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Case di case, o: quello che gli italiani non scrivono

House of HousesQualche giorno fa, mi è arrivato a casa un paperback che avevo preso su Amazon, House of Houses. E’ un breve romanzo di Bizarro Fiction scritto da Kevin L. Donihe, e che non si trovava su library.nu.
E’ la prima volta che spendo 8 Euro per il cartaceo di un autore sconosciuto a scatola chiusa. Cosa mi ha spinto a farlo?

Prima di tutto, il blurb di Mellick, che vi vado subito a offrire 1:

“This is perhaps the weirdest book that anyone has ever written, or will ever write. Donihe is the grandmaster of the bizarro fiction genre” – Carlton Mellick III

“Questo è forse il libro più strano che sia mai stato scritto, o che sarà mai scritto. Donihe è il gran maestro del genere della Bizarro Fiction” – Carlton Mellick III

In genere non mi faccio incantare dai blurb, ma non capita spesso che Mellick commenti i lavori dei suoi colleghi; inoltre, se è Mellick in persona a dire che questo è il libro più strano che abbia mai letto, diciamo che mi fido.
In secondo luogo, e più importante, la sinossi:

There once was ad odd reclusive little man who was in love with his house. He loved this house not in the way that normal people love their homes. His was a more intimate love, like the love between two humans. He loved his house so much that he asked it to marry him, and he believed that his house happilty replied with a yes. Unfortunately, their love was to be torn apart the day before their wedding, on the day of the great house holocaust. On this day, every house in the world collapsed for no explainable reason. It was as if they killed themselves, and took many of their occupants with them. Distraught and despairing over the death of his fiancée, this man must go on a quest to find out what happened to his beloved home.
On his quest:
He will meet Tony, a self-declared superhero, who looks kind of like a black Man-At-Arms from the old He-Man cartoons and claims to protect the world from quasi-dimensional psychopomps with his powerful sexpounding abilities.
He will meet Manhaus, who semmes to be part man and part house.
And, finally, he will venture to House Heaven, a world where houses live inside of bigger houses made of people.

C’era una volta uno strano e schivo ometto, che era innamorato della sua casa. Amava la sua casa non nel modo in cui la gente normale ama la propria. Il suo era un amore più intimo, come l’amore tra due esseri umani. Amava la sua casa così tanto che le chiese di sposarlo, ed era convinto che la sua casa avrebbe felicemente risposto con un sì. Sfortunatamente, il loro amore doveva essere distrutto il giorno prima del loro matrimonio, nel giorno del grande olocausto delle case. In questo giorno, ogni casa del mondo collassò per nessun motivo apparente. Era come se le case si fossero suicidate, portando con sé molti dei loro abitanti. Sconvolto e disperato per la morte della sua fidanzata, quest’uomo deve imbarcarsi in un viaggio per scoprire cosa sia successo alla sua amata casa.
Nel suo viaggio:
Incontrerà Tony, un auto-dichiarato supereroe, che assomiglia a una versione nera di Man-At-Arms, dei vecchi cartoni di He-Man, e afferma di proteggere il mondo da psicopompi quasi-dimensionali con il potere della superchiavata.
Incontrerà Manhaus, che sembra essere parte uomo e parte casa.
E, infine, si avventurerà nel Paradiso delle Case, un mondo dove le case vivono dentro case più grandi fatte di persone.

Casa arrabbiata

Attenti a come trattate la vostra abitazione: potrebbe scegliere di rovinarvi in testa.

Ora, io non ho ancora letto il suddetto libro, anche se lo farò in questi giorni. Potrebbe anche fare schifo. Potrebbe essere scritto peggio di Unika, o potrebbe non mantenere le promesse iniziali, o potrebbe essere un ammasso di stramberie senza capo né coda. Potrebbe persino essere scritto da Sergio Rocca in incognito.
Ma la presentazione è riuscita a catturarmi. Il libro mi ha convinto a dargli una possibilità. Ora: magari la Bizarro Fiction vi ispira solo pensieri diarroici, e l’idea di un tizio che si mette in viaggio per scoprire perché tutte le case del mondo sono implose e finisce nel Paradiso delle Case vi toglie ogni poesia, però dovete ammettere che è una sinossi che non lascia indifferenti.
Dietro una storia del genere c’è una riserva di creatività incredibile. Non solo non avevo mai pensato si potesse scrivere una storia su una cosa chiamata grande olocausto delle case, ma non avevo mai pensato neanche che si potesse avere un’idea del genere!

E’ per questo che mi viene sempre un po’ di tristezza quando dal panorama internazionale sposto gli occhi sull’Italia. E non sto parlando solo dei libri regolarmente pubblicati, ma anche degli autopubblicati, che in teoria non avrebbero tutte le limitazioni dei canali tradizionali – tipicamente il dover rientrare in una “linea editoriale” – ma che a quanto pare ne hanno un’altra: mancanza cronica di creatività.
Con poche eccezioni, i libri autopubblicati che mi sono capitati tra le mani sono, quando va bene, l’equivalente italiano di un episodio qualsiasi di Supernatural, o di un brutto film d’azione, o di una brutta partita di D&D. Magari condite con un po’ di “misteri italiani”, filone di lunghissima tradizione e oramai francamente un po’ esausto.
E mi domando: perché? Perché non possiamo avere anche noi delle storie di uomini che amano morbosamente le proprie case finché queste non gli crollano in testa, o storie di tizi i cui peni si trasformano in vermoni giganteschi e sanguinari, o storie di talebani che vogliono dirottare un aereo ma devono fare i conti con un lupo mannaro su una sedia a rotelle?
Forse perché leggono poco, o forse perché non spaziano abbastanza tra i generi. E di conseguenza, che si possano scrivere storie così neanche gli viene in mente. Che si possa uscire dal solito canovaccio, neanche gli viene in mente.

Lucarelli paura eh

Smettetela di vivere all'ombra di quest'uomo!

Ma voglio sottolineare una cosa.
Cari autopubblicati: sono questi i vostri avversari. Carlton Mellick, Mykle Hansen, Kevin Donihe, tutti signori nessuno che ce l’hanno fatta da soli, fondando delle case editrici, costruendosi un bel sito, studiandosi le regole della narrativa e scervellandosi per partorire idee nuove2.
Se volete essere competitivi, dovete cercare di scrivere roba almeno altrettanto buona. Altrettanto acchiappante. Roba da far impallidire le case di case! OK, la Bizarro non vi piace (e del resto ci sono anche brutti libri di Bizarro Fiction); ma non è una buona scusa per non spremervi le meningi e cercare di essere creativi, fantasiosi.
Se un’opera autopubblicata vende poco, o se è scaricata (gratis) poco, in parte dipenderà dal fatto che la ‘rivoluzione digitale’ in Italia è ancora agli inizi, in parte magari dipenderà da una visibilità insufficiente del sito e dell’autore, e/o da un cattivo marketing; ma non potrebbe anche darsi – forse, magari – che dipenda anche dal fatto che l’opera in questione non è poi ‘sto granché? Che non c’è, in fondo, tutta questa voglia matta di leggerla, e di farla leggere ai propri amici? Perché non si mette mai in discussione la qualità dell’opera, quando si parla della sua più o meno riuscita distribuzione?
E già che ci siamo, cari autopubblicati, leggetevi l’ultimo articolo del Duca, se non l’avete già fatto.

E quando sentite che state vacillando, che vi manca ogni certezza e ogni punto di riferimento, che siete – direbbe Dago – come un salame lanciato in un corridoio, ripetete tra voi queste parole:

un mondo dove le case vivono dentro case più grandi fatte di persone

Cioè, dai, cazzo!

Anticipazione finale
Già che siamo in argomento.
Da quasi due settimane sto preparando un grosso articolo sulla Bizarro Fiction, che raccoglierà tutte le impressioni che ho avuto modo di farmi sul genere negli ultimi tre-quattro mesi. Potrebbe già essere pronto per la settimana prossima, o per quella dopo al più tardi; in ogni caso, sostituirà, per una volta, il settimanale Consiglio del Lunedì.

Robottoni che fanno sesso

A proposito di allenare la creatività: questo potrebbe essere un inizio.

(1) Eccezionalmente, ho anche tradotto alla meglio la cosa in italiano. Mi sono preso qualche libertà nel tradurre “sexpounding abilities”; se avete suggerimenti migliori, sono pronto a correggere.Torna su

(2) Certo, avrebbero potuto fare di più – per esempio, puntando di più sul digitale. Nel momento in cui scrivo, sono ancora molti i loro libri che mancano completamente di un’edizione digitale; e quando ce l’hanno, è sempre e solo in formato kindle. Fino a poco tempo fa, il loro scopo principale era ancora quello di entrare nelle librerie.
Eppure un genere di nicchia come questo sembra fatto apposta per il digitale. I libri di Bizarro Fiction di solito sono brevi (100-200 pagine) e poco costosi, è stupido affogarli nelle spese di spedizione di un’edizione cartacea, che magari deve girare mezzo globo per arrivare al destinatario.Torna su

I Consigli del Lunedì #12: Behold the Man

Behold the ManAutore: Micheal Moorcock
Titolo italiano: I.N.R.I.
Genere: Science-Fantasy / Literary Fiction / Slice of Life
Tipo: Romanzo

Anno: 1969
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 150 ca.

Difficoltà in inglese: **

Karl Glogauer è un uomo infelice. Complici una madre vittimista e melodrammatica, figure paterne abusive, un retaggio ebraico-tedesco, bulleggiamenti scolastici assortiti, e cattive frequentazioni postadolescenziali, ma anche una certa propensione congenita al vittimismo e all’autodistruzione, alla soglia dei trent’anni Glogauer è una perfetta nullità. Nulla di strano se nel frattempo ha sviluppato un morboso attaccamento verso la figura storica di Gesù Cristo. Così come non c’è nulla di strano nel fatto che, non appena ha potuto mettere le mani su una macchina nel tempo, abbia deciso di viaggiare nella Galilea del 29 d.C., un anno prima della Crocifissione.
Ma qualcosa non va, nel passato: nessuno ha mai sentito parlare di Gesù di Nazaret, e Giovanni Battista sembra convinto che Glogauer sia un profeta mandato da Dio per liberare il popolo ebraico dalla schiavitù. Che cosa è successo? Cristo è esistito realmente? E soprattutto, come farà Glogauer a rimettere a posto le cose?

Behold the Man è un piccolo gioiellino che non avrei mai scovato se non avessi condotto un controllo incrociato della bibliografia di Moorcock e della collana dei SF Masterworks. In Italia è praticamente sconosciuto, e questo perché – come già The Sirens of Titan di Vonnegut, di cui ho parlato qui – è uno strano ibrido, di quelli che mi piacciono tanto, tra la narrativa fantastica e un certo tipo di letteratura mainstream-psicologica.
La narrazione segue due timeline parallele: da una parte le avventure di Glogauer nel 29 d.C., dall’altra una serie di flashback sulla sua vita, dall’infanzia all’incontro con la macchina del tempo e il suo progettatore. E mentre seguendo la prima timeline scopriamo che le cose non sono andate proprio come ci dicono i Vangeli, la seconda ci svela a poco a poco lo strano mondo interiore di quel borderline dickiano che è Glogauer.
Nel complesso, l’elemento psicologico-intimista prevale su quello fantascientifico, ma non arriverei a dire, come nel caso di Vonnegut, che gli elementi fantastici abbiano uno scopo puramente funzionale; le peripezie ucroniche del protagonista sono in grado di regalare una certa dose di autentico sense of wonder fantastorico, soprattutto se ve ne frega qualcosa del Cristianesimo.

Gesù bukkake

Potrebbe essere andata così…

Uno sguardo approfondito
La struttura di Behold the Man assomiglia a quella dei romanzi di Mellick di cui mi sono già occupato: una successione di brevi paragrafi di una o poche pagine. Ogni paragrafo costituisce una scena in sé conclusa, oppure un certo lasso di tempo raccontato in modo più sbrigativo (per esempio, un paragrafo è dedicato al primo periodo di permanenza di Glogauer tra gli Esseni). Questa struttura – che, a quanto ho visto, è ottima per le novellas e per i romanzi brevi – dà a tutta la storia un ritmo rapido, incalzante, che mantiene viva la curiosità del lettore e quindi la voglia di andare avanti.
Spesso, ma non sempre, l’alternarsi dei paragrafi coincide con l’alternarsi delle timeline. Per due pagine seguiamo l’atterraggio della macchina del tempo nel 29 d.C. e il soccorso che viene prestato a Glogauer, poi bam!, flashback su un momento significativo dell’infanzia del protagonista, e poi bam!, Glogauer riprende conoscenza in una caverna che puzza di sudore e pelle di capra. E così via. Questo alternarsi non crea confusione – perché segue delle regole precise, che il lettore afferra in fretta e a cui quindi si abitua – anzi al contrario evita il sopraggiungere di momenti di stanca. Spesso, poi, la transizione è facilitata dal fatto che il flashback riprenda temi, idee, pensieri del paragrafo immediatamente precedente – cosicché, nonostante lo stacco, si ha una sensazione di continuità, e che la storia sia tenuta insieme da un unico filo conduttore.
Certo, non sempre a Moorcock il trucco riesce. Alcuni flashback non c’entrano niente con quello che ci sta intorno, e non si capisce perché non siano stati infilati in altri punti del romanzo, o addirittura eliminati. In linea di massima i flashback seguono anch’essi un andamento cronologico – ossia, dall’infanzia di Glogauer ai suoi trent’anni – ma ogni tanto fanno salti avanti o indietro francamente inutili. Con un po’ più di attenzione in fase di editing, si sarebbe potuto evitare questo problema.

Così come si sarebbe potuto evitare un problema strutturale più grave, ossia una certa sproporzione tra la prima metà del romanzo e la successiva: la maggior parte dei flashback si accumulano tutti nella prima, scomparendo gradualmente nella seconda metà; viceversa, la parte ambientata in Galilea procede abbastanza lentamente per le prime 70-80 pagine, per poi accelerare vertiginosamente. L’ultima parte del libro, che copre grossomodo i sei mesi precedenti la Crocifissione, e che per molti versi sarebbe la più interessante, è trattata in maniera troppo sbrigativa – troppo, soprattutto, se confrontato coi dilungamenti della prima parte, quando Glogauer dimora tra gli Esseni. Maggiore uniformità nel ritmo e nella giustapposizione delle due timeline avrebbe migliorato il romanzo.
Tra le sbavature tecniche minori, poi, c’è la tendenza di Moorcock a inserire, ogni tanto, tra un paragrafo e l’altro, qualche piccolo inserto criptico dal sapore molto literary (vale a dire: cacca). Se li poteva risparmiare, perché non aggiungono niente e anzi danno l’impressione dello scrittore di genere coi complessi di inferiorità che se la tira da autore impegnato. Altre volte, specie all’inizio di capitoli, ma anche tra un paragrafo e l’altro, Moorcock inserisce delle citazioni – spesso dalla Bibbia (specialmente dai Vangeli, ma non solo), talvolta da opere di Jung o di altri. La cosa non sarebbe neanche male, ma Moorcock ne abusa, e francamente le citazioni nel bel mezzo dei capitoli se le poteva risparmiare.

Gesù Sparta

…o potrebbe essere andata così!

Behold the Man è altalenante anche nello stile.
Alcune scene (come quella dell’incipit, che ho messo tra gli estratti in fondo all’articolo) sono realizzate alla perfezione: tutto mostrato, massima economia nella scelta delle parole, ritmo incalzante, pov ben saldo – in una parola, immersione totale. Altre volte, specialmente se deve descrivere lunghi periodi di tempo, o se si tratta di scene di minore importanza, il narratore si abbandona a lunghi raccontati infodumposi. Il grosso della permanenza di Glogauer tra gli Esseni, ad eccezione delle scene iniziali e di quelle finali, è narrato con questo stile trascurato e sbrigativo 1.
Altalenante è anche la gestione del pov. Per la maggior parte del tempo è ben fissato nella testa di Glogauer, ma ogni tanto, e specialmente a partire dalla seconda metà del romanzo, scivola verso il narratore onnisciente o verso una forma di pov collettivo della gente che circonda Glogauer. Così, nella seconda e terza parte, ci sono interi paragrafi in cui vediamo il protagonista attraverso gli occhi di un pugno di militi romani, o dei rabbini del tempio, o della folla di pellegrini che lo segue. Anche se ci sono delle motivazioni plausibili, e in accordo con la trama, per questa scelta2, essa ha lo svantaggio di far scemare nel lettore l’empatia verso Glogauer – perché allontanandoci dal suo pov ci allontaniamo da lui – dopo averla gradualmente accumulata nella prima parte.

Tra le altre cose che, per inclinazione personale, potrebbero scoraggiare alla lettura, bisogna dire che il protagonista – con il suo vittimismo, il suo piagnucolio, la sua vigliaccheria, il suo farsi del male da solo e bruciarsi tutte le opportunità che gli si presentano – è un individuo estremamente sgradevole. La vicinanza del pov obbliga il lettore a uno stretto contatto con Glogauer: alcuni potrebbero sviluppare empatia nei suoi confronti, ma altri potrebbero trovarlo irritante fino all’orticaria. Per fare un paragone, immaginatevi uno Shinji Ikari adulto – solo che, a differenza di Evangelion, non ci sono dei personaggi più solari (Misato, Asuka, Kensuke, Kaworu) a fare da contraltare al protagonista.
Se si riesce a sopportare questo fiume di amarezza, bisogna ammettere che la caratterizzazione del protagonista e dei comprimari (la madre svenevole, la psichiatra acida e nichilista, Giovanni Battista, Giuseppe) è ottima. Non solo i loro caratteri sono credibili, ma Moorcock riesce a mostrarceli con poche pennellate e grande economia di parole – due battute di un dialogo, un gesto, una reazione fuori scala. Solo con un personaggio a mio avviso – Maria – l’autore si è lasciato andare alla macchietta grottesca e alle sottolineature inutili.

Shinji Ikari

“Il mondo è kattivo. Nessuno mi ama. Nessuno riconosce le mie buone qualità e mio padre mi skifa. E Asuka mi molesta emotivamente anche se sono buono. Ora scusate ma vado a masturbarmi sulla sua faccia mentre è in coma”.

E poi, c’è la rivisitazione della vita di Cristo; una rivisitazione cinica e amara, che mi ha molto affascinato. Chiunque abbia anche solo un minimo di interesse per la figura storica di Gesù e un’infarinatura del Vangelo (fatto catechismo da piccoli? O l’ora di religione alle elementari? Mai costretti ad andare a messa? Io sì, fino a 12 anni…^^’) dovrebbe provare almeno qualche scintilla di genuino sense of wonder.
In particolare, la scena della tentazione nel deserto è geniale, così come quella del tradimento di Giuda – ma il romanzo è pieno di crude reinterpretazioni di scene del Vangelo. Anche personaggi biblici come Giovanni Battista, Giuda 3 e Ponzio Pilato vengono rivisti in chiave più terra-terra, in modo più realistico e gretto. Fino ad arrivare al finale geniale. E, a questo proposito: fate attenzione alla pagina di Wikipedia su Behold the Man e in generale agli articoli su questo romanzo, molti hanno la sgradevole tendenza a spoilerare il finale – e così si perde metà del gusto.

Insomma, difetti strutturali e stilistici impediscono a Behold the Man di essere il capolavoro che avrebbe potuto essere. Ma rimane una lettura piacevolissima e inquietante. E’ un romanzo molto breve: dategli una possibilità.

Dove si trova?
Behold the Man si può trovare su Amazon a prezzi ragionevoli (10 Euro su amazon.it, scontati a 9.50 nel momento in cui scrivo). Su library.nu, in realtà, si trova una versione di Behold the Man che si spaccia per l’edizione degli SF Masterworks, ma *non lo è*; ho il sospetto che possa essere la novella originale, da cui Moorcock avrebbe tratto l’attuale romanzo, ma non ho indagato. In ogni caso, non fidatevi.
Roberto mi ha segnalato che il romanzo è stato edito in italiano nella collana Urania Collezione, No.102, nel luglio 2011, con il titolo I.N.R.I. Se qualcuno dovesse scoprire che questa edizione è disponibile nel vasto Internet, me lo faccia sapere!

Spoiler biblico

Su Moorcock
Moorcock, ahimè, è conosciuto soprattutto per le sue opere “giovanili” di Sword & Sorcery. Ora, io non ho niente contro la Sword & Sorcery, in teoria; ma è un palese dato di fatto che il 90% della produzione di questo sottogenere sia una porcheria orrenda. Neanche Moorcock si sottrae a questa tendenza. Ricordo di aver letto, a 14 o 15 anni, il primo libro della trilogia di Corum, Il cavaliere di spade; non so se rimasi più disgustato dall’oscenità della prosa, dalla piattezza dei personaggi o dalla banalità della storia, fatto sta che giurai disprezzo eterno per Moorcock e ne girai alla larga per tre anni buoni. E dire che a quell’età non ero neanche di gusti molto difficili: in quegli stessi anni ho letto i primi quattro volumi della Spada della Verità di Goodkind, e non mi erano dispiaciuti (almeno i primi due).
Elric di MelnibonéL’unica opera di Sword & Sorcery di Moorcock che mi senta di salvare è la famosa saga di Elric di Melniboné. Ambientata in un mondo tardomedievale di stampo mediterraneo, narra dell’ultimo principe dei Melniboneani, antico e perverso popolo di maghi superumani, e di come sarà causa della distruzione del suo stesso popolo e dell’inizio di una nuova era. Elric è un personaggio interessante: albino e di fragile costituzione, è costretto ad assumere droghe per sopravvivere; disprezza il suo stesso popolo; e ha un brutto rapporto con Tempestosa, la sua spada senziente assetata di sangue. La saga è rovinata da una prosa pessima e un andamento da romanzo di avventura per bambini; oltretutto Elric, che sarebbe progettato per essere un anti-eroe, finisce per fare tutte le cose tipiche degli eroi del fantasy epico. Salvano la saga l’ambientazione suggestiva e alcune idee carine, come la torre sull’orlo del mondo, la città-miraggio nel deserto, il regno dei mendicanti e la stessa isola di Melniboné.
La saga originale comprende sei libri scritti tra il 1963 e il 1977; negli ultimi vent’anni, Moorcock ha scritto una serie di midquel che però non ho letto.
Oltre alla sua sword & sorcery, ho letto altri due romanzi di Moorcock:
The Warlord of the AirThe Warlord of the Air, science-fantasy ucronico in cui un ufficiale britannico dei primi anni del Novecento, Oswald Banstable, si ritrova in seguito a uno strano incidente in un 1973 alternativo, in cui le guerre mondiali non ci sono mai state, il Commonwealth britannico sembra aver assicurato una pace eterna su tutto il globo e dirigibili giganti sono il principale mezzo di trasporto. Ma Banstable scoprirà che l’utopia è solo apparente. Il libro è scritto nello stile di un romanzo tardo-ottocentesco, e in particolare è un omaggio alla narrativa di Conrad – scelta non proprio felicissima. E’ un esempio di proto-steampunk – e il Duca lo ha citato nel suo articolo di introduzione al genere – e potreste volerlo leggere per il suo valore storico; ma è un romanzo insulso e piuttosto noioso, e questo nonostante si faccia un gran parlare di rivoluzione comunista e tra i personaggi ci sia addirittura un fikissimo Lenin ultranovantenne!
In seguito Moorcock ha scritto altri due romanzi con lo stesso protagonista, The Land Leviathan e The Steel Tsar, ma sono opere del tutto autonome, nelle quali Banstable visita altri futuri alternativi.
GlorianaGloriana è un fantasy politico ambientato in un’Inghilterra elisabettiana alternativa. Da dodici anni Gloriana regna su Albione, la più potente, ricca e splendente nazione del mondo, e i cupi giorni del regno di suo padre, il pazzo e sanguinario Hern IV, sono un lontano ricordo. Ma questa nuova età dell’oro poggia su fragili fondamenta, e una serie di eventi – complice lo sfrenato appetito sessuale della regina – rischiano di far precipitare Albione nel caos e il mondo intero in una guerra disastrosa. Nonostante i molti difetti di stile, Gloriana mi ha colpito molto e credo che ne parlerò in un futuro Consiglio.
In futuro ho intenzione di leggere qualcos’altro di Moorcock; in particolare, la stramba trilogia The Dancers at the End of Time, e forse The War Hound and the World’s Pain, primo libro della trilogia dei Von Bek. Ma accetto consigli e pareri in merito.

Qualche estratto
Questa volta, invece che due estratti, ne ho scelti tre – ma sono brevi. Il primo è l’incipit, e mi sembra un bell’esempio di economia narrativa. Gli altri due sono un dialogo, ambientato nel passato, con Giovanni Battista, e un flashback di Glogauer (completo di flusso di coscienza) che dà un’idea del suo terribile carattere. Insieme, questi ultimi due estratti danno un’idea della doppia anima del romanzo.

1.
The time machine is a sphere full of milky fluid in which the traveller floats enclosed in a rubber suit, breathing through a mask attached to a hose leading into the wall of the machine.
The sphere cracks as it lands and the spilled fluid is soaked up by the dust. The sphere begins to roll, bumping over barren soil and rocks.

Oh, Jesus! Oh, God!
Oh, Jesus! Oh, God!
Oh, Jesus! Oh, God!
Christ! What’s happening to me?
I’m fucked. I’m finished.
The bloody thing doesn’t work.
Oh, Jesus! Oh, God! When will the bastard stop thumping!

Karl Glogauer curls himself into a ball as the level of the liquid falls and he sinks to the yielding plastic of the machine’s inner lining.
The instruments, cryptographic, unconventional, make no sound, do not move. The sphere stops, shifts and roll again as the last of the liquid drips from the wide split in its side.

Why did I do it? Why did I do it? Why did I do it? Why did I do it? Why did I do it? Why did I do it?

2.
“And what is your name?” Glogauer asked the squatting man.
He straightened up, looking broodingly down on Glogauer.
“You do not know me?”
Glogauer shook his head.
“You have not heard of John, called the Baptist?”
Glogauer tried to hide his surprise, but evidently John the Baptist saw that his name was familiar. He nodded his shaggy head.
“You do know me, I see”.
A sense of relief swept through him then. According to the New Testament, the Baptist had been killed some time before Christ’s crucifixion. It was strange, however, that John, of all people, had not heard of Jesus of Nazareth. Did this mean, after all, that Christ had not existed?
The Baptist combed at his beard with his fingers. “Well, magus, now I must decide, eh?”
Glogauer, concerned with his own thoughts, looked up at him absently. “What must you decide?”
“If you be the friend of the prophecies or the false one we have warned against by Adonai”.
Glogauer became nervous. “I have made no claims. I am merely a stranger, a traveller…”
The Baptist laughed. “Aye – a traveller in a magic chariot. My brothers tell me they saw it arrive. There was a sound like thunder, a flash like lightning – and all at once your chariot was there, rolling across the wilderness. They have seen many wonders, my brothers, but none so marvellous as the appearance of your chariot”.

Gatto Giovanni Battista

3.
The first time he had tried to commit suicide he had been fifteen. He had tied a string round a hook half-way up the wall in the locker room at school. He had placed the noose around his neck and jumped off the bench.
The hook had been torn away from the wall, bringing with it a shower of plaster. His neck had felt sore for the rest of the day.
[…]
“You must try to concentrate on your work, Glogauer”.
“You’re too dreamy, Glogauer. Your head’s always in the clouds. Now…”
“You’ll stay behind after school, Glogauer…”
“Why did you try to run away, Glogauer? Why arent’ you happy here?”
“Really, you must meet me half-way if we’re going to…”
“I think I shall have to ask your mother to take you away from the school…”
“Perhaps you are trying – but you must try harder. I expected a great deal of you, Glogauer, when you first came here. Last term you were doing wonderfully, and now…”
“How many school were you at before you came here? Good heavens!”
“it’s my belief that you were led into this, Glogauer, so I shan’t be too hard on you this time…”
“Don’t look so miserable, my son – you can do it”.
“Listen to me, Glogauer. Pay attention, for heaven’s sake…”
“You’ve got the brains, young man, but you don’t seem to have the application…”
“Sorry? It’s not good enough to be sorry. You must listen…”
“We expect you to try much harder next time”.

Tabella riassuntiva

La vita di Cristo rivista in chiave fantascientifica e disincantata. Gestione dei flashback approssimativa.
Unisce paradossi temporali e introspezione psicologica. Glogauer è un protagonista sgradevole, forse troppo.
Alcune scene sono perfette. Brutti pezzi raccontati e pov ballerino.

(1) Ho una teoria in proposito. Il Behold the Man che oggi possiamo leggere è – come si usava all’epoca, e come in parte si usa ancora – la versione espansa di un racconto. E’ possibile che le scene migliori, più “dense” del romanzo appartenessero al racconto originale; e che per la versione estesa Moorcock abbia allungato il brodo con brani più raccontati e meno ispirati. C’è infatti una certa tendenza tra gli autori di genere, nel processo di trasformazione di un racconto in un romanzo, ad annacquare l’opera originale.Torna su
Ma la mia rimane una teoria, perché non ho letto il Behold the Man originale.

(2) Ho trovato due motivazioni plausibili e complementari per questa scelta di pov:
1. Moorcock vuole mostrare la progressiva depersonalizzazione, alienazione da sé di Glogauer, ma avrebbe difficoltà a farlo rimanendo *dentro* il pov di Glogauer.
2. Moorcock è interessato a farci vedere come gli abitanti della Galilea cominciano a vedere Glogauer.
Per quanto concerne il primo punto, posso obiettare che il protagonista non perde mai del tutto – ma solo a sprazzi – coscienza di sé. Anche nelle ultime fasi della sua vita, ci sono molte scene in cui Glogauer riflette su sé stesso e su quello che sta facendo.
Avrei risolto il problema alternando brevi paragrafi col pov collettivo di altre persone (quando Glogauer non è lucido), a paragrafi più lunghi in cui Glogauer è cosciente e il pov rimane ancorato su di lui. In questo modo si mantengono i vantaggi dei punti 1 e 2 senza allentare troppo il legame empatico col protagonista e la coerenza di pov del romanzo.Torna su

(3) A proposito. Se la figura di Giuda vi affascina, provate a leggere il “racconto” di Borges Tre versioni di Giuda, compreso nella giustamente celebre raccolta Finzioni.Torna su

I Consigli del Lunedì #10: Jack Faust

Jack FaustAutore: Michael Swanwick
Titolo italiano: –
Genere: Fantasy / Science-Fantasy / Ucronia
Tipo: Romanzo

Anno: 1997
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 330 ca.

Difficoltà in inglese: ***

“We are legion. A hundred libraries such as you have burnt could not contain our name”.
“Begin, and I will tell you when to stop. Tell me who or what you are”.
Dipping what might be a finger into the hearth, as if to pick up ashes, the creature wrote in bold black letters upon the white-plastered wall:

Mephistopheles

“Mephistopheles”, the scholar repeated.

Siamo a Wittenberg, la città di Martin Lutero, nella prima metà del Cinquecento.  Johannes Faust, il celebre erudito, sta bruciando tutti i libri della sua biblioteca – le opere di Galeno, i testi di Tommaso d’Aquino, la sapienza di Tolomeo, i tomi di Aristotele, la Bibbia! La colpa di questi autori? Di essere tutti in errore, in contraddizione con sé stessi o con l’esperienza. Tutta la sapienza degli antichi è falsa.
Sull’orlo della disperazione, consapevole di aver inseguito chimere per tutta la sua vita e di non essersi avvicinato di un passo alla Verità, Faust si appella alle forze demoniache. Ed esse gli rispondono – nella forma di Mefistofele, un’intelligenza aliena collettiva mossa da un odio viscerale per ogni altra forma di vita. A Faust, Mefistofele fa un’offerta: gli donerà tutte le verità della fisica, della matematica, della chimica e di ogni altra scienza, in poche parole il sapere universale, in cambio di – niente. Perché Mefistofele sa che, con queste conoscenze, Faust stesso sarà la causa della rovina del genere umano.

Questa settimana consiglio un’opera che in Italia, credo, hanno letto in dieci. Jack Faust non è il romanzo meglio scritto di Swanwick – è meglio chiarirlo subito – ma è forse quello che mi ha più affascinato.
Swanwick parte da uno dei miti europei più fiki di sempre, quello del patto faustiano col diavolo, e dalle opere teatrali sul Faust di Marlowe e Goethe, per reinterpretarle in chiave ucronica. Dio e tutta l’epica cristiana del mito originale sono fatte accomodare fuori dalla porta – Mefistofele infatti è diventata un’entità aliena superevoluta, anziché un diavolo – per lasciare il campo al tema della conoscenza. Cosa succederebbe se, ad un uomo del Cinquecento, fossero date tutte le nozioni scientifiche di un uomo del Ventunesimo? Riuscirebbe ad affermarle, e a che prezzo? Che uso ne farebbe la sua epoca? E fino a che punto si può accelerare il progresso tecnologico?

Brutto Faust

Nel corso del tempo il Faust ha avuto parecchie rivisitazioni, non tutte proprio felicissime.

Uno sguardo approfondito
Swanwick è un maestro del racconto breve, e spesso i suoi romanzi tendono ad assomigliare più ad una concatenazione di racconti in progressione cronologica che ad un romanzo unitario. Jack Faust non fa eccezione. Ad eccezione dei primi capitoli – in cui facciamo conoscenza del protagonista e assistiamo al patto con Mefistofele – che sono strettamente allacciati tra loro, ogni capitolo del romanzo costituisce un’episodio a sé stante, un momento particolare nella vita di Faust. Ogni capitolo-episodio ha quindi il suo argomento principale e il suo ostacolo da superare; al termine del capitolo, c’è un salto cronologico più o meno ampio, ed entriamo in un nuovo episodio.
Così ad esempio c’è un capitolo dedicato alla peste, in cui Faust deve trovare un modo per combatterla e contemporaneamente approfittare dell’occasione per dimostrare ai contemporanei la superiorità della sua scienza sulle arti mediche dell’epoca; un altro capitolo è dedicato alla guerra tra l’Inghilterra e la Spagna, e al ruolo che vi ha Faust. I capitoli dunque variano molto tra loro per contenuto, livello di conflitto e percentuale di azione, e di conseguenza varia molto anche la loro qualità; alcuni, come quelli citati, sono molto belli, altri invece – come gli ultimi capitoli dedicati a Margarete – sono bruttini 1.
Il problema principale di questo modo di strutturare i romanzi, è il senso di smarrimento, di distanza, e la conseguente perdita di interesse che i frequenti stacchi temporali e tematici possono causare nel lettore. Se alla fine di un capitolo c’è un salto di, poniamo, un anno, e un cambio di location, e magari anche qualche modifica nel cast dei personaggi, il lettore farà fatica a riambientarsi; e se perdipiù l’incipit del nuovo capitolo non è buono, continuare a leggere gli costerà un grosso sforzo. Tutte cose che mi sono successe, e più di una volta.
Inoltre, questi salti obbligano Swanwick a raccontare in qualche modo tutte le cose che sono successe nel frattempo. E mentre a volte riesce a gestire la cosa in modo elegante – attraverso dialoghi naturali, o mostrando i cambiamenti e lasciando al lettore il compito di dedurre – altre volte non ci risparmia brutti infodump.

Se comunque sulla bontà di questa struttura a episodi si può discutere, una certa trascuratezza stilistica è indiscutibile. Swanwick sa scrivere molto bene, ma con questo Jack Faust non si è sforzato troppo.
A cominciare dal brutto incipit, con un narratore onnisciente che si esibisce in una lunga descrizione statica a volo d’uccello della città di Wittenberg, nell’atroce maniera di Balzac, Stendhal e Manzoni. Solo alla fine della terza pagina ci viene presentato Faust, e gradualmente entriamo nella sua testa, finché nel giro di un altro paio di pagine siamo ben piantati nel suo pov. Perché non cominciare subito con Faust? Se proprio voleva descrivere Wittenberg, poteva mandare Faust a farsi una passeggiata, dopo la scena del rogo dei libri che è ben più importante, essendo il vero motore della storia.
Alcuni capitoli brevi e alcune scene sono gestiti ancora peggio, con la telecamera che salta da un personaggio all’altro – pov usa-e-getta ovviamente – senza alcuno scopo pratico. Ad esempio, nel capitolo in cui Faust e il suo apprendista lasciano Wittenberg in carrozza, il pov, invece di essere fisso su uno dei due, come dovrebbe, si muove tra una serie di personaggi che assistono al passaggio della carrozza: un uccello, uno studente chiuso in uno scantinato, un prete, eccetera. Con grande confusione del lettore (ci ho messo un po’ a capire che l’incipit del capitolo era filtrato dal punto di vista dell’uccello) e successivo calo di interesse. Swanwick, insomma, si abbandona a una discutibile estetica literary, dimenticando che lo scopo della narrativa di genere non è pensare: “Oh! Ma che affascinante affresco! E che sublime spaccato di vita cinquecentesca!”, ma renderci partecipi della vicenda nel miglior modo possibile. Quando Swanwick si abbandona al quadro impressionista, insomma, rema contro il suo stesso romanzo.

Assassin's Creed 2

Un sublime spaccato di vita cinquecentesca. Circa.

In compenso, quando si ricorda di prendere le medicine, Swanwick è un bravo scrittore. I capitoli scritti bene sono saldamente piantati nel pov di uno dei tre personaggi principali – Faust, il fedele discepolo e servitore Wagner, e Margarete, la figlia di mercanti che il protagonista vuole sedurre – e ognuno di questi capitoli mantiene sempre lo stesso pov. Abbiamo così capitoli incentrati su Faust, capitoli incentrati su Wagner, capitoli incentrati su Margarete.
I personaggi principali (e anche alcuni secondari, come il ciarlatano dottor Schnabel o il truce fratello Josaphat) sono ottimamente realizzati, con una psicologia credibile e interessante, scopi e desideri determinati.
Le inclinazioni di ciascuno dei protagonisti saranno portate, nel corso del romanzo, fino alle estreme conseguenze. Faust è un uomo arrogante, saccente, violento, completamente devoto alla ricerca della Verità e all’affermazione della nuova scienza su quei villici dei suoi contemporanei; tutto in lui suona autentico, dal suo disprezzo per i tecnici e gli artigiani – caratteristica reale di molti ‘eruditi’ europei fino a Seicento inoltrato – al suo odio per la superstizione, fino allo sconcerto nei confronti di tutti quanti non riconoscono il suo Genio. Wagner è il discepolo fedele, che adora Faust come un Dio e gli si sottomette completamente, ma che dalla sua venerazione trarrà una incredibile forza nei confronti degli altri. Mefistofele unisce la giocosità e il sarcasmo del diavolo goethiano con l’odio gelido e implacabile che nutre verso le altre forme di vita e in particolare il genere umano; quest’ultimo muove ogni sua azione e rende il suo comportamento coerente dall’inizio alla fine. Il suo rapporto con Faust è affascinante, i loro dialoghi che si muovono tra il serio – Mefistofele che gli promette che i suoi tentativi di portare la Scienza alla sua gente porterà solo morte e distruzione – e il faceto – Mefistofele che per divertire Faust spoglia tutte le donne di Norimberga e gli dice come portarsele a letto – divertono. Solo Faust può vedere Mefistofele, e la complicità, il rapporto amore/odio che si crea tra i due ricorda ad esempio il rapporto tra Light e Ryuk in Death Note.
L’unico personaggio traballante è Margarete: all’inizio funziona bene, nel suo essere una giovane donna inesperta, combattuta tra la santa e la puttana, tuttavia man mano che il romanzo procede la sua psicologia diventa sempre più confusa. Sembra che Swanwick stesso si sia accorto che il personaggio di Margarete non è bene a fuoco, perché nei capitoli incentrati su di lei passa molto tempo a farla riflettere, a farle sviscerare i dettagli del suo comportamento, come se dovesse giustificarla di fronte al lettore e a sé stesso. Il risultato è un personaggio che si “racconta” da solo più che mostrare il suo comportamento, un po’ come Edward di Twilight che continua a dire “quanto sono tormentato” per mascherare il fatto che in realtà di tormenti ne ha ben pochi. Swanwick sembra essere combattuto tra il dedicarle più spazio – in modo da approfondirla meglio, ma a detrimento del resto del cast – e il lasciarla a margine della storia; non facendo nessuna delle due cose, ne esce un personaggio che ruba spazio ma non convince.

Edward Cullen delira

“Sono Edward Cullen e sono la persona più sfortunata del mondo. Ho la superforza, leggo nel pensiero, brillo alla luce del sole, non invecchio mai e tutte le femmine mi muoiono dietro. La mia vita è un’agonia, perché nessuno mi capisce?”

Una delle cose più belle di Jack Faust, una delle ragioni principali per leggerlo, è sicuramente l’atmosfera che si respira. Il rinascimento di Swanwick riproduce molto bene la cultura erudita dell’epoca: il culto della Sapienza degli antichi, i medici ciarlatani con la loro teoria dei quattro umori e la fissazione per i salassi, le processioni religiose e i falò delle vanità. Una delle prime scene del libro vede Faust che minaccia di distruggere la Fisica di Aristotele, l’Almagesto di Tolomeo e l’Antico Testamento, se Wagner non saprà dimostrargli la loro verità: la diatriba filosofica che segue è un puro distillato di cultura rinascimentale, ed è uno spasso.
Ed è affascinante vedere come, sotto l’azione della scienza nuova di Mefistofele, questo mondo rinascimentale si popoli nel giro di pochi anni di mongolfiere, antibiotici, illuminazione elettrica, treni, fabbriche, revolver, la stampa scandalistica, gli anticoncezionali… e come questo cambi la gente. Gli eccessivi time skip tra un capitolo e l’altro rovinano in parte questa sensazione di penetrazione progressiva della nuova tecnologia, ma la cosa fa comunque un certo effetto. E il processo è mostrato in modo credibile: Faust farà inizialmente molta fatica ad affermare tra i contemporanei una scienza avanti di secoli, e l’evoluzione tecnologica seguirà i ritmi dei bisogni economici e politici dell’epoca più che quelli pronosticati da Faust – è più facile avviare una produzione di massa di corazzate da guerra che non convincere che la Terra gira intorno al Sole.

Purtroppo, la storia si perde un po’ per strada verso la fine. Swanwick si concentra troppo sulla storia d’amore e sui problemi personali di Faust e Margarete, e troppo poco sulla cosa più interessante, cioè la guerra e le trasformazioni politiche causate dalla scienza di Mefistofele. Il finale abbozza a malapena una serie di sviluppi che avrebbero meritato molto più spazio; è un finale pigro, come se Swanwick non avesse più voglia di andare avanti. Forse l’atmosfera troppo tetra del romanzo lo aveva messo di cattivo umore?
Non importa: nonostante i difetti sopra elencati rubino al romanzo la palma del capolavoro, Jack Faust rimane un libro assolutamente originale e affascinante, che merita di essere letto.

Sistema tolemaico

Brucia, sistema tolemaico, brucia!

Dove si trova?
Speravo che, per quando avessi postato il Consiglio, il libro sarebbe stato disponibile per library.nu. Purtroppo non è così. A conti fatti, la soluzione più ragionevole rimane prenderlo su Amazon, ma a meno di comprarlo usato il prezzo è talmente irragionevole che non ne vale la pena. Ennesima dimostrazione di come la digitalizzazione (anche pirata) significhi la salvezza dei romanzi anziché la sua fine: un libro interessante come Jack Faust rischia di non essere più letto perché chi ne detiene i diritti non lo ristampa più, e potrebbe bloccarne la distribuzione per i prossimi 70 anni + n.
Vi terrò aggiornati sulla vicenda.
Ah, naturalmente il romanzo non è mai stato tradotto in italiano^^’

Chi devo ringraziare?
Tanto per cambiare, il merito se lo piglia Gamberetta, che con la sua venerazione per Cuore d’acciaio (testimoniata infinite volte sul suo blog) mi ha fatto conoscere Swanwick. In realtà Cuore d’acciaio è quello che mi piace di meno dei suoi; nondimeno, è stato il mio primo approccio a Swanwick.

Su Swanwick
Di Swanwick ho letto altri quattro romanzi, tutti piuttosto interessanti:
L'intrigo WetwareVacuum Flowers (L’intrigo Wetware, che titolo osceno) è un romanzo di fantascienza a metà tra la space opera e il cyberpunk. In un mondo in cui la specie umana ha colonizzato l’intero sistema solare, la bioingegneria si è sviluppata al punto da poter modificare la psiche degli individui e impiantare nei cervelli umani identità alternative. Eucrasia, wetprogrammer brillante e cinica, si è programmata nel cervello l’identità di Rebel Elizabeth Mudlark, una figlia di strega arrivata dalla nube di Oort; ma ora Rebel vuole essere libera. Inseguita dalla supercorporation Deutsche Nakasone e dalla Comprise, la coscienza collettiva che ha preso il controllo della Terra, Rebel viaggerà di avventura in avventura in giro per il sistema solare. Un romanzo cupo e angosciante, probabilmente quello meglio scritto tra i libri di Swanwick; anche se il linguaggio complicato e la mole esagerata di invenzioni e sotto-trame lo rendono una lettura piuttosto faticosa.
Domani il mondo cambieràStations of the Tide (Domani il mondo cambierà) è un’opera di sf con una punta di fantasy, ambientato su un mondo sottosviluppato – il pianeta Miranda – che a cicli alterni viene parzialmente sommerso dall’alta marea. Poche settimane prima della Marea, il “burocrate” viene mandato su Miranda perché catturi il misterioso stregone Gregorian: ma il suo viaggio nel pianeta lo cambierà irreversibilmente. L’ambientazione è stupenda e i personaggi carismatici, ma il carattere troppo episodico di alcuni capitoli, il ritmo lento e la mania di Swanwick di fare l’intellettualoide lo rendono a volte irritante e spesso difficile da seguire. Rimane un bel romanzo.
Cuore d'acciaioThe Iron Dragon’s Daughter (Cuore d’acciaio) è un fantasy ambientato in una versione cupa e più verosimile di Faerie. La changeling Jane, costretta assieme ad altri bambini a un lavoro massacrante nelle officine di riparazione dei draghi biomeccanici, troverà una possibilità di fuga e di salvezza nell’alleanza col perverso drago Melanchton. Il libro è diviso in quattro parti che corrispondono a quattro fasi della vita di Jane, mentre scopre poco a poco in che razza di mondo è finita a vivere. Le premesse sono fighe e la prima metà è molto bella, ma nella seconda metà il romanzo si affloscia e il finale è pura metafisica per gonzi. In compenso è uno dei romanzi preferiti di Gamberetta, che ne ha parlato in molti commenti e articoli (per esempio qui e qui, in occasione della riedizione italiana nella collana Urania).
Gamberetta ha anche recensito positivamente The Dragons of Babel, ambientato nello stesso universo di Cuore d’acciaio; io non l’ho ancora letto.
Ossa della terraBones of the Earth (Ossa della Terra) è un thriller fantascientifico su viaggi nel tempo e dinosauri. Il governo americano possiede il segreto del viaggio nel tempo, ma per ragioni misteriose lo utilizza per permettere ai paleontologi di viaggiare nel mesozoico e fare esperienza diretta dei dinosauri. E mentre un attentato messo in atto da una setta di creazionisti radicali intrappola un gruppo di paleontologi nel tardo Cretaceo, un pugno di burocrati dovrà scoprire cosa si cela dietro la contorta tecnologia del viaggio nel tempo e dietro i suoi creatori. Il romanzo è molto interessante, parla di paradossi temporali e di metodo scientifico, dei meccanismi dell’evoluzione e dell’ambizione degli scienziati, e propone una teoria affascinante sull’estinzione dei dinosauri; ma l’eccesso di personaggi e una gestione insensata dei pov e altri problemi strutturali appesantiscono la lettura. Piperita Patty potrebbe adorarlo.

Qualche estratto
Per questa volta ho deciso di presentare un solo estratto, più lungo del solito. E la scelta naturalmente è caduta sulla scena iniziale di Faust che brucia i suoi libri, e sull’inizio della sua discussione accademica con il discepolo Wagner.

From one lone chimney in the heart of the city, a wisp of smoke curled up into the hartbreakingly blue sky. Faust was burning his books.
With a shower of sparks, Thomas Aquinas was consigned to the flames. Pages fluttering, a slim manuscript book of extracts from Pythagoras flew into the fire. Bouncing from the blackened back of the hearth, Andreas Libavius’s
Alchymia entered that mystical alembic which would trasform its gross substance into the rarified purity of its component elements.
Faust worked systematically, condemning no book without a hearing, riffling through each text until he found a demonstrable lie, and then tossing it atop its dying brothers. Half his library was in the fireplace already, so many volumes that they threatened to choke the flames. A touch of wind coming down the chimney filled the room with the stench of burning paper and leather. The smoke made his eyes sting. Calmly, he gathered together another armful.
[…] “Magister!” Waving horrified arms, Wagner advanced into the smoke. “What are you doing?”
Faust extracted a volume of Galen from his armful, letting the rest spill to the floor. He waved the Greek physician under the young man’s nose. “Have you ever cut open a human body, Wagner?”
“Before Jesus, never!”
“If you had – if you had… I served for a time as a physician in the Polish army. So much sickness, and so rarely did my medicines work! During the campaigns against the Turk, I stitched up wounds and sawed off legs by the hundreds. So this elaborate horror you show for the sanctity of the dead is quite incomprehensible to me. […] Thus I began a series of investigations into the origins of disease. I quickly found that there were organs described by our good friend Claudius Galenus that are not to be found in human beings at all. Why? Because in his priggish regard for the sanctity of man, the old fraud examined instead the insides of butchered pigs, from which he extrapolated a similar anatomy for the human body. Pigs! For thirteen hundred years we have doctored the sick as if the were swine, and all on the word of one who could be disproved by any idiot with a knife and a corpse.”
“Speak not so of Galen, sir! Not of that greatest of the anatomists, that divinely ispired father of physicians, that -”
“Father of lies, you mean.” Fust clutched the Galen so tightly his knuckles turned white. “Here is another perjurer who will not mislead one more honest man!”
He skimmed the book into the flames.

Tabella riassuntiva

Un’ucronia che ci porta dal rinascimento alla rivoluzione industriale! Salti temporali troppo bruschi e frequenti.
Faust e Mefistofele sono personaggi straordinari. Alcune storyline malriuscite, e finale debole.
L’atmosfera della Prima Età Moderna riprodotta alla perfezione. Gestione dei pov a tratti inutilmente aulica e confusionaria.
C’è una guida su come scoparsi ogni ragazza di Norimberga!

Bonus Track: il Faust di Goethe
Faust di Goethe

Autore: Johann Wolfgang Goethe (ma và?)

Editore: Rizzoli BUR
Pagine: 1062

Non ho mai letto l’opera teatrale di Marlowe; in compenso ho letto la fonte d’ispirazione primaria di Swanwick, quella di Goethe. Personaggi e situazione iniziale sono prese direttamente da qui, anche se poi Swanwick si è sbizzarrito.
Il Faust di Goethe è un’opera strana; con centinaia di ruoli tra personaggi e comparse, e una durata complessiva che potrebbe aggirarsi sulle dieci ore, credo sia una delle sceneggiature più impossibili da rappresentare a teatro nella storia. E’ un’opera un po’ lontana dalla nostra sensibilità, ma alcune scene mi hanno colpito lo stesso.
Se vi incuriosisce, l’edizione Bur potrebbe essere la vostra scelta. Più economica di altre – come quella Mondadori o quella Garzanti – è un’edizione critica ben fatta (per testo a fronte, note, bibliografia) senza essere esagerata (come quella Feltrinelli, in due volumi contenenti le due diverse redazioni principali del Faust… un po’ troppo se non dovete farci una tesi o roba simile).

———–

(1) In particolare, il capitolo dedicato all’aborto gli è riuscito assai male, e non ha minimamente l’eleganza che ha Walter Miller quando in Leibowitz affronta il tema dell’eutanasia.Torna su

Abitudini di lettura

AnobiiApprofitto del perdurare delle vacanze natalizie (benché ormai avviate alla conclusione) per un altro piccolo post autoreferenziale. Intanto, una notizia che farà gola ai miei fan (ammesso e non concesso che ce ne siano):

Ho linkato su Tapirullanza la mia libreria di Anobii!

Il link in questione è nel box “Tapiroulant su Anobii” della colonna destra, sotto il box dedicato alla mia persona. A sua volta, la mia libreria su Anobii linka questo blog, così da creare un affascinante flusso di informazioni e utenza. Nell’ultimo mese alcuni di voi si erano già accorti della mia esistenza su Anobii, tanto che le 5 visite al mese di media alla mia libreria (che non è neanche una brutta stastistica, trattandosi di una libreria in completo abbandono) a Dicembre sono passate a 40. Ma adesso è ufficiale! Evviva!
Avevo intenzione di linkare la mia libreria fin da quando ho aperto il blog, ma ho posticipato a lungo perché per tutto il 2011 avevo disertato Anobii e i miei libri erano aggiornati a, tipo, il dicembre scorso. Come potrete vedere non ho ancora finito di aggiornarla, ma quantomeno sono a buon punto, e tra pochi giorni avrò inserito tutti i libri.
Per converso, ho la tendenza a segnarmi in giro le cose che faccio, e anche le date in cui inizio e finisco i libri, per cui posso riprodurre in modo quasi infallibile la quasi totalità delle mie letture durante il 2011. Una cosa che mi piace fare, infatti, è analizzare le mie abitudini, ivi comprese le mie abitudini di lettura. Ecco cos’è venuto fuori.
Dei 101 libri che ho registrato di aver letto quest’anno, il 72% è narrativa e il 28% saggistica:

Primo grafico

Entrando più nello specifico, ecco la ripartizione tra narrativa fantastica e non fantastica, saggistica storica e non-storica, e manuali di scrittura:

Secondo grafico

La narrativa fantastica è di gran lunga la voce maggioritaria, e questo mi sorprende perché fino all’anno scorso leggevo molti più mainstream e classici. Penso di riconoscere quattro cause di questo cambiamento:

  1. L’influenza di Gamberetta (e, secondariamente, del Duca e di Zwei).
  2. L’acquisto e l’uso massiccio di un e-reader.
  3. La scoperta di library.nu
  4. La gestione di Tapirullanza.

Delle tre, la più importante è sicuramente l’acquisto del reader. Non sono il primo a dirlo, ma la mia esperienza va ad aggiungersi a quella degli altri: il possesso di un reader cambia il modo che ha il lettore di approcciarsi ai libri. Prima di averne uno (e prima anche di quando lo mendicavo a Siobhàn), la mia mentalità era pressappoco: “Vediamo cosa mi mette a disposizione l’editoria italiana”.
Se in un anno mi sono letto una trentina di romanzi di Philip K. Dick – era il 2009 – devo ringraziare quella disgraziata della Fanucci, che in occasione del 25° anniversario dalla morte dello scrittore aveva ripubblicato quasi tutti i suoi libri. Io ero andato in libreria, li avevo visti, e mi ci ero buttato a pesce. Allo stesso modo ho conosciuto Ballard e Vonnegut, ripubblicati in modo sistematico da Feltrinelli, o Asimov e Bradbury, diffusi dalla Mondadori.
Ma, come ormai tutti si sono accorti, il grosso della narrativa fantastica pubblicata dalle nostre lungimiranti case editrici non è buona nemmeno come carta igienica. Di conseguenza, invece che buttare 20 Euro per una menata della Troisi, con la stessa cifra mi compravo due o tre libri di Hemingway o di Gogol’ o di Balzac.

Nikolaj Gogol' e Licia Troisi

Mmm, quale dei due leggere? Un dubbio amletico.

Ma da quando ho il reader, non mi devo più accontentare. La Rete è grande e ho solo l’imbarazzo della scelta. Ho potuto leggere libri che non hanno mai toccato il suolo italico (la Bizarro Fiction), libri che non sono editi in Italia da quarant’anni (tutti i romanzi di Stapledon, per esempio), autori italiani autopubblicati le cui opere esistono solo in formato digitale.
E il blog è stato per me quello che speravo che fosse: uno sprone a sperimentare nuovi autori, nuovi sottogeneri, a cercare libri i più diversi possibili tra loro. Cosa strana: nonostante il tempo che mi porta via, da quando gestisco Tapirullanza leggo di più – anche se a volte a orari strani (ho finito Vacuum Flowers alle tre del mattino).
Comunque, le mie letture mainstream sono state erose anche dalla saggistica e soprattutto da quella storica, che quest’anno ho letto molto di più rispetto al passato. Dei 16 che ho letto, la gran parte è saggistica sul Medioevo, quella che rimane è sulla cosiddetta Prima Età Moderna (Early Modern Age): anche in questa mia nuova abitudine, quindi, l’influenza di Zwei e del Duca è cospicua. E poi, tutta questa saggistica mi fa sentire così intelligente!

Vediamo adesso un’altra cosa che mi affascina sempre moltissimo (in modo lievemente patologico), ossia la distribuzione temporale dei libri che ho letto quest’anno:

Terzo grafico

In blu ho segnato, di nuovo, tutti i libri letti nel 2011; in rosso i libri consigliati su Tapirullanza, sia nei Consigli del Lunedì che nelle Bonus Tracks. Come immaginavo, il periodo 1930-2011 è il più denso, con un primo picco nel periodo 1960-1990 (che coincide con l’apogeo della fantascienza sociale, uno dei miei sottogeneri preferiti), e un secondo picco, che inizialmente non mi aspettavo, nell’ultima decade. Quest’ultimo è dovuto soprattutto ai libri di Bizarro Fiction che ho letto negli ultimi quattro mesi (13 libri, di cui 10 solo di Mellick) e agli autopubblicati italiani (4 libri quest’anno). La cosa è curiosa, perché in passato se leggevo 2 o 3 libri di scrittori ancora viventi era già tanto.
Rispetto agli anni scorsi, molto trascurato l’Ottocento: a parte Stendhal e Tocqueville, poco altro (ma forse val la pena di menzionare Frankenstein di Mary Shelley, che non avevo mai letto, e che ho trovato carino benché troppo appesantito dal lirismo romantico). Soprattutto, ne esce con le ossa rotte il periodo 1861-1930. Ma non temete, amanti dell’epoca vittoriana e/o del primo dopoguerra, sono in cantiere un paio di Consigli su libri proprio di quel periodo! Ma che figata!

Piovra metropoli

Esempio di figata.

Trovare il tempo per leggere non è sempre facile, ma sono felice di farlo se poi posso spammarlo in giro per il Web ^-^
Conto che questo 2012 mi porti un’altra vagonata di libri fikissimi, almeno finché i Maya non distruggeranno il mondo a cavallo di fotoni (questa nuova misteriosissima particella) cantando 666 the Number of the Beast.

Bonus Track Natalizia: Sausagey Santa

Sausagey SantaAutore: Carlton Mellick III
Titolo italiano:
Genere: Fantasy / Bizarro Fiction
Tipo: Novella

Anno: 2007
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 124

Difficoltà in inglese: **

La sapete la vera storia di Babbo Natale? Sapete che non era un vecchio bonario, ma un crudele tiranno con l’accento da pirata che odiava i bambini, e che li voleva tutti morti o in schiavitù, finché il buon Dio non decise di punirlo condannandolo a consegnare doni ai bambini per il resto dell’eternità? E sapete che ora Babbo Natale – a causa di un increscioso incidente – è fatto di salsicce legate insieme tra loro?
Questa, almeno, è la storia che si racconta a casa di Matthew “Sly Guy” Fry la notte della vigilia. Matt in realtà non vorrebbe che si raccontassero simili cose ai bambini, ma sua moglie Decapitron fa sempre di testa sua. A dire il vero Matt non è molto a suo agio con la sua famiglia, tra una moglie iperviolenta che sogna di diventare un Transformer malvagio, una figlia viziata con una disgustosa escrescenza sul lato della faccia, e un lavoro schifoso alla Nintendo. Ma l’incontro con Sausagey Santa – il Babbo Natale Salsiccia – nella notte di Natale darà una svolta alla sua vita…

Carlton Mellick non è uno degli autori più amati dai frequentatori di questo blog, ma dedicargli un breve post di Natale mi è parsa lo stesso un’idea carina. Sausagey Santaè una lettura breve e poco impegnativa, ideale per passare la sera dell’antevigilia o magari la mattina della vigilia o quando avete tempo. Un bel racconto – e anche abbastanza insolito – sul tema evergreen del “dobbiamo salvare il Natale!”.

Babbo Natale nudo

Un altro modo interessante per passare la vigilia.

Uno sguardo approfondito
Sausagey Santa ripropone tutti i pregi tradizionali della scrittura di Mellick, ossia una prosa semplice e veloce, in prima persona, interamente filtrata attraverso gli occhi e la mente del protagonista-pov. Tutti gli avvenimenti del libro passano attraverso i suoi commenti, le sue lamentele, le sue sensazioni. Il timbro caldo della voce di Matt Fry ci fa affezionare a lui e mantiene viva la curiosità di scoprire cosa succede dopo.
I personaggi sono vivi, credibili, e ciascuno di loro ha quelle piccole manie che ce li rendono subito riconoscibili: Fry, che pur essendo una persona coi piedi per terra, ha una venerazione per la sua pettinatura e ama fare il gesto della pistola ai passanti; Decapitron, amante dei piercing, del sesso strano e dei combattimenti all’ultimo sangue, che passa la vita a minacciare di morte il marito per fargli fare tutto quello che vuole; la figlia Nora, che comanda tutti a bacchetta, e l’altra figlia, Angelica, che se ne va in giro con legate dietro la schiena delle lame di motosega a forma di ali d’angelo; gli elfi con il fetish di D&D e il complesso di inferiorità nei confronti delle loro controparti gidierresche; e così via. E quando compare un nuovo personaggio, Mellick riesce in poche righe a immortalarlo in modo tale che ci ricorderemo di lui.
L’unico difetto che si potrebbe lamentare su questo punto, è il fatto che da un libro all’altro Mellick tende a riproporre sempre le stesse tipologie di personaggi e di rapporti tra personaggi. Abbiamo il personaggio femminile impulsivo e/o violento e in ogni caso dominante, il protagonista razionale ma sottomesso, abbiamo la scena di sesso inquietante: il pattern è lo stesso di The Haunted Vagina, di The Baby Jesus Butt Plug, di The Menstruating Mall, di Sea of the Patchwork Cats. Le situazioni sono abbastanza variate, e i kinkdi ogni personaggio abbastanza specifici, da rimanere interessanti, ma una certa sensazione di déjàvu e di pigrizia dell’autore rimane.

L’altro punto su cui Mellick va forte e non delude neanche questa volta, sta nella descrizione di tante, piccole bizzarrie. Essendo il tema il Natale, la maggior parte delle stranezze prende la forma di giochi o strani congegni – e si va dalle mutande iperdimensionali alla tuta a forma di cavolo, dalle bare fluttuanti sopra l’oceano alle renne imbottite di gasolio. I vermi-regalo, in particolare, sono una trovata fikissima.

Bear Grylls mangia una renna

Bear Grylls ci dimostra come sopravvivere al Polo Nord; e che odia il Natale.

Se le parti ambientate a casa di Fry o al Polo Nord sono le più interessanti, sono invece sottotono le scene d’azione. Da una parte seguono una struttura molto cliché, da film d’azione classico (primo scontro – fuga – riorganizzazione – sortita – scontro di massa – scontro col midboss – scontro finale); dall’altra, i cattivi sono perlopiù masse anonime di zombie e loro equivalenti, e come ho già detto recensendo Marstenheim, questo significa prevedibilità e noia assicurate.
In media i combattimenti sono più ispirati di quelli del romanzo di Angra – per le piccole trovate, per il fatto che crepa una marea di personaggi, ma anche perché sono più brevi – ma non è che Mellick si sia sforzato troppo; anzi, in un paio di punti mi è parso che lui stesso volesse concludere in fretta per passare alla scena successiva. Come se la scena d’azione fosse un passaggio obbligato.

In generale, possiamo dire che Sausagey Santa sia una variazione sul canone “racconto in cui si salva il Natale”. Mellick punteggia la trama di personaggi bizzarri e trovate creative, ma l’impianto narrativo rimane classico e abbastanza prevedibile, almeno nelle sue linee generali. Questo, unito al linguaggio semplice, lo rende un libro molto facile da leggere, quasi “da ombrellone” – anche se il finale tradisce in parte lo schema e mi è suonato sorprendentemente ‘sincero’.
Avrei preferito un lavoro più creativo; ma anche così, rimane una buona novella. Facendo un paragone con altri lavori di Mellick, lo collocherei a metà: meglio dei suoi lavori meno riusciti, come The Menstruating Mall o Sea of the Patchwork Cats, ma peggio di altre novellas come The Haunted Vagina o anche The Morbidly Obese Ninja.
Quindi, perché leggerlo? Beh, innanzitutto se volete prendere la mano con l’inglese, questo, come altre novellasdi Mellick, è un’ottima scuola. In secondo luogo, quelli che non sopportavano Mellick per l’eccessiva stramberia, qui troveranno un ambiente più “familiare”. E poi, beh, perché è Natale: a Natale si leggono cose di Natale ^-^

Alieni rubano Babbo Natale

Anche gli alieni vogliono rubare il Natale.

Dove si trova?
Anche Sausagey Santa è rintracciabile su library.nu; se poi vi piace, potreste premiare Mellick comprandoglielo su Amazon.
In italiano invece, come ho già detto, Mellick non è mai stato tradotto.

Qualche estratto
I due estratti che seguono sono tratti dal secondo capitolo, che è uno dei più carini. Il primo è un’istantanea sull’amorevole relazione tra Fry e sua moglie; il secondo, naturalmente, è la storia di Sausagey Santa…

1.
Our relationship was pretty much built on fear.
It started out as just a crazy sexual escapade. Me with my irresistible hairdo and super slick dance moves. Decapitron with her black makeup and tight leather outfits. […] But I made the mistake of bringing her back to my place. Once she knew where I lived, she kept coming back for more. Next thing I knew she was calling me her boyfriend and I didn’t know how to get her out of my life.
The day she presumed I was about to try to break up with her she decided to show me what she did for a living. I had no idea what her job was. She didn’t look like a fighter. She never had any scars. She was very tall and in great shape, but she wasn’t all that muscular. The next thing I knew she was beating the utter piss out of a 400 pound tank of a Russian. This guy was a behemoth of muscle and platinum chest hair. Bigger than any wrestler or football player I’ve ever seen. Bigger than any boxer.
If I saw him in the wild I’d think he was the abominable snowman.
But Decapitron made short work of him. Without ever getting touched, she broke his ribs, cracked open his ankle, crushed his liver, shattered his foot, ripped a tendon out of his arm, and then decapitated him with her toes.
After they dragged the corpse away, she told me, “If you ever leave me I will annihilate you.”
So instead of breaking up with her we got married and started making kids.

Megatron Transformers

Quale donna non desidererebbe di diventare così?

2.
Decapitron tells the story of Sausagey Santa.
She says it is the true story of Santa Claus. According to her, Santa was once a king of a small country who hated children and Jesus so much that he tried to outlaw both of them in his land.
King Kringle was a ruthless tyrant who sent his armies from village to village burning down their churches. All children under the age of twelve were rounded up and shipped overseas to be sold into slavery. And all men were forbidden to impregnate their wives under the penalty of death.
This went on for only eighteen months until the citizenry picked up arms and conquered Kringle’s armies. But he was not killed. His people instead left his punishment up to God.
The Almighty Lord decided to damn Kris Kringle to an immortal life. He would spend eternity spreading holy joy and cheer to the children of the world by delivering them presents every Christmas Eve. It was a living hell for the ex-king. He attempted suicide several times, but he just couldn’t die. Whenever he chopped off his head or got his reindeer to quarter him, the elves would just sew him back together and send him on his way. The elves were master craftsmen and there was no organ in Santa’s body that they couldn’t fix no matter how damaged it became.
For his final suicide attempt, he put his body through a meat grinder. This mulched him up into a thick paste that he was sure could never be put back together again. For a couple days, he thought he’d succeeded. The elves didn’t know how to reas-semble him. But then after much discussion, the elves just remade him into a new shape. They stuffed his meat goo into sausage casings and linked them all together until they formed a man.
Kringle never attempted suicide again after that.

Tabella riassuntiva

Personaggi, oggetti e situazioni bizzarre in quantità. Struttura convenzionale e spesso prevedibile.
Timbro caldo e stile vivace. Scene d’azione poco ispirate.
Si legge in fretta e senza fatica.

E con questo articolo, vi auguro Buon Natale ^^