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I Consigli del Lunedì #16: Childhood’s End

Le guide del tramontoAutore: Arthur C. Clarke
Titolo italiano: Le guide del tramonto
Genere: Science-Fantasy / Apocalyptic SF
Tipo: Romanzo

Anno: 1953
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 220 ca.

Difficoltà in inglese: **

Un bel giorno, verso la fine del XX secolo, dal cielo piomba una flotta di gigantesche navicelle aliene. Le astronavi si piazzano sopra ognuna delle principali città terrestri, e lì restano, sospese e immobili, come monito. Ma non c’è da avere paura. Attraverso la voce di Karellen, Supervisore per la Terra, i Superni (Overlords) dichiarano di essere venuti per impedire che gli esseri umani si distruggano con le proprie mani, e per traghettarli verso una nuova era di pace globale e prosperità.
La superiorità dei Superni è talmente evidente che l’opposizione è inesistente. I governi terrestri mantengono un’autonomia limitata, ma tutte le questioni di reale importanza vengono decise dagli alieni. Tuttavia i Superni non si mischiano con gli esseri umani; al contrario, rimangono chiusi nelle astronavi e rifiutano di farsi vedere. L’umanità non è ancora pronta, dice Karellen – dovranno passare cinquant’anni dal loro arrivo, prima che si risolvano a mostrare il loro aspetto. Solo un uomo è autorizzato a parlare con i Superni e a comunicare le loro decisioni ai governi terrestri: Rikki Stormgren, segretario finlandese delle Nazioni Unite. Ma neanche a lui è permesso di vedere in faccia gli invasori; Karellen gli parla solo attraverso un microfono in una stanza oscurata della sua astronave.
Cosa nascondono i Superni, e quali sono i loro progetti per la Terra? Quel che è certo, è che il destino politico e biologico dell’umanità sembra destinato a cambiare per sempre…

Arthur C. Clarke, uno dei Big Three della fantascienza della Golden Age, è noto soprattutto per i suoi romanzi di Hard SF – le sue vaste competenze di matematica, fisica e ingegneria gli permettevano infatti di speculare sulle modalità del viaggio spaziale, della fondazione di colonie nel Sistema Solare e della terraformazione di pianeti e satelliti, e sulla società del futuro.
Ma questo Childhood’s End, che secondo il parere mio e di molti altri fan è il migliore in assoluto di Clarke, ha ben poco di hard. La tecnologia degli Overlord, e il mondo che portano con sé, appartengono a quel grado di scienza che, secondo la legge formulata dallo stesso Clarke, diventa indistinguibile dalla magia. L’intero romanzo è una speculazione puramente fantastica sul nostro mondo dopo un’invasione “benevola” di una civiltà infinitamente superiore, e sul destino sociale e genetico del genere umano.
Da Olaf Stapledon (che considerava suo maestro spirituale) e dai suoi Last and First Men (di cui ho parlato qui) e Star Maker, Clarke riprende l’idea di raccontare una storia dell’umanità più che quella di pochi individui – anche se sceglie di farlo attraverso le storie di alcuni personaggi. Similmente a A Canticle for Leibowitz, il romanzo è diviso in tre parti che corrispondono a tre diversi periodi cronologici (anche se l’intervallo tra una parte e l’altra è di solo mezzo secolo anziché 500 anni). Ogni parte ha i suoi personaggi, anche se alcuni ricorrono in più di una parte; e in ogni caso Clarke è pronto ad abbandonarli appena non gli servono più. Qui l’unico protagonista è il genere umano.

Indipendence Day

Ecco, immaginatevi una cosa del genere. Solo che poi gli alieni non sparano un megaraggio della morte sopra Los Angeles.

Uno sguardo approfondito
Lasciatemi subito chiarire una cosa, così poi non ci pensiamo più: Clarke è un cane della scrittura. La sua è una delle prose peggiori che potrete mai trovare tra i “grandi” della fantascienza, e forse persino la Troisi scrive meglio. La storia è raccontata con una “bella” terza persona onnisciente, che a seconda delle circostanze si avvicina o si allontana dal personaggio pov del momento. Nelle scene con la maggior concentrazione di personaggi pov (per esempio all’inizio della seconda parte), la telecamera è anche capace di saltare dall’uno all’altro nello spazio di poche righe.
Il lettore è bombardato per tutto il romanzo da battaglioni di infodump, che quando va bene vengono filtrati dal pensiero del personaggio pov, quando va male ti vengono schiaffati addosso direttamente dal Narratore. Interi periodi della storia sono raccontati in modo statico e riassuntivo, come se Clarke volesse preparare il setting della prossima scena saliente ma fosse troppo pigro per farlo in modo immersivo. Completano il quadro un uso indiscriminato di aggettivi e avverbi.

I personaggi sono poco più che burattini nelle mani dell’autore, la cui funzione si esaurisce nel mostrare da un’ottica “a misura d’uomo” le progressive trasformazioni della nostra civiltà. E fin qui, non ci sarebbe nulla di male. I problemi cominciano quando Clarke tenta di dare a questi manichini una falsa patina di profondità, facendo incursioni nella loro testa o soffermandosi su dei momenti drammatici. Ma poiché le loro tribolazioni ci sono “raccontate” dall’autore anziché mostrate con gesti concreti, e poiché la loro generale piattezza impedisce al lettore di mettersi più che tanto nei loro panni, è difficile provare della vera empatia. Ad alcuni dei protagonisti succederanno delle cose veramente brutte, ma l’impatto emotivo è smorzato dalla pochezza della prosa di Clarke. Bisogna scegliere: o si decide che è un romanzo scientifico, e allora i personaggi sono semplici “veicoli” della speculazione e stanno ai margini della trama; o si decide di approfondire il mondo interiore dei personaggi, ma allora si abbandona il pov onnisciente, si impara a mostrare lo stato emotivo delle persone e si studia meglio la psiche umana!1
Alcuni dei protagonisti di Childhood’s End fanno parziale eccezione. Il segretario Rikki Stormgren, per esempio, combattuto tra la sincera ammirazione e fiducia verso il Sovrintendente alieno, e la sua lealtà alla propria razza, privata della propria indipendenza. Il bisogno un po’ infantile di scoprire, almeno lui, il vero aspetto degli alieni, diventerà l’obiettivo più importante della sua vita, e il lettore lo segue con simpatia e partecipazione nella sua quest. Oppure Jan Rodricks, astrofisico nero insoddisfatto della fine del progresso e della stagnazione che gli alieni hanno portato sulla Terra, che sogna di imbarcarsi clandestinamente su una delle astronavi per conoscere il pianeta d’origine degli Overlord. O lo stesso Karellen – personaggio titanico, come ogni alieno superevoluto che si rispetti, insondabile nelle sue motivazioni, e con una sfumatura di ironia triste nella voce che ti fa chiedere cosa nasconda.

Spaventapasseri

Un essere umano, nell’immaginario di Clarke.

Fa il paio con i personaggi deboli la divisione del romanzo in più periodi storici. Il lettore abituato alle storie a intreccio – magari sul tipo delle interminabili Cronache di Martin – potrebbe fare fatica ad andare avanti nella lettura, con un tale ricambio di personaggi e situazioni. In parte il problema è caratteristico di questo tipo di romanzo, e non può essere evitato. In parte è colpa di Clarke, che nel tessuto della storia principale apre troppe sotto-trame, alcune delle quali non riesce neanche a chiudere (o non in modo convincente). Per esempio la storia della colonia di Nuova Atene, potenzialmente molto interessante, è messa in piedi in modo raccogliticcio (con la tipica descrizione statica del Narratore che va avanti per pagine e pagine), e conclusa in modo sbrigativo quando il focus del romanzo si sposta da un’altra parte.
Un tipo diverso di lettore, però, potrebbe rimanere affascinato proprio per l’abbondanza di spunti e avvenimenti. I colpi di scena, la risposta a vecchie domande e la proposizione di nuove domande si succede a un ritmo rapido, tanto che mi sono rifiutato di svelare più delle prime pagine del romanzo per timore di farvi degli spoileroni. Succede un sacco di roba, e su ordini di grandezza sempre più alti.

Soprattutto, Childhood’s End è un romanzo che trasuda sense of wonder da tutti i pori – e non quello pervasivo ma modesto di molti romanzi di New Weird o Bizarro Fiction, ma proprio quello che – per usare le parole di Gamberetta – ti fa dire WOW! in lettere maiuscole. Prendendo le mosse da un’invasione aliena, Clarke ci parla di evoluzione, di poteri esp, di teologia, della struttura stessa del cosmo, del destino ultimo della razza umana. Ci parla di un universo in cui le forze in gioco sono talmente grandi, che un misero uomo non può fare nient’altro che stare a guardare.
Fin troppo, forse. Alcuni passaggi, specialmente verso la fine, sanno un po’ troppo di deus-ex-machina, un po’ troppo di “eh, gli insondabili misteri dell’Universo!”. E a volte potrebbe sembrare che Clarke si abbandoni a una crudeltà gratuita – anche se io ho apprezzato molto la sua mancanza di buonismo; del resto la natura non è ‘buona’, al cosmo non gliene frega niente del benessere degli esseri umani. E alcune risposte agli enigmi disseminati da Clarke non sono convincenti: per esempio, la spiegazione del perché gli esseri umani siano terrorizzati dall’immagine del diavolo con le corna e la coda a punta è un po’ tortuosa. Ma sono dettagli.

It was ALIENS

Childhood’s End è un romanzo pieno di tutti i difetti tipici della scrittura clueless di Clarke; ma è anche uno dei libri che mi ha più colpito negli ultimi anni. A differenza di molta fantascienza invecchiata male, questo romanzo ha il potere di lasciarti basito anche a settant’anni dalla pubblicazione. Leggetelo: è un ordine!

Dove si trova?
Purtroppo le ultime volte che ho controllato sia Bookfinder che Library Genesis erano down, perciò non ho potuto controllare se Childhood’s End si trova. Confermo però che è disponibile sul canale #ebooks di irchighway (mIRC).
In italiano, quasi tutti i romanzi di Clarke sono facilmente rintracciabili su Emule.

Su Clarke
Clarke è uno degli autori di fantascienza più famosi in assoluto, perciò con ogni probabilità conoscerete già (e magari avrete già letto) i suoi romanzi. Ma in Italia Clarke è stato sempre ripubblicato poco, ed è difficile trovare sue opere in libreria. Ecco perciò una breve carrellata delle sue opere più meritevoli:
Polvere di Luna A Fall of Moondust (Polvere di Luna), ambientato in un XXI secolo in cui la Luna è stata ampiamente colonizzata, racconta le vicende di una piccola navetta passeggeri, che durante una crociera sulla superficie del satellite, in seguito a un terremoto, “affonda” nella superficie del pianeta. La storia segue i tentativi dell’equipaggio e di un team di soccorso di recuperare la navetta, in una corsa contro il tempo. Una disaster story carina e scientificamente accurata, ma senza pretese.
2001: Odissea nello spazio  2001: A Space Odyssey (2001: Odissea nello spazio) lo conoscerete tutti. Rispetto al film, il libro, che Clarke ha scritto in contemporanea al lavoro di sceneggiatura con Kubrick, si prende più tempo per approfondire le vicende e in generale è molto più comprensibile. La parte ambientata nel paleolitico e l’ultima parte sono rese meglio nel libro, e il finale ha un senso. Comunque non è bello come Childhood’s End, benché i temi si assomiglino.
Rendezvous with Rama  Rendezvous with Rama (Incontro con Rama) è il romanzo BDO per eccellenza. Una grossa navicella spaziale di origine aliena entra nel Sistema Solare senza dichiarare le sue intenzioni; una squadra di militari e scienziati viene inviata ad esplorarla. Ma la navicella, ribattezzata ‘Rama’, si rivelerà un ecosistema artificiale completamente autosufficiente… Rama è il miglior libro di Clarke dopo Childhood’s End e, nonostante la solita pochezza della sua prosa e molte potenzialità sprecate, un piccolo capolavoro dell’Hard SF. Se non l’avete già fatto, leggetelo.
The Fountains of Paradise  The Fountains of Paradise (Le fontane del paradiso) segue la storia del dottor Vannevar Morgan, talentuoso ingegnere che sogna di costruire il primo ascensore spaziale – una piattaforma che possa salire dalla cima di una montagna dello Sri Lanka fino ad un satellite in orbita geostazionaria a 36000 km d’altezza. Il romanzo seguirà tutte le fasi del progetto, tra ostilità dei nativi, mancanza di fondi, incidenti e cambi di rotta, intrecciando la trama principale con flashback sul periodo leggendario dell’isola. Romanzo pieno di idee affascinanti, benché il ritmo sia piano e la suspence spesso ai minimi termini.
Tra i romanzi minori di Clarke, consigliati solo ai fan sfegatati, aggiungo i mediocri The Sands of Mars (Le sabbie di Marte), Imperial Earth (Terra imperiale) e Songs of the Distant Earth (Voci di Terra lontana). Un caso di romanzo promettente ma miseramente fallito è invece The City and the Stars (La città e le stelle) che in futuro mi piacerebbe includere in un articolo sui romanzi abortiti.

Chi devo ringraziare?
Tanto per cambiare, ho saputo dell’esistenza di questo libro grazie all’articolo su Il senso del meraviglioso di Gamberi Fantasy, benché ovviamente conoscessi già Clarke di fama. Gamberetta l’ha definito “come The End of Evangelion, solo che ha un senso”, il che è abbastanza vero.

Qualche estratto
Ho scelto due estratti dal primo capitolo della prima parte; ho preferito non spingermi molto oltre nel libro, per non rovinare qualche colpo di scena. Il primo estratto è un’infodumpata sgraziata ma affascinante sulle modalità dell’invasione degli Overlord; il secondo mostra il modo in cui il segretario Stormgren si mette in contatto con il Supervisore Karellen.

1.
It was, of course, only a very small operation from their point of view, but to Earth it was the biggest thing that had ever happened. There had been no warning when the great ships came pouring out of the unknown depths of space. Countless times this day had been described in fiction, but no one had really believed that it would ever come. Now it had dawned at last; the gleaming, silent shapes hanging over every land were the symbol of a science Man could not hope to match for centuries. For six days they had floated motionless above his cities, giving no hint that they knew of his existence. But none was needed; not by chance alone could those mighty ships have come to rest so precisely over New York, London, Paris, Moscow, Rome, Cape Town, Tokyo, Canberra…
Even before the ending of those heart-freezing days, some men had guessed the truth. This was not a first tentative contact by a race which knew nothing of Man. Within those silent, unmoving ships, master psychologists were studying humanity’s reactions. When the curve of tension had reached its peak, they would act.
And on the sixth day, Karellen, Supervisor for Earth, made himself known to the world in a broadcast that blanketed every radio frequency. He spoke in English so perfect that the controversy it began was to rage across the Atlantic for a generation. But the context of the speech was more staggering even than its delivery. By any standards, it was a work of superlative genius, showing a complete and absolute mastery of human affairs. There could be no doubt that its scholarship and virtuosity, its tantalizing glimpses of knowledge still untapped, were deliberately designed to convince mankind that it was in the presence of overwhelming intellectual power. When Karellen had finished, the nations of Earth knew that their days of precarious sovereignty had ended. Local, internal governments would still retain their powers, but in the wider field of international affairs the supreme decisions had passed from human hands. Argument — protests — all were futile.
It was hardly to be expected that all the nations of the world would submit tamely to such a limitation of their powers. Yet active resistance presented baffling difficulties, for the destruction of the Overlord’s ships, even if it could be achieved, would annihilate the cities beneath them. Nevertheless, one major power had made the attempt. Perhaps those responsible hoped to kill two birds with one atomic missile, for their target was floating above the capital of an adjoining and unfriendly nation.
As the great ship’s image had expanded on the television screen in the secret control room, the little group of officers and technicians must have been torn by many emotions. […] The screen became suddenly blank as the missile destroyed itself on impact, and the picture switched immediately to an airborne camera many miles away. In the fraction of a second that had elapsed, the fireball should already have formed and should be filling the sky with its solar flame.
Yet nothing whatsoever had happened. The great ship floated unharmed, bathed in the raw sunlight at the edge of space. Not only had the bomb failed to touch it, but no one could ever decide what had happened to the missile. Moreover, Karellen took no action against those responsible, nor even indicated that he had known of the attack. He ignored them contemptuously, leaving them to worry over a vengeance that never came. It was a more effective, and more demoralizing, treatment than any punitive action could have been. The government responsible collapsed in mutual recrimination a few weeks later.

Dal loro punto di vista, si era trattato di una missione trascurabile, ma per i terrestri era l’evento più importante che li avesse mai colpiti. Non c’erano state avvisaglie quando le grandi astronavi avevano cominciato a scendere dalle sconosciute profondità
dello spazio. Innumerevoli volte quel momento era stato descritto nelle opere di fantascienza, ma nessuno aveva mai creduto che un giorno potesse succedere veramente.
Ma quel giorno era venuto: le lucenti sagome che ondeggiavano silenziose sopra ogni nazione erano il simbolo di un progresso scientifico che l’uomo non avrebbe raggiunto per chissà quanti secoli. Per sei giorni erano rimaste sospese nella più assoluta immobilità sulle metropoli della Terra, senza fare niente, quasi ne ignorassero l’esistenza. Ma non c’era bisogno che dimostrassero di
sapere cosa c’era sotto di loro. Non poteva essere per caso che quelle astronavi si fossero fermate sopra New York, Londra, Parigi,
Mosca, Roma, Città del Capo, Tokyo, Canberra…
Anche prima che giungessero quei giorni di panico, qualcuno aveva intuito la verità. Quello non era che un primo tentativo di contatto da parte di una razza che ignorava tutto dell’uomo. Dentro le silenziose astronavi immobili, studiosi di psicologia stavano
certamente esaminando le reazioni dei terrestri. E, quando la tensione sarebbe arrivata all’apice, allora avrebbero agito.
Il sesto giorno, Karellen, Supercontrollore per la Terra, si fece conoscere agli uomini in una trasmissione radio che bloccò tutte
le radiofrequenze. Parlò in inglese perfetto, scatenando discussioni che infuriarono oltre l’Atlantico per una generazione intera. Ma il
significato del discorso fu più sbalorditivo della lingua usata per pronunciarlo. Fu indubbiamente il discorso di un genio che dimostrò
di conoscere alla perfezione le questioni terrestri. Nessun dubbio che la virtuosità di quel discorso, gli accenni a conquiste scientifiche ancora lontane per l’uomo erano destinati a convincere il genere umano che si trovava di fronte a forze intellettuali infinitamente superiori, Quando Karellen ebbe finito, ogni nazione seppe che i suoi giorni di precaria sovranità erano finiti. I governi
locali avrebbero conservato il potere, ma nel campo più vasto degli affari internazionali non sarebbero più stati gli uomini a decidere. Polemiche, proteste, fu tutto inutile.
Naturalmente non ci si poteva aspettare che tutte le nazioni avrebbero accettato con passiva rassegnazione un tale limite ai loro
poteri. Ma la ribellione aperta si rivelò irta di difficoltà, perché la distruzione delle astronavi dei Superni, ammesso che l’impresa
fosse possibile, avrebbe comportato la distruzione delle città sotto di esse.
Tuttavia, una delle grandi potenze aveva tentato. Forse quella nazione aveva sperato di prendere due piccioni… con un missile atomico, dato che il bersaglio era l’astronave sopra la capitale di una nazione confinante e ostile.
Nel momento in cui l’immagine della grande astronave si dilatava sullo schermo televisivo della segreta sala d’operazioni, i militari e i tecnici presenti dovevano essere stati travolti dalle loro stesse emozioni. […]
Di colpo, nell’attimo in cui il missile si disintegrava all’impatto, l’immagine sparì dallo schermo e immediatamente passò ad una telecamera aerea lontana chilometri e chilometri. In quella frazione di secondo, la sfera di fuoco formatasi in seguito all’esplosione
avrebbe dovuto riempire il cielo con la sua incandescenza.
Invece non era successo niente. L’astronave si librava illesa, illuminata dal sole ai limiti dello spazio visibile. Non solo non era stata colpita, ma nessuno avrebbe saputo dire cosa fosse successo al missile.
Karellen non prese nessun provvedimento contro i responsabili dell’attacco, e si sarebbe detto perfino che non se ne fosse accorto.
Ignorò sdegnosamente il fatto lasciando i responsabili a tormentarsi nell’attesa di una rappresaglia che non venne mai. Un atteggiamento
più efficace e più demoralizzante di qualsiasi azione punitiva. Poche settimane dopo, il governo responsabile entrò in crisi per le accuse reciproche dei suoi membri.

Reddito e alieni

Gli alieni pagheranno per questo.

2.
Karellen never kept him waiting for long. There was a sudden “Oh!” from the crowd, and a silver bubble expanded with breath-taking speed in the sky above. A gust of air tore at Stormgren’s clothes as the tiny ship came to rest fifty meters away, floating delicately a few centimeters above the ground, as if it feared contamination with Earth. As he walked slowly forward, Stormgren saw that familiar puckering of the seamless metallic hull, and in a moment the opening that had so baffled the world’s best scientists appeared before him. He stepped through it into the ship’s single, softly-lit room. The entrance sealed itself as if it had never been, shutting out all sound and sight.
It opened again five minutes later. There had been no sensation of movement, but Stormgren knew that he was now fifty kilometers above the earth, deep in the heart of Karellen’s ship. He was in the world of the Overlords; all around him, they were going about their mysterious business. He had come nearer to them than had any other man; yet he knew no more of their physical nature than did any of the millions on the world below.
The little conference room at the end of the short connecting corridor was unfurnished, apart from the single chair and the table beneath the vision screen. As was intended, it told absolutely nothing of the creatures who had built it. The vision screen was empty now, as it had always been. Sometimes in his dreams Stormgren had imagined that it had suddenly flashed into life, revealing the secret that tormented all the world. But the dream had never come true; behind the rectangle of darkness lay utter mystery. Yet there also lay power and wisdom — and, perhaps most of all, an immense and humorous affection for the little creatures crawling on the planet beneath.
From the hidden grille came that calm, never-hurried voice that Stormgren knew so well though the world had heard it only once in history. Its depth and resonance gave the single clue that existed to Karellen’s physical nature, for it left an overwhelming impression of sheer
size. Karellen was large — perhaps much larger than a man. It was true that some scientists, after analyzing the record of his only speech, had suggested that the voice was that of a machine. This was something that Stormgren could never believe.
“Yes, Rikki, I was listening to your little interview. […] The details of the World Federation have been out for a month now. Has there been a substantial increase in the seven percent who don’t approve of me, or the twelve percent who Don’t Know?”
“Not yet. But that’s of no importance: what
does worry me is a general feeling, even among your supporters, that it’s time this secrecy came to an end.”
Karellen’s sigh was technically perfect, yet somehow lacked conviction.
“That’s your feeling too, isn’t it?”
The question was so rhetorical that Stormgren did not bother to answer it.
“I wonder if you really appreciate,” he continued earnestly, “how difficult this state of affairs makes my job?”
“It doesn’t exactly help mine,” replied Karellen with some spirit. “I wish people would stop thinking of me as a dictator, and remember I’m only a civil servant trying to administer a colonial policy in whose shaping I had no hand.”

Karellen non lo faceva mai aspettare a lungo. Ci fu un’esclamazione improvvisa della folla, e una bolla argentea si dilatò nel cielo con velocità incredibile. Una raffica di vento investì Stormgren nell’istante in cui il piccolo veicolo spaziale si fermava a una
cinquantina di metri, restando sospeso a pochi centimetri dal suolo, quasi timoroso di un contatto con la Terra. Mentre camminava
lentamente verso la folla, Stormgren vide il familiare raggrinzarsi dello scafo metallico apparentemente senza connessure, e un attimo dopo l’apertura che aveva tanto stupito i più celebri scienziati del pianeta si rivelò. Lui entrò nell’unica sala scarsamente illuminata della piccola astronave. L’apertura si richiuse senza lasciare traccia, escludendo ogni suono e ogni vista dall’esterno.
Si riaprì cinque minuti più tardi. Non aveva avuto nessuna sensazione di movimento, ma Stormgren sapeva di essere a cinquanta chilometri sopra la Terra, profondamente incuneato nel cuore della nave cosmica di Karellen. Era tra i Superni: intorno a lui essi erano intenti alle loro misteriose faccende. Stormgren era spesso andato più vicino a loro di qualsiasi altro uomo, eppure come ogni altro terrestre ignorava tutto del loro aspetto fisico.
La saletta delle riunioni in fondo al breve passaggio era arredata unicamente con una sedia e un tavolino sotto il teleschermo e, secondo le intenzioni, non rivelava assolutamente nulla delle creature che l’avevano costruita. Lo schermo era vuoto e spento, come l’aveva sempre visto Stormgren. Talvolta in sogno, lui immaginava di vederlo accendersi improvvisamente, rivelando il segreto che assillava il mondo. Ma il sogno non si era mai avverato: dietro quel rettangolo di tenebra si annidava il mistero più impenetrabile. Ma vi si nascondeva anche potenza e saggezza, e soprattutto una infinita
tolleranza, una specie di divertito sentimento di affetto per le piccole creature che si affannavano sul pianeta Terra.
Dalla grata nascosta venne la voce calma, mai assillata dalla fretta, che Stormgren conosceva tanto bene e che il mondo aveva sentito una volta sola nella sua storia. La profondità e la risonanza di quella voce erano la sola indicazione sulla natura fisica di Karellen, e dava una chiara impressione delle sue dimensioni: Karellen doveva essere altissimo, più grande di un essere umano.
Alcuni scienziati, però, dopo avere analizzato la registrazione del suo discorso, avevano prospettato l’ipotesi che la voce fosse quella di una macchina, ma Stormgren non poteva crederci.
«Sì, Rikki, ho seguito il vostro breve colloquio. […] Da un mese ormai si conoscono i particolari sull’andamento della Federazione
Mondiale. C’è stato un sensibile aumento sulla vecchia percentuale del sette per cento dei miei oppositori, o sul dodici per cento
degli agnostici?»
«No, ma non è questo il punto più importante. Mi preoccupa, piuttosto, il sentimento generale, diffuso anche tra i vostri sostenitori, che è tempo di svelare il mistero di cui vi circondate.»
Il sospiro di Karellen fu tecnicamente perfetto, ma mancava di convinzione.
«Ed è anche il vostro sentimento, non è vero?»
La domanda era retorica, e Stormgren non si preoccupò di rispondere.
«Mi domando se vi rendete conto» continuò seriamente «di come questa situazione renda difficile il mio lavoro…»
«Credetemi, non facilita nemmeno il mio» rispose Karellen, con una certa vivacità.
«Vorrei che la gente la smettesse di considerarmi un dittatore e si ricordasse che sono soltanto un funzionario incaricato di seguire una politica coloniale nella cui elaborazione non ha messo mano.»

Tabella riassuntiva

L’apocalisse più tranquilla nella storia della fantascienza! Clarke scrive come un cane.
Ritmo rapido che accende sempre nuovi interrogativi. Personaggi subordinati a una storia più grande di loro.
Sense of wonder maiuscolo e a palate. Alcune trovate sanno un po’ troppo di deus-ex-machina.

(1) Questo difetto accompagnerà Clarke fino alla fine della sua carriera. E’ un particolarmente sentito in quei romanzi in cui le idee di fondo non sono abbastanza buone da mascherare la debolezza dei personaggi.
Spesso si cita The Songs of Distant Earth come esempio di un Clarke più attento alla psicologia dei personaggi. Sì, è vero che in quel romanzo Clarke si concentra molto sui rapporti sentimentali tra i protagonisti – peccato che il risultato sia osceno! Il risultato, infatti, è una specie di Dawson’s Creek sullo sfondo di navicelle spaziali e missioni planetarie, solo che gli sceneggiatori di Dawson’s Creek sono più bravi. Sembra che Clarke sia del tutto incapace di tratteggiare il mondo interiore di un essere umano in modo decente.Torna su

Dawson's Creek

“Presto, Dawson! Dobbiamo prendere la Magellano e andare a terraformare Sagan 2!!!”
“…eh?”

I Consigli del Lunedì #15: Tales of the Dying Earth

Tales of the Dying EarthAutore: Jack Vance
Titolo italiano: Il crepuscolo della Terra / Le avventure di Cugel l’Astuto / La saga di Cugel / Rhialto il meraviglioso
Genere: Fantasy / Sword & Sorcery / Dying Earth / Picaresque
Tipo: Tetralogia di racconti e romanzi
Anno: 1950 / 1966 / 1983 / 1984 / 1997
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Pagine: 741
Difficoltà in inglese: ***

These are tales of the 21st Aeon, when Earth is old and the sun is about to go out.
[…] By day the sun cast a wan maroon gloom across the land; by night all was dark and still, with only a few pale stars to post the old constellations. Time went at a languid pace, without purpose or urgency, and folk made few long-range plans.

Miliardi di anni nel futuro, il pianeta Terra è ormai giunto alla fine della sua vita. Il Sole è ridotto a una pallida sfera rossastra, che irradia il globo di una luce spettrale e potrebbe spegnersi da un giorno all’altro; la Luna è andata distrutta, e il firmamento è ridotto a poche stelle anziane. Il grosso della popolazione terrestre ha abbandonato il pianeta da moltissimo tempo, lasciando dietro di sé una civiltà decadente e priva di ambizioni. Regrediti a una civiltà preindustriale, gli esseri umani rimasti vivono in piccoli agglomerati isolati – villaggi, città-stato, regni di dimensioni irrisori; poche carovane di mercanti, pellegrini, o avventurieri coraggiosi osano varcarne i confini, per attraversare terre selvagge abitate da creature ostili e disseminate di rovine dell’antica civiltà. Quello che rimane dell’antica scienza, è condensato in complicate formule magiche che pochi maghi riescono a imparare dopo anni e anni di studio e disciplina.
E’ su questa Terra morente che si muovono stregoni come Turjan di Miir, desideroso di creare artificialmente una compagna, o Iucounu, collezionista di artefatti magici dotato di un ambiguo senso dell’umorismo, o Rhialto il Meraviglioso, altezzoso membro di un’associazione che raccoglie i maghi più potenti della sua era; ma anche avventurieri come Guyal di Sfere, che vorrebbe conoscere la risposta ad ogni domanda, o Cugel l’Astuto (Cugel the Clever), mascalzone professionista i cui unici interessi sono le belle donne e la buona tavola. Ciascuno di essi cerca di trarre il meglio dalla propria vita e godere ogni giorno come se fosse l’ultimo – perché nessuno sa quando morirà il Sole, ponendo termine alla vita sulla Terra.

A partire dal 1999, e fino all’ultima edizione nei Fantasy Masterworks della Gollancz, i quattro libri di Jack Vance ambientati nella Terra morente sono stati raccolti in un unico ponderoso volume – le Tales of the Dying Earth. Non si può parlare di saga, quanto di un’ambientazione condivisa: con l’eccezione del secondo e terzo libro, tutte le storie della Dying Earth sono scollegate e autonome.
A variare molto sono anche stile e contenuti – visto e considerato che i quattro libri sono stati scritti da Vance nell’arco di trentacinque anni. Le Tales of the Dying Earth sono insomma un contenitore molto eterogeneo; pertanto, nell’approfondimento, parlerò prima separatamente di ciascuno dei quattro libri, per poi tirare le somme del volume nel suo complesso. Il risultato, è un articolo di dimensioni ahimé gargantuesche – leggetevelo pure con calma, a puntate.

Nana bruna

Il Sole della Dying Earth?

Uno sguardo approfondito

The Dying Earth
Il primo libro del ciclo non è un romanzo ma una raccolta di sei racconti, vagamente interconnessi ma indipendenti, ambientati nella regione di Ascolais.  In “Turjan of Miir”, il mago Turjan si mette in cerca del mago Pandelume – che vive in una dimensione alternativa ad uso personale – perché gli insegni a creare artificialmente un altro essere umano. Il racconto non ha un vero e proprio finale, ma i suoi personaggi sono ripresi in “Mazirian the Magician”: l’avido Mazirian ha intrappolato Turjan in una scatola magica in compagnia di un drago affamato, per ricattarlo, ma è sua volta ossessionato da una bellissima fanciulla che ogni sera appare sul limitare dei suoi giardini. In “Liane the Wayfarer”, l’amorale bandito Liane entra in possesso di un anello magico, che può essere espanso in modo da avvolgere completamente il corpo del possessore e trasportarlo nella dimensione delle ombre; in “Guyal of Sfere”, un giovane ossessionato dal bisogno di conoscere ogni cosa si mette alla ricerca del Custode del Museo dell’Uomo, dove si dice che sia raccolta tutta la sapienza del genere umano.
La qualità dei racconti è molto altalenante. Alcuni, come “Mazirian the Magician” e “Ulan Dhor”, hanno una coerenza di fondo e sono carini; altri, come “T’sais”, saltano di palo in frasca e sono piuttosto insulsi; altri sono delle occasioni sprecate: le premesse di “Guyal of Sfere” sono interessanti, ma dopo le prime pagine il racconto va a remengo. Il protagonista, che inizialmente ti incuriosisce per il suo bisogno patologico di fare sempre domande, diventa rapidamente un avventuriero anonimo, che deve superare un ostacolo dopo l’altro per raggiungere la leggendaria biblioteca; e anche quando la raggiunge, il fulcro della storia non è più la ricerca della conoscenza, ma come eliminare un demone minore che si è infiltrato nel museo (WTF?).

Nei racconti si respira un’atmosfera rarefatta, onirica, quasi da fiaba. Questo in parte è dovuto alla stranezza dell’ambientazione – in cui capita che un mago, passeggiando per la foresta, incontri un twk-man (piccoli omini blu che viaggiano a cavallo di libellule che scambiano informazioni in cambio di granelli di sale), o una strega o un demone – e in parte al canovaccio stesso dei racconti (spesso, delle quest all’inizio delle quali il protagonista prepara o riceve un set di incantesimi o artefatti magici che gli serviranno per superare gli ostacoli lungo il cammino). Ma in parte è dovuto anche all’incapacità stilistica di Vance, che descrive sommariamente gli ambienti in cui si muovono i personaggi (e spesso raccontando, con piogge di aggettivi, invece che mostrando) e quindi rende difficile una visualizzazione nitida della storia. Gli stessi personaggi mancano in genere di profondità, e sono più simili a degli archetipi: i loro motivi sono semplici, i loro gesti convenzionali, e Vance ce li mostra sempre dall’esterno.
Volendo fare un bilancio complessivo, i racconti di The Dying Earth sono quasi tutti deboli e scritti in modo approssimativo. Ci sono un mucchio di buone idee e un’ambientazione molto suggestiva, ma tutto questo potenziale è in larga parte sprecato.

Bondage Fairies - Fairie Fetish

Uno spaccato della fauna di Ascolais.

The Eyes of the Overworld & Cugel’s Saga
Le cose migliorano con il secondo e terzo libro del ciclo. Protagonista dei due romanzi è Cugel, un farabutto straccione della terra di Almery, dal corpo macilento e la faccia da faina, che vive di truffe e piccoli espedienti all’ombra del palazzo di vetro di Iucounu, “the Laughing Magician”. Un bel giorno, quel fetente del mercante Fianosther convince Cugel a infiltrarsi nel palazzo sguarnito di Iucounu per derubarlo dei suoi artefatti magici. Ma Cugel viene beccato, e lo stregone lo mette di fronte a due alternative: una morte orribile, oppure che si metta al suo servizio. La missione? Recuperare un prisma incantato ubicato dall’altra parte del globo, da aggiungere alla sua “collezione”. Dopo che gli è stato infilato in pancia un parassita uncinato di nome Firx, incaricato di farlo rigare dritto, Cugel è pronto per partire; e non soltanto dovrà impossessarsi dell’Occhio dell’Oltremondo, ma tornare ad Almery vivo e vegeto.
I due romanzi – uno seguito diretto dell’altro – raccontano il viaggio di Cugel e le innumerevoli peripezie che incontrerà lungo il cammino. Pur essendo delle opere unitarie, The Eyes of the Overworld e Cugel’s Saga mantengono la struttura episodica del primo libro: ogni capitolo rappresenta una tappa del viaggio, una “storia nella storia” in sé autoconclusiva. Anche la loro qualità è molto variabile: alcuni episodi, come quello sulla conquista dell’Occhio dell’Oltremondo, sono divertenti e ben costruiti, mentre altri sono scritti un po’ a tirar via. Il capitolo conclusivo di The Eyes of the Overworld, poi, è spassosissimo – mentre quello che chiude Cugel’s Saga e tutta la dualogia è più modesto.

Cugel l'Astuto

Un’immagine un po’ romanticizzata di Cugel.

Una differenza gradita rispetto a The Dying Earth, è che perde terreno l’atmosfera onirico-decadente in luogo di un clima più scanzonato e autoironico. Cugel non è un guerriero né un mago; per farsi strada nella vita, deve ricorrere alla retorica, all’inganno, ai mezzucci. Le sue avventure generalmente si imperniano su questo: tentativi di turlupinare il prossimo (gli abitanti di un villaggio, stregoni, pellegrini, mercanti) con ogni mezzo possibile. L’elemento comico è accentuato dal fatto che tutti – nobiluomini, poveri villici, maggiordomi, vagabondi, creature magiche – adottano un parlare forbito e ampolloso. E le battaglie dialettiche che imperversano nei due romanzi attingono a tutto il repertorio del genere: doppi sensi, cavilli burocratici, allusioni, omissioni, insulti velati.
Anche Cugel rimane una macchietta più che un personaggio a tutto tondo. Ciarlatano più per abitudine che per calcolo, mente e inganna sulle cose più stupide, spesso prima ancora di capire se può trarne un vantaggio; ha un’opinione di sé completamente scollegata dalla realtà; del tutto amorale, non esita a liberarsi di compagni di viaggio scomodi e a raggirare innocenti, e dà l’impressione che potrebbe anche vendere sua madre per una buona cena. Ma non si può fare a meno di sviluppare della simpatia nei suoi confronti: la gente con cui si trova ad avere a che fare non è certo migliore di lui, da fanciulle che mettono in dubbio la sua potenza sessuale, a datori di lavoro che cercano di spremerlo il più possibile, a maghi capricciosi che fanno di lui quello che vogliono, a gente che se la prende con lui anche quando non ha fatto niente.

Se si vuole muovere una critica ai due romanzi di Cugel, è che nella maggior parte degli episodi il magico e il fantastico vengono messi in secondo piano, rimangono sullo sfondo. Certo, nel corso dei viaggi del suo anti-eroe Vance ci mostra una pletora di popoli diversi dalle usanze più o meno bizzarre, ma raramente si varca il confine del sovrannaturale. Con pochi rimaneggiamenti, molte delle avventure di Cugel potrebbero essere anche ambientati nel nostro mondo (magari in un’epoca cinque-seicentesca). Questo è particolarmente vero per Cugel’s Saga, che ci mostra un pianeta molto più civilizzato e trafficato che non The Dying Earth e The Eyes of the Overworld.
Non è l’unica differenza tra le due parti del ciclo di Cugel. Tra l’uno e l’altro romanzo passano quasi vent’anni, e in Cugel’s Saga lo stile di Vance migliora: i singoli episodi sono costruiti con più cura, sparisce quel modo di scrivere un po’ sbrigativo, tipico di molta Sword&Sorcery dagli anni ’50 ai ’70. In Cugel’s Saga, Vance si preoccupa di descrivere meglio gli ambienti visitati dal suo protagonista, le sue riflessioni, i rapporti tra i personaggi. E in generale, dei quattro libri delle Tales delle Dying Earth è quello scritto meglio.

Dialettica

Dialettica.

Rhialto the Marvellous
L’ultimo libro del ciclo è una raccolta di tre novellas imperniata su una società di maghi di Almery e Ascolais, e in particolare su uno di loro, il fascinoso quanto arrogante quanto puntiglioso quanto insopportabile Rhialto il Meraviglioso. Diversamente dai maghi della Dying Earth, quelli di Rhialto sono semidei con migliaia di anni di vita sulle spalle e poteri quasi illimitati, che vivono in regge e passano le giornate in placida contemplazione o nello studio e nella sperimentazione delle arti magiche. Stando così le cose, l’unica vera minaccia per questi maghi è il pericolo che rappresentano gli uni per gli altri! Vincolati alle leggi dei Blue Principles, un codice inciso su una lastra indistruttibile protetta da un demone immortale, e supervisionati da un segretario, l’anziano e svampito mago Ildefonse, questi stregoni sono riuniti in società non tanto per tutelare i comuni interessi, quanto per non farsi le scarpe a vicenda ogni cinque minuti.
La prima novella, The Murthe, è in realtà breve come un racconto, ed è anche il più brutto, nonostante le premesse bizzarre: la potente strega Llorio è tornata, e pianifica di asservire a sé tutti i maghi della Terra dopo averli trasformati in donnette vanitose! E’ un racconto scritto male, pieno di infodump, riassunti, discorsi indiretti, e quella generale sciatteria che lo rende più simile ai peggiori racconti degli anni ’50 che al resto della raccolta. Migliori Fader’s Waft – in cui i maghi della società, capitanati dall’infido Hache-Moncour, decidono di far pagare a Rhialto il prezzo della sua arroganza derubandolo di tutti i suoi oggetti magici e appigliandosi a deboli cavilli legali – e Morreion – in cui i maghi si imbarcano sul palazzo galleggiante di Vermulion the Dream-Walker per volare nello spazio e fino ai confini dell’Universo, alla ricerca del leggendario eroe Morreion. Ma anche qui troviamo tutte le pecche tradizionali del ciclo: personaggi bidimensionali, pov onnisciente che salta da un personaggio all’altro, descrizioni un po’ frettolose e mai molto mostrate.
Precede i tre racconti una piccola introduzione in cui l’autore dà qualche informazione sui maghi e sul sistema magico della 21esima era.

Anche se Rhialto the Marvellous recupera l’atmosfera magica lasciata un po’ più ai margini nel ciclo di Cugel, di quel ciclo riprende l’impostazione da commedia. I maghi della società sono gente meschina, avida, capricciosa e arrogante; la disciplina e lo studio non li hanno resi più saggi, ma solo più pericolosi. Buona parte del divertimento di queste storie (o, almeno, delle ultime due) sta proprio nelle battaglie dialettiche tra questi maghi infantili, piene di cavilli, minacce velate e doppiogiochismo.
Vance non se la cava altrettanto bene nella descrizione delle quest. Se la prima parte di Fader’s Waft – in cui Rhialto cerca di riaffermare i propri diritti di fronte all’assemblea di maghi capitanata dal viscido Hache-Moncour – è divertente, la seconda, in cui Rhialto cerca di recuperare il codex originale dei Blue Principles misteriosamente scomparso viaggiando nello spazio e nel tempo, è ripetitiva e non molto ispirata. In generale, Rhialto the Marvellous è divertente, ma non privo di difetti, e sicuramente lontano dal miglior Cugel.

I'm not a wizard

Un’immagine un po’ romanticizzata di Rhialto. Circa.

Giudizio complessivo
Probabilmente il pregio maggiore di Jack Vance sta nell’aver creato un’ambientazione vasta e suggestiva, in cui all’atmosfera fatata e sovrannaturale si mescolano indizi sull’antica civiltà e l’antica scienza. Per esempio in “Ulan Dhor”, il miglior racconto di The Dying Earth, il nipote del principe di Kaiin è mandato in missione nella remota e vecchissima città di Ampridatvir per recuperare delle antiche reliquie. Ma, benché in rovina e abitata da gente instupidita e superstiziosa, la città ospita ancora meraviglie ancora funzionanti – come macchine volanti e ascensori anti-gravitazionali. Così come le rovine di marmo del Museo dell’Uomo di “Guyal of Sfere” possono custodire al loro interno giganteschi computer e server.
Anche il sistema magico è permeato di questa commistione: vari indizi lasciati nel corso dei libri ci fanno capire che le formule magiche così faticosamente memorizzate dagli stregoni, altro non sono che complicate serie di equazioni matematiche. E’ impossibile tenere a mente molte di queste formule contemporaneamente; per questo è necessario che il mago si “prepari” un set di incantesimi prima di lasciare il suo eremo, selezionandoli tra quelli scritti nel suo grimorio 1.

Certo, complici i trentacinque anni che separano i primi racconti dagli ultimi, il mondo di Vance non è sempre coerente. Il sistema magico degli stregoni di Rhialto the Marvellous è completamente diverso, basandosi non più sulla memorizzazione di formule ma sulla convocazione di demoni magici legati a sé da regolare contratto scritto. Altra cosa che non quadra: se in The Dying Earth non è insolito trovare resti di civiltà avanzate come la nostra o anche più, queste tracce progressivamente spariscono nei libri successivi, e i maghi di Rhialto, nonostante il loro vasto potere e la possibilità di viaggiare nello spazio e nel tempo, non sembrano conoscere la tecnologia post-industriale 2! E ancora: se il mondo di The Eyes of the Overworld sembra un mondo spopolato, dove la gente non si muove o si muove poco e non sa niente di cosa ci sia cinquanta chilometri più in là, in Cugel’s Saga quello stesso mondo pullula di città fiorenti, battelli commerciali che solcano il mare, grossi circuiti carovanieri e via dicendo.
D’altronde, il mondo di Vance non è molto credibile in generale. Il fatto che la Terra stia morendo non sembra una giustificazione sufficiente a motivare il lassismo della popolazione mondiale – come nella città dorata di Kaiin, dove la gente passa il tempo a festeggiare e ad ubriacarsi in mezzo alle rovine di palazzi che da secoli nessuno pensa più a ristrutturare – e il regresso a una tecnologia pre-industriale. E non è pensabile un mondo in cui anche l’ultimo degli operai parla in modo raffinato e allusivo, ed è in grado di disquisire di metafisica e dei massimi sistemi.
Gli stessi incantesimi sono progettati più per essere divertenti che per dare l’impressione di un corpus coerente: abbiamo per esempio lo Spell of Forlorn Encystment, che imprigiona la vittima in una capsula posta a novanta chilometri sotto la superficie terrestre, ma che, se pronunciato scorrettamente, causa l’effetto opposto di rivomitare sopra la testa del mago i corpi di tutti coloro che hanno subito l’incantesimo dall’inizio dei tempi; il Lugwiler’s Dismal Itch, che causa nella vittima un prurito continuo peggiore di una tortura, o il Khulip’s Nasal Enhancement, che non ha nemmeno bisogno di spiegazioni, o il Green and Purple Postponement of Joy; o ancora il Tube of Blue Concentrate, a tutti gli effetti nient’altro che un tubo che spara innocuo concentrato blu con la strana caratteristica di terrorizzare sempre tutti.

Concentrato blu

Tubetti di concentrato blu. Spaventosi, vero?

Vance quindi sacrifica il realismo per quel tocco di suggestività decadente, e per amplificare l’elemento comico. Il suo mondo è palesemente una finzione, un gioco – impressione acuita dallo stesso stile trascurato di Vance, e dal suo uso del narratore onnisciente che crea una grande distanza tra il lettore e i personaggi. Le storie delle Dying Earth hanno la forma di una farsa piacevole e divertente, qualcosa di leggero da non prendere troppo sul serio.
Paradossalmente, però, è anche un mondo infinitamente più credibile di tutta quella pletora di High Fantasy tolkeniani che invadono le librerie, pieni di buonismi e deus-ex-machina. Gli abitanti della Terra morente sono avidi, truffaldini, dalla doppia morale, pigri, spesso stupidi, presuntuosi, infantili, egoisti – come nella vita vera. Nella Terra morente, chi fa un passo falso ci rimette la vita; per mano di un leprecauno delle foreste, o di un tagliagole appostato nel vicolo, o di un mago che per catturare un demonietto mette distrattamente a ferro e fuoco un intero acro di terra. E’ un mondo ingiusto, in cui sopravvivono solo quelli che imparano come muoversi.

La migliore intuizione di Vance nel corso del ciclo, è stata comunque il progressivo abbandono dell’atmosfera onirico-decadente dei primi racconti in luogo di quella più divertente e minchiona dei successivi. Vance dà il meglio di sé nei dialoghi tra i personaggi, nelle discussioni ampollose, nelle dissertazioni filosofiche da ritardati, nelle recriminazioni, nelle fini tenzoni dialettiche. Il suo stile è invece inadeguato alle parti più descrittive, avventurose, le parti dove le azioni contano più delle parole, che sono sempre le più noiose da leggere.
I libri più piacevoli da leggere sono, quindi, in primo luogo i due romanzi su Cugel, e in seconda battuta la seconda e terza novella di Rhialto the Marvellous. Ma anche racconti come “Turjan of Miir”, “Mazirian the Magician” e “Ulan Dhor” meritano una chance.

Songs of the Dying Earth

Le “Songs of the Dying Earth”: un’antologia commemorativa di Vance pubblicata nel 2009. Sto pensando di comprarla.

Dove si trova
In lingua originale, le Tales of the Dying Earth si trovano su Bookfinder e Library Genesis, sia tutti insieme, sia sfusi. Su mIRC li ho trovati solo sfusi. Non che cambi qualcosa.
Su Emule si trovano senza problemi tutti e quattro i titoli in italiano. Tuttavia, Vance è un autore che sconsiglio di leggere nella nostra lingua: non perché sia intraducibile, come Bug Jack Barron, ma semplicemente perché tutte le traduzioni che ho potuto vedere – fatte abbastanza coi piedi, come da tradizione Urania/Nord/Fanucci – non hanno saputo riprodurre quel tono forbito e quella musicalità che da soli fanno 3/4 del divertimento di leggere le Tales.

Qualche estratto
Ho deciso di proporre un estratto per ciascuno dei tre ‘cicli’. Il primo viene dal racconto “Mazirian the Magician”, della raccolta The Dying Earth; il secondo, dal primo capitolo di The Eyes of the Overworld, in cui Cugel viene ‘beccato’ dal mago Iucounu mentre gli sta svaligiando la casa e tenta di giustificarsi; il terzo, dalla novella Fader’s Waft di Rhialto the Marvellous, in cui uno scandalizzato Rhialto protesta con Ildefonse di essere stato ingiustamente derubato dagli altri maghi.

1.
Within the box — actually a squared passageway, a run with four right angles — moved two small creatures, one seeking, the other evading. The predator was a small dragon with furious red eyes and a monstrous fanged mouth. It waddled along the passage on six splayed legs, twitching its tail as it went. The other stood only half the size of the dragon — a strong-featured man, stark naked, with a copper fillet binding his long black hair. He moved slightly faster than his pursuer, which still kept relentless chase, using a measure of craft, speeding, doubling back, lurking at the angle in case the man should unwarily step around. By holding himself continually alert, the man was able to stay beyond the reach of the fangs. The man was Turjan, whom Mazirian by trickery had captured several weeks before, reduced in size and thus imprisoned.
Mazirian watched with pleasure as the reptile sprang upon the momentarily relaxing man, who jerked himself clear by the thickness of his skin. It was time, Mazirian thought, to give both rest and nourishment. He dropped panels across the passage, separating it into halves, isolating man from beast. To both he gave meat and pannikins of water.
Turjan slumped in the passage.
“Ah,” said Mazirian, “you are fatigued. You desire rest?”
Turjan remained silent, his eyes closed. Time and the world had lost meaning for him. The only realities were the gray passage and the interminable flight. At unknown intervals came food and a few hours rest.
“Think of the blue sky,” said Mazirian, “the white stars, your castle Miir by the river Derna; think of wandering free in the meadows.”
The muscles at Turjan’s mouth twitched.
“Consider, you might crush the little dragon under your heel.”
Turjan looked up. “I would prefer to crush your neck, Mazirian.”
Mazirian was unperturbed. “Tell me, how do you invest your vat creatures with intelligence? Speak, and you go free.”
Turjan laughed, and there was madness in his laughter.
“Tell you? And then? You would kill me with hot oil in a moment.”
Mazirian’s thin mouth drooped petulantly.
[…] “Tonight,” said Mazirian with studied malevolence, “I add an angle and change your run to a pentagon.”
Turjan paused and looked up through the glass cover at his enemy.
Then he slowly sipped his water. With five angles there would be less time to evade the charge of the monster, less of the hall in view from one angle.
“Tomorrow,” said Mazirian, “you will need all your agility.”

2.
Cugel was still seeking egress when in due course Iucounu returned to his manse.
Pausing by the alcove, Iucounu gave Cugel a stare of humorous astonishment. “What have we here? A visitor? And I have been so remiss as to keep you waiting! Still, I see you have amused yourself, and I need feel no mortification.” Iucounu permitted a chuckle to escape his lips. He then pretended to notice Cugel’s bag. “What is this? You have brought objects for my examination? Excellent! I am always anxious to enhance my collection, in order to keep pace with the attrition of the years. You would be astounded to learn of the rogues who seek to despoil me! That merchant of claptrap in his tawdry little booth, for instance — you could not conceive his frantic efforts in this regard! I tolerate him because to date he has not been bold enough to venture himself into my manse. But come, step out here into the hall, and we will examine the contents of your bag.”
Cugel bowed graciously. “Gladly. As you assume, I have indeed been waiting for your return.”
[…]
“If you will step this way I will be glad to examine your merchandise.”
Cugel glanced reflectively along the corridor toward the front entrance. “It would be a presumption upon your patience. My little knick-knacks are below notice. With your permission I will take my leave.”
“By no means!” declared Iucounu heartily. “I have a few visitors, most of whom are rogues and thieves. I handle them severely, I assure you! I insist that you at least take some refreshment. Place your bag on the floor.”
Cugel carefully set down the bag. “Recently I was instructed in a small competence by a sea-hag of White Alster. I believe you will be interested, I require several ells of stout cord.”
“You excite my curiosity!”. Iucounu extended his arm; a panel in the wainscoting slid back; a coil of rope was tossed to his hand. Rubbing his face as if to conceal a smile, Lucounu handed the rope to Cugel, who shook it out with great care.
“I will ask your cooperation,” said Cugel. “A small matter of extending one arm and one leg.”
“Yes, of course.” Iucounu held out his hand, pointed a finger. The rope coiled around Cugel’s arms and legs, pinning him so that he was unable to move. Iucounu’s grin nearly split his great soft head. “This is a surprising development! By error I called forth Thief-taker! For your own comfort, do not strain, as Thief-taker is woven of wasp-legs. Now then, I will examine the contents of your bag.” He peered into Cugal’s sack and emitted a soft cry of dismay. “You have rifled my collection! I note certain of my most treasured valuables!”
Cugel grimaced. “Naturally! But I am no thief; Fianosther sent me here to collect certain objects, and therefore—”
Iucounu held up his hand. “The offense is far too serious for flippant disclaimers. I have stated my abhorrence for plunderers and thieves, and now I must visit upon you justice in its most unmitigated rigor — unless, of course, you can suggest an adequate requital.”

3.
“Explain why you robbed me of my goods. My man Frole tells me that you marched in the forefront of the thieves.”
Ildefonse pounded the table with his fist. “Specious and egregious! Frole has misrepresented the facts!”
“How do you explain these remarkable events, which of course I intend to place before the Adjudicator?”
Ildefonse blinked and blew out his cheeks. “That of course is at your option. Still, you should be aware that legality was observed in every bound and degree. You were charged with certain offenses, the evidence was closely examined and your guilt was ascertained only after diligent deliberation. Through the efforts of myself and Hache-Moncour, the penalty became a small and largely symbolic levy upon your goods.”
” ‘Symbolic’?” cried Rhialto. “You picked me clean!”
Ildefonse pursed his lips. “I concede that at times I noticed a certain lack of restraint, at which I personally protested.”
Rhialto, leaning back in his chair, drew a deep sigh of dumbfounded wonder. He considered Ildefonse down the length of his aristocratic nose. In a gentle voice he asked: “The charges were brought by whom?”
[…]
“The complaints are too numerous to mention. Almost everyone— save myself and the loyal Hache-Moncour—preferred charges. Then, the conclave of your peers with near-unanimity adjudged you guilty on all counts.”
“And who robbed me of my IOUN stones?”
“As a matter of fact, I myself took them into protective custody.”
“This trial was conducted by exact legal process?”
Ildefonse took occasion to drink down a goblet of the wine which Pryffwyd had served. “Ah yes, your question! It pertained, I believe, to legality. In response, I will say that the trial, while somewhat informal, was conducted by appropriate and practical means.”
“In full accordance with the terms of the Monstrament?”
“Yes, of course. Is that not the proper way? Now then—”
“Why was I not notified and allowed an opportunity for rebuttal?”
“I believe that the subject might well have been discussed,” said Ildefonse. “As I recall, no one wished to disturb you on your holiday, especially since your guilt was generally conceded.”
Rhialto rose to his feet. “Shall we now visit Fader’s Waft?”
Ildefonse raised his hand in a bluff gesture. “Seat yourself, Rhialto! Here comes Pryffwyd with further refreshment; let us drink wine and consider this matter dispassionately; is not that the better way, after all?”
“When I have been vilified, slandered and robbed, by those who had previously shone upon me the sweetest rays of their undying friendship? I had never—”
Ildefonse broke into the flow of Rhialto’s remarks. “Yes, yes; perhaps there were procedural errors…”

Tabella riassuntiva

Ambientazione suggestiva agli ultimi giorni di vita della Terra! Qualità della raccolta molto altalenante.
Avventure scanzonate con protagonisti amorali. Pov onnisciente, poco show, scene scritte di fretta.
Vance è un maestro dei dialoghi! Ambientazione farsesca e storie poco “serie”.

(1) Il sistema vi è familiare? Beh, sappiate che i creatori di D&D si sono ispirati proprio alle Tales of the Dying Earth per creare il loro sistema magico, e in particolare la classe del Mago!Torna su

Scarlet Mage

Un mago di D&D oggi. Il gioco di ruolo si è un po’ intruzzito dai tempi della Scatola Rossa, mh?

(2) Ma non sembrano nemmeno ignorarla del tutto: a un certo punto, in Fader’s Waft, Rhialto somministra a una donna una pillola analgesica.Torna su

Un tour-de-force di Bizarro Fiction

BizarroIncuriosito dalla lettura di Carlton Mellick III, negli ultimi tre quattro-mesi ho deciso di sperimentare altri autori di Bizarro Fiction per farmi un’idea del mare magnum che è questo nuovo sottogenere del Fantasy. Volevo capire se è solo Mellick ad essere bravo, o se i ragazzi di Eraserhead Press, Raw Dog Screaming Press, Afterbirth Books e compagnia hanno davvero operato una selezione spietata delle loro opere.
Il risultato è il post di oggi, che per questa settimana sostituisce il consueto Consiglio del Lunedì. Ho selezionato cinque delle opere più popolari di Bizarro Fiction, scritte da cinque degli autori più celebri – Mellick escluso, ovviamente. Di queste cinque, due sono romanzi, una è una novella, una una raccolta di tre novellas e una una raccolta di racconti brevi. Ho ordinato le opere non per anno di uscita né per tipologia, ma in ordine crescente di bellezza – perché, come i nostri antichi progenitori, sono convinto che il meglio debba arrivare alla fine.
Come vedrete non ho tessuto lodi sperticate del genere, cercando di mantenere la stessa freddezza con cui parlo dei nostri autopubblicati. Il mio punto di riferimento per questa ricerca è stato il sito di Bizarro Central, che consiglio di visitare a chiunque voglia saperne di più sul genere e sul catalogo.

Ass Goblins of Auschwitz Ass Goblins of Auschwitz

Autore: Cameron Pierce
Genere: Bizarro Fiction / Horror
Tipo: Novella
Anno: 2008

Editore: Eraserhead Press
Pagine: 104

Una volta la vita era perfetta per i bambini-folletto di Kidland, il paese dove non si diventa mai grandi e si passa il tempo a giocare a cantare. Finché un giorno non sono arrivati i crudeli culo-goblin, orrende creature con una faccia a forma di culo, due occhi in cima ad antenne che escono dalle chiappe, la tendenza a scoreggiare continuamente e una passione per il nazismo. I culo-goblin hanno rapito tutti i bambini di Kidland e li hanno portati ad Auschwitz, a lavorare in campi di concentramento, ad essere violentati in vario modo e a diventare cibo per i prigionieri.
I protagonisti, numero 999 e numero 1001, sono due gemelli siamesi, attaccati tra loro all’altezza della cassa toracica. Nonostante questo handicap, i culo-goblin non li hanno ancora eliminati; ma la sopravvivenza è qualcosa che devono faticosamente guadagnarsi giorno dopo giorno. Riuscirà numero 999 a fuggire, o quantomeno a sopravvivere alla crudeltà dei culo-goblin?

Ass-Goblin of Auschwitz è un campionario di pratiche disgustose e trovate sadiche; dai rospi che ogni sera violentano nel culo i bambini e li costringono a mangiare le loro stesse interiora (ehm^^’), allo Shit Slaughter (S.S. per gli amici), la pratica dei culo-goblin di infilarsi nel proprio culo i bambini troppo lenti ad eseguire gli ordini per poi… ehm, scopritelo da soli.
Cameron scrive in uno stile semplice e lineare che si sposa bene con la descrizione di queste nefandezze. La storia è narrata in prima persona dal prigioniero 999, ma il tono è impersonale, quasi da telecronaca, e i commenti sono ridotti al minimo. Essendo il protagonista un bambino brutalizzato e assuefatto alla violenza, il timbro è credibile e aiuta a immergersi nella vicenda. In generale Cameron è un bravo mostratore, anche se la qualità della scrittura cala negli ultimi capitoli: la battaglia finale è confusionaria, con molti passaggi difficili da visualizzare.
Quello che vi ho detto finora potrebbe già avervi fatto vomitare, ma il vero problema di Ass Goblins è un altro. Ossia che non va a parare da nessuna parte. Il libro tiene bene nei primi capitoli, che descrivono l’ambientazione – ma Pierce non riesce a innestarci una trama credibile o interessante. La storia diventa una sequela di episodi inconsistenti e piuttosto slegati, in un escalation di trovate schifose che stanca in fretta, fino a un finale insulso che ci regala anche un messaggio etico-psicologico. Messaggio che ci sta come i cavoli a merenda, dato il carattere eccessivo e improbabile di tutta la storia.
Insomma: Pierce non scrive male, e l’ambientazione – benché disgustosa – avrebbe anche del potenziale, ma la storia manca di struttura e di uno scopo. Così com’è, Ass Goblin è una raccolta pasticciata di bizzarrie. In futuro potrei decidere di dare un’altra chance a Pierce, ma preferirei aspettare il parere di un altro sulle sue opere successive.

Grammar nazi

I nazisti sono una fonte inesauribile di idee.

Dove si trova?
Come molti altri romanzi di Cameron Pierce, Ass Goblins of Auschwitz è disponibile su library.nu.

Un estratto
Come estratto, potevo forse esimermi dal proporvi in cosa consiste esattamente lo Shit Slaughter?

The ass goblin reaches the girl and hoots loud enough for everyone—ass goblins and children alike—to fall silent and watch. The hoot of an ass goblin sounds very similar to a trumpet, an instrument I used to play. When an ass goblin hoots, you know Shit Slaughter is coming. […]
“Shit! Slaughter! Shit! Slaughter! Shit! Slaughter!” the ass goblins chant.
The goblin picks the girl up by the throat. Her face turns blue. Vomit dribbles down her chin as the goblin takes her in both hands, turns her upside down, and shoves her up his own ass.
He jiggles from side to side and waves both sets of claws in the air. Egg-smelling steam burbles from his mouth. The ass goblins stop chanting. The big moment is almost here.
A swastika made from the little girl blasts out of the goblin’s head, flinging shit as it spins around the bathroom and bounces off the walls. The goblin in Shit Slaughter mode bumbles after the swastika. After a pursuit that makes my head spin, its head of teeth snaps shut around the former girl, grinding her up. The ass goblin’s head returns to normal. Dinnertime is over.

In conclusione: BOCCIATONo

House of Houses

House of Houses

Autore: Kevin L. Donihe
Genere: Bizarro Fiction / Fantasy
Tipo: Romanzo

Anno: 2008
Editore: Eraserhead Press
Pagine: 172

Una mattina, Carlos si sveglia e scopre una cosa orribile: la sua casa gli è precipitata addosso. Non solo: la casa si sta decomponendo attorno a lui, trasformandosi in muffa e fango e schifezze. Non solo: il mondo è diventata una strana dimensione coi colori tutti sbagliati, e anche le case di tutti i suoi vicini sono crollate. Si è verificato il grande olocausto delle case, e adesso la fine del mondo è vicina.
Ma Carlos amava la sua casa; ne era talmente innamorato che le aveva dato un nome – Helen – non la abbandonava mai, e stava per sposarla. Ora vuole scoprire cosa le sia successo, e se può riaverla indietro. Accompagnato da Tony, un supereroe dal pisello lunghissimo e perennemente ottimista, si imbarcherà alla scoperta di questo nuovo mondo; e mentre le case preparano la loro rivincita sugli esseri umani, il futuro riserva a Carlos delle brutte sorprese…

Donihe scrive abbastanza bene, con narrazione in prima persona e frasi brevi e piene di dettagli concreti, sensoriali. La scena dell’incipit, col protagonista che si sveglia in mezzo alle macerie e cerca di capire cos’è successo, è un eccellente esempio di “mostrato” utilizzato nel modo giusto. Rispetto a Mellick, Donihe usa un vocabolario più ricco e ha una voce meno personalizzata, ma per il resto la loro scrittura è abbastanza simile.
Insomma, con queste premesse, House of Houses avrebbe potuto essere un ottimo romanzo. Ricorderete il post entusiasta di una settimana fa, quando l’avevo appena preso in mano. E invece? Invece no, perché la storia di House of Houses non va da nessuna parte. La trama sembra procedere a tentoni.
Nella prima parte, gli avvenimenti bizzarri sembrano succedersi in modo più o meno casuale, secondo il capriccio dell’autore. Bizzarria su bizzarria (dall’autobus coi passeggeri di cartoncino alla città che si trasforma in una strada lunghissima ai culti della morte organizzati dai cittadini) si accumulano in modo incoerente, affaticando il lettore più che divertirlo. La seconda parte cambia completamente registro, tentando di diventare cupa e drammatica con scarsi risultati, visto il carattere demenziale dell’ambientazione e le premesse poco coerenti della prima parte.
Il romanzo va anche fuori tema rispetto alle sue premesse. L’argomento del libro dovrebbe essere il fatto che le case diventino animate, e come potrebbe mai essere un mondo fatto per le case; tuttavia, il loro mondo e il loro comportamento non è molto caratterizzante del loro essere “case”. Potrebbero anche essere cetrioli volanti animati, o scoregge spaziali animate, e non farebbe molta differenza in termini di trama e ambientazione.
Certo, alcune idee – come il tak show delle case – sono divertenti; Tony è un personaggio ben riuscito, con un’interessante evoluzione nel corso della storia; e il finale del romanzo, che si chiude ad anello con l’inizio, è carino; ma sono solo sprazzi di luce in un romanzo fallato. Sembra che Donihe sia partito con una buona idea ma non sapesse bene che farci. Un’ottima occasione sprecata.
Comunque, Donihe è uno scrittore con del potenziale, e in futuro potrei decidere di dargli una seconda chance con Washer Mouth.

Casa inquietante

Dove si trova?
Dei cinque libri di cui vi parlo oggi, House of Houses è l’unico a non essere disponibile in formato digitale. Su Amazon potrete comprare il paperback a 8 Euro circa.

Un estratto
L’estratto che ho scelto viene dal primo capitolo, forse il meglio riuscito del romanzo. Carlos, sepolto sotto la sua casa, rievoca alcuni bei momenti passati con lei:

I have not and will never fart inside my house. Though I imagine that I fart less than most people, I must nevertheless fart every so often. So, when I feel wind gather inside me, I ran onto the lawn and expel gas where Helen doesn’t have to smell it, or be haunted by its undying ghost.
I hate that I must defecate in her, but the neighbors started posting letters of complaint on the door whenever I shat in the yard. I always did it under the cover of the night, holding matter in my bowels until it got tight and impacted, so I have no idea how they saw me, unless they were waiting for me to come out, or had cameras trained on my yard at ungodly hours.
Ultimately, I ascertained the one wat to assuage both parental and neighboral giult: make it legal and marry the old gal (my house is 81 years young). I felt reactionary thinking this way, but if that’s what it took to make me feel comfortable in Helen’s love, then so be it.
Two nights ago, I drilled a hole in the wall by the bed in preparation for the honeymoon scheduled to commence the moment after everything had been sanctioned by – or at least brought to the attention of – a higher auctority. No priests or preachers or teachers or rabbis were to perform the ceremony, though. It’d be between Helen, that-thing-which-may-or-may-not-be-God, and me.
It was going to happen at 6:30 this evening. I even called my parents to tell them my plans, though I had no intention of offering invites. I just let them know that my life of sin would soon be over because Helen and I were to be married, and, after that, they could enter my house without fear of heavenly reprisals. They didn’t say anything substantial. Mom just sobbed on the phone, while dad farted in the background.

In conclusione: BOCCIATONo

Dr. Identity

Dr. Identity

Autore: D. Harlan Wilson
Genere: Bizarro Fiction / Science Fiction
Tipo: Romanzo
Anno: 2008

Editore: Two Backed Books
Pagine: 212

Nell’iperviolento ventiduesimo secolo, si è diffusa l’usanza di farsi sostituire, nelle incombenze più sgradevoli, da degli androidi identici a sé chiamati doppelganger. Il Dr. Blah Blah Blah è un giovane e insulso professore di letteratura fantascientifica alla Corndog University di Bliptown. Odia la sua vita e soprattutto odia tenere lezioni agli svogliati studenti dell’università, e ogni volta che può si fa sostituire dal suo doppelganger, il Dr. Identity.
Ma un brutto giorno, il Dr. Identity dà di matto e stermina l’intera Facoltà di Letteratura Inglese dell’università. I due sono costretti alla fuga, mentre l’intera città si scatena in una spietata caccia all’uomo. Tra i loro inseguitori, i terribili Papanazi, legioni senza nomi di sicari alla ricerca dello scoop perfetto. Riusciranno i due a scampare al linciaggio sommario e a dare un senso alla propria esistenza?

Harlan Wilson dev’essere l’intellettuale del gruppo. Infatti, a differenza degli altri autori di Bizarro, che fanno i cazzoni punk, Wilson se la tira un casino. Dr. Identity non solo è infarcito di citazioni e riferimenti che vanno dai classici della fantascienza e della Letteratura novecentesca con la L maiuscola a insulsi fenomenologi francesi (tipo Baudrillard), ma è imbottito anche di tutte le fisse da intellettualoide radical-chic: dalla critica mordace al consumismo americano, qui portata all’estremo, ai vari discorsi sul potere spersonalizzante del mondo moderno, fino ai pipponi filosofici sparsi qua e là.
Di conseguenza Dr. Identity è l’unico libro di Bizarro Fiction che potrebbe ricevere i complimenti di gente come la Lipperini o i Wu Ming: mirabile esempio di specchio distorcente! La realtà contemporanea vista attraverso gli occhiali iperbolici della fantascienza! La cosa brutta è che per una volta potrebbero anche avere ragione, perché Harlan Wilson sembra esattamente il tipo da fare certi discorsi.

Gatto ultraviolento

Ultimamente l'ultraviolenza è stata un po' sdoganata.

Il vero problema di Dr. Identity non è tanto il tirarsela, però, quanto una serie di scelte stilistiche dementi. A partire dalla gestione del pov: alcuni capitoli sono scritti in prima persona col pov del Dr. Blah; altri hanno il punto di vista del Dr. Identity, ma sono in terza persona; altri ancora sono in terza persona, con pov del papanazi Achtung 66.799. Infine, Wilson continua a inframezzare le vicende di questi tre personali con capitoli in cui appaiono solo personaggi secondari, scritti in terza persona e col pov di una telecamera impersonale che riprende la scena. Harlan Wilson ci fa la gentilezza di mettere, in calce all’inizio di ogni capitolo, il pov e la persona in cui sono scritti, ma comunque non si tratta di una buona idea se lo scopo è quello di immergere il lettore. Meglio sarebbe stato scegliere un unico pov in prima persona (quello del Dr. Blah, o quello del Dr. Identity), o scrivere in terza persona usando fino a tre pov (per esempio Blah, Identity e Achtung).
D’altronde, sembra che Wilson sia troppo preso dalle sue manie intellettuali per curarsi troppo di appassionare il lettore. La vicenda principale è continuamente annacquata da capitoli dedicati a personaggi usa-e-getta, che spesso hanno il solo scopo di espandere l’ambientazione. I combattimenti ultraviolenti, potenzialmente interessanti, si riducono spesso a un elenco di mosse, membra che esplodono e affettamenti vari, più simile a una lista della spesa che a un buon mostrato, e decisamente poco coinvolgenti sul piano emotivo. A ostacolare ulteriormente il coinvolgimento, la scelta idiota di confondere l’ordine cronologico dei capitoli che riguardano Achtung.
E’ un peccato che abbia tutti questi difetti, perché per altri versi Dr. Identity è un libro godibile. I due protagonisti hanno un’evoluzione coerente e interessante, e i loro dialoghi sono spassosi. Alcune scene sono geniali, come quelle ambientate nel Congresso di Bliptown, con i parlamentari che si fanno i dispetti a vicenda e si comportano come bambini; e anche alcune trovate, come la cruenta legislazione interna dei centri commerciali della catena Littleodladyville. E in generale, Wilson è in grado di costruire delle scene molto divertenti quando si impegna.
Inoltre, a differenza dei due libri precedenti, Dr. Identity dà l’idea di essere un *vero* romanzo, pensato per sviluppare degli argomenti, muovendo in modo coerente da una premessa fino alla sua conclusione. Una storia con un che, quando arrivi alla fine, dà l’idea di averti comunicato qualcosa. E il finale è intelligente, probabilmente il migliore possibile per una storia di questo tipo. Una pesante revisione stilistica e un po’ meno di spocchia intellettuale, quindi, potrebbero renderlo un ottimo romanzo di fantascienza bizzarra. Così com’è, con i suoi alti e bassi, Dr. Identity rimane soprattutto un’occasione sprecata.

Dove si trova?
Su libray.nu si può trovare in formato pdf.

Consumismo

Il consumismo: altro argomento abusato, ma gli intellettuali ne sono attratti come le mosche dalla cacca.

Un estratto
Ero incerto su quale estratto proporre, perché molte delle scene divertenti di Dr. Identity si sviluppano lentamente o hanno bisogno di un po’ di sottotesto. Alla fine ho optato per la scena in cui il povero Dr. Blah scopre il massacro indiscriminato compiuto dal suo ‘ganger:

Dr. Identity was waiting for me, arms folded behind its back. Its hair and suit were disheveled. It looked guilty.
“Now what?”
Dr. Identity giggled uncomfortably…
Bathing in the blue light of his computer screen, Dostoevsky sat stiff-backed in his chair with forearms resting on thighs. His head had been twisted 180 degrees so that his chin rested between his shoulder blades. One of his eyes had popped out of its socket; it hung down his cheek like a Christmas tree ornament. A vertebra appeared to be jutting out of his neck.
Next to the computer on Dostoevsky’s desk were the remains of Petunia Littlespank. The android’s extremities had been ripped apart and neatly stacked atop its torso.
Fighting vertigo, I slowly turned my attention back to Dr. Identity. […]
I said, “Fuck.”
Dr. Identity smiled a small, crooked smile. “There’s more where that came from, I’m afraid.” It gestured at the office door.
…Reality slipped into dreamtime. My insides seemed to leak out of my toes and I felt slightly euphoric. I floated towards the door in flashes, still shots, creeping into the future one static beat at a time. Grey roses bloomed onto my screen of vision and my diegetic universe became a silent film. The office door opened and I jaunted into a soundless, black-and-white wax museum…
Bodies and limbs and innards littered the hallway and dangled from the ceiling. I moved through the jungle slowly at first, calculating the holocaust with the exactitude of a forensics expert. I became less attentive and more anxious the further I proceeded down the hallway. Eventually I was darting here and there at the speed of so many popping flashbulbs.
The English department bore the likeness of an exhumed graveyard. The mangled corpses of professors, student-things and their ’gängers had been strewn everywhere. The title of one of Phillip José Farmer’s preneurorealist novels rattled in my head: To Your Scattered Bodies Go… […]
Dr. Identity made a frog face. “I guess I malfunctioned. But the one insurrection I committed is enough to merit the death penalty, despite its accidental nature. I figured a few more wouldn’t hurt.”
“You murdered the entire English department. You murdered my boss.” I
hesitated, overwhelmed by desperation. “How am I supposed to get tenure now?”
Dr. Identity blinked. “I don’t understand the question.”

In conclusione: MEHMeh

Cripple Wolf

Cripple Wolf

Autore: Jeff Burk
Genere: Bizarro Fiction / Horror / Slice of Life
Tipo: Raccolta di racconti
Anno: 2011

Editore: Eraserhead Press
Pagine: 100 ca.

Il reduce Benjamin Kurtz ha un grosso problema: durante la guerra in Vietnam ha contratto il morbo la licantropia. Purtroppo, soffre anche di amnesia, e tende a dimenticarsi che nelle lotti di luna piena si trasforma in una macchina per uccidere. Così, è con animo sereno che, a bordo della sua fida sedia a rotelle, si imbarca su un aereo della Fetish Flights. E quando nel bel mezzo del viaggio si trasforma in un lupo mannaro assetato di sangue, per i passeggeri saranno cazzi. A combattere il licantropo in carrozzina saranno tre musicisti punk giapponesi, un supereroe venuto da un altro pianeta, due terroristi islamici imbottiti di tritolo e due piloti imbottiti di coca e marijuana.
Ma questo è solo il primo e più lungo di una serie di racconti. Alcuni prendono spunto dal mondo della tv e della fiction per dargli una virata verso il Bizarro: Frosty and the Full Monty racconta la triste storia di un pupazzo di neve che prende vita solo per precipitare in una spirale di vizi e degradazione; Cook for Your Life attinge al mondo dei talent e ci mostra un programma in cui una serie di cuochi competono per non perdere la vita. Altri partono da storie quotidiane, mainstream, come il mio preferito, House of Cats: la storia di un barbone che trova la felicità quando decide di costruirsi una casetta fatta di gatti vivi perfettamente incastrati tra loro. Un altro, Punk Rock Nursing Home, è soltanto uno slice of life molto buffo: racconta la storia di un gruppo di musicisti punk ottantenni che vivono all’ospizio, e che decidono di rivivere i fasti della loro giovinezza organizzando un ultimo concerto.

Tra gli autori di Bizarro che mi è capitato di leggere, Jeff Burk è quello che scrive le storie più semplici e oneste. Le storie partono sempre da dei what if: cosa succederebbe se un licantropo paralitico si trasformasse durante un volo aereo, e come farebbero i passeggeri a sopravvivere? Cosa succederebbe se un barbone decidesse di costruirsi una casa fatta di gatti? E se una creatura magica come Frosty esistesse realmente? Queste premesse, poi, sono sviluppate con coerenza fino alla conclusione. Il lettore non si sente mai truffato – non ho provato il disappunto che mi hanno dato Ass Goblins e House of Houses.
Purtroppo, rispetto agli altri autori Jeff Burk è più debole sul lato strettamente tecnico. Le sue storie hanno quasi sempre un pov in terza persona neutra e decisamente ballerino, di stampo cinematografico, che in una singola scena può spostarsi anche due o tre volte su personaggi sempre diversi. A volte, poi, il pov diventa quello onnisciente del Narratore, che fa commenti sulla storia del tipo: “Ma non era questa la cosa importante. La cosa importante era…”. Queste intrusioni erano francamente evitabili, ma bisogna dire che non infastidiscono più di tanto: dato il carattere comico dei racconti, l’effetto distanziante del pov onnisciente e della telecamera ballerina sono di poco disturbo.
Comunque, aldilà delle sue beghe stilistiche, Jeff Burk dovrebbe essere preso a modello dai nostri aspiranti scrittori italiani per quanto concerne la struttura di una storia. I suoi racconti sono un ottimo esempio di come istituire fin dall’inizio un patto con il lettore (ossia: io lettore capisco subito di cosa parla il racconto) e come mantenerlo fino alla fine. Inoltre sono quasi tutti divertenti. Prendetevelo e studiate!

Philosoraptor hijacking

Dove si trova?
Cripple Wolf non c’è su library.nu, ma in compenso si può comprare a 6 Euro su Amazon in formato kindle. Vale la spesa, quindi non abbiate esitazioni. E se non avete un dispositivo kindle, spendendo cinque minuti su Calibre potrete convertirlo in un dignitoso epub.
Su library.nu si trova anche un altro libro di Burk, Shatnerquake. Trattasi di novella con protagonista William Shatner, l’attore che ha impersonato il Capitano Kirk. Ho evitato di leggere la novella perché, a causa della mia scarsa conoscenza di Shatner (e di Star Trek in generale), mi sarei probabilmente perso il grosso del divertimento. Ma se siete più “ferrati” in materia, perché non provate a leggerlo? Così poi mi dite.

Un estratto
L’estratto che ho scelto viene dal primo racconto, quello sul licantropo paralitico. Protagonista del brano è il terrorista Mohammed, che sono sicuro il nostro Zwei troverà delizioso:

Mohammad sat in an overstuffed chair in the upper cabin. There was no enjoying the niceties of first class, not with Satan having sent a minor to thwart his mission. For what other reason could that beast be here? He saw it kill Abdul, but it would not kill him. No beast would stop him. […]
The cabin the monster had attacked was the most populated of them all and, while the upper cabin was packed tight, it seemed like there should have been more people. He walked past two young women, their skin covered in tattoos and piercings. What little clothing they were wearing clung skin-tight to their bodies, soaked with blood.
They held each other, softly crying, and then one gently kissed the other. The kiss deepened and they began groping each other, blood soaked breasts sticking together, lip piercings tangling in their passionate embrace.
Mohammad scoffed and hurried past.
The devil really was going to great lengths to stop him but he was ordained by Allah. Nothing could get in his way.
He took his seat and leaned his head against cushioned neck rest. He closed his eyes and concentrated on the weight in his chest. Not only would he be striking a blow against a symbolic Satan, he would even be taking out one of his personal servants.
Mohammad closed his eyes and imagined the rewards awaiting him in heaven. There was no way he was letting the plane land in Portland.

In conclusione: PROMOSSO

Rampaging Fuckers of Everything on the Crazy Shitting Planet of the Vomit AtmosphereRampaging Fuckers of Everything on the Crazy Shitting Planet of the Vomit Atmosphere

Autore: Mykle Hansen
Genere: Bizarro Fiction / Fantasy
Tipo: Raccolta di tre novellas
Anno: 2008
Editore: Eraserhead Press
Pagine: 232

Abbiamo già incontrato Mykle Hansen parlando del divertente HELP! A Bear is Eating Me!. Questo libro, che conferma il genio comico di Hansen, raccoglie tre racconti lunghi: Monster Cocks, Journey to the Center of Agnes Cuddlebottom e Crazy Shitting Planet.
Il primo racconta la vicenda di un povero informatico sfigato, che lavora nel reparto assistenza tecnica di una multinazionale di articoli sportivi. Jack ha un grave problema: un pisello microscopico. Vorrebbe tanto un cazzone enorme come quelli dei porno che gli piacciono tanto! Il sogno sembra diventare realtà quando compra su Internet un proiettile magico da iniettarsi nel pene con un’apposito marchingegno. Ma all’improvviso, il mondo intero sembra andare a rotoli: Internet è bombardato di attacchi ad opera di misteriosi hacker, strani omicidi si diffondono per gli Stati Uniti, e il pene di Jack comincia a crescere a dismisura e a non rispondere più ai comandi!
Il racconto non è semplice da seguire, per l’abbondanza di termini tecnici e gergo informatico – io stesso non credo di aver capito più della metà degli inside jokes e dei riferimenti. Il fatto di essere in inglese non aiuta. Ma lo sforzo viene ripagato dalla genialità e dalla mole di trovate divertenti. Questo è anche il racconto più simile per stile a HELP!, con una voce narrante esagitata che abusa di esclamativi e commenti scemi.
Journey to the Center of Agnes Cuddlebottom racconta invece la cronaca di un prodigioso intervento per salvare la vita di una vecchietta ottantenne tossicomane. La poveretta è andata in coma, e i medici non riescono a capire cos’abbia! Finché un fisico, il Dr. Spinejack, non ha l’idea di trasformare l’ano della vecchia in un tunnel n-dimensionale capace di miniaturizzare le persone. Il medico della vecchia, il Dr. Fokker, potrà così entrare personalmente nel colon della signora e scoprire l’origine del problema. Ma la situazione precipita quando, sparsasi la voce dell’intervento, l’ano della signora Cuddlebottom si affolla di giornalisti, troupe televisive, chioschi di Starbucks, agenti immobiliari, rock band, poliziotti in formazione antisommossa… E se all’improvviso la vecchia si svegliasse, che cosa accadrebbe?
Il racconto è scritto in forma di inchiesta. Un intervistatore anonimo interroga una serie di personaggi coinvolti nella vicenda, svelando a poco a poco gli orribili sviluppi dell’intervento. Il racconto ha così la forma di un lungo copione di domande e risposte. In assoluto, il migliore dei tre.
Crazy Shitting Planet, che chiude la raccolta, è il meno ispirato dei tre, ma è comunque un ottimo racconto. La Terra del futuro è un’unica, enorme distesa di cacca. La cacca piove dal cielo, espulsa dalle persone grasse; orribili ricconi che si sono costruiti delle bellissime città in cielo e hanno lasciato i poveracci giù a marcire. Sulla Terra non c’è più cibo, ma grazie a un fungo insediatosi nei nostri organismi, ora gli esseri umani sono in grado di mangiare anche sassi, plastica, cartone. Il protagonista trascorre le sue giornate cercando cose da mangiare e odiando i ricchi grassoni che gli hanno mangiato i genitori. Ma la sua vita è destinata a cambiare, quando incontrerà la grassona Martha Hilton-Trump e la ciurma pirata del Bloody Hatchet…
Dei tre racconti, questo è quello il cui stile ricorda di più quello di Mellick. Il protagonista è un ragazzino malinconico e amorale, stanco della vita, che si trova ad essere spettatore, più che attore, di una serie di eventi incredibili. L’ambientazione, benché disgustosa, e benché sintetizzata in poche pagine, è geniale; la trovata fantascientifica dei funghi che vivono nello stomaco delle persone e, sintetizzando la materia inorganica, permettono agli ospiti di mangiare cose normalmente non commestibili, è sorprendentemente credibile. E a differenza di Pierce e Donihe, Hansen non si limita a baloccarsi con la sua ambientazione; riesce anche a costruirci una storia, una vera storia.

Ano

Dalla vagina all'ano, nella Bizarro Fiction si tratta sempre di entrare da qualche parte.

Insomma: Mykle Hansen è un genio. I suoi racconti non si limitano a sviluppare un’idea, ma prendono più idee (es. sfigato col pene piccolo + peni giganti assassini + Internet che impazzisce) e le combinano in modo perfetto. Di conseguenza, le storie di Hansen sono sempre imprevedibili, senza per questo disattendere le aspettative iniziali del lettore.
Se masticate a sufficienza l’inglese, dovete provare a leggerlo! Anche se non vi piace la Bizarro Fiction.

Dove si trova?
Su libray.nu si può trovare in formato pdf.

Un estratto
Ci sono un sacco di passaggi divertenti nella raccolta di Mykle Hansen. Il pezzo che ho scelto, è tratto dal secondo racconto e spiega il funzionamento del meccanismo miniaturizzante che permetterà agli esseri umani di entrare nell’ano di Agnes Cuddlebottom. E’ un po’ lungo ma ne vale la pena.

Q: Doctor Spinejack, how does your Spinejack Transform actually work?
DR. OTTO SPINEJACK, PH.D., PHYSICIST: Well. Our device harnesses newly discovered principles from the field of string theory and hyper-spatial symmetric analysis, in order to create an N-dimensional Impedance Transform Intersection. The theory of this we first published, myself and my colleagues Ed Ruff and Louise Vanhoff, in our paper in the Journal of Relativistic Physics three years ago entitled: “Implanting People In The Rectums Of Other People: Finally We Can!”
Q: Can you explain it in layman’s terms?
A: I will try. To understand the principles, it will help you to picture how a brass musical instrument, such as the tuba, takes a very tiny sound and amplifies it. It does this by allowing a pressure wave to expand very slowly within a long tubular chamber of increasing diameter, following precise exponential rules in a controlled fashion, until it emerges with a powerful “Ooom-pah” sound that you may know from the classics. Or, if you prefer, Polka.
Q: Okay, I’m picturing that …
A: Our machine, of course, creates a tube of folded N-space instead of brass, by using quantum computation to remove the entropy from a powerful field of strong nuclear forces. And our machine blows this tuba in reverse, injecting large spacetimewaves
in the large end, then folding them inward through higher dimensions, as they travel up through this tubing, growing smaller and smaller. Otherwise, it is exactly the same.
Q: So it’s a sort of a reverse-polkafying device?
A: You could give it that name, yes. However, the process, while theoretically promising, is unstable in real-world situations, as the space-fabric, exiting the small end of this tube, would mismatch the surrounding space-time impedance so dramatically that explosive re-expansion would occur, and boom! You die.
Q: Then how are you able to—
A: The breakthrough, yes: we realized, mathematically, that if the transform intersection could be mated with a very specific shape and length and form of tubular chamber, the space-time impedance could in fact be matched, so the re-expansion effect is countered, and in fact the N-space folding continues as long as forward momentum is maintained. So easy, yes?
Q: If you say so, yes.
A: But no! The tubular chamber for this is so very specific. It must match the material being folded in various ways, it needs a certain length and shape, also temperature, and many other mathematical properties. It would be impossible to manufacture such a chamber … yet, amazingly, it occurs in nature! It is as if a Creator invented this chamber for this very purpose! Because the human gastro-intestinal tract, you see, is actually a perfect match for the Spinejack transform! Human beings are the missing piece!
Q: So, your invention is not the general-purpose matter reducer that some have called it.
A: Yes and no. Yes, we can shrink anything you want. But no, it has to go in the anus.

In conclusione: DECISAMENTE PROMOSSO!

Autori di Bizarro Fiction

Le belle facce degli scrittori di Bizarro. Collezionali tutti!

Conclusioni generali
Dopo tutte queste letture, cosa posso dire sulla Bizarro Fiction?
Ciò che caratterizza il genere è l’esagerazione grottesca. Mentre le invenzioni del New Weird e di altri sottogeneri del Fantasy sono sì fantasiose e strabilianti, ma devono essere calate in un contesto verosimile e preciso come un orologio svizzero, la Bizarro Fiction è fondata sull’eccesso. E’ più difficile mantenere la suspension of disbelief nella Bizarro, tuttavia l’inverosimiglianza delle storie è compensata dall’intento umoristico e grottesco. E’ per questo che – con poche eccezioni, come Egg Man di Mellick – quando la Bizarro tenta di essere seria ottiene scarsi risultati.
Questa escalation di bizzarrie è spesso ottenuta attingendo al sesso e ai fetish sessuali, alle secrezioni corporee (sangue, cacca, vomito, muco, scoregge, sperma, etc.) e alle cose schifose in generale (mangiare facce di bambini), all’iperviolenza (massacri su larga scala, torture, crudeltà ingiustificate). Ma racconti come House of Cats di Burk dimostrano che in realtà si possono raccontare storie bizzarre anche senza quegli elementi. Del resto, se Kafka pubblicasse oggi La metamorfosi, sarebbe tranquillamente etichettabile come Bizarro.
Molti miei lettori hanno mostrato seri dubbi sul genere, dicendo che si tratta soltanto di una sterile esibizione di stranezze. Credo di aver dimostrato, col post di oggi, che questo rischio è reale, e che un numero discreto di romanzi e racconti di Bizarro Fiction prende questa cattiva strada. Ma non si tratta di un problema intrinseco al genere. E’ solo il modo più pigro e infantile di scrivere Bizarro Fiction, che bravi autori (come Mellick e Hansen, ma non solo) riescono quasi sempre a evitare.
La colpa in parte è delle stesse case editrici di Bizarro, troppo morbide nella selezione delle opere da inserire nel loro catalogo. Ammettendo opere come House of Houses non fanno che dare un’immagine sbagliata del genere e scoraggiare molti acquirenti; inoltre, basterebbe un editing più severo per trasformare quei romanzi in libri almeno decenti.

Panda arcobaleno

La Bizarro Fiction è come un panda che vomita arcobaleni! Circa.

La Bizarro Fiction è un genere che merita di essere esplorato, soprattutto da parte degli aspiranti scrittori di fantastico. Bisogna solo fare attenzione a scegliere i libri giusti. E se un libro vi piace, ricordate di premiare lo scrittore comprandolo!
In futuro credo che leggerò altre opere di Bizarro, anche se a un ritmo più basso rispetto a questi mesi. Oltre a quelle già citate, per esempio, mi intriga la raccolta  Clockwork Girl di Athena Villaverde. Di certo, tornerò in futuro a parlare di Mellick, e se dovessero capitare altre opere meritevoli di Bizarro Fiction, state sicuri che le segnalerò qui.

Gli Autopubblicati #04: La nave dei folli

La nave dei folliAutore: Alessandro ‘mcnab75’ Girola
Genere: Horror / Fantasy
Tipo: Novella

Anno: 2011
Pagine: 110




C’è qualcosa di strano nella galleria posta sulla linea ferroviaria che collega Vaiano, nel pratese, al paesino abbandonato di Monteflauto. Chi vi entra non sempre ne esce. Ultima vittima è la troupe di TG Enigma, scomparsa durante le riprese di un servizio sui misteri di Monteflauto e della galleria. Prima di scomparire, Martina, uno dei membri della troupe, ha inviato delle foto inquietanti a Enrico, il suo ragazzo: immagini di orribili mostri che ricordano i dipinti di Hieronymus Bosch, disegnate su un diario consunto trovato nel paese fantasma.
Ora Enrico, piccolo regista underground che sogna ancora di decollare, vuole ritrovare la sua ragazza, ma soprattutto vuole scoprire il mistero che si cela dietro il paese e la galleria di Monteflauto. Polizia e governo, infatti, sembrano ansiosi di insabbiare tutto. Lo accompagnano Fabrizio, Fernando e Astrid, amici e colleghi di lavoro; li guida Antonello Lucchini, vicequestore in pensione che sembra avere un conto in sospeso con i misteri di Monteflauto. Ad attenderli, il silenzio omertoso della campagna, e quella diabolica dimensione che i locali chiamano “Flegetonte”…

Abbiamo già incontrato Alessandro Girola come curatore dell’antologia Ucronie Impure. La nave dei folli è la sua ultima fatica.
La novella si presenta come un classico horror-fantasy investigativo: la vita quotidiana di persone normali è scossa da un evento inspiegabile, che cela misteri ancora più grandi. Mentre gli altri due romanzi autopubblicati di cui mi sono occupato, Marstenheim e L’ombra dell’incantatrice, erano essenzialmente delle trame politiche, basate sull’intreccio e sui personaggi, il libro di Girola è un libro che punta direttamente al sense of wonder, al viaggio nell’incredibile.
Il successo di La nave dei folli, quindi, dipenderà dalla sua capacità di spaventare e meravigliare il lettore. Ci sarà riuscito? Prima di andare a scoprirlo, riassumiamo velocemente gli ingredienti necessari a fare di un’idea, una scoperta, un’ambientazione, una fonte di sense of wonder, prendendo spunto dall’articolo di Gamberetta “Il senso del meraviglioso“:
Surprise, ovvero la capacità di sorprendere il lettore.
Sublime, ovvero la capacità di trasmettere al lettore un’immagine sensoriale potente.
Conceptual Brakethrough, ovvero la capacità di mostrare le cose sotto una nuova prospettiva.
Originalità, ovvero non deve trattarsi di qualcosa di già visto n volte.
In tutto questo, ha molta importanza anche la tecnica stilistica. Uno stile immersivo, ben mostrato, faciliterà il raggiungimento del secondo punto – ossia un’efficace visualizzazione sensoriale degli elementi “meravigliosi” – ma anche del primo, perché la sorpresa, lo shock, nascono tanto più facilmente quanto più ci si sente immersi nella vicenda.

La nave dei folli Bosch

La “stultifera navis”: un sistema all’avanguardia per prenderci cura dei nostri malati.

Uno sguardo approfondito
Partiamo quindi dallo stile. Ahimé, la scrittura di Girola è un disastro; un gradino sopra la prosa del Dr.Jack, ma comunque ampiamente nel campo del brutto. A parte la gestione del pov – sempre su Enrico, in terza persona ravvicinata – troviamo il campionario completo degli errori.
Poco mostrato e molto raccontato? Presente, con contorno di descrizioni di descrizioni vaghe e aggettivazione a pioggia. Per esempio, la tenuta dei Marzio di Monteflauto è descritta come “vecchia e bisognosa di ristrutturazioni, ma in possesso di un certo fascino, eco di un passato glorioso”. Potete toccarla, la gloriosità del passato che riecheggia nella tenuta? A volte la scrittura si fa particolarmente goffa; sempre parlando della tenuta, “sul lato opposto risposto all’ingresso ci sono delle ampie stalle da cui provengono muggiti insistenti e un odore bovino molto intenso”. Ci voleva tanto a dire puzza di merda di mucca? O anche solo un più prosaico puzza di letame?
Peraltro, quando vuole, Girola sa costruire anche delle belle scene. Sempre parlando della tenuta dei Marzio, dopo un paio di pagine di aggettivi a raffica, ecco che si entra nello studio del padrone: “Una robusta scrivania diplomatica in noce massello domina la stanza. Su di essa sono disposti rispettivamente un notebook Toshiba, un fax e il monitor di sorveglianza collegato alle telecamere a circuito chiuso.” Il contrasto tra la rusticità della magione e la modernità dell’attrezzatura dello studio è qualcosa che colpisce. Ma soprattutto, Girola non ci dice ‘la studio è moderno’: ci fa vedere il notebook, il fax, il monitor di sorveglianza, eccetera.

Abbiamo anche infodump a manetta, spesso resi ancora più irritanti perché del tutto inutili. Più o meno a metà del libro, così Fabrizio commenta le disavventure del gruppo: “Siamo finiti in uno zoo dimensionale popolato da aborti schifosi. Mi ricorda Serious Sam, quel videogioco dove il protagonista viaggia attraverso degli stargate per ammazzare una marea di mostri assurdi e ridicoli”. Ve lo immaginate, un vostro amico che fa una citazione e poi ve la spiega? Ma soprattutto, che valore ha questa precisazione inutile nell’economia del racconto? Non era meglio tagliarla? E il discorso si potrebbe estendere a molte delle citazioni sparse nel libro, raramente di qualche utilità, e talvolta talmente invadenti da occupare anche mezza pagina di discussioni. Per quanto riguarda invece gli infodump utili, ricordo che quasi sempre lo scrittore ha la possibilità di mascherarli o filtrarli nei dialoghi e nell’azione – lo spiattellamento nudo e crudo di informazioni è solo la soluzione più pigra.
A volte, poi, viene il dubbio che Girola non conosca bene la nostra lingua; o che non rilegga bene quello che scrive. Per esempio quando descrive le case di Monteflauto. Di esse ci dice che sono piene di polvere e ragnatele. Dopodiché, se ne esce con: “Il solaio non è altro che l’ennesimo locale vuoto e polveroso. L’unica variante è rappresentata dalle solite ragnatele, grosse e spesse, che pendono un po’ ovunque. E’ una costante degli edifici di Monteflauto.” L’unica variazione tra il solaio e gli altri locali sono le solite ragnatele, che peraltro sono una costante degli edifici di Monteflauto? Mmmh.

Ragnatela

Esempio di ragnatela diversa dalle solite ragnatele.

Fino ad arrivare a capolavori di prosa come questa presentazione della squadra di Enrico:

Fabbri, fedelissimo e irrinunciabile, per una miriade di motivi.
Fernando Marasso, pacato e sempre ottimista, fotografo di scena e all’occorrenza assistente operatore.
Astrid Volpi, operatrice di ripresa, nonché grande amica di Martina.

La bruttezza di questo passaggio è quasi comica nel modo in cui riecheggia un brano di Buio di Elena Melodia, giustamente sbeffeggiato sulla Barca dei Gamberi:

Seline, sempre allegra e curiosa, sarebbe capace di vivere una settimana solo facendo shopping. Agatha, taciturna e introversa, è indipendente e determinata. E Naomi, vivace ma equilibrata, è una di quelle che dicono sempre quello che pensano.

Anzi, nel brano della Melodia c’è persino più movimento che in quello di Girola!
Lezione di scrittura: se ai fini della caratterizzazione del personaggio è importante sapere che Fernando è fotografo di scena, mostralo mentre fa il fotografo di scena! Non fare l’elenco della spesa!

E non è solo un problema di presentazione. I personaggi di Girola sono piatti, insulsi, convenzionali. Per gran parte del libro – probabilmente anche a cause del fatto che hanno la stessa iniziale – ho continuato tranquillamente a confondere Fabrizio e Fernando. Enrico è lacerato da un conflitto morale potenzialmente interessante circa il suo interesse per il mistero di Monteflauto – da una parte il desiderio di ritrovare Martina, dall’altra quello di girare una figata di documentario e far così decollare la sua carriera. Ma Girola lo annacqua nel raccontato ed elimina sistematicamente ogni possibilità reale di conflitto (le litigate con Astrid sono ininfluenti a livello di trama).
I dialoghi sono triti e convenzionali, da film. I personaggi si incazzano e si calmano nel giro di poche battute, sempre pronti a scattare come una molla, nel modo subitaneo e improbabile delle cattive fiction. Gli alterchi di Fabrizio contro Lucchini non sono un brillante tentativo di dare profondità a un personaggio, e l’unico risultato che ottengono è di trasformare il Fabbri nella macchietta del sessantottino che odia i poliziotti. Allo stesso modo, gli scatti isterici di Astrid con Enrico sono quanto di più lontano dal comportamento di una persona vera – anche di una persona isterica.
L’unico personaggio che brilli un poco è proprio quello del vecchio Lucchini. E come mai? Guarda un po’, perché è quello più mostrato. Lucchini si muove, brandisce il fucile e lo sa usare, Lucchini è quello che discute con gli estranei e organizza il gruppo, Lucchini aggrotta le sopracciglia alla Lee Van Cleef (anche se Girola insiste troppo spesso sul paragone). Non è solo l’ombra dello scrittore o una pedina funzionale. E’ un buon personaggio. Purtroppo, da solo non può reggere tutto lo show.

Lee Van Cleef

Purtroppo non è previsto un mexican standoff tra Lucchini e i mostri del Flegetonte.

Ma scrittori tecnicamente incapaci come Clarke o mediocri come Asimov ci mostrano che è possibile meravigliare nonostante uno stile pessimo. Come se la cava Girola su questo punto?
I mostri, questo va detto, sono ben mostrati. Complice il fatto di non esserseli inventati da zero ma di averli presi dai bellissimi dipinti di Hieronymus Bosch, le creature del Flegetonte non sono generici orrori blasfemi o concentrati di malvagia malvagità – tradizione tutta italiana di descrivere i mostri – ma creature con un aspetto e un comportamento precisi. Abbiamo, per esempio, una scolopendra gigante con escrescenze a forma di volti umani sofferenti che spuntano dal dorso; ma anche enormi galline volanti con volti umani dalla bocca larga al posto del sedere e che volano al contrario; o grosse palle lardose e monocole, che si muovono su piedi palmati e sono punteggiati di pseudopodi che si muovono “come stelle filanti esposte al vento”.
Un po’ poco per raggiungere il “sublime” della definizione, ma almeno siamo sulla strada giusta.

In compenso, il Flegetonte è un mondo sbiadito.
Da una parte, manca quella complessità ecologica propria delle ambientazioni del buon Fantasy e della buona Science Fiction – quelle ambientazioni in cui ogni pezzo s’incastra come il tassello di un puzzle e dà l’impressione di una cosa viva, dall’astronave di Incontro con Rama allo “spazio conosciuto” di Ringworld al mondo atlantideo di Stations of the Tide.
Dall’altra, il mondo di Girola non può nemmeno competere con la fantasia sfrenata della Bizarro Fiction o del New Weird. I mostri sono carini, ma siamo ad anni luce di distanza da cose come le vagine che diventano portali dimensionali, le feto-mosche, le fabbriche di draghi bio-meccanici. Alla fin fine, ad eccezione degli uomini-gufo – che sono un minimo più complessi – le creature del Flegetonte sanno fare solo due cose: attaccare o non attaccare.
Il Flegetonte, insomma, non è che un’accozzaglia di ambienti e creature ostili sul modello “foresta di Lost“; i vari mostri praticamente non interagiscono tra loro 1. Salta quindi il terzo punto, il “conceptual brakethrough”; a meno che non pensiate che l’esistenza di dimensioni parallele sia ancora oggi una rottura di paradigma…

Scolopendra gigante

Una scolopendra. Non gigante.

Anche sul versante della tensione il romanzo latita. A parte un paio di scene – per esempio quella della galleria – non si prova mai paura o anche solo inquietudine per i nostri eroi. Sono quasi tutti troppo poco caratterizzati perché il lettore si leghi a loro, e c’è troppa poca immersività perché ci si immedesimi nel protagonista. Quando muore un personaggio, poi, succede tutto così lentamente, così per gradi, che non proviamo alcuna sensazione di shock. Insomma: anche qui, niente. Salta il primo punto – la “surprise”.
Inoltre, la storia segue un canovaccio estremamente classico, con il progressivo avvicinamento al luogo del mistero, il passaggio dall’altra parte, l’esplorazione e il ritorno. Le sorprese in mezzo sono ben poche, e non si discostano granché dal copione di infiniti romanzi e racconti del mistero e dell’orrore. Girola cerca di ampliare la sua ambientazione inserendo dei riferimenti qua e là: la selva oscura di Dante, Hieronymus Bosch, l’usanza della ‘stultifera navis’. Ma tutte queste belle idee sul piano della trama non aggiungono niente. Salta così il quarto punto – l’originalità.

Insomma, questo romanzo lo suscita o no, un po’ di sense of wonder? Meh. In proporzione inversa alla vostra cultura letteraria: ci sono centinaia di romanzi e racconti che, partendo da un’impostazione simile, raggiungono risultati molto più brillanti. La nave dei folli sembra un compito a casa – eseguito con onestà, ma senza particolare impegno né brillantezza. Pur essendo scritto meglio de L’ombra dell’incantatrice, paradossalmente è così ovvio e tradizionale da avermi colpito di meno. Il romanzo del Dr. Jack era scritto male ma aveva un po’ di potenziale.
Alla fine è proprio questo, il problema del romanzo. Se qualcuno mi chiedesse: “perché dovrei leggere La nave dei folli?”, non saprei cosa rispondergli. Non mi verrebbe in mente niente. Perché è gratis, forse? Ma anche i racconti di Lovecraft ormai sono gratis – essendo lui morto da più di 70 anni. Tanto vale che vi leggiate quelli, perché non c’è nulla di nuovo in Girola, rispetto ai racconti fantasy-horror che si scrivevano negli anni ’20-’30; anzi, Lovecraft è molto più appassionante. Allora, bisognerebbe leggerlo perché Girola è un italiano, un autopubblicato, uno che conoscete? Sono tutte ragioni extratestuali.
La nave dei folli è un libro modesto, senza ambizioni. Dimenticabile.

Bonus Track: Il treno di Moebius
Il treno di MoebiusAutore: Alessandro ‘mcnab75’ Girola
Genere: Horror / Fantasy
Tipo: Racconto

Anno: 2011
Pagine: 40

La nave dei folli nasce come espansione dell’ambientazione di questo racconto di quaranta pagine. Nella redazione del TG Enigma giunge un filmato amatoriale degli anni ’70, in cui si assiste alla scomparsa di un treno dentro la galleria di Monteflauto: è l’incidente che porterà alla chiusura della tratta e all’abbandono del paese. Il racconto prosegue con il viaggio della troupe a Monteflauto e le conseguenti disavventure.
Non ha senso leggere questo racconto se non prima de La nave dei folli, dato che ne è l’immediato prequel. Peraltro, a leggere entrambi, la sensazione di dé jà vu è molto forte: i personaggi dei due libri fanno quasi le stesse cose, visitano gli stessi posti e hanno anche esperienze simili. Lo stile è altrettanto brutto, anzi in certi punti è pure peggio. Per esempio, Girola ha l’ossessione di ricordarci che Richy è un’attore di soap opera fallito almeno una volta ogni tre che lo nomina.
Nel complesso fa un po’ più paura de La nave dei folli, forse perché i ragazzi di TG Enigma sono disarmati e meno preparati. L’ultima parte del racconto e il finale sono amari, e ho gradito il tentativo di scostarsi dal copione standard; purtroppo questo non basta a risollevare un racconto globalmente anonimo.
Solo per fan estremi di Girola.

Dove si trovano?
Entrambi gli e-book possono essere scaricati gratuitamente sul blog di Girola, Plutonia Experiment. Se le storie vi sono piaciute o se semplicemente vi sentite in colpa, donategli un Euro o più via Paypal.

Hieronymus Bosch

Dipingere sotto l’effetto di stupefacenti non è un invenzione del Novecento.

Qualche estratto
Il primo estratto è una panoramica di Monteflauto, nonché un ottimo esempio di come Girola riesca a sposare infodump, piogge di aggettivi e raccontato; il secondo è un raro caso di dialogo abbastanza ben riuscito, tra Enrico e Lucchini (nonostante il solito abuso di aggettivi tra una battuta e l’altra).

1.
Quando arrivano all’ingresso vero e proprio del paese, la ragazza dà lo stop e tutti si fermano per guardarsi intorno. «Voglio fare una panoramica da qui», afferma Astrid.
Le case di Monteflauto sono un mix di antico e moderno, dove per moderno s’intendono alcuni edifici costruiti probabilmente negli anni del boom economico. Essi stridono con la maggioranza delle abitazioni, che sono rustiche e semplici.
«Era un borgo di trecento abitanti circa.» spiega Lucchini, guardandosi intorno. «Coi pendolari che venivano da fuori per lavorare alla miniera di stagno, arrivava a quattrocento, anche se molti erano lavoratori stagionali.»
Enrico cerca di immaginarsi Martina a passeggio tra quei ruderi cadenti. Molte case sono conciate male, forse a causa del maltempo e delle erbacce infestanti, che in alcuni casi sembrano essere state in grado di sventrare intere pareti. Non è troppo sorpreso nello scoprirsi in diffoltà nel concentrarsi sulle sorti della sua ragazza. Forse è impazzito, ma trova quel posto tanto inquietante quanto irresistibile. È un po’ come quando da adolescente non puoi fare a meno di guardare un film horror anche se sei a casa da solo e sai che avrai gli incubi per tutta la notte.

2.
Enrico guarda il vecchio negli occhi. «Possiamo parlare un momento in privato?»
«Certo.»
«Un momento!» interviene Astrid. «Se dobbiamo decidere che cosa fare, credo che dovremmo votare per alzata di mano.»
Il regista si sforza di sorriderle. «Mi sembra giusto. Allora lo dirò qui davanti a tutti: Antonello, tu soffri di dipendenza da azione, vero? Non riesci a stare fermo e a goderti la vita da pensionato. Non desideravi altro che trovare qualche disperato disposto ad accompagnarti per tornare a indagare su Monteflauto. Ora che sei qui non ti basta ancora. È come una droga. Anzi, forse mi sbaglio. Dovrei parlare di dipendenza da indagine. Vuoi scoprire, scavare a fondo, avere tutte le risposte…» Enrico si accorge solo in quel momento che sta tremando. È colpa della tensione accumulata, ma anche dello shock di quanto è accaduto quando hanno attraversato il tunnel. Per un attimo, quel preciso attimo, vorrebbe tornare a casa, al sicuro, dimenticare tutto.
Lucchini lo guarda a occhi socchiusi, furente. Impugna ancora il Benelli. Potrebbe ammazzarlo su due piedi e nessuno farebbe in tempo a impedirlo. Invece replica con glaciale pacatezza. «Può darsi che tu abbia ragione. Io sono quello che sono e non posso diventare altro. Di certo non voglio trasformarmi in un pensionato bavoso con la prostata grossa come un melone e la dentiera da mettere in un bicchiere ogni fottuta sera. Scoprire cosa c’era alla fine del tunnel è un pensiero che ha tormentato fin dal giorno in cui mia moglie è morta. Prima, Monteflauto coi suoi misteri era un pensiero remoto del mio passato. Poi è riemerso tutto. L’ultima grande indagine. Un trucchetto per non impazzire, se preferisci. Ora il tunnel l’ho attraversato e sai una cosa? Non mi basta.»

Tabella riassuntiva

I mostri boschiani sono perlopiù ben riusciti. Trama lineare e priva di originalità.
Lucchini è un buon personaggio. Personaggi insulsi e dialoghi triti.
Uhm… è gratis?^^’ Il sense of wonder latita.
Scrittura sciatta, raccontata, infodumposa.

In conclusione: MEH, TENDENTE AL NOMeh

——

(1) Si potrebbe obiettare che Girola ha poco spazio per mostrare adeguatamente l’ecologia del suo mondo. Tuttavia a Swanwick, in Bones of the Earth, bastano poche pagine ambientate nel tardo Cretaceo per mostrarci l’interazione esistente tra diverse specie di dinosauri. Molti scrittori nostrani (specie se imbottiti di King) non riescono a immaginare quante informazioni si possano mostrare in poche pagine!Torna su

I Consigli del Lunedì #12: Behold the Man

Behold the ManAutore: Micheal Moorcock
Titolo italiano: I.N.R.I.
Genere: Science-Fantasy / Literary Fiction / Slice of Life
Tipo: Romanzo

Anno: 1969
Nazione: UK
Lingua: Inglese
Pagine: 150 ca.

Difficoltà in inglese: **

Karl Glogauer è un uomo infelice. Complici una madre vittimista e melodrammatica, figure paterne abusive, un retaggio ebraico-tedesco, bulleggiamenti scolastici assortiti, e cattive frequentazioni postadolescenziali, ma anche una certa propensione congenita al vittimismo e all’autodistruzione, alla soglia dei trent’anni Glogauer è una perfetta nullità. Nulla di strano se nel frattempo ha sviluppato un morboso attaccamento verso la figura storica di Gesù Cristo. Così come non c’è nulla di strano nel fatto che, non appena ha potuto mettere le mani su una macchina nel tempo, abbia deciso di viaggiare nella Galilea del 29 d.C., un anno prima della Crocifissione.
Ma qualcosa non va, nel passato: nessuno ha mai sentito parlare di Gesù di Nazaret, e Giovanni Battista sembra convinto che Glogauer sia un profeta mandato da Dio per liberare il popolo ebraico dalla schiavitù. Che cosa è successo? Cristo è esistito realmente? E soprattutto, come farà Glogauer a rimettere a posto le cose?

Behold the Man è un piccolo gioiellino che non avrei mai scovato se non avessi condotto un controllo incrociato della bibliografia di Moorcock e della collana dei SF Masterworks. In Italia è praticamente sconosciuto, e questo perché – come già The Sirens of Titan di Vonnegut, di cui ho parlato qui – è uno strano ibrido, di quelli che mi piacciono tanto, tra la narrativa fantastica e un certo tipo di letteratura mainstream-psicologica.
La narrazione segue due timeline parallele: da una parte le avventure di Glogauer nel 29 d.C., dall’altra una serie di flashback sulla sua vita, dall’infanzia all’incontro con la macchina del tempo e il suo progettatore. E mentre seguendo la prima timeline scopriamo che le cose non sono andate proprio come ci dicono i Vangeli, la seconda ci svela a poco a poco lo strano mondo interiore di quel borderline dickiano che è Glogauer.
Nel complesso, l’elemento psicologico-intimista prevale su quello fantascientifico, ma non arriverei a dire, come nel caso di Vonnegut, che gli elementi fantastici abbiano uno scopo puramente funzionale; le peripezie ucroniche del protagonista sono in grado di regalare una certa dose di autentico sense of wonder fantastorico, soprattutto se ve ne frega qualcosa del Cristianesimo.

Gesù bukkake

Potrebbe essere andata così…

Uno sguardo approfondito
La struttura di Behold the Man assomiglia a quella dei romanzi di Mellick di cui mi sono già occupato: una successione di brevi paragrafi di una o poche pagine. Ogni paragrafo costituisce una scena in sé conclusa, oppure un certo lasso di tempo raccontato in modo più sbrigativo (per esempio, un paragrafo è dedicato al primo periodo di permanenza di Glogauer tra gli Esseni). Questa struttura – che, a quanto ho visto, è ottima per le novellas e per i romanzi brevi – dà a tutta la storia un ritmo rapido, incalzante, che mantiene viva la curiosità del lettore e quindi la voglia di andare avanti.
Spesso, ma non sempre, l’alternarsi dei paragrafi coincide con l’alternarsi delle timeline. Per due pagine seguiamo l’atterraggio della macchina del tempo nel 29 d.C. e il soccorso che viene prestato a Glogauer, poi bam!, flashback su un momento significativo dell’infanzia del protagonista, e poi bam!, Glogauer riprende conoscenza in una caverna che puzza di sudore e pelle di capra. E così via. Questo alternarsi non crea confusione – perché segue delle regole precise, che il lettore afferra in fretta e a cui quindi si abitua – anzi al contrario evita il sopraggiungere di momenti di stanca. Spesso, poi, la transizione è facilitata dal fatto che il flashback riprenda temi, idee, pensieri del paragrafo immediatamente precedente – cosicché, nonostante lo stacco, si ha una sensazione di continuità, e che la storia sia tenuta insieme da un unico filo conduttore.
Certo, non sempre a Moorcock il trucco riesce. Alcuni flashback non c’entrano niente con quello che ci sta intorno, e non si capisce perché non siano stati infilati in altri punti del romanzo, o addirittura eliminati. In linea di massima i flashback seguono anch’essi un andamento cronologico – ossia, dall’infanzia di Glogauer ai suoi trent’anni – ma ogni tanto fanno salti avanti o indietro francamente inutili. Con un po’ più di attenzione in fase di editing, si sarebbe potuto evitare questo problema.

Così come si sarebbe potuto evitare un problema strutturale più grave, ossia una certa sproporzione tra la prima metà del romanzo e la successiva: la maggior parte dei flashback si accumulano tutti nella prima, scomparendo gradualmente nella seconda metà; viceversa, la parte ambientata in Galilea procede abbastanza lentamente per le prime 70-80 pagine, per poi accelerare vertiginosamente. L’ultima parte del libro, che copre grossomodo i sei mesi precedenti la Crocifissione, e che per molti versi sarebbe la più interessante, è trattata in maniera troppo sbrigativa – troppo, soprattutto, se confrontato coi dilungamenti della prima parte, quando Glogauer dimora tra gli Esseni. Maggiore uniformità nel ritmo e nella giustapposizione delle due timeline avrebbe migliorato il romanzo.
Tra le sbavature tecniche minori, poi, c’è la tendenza di Moorcock a inserire, ogni tanto, tra un paragrafo e l’altro, qualche piccolo inserto criptico dal sapore molto literary (vale a dire: cacca). Se li poteva risparmiare, perché non aggiungono niente e anzi danno l’impressione dello scrittore di genere coi complessi di inferiorità che se la tira da autore impegnato. Altre volte, specie all’inizio di capitoli, ma anche tra un paragrafo e l’altro, Moorcock inserisce delle citazioni – spesso dalla Bibbia (specialmente dai Vangeli, ma non solo), talvolta da opere di Jung o di altri. La cosa non sarebbe neanche male, ma Moorcock ne abusa, e francamente le citazioni nel bel mezzo dei capitoli se le poteva risparmiare.

Gesù Sparta

…o potrebbe essere andata così!

Behold the Man è altalenante anche nello stile.
Alcune scene (come quella dell’incipit, che ho messo tra gli estratti in fondo all’articolo) sono realizzate alla perfezione: tutto mostrato, massima economia nella scelta delle parole, ritmo incalzante, pov ben saldo – in una parola, immersione totale. Altre volte, specialmente se deve descrivere lunghi periodi di tempo, o se si tratta di scene di minore importanza, il narratore si abbandona a lunghi raccontati infodumposi. Il grosso della permanenza di Glogauer tra gli Esseni, ad eccezione delle scene iniziali e di quelle finali, è narrato con questo stile trascurato e sbrigativo 1.
Altalenante è anche la gestione del pov. Per la maggior parte del tempo è ben fissato nella testa di Glogauer, ma ogni tanto, e specialmente a partire dalla seconda metà del romanzo, scivola verso il narratore onnisciente o verso una forma di pov collettivo della gente che circonda Glogauer. Così, nella seconda e terza parte, ci sono interi paragrafi in cui vediamo il protagonista attraverso gli occhi di un pugno di militi romani, o dei rabbini del tempio, o della folla di pellegrini che lo segue. Anche se ci sono delle motivazioni plausibili, e in accordo con la trama, per questa scelta2, essa ha lo svantaggio di far scemare nel lettore l’empatia verso Glogauer – perché allontanandoci dal suo pov ci allontaniamo da lui – dopo averla gradualmente accumulata nella prima parte.

Tra le altre cose che, per inclinazione personale, potrebbero scoraggiare alla lettura, bisogna dire che il protagonista – con il suo vittimismo, il suo piagnucolio, la sua vigliaccheria, il suo farsi del male da solo e bruciarsi tutte le opportunità che gli si presentano – è un individuo estremamente sgradevole. La vicinanza del pov obbliga il lettore a uno stretto contatto con Glogauer: alcuni potrebbero sviluppare empatia nei suoi confronti, ma altri potrebbero trovarlo irritante fino all’orticaria. Per fare un paragone, immaginatevi uno Shinji Ikari adulto – solo che, a differenza di Evangelion, non ci sono dei personaggi più solari (Misato, Asuka, Kensuke, Kaworu) a fare da contraltare al protagonista.
Se si riesce a sopportare questo fiume di amarezza, bisogna ammettere che la caratterizzazione del protagonista e dei comprimari (la madre svenevole, la psichiatra acida e nichilista, Giovanni Battista, Giuseppe) è ottima. Non solo i loro caratteri sono credibili, ma Moorcock riesce a mostrarceli con poche pennellate e grande economia di parole – due battute di un dialogo, un gesto, una reazione fuori scala. Solo con un personaggio a mio avviso – Maria – l’autore si è lasciato andare alla macchietta grottesca e alle sottolineature inutili.

Shinji Ikari

“Il mondo è kattivo. Nessuno mi ama. Nessuno riconosce le mie buone qualità e mio padre mi skifa. E Asuka mi molesta emotivamente anche se sono buono. Ora scusate ma vado a masturbarmi sulla sua faccia mentre è in coma”.

E poi, c’è la rivisitazione della vita di Cristo; una rivisitazione cinica e amara, che mi ha molto affascinato. Chiunque abbia anche solo un minimo di interesse per la figura storica di Gesù e un’infarinatura del Vangelo (fatto catechismo da piccoli? O l’ora di religione alle elementari? Mai costretti ad andare a messa? Io sì, fino a 12 anni…^^’) dovrebbe provare almeno qualche scintilla di genuino sense of wonder.
In particolare, la scena della tentazione nel deserto è geniale, così come quella del tradimento di Giuda – ma il romanzo è pieno di crude reinterpretazioni di scene del Vangelo. Anche personaggi biblici come Giovanni Battista, Giuda 3 e Ponzio Pilato vengono rivisti in chiave più terra-terra, in modo più realistico e gretto. Fino ad arrivare al finale geniale. E, a questo proposito: fate attenzione alla pagina di Wikipedia su Behold the Man e in generale agli articoli su questo romanzo, molti hanno la sgradevole tendenza a spoilerare il finale – e così si perde metà del gusto.

Insomma, difetti strutturali e stilistici impediscono a Behold the Man di essere il capolavoro che avrebbe potuto essere. Ma rimane una lettura piacevolissima e inquietante. E’ un romanzo molto breve: dategli una possibilità.

Dove si trova?
Behold the Man si può trovare su Amazon a prezzi ragionevoli (10 Euro su amazon.it, scontati a 9.50 nel momento in cui scrivo). Su library.nu, in realtà, si trova una versione di Behold the Man che si spaccia per l’edizione degli SF Masterworks, ma *non lo è*; ho il sospetto che possa essere la novella originale, da cui Moorcock avrebbe tratto l’attuale romanzo, ma non ho indagato. In ogni caso, non fidatevi.
Roberto mi ha segnalato che il romanzo è stato edito in italiano nella collana Urania Collezione, No.102, nel luglio 2011, con il titolo I.N.R.I. Se qualcuno dovesse scoprire che questa edizione è disponibile nel vasto Internet, me lo faccia sapere!

Spoiler biblico

Su Moorcock
Moorcock, ahimè, è conosciuto soprattutto per le sue opere “giovanili” di Sword & Sorcery. Ora, io non ho niente contro la Sword & Sorcery, in teoria; ma è un palese dato di fatto che il 90% della produzione di questo sottogenere sia una porcheria orrenda. Neanche Moorcock si sottrae a questa tendenza. Ricordo di aver letto, a 14 o 15 anni, il primo libro della trilogia di Corum, Il cavaliere di spade; non so se rimasi più disgustato dall’oscenità della prosa, dalla piattezza dei personaggi o dalla banalità della storia, fatto sta che giurai disprezzo eterno per Moorcock e ne girai alla larga per tre anni buoni. E dire che a quell’età non ero neanche di gusti molto difficili: in quegli stessi anni ho letto i primi quattro volumi della Spada della Verità di Goodkind, e non mi erano dispiaciuti (almeno i primi due).
Elric di MelnibonéL’unica opera di Sword & Sorcery di Moorcock che mi senta di salvare è la famosa saga di Elric di Melniboné. Ambientata in un mondo tardomedievale di stampo mediterraneo, narra dell’ultimo principe dei Melniboneani, antico e perverso popolo di maghi superumani, e di come sarà causa della distruzione del suo stesso popolo e dell’inizio di una nuova era. Elric è un personaggio interessante: albino e di fragile costituzione, è costretto ad assumere droghe per sopravvivere; disprezza il suo stesso popolo; e ha un brutto rapporto con Tempestosa, la sua spada senziente assetata di sangue. La saga è rovinata da una prosa pessima e un andamento da romanzo di avventura per bambini; oltretutto Elric, che sarebbe progettato per essere un anti-eroe, finisce per fare tutte le cose tipiche degli eroi del fantasy epico. Salvano la saga l’ambientazione suggestiva e alcune idee carine, come la torre sull’orlo del mondo, la città-miraggio nel deserto, il regno dei mendicanti e la stessa isola di Melniboné.
La saga originale comprende sei libri scritti tra il 1963 e il 1977; negli ultimi vent’anni, Moorcock ha scritto una serie di midquel che però non ho letto.
Oltre alla sua sword & sorcery, ho letto altri due romanzi di Moorcock:
The Warlord of the AirThe Warlord of the Air, science-fantasy ucronico in cui un ufficiale britannico dei primi anni del Novecento, Oswald Banstable, si ritrova in seguito a uno strano incidente in un 1973 alternativo, in cui le guerre mondiali non ci sono mai state, il Commonwealth britannico sembra aver assicurato una pace eterna su tutto il globo e dirigibili giganti sono il principale mezzo di trasporto. Ma Banstable scoprirà che l’utopia è solo apparente. Il libro è scritto nello stile di un romanzo tardo-ottocentesco, e in particolare è un omaggio alla narrativa di Conrad – scelta non proprio felicissima. E’ un esempio di proto-steampunk – e il Duca lo ha citato nel suo articolo di introduzione al genere – e potreste volerlo leggere per il suo valore storico; ma è un romanzo insulso e piuttosto noioso, e questo nonostante si faccia un gran parlare di rivoluzione comunista e tra i personaggi ci sia addirittura un fikissimo Lenin ultranovantenne!
In seguito Moorcock ha scritto altri due romanzi con lo stesso protagonista, The Land Leviathan e The Steel Tsar, ma sono opere del tutto autonome, nelle quali Banstable visita altri futuri alternativi.
GlorianaGloriana è un fantasy politico ambientato in un’Inghilterra elisabettiana alternativa. Da dodici anni Gloriana regna su Albione, la più potente, ricca e splendente nazione del mondo, e i cupi giorni del regno di suo padre, il pazzo e sanguinario Hern IV, sono un lontano ricordo. Ma questa nuova età dell’oro poggia su fragili fondamenta, e una serie di eventi – complice lo sfrenato appetito sessuale della regina – rischiano di far precipitare Albione nel caos e il mondo intero in una guerra disastrosa. Nonostante i molti difetti di stile, Gloriana mi ha colpito molto e credo che ne parlerò in un futuro Consiglio.
In futuro ho intenzione di leggere qualcos’altro di Moorcock; in particolare, la stramba trilogia The Dancers at the End of Time, e forse The War Hound and the World’s Pain, primo libro della trilogia dei Von Bek. Ma accetto consigli e pareri in merito.

Qualche estratto
Questa volta, invece che due estratti, ne ho scelti tre – ma sono brevi. Il primo è l’incipit, e mi sembra un bell’esempio di economia narrativa. Gli altri due sono un dialogo, ambientato nel passato, con Giovanni Battista, e un flashback di Glogauer (completo di flusso di coscienza) che dà un’idea del suo terribile carattere. Insieme, questi ultimi due estratti danno un’idea della doppia anima del romanzo.

1.
The time machine is a sphere full of milky fluid in which the traveller floats enclosed in a rubber suit, breathing through a mask attached to a hose leading into the wall of the machine.
The sphere cracks as it lands and the spilled fluid is soaked up by the dust. The sphere begins to roll, bumping over barren soil and rocks.

Oh, Jesus! Oh, God!
Oh, Jesus! Oh, God!
Oh, Jesus! Oh, God!
Christ! What’s happening to me?
I’m fucked. I’m finished.
The bloody thing doesn’t work.
Oh, Jesus! Oh, God! When will the bastard stop thumping!

Karl Glogauer curls himself into a ball as the level of the liquid falls and he sinks to the yielding plastic of the machine’s inner lining.
The instruments, cryptographic, unconventional, make no sound, do not move. The sphere stops, shifts and roll again as the last of the liquid drips from the wide split in its side.

Why did I do it? Why did I do it? Why did I do it? Why did I do it? Why did I do it? Why did I do it?

2.
“And what is your name?” Glogauer asked the squatting man.
He straightened up, looking broodingly down on Glogauer.
“You do not know me?”
Glogauer shook his head.
“You have not heard of John, called the Baptist?”
Glogauer tried to hide his surprise, but evidently John the Baptist saw that his name was familiar. He nodded his shaggy head.
“You do know me, I see”.
A sense of relief swept through him then. According to the New Testament, the Baptist had been killed some time before Christ’s crucifixion. It was strange, however, that John, of all people, had not heard of Jesus of Nazareth. Did this mean, after all, that Christ had not existed?
The Baptist combed at his beard with his fingers. “Well, magus, now I must decide, eh?”
Glogauer, concerned with his own thoughts, looked up at him absently. “What must you decide?”
“If you be the friend of the prophecies or the false one we have warned against by Adonai”.
Glogauer became nervous. “I have made no claims. I am merely a stranger, a traveller…”
The Baptist laughed. “Aye – a traveller in a magic chariot. My brothers tell me they saw it arrive. There was a sound like thunder, a flash like lightning – and all at once your chariot was there, rolling across the wilderness. They have seen many wonders, my brothers, but none so marvellous as the appearance of your chariot”.

Gatto Giovanni Battista

3.
The first time he had tried to commit suicide he had been fifteen. He had tied a string round a hook half-way up the wall in the locker room at school. He had placed the noose around his neck and jumped off the bench.
The hook had been torn away from the wall, bringing with it a shower of plaster. His neck had felt sore for the rest of the day.
[…]
“You must try to concentrate on your work, Glogauer”.
“You’re too dreamy, Glogauer. Your head’s always in the clouds. Now…”
“You’ll stay behind after school, Glogauer…”
“Why did you try to run away, Glogauer? Why arent’ you happy here?”
“Really, you must meet me half-way if we’re going to…”
“I think I shall have to ask your mother to take you away from the school…”
“Perhaps you are trying – but you must try harder. I expected a great deal of you, Glogauer, when you first came here. Last term you were doing wonderfully, and now…”
“How many school were you at before you came here? Good heavens!”
“it’s my belief that you were led into this, Glogauer, so I shan’t be too hard on you this time…”
“Don’t look so miserable, my son – you can do it”.
“Listen to me, Glogauer. Pay attention, for heaven’s sake…”
“You’ve got the brains, young man, but you don’t seem to have the application…”
“Sorry? It’s not good enough to be sorry. You must listen…”
“We expect you to try much harder next time”.

Tabella riassuntiva

La vita di Cristo rivista in chiave fantascientifica e disincantata. Gestione dei flashback approssimativa.
Unisce paradossi temporali e introspezione psicologica. Glogauer è un protagonista sgradevole, forse troppo.
Alcune scene sono perfette. Brutti pezzi raccontati e pov ballerino.

(1) Ho una teoria in proposito. Il Behold the Man che oggi possiamo leggere è – come si usava all’epoca, e come in parte si usa ancora – la versione espansa di un racconto. E’ possibile che le scene migliori, più “dense” del romanzo appartenessero al racconto originale; e che per la versione estesa Moorcock abbia allungato il brodo con brani più raccontati e meno ispirati. C’è infatti una certa tendenza tra gli autori di genere, nel processo di trasformazione di un racconto in un romanzo, ad annacquare l’opera originale.Torna su
Ma la mia rimane una teoria, perché non ho letto il Behold the Man originale.

(2) Ho trovato due motivazioni plausibili e complementari per questa scelta di pov:
1. Moorcock vuole mostrare la progressiva depersonalizzazione, alienazione da sé di Glogauer, ma avrebbe difficoltà a farlo rimanendo *dentro* il pov di Glogauer.
2. Moorcock è interessato a farci vedere come gli abitanti della Galilea cominciano a vedere Glogauer.
Per quanto concerne il primo punto, posso obiettare che il protagonista non perde mai del tutto – ma solo a sprazzi – coscienza di sé. Anche nelle ultime fasi della sua vita, ci sono molte scene in cui Glogauer riflette su sé stesso e su quello che sta facendo.
Avrei risolto il problema alternando brevi paragrafi col pov collettivo di altre persone (quando Glogauer non è lucido), a paragrafi più lunghi in cui Glogauer è cosciente e il pov rimane ancorato su di lui. In questo modo si mantengono i vantaggi dei punti 1 e 2 senza allentare troppo il legame empatico col protagonista e la coerenza di pov del romanzo.Torna su

(3) A proposito. Se la figura di Giuda vi affascina, provate a leggere il “racconto” di Borges Tre versioni di Giuda, compreso nella giustamente celebre raccolta Finzioni.Torna su