suo sapeva di già visto. Nessuna delle opere di Girola che ho letto è al livello di uno dei miei Consigli del Lunedì. Soprattutto, Girola è uno che non vuole, e che pensa di non aver bisogno, di migliorare: crede che in narrativa non esistano regole oggettive, e che quindi non ci sia ‘meglio’ o ‘peggio’ ma solo ‘mi piace’ e ‘non mi piace’. E’ probabilmente uno dei migliori scrittori autopubblicati in Italia, ma questo anche perché la concorrenza è inesistente.

Però bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare.
Girola sta riuscendo – forse – a costruirsi una carriera da scrittore autopubblicato. In sette-otto anni di attività, ha pubblicato circa 45 libri tra romanzi, racconti e novellas. Certo, questo numero non deve trarre in inganno: molte pubblicazioni sono singoli racconti brevi, quindi il computo totale di parole è decisamente inferiore a quello di un Mellick. Facendo un calcolo approssimativo sulla base del numero di pagine da lui dichiarato per ciascun’opera, posso ipotizzare che abbia pubblicato circa 3500 pagine in formato A5 di narrativa. Che equivalgono – sempre spannometricamente – a 12 romanzi di medie dimensioni (cioè da 300 pagine l’uno).
Da un anno circa, inoltre, Girola ha cominciato a vendere alcuni dei suoi titoli sul Kindle Store di Amazon. I primi riscontri sembrano positivi. In un articolo di settembre 2013 scriveva così in proposito:

L’esperienza in realtà si sta rivelando più positiva del previsto. Non che le vendite siano milionarie, eh, ma, considerando tutti i titoli che ho in vendita (qui), ne piazzo 7-8 al giorno. Detta così sembrano pochi, ma considerate che in un anno posso arrivare, ipoteticamente parlando, a più di 2700 copie vendute. Probabilmente di più, considerando nei primi giorni di pubblicazione le cifre sono molto più alte.
Sicché posso azzardare questa teoria: con l’autopubblicazione di ebook sono potenzialmente in grado di vendere più di uno scrittore “medio” regolarmente pubblicato.

Alessandro Girola

Girola in una posa da intellettuale.

Due mesi dopo è tornato sull’argomento:

I miei bestseller sono senz’altro I Robot di La Marmora (di cui arriverà prestissimo il corposo seguito) e Specie Dominante. Entrambi gli ebook si attestano sulle circa 300 copie vendute (l’uno). La palma di ebook più rivalutato sul lungo periodo va ad Aquila di Sangue. Pubblicato sul Kindle Store a fine agosto, ha iniziato a vendere molto bene solo in ottobre, I motivi? La nuova copertina disegnata da Giordano Efrodini, un’azzeccata campagna pubblicitaria e l’aiuto di voi lettori, che mi avete aiutato nel passaparola.
Soddisfacenti anche le vendite di Milano Doppelganger, il mio racconto lungo venduto in agosto e pensato per la ricorrenza di Halloween.
[…] Gli altri miei titoli hanno venduto molto, molto, molto meno. Parlo di numeri compresi tra le 20 copie per il peggiore e le 70 per il migliore. C’è anche da dire che sono quelli che ho pubblicizzato meno, o addirittura seconde pubblicazioni rivedute e ampliate di ebook rilasciati anni fa, gratuitamente.

E’ possibile, insomma, che in un futuro non troppo lontano Girola, se continuerà a pubblicare con una certa regolarità e a promuoversi come fa attualmente, possa guadagnare dignitosamente dalla sua attività di scritture. E questo nonostante la sua politica suicida sui prezzi, decisamente troppo bassi: tutti i titoli pubblicati sul Kindle Store hanno un costo compreso fra 0,92 Euro (per i racconti lunghi e le novellas) e 1,99 Euro (per le opere più corpose).

Ciò su cui voglio soffermarmi oggi, tuttavia, non è tanto sull’entità dei suoi guadagni o sulle sue politiche di prezzo, quanto sul fatto che Girola riesca a fare tutto questo pur avendo un altro lavoro. Ora, ignoro che cosa faccia nella vita, se sia una professione che lo impegni tanto o poco, se possa scrivere anche da lavoro quando nessuno lo guarda o se debba ridursi alle tre del mattino ogni notte. Mi pare comunque di capire che si tratti di un lavoro full time, che lo mantiene – quindi farà almeno le canoniche 40 ore settimanali. Insomma, ha a disposizione una frazione del tempo di uno scrittore a tempo pieno. Questo non gli ha impedito di produrre in meno di dieci anni l’equivalente quantitativo di una dozzina di romanzi di medie dimensioni (certo: questo ritmo deve aver inciso sulla qualità media delle opere).
Inoltre, benché abbia meno tempo libero da dedicare alla scrittura a causa del suo lavoro principale, nella scrittura Girola gode di un grado di libertà superiore persino a quella di uno Swanwick. Può scrivere quello che vuole, coi ritmi che vuole, e pubblicarlo quando vuole (perché si fissa da solo le deadline); può parlare come vuole di qualsiasi editore, senza temere di segarsi le gambe; può dedicare tutto il tempo che serve al lavoro preparatorio di documentazione; può sperimentare tutti i metodi di pubblicazione che vuole, dall’autopubblicazione sul suo blog, ad Amazon, ad altre piattaforme; potrebbe, nel momento in cui si stufasse, smettere completamente di scrivere e darsi al bracconaggio (1).

Girola bracconaggio

Una possibile alternativa di vita.

Girola ha avuto il merito di trovare una nicchia di lettori insoddisfatti da ciò che il mercato italiano offriva. Gli appassionati di fanta-thriller in salsa Mistero, di mystery urbani, di ucronie gonzo-historical non hanno molti posti dove guardare in Italia, e Girola dà loro qualcosa che raggiunge la soglia della decenza.
Ma quella nicchia è lungi dall’essere satura, e non è nemmeno l’unica. Se c’è posto per la Bizarro Fiction in Italia – e c’è! Saremo, tipo, e voglio esagerare, addirittura in dieci a leggerla! – allora forse c’è posto per qualsiasi sfumatura del fantastico. E senza la pressione della bolletta della luce da pagare, potendo prendersi tutto il tempo per imparare a scrivere bene e per costruire in modo originale le proprie trame, allora si può offrire a questo pubblico qualcosa di veramente nuovo, e di bello.

Conclusione
Avete capito, insomma, dove voglio andare a parare. La mia conclusione potrà non piacere a molti, anche perché va in contrasto con ciò che dice la maggior parte dei manuali di narrativa e va contro le scelte di vita della maggior parte degli scrittori di narrativa (americani o inglesi). E’ anche una soluzione banale, e per nulla poetica.
Ma trovo che la strada migliore per coronare il sogno di diventare scrittori sia questa: trovare un lavoro che abbia il meno a che fare possibile con la scrittura. Questo lavoro rappresenterà la nostra base economica. Poi, nel tempo libero, scrivere – decidendo da sé cosa, come, quando, fissando da sé le deadline, concentrando tutte le proprie energie per rendere la propria prosa la migliore possibile e documentarsi con la massima cura possibile delle cose di cui si vuole scrivere.

You don't say

Abbiamo già visto quali vantaggi comporti essere liberi dai vincoli economici di chi scrive per vivere. Li riassumo brevemente:
– Poter scrivere di ciò che si vuole, anche se i propri fetish letterari sono una nicchia talmente piccola che non potrebbe mai sostentarci economicamente.
– Non essere costretti a scrivere ciò che non si vuole, o a partecipare a reading o altre convention o altri eventi promozionali a cui non si vuole andare.
– Poter dire ciò che si pensa di chiunque, senza essere costretti al silenzio, all’ipocrisia, alle mezze verità dalla rete di relazioni su cui si poggia il mondo dell’editoria.
– Dedicare tutto il tempo necessario a migliorare il proprio stile e al lavoro di documentazione, senza essere pressati da scadenze.
Non si stanno svendendo i propri ideali. Kafka, uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi, scriveva di notte perché di giorno faceva l’impiegato.
Certo, questi privilegi non vengono senza svantaggi. Avremo meno energie e molto meno tempo a disposizione per coltivare la scrittura, dato che il grosso della nostra giornata sarà occupato dal lavoro principale. Ma nessuno ci obbliga a sfornare un romanzo all’anno, no? E trovo che sia meglio impiegare dieci anni per realizzare un unico libro, ma che ci soddisfi in tutti i suoi aspetti, piuttosto che dieci libri in dieci anni buttati di fretta solo perché “se non mantieni un ritmo elevato perdi visibilità e non ti seguono/comprano più”.

Un simile stile di vita richiede, se possibile, ancora più disciplina di chi scrive per vivere. Senza il pungolo dei contratti da rispettare o delle bollette da pagare, dobbiamo trovare nella nostra ambizione e nel puro piacere di scrivere la motivazione sufficiente a scrivere tutti i giorni. E’ facilissimo impigrirsi (io stesso ne sono un fulgido esempio! ^-^), soprattutto perché arriveremo davanti al PC alla fine della giornata e già stanchi.
Ma forse, se senza il morso della fame ci è così facile abbandonare la scrittura, forse dopotutto non eravamo così motivati. Forse per noi scrivere non è così importante. Forse troveremo le nostre soddisfazioni altrove e non scriveremo mai un rigo. Be’, non vedo il problema: il mondo non ha bisogno di un altro scrittore poco motivato, e nessuno rimpiangerà un romanzo che non è mai stato scritto. Se invece, nonostante siamo in una posizione economicamente decente, sentiamo ugualmente il bisogno di scrivere – allora vale la pena di aprire Word anche alle nove di sera e darsi da fare.

Franz Kafka

Kafka: una persona felice.

(1) Certo, la posizione di Girola comporta altre limitazioni. In quanto autopubblicato, dovrà dividere il proprio tempo libero tra la scrittura e l’autopromozione, la formattazione dei propri e-book, e tutte le altre funzioni che per uno scrittore pubblicato da una casa editrice seria, sarebbero in carico dell’editore. E magari proprio l’autopubblicazione mangerà via buona parte del tempo e delle energie della sua “seconda professione”.
Ma questo è un problema comune a tutti gli autopubblicati, che facciano lo scrittore di mestiere o nel tempo libero, e rientra nel problema più generale dell’editoria moderna che non fa quello che dovrebbe fare. Questo è il tipo di realtà che spero cambi con Vaporteppa, la collana del Duca. Ma ho già toccato l’argomento nell’articolo di due settimane fa, e non ci ritornerò.

Sui frat boys, o: “I’m going to spelunk the fuck out of that cave!”

Frat BoyFino a che punto può spingersi uno scrittore per documentarsi sugli argomenti delle sue storie? Flaubert trascorse cinque anni della sua vita a leggere tutto ciò su cui poté mettere le mani per scrivere Salammbò, il suo romanzo storico ambientato nella Cartagine del III secolo a.C., e trascorse persino un periodo in Tunisia per assorbire l’atmosfera del luogo. Dick, per scrivere The Man in the High Castle, si chiuse per un anno nella sua biblioteca pubblica di fiducia a spulciare documenti di gerarchi nazisti (e in particolare i Diari di Goebbels).
Ma questo è niente rispetto a quello che ha fatto Carlton Mellick per scrivere il suo recente Clusterfuck, romanzo trash-horror ambientato nello stesso universo narrativo di Apeshit (novella a cui avevo accennato in questo vecchio consiglio dedicato ad altri due libri di Mellick). Dalla sua introduzione al romanzo:

…this book stars college girls and frat boys.
Frat boys are both the worst human beings on the face of the planet and the funniest human beings on the face of the planet, at the same time for the same reasons. In order to capture the frat boy mentality, I read every blog written by every frat boy I could find. This took quite a lot of endurance. I don’t recommend anyone ever attempt this, but the experience was horrible, funny, sad, terrifying, annoying, and strangely enlightening. And I hate to admit it, but I have since grown to emphatize with the average American frat boy despite all his faults. He’s not just the douchebag hooting in the back of the keg party, thinking he’s the toughest/hottest dude in the room. He’s also a human being with hopes and dreams and rich parents who sometimes don’t buy him every single thing he wants. And when nobody else is looking, he sometimes cries when he thinks of his chocolate lab, Stinko, who had to be put to sleep while he was away at college. He had Stinko ever since he was a puppy. He didn’t even get to say goodbye… It’s not fair, bro. It’s just not fair…

Confusi? Non sapete chi sono i frat boys? Neanch’io lo sapevo quando ho preso in mano il libro, benché la pletora di commedie americane sui college viste nelle mie estati adolescenziali avrebbe dovuto mettermi sulla giusta strada. Ci viene incontro l’Urban Dictionary:

A college kid who thinks he’s better than everyone else because he is in a fraternity. Some college kids are frat boys even though they aren’t in a fraternity. Frat boy behaviour is typified by drinking shitty beer, hitting on high school girls, making fun of punks, and wearing boring clothes. […] recognizable by:
1) caucasian ethinicity
2) sleeveless t-shirts
3) inane, misogynistic babble
4) the ginormous SUVs (usually F-150s or Suburbans) with jacked-up wheels they drive, especially with stereos blaring rap or metal
5) visors, especially if worn upside-down, backwards, or a savory combination of the two
6) excessive use of the word “faggot”
7) possession of 40 oz beers, cigarettes, marijuana, and/or beer kegs (full-size or pony). especially alcohol stolen from the local grocery store (see beer run).

As in: “Woah, look at that frat boy riding around in his giant monster truck with KC lights and the passed out girl in the passenger seat. I hope his truck tires blow out and he flips over and burns in a firey inferno.”

Non siete ancora del tutto convinti di aver inquadrato il soggetto? Permettetemi allora di mostrarvi del materiale di repertorio:


Is this the frat life?

Ora prendete personaggi del genere, shakerateli con delle fighette del college e gettate il tutto nel peggior canovaccio da spelunking horror (1), con tanto di cunicoli claustrofobici, buio e squartamenti. Otterrete un romanzo buono a farvi ghignare come dei deficienti per due o tre serate.
Bisognerebbe fare un monumento a Mellick per la sua dedizione al mestiere. Da un anno a questa parte, ha fissato come tabella di marcia di pubblicare quattro libri all’anno: uno per ogni trimestre, a Gennaio, Aprile, Luglio e Ottobre. Per ora ci sta riuscendo. E sembra – dico sembra, bisognerebbe leggerle tutte per verificare – che finora la qualità e la varietà delle storie rimanga alta. E nel mentre, trova anche il tempo per bruciarsi il cervello sui blog dei bro. Notevole. Un cinque alto e una lattina di birra schiacciata sulla fronte per Mellick. Anche se continua a non pubblicare in formato digitale i suoi romanzi degli ultimi due anni e mezzo – that’s not cool, bro. That’s not cool at all.

Mi piacerebbe dedicare in futuro un articolo più lungo, e forse anche un Consiglio, a questo Clusterfuck – magari in tandem con Apeshit, in un grande post di celebrazione dell’horror di bassa lega. Quello in cui si ride con le gengive di fuori di fronte a vittime urlanti che vengono smembrate e violentate con gli arti mutilati dei loro amici morti… Ma cosa sto dicendo? Scusate, è l’effetto che mi fa questa roba.
Quello che volevo dire, è che il genere horror è poco rappresentato su Tapirullanza. Intanto, sondo il terreno e vedo se la cosa interessa. Vediamo cosa salta fuori.

The Descent

Un fotogramma da The Descent, il capolavoro dello spelunking horror. Anche questo film meriterebbe un articolo.

(1) Non sapete cosa sia lo spelunking horror?
Prima cosa: siete degli sfigati. Period.
Seconda cosa: è un normale canovaccio horror, solo che avviene dentro delle caverne (to spelunk è l’attività di esplorare grotte). Di solito, coinvolge un gruppo di persone più o meno ritardate che entrano in un complesso di caverne semisconosciute all’uomo, finiscono intrappolate dentro e dovranno vedersela con legioni di mostri/mutanti orrendi. Anche se i film più famosi del genere sono usciti intorno alla metà degli anni 2000, il sottogenere non è mai diventato troppo famoso. Chissà come mai.

Guida al Blogroll

Kant touch thisDa alcuni mesi, a singhiozzo, sto ristrutturando il blog. La Classifica è a buon punto, ma mancano ancora diverse voci e altre sono prive di testo. Volevo risistemare la pagina dei Consigli del Lunedì, che è un po’ spoglia, ma avrò bisogno della sapienza grafica di Siobhàn (e dopo Stalker, diplomazia vuole che lasci passare un po’ di tempo prima di avanzare la richiesta…). Sul modello della nuova pagina dei Consigli, poi, mi piacerebbe costruire quella delle Bonus Track – che poverine, al momento vengono inghiottite dal trascorrere dei mesi.
Intanto, ho dato una bella risistemata al Blogroll, eliminando blog che non seguivo più (vuoi perché non venivano più aggiornati, vuoi perché la qualità degli interventi era scesa sotto il livello minimo) e aggiungendone altri più interessanti. Sono tutti link che ho citato almeno una volta sul blog; ma non farà male spendere due righe per raccontarli a chi se li fosse persi. E se ve lo state chiedendo, sì: vi state per beccare l’inevitabile post semestrale di servizio.

Il nuovo blogroll
Di tutti i vecchi link del Blogroll, ne sono sopravvissuti solo quattro. Tre di questi sono blog italiani dedicati alla narrativa fantastica e ad altre amenità correlate, e se siete capitati qui quasi certamente li conoscerete: parlo di Gamberi Fantasy, Baionette Librarie e Zweilawyer. Per il restante 1%, ecco in due parole di che si tratta:
Gamberi Fantasy è il punto di riferimento per chi voglia scrivere narrativa fantastica. Si va dalle recensioni di grandi classici del fantatrash italiota a stupendi articoli che spiegano le regole della narrativa. Gamberetta era una che ci credeva veramente, nell’idea di insegnare agli altri a scrivere come Dio comanda; e la notizia che presto tornerà a pubblicare qualche articolo (dopo un paio d’anni di assenza quasi completa) mi fa saltellare di gioia come uno dei coniglietti ritardati del Duca.
– E visto che parlavamo del Duca: Baionette Librarie è un’altra figata di blog. Circoscrivere gli argomenti di cui parla è difficile; principalmente Steampunk (di cui ne capisce più di tutti), storia del Lungo XIX Secolo (da una bibliografia sull’età vittoriana a spiegazioni sul funzionamento di armi da fuoco dell’epoca), rant contro i deficienti, lotta ai DRM, considerazioni sul mercato degli ebook. Memorabili i vecchi articoli sui test di penetrazione delle armature medievali e rinascimentali. E, purtroppo, valanghe e valanghe di coniglietti.
– Zweilawyer, infine, è un tizio che ha con il fantatrash lo stesso rapporto che ha uno con la sindrome di Stoccolma col suo carceriere. Ma Zweilawyer è anche il suo blog. Oltre a recensioni (in più parti!) di capolavori della letteratura occidentale come Arsalon, Amon e Unika, ci sono articoli molto curati sulle armi bianche, su battaglie storiche dimenticate dai libri di storia, e professioni di sincera ammirazione per il fu ayatollah Khomeini. Ogni tanto sbucano discussioni interessanti su argomenti tipo la logistica degli eserciti medievali o la comodità di portarsi in giro una cotta di maglia. Poiché è inviso a Zwei tutto ciò che sa di polvere da sparo, il suo blog è diventato un po’ un ritrovo degli aspiranti scrittori fissati col Medioevo e il mondo pre-industriale.

L’altro sopravvissuto è il sito Ebook-reader.it. Il sito – che ha subito vari restyling negli ultimi anni – è una comoda guida nella scelta del lettore ebook, e io stesso me ne servii al tempo in cui mi feci regalare il T1 della Sony (non il migliore acquisto del mondo, a posteriori, ma questa è un’altra storia).
Sull’Home Page c’è una breve ma precisa spiegazione su che cos’è un e-reader; altre pagine hanno elenchi degli ebook attualmente in commercio, consigli dove comprarlo, recensioni sui vari modelli e pure tabelle comparate con pregi e difetti. Fateci un salto se volete prendere un e-reader o cambiarlo.

E-book

Una seconda categoria di link sul mio Blogroll sono i blog di alcuni scrittori che mi piacciono. Flogging Babel, come ho accennato in diversi articoli ad Agosto, è il blog di Michael Swanwick. Lo aggiorna con una certa continuità (tranne adesso che in vacanza), ma non è che sia sempre interessante; perlopiù parla di eventi a cui parteciperà – sempre negli States – dello stato dei suoi progetti, di scrittori a lui cari che sono morti, o di aneddoti vari sulla sua vita o sulle cose che ha scritto.
Una cosa che noterà chi era abituato alla verve di Gamberetta o del Duca, è che Swanwick, purtroppo, è mogio. Usa sempre nomi e cognomi quando fa i complimenti, ma mai che parli male di qualcuno? Il perché? L’ha spiegato lui stesso in questo articolo. A quanto pare anche nei grandi States, se non sei proprio lo Stephen King multimilionario della situazione, non puoi permetterti di farti dei nemici. La cricca di amyketti è fondamentale per restare a galla anche per un pezzo da novanta come Swanwick – se cominci a sparlare a destra e a manca, che opinione si faranno di te? Una scoperta triste.

Se come scrittore preferisco Swanwick, come blogger preferisco Charles Stross; Charlie’s Diary è il suo blog. I suoi articoli si possono dividere in due articoli: quelli in cui spiega alcuni retroscena sui suoi romanzi, e racconta come li abbia concepiti e realizzati; e quelli dedicati alla politica e all’attualità. Negli ultimi mesi (cioè da quando ho cominciato a seguirlo con regolarità) ha parlato di Snowden, dell’NSA, delle telecamere di Londra, delle rivolte in Europa e nei Paesi Arabi, della mentalità aziendale, del declino del capitalismo. Non è komunista, ma dice cose interessanti e parla fuori dai denti. E di informatica sembra capirci – del resto era un sistemista, prima di diventare scrittore a tempo pieno.
E poi c’è la Bizarro Fiction. Di Bizarro Central, il portale delle case editrici che hanno inventato la Bizarro Fiction, ho parlato fino alla nausea. Hanno una redazione enorme e pubblicano a manetta, quindi bisogna fare un po’ di cernita; ma con un po’ di pazienza si trovano diverse chicche, tra film pulp a basso budget pescati chissà dove alle tele di artisti surreali a storie assurde ma vere pescate da qualche giornale di cronaca. Seguo anche il blog di Carlton Mellick III. Più che blog è una vetrina pubblicitaria: Mellick non pubblica quasi mai (fa bene: è impegnato a scrivere), e quando lo fa, in genere sono brevissimi articoli in cui pubblicizza il suo nuovo libro almeno uscito. Ma seguendolo si può sapere quando pubblica qualcosa il giorno stesso!

Mario Martinez

Un’opera di Mario Martinez, artista ‘ospitato’ su Bizarro Central.

Infine, ci sono i blog che raccolgono curiosità pure e semplici. Prima parlavamo di Bizarro Fiction; ecco allora Bizzarro Bazar, un blog italiano che raccoglie fatti e aneddoti inusuali, ma veri. Rispetto a Bizarro Central, questo ha il vantaggio che aggiorna meno spesso (in media c’è un post nuovo a settimana) ed è più particolareggiato. Le storie di Bizarro Bazar vanno dalla vera storia della donna che si scopava i morti al progetto delle montagne russe della morte, da uomini deformi che diventano campioni di pugilato a rituali schifosi celebrati ancora oggi in qualche remota parte del mondo (probabilmente in Polinesia, là fanno di tutto). Probabilmente devo ringraziare il Duchino se ho scoperto questo posto.
Poi c’è Dummy System, una new entry di cui devo ringraziare Talesdreamer. E’ un sito italiano dedicato a parlare in modo piuttosto ossessivo di Evangelion e delle sue varie incarnazioni. Offre tutta una serie di teorie più o meno ragionevoli (ma affascinanti) sul progetto Rebuild, più cose utili tipo la spiegazione di che roba sia End of Evangelion. Uno dei coautori è Caska Langley, il che per quanto mi riguarda è motivo sufficiente per seguirlo. Non aggiorna spesso, e ciò è bene.

What If? è il mio preferito. L’autore è Xkcd, un tizio che mi sembra di aver capito faccia il ricercatore di fisica (o qualcosa del genere) e che è famoso anche perché pubblica vignette nerdose-demenziali (sicuramente ne avrete letta qualcuna anche voi). Ma non è importante. Quel che è importante è che su What If? pubblica, ogni martedì, un articolo buffo – ma rigoroso – in risposta a domande del tipo: “quanto velocemente si prosciugherebbero le acque se sul fondo del punto più profondo dell’oceano noi aprissimo un portale di 10 metri di raggio che dà sullo spazio?”. Oppure: “Se chiamassi un numero a caso e dicessi: ‘salute!’, quante probabilità ci sarebbero che la persona che risponde abbia appena starnutito?”.
Alcuni articoli sono seri, come quello che parla della velocità orbitale e spiega quali siano le difficoltà di far stare un corpo in orbita bassa attorno al nostro pianeta. Altri sono degli enormi mindfuck che cercano di restare coerenti pur su argomenti abbastanza nonsense, come il bellissimo A Mole of Moles (“What would happen if you were to gather a mole (unit of measurement) of moles (the small furry critter) in one place?”). Altri sono roba deficiente pura e semplice, come quello sulle conseguenze positive del “che cosa succederebbe se il Sole si spegnesse all’improvviso?”. Xkcd è divertente, ma è anche uno che sa. E la cosa migliore, è che i suoi articoli partono sempre da domande che gli hanno fatto veramente.

Xkcd

Xkcd.

Tra gli ultimi arrivati, troviamo infine:
Twentysided di Shamus Young. Shamus è un tizio incredibile – software designer, programmatore di architetture di videogiochi a tempo perso, fumettista, scrittore, critico di videogiochi, master di D&D e non so cos’altro. Il suo blog esiste dal 2005 e ormai è stratificato come la crosta terrestre, ma io lo frequento principalmente per leggere le sue considerazioni sui videogiochi e vedere le cose che programma (anche se per la maggior parte si tratta di progetti non finiti). E’ bello trovare qualcuno che ti critica un gioco non semplicemente dal punto di vista di un giocatore ma da quello di uno che capisce come si sviluppa un videogioco. Inoltre, mi ha fatto conoscere una marea di giochi indie di cui ignoravo l’esistenza (tra cui The Stanley Parable).
Attenzione quando entrate in questo blog: potrebbe rubarvi la vita.
Fortezza Nascosta, il blog della dolce Tengi – una fanciulla con “una passione malsana per la violenza” e una notevole preparazione storica. Fortezza Nascosta – che ha aperto da poco, un paio di mesi – si occupa principalmente di storia del Giappone medievale, e in particolare di organizzazione militare, politica, amministrazione (ma non è escluso che in futuro si occupi anche di narrativa o altre sue passioni). Il nome del blog si riferisce probabilmente all’omonimo film storico di Kurosawa del 1958.
E se la definizione “Giappone medievale” vi suona vaga o imprecisa o outright wrong o avete voglia di menare le mani con me, forse siete il pubblico ideale per questo blog. Quindi fateci un salto!

Questi sono i blog che seguo, e che hanno una qualche attinenza con Tapirullanza. L’articolo finisce nella colonna Risorse, così che sia facilmente raggiungibile per chi voglia leggere o rileggere le mie spiegazioni sul Blogroll. Potrei aggiornarlo qualora aggiungessi nuovi link. Forse.

Il consueto appuntamento con il LOL di fine articolo
Questo era un post di servizio e quindi era un po’ noioso, lo ammetto; per questo voglio sollevare i vostri animi mortificati (“Un nuovo articolo su Tapirullanza! …be’, tutto qui?”) con un po’ di sano LOL – che, si dice, allunga la vita.
Vi lascio quindi con due videate che si commentano da sole, e di cui devo ringraziare un mio caloroso lettore. State attenti: ESSO si nasconde tra voi.

Screenshot troll cestino
Screenshot troll spam

Tutti quei commenti sono stati scritti in poco più di 24 ore. Senza contare i primi, che sono stati regolarmente pubblicati. La prossima volta che qualcuno mi dice “bannare è censura, senza se e senza ma!”, gli copincollerò quegli screen.

I Consigli del Lunedì #34: The Egg Man

The Egg ManAutore: Carlton Mellick III
Titolo italiano: –
Genere: Horror / Bizarro Fiction / Distopia
Tipo: Novella

Anno: 2008
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 150 ca.

Difficoltà in inglese: **

Her vagina opened wide and released the babies. Hundreds, maybe thousands, of tiny fetus flies fluttered out of her.

Lincoln è uno Smell (Olfatto); significa che l’olfatto è il suo senso dominante, e può sentire odori che gli altri non sentono. Come tutti i bambini allevati dalla Georges Organization, deve diventare un artista, e ha deciso che diventerà un pittore. Ora che ha finito il periodo di apprendistato, l’organizzazione gli ha assegnato una stanza in un palazzo fatiscente dove dovrà mettere a frutto ciò che ha imparato. Ha quattro anni di tempo per dimostrare il suo talento e la sua unicità, o la GO lo disenfranchiserà e lo butterà in mezzo a una strada. A quel punto sarà una persona senza diritti e senza un soldo.
In un mondo in cui tutti gli esseri umani nascono come mosche-feto indifese; in cui quelle che sopravvivono all’infanzia e acquistano un aspetto umano, vengono spartite tra le compagnie e allevate nelle loro scuole, dove vengono indottrinati con i valori dell’azienda; dove gli unici diritti che possiedi sono quelli dati dalla compagnia a cui appartieni; dove la povertà e la miseria sono ovunque; in un mondo simile, la vita è dura per tutti. Ma è particolarmente dura per uno Smell che vuole fare il pittore ed è circondato da gente ostile. E ora c’è una donna disgustosa e incinta, Luci, una Sight (Vista), che lo perseguita; e il suo ragazzo, che crede che Lincoln se la voglia portare a letto e ha giurato che lo ammazzerà; e una faida che si sta preparando nel suo palazzo tra gli uomini della OSM e quelli della MSM; e il puzzo disgustoso di fico e carne di hamburger macinata che filtra dalla stanza accanto a quella di Lincoln, e che si dice appartenga al misterioso uomo-uovo. E Lincoln sente di essere spacciato: non ha un briciolo di talento.

Si può far puzzare un libro? Scrivere con una prosa talmente vivida da evocare odori, profumi, puzze così come si evocano immagini o suoni? E’ quello che ha provato a fare Mellick in questa novella di poco più che un centinaio di pagine, scegliendo come protagonista un uomo che vive di odori, che filtra la realtà prima di tutto attraverso il suo naso.
E’ quasi un anno che questo blog non ospitava una recensione sul più bravo autore di Bizarro Fiction, per cui mi sembra opportuno rimediare. The Egg Man è una delle sue opere meno conosciute, ma anche una delle più particolari. Se infatti la Bizarro Fiction, e Mellick in particolare, con la sua prosa quasi infantile, ci ha abituato ad atmosfere leggere, e più grottesche che drammatiche, questa novella – che prende a prestito diversi elementi del cyberpunk distopico tradizionale per farne qualcosa di nuovo – è di una cupezza e di un cinismo disperanti. E’ anche una storia particolarmente autobiografica (per stessa ammissione di Mellick), in quanto parla del processo creativo e di come un artista possa smettere di fare schifezze e produrre qualcosa di buono.
Mellick ha dichiarato sul suo blog di trovare The Egg Man una delle cose migliori che abbia mai scritto. Io ho scritto nella mia classifica che a mio avviso è proprio il miglior libro di Mellick. Ora proverò a spiegarvi perché.

Fico e carne di hamburger

E questo accostamento è ancora nulla.

Uno sguardo approfondito
Cosa rende la prosa di Mellick così piacevole da leggere? Tre cose: l’uso del mostrato, la semplicità nella costruzione delle frasi e il timbro caldo della voce narrante. Come molti suoi libri, la storia è raccontata in prima persona. Questo permette all’autore di commentare le cose che accadono e inserire piccoli brani di informazione in modo naturale, senza mai dare l’impressione di fare infodump. Il timbro lineare, molto matter-of-fact di Lincoln, rende per contro le cose che vede e le persone che incontra ancora più inquietanti; e al contempo, il suo tono lamentoso e rassegnato ci dice molto su di lui. E dato che un esempio vale più di mille parole: “The inside of the building smelled like vinegar-ham and a nutty variety of pipe tobacco smoke. It could have been worse. Some of these buildings smell like urine and dead rats. I couldn’t handle a place that smelled like urine or dead rats.”
Ed è molto anche importante l’ordine in cui si inseriscono le scene. Per esempio, l’incipit del romanzo fa così: “The fetus fly wasn’t yet dead when my steel-toed boot squished into it. The thing was lying there, half dead. It was trying to cry but its vocal cords were dried out.” Un’immagine che già di per sé è abbastanza disgustosa. Ma poi, nel capitolo successivo: “I wondered what it was like when I was just a fetus fly. I wondered why I was the one to survive out of all of those that I was born with.” BAM! Salta fuori solo adesso che il protagonista ha spiaccicato un proprio simile. Peggio: un neonato.

Ma questi concetti li abbiamo già detti e stradetti. Ciò che ci interessa adesso è: è riuscito Mellick a dare corpo al mondo di odori del suo protagonista? La risposta: in parte. La soluzione di Mellick è quella degli elenchi – la stanza dell’Henry Building dove vive sa di vaniglia artificiale mescolata a lucido per legno e pelo di cane bagnato; Luci puzza di chiodi di garofano.
Detto così può suonare un po’ asettico, ma inserito nel flusso della storia funziona abbastanza bene e presto mi sono trovato avviluppato nelle variegate puzze del mondo di The Egg Man. Alla definizione degli odori in sé e per sé si sommano le reazioni (più o meno disgustate) di Lincoln e i dati mandati dagli altri sensi (gli aloni di sudore sotto le ascelle di Luci, la nuvola di fumo della sigaretta ai chiodi di garofano che fuma, i piedi lerci…). E se alcuni accostamenti sembrano messi lì a caso, i primi che gli venivano in mente, altri suonano azzeccati. Il risultato è soddisfacente, e del resto non saprei come esprimere gli odori in un modo migliore.

Mosca morta

Un caso di omicidio?

Ma non pensate che scrivere in questo modo sia semplice o banale. Anzi: proprio la sinteticità delle descrizioni richiede una certa abilità nel sapere cosa e quanto tagliare. Del resto è impressionante pensare a quante cose, quante trovate e dettagli del suo mondo Mellick abbia potuto condensare in una novella che si leggere in un pomeriggio. E come cazzo gli sono venute in mente?
Dal fatto che tutti gli esseri umani nascano nella forma di mosche, che poi si ingrossano giorno dopo giorno, sempre più indifese e disgustose, finché perdono le ali e acquistano sembianze umanoidi; all’immagine di corporativi che vanno in giro per le strade armati di retino per acchiappare le mosche-bambino e portarle dietro i recinti degli asili nido della loro compagnia; all’idea che tutti gli esseri umani siano divisi in cinque tipologie, ciascuna con un senso dominante (i Sight, i Sound, i Taste, i Feel e naturalmente gli Smell); a piccoli dettagli come il fatto che ogni azienda abbia proprio la lingua, e che ad esempio agli uomini della Toyota sia insegnato solo il Toyotese e non la lingua comune perché siano leali alla casa madre e non fraternizzino con le altre; al modo in cui Lincoln mescoli pittura e odori per creare le sue tele. E così via, e così via.

Molti lettori, probabilmente la maggior parte, troveranno quest’atmosfera di crudeltà e cose schifose asfissiante e illeggibile. Per quanto mi riguarda, lo trovo affascinante proprio per la capacità di Mellick di rendere onnipresente questa sensazione di sporco. Sporco fisico come sporco morale. Tutti i personaggi di The Egg Man sono figure ambigue, di cui non ci si può fidare fino in fondo neanche quando sono amichevoli (le rare volte in cui questo accade); ma di cui del resto non si può neanche dire che siano cattivi perché sì. Luci è una sanguisuga, una donna che si approfitta degli ingenui per campare sulle loro spalle, ma è anche l’unica a dare del calore e una direzione alla vita di Lincoln – e allora chi sta usando chi? E del resto, Lincoln è buono, o è semplicemente un vigliacco, un debole, che si comporta in modo educato solo per aumentare le proprie possibilità di sopravvivenza? E come si comporterà se dovesse trovarsi con il coltello dalla parte del manico?
Soprattutto, The Egg Man racconta una storia. Va in una direzione. Tutti quegli elementi strani non sono messi lì a caso, ma sviluppano il dramma personale di Lincoln e i suoi tentativi di affermarsi come artista, per salvarsi dal finire in mezzo a una strada con un coltello piantato nella schiena e dare un senso alla propria vita. Il ritmo è rapido, e diventa sempre più rapido mano a mano che si va avanti e gli eventi si accavallano gli uni agli altri. E tra gli esami settimanali di fronte alla severa commissione artistica della GO, il rapporto di attrazione e diffidenza con Luci, gli sprazzi di violenza che si moltiplicano nel palazzo, la follia artistica che cova dentro Lincoln, e l’uomo-uovo, c’è sempre qualcosa a tenere impegnata la curiosità del lettore. E con personaggi così ambigui, davvero non si sa mai dove la storia andrà a finire e cosa ne sarà dei nostri “eroi”. Gli ultimi capitoli sono spiazzanti – o almeno, lo sono stati per me – e il finale è un vero pugno nello stomaco.

Bear Grylls e la piscia

La fuori è una giungla.

Quasi tutti i libri di Mellick che ho letto rientrano in una di due categorie. Ci sono – soprattutto nel Mellick del primo periodo – i tour-de-force di Bizarro, storie con una ricchezza immaginativa e trovate che non avrei avuto nemmeno nei miei incubi migliori, mostrate con un pov saldissimo; e che però mancano di una trama vera e propria, sembrano andare un po’ a casaccio e finiscono spesso senza un finale. E ci sono – soprattutto nel Mellick degli ultimi anni – storie costruite più attorno alla trama, all’interplay tra i personaggi, più coerenti; che tuttavia rinunciano a un po’ di bizzarria per seguire canovacci più tradizionali, e spesso hanno una gestione del pov più approssimativa. Per rimanere su libri di cui ho già parlato sul blog, un esempio del primo tipo è il racconto lungo The Baby Jesus Butt Plug, mentre un esempio del secondo tipo è il romanzo Warrior Wolf Women of the Wasteland (1).
The Egg Man prende il meglio dell’uno e dell’altro tipo, e ci dà una storia breve che è al contempo immaginazione selvaggia, prosa materica, una storia consistente e personaggi interessanti. Il Bizarro non ostacola lo sviluppo della trama, ma anzi la rinforza. L’unico difetto (molto soggettivo) è che The Egg Man è disgustoso, cinico e deprimente quant’altri mai. Ma se vi piace il Bizarro, l’odore di piedi e pus non vi spaventa e magari volete farvi un po’ del male, be’, dovete leggerlo.

Dove si trova?
Purtroppo, a differenza di molti altri libri di Mellick, The Egg Man non è mai stato piratato – o quantomeno, non sono mai riuscito a trovarlo in nessuno dei canali di mia conoscenza – e forse è per questo che è poco noto anche tra molti suoi fan. Comunque, è disponibile su Amazon un’edizione kindle a 5,99 Euro. Trattandosi di una novella il prezzo è un po’ alto, ma io non me ne sono pentito.

Su Mellick, di nuovo
Sul mio Anobii puntualmente non aggiornato, Mellick figura come l’autore di cui ho letto più libri dopo Dick. Non è strano, considerando quanto scriva e quanto ci si mette in media a leggerne uno. Ecco quindi una seconda cernita di suoi libri che mi hanno in qualche modo colpito (anche se soltanto l’ultimo dei tre merita davvero di essere letto). Se ve lo state chiedendo, i primi due appartengono ai libri mellickiani del ‘primo tipo’, il terzo a quelli del secondo.
Adolf in Wonderland (new cover) Adolf in Wonderland è una novella ambientata in un mondo in cui l’utopia nazista ha conquistato il mondo. Un giovane ufficiale ariano delle SS è mandato in missione in una terra sperduta, a trovare ed eliminare l’ultimo essere imperfetto sulla Terra; ma il mondo nel quale sta entrando è ben lontano dalla perfezione, e lo precipiterà da un’assurdità all’altra. Malgrado il plot promettente e un protagonista interessante, il libro si perde in una successione di avvenimenti abbastanza sconnessi tra loro e non va a parare da nessuna parte; l’argomento della “perfezione” è un po’ il pretesto della storia ma non viene davvero approfondito. Occasione sprecata. Ah, quella è la nuova copertina!
Ugly HeavenUgly Heaven è un’altra novella di esplorazione di un mondo assurdo. Due uomini si risvegliano, dopo la morte, in Paradiso; ma l’aldilà è ormai diventato un luogo spaventoso, colmo di sofferenza e pericoli, e Dio sembra scomparso o morto. Tree e Salmon andranno alla ricerca di un senso e di un luogo che possano chiamare casa. Il Paradiso di Mellick è pieno di idee interessanti – soprattutto quelli inerenti alla trasformazione dei corpi umani e dei nuovi sensi – ma anche questo libro non risponde ai suoi perché e non conclude niente; si vede che la storia manca di un finale. Migliore di Adolf in Wonderland, ma con gli stessi difetti (2).
Zombies and Shit Zombies and Shit è un romanzo lungo che mischia insieme Battle Royale e un post-apocalittico zombesco. I ricchi annoiati organizzano un programma televisivo in cui una serie di vittime vengono rapite dai quartieri poveri e gettati in mezzo agli zombie. L’unica via di salvezza: un elicottero posto all’altro capo del percorso, che può ospitare una sola persona. Chi riuscirà a salvarsi e a tornare alla propria vita, in questo tutti contro tutti letale? Il miglior romanzo lungo di Mellick: personaggi divertenti, un sacco di storyline che si intrecciano, adrenalina e cose schifose. Persino gli zombie sono interessanti (e schifosissimi)!

Qualche estratto
Il primo estratto dovrebbe dare un’idea chiara di come gli odori impregnino ogni scena o quasi di questa novella, e della fantasia di Mellick nell’utilizzarli e descriverli. Il secondo mostra in un colpo solo i personaggi principali della storia (Lincoln e Luci), come sono scritti i dialoghi in The Egg Man e il modo naturale e non-fastidioso in cui l’autore ci dà frammenti del background del suo mondo.

1.
In the dark, I smelled the air and tried to identify my surroundings by their scent. It’s kind of a weird thing to do, but all Smells do it. We can’t help ourselves. I wish I would have been a Sight or maybe a Sound, but my dominant sense had to be Smell.
I sniffed about 17 different scents in the air. The dominant scent was the cigarette smoke that was issuing into my room from under the door. The second most dominant smell was the sink. There were actually four different scents coming from the sink. One was the rust of the faucet metal, one was the light sewage flavor coming out of the drain, one was a rotten odor coming from the scum that lined the drain, and the last was an odd black pepper smell that seemed to come from the water.
I continued smelling the room. There were four varieties of dust aroma. There was a maple syrup odor coming from the closet. There was a greasy smell hidden behind the toilet. There were a few smells coming in from the outside; two forms of pollution from the nearby factories and a burnt spaghetti sauce from the window of an above neighbor’s kitchen. After a couple hours, I had figured out the origins of 16 of the 17 smells. But there was one that I couldn’t figure out. It smelled like fig and raw hamburger meat. It issued from the west wall of my apartment.
After smelling the wall for several minutes, I had to turn on the light to see if there was a stain there. It could have been a strange cocktail that was thrown at the wall, or maybe the grease of a sweet and spicy Asian meal was wiped along the bricks. But, after close examination, I couldn’t find anything unusual about the wall. There wasn’t a sticky film anywhere.
The smell didn’t seem to come from the wall itself, but from something on the other side of the wall. It must have been something extremely pungent for me to be able to smell it through brick. I wondered what the heck that smell could be, racked my brain trying to figure it out, but it remained a mystery.
I fell asleep close to dawn with the room’s smells attacking my nostrils.

Weird smells everywhere

2.
On the way home, I ran into the pregnant woman again. She was sitting on the sidewalk without any pants on. She was crying and breathing hard. Her eyes were covered by a pair of ashy smog goggles and her sweaty white tank top was being held up by her chin.
As I passed her I said are you okay?
No she said.
I said what’s wrong?
She said what the fuck do you think?
I then realized what was happening. She was about to give birth.
I said is there anything I can do?
She said I’ve done this dozens of times before.
I said I’ve never seen a birth before and want to help anyway.
She asked if I had anything to put under her ass.
She said my ass is killing me.
I said I have a package of paper towels.
She said give it a try.
Then she lifted her bare butt off of the pavement and waved me over.
I slid the 4-pack of paper towels under her and she sat down on it.
Not much better she said.
Sorry I said.
I watched her huffing and puffing for a while.
She said are you just going to stand there?
I shrugged at her.
I knelt down and held one of her hands. I didn’t know what else to do.
She gave me an annoyed look, but she didn’t refuse my hand. Her palm was gritty and cold. When her breathing got heavy, she squeezed my hand as tight as she could.
Once it happened, she leaned back into my arm and the sweat from her hip got onto my wrist.
She said here it comes.
Her vagina opened wide and released the babies. Hundreds, maybe thousands, of tiny fetus flies fluttered out of her. They swarmed into the air and created a small cloud. I’d never seen so many fetus flies before. I’d never seen them so tiny. They were only the size of small moths. I watched as the swarm of tiny babies spread apart and went their separate ways. Half of them wouldn’t survive the night. Those that made it would double in size every day. Only a few of them, if any, would live long enough to see adulthood.
After they were all gone, the woman said leave me alone.
I left her alone.
She looked exhausted. Her head slumped to her knees. She pushed the package of paper towels out from under her. They were covered in a black goop. I thought she better keep them. I didn’t want to know what that black afterbirth smelled like.
Upon entering the Henry Building, I looked back at the fetus flies dissipating in the distance. I wondered what it was like when I was just a fetus fly. I wondered why I was the one to survive out of all of those that I was born with. Luck, most likely. Luck had a lot to do with it. Too many fetus flies were unlucky. They died from the cold, they got zapped by bug lights, they got trapped in spider webs, they got eaten by birds, they got splattered across car windshields. And once they grew larger they were hunted by alley cats and shot with pellet guns by the neighborhood children. They got caught in the machines on the industrial side of town and they got poisoned from drinking the water in the river.
You had to be really lucky to survive infancy.

Tabella riassuntiva

Una distopia che trasuda sporcizia e crudeltà da ogni poro! Troppa insistenza sullo schifoso e il deprimente per il lettore medio.
Ottima prosa mostrata, dominata da puzze e profumi. La descrizione degli odori non è sempre convincente al massimo.
La quest artistica del protagonista è affascinante.
Ambiguità morale che rende la storia imprevedibile.

(1) Restando in argomento, The Haunted Vagina è forse l’unico altro romanzo di Mellick che trovi una buona sintesi tra i due tipi di storia. Gli altri due libri mellickiani che adoro, Zombies and Shit e Apeshit, sono entrambi del secondo tipo: alla fine continuo a preferire i libri con una storia.
(2) Scrive Mellick nell’introduzione alla novella che non gli dispiacerebbe tornare nell’ambientazione di Ugly Heaven con alcuni seguiti, in cui spiegherebbe finalmente perché il Paradiso è diventato quel che è diventato e che ne è stato di Dio. Ma per farlo, vuole aspettare che dei lettori gli chiedano attivamente di farlo (per esempio, sul suo blog), mostrando interesse. Io credo che lo farò, perché bene o male sono curioso, e deluso dal finale tronco di Ugly Heaven.

Le contraddizioni di un piccolo editore

EraserheadIl nome è quello del primo, allucinato lungometraggio di David Lynch (quando ancora faceva bei film). Il protagonista, un tipo qualunque con la sfortuna di avere per figlio un piccolo alieno deforme e una cantante piena di cancri in faccia che vive nel suo calorifero, ad un certo punto ha una visione: la sua testa si stacca dal corpo e precipita dal cielo. Un bambino la raccoglie e la porta in una fabbrica, dove viene trasformata in una gomma per matite: Eraserhead.
Eraserhead Press è, al momento, uno dei miei editori preferiti. Se siete frequentatori di vecchia data di questo blog, sapete già di cosa sto parlando: è la casa editrice che ha ‘inventato’ la Bizarro Fiction, nonché quella che ne pubblica la maggior parte. E’ quella che ha lanciato la carriera di Carlton Mellick III. E’ il porto degli amanti del grottesco.

Sembra incredibile che un editore così piccolo sia riuscito a realizzare tanto – a creare un nuovo sottogenere letterario, a radunare attorno a sé una comunità piuttosto unita di scrittori, aspiranti tali e lettori, e a lanciare decine di titoli all’anno. In realtà, ciò che gliel’ha permesso sono state proprio le sue piccole dimensioni. Il Duca ha più e più volte comparato le grosse case editrici a dei dinosauri: goffi, lenti a reagire, iper-burocratizzati. Difficile aspettarsi da uno di questi bestioni che prendano iniziative fuori dagli schemi; loro devono fare i numeri grossi per poter pagare tutto quel personale, e le sedi e i magazzini, e quindi devono inseguire il mercato di chi legge uno-due libri l’anno, e poi magari pubblicare questo romanzo dell’amico del giornalista che in cambio gli fa una recensione sull’inserto del Corriere e quell’altro libro della sorella dell’amica del cugino della figlia dell’amministratore delegato di Boh.
Una piccola casa editrice non ha tutto questo vekkiume ad appesantirla; può prendere decisioni rapide e radicali. Avrebbe, quindi, una chance in più di offrire qualcosa di bello. Questo, però, di solito non accade. La galassia dei piccoli editori sembra perlopiù una versione peggiorativa di quanto di peggio hanno le grosse case: meno soldi e quindi meno editing (che quasi sempre significa scarso o nessun content editing, ma a volte nemmeno line editing!), meno promozione, meno tutto.

Bizarro Convention

I tizi della Bizarro Fiction in un’imitazione della grande editoria italiana.

Il ‘segreto’ della Eraserhead è una banalità. “C’è una nicchia che l’attuale mercato della narrativa non copre; infiliamoci! C’è una categoria di lettori amanti del weird, dei film trashoni di serie b, del grottesco, insoddisfatti dell’attuale offerta del mercato della narrativa fantastica, e alla ricerca di qualcosa di nuovo; accontentiamoli! E dato che anche a noi piacciono un sacco queste cose, siamo le persone più adatte per soddisfarli”.
Scegliersi una nicchia e restare fedeli alla nicchia. Non una generica casa editrice di ‘narrativa fantastica’, o nemmeno di ‘fantasy’ o di ‘sci-fi’. L’offerta della Eraserhead è sempre stata abbastanza chiara: storie fantastiche imperniate sull’assurdo, sullo schifoso, sul disturbante; di piccole dimensioni (mediamente di 100-200 pagine, a cavallo tra novellas e romanzi brevi); ironiche e immaginose, ma senza pretese letterarie; spesso ispirati all’immaginario dei filmacci di genere (da Romero a Troma). Attorno al concetto di ‘Bizarro’, poi, hanno saputo costruire la propria immagine, un’immagine che non si può confondere con quella di nessun’altra casa editrice. E’ stato così che hanno focalizzato attorno a sé i primi lettori.

Il Duca ha già spiegato più e più volte (quando ancora aveva interessi diversi dal Franciacorta) che per sopravvivere alla rivoluzione digitale gli editori non potranno più limitarsi a fare i gatekeeper, ma dovranno diventare aggregatori di servizi. Editing, impaginazione e grafica, pubblicazione sulle piattaforme online, pubblicizzazione, gestione dei rapporti con i lettori, eventuali traduzioni, eccetera. Lo credo anch’io. Liberare l’autore di questi compiti ‘gestionali’ e di marketing sono l’unica ragione per cui un autore dotato di cervello potrebbe preferire affidare il proprio manoscritto a un editore invece di autopubblicarsi. E gli editori dovranno impegnarsi, per convincerci che possono ancora essere buoni a qualcosa.
Ma a questa realtà voglio aggiungere un altro elemento. Una piccola casa editrice, se vorrà essere riconosciuta, se vorrà diventare un punto di riferimento per i lettori, e se vorrà sopravvivere alla competizione a suon di Euro dei Grossi, dovrà individuare la propria nicchia – una nicchia ancora non, o non adeguatamente, coperta – e costruirci sopra la propria immagine. Babbage Editori: la prima casa editrice italiana dedicata allo Steampunk di Qualità! Non si può sperare di entrare sul mercato offrendo ‘di tutto’, perché del ‘di tutto’ non frega niente a nessuno. E poi, se siete piccoli e avete solo uno o due editor, ciascuno specializzato nei propri generi, come sperate di essere credibili se questi devono mettersi a editare qualsiasi tipo di libri, dal romanzo rosa al noir al fantasy tolkeniano? E’ la via più sicura per produrre lavori di scarsa qualità, perdere la faccia e finire nella melma delle centinaia di micro-editori tutti uguali.

Bizarro Convention

Una sintesi dei valori della Bizarro Fiction.

Il passaggio dai libri di carta agli ebook è la più ghiotta occasione per questo tipo di casa editrice ‘specializzata’: si abbattono i costi di produzione e distribuzione, e diventa più facile raggiungere la propria nicchia di lettori (attraverso un uso intelligente dei tag). Nel mercato anglosassone si possono raggiungere numeri allucinanti di lettori, ma anche nel piccolo della nostra Italia semianalfabeta, se si lavora bene, qualche soldo lo si può fare.
Trovo quindi paradossale lo scarso impegno della Eraserhead Press in questo senso. Quando si tratta di libri digitali, la madre della Bizarro Fiction, che si fregia di essere tanto avanguardista, sfrontata, coraggiosa, innovativa, di colpo diventa più conservatrice dei dinosauri italiani. Molti libri di Mellick, l’autore di punta della Bizarro, in formato digitale semplicemente non esistono – per leggere Adolf in Wonderland ho dovuto importare la versione cartacea dagli Stati Uniti. Prezzo maggiorato, una settimana e mezza perché arrivi, e c’è pure il rischio che si sia rovinato nel trasporto.
Le ultime opere di Mellick digitalizzate (The Morbidly Obese Ninja, Crab Town, Fantastic Orgy) risalgono all’inizio del 2012; da un anno a questa parte, non ne fanno più. Altri autori di prima linea, come Kevin Donihe, non sono mai stati pubblicati in ebook, e così decine di scrittori minori di Bizarro che avrei letto volentieri. In altri casi, l’ebook c’è ma viene gestito nel modo sbagliato: come HELP! A Bear Is Eating Me di Mykle Hansen (ne parlai bene agli albori del blog), agile libretto che si legge in un pomeriggio ma che hanno il coraggio di metterti a 6,99 Euro.

Che ci sia dietro una qualche ragione strategica? No. Queste le uniche parole di Mellick in merito, scritte sulla sua message board nel forum della Deadite Press a Marzo 2012:

There won’t be any new kindle editions for at least a couple months. The guy who designs the eraserhead/deadite kindles just left for a long vacation.

Da allora, più nulla. WTF? Il tizio che fa gli ebook se n’è andato e si blocca tutto? Non stiamo parlando di un ingegnere nucleare: è un lavoro che anche una persona digiuna di HTML può imparare a fare in una settimana! E’ chiaro che c’è qualcos’altro sotto, ossia l’incapacità dei tizi di Eraserhead di capire come si stia muovendo il mercato. Forse credono di stare rinunciando a un vezzo, a qualche numero in più che si può sempre recuperare dopo; non si rendono conto che stanno perdendo vagonate di lettori e di passaparola.

Eraserhead Press

Le belle facce di Eraserhead Press.

E intanto, sul sito di Bizarro Central, sul blog di Mellick, e anche su molti dei libri di Bizarro che ho comprato, si trova l’invito a diffondere la fama del genere in questo modo: cercarlo nelle proprie librerie e biblioteche di fiducia e, se non lo si trova, richiederlo.
Sì. Dico sul serio. C’è scritto.
Non so esattamente cosa sperino di ottenere in questo modo. Forse sperano che prima o poi questa crociata per l’inserimento della Bizarro nei canali normali scateni lo sdegno di qualche pia WASP e che si scateni un putiferio mediatico che porti qualche pubblicità al movimento. O forse ci credono veramente. Ma è assurdo. Un genere di nicchia come la Bizarro, scritto in una lingua che è parlata in tutto il mondo, sembra nato apposta per essere diffuso in digitale: istantaneamente, senza barriere geografiche, scavalcando a pié pari la diffidenza dei distributori tradizionali. Non mi sarei mai avvicinato alla Bizarro se non avessi avuto la possibilità di scaricarmi un paio di libri di Mellick e verificare che roba fosse. E ora smetterò di comprare suoi libri, perché non è che tutto quel che scrive valga la carta su cui è stampato, e ho preso più di una sòla dalla Eraserhead, e non ho più voglia di spendere soldi in un editore così poco sveglio.

Il che ci porta al secondo problema della Eraserhead, la qualità. Una qualità che è altalenante, molto altalenante; chi ha letto il mio articolo Un tour-de-force di Bizarro Fiction se ne sarà già accorto. Prendiamo il caso di Donihe. Questo tizio è illuminato da idee assolutamente geniali; ma scrive così male che le rovina. In House of Houses, la trovata folle di un mondo in cui le case prendevano vita diventava una menata semi-incomprensibile sullo stile ‘lager nazista’. Night of the Assholes invece nasce come reinterpretazione della Notte dei morti viventi di Romero, in cui però invece degli zombie ci sono gli ‘stronzi’ (assholes), gente sgradevole che diffonde l’epidemia insultando gli altri: un’altra idea fantastica, ma lo sviluppo del plot e i personaggi sono così piatti che già dopo 40-50 pagine del fascino iniziale non rimane nulla. Libri che sulla quarta di copertina funzionano benissimo, ma che poi non mantengono la promessa. A Donihe non serve un po’ di editing: serve un’assistente sociale.
Ma alla Eraserhead non sembrano pensare che quest’uomo abbia bisogno di aiuto. Un sacco di complimenti, la pubblicazione, ed ecco un altro autore che probabilmente non crescerà più (non dal punto di vista tecnico, almeno), privando il mondo del suo potenziale. Mi sembra un film già visto più e più volte qui da noi, anche se c’è da dire che almeno Donihe il talento immaginativo ce l’aveva. Ma che figata di romanzi avrebbe realizzato, se la casa editrice lo avesse costretto a un editing più ferreo, a pensare meglio la costruzione della trama e dei conflitti – se, in una parola, avesse offerto all’autore un servizio migliore? E quanto, invece, libri malriusciti o riusciti a metà come questi danneggiano il concetto di ‘Bizarro Fiction’, facendolo apparire come una cagata quando invece ha un potenziale enorme? Quanto i libri mediocri generano (giustamente) un word-of-mouth negativo per il movimento?

Kevin L. Donihe

Kevin L. Donihe is not ashamed.

Ecco perché non voglio più comprare cartacei dalla Eraserhead. Se almeno ogni loro libro fosse un centro, forse, e dico forse, potrei pensare di scucire 9 Euro più spese di spedizione a ogni quarta di copertina stuzzicante – e già stiamo parlando di prezzi improponibili. Ma non così. E dire che ci sono molti nuovi libri di Mellick che vorrei leggere: Armadillo Fists, The Handsome Squirm, Tumor Fruit, Cuddle Holocaust; e poi le ripubblicazioni di sue vecchie glorie, tra cui i suggestivi The Steel Breakfast Era e Ugly Heaven; e ancora Pippi of the Apocalypse, seguito di Warrior Wolf Women of the Wasteland e di Barbarian Beast Bitches of the Badlands la cui uscita è prevista entro la fine del 2013. Per non parlare di tutti quei libri di autori minori che hanno stuzzicato la mia curiosità.
Ma c’è una nota positiva in tutto questo. Se, nonostante tutte queste magagne, la Eraserhead Press ce l’ha fatta, e ha raggiunto la notorietà che ha oggi, questo lascia capire quanto potere possa avere una buona costruzione di ‘immagine’ e l’occupazione di una nicchia scoperta. Ovviamente non si può creare una buona immagine di sé se poi l’offerta fa cagare, quindi questa non dev’essere letta come una scusa per trascurare la qualità; ma il rapporto è dialettico, e una cosa aiuta l’altra.

Qualche settimana fa, parlando del romanzo di Valentina Coscia, ho tirato in ballo l’editore WePub. Rientra nella definizione: piccola casa editrice che pubblica solo in digitale. Ho avuto una breve discussione con un signore di WePub circa il ruolo dell’editore nella pubblicazione del libro della Coscia. Di sicuro un editore che faccia il suo lavoro – valutazione, editing, promozione, etc. – e lo faccia bene, offre un servizio all’autore.
Ma se vuole che questo servizio sia percepito anche dal lettore, l’editore deve rendersi riconoscibile. Se WePub vuole che il lettore associ il romanzo che stia leggendo a WePub, così come io associo i romanzi di Mellick e Donihe e la Villaverde e Burke a Eraserhead Press, deve fare un lavoro aggiuntivo. Ossia focalizzarsi su un genere circoscritto, specializzarsi; lavorare per diventare il punto di riferimento di *quel* genere, e di *quei* lettori. Farsi riconoscere come gli Esperti, i Professionisti di quel segmento della narrativa. Che significa anche farsi un mazzo così per documentarsi su quel genere, e diventare davvero esperti – come ha fatto il Duca con lo Steampunk. D’altronde, se uno è appassionato di narrativa, e del genere di cui si occupa, documentarsi non dovrebbe essere un peso, no?
I piccoli non possono permettersi il lusso di essere generalisti.

Eraserhead Alien

Nuovi piccoli editori nascono…